Gli sposi casti non sanno amare?

Il nostro articolo di qualche giorno fa ha fatto scoppiare un dibattito molto acceso. Centinaia di condivisioni e tantissimi commenti favorevoli o contrari. Alla fine tutta la questione si può sintetizzare in una domanda: la sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione?

Sembra strano ma c’è ancora gente che, forse per dei problemi non superati con il proprio corpo o per un’educazione bigotta, vede nell’amore carnale qualcosa di poco santo. Qualcosa che abbassa lo spirito ad istinto e che poco ha a che vedere con un’anima che cerca l’elevazione spirituale. Una premessa prima di continuare è doverosa: ci rivolgiamo agli sposi. Per i fidanzati o comunque per chi è single la castità va totalmente vissuta in altro modo. Il rapporto intimo è un gesto d’amore solo degli sposi.

Chi ha questo tipo di idea puritana e sbagliata della sessualità corre il concreto rischio di imprigionarsi nell’incapacità di aprirsi al dono di sè nel matrimonio. Non è capace di amare una moglie o un marito. Spesso infatti nasconde dietro una facciata di purezza e integrità grosse ferite e chiusure relazionali. In particolare:

Sottovaluta l’attrazione fisica. L’attrazione fisica è un pilone fondamentale del matrimonio esattamente come lo è l’armonia dei caratteri.

Svaluta l’intimità sessuale nel matrimonio. Sovente ritiene l’intimità qualcosa da tollerare per la procreazione. La ritiene materializzante e crede impedisca il progresso spirituale. Guarda al piacere sessuale come qualcosa di poco spirituale per non dire animalesco.

Confonde la castità con l’astinenza. Crede che non avere rapporti, o averne il meno possibile, sia una scelta più santa e sia più casta. La castità coniugale è invece tutt’altro. Consiste infatti nel vivere nel miglior modo, e soprattutto nella verità tra cuore e corpo, la vita affettiva e sessuale nel matrimonio.

Non valorizza il rapporto sessuale come gesto che realizza il sacramento del matrimonio. Il primo rapporto fisico dopo lo scambio delle promesse sigilla il sacramento del matrimonio. Tutti i successivi sono una riattualizzazione di quel primo e quindi del sacramento. I rapporti intimi degli sposi rendono di nuovo attuale la loro promessa matrimoniale con rinnovati doni dello Spirito Santo.

Svaluta le doti del corpo quali dolcezza, tenerezza e sentimento. La tenerezza è il linguaggio privilegiato degli sposi per manifestare amore. Queste persone sono solitamente incapaci di parlare questa lingua, anche nel rapporto fisico. Pensano ai preliminari come qualcosa di sporco e di cui si può fare a meno. Vivono quindi anche quei pochi rapporti che si concedono senza la giusta preparazione del cuore oltre che, naturalmente, del corpo.

Questo, capirete bene, non è il concetto cristiano di sessualità e di relazione affettiva sponsale. Il concetto corretto è quello biblico. Cioè? L’amore è una realtà che scaturisce dall’io profondo della persona, che si riversa nel cuore e che si manifesta nel corpo e con il corpo. Tutta la persona in anima, cuore e corpo partecipa all’amore.

In questa visione biblica e cristiana, l’intimità degli sposi, con tutta la comunione e il piacere che ne conseguono, riveste un’importanza grandissima: permette loro di sperimentare la fusione dei cuori attraverso il corpo. Cercare di perfezionare questo gesto non solo non è sbagliato o sporco, ma è la strada degli sposi verso la loro santità.

 Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.  (Catechismo della Chiesa Cattolica 2362)

Quindi concludendo ci sentiamo di affermare che l’intimità fisica è qualcosa di bellissimo, voluto da Dio stesso per trasmettere amore e generare vita, che gli sposi devono cercare di vivere al meglio delle loro possibilità Senza falsi moralismi. E’ un dono di Dio. Un talento da far fruttare. La modalità concreta più importante per fare esperienza della comunione dei cuori.

Dio non ci chiede di rinunciare a questo incontro, alla comunione e al piacere. Dio ci chiede di preparare al meglio il nostro cuore. Ciò che può essere sporco non è infatti il gesto, ma il cuore con cui ci accostiamo a viverlo. Ciò che può rovinare questo gesto è il peccato. E’ la lussuria e l’egoismo. Rendere cioè l’altro una cosa da usare e non una persona da amare. San Giovanni Paolo II chiama questo atteggiamento adulterio del cuore. L’intimità può essere il più santo dei gesti come la più sporca delle bugie. Dipende da come noi prepariamo il cuore.

Antonio e Luisa

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Cari sposi: volete riavvicinarvi a Dio? Fate l’amore.

Aleteia ha pubblicato un articolo di Giovanni Marcotullio. Un articolo che permette una riflessione molto interessante prendendo spunto incrociando diverse fonti. Ciò che emerge è molto interessante. Questi mesi di lockdown, più o meno stretto dovuto all’emergenza pandemia, hanno causato un significativo calo della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa e nel contempo una significativa riduzione dei rapporti intimi tra le coppie italiane.

Non vi sto a ripetere quanto il bravo Giovanni scrive. Vi lascio il link al suo articolo. Voglio riprendere questa ipotetica correlazione tra relazione sponsale e fede per fare alcune personali riflessioni e lanciare alcune provocazioni che spero possano essere utili. Il calo della partecipazione alle funzioni religiose credo sia evidente a tutti. Nella nostra parrocchia, nonostante la capienza limitata dalle regole anticovid, non c’è mai il pienone come succedeva prima della pandemia. Per quanto riguarda invece la sessualità degli italiani ci viene in aiuto uina ricerca pubblicata su ipsico.it. Dai dati di questa ricerca si evidenzia come l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena.

Perchè dovrebbere esistere una correlazione tra questi due ambiti che sembrano in realtà molto lontani tra loro?

Intimità e fede sono due facce dello stesso amore.

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

L’intimità si costruisce nutrendola giorno dopo giorno.

Giorgio scriveva in un articolo di qualche giorno fa che molto spesso frequentiamo la Messa senza un’adeguata preparazione. Non possiamo credere che tralasciando la relazione con Gesù tutta la settimana, o dedicando pochissimo tempo alla preghiera, poi la domenica in quell’unica ora che offriamo al nostro spirito di fare esperienza di Dio possiamo recuperare chissà che cosa. Andiamo a Messa quasi per abitudine per timbrare un cartellino. Si, magari sentiamo anche dei blandi benefici. Usciamo più leggeri e con un po’ di pace nel cuore ma presto veniamo riassorbiti dalla quotidianità del mondo. Vale la stessa cosa per la nostra intimità di sposi. Non possiamo pensare di non dedicarci attenzioni, dialogo, gesti di tenerezza per tutta la settimana o per alcuni giorni e poi pensare di aver voglia di fare l’amore. Non funziona così. E se alcuni, di solito uomini, hanno comunque desiderio, non è per cercare una comunione con la propria sposa ma per appagare una pulsione fisica e null’altro. Capite bene che non è solo per paura o per qualche malessere psicofisico che è saltato tutto. Il lockdown ha portato in superficie una disaffezione nascosta e progressiva verso Gesù e verso la relazione con l’altro/a. Un malessere che era già latente e aspettava solo di venire fuori e di manifestarsi.

Cosa possiamo fare?

Vi siete riconosciuti in questa dinamica? State scivolando verso un’apatia verso l’altro/a e verso Dio? Non subite passivamente! L’amore è prima di tutto una scelta. Una scelta che va rinnovata ogni giorno. Ricominciate a prendervi cura a vicenda. Piccoli gesti di tenerezza, piccoli riguardi, sorrisi, carezze. Non serve chissà cosa. Fateli e basta. Anche se non ne avete voglia. Sono per amore anche così. Ricominciate a trovare dei momenti di preghiera. Bastano pochi minuti ogni giorno. Leggete il Vangelo del giorno e meditatelo. Recitate il rosario o le lodi. Vedete voi cosa fare. Anche se non ne avete voglia. Anche se vi distraete di continuo. All’inizio non sarà facile. Servirà però per recuperare una relazione. Per riavvicinarvi a Dio e all’altro/a. Vedrete che andrà sempre meglio. L’amore non è spontaneismo, ma qualcosa da coltivare e su cui spendere le nostre migliori energie.  Ogni tipo di amore: quello per Dio e quello per la persona che avete accanto.

Antonio e Luisa

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La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rendere visibile Dio

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. Ri-consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati.

Quando? L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento. Un modo per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Per riempirci di Lui. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa.

Il modo di incontrare Gesù è sempre lo stesso anche da sposati: preghiera, eucarestia e sacramenti. Da quel momento però tutto è cambiato. Io sono diventato mezzo privilegiato per dare un corpo, uno sguardo, una parola a Dio per Luisa. Do concretezza all’amore di Dio per lei. Con tutti i miei limiti ma con la grazia di Dio che mi sostiene. Ci devo e ci posso però provare. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così.

Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine. La nostra santità passa sopratutto da come sapremo farci strumento di Dio l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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Perchè la Chiesa non può benedire le unioni omosessuali

La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale[10], le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni.In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio[11].

Nel contempo, la Chiesa rammenta che Dio stesso non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo, perché per Lui «siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare»[12]. Ma non benedice né può benedire il peccato: benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui. Egli infatti «ci prende come siamo, ma non ci lascia mai come siamo»[13].

Per i suddetti motivi, la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso nel senso sopra inteso.

da Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede
ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso

Questo pomeriggio è uscita una nota esplicativa da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha fatto molto scalpore. Chissà poi perchè? Ribadisce l’ovvio. La Chiesa non può benedire le unioni omosessuali. E’ importante fare alcune precisazioni. Necessarie per comprendere che chi ha scritto questo documento non intendeva fare dei distinguo tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Non è affatto così. Un distinguo effettivamente c’è ma tra matrimonio e tutte le altre relazioni affettive umane. Non importa in questo caso che siano tra persone dello stesso o no.

E’ fondamentale evidenziare questa volontà della Chiesa Cattolica perchè afferma nuovamente come la sessualità sia un gesto d’amore autentico solo all’interno di una relazione matrimoniale. Una relazione quindi indissolubile, feconda, fedele e unica. Per noi cristiani è un sacramento. Una relazione che chiede tutto e dove il dono del corpo diventa manifestazione di quel tutto.

Solo così può essere benedetta da Dio. Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Per questo la Chiesa non può benedire relazioni che siano fuori da questo significato meraviglioso. Semplicemente perchè non permettono all’uomo di amare nella verità e non permettono di aprire il cuore al dono. E questo è un peccato che distrugge l’ordine del progetto originario di Dio. Cosa ancor più grave non permette all’uomo di amare nella verità. Siamo fatti per amare. Per amare in modo pieno e autentico.

Antonio e Luisa

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Caro Achille Lauro andiamo avanti anche per te.

Devo ringraziare tutti i nuovi amici che hanno deciso di spendere un po’ del loro tempo per condividere i loro pensieri su questo blog. Questo mi ha permesso di rallentare i miei di pensieri e di preparare con più calma ogni articolo visto che posso permettermi di pubblicarli più di rado.

In questi giorni mi sono fermato a riflettere su alcuni episodi. Episodi poco edificanti e certamente di cattivo gusto. Mi riferisco in particolare a certe discutibili esibizioni televisive che ci ha regalato il Festival di Sanremo e alla processione femminista avvenuta a Roma dove alcune attiviste hanno portato a spalla una statua molto ambigua di una vagina che voleva ricordare la Madonna.

