Prendere atto di un’oggettiva differenza non significa discriminare.

Lettera scritta nel 2010, dall’allora cardinal Bergoglio, ora Papa Francesco, come contributo al dibattito per l’approvazione della legge sui matrimoni gay in Argentina.
Al popolo di Dio e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà
1.     Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità (cf. 1 Tm 2,4). Per questo ha stabilito con l’uomo un dialogo di salvezza, che è culminato con l’incontro di Gesù Cristo, nostro Signore e compagno di cammino. La Chiesa è chiamata a estendere questo dialogo al consesso umano. Ma il dialogo se vuole essere fecondo deve essere chiaro, sereno, semplice e credibile. Tutto ciò implica il rispetto dovuto a chi vive, sente e pensa in modo differente. Tutti siamo chiamati all’amore di Dio. La chiarezza del dialogo, però, esige una capacità di discernimento in ordine all’affermazione della verità, sulla quale i Pastori non possono tacere. Ciò non significa disprezzo o discriminazione.
2.     L’essere umano è stato creato a immagine di Dio. Questa immagine si riflette non solo nella singola persona ma anche nella complementarità e nella reciprocità dell’uomo e della donna, nella comune dignità, e nella loro indissolubile unità, che da sempre viene chiamata matrimonio. Il matrimonio è la forma di vita nella quale si realizza una singolare comunione di persone, la quale assegna il sentimento pienamente umano all’esercizio della funzione sessuale. Alla stessa natura del matrimonio appartengono le predette qualità della differenza, complementarietà e reciprocità dei sessi, e la mirabile ricchezza della loro fecondità. Il matrimonio è un dono della creazione. Non vi è una realtà analoga che possa eguagliarlo. Non è un’unione qualsiasi tra persone, ma possiede caratteristiche proprie ed irrinunciabili che fanno del matrimonio la base della famiglia e della società. Così è stato riconosciuto nelle grandi culture del mondo. Così lo riconoscono i trattati internazionali recepiti dalla nostra Costituzione nazionale  (art. 75). Così lo ha sempre inteso il nostro popolo.
3.     Spetta all’autorità pubblica tutelare il matrimonio tra un uomo e una donna attraverso il riconoscimento normativo, per assicurare e favorire la sua insostituibile funzione e il suo contributo al bene comune della società. Qualora si attribuisse un riconoscimento legale all’unione tra persone dello stesso sesso, o le si garantisse uno status giuridico analogo al matrimonio e alla famiglia, lo Stato agirebbe illegittimamente e si porrebbe in contraddizione con i propri obblighi istituzionali, alterando i principi della legge naturale e dell’ordinamento pubblico della società argentina.
4.     L’unione tra persone dello stesso sesso difetta degli elementi biologici e antropologici propri del matrimonio e della famiglia. È priva della dimensione coniugale e dell’apertura alla procreazione. Al contrario, il matrimonio e la famiglia che in esso si fonda, costituisce il focolare delle nuove generazioni umane. Fin dal loro concepimento i figli hanno il diritto inalienabile di svilupparsi nel grembo della proprie madri, di nascere e crescere nell’ambito naturale del matrimonio. Nella vita familiare e nella relazione con il proprio padre e la propria madre, i figli scoprono la loro identità e apprendono la loro autonomia personale.
5.     Prendere atto di un’oggettiva differenza non significa discriminare. La natura non discrimina quando ci crea uomini o donne. Il nostro codice civile non discrimina quando esige il requisito di essere uomo o donna per contrarre matrimonio, ma riconosce una realtà naturale. Le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra le persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente tutelate attraverso il diritto comune. Pertanto, sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno status di diritto pubblico.
6.     Facciamo appello alla coscienza dei nostri legislatori affinché nell’affrontare una questione tanto grave, tengano conto di queste verità fondamentali, per il bene della Patria e delle sue future generazioni.
7.     Nel presente clima pasquale, e all’inizio del sessennio 2010-2016 del bicentenario della Patria, esortiamo i nostri fedeli a pregare intensamente nostro Signore Dio affinché illumini i nostri governanti e specialmente i legislatori. Chiediamo, altresì, che i fedeli non vacillino nel proclamare la difesa e la promozione dei grandi valori che hanno forgiano la nostra nazione e che costituiscono la speranza della Patria”.
Tradotta dall’Avv. Gianfranco Amato
Tratta da http://www.lanuovabq.it/

Gesù salva il nostro tempo.

Ieri il mio parroco ha fatto un’omelia molto interessante sul tempo. L’ho collegata immediatamente a un film uscito qualche mese fa nelle sale. Si tratta di un film non bello, tutt’altro, ma che è significativo e illuminante. Detto brevemente parla di una salsiccia che vive in un negozio con altri generi alimentari e la loro vita è limitata a quel negozio. Vedono tanti loro amici venir comprati e portati via senza poi vederli tornare. Per questo hanno immaginato che oltre i muri del negozio c’è “il grande oltre”, un luogo meraviglioso dove vivere per sempre nella gioia e mella serenità. Un giorno la salsiccia protagonista viene acquistata insieme ad altri alimenti e viene finalmente portata fuori, nel grande oltre. Arrivati alla casa dell’acquirente tutte le aspettative vengono infrante. La signora che ha comprato il cibo inizia a cucinarlo, tagliarlo e mangiarlo. La salsiccia riesce a sfuggire alla prima “strage” di amici e capisce che il grande oltre è una grande fregatura. Allora inizia a godersela, a vivere alla giornata in mezzo ad orge di panini, salsicce, carote e altri generi alimentari. Non ci vuole molta immaginazione ad identificare la salsiccia con l’organo maschile e il panino con quello femminile. Cosa c’entra tutto questo con l’omelia del mio parroco? C’entra eccome. Tutta la storia del film è una grande metafora della nostra vita: noi, disillusi da tutto, viviamo alla giornata, cercando di divertirci, di non pensare e di appagare le nostre pulsioni e voglia di piacere. Ed ecco che il sesso è una delle attività imprenscindibili della nostra società. C’è dappertutto perchè consente di distrarsi e di non pensare al senso della vita. Cosa ha detto il sacerdote durante l’omelia? Semplicemente che il tempo è tremendo. Sant’Agostino diceva : “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro”. Noi viviamo solo il presente, perchè il passato ormai è andato e il futuro non esiste, è solo qualcosa nella nostra testa, ma che ancora si deve concretizzare. Il presente non è che un attimo ed è già volato via, diventato passato. Quante volte ci è capitato di vivere una bel momento, di amore, di gioia, che passa subito, ci sfugge dalle mani, lasciando magari il ricordo, ma nulla più. Pensiamo anche al matrimonio, può durare 20, 30, 40, 50, forse sessant’anni, ma poi finisce tutto, noi muoriamo e della nostra unione non resta che la polvere dei nostri corpi e i nostri figli, se li abbiamo generati, ma anche loro destinati a divenire polvere nel giro di qualche decennio. Se non si trova qualcosa che supera tutto questo, siamo destinati a diventare come quella salsiccia, a vivere alla giornata, a cercare distrazioni. Gesù in quel Natale di circa 2000 anni fa è sceso sulla Terra per dare nuovo valore e significato al tempo. In Lui il tempo diviene qualcosa che si rispecchia nell’eterno. In Lui il tempo che passa assume il valore di un percorso per giungere a una vita ancora più piena e non un semplice camminare verso il baratro del nulla. Ed è così che Gesù diventa il salvatore delle nostre vite, perchè salva il nostro tempo e lo riempie di eternità. Così anche il nostro matrimonio è destinato a finire su questa terra, ma la relazione tra me la mia sposa non finirà mai neanche nell’eternità, non so come, ma mi fido della creatività di Dio. Ed ecco che i miei figli non sono nati per morire, ma per vivere per sempre. Solo così non saremo come quella salsiccia, perchè non dobbiamo accontentarci delle briciole, dei piaceri immediati che evaporano subito, ma la nostra vita può essere una continua preaparazione per l’abbraccio con Colui che ci ha salvato, Gesù Cristo.

Antonio e Luisa

E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

(Luigi Pirandello)

La famiglia è la ricchezza

Il 2016 è finito. Cosa mi resta di questo anno? Gioia, rabbia, rassegnazione, rinascita, dolore, meraviglia, speranza, forza e malattia. Ogni persona, e io non faccio eccezione, sperimenta tutto questo nel corso di un anno. Avere una famiglia è poter condividere tutto. Condividere le cose belle e quelle brutte. Ogni gioia condivisa è più vera, ogni successo ha più senso. Ogni momento, anche il più semplice, vissuto in famiglia ha un calore davvero bello che dà sostanza al giorno. La famiglia permette di moltiplicare la gioia e di dividere il carico della sofferenza e del dolore. Un anno volato via in un attimo, tanto sono state le cose da fare, ma mai sprecato. Un anno meraviglioso e di meraviglia. La meraviglia di vedere i propri figli fiorire giorno dopo giorno, la meraviglia dei loro sorrisi, domande, pianti, delusioni e successi. La meraviglia di vederli diventare grandi e sempre meno bisognosi della nostra guida, ma non del nostro sostegno. Per finire un altro anno di matrimonio, un altro anno che ci ha reso ancora più uno, ancora più l’uno per l’altra e l’uno nell’altra. Lei, che continua a dirmi che un giorno mi stancherò, che sta diventando vecchia ed io, invece,  che non mi stanco mai e mi  sembra sempre più bella e io sempre meno meritevole di tanto.  Nel Cantico dei Cantici si dice che l’amore è forte come la morte ed è proprio così. Non mi stanco mai perchè l’amore è meraviglia, l’amore è bellezza, l’amore è verità. L’amore è più forte della morte perchè supera la morte che abbiamo tutti dentro, la morte del peccato e del vuoto, del non senso e della banalità. Il suo amore, con tutte le imperfezioni e le povertà che tutti abbiamo, mi ha mostrato l’Amore, l’amore della mia sposa  mi ha mostrato il volto dello sposo, di Gesù. Sento spesso dire che il matrimonio è la tomba dell’amore. Non è così, l’amore cresce, cresce giorno dopo giorno. Non smette mai di crescere. Se non cresce decresce. L’amore non è mai fermo, ma sempre mutevole. Più sarò capace di amare la mia sposa e più sarà anche il 2017 un anno non sprecato ma vissuto appieno. Grazie Dio per questo 2016 e ti affido la mia vita e la mia famiglia per l’anno appena iniziato.Dio fammi capace di sedurla per 365 volte, una per ogni giorno; Dio fammi capace di sceglierla per 365 volte, una per ogni giorno; Dio fammi capace di amarla sempre più, ogni giorno più del precedente e meno del successivo.

Se non condivido la tua vita, la mia si complica.

Se non ti cammino accanto, mi affatico.

Se non ti comprendo, mi confondo.

Se ti ferisco, mi sento lacerato.

Se ti escludo, perdo le mie radici.

Se ti trascuro, mi sento ingiusto.

Se non percorro la tua strada, smarrisco la mia.

Ti ascolto e mi ritrovo più saggio.

Ti ringrazio e divento più ricco.

Ti parlo e guarisco le mie ferite.

Ho fiducia in te e cresce la mia speranza.

Ti accarezzo e mi sento appagato.

Mi consegno a te e mi sento protetto.

Ti stimo e sento di valere.

Ti guardo con purezza e comprendo ciò che è sacro.

Ti sono fedele e mi sento genitore affidabile.

Cerco la tua anima e trovo la mia.

Cerco di essere più degno per te e mi sento degno di Dio.

Prego per te e Dio mi sorride.

