Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

Il perdono è una medicina per il cuore!

Ho trattato altre volte della necessità del perdono nel rapporto di coppia. Del perdono come modalità di amare in modo gratuito. Oggi voglio scriverne con una prospettiva diversa. Il perdono come terapia di guarigione. Abbiamo tante ferite e, consapevolmente o no, ne diamo la colpa a qualcuno. Qualcuno che può essere un’altra persona o anche noi stessi. Qualche giorno fa sono andato a trovare Silvia, una mia cara amica, cardiologa, che ha lasciato il lavoro sicuro in ospedale per intraprendere la libera professione. A lei è sempre stato stretto il modo di operare della sanità italiana. I medici che si occupano solo del loro piccolo ambito di competenza senza poter avere una visione d’insieme. Non solo del corpo, ma anche del cuore (divertente detto da una cardiologa) e dello spirito. Ed ecco che ora che è libera può esercitare nel modo che predilige. In questa ottica ha frequentato un corso riconosciuto. Il corso per imparare la terapia del perdono. Non ne avevo mai sentito parlare e incuriosito l’ho incalzata con qualche domanda. Il suo tutor era un frate cappuccino. Chi meglio di loro si intende di perdono? Il corso si basa sulla convinzione che il rancore e il mancato perdono per le ferite più laceranti che conserviamo nel profondo del nostro essere sono causa di sofferenza psicosomatica che si manifesta nel corpo e nella sua fisiologia. Malattie che spesso sono causate da questa incapacità di perdonare. Mi riportava due casi in particolare che voglio condividere. Il primo una signora rumena. Questa signora in gioventù restò incinta. Il padre del bimbo era un ragazzo che si disinteressò completamente del “problema”. Lei portò a termine la gravidanza e lasciò il bambino in ospedale. Successivamente si trasferì in Italia, si sposò, ma non riuscì più ad avere altri figli. Non c’era nessun impedimento organico. Era sana e potenzialmente fertile. Non si era però perdonata. Non riusciva ad accettare di aver potuto abbandonare il suo bambino. Questa ferita era un mattone pesantissimo che le impediva di lasciarsi andare e di aprirsi a una nuova vita. Non credeva di meritare la gioia di un’altro figlio e non se lo concedeva. Durante il corso fece un bellissimo lavoro su di sè. Riuscì finalmente a riconoscere la ferita e quindi seguendo la terapia a perdonarsi. Si era finalmente liberata di quel macigno. Dio era ad attenderla. Ha aspettato che fosse pronta e le ha fatto un regalo bellissimo. Un vero miracolo. Alcune settimane dopo il consolato ha contattato la signora avvisandola che suo figlio la stava cercando per conoscerla. Non può essere solo un caso. Non siete d’accordo?

La seconda testimonianza è ancora più grande. Meravigliosa. Carla (nome di fantasia) ha intrapreso il corso spinta dalla curiosità di conoscere questa nuova terapia. Sembrava che fosse solo curiosità. In realtà era un desiderio inconscio che proveniva dal profondo del suo essere. Molti anni prima era stata abbandonata dal marito che si era sistemato con un’altra donna. Lei non ne ha voluto più sapere nulla. Voleva dimenticare tutto di lui e della sua esperienza piena di ferite e sofferenze. Durante le lezioni, quando ci fu da esercitarsi con la tecnica, lei pensò a tante altre persone, ma non al marito. Più cercava di scrivere il nome di altri e più era bloccata. Riuscì a sbloccarsi solo quando capì che doveva eseguire la terapia sulle ferite causate dal marito. Doveva iniziare un percorso di guarigione su questa sofferenza in particolare. La più distruttiva che aveva dentro. Fece tutto il percorso e finì tutto lì. Almeno sembrava! Poco tempo dopo un cliente del suo negozio scoprì di essere il medico che aveva operato il marito per un brutto tumore. Marito che lei non vedeva da anni. Avevano preso altre strade. La donna conobbe così da quel medico che il marito era rimasto solo e non gli rimanevano che pochi mesi, se non settimane, di vita. Lei decise che era ora di rivederlo, Si presentò all’hospice e quindi con imprevista (non se l’aspettava) naturalezza entrò nella sua camera. Lui ripresosi dallo stupore volle come prima cosa chiederle scusa per tutto il male che le aveva fatto. Lui ormai prossimo alla fine sognava da tempo di poterlo fare. Sembra impossibile, ma lei, tra le lacrime, confidò a Silvia che quegli ultimi due mesi che trascorsero insieme furono i più belli e pieni d’amore della loro vita matrimoniale. Il perdono aveva ricostruito una relazione, Si erano ritrovati, meglio e più di prima.

Perdonare è importante. E’ importante soprattutto per noi stessi, per poter guardare le persone con occhi liberi e il futuro con speranza e leggerezza.

Perdonare fa bene al cuore e al corpo. E’ una medicina formidabile e non ha controindicazioni. Fatene largo uso.

Antonio e Luisa

Mettersi nei suoi panni!

Spesso, negli articoli pubblicati in questo blog, ho scritto di quanto sia importante riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a comprendere le difficoltà e le motivazioni che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento. Mi sono accorto che non basta. Anzi può anche consolidare un giudizio negativo sull’altro. Perchè questo esercizio, che dovrebbe essere di pura misericordia, spesso cela il nostro egoismo e il nostro egocentrismo. Sembra un controsenso, ma è così. A volte mettersi nei panni dell’altro ci serve per poterci confermare nella certezza che noi non avremmo fatto in quel modo o non avremmo tenuto quell’atteggiamento. Mettersi nei panni dell’altro per innalzare di nuovo se stessi. Vedete quale ipocrisia si può nascondere dietro un’apparenza di bene e di amore. La capacità autentica di comprendere l’altro è definita empatia. L’empatia è una dote importantissima per creare rapporti solidi e duraturi. L’empatia cresce con la conoscenza reciproca, con gli anni di matrimonio. Non si finisce mai di imparare. E’ sempre in agguato quella brutta bestia che è il nostro egoismo. Lo dico come autocritica. Giusto stamattina mi è capitato di comportarmi esattamente così con la mia sposa. La chiamo per sapere se il tecnico dell’impianto di riscaldamento avesse fatto tutto secondo quanto disposto e mi sono accorto che lei aveva fatto confusione. Mi sono sentito davvero arrabbiato con lei. Già abbiamo tante cose da fare, impegni imprevisti ed previsti, e per una sua mancanza ne abbiamo aggiunti altri. Ho pensato come io, invece, avrei risolto tutto in breve tempo e senza problemi. L’ho ripresa con malcelato fastidio e  ho messo giù frettolosamente la cornetta sbuffando. Mi sono davvero messo nei suoi panni? Certamente no. Ho valutato la situazione con le mie conoscenze, le mie esperienze pregresse. Non con le sue. Lei ci ha messo tutto l’impegno e io non l’ho preso in considerazione. Le ho già chiesto scusa. E’ una piccola cosa, ma è indicativo di come sia facile ferire le persone, soprattutto le più care. Certo capita anche il contrario. Quando cerco di sollevarla da alcune incombenze domestiche spesso non apprezza il mio impegno, ma evidenzia come avrei potuto lavorare in modo diverso e migliore.  Quando però c’è intimità, dialogo. sensibilità verso l’altro e ci si vuole bene queste sono solo occasioni per perdonarsi, accogliersi e ricominciare più uniti di prima.

