Domenica e famiglia : un connubio possibile / 21

La liturgia della Parola trova il suo culmine nella proclamazione del Vangelo, infatti si sta in piedi come stanno sull’attenti i soldati quando parla il loro capitano/generale, inoltre spesso si usa l’incenso per onorare appunto la Parola del Signore e ci si segna tracciando con un dito il segno di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto mentre si acclama : “Gloria a Te, o Signore”. Quale significato ha questo gesto ?

Innanzitutto dobbiamo sapere che è un gesto antico, nato probabilmente fuori dalla Liturgia vera e propria, ma poi ha avuto un impatto talmente positivo per la fede dei cristiani da entrare a far parte dei gesti liturgici ed è rimasto vivo fino ai giorni nostri proprio in virtù del fatto che è carico di simboli essenziali ma vitali, non va perciò banalizzato né fatto con superficialità.

Già il fatto che si usi la croce come segno ci dice già che è un tratto distintivo dei cristiani, ci dice inoltre che la Croce, la Parola e il Vangelo sono strettamente uniti ; infatti abbiamo già capito come la Parola sia in ultima analisi Gesù, il Verbo fatto carne, e che Lui ha parlato con un ultimo gesto, la Passione, che noi riassumiamo nella Croce, con questa decisione Gesù ci ha dimostrato di essere e di fare ciò che dice, ciò che è scritto nel Vangelo, quindi la “buona notizia” del Vangelo è proprio Gesù stesso. Possiamo riassumere, con un linguaggio semplice, che dire “la Parola di Dio”, “la Croce” ed “il Vangelo” è come dire “Gesù”, sono interscambiabili perché dicono chi è Gesù ma anche cosa ha fatto e continua a fare per amore nostro.

Passiamo ora all’analisi del gesto, compiendolo è come se dicessimo le seguenti parole : <<La Tua Parola Signore, sia nella mia mente, sulle mia labbra e nel mio cuore >>…wow, che carino… penseranno i sentimentaloni… ci dispiace deluderli ma non è un gesto dal sapore romantico, tantomeno sentimentale, è un gesto di fede che, se compiuto bene e con fede, ci fa avanzare nel cammino spirituale.

Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Parola di Dio è una mensa alla quale nutrirci e trovare ristoro… bene, con l’analisi di questo gesto approfondiamo il discorso e vedremo che è proprio un cibo spirituale.

Il gesto si divide in tre parti : sulla fronte, sulla bocca e sul petto.

  • Con il segno di croce sulla fronte noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia nella nostra mente, ma come fa ed entrarvi ? Attraverso la lettura e l’ascolto, ma la lettura/ascolto della sola Messa domenicale si rivelano insufficienti, poiché spesso la liturgia della Parola non viene valorizzata da chi è preposto alla “regia” cerimoniale, e non di rado l’ascolto è distratto e, nel peggiore dei casi, addirittura selettivo. Selettivo significa che si ascolta solo ciò che piace o che solletica i nostri sensi, ciò che invece richiede sforzo e conversione entra da un orecchio ed esce dall’altro ; spesso non si ascolta ciò che chiede di far morire le nostre vecchie, cattive e malsane abitudini, perché in fondo fa male morire a sé stessi e riconoscere i propri peccati. Ma torniamo al nostro gesto sulla fronte. La lettura/ascolto è una condizione che deve diventare quotidiana ; ogni giorno possiamo leggere il Vangelo della Messa feriale anche se siamo impossibilitati a parteciparvi, i mezzi tecnologici di oggi sono di grande utilità in questo caso ; oppure è sufficiente anche solo una frase che ci ha colpito del Vangelo domenicale, ce la segniamo così da poterla rileggere ogni giorno della settimana. A proposito della lettura : è meglio leggere la Parola ad alta voce così come facciamo per qualsiasi altra cosa che dobbiamo tenere a mente… se leggiamo ad alta voce il pin del Bancomat per fissarlo nella memoria, non è forse un pochino più importante la Parola di Dio da fissare nella mente ? Leggendo la Parola ogni giorno e/o più volte al giorno pian piano essa entrerà nella nostra mente, nei nostri pensieri… un piccolo trucco è quello di leggerne una frase prima di addormentarsi cosicché al mattino sia la prima cosa che ci torna alla mente e possiamo continuare per il resto della giornata e farla rimbalzare nei nostri pensieri e , se possiamo, anche recitarla a voce così da ascoltarla.
  • Con il segno di croce sulla bocca noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia sulla nostre labbra. Quando la Parola risuonerà nella nostra mente con disinvoltura, quando essa farà parte dei nostri pensieri, quando l’avremo riletta a voce tante volte, allora potrà sgorgare con facilità dalle nostre labbra, allora essa entrerà a far parte ufficialmente del nostro vocabolario, oltre al fatto che usiamo la bocca per leggerla a noi stessi. Come sarebbe bello se dalle labbra di tanti cristiani uscissero spesso frasi della Parola di Dio anziché maldicenze, parolacce, bestemmie, calunnie, volgarità, oscenità… come sarebbe più bello il mondo se lo sfiduciato potesse sentirsi dire parole di incoraggiamento da Dio attraverso le nostre labbra, se il sofferente trovasse parole di conforto, se il misero trovasse parole di misericordia, se il cattivo trovasse parole di perdono… sembra un’utopia ? Non lo è, e forse molti di noi hanno già fatto questa esperienza ritrovando forza, coraggio e vigore nelle parole di un sacerdote, di una suora, di un monaco, di una sposa o di uno sposo, i quali pare non parlino da se stessi… è proprio quella la sensazione che si ha quando si ha di fronte una persona sulle cui labbra riaffiora la Parola di Dio… non parlano da se stessi… e talvolta, ci è capitato, per grazia ricevuta, di essere noi la bocca di Dio per qualche fratello/sorella, avevamo la sensazione che le parole uscissero ma senza che avessimo preparato un discorso, ed improvvisamente facevamo anche citazioni dalla Parola di Dio perfette per quella situazione… questo significa il segno di croce sulla bocca.
  • Da ultimo il segno di croce sul petto, con esso diciamo di volere che la Parola di Dio sia nel nostro cuore. Questo è il tassello finale, dapprima la Parola deve risuonare nella nostra mente per poter riaffiorare sulle nostre labbra, ma tutto ciò perderebbe senso se essa, non cambiasse qualcosa nel nostro cuore, vale a dire nella nostra vita, nelle scelte che facciamo, nello stile di vita che decidiamo, nella conversione che decidiamo di mettere in atto. Se vogliamo che la Parola sia viva e non lettera morta, dobbiamo desiderarlo e invocare lo Spirito del Signore affinché la Sua Parola apra la nostra mente (nel senso più largo del termine), esca dalle nostre labbra e metta radici nel nostro cuore affinché sia essa stessa a guidare le scelte di vita. Se, ad esempio, freno l’impeto di ira e di rivalsa sul fratello che mi ha offeso e decido di perdonarlo sempre e comunque, non può essere solo perché ho deciso di fare il bravo per “sentirmi a posto con la coscienza”… sarebbe ancora un atto egoistico di auto-soddisfazione premiandomi sul podio dei bravi… se invece ho sempre presente nella mente, nei pensieri, nella memoria la Parola di Gesù che invita a perdonare sempre (nonché del suo esempio durante la Passione), e l’ho sempre ripetuta con le mie labbra fino a che ha messo radici nel mio cuore, allora il perdono che ne scaturisce sarà la semplice e più naturale conseguenza dell’azione della Parola di Dio, la quale vivifica ciò che era morto, ridona vita ad un cuore avvizzito dall’egoismo e dalla vendetta.

Cari sposi, questa Domenica abbiamo la possibilità di re-imparare questo gesto per viverlo sempre più in profondità ed insegnarlo ai piccoli, che ci osservano sempre e, se vedono papà e mamma compiere questo gesto con serietà e fierezza, allora nascerà in loro il desiderio di imitazione.

Coraggio famiglie, la Parola di Dio dimori abbondantemente tra voi… per esempio al pranzo della Domenica il papà può chiedere ai figli quale frase li abbia colpiti della Parola che hanno ascoltato a Messa, cominciando lui stesso a raccontare cosa e perché lo ha colpito… è un modo semplice e a tratti divertente di far circolare la Parola di Dio in famiglia, la Domenica si deve differenziare anche per i discorsi che si fanno a tavola. Coraggio, basta iniziare !

Giorgio e Valentina.

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La fede in Cristo e i santi reumatismi

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Condividiamo con voi una piccola riflessione scritta il 1° Novembre di qualche anno fa…come leggerete in questo testo….piove…e i reumatismi possono diventare santi

Buona lettura!!!

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Sarà che è un mese che sta piovendo e sarà che oggi è il 1°di Novembre…ma a me, oltre a venir fame (ma questa è un’altra storia) è venuta voglia di scrivere.

Come dicevamo: piove. Ha piovuto tanto e in questi giorni siamo stati costretti a volte a star chiusi in casa.

Ma che bello star chiusi in casa.

Che bello il tepore delle 4 mura che ti avvolgono, del divano che ti racchiude come un panino fa con la mortadella (o con il tofu se siete vegani)…che bello stare a casa mentre fuori piove e tu stai nella tua casetta che è stata costruita sulla solida Roccia.

Si, i tuoi parenti non si aspettavano che alla fine avresti deciso di sposarti e per giunta nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul fatto che avresti pure iniziato un cammino di conversione prima di sposarti.

Ebbene si. Lo hai fatto. Hai fatto la cosa giusta…hai scelto la parte migliore…hai scelto Gesù…hai scelto di costruire il tuo matrimonio sulla Roccia che è Cristo stesso.

Bravo.

E sei li che ti guardi allo specchio e ti fai i complimenti per quanto stai riuscendo a diventare cattolico. Hai perfino indossato un maglioncino sulla camicia ultimamente. Mammamia che cattolicone che sei diventato.

Bravo.

Hai scelto la parte migliore…Bravissimo, ma hai tralasciato alcuni minuscoli dettagli.

Sei sulla Roccia, sei su Cristo che ti dice di seguirLo (ehmmmm….una Roccia che cammina e ti chiede di essere seguita avrebbe già dovuto metterti in guardia…..sei un pò tonto, ammettiamolo).

Ti sei innamorato di Gesù quando con le Beatitudini ti ha fatto sentire compreso…soprattutto hai pensato che almeno tutte le volte che qualcuno ti ha preso in giro perché hai le orecchie a sventola non lo ha fatto invano, ma è servito per aiutarti ad essere beato perché ti perseguitano.

Ma hai dimenticato che oltre alle coccole (poche) e alla stabilità (ancora meno…soprattutto quella mentale) che Gesù ti dona…la Roccia che cammina ti chiede anche di camminare sulle acque…

(pausa riflessiva….ci sei rimasto maluccio eh?)

E ti chiedi: Come sulle acque? Io ho costruito sulla solida Roccia e ora mi ritrovo a dover camminare sulle acque? E’ come se avessi comprato una casa sulle Dolomiti e mi ritrovassi invece a vivere in Laguna a Venezia??? (Me lo avevano detto che ero tonto…).

Ma che storia è mai questa? Voglio essere rimborsato!!!

Io volevo la stabilità: Sole/Cuore/Amore e adesso col diluvio che sta venendo giù devo assecondare mia figlia che vuole andare a fare una passeggiata e mi costringe a bagnarmi i piedi che sono più contento quando stanno così asciutti!!!?

Piove e devo andare con mia moglie a fare la spesa in quel supermercato che appena ci entro mi sento affetto da NOIAlgite mortale!!!

Viene giù l’acquazzone e devo: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti 5 – Perdonare le offese 6 – Sopportare pazientemente le persone moleste 7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti (e queste cose posso farle anche comodamente dal mio divano…ma poi devo anche:1 – Dar da mangiare agli affamati 2 – Dar da bere agli assetati 3 – Vestire gli ignudi 4 – Alloggiare i pellegrini 5 – Visitare gli infermi 6 – Visitare i carcerati 7 – Seppellire i morti…

Ma insomma…in una parola: comodità addio!!!

Poi guardo il calendario…oggi è il 1° Novembre…festa di tutti i Santi e penso velocemente a qualcuno di loro e mi accorgo che sono persone strane…col cuore sulla Roccia e i piedi nell’Acqua…persone che hanno attraversato diluvi e temporali con i loro piedi, eppure erano stabili e il loro cuore al calduccio…persone che gli è venuta l’artrosi a furia di “Stareammmollo” nelle vicende del mondo eppure al momento di salutare la vita lo hanno fatto con gioia e in pace.

Penso a san Francesco, che è morto sulla terra umida di Ottobre a Santa Maria degli Angeli e immagino invece il suo cuore seduto stabilmente accanto al trono di Dio.

Che strano…forse il mio matrimonio – visto che mi sono sposato in Chiesa ed ho ricevuto un Sacramento – mi richiede questo: vivere facendomi venire i santi reumatismi, tipico effetto collaterale di un amore stabile su quella Roccia chiamata Gesù.

Tipico di chi segue il Signore ovunque, anche nelle mareggiate della vita.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Se manca il desiderio?

Ci tocca ripubblicare questo articolo. Perchè alla fine le problematiche che ci vengono poste sono sempre le stesse. Riceviamo spesso richieste di aiuto o di consigli da parte di mogli (sono quasi sempre loro) che hanno problemi nell’intimità con il marito. Non hanno voglia di fare l’amore. Nulla di patologico o fisiologico. In quel caso infatti servirebbe l’aiuto di un professionista o di un medico. Spesso non serve, la mancanza di desiderio è causata da alcune dinamiche che si possono riconoscere e modificare. E’ un tema che abbiamo già affrontato diverse volte. Crediamo però che ripetere possa servire. Abbiamo cercato di essere molto schematici per rendere più semplice la lettura Perchè dunque il desiderio cala o muore del tutto?

Le cause possono essere molteplici e complesse. Spesso esistono concause. La nostra intenzione non è quindi quella di dare una risposta esaustiva ed esauriente. Non abbiamo la presunzione di risolvere con un articolo problemi così delicati. Siamo però certi di poter dare delle piste su cui riflettere che possono essere molto utili.

Il desiderio non è solo ormonale. Il desiderio della donna è regolato sicuramente dagli ormoni. Estrogeni, testosterone (anche le ovaie delle donne lo producono) e progesterone. Quindi? Il desiderio dipende solo da questi parametri? Niente affatto. Esiste una componente psicologica e relazionale che può compensare il calo di desiderio ormonale. Importantissima quando giunge la menopausa, ma anche nelle altre stagioni della vita. E’ importante che l’amplesso diventi il vertice, il punto più alto, di una costante e continua attenzione e cura vicendevoli. Quando gli sposi si trovano nel talamo nuziale per celebrare il loro matrimonio non si presentano mai a mani vuote. Portano in dote tutta la loro vita. La ricchezza del loro amore concreto fatto di piccoli gesti di tenerezza, di perdono, di servizio, di ascolto. Fatto di abbracci dati e ricevuti. Fatto di una vita insieme vissuta nell’impegno a farsi dono l’uno per l’altra. Primo consiglio: non esiste solo il desiderio ormonale, ma esiste un desiderio che nasce dalla coppia stessa che va cercato, custodito e perfezionato.

Il desiderio cresce facendo l’amore. Uomo e donna sono differenti. Il desiderio maschile corrisponde soprattutto ad una pulsione, che proviene dall’interno, mentre quello della donna viene più che altro provocato, spesso dalla voglia e dall’eccitazione dell’amato. L’uomo accresce il suo desiderio attraverso pulsioni stimolate da tatto e vista. La donna è più complessa. Per la donna è fondamentale sentirsi desiderata e preziosa agli occhi del marito. Più l’uomo saprà trasmettere meraviglia e desiderio verso la sposa e più lei proverà, a sua volta, desiderio. Per questo è importante iniziare. Anche se magari non se ne ha molta voglia. Questo per quanto riguarda la donna. Per l’uomo è importante accettare questa diversità e viverla come una sfida. Cercare di amare la propria sposa corteggiandola per attirarla a sè. Non darla mai per scontata e che l’incontro intimo non diventi mai qualcosa di imposto. Siamo bravissimi a innescare sensi di colpa e sottili ricatti morali. Secondo consiglio: spose lasciatevi andare e apprezzate il desiderio di vostro marito (anche se vi sembra eccessivo); sposi non lasciatevi abbattere se lei non ha il vostro stesso desiderio e corteggiatela per attirarla a voi (anche se è impegnativo).