(di autore sconosciuto)

Antonio e Luisa

In Dio tutto è possibile

Una bella testimonianza dalla veglia per il Sinodo nel 2014.

Antonella e Nicola di Tivoli, dopo essere stati separati per sei anni hanno ritrovato l’unità e sono tornati a vivere insieme. Nicola: Siamo Nicola ed Antonella veniamo da Roma, siamo sposati da 15 anni; abbiamo due figli: Paolo di quattordici anni e Sara di undici. Ho conosciuto Antonella sul luogo di lavoro e mi ha subito colpito per la sua bellezza e in seguito per la sua disponibilità ad ascoltarmi. Con lei ero felicissimo. Antonella era bella, dolce, sensibile. A lei avevo aperto il mio cuore, con lei mi sentivo amato e compreso. Intuivo che sarebbe stata la donna della mia vita. Trascorrevamo moltissimo tempo insieme sia a lavoro sia fuori, condividevamo tutto e la nostra vita era aperta l’uno per l’altra, stavamo gettando le basi per un amore bello in cui Dio ne era la fonte e l’origine. Nel giorno della celebrazione delle nostre nozze, ringraziai il Signore per il dono di Antonella convinto che niente e nessuno ci potesse separare; immaginavo una vita piena di felicità e gioia con una bella famiglia. Antonella: Nel periodo del nostro fidanzamento, apprezzavo il carattere di Nicola giocoso e gioioso. Con lui mi sentivo rilassata, allegra ed apprezzata, più ci conoscevamo, più pensavo che poteva essere la persona che da tanto aspettavo. Con Nicola al mio fianco, mi sentivo amata e tra noi era tutto perfetto; nonostante le diversità caratteriali, erano molte le cose che ci accomunavano ed anche la fede in Gesù era condivisa ed era un punto di forza. Facevamo progetti per il futuro così decidemmo di sposarci e grazie a Dio il mio sogno si realizzava.Nicola: Purtroppo però l’inizio del matrimonio non è coinciso con le mie aspettative, facevo fatica a comunicare i miei sentimenti, mi chiudevo sempre di più in me stesso. Nonostante la gioia della nascita del nostro primo figlio, mi sentivo poco capito e considerato da Antonella; spesso diventavo ostile con lei ed il mio egoismo diventava sempre più marcato; non era proprio il matrimonio che mi immaginavo. Mi sentivo sempre più solo, e neanche la nascita di nostra figlia, che fu per me un’ulteriore gioia grande, portò la serenità che speravo tra me ed Antonella. Mi sentivo infelice, non amato e criticato e addossavo tutte le colpe a lei ed al Signore, allontanandomi anche dalla fede. Io ed Antonella non ci parlavamo più, lei era il bersaglio di tutto il mio malessere, i litigi anche se pochi erano molto animati; per me lei era la causa di tutti i miei mali, parlavamo solo di cose tecniche; lei prendeva tutte le decisioni perché io ero apatico e svogliato e non partecipavo alla vita familiare. Quello che mi mancava lo iniziai a cercare fuori dal contesto familiare, iniziai a tradirla prima in maniera occasionale, dopo stabilendo una relazione extra coniugale fissa con un altra donna. Mi sentivo fallito nel progetto del matrimonio, ostile e rabbioso nei confronti di mia moglie e provavo anche sensi di colpa per i tradimenti. In famiglia mi isolavo e la percepivo come una cosa opprimente da cui volevo fuggire. Fu cosi che dopo quasi otto anni di matrimonio, chiesi la separazione, prima di fatto, poi legalmente e lasciai la mia casa. Antonella: Già dopo poco tempo dal nostro matrimonio, la nostra vita non era come avevo sognato, io ero molto concentrata sui figli, quando litigavamo mi sentivo sola ed in colpa, non mi curavo di ciò che Nicola viveva, pensavo solo ai miei bisogni e davo tutto per scontato. Mi rendevo conto che il mio matrimonio si stava incrinando; ero sempre meno affettuosa e sempre più fredda con lui; non avevo amicizie, convinta che io e lui potessimo bastare a tutto. Avrei voluto chiedere aiuto ma non l’ho fatto! Cresceva in me la convinzione che fosse tutta colpa mia. La distanza tra noi aumentava, mi sentivo persa, mi sentivo una cattiva moglie ed una madre scarsa. Nicola: Il periodo della separazione fu un crogiolo di sentimenti: mi sentivo pieno di rabbia e di rancore verso mia moglie a cui imputavo tutte le colpe del fallimento del matrimonio, ma provavo anche un forte senso di colpa sia nei suoi confronti che verso i nostri due figli. Infatti, proprio per loro, non ho mai voluto spezzare definitivamente il legame con Antonella, cercando di essere presente e assumendomi le mie responsabilità di padre. Nei nostri lunghissimi sei anni di separazione, ho vissuto forti sentimenti di solitudine e profonda tristezza; mi sentivo apatico ed avevo pensieri di morte. E’ stato in questo periodo che ho riscoperto Antonella. Lei, gratuitamente, mi stava vicino e con lei, Nostro Signore attraverso la preghiera e l’Eucarestia domenicale. Capii che l’amore che cercavo soltanto mia moglie me lo poteva dare ed ero io che lo avevo rifiutato e mi ero allontanato. Infatti Antonella nonostante tutto il male che le avevo fatto era sempre stata li ad aspettarmi, fedele al nostro Amore e a Gesù sposo fedele della nostra relazione; Antonella continuava a volermi bene, a starmi vicino nel momento più basso della mia vita. Mi sono sentito aiutato, considerato, amato, mi sono sentito pienamente realizzato con lei. Dopo qualche tempo, le ho chiesto di poter provare a rimettere in piedi il nostro matrimonio, ammettendo tutti i miei errori in totale onestà e sincerità. Di fronte al suo sì, mi sono sentito felice e fiducioso verso Nostro Signore che mi mostrava attraverso mia moglie, la Sua misericordia. Consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta a ricostruire la nostra relazione, decidemmo di partecipare al programma Retrouvaille, e quello fu l’inizio della nostra risurrezione. Antonella: Ci siamo separati, dopo che ho scoperto la relazione di Nicola con un’altra donna, anche se era difficile accettare il fatto che fosse finita, avevo il terrore che anche i miei figli potessero abbandonarmi. La rabbia ed il dolore che provavo mi facevano dire che era tutto finito. L’Amore di Dio per me, mi ha dato la forza di andare avanti in quei lunghissimi anni della nostra separazione. Quando Nicola mi ha chiesto di riprovare a ridare una speranza alla nostra relazione mi sentivo molto titubante ed incerta. Avevo tanta paura di soffrire di nuovo. Ma ho preso la decisione di affidarmi all’Amore di Dio e da lì tutto è ricominciato. Nicola: Lo scorso Natale è stato per me il più bello della mia vita, finalmente siamo tornati a vivere insieme dopo tanti anni di separazione e lontananza, finalmente unito ad Antonella e alla mia famiglia. Oggi mi sento confermato ed affermato nella mia vocazione di sposo; mi sento pienamente felice. Sono consapevole delle difficoltà quotidiane e dei miei limiti, ma con l’aiuto di Nostro Signore, cerco di prendermi cura di Antonella e della nostra relazione ogni giorno.Antonella: Adesso la nostra vita è completamente rinata! Con il percorso di ricostruzione del nostro matrimonio rinasceva nel mio cuore la Speranza ed adesso posso dire che quell’Amore non era mai finito! Era solo sepolto. Ci eravamo persi ed ora grazie a Dio ci siamo ritrovati. Adesso i nostri problemi possono essere vissuti in modo diverso, posso condividere con Nicola il mio intimo e farmi conoscere da lui. Adesso ho fiducia che con l’Amore di Dio e la nostra volontà riusciremo nel cammino. Ho imparato a perdonare Nicola e me stessa. Quando abbiamo deciso di tornare a vivere insieme è stata una festa per tutti! Nicola: Ci stiamo impegnando insieme per cercare di dare speranza ad altre coppie e questo ci dà la possibilità di attuare concretamente quella che è la missione del matrimonio; allargare il Regno di Dio e poter testimoniare con la nostra vita che: Nicola e Antonella insieme: “IN DIO TUTTO E’ POSSIBILE, E IL “PER SEMPRE” IN LUI E’ RECUPERABILE”.

Attenzione alle piccole volpi

Prendeteci le volpi,
le volpicine che guastano le vigne,
poiché le nostre vigne sono in fiore!

Questi versi sono tratti dal Cantico dei Cantici. Cosa ci vuole dire l’autore di questi versi? Chi o cosa sono le piccole volpi?

La vigna è il nostro amore, la nostra relazione. La nostra relazione che sta maturando e crescendo nel tempo, nell’intensità e nella verità.

La vigna è in fiore, è rigogliosa, tutto è meraviglioso, tutto sembra andare nel migliore dei modi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita.

Ma poi, a volte, senza che accadano fatti straordinari. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. La stessa cosa fanno molti sposi. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

Dio si è fatto bambino per essere amato in una famiglia.

Diciamo la verità: Dio bambino è uno scandalo. E’ uno scandalo per ebrei, musulmani e ogni altra religione. Molto più facile immaginare modi straordinari per la nascita di un dio. Come Afrodite che nacque dalla spuma delle onde fecondate dai genitali di Urano che Crono aveva gettato in mare. Dio, il nostro Dio, no. Il nostro Dio si è incarnato. Dio, un bambino, un neonato, in una famiglia. Una famiglia, uno sposo e una sposa che hanno detto il loro si, hanno deciso di donarsi l’uno all’altra. Nella verginità a differenza di noi. Noi abbiamo bisogno di essere uno anche nel corpo per sperimentare l’amore di Dio ed essere fecondi. Loro no, Dio l’avevano già presente nella carne di quel bambino che ha scelto il loro amore sponsale come culla per crescere. Non importa se Gesù vide la luce in una mangiatoia, un luogo misero buio e freddo. Gesù trovo l’amore di un uomo e una donna che si amavano teneramente e nella verità, nel dono e nell’attenzione dell’uno verso l’altra, nella dolcezza e nella protezione. Gesù è nato bambino, si è formato da un ovulo di Maria fecondato misteriosamente e miracolosamente dallo Spirito Santo. Da quell’embrione, nel ventre di Maria, si è formato un bambino. Che miracolo e che bello. Dio bambino, Dio figlio di sua figlia. Gesù non è nato povero, Gesù era forse povero materialmente ma aveva già tanto, un papà e una mamma che si amavano e lo amavano. Gesù vuole abitare nella famiglia. Dio si è fatto bambino per essere amato. La famiglia è la più grande espressione della comunione e dell’amore. Ricordiamocelo. Dio non ci chiede un amore perfetto come quello divino, non ci chiede di salire a lui con le nostre forze. No, lui ci chiede semplicemente di amarci con ciò che siamo e allora sarà lui a scendere, ad abbassarsi. Dio si commuove del nostro amore e della nostra tenerezza reciproca perchè conosce che ci costa fatica, conosce le nostre imperfezioni, mancanze, peccati e nonostante ciò ci fidiamo di Lui e di noi, e perseverando continuiamo ad amarci e perdonarci e più ci perdoniamo e più ci amiamo, e più ci amiamo e più sarà facile perdonarci. Lui vuole il nostro impegno per farci felici insieme e allora lui scenderà sulla terra per entrare nella nostra relazione e lui, e non noi, compirà miracoli e farà di noi una luce nel mondo e per il mondo, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa.