Antonio e Luisa

Il mio matrimonio raffigura Cesare o Dio?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno.
Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi provoca. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione su di lui/lei. Non siamo noi peggio degli altri. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Non cali la notte sull’ira degli sposi

Papa Francesco ha più volte ricordato alle coppie come sia importante riappacificarsi dopo aver litigato prima della fine del giorno. Non cali la notte sull’ira degli sposi. Naturalmente ha ragione. Non è grave la litigata, ma diventa pericoloso lasciare che la ferita procurata alla relazione  si infetti con il passar del tempo. Saturarla subito con un gesto di amore e di pace. Secondo me dovremmo andare più a fondo. Questo è il minimo sindacale per far funzionare una coppia. Il Papa conoscendo la situazione del matrimonio e delle coppie del nostro tempo chiede giustamente il minimo. Noi che cerchiamo di vivere in pienezza il nostro matrimonio non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo andare più a fondo. Ogni sera, ma anche ogni tanto basterebbe, fare un piccolo esame di coscienza della nostra risposta all’amore.

Siamo fragili e sbagliamo parecchio. Almeno per me è così. Questi miei errori e quelli della mia sposa possono diventare occasioni per nutrire l’amore.

Dobbiamo essere capaci di riconoscere e chiedere perdono delle nostre mancanze, dei nostri peccati all’amore sponsale.

Riconoscere quei momenti in cui siamo stati insensibili, non abbiamo compreso una fatica, una difficoltà dell’altro. Riconoscere le volte in cui avremmo potuto dare un abbraccio, una parola di conforto, uno sguardo e non l’abbiamo fatto. Riconoscere le volte che non abbiamo aiutato. Le volte che non abbiamo compreso.  Riconoscerci, insomma, imperfetti e pieni ancora di lacune e limiti. Questo è bellissimo. Come? E’ bellissimo essere piccoli e imperfetti? Si, perchè ci permette di sperimentare l’amore gratuito dell’altro, ci permette di sperimentare il perdono e la Grazia che entra nella nostra relazione. Ci permette di sentire l’abbraccio misericordioso dell’altro come vita che entra in noi e ci rigenera. Vita e amore non a caso sono parole spesso affiancate.

Dobbiamo avere carità verso l’altro e non pretendere che capisca tutte le volte che ci ha fatto un torto e generato sofferenza. Spesso ne è inconsapevole. Soprattutto all’inizio di un matrimonio. In questo caso la carità tra gli sposi esige sincerità. Devo avere la carità di esprimere al mio sposo o alla mia sposa ciò che nei suoi comportamenti o atteggiamenti mi ha fatto male e ferito. Solo così la nostra fragilità può diventare occasione per crescere e non motivo di divisioni e sofferenze.

Allora cosa aspettate? Anzi cosa aspettiamo? La sera, dopo aver sistemato a letto i bimbi, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo segno del noi generato nel matrimonio. Talamo segno dell’unione profonda dei corpi diventa con il perdono reciproco luogo di unione o riunione profonda anche dei cuori. Un sol corpo e un solo spirito.

Antonio e Luisa

Il corpo non si può svendere

Stavo leggendo in questi giorni della denuncia di Asia Argento. Delle molestie subite da un famoso e potente produttore del cinema americano. Ho voluto ascoltare tutta l’intervista perché mi incuriosiva molto. Non voglio giudicare né la vicenda né le persone coinvolte. Voglio esprimere ciò che mi hanno trasmesso le parole dell’attrice.

Mi ha suscitato una profonda tristezza. E’ uscita tutta la vergogna, anche dopo vent’anni. Il pudore violato, il corpo violato e svenduto. Corpo tempio dello Spirito. Corpo che noi non possediamo. Non è qualcosa che ci appartiene e di cui possiamo disporre. Noi non abbiamo un corpo, ma siamo anche il nostro corpo. Attraverso il corpo, possiamo esprimere ciò che siamo, la nostra profondità e la nostra anima. Attraverso il corpo, attraverso la tenerezza, la dolcezza trasmessa e ricevuta,  nutriamo il nostro spirito. Attraverso il corpo possiamo incontrare, comunicare, mostrare, riconoscere e amare. Il corpo è direttamente collegato al cuore. Anima e corpo due realtà della stessa persona. Spiriti incarnati. Dio ci ha voluto e creati così. Non solo spirito come gli angeli, ma anche carne. Come è ingenuo pensare che possiamo usare il corpo, trattarlo male e svenderlo senza conseguenze sul cuore. Sono direttamente collegati. Una carezza, un abbraccio che si genera nel mio cuore e avvolge, attraverso il mio corpo,  il corpo della mia sposa, arriva direttamente al suo cuore. Ogni mio sguardo di meraviglia, di amore, di riconoscenza che nasce nel mio cuore, attraverso i miei occhi arriva direttamente al suo, nutrendo tutta la sua persona. Purtroppo vale anche il contrario. Nel mio cuore può nascere un sentimento di possesso, di violenza, di prepotenza che cosifica l’altra. La rende una cosa. Le fa perdere la dignità e il mistero della figlia di Dio e la rende mia, alla mia mercé. Questo può distruggere una persona. Ciò che avviene nel corpo può distruggere il cuore e lo spirito di una persona. Tanto che Asia con la sua denuncia postuma sta lanciando un grido di aiuto. Sta ancora soffrendo terribilmente per quella violenza. Il fatto che non si sia opposta non rende le conseguenze meno gravi anzi le acuisce perché le grava di senso di colpa. Dio ci ha fatto suoi figli, ci ha regalato una dignità di re e regine. Perdere questa dignità genera in noi una sofferenza estrema. Ci fa sentire usati, violati e disumanizzati.

Antonio e Luisa

Padroni del nostro corpo.

Oggi mi soffermo sul punto al punto 222 di Amoris Laetitia. La sto rileggendo e rileggendo e quando qualche punto mi colpisce lo scrivo.

222. L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’EnciclicaHumanae vitae (cfr 10-14) e l’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».[248] Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: «I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi».[249] D’altra parte, «il ricorso ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” (Humanae vitae, 11) andrà incoraggiato. Si metterà in luce che “questi metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la tenerezza fra di loro e favoriscono l’educazione di una libertà autentica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370). Va evidenziato sempre che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo».[250]

Uno dei punti fermi che siamo sicuri possa aiutare a costruire una relazione bella, casta, piena e appagante tra gli sposi è rinunciare ai mezzi contraccettivi. Rinunciare a qualcosa per ottenere molto di più. Sappiamo tutte le opposizioni ai metodi naturali: non sarebbero sicuri, castrerebbero l’amore, obbligherebbero a pianificare il rapporto sessuale che invece dovrebbe essere libero di seguire il desiderio e così via.

Non è vero niente!!!

I metodi naturali non sono facili e immediati, non permettono di assecondare sempre il desiderio, costringono  a giorni di astinenza.

I metodi naturali non sono facili e immediati, perché, a differenza della pillola o del preservativo, obbligano ad interessarsi di come la donna funziona, obbligano a conoscere il proprio corpo, ad essere consapevoli del gesto che si sta per compiere e fanno comprendere la bellezza e la sacralità del corpo femminile. Ciò non avviene con gli anticoncezionali, che vogliono invece coprire tutta quella ricchezza per fare del corpo solo un mezzo di piacere, rendendo gli sposi irresponsabili.