Cercate tempo di qualità. Non ricordatevi della vostra intimità solo dopo che avete fatto tutto il resto. Magari dopo mezzanotte quando lavoro, figli, casa, famiglia vi hanno tolto ogni energia e vi hanno trasformato in zombi che camminano. Come fate a credere che così possa essere un momento piacevole e riuscito? Spesso non vedrete l’ora che finisca per poter finalmente dormire. Vale per uomo e donna. Diventa un’obbligo da assolvere, un cartellino da timbrare. Così non funziona. Non è davvero piacevole per nessuno dei due. Almeno una volta al mese prendetevi del tempo di qualità. Prendetevi un permesso dal lavoro, un giorno di ferie, magari mentre i figli sono a scuola. Un modo per ritrovarvi e fare l’amore quando avete tutte le energie e siete connessi e concentrati. Vedrete che anche il desiderio ne guadagnerà moltissimo. Perchè poi vivere l’amplesso in questo modo sarà un’esperienza davvero bella e appagante e vi darà forza e perseveranza rinnovati per nutrire tutta la relazione. Terzo consiglio: non solo trovare il tempo ma che sia tempo di qualità.

Parlate con lui. Uomo e donna hanno sensibilità molto diverse. L’uomo spesso è inquinato da una “cultura” pornografica. Pensa che il piacere sia replicare quelle posizioni che ha visto nei video porno. Non vogliamo fare i bacchettoni. Nelle volte che nei corsi trattiamo questo ambito affermiamo sempre che non esistono regole precise. Ricordiamo che le uniche regole necessarie sono soltanto tre. La prima, e più importante, affinchè ci siano nel contempo l’apertura alla vita e l’aspetto unitivo, è naturalmente che l’eiaculazione avvenga in vagina. La seconda che consigliamo sempre è che ci si guardi negli occhi. Il rapporto è una relazione e non un uso del corpo dell’altro/a. La terza e ultima è, volendo vivere un momento di comunione, rispettare la sensibilità dell’altro/a. Se un gesto non piace non si deve fare. Voi donne avete la responsabilità, non solo il diritto, di dirlo e voi mariti avete il dovere di rispettare la sensibilità della vostra sposa. Non facciamo finta o ne soffrirà tutta l’intimità, il desiderio in primis. Come posso desiderare di fare qualcosa che non mi piace? Quarto consiglio: rispettate le vostre sensibilità diverse e parlate. Dite ciò che vi piace e ciò che non vi piace.

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia! Dovete solo crederci

Siamo di ritorno da un incontro durato tre giorni. Un incontro dove, con altre ventitre coppie, abbiamo approfondito il nostro essere profeti dell’amore. Essere cioè capaci di mostrare lo stesso amore di Gesù. San Giovanni Paolo II ha sintetizzato il profetismo degli sposi benissimo:

La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda e vede i due miracoli più grandi che ha fatto: donare la vita e donare l’amore.

La nostra missione di sposi passa quindi attraverso la vita di tutti i giorni. Una vita fatta di relazione, di lavoro, per chi li ha di figli. Una vita arricchita dalla presenza dell’altro, ma a volte anche appesantita da una relazione che non sempre ci permette di condurre la nostra barca sotto il sole caldo e con il mare calmo. Il nostro viaggio può trasformarsi in una navigazione in acque tempestose e difficili. Il matrimonio è questo e la nostra missione consiste proprio nel mostrare l’amore di Dio in ogni circostanza. Non sempre è facile, ma è sempre possibile, grazie allo Spirito Santo che abita il nostro matrimonio.

Perchè ho iniziato con questa premessa? Perchè da questo corso c’è una consapevolezza che mi porto a casa, più di altre bellissime cose che ci siamo detti e di cui abbiamo fatto esperienza. Cercherò di raccontarvela. Una persona al tavolo con noi, già durante la prima sera, a cena, ha domandato: perchè restiamo stupiti della bellezza delle coppie qui presenti e invece facciamo fatica a vedere la nostra coppia come altrettanto bella? Una domanda intelligente e interessante. In quel momento ho dato la mia opinione, come hanno fatto altri presenti, ma poi quella domanda mi è rimasta dentro come un seme. Probabilmente Gesù mi voleva provocare proprio su questo.

La risposta mi è arrivata verso la fine del corso. Una coppia ci ha chiesto un colloquio. Una coppia carica di fatica, di un passato con le famiglie di origine, di incomprensioni, di ferite che si sono inferti vicendevolmente, di muri posti nella relazione intima e quindi con l’aggravante di essere incapaci a donarsi nel corpo. Insomma una coppia fragile e imperfetta. Una coppia nella sofferenza. Eppure io più li ascoltavo, ma soprattutto più li guardavo e più ammiravo in loro una bellezza grande. Una bellezza che loro non riuscivano a scorgere. Una bellezza lì pronta a diventare luce per tanti. E mi è arrivata anche la risposta alla domanda della prima sera.

Loro non vedevano altro che i loro problemi. Loro erano sintonizzati sulla fatica della loro relazione, sui loro litigi, sulle loro miserie, sulla loro incapacità. Insomma vedevano la relazione dall’interno della loro coppia e della loro storia. Da quella prospettiva non riuscivano ad avere uno sguardo d’insieme. Io, da persona esterna, avevo una visuale diversa più ampia, vedevo l’orizzonte della loro storia. Cosa vedevo? Non mi hanno colpito le loro difficoltà e le loro miserie. In quelle non c’è nulla di straordinario. Anche io e Luisa abbiamo le nostre. Diverse ma comunque miserie. Ciò che mi ha colpito è altro. Vedevo lo sguardo di due persone molto consapevoli delle loro fragilità e dei loro limiti, ma altrettanto determinate a dare tutto per quella relazione. Altrettanto determinate a provare, almeno provare, a perdonarsi e ricominciare. Due persone disposte ad inginocchiarsi davanti a Gesù per offrire le loro sofferenze e per chiedere il Suo aiuto.

Loro erano concentrati sulla fatica io vedevo già il risultato di quella fatica. Lo vedevo e mi commuovevo. Loro, che si vedevano così piccoli e così brutti rispetto ad altre coppie, erano bellissimi, almeno ai miei occhi. Lì sono io che mi sono sentito piccolo davanti a loro, perchè non ho mai dovuto affrontare fatiche grandi come le loro. Loro sono stati profeti per me, perchè mi hanno dato conferma che ce la si può sempre fare. Sono venuti per farsi aiutare e in realtà sono loro che mi hanno dato tanto.

Coraggio, carissimi sposi che vedete la vostra famiglia così imperfetta e piena di limiti in confronto ad altre. Voi siete già una meraviglia. Ciò non significa che non fate e farete fatica o che la vostra relazione sarà sempre caratterizzata da concordia e complicità. Voi siete bellissimi perchè nonostante la fatica e i litigi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare. Certo, alla fine a quella coppia abbiamo poi dato dei consigli pratici, ma sono sicuro che la loro volontà e la loro fede li hanno già salvati.

Voglio concludere con le parole che fra Cristoforo rivolge a Renzo e Lucia ne I promessi sposi. Due innamorati che finalmente dopo tutte le peripezie sono pronti a sposarsi. E’ una vera benedizione che il frate rivolge a Renzo e Lucia e con loro alla coppia che abbiamo ascoltato durante il corso e con loro a tutte le coppie del mondo:

Seguì a dirle (a Lucia ndr) il cappuccino: chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse voltandosi verso Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura di alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviare tutti e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre.

I promessi sposi capitolo XXXVI

Antonio e Luisa

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Avere sete è salutare ?

In questo giorno in cui celebriamo la liturgia dei fedeli defunti, è difficile stare alla larga dai grandi temi dei 4 Novissimi, ed infatti la Chiesa non ci vuole alla larga, riproponendoci spesso queste verità di fede. Sicuramente le mamme che stanno leggendo hanno ben presente quella sensazione che si prova quando ripetono ai figli le medesime frasi di correzione ogni santo giorno, soprattutto nel momento in cui si scopre che le hanno puntualmente disattese… ecco, la Chiesa che ci è madre, si comporta allo stesso modo e periodicamente ci ricorda le grandi verità di fede perché sa che le mettiamo nel dimenticatoio, rincitrulliti da questo mondo che ci vuol far credere che la vita è tutto qui e adesso.

Faremo una brevissima introduzione sui Novissimi per poi lasciarci stuzzicare da una frase di un salmo. I 4 Novissimi sono : Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Qualcuno si starà chiedendo che senso abbia chiamarli Novissimi poiché sono tematiche risapute da ogni essere umano, anche tra i non cristiani infatti c’è un’idea di una vita nell’aldilà che sarà più o meno bella a seconda del giudizio sulla vita condotta su questa terra, ma proviamo a capire un poco di più.

Quando passeggiamo tra i negozi, ci capita di vedere i cartelli degli allestimenti delle vetrine con le ultime novità della stagione/anno che sta per iniziare, e questi oggetti/vestiti sono talmente nuovi che potremmo chiamarli novissimi, in quanto dopo di essi non c’è nulla di nuovo… similmente i Novissimi della fede cristiana sono appunto le ultimissime cose oltre le quali non c’è un futuro, come se fossero allestite nella vetrina del negozio divino con l’insegna “Dopo questa vita”… ecco perché la Chiesa ci insegna a chiamarli Novissimi, vuole educarci già dal loro nome a vivere bene questa vita terrena, poiché da essa dipende la nostra vita o morte eterna nell’aldilà. E bisogna impararli nell’ordine sopracitato, in quanto prima c’è la Morte, dopodiché non c’è più nessuna possibilità di cambiare come invece vogliono farci credere diversi film, dopo di essa c’è il Giudizio di Dio (particolare dell’anima nostra e non quello universale) irrevocabile e senza appello, dall’esito di questo giusto Giudizio o siamo destinati all’Inferno (eterno e da cui non si esce) oppure al Paradiso, i più santi ci vanno direttamente, gli altri passano dal Purgatorio.

Dopo questa brevissima sintesi sui temi dei Novissimi, ci addentriamo nella Parola di Dio che la Chiesa ci propone oggi in una tra le 3 versioni della Messa per i fedeli defunti, tra cui il sacerdote ha libertà di scelta, noi abbiamo scelto di approfondire il Salmo della terza Messa :

(dal Salmo 42) Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Queste frasi sono divenute celebri grazie al popolare canto che ha messo in musica questo Salmo, ma quando lo cantiamo o lo recitiamo, stiamo dicendo ciò che viviamo, ciò che il nostro cuore davvero desidera, o stiamo semplicemente ripetendo come delle macchine ? La sete è una tra le esperienze più intense che si possa provare su questa terra, è un’esperienza che in qualche modo ci collega a tutto il mondo creato, senza acqua infatti non c’è vita né nel mondo animale né nel mondo vegetale, addirittura quando vediamo la terra deserta e riarsa commentiamo dicendo che essa ha sete. Quindi il Salmo 42 ci sta parlando con una immagine che comprendiamo benissimo, non fatichiamo a capire che se la nostra anima ha sete di Dio significa che ha sete di ciò che le dà vita, così come l’acqua è foriera di vita per il nostro corpo mortale.

Che benefici produce nel nostro corpo l’acqua ? Essa ci disseta, ci nutre, ci alimenta, ci sostenta, ci ristora, ci dona refrigerio, permette le funzioni vitali ai nostri singoli organi interni, ci permette di lavare, di purificarci, di cucinare… in ultima analisi permette la vita su questa terra. Per capire gli effetti benefici che la nostra anima trae dall’acqua di vita eterna che è Dio stesso, è sufficiente prendere quei benefici che l’acqua procura al nostro corpo, e trasferirli alla nostra anima : da Dio essa si disseta, si alimenta, si sostenta, si ristora, riceve refrigerio, ecc…

Cari sposi, il nostro matrimonio è un sacramento che la Chiesa ci ha donato per aiutare il nostro coniuge a vivere questo anelito che il Salmo 42 ci indica ; vivendo appieno e santamente il nostro matrimonio dovremmo aiutare il nostro amato/a ad aumentare la sete di Dio , dovremmo arrivare alla fine della nostra esistenza col desiderio di Dio aumentato in maniera esponenziale grazie all’aiuto del nostro sposo/a… la sete di Dio dovrebbe essere talmente intensa da far esclamare agli sposi all’unisono : << Quando verremo e vedremo il volto di Dio ? >>.

Tutte le volte in cui noi appaghiamo la sete di amore del nostro coniuge, non stiamo solo nutrendo e dissetando la sua umanità ; i gesti d’amore che compiamo con lo Spirito Santo nel cuore sono come una piccola goccia di quella acqua viva che solo Dio può dare, sicché, il nostro coniuge, nutrito e dissetato dalle gocce che Dio ha donato attraverso noi, possa giungere alla fine di questa vita terrena con la sete intensa di Dio… se le gocce d’acqua viva passate dal nostro matrimonio sono così belle e dissetanti, quanto sarà bello dissetarsi alla fonte di queste gocce ?

Coraggio sposi, questo giorno può diventare per noi l’occasione per riconfermare la nostra vocazione all’amore, la vocazione ad aiutare l’altro/a a diventare santo/a… goccia dopo goccia !

Giorgio e Valentina.

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Santi o falliti!

Noi cristiani spesso incorriamo in un grossolano errore. Crediamo che i santi siano persone eccezionali, siano, come dei supereroi, con poteri straordinari. Non so, forse ci fa comodo pensare così. Già, perchè mettere i santi su un piedistallo ci sgrava della responsabilità che anche noi abbiamo di diventarlo.

Il battesimo ci ha fatto santi. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva, da persona straordinaria qual era, che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte, invece, non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. Anche se magari il nostro coniuge ci ha abbandonato e ha violato il patto nuziale. Conosco tanti sposi abbandonati che nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio, hanno trovato pace e gioia. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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La vostra autostrada per il Cielo

Cari sposi,

siamo freschi freschi di aver celebrato lo scorso 12 ottobre, per la prima volta, la memoria del beato Carlo Acutis. Di lui si cita spesso, tra le altre cose, la frase: “l’Eucarestia, la mia autostrada per il Cielo”. È meraviglioso che sia proprio un adolescente a ricordarci in modo così semplice una verità così fondamentale per noi.

Oggi nel Vangelo Gesù vi sta dicendo una cosa simile: il vostro matrimonio è un’autostrada per il Cielo. E ora mi spiego.

Gesù, nella narrazione di Marco, sta affrontando – siamo all’ultimo anno di vita pubblica – varie polemiche e diatribe con i farisei e i sadducei. Essi tentavano in vari modi di trovare il punto debole dove attaccarlo ma nessuno, stranamente, ci riesce.

Poi abbiamo nel Vangelo odierno, l’unica volta in cui Gesù ha un dialogo sereno e pacato con uno scriba. Diciamo che il tutto finisce molto bene: questa persona non solo è d’accordo con Gesù ma se ne va pure soddisfatto.

Di cosa hanno parlato? Su quale sia il cuore della fede. Lo scriba è come se gli avesse chiesto: “Dimmi, Gesù, in poche parole in cosa consiste la nostra fede in Dio?”

Al cuore della fede c’è l’incrocio tra la nostra relazione con Dio e quella con il prossimo. Ho detto incrocio, non parallelo. Il rapporto con Gesù è ciò che sostiene, come nella croce, quello con il prossimo; quest’ultimo, da parte sua, dà concretezza e consistenza all’amore al Signore. Uscire da questa logica e restare nell’uno o nell’altro è illusi e sognatori.

Questo lo sapete già, chissà quante volte l’avrete sentito. Ma ditemi: chi è più vicino a voi, questo è il senso letterale di prossimo, se non il vostro coniuge? Pensate alla vita nuziale che avete avuto finora e immaginatevi i decenni che vi aspettano. I figli, si sa, prima o poi spiccano il volo e voi coniugi rimarrete soli, cioè no, rimarrete assieme come è stato fin dall’inizio della vostra storia.

Perciò il prossimo è il tuo coniuge. Ecco allora che queste parole di Gesù hanno un valore nuziale molto forte e vivido.

Quello che sto per dirvi è qualcosa che mi punge spesso nell’esame di coscienza per quanto sia vero: il termometro del mio amore a Cristo è la mia donazione al prossimo. Non posso staccare i piedi da terra, Gesù lo trovo prima di tutto lì nel mio prossimo.

Ami Gesù? Vuoi che sia il Centro della tua vita? Desideri che il tuo cuore Gli appartenga? Complimenti, sei sulla strada della vita eterna, della santità. Ma questo si vede poi concretamente da come tratti tuo marito o tua moglie in termini di delicatezza, rispetto, dialogo cordiale, vita intima, perdono, umiltà, pazienza… tutte cose che l’Inno alla Carità di San Paolo (1 Corinzi 13) esplicita e che Papa Francesco in Amoris Laetitia spiega accuratamente (cap. IV). Vi consiglio di riprendere questa parte, vi troverete il modo cristiano di amare nel matrimonio.