Caro Papà

Questa lettera l’ho trovata nel sito di Mimmo Armiento.
Vi consiglio di visitarlo. Ingannevole come l’amore è un progetto meraviglioso.
www.ingannevolecomelamore.it
Caro papà,
non è facile per me trovare le parole giuste per cominciare a scrivere una lettera come questa.
Mi lascio portare da quello che suscita dentro di me la parola “papà”. Una parola che mi dice sicurezza, protezione, generosità, impegno quotidiano, spirito di sacrificio per la famiglia. E questo tu me lo hai insegnato e soprattutto me lo hai trasmesso con il tuo esempio e con la tua vita. Di tutto ciò – e mentre scrivo questo piango come un bimbo – non posso che ringraziarti…

Certo, guardando il passato ammetto che avrei desiderato che ci fossimo donati più tempo l’uno per l’altro, solo per noi, tra uomo e uomo, ad esempio nel gioco, nel fare una camminata in montagna o anche nel dire una semplice preghiera insieme.
Avrei desiderato che ci fosse stata più confidenza tra noi. Avrei desiderato che non ci fossero state a volte quelle sfuriate in famiglia, con me, con mamma, che mi hanno creato in qualche modo delle ferite, che mi hanno per così dire bloccato nel rapporto con te. Ma sono consapevole, caro papà, che non si nasce genitori, lo si impara, lo si diventa pian piano.
Come io, d’altronde, pian piano sto cercando di imparare ad essere un figlio: figlio tuo, ma anche figlio infinitamente amato da Dio. Per questo ti chiedo scusa per tutte le volte in cui non sono stato capace di essere figlio.

E adesso, caro papà, appunto come figlio e come uomo desidero parlare di quello che è avvenuto l’ultimo giorno che sono stato a casa. Quello che è avvenuto, papà, mi fa male, mi fa un grande male. E’ stato per me rivivere quello che ho scoperto qualche tempo fa. Ricordi? Di fronte a quella relazione extra-coniugale che ti avevo messo di fronte. Tu alla fine mi avevi risposto: “Anche se fosse, non sono cavoli tuoi”. No, papà, i “cavoli” sono anche i miei, perché il furto non lo stai facendo solo a mamma ma lo stai facendo anche a me, a tutti noi…
In questo momento per me è come se quel “castello” di fiducia che pian piano avevo cercato di ricostruire in questi anni mi sia in qualche modo crollato addosso…

Detto questo, caro papà, mi piacerebbe ricominciare con te. Mi piacerebbe che, come tu vorresti sentirti orgoglioso di me presentandomi ai tuoi amici, anche io possa sentirmi orgoglioso di te presentandoti come mio padre. Però per far questo bisogna togliere il male dalla nostra vita. Ed io allora ti chiedo: “accetti di chiudere questa relazione?”. Per me significa la possibilità di avere un padre di cui essere orgoglioso. Quello che mi blocca nei tuoi confronti è questo. Tutto il resto si può resettare.

Proprio in questi giorni, caro papà, mi è capitata tra le mani una frase con la quale desidero anche concludere questa lettera:
“La cosa più importante che un uomo possa fare per i propri figli è amare la loro madre”.

Un abbraccio e con affetto,
Tuo figlio.

Cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Ho trovato questa bellissima lettera del vescovo di Salerno per il Natale. Volevo condividerla con tutti voi.

Quando viaggio, mi piace fermarmi e guardare dall’alto i meravigliosi panorami della diocesi che il Signore mi ha affidato.  Ci sono delle zone dalle quali si può vedere lo spettacolo della natura e anche le opere che, nei secoli, l’uomo ha costruito per rendere più vivibile e bello il nostro territorio. E’ quello che dovrebbe fare il Vescovo: l’etimologia della parola, episkopos, significa proprio “colui che guarda dall’alto”. Quando è buio, si vedono le luci che illuminano le strade e l’interno delle case. Mi piace immaginare le famiglie che si ritrovano dopo una giornata di studio e di lavoro. Quali sentimenti, quali emozioni si condividono? Qual è l’atmosfera che si respira in casa? Energia, delusione, felicità, preoccupazione, condivisione, indifferenza? Se i sentimenti si potessero vedere, la diocesi si illuminerebbe di tanti colori.  C’è la soddisfazione per un figlio che ha superato un esame e si avvicina alla laurea. Che bel traguardo avere un figlio laureato! Ma questa gioia è accompagnata dalla preoccupazione: troverà lavoro? Ci sono le case in cui ciascuno trascorre la serata scorrendo lo schermo del proprio telefonino mentre il bimbo si è impossessato del tablet, come fa sempre. C’è la sposa che, invece di dormire, veglia e guarda il marito immerso nel sonno, chiedendosi se la ama ancora, visto che ormai lo sente distante, preso ogni giorno di più da se stesso e lontano da quelle attenzioni che aveva per lei qualche tempo prima. Una foto da sposi, con i volti raggianti, è sul comò, a pochi passi da loro. C’è la giovane coppia di sposi che ha iniziato da pochi giorni la vita nuziale. Si divertono  a preparare insieme la cena. Nel salone hanno solo la tv e un vecchio divano. Vicino alla parete ci sono gli scatoloni dei regali ricevuti: li svuoteranno in futuro, quando avranno i mobili. Ma il loro amore riempie tutto di bellezza e di speranza. C’è il marito che ha nascosto la lettera di preavviso di licenziamento perché non ha il coraggio di mostrarla. Prima ha taciuto per non rovinare il fine settimana: ieri la figlia compiva 15 anni, oggi il figlio più piccolo è così felice… Forse domani dirà la verità e sarà un brutto momento per tutti. C’è un neonato che piange, come fanno tutti i neonati. I genitori sono esausti, ma la gioia di occuparsi di lui, condividendo veglie e fatica, aiutandosi l’un l’altra, è una soddisfazione profonda che ripaga ogni difficoltà.  Se la gioia e il dolore hanno sempre accompagnato la vita familiare, dovrebbero essere proprio gli affetti a rendere meno pesanti le immancabili sofferenze e preoccupazioni. La coppia nasce per affrontare la vita insieme, scambiandosi amore, sostenendosi nelle fatiche. Ma a volte queste sono così pesanti che – anche in due, anche con tanto amore – non si riescono a sopportare. Papa Francesco – proprio in questi tempi in cui si dice che la famiglia è in crisi – ci parla di amore familiare e di felicità. “Amoris Laetitia” (la gioia dell’amore) è il titolo dell’esortazione apostolica che ci ha donato, dopo due lunghi lavori sinodali sulla famiglia. Nel testo, il Papa non nega le difficoltà che affronta oggi la famiglia, ma invita a guardare  avanti con fiducia: «(…) Malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa. Come risposta a questa aspirazione l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia.» (Amoris Laetitia, 1) Allora ci chiediamo: noi cristiani come possiamo contribuire a rendere più belle le relazioni familiari e più lieta la vita degli sposi? Come questi possono continuare o tornare a sperare nel futuro, a desiderare il concepimento di nuove vite? Come svegliarsi ogni mattina con il desiderio di riempire la giornata con qualcosa di interessante da costruire? Il Natale si avvicina e tutti contempleremo l’incarnazione del Signore. Incarnazione vuol  dire che Dio ha condiviso ciò che siamo e ciò che viviamo. Sensazioni, sentimenti, bisogni, tutto è bello perché Dio lo ha vissuto. La vita familiare è fatta di concretezza: tre pasti da preparare ogni giorno, letti da rifare, regali da scartare, pannolini da cambiare, feste di compleanno, vaccinazioni, cambi di stagione, film da vedere insieme, incontri con i docenti, assicurazione della macchina. È necessario e bello che la famiglia si dedichi alla cura di se stessa. E’ il compito principale di tutti e due gli sposi. Viene prima di ogni altra cosa e non può essere sostituito da altre attività pur significative, come il volontariato o l’apostolato in parrocchia. Avere cura della propria sposa o del proprio sposo, avere a cuore i sogni dell’altro, ricordare quanto si è promesso, è un percorso da vivere insieme. L’espressione “Sono stanco/a di essere solo/a  nel tirare la carretta” indica un modo di vivere la famiglia generoso ma sbagliato: si deve portare il peso in due. Ogni coppia deve evitare che gli anni passino senza impegnarsi nell’ascolto e nella comprensione dell’altro. E’ compito della Chiesa spiegare bene cos’è il matrimonio, cosa implica, come cambierà la vita una volta sposati. Dobbiamo essere sempre più preparati e aggiornati su questo tema, perché capire bene il matrimonio è importante per la sua riuscita, per la felicità. Non c’è una ricetta unica per tenere unite le coppie. Ci sono consigli, iniziative utili, percorsi efficaci di accompagnamento, che anche in diocesi sono attivi, ma la prima risorsa è la Grazia del sacramento. Nessuna coppia sposata nel Signore può dire, nelle difficoltà di relazione o nelle questioni educative: “Dio mio, Dio mio perché mi hai  abbandonato!” (Mc 15,34) Ogni coppia nasce in un modo diverso. È dolce ricordare come ci si è conosciuti e innamorati. Ma quella che può sembrare una scelta umana è un disegno di Dio. Ogni coppia è un’idea, un progetto del Creatore per la felicità dei partner. Dio ha voluto le coppie e Dio le conduce per mano custodendole per sempre. Sono convinto che «chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero», perché «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo.» (AL, 123) Gesù conosceva le difficoltà della coppia. Sapeva che può essere difficile rimanere fedeli ad una persona per tutta la vita. A motivo di questo, la legge di Mosè prevedeva il ripudio, il divorzio, che poteva decidere solo il marito. Gesù ristabilisce l’indissolubilità del matrimonio, ma non abbandona la coppia: la fortifica con la sua Grazia, quella Grazia che viene donata ogni volta che si celebra questo sacramento. In ogni celebrazione del matrimonio c’è tanto da guardare: location, vestiti, fiori. Tuttavia, la vera potenza del matrimonio è il fiume di Grazia che avvolge gli sposi e li accompagna per tutta la vita. La Grazia è l’amore di Gesù che fortifica quello degli sposi. «Molti – scrive il Papa – stimano la forza della grazia che sperimentano nella Riconciliazione sacramentale e nell’Eucaristia, che permette loro di sostenere le sfide del matrimonio e della famiglia.» (AL, 38) Cari sposi cristiani, siete forti! Avete la forza  per vivere sempre insieme, per educare bene i vostri figli, per essere felici e rendere felice chi vi sta accanto. Siete un tutt’uno con la Chiesa, che si fa vostra appassionata compagna di viaggio. A volte anche noi credenti – afferma Papa Francesco – “abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.” (AL, 36) La perfezione non esiste, siamo tutti in  cammino, fragili, con una dose di egoismo e di incapacità, di buona volontà e impegno. Sappiamo che non esistono le famiglie perfette proposte dalla pubblicità; chi si crede perfetto, in qualunque condizione sia – sposato, consacrato, vescovo – tende a giudicare con durezza la fragilità e il percorso di vita altrui. Fare così è davvero sbagliato! Tante coppie della nostra diocesi vivono insieme, si amano profondamente, alcune hanno anche messo al mondo dei figli, ma non sono sposate. Quando due persone si amano è bello, perché ogni atto d’amore vero ci fa sentire Dio più vicino. Io invito queste coppie a venire in Chiesa, ad incontrare i sacerdoti, a mostrarci la bellezza del loro amore e, chissà, un giorno, come molti stanno già facendo, a ricevere il sacramento del  matrimonio. Il Papa invita i credenti a guardare le coppie che si trovano in “situazione imperfetta” davanti al Magistero della Chiesa, così come le guarderebbe Gesù. “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni.” (AL, 79) C’è sempre una strada da percorrere per salvare ogni matrimonio. Si può ricucire il tessuto strappato, si può aggiustare ciò che si è rotto; ci sono specialisti che lo sanno fare bene, ma è compito di tutti noi favorire le unioni, portare unità, invitare al perdono, incoraggiare al sostegno. Lo chiedo soprattutto a chi ha alle spalle un’unione solida e a chi ha nel cuore un desiderio di amore e unità. Quanti nonni possono lavorare per l’unità delle giovani coppie e non – invece  – collaborare alla loro distruzione! Non lasciamo morire le nostre famiglie! Ogni anno nei giorni di festa di Natale pensiamo – e facciamo bene a farlo – a come addobbare gli ambienti e a cosa mettere da mangiare sulla tavola. Fermiamoci a pensare: cosa possiamo fare per rendere più unite le nostre famiglie? Come possiamo aiutarle, anche concretamente, a seconda delle nostre piccole o grandi possibilità? Proviamo a fare una lista scritta di piccole belle azioni: sarà un “menù” di felicità da diffondere, in cui più “portate” ci saranno, più bella sarà la festa. «L’indebolimento della fede e della pratica religiosa in alcune società ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro  difficoltà. (…) Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. […] Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni.» (AL, 43) Cari amici, è appena terminato il Giubileo della Misericordia. Continuiamo tutti a vivere la carità di cui abbiamo tanto parlato e che abbiamo cercato di attuare! Manteniamo e incrementiamo l’attenzione e l’aiuto concreto verso l’altro. Il Signore ammira chi dà, anche se è poco ma è tutto ciò che ha. Aiutiamo le famiglie, gli sposi, chi si occupa di un  familiare disabile, ammalato, molto anziano, chi educa i figli in questa società difficile, chi lotta per avere da mangiare. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, magari con poche risorse ma con tanta umanità. All’inizio della lettera parlavo dello sguardo del vostro Vescovo. Ora vorrei che sentiate su di voi ciò che conta davvero: lo sguardo di Gesù. Egli vi guarda con amore, vede nella vostra casa, ama la vostra gioia, ama ciò che siete e ha nelle sue mani la vita di tutti, soprattutto quella di chi è più fragile. Seguite i pastori verso la grotta della Natività, cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Luigi Moretti Arcivescovo.