Non nascondo che il primo impluso che ho provato è stato di disgusto e di rabbia verso chi non aveva rispetto per ciò che per me e Luisa è di più sacro. La nostra fede, la nostra relazione con Dio e con la Mamma Celeste, la nostra vita. Quelle persone hanno sputato su tutto questo. Poi però, a bocce ferme, ci ho pensato sopra. Ho meditato su quanto successo e ho guardato quelle persone con altri occhi. Ho cercato di guardarli con gli occhi di Dio. Ho visto tanta povertà. Ho visto persone ferite.

Dai cuori di quelle persone traspare tanta rabbia e povertà. Un cuore pieno di tante cose ma non di Dio. Ci leggo una mancanza di senso e di orizzonte. Lo leggo in quelle donne rabbiose e in Achille Lauro, due mondi che sembrano lontanissimi, ma che esprimono lo stesso malessere. Esprimono una totale mancanza di bellezza. O meglio la mancanza di uno sguardo capace di scorgere la bellezza.

La bellezza è di Dio. La bellezza, come l’amore, viene da Dio. Stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che è bello e, cosa ancor più grave, non sappiamo più generare bellezza perchè ci stiamo sempre più allontanando da Dio. La nostra società occidentale, prima che una crisi economica e sociale, sta vivendo una crisi di fede. Ce lo insegna la Bibbia. Quando scacciamo Dio dalla nostra vita, la riempiamo con altro. Altro che può essere il successo, la ricchezza, il lavoro, il sesso, il divertimento, l’ideologia o chissà cos’altro. Dio ci dona la vita mentre ogni altro idolo che poniamo al suo posto ci chiede la vita. Una differenza non da poco.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questa gente. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Questo è quello che avviene a tante persone, anche se non fanno processioni blasfeme o non sono cantanti famosi. Tanti cercano la felicità rinnegando sempre di più Dio e trovandosi sempre meno felici. Un circolo vizioso che porta tante persone ad osare sempre di più nell’illusione di riempire finalmente quella voragine che hanno nel cuore. Persone che straparlano, spesso a sproposito, di amore non conoscendo cosa sia davvero l’amore. L’amore non è dare sfogo a tutte le pulsioni o seguire come un polline di fiore il vento delle passioni e dei sentimenti. Questo stile rende solo le relazioni sempre più fragili e le persone sempre più sole. L’amore è scelta, l’amore è dono di sè, l’amore è farsi piccolo per fare posto. L’amore è decentrare lo sguardo da sè all’altro.

Per tutti questi motivi guardo con compassione quelle persone. Compassione che non significa sentirmi superiore. Compassione nel senso di patire con. Io stesso sono stato male per tanto tempo alla ricerca di una felicità che non sapevo dove cercare. Quindi io capisco la rabbia e lo smarrimento di quelle persone. Per questo quelle donne in processione e quel giovane mascherato malamente sul palco del Festival mi hanno dato ancora più convinzione.

Voglio continuare con Luisa a raccontare la bellezza di un amore fedele, di un amore indissolubile, di una scelta radicale. Non perchè noi siamo meglio degli altri. Tutt’altro. La gioia e il senso che abbiamo trovato non è per i superuomini o per le superdonne, ma è per tutti. Vogliamo restituire un po’ di quell’amore e di quella consapevolezza che Dio è riuscito a regalarci attraverso tante persone che ci hanno aiutato e seguito. Per questo non ci fermeremo. Andremo avanti anche per voi care femministe che vedete nella differenza di genere una ragione per muovere guerra e non una bellissima occasione di Alleanza. Andremo avanti per te caro Achille Lauro e per quelli che ti invidiano perché sei stato chiamato al teatro Ariston, affinché vi fermiate a riflettere, a farvi alcune domande.

Antonio e Luisa

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La nostra missione è essere ciò che siamo

Gli sposi solo per il fatto di vivere la loro sponsalità possono irradiare e mostrare la loro somiglianza con Dio. Detto in parole semplici: marito e moglie che si vogliono bene nella loro vita di tutti i giorni riflettono attorno a loro la luce stessa dell’amore di Dio. Iniziate a comprendere per quale missione meravigliosa siamo stati scelti? La nostra missione profetica non è quindi fare qualcosa di straordinario, non è proprio nel fare, ma semplicemente è essere sposi. Quando viviamo bene la nostra coniugalità profetizziamo l’amore stesso di Dio. La nostra missione è scritta nella nostra identità. Per essere profeti cerchiamo quindi di essere semplicemente ciò che siamo. Cosa siamo? Ce lo ricorda san Paolo II in Familiaris Consortio al paragrafo 17

Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»! Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo l’interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l’essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall’amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.

Familiaris consortio

Ogni aspetto della nostra chiamata matrimoniale rimanda a questa missione comune a tutte le famiglie: siate amore e viveve l’amore. Se noi sposi ci impegneremo a fondo per vivere la nostra vocazione tutto il resto si collocherà nella giusta prospettiva. Tutto troverà il suo posto e il suo senso. Capite come tutto ciò sia davvero liberante? La nostra missione non è un peso come vogliono farci credere. Tutt’altro! Se comprendiamo quanto sia importante imparare a donarci nel matrimonio non possiamo sbagliarci, non possiamo perdere la rotta, non finiremo per cercare invano quel desiderio di senso che ognuno di noi ha dentro di sè. Non significa che non commetteremo mai errori. Significa che nonostante gli errori avremo sempre presente come e dove indirizzare la nostra vita. Senza questa consapevolezza tutto sarà vano, alzarci al mattino, lavorare, fare e brigare. La nostra priorità deve quindi essere di diventare ciò che siamo: una comunità d’amore e di vita. Guardate che qui si gioca davvero la nostra vita e la nostra realizzazione già su questa terra. In un mondo dove c’è sempre più confusione e disperazione, dove ci si affanna ricercando un motivo per vivere, inteririozzare quella che è la nostra missione ci risolve il problema esistenziale. Ogni fatica e ogni sofferenza solo se collocata nella prospettiva della nostra vocazione e più precisamente in un orizzonte che contempli l’amore di Dio e l’eternità di Dio può diventare sostenibile e può non schiacciarci come invece succede spesso a chi fa affidamento solo sulle sue forze e solo su questa vita.

Questo non significa che tutte le coppie di sposi siano uguali e che tutte debbano vivere lo stesso tipo di vita e di profezia. Abbiamo tutti storie, condizioni, situazioni, pregi e difetti diversissimi tra di noi. C’è però un denominatore comune tra tutti noi sposi: vivere l’amore e la presenza di Dio nella nostra personale condizione e nel nostro matrimonio. Riflettere sulla vita degli sposi santi come sono stati ad esempio i coniugi Quattrocchi o come per noi sono stati Chiara Corbella ed Enrico (anche se lui è ancora in vita) non deve scoraggiarci perchè non siamo come loro. Ci deve spronare a comprendere che anche nella nostra famiglia c’è una nostra personale chiamata all’amore e alla testimonianza. Quindi cari sposi se vivete una situazione difficile e che vi comporta sofferenza abbiate fiducia in Dio e affidatevi. La vostra difficoltà e il modo in cui la affrontate possono diventare luce e speranza per chi sperimenta una situazione simile e non trova vie di uscita. Quanto è importante avere delle coppie che non sono perfette e che sbagliano, ma che sanno dove stanno andando e lo dicono con le loro scelte e con la loro vita. Ci sono coppie che hanno bisogno proprio di voi. Dio può portare il suo sostegno a tanti proprio attraverso di voi. Che bello essere sposi così con questa consapevolezza. Persone originali che formano coppie uniche. Non ci sono due coppie uguali al mondo. Questo è meraviglioso!

Antonio e Luisa

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Dio non chiede sacrifici ma di sacrificarsi con noi

Riprendo la prima lettura di ieri. E’ perfetta per fare una riflessione che noi cristiani, io per primo facciamo davvero fatica ad accettare. E’ una realtà sempre difficile da accogliere, ma che se accolta ci permette di fare quel salto di qualità, ci permette una conversione vera.

Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio

Questo è il Dio di Abramo, questo è il nostro Dio. Non è un Dio sanguinario, non ci chiede sacrifici per sè. Non è quel tipo di divinità venerata nei luoghi abitati da Abramo in quel tempo. Abramo abitava luoghi dove i sacrifici umani esistevamo davvero e probabilmente bambini e giovinetti erano offerti in olocausto per gli dei. Il Dio di Abramo non è così. Il Dio di Abramo ferma la mano del patriarca già pronta a colpire e uccidere il suo unico figlio Isacco. Dio gli chiede altro. Dio si mostra per quello che è. Un Dio che desidera amare prima che essere amato, un Dio che si offre. Chiede ad Abramo di uccidere sì, ma un ariete impigliato in un cespuglio. In altre traduzioni si parla di roveto. Alcuni esegeti vedono in quell’ariete una prefigurazione di Gesù. Gesù offerto per noi. Gesù offerto al nostro posto. Dio offre se stesso. Questo è il nostro Dio. Un Dio che dà la vita e che non chiede la nostra.

Capite cosa significa questo? Il nostro Dio non ci toglie le difficoltà. No! Non fa questo. Spesso noi vorremmo un dio che ci proteggesse da ogni male e da ogni sofferenza. Un dio così non sarebbe altro che un amuleto. Non ci sarebbe una vera relazione d’amore. Ti prego, ti invoco, vengo a Messa, faccio pellegrinaggi perchè tu mi devi togliere ogni male. Questo non è amore, è commercio, è dare per avere. Dio non toglie le difficoltà ma cerca una relazione con noi, la cerca affrontando le nostre stesse fatiche accanto a noi. Spesso nella sofferenza alziamo il nostro grido a Dio: Dove sei? Perchè mi hai abbandonato? Sia chiaro, alzare il nostro grido è umano. E’ sbagliata però la prospettiva. Gesù non ci ha abbandonato. E’ lì con noi, è lì che soffre con noi. Questo cambia tutto. Non ci sarà più nulla che potrà distruggerci e schiacciarci. Ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura sempre di ieri: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Se Dio è con noi nulla potrà essere così grande e così forte da farci disperare. Alzeremo lo stesso un grido, la fatica e il dolore fanno male, ma sarà un grido diverso. Cosa significa questa sofferenza che ci hai dato? Che hai dato a me e a te. L’hai data a me con te. Ogni situazione sarà letta in una prospettiva feconda. Cosa posso fare adesso? Come posso lasciarmi amare da te? Come posso sentire la tua presenza? Come non pensare ad un esempio luminoso come quello della venerabile Chiara Corbella e a come ha saputo affrontare tutta la sua storia matrimoniale con Enrico. Due figli morti alla nascita e poi la sua malattia scoperta quando aspettava Francesco il suo terzo bimbo. Una malattia che l’ha portata alla morte. Una serie di difficoltà che avrebbero steso chiunque. Lei le ha sopportate sempre con la certezza di avere Dio accanto. Un Dio presente nel suo matrimonio sacramento con Enrico. Tanti la vedono come una donna inarrivabile, in realtà ci ha mostrato ciò che tutti possiamo avere se solo riusciamo a costruire una relazione d’amore con Gesù. Non era una donna con i superpoteri, ma una donna che si è lasciata amare da Gesù. Per questo la sua vita mi interpella in modo prepotente. Perchè lei ha mostrato che si può sconfiggere anche la morte e le malattie che sono le cose che più mi spaventano. Per questo la amo tanto e la vedo come una sorella maggiore (anche se era più giovane di me).