Spero che nessuno si scoraggi leggendo quanto vi dico. Come nella croce, il palo verticale sostiene quello orizzontale, così nella relazione nuziale, è sempre la grazia di Dio, in particolar modo la permanenza del dono sacramentale in voi, che vi assicura ogni giorno la forza per amarvi e non sentirvi mai soli.

E ancora grazie per i piccoli e grandi sforzi che fate per amarvi “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza”.

ANTONIO E LUISA

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio, crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

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All Saints’ (Spouses) Day

Sul finire di ottobre, quando il freddo inizia pungente e gli alberi fiammeggiano di colori, “arieccolo”! Parlo di Halloween con tutto il seguito di polemiche che scatena pro vs contro. È un dato di fatto che, da un bel po’ a questa parte, abbiamo trasformato una Solennità importantissima in un macabro carnevale, dal sapore “leggermente” pagano se non satanico. Tutte cose che, con un po’ di formazione e lettura, si possono conoscere con il sufficiente grado di certezza e perciò prenderne le distanze. Ancor meglio, se voi genitori sapete trovare modi alternativi e intelligenti per festeggiare.

Vorrei piuttosto, cari sposi, soffermarmi con voi su un aspetto di questa festa che forse passa un po’ in sordina. Sappiamo che è la festa di tutti i santi, anche quelli che non appariranno mai su un calendario ma che hanno un’aureola più che meritata e di sicuro sono la maggioranza Lassù. È la festa che ci ricorda la nostra vera vocazione e la nostra casa definitiva, su cui il Padre ha già scritto il nostro nome.

Mi piacerebbe quindi attirare la vostra attenzione all’immenso numero di santi sposi che la Chiesa annovera nella sua bimillenaria storia. Se da una parte questa lista è impinguita da tanti martiri dei primi secoli, è pur vero, e vi invito a comprovarlo voi stessi, che negli ultimi decenni sono stati riconosciuti servi di Dio, beati e santi un altrettanta folta schiera di sposi, gente che arriva fino ai giorni nostri.

Che meraviglia! Se pensate che fino a non troppo fa la santità era considerata un privilegio di chi entrava in un convento o di chi era in qualche modo separato dal mondo, come i sacerdoti o le consacrate.

Dobbiamo essere assai grati allo Spirito Santo che ha illuminato le menti di tanti pastori nella Chiesa e ha reso patente come la santità matrimoniale sia una via reale, straordinaria, magnifica come anche drammatica per vivere quell’amore a cui ci invita Gesù: “amatevi come io vi ho amato” (Gv 15, 12).

Se il matrimonio vi dona la grazia, la possibilità di amarvi come Gesù ha amato la Chiesa – lo dice solennemente la Lumen Gentium “i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio […] significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (LG 11) – questo significa che una via privilegiata per restare nell’amore di Cristo, per essere fedeli a quello che ci chiede, è proprio il matrimonio!

Lo dice anche Papa Francesco nella Gaudete et Exsultate: “Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa” (14).

Una volta ancora: cari sposi questo non è moralismo! Quello che vi dico non è un semplice “devi essere santo” ma piuttosto è ricordarvi che “potete amarvi come Gesù ha amato la Chiesa”, il dono è già dentro di voi. Si tratta di svuotarsi del nostro ego e lasciare sempre più agire lo Spirito.

Finisco lasciandovi la famosa lista di sposi santi o beati o servi di Dio. Potete sbizzarrirvi nel leggere le vite di ciascuno di loro, ce n’è per tutti i gusti, età e culture. E voi due? Quando inizierete a credere di poter amarvi come Gesù ha amato la Chiesa?

Padre Luca Frontali

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Che sintomi ha la Felicità? – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Così, a bruciapelo. Una domanda apparentemente innocua.

“Pietro e Filomena, voi siete felici?”.

Tempo fa, prima del lock-down, eravamo in Sicilia con trenta coppie di sposi. Abbiamo avuto l’onore di guidare il ritiro spirituale della Parrocchia “Natività del Signore” di Catania.

Il tema che abbiamo proposto alle coppie partecipanti è stato quello del Perdono in Famiglia. Un tema tanto delicato quanto spinoso.

Tutti sappiamo quanto i piccoli rancori abbiano il potere di sgretolare pian piano le relazioni matrimoniali. Pietruzze nelle scarpe che fanno inciampare gli sposi.

E’ stato un percorso in cui tutti i presenti si sono lasciati mettere in discussione…per aprire nuovi spiragli di comprensione, di accoglienza, di Perdono da chiedere e da ricevere.

Ed è così che una coppia può risollevarsi.

Dopo aver proposto una nostra catechesi sul tema, c’è stato il giro di domande.

Ad un certo punto una persona tra i presenti ci chiede: “Voi siete felici?”

Come dicevamo questa è una domanda che mette sempre un po’ in crisi. Già.

Sono felice?

Partono i pensieri e i ricordi. La memoria dei miei fallimenti offusca quella dei miei successi.

La freddezza della ragione, poi, animata dai rancori sta li a spaccare il capello e a mettere sulla bilancia tutti quegli errori del nostro sposo o della nostra sposa e mi suggeriscono tanti buoni motivi per cui non dovrei essere felice.

Sono felice?

Valuto nel giro di pochi istanti tutte quelle cose che non vanno nella mia esistenza e di tutto il male che ho fatto qua e la…forse non sono in diritto di essere felice.

Sono felice?

Guardo negli occhi alcune persone presenti e mi dico: forse se dico di essere felice alcuni se ne sentiranno feriti poiché dicono di non esserlo.

Sono felice?

…nel giro di pochi attimi rispondo “si”.

“Si, sono felice.” La voce mi esce quasi strozzata dall’emozione, dalla paura, dal timore, dall’avere paura io stesso di star dicendo una menzogna.

Sono felice?

Si…nonostante i miei giudizi negativi su me stesso, sulla mia sposa, su tutto il mondo che va a rotoli io dico e riconosco di essere felice.

Si. Sono felice.

Sono felice non perché le cose mi vadano benissimo; non perché il mio coniuge sia un santo o tanto meno perché io sia un santo; non sono felice perché i miei desideri sono tutti appagati…

Sono felice perché in fondo al mio cuore so che sto facendo l’unica cosa che renda felice una persona: donarsi.

Sto cercando di donare la mia vita a Dio attraverso il mio matrimonio con tutti i suoi fallimenti, con tutte le mie fatiche e i miei peccati: io sono qui.

Come su di una barca sto in mezzo alle tempeste di tutti i giorni e mi tengo legato all’albero Maestro…mi tengo legato a Cristo e come Ulisse in mezzo alle sirene non mi butterò in mare non perchè sono forte io, ma perché è forte Colui a cui io voglio stare legato.

Grazie alla Forza di Cristo sono qui. E sono felice. Sono felice di essere qui a donare la mia vita anche a chi mi ferisce perché Cristo ha fatto lo stesso.

Ora giriamo a te la domanda: sei felice?

Buona riflessione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Non c’è libertà senza amore

Non c’è libertà senza amore. La libertà egoistica del fare quello che voglio non è libertà, perché torna su se stessa, non è feconda. È l’amore di Cristo che ci ha liberati ed è ancora l’amore che ci libera dalla schiavitù peggiore, quella del nostro io; perciò la libertà cresce con l’amore. Ma attenzione: non con l’amore intimistico, con l’amore da telenovela, non con la passione che ricerca semplicemente quello che ci va e ci piace, ma con l’amore che vediamo in Cristo, la carità: questo è l’amore veramente libero e liberante. È l’amore che risplende nel servizio gratuito, modellato su quello di Gesù, che lava i piedi ai suoi discepoli e dice: «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Servire gli uni gli altri.

Udienza generale del 20 ottobre

Le parole del Papa pronunciate durante l’udienza generale di due mercoledì fa aprono ad una riflessione importantissima per la nostra VITA e per il nostro MATRIMONIO. Il papa è chiaro: non ci può essere libertà senza amore. Il Papa è “costretto” a fare un necessario chiarimento. L’amore non è quello che a cui ci “educa” il mondo. L’amore è quello di Cristo. Cristo che si fa dono fino alla croce, alla morte in croce.

Il mondo ci insegna che la libertà coincide con il fare e con l’essere ciò che vogliamo. Rapporti occasionali e identità fluide sono sempre più non solo accettati ma, in un certo senso, incoraggiati, perchè permettono, almeno ci viene detto questo, di esprimere i nostri desideri e quindi di raggiungere più facilmente la tanto agoniata felicità e una vita piena come vogliamo che sia.

Gesù ci insegna un altro tipo di libertà e di amore. La libertà di Gesù non è una libertà che permette di fare quello che vogliamo ma quella che ci permette di fare la cosa giusta. I nostri sentimenti, le nostre pulsioni, le nostre passioni non ci spingono sempre verso il bene, ma ci spingono semplicemente verso il soddisfacimento di un piacere. Quanti matrimoni saltano perchè mariti o mogli non hanno saputo fermarsi in tempo e hanno tradito rovinando tutto? Questa è la liberta? No! Questa è una schiavitù. La schiavitù dei sensi. Gesù ci offre la vera libertà. Gesù ci offre la possibilità di diventare re e regine della nostra vita. Uno dei doni del battesimo è proprio la regalità di Cristo. Essere re come lo è Lui. Essere capaci quindi di farci dono all’altro fino all’estremo. La capacità di dare tutto. Questo è possibile solo quando ci possediamo. Quando siamo capaci di governare i nostri istinti e le nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo cioè se non abbiamo il controllo delle nostre scelte?

Sapete quando mi sono sentito davvero libero nella mia vita? Anche io ammetto di avere avuto le mie debolezze. Anche io ho provato attrazione per altre donne diverse da mia moglie. Io sono un uomo peccatore come tutti. E ammetto di continuare ad avere tentazioni di questo tipo. Mi sono sentito libero, non quando ho dato libero sfogo ai miei impulsi, ma quando ho saputo mettere il bene e il mio matrimonio sopra tutto. Questa è la vera libertà. La libertà dei figli di Dio. Sono certo che ciò sia stato possibile solo grazie a Gesù, al Suo sguardo che mi ha fatto sentire amato. Sguardo che mi ha cambiato la vita e che continuo a ritrovare negli occhi della mia sposa.

Se oggi sto pian piano recuperando la mia regalità di Figlio di Re, è proprio grazie al sacramento del matrimonio. E’ grazie allo Spirito Santo che è sceso e che continua a scendere su di me e sulla mia sposa ogni volta che ci accostiamo ai sacramenenti, ed è grazie alla relazione sponsale che è una vera palestra. Ogni giorno si impara ad amare di più e meglio e quando si sbaglia, perchè non si finisce mai di sbagliare, non si fanno drammi. Ci si perdona e si chiede perdono a Dio nel sacramento della Riconciliazione. E si riparte più forti di prima. Forti di un perdono dato e ricevuto.

Sta a noi scegliere chi fare re della nostra vita: io o Dio. Gli istinti o la verità dell’amore. Se accogliere ciò che ci insegna il mondo o ciò che ha testimoniato Gesù sulla croce. Dopotutto anche il mondo ha le sue leggi che tutti seguono sentendosi originali e trasgressivi, ma lasciatemelo dire, quelli originali e trasgressivi siamo noi. Siamo noi che abbiamo messo in discussione tutto, siamo noi che ci siamo fidati di una persona che è morta massacrata e inchiodata su una croce, siamo noi che sentiamo di essere di più di quello che il mondo vuole farci credere, siamo noi cristiani i veri rivoluzionari in questo mondo sempre meno capace di scelte definitive e per questo sempre meno capace di dare pace e gioia vera, quella gioia che prova chi sa donarsi completamente. Quella gioia che dà senso a tutto.

Antonio e Luisa

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Un manuale per amarsi come Dio comanda (e come noi desideriamo)

Oggi ho la possibilità di prendere i famosi due piccioni con una fava. Chissà poi perchè i piccioni sono così ghiotti di fave. Perchè vi dico questo? Perchè ho la possibilità di presentare un libro molto interessante e nel contempo posso ribadire alcuni concetti a mio avviso fondamentali per una vita sessuale, di coppia e familiare bella e appagante.

Il libro si intitola Il manuale definitivo per l’intimità di coppia edito da Effatà (clicca qui se vuoi ulteriori informazioni). Ho avuto il piacere e l’onore di poterlo avere in visione in anteprima e devo dire che ha soddisfatto in pieno le mie aspettative. Mi aspettavo proprio un libro così. Non perchè gli autori non abbiano saputo sorprendermi, ma perchè sapevo già che, dall’estro creativo di Marco e Maria (i due amici esplosivi di Briicks) e dalla competenza e dall’esperienza della coppia Nicoletta e Davide, non poteva che uscire un’opera straordinaria.

Ci ho riflettuto sopra un po’ e il sostantivo che più rappresenta, sintetizza e descrive questo libro è antidoto. Antidoto al veleno che giovani e meno giovani assimilano in una cultura occidentale che mette al centro di tutto l’ego personale, il piacere e il sentire. Una società che sempre meno aiuta i nostri giovani a comprendere cosa sia l’amore e cosa sia il sesso. Tutto intorno a noi parla di sesso, ma se ne parla spesso male. Tutto si riduce ad assecondare un istinto e delle pulsioni, quando in realtà l’intimità non è per nulla qualcosa che c’è e basta ma, come dice papa Francesco, è un giardino da coltivare, custodire e curare. Papa Francesco parla di lavoro artigianale. Il Papa si riferisce alla relazione in genere, ma la relazione non può escludere il rapporto fisico che segue le medesime dinamiche. Non per nulla tantissimi sposi cristiani, che arrivano alle nozze con tanti buoni propositi e tanta buona volontà, poi nel giro di qualche anno non sono più felici, vivono una relazione stanca dove manca intimità, fisicità, tenerezza e alla lunga si arriva sovente al deserto sessuale. Non si fa più l’amore. Senza che accada nulla di grave ma proprio perchè non si è stati capaci di curare il rapporto giorno dopo giorno. E li muore la relazione.

Ciò che più mi ha colpito di questo testo è la sua struttura. Una grafica chiara, simpatica e accattivante. Nessun moralismo ma disegni che rappresentano il corpo maschile e femminile senza falsi pudori, in modo mai volgare. Ogni capitolo e ben argomentato, con alcune frasi-slogan messe in evidenza che restano in testa. E alla fine di ogni capitolo c’è sempre un lavoro da fare. Perchè un libro può essere un’occasione di affrontare determinati argomenti, ma poi il lavoro tocca alla coppia nel dialogo e nell’ascolto reciproco.

Come ho già scritto questo libro può cambiare la vita di alcune coppie di sposi e comunque può essere utile a tutti. Perchè spesso basterebbe davvero poco per aggiustare alcuni atteggiamenti o alcune dinamiche relazionali, basterebbe poco per migliorare notevolmente la vita di coppia, ma spesso si sottovaluta il problema, non se ne parla o se ne parla senza avere un’idea di perchè le cose non funzionino. Di solito si finisce per accusarsi a vicenda. Quando non si sa cosa fare è la scappatoia più semplice ma che non risolve nulla. Faccio un esempio concreto. Forse non è vostra moglie ad essere frigida ma siete anche voi mariti che non sapete come generare desiderio in lei. Oppure care mogli non è vostro marito che non sa come farvi provare piacere, ma siete anche voi che non gli avete mai detto cosa vi piace. Il piacere femminile non è un argomento stupido e superficiale, ma è un problema che va affrontato per il bene e la tenuta del matrimonio stesso. Questo è solo uno dei tanti temi trattati.

Questo libro non dice nulla di nuovo. Non inventa nulla. Chiede solo di mettersi in gioco per recuperare la relazione nella sua autenticità e di conseguenza nella sua bellezza. Vi accenno alcuni punti su cui anche noi martelliamo molto nei nostri articoli:

  • Uomo e donna sono diversi. Non è solo una questione di genitalità. Ciò che ci distingue non è solo avere un pene o una vagina. Abbiamo modi di provare piacere diversi, abbiamo tempi di arrivare al piacere diversi, abbiamo sensibilità diverse. E’ importante comprenderlo e dialogare per capire come l’altro è fatto e come desidera essere amato, anche nel corpo. Pretendere che l’altro provi piacere nello stesso modo che piace a noi non è un atteggiamento funzionale e vincente.
  • I preliminari non finiscono mai. Altro punto fondamentale sul quale tante coppie cadono è proprio questo. Considerare il rapporto fisico come qualcosa di avulso da tutto il resto. Non si può pensare, soprattutto in una relazione come il matrimonio fatta di quotidianità, di aver voglia di fare l’amore se non si prepara il terreno del desiderio con tanti piccoli gesti di cura, tenerezza e presenza.
  • L’amore non è sempre spontaneo. A volte costa fatica fare l’amore e mettersi in gioco. Non sempre il nostro desiderio coincide con quello dell’altro. Ecco in questo caso è importante capire come il fare l’amore sia un investimento su tutta la relazione. E chi ha più desiderio è importante lo dia tutto, in gesti, in parole, con tutto ciò che ha, affinchè il desiderio che prova diventi ricchezza condivisa.
  • Il piacere sessuale non è una tecnica. Altra tematica importantissima. Il piacere che scaturisce da un rapporto sessuale non è dato, se non in minima parte, da come si fa l’amore, dall’orgasmo, ma da quanto si è capaci di entrare in comunione l’uno con l’altra e questo testo lo mette in evidenza molto bene.