Si dice che i metodi naturali non permettono di assecondare il desiderio, come se noi fossimo canne al vento, incapaci di dominare il nostro desiderio; si dice inoltre che, per essere felici, bisogna assecondarlo e appagarlo. Non è così, noi siamo uomini, non bestie. Il desiderio, frutto dell’istinto e delle pulsioni, ci rende schiavi del nostro corpo. Quando non siamo padroni del nostro corpo, non siamo capaci di donarci, non siamo capaci di amare, ma vogliamo solo dare sfogo a quel desiderio. Quando siamo padroni del nostro corpo, siamo capaci di donare, perché doniamo qualcosa che ci appartiene. I metodi naturali servono anche a questo, a diventare padroni del nostro corpo; a diventare re che sanno aspettare e che non basano la propria felicità sull’appagamento immediato; a diventare persone capaci di trasformare i giorni d’attesa in tenerezza (nutrimento dell’amore) e capaci di infiammare e far crescere quel desiderio. La donna si sentirà immensamente amata, perché un uomo capace di aspettare, di rispettare i suoi tempi, la sua fertilità (che non è una malattia da curare, ma una bellissima e sacra realtà che appartiene alla donna) dimostra di amarla molto più di quello che la vuole sempre disponibile a soddisfare il proprio egoismo mascherato da amore.

Con i metodi naturali, il desiderio diventa frutto dei nostri gesti e della nostra vita tenera e dolce e non una variante che ci imprigiona e da cui dipende anche il nostro matrimonio. Tanti sposi dopo alcuni anni di matrimonio perdono il desiderio, proprio perché non sono padroni di sé stessi e non nutrono il loro amore, come insegna invece a fare l’uso dei metodi naturali.

I metodi naturali, ovviamente se applicati in modo corretto, sono sicuri quanto quelli anticoncezionali, se non di più. Hanno una percentuale di successo potenziale che va dal 98,7 al 99,5%, e la percentuale di successo globale è del 83-97%. Il metodo è efficace quanto gli anticoncezionali ormonali – la spirale spirale IUD, la pillola, ecc. – ed è migliore dei metodi anticoncezionali di barriera – come i profilattici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute i metodi naturali hanno un’efficacia del 95-99%.

I metodi naturali sono: gioia, sicurezza, consapevolezza, castità. fedeltà, dono di sé.

I metodi naturali sono la via per un matrimonio felice.

Ci sono tante insegnanti accreditate che gratuitamente si prestano a seguire quanti vogliono imparare questi metodi. Maggiori informazioni su confederazionemetodinaturali

Antonio e Luisa

Fireproof. Un film molto istruttivo

Fireproof. La prova del fuoco. Si perché a volte il matrimonio diventa un incendio dove, se non si è pronti ad intervenire, se non si fa squadra con il compagno, c’è il rischio concreto di mandare tutto in fumo. Di bruciare la nostra relazione, la nostra unione, la nostra vocazione, la nostra famiglia. In una parola: la nostra vita.

Torniamo al film. Per chi non lo conosce, è un film americano del 2008. Un film cristiano, non cattolico. Il protagonista è un pastore battista. La trama si snoda intorno alla vita matrimoniale dei due protagonisti. Caleb, comandante dei vigili del fuoco. Catherine, cura le pubbliche relazioni dell’ospedale della città. Presi dai rispettivi lavori si perdono. Non hanno più quella intimità, quella complicità, quello sguardo, quella tenerezza che rende vivo e bello un matrimonio. Ognuno è incentrato sulla propria vita e vede nell’altro solo le mancanze. La loro vita insieme diventa un inferno di recriminazioni e litigi e un deserto sentimentale e sessuale. Lui è scivolato nella pornografia on line. La pornografia succhia energie, tempo e interesse alla coppia. Non è qualcosa di innocuo, distrugge la coppia per tante ragioni che in un altro articolo prenderemo in considerazione. La frase più brutale detta da lei su questo vizio del marito esprime tutta la sofferenza, l’umiliazine, lo scoraggiamento che colpisce una donna quando scopre che il marito fruisce di contenuti pornografici. Catherine dice: “Da quando non gli sono bastata più io?”. E’ una frase terribile detta da una moglie. Sembra tutto perso. Tanto che anche lei trova nelle attenzioni di un medico dell’ospedale dove lavora quello che non riceveva più dal marito e desiderava nel cuore. Prima del tracollo interviene il padre di Caleb che chiede al figlio un ultimo tentativo prima di arrendersi alla separazione. Attraverso un diario Caleb deve mettere in atto ogni giorno un’azione verso la moglie. Naturalmente la moglie non crede a questi gesti e tratta il marito con indifferenza e freddezza. Lui non molla e alla fine riesce a riconquistare l’amore perduto. Vediamo ora quali sono i verbi che hanno permesso a Caleb di ricostruire un matrimonio che sembrava ormai morto.

SPOSTARE

Caleb riesce, con impegno e determinazione, a spostare il centro del suo sguardo, del suo interesse. Capisce che la priorità non sono i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue aspirazioni. Il centro deve essere volere la felicità del coniuge e fare di tutto per ottenerla. Anche rinunciare a qualcosa per sè. Rinunciare all’orgoglio è la cosa più difficile.

NUTRIRE

Si sono persi perchè non hanno nutrito il loro rapporto di tenerezza e cura reciproca. La loro relazione come una pianta senza acqua è seccata. Caleb, con tanta difficoltà, riesce a ricostruire questa modalità di essere coppia. Riescono ancora a guardarsi con gli occhi di chi ama ed è amato. Il cuore di pietra grazie alla tenerezza, linguaggio d’amore imprescindibile torna a battere e ad essere di carne.

FARE SQUADRA

Tutto il film ruota attorno al lavoro di Caleb. Un lavoro dove il gioco di squadra è determinate e può fare la differenza tra la vita e la morte. Così è per il matrimonio. Bisogna saper condividere gioie, sofferenze e dolori. In una scena del film un amico di Caleb dice: “Ci si sposa promettendo fedeltà e amore nella buona e cattiva sorte, ma in realtà si intende solo nella buona”. Se non c’è la volontà di entrambi di superare la crisi non c’è possibilità che la relazione sopravviva.

TAGLIARE

Tagliare con i nostri vizi è fondamentale. Caleb per riconquistare Catherine lotta con determinazione per uscire dalla dipendenza della pornografia. La tentazione è lacerante. Arriva a distruggere il PC con una mazza da baseball.

PERDONARE

Questo verbo l’ho indicato per ultimo, ma è forse il più importante. Se non ci perdoniamo non si può ricominciare. Il perdono trasforma una crisi in un’occasione che fortifica e accresce l’amore.

Antonio e Luisa

 

 

 

Chiuso per amore

Oggi scrivo che non scrivo. Ieri abbiamo avuto una giornata pesante, siamo stati fuori tutto il giorno. Oggi Luisa ha un’altra giornata pesante. Tornerà a casa tardi con tanti pensieri. Io sono a casa, lavoro da casa oggi. Cosa faccio? Scrivo, che è quello che mi piace fare perdendo un’ora o di più, oppure amo? Amo la mia sposa e faccio ciò che so le farà piacere. Metto in ordine, passo la scopa elettrica, pulisco in modo che quando tornerà e troverà una casa pulita si sentirà più sollevata e leggera? Naturalmente se voglio essere coerente con quello che scrivo di continuo su questo blog oggi vi lascio solo con queste poche righe. Amare è fare. Non sarei credibile se non provassi almeno a mettere in pratica ciò che scrivo.