Il mio pensiero va anche ad un’altra fatica sempre più comune tra gli sposi. Penso a tutte quelle mogli e tutti quesi mariti che vengono abbandonati. Credo sia naturale per loro chiedersi il perchè di quel fallimento. Perchè se ne è andato/a? Gesù, avevo messo tutte le mie speranze nel matrimonio? Mi fidavo di te Gesù eppure se ne è andato/a. Anche tu Gesù te ne sei andato con lui/lei. Ora mi sento completamente solo/a. Non me lo meritavo. Eppure non è così. Chi ha davvero costruito una relazione con Gesù sa di non essere da solo. Certo non è immediato comprenderlo. La separazione fa male, fa tanto male. Eppure, questo è quello che ho capito parlando con tanti sposi fedeli e abbandonati, piano piano si fa presente una consapevolezza. Queste persone comprendono come non siano loro ad essere sole. Con loro c’è Gesù, Gesù anch’esso abbandonato da chi se ne è andato/a, come lo sono loro Chi se ne va non solo abbandona un marito, una moglie, magari dei figli, ma con quella scelta ha rinnegato anche lo stesso Gesù. Chi comprende tutto questo diventa una persona capace di offrire la sua sofferenza per il bene di chi l’ha tradita, proprio perchè sa che a lei è rimasta la ricchezza più grande che è la relazione con Gesù, che non finisce con un fallimento matrimoniale, ma che al contrario può diventare ancore più forte e bella. Ciò, lo ripeto, non toglie il dolore, non toglie momenti in cui ci si sente soli, ma dà un senso e una prospettiva che riempiono il cuore.

Il nostro Dio è incredibile. Difficile da accogliere quando costa fatica ma meraviglioso per come sa riempire il nostro cuore quando riusciamo ad aprirci al Suo amore.

Antonio e Luisa

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Regalatevi un tempo per trasfigurarvi

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».
Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,2-10.

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di Quaresima. La Quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è appunto feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto.

Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo!

E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi.

Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La Quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno non proprio urgente e necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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Dio è amore e gli sposi lo testimoniano

La nostra vocazione e la nostra profezia di sposi sono raccontate benissimo da sant’Agostino che commentando la Prima Lettera di Giovanni ebbe a dire: Se niente altro a lode dell’amore fosse stato scritto nel resto della Lettera, o meglio nel resto della Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo quella dichiarazione “Dio è amore”, non dovremmo cercare nient’altro.

Dio è amore. Questa è la sintesi più autentica di tutto il Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura. Il nostro compito di cristiani è questo. Dare un volto e concretezza all’amore di Dio. Raccontare con la nostra vita che Dio è amore. Se paradossalmente per un disastro dovessero scomparire tutte le Bibbie e non ci fosse più memoria di esse e del loro contenuto, Dio continuerebbe a parlare al mondo fino a quando esisteranno degli sposi che si ameranno autenticamente. Esaminiamo ora il capitolo undici di Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II.

Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano. In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale. La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».

Familiaris Consortio

Matrimonio e verginità sono le due strade attraverso cui l’uomo può comunicare l’amore di Dio stesso a tutti. Il matrimonio è una chiamata naturale. Esiste quindi fin dalle origini. Gesù introduce invece una nuova chiamata che è la verginità consacrata. Ci sono moltissime espressioni di questa vocazione. Non sono più solo i sacerdoti, i frati e le suore. Esistono moltissime nuove realizzazioni di questa vocazione sempre al passo con i tempi e suscitate dalla fantasia creativa di Dio che risponde in modo personale ad ogni persona.

Queste due vocazioni sono entrambe necessarie e tra loro complementari. Perchè sono complementari? L’amore di Dio ha tre caratteristiche. Dio ama per primo. Dio ama per sempre. Dio ama tutti. Gli sposi esprimo due di queste qualità. Sono chiamati ad amare per primi. Non possono aspettare di ricevere dall’altro/a. Dovrebbero desiderare di gareggiare nell’amore e nell’essere primi a donarsi l’uno all’altra. Sono chiamati poi ad amare per sempre nell’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Nella fedeltà alla promessa. Non possono però amare tutti allo stesso modo. L’amore sponsale, dove ci si dona totalmente in anima e corpo, è per sua natura esclusivo. Chi mostra quindi la profezia dell’amare tutti? Naturalmente chi ha scelto la verginità consacrata. Il nostro padre spirituale ci ama come fossimo davvero figli suoi e fa la stessa cosa con chiunque venga lui affidato dal Signore. Per questo non può legarsi a nessuno in modo esclusivo.

Sposi e vergini consacrati sono profezia dell’amore totale di Dio. Lo sono insieme. Queste due vocazioni sono complementari anche per un altro motivo. I consacrati cosa dicono a noi sposi? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Ci ricordano che non abbiamo bisogno di un’altra persona che ci completi e ci dia un senso. Il senso viene dall’amore stesso donato gratuitamente. I sacerdoti non si bastano come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro.

Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai nostri fratelli e sorelle consacrati come possono amare Cristo e come Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.   Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore.

Antonio e Luisa

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Deserto o Metro?!

Siamo entrati nella prima settimana di quaresima, tempo ricco di appuntamenti per i Cristiani..(esercizi spirituali, messe, adorazioni, via crucis..). La nostra amata Chiesa, che tanto ringraziamo, ci lancia tante proposte in questo tempo per metterci in ascolto dell’Amato. Al punto (e non è una critica verso la Chiesa) che più che nel deserto, di cui si parla tanto, sembra di vivere in un corridoio della metropolitana, pieno di schermi pubblicitari che ti lanciano inviti, iniziative. (Santa grazia !! – fossero davvero piene di questi annunci le metropitane e le televisioni)

E invece cos’è il deserto? Perché andarci? Perché entrare in quaresima? Per vivere le tante belle iniziative di ascolto della Parola? Per pregare di più? La Sacra Bibbia in Osea 2,16 ci dice: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.Lui ci attira, Lui ci conduce, Lui ci parla. Bellissimo! Non siamo noi ad iniziare la quaresima ma è Lui che vuole vivere un tempo con noi! È Lui che ci invita, a metterci in ascolto, è Lui che vuole parlare al nostro cuore, vuole amarci! Il deserto è il luogo in cui Gesù va per incontrare il Padre, per incontrare l’amore, l’amato.


Cosa vuol dire questo per una famiglia? Con chi andare nel deserto? E chi incontrare? La bellezza è di poter andare nel deserto con l’amato e incontrare l’Amore. Un nostro carissimo frate, durante un periodo di accompagnamento, ci fece fare memoria di questo passaggio, che oggi vi riportiamo applicato alla coppia di sposi: il primo amore è Gesù, ma unico amore è la sposa, lo sposo. Ecco allora che bisogna forse prepararsi ad entrare in questo deserto, ricordandoci che noi sposi ci incamminiamo in due! Rispondiamo al suo invito di vivere la quaresima insieme al nostro sposo, con il nostro sposo.


In concreto: è importante prendersi una serata per stare insieme noi due, con la televisione spenta, con il ferro da stiro staccato, con le menti libere, senza distrazioni , e si.. anche senza bambini, per poter ascoltare l’amato sposo, l’amato sposa, per guardarlo negli occhi, come se nel deserto ci fossimo veramente tu ed io, e Lui e nessu’altro.


Spesso si rischia tra le coppie praticanti di vivere una quaresima nella metro, scrivendo in agenda tutti gli impegni della vita della Chiesa, magari incrociando gli appuntamenti della parrocchia con quelli del convento dei frati, con quelli del Papa, e con gli appuntamenti anche diocesani del vescovo; andando così nel deserto, una sera dopo l’altra, restando sintonizzati solo sul “fare” attirati dalla pubblicità, non lasciando spazio allo sposo! La nostra vocazione ci chiede di ascoltarci per ascoltare insieme l’Amore! Allora vi e ci auguriamo una Buona quaresima, un tempo bello, non per togliere ma per lasciare spazio alla cura, non per riempire le sere ma per rallentare il correre quotidiano, per crescere nell’attenzione, nei gesti d’Amore verso il nostro unico sposo e sentirsi amati dalla testa (con le ceneri) ai piedi (con la lavanda). Un buon deserto (in due)! O per la precisione in Tre!

Anna Lisa e Stefano #cercatori di bellezza

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Sposi profeti dell’amore (Sposi profeti. 3 capitolo)

L’articolo precedente si è concluso con la venuta di Gesù. Gesù ha cambiato tutto. Attraverso di Lui, il più autentico dei profeti, essendo vero Dio oltre che vero uomo, tutta la Sua Chiesa nascente è stata abilitata ad essere profezia. Ogni battezzato diventa profeta. I primi sono stati proprio gli apostolo che hanno ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste. Come hanno concretizzato la profezia? Portando e spiegando la Parola di Dio fino anche al martirio con tutta la loro vita. Il cristianesimo si è diffuso così rapidamente non certo per le parole dei cristiani. Almeno non solo per quelle. Si è diffuso soprattutto per come i cristiani vivevano e amavano. Per la fede così radicale che spesso abbracciava il martirio. Da allora la Chiesa è cresciuta grazie alla profezia dei cristiani. Tutte quelle persone che dopo la venuta di Gesù decidono di accoglierlo nella loro vita e di portare la Sua parola diventano profeti. Questo grazie a una realtà nuova : lo Spirito Santo.

Tutto il popolo di Dio diventa popolo profetico, la Sua Chiesa è una chiesa profetica, una Chiesa che deve portare all’umanità la Parola di Dio, che deve dare le coordinate per poterla capire. Esattamente come facevano i profeti prima di Gesù. Ogni cristiano riceve questo carisma, questa chiamata, nel battesimo. Il profetismo nella Chiesa non è quindi terminato con Gesù e con gli apostoli, ma è continuato. Basta fare un salto nel passato e osservare come nella storia della Chiesa ci siano stati innumerevoli profeti. Gente che non è stata chiamata in modo straordinario come avveniva prima di Gesù ma tutte persone che avevano ricevuto il loro profetismo nel Battesimo. Un sacramento che abbiamo ricevuto tutti. Sta ad ognuno di noi comprendere ciò che Dio vuole raccontare attraverso la nostra vita.

È interessante notare come in periodi storici diversi ci sia stato bisogno di profeti diversi. Pensiamo a San Benedetto e alle abbazie. In un tempo quando i feudatari vessavano la povera gente, e dove spesso anche i vescovi erano espressione dello stesso potere feudale, i benedettini hanno offerto un’alternativa più dignitosa e giusta ai contadini dando loro terre da coltivare. Quando anche le abbazie sono state inquinate da potere e ricchezza ecco che Dio chiama nuovi profeti e nascono gli ordini mendicanti come francescani e domenicani. Nel XIV secolo Dio ha suscitato istituti religiosi dediti alle opere di misericordia come i camilliani. Nell’ottocento sono arrivati i grandi educatori come don Bosco o don Murialdo. Fino ad arrivare ai papi santi del secolo scorso come Paolo VI e Giovanni Paolo II che in un periodo di forte confusione nell’ambito sessuale e relazionale hanno portato parole di verità e di bellezza. E così via.