Perdonati e amati.

E’ da qualche anno che io e Luisa abbiamo deciso almeno a Natale e Pasqua di partecipare alla liturgia penitenziale organizzata dalla nostra parrocchia. Lasciamo i bambini a casa con la nonna mentre restiamo soli nella nostra intimità di coppia per presentarci davanti a Gesù, insieme, come fossimo uno, come Lui ci vede. E’ un momento molto bello e che ci unisce tantissimo. Chiesa semivuota, pochissima gente (purtroppo) luci che brillano nella penombra e la luce più luminosa, Cristo Eucarestia che ci guarda dall’altare. Cristo che è lì sull’altare ma che è anche tra di noi, nel nostro amore, da quando il giorno delle nozze abbiamo preparato la tenda e Lui è venuto ad abitarla per sempre. Gesù sull’altare ma non come qualcuno che ci giudica ma con lo sguardo del padre misericordioso, di qualcuno che ci conosce bene e tifa per noi. Con lo sguardo di chi è commosso e felice di vederci lì, insieme con le nostre povertà e le nostre miserie. Commosso di vedere che siamo andati lì da Lui e Lui ci accoglie nel suo abbraccio. Lui che conosce tutto di noi, i nostri peccati, le nostre debolezze ma anche il nostro desiderio di una vita alla Sua presenza e spesa l’uno per l’altra. E’ bellissimo questo momento di coppia che si apre all’Eterno e all’Amore. Noi che ci teniamo per mano senza parlare, davanti a quella presenza che ci libera. Liberi di non aver paura, liberi di accoglierci, liberi di capire che siamo molto più dei nostri errori, liberi soprattutto di perdonarci nella nostra imperfezione perché forti dell’Amore che Lui ci offre per primo. Capaci di amarci perché amati, capaci di perdonarci perché perdonati Siamo pronti, uno dopo l’altra ci accostiamo al sacerdote e chiediamo perdono, chiediamo perdono a Dio per poter ricominciare. Un ultimo momento con l’Eucarestia, con il cuore pieno di gratitudine, e via si rientra nel mondo, consapevoli che Gesù ha scelto di abitare la nostra relazione con il sacramento del matrimonio e noi non abbiamo nessuna intenzione di mandarlo via.

Antonio e Luisa

Ho conservato la fede(ltà).

Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo – spiega il sito di informazione legale ‘Studio Cataldi’ – consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

(dal Messaggero del 15/12/2016)

La fedeltà. E’ davvero un concetto medioevale? E’ davvero qualcosa di cui possiamo fare a meno? Per me la fedeltà non è un obbligo. La fedeltà è sentirmi uomo. La fedeltà è dignità. La fedeltà è mantenere la parola. La fedeltà è non tradire. La fedeltà è dare il meglio. La fedeltà è non accontentarsi. La fedeltà è vincere le pulsioni. La fedeltà è amare a prescindere. Amare la mia sposa perché è lei, e non perché mi sta dando qualcosa. La fedeltà mi avvicina a Dio. La fedeltà è fondamenta dell’amore. La fedeltà mi fa sentire forte. La fedeltà è la casa dei miei bambini. La fedeltà non mi fa vergognare davanti a Dio. La fedeltà è luce per me, per la mia famiglia e per il mondo. La fedeltà fa il matrimonio. Io voglio un amore fedele. E’ il mio cuore a chiederlo perché solo in un amore così posso trovare nutrimento. Una relazione che non pretende la fedeltà non mi interessa, non vale niente. Una relazione senza fedeltà è disimpegno, è egoismo, è ipocrisia, promettendo l’amore vuole solo usare. Per questo ho voluto fortemente il sacramento del matrimonio. Perché è qualcosa di grande, di difficile, che a volta spaventa ma che davvero vale la pena. Un matrimonio senza fedeltà è una bugia. Un matrimonio senza fedeltà non fa per me. Cari deputati e cari senatori, io non voglio accontentarmi della povertà che mi offrite. Io sono più di ciò che voi volete farmi credere. Io sono capace di mantenere la mia promessa e mi impegnerò ogni giorno per renderlo possibile. Il vostro matrimonio potete ternervelo, io voglio il massimo, io voglio Dio. Io voglio arrivare alla fine dei miei giorni, guardare mia moglie, sorriderle e dirle come disse San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede(ltà).“.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è un amore redento.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato e sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

Cara futura moglie

Una lettera scovata nell’infinito oceano del web. Una bellissima lettera, non so se reale o inventata, ma che esprime benissimo ciò che significa l’attesa. Ora lo capisco. Purtroppo nella mia giovinezza non sono stato  altrettanto consapevole.

 

Cara futura moglie,
è buffo scrivere questa lettera, non sapendo neanche se la leggerai mai…

Perché dove dovrei inviarla? Non ho il tuo indirizzo. Nessun numero telefonico a cui contattarti. Facebook e WhatsApp non servono, e Skype e Instagram non mi riveleranno il tuo volto… Uber non mi può portare alla tua porta, e non so per quale destinazione comprare il biglietto del treno per consegnartela di persona.

E tuttavia, anche se possiamo non esserci incontrati, voglio che tu sappia che sono qui. Che ho un numero telefonico e un profilo su Facebook. Ho un mondo – amici, famiglia, hobby e interessi – e non vedo l’ora che arrivi il momento in cui i nostri mondi si incontreranno, il momento in cui riusciremo ad aprire i nostri mondi l’uno all’altro, e a crescere insieme nell’amore.

Voglio che tu sappia che sto aspettando, e che ti ho già scelta. Ti ho scelta al di sopra di tutte le false immagini di vita e amore che sono state pompate nella nostra cultura. Perché nessuna di queste false immagini – la promiscuità, l’egocentrismo – è capace di infiammare il mio cuore neanche un minimo di quanto lo infiamma pensare a te, al fatto che un giorno ti offrirò tutto il mio essere in un amore incondizionato.
Ma c’è qualcosa che devi sapere. Non sono perfetto. Sono solo un ragazzo normale che sta cercando di scegliere di vivere l’amore autentico ogni giorno – accanto a molti altri tipi normali che stanno facendo lo stesso. Siamo qui! E a volte è davvero difficile. Devi sapere che non ti salverò, conosco troppo bene le mie debolezze e non sono un salvatore.

Ma c’è Una Persona che è il nostro Salvatore, e spero che tu Lo abbia già incontrato. Anche se non conosco il tuo nome, Lui lo conosce. E spero che ovunque ti trovi, tu sappia che ti ama in modo infinitamente più perfetto di come riuscirò mai a farlo io.

Voglio che tu sappia che parlo di te a Dio. Prego di essere capace anch’io di amarti faccia a faccia come Egli fa ora. Dio mi sta insegnando ogni giorno in piccoli modi cosa serve per amare, e a deporre la mia vita per te. In Lui vedo come amare autenticamente, e scelgo di amarti.

E così continuerò a tenere uno sguardo attento sulla mia anima, perché un giorno tu abbia fiducia in me e mi permetta di custodire e proteggere anche la tua. Con la grazia di Dio ti condurrò in cielo.

Ma non è ancora giunto quel momento, e non voglio che ti preoccupi di quanto ci vorrà prima che ci incontriamo. Ora ho bisogno che tu corra verso Dio, che corra con Lui. Un giorno correrò con te, ma per favore non aspettare di incontrarmi prima di partire, perché le nostre strade si incroceranno solo quando entrambi staremo correndo verso Dio, con il nostro sguardo fisso su di Lui. Sappi che io sto correndo verso di Lui; sappi, comunque, che spesso per me è più una corsa di 3000 metri a ostacoli che uno sprint di 100 metri, e che anche se posso uscirne un po’ ammaccato, in Lui sarò forte e pronto per te.

Cara futura moglie, ovunque tu sia, sappi che l’amore è una scelta, e che anche se non so ancora chi sei, non so cosa ti fa sorridere o cosa ti fa ridere, o le cose che trovi difficili o dolorose, ho scelto di amarti. E che ti troverò quando correremo fianco a fianco tra le braccia del Nostro Padre Celeste.

Spero che tu sia al sicuro. Spero che sappia che sei amata, e che sei immensamente preziosa per il mio cuore, e per quello di Dio. Possa il tuo angelo custode vegliare su di te.

Per favore, prega per me.

Il tuo futuro marito

L’amore è verità.

Oggi ascoltavo il commento al vangelo di don Antonello Iapicca. Riesce sempre a provocarmi. C’è sempre una sua frase o anche solo una parola che mi cattura e mi apre a un’intima riflessione. Quando mi sono sposato, quando preparavo il matrimonio, i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi quel progetto d’amore prendere vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Quando ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele? Sinceramente no. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, a picchi ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo 14 anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perchè sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perchè ho promesso di amarla per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perchè attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perchè la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo o di una donna.

Antonio e Luisa

In contemplazione del matrimonio

Sono 50 anni che sono prete e il Signore mi ha fatto molte grazie. Una di quelle che ritengo fra la più grandi è quella di aver potuto conoscere, condividere concretamente in molti modi, e quindi appunto “contemplare” la bellezza e grandezza del matrimonio cristiano. 50 anni fa, appunto, ho fatto la mia scelta di celibato consacrato, e penso di poter affermare che l’ho fatta in piena coscienza e convinzione (sia pure con l’”incoscienza” e la poco consapevolezza che si ha da giovani, come capita anche per il matrimonio…). L’ho però continuamente rinnovata e approfondita nella mia vita (anche nei momenti più difficili) e la ritengo una grazia altissima.