Questi sono solo alcuni aspetti. Nel libro troverete molto di più. Fare l’amore bene, ricordatelo, non è un diritto che acquisiamo con il matrimonio, ma è un impegno che Gesù ci affida attraverso il sacramento del matrimonio. E’ un talento che non va sepolto ma va fatto fruttare, perchè da esso può dipendere la gioia e la riuscita di tutta la relazione. E’ un gesto sacro meraviglioso che apre il cuore degli sposi ad essere sempre più accogliente per lo Spirito Santo. E’ una vera liturgia. Quindi cari sposi: fate l’amore e fatelo bene! Questo libro può aiutarvi.

Antonio e Luisa

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Come un fornaio !

Il Vangelo di oggi :

Lc 13,18-21 In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Queste sono solo due tra le parabole che Gesù si inventò per raccontarci varie caratteristiche del regno di Dio, ed ogni parabola mette in luce un aspetto perché le parole umane presto o tardi si scontrano con la propria limitatezza, infatti anche Gesù all’inizio sembra trovarsi in difficoltà nell’esprimere col linguaggio umano delle realtà divine. Oggi ci concentreremo sulla seconda parabola, quella del lievito, e vedremo che ha da dire qualcosa al nostro matrimonio.

Innanzitutto ci sembra opportuno capire e valutare cosa sia questo regno di Dio tanto proclamato, tanto decantato, e tanto predicato a partire da Gesù stesso ; inoltre un regno di solito ha il suo re, il quale promulga delle leggi, ha dei confini difesi dal proprio esercito, per mantenere l’ordine nei villaggi possiede una propria forza dell’ordine, ed infine deve avere anche il proprio popolo fatto di gente comune.

Vediamo ora chi riveste i vari ruoli all’interno del regno di Dio : il re è Dio, ma ancor più nello specifico è Gesù il Re dei Re, e ce lo ricorda la solennità di Cristo Re dell’universo che chiude l’anno liturgico ; l’esercito che difende i confini sono gli arcangeli con a capo San Michele arcangelo e la Madonna ; le forze dell’ordine sono gli altri angeli ; ed il popolo siamo noi uomini.

Ma quali sono i confini di questo regno ? Ce ne dà un’indizio Gesù quando risponde a Pilato : “Il mio regno non è di questo mondo”, come a dire che il suo regno è eterno, va oltre i limiti di questa vita e di questa umana natura. Si possono fare mille elucubrazioni, ragionamenti, teorie, discorsi filosofici, ragionamenti di tipo pastorale, ma alla fine dobbiamo ammettere che i confini del regno di Dio coincidono con il nostro cuore, la nostra anima, la nostra vita. Tanto è facile da intuire quanto è difficile da realizzare, perché ?

Quando lo racconta Gesù ci sembra di vivere un sogno ad occhi aperti, ascoltiamo la parabola quasi fosse una storiella di ottimismo condita da un po’ di sentimento e da immagini poetiche, ma quando poi cominciamo a vivere nel regno di Dio ci accorgiamo che le leggi del suo regno sono esigenti, chiedono di prendere posizione con Lui o contro di Lui, chiedono tutto ma donano il 100 per uno già in questa vita.

Fatte queste doverose premesse affrontiamo lo specifico della parabola del lievito. Spesso abbiamo ascoltato prediche sul fatto che questo lievito siamo noi cristiani nell’impasto grande dell’umanità, e che quindi tocca a noi far “lievitare” l’umanità del secolo che viviamo verso l’amore del Padre, in particolar modo sono le famiglie cristiane questo lievito che, anche se poco, ha una forza tale da far lievitare un impasto di grandi dimensioni. Bastano 2 grammi di lievito per far crescere 2 Kg di farina ( chi è venuto a casa nostra ad assaggiare la nostra pizza conosce il tema ), così il problema dei cristiani non è tanto ed innanzitutto la quantità, ma la forza di “cristianizzare” la società, tant’è vero che la Chiesa è partita con qualche decina di persone all’inizio, eppure ha evangelizzato tutto il mondo.

Ma possiamo fare un passo in più per addentrarci meglio, e se ce lo concedete, useremo un pizzico di fantasia che non guasta mai.

Se il regno di cui parla Gesù è il cuore di ognuno di noi, qual è la donna che ha messo il lievito nella nostra anima ?

Un antico adagio recita così : ” Ad Jesum per Mariam” che significa che si va a Gesù solo passando attraverso Maria. Perché così è piaciuto al Padre, è stata una sua libera ed insindacabile iniziativa, quella di decidere di aver bisogno di una mamma umana per Suo Figlio Gesù, è così che è partita la grande avventura umana di Gesù, attraverso Maria e così anche per noi, non possiamo pensare di arrivare a Gesù scavalcando Maria. Se non l’ha scavalcata il Padre, chi siamo noi per decidere di farne a meno ?

Nel giorno bellissimo del nostro Battesimo siamo divenuti dimora della Trinità, ma sicuramente Maria è divenuta la nostra mamma celeste, colei che ha messo nel nostro cuore l’amore di Gesù, probabilmente ha fatto le sue mosse ispirando i nostri genitori per il nostro Battesimo e disponendo l’apertura del cuore all’amore per e del Suo Figlio. E’ questo il lievito che ha messo nel nostro cuore e ha cominciato ad impastarlo con la nostra umanità. E’ interessante notare che nell’impasto la maggior parte è farina, simbolo della nostra umanità, come a dire che essa non sparisce, ma semplicemente viene aiutata dal lievito ad aumentare di volume, fino a divenire un vero impasto pronto per la cottura nel forno del Paradiso.

Cari sposi, il nostro matrimonio sacramento si nutre della nostra umanità lievitata dall’amore di Gesù, essa non deve essere soffocata, ma deve affiorare un’umanità nuova, rinnovata. Molti sposi pensano che per vivere un santo matrimonio sia necessario castrare il lato umano degli sposi, ed invece no ! Nell’impasto la farina resta tale, ma viene trasformata, così avviene anche per la mascolinità e la femminilità degli sposi, esse non spariscono e non devono sparire, ma devono essere trasformate, lievitate. E’ una femminilità che cresce, se lascia spazio al lievito dell’amore di Gesù, sicché una sposa diventa sempre più capace di allargare il proprio cuore fino a diventare il cuore tenero e pulsante del matrimonio e di tutta la casa. E quella dello sposo è una mascolinità che cresce di volume divenendo sempre più capace di sopportare le fatiche della vita, di portare il peso delle responsabilità familiari, capace di sacrificarsi per amore della sua sposa.

I santi non sono divenuti tali a prescindere dalla loro umanità, anzi, essa è stata fondamentale per loro, perché è stata quella tanta farina che però si è lasciata trasformare dal lievito dell’amore di Gesù.

Coraggio sposi carissimi, approfittiamo degli ultimi giorni del mese mariano di Ottobre per riscoprire la gratitudine a quella donna che ha messo il lievito di Gesù nel nostro cuore, e c’è un modo bellissimo che è la preghiera del Rosario.

Giorgio e Valentina.

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Assisi, la morte e la Vita – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”..

“Papà, ancora tombe? Basta, non è un cimitero!”

Avete presente quando per anni avete fatto la stessa cosa e non pensate che quella cosa possa essere vista in un modo nuovo? Beh, a volte capita che una figlia cinquenne, con una domanda ovvia, ti metta innanzi ad una verità che ancora non conoscevi, o che avevi dimenticato.

E’ successo che, come ormai molti amici che ci seguono sanno, con la famiglia ci siamo trasferiti nuovamente in Umbria e abitiamo a 10 minuti da Assisi e Santa Maria degli Angeli.

Dopo aver sistemato alla meglio gli scatoloni nella nuova casa in affitto, è scattato il sabato pellegrino (e turista) per le vie di Assisi.

Le nostre figlie sono nate qui in Umbria, ma ricordavano poco della città e durante il nostro piccolo pellegrinaggio familiare ci hanno fatto notare una cosa ovvia, ma che davvero non avevamo considerato: Assisi è piena di tombe! Non solo nel cimitero, come in ogni paese o città, ma ad Assisi le tombe sono anche nelle chiese e venire ad Assisi, in parte, significa anche fare un lungo giro delle tombe presenti.

Le più famose sono quelle di San Francesco e santa Chiara, ma ce ne sono anche tante altre tra cui, da poco in una chiesa, anche il corpo del giovane beato Carlo Acutis (a cui abbiamo dedicato il nostro libro “#Influencer dell’ #Amore – ed. San Paolo).

Ma come può un luogo pieno di tombe affascinare così tante persone?

Solitamente quando sei in un luogo pieno di tombe pensi più o meno consciamente anche al destino che tocca ogni uomo ed ogni creatura: la morte. E un po’ ti viene da pensare anche alla tua con non indifferenti carichi di paura e tristezza.

Qui ad Assisi, invece, la cosa a cui ti viene da pensare è la vita. Già. Ci sono tombe e ti senti vivo: perché?

Innanzitutto in un luogo così, senza sapere perché, ti ritrovi a pensare alla tua vita e ti rendi un po’ conto che forse il più delle volte durante le giornate pensi ad altro e a volte anche alla paura della morte; ma poco, sempre fin troppo poco nel quotidiano pensi a quel grande dono complesso e misterioso che hai ricevuto: la vita, appunto.

Poi, stranamente in questo luogo (come in tanti altri luoghi dove sono sepolti i santi) riesci a immaginare che sia naturale che oltre la vita terrena ci sia un luogo buono che ti attende.

Guardi verso queste tombe e ti riscopri a pensare alla vita eterna e a vederla non come qualcosa che ti spaventa ma come una terra promessa, una terra in cui la pioggia fa capolino solo per irrigare i campi e il sole splende come in un caldo giorno di autunno.

E ti immagini lì, per grazia, sempre per grazia, ma ti arrischi ad immaginarti lì…o forse ti scopri già che parte del tuo cuore abita già lì grazie a chi ti ha preceduto in questa vita, e grazie al Creatore.

Già, il Creatore, o meglio chiamarLo come a Lui piace essere chiamato: “Padre”.

In questa città piena di tombe, pare che tu abbia la possibilità di distogliere per un attimo lo sguardo dal tuo ombelico, dai tuoi guai, da te stesso…per guardare a Dio. Quel Dio che è tuo Padre.

E allora, citando Carlo Acutis, questo giovane amico che trovi ad Assisi nel Santuario della Spogliazione, possiamo affermare che:

“la tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”.

BEATO CARLO ACUTIS

Qui la morte non ti atterrisce perché la guardi con gli occhi di Cristo, che ha vinto la morte.

Qui ti ritrovi vivo perché grazie a questi santi che incontri vedi che l’umano che ti appartiene è chiamato a vivere per sempre.

E, la consolazione più grande è che questa verità puoi ricordarla ogni giorno, anche non abitando ad Assisi o in un luogo con particolare presenza di santi…

Ogni giorno “chiusa la porta della tua camera puoi incontrare il Padre tuo” e puoi dedicare un minuto a guardare a Dio, ad orientare a Lui il tuo sguardo.

E sarai sempre più cosciente che la Gioia senza fine riguarda anche te.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

L’essenziale è invisibile agli occhi… ma è dentro di voi

Ho un confratello che da poco si è operato di cataratta. Ha quasi 80 anni e non vedeva più con chiarezza i dettagli e i colori delle cose. Ora invece è felicissimo, sembra rinato, si diverte a leggere senza occhiali, ci fa notare il numero delle pigne sui rami dei pini e le striature sulle ali dei passerotti. Come cambiano le cose se viste nel modo giusto!

Gesù nel Vangelo ridona la vista a Bartimeo e questo è l’ultimo miracolo di Gesù. Difatti, siamo al terzo anno della sua vita pubblica, Lui si trova a Gerico, ossia gli resta solo un tratto di strada deserta e in salita per giungere a Gerusalemme dove culminerà il suo dono totale di sé sulla Croce e nella Risurrezione. Anzitutto questo dato è importante perché evidentemente allora il miracolo ha un significato simbolico ed educativo.

Bartimeo è nato vedente ma ha perso la vista o per una malattia o per un incidente. Quanti anni sarà rimasto al buio, nella disperazione e tristezza dei ricordi di quando poteva osservare tutto ed essere totalmente autonomo? Invece, pare che al presente lui viva come povero, al bordo di una strada, aspettando l’elemosina di qualche passante. Ma l’incontro con Gesù cambia radicalmente la sua vita e gli ridona ancora di più di quello che aveva perso.

Cosa può insegnare a due sposi questo evento? Che la vita nuziale senza lo sguardo fisso sul dono di grazia del sacramento la svuota per completo. Ciò che ridona la vista di due sposi è quando guardano l’essenziale, quando hanno chiaro chi sono davanti a Dio. Nel caso contrario, rimarrebbe l’ossatura di un qualsiasi rapporto affettivo, resterebbe la responsabilità educativa verso i figli o l’impegno reciproco di essere fedeli ma mancherebbe completamente quello sguardo che vada oltre, lo sguardo all’infinito e alla verità di sé stessi. Una coppia cristiana che smette di contemplare il dono del sacramento è una coppia che ha perso la vista spirituale, che ha l’anima accecata.

Ci vogliono occhi nuovi, è necessario che Cristo ridoni luce per vedere chi realmente siete e a cosa siete chiamati a diventare. Questo lo si può iniziare a fare a qualsiasi età: a 20, 30, 50 e 60 anni. Non importa la tappa in cui vi troviate, piuttosto l’importante è volerlo fare, essere aperti al dono che solo Dio può farvi.

Finisco dicendovi che a me pare che oggi in un certo senso in ruoli sia siano invertiti. Nel Vangelo è Bartimeo a urlare a Gesù che si fermi e lo guardi, ma per tanti sposi oggi è Gesù che da dentro del loro cuore, anche in una relazione spenta o mediocre sta continuamente gridando: “Ehi, guardatemi, Io sono qua, fatemi caso! Non vi accorgete che sono sempre con voi? Ascoltatemi, Io cammino tutti i giorni con voi”.

Perciò, casi sposi, vi auguro di essere attenti a docili a Gesù che anche oggi passa dalle vostre vite e vi offre la sua amicizia e compagnia per amarvi come Lui ha amato la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Io mi sono sentito come Bartimeo. Prima di conoscere Luisa, e di intraprendere con lei questo meraviglioso percorso che è il matrimonio, ero esattamente come lui. Ero cieco alla vera bellezza e ed ero mendicante di amore. Solo incontrando Gesù nella mia vita sono stato capace di vedere finalmente bene. Vedere quali fossero le cose davvero importanti nella vita.

Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Per farlo ho dovuto gettare il mantello, come fa Bartimeo. Gettare il mantello delle mie sicurezze per abbandonarmi finalmente alla verità dell’amore. Ciò è stato possibile grazie proprio al matrimonio dove si impara a morire per l’altro, a fare spazio, a decentrare lo sguardo da sè.

E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. Gesù si sta recando a Gerusalemme dove morirà. Bartimeo lo segue. Anche noi come Bartimeo siamo chiamati alla sequela di Gesù, ad amarci cioè come Lui ama, fino alla croce. Riacquistare la vista nel matrimonio è proprio questo: essere capaci di farci dono l’uno per l’altra scoprendo così che nel donarsi sta la vera bellezza e la pace piena.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 20

Uno dei momenti importanti per cui si sta seduti a Messa è durante la Liturgia della Parola, il Messale ne spiega bene la natura :

[…] La Messa è costituita da due parti, la «Liturgia della Parola» e la «Liturgia Eucaristica»; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono formazione e ristoro. […]

Quando abbiamo dato notizia ai nonni che sarebbe arrivata una nuova nipotina, li abbiamo prima fatti sedere onde evitare pericolosi emotivi sbalzi di pressione, poi con una certa trepidazione è arrivata la bellissima notizia. Quando dobbiamo controllare gli stati emotivi oppure abbiamo bisogno di pensare intensamente, solitamente ci mettiamo seduti cosicché il nostro corpo si sente al sicuro senza cercare di continuo un equilibrio precario, e questo ci aiuta a rilassarci ed avere più controllo sulle nostre facoltà ; per questo la Santa Madre Chiesa, che conosce bene l’umana natura, ci invita a restare seduti durante l’ascolto della Parola di Dio.