Oggi non c’è più così bisogno, almeno da noi, di una profezia della Chiesa che pensi ai poveri anche se giustamente continua a farlo. Non ce n’è bisogno perchè la stessa società civile ha capito di doversi occupare della miseria materiale e si sta prendendo carico delle situazioni più difficili. Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. In questa nostra epoca il matrimonio è particolarmente attaccato. E’ sotto gli occhi di tutti. C’è quindi una realtà da salvare, una misericordia da offrire e una verità da annunciare proprio per quanto riguarda l’unione sponsale. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno d’amore delle origini a tutto il mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Sposi non certo perfetti ma che sappiano pur nelle difficoltà e fragilità riconoscere la presenza di Dio e affidarsi a Lui.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Come potete essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siete proprio perchè siete come siete. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete profeti della misericordia. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Siete profeti. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete profeti. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete profeti. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio. Tutte piccole profezie dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo Chi è il profeta

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Il deserto è un’esperienza di fede.

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,12-15.

Oggi mi soffermo su una sola parola: deserto. Il deserto è importante nel cammino spirituale delle persone. Almeno per la maggior parte di esse. Sicuramente per me lo è stato. Il deserto non è un luogo geografico. Il deserto è, prima di tutto, un’esperienza del cuore umano.  Il deserto si affronta quando si è pronti, quando si vuole una vita piena e non ci si accontenta più di una vita mediocre. Quando non ci si accontenta più di una schiavitù che garantisce cibo e un tetto sulla testa, come quella degli Ebrei in Egitto. Il deserto è presente costantemente nella Parola. E’ presenta nell’Antico Testamento. In tantissimi passaggi.  Il deserto è anche luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti  Giovanni il Battista e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno.  Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Una ricerca di senso, una ricerca di amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Giovanni 4, 13-14). Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi da solo. Ho tradito la legge di Dio, di conseguenza ho tradito le persone e me stesso. L’ho fatto nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Per comprenderlo ho dovuto abbandonare le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta.

Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura, ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola vuota, che nascondeva  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono finalmente aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo possibilità. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Solo quando ho affrontato il deserto e ne sono uscito diverso e finalmente consapevole dell’amore sperimentando il perdono amorevole di un Padre tenero, solo dopo tutto questo, sono stato pronto e capace di amare la mia sposa. Benedetto deserto.

Antonio e Luisa

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Lo vide e gli disse: Seguimi!

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?».
Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 5,27-32.

Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Levi. Gesù vede oltre. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo.

Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo scruta dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama.

Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Chi è il profeta? ( Sposi profeti 2 capitolo)

Chi è il profeta per noi cristiani? Partiamo dall’etimologia. Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per. Nel nostro caso è colui che parla per Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. La Parola di Dio è viva, eterna e potente e il profeta la traduce in un linguaggio comprensibile dagli uomini del suo tempo. La profezia naturalmente non è un concetto solo cristiano. Non è una nostra prerogativa. Esiste praticamente da sempre. Come è nata quindi la profezia?

Lo possiamo comprendere osservando la storia antica. Nel Medio Oriente, come in ogni civiltà del passato, quando un re dava inizio ad una grande impresa interrogava alcune persone che credeva capaci di intendere e di comunicargli la volontà delle divinità in cui lui e il suo popolo confidavano. Il re aveva bisogno di sapere se avrebbe avuto il favore del suo dio o dei suoi dei. Come non pensare a quello che significava Delfi con i suoi oracoli per i greci. Oppure quanto fossero importanti gli aruspici per gli etruschi, o i sacerdoti per gli egizi. Ogni popolo aveva una consapevolezza dell’esistenza di una o più entità divine che governavano il mondo e aveva bisogno di sapere cosa queste divinità pensavano e volevano da loro. Spesso nell’antichità il sacerdote era anche veggente, profeta o oracolo. Per Israele non era così. Sacerdoti e profeti erano due figure solitamente diverse. I sacerdoti erano coloro che offrivano a Dio riti o sacrifici, mentre i profeti erano coloro che traducevano la parola e la volontà di Dio. Per gli israeliti il prototipo dei profeti è incarnato sicuramente da Mosè. Mosè che è stato un chiamato e un mandato. Dio lo ha scelto per usarlo come messaggero per il Suo popolo. Il nome che gli ebrei davano ai profeti era Nabi che significa appunto chiamato. Il profeta aveva sempre la consapevolezza e la coscienza di manifestare una realtà che non era sua. Il profeta Amos disse: “Io non ero profeta figlio di profeta, ero un raccoglitore di sicomori. Il Signore mi è venuto a prendere e mi ha mandato qui. Non è il re che mi paga, non è il popolo che mi paga, ma Dio che mi ha mandato”. Il profeta Geremia aveva coscienza di essere stato chiamato fin dal seno materno: Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Il profeta spesso non nutriva nessun desiderio di essere chiamato, aveva altri progetti. Essere profeta (perchè profeta non si fa ma si è) non era un mestiere facile. Significava spesso contraddire re e potenti o andare contro la volontà popolare. Significava essere impopolari. Non solo, quando Dio incaricava il profeta di rivelare la Sua volontà, non gli chiedeva solo di parlare in Suo nome ma tutta la persona del profeta diventava Parola vivente. Osea fu chiamato a sposare una prostituta: Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore. Perfino i figli facevano parte della profezia. Ezechiele perdette la moglie, quella che lui chiamava Luce dei miei occhi, e Dio non gli permise neanche di manifestare il lutto. Un atteggiamento che scandalizzò il popolo che non comprendeva l’atteggiamento di Ezechiele. Dio usò in questo modo Ezechiele per far capire al Suo popolo che per i tanti peccati commessi avrebbe perso tutto: Voi farete come ho fatto io: non vi velerete fino alla bocca, non mangerete il pane del lutto.  Avrete i vostri turbanti in capo e i sandali ai piedi: non farete il lamento e non piangerete: ma vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro.  Ezechiele sarà per voi un segno: quando ciò avverrà, voi farete in tutto come ha fatto lui e saprete che io sono il Signore Dio.

Attraverso i gesti e le azioni dei profeti, Dio comunicava con il suo popolo. Un profeta veniva chiamato a profetare quindi con tutto il suo essere. Un’altra considerazione importante. In Israele c’era una grande differenza tra re e profeta. Il re poteva essere eletto, o comunque scelto, dal popolo, come accadde ad esempio per Saul e per Davide. Per il profeta non funzionava così. Il profeta era chiamato direttamente da Dio. Il profeta faceva quindi quello che Dio gli chiedeva. Il profeta doveva essere libero di svolgere la sua funzione senza dover rendere conto a nessuno all’infuori di Dio. A volte doveva rimproverare come Natan verso il re Davide: Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita. Altre volte il profeta incoraggiava come scritto in Geremia o altre ancora prediceva il futuro come in Isaia: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.  Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Il profeta infine correggeva anche le idee del popolo, annunciava castighi o benedizioni. I profeti non cercavano la benevolenza del popolo. Geremia è stato messo in galera in una cisterna di fango seccato, Ezechiele costretto all’esilio. I profeti annunciavano qualcosa di nuovo e non sempre favorevole, sapevano andare controcorrente. L’ultimo profeta della Bibbia prima di Gesù fu Giovanni Battista. Giovanni Battista era una persona profondamente libera, era una persona talmente libera che non aveva nessuno che lo pagava. Si nutriva di insetti e di miele e si vestiva di abiti fatti di peli di cammello, che erano i meno pregiati dell’epoca, quelli dei più poveri. L’ultimo dei profeti perdette letteralmente la testa pur di svolgere al meglio il suo incarico.

Poi venne Gesù, vero Dio oltre che uomo. Gesù proprio per questo è il più autentico dei profeti. Gesù più di ogni altro ha tradotto la Parola di Dio; tutta la sua vita, la sua opera, i suoi gesti, le sue parole, sono state una Parola di Dio vivente e presente. Gesù ha rivoluzionato tutto. Nei prossimi capitoli vedremo in che modo. Intanto ricordiamo che il profeta ha due caratteristiche fondamentali che lo costituiscono: è CHIAMATO ed è LIBERO. Queste due qualità saranno determinanti anche per la nostra profezia di sposi cristiani.

Antonio e Luisa

Capitoli precedenti Il matrimonio nasce dal Battesimo

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La Quaresima per non essere schiavo

Da quando curo questo blog c’è un articolo che propongo all’inizio della Quaresima. Sempre lo stesso. Credo che in realtà anche io ho bisogno di rileggerlo. Ci tengo particolarmente perchè mi riporta all’inizio del mio cammino con Luisa.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace? Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori, per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo che, seppur lodevole, non ci cambia veramente e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo.

Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace.

Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo.

Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore autentico. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità.

La Quaresima non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa. Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio nasce dal Battesimo (Sposi profeti 1° capitolo)

Oggi inizio una serie di articolo per presentare un aspetto del nostro essere sposi. Approfondiremo l’aspetto profetico. Cosa significa dire che gli sposi sono profeti dell’amore? Nei prossimi articoli cercherò di spiegarlo, come ho già fatto in passato per l’aspetto sacerdotale (dalla raccolta di quelle riflessioni ho poi pubblicato il libro Sposi sacerdoti dell’amore). In questo capitolo introdurrò le basi sulle quali poi costruire tutte le riflessioni successive. Si parte naturalmente sempre dal Battesimo che è sorgente di ogni altro sacramento in quanto ci lega a Gesù come i tralci alla vite.

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Marco 1, 1-8

Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui perchè in comunione con Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Volete capire l’intimità degli sposi? Guardate l’Eucarestia.

Parliamo nuovamente di sessualità. Non a caso ci sono delle persone che mi accusano di essere fissato. Secondo queste persone ciò che conta nell’amore non è l’eros ma è il sacrificio, è il dono di sè. Cosa è il rapporto fisico se non la più alta espressione (corporea) proprio del sacrificio e del dono di sè. Io sono quindi d’accordo con loro. E’ vero, l‘amore sponsale è una scelta radicale che potrebbe chiederci di abbracciare la croce, come avviene per tanti sposi abbandonati che restano fedeli alla promessa. Siamo davvero sicuri però che l’intimità fisica non c’entra nulla con il sacrificio di Cristo? Vi mostrerò che hanno molto in comune come hanno molto in comune Eucarestia e sacramento del matrimonio.

Ripassiamo un po’ dell’abc della nostra fede. L’Eucarestia è il corpo e il sangue di Gesù. Gesù si fa magiare da noi. Gesù si fa pane e vino per farsi mangiare da noi tanto è grande il suo desiderio che noi diventiamo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote (i sacerdoti ordinati lo sono in Cristo), offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per ognuno di noi.

Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta (offriamo noi stessi) l’uno per l’altra, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Siamo sacerdoti quando puliamo casa, quando cambiamo un pannolino, quando ci diamo un bacio, quando ci abbracciamo e, soprattutto, quando…..eh si, quando facciamo l’amore.

L’amplesso fisico degli sposi rimanda quindi all’Eucarestia. In quel gesto, che diventa gesto sacro, diventiamo offerenti di noi stessi. Attraverso il nostro corpo offriamo tutto di noi all’altro/a, come Cristo ha offerto tutto di sè sulla croce per noi. L’intimità nel matrimonio è elevata a gesto sacramentale. Per questo è importante viverla bene. Per questo è importante vivere questo gesto solo con nostra moglie o nostro marito.