Ma proprio questo mi ha permesso di guardare, con la libertà di chi ha un’altra vocazione,  al matrimonio e scoprirne tutta la sua bellezza. Ho avuto poi molte occasioni per vivere gomito a gomito con sposi e famiglie cristiane (nello scoutismo e con amici personali coi quali ho fatto anche vacanze insieme, ecc…) e ho capito che questi due carismi (il celibato consacrato e il matrimonio) sono davvero… complementari, nel senso che nella loro reciproca comunione e nello scambio dei reciproci doni si completano e si approfondiscono a vicenda: il consacrato ricorda agli sposati che l’Unico Vero Amore, a cui si deve tendere, è Gesù stesso, e lo sposato dimostra con la vita al consacrato che cosa voglia dire “amare nella concretezza” (perché egli non rischi il pericolo, come ha detto scherzosamente una volta il papa alle superiori mondiali delle suore, di diventare “zitello”).

Mi sento di affermare che, se il celibato, come tutte le consacrazioni particolari, sono grazie indispensabili e molto grandi per la Chiesa, essa si basa proprio essenzialmente sul carisma del Matrimonio, “Chiesa domestica”. Dio è Trinità, perciò Famiglia, e ha voluto proprio con la famiglia riprodurre una sua icona qui in terra: dalla famiglia cristiana, che vive nell’amore reciproco pieno (anche nelle piccole cose quotidiane) e quindi attua quello che dice Gesù in Mt 18,20: “Dove due o più… io [risorto e con la potenza dello Spirito Santo] sono in mezzo a loro”, nasce la Chiesa: la famiglia deve irradiare intorno a sé questa esperienza di “famiglia trinitaria”, formando poco per volta la Chiesa più grande, a incominciare dalla comunione con altre famiglie, con la comunità ecclesiale locale, su su fino a far diventare tutta la Chiesa “Famiglia”, per trasformare tutta l’umanità in un’unica famiglia.

Un grazie infinito dunque a tutti quelli che hanno risposto al carisma della vocazione al matrimonio e lo vivono in questo modo, nonostante tutte le difficoltà. Mi pare che l’esortazione apostolica del papa, “Amoris Laetitia”, al di là di alcuni particolari puramente pastorali che hanno (ingiustamente) sollevato tanto scalpore (come la misericordia verso i divorziati), nel suo contenuto centrale ridica e risottolinei in modo meraviglioso questa realtà.

Nella comunione reciproca profonda testimoniamo perciò l’Amore infinito della Famiglia di Dio, la Trinità, nel cui seno troveremo l’eterna beatitudine.

Don Aldo Bertinetti

Gioia nella coppia è frutto del sacramento.

Seconda parte del bellissimo articolo dell’amica Cristina Epicoco (prima parte qui)

Gli organi sessuali presi da soli non servirebbero a nulla

Pochi hanno riflettuto su un aspetto di tipo anatomico.
Ciascuno di noi possiede organi doppi: gli occhi sono due, le orecchie sono due, le narici, le braccia, le gambe, due piedi, la bocca in simmetria con la lingua… ma gli unici organi che sono mezzi, cioè la metà di uno, sono proprio gli organi sessuali perché presi da soli non servirebbero a nulla.
Realizzano il loro senso di realizzare la gioia nella coppia soltanto quando si uniscono, l’uno con l’altro per lo scopo ben preciso di donare la vita! E se Dio ha pensato per quella coppia non a figli nella carne, ma altra figliolanza ciò non toglie il primario aspetto unitivo della coppia chiamata al matrimonio!

 

sarete una sola carne, perché la vostra gioia sia piena

Ecco il contrasto con la pornografia. Se i due “mezzi organi” hanno il loro senso compiuto soltanto quando diventano Uno, che significato ha la mancata combinazione degli stessi?
In sostanza cosa può ricavarsi dalla schiavitù della pornografia o dell’autoerotismo?
Non certo la gioia!
Piuttosto un senso di chiusura in se stessi, tristezza per incapacità di relazione, istintività e dunque sentimento di colpa verso la propria persona.
Quante persone conosco, nell’accompagnamento spirituale, in piena sofferenza per la schiavitù di tali pesi e quanta gioia quando ridonano la libertà alla loro vita, soprattutto restituendo freschezza nuova in tantissimi matrimoni! Ritrovano la gioia nella coppia cioè quella gioia che Dio ha stabilito di donare alla coppia che si unisce nel suo nome.
I coniugi si uniscono perché ritrovano nell’altro la gioia che li attende ed è proprio lì che avviene la risposta esatta alla domanda del creatore:
«Sarete una sola carne, perché la vostra gioia sia piena».

quanta gioia nella coppia ma non solo…

L’atto sessuale diventa PREGHIERA perché in quella roccia, a cui i coniugi si appoggiano, possono domandare al Signore qualunque cosa:
“Signore, in questa comunione coniugale ti chiedo di aiutare mio marito, mia moglie nel suo lavoro, custodisci noi da ogni tentazione che possa compromettere la fedeltà, ti prego per i nostri figli, proteggili dai pericoli del mondo, donaci di essere due genitori sapienti. Sì Signore te lo chiedo ora che siamo una cosa sola, che celebriamo il SACRAMENTO in quanto sposi in Cristo… ”
Che ognuno possa personalizzare la propria preghiera (silenziosa ovviamente) per le necessità della famiglia!
Quante guarigioni e quanta gioia da tutto questo! Quanta gioia nella coppia, ma non solo…
Ecco perché il SACRAMENTO del matrimonio, ecco perché il SACRAMENTO dell’Eucaristia, ecco perché il SACRAMENTO del Sacerdozio: c’è una mensa per tutti affinché si possa fare sacro ogni gesto che si compie: il TALAMO dell’essere UNO e l’ALTARE dove UNO si immola per noi.

 

La gioia nasce dalla profondità di questi animi, dall’esercizio di donare la gioia per ridonare la vita.
La gioia di due sposi. La gioia nella coppia ma anche la gioia di un sacerdote che dona se stesso per la vita spirituale di molti.
Tutto nasce da un solo SI e tanti NO:
Io marito dico sì a mia moglie per dire no a tutte le altre!
Io sacerdote dico sì a Dio per dire no a tutte le altre!
Solo così si diventa dono per tutti!
La chiamata sia la nostra gioia!

LA GIOIA IN TUTTI

«Chiedi che la mia gioia si accresca nel cuore degli uomini» (Courtois)
Come possiamo allora trasmettere e diventare contagiosi nella gioia?
È la sorgente che genera la cascate delle acque.
Se attingiamo alla gioia noi potremo contagiarla.
La gioia, frutto dello Spirito Santo.
Il frutto va gustato, assaporato e chiesto incessantemente.

a chi chiedere?

Una persona di buon senso andrebbe in un negozio di ferramenta ad acquistare la carne?
Ecco….
perché allora non chiedere la gioia al rivenditore ufficiale?

Giovanni 15,1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto… 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli…11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Ecco il dispensatore, ecco Chi è la Gioia. Ecco perché questa parola è per tutti coloro che si fanno schiacciare dalle preoccupazioni della vita, dell’orgoglio, dell’ambizione, della sensualità, della gelosia, dell’invidia, della tristezza più profonda!

Attingi la gioia dal SACRAMENTO che vivi e porta al mondo intero non l’ottimismo ma la speranza!
La speranza è esattamente connessa alla gioia e di questo ne parleremo la prossima volta.
Buona gioia fratello e sorella,
Il Padre è Gioia
Il tuo Signore è Gioia
Il nostro Spirito è Gioia!

Cristina Epicoco

Donare la gioia sia il segreto della tua felicità

«Donare la gioia: sia questo il segreto della tua felicità anche se nascostamente nelle cose più ordinarie» (Courtois)
Oggi mi è chiesto di donare la gioia. Voglio farlo soprattutto alle coppie che vivono il sacramento del matrimonio; ma anche a coloro che questa gioia non ce l’hanno perché anzi, spesso, ciò che si prova è la tristezza, l’inquietudine, l’amarezza, la delusione, il vittimismo, la depressione…

 ma cos’è la gioia?

È un sostantivo femminile che indica “lo stato o motivo di viva, completa, incontenibile soddisfazione”.
Si è soliti dire: una gioia piena, lacrime di gioia, sei la mia gioia.
Con essa si indica la felicità, il diletto, il gaudio, la letizia.
La gioia viene definita anche come l’aspetto festoso della natura e, infine come un gioiello.
Un prezioso lavoro di oreficeria, curato nei minimi particolari affinché ne risulti un’opera frutto del talento di un artigiano: il gioiello più bello!

Ebbene, se la gioia è quanto detto chiunque dovrebbe desiderare di possederla; e altrettanto agevolmente dovrebbe contenerla dato che, ciascuno, almeno egoisticamente, aspira sempre alle cose più belle!

come mai questa gioia tarda ad arrivare?

Perché molti uomini e donne sono tristi essendo invece creati per la gioia?
Andiamo per gradi…

LA GIOIA NELLA COPPIA

La coppia spesso si scontra nel paradosso della solitudine.
Si parte insieme perché non si è nati per stare da soli, ci si cerca, ci si vuole e poi, ci si lamenta perché, da soli, saremmo stati più liberi.
Allora ci si lascia, si abbandona colui che oltrepassa il proprio confine ma, essendo creati per la relazione, ci si re-incontra; magari in una seconda opzione dove, permanendo la naturale diversità, risorge il conflitto solitudine/non solitudine che scoppia nella tristezza, amarezza, infelicità, lontananza, nascondimento.

dove sarebbe potuta nascere la gioia?

La gioia non è l’allegria: la prima è profonda e risiede nel cuore, nell’intimo. Non è l’istinto di una risata, ma è qualcosa che dura nel tempo; deve durare perché è inscritta, è a immagine e somiglianza di Colui a cui noi somigliamo. È dentro al DNA. La gioia non è passeggera.
La coppia esiste perché Dio ha sublimato la creazione con l’aiuto che fosse simile.
Maschio e femmina Dio lo creò, perché i due saranno Uno!
Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28).

Prima siate fecondi nel NOI e poi collaborate al progetto di generare figli.
Saranno figli nella carne, forse lo saranno solo nello Spirito o potranno esserlo perché adottabili; insomma c’è posto per tutti, perché tutti abbiano la gioia!

la sessualità è una meravigliosa invenzione di Dio

Per la coppia è proprio Dio che si è “inventato” la sessualità, perché ha fatto sì che l’uomo e la donna si completassero totalmente, nel diventare quella “cosa sola” proprio nell’unione dell’uno con l’altra.
Se tutti comprendessero che la sessualità a cui è connesso il piacere è una meravigliosa invenzione di Dio Padre, ogni matrimonio ne avrebbe sempre ricevuto beneficio, perché esso è la fonte della gioia.

Ebbene sì, la coppia, unita sacramentalmente, cioè quella al centro della quale vi è Gesù Cristo, sperimenta la gioia nel sacrario dell’unione. E’ un continuo donare la gioia l’un l’altro.
Quando i due diventano uno, la sessualità fa sì che quell’essere maschio/femmina creato da Dio torni a ricreare quell’unità divina fatta ad immagine e somiglianza del Creatore.
Dio ha pensato ad una cosa piacevole (che altrimenti non avremmo “esercitato”) per completare coloro che ha elevato a co-creatori al suo posto. Nel generare figli collaboriamo alla creazione perché “creiamo” al posto e per conto di Dio.

continua…….

(Cristina Epicoco)

L’amore è paziente

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Proseguendo con la  lettura di Amoris Laetitia (dopo qualche mese di pausa), il punto 92 ha attratto la mia attenzione . Il Papa per approfondire l’amore umano si avvale dell’Inno all’amore di San Paolo. San Paolo che ci dice che l’amore è paziente.