E questa Parola è talmente potente che abbiamo bisogno di stare seduti per non essere destabilizzati, se ci pensiamo bene la Parola di Dio non è semplicemente una serie di libri scritti da chi voleva parlare di Dio, da chi si sentiva ispirato da Lui e quindi non ha voluto tenere per sé questa meravigliosa esperienza ; la Parola di Dio è molto di più, essa è viva. Abbiamo ormai imparato diversi titoli con cui Gesù è chiamato, ed uno di questi si riferisce proprio alla Parola : “Verbo” o “Parola” ( il primo nella versione italiana e il secondo nell’originale greco si usa Logos che significa appunto Parola ) … lo leggiamo nel famoso prologo del Vangelo secondo Giovanni :

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. […]

In italiano “verbo” e “parola” sono sinonimi, ma “verbo” può essere anche inteso grammaticalmente come “azione compiuta”, ebbene, in Dio questi due significati sono presenti entrambi : infatti nel racconto della creazione descritto in Genesi tutte le volte che Dio apre bocca ( dice cioè qualcosa ) crea quello che dice, e ad ogni azione che compie segue un atto creativo. Quindi in Dio parlare e creare sono indistinti. Quando, per esempio, il sacerdote pronuncia nel nome di Gesù “Io ti assolvo dai tuoi peccati…” ecco che avviene ciò che dice, ma nello stesso tempo crea un cuore nuovo.

Abbiamo capito che Gesù è il Verbo, è la Parola di Dio, di conseguenza chi è ci parla durante la Liturgia della Parola nella Messa ?

La risposta è chiara : Gesù. Ma quanti ne hanno coscienza, sia tra i lettori che tra gli uditori ? Troppo spesso si assiste ad una lettura sbiascicata, disattenta, disordinata, frettolosa, superficiale, fredda, distaccata… spesso i lettori vengono scelti agli ultimi istanti, senza alcun curanza, senza oculatezza, senza la giusta preparazione, senza discernimento delle persone… dareste in mano la vostra automobile a chi non sa guidare ? Ovviamente no, però spesso per la Parola di Dio non c’è così tanta attenzione come ce l’avremmo per l’esempio dell’automobile. Il Messale ci insegna che nella Messa “viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono formazione e ristoro” , ma che formazione e ristoro riceveranno i fedeli da una cattiva lettura ?

Se a tutto ciò aggiungiamo che spesso si passa dalla preghiera di Colletta alla Liturgia della Parola in 20 millisecondi, possiamo facilmente dedurre che non si dia il giusto tempo agli uditori di accomodarsi e di predisporsi all’atteggiamento di ascolto… infatti spesso il lettore comincia ancora quando c’è il trambusto e lo scricchiolio di banchi, sedie, bastoni degli anziani, passeggini e altro… è necessario osservare un tempo cuscinetto tra la Colletta e la Liturgia della Parola ed aspettare il giusto silenzio affinché i cuori siano aiutati dalla compostezza esterna.

La Parola viene letta da un leggio che viene chiamato ambone, mentre per gli avvisi o altro deve essere usato un altro leggio ; la enorme dignità dell’ambone della Parola, rispetto agli altri leggii, è stata nei secoli messa in risalto da maestosi capolavori di opere marmoree o lignee dei più grandi artisti, proprio per mettere in risalto che da lì Dio parla solennemente.

Inoltre, il Messale specifica che c’è la mensa della Parola di Dio, ed ecco spiegato il motivo della “tovaglia” sotto il Lezionario posto sull’ambone proprio a significare che noi ci dobbiamo nutrire di questa Parola ; dove c’è una tovaglia c’è del cibo e questo cibo spirituale è vita. Diventa vita nella misura in cui noi apriamo il nostro cuore a quella caratteristica di Dio per cui quando parla crea, altrimenti resta lettera morta poiché non produce nuova vita in chi la ascolta.

Abbiamo assistito molte volte a Messe in cui la Parola di Dio veniva proclamata da due sposi che avevano avuto modo di prepararsi con giusto anticipo e con serietà, allora la lettura è stata molto fruttuosa per loro stessi e per tutto il popolo di Dio lì convenuto, perché non hanno semplicemente letto una serie di frasi, ma hanno prestato la loro voce a Dio, e loro voce lasciava trasparire che era una Parola che aveva già creato un cuore nuovo in loro, sicché la lettura si è trasformata in proclamazione della Parola di Dio. Sono occasioni in cui gli sposi sono fecondi.

Cari sacerdoti, cercate tra i vostri lettori una coppia di sposi che leggano la Parola di Dio, aiutateli nella comprensione di essa, fatevi loro maestri nella masticazione della Parola (vedi la mensa di cui sopra), fateli crescere nel rispetto e nella devozione verso di essa, e saranno luce per altri, e saranno sale per tanti.

Ci sono poi altri due segni che accompagnano il luogo della proclamazione della Parola di Dio : un lume e una pianta. Il lume è solitamente posto sopra all’ambone con un braccio o una catenella da cui è appeso mentre la pianta o i fiori sono solitamente posti davanti all’ambone per terra su una gradino oppure su una fioriera a mezz’altezza. La stoffa ricamata che fa da “tovaglia” ci ricorda che la Parola di Dio è cibo per noi ; il lume ci ricorda che la Parola di Dio è luce ai nostri passi, luce sul nostro cammino ; la pianta o i fiori ci ricordano che questa Parola produce vita poiché essa stessa è viva.

Carissimi sposi, abbiamo bisogno di riscoprire la dignità della Parola di Dio nel nostro matrimonio… se ci pensiamo bene il nostro amore si fonda sulle promesse che Gesù ci ha lasciato scritte nel Nuovo Testamento… le nostre scelte di vita si fondano sulle verità dette da Gesù e riportate nei Vangeli… qualche esempio ? … “non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” … “perdona fino a 70 volte 7” … “non vi lascerò orfani: verrò da voi” … “se mi amate, osserverete i miei comandamenti” … “dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie”. Questi sono solo alcuni esempi ma che ci testimoniano come la nostra vita sia orientata a causa di una Parola, una Parola che crediamo vera, perché è viva ed ha creato in noi un nuova umanità.

Se gli sposi vogliono capire come dirigere bene il loro sacramento, la loro relazione d’amore, il loro indissolubile legame, la loro vita sponsale, devono vivere bene la liturgia della Parola ora come uditori ora come lettori ; in questa mensa speciale ricevono formazione e ristoro per le loro anime affamate di una Parola vera, certa, immutabile, eterna e sempre viva.

Coraggio sposi, uno dei modi per essere fecondi nella Chiesa, è proprio quello di diventare dei bravi lettori, e tra noi ce ne sono tantissimi !

Giorgio e Valentina.

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Il sacramento del matrimonio. Dialogo tra chi lo studia e chi lo vive. (2 parte)

Riprendiamo la sintesi della diretta con don Manuel Belli. Per chi avesse perso la prima parte e volesse leggerla lascio il link.

C’è differenza tra l’essere sposato sacramentalmente e l’essere solo convivente o sposato civilmente? Se no, a cosa serve un sacramento? Se si, perchè solo noi cristiani possiamo avere questa ricchezza e perchè tanti matrimoni falliscono comunque?

Sono temi complessi da affrontare in poco tempo. Partiamo col dire che non è la stessa cosa scegliere di sposarsi sacramentalmente o fare scelte diverse. Il matrimonio è qualcosa che precede il sacramento. Cosa aggiunge quindi la grazia? Sicuramente non è un’assicurazione divina che il matrimonio non fallirà. Dio ti dà tutti i doni necessari ma ricordiamo che Gesù ci ha amato fino alla croce. La grazia non è magia. Il matrimonio è partecipare al mistero dell’amore di Cristo, ma l’amore di Cristo non è costato poco. Il sacramento permette di rappresentare nella propria esistenza la stessa qualità dell’amore di Cristo, ma questo esige tanto da parte degli sposi; serve davvero una conformazione della vostra libertà personale alla missione che vi è stata affidata. Serve davvero, come ho già detto prima, una vita per capirlo e viverlo sempre di più. Noi veniamo da una società dove era scontato credere. Il matrimonio era semplicemente qualcosa che andava fatto. Oggi non è più così! Per questo credo che nel cammino di preparazione al matrimonio debba esserci una ripresa di coscienza della propria vita di fede. Senza la passione per la croce di Gesù e per il Vangelo credo sia difficile per due sposi riuscire nella missione che il sacramento affida loro. Don Andrea Bozzolo, un docente che si è occupato molto del matrimonio, dice proprio questo. La Chiesa ha insistito tanto sull’efficacia del matrimonio nella misura in cui è esplicito il consenso. Ora c’è una nuova necessità da verificare ed esplicitare: la necessità della fede. In che misura il consenso di chi si sposa è espressione della sua fede.

Già Benedetto XVI esprimeva il suo dubbio sulla validità del sacramento in mancanza di una fede matura e consapevole.

Si, perchè adesso ci si rende conto che non è più scontato avere la fede, anche per chi si sposa in Chiesa. Sposarsi in Chiesa cosa comporta poi nella mia vita di sposo se non ho la consapevolezza e il desiderio di conformarmi alla qualità dell’amore di Gesù sulla croce? Il sacramento diventa qualcosa sullo sfondo, qualcosa di insignificante nella vita e nelle scelte di tutti i giorni. D’altronde il matrimonio c’era anche prima di Gesù. Quando Gesù ha istituito il sacramento del matrimonio? Il matrimonio non è stato “inventato” da Cristo, esiste fin dalla creazione. Si parla infatti di sacramento naturale. Gesù perfeziona quello che da sempre è nella storia e permette di realizzarlo in pienezza. Dio imprime in un uomo e una donna che si amano, che si promettono alleanza e che sono aperti alla generatività, il suo sigillo, da sempre. In ogni relazione dove ci sono tutti e tre questi ingredienti c’è già un segno di Dio. Segno che Gesù, attraverso il sacramento, perfeziona e rende pieno.

Torniamo a Gesù quando parla del matrimonio. Gesù dice che fin dalle origini era prevista quella relazione che tu spieghi bene ma che per la durezza del cuore degli uomini non era stata sempre possibile concretizzare tanto che nella Legge era previsto il ripudio. Quindi è sempre un problema di apertura del cuore alla grazia. Gesù ci dà la possibilità di tornare con la forza redentrice del sacramento all’amore delle origini.

Quella pagina è meravigliosa. Gesù ha la “pretesa” di dire una parola sulla Creazione. Con autorità dice cosa sta all’inizio. Prende la stessa autorevolezza del Creatore e racconta come era all’origine. All’origine c’è una fedeltà eterna con cui Dio imprime il Suo sigillo sulla relazione uomo-donna nella Creazione. Quindi ogni volta che un uomo e una donna si amano in questo modo sulla terra stanno dicendo qualcosa dell’amore di Dio. E’ importante che gli sposi ne siano coscienti. Non sono senza peccato ed è importante prendere coscienza della salvezza che ha operato Gesù nella loro vita e nel sacramento per mostrare quell’amore. Solo così due sposi possono sentirsi all’altezza di quel compito. Per questo insisto nel dire che senza fede anche il matrimonio diventa troppo esigente, diventa difficile se non impossibile vivere questo tipo di amore in pienezza. Non può esserci una “manutenzione” del matrimonio senza una “manutenzione” della fede.

Quanto è importante vivere il matrimonio all’interno di una comunità che si nutre dello stesso pane spezzato?

E’ fondamentale. C’è un legame fortissimo tra l’Eucarestia e tutti gli altri sacramenti. Eucarestia e matrimonio si parlano a vicenda. Entrambi esprimono tutto quello che c’è dentro nella grazia di Cristo. Un uomo e una donna che si amano nella forma dell’amore di Cristo Crocifisso stanno mostrando l’amore di Dio e nell’Eucarestia c’è dentro tutto quello che c’è da comprendere di Gesù. In entrambi i sacramenti c’è dentro il DNA della rivelazione cristiana ma si devono parlare. Due sposi che vivono l’Eucarestia stanno andando alla sorgente. Si stanno alimentando di ciò che poi sono chiamati ad esprimere nella loro vita coniugale.

Ultima domanda ma credo la più interessante. Io ho scritto nel mio libro di prossima pubblicazione, “Sposi profeti dell’amore” edito da Tau Editrice, che quando io faccio l’amore con mia moglie posso capire cosa sia l’Eucarestia e quando guardo l’Eucarestia posso capire qualcosa della grandezza e della sacralità dell’amplesso tra gli sposi. Cosa ne pensi?

Vuoi crearmi problemi insomma! Su questo argomento ho scritto un articolo che ha creato un po’ di fraintendimenti. Associavo l’eros all’Eucarestia. Mi dai occasione di spiegarmi. L’eros è una forma dell’amore. In greco ci sono due parole per esprimere l’amore: eros e agape. L’agape è l’amore oblativo di dono mentre l’eros è l’amore che suppone un corpo, l’aspetto pulsionale e l’aspetto del desiderio. L’agape è più attivo (io che dono) mentre l’eros è più passivo (io ho bisogno di). Servono entrambi. Eros senza agape può diventare addirittura violenza, mentre l’agape senza eros è irrealistico. Noi non amiamo sulle nuvole. Amiamo con un corpo, con dei desideri e delle passioni, amiamo nella carne. L’amore che Gesù ha avuto per le persone e per il Padre è agape certamente, ma Benedetto XVI, in Sacramentum Caritatis, dice che è anche eros. Nel senso che Gesù ha completamente trasfigurato il Suo corpo in un dono d’amore. La passione ci dice che Gesù ha sentito, ha patito e ha scritto addirittura sulla sua carne, l’amore che ha avuto e donato. Questo intendo per eros che si trasforma in agape. Gesù ha completamente trasfigurato il Suo corpo in un dono d’amore. Così per gli sposi. Cosa è l’aspetto erotico nella vita di una coppia. E’ la concretezza dell’amore e del dono reciproco. In una coppia di sposi è importante che ci sia l’amore oblativo ma anche l’eros e il desiderio. L’agape si fa eros e l’eros si fa agape. Dove troviamo la sintesi perfetta di questa dinamica sponsale? Nell’Eucarestia. Due persone che si sono promesse alleanza e che sono aperte alla vita e che vivono la propria unione carnale, a me sembra abbiano dentro una particella di Dio. D’altra parte vale il contrario: quando io sposo vivo l’Eucarestia ho il DNA per comprendere che desidero mia moglie e che con lei voglio costruire una storia. Spero di essermi spiegato.

Grazie don Manuel. Una chiacchierata molto interessante che cercheremo di replicare. Alla prossima.

Antonio e Luisa

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Il sacramento del matrimonio. Dialogo tra chi lo studia e chi lo vive. (1 parte)

Sabato scorso ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con don Manuel Belli. Don Manuel è conosciuto come influencer cattolico grazie al suo canale Youtube Scherzi da prete, ma è soprattutto docente di teologia sacramentale al Seminario di Bergamo. Dal nostro dialogo è scaturito un bel dipinto di ciò che è il sacramento del matrimonio.

Don Manuel cosa è un sacramento? Noi ci sposiamo perchè ci vogliamo bene, perchè lo desideriamo, ma non sappiamo sempre bene cosa stiamo facendo.

Se leggiamo il CCC la definizione è: i sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo. Mi permetto di aggiungere un concetto a questa definizione precisa e sintetica. Noi abbiamo una convinzione. C’è la fede a cui aderiamo attraverso il nostro percorso spirituale, poi decidiamo di fare i sacramenti cioè, di manifestare la nostra fede attraverso di essi. In realtà le cose sono un po’ diverse. Cosa è la fede se non l’incontro personale con Gesù di Nazaret? E’ una relazione forte con Dio attraverso il figlio Gesù. Ciò cosa comporta? Per incontrare e conoscere una persona servono due cose: parole e gesti. Se dovessi esplicitare cosa sono i sacramenti direi proprio questo: sono quelle parole e quei gesti, custoditi dalla Chiesa, che ci permettono un incontro non virtuale e non illusorio con Cristo.

Tu, nel tuo libro, poni in essere una questione importante, quella della relazione tra fede e sacramenti. Il sacramento porta doni oggettivi. Quanto questi doni però sono influenzati dalla nostra fede? Se lo sono.