Ho trovato un commento di don Manuel Belli un giovane teologo del seminario della mia città Bergamo che esprime molto bene questo parallelismo tra Eucarestia e sessualità degli sposi: Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’Eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l‘una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’Eucarestia

Capite la grandezza? Noi sposi cristiani possiamo comprendere come vivere la sessualità alla luce dell’Eucarestia. Viverla quindi nel dono totale all’altro/a come Gesù si è donato per noi. E’ vero anche viceversa. Possiamo comprendere la grandezza dell’Eucarestia, del dono di Dio per noi, facendo esperienza del dono del nostro coniuge. La sessualità ci può introdurre nella pienezza del dono eucaristico.

Questo è quello che abbiamo scoperto grazie al nostro padre spirituale padre Bardelli, grazie alla Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II e adesso grazie anche a Papa Francesco. La sessualità non è qualcosa di sporco. Noi possiamo sporcarla quando la viviamo nella menzogna e nell’egoismo. La sessualità va riscoperta come via di santità e di bellezza. La sessualità è un’esperienza meravigliosa che ci introduce nell’amore e nel mistero di Dio.

Antonio e Luisa

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Per san Valentino regalatevi del tempo per voi!

Scrivo spesso che l’amore va dimostrato ogni giorno con gesti di tenerezza, di servizio e di cura che noi sposi ci doniamo gratuitamente solo per la gioia di contribuire al benessere dell’altro/a. Proprio per questa mia consapevolezza ho sempre guardato la festa di san Valentino con aria di superiorità. Sono sempre stato un po’ snob verso questa ricorrenza che spesso non è molto più che una festa commerciale che serve a vendere fiori, cioccolato, gioielli e altri regali più o meno azzeccati. Una festa un po’ superficiale fatta di frasi ad effetto magari scopiazzate da qualche sito di aforismi (ammetto che ogni tanto ci ho sbirciato anche io per trovare qualche idea)

In questi ultimi anni devo dire che invece sto rivalutando questa celebrazione dell’amore. Non certo nell’aspetto più consumistico. Anche se di questi tempi far girare un po’ l’economia può essere comunque una boccata di ossigeno per tanti commercianti. Sto rivalutando questa festa come fosse, con tutte le debite proporzioni e differenze, una sorta di giorno della memoria. Soprattutto per chi è sposato da un po’ di anni.

E’ importante credo fare memoria di quanto siamo belli insieme e di quanto è bello avere la mia sposa accanto. E’ importante recuperare, almeno in alcuni giorni, quel romanticismo che la vita pazza e frenetica che viviamo difficilmente ci consente di vivere. Si può sempre trovare il tempo per essere romantici, ma serve appunto la consapevolezza e l’impegno di volerlo essere. Se abbiamo perso l’abitudine questa festa può essere un modo per ricominciare.

Queste feste possono quindi aiutarci, darci una scossa, farci riassaporare quel gusto di stare insieme e di “viziarci” con tanti piccoli gesti e attenzioni. Naturalmente facendo attenzione che rispettino la sensibilità e la modalità dell’amato/a. Ben vengano quindi i regali più o meno costosi. Non lasciamo però che il tutto si concluda così. Diamo un senso più profondo a questo giorno. Diamo una sostanza. Il modo trovatelo voi. Posso suggerire qualcosa. Qualcosa che anche io e Luisa abbiamo cercato di fare. Prendetevi, magari, un giorno di ferie, lasciate i figli ai suoceri o alla baby sitter e fatevi una gita da qualche parte. Ancora meglio se vi prendete un fine settimana intero e dormite fuori per trovare il tempo di fare l’amore bene, con l’atmosfera e la qualità necessarie, senza la stanchezza e la fretta che la vita di tutti i giorni vi impone. Soprendetevi! Fatevi una sorpresa. Dedicatevi del tempo anche solo per parlare e guardarvi (non è scontato farlo ma è fondamentale). Trovate tempo insomma per ritrovarvi come coppia.

Così san Valentino può davvero essere un’occasione di rinascita. San Valentino come anche il giorno dell’anniversario di matrimonio. Un’occasione per ricominciare e magari trovare la forza e il desiderio di continuare anche nei giorni a venire. Sapete cosa vi dico? Trovatevi almeno un giorno al mese. Che ogni mese ci sia un san Valentino tutto per voi. Un giorno per occuparvi solo del vostro amore. Vedrete che la vostra relazione svolterà e diventerà sempre più viva e meravigliosa.

Basta davvero poco. Provare per credere. Buon san Valentino!

Antonio e Luisa

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Cacciate le piccole volpi dal vostro matrimonio

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna.

Non incoraggiarlo/la mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei/lui. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro/a e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro/a non lo/la fa sentire amato/a. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro/a mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso/a, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro/a si sentirà giudicato/a, non amato/a, attaccato/a, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo/a nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo/a l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati/e. Insistere per cambiarlo/a è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello/a e bravo/a. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo/a ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro/a ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro/a avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto/a. Per fortuna che non è perfetto/a. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

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Quando non puoi più crescere fatti piccolo.

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere e cacciarlo/a di casa abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro/a. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro/a non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro/a. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro/a.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Non per lussuria ma per la pienezza

«Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: «Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui». 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». 8E dissero insieme: «Amen, amen!». 9Poi dormirono per tutta la notte.

Avete riconosciuto questi versetti? Siamo nel libro di Tobia. Una volta celebrato il matrimonio, Tobia e Sara entrarono nella loro stanza dove trovarono il talamo nuziale. Se avete letto la vicenda narrata in questo libro sapete come Sara prima di Tobia avesse già avuto sette mariti, tutti morti la prima notte di nozze. Ho già scritto un precedente articolo dove racconto qualcosa di questi 7 mariti. Uccisi tutti da Asmodeo, un demone che tormentava Sara. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria.  Ognuno di quei sette mariti, per un motivo o per l’altro, prese Sara come qualcosa di suo, la fece sua. Non la prese per amarla ma per usarla. Ognuno di quei sette mariti lasciò così ad Asmodeo un compito facile facile. Quelle relazioni furono distrutte da Asmodeo senza difficoltà in quanto erano già morte in partenza.

Per Tobia non fu così. Torniamo quindi ora ai versetti iniziali. Immaginiamo la scena. Tobia e Sara sono finalmente soli. Possono consumare il matrimonio. Tobia sente forte il desiderio di alzare una preghiera di lode a Dio. I versetti che ho riportato all’inizio di questo articolo descrivono proprio questa preghiera. Sono parole molto intense che possono aiutarci a riflettere anche sul nostro matrimonio e sul valore salvifico di una sessualità sana.

Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: «Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui».  Uomo e donna. C’è un chiaro richiamo alla Genesi. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. (Genesi 1,27) Dirò di più. In Genesi per descrivere uomo e donna vengono utilizzate le parole ebraiche zakar per il maschio e nekevàh per la femmina. Due termini non usati in altre parti della Bibbia dove ne vengono usati altri per esprimere il maschile e il femminile. Sono due termini molto concreti e corporali. Diciamo pure sessuali. Significano letteralmente il puntuto (maschio) e la forata (femmina). Maschio e femmina sono quindi identificati dal loro corpo ed in particolare dai loro organi genitali. Come a voler mettere in evidenza che la somiglianza con Dio è data proprio dalla diversità dei due. La differenza e complementarietà diventa occasione per generare. La nostra somiglianza con Dio sta proprio nel saper dare inizio. Dare inizio a nuova vita senz’altro, ma anche dare inizio alla nostra vera umanità riconoscendoci liberi. Liberi in una relazione con una persona diversa e complementare. Nella relazione sponsale, proprio confrontandoci con la differenza dell’altro/a, costruiamo l’uomo e la donna che possiamo e dobbiamo diventare. Così è per Tobia e Sara e così è anche per noi. Questo significato è espresso da un altro versetto subito susseguente alla preghiera: Poi dormirono per tutta la notte. C’è un chiaro richiamo al sonno di Adamo durante il quale Dio crea la donna. In quel sonno Dio salda i due sposi e benedice la loro unione. Trasforma i loro cuori con il fuoco del suo amore.

Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Anche questo è un passaggio fondamentale. Tobia non prende Sara per lussuria. Non la prende per possederla, per farla cosa sua, per usarla. Tobia la prende con animo retto, in greco viene trascritto con aletheias. Aletheia significa verità. Nella Bibbia indica l’agire secondo la legge di Dio. Legge che è scritta nel nostro cuore. In sintesi Tobia sente il desiderio di unirsi a Sara non per la passione del momento o per una pulsione sessuale. Nulla di tutto questo. Tobia desidera unirsi a Sara per portare a compimento l’unione dei loro cuori. Desidera vivere in pienezza e verità il suo matrimonio con Sara. Non è meraviglioso vivere la nostra sessualità così? L’avevo già scritto in un altro articolo. E’ davvero incredibile come lo stesso rapporto sessuale possa essere considerato in modo completamente diverso a seconda di come lo si vive. Si dice consumare un rapporto. Consumare può essere inteso con l’etimologia cumsumere, che significa portare a logorio, ma anche con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. E’ questo il vero significato che la Chiesa vuole dare al verbo consumare. La sessualità all’interno di una coppia di sposi porta a compimento il matrimonio stesso. Il dono reciproco e totale di due sposi è la consumazione del matrimonio, ovvero è la realizzazione del matrimonio. 

Dio non ci promette solo che avremo il centuplo nei Cieli. Dio ci promette che possiamo averlo già oggi nella nostra relazione. E’ importante però che anche noi facciamo la nostra parte impegnandoci a fondo per essere sempre più uno con l’altro e uno per l’altro.

Antonio e Luisa

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Missionari dell’amore

Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 9,16-19.22-23.

Queste parole di Paolo sono quasi un testamento per ogni cristiano. Chi incontra Cristo non può che desiderare di condividere una ricchezza tanto grande con tutti. Così dovrebbe essere anche per noi sposi. Siamo anche noi dei mandati. Siamo dei missionari dell’amore. Lo siamo non tanto con le parole ma con la nostra vita. La nostra missione è diventare ciò che siamo. San Giovanni Paolo II lo ribadisce nella sua esortazione Familiaris Consortio: Famiglia diventa ciò che sei. Aggiungo io: Cosa sei famiglia? Sei una comunità d’amore. Ecco questa è la nostra missione: predicare il Vangelo, la buona notizia, attraverso la nostra vita di sposi. Tutto il resto viene dopo.

San Paolo ci fornisce anche delle coordinate. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno.

Libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Questa affermazione è decisiva. Lo è per ogni uomo e per ogni donna. Possiamo farci servi dell’amore solo se siamo liberi. Non siamo servi dell’altro/a ma servi dell’amore. Non c’è dipendenza affettiva e psicologica verso nessuno. Il nostro asservirci all’altro/a e al suo bene è una nostra libera scelta di sposi. Non per paura di perderlo/a ma per il desiderio di condurlo/a a Dio. Qui c’è tutto il senso della nostra vocazione di sposi. Qui c’è il senso dell’amore che delle volte diventa croce. Una croce scelta per amore e non subita per paura o per debolezza. Solo così può essere sostenibile e non schiacciare. Solo così può essere uno strumento di salvezza per il nostro coniuge e per il mondo intero.