Il Papa smaschera una realtà che caratterizza tanti rapporti matrimoniali. Il nostro sposo e la nostra sposa diventano sovente strumenti a nostra disposizione per soddisfare voglie, pulsioni, esigenze affettive e sessuali. Diventano nostri e devono comportarsi e agire come piace a noi. Se questo non avviene ci sentiamo defraudati di qualcosa di nostro, che ci è dovuto e riversiamo sul nostro coniuge il nostro malessere, la nostra rabbia e frustrazione. Ma è davvero questo un rapporto sano oppure è l’inizio di un rapporto malato che non può crescere e maturare. Il nostro coniuge è qualcosa di diverso da noi che non ci appartiene. La differenza diventa opportunità di amare. Opportunità di farsi dono, di servire e ci costringe a spostare l’attenzione da noi stessi all’altro. L’amore sponsale è una scuola severa difficile ma efficace. Se ci impegnamo ad amare così il nostro rapporto spicca il volo e noi stessi diventiamo persone migliori. Le differenze, i difetti, le fragilità del nostro sposo o sposa rischiano di diventare qualcosa che divide, che genera rancore e frustrazione. Invece se teniamo fede alla nostra promessa matrimoniale e teniamo lo sguardo fisso al crocefisso, tutte i difetti e fragilità del nostro coniuge non ci irritano più ma ci commuovono, proviamo compassione, perchè patire col nostro coniuge è via maestra per amare e unirsi a lui sempre più. Amare il nostro coniuge quando tutto va bene e ci soddisfa in tutto è seguire un sentimento, una pulsione, sentiamo che ci fa star bene, tutto è facile. Differente il discorso, quando l’incontro diventa scontro e allora amare diventa difficile, significa esercitare la nostra volontà e mettere a tacere il nostro orgoglio e il nostro egoismo. Io ho sentito fortemente l’amore di mia moglie proprio quando ero meno amabile ma nonostante ciò mi sentivo amato incondizionatamente. E’ una sensazione bellissima che riempie di gratitudine verso Dio e verso la persona amata.

Antonio e Luisa

Come Maria

Maria sposa. Maria sposa dello Spirito Santo. Ma ancora meglio, Maria sposa di Cristo.

Maria madre e sposa di Cristo. Così afferma don Bruno Forte, vescovo e teologo molto apprezzato. Maria sposa di Cristo perchè Maria è la Chiesa. Maria incarna tutto ciò che è Chiesa. Maria che non chiede nulla. Maria umile. Maria che non chiede ma si mette completamente a disposizione di Dio. Maria che attende e ascolta. Maria creatura perfetta non toccata dal peccato dei progenitori. Maria odiata da Satana. Satana che sa di essere meno di Dio ma non può invece accettare che una donna, una creatura non abbia mai ceduto alle sue tentazioni e alle sue insidie. Maria che non si domanda perchè proprio lei, ma chiede come poter essere serva del suo amato Dio. Maria indica la strada ad ogni moglie e ad ogni mamma. Maria che crede in ogni moglie e in ogni mamma. E ogni moglie e mamma che si affida come Maria al suo Signore compie meraviglie, rende di nuovo presente l’amore di Maria concretamente nel mondo, porta luce, amore e vita.

Come non pensare a Chiara Corbella. Chiara che come Maria ha accettato ogni figlio come dono di Dio per sè, per il suo sposo, per tutto il mondo. Chiara che non si è chiesta perchè i suoi due bambini avessero quelle malformazioni che rendevano loro la vita impossibile. Chiara ha visto in ognuno di loro un dono bellissimo, perfetto così, e quella mezzora in cui gli ha stretti tra le braccia prima di riconsegnarli al Padre, è stato per lei un momento di Grazia e di bellezza infinita. Alcune donne non vogliono figli. Dicono che questo mondo è troppo brutto, c’è troppa violenza per generare dei bambini. Queste donne si sono arrese, arrese alla paura, arrese allo scoraggiamento, arrese alla morte. Ogni bambino, come Gesù, è un dono. Un dono di Dio a tutto il mondo. Ogni figlio è vita, amore, speranza e luce.

Maria vera donna, vera moglie e vera madre diventi stella polare per ogni sposa. Non guardiamo a lei come ad una donna impossibile da imitare perchè troppo perfetta e bella.

Guardiamo a lei come colei che si è offerta completamente a Dio, si è abbandonata alla Sua volontà e che ha fatto dell’umiltà la propria veste. Ogni donna che riesce a mettere in pratica questo, come ha fatto Chiara, diviene come Maria e illumina la propria famiglia e il mondo intero con la luce di Dio.

Antonio e Luisa

I colori dell’amore

Perché è giusto e bello sposarsi in Chiesa?

Come prepararsi a un passo così importante?

Come farne tesoro per tutta la vita?

Proviamo a capirlo insieme.

Non si tratta di una semplice convenzione sociale,

ma del momento decisivo in cui sull’amore dei due

viene impresso il sigillo dell’amore eterno.

È il dono che potrà renderli capaci di amarsi fedelmente,

camminando uniti nella buona e nella cattiva sorte,

per costruire una nuova famiglia di figli di Dio.

È la sfida e la promessa di un amore

che sia ogni giorno nuovo

e che non abbia fine…

 

1. I colori dell’amore. Erano centinaia le coppie venute a celebrare col Vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda. Fu così che gli interrogativi dei fidanzati mi raggiunsero come “suoni colorati”: il rosso mi domandò come l’amore potesse essere sempre vivo. Il colore del sangue e del fuoco – risposi -, colore della vita che scorre e del calore che riscalda, ci aiuta a capire come la bellezza e la durata dell’amore siano legate alla vita che vi si investe, all’ardore con cui lo si vive e al prezzo che si è pronti a pagare per esso. Il bianco mi chiese chi potesse dare a una coppia, formata da creature fragili e limitate, la forza di un simile amore: mi venne naturale dire che come il bianco è il colore della luce, che tutto abbraccia facendo risaltare la forma di ogni cosa, così l’amore che ci avvolge e dà a ciascuno la consistenza dei propri doni e delle proprie capacità è l’amore di Dio. Presente Lui nel rapporto di coppia, invocata e accolta la Sua luce, non mancherà la forza di amare. Il giallo mi domandò se l’amore potesse essere eterno: il colore dell’oro, risposi, rimanda allo splendore di Dio, che solo può garantire l’eternità del dono reciproco fra i due. Più la coppia è unita a Lui, docile al Suo Spirito di santità, più l’amore è anticipo di eternità. L’azzurro mi chiese come può esprimersi al meglio l’amore nella vita di coppia: colore del cielo, continuamente cangiante, ma sempre abissalmente profondo, l’azzurro fa pensare a un rapporto sempre nuovo, che sa passare dalle nuvole al sole dorato, dai colori roventi dell’aurora e del tramonto a quelli del meriggio o della notte, senza perdere mai la profondità, cui attingere e da cui far scaturire la linfa del dono reciproco, radicato nell’amore eterno. Il verde mi domandò come si potesse guardare avanti con fiducia nella vita insieme: colore della speranza, dissi, contiene in sé la risposta. Un amore che non spera non è neanche amore: la speranza è l’amore proiettato in avanti, è la dilatazione del dono reciproco al tempo che verrà, ed è tanto più affidabile, quanto più è radicata nelle sorgenti eterne, che ci danno il coraggio e la forza di amare. Infine, il rosa mi chiese come vanno vissute le relazioni di coppia per crescere e perseverare nell’amore: colore della mitezza – risposi – indica da sé la risposta, che punta sul rispetto reciproco, sulla capacità di rapportarsi l’uno all’altro con la disponibilità ad ascoltarsi e comprendersi. Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere ed indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia, ma anche a come – per essere autentico – esso debba muoversi su alcune note di fondo, la profondità, la fedeltà, il ricorso ad un amore più grande, che non ci abbandonerà mai. Il settimo colore era la somma di tutti, il loro canto fermo, la loro armonia, più forte di ogni lacerazione: il colore della luce, quello di una vita unificata in tutti i suoi rapporti dall’amore…

2. I colori di Dio: il bianco della luce, il rosso della passione e l’oro dell’eternità. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge ed in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla Croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità. Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: “Quando ami non dire: ‘Ho Dio nel cuore’; dì piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’”. Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da Lui verso il futuro, che Egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella Croce e Risurrezione del Signore Gesù. È lì che la fede riconosce anzitutto la presenza del Padre, eterna sorgente dell’Amore, gratuità pura e assoluta, che amando dà inizio a ogni cosa e non smette di amare neanche di fronte al peccato degli uomini, fino a non risparmiare Suo Figlio e a consegnarlo per tutti noi. Accanto all’eterno Amante, la fede contempla sulla Croce il Figlio abbandonato per amore nostro, l’eterno Amato, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la Sua vita fra noi ci fa riconoscere e accogliere l’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede si apre infine all’opera dello Spirito Santo, che unisce l’uno all’altro nel vincolo dell’amore eterno ed insieme li apre al dono di questo stesso amore: estasi di Dio, lo Spirito viene a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo e irradiante. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: “In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore”. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (Sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci.

3. Immersi nei colori del Dio amore. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’essere è, nel più profondo, amore e l’uomo è fatto per amare. Tutto è immerso nei colori dell’amore eterno e vive in essi: e quando il nostro cuore si apre nella fede a questo amore, proclamato e donato nella Parola di Dio e nei Sacramenti, ecco che diventa possibile anche alla nostra fragilità la gratuità di un amore sempre nuovo. È il miracolo della carità, che nel rapporto di coppia è tanto necessaria per non rinunciare mai a prendere l’iniziativa del dono e del perdono verso l’altro e per camminare uniti nelle piccole e grandi scelte della vita. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15,12). “Siano in noi una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21). Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno. La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella Croce e Risurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel Suo santo nome, può fondare famiglie, che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in Chiesa!

4. L’alleanza nuziale e il colore del cielo. Il sacramento del matrimonio è l’alleanza definitiva fra un uomo e una donna, benedetta nel nome della Trinità, davanti alla Chiesa. Esso si fonda sul disegno divino per il quale l’uomo e la donna sono costituiti in un’unità originaria, radice della loro pari dignità e della loro vocazione alla reciprocità: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (2,24). Quest’unione è simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. nel profeta Osea i capitoli 1-3 o il Cantico dei Cantici), definitiva come lo è la fedeltà dell’Eterno: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Matteo 19,6). Nell’amore dei due, incondizionato e totale, è l’amore di Cristo per la Chiesa che viene a comunicarsi ed esprimersi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Efesini 5,31s). Perciò, la fede riconosce nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i coniugi un vincolo sacro, di cui essi stessi sono ministri. Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita. Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da Lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno “di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita”, di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard).

5. Lo stile dell’amore: il verde della speranza e il rosa della tenerezza. Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni. Lo testimonia la Sposa del Cantico dei Cantici, meraviglioso inno all’amore: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore” (8,6). Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra. L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella?

6. La tavolozza dell’amore e gli altri colori. Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione. Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezzee le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale. Gli stessi colori “di transizione”, tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?” La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: “Dio sarà il nome di famiglia”. La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo, anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno.

7. La somma di tutti i colori. È la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio. È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!” (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da Lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della Sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro. Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso del dialogo e del dono senza fine, che unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato o donerai la vita, grazie perché li hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te. Aiutali a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno, e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, che è rispetto, attenzione, cura e giustizia verso ogni persona. Benedici il loro amore, mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre nuova, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Te lo chiediamo per Cristo, Sposo della Chiesa, nello Spirito dell’eterna alleanza nuziale, confidando nell’intercessione di Maria, la Sposa delle nozze eterne. Amen.