Una bellissima domanda. Spero di non essere troppo tecnico. Esiste l’oggettività dei sacramenti. La chiesa usa dire dei sacramenti ex opere operato. Un sacramento non è valido per la mia fede e neanche per quella di chi lo amministra. L’Eucarestia può essere celebrata dal prete più peccatore della terra ma quella resta un’Eucarestia valida. La Chiesa ha deciso quindi di fare una distinzione: l’efficacia del sacramento dalla sua fruttuosità. Faccio un esempio che riguarda me come prete. Se domani mattina vado a celebrare messa e sono mezzo addormentato, non capisco nulla di ciò che dico e con me ci sono venti fedeli anche loro mezzi addormentati che non capiscono nulla di ciò che dico loro cosa accade? Quella Messa è comunque valida, il dono oggettivo c’è, Gesù si fa presente nel pane e nel vino. Il dono va oltre la mia libertà e mi precede. La domanda da porsi è un’altra: è fruttuosa per me una Messa così? Certamente no o solo in minima parte perchè al dono gratuito ricevuto da Dio, che è oggettivo e c’è, deve poi corrispondere la mia adesione attraverso la mia libertà e la mia fede. Cioè sta a noi trasformare quei doni in vita. E non deve avvenire per forza subito. Può avvenire nel tempo. Permettimi un aneddoto personale. Il giorno della mia ordinazione stavo malissimo. Ero agitatissimo, avevo un mal di pancia pazzesco, non capivo niente. Questo non significa che io debba essere riordinato. E’ un dono gratuito di Dio e poi ho una vita per farlo fruttare nella mia libera adesione di ogni giorno. Come nel matrimonio. Anche tu magari eri in aria quel giorno, pensavi alla torta e a tutti i preparativi. Perchè eri distratto il matrimonio non è valido? Certo che lo è perchè Dio non è mai distratto. Il Suo dono c’è ed è irrevocabile e a te servirà una vita per renderlo fruttuoso e concreto nella tua relazione sponsale.

Quindi se ho capito bene si può dire che Dio ti da tutti i suoi doni subito ma poi aspetta che tu apra il tuo cuore affinchè tu possa farli sempre più tuoi accogliendoli? Il matrimonio rappresenta bene questa dinamica. Una volta celebrato il rito abbiamo una vita intera per imparare ad amarci sempre meglio e così ad aprire il cuore alla grazia di Dio e quindi a rendere il sacramento efficace come all’inizio ma sempre più fruttuoso.

Si sono d’accordo. Il sacramento ha bisogno di una storia per svilupparsi, non è solo puntuale. C’è una grazia che ti ha già raggiunto. Dio ha già fatto il suo ma poi serve una vita per appropriarsene.

C’è una grande relazione tra Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II e Amoris Laetitia di Papa Francesco. Relazione molto chiara anche per quanto riguarda il sacramento matrimoniale e la missione che ne deriva. Cosa ne pensi?

Si è vero. Aggiungo che anche Benedetto XVI ne ha parlato spesso del matrimonio come missione. Mi viene da dire che il concetto di missione rivolto agli sposi è una consapevolezza nuova, o meglio da riscoprire. Matrimonio ed ordine sono inseriti tra i cosiddetti sacramenti della maturità cristiana. Invece per tanto tempo c’è sempre stata l’idea che fosse il prete a portare avanti la Chiesa. C’è il prete che cura le anime e poi i curati cioè i destinatari della cura che sono i fedeli laici. In una mentalità di questo tipo dove è la maturità riconosciuta a due sposi che hanno vissuto un sacramento della maturità cristiana? Fortunatamente le cose stanno un po’ cambiando. Non esiste più il prete e i suoi collaboratori ma prete e sposi sono collaboratori della grazia. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Credo che su questo come Chiesa dobbiamo ancora fare un po’ di strada.

C’è differenza tra l’essere sposato sacramentalmente e l’essere solo convivente o sposato civilmente? Se no a cosa serve un sacramento? Se si perchè solo noi cristiani possiamo avere questa ricchezza e perchè tanti matrimoni falliscono comunque?

Avrete la risposta a questa domanda e ad altre ancora con il prossimo articolo

Antonio e Luisa

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Apripista !

Ieri, nella solenne festa di san Luca evangelista, ci è stato presentato un Vangelo che avrebbe tante cose da dire agli sposi, ne riportiamo solo le prime frasi :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9) In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. […]

La Parola di Dio è una miniera di diamanti che non ha fondo, e scavandovi dentro ne abbiamo trovati tanti cosicché da avere l’imbarazzo della scelta, ad un certo punto però ci è sembrato opportuno iniziare dall’inizio, ecco spiegato il motivo del neretto solo su alcune parole iniziali.

Gli studiosi si arrovellano nel capire il significato del numero 72 : alcuni lo fanno risalire al capitolo 10 di Genesi dove c’è una lista di 72 discendenti di Noè dopo il diluvio, simbolo di una nuova vita e nuova generazione ; altri al fatto che è 3 volte il 24, il numero dei vegliardi dell’Apocalisse ; oppure che è 6 volte 12, il numero degli Apostoli, come a dire che Gesù moltiplica 6 volte il numero degli Apostoli per 2 volte 3…. insomma questi sono dettagli che, se ci aiutano a comprendere meglio li accogliamo volentieri, altrimenti è meglio lasciarli agli studiosi.

Noi vogliamo evidenziare non tanto il numero totale, ma il fatto che li mandi due a due, vi dice niente come numero all’interno di un matrimonio ? Sarà un caso che anche gli sposi sono due ? Non è esplicitato, si dirà, ed è vero, ma è pur vero che gli sposi sono mandati in due, e quindi possiamo tranquillamente catalogare questo brano evangelico come riferito anche, ma non solo, agli sposi. Se poi teniamo conto che nelle frasi seguenti, non riportate qui, Gesù parli di case, di famiglie, di fermarsi ospitati in una famiglia per evangelizzarla, allora il quadro è chiaro e non abbiamo dubbi sul sentirci chiamati in causa da questo vangelo, se non come evangelizzatori, almeno come ospitanti di quest’ultimi.

Potremmo fermarci a ragionare insieme sul fatto che anche gli sposi hanno un mandato, ma su queste pagine è già ampiamente sviluppato in lungo e in largo quotidianamente dai vari autori, che non ci sembra il caso di parlarne anche qui ; vorremmo piuttosto mettere a fuoco le parole “…davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi…”. Se è vero che noi sposi siamo mandati in due ad evangelizzare il mondo, è vero anche il motivo, cioè il fatto che ci manda davanti a sé dove Lui si sta recando.

Sembra banale, ma proviamo ad entrarci dentro : qual è il motivo del nostro mandato ? A volte, gli sposi si paragonano a quei furgoni che girano per le nostre città con il mega-manifesto pubblicitario e si trasformano quindi in manifesti pubblicitari di Gesù, che è una cosa buona ma è sufficiente ?

In realtà abbiamo visto come Gesù mandi i 72 discepoli davanti a sé, come in avanscoperta per preparare i cuori alla Sua venuta. Cari sposi, ci avevate mai pensato che noi siamo proprio quelli in avanscoperta, davanti a Gesù ?

Se Gesù manda i 72 in ogni luogo dove stava per recarsi, qual è il luogo dove noi siamo in avanscoperta prima dell’arrivo di Gesù ? Non è che sarà la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra palazzina, la nostra via, la nostra parrocchia, il nostro lavoro, la nostra scuola, la nostra parentela, le nostre amicizie ? Caspita, ci pensate che meraviglia ?

Fino a non tanti anni fa, nei paesi dove arrivava il circo, cominciava a girare per le strade un mezzo che con i megafoni annunciava l’imminente arrivo del circo, cosicché quando lo si sentiva si poteva star certi che nel giro di pochi giorni il circo sarebbe arrivato. Ecco, cari sposi, noi dovremmo fare come quel mezzo coi megafoni : dovremmo girare per le strade della nostra vita matrimoniale, dicendo che Gesù sta per arrivare, annunciando che il regno di Dio è vicino, testimoniando che lo abbiamo visto, conosciuto ed incontrato, e che presto arriverà.

Gesù sta arrivando proprio dove viviamo noi, dobbiamo preparare i cuori all’incontro con Lui, dovremmo trasalire di gioia facendo nascere in chi ci vive accanto il desiderio di incontrarLo, di vederLo, almeno dovremmo suscitare la curiosità di incontrarLo, dovremmo scaldare i cuori di ci sta vicino suscitando la nostalgia di Dio ; vedendo la nostra di vita di fede dovrebbero chiederci : ” Come mai se sempre così di buon umore ? Ma cosa c’è di tanto entusiasmante nella tua vita ?……(risposta) Come, non lo sai ? Sta per arrivare Gesù. “

Gli sposi cristiani vivono questa duplice realtà : da un lato devono preparare i cuori perché l’arrivo di Gesù sia preparato bene… e dall’altra, devono essere essi stessi il punto di contatto tra Gesù e gli uomini del nostro tempo. Coraggio sposi, ci sono tanti cuori che aspettano un Salvatore, tante vite che sembrano ormai perdute ma che anelano l’incontro con Gesù, e noi abbiamo il compito di preparare questo incontro attraverso tutta la nostro vita ed il nostro essere.

Gesù è vicino , Lo sentiamo quasi camminare !

Giorgio e Valentina.

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Gesù non è uno sposo geloso

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare.

Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore. Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via. Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale.

Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo. Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie.

La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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In competizione con Gesù ? Non ne vale la pena…

Cari sposi,

esattamente 30 anni fa Riccardo Cocciante cantava: “Se stiamo insieme ci sarà un perché e vorrei riscoprirlo stasera. Se stiamo insieme qualche cosa c’è, che ci unisce ancora stasera…”.

Quanto è importante tra voi che sia ben chiaro perché ci si ama e che tale motivazione si consolidi e cresca nel tempo.

Non è un caso che questo desiderio sia anche in Gesù verso gli apostoli e i discepoli. Del resto, non è forse questo il senso nascosto dietro la domanda: “voi chi dite che io sia?”.

Ma oggi sono due apostoli che vogliono, pare, toccare con mano “la paga” della loro sequela. E sembra che puntino a cose molto ma molto concrete: ricevere i posti più alti di onore nella gloria futura. Per Gesù avevano lasciato tutto – erano infatti promettenti pescatori – ma adesso però volevano essere certi che tutto quel loro sacrificio non andasse a ramengo.

Che lezione ci danno Giacomo e Giovanni? Anzitutto mi fa sorridere la loro venalità e questo lato così umano del loro essere apostoli. Uno pensa sempre a gente particolarmente dotata ma qui vediamo che sono proprio come noi. E questo sinceramente mi consola assai.

Credo proprio che tale scena evangelica ci mostri quanto sia fallace imporre a Dio le nostre decisioni. È una tentazione sempre dietro l’angolo, anche in chi ha dedicato la vita al Signore. Il Signore potrebbe diventare una specie di McDrive a cui chiedere quello che ti piace e che ti deve accontentare per forza.

Occhio perché se abbiamo questo atteggiamento con Lui, poi non tarderemo per proiettarlo anche nella coppia e in famiglia, diventando impositivi, o anche solo iniziando a guardare solo a sé stessi, ai propri bisogni e necessità e smettendo di avere uno sguardo di apertura e condivisione. Tant’è che poi Giacomo e Giovanni finiscono per litigare con gli altri 10…

Finisco dicendo che in realtà a ben vedere il Signore non è in competizione o, peggio, in opposizione a quello che il nostro cuore cerca. Cioè, non è che seguendo Gesù poi rimarremo fregati o che dovremo fare una vita di continue rinunce e di masochismo spirituale.

Nel Vangelo si vede come Gesù vuole dare a Giacomo e Giovanni esattamente quello che cercano pure loro ma… al modo divino e non umano. Si potrebbe dire esattamente la stessa cosa di Adamo ed Eva circa la “mela” e il diventare come Dio, ma non mi dilungo ora.

Vi lascio una pagina stupenda di Sant’Agostino. Uno che di piaceri e desideri nella vita, mi pare, ne abbia cercato e voluti parecchio, ma sentite cosa dice a questo riguardo

“Che significa essere attratti dal piacere? «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 36, 4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo” (sant’Agostino, Trattati su Giovanni, Tratt. 26, 4).

Cari sposi, non temete di aprire sinceramente il vostro cuore e svuotarlo a Gesù e abbiate la certezza che con la medesima sincerità il Signore vi guiderà a saziarlo e trovare veramente quello che cercate.

ANTONIO E LUISA

Spesso sbagliamo il punto su cui focalizzare la nostra attenzione. Siamo sempre pronti a riscontrare ogni mancanza del nostro sposo (o sposa), sempre pronti a sentirci offesi da un atteggiamento poco accogliente, sempre pronti a sentirci poco curati e ascoltati. Ci sentiamo spesso incompresi, trascurati, dati per scontato. In realtà, se ci pensiamo bene, l’altro non sarà mai perfetto (o perfetta, vale per entrambi). Sbagliamo atteggiamento. Dovremmo invece chiederci altro. Come posso aiutarlo/a? Cosa posso fare per farlo felice? Cosa gli piace? Posso cambiare qualcosa nella mia relazione con lui/lei per rendermi più amabile?

Cambia tutta la prospettiva e cambia la relazione. Solo così diventa un vero matrimonio, una vocazione all’amore e non solo due povertà che cercano di prendere qualcosa dall’altro come mendicanti.

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Non abbiate paura!

“«Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima”.

Erano le 19:15 della sera de di lunedì 16 ottobre 1978. Dal balcone della facciata di San Pietro appare un volto nuovo ma radioso: il neoeletto Papa Giovanni Paolo II, con fare sicuro, accogliente e solare, si rivolge alla immensa moltitudine accorsa in piazza dopo la fumata bianca.

Come non commuoversi rivedendo quel video? È stato il Papa dell’infanzia e giovinezza di tanti di noi e ci ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite.

Tornando a quella sera autunnale, colpisce in primo luogo la sua serenità e la pace che ci seppe trasmettere. Prima di lui, nelle analoghe occasioni, c’è stato chi ha pianto, chi si è spaventato e chi sentito il capogiro. Eccovi una pennellata di come si comportarono i suoi predecessori.

Papa Pio VI (1775-1799), il Papa che affrontò la furia napoleonica, pianse in quei momenti, come del resto anche san Pio X (1903-1914) pensando alla sua mamma; San Giovanni XXIII (1958-1963) esclamò: “sto tremando e ho paura”; un visibile imbarazzo e turbamento, anche nel tono di voce, vi fu in Giovanni Paolo I (1978).

Spesso su questi paralleli tra Papi nel loro presentarsi al mondo, i giornalisti ci hanno molto giocato. Ma quasi all’unanimità si è sottolineato il particolare tono sicuro e deciso di Karol Wojtyła. Come ha fatto a reagire così? Non sarà che sapeva fingere, da buon attore teatrale, quale era stato? Penso proprio di noi, che in quelle circostanze non si possa fingere, i pesi e le sfide che gli si stagliavano all’orizzonte avrebbero tradito qualsiasi maschera.

Ma che prove aveva davanti il neo Papa? Anzitutto un mondo in cui il comunismo era in forte ascesa con i rischi di una terza guerra mondiale (ci siamo andati infatti vicinissimo nel settembre 1983) e una Chiesa ancora profondamente scossa dai postumi del Concilio (1962-1965) con la conseguente disaffezione e defezione culturale di tanti giovani. Eppure, il Papa seppe, al di sopra di tutta la coltre di sentimenti ed emozioni provate, porre la fiducia in Cristo tramite le mani di Maria e ce lo ha dimostrato tantissime volte in seguito.

Cari sposi, sento che questo esempio ha tanto da dire a ciascuno di noi adesso. Parlando con coppie qua e là avverto tutta l’incertezza del domani e una serie di timori che paralizzano la voglia di vivere e stare sereni. Quanto abbiamo perciò bisogno ora di trovare e ritrovare i motivi per non avere paura! Non è uno stoicismo vuoto di chi ostenta impassibilità e fierezza davanti alle prove della vita. Non si tratta nemmeno di credere che un “andrà tutto bene” ci ridarà il sorriso.

Cosa è infatti la paura? Secondo i classici è una “passione”, cioè un fenomeno che si subisce, che si riceve indipendentemente dalla nostra scelta. Chi può decidere di aver paura? È “uno stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso” (Treccani). La paura ci rimanda al nostro senso di creaturalità, al fatto che siamo “polvere”. Ecco perché “spaventa” tanto, paradossalmente, la paura. Perché in una cultura che fa del benessere e del comfort l’ideale di vita, pensare che qualcosa di ignoto e non controllabile me li possa togliere, mette in crisi nera.

Proprio per questo quante volte nella Scrittura Dio dice ai vari personaggi: “non aver paura” e anche “Io sono con te”! Il Signore conosce la nostra vulnerabilità e labilità e nemmeno noi dobbiamo vergognarcene, piuttosto assumerla e accoglierla nella fede.