Mi sono fatto debole con i deboli. Questo atteggiamento l’ho sperimentato concretamente in prima persona nel mio matrimonio. L’ho raccontato diverse volte. Luisa si è fatta debole quando io ero debole. Quando ormai 15 anni fa ho affrontato la mia crisi più grande, quando facevo fatica ad accettare le mie responsabilità di marito e di padre, lei si è fatta più debole di me. Ha sopportato il mio atteggiamento distante e freddo e mi ha amato per prima e senza chiedermi nulla in cambio, se non di accogliere il suo amore. Questo suo abbassarsi mi ha permesso di risollevarmi. Questo significa farsi debole con i deboli. Solo così ho compreso quanto fosse grande il suo amore e quanto io fossi fortunato ad averla accanto. Vale naturalmente sempre il primo punto. Può essere un gesto di autentico amore solo quando è libero.

Mi sono fatto tutto a tutti. L’amore sponsale ci chiede di darci completamente. Ci chiede di non tenere nulla per noi. E’ una scelta, non a caso, definitiva. Il matrimonio è fedele e indissolubile. Questa è la sua forza profetica. Diventa davvero immagine dell’alleanza tra Gesù sposo e la Chiesa sua sposa. Un’alleanza che resiste a tutte le infedeltà ed è capace di risorgere ogni volta perchè il bene della relazione sponsale è sempre un po’ più grande rispetto al male. Scegliamo di amarci così non perchè Dio lo vuole o la Chiesa ce lo impone. Nulla di tutto questo. Il desiderio di questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia. Un amore radicale che diventa fecondo per noi e per il mondo intero.

Dio ci ha consacrato (ci ha reso suoi) nel matrimonio e ci ha inviato in missione. Ci ha mandato nel mondo affinchè la nostra relazione possa mostrare il suo amore. Una relazione fatta da due persone fragili e piene di ferite, ma proprio per questo capaci di vedere in quelle impefezioni un’occasione per amare e donarsi l’uno all’altra in modo gratuito e incondizionato.

Antonio e Luisa

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La sessualità: come un forno a microonde.

Ho ripreso in mano il libro di don Carlo Rocchetta La mistica dell’intimità nuziale. Quanto è bravo don Carlo a raccontare le dinamiche della relazione tra un uomo e una donna. Uomo e donna sono differenti in tutto. Lo sono anche nel modo di vivere la sessualità. La vivono diversamente sia nel corpo che nella psiche.

Dio è grande anche per questo. Lasciatemelo dire. La sessualità non è solo istinto. La sessualità non è solo genitalità. La sessualità vera va costruita. Diventa davvero bella quando si riesce a trasformarla in qualcosa di più profondo e completo. Non si tratta di ricercare un superficiale, seppur molto intenso, piacere fisico. Molti si accontentano solo di quello rinunciando al meglio. Dio ci ha voluto diversi proprio perchè dovessimo fare la fatica di spostare lo sguardo da noi stessi all’altro/a. Per vivere una sessualità piena e davvero bella serve comprendere come l’altro/a è fatto. Comprendere cosa l’altro/a desidera.

Don Carlo esprime bene questa differenza paragonando la sessualità maschile ad un forno a microonde mentre quella femminile ad un forno a legna. Ho trovato geniale questa metafora ideata da don Carlo. Rende l’idea perfettamente.

Accensione. Il forno a microonde si accende istantaneamente. Basta girare una manopola. Il forno a legna non è così. Va preparato e serve un po’ di tempo per accendere il fuoco. Così è la nostra sessualità. L’uomo è pronto in pochi secondi. Basta l’idea. Basta una fantasia. A volte basta anche una scollatura della moglie per accendere il desiderio. Per la donna non è così. Serve che la legna venga ammassata. Ha bisogno di essere corteggiata. Ogni pensiero e gesto di tenerezza che noi sposi riserviamo alla nostra amata diventa un ciocco di legno posto nel forno del suo desiderio. Noi uomini impegniamoci a fondo per accendere quel forno. Voi donne cercate di non essere troppo esigenti con noi e di apprezzare ciò che riusciamo a fare per voi. Anche se non siamo bravi come i protagonisti delle commedie romantiche americane. Veniamoci incontro.

Funzionamento. L’uomo funziona come il forno a microonde, cioè immediatamente. Subito a mille. Subito a pieno regime. Non ha bisogno, almeno fisicamente, di preliminari. Potrebbe consumare il tutto in pochi minuti, alcuni in pochi secondi. Purtroppo in alcune coppie avviene davvero così. E la moglie? Resta insoddisfatta. Poi ci chiediamo il perchè di tanti matrimoni senza sesso. La donna è come un forno a legna. Il fuoco va preparato, va alimentato. Serve un periodo molto più lungo affinchè arrivi a pieno regime e sia davvero caldo. Per questo nei nostri interventi, quando ci capita di affrontare questo argomento, andiamo giù diretti. Trattiamo abbondantemente di queste cose nel nostro libro L’ecologia dell’amore. I preliminari sono soprattutto per la donna. Gesti, carezze e baci servono per preparare il corpo della donna ad accogliere l’uomo. Tutto il contrario di ciò che insegna la pornografia dove il centro di tutto sono i genitali maschili. Non serve correre e bruciare i tempi. Serve calma, dolcezza e tenerezza. Solo così può essere un’esperienza meravigliosa e appagante per entrambi.

Spegnimento. Anche in questo caso uomo e donna sono opposti. L’uomo, una volta raggiunto il culmine, ha letteralmente un crollo del desiderio. Può tranquillamente mettersi immediamente a fare altro. Un uomo è capace di mettersi a pensare al lavoro o alla partita di calcetto con gli amici, appena qualche secondo dopo aver consumato un rapporto con la moglie. Donne non pensate male di noi uomini. Siamo fatti proprio così. Non è insensibilità. Anche in questo siamo quindi come un forno a microonde che una volta spento è immediatamente freddo. La donna no. La donna, una volta raggiunto il piacere, ha un calo lento e graduale. Desidera restare immersa nell’abbraccio del suo sposo per sentirsi ancora unita a lui e vivere fino in fondo quella comunione dei cuori. L’errore più grande che possiamo commettere noi uomini è proprio ignorare questa necessità e girarci dall’altra parte. Questo atteggiamento farebbe sentire nostra moglie usata. Rovinerebbe tutto.

La differenza sessuale è davvero un’occasione che Dio ci dà per aprirci all’altro/a senza ripiegarci su ciò che siamo. Dio ci chiede un impegno, anche il sesso è impegno se fatto bene, per aiutarci ad essere davvero dono l’uno per l’altra. Solo facendoci dono per l’altro/a, facendolo come piace all’altro/a, con la sensibilità dell’altro/a, trasformenremo il sesso in comunione sperimentando un momento meraviglioso di unità e intimità, dove attraverso il corpo tutta la persona partecipa e ne trae gioia e piacere.

Antonio e Luisa

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Cosa posso fare se non crede?

Se non crede? Solo ieri ho ricevuto l’ennesimo messaggio da parte di una moglie che si lamentava della mancanza di fede del marito. Non è l’unica che mi ha scritto chiedendomi un articolo su questo argomento. Ho deciso quindi di rompere gli indugi e di scrivere quello che è il mio pensiero. Come comportarsi se l’altro/a non crede?

C’è un presupposto importante da evidenziare. Nessuno vi ha obbligato a sposare quell’uomo o quella donna. E’ scorretto decidere di sposarsi sapendo che lui/lei non crede e poi lamentarsi di questo. Avete preso il pacchetto completo con i suoi pregi e con i suoi difetti, con la sua luce e la sua ombra. Se avete deciso di sposarlo/la poi non lamentatevi se non è come voi lo/la vorreste ma è semplicemente la persona che è. Quindi non potete avere la pretesa che lui/lei cambi perchè voi lo volete. Non funziona così. Certo voi avete incontrato Gesù e sapete quanto è bello stare con Lui e vorreste che anche la persona che più amate potesse sperimentare la stessa gioia. Questo desiderio è meraviglioso e buono, ma non può diventare motivo di litigio e di divisione nella coppia.

Non forzatelo/la. L’atteggiamento più sbagliato in assoluto è assillarlo/la di continuo. Continuare ad insistere perchè preghi e vi accompagni a Messa. Non otterrete nulla se non di irritarlo/la e allontanarlo/la sempre più dalla Chiesa e dalla fede. Aspettate che sia lui/lei a chiedervi di partecipare alla vita di fede. E se non lo chiede? Aspettate che sia lui/lei a chiedervelo. La fede è un incontro e l’altro/a deve incontrare Gesù personalmente. Voi potete con il vostro amore essere strumento di Dio e facilitare questo incontro ma certo non forzandolo o rovinerete tutto.

Il bene è bene. Il male è male. Se lui/lei non crede non può obbligarvi a scendere a compromessi con la vostra fede. Per questo è importante vivere un fidanzamento vero. Un fidanzamento dove si mettono in chiaro tutti i valori e le convinzioni a cui non volete assolutamente rinunciare. Ad esempio se lui non crede e vi propone di avere rapporti prima del matrimonio e voi accettate significa che anche per voi Dio non è così importante. Se davvero credete nella castità con tutto il significato umano che racchiude, siete disposte/i anche a perdere l’altro/a pur di non venire meno a una relazione d’amore piena. La castità è solo un esempio, ma ci sono tanti altri ambiti dove è importante non scendere a compromessi e quindi mettere fin dal fidanzamento le cose in chiaro: apertura alla vita, educazione cristiana dei figli ecc. ecc. Voi dovete rispetto all’altro/a ma anche l’altro/a ne deve a voi.

Amatelo/la come lo ama Gesù. Questo forse è il consiglio più difficile. Senza forse. Sicuramente è il più difficile ma anche il più efficace. Certo si corre un grande rischio ma l’amore è dare tutto senza chiedere nulla in cambio. L’amore cristiano è così. C’è la croce che ce lo ricorda ogni giorno. Concretamente cosa vi consiglio? Amate il vostro coniuge sempre, per prime/i, senza aspettarvi nulla. Amatelo dando tutto senza risparmiarvi. Questo amore gratuito e incondizionato è il solo capace di cambiare il cuore dell’altro/a e aprire uno spiraglio dove lo Spirito Santo può entrare e fare miracoli. Serve però una breccia. Serve il suo desiderio di cercare Gesù. Questo desiderio può provocarlo il vostro amore. Ognuno di noi cerca qualcuno che lo ami per quello che è e non per quello che fa. Ecco questo è la nostra missione di sposi cristiani.

Pregate per lui/lei. Questo consiglio è fondamentale. La preghiera può davvero fare miracoli quando scaturisce da un desiderio buono e santo. Lui/lei non prega? Fatelo voi. Ricordate che noi sposi cristiani siamo uniti sacramentalmente e la nostra preghiera di intercessione è potentissima quando è diretta al nostro coniuge. Ricordate infine che l’altro/a è sempre con voi. Il fuoco dello Spirito Santo ha saldato i vostri cuori tanto che nessuno in questo mondo può separarli in nessun modo (la nullità della Sacra Rota dichiara che il matrimonio non è mai avvenuto. Neanche quel tribunale può annullare un legame valido). Quando andate a Messa e vi accostate all’Eucarestia c’è anche lui/lei con voi. Fisicamente magari è a casa in pantofole a guardare la tv ma è lì con voi comunque. Quando fate la comunione anche l’altro in un certo senso ne ha beneficio. Affidatelo a Dio con fiducia.