A domani.

Antonio e Luisa

Antonio e Luisa.

Rifiutare l’abito!

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,
gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.
Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiedono a Cristo, il nostro Re di poter far parte della sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e come sposo fedele e generoso si prenda cura della nostra famiglia. Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione migliore l’ho trovata da Enzo Bianchi. Lo studioso dice: “All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.”

Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno. Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadremo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

Non basta un sms!

Su questo blog parlo spesso della corte continua. Parlo dell’importanza di dedicarsi tempo, attenzioni e tenerezza. A proposito di questo voglio ricordare un’abitudine che in passato era molto comune. Scrivere lettere d’amore. Scrivere è considerata un’arte. L’arte cosa è? E’ saper concretizzare la bellezza che abbiamo nel nostro cuore, nelle profondità della nostra anima. L’arte è espressa attraverso il corpo, la mano che dipinge, suona, modella, scolpisce o appunto scrive, ma trae sorgente dal nostro intimo più profondo. Ci stiamo perdendo una consuetudine bella e secondo me anche importante. Abbiamo perso la bella abitudine di imprimere sulla carta i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri desideri, le nostre sofferenze, i nostri ringraziamenti e i nostri perdoni. Siamo nella società degli sms, dei twitter, dei post-it. Siamo abituati a comunicare per abbreviazioni. Ti amo diventa TVB, sicuramente più leggero e meno impegnativo. TVB esprime benissimo la carica emotiva sulla quale si basano spesso i sentimenti. Qualcosa di estemporaneo che sembra fortissimo, ma capace di evaporare in un attimo, lo stesso che serve per digitare tvb. Sigle per fare presto che esprimono al contempo una incapacità di aprire il cuore per paura di trovarsi indifesi e una superficialità di sentimenti di fondo. Io non mi tiro fuori, Sono di un’altra generazione, ho 40 anni, ma utilizzo anche io, a volte, questa modalità. Eppure sento che mi manca questa capacità di scrivere la mia anima su carta, alla mia donna. Dirle quanto sia importante per me, quanto la trovi bella e meravigliosa. L’ho fatto alcune volte e per lei è sempre stato qualcosa che le ha toccato il cuore e le ha scaldato il cuore. Perchè un conto è saperlo e un altro avere tra le mani quel pezzo di carta e poterlo leggere quando ne senti il bisogno. E’ come se quelle parole prendessero vita in sè e fossero capaci di donare amore e pace. Anche io conservo gelosamente le sue lettere perchè sono balsamo e forza per me. Sapere di appartenerle così profondamente mi dà forza e convinzione. Ecco perchè dobbiamo riappropriarci di questa capacità, che non vuol dire rinnegare la modalità odierna dei messaggini veloci. Significa saper usare la modalità giusta in ogni occasione. Così se devo dare la lista della spesa va benissimo un SMS o un whatapp terminando anche con un semplice tvb, ma se voglio rinnovare il mio amore non può bastare un tvb. Devo aprirmi un po’ di più, permettere a lei, attraverso le mie parole di entrare in me e di mostrarle il posto che detiene nel mio cuore e nella mia vita. Scrivere serve anche a me. Rileggendo, a volte, capisco ancora meglio, quanto bello sia il nostro rapporto e quanto sia fortunato ad avere una donna così eccezionale che ha deciso di regalarsi a me senza riserve e senza condizioni.

Prendiamoci questo impegno. Scriviamo alla persona che amiamo i nostri sentimenti. All’inizio, se non siamo abituati, ci sarà un po’ d’imbarazzo, ma è certo che lui/lei apprezzerà moltissimo e terrà quella lettera come una delle cose più preziose.

Vi lascio con uno stralcio di una delle lettere scritte da Santa Gianna Beretta Molla al fututo marito Pietro. Traspaiono una bellezza e una profondità che toccano anche noi lettori. Potete immaginare quale gioia possa aver provato Pietro. Coraggio potete fare altrettanto nella vostra coppia.

…Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! ma non sono capace – supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene – tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: “sarò io degna di lui?” Sì, di te, Pietro, perchè mi sento così un nulla, così capace di niente, che pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: “Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri”. Va bene così, Pietro?

Con tanto tanto affetto ti saluto          Tua Gianna.”

Antonio e Luisa

Non abbiamo che acqua o aceto.

Volevo riflettere oggi su una piccola verità nascosta che si può comprendere dalla Parola. Parlo del primo e dell’ultimo miracolo di Gesù nella sua vita terrena, nella sua presenza nella storia. Due miracoli compiuti durante un matrimonio. In entrambi i casi noi uomini non abbiamo saputo dargli che miseria. Nelle nozze di Cana gli sposi avevano finito il vino. La festa rischiava di finire. La gioia sarebbe evaporata. Gesù non ha chiesto che acqua. Da quell’acqua ha generato del vino delizioso. Un vino che dona una gioia che va oltre quella umana. Un vino molto più buono di quello che era appena finito.  Gesù non ha chiesto che acqua. Anzi ha chiesto qualcosa in più: che le giare fossero riempite. Questo cosa significa? Offrire la nostra natura umana, la nostra capacità di amare naturale, la nostra acqua, e fare la fatica di donargliela con il nostro impegno di ogni giorno. Il resto lo farà Lui. Trasformerà il nostro matrimonio in qualcosa di meraviglioso.

Ancora più incredibile è il secondo miracolo. Miracolo che avviene durante le nozze tra Cristo e la sua Chiesa. Miracolo che avviene sulla croce. Lì non solo non abbiamo saputo dargli neanche l’acqua. Gli abbiamo dato dell’aceto. Aceto che è vino avariato. Abbiamo dato lui il nostro amore inquinato e guastato dall’egoismo e dal peccato. Lui non solo se lo è preso, ma ne ha fatto sorgente di salvezza e di vita. L’acqua sorgente dello Spirito Santo e il sangue segno della vita. Sangue e acqua sgorgati dal suo costato trafitto.

Questa riflessione cosa ci dice? Che il matrimonio ha bisogno di Cristo. Che noi non abbiamo che acqua, quando ci vogliamo bene. Acqua che diventa aceto quando abbiamo una relazione segnata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dall’egoismo. Gesù si prende tutto e lo trasfigura con la sua Grazia e il suo amore. Così anche una relazione vissuta nell’amore vicendevole con Gesù diventa ancora più colma di gioia e di pienezza. Così anche una relazione malata e distrutta con lui può divenire via di salvezza e di pace.  Importante sottolineare come in entrambi i casi fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Fare va bene, ma custodendo l’amore.

Oggi la liturgia propone il Vangelo con Maria e Marta. Marta che fa e Maria che ama.

A prima vista Maria sta antipatica. Come quella poveretta di Marta si sbatte di qua e di la. Lei non solo non fa nulla, ma si prende anche le lodi del Signore. Inconcepibile.

Vorrei dare una lettura moderna in chiave sponsale. Così si può comprendere meglio cosa intenda lodare Gesù in Maria e quale sia invece il grosso pericolo in cui può incorrere Marta.

Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Luisa certe sere appoggia la testa sul cuscino e già russa.

Noi abbiamo 4 figli, lavoriamo tutti e due ma cerchiamo sempre di non sottovalutare l’importanza di curare la nostra relazione e quella con Dio.