Cari sposi, Gesù il vostro Sposo è con voi, anzi vi “viene incontro […] attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane” (Gaudium et Spes 48) con voi. Pensiamo a quanto questa certezza si sia cementata nel cuore di San Giovanni Paolo II e lo aveva reso saldo in mezzo a tribolazioni immense. Certo, il Papa è il Papa. Ma noi come lui possiamo “varcare la soglia della speranza” se ci affidiamo sempre al Signore e all’intercessione di Maria.

Coraggio cari sposi, ammettiamolo, abbiamo paura, ma siamo certi che non per i nostri meriti, ma per grazia di Dio possiamo restare in piedi e continuare a camminare a testa alta.

Padre Luca Frontali

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La Vocazione? Roba da battezzati e da Hobbit – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Disse Gandalf“Stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo”.

“Lo credo bene! Siamo gente tranquilla e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!” disse il signor Bilbo Baggins e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. (…) poi si sentì a disagio e anche un po’ seccato e aggiunse: “Buongiorno, non vogliamo nessuna avventura qui, grazie tante…”

TRATTO DA LO HOBBIT, DI J.R.R. TOLKIEN

Ci pensate?

A volte la vita ci si presenta innanzi con progetti incredibilmente affascinanti che promettono tesori e gloria e noi, obnubilati delle nostre certezze da 4 soldi, dalla grazia polverosa dei centrotavola della nostra casa, dalle abitudini alimentari che hanno i loro orari e ci tengono sazi e troppo indaffarati a digerire, dalla paura di sudare e di sporcare le nostre vesti che ormai puzzano di naftalina come il nostro cuore….la rifiutiamo e preferiamo star lì, a fare sbadigli, cerchi di fumo e a dirci quanto siamo bravi nel rispettare le regole (anche se intimamente ci crediamo affascinanti e spericolati come Indiana Jones).

Certo, sappiamo bene che vivremmo molte fatiche e potremmo rischiare di farci male e morire se partissimo per la strada che Gesù ci propone, ma da che mondo è mondo neanche nelle fiabe si è mai raggiunto un tesoro senza aver combattuto contro draghi, orchi e contro sé stessi.

Gesù passa nella vita di ciascuno, non solo per chiamare futuri preti e suore ma anche per chiamare futuri sposi. Lui chiama tutti all’avventura più avventurosa che una donna, un uomo (o uno hobbit se preferite) possa vivere.

Gli disse Gesù«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.

DAL VANGELO DI MATTEO 19, 21-22

E’ la proposta che fa a tutti i battezzati: uscire dalla propria “Comfort Zone” che somiglia ad una bara per scoprire la bellezza della vita viva, la gratitudine colma del sentirsi vivi, nella conoscenza del potere dell’amore, nell’amare sconfinatamente e nell’essere amati sconfinatamente da un Amore più grande di ogni “tesssssooooro”. Il Suo. Amore divino.

E se abbiamo già accettato la sfida e ci siamo messi in cammino?

Beh, Gesù bussa ancora alla tua porta caro sposo e cara sposa, alla tua porta caro sacerdote e caro consacrato, alla tua porta cara consacrata. Bussa. Non restare lì a conteggiare troppo quello che devi lasciare ancora una volta in termini di certezza umana…aggrappati al sogno di una vita più bella, più ricca, più strabenedettamente felice.

Buon viaggio Hobbit! Buon viaggio!

«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me»

APOCALISSE 3,20

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Marta e Maria: entrambe importanti nella nostra famiglia

Stavo ripensando alle carissime amiche di Gesù Marta e Maria. Spesso tendiamo ad identificarci o con l’una o con l’altra. In realtà, se ci pensiamo bene, Marta e Maria sono entrambe presenti in noi. Noi viviamo in un mondo dove siamo chiamati ad operare ma anche a contemplare. Non abbiamo solo mani per fare ma anche un cuore e degli occhi per contemplare e per godere del bene e del bello. Per godere di Dio. Più in generale per godere dell’amore. Senza Maria o Marta nella nostra vita mancherebbe qualcosa di fondamentale.

E’ importante che nella nostra vita matrimoniale ci siano sia Marta che Maria. Se manca una delle due le cose non possono funzionare e presto o tardi entreremo in crisi. Perchè vi dico questo? Cercherò di spiegarmi meglio. Analizziamo le varie opzioni una per una.

Maria senza Marta.

Maria senza Marta significa vivere un amore disincarnato. Una vita dedita ad un Dio che sta lontano nel Cielo. Significa compiere riti e preghiere e poi…. e poi non essere capace di trasformare la preghiera in azione. In gesti concreti. In carezze, in servizio, in ascolto. Mi vengono in mente molte persone, che apparentemente dedicano moltissimo tempo a Gesù e alla Chiesa, ma poi trascurano la moglie o il marito e i figli. Persone che passano le ore in chiesa tra rosari, novene, Messe e magari non preparano la cena a casa o non vanno a fare la spesa. Mi ci metto anche io. Mi è capitato di rendermi conto di star deviando dalla mia vocazione, quando per scrivere un articolo non aiutavo uno dei miei figli a svolgere i compiti a casa. Aveva bisogno di me ed io mi dedicavo all’evangelizzazione. Evangelizzazione farlocca se disincarnata. Ricordiamoci che Dio desidera essere amato qui, adesso, con il nostro prossimo, quello che abbiamo vicino. Marta ci ricorda proprio questo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. (1 Gv 4, 20).

Marta senza Maria

Darsi da fare per gli altri è senza dubbio un ottima cosa. E’ importante però chiedersi: perchè lo faciamo?Solo per dovere o c’è di più? Fare e basta presto diventa un peso! Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto, ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici o ai familiari, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione dell’attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Stiamo attenti che per il troppo fare rischiamo di perdere la gioia vera che dovrebbe scaturire dalle nostre opere. Rischiamo di trasformare tutta la nostra vita in un peso da sostenere.

Marta con Maria

Cosa accade quando nella nostra vita sono presenti entrambe queste benedette donne? Accade un miracolo! Come scrive Jovanotti nella sua canzone A te: A te che hai reso la mia vita bella da morire. Che riesci a render la fatica un immenso piacere. Esattamente così. Quando siamo capaci di far coesistere Marta e Maria nella nostra vita, riusciamo a fare e anche a contemplare, cioè a godere del bene che le nostre opere innescano nella giornata delle persone che ci sono care. Non ci concentreremo più sulla fatica che ci costa ad esempio lavare i piatti la sera, ma godremo nel vedere nostra moglie che intanto si riposa seguendo la sua trasmissione preferita in TV. Non ci concentreremo più sulla fatica che ci costa accompagnare i figli a calcio, ma godremo della loro gioia nel correre su un campo con i loro amici. E così via. Ognuno metta le proprie fatiche e pensi ai benefici che generano intorno a loro. Questo è il segreto per non farci schiacciare da una vita sempre più frenetica, e per essere capaci di vedere, e soprattutto di godere, del bene che riusciamo a fare. Alla fine è la sola cosa che ci può rendere felici: sentirci amati da Dio ed essere capaci di rispondere a quell’amore. Il senso della vita è solo questo.

Antonio e Luisa

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Otto motivi per pregare insieme. La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

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L’elemosina interiore

Oggi la Chiesa ci propone Gesù invitato a pranzo da un fariseo :

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 11,37-41 ) : In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Solitamente assistiamo a riflessioni, su questo brano evangelico, che denigrano i cristiani che sono ligi alle regole, così come lo erano i farisei, cosicché gli ascoltatori più devoti si sentono in difetto e quelli già tiepidi si sentono autorizzati a continuare ad eludere gli obblighi religiosi nascondendo le loro mancanze dietro al presunto fariseismo degli altri.

Siamo sicuri che sia proprio qui il centro di questo Vangelo ?

Ad una lettura superficiale sì, sembra che Gesù non dia importanza al rispetto delle regole esterne, tant’è che Lui stesso non ha fatto le abluzioni prima del pasto, quindi parrebbe un’implicita autorizzazione a sgarrare le regole, poiché “tanto l’importante è il cuore“, ne siamo certi che sia così semplice la questione ? Vogliamo proporvi di fermarvi con calma ad analizzare più in profondità, senza fretta, e ci scusiamo fin d’ora per la lunghezza dell’articolo. Dalla equazione di cui sopra ne consegue che potremmo eludere tranquillamente le regole dettate dalla Chiesa, a patto che nel cuore siamo puri … oppure… e anche peggio… sono migliori quelli che sanno di avere l’interno cattivo e quindi non si preoccupano neanche dell’esterno, almeno sono sinceri e coerenti !

E’ un tema delicato e non c’è qui l’intenzione di dividere con lo spartiacque i tifosi delle regole contro i tifosi dell’importanza dell’atteggiamento del cuore a discapito delle regole.

Dobbiamo dapprima mettere un po’ di ordine altrimenti rischiamo di schierarci subito dalla parte dei legalisti oppure dalla parte dei fideisti. Innanzitutto dobbiamo verificare com’è strutturata la persona umana senza la pretesa di fare un trattato di antropologia o di psicologia cristiana : l’uomo è una creatura di corpo e spirito/anima inseparabili tra loro. Se fossimo solo spirito saremmo angeli, se fossimo solo corpo saremmo come gli altri esseri viventi animali o vegetali, ed invece siamo uomini e qualcuno ama definire la nostra natura creaturale come “spiriti incarnati“, ed in effetti rende bene il concetto.

Una volta fissata bene questa realtà possiamo affrontare questo brano evangelico un passettino alla volta. Innanzitutto bisogna stare attenti a parlar male dei farisei con spietatezza, poiché essi conoscevano bene la Legge e la rispettavano. Analogamente, quanti sono i cristiani che conoscono bene la Legge di Dio e della Sua Chiesa ? Provate a chiedere a bruciapelo a qualcuno i Dieci Comandamenti oppure i 5 precetti per non parlare delle 7 opere di misericordia spirituale e le 7 di quella corporale… tanto per fare qualche esempio. Quanti saprebbero rispondere senza sbagliare o almeno quanti saprebbero almeno di cosa si tratta ?

Inoltre, quanti tra questi cristiani battezzati di cui sopra rispettano la legge di Dio ? E’ possibile che gli unici che procurano aborti o li pratichino siano solo non-cristiani ? Possibile che gli adultèri siano commessi solo dai non-cristiani ? Quelli che vivono la Domenica come fosse un qualsiasi altro giorno sono solo i non-cristiani ? Quelli che usano contraccettivi abortivi sono solo non-cristiani ?

La risposta la lasciamo alla vostra riflessione, perciò stiamo attenti noi cristiani a non scagliare la prima pietra per lapidare subito i farisei sentendocene autorizzati dal solo fatto che essi sono spesso oggetto dei rimproveri di Gesù.

Proseguendo l’analisi del Vangelo, scopriamo che Gesù non rimprovera i farisei per l’atteggiamento esterno, ma per il fatto che esso non corrisponda all’interno, NON ha MAI detto che siccome l’interno “è pieno di avidità e cattiveria” tanto vale abbandonare la pratica esterna, NO ! Questo pensiero è una distorsione delle parole evangeliche, e Gesù lo spiega bene nel proseguo del capitolo 11 di Luca.

Per capire bene cosa intende Gesù dobbiamo ritornare alla prima riflessione riguardo la natura umana, fatta di corpo e spirito indivisibili tra loro fino alla morte. Non possiamo illuderci che un’azione compiuta dal corpo non abbia ripercussioni sullo spirito ; poniamo ad esempio una persona che viene malmenata dalla persona amata : sarebbe una stortura della verità non riconoscere che queste percosse abbiano influito sulla psiche, sul morale, sull’anima della vittima, non si possono considerare solo i danni corporali, sarebbe un’ingiustizia. Ma anche nell’accezione buona succede la stessa cosa : se io tutte le volte che passo davanti ad una chiesa mi faccio il segno di Croce, può darsi che inizialmente possa restare solo un’azione corporale, ma in quel momento obbliga il mio spirito ad avere anche un pensiero piccolo piccolo per Gesù ; così come al contrario non posso pensare di bestemmiare dalla mattina alla sera ed illudermi che la mia anima non ne venga macchiata.

Cari sposi, Gesù guarda alla nostra umanità in tutta la sua interezza. Quando guarda una sposa, non può contare solo il numero delle lavatrici fatte o a quante Messe abbia assistito, allo stesso modo non può pensare ad uno sposo solo contando quanto si è sacrificato per il sostentamento della famiglia o quanti Rosari abbia recitato. Questi sono atteggiamenti esterni che rivelano il nostro amore, ma se non nascono da un desiderio di rendere l’altro/a felice o dal desiderio di dimostrare a Dio il nostro amore nei Suoi confronti, rischiano di essere infecondi, di non produrre quindi vita nuova. Che fare dunque ? Se non sono accompagnati dall’interno perfetto li dobbiamo abbandonare ? Certo che no ! Per il motivo che anche il corpo può imporre all’anima un atteggiamento, sono inseparabili !

Ma la via d’uscita ce la dà Gesù : l’elemosina interiore.

Cos’è l’elemosina ? E’ l’atto gratuito di una donazione, gratuito perché non chiede il contraccambio e quindi si trasforma in dono o donazione. La purificazione esterna dei farisei prima del pasto deve solo ricordare a chi la compie di purificare il cuore, infatti Gesù non ne ha bisogno.

Veniamo dunque all’elemosina interiore. Di quale atto gratuito di donazione parla Gesù ? A chi dobbiamo donare gratuitamente la nostra anima, il nostro spirito ? Semplicemente ridonarlo a Colui che per primo ce ne ha fatto dono gratuito, già, perché l’amore è un circolo virtuoso di gratuità, altrimenti non si può chiamarlo amore, ma possiamo definirlo come un contratto tra le parti.

Invece Gesù ci sta dicendo di donare gratuitamente la nostra anima a Dio, facendo così, avverrà che il rispetto delle Sue leggi non sarà più un’imposizione dall’alto che limita la mia libertà, ma un atto (magari faticoso) che io decido di compiere per dimostrare a Dio il mio amore e il rispetto per Lui, della Sua autorità sulla mia vita, sulla mia anima ; cosicché mi consegno totalmente a Lui, dono a Lui in elemosina il mio cuore, la mia anima, il mio spirito, faccio di Lui il mio Re e quindi seguo le leggi del mio Re, è questa elemosina che purifica anche l’esterno.

Gesù quindi sta chiedendo a quel fariseo che l’ha ospitato a pranzo di fare un salto di qualità nella vita spirituale, gli sta dicendo che va bene purificare stoviglie e mani prima del pranzo, ma va molto meglio fare anche la purificazione del cuore, le purificazioni esterne devono essere solo di stimolo e ricordo per la vera e più importante purificazione che è quella dell’anima.

Essere fedele al mio coniuge è cosa santa, ma questo atteggiamento esterno deve ricordarmi la fedeltà che Dio ha nei miei confronti e con la mia fedeltà lo sto dicendo implicitamente al mio amato/a. Rispettare il corpo di lei/lui nella sua interezza è cosa santa, ma questo atteggiamento esterno mi deve ricordare che quel corpo è tempio dello Spirito Santo, che in quel corpo alberga la Trinità Santissima, che non posso trattarlo come se fosse un Luna Park.

Cari sposi, coraggio, andiamo avanti senza paura nel rispetto delle leggi di Dio, e qualora tutto non fosse perfetto, l’elemosina interiore purificherà tutto anche ciò che deve essere purificato esternamente.

Giorgio e Valentina.

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Fatti saggio: esci dalla tua comfort zone!

Già lo disse il grande poeta Plauto: “Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia” (Trinummus, 367). Traduco per me: “Non con l’età ma con l’ingegno si raggiunge la sapienza”. Quindi cosa si intende per sapienza? Dato che oggi la liturgia ne è piena. Cosa è la sapienza? Chi è il sapiente? Non è forse essere cervelloni dal QI oltre 200?

Mi pare proprio di no, ci inganna il fatto che “homo sapiens sapiens” da come l’abbiamo imparato a scuola significa “l’uomo che sa di sapere”. Quindi sapienza = intelligenza, cultura, erudizione… qua a Roma si direbbe “capoccione”.

Ma nella Sacra Scrittura non è così! La sapienza, di cui parla la prima lettura e il salmo, non è anzitutto una capacità umana ma un dono divino. Eh già, e che dono divino! È il primo dei 7 doni dello Spirito Santo, quello che in un certo modo prepara la strada a ricevere e vivere tutti gli altri.

Il Catechismo ci dice che la sapienza concede la grazia di poter gustare Dio, la sua presenza, la sua mano, la sua dolcezza in ogni cosa. Papa Francesco in una catechesi lo esplicita ancora dicendo che il sapiente: “«sa» di Dio, sa come agisce Dio, conosce quando una cosa è di Dio e quando non è di Dio; ha questa saggezza che Dio dà ai nostri cuori. Il cuore dell’uomo saggio in questo senso ha il gusto e il sapore di Dio” (Udienza 9 aprile 2104).