Coraggio la vostra missione non è facile ma è meravigliosa. Voi potete essere strumenti di Dio e l’occasione di vostro marito o di vostra moglie di incontrare Gesù.

Antonio e Luisa

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I virus del dono: narcisismo, vittimismo e pessimismo

Oggi voglio riprendere le parole che Papa Francesco ha pronunciato durante l’omelia della Messa di Pentecoste del 2020. Sono trascorsi alcuni mesi. Ammetto che mi erano sfuggite e le ho recuperate solo alcuni giorni fa. Sono però così importanti e decisive in una relazione sponsale che ho deciso di farci un articolo, anche se un po’ in ritardo.

In particolare Papa Francesco elenca i nemici dell’amore. Quegli atteggiamenti che ci impediscono di donarci e di accogliere il dono dell’altro in pienezza e verità. Capite quanto questa riflessione sia fondamentale per noi sposi? Papa Francesco ha affermato: Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.

Il narcisismo. Dice Papa Francesco: Il narcisismo fa idolatrare se stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. Il narcisista è ripiegato su di sè. Non è in grado di donarsi. Non lo ritiene necessario e soprattutto utile al proprio piacere. Il narcisista non cerca il bene dell’altro/a, gli è in un certo senso indifferente. Se fa qualcosa, qualche gesto di tenerezza o di servizio è sempre per averne qualcosa in cambio. Manca completamente la gratuità dell’amore. L’amore senza gratuità diventa commercio e la persona una cosa da sfruttare. Se avete a che fare con un fidanzato/fidanzata così lasciatelo/a. Non credete sia facile cambiarlo/a. Se lo/la avete sposato/a la situazione si complica. Per il vostro bene e anche il suo rinforzate la vostra autostima. Crescete nella relazione con Gesù per sentirvi preziosi/e in modo che i suoi giochetti per manipolarvi e ottenere ciò che vuole non possano farvi troppo male. Amatelo/a nella libertà di dire anche no quando ciò che chiede non è per il bene di entrambi.

Il vittimismo. Papa Francesco al riguardo ha detto: Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. E’ un comportamento autodistruttivo sicuramente, ma anche di comodo. E’ più facile trovare una causa fuori da noi stessi per il male e la sofferenza che proviamo nella nostra vita. Allora l’altro/a non va mai bene. E’ sempre colpa sua. In relatà chi fa la vittima non vuole affrontare davvero i problemi. Se il problema è fuori da me non devo risolverlo io. Queste persone si lamentano che nessuno le capisce ma non si chiedono il perchè. Credono che nessuno le sappia amare davvero ma non si preoccupano di come loro amano. E’ importante invece prendere in mano la nostra vita e viverla in modo attivo da protagonisti. E’ inutile recriminare su cosa l’altro/a fa o dovrebbe fare. E’ completamente inutile. Ciò che posso e devo chiedermi è cosa posso fare io per migliorare la situazione, la relazione e la mia vita. Cosa poter fare concretamente se il nostro coniuge ha un po’ questo vizio? Semplicemente non cadere nel tranello e metterci a litigare dandogli degli appigli per nutrire il suo vittimismo. Quando si lamenta tagliare corto, con tenerezza ma con fermezza, garantendogli la nostra vicinanza e il nostro aiuto ma troncando ogni discorso di lamentazione.

Il pessimismo. Il Papa lo descrive così: Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. Il pessimista è solitamente una persona pesante. Una persona che fatica a trovare un senso nella vita. Un senso anche a donarsi. Perchè tanto tutto è inutile. Tutto va male. Manca la speranza. Manca un orizzonte che dia respiro alla vita. Credo che se abbiamo sposato una persona pessimista ciò che possiamo fare con lei concretamente non è rimarcare questo suo atteggiamento. Non servirebbe a nulla se non a peggiorare la situazione. Possiamo starle vicino con amore. Mettere in evidenza la bellezza della nostra vita di tutti i giorni, farla sentire bella ricordandole tutto ciò che di buono fa e il resto lo farà Dio se si vive una vita di fede e di preghiera.

Questo articolo non ha nessuna pretesa di risolvere nulla. E’ solo un modo per riflettere su questi tre virus del dono. Se ci sono problemi seri e patologici serve naturalmente l’aiuto di un professionista. Mi piace terminare questo articolo con le parole del Papa che ci dà la sua personale cura, non da psicoterapeuta ma da pastore e padre qual è: In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Antonio e Luisa

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L’intimità degli sposi è un’effusione di Spirito Santo (2 parte)

Nel precedente articolo ho già avuto modo di presentare il primo dono dello Spirito Santo elargito agli sposi che vivono un’intimità bella e nella verità. Proseguo oggi con gli altri tre doni. Chiamerò l’intimità con un termine che ai più potrà sembrare strano: riattualizzazione del matrimonio. In realtà è esattamente ciò che è. Ogni volta che noi sposi facciamo l’amore stiamo rinnovando il nostro sacramento.

Il secondo frutto della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è l’aumento della Grazia santificante. Quando gli sposi vivono la loro intimità e riattualizzano il matrimonio possono aumentare la Grazia santificante. Ciò in base al desiderio di ognuno dei due d’immergersi in Dio presente nei loro cuori e all’intensità d’amore con cui vivono la celebrazione. L’aumento della grazia santificante comporta una partecipazione più intima alla vita divina. Comprendiamo meglio l’amore di Dio per noi facendone esperienza attraverso il nostro coniuge e al nostro dono reciproco. Gli sposi attraverso l’amplesso vissuto nella verità del dono si avvicinano all’essenza di Dio Trinità. Dio che è amore. L’aumento della grazia scaturito dall’amplesso non va inteso unicamente come crescita dell’amore divino in noi, ma anche come aumento della comprensione delle ricchezze e gioie racchiuse in tale amore. Gli sposi comprendono meglio la dimensione profetica del loro amore (sono segno dell’amore di Dio in sé stesso e verso gli uomini) e al tempo stesso lo sperimentano nella vita, mostrandola più intensamente agli altri. La Grazia santificante, che scaturisce dall’unione fisica degli sposi, stabilisce un intreccio meraviglioso tra l’umano e il divino, tra l’impegno dell’essere umano e la gratuità di Dio: è un canto d’amore che unisce cielo e terra.

Il terzo dono è l’aumento dell’amore naturale. L’amplesso fisico non è solo la riattualizzazione di un sacramento, ma è anche, allo stesso tempo, la più alta espressione naturale e sensibile dell’amore tra gli sposi, ed in quanto tale accresce naturalmente il loro amore. Il corpo, infatti, esprimendo l’amore lo accresce, rivestendolo del fascino delle doti espressive dell’amore. Il rapporto fisico diventa quindi sorgente di crescita dell’amore umano. Gli sposi è fondamentale che cerchino di migliorare sempre più il rapporto fisico con gesti e parole rispettosi della sensibilità personale del proprio sposo e della propria sposa in un clima di conoscenza, intimità, rispetto e cura sempre maggiori. Viene da sè che anche la qualità del rapporto fisico è un cammino di crescita, perchè più ci gli sposi si conosceranno, in un dialogo d’amore franco e fedele, e più saranno capaci di vivere l’intimità secondo la sensibilità dell’amato/a, rendendolo un gesto sempre più bello e appagante per entrambi.

Ultimo dono è la generazione di vita nuova. Cosa significa? Forse che in ogni rapporto verrà concepito un bambino? No, nulla di tutto questo. Resta certamente importante che gli sposi siano aperti alla vita (non sarebbe un rapporto casto in caso contrario e si perderebbero anche gli altri doni). Ciò che significa questo dono è che un rapporto fisico vissuto bene nella verità è sempre fecondo e generativo. Si genera sempre amore nuovo che poi gli sposi potranno spendere tra loro, con i figli e con tutte le persone che incontreranno durante i giorni a seguire.

Dopo questa riflessione credo sia più chiaro come l’intimità degli sposi sia determinante per vivere un matrimonio in pienezza. Certo va calibrata con il mutare delle stagioni della vita. L’intimità sessuale diventa per gli sposi un mezzo privilegiato per realizzare la santità, che va rivalutato, liberandolo dei pregiudizi e delle incrostazioni del passato e anche del presente. Ciò comporta da parte della coppia una meditazione, profonda e ricorrente del Cantico dei Cantici, per immergere il loro cuore e la loro mente sempre più intensamente nell’educazione sessuale elargita a loro da Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio non è una vocazione meno importante.

Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

La seconda lettura di oggi offre diversi spunti di riflessione. San Paolo parla a tutti. E’ una lettura dove i sacerdoti possono sicuramente trarre consapevolezza dell’importanza del loro celibato, ma riguarda anche noi sposi. Abbiamo spesso una convinzione sbagliata. Pensiamo che una vita di preghiera e ricca di misticismo sia più santa ed elevata di una vita di una mamma o di un papà che vivono, tutto sommato, una giornata occupandosi di attività ordinarie di gestione familiare e lavoro. Non hanno molto tempo da dedicare all’incontro intimo e personale con Gesù, ma sono presi da questioni più banali e immanenti, come cambiare un pannolino o preparare un piatto di pasta. Il consacrato invece,  lui si che dà il meglio di sè a Cristo. Alzi la mano chi non crede, almeno un po’,  che quanto ho scritto non sia verità. Credo che siano pochi quelli che hanno la consapevolezza che la vocazione matrimoniale sia importante tanto quanto quella sacerdotale. I nostri cari amici Pietro e Filomena del blog Sposi&Spose di Cristo ci sono arrivati dopo anni di ricerca e di discernimento. Si sentivano chiamati a dedicarsi completamente a Dio e credevano fosse possibile solo consacrandosi. Si sono arresi alla loro vocazione matrimoniale solo quando hanno compreso che anche nella relazione sponsale ci si dona completamente a Dio, solo in un altro modo.

I sacerdoti sono considerati dal sentire comune (naturalmente per chi ha una vita di fede) dei privilegiati, dei chiamati, a differenza degli altri che non sono chiamati e scelgono quindi una vita ordinaria. Gli altri scelgono una vocazione di serie b. Nulla di più falso. Anche io, anche Luisa, anche tu che leggi, chiunque è un chiamato. C’è chi è chiamato ad una vita contemplativa, chi a guidare una parrocchia, chi a servire i poveri e chi, come noi, a rispondere all’amore di Gesù, cercandolo e servendolo in un’altra creatura. Ed ecco che le parole di San Paolo, acquistano così un significato chiaro. Ed ecco che la nostra vita al servizio della persona che abbiamo sposato acquista una dignità pari a chi si dedica completamente a Dio, in un rapporto diretto. Non commettiamo l’errore di credere che Cristo sia più contento di noi se, per cercarlo, per adorarlo, per incontrarlo, sacrifichiamo la nostra relazione sponsale. In una catechesi un sacerdote raccontò un aneddoto molto significativo:

Ero in confessionale. Arriva questa signora e mi racconta che lei desiderava partecipare al Santo Rosario in parrocchia tutti i giorni. Suo marito non capiva e si lamentava che lei lasciava la casa proprio quando lui tornava dal lavoro e non trovava la cena in tavola. Era sempre in ritardo. Le ho consigliato di non venire in chiesa, o di partecipare in un altro orario. La sua vocazione è prima di tutto verso il marito. Non è una suora.