Ed ecco che ogni momento diventa buono. Cerco di trovare piccoli spazi durante la pausa pranzo per incontrare la mia sposa, solo io e lei come due amanti che però non tradiscono l’amore ma lo custodiscono. Giorni di ferie per ritrovarci io e lei a passeggiare come due fidanzatini. Quando posso l’accompagno al lavoro per trasformare quel tragitto in auto in momenti di dialogo d’amore o di preghiera di coppia. Ogni coppia poi trova la sua strada ma vi scongiuro non sottovalutate questo aspetto. Anche Gesù nel passo del Vangelo dove va ha trovare Maria e Marta riprende Marta. Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si da da fare ma intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare.

Antonio e Luisa

Amare è non smettere di guardarsi.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza ma della assenza tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi prende. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora. Questo male è come un veleno che ti entra e ti avvelena il cuore. Diventi duro, incapace di guardare l’altro e di farti guardare. C’è solo un modo che ti permette di non perdere mai la capacità di guardare l’altro: la tenerezza. Finchè esisterà la tenerezza tra gli sposi. essi non saranno toccati da questa aridità. La tenerezza fatta di gesti, parole e attenzioni vicendevoli.

Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

Uno sguardo per dare e non per prendere

Ho finito il precedente articolo sulla fedeltà introducendo lo sguardo. Lo sguardo di una persona fedele è lo sguardo di Cristo sulla croce. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini. Mi ha aiutato un sacerdote paolino che, venuto nella nostra parrocchia alcuni giorni fa, ha fatto una lectio divina proprio su questo tema. Lo sguardo di Gesù. Cosa possiamo capire? Partiamo da un passo del Vangelo di Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [27]Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. Ne siamo consapevoli? Dobbiamo riuscire poco alla volta a decentrare il nostro sguardo. Solo così la stanchezza, l’ordinarietà della vita, gli impegni, lo stress e tutte queste “belle” cose che ci avvelenano la vita saranno disinnescate. Saremo felici di essere stanchi e di non reggerci in piedi dal sonno perchè vedremo che il nostro impegno serve a sollevare la fatica della nostra sposa e del nostro sposo. Vedremo che il nostro sonno mancato sarà ristoro per lei/lui. Mi commuovo a volte a guardare la mia sposa che cerca di fare mille cose. La scuola e la casa le risucchiano tutto. Lei ci tiene a presentare un pasto dignitoso ogni sera perchè pensa a noi prima che alla sua stanchezza. Anche io cerco, quando riesco, di accompagnarla a scuola o di andarla a prendere. Poco importa se poi resto immobilizzato nel traffico e devo recuperare il lavoro. Mi rende felice averle reso la vita più facile ed essere stato con lei da solo qualche minuto in più. Piccole cose, certo. Da queste piccole cose si costruisce però una meraviglia. Si costruisce una relazione che se affidata a Dio diventa luce.

Spesso, tante coppie, non hanno questo sguardo di Gesù. Tanti hanno lo sguardo di Adamo ed Eva.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». [2]Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, [3]ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». [4]Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! [5]Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». [6]Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. [7]Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Che diversità!! Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile.

Qui lo sguardo è incentrato su di sè. Lo sguardo serve per prendere. Lo sguardo serve per dar sfogo alle proprie pulsioni, desideri ed egoismi. Questo è lo sguardo che porta alla disarmonia. Questo sguardo porta ad accorgersi di essere nudi e vulnerabili. Per questo dobbiamo coprirci. Non per vergogna, ma perchè ormai il rapporto è diventato un dominio sull’altro e non un dono di sè. Tutto è distrutto e tutto è perduto. Sembra così. Gesù è morto su quella croce per darci l’opportunità di cambiare le cose. Attraverso la sua redenzione e il sacramento del matrimonio possiamo imparare a guardare come Gesù. Possiamo trasformare il nostro sguardo che prende nel suo sguardo che dà. Costa fatica, lavoro, cadute, ma se riusciamo il matrimonio diventerà una realtà meravigliosa e grande, esattamente quello che Dio vuole per noi.

Antonio e Luisa

La fedeltà nuziale in Cristo

Ho lanciato su facebook un post dove chiedevo: “Cosa significa essere fedeli nel matrimonio cristiano? C’è differenza tra il semplice non commettere adulterio e la fedeltà cristiana?”

Mi sono divertito e devo dire che è stato anche interessante leggere tante risposte (alla fine ho riportato le più significative). Molte le condivido altre risultano, secondo me, incomplete. Ora vi do la mia.

Partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perchè sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perchè è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Detto in uno slogan: “Per essere fedeli bisogna avere lo sguardo di chi dà e non di prende. ” Con il prossimo articolo spiegherò meglio cosa voglio dire.

Voglio concludere questa prima parte con le risposte al post più significative:

Costanza: Forse fedeltà Cristiana significa neanche con il pensiero

Francesca: La fedeltà cristiana è guidata dall’amore, dal rispetto e anche dalla consapevolezza della consacrazione a Dio che gli sposi hanno fatto il giorno del matrimonio… c’è una preziosità che non va infranta perché sacra.

Elina: Essere fedeli può anche significare che se sbagli devi saper risollevarti e rimetterti al tuo posto in cammino con l’aiuto e la comprensione di una sposa che capisce.siamo umano e gli sbagli si devono mettete in conto . Non esiste la perfezione esiste piuttosto la volontà di continuare a credere nel tuo matrimonio.allora si che il tuo matrimonio ha ancora un valore

Antonella: La fedeltà è una prerogativa di Dio nei nostri confronti. Il giorno del matrimonio promettiamo di essere fedeli sempre con la grazia che ci viene dal Sacramento o grazia di stato , con la consapevolezza di essere tutti degli infedeli . Se il matrimonio è a tre , sposi e Gesù Cristo c’è la speranza di vivere nella fedeltà astenendosi da rapporti con altri / altre ( scusate se mi permetto, ma un grande aiuto viene da un fidanzamento casto ) e il sapersi perdonare sempre da infedeltà con sguardi , parole , atteggiamenti…

GiulianaLa chiamata al matrimonio è prima di tutto chiamata alla fedeltà, indipendentemente dal credo. La fedeltà esige la castità; quindi ogni atteggiamento non casto nei confronti anche della stessa sposa comporta infedeltà.

ConcettaÈ non tradire la promessa fatta a Dio ovvero che prometti a Dio di esser fedele nel bene e nel male prima perchè ti ha affidato sua figlia, suo figlio e ora te ne prenderai cura per sempre.

DamianaBeh, per definizione, la fedeltà è tale sempre, tanto per i cristiani quanto per i laici…. o almeno dovrebbe esserlo! Dico “dovrebbe” perché purtroppo oggi c’è uno scontro netto tra la morale cristiana (l’unica, a mio avviso, ancora salda e validamente autorevole) e il pensiero libertino del mondo, che coinvolge tutta la sfera valoriale.. fedeltà compresa! E quindi da un lato vediamo un’amministrazione meramente giuridica delle relazioni (se mi tradisci ti sbatto direttamente fuori di casa per amor proprio, dignità e onore personale..), dall’altro invece c’è la proposta di uno sguardo che sappia andare oltre, misericordioso e compassionevole, veramente adulto e maturo, che sappia riconoscere la povertà propria e dell’altro, accettarla, e in maniera responsabile e consapevole, sappia tornare a sperare, costruire e puntare ancora una volta su quell’unione, con e per Amore! Fedeltà (cristiana) è saper aspettare, rinascere e ripartire; è quel dono che ci chiama a restare invece di scappare, e ci aiuta a fare verità dentro di noi e nelle nostre relazioni…..