È sapienza quando vediamo il tocco di Dio nella nostra vita ordinaria. Cari mariti, non vi rendete conto di come cambia la casa con o senza la presenza di vostra moglie? Il tocco femminile, o come direbbe San Giovanni Paolo II “il genio femminile”, si vede, si nota nella vostra casa, è percepibile a vista.

Che diversa sarebbe la nostra vita se questo dono, che tutti noi abbiamo (per il Battesimo e la Cresima), arrivasse a pienezza! I santi lo hanno espresso in vari modi. Per primo San Paolo quando esclama che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Ma anche Santa Teresina di Lisieux lo ha scritto nel suo diario “Storia di un’anima” che “tutto è grazia”. Una frase simile è quella che Georges Bernanos mise sulle labbra del suo celebre curato di campagna, don Claude Laydu, prima di spirare: “Che cosa importa? Tutto è grazia”.  E simili sono state le parole scritte di una mistica francese, quasi dei giorni nostri, la serva di Dio Madeleine Delbrêl (1904-1964): “In cammino, tutto è grazia”. Mi piace anche ricordare la beata Benedetta Bianchi Porro (1936-1964), la quale colpita da una terribile malattia che la privò dei 5 sensi arrivò un giorno a esprimere la sua gratitudine al Signore per la sua piena di cose belle…

Quante esperienze di vita facciamo noi ogni giorno, e in particolar modo da un anno e mezzo a questa parte! Per non dire nell’arco della vita di coppia: esperienze bellissime ma anche dolorose.

Che sarebbe della nostra vita e della nostra relazione nuziale se potessimo guardarci alla specchio e guardarci a vicenda e dire a testa alta, con piena consapevolezza: “sì, è vero, tutto quello che abbiamo vissuto e viviamo è grazia… proprio tutto!”.

Che accade, di contro, quando questo non avviene? La conseguenza, la conosciamo bene ahimè, è davvero umana e segue una sua logica: ci aggrappiamo alle cose, quale salvagente in mezzo ai cavalloni. Se la vita non è data, non è una grazia continua, ci afferriamo ai nostri meriti, ai nostri risultati, alle nostre “sicurezze”, in definitiva, restiamo ben sprangati nella nostra “comfort zone”. Che è quello che fece questo “baldo giovine” davanti alla Grazia in persona. Scansò Dio per i suoi quattrini che tanto gli stavano a cuore…

Non so voi, ma a me più di una volta e pure di recente il Signore mi spinge a uscire dalla comfort zone e di abbandonarmi a Lui sebbene non veda molto in là con la mia vista.

Cari sposi, perché non facciamo di Dio e della sua volontà su di noi, la nostra comfort zone? Questa è la sapienza che già abbiamo e che siamo chiamati a coltivare perché produca questo frutto meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermeremo sul Vangelo. Sull’episodio del giovane ricco. Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. La mia sposa era molto più sapiente di me. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 19

Terminato l’antico inno del Gloria c’è una preghiera che fa da ponte tra la prima parte della Messa e l’inizio della Liturgia della Parola, ed il Messale ci viene in aiuto spiegandone la natura :

Poi il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente «colletta», per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l’orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […] Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione Amen.

Questo è il momento in cui veniamo invitati ad esprimere la nostra personale preghiera nel segreto del cuore, il sacerdote poi raccoglie le intenzioni di ciascuno “racchiudendole” in un’unica preghiera più grande, una orazione solenne, una supplica ufficiale che ognuno di noi rivolge al Padre. Ufficiale perché passa attraverso il mediatore tra noi e Dio, come se fosse il nostro portavoce d’ufficio : il sacerdote, egli infatti è il ministro ordinato, incaricato cioè di essere il filtro tra il popolo e Dio, come Mosè.

Mosè riceveva dal popolo varie richieste da inoltrare a Dio, poi andava nella tenda per incontrarLo e Gli riportava le istanze del popolo rivolgendosi a Lui con frasi del tipo : “Il tuo popolo ha bisogno di…” , spesso però si sentiva rispondere : “Il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto…” ; sembrava che giocassero a rimbalzarsi a vicenda l’esclusiva sulla proprietà del popolo. Il sacerdote dovrebbe imitare l’atteggiamento di Mosè : rivolgendosi al Padre per conto nostro, ricordandoGli che il popolo appartiene a Lui, intercedendo per noi presso l’Altissimo, e nel medesimo tempo si deve anche ricordare che il popolo che ha di fronte è “il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto“, cioè il popolo che Dio gli ha affidato perché ne abbia cura in sua vece.

Ecco spiegato il motivo del nome di questa orazione, essa infatti ha il compito di raccogliere tutte le personali invocazioni in un’unica supplica a “Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo” ; così come facciamo colletta per raccogliere soldi a favore di una iniziativa così facciamo colletta per raccogliere invocazioni a favore di una iniziativa spirituale.

La colletta spirituale può essere fatta anche nelle nostre case, certo in una forma esterna diversa da quella della Messa, ma non per questa meno vera. La famiglia è quel luogo dove la sofferenza di un membro diventa la sofferenza di tutti ; certamente chi è colpito in prima persona dovrà prenderla di petto, ma ciò non significa che gli altri familiari ne restino indifferenti ; ogni membro si farà carico di un pezzetto di quel dolore così da alleggerirne il peso al sofferente, e lo farà con intensità, modi e tempistiche proprie a seconda dell’età, della consapevolezza. I bambini vivono il dolore in una modalità diversa da quella degli adulti, spesso esprimono il proprio dolore con l’irrequietezza, oppure con la svogliatezza, l’apatia ; il papà tende ad essere più nervoso ed irritabile ; la mamma tende ad assorbire tutti gli umori con l’accoglienza tipica femminile e ad esprimerla con lo stress, la stanchezza : questi sono solo atteggiamenti esterni, come una scorza che nasconde al centro il dolore, il malessere.

In questi momenti di sofferenza famigliare possiamo fare la nostra colletta spirituale casalinga : si può decidere insieme un momento di preghiera comunitario, nel quale si prega tutti insieme e poi ogni membro si impegna a offrire sacrifici, preghiere o penitenze personali o per la stessa intenzione oppure ognuno può esprimere le personali intenzioni di preghiera. Così facendo vivremo realmente la chiesa domestica : ogni membro, grande o piccino che sia, trova il proprio posto unico ed irripetibile nella famiglia, si sente importante e ritrova la propria dignità, nessuno è escluso, e nessuno si senta escluso in qualsiasi condizione di salute o altro, poiché ognuno ha la possibilità di realizzare la propria vocazione all’amore secondo la propria specificità, senza clonare nessun’altro. Questa è una vera colletta famigliare ! Ai genitori poi spetta il compito, in particolare al papà, di raccogliere le intenzioni varie in un’unica preghiera ( per esempio il Padre nostro ), così come fa il sacerdote nella Colletta della Messa… ogni famiglia troverà poi strategie, momenti e modalità che le sono proprie.

Continuiamo a conoscere meglio la colletta della Messa approfondendone altri due significati tra gli altri: il carattere e la sua conclusione trinitaria.

Il carattere della celebrazione viene impresso con questa orazione, sicché la colletta che caratterizza la solennità di Pentecoste sarà diversa da quella del Corpus Domini, solo per fare due esempi. Infatti nella colletta pentecostale c’è una supplica particolare dello Spirito Santo chiedendo che Esso scenda sul popolo radunato e sull’intera Chiesa, mentre nella solennità del Corpus Domini si chiede la fede per adorare il santo mistero del Corpo e del Sangue del Signore racchiuso nella Santa Eucarestia. A volte, ci capita di essere distratti a Messa dalle più disparate situazioni contingenti, però al momento della colletta, ascoltandola bene, abbiamo la possibilità di sgomberare il campo delle distrazioni e capire quale festa si stia celebrando, quale particolare aspetto del Mistero cristiano stiamo celebrando, così da predisporre meglio il cuore alla preghiera e alla contemplazione dei divini misteri.

Da ultimo, vogliamo mettere in luce la frase del Messale “l’ orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […]”. Sembra una semplice indicazione per il sacerdote, ed invece contiene una verità profonda che qui accenniamo solo : ogni preghiera è fatta per mezzo di Gesù. San Paolo lo spiega bene articolando con molti paragrafi e diluendo bene il discorso nella Lettera agli Ebrei con una profondità ed una chiarezza tipica dei grandi santi ( inoltre è Parola di Dio ufficiale ), noi ci limiteremo solo a dare una piccolissima goccia di colore in un quadro gigantesco dai mille colori.

Tutto nasce dal riconoscere che Gesù è Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, e quindi Dio Padre non può più guardare all’umanità con gli occhi di prima ; da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, il Padre guarda la realtà umana con occhi diversi, poiché è la stessa natura assunta dal Suo Figlio Unigenito, non può più ignorare questa Incarnazione, non riesce a far finta di niente guardandoci, ed il suo cuore si intenerisce sempre più in misura di quanto noi Gli ricordiamo che la nostra supplica Gliela presentiamo passando proprio da quel Figlio tanto amato.

E voi pensate che il Padre faccia orecchie da mercante alle richieste del Figlio ?

Questa è una valida indicazione anche per le nostre preghiere di colletta familiari : noi siamo troppo fragili ed imperfetti per presentare direttamente a Dio Padre le nostre suppliche, dobbiamo farci furbi e chiedere l’aiuto a dei potenti intercessori cosicché la nostra supplica venga filtrata ed epurata ad ogni passaggio per arrivare agli orecchi di Dio Padre pura e potente. Affidiamo tutto alla Vergine Maria che filtra tutto al Suo Figlio Gesù, il quale ha la chiave d’accesso al cuore di Dio Padre ; inoltre quando siamo a Messa, la preghiera ufficiale e la madre di tutte le preghiere, abbiamo un’ulteriore filtro che è il sacerdote.

Care famiglie, da domani abbiamo la possibilità di vivere con maggiore attenzione e fede il momento della colletta a Messa per poterlo vivere anche nelle nostre case.


Giorgio e Valentina.

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La prima notte di nozze raccontata da Tobia e Sara

Il libro di Tobia è un testo dell’Antico Testamento. Un testo breve dove vengono narrate le vicessitudini di Tobia e Sara due giovani che dopo una serie di problemi e di ostacoli riescono a sposarsi. Oggi in particolare vorrei soffermarmi sulla loro prima notte. La narrazione di quanto avviene è ricca di significato e di simboli che vanno letti, compresi e rielaborati perchè dicono tanto del matrimonio e di quanto sia importante il rapporto fisico.

Sappiamo che Sara era già stata data ad altri sette mariti. Tutti morti la prima notte. Farà la stessa fine anche l’intrepido e impavido Tobia? Tobia ha però un asso nella manica. Tobia durante il cammino che lo ha condotto da Sara è stato accompagnato dall’Arcangelo Raffaele, il quale ha consigliato al ragazzo alcuni gesti da compiere prima di giacere con la sposa.

Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso.  L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. (Tb 8, 2-3)

Una simbologia meravigliosa. Il testo ci mette di fronte ad un vero e proprio esorcismo. Un esorcismo che nasce dall’amore coniugale. Dio guarisce attraverso l’amore. Per noi cristiani c’è un significato ancora più chiaro. Il sacramento del matrimonio ci libera dal male e ci permette di amarci da Dio, di amarci come Dio. Non a caso Tobia brucia cuore e fegato. Il cuore e il fegato rappresentano due componenti costitutive di ogni persona, in ebraico néfèsh. Il cuore è il luogo della volontà, del voler il bene o il male, mentre il fegato è l’organo delle sensazioni più istintive e basiche come possono essere la passione, le emozioni e l’impulso sessuale. Offrendo queste nostre due realtà, volontà e passioni, a Gesù, attraverso la nostra promessa matrimoniale, accade il miracolo. Il male viene cacciato dalla nostra casa e viene allontanato da noi. Solo con la nostra volontà non potremmo però impedire al male di tornare. Per questo serve un sacramento. E’ Dio, in questo caso attravero l’Arcangelo Raffaele (che significa appunto Dio guarisce), incatena in ceppi il diavolo impedendo così che possa tornare a distruggere la nostra unione. Non significa che non commeteremo più errori. Impossibile. Significa che se ci metteremo tutto il nostro impegno e cercheremo di governare le nostre emozioni e i nostri istinti senza farci trascinare da essi, Dio ci darà la forza per superare ogni prova e per restare insieme tutta la vita. E tutto questo passa dalla prima notte di nozze. Passa cioè dal dono totale che ci facciamo vicendevolmente. In anima e corpo. Passa attraverso il rapporto sessuale che sigilla la promessa matrimoniale.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! (Tb 8, 4)

Due sole parole ma che aprono un mondo. Sorella! Perchè Tobia chiama la propria sposa sorella? Perchè noi tutti possiamo chiamare la nostra sposa sorella o il nostro sposo fratello? Noi spesso crediamo che i rapporti più importanti siano quelli di sangue. Il rapporto con i genitori e appunto con i fratelli. La Bibbia ci dice che non è così. Il rapporto più importante è quello che nasce da una promessa che diventa alleanza. Da una promessa che diventa sacramento e vita. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola (Matteo 19). Vale per gli sposi in modo evidente, ma vale anche per tutti i fratelli e sorelle nella fede. Quante volte ci sentiamo più vicini con il cuore a persone che non hanno nessuna parentela con noi rispetto ai nostri familiari che non ci capiscono e con i quali non riusciamo ad aprire il nostro cuore e la nostra fede? Cari sposi ogni tanto chiamatevi amato fratello o amata sorella per ricordarvi che quella persona viene prima di vostro padre e di vostra madre. Ricordarvelo non perchè i vostri genitori non meritino altrettanto amore e considerazione, ma perchè esistono delle priorità. E’ importante mettere ordine per amare non più o meno uno o l’altro ma nel modo giusto.

Infiine la parola alzati. Nella versione greca è utilizzato il termine anastethi che è lo stesso verbo usato nel Vangelo per indicare la resurrezione di Gesù. Capite la grandezza del momento? Tobia sta conducendo la propria sposa ad una resurrezione, ad una nuova vita. Non è Tobia naturalmente ad avere il potere di innescare questo cambiamento incredibile nella vita dell’amata. E’ l’amore che Tobia e Sara si sono promessi e che stanno per sperimentare nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Prima di abbandonarsi all’amore corporeo i due infatti elevano una bellissima preghiera a Dio che ora non ho tempo di riprendere, ma che ho già affrontato in un precedente articolo.

Bellissimo questo passo biblico. Attraverso la storia d Tobia e Sara, due giovani normali, Dio ci introduce nella grandezza del matrimonio e nella sacralità dell’incontro intimo degli sposi. Sacralità che letta poi alla luce del Vangelo diventa sacramento e fonte di Grazia e di salvezza per i due sposi e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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L’anello di fidanzamento e la vera nuziale. Segni di una meraviglia.

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso?

Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

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L’ecologia vera è solo integrale

In questi giorni è tornata di moda l’ecologia. I media hanno messo un po’ da parte la pandemia e hanno raccontato gli eventi e le manifestazioni avvenuti in Italia in favore di una nuova politica ecologica. Abbiamo visto le manifestazioni chiassose e colorate con la partecipazione tanti ragazzi che attraversavano le vie di Milano. Abbiamo visto l’icontro tra le paladine della nuova consapevolezza verde, Vanessa e Greta, e le autorità italiane. Le ha ricevute addirittura il premier Draghi. Abbiamo ancora nelle orecchie il discorso del bla bla bla di Greta. Fino qui è cronaca. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinchè noi ce ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere quindi distruttiva ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio.

Un tema ripreso da Papa Francesco nella sua recente enciclica Laudato sii. Perchè allora non possiamo fare fronte comune con Greta e con tutto quello che rappresenta? Perchè il movimento Fridays for future non può rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale. Chi è l’uomo? Per l’ecologismo progressista di Greta l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sè è completamente autodeterminato, non è cioè soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a determinate conseguenze, porta all’accetazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Solo poco tempo fa Greta stessa si è scagliata contro quei governi che hanno scelto di limitare l’accesso all’aborto. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e se possibile ridimensionato. Questa è l’idea di fondo di Greta e di tutto il movimento politico e sociale che c’è dietro. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi!

Un’idea che se letta da cristiano risulta essere perdente e sbagliata. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua ma in tanti altri ambiti. Nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui. Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato.

Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto.

Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi cara Greta, pur vedendo delle giuste istanze nelle tue battaglie, io mi sento chiamato ad una ecologia diversa che parte dall’essere umano e dove l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare.

Antonio e Luisa

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