8. Decalogo dell’Amore coniugale e familiare. Questo decalogo, che ho scritto anni fa insieme ad alcune coppie e che ha aiutato tante di esse a verificarsi sull’amore e a viverne i colori, meravigliosi e talvolta difficili, potrà servire anche a Te / a Voi due come semplice guida a fare un esame di coscienza, che spero sia opportuno e proficuo. Te / Ve lo offro come un mio piccolo dono d’amore:

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero

2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro

3. Prendi sempre l’iniziativa di perdonare e di donare

4. Sii trasparente con l’altro e ringraziala/o della sua trasparenza con te

5. Ascolta sempre l’altro, senza trovare alibi per chiuderTi o evadere da lui/lei

6. Rispetta i figli come persone libere

7. Dà ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo/alla tua sposa

8. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli e sappi discuterne con loro

9. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande

10. Sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza di Lui.

(don Btuno Forte)

Ci si sposa per amore, ma ci salva la misericordia

Solo “la misericordia di Dio per gli uomini e degli uomini tra di loro può salvare la cosa più preziosa e più fragile che c’è, in questo momento, nel mondo, il matrimonio e la famiglia”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che nella parte finale della predica della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa nella basilica vaticana, ha spiegato che “avviene nel matrimonio qualcosa di simile a quello che è avvenuto nei rapporti tra Dio e l’umanità, che la Bibbia descrive, appunto, con l’immagine di uno sposalizio”, e cioè che “all’inizio di tutto c’è l’amore, non la misericordia. Questa interviene soltanto in seguito al peccato dell’uomo”. “Anche nel matrimonio, all’inizio non c’è la misericordia, ma l’amore”, l’analogia di Cantalamessa: “Non ci si sposa per misericordia, ma per amore. Ma dopo anni, o mesi, di vita insieme, emergono i limiti reciproci, i problemi di salute, di finanze, dei figli; interviene la routine che spegne ogni gioia”. “Quello che può salvare un matrimonio dallo scivolare in una china senza risalita – ha assicurato il religioso – è la misericordia, intesa nel senso pregnante della Bibbia, e cioè non solo come perdono reciproco, ma come un rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità”. “La misericordia fa sì che all’eros si aggiunga l’agape, all’amore di ricerca quello di donazione e di con-passione”, ha affermato Cantalamessa, che si è chiesto: “Dio si impietosisce dell’uomo: non dovrebbero marito e moglie impietosirsi l’uno dell’altro? E non dovremmo, noi che viviamo in comunità, impietosirci gli uni degli altri, anziché giudicarci?”.

(Raniero Cantalamessa)

La fiamma dell’amore di Dio

Cosa è un sacramento? Cosa significa che due sposi sono immagine dell’amore di Dio. Immagine presente nella loro relazione d’amore sponsale. Vi porto un esempio di due cari amici. Giancarlo e Maria (che se leggono saluto caramente). Un sacramento è segno di una realtà altra che però è presente, reale concreta ed efficace.

Prendiamo il sole e prendiamo una candela accesa. La fiamma della candela è segno del sole. Attraverso la fiamma della candela possiamo vedere e capire, anche se molto limitatamente, qualcosa del sole. E’ un segno efficace, perché ne percepiamo la luce e se ci avviciniamo ne sentiamo il calore fino a scottarci.

Il sole è Dio naturalmente e noi sposi siamo la candela accesa. Dio è presente nel nostro amore.  Siamo la fiamma del Signore e chi si avvicina a noi dovrebbe sentire il calore di Dio. Papa Francesco ha espresso questa verità con la sua consueta semplicità ed acutezza:

..gli sposi, in forza del sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa.

Siamo consapevoli di essere quella candela?

Antonio e Luisa

 

Gesù viene ad abitare il nostro amore

L’Avvento. L’Avvento è tempo di attesa e di preparazione. Si attende l’amore e la vita che viene ad abitare la nostra storia. L’Avvento è tempo per noi di fermarci un attimo a pensare, pensare a quando la nostra vita era in attesa. In attesa di trovare il senso nella vocazione al matrimonio. In attesa di incontrare quella donna o quell’uomo con cui costruire la nostra famiglia e la nostra via verso la pienezza dell’amore nell’abbraccio di Cristo. Un’attesa che non è stata passiva, ma un’attesa che ci ha permesso di prepararci all’incontro con l’altro/a. Incontro che è diventato relazione. Relazione che è diventata sacramento. Sacramento che è culla di Gesù. Percvhé nel matrimonio Gesù prende dimora nel nostro amore e ne diviene custode e garante. L’Avvento è un tempo privilegiato per fermarsi, bisogna trovare il tempo di fermarsi, e per contemplare. Per contemplare le meraviglie che Gesù ha compiuto in noi e nel nostro matrimonio. Gesù che nasce ogni giorno nella nostra relazione, ogni mattina che, appena aperti gli occhi al giorno, ci scegliamo nuovamente. La nostra nostra promessa diventa nuovamente culla come il giorno delle nozze. Non preoccupiamoci se ciò che possiamo offrire non è che miseria e povertà. Gesù è nato in una mangiatoia ma ne ha fatto dimora di Re. Così può essere il nostro matrimonio. Prepariamo la culla al Bambinello con la nostra fedele volontà e lui farà della nostra miseria la sua casa, ne farà qualcosa di prezioso ed unico, ne farà un amore trasparente, attraverso di noi si vedrà Lui.

Antonio e Luisa

La castità 2)L’amore sponsale non si astiene

Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

 

Io sono per te e tu per me

Riflessione tratta da un blog che consiglio di visitare

 

La bellezza dello sposo e la sposa sono un inno alla gioia dell’ amore, alla freschezza dello sguardo e all’ammirazione che abbiamo l’uno per l’altra. L’amore di due sposi pur sempre bello e premuroso può avvolte anche zoppicare, nei vari problemi quotidiani ma è pur sempre amore che diventa segno tangibile e immagine dell’amore di Dio. […]

via Io sono per te e tu per me — La Famiglia, Chiesa domestica

La castità. 1) Castità uguale regalità

Oggi parte un mini ciclo. Ho deciso di fare alcuni riflessioni sulla castità matrimoniale, divise in più puntate, in modo da approfondire al meglio (al mio meglio) questo importante concetto e tradurlo in uno stile di vita e gesti concreti.

Noi siamo re. Gesù con il battesimo ci ha reso uno con Lui e ci ha reso partecipi del suo essere Sacerdote, Profeta e Re. La nostra dimensione regale si esercita anche nel dominare le nostre pulsioni, i nostri desideri e la nostra concupiscenza e indirizzare la nostra vita, le nostra azioni,le nostre parole e i nostri gesti verso il bene nostro e del prossimo. La castità è esattamente questo. Vivere il nostro matrimonio e il nostro amore nella pienezza e nella verità, viverli da re, come Gesù re e servo dell’amore e non da schiavi dei nostri istinti e del nostro egoismo.

La castità coniugale consiste nel vivere con tutto il proprio essere la crescita dell’amore sponsale, impegnandosi in modo pratico e costante ad esprimerlo con atti d’amore corporei moralmente giusti e conformi alla sensibilità dell’amato/a.

E’ un modo di essere esistenziale, che abbraccia la totalità della persona: cuore e corpo, sentimenti ed emozioni, trasformandola in amore sponsale attivo, rispettoso della verità dell’amore, dell’ecologia del corpo, e della sensibilità degli sposi.

La castità coniugale, nel suo costante esercizio, consente agli sposi di maturare nell’amore e di esprimersi amore sempre più intensamente, in modo tale che esso diventi reale profezia dell’amore divino.

Il pontificio consiglio per la famiglia così si esprime:

Ciò comporta che essi (gli sposi n.d.r) siano coscienti che nel loro amore è presente l’amore di Dio, perciò, anche la loro donazione sessuale dovrà essere vissuta nel rispetto di Dio e del suo disegno d’amore, con fedeltà, onore e generosità, verso il coniuge e verso la vita che può sorgere dal loro gesto d’amore…. Perciò il cristiano nel matrimonio è chiamato a vivere tale donazione all’interno della propria relazione personale con Dio, quale espressione della sua fede e del suo amore per Dio e quindi con la fedeltà e la generosa fecondità che contraddistinguono l’amore divino.

La castità è un dono dello Spirito Santo di cui Dio ci ha colmato in abbondanza. La castità è un dono di Dio da perfezionare e migliorare nella nostra relazione per essere sempre più amore l’uno per l’altra. Giovanni Paolo II durante un udienza ebbe a dire:

Così dunque l’ordine interiore della convivenza coniugale, che consente alle manifestazioni affettive di svilupparsi secondo la loro giusta proporzione e significato, è frutto non solo delle virtù in cui i coniugi si esercitano, ma anche dei doni dello Spirito Santo con cui collaborano.

La castità ci è donata nel matrimonio, spetta a noi, rivestirci di essa e mostrarci come Re alla nostra sposa o al nostro sposo.

Antonio e Luisa

Un vestito da indossare.

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Questo breve passo della lettera di San Paolo ai Romani faceva parte della liturgia di domenica scorsa. prima di Avvento. Una parola mi è rimasta particolarmente impressa nella mente: Rivestitevi di Gesù. Gesù come abito. Gesù come corazza. Gesù come abitudine. Abitudine è una parola che deriva direttamente da abito. Solo se ci rivestiamo di Cristo, solo se Cristo diventa un modo d’agire, solo se diventa una predisposizione del nostro animo, solo se diventa uno stile di vita, solo se diventa il nostro orizzonte nelle scelte di ogni giorno, solo se diventa appunto abitudine nella nostra vita, allora può essere anche corazza che difende le nostre scelte e la nostra vita nei momenti di difficoltà, di aridità, di buio.

Essere vestiti di Cristo significa servire ed amare. Se ci impegniamo a farlo quando è facile, se diventa un’abitudine, avremo le difese per non perderci quando la vita si fa difficile e le scelte dolorose e impegnative.

Abituiamoci ad amare per saperlo fare anche quando sembra impossibile, Cristo è con noi, Cristo è il nostro abito perchè abita la nostra vita, il nostro corpo e la nostra anima.

Antonio e Luisa

 

Amoris Laetitia: inno alla tenerezza sponsale

Entro questo contesto si pongono le linee di spiritualità della tenerezza che emergono dall’AL.

Mi limito a enumerarne sei:

  • la tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale;
  • la tenerezza nuziale come maturità affettiva;
  • la tenerezza nuziale come relazione intima;
  • la tenerezza nuziale come fecondità amante;
  • la tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore;
  • la tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

  1. La tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale

 

Sposarsi “nel Signore”, significa essere posti nella nuzialità del Cristo-Sposo con la Chiesa-sua-Sposa e accettare di ri-sposarsi ogni giorno, riscegliendosi e ri-innamorandosi a ogni stagione della vita.

Il sacramento delle nozze costituisce un grande viaggio: un viaggio che sgorga da Dio-Trinità-di-Amore, si modella su Dio-Trinità-di-Amore e va verso Dio-Trinità-di-Amore.

Un viaggio da costruire giorno per giorno: non è stasis, ma ex-stasis.

Di qui l’urgenza di presentarlo, come spiega AL,

come un cammino dinamico di crescita e di realizzazione,

e non un peso da sopportare” (AL 37).

Presentare dunque l’ideale del matrimonio in tutta la sua bellezza e grandezza, ma fare tutto questo con grande umanità e con la pazienza di un percorso che esige una sua gradualità.