FedericaUna volta ho letto questa frase:” la fedeltà e il nome dell’amore nel tempo” solo con la grazia di Cristo si può essere fedeli, nella gioia ( dove è più facile) , nel dolore e nella malattia dove è estremamente difficile. Il tempo cambia le cose e anche le persone. Il tempo ci forma e ci “sforma” . La fedeltà in Cristo ti dona ogni giorno gli occhi dell’amore accogliente, tutto nonostante.

AntoniettaIo accolgo te e prometto di esserti fedele
con la Grazia di Cristo( Con il Suo aiuto che è la Grazia del Sacramento. Ci si sposa in tre) nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia (sia quando le cose vanno bene, sia quando vanno male, sia quando non ti comporti come io mi aspetto sia quando il nostro rapporto
va a gonfie vele.)…diciamo il giorno del matrimonio.
Fedeltà significa prima di tutto fidarsi dell’altro, ma soprattutto dell’Altro,metterlo al primo posto e come una madre fa con il proprio bambino partorirlo, (il primo parto a cui Dio ci chiama è il coniuge.Vedi Adamo ed Eva.)
Si tradisce il coniuge in tanti modi: figlio, carriera, denaro, famiglia d’origine, internet, amici e via dicendo) Dio quando vide Adamo triste nel paradiso terrestre disse: ” Non è bene che l’uomo sia solo
gli voglio fare uno che gli corrisponda ( che risponda di lui, che gli stia di fronte e lo definisca, che gli risponda, se vogliamo entrare nel significato della parola originaria).
Per capire in fondo cosa significa essere fedeli basta guardare Gesù che ci ha scelti per amarci non ci ama perché siamo buoni, bravi, fedeli.
La fedeltà è scegliere di amare a braccia inchiodate, aperte, scoprendo il cuore, per continuare a dire “Io mi fido di te”

DamianaSì, a questo proposito vorrei aggiungere un’osservazione fatta da una biblista (della quale ora mi sfugge il nome..) in un incontro da lei tenuto nella mia parrocchia qualche anno fa: il vero verbo dell’amore non è “accogliere” (“io accolgo te…”) ma “consegnarsi” come Cristo in croce, cioè lasciarci amare dall’altro con i suoi mezzi, modi e limiti, nella vera libertà, accettando di essere feriti….. (ovviamente tutto nell’amore… non nel masochismo o fragilità che potrebbero portare a certi fatti di cronaca, purtroppo molto diffusi ultimamente) Solo a pensarci mi vengono i brividi per quanto è bella, alta e vera questa prospettiva!!! Af-fidarsi all’amore dell’altro e dell’Altro!!!

FedericaFedele alle promesse fatte sull’altare a Dio e al mio sposo. Fedele al progetto di famiglia secondo Cristo. Fedele nei pensieri e nelle azioni. Lontana da ogni tentazione, non solo legata all’erotismo. Per esempio fedele nel non trascurare per lavoro o altro le esigenze del mio sposo e della mia famiglia. Non cedere all’egoismo e alla cura esasperata di se stessi…

Antonio e Luisa.

L’anello nuziale: dolce giogo

La Parola di oggi afferma:

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Per riflettere su queste bellissime parole ripropongo un mio articolo di alcuni mesi fa.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Antonio e Luisa

Abbandonarsi come un bambino

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore. 

Essere come bambini. Cosa significa? L’ho scoperto attraverso il nostro Francesco, il più piccolo dei nostri figli. E’ successo tutto nell’estate di due anni fa. Francesco aveva 6 anni. Eravamo al mare e si è fatto male. Fortunatamente nulla di grave. Abbiamo chiamato la croce rossa perchè non sapevamo dove portarlo e temevamo avesse qualcosa di rotto. Per farla breve è stato portato in un vicino pronto soccorso, non lontano da dove soggiornavamo. E’ stato curato e dimesso. Era sera tardi, in quel luogo periferico non c’erano persone, io ero a casa con gli altri figli e Luisa si è trovata sperduta, senza riuscire ad orientarsi per tornare a casa. Io cercavo, attraverso il telefono, di aiutarla a trovare un punto conosciuto, ma niente, non riusciva. Era abbastanza nel panico. Poi finalmente ha trovato la strada ed è arrivata a casa. Prima di dormire, mi ha guardato, e mi ha detto piangendo: “Ho capito cosa significa tornare come bambini”. Quello che caratterizza i bambini non è l’innocenza, la cosa più importante è l’abbandono. Francesco è sempre stato tranquillissimo. Io ero nel panico, lui no. A lui bastava tenere stretta la mia mano e si sentiva sicuro e protetto. Non temeva nulla perché si fidava di me. Era completamente abbandonato a me. Questo ci chiede Gesù. Ci chiede di fidarci come Francesco ha saputo fare con la sua mamma. Ben più sicura e forte è la sua mano. Anche quando siamo nella confusione e nella nebbia se continuiamo a stringere con forza la sua mano e ci abbandoniamo a lui non ci perderemo mai, ci saprà condurre a casa, alla sua casa dove c’è un Padre ad attenderci per un abbraccio eterno.

Antonio e Luisa

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Pietre vive.

Una curiosità. Leggevo qualche giorno fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che possano sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Che bello che proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore.

Voglio finire con un commento sui fatti di questi ultimi giorni. Riguardo agli attacchi veri o presunti al Santo Padre. Guardiamo agli sposi pietre vive. Così deve essere la Chiesa di Gesù. Non deve essere costruita con mattoni tutti uguali. Non deve essere fatta di persone che pensano e agiscono tutte allo stesso modo. Ci sono sensibilità, pensieri, modalità e pastoralità diverse, anche opposte. E’ giusto così. la Chiesa di Gesù deve essere fatta di pietre vive. Guardiamo alla coppia di sposi a stiamo tranquilli. Da quella diversità può nascere una nuova e meravigliosa creazione di Dio, che nasce dalla volontà degli uomini e dalla Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

Rimproverare o amare?

Don Fabio Rosini mi piace molto. Mi piace il suo modo di predicare e di scrivere. Sto leggendo la sua ultima fatica “Solo l’amore crea”. Molto interessante e libro ricco di spunti per riflettere sulla propria vita e sul proprio matrimonio.

Benedetto XVI durante l’Angelus del 4 novembre 2012 disse:

Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore.

Don Fabio Rosini commenta queste parole scrivendo:

Abbiamo tutti bisogno di essere amorevolmente corretti, di qualcuno che si prenda cura di noi, di quella premura che sa dare una parola pacata: “Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1,20). L’uomo non cambia direzione perchè è stato rimproverato amaramente, ma perchè è stato aiutato a ritrovare la propria bellezza, la propria importanza autentica. Per avere tale premura ci vuole un modo di percepire, vedere, intendere il fratello che è sublime. E’ un’opera di misericordia. E’ vedere l’altro con gli occhi di Dio.

Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro/a? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio. Come tu mi desideri così tanto? Mi trovi così bello? Anche se io non sono perfetto? Anche se commetto tanti errori? Anche se io non mi amo così tanto e non mi so guardare con il tuo stesso sguardo?