Può sembrare un consiglio avventato.  Come? Gesù viene prima di tutto e tutti. Questo insegna la Chiesa. Verissimo. Noi però, come sposi, lo amiamo in altro modo. Lo serviamo attraverso la mediazione di un’altra persona. Tornando al discorso del sacerdote si potrebbe dire che in quella cena preparata con amore e cura, la signora può amare e servire Gesù più di ogni altra preghiera. Se il rosario le impedisce di amare Cristo nel suo sposo allora il rosario non va bene.

Dobbiamo uscire da un clichè di santità che abbiamo in testa. Padre Bardelli, nostra guida per tanti anni, diceva che i santi che ci vengono proposti come esempi di vita sono spesso consacrati. San Francesco, sant’Antonio, santa Rita e tanti altri, erano in vita preti, frati o suore. Quelli – diceva padre Bardelli – offrono una via di santità che va bene per me, non per voi. Voi dovete guardare i santi coniugi. Quelli vi possono insegnare cosa significa servire il Signore nella vostra condizione di sposi cristiani.

A tal proposito San Giovanni Paolo II durante l’omelia per la beatificazione dei coniugi Quattrocchi disse:  i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario. E poi ancora:

Nella loro vita, come in quella di tante altre coppie di sposi che ogni giorno svolgono con impegno i loro compiti di genitori, si può contemplare lo svelarsi sacramentale dell’amore di Cristo per la Chiesa. Gli sposi, infatti, “compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla glorificazione di Dio

La mia strada per la santità è diventare sempre più uno con la mia sposa, essere sempre più capace di farmi servizio per lei, sempre più capace di accoglierla, e accogliendo lei accogliere le sue preoccupazioni, le sue necessità, le sue aspirazioni, la sua fragilità. La mia strada per la santità è vedere in lei il volto di Cristo, così da poter restituire a Gesù quell’amore gratuito e incondizionato attraverso quella sua creatura e figlia. Che non significa fare di lei un dio, ma trovare in lei quel Dio che tanto mi ha dato. Trovare nel noi, nella nostra relazione  quella sorgente di Grazia e di amore che non si accontenta di restare nel recinto della coppia, ma che diventa feconda per tutto il mondo esterno: figli, parenti, amici, colleghi e tutte le persone che possiamo incontrare. Ed è così che una vita ordinaria può diventare straordinaria, perchè non è nella grandezza della nostra missione che si trova Dio, ma nella grandezza del nostro amore, che può manifestarsi benissimo anche in una vita ordinaria, ma che non sarà mai banale, perchè l’amore è meraviglia anche quando lo si manifesta nelle piccole cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa

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L’intimità degli sposi è un’effusione di Spirito Santo (1 parte)

Gli sposi hanno uno scrigno a cui possono accedere per trovare forza e sostegno. Uno scrigno colmo di ricchezze. Colmo di amore e di Spirito Santo. Sto parlando del rapporto intimo. Il rapporto intimo degli sposi apre alla ricchezza del sacramento come nessun altro gesto concreto. E’ il momento in cui i due sposi si donano completamente. Si donano ovviamente il corpo, ma attraverso di esso donano la completezza della loro persona. Che bello quando con il tempo, e il crescere dell’intimità e della fiducia, gli sposi riescono a donarsi anche la loro vulnerabilità. Riescono ad eliminare ogni barriera e ogni difesa, come con nessun altra persona sono mai riusciti a fare. Questo è il matrimonio e questa è la bellezza della sessualità nel matrimonio. Giovanni Paolo II lo aveva affermato già durante le sue catechesi della Teologia del Corpo. Il sacramento del matrimonio permette con il tempo e con lo Spirito Santo di recuperare quel paradiso perduto. Permette a noi sposi di tornare al principio quando Adamo ed Eva non avevano bisogno di coprirsi e non si vergognavano perchè tra loro regnava l’armonia di Dio.

Questa consapevolezza non solo eleva il rapporto tra moglie e marito a qualcosa di altro ma dona all’amplesso una valenza sacra. Sono sinceramente convinto di ciò che dico. Esistono tantissime donne oggettivamente più belle di mia moglie. Ne vedo continuamente e alcune le frequento per lavoro o per altro. Dovrei essere quindi tentato. C’è però una bellezza che mia moglie possiede che nessun altra potrà mai avere. La bellezza della comunione che c’è tra noi e la bellezza dell’amore che ci siamo scambiati in questi 18 anni insieme. Lei è trasfigurata ai miei occhi proprio da una meraviglia che sgorga dalla relazione sponsale che ci unisce sempre più. Per questo lei resta sempre la numero uno per me, e lo sarà credo per sempre. Sto divagando. L’articolo di oggi non è sulla profondità e la bellezza della sessualità sponsale. Oggi vorrei parlare dei frutti di questo gesto sacro. Vorrei parlare di quello scrigno. In Amoris Laetia al paragrafo numero 74 possiamo leggere: L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia.

Ogni unione fisica degli sposi, naturalmente vissuta in modo casto (dono di sè e non uso dell’altro/a) è nutrimento della relazione. Ogni unione apre all’azione della Grazia. Porta un’effusione di Spirito Santo sugli sposi. Qualcosa di grandioso! I frutti di ogni rapporto casto sono:

  • Effusione dello Spirito Santo
  • Aumento della Grazia Santificante
  • Aumento dell’amore naturale
  • Generazione di vita nuova.

Il primo frutto è quindi l’effusione dello Spirito Santo. L’effusione avviene solo quando la persona è in amicizia con Dio. Qualora il cuore degli sposi fosse in peccato grave occorrono la contrizione del peccato e la riconciliazione con Dio affinchè lo Spirito torni a prenderne possesso. non vi è una nuova venuta dello Spirito, ma un incremento della Sua presenza con nuove caratteristiche e nuovi doni (perché il nostro cuore si è maggiormente aperto ed è maggiormente capiente per contenerlo). L’amplesso fisico, vissuto infatti nella sua veriità, matura più profondamente tutto l’essere degli sposi nell’amare, abilitandoli in modo più perfetto ad irradiare il kerigma fondamentale della salvezza: Dio ama teneramente ogni uomo.

Questa intensificazione della presenza dello Spirito trasforma l’esercizio dell’intimità coniugale in una Pentecoste continua. Lo Spirito Santo, attraverso questa discesa rinnovata in ogni amplesso, progressivamente penetra, purifica, trasforma l’umanità degli sposi, assimilandola sempre più a quella di Cristo e per essa la unisce maggiormente alla sorgente di ogni amore: la Trinità!

Sant’Ireneo evidenzia come l’effusione costante dello Spirito porta alla graduale trasformazione della persona da uomo carnale a uomo spirituale. Questo per noi sposi significa saper dominare i nostri istinti, le nostre pulsioni ed i nostri egoismi per poterci unire in profondità con l’altro/a e rendere l’incontro intimo una vera comunione di corpo e anima. Comunione che ci prepara alla mistica unione con Cristo Sposo a cui tutti noi siamo chiamati.

Con il prossimo articolo approfondirò i restanti doni.

Antonio e Luisa

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Il perdono è sempre qualcosa di straordinario!

Se cercate sul Devoto-Oli (almeno così è per la mia edizione) il perdono è definito come il ristabilimento di un rapporto normale temporaneamente deteriorato, nell’ambito affettivo.

Secondo me c’è un errore di fondo. E’ nel termine normale l’errore di definizione del vero perdono. Nel citato VOCABOLARIO tale termine è definito come (qualcosa di) riferibile alla consuetudine e alla generalità, regolare. Invece il perdono è sempre un evento straordinario che restituisce l’amore interrottosi nella persona ferita e non avviene in modo automatico, ma per un atto iniziale di buona volontà, necessario ma non sufficiente, di chi deve ricevere da Dio la Grazia Divina che fa riprendere ad amare la persona che ha prodotto la ferita.

La definizione del vocabolario non può che essere imprecisa, essendo laico (meglio dire ateo) non contemplando, quindi, l’azione di Dio. Così non può essere per noi cristiani. Per noi sposi cristiani. Diverso è quanto, muovendosi in Fides et ratio, hanno potuto attestare congiuntamente, per esperienza professionale, umana e cristiana, Lucia Ravenna, Psicologa, Presidente Veneto dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, ed Erica Schiavon, Psicologa e Consulente in Sessuologia, nella presentazione del libro di Robert D. Enright “Il perdono è una scelta”, a cui ho partecipato alcuni anni fa Questo è, riassumendo, quanto hanno fatto emergere le due dottoresse.  Il perdono non è:

1) condonare o scusare, così si ricade nella negazione della ferita ricevuta. Negando la gravità la ferita non si può curare e rischia di andare in cancrena ed uccidere la relazione definitivamente.

2) dimenticare, così non impariamo mai dall’esperienza; il perdono invece fa guardare la ferita mediante un atto personale che accoglie ciò che Dio ha permesso ci accadesse – non con rancore, ma come porta per un maggiore ingresso in noi della Grazia Divina, l’unica che risana;

3) pseudo-perdonare, così si rende il perdono un atto di moralismo, dove ci mettiamo al posto di Dio per realizzarne la parte a noi impossibile, facendolo apparire il perdono un atto facile – il buonismo, appunto; Non è che un atto superficiale privo di concretezza nella nostra psiche e nel nostro spirito.

4) sentirsi bene pressoché istantaneamente, prima di aver rimarginato la ferita ricevuta. C’è spesso questa illusione che perdonare equivalga a stare subito bene. Attenzione non è così. Serve tempo, a volte molto, per stare di nuovo bene. Il perdono è l’inizio di un percorso di guarigione. Questa dinamica si scorge nello stesso Gesù quando, crocifisso, ha detto, al colmo dello sforzo di tutta la sua persona umana e divina, “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” e, al colmo dello sforzo drammatico di ritrovarsi uomo che si sente  abbandonato da Dio, come proviamo tutti in almeno un momento di totale smarrimento, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”;

5) riconciliazione, Il perdono non porta automaticamente alla riconciliazione. Il perdono è su un piano prettamente personale mentre la riconciliazione è su un piano relazionale. Perdono e riconciliazione sono riattivazioni di un rapporto a diversi livelli. Una sposa tradita può perdonare suo marito ma ci vorrà molto più tempo per riconciliarsi con lui e tornare a vivere una relazione come prima dell’evento che ha causato la sofferenza.

 Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. 

Concludo con un consiglio concreto. Come domandare perdono? Gary Chapman, celebre autore de “I cinque linguaggi dell’amore” nelle due versioni per sposi e fidanzati, ha scritto anche il libro “I cinque linguaggi del perdono”,  per chiedere scusa. Eccoli. 1) Esprimere rammarico: “Mi dispiace che il mio comportamento ti abbia arrecato tanto dolore, non intendevo ferirti”; è un linguaggio che ricalca la situazione più frequente, dove entrambi hanno responsabilità condivisa anche se solo uno dei due è arrivato a travalicare il controllo di sé; si parte tutti dalle intenzioni, dai pensieri, prima sede del peccato. 2) Assumere le proprie responsabilità: “Ho sbagliato”, “So che quello che ho fatto è sbagliato, potrei cercare scuse ma non lo faccio”. 3) Cercare di rimediare: “Che cosa posso fare per dimostrarti che sei ancora importante per me?”. 4) Impegnarsi sinceramente per il futuro: non essere recidivi. 5) Chiedere perdono (Proprio il semplice: “Perdonami”) quando si avverte che si è totalmente responsabili della situazione di dolore determinata.

Antonio e Giovanna

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