Questo è lo sguardo che dobbiamo sempre posare sul nostro sposo o la nostra sposa. Questo è lo sguardo che lo può aiutare a migliorare e ad essere sempre più pienamente umano e realizzato. Siamo chiamati a questo. Siamo chiamati a rendere l’altro santo e per poterlo fare dobbiamo chiedere a Gesù di donarci questo sguardo l’uno per l’altra. Noi non ne siamo capaci, ma grazie al sacramento che ci unisce Dio può darci la forza che ci manca. Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo.

Antonio e Luisa

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Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina

“Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?
Ora, così dice il Signore degli eserciti: riflettete bene al vostro comportamento.
Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato.
Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene al vostro comportamento!
Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria.”

Oggi non mi ha colpito tanto il Vangelo quanto la prima lettura. Questo testo è preso dal Libro di Aggeo. Un libro per lo più sconosciuto alla gente comune. Con questo libro inizia l’ultimo periodo dei profeti. Quello post-esilio babilonese quando inizia la ricostruzione e la preparazione alla venuta del Messia, Gesù Cristo. Cosa ci dice questo libro e questo passaggio in particolare? Ci ricorda che senza Cristo non possiamo nulla. Possiamo tranquillamente trasporlo ai nostri giorni dove serve di nuovo una ricostruzione. Serve la ricostruzione del tempio. Tempio che sappiano non essere più un luogo fisico e geografico. Il tempio, la casa di Dio, siamo noi, è il nostro corpo, la nostra vita, la nostra storia. Per noi sposi c’è un luogo certo in  cui Cristo viene ad abitare ed è la nostra relazione, il nostro noi. La nostra unione è tabernacolo di Gesù. Dovremmo inchinarci davanti alla grandezza che ci rende uno, con lo stesso rispetto che useremmo davanti al Santissimo. Invece questa unione è disprezzata dalla società e dalla politica. Questa unione è sottovalutata, lasciata inaridire, non curata. Il nostro tesoro più importante viene lasciato morire e seccare come una pianta nel deserto. Siamo pronti a dare tutto per il lavoro, per i nostri interessi, per i nostri figli, ma non per la nostra relazione spesso data per scontata. Siamo pronti a distruggere tutto.  Dio è tremendo in questo passo. Ci dice che abbiamo tutto. Abbiamo da mangiare e da bere. Abbiamo vestiti. Abbiamo soldi. Abbiamo tutto quello che serve per essere felici. E’ proprio così? No, spesso ci manca la ricchezza più grande. Ci manca la presenza di Dio nella nostra vita e questo rende tutto il resto inutile. Abbiamo cibo e bevande che non sfamano e non dissetano. Abbiamo vestiti che non scaldano il cuore e abbiamo soldi che non possono comprare l’amore autentico che dà senso e pace. Saliamo sul monte, il monte della preghiera. Lasciamo tutte queste luci del mondo che ci accecano con luci false e piaceri superficiali, che non durano e non lasciano nulla se non desideri insoddisfatti. Saliamo sul monte nel silenzio, alla presenza di Dio e ricostruiamo la nostra unione. Ricostruiamo la sua casa. Guardiamoci, abbracciamoci, chiediamoci perdono, perdoniamoci e ricostruiamo quella casa. Dio non aspetta altro di tornare ad abitarla. Francesco, in preghiera davanti al crocefisso, ricevette una chiamata e una missione da parte del Signore: “Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. Così anche per noi. Quando siamo distanti e non ci troviamo. Quando abbiamo litigato e non parliamo. In quei momenti se ci mettiamo in ascolto di Dio lui ci dirà: Antonio (Luisa), va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina.

Antonio e Luisa

L’intimità fisica che diventa sacramento (4 parte)

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Non posso che terminare con questi versetti del Cantico dei Cantico:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.

Antonio e Luisa

prima parte      L’intimità e la Messa

seconda parte  La parola è un volto che ci ama

terza parte       Il credo degli sposi

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Il Credo degli sposi (3 parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Concludiamo come al solito con un passo del Cantico dei Cantici:

Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
Il mio diletto è per me e io per lui.

Stiamo attenti alle piccole volpi. Le piccole volpi sono quei pericoli che non vediamo. Quei nostri piccoli errori che con il tempo distruggono la relazione. Le volpi sono il nostro dare per scontato l’altro/a e non nutrire di tenerezza il nostro amore. Le piccole volpi non si vedono, ma se non cacciate uccidono il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

 

prima parte      L’intimità e la Messa

seconda parte  La parola è un volto che ci ama

Dare per dare

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre pensare se ne valga la pena oppure no. In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore , ma una transazione commerciale. Un dare per avere. Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava. Questo è un rapporto con una prostituta non con una moglie. Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti,  quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia.  Perchè il matrimonio è così, è questo. Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza. Lei aveva bisogno e  io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

La Parola è un volto che ci ama! (2 puntata)

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Concludiamo con il passo del Cantico dei Cantici, unione ideale tra la liturgia della Messa e la liturgia degli sposi.

Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

L’amplesso è il culmine, il punto più alto di una sinfonia d’amore che nasce nel cuore, cresce nel dialogo d’amore e ci fonde in uno nei corpi per sperimentare la Trinità. Così diventa vera liturgia sacra, quel modo d’amare che Dio ha voluto per noi

Antonio e Luisa

Continua…..

prima puntata L’intimità e la Messa

L’intimità e la Messa

Oggi ho pensato di riflettere partendo da un parallelismo. La liturgia della Santa Messa come confronto con la liturgia matrimoniale. La liturgia della grande Chiesa di Cristo con la liturgia della piccola chiesa di Cristo, la chiesa domestica, in particolare la coppia.

L’intimità degli sposi è rinnovazione e riattualizzazione del sacramento del matrimonio come la Messa e l’Eucarestia lo sono del sacrificio di Cristo, della sua passione e della sua morte. Sono entrambi sacramenti perenni. Come l’Eucarestia mantiene dopo la transustanziazione la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino. Quella particola è corpo di Cristo e quel vino è sangue di Cristo. Lo saranno finché quell’ostia e quel vino non verranno consumati. Così per gli sposi. Nella loro relazione c’è la presenza reale di Cristo, non nello sposo e non nella sposa, ma nella loro relazione, nel noi che si è generato e che è divenuto luogo sacro e tabernacolo di Gesù.

Questa è  una riflessione personale che penso possa essere interessante e provocante. La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Questo primo momento si può immaginare con il primo poema del Cantico dei Cantici:

M’introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
[6]Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.
[7]Dimmi, o amore dell’anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

Non guardare i miei difetti, che conosco e riconosco, amami per quella/o che sono. Mi introduca il re/la regina nelle sue stanze. Accoglimi e amami nella mia miseria. So che tu non mi giudicherai, ma che trovi in me una bellezza che io non riesco a scorgere se non nel tuo sguardo. Saremo un cuor solo e un’anima sola.

Continua….

Antonio e Luisa

 

 

 

 

La preghiera della coppia

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci a messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

Voglio essere trasgressivo

La trasgressione è spesso associata al peccato, all’andare oltre e all’esagerare. Trasgredire è fare qualcosa di vietato che la maggioranza non capisce e biasima. E’ davvero così? Partiamo dal significato che tutti possono trovare sul dizionario di questa parola.

Trasgressione: Deviazione dal comportamento accettato o imposto dalla maggioranza.

Chi sono i veri trasgressivi oggi? Verrebbe da pensare che lo siano coloro che vivono una sessualità completamente “libera” e aperta ad ogni deviazione. Quindi lo sono coloro che fanno sesso di gruppo, i masochisti, gli scambisti, coloro che prediligono i trans, oppure semplicemente lo scambio di coppia che ormai sembra essere una normale fuga dall’abitudine di una relazione stantia e sempre uguale. Perché scrivo questo? Perché ho letto su varie testate di informazione la notizia che era in partenza da Venezia la crociera del sesso, alcuni hanno apostrofato questa nave come la “trombo-nave”. Prendendo testualmente dall’articolo del corriere (cliccate qui per leggerlo) il programma non lascia dubbi interpretativi: «intrattenimento provocatorio progettato appositamente per coppie, piccanti notti a tema, feste in piscina, sale giochi private e spazi comuni per scambi di coppia».

E’ questa la trasgressione? Oppure questa è solo l’avanguardia di una “cultura” edonistica e del piacere fine a se stesso in cui tutti ci stiamo incamminando? Certo questi fanno notizia perché sono più avanti della media, ma quella è la strada che noi occidentali abbiamo imboccato. Non siamo la società forse del “carpe diem”? Del godi finché puoi? Di ogni lasciata è persa? Non veniamo educati fin da piccoli a incentrare tutti gli sforzi su quello che sentiamo e quello che desideriamo? Se poi questo desiderio si incontra con quello di un altro va bene, è l’ottimale. Nascono le relazioni. Due egoismi che si usano, ognuno per trovare quello che cerca e non per donarsi all’altro. La trasgressione oggi non è la trombo-nave. Oggi trasgredire è uscire da sé, farsi piccoli per innalzare un’altra persona. Trasgredire è sacrificarsi per il bene di un altro. Trasgredire è mettere non l’io al centro, ma Dio e quindi l’altro/a. Così trasgredire significa essere fedeli alla promessa fatta il giorno del matrimonio anche quando costa fatica. Trasgredire significa rinunciare ad aspirazioni e desideri personali quando questi sono in contrasto con le esigenze della famiglia. Trasgredire oggi significa avere rapporti solo con la moglie o con il marito perché il piacere si scopre venire dall’unione sempre più intima dei cuori. Nel Vangelo c’è scritto che l’amore fa nuove tutte le cose. E’ proprio così. Io sono trasgressivo e per questo non sono dissacrante. Perché trasgressione non si accoppia sempre con la profanazione. Oggi per restare fedeli a Dio e alla promessa si deve essere trasgressivi. Ed è bellissimo esserlo perché ci si scopre liberi. Diceva il mio padre spirituale: “Il piacere più lo cerchi e più non lo trovi”. Frase verissima perché il piacere fine a se stesso è un’illusione che si consuma in fretta e non lascia che il deserto dentro il cuore. Il piacere vero è quello che viene dal dono e dall’apertura all’altro. Proprio perché non cerchi il tuo piacere, ma il suo, proprio per questo otterrai un piacere che difficilmente chi non vive questo tipo di relazione può sperimentare. Il piacere come dono di Dio per una relazione fondata sull’amore e non sull’egoismo. Siate trasgressivi, il mondo ha bisogno di persone trasgressive. Domenica abbiamo festeggiato gli anniversari di matrimonio in parrocchia. Noi festeggiavamo i 15 anni. Con noi c’erano tante coppie che festeggiavano i 60, i 55 e i 50. Erano lì a dire ancora il loro sì e a ringraziare Dio per quel dono. Quelli sono i veri trasgressivi.

Antonio e Luisa

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Indegni e fragili

In quel tempo, Gesù quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro.
Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.
Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano,
perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto;
per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito.
Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa».
All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».
E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Anche oggi la Parola è straordinaria. Il centurione siamo noi. Noi che comandiamo le centurie della nostra vita, le nostre scelte, le nostre aspirazioni, i valori su cui fondare la nostra relazione e il nostro matrimonio. Il centurione improvvisamente si trova in difficoltà, sperimenta l’impotenza. Lui, abituato a comandare e ad essere ascoltato immediatamente, questa volta non può nulla. Non siamo così anche noi? Io lo sono tantissimo. Cerco di avere sempre tutto sotto controllo. I conti, gli impegni, i bambini, il lavoro e tutto ciò che fa parte del mio mondo, della mia vita. Cerco, mi rendo conto a volte, di controllare anche la mia sposa. Faccio fatica di indole ad affidarmi alla provvidenza e a far fronte agli imprevisti. Gli imprevisti però arrivano, possono essere bastonate più o meno forti, ma ti colpiscono quando meno te lo aspetti. Cosa salva il centurione? Riconoscere di non aver tutto sotto controllo. Di non essere il Signore della propria vita. Che il Signore non può essere lui e che in certe occasione deve riconoscersi impotente e affidarsi al vero Signore. Gesù resta profondamente colpito dal centurione, come lo resta di noi quando ci mettiamo nelle sue mani e accettiamo quello che ci accade, quel momento difficile, consapevoli che se anche noi non capiamo Lui sapra trarre del bene e della consolazione. Il centurione si riconosce indegno. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. La FEDE nel matrimonio è accogliere l’amore di Dio nel nostro coniuge. Quanta superbia invece dimostriamo verso il nostro sposo e la nostra sposa. Sempre pronti ad evidenziarne i difetti e le incapacità, che tutti abbiamo ed incapaci di accogliere invece le critiche quando sono rivolte a noi. Spesso siamo umili solo a parole e ipocriti e superbi nei fatti. Gesù non è fiero di noi perchè siamo perfetti e pari a Lui, non lo saremo mai, ma perchè siamo capaci di riconoscerci bisognosi del suo amore e lui non vede l’ora di donarcelo gratuitamente attraverso colui o colei che ci ha messo al fianco perchè potesse prestare un corpo per manifestare il suo amore.

Vorrei concludere con una riflessione di Chiara Corbella che ha dovuto accompagnare due bimbi appena nati al Padre prima che le venisse chiesta la vita.

Chiara ed Enrico hanno chiamato il secondo figlio Davide. Perchè? Ce lo spiega lei con le sue parole.

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli ch non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Chiara nella sua increbile semplicità e santità ci ha mostrato cosa significa abbandonare le sicurezze per abbandonarsi a Dio, l’unico Signore della vita e della storia.

Antonio e Luisa

Fare memoria dell’amore

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore.

Il Vangelo di oggi è meraviglioso, come sempre. E’ una parola che provoca in particolare noi sposi cristiani. Abbiamo avuto già altre occasioni, anche molto recenti, di fermarci sull’importanza del perdono. Su come sia importante cancellare subito il rancore dal nostro cuore sciogliendolo in un abbraccio, in una carezza o in una parola di incoraggiamento. Oggi voglio soffermarmi su un altro aspetto che non abbiamo approfondito con la giusta attenzione. Nella riflessione di qualche giorno fa ho scritto di come sia importante sperimentare il perdono di  Gesù per avere la forza e la determinazione di perdonare sempre ed amare per primi il nostro coniuge. Questo è anche il senso di questo Vangelo. Mi voglio soffermare invece su un altro aspetto. Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro/a? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato/a nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza. Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro/a in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui lui/lei non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Antonio e Luisa