Proclama magnificamente l’AL:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (n.122).

Una cosa dev’essere chiara, secondo l’AL, l’amore che i due si promettono il giorno delle nozze supera i livelli della sola emozione o dei soli stati d’animo, pur includendoli.

“È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così… si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (n.164).

  1. La tenerezza nuziale come maturità affettiva

Si è già entrati, a questo punto, nella questione decisiva: orientare coloro che si sposano a una vera maturità affettiva, in grado di superare la “cultura del provvisorio” imperante oggi, e rendere gli sposi stabili nella loro relazione affettiva.

Mi riferisco alla rapidità con cui le persone passano da una relazione    affettiva a un’altra.

Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente.

Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (n.39).

Già l’Evangelii Gaudium, aln.66, aveva accennato alla crisi culturale profonda che attraversa i legami sociali; ci si trova, come direbbe Bauman, in una “società liquida”, priva di solidità; il che spiega la fragilità con cui è vissuta la relazione di coppia.

Spiega papa Francesco:

“I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità….

Molti sono coloro che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale…” (n.41).

Un analfabetismo affettivo che contrassegna la vita della coppia ed è all’origine di tante crisi di coppia, come spiega la nostra esortazione:

“Le stesse crisi coniugali frequentemente sono affrontate in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio.

I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana” (n.41)

A proposito di crisi coniugali, l’AL introduce una rilettura molto interessante dell’indissolubilità del matrimonio:

L’indissolubilità del matrimonio, non è da intendere anzitutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (n. 62).

Papa Francesco vede l’indissolubilità come un dono fecondo che garantisce la stabilità della coppia, oltre il fluttuare degli alti e bassi, e offre la grazia di poter ricominciare ogni volta.

Il concetto d’indissolubilità non dev’essere ridotto solo all’obbligo di non-separarsi, ma va compreso come un “dono” che rimanda

1°. a un vincolo permanente che viene da Dio, inserisce gli sposi nell’alleanza indistruttibile di Cristo con la Chiesa e garantisce l’esistenza degli sposi, oltre l’alternarsi delle emozioni passeggere;

2°. a un dono di Dio indirizzato a sostenere gli sposi che consente loro di rinnovare il loro amore ogni giorno e a ogni stagione della vita.

Il “tutto” e il “per sempre” delle nozze cristiane non è dunque l’espressione di un giuridismo che uccide, ma un accadimento di grazia che nobilita l‘amore degli sposi e lo rende costantemente nuovo, creativo, in grado di rinascere a ogni svolta della loro esistenza nuziale.

Grazie a questo dono gli sposi possano avere la certezza che ogni situazione – persino l’eventuale tradimento – può essere superato.

Il matrimonio-sacramento infatti si fonda sulla fedeltà di Dio, non sulle nostre deboli forze. E tale è il contenuto positivo dell’indissolubilità del matrimonio.

 

  1. La tenerezza nuziale come intimità gioiosa

 

La tenerezza è descritta dall’ AL come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze.

Viene superata ogni concezione fobica della sessualità coniugale. Un dato di fatto che non è mancato nella storia della tradizione cristiana.[12] Scrive papa Francesco:

“L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il ‘mistero nuziale’. Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità” (AL 74).

Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro.

La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico.

Lo spiega perfettamente un autore contemporaneo, E. Fuchs:

“Fra il desiderio e la sessualità si apre una via di umanizzazione nella quale la tenerezza, che è riconoscimento stupito dell’alterità dell’altro, dà significato al desiderio e il desiderio, forza di vita e dono di gioia, diventa sorgente di ogni tenerezza possibile”.[13]

Non è forse questo l’atteggiamento di fondo che emerge dall’insieme del Cantico dei cantici e dai suoi stupendi poemi nuziali?

Afferma papa Francesco:

Il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli…

Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale(n.157)

 

Il testo lascia intravedere l’ABC della tenerezza: abbracci, baci, carezze.

Il contrario: TCC: televisione, computer, cellulare.

 

Sotto ogni profilo, dunque, l’AL presenta un visione estremamente positiva della sessualità.

Dio stesso ha creato la sessualità come un regalo meraviglioso per le sue  

creature” (n.150).

“Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (n.152).

 

  1. La tenerezza nuziale come fecondità amante

 

Non meno interessante è il temadella fecondità.

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale ‘non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre’” (n.165, citando FC 96).

L’ALapre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. Secondo l’AL, la fecondità nuziale è:

  • generare la presenza di Dio nel coniuge;
  • generare il coniuge come persona amata;
  • generare i figli come dono concesso da Dio in affido ai genitori;
  • generare la famiglia come comunità in missione (“in uscita”).

 

4.1.         Generare la presenza di Dio nel coniuge.

 

La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia.

E tale è la vera fecondità , da ricercare, oltre la sola fertilità: far abitare Dio nel nel cuore della tenerezza di coppia, amandosi in Lui e rinnovandosi ogni giorno nel suo amore.

Fin dal momento in cui i due si sposano non sono soli; sono già in tre: è Dio che li ha condotti a incontrarsi e li consegna l’uno all’altra, come è avvenuto fin dall’origine.

Il sacramento delle nozze si fonda su questa consapevolezza: “Amandosi nel Signore gli sposi si donano Dio stesso; ed egli scende tra loro. La sua presenza inabita la co/presenza degli sposi”.[14]

Ecco dunque la prima fecondità: quando ognuno fa risplendere Dio nel volto del coniuge e, insieme, i due sposi vivono alla sua presenza, lo riconoscono e lo lodano con tutta la loro vita.

Quello che non riuscì a Adamo e Eva, è stato reso possibile da Cristo nella Chiesa. E tale è il “mistero grande” delle nozze (Ef 5,32).

4.2.         Generare il coniuge come persona amata.

 

Generare Dio nel vissuto nuziale è al tempo stesso un generarsi a vicenda: una generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate.

La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel “noi” in cui ognuna è unica per l’altra.

E tale è il primo neonato, quando ognuno si sente accolto dall’altro, si dona all’altro e insieme condividono il divenire “una sola carne”.

Lo Spirito Santo è effuso sugli sposi perché siano in grado di realizzare questa comunione di cuori, dove ognuno si percepisca al tempo stesso come amato-amante-amore per l’altro/a, analogamente a quanto avviene nel grembo di Dio-Trinità-di-Amore.

4.3.         Generare i figli come figli in affido.

 

Questa forma di generazione vale, in diverso modo, per i figli: relazionandosi con i genitori e i genitori con loro, tutti con/nascono insieme, in una relazione di reciprocità che fonda il loro diventare un “noi”, una “comunione di persone” a immagine di Dio-Trinità.

Alla sorgente della generazione di un figlio sta Dio: è Lui il Creatore e il Donatore che suscitata la vita nel grembo della madre in forza dell’atto di amore degli sposi.

I genitori sono “cooperatori con Dio in ordine al dono della vita a una nuova persona”, sono suoi “collaboratori” e “interpreti del suo amore”, ma i figli sono anzitutto figli di Dio (GS 50), come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica. “I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio” (CCC 2222).

I genitori non “fanno” i figli, come si usare dire, ma li ricevono da Dio-Trinità, come un miracolo di amore e un dono senzafine.

E dal momento che li ricevono, i genitori non sono padroni dei figli; ne sono i custodi, li accolgono come in affido, con il compito di proteggerli, difenderli, aiutarli a crescere, contribuire a far discernere la vocazione cui sono chiamati, ma non essi non possono pretendere un’autorità assoluta sulla loro vita.

Ogni figlio che nasce è una parola di Dio incarnata e un’icona vivente della sua eterna tenerezza.

Ciò dice, tra l’altro, l’assurdità dell’aborto:uccidere una vita è colpire il cuore stesso di Dio e presume di mettersi al di sopra di Lui.

4.4.         Generare la famiglia come comunità in missione.

 

La comunità familiare che nasce dalle prime tre forme di fecondità è una comunità in missione, chiamata a proclamare a tutti il dono di essere sposi nel Signore e il significato della vita.

Ogni vera fecondità deve condurre a generare Dio nei figli e a farli crescere secondo il suo cuore.

La Familiaris Consortio arriva a dire che solo per questa via i genitori “diventano pienamente genitori”:

“Pregando con i figli, dedicandosi alla lettura della parola di Dio e inserendoli nell’intimo del corpo eucaristico ed ecclesiale di Cristo con l’iniziazione cristiana, i genitori diventano pienamente genitori, generatori cioè anche di quella vita che scaturisce dalla pasqua di Cristo” (FC 39).

Ed è allora che la comunità familiare attua la sua ultima dimensione di fecondità nuziale: “generare” la civiltà della vita e dell’amore (LF 13), facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo.

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci” (AL 166).

Ora, se la fecondità è accoglienza della vita, anche quando la procreazionefisica (fertilità) non si realizzasse, per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato.

Il Concilio Vaticano II e la Familiaris consortio, a titolo esemplificativo, indicano le direzioni verso cui può essere orientata una tale forma di fecondità, oltre la sola fertilità.

“Adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, assistere gli adolescenti con il consiglio e con mezzi economici, aiutare i fidanzati, sostenere i coniugi e le famiglie materialmente e moralmente in pericolo, provvedere ai vecchi“(AA 11; FC 14).

La testimonianza vissuta di tante coppie sterili attesta a quali cime possa arrivare questo tipo di fecondità nuziale, anche quando non sia accompagnata dal dono di figli propri.

  1. La tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore

Un’ulteriore coordinata dell’AL è l’ottica della bellezza: la tenerezza intesa come estetica spirituale dell’amore. “Tenerezza” e “bellezza” infatti sono inseparabili. Ha ragione Agostino quando scrive che: “Noi non possiamo amare nient’altro che ciò che è bello”[15]. E aggiunge: “Unicamente il bello può essere amato”[16].

La via della bellezza (via pulchritudinis) è la via propria, imprescindibile e strutturale, per l’esperienza della tenerezza.

L’esortazione di papa Francesco lo rileva sotto avari aspetti.

Al n. 127 rileva come

La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla…

La tenerezza è una manifestazione di un amore che libera dal desiderio egoistico di possesso… L’amore per l’altro implica il gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, e che ella esiste al di là dei miei bisogni”.

Al n.128 rilava il valore dello sguardo:

“L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in se stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili…

Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale ogni essere umano”.

 

  1. La tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

Il capitolo IV dell’AL è interamente dedicato all’amore nel matrimonio,

  • mostra come la grazia del sacramento del matrimonio sia indirizzata “a perfezionare l’amore dei coniugi” (n. 89)
  • e dice come la grazia trasfiguri gli sposi a immagine dell’amore divi, testimoniato da Paolo nel celebre inno alla carità (n. 90).

La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta»
(1 Cor 13,4-7).

L’inno paolino è un programma che “si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia(AL 90).

Il documento di papa Francesco approfondisce il riferimento di ognuno di queste attitudini in relazione alla coppia/famiglia, dando vita a uno splendido capitolo di teologia spirituale della coniugalità.

Pazienza

Benevolenza

Guarendo l’invidia

Senza vantarsi o gonfiarsi

Amabilità

Distacco generoso

Senza violenza interiore

Perdono

Rallegrarsi con gli altri

Tutto scusa

Ha fiducia

Spera

Tutto sopporta.

Un vero trattato di spiritualità nuziale.

“L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa, che raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”(n.120).

“La tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”: due dimensioni che caratterizzano in profondità l’amore nuziale secondo l’AL:.

1°. Amicizia tra gli sposi.

“L’amore coniugale è la ‘più grande amicizia’. E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una vera amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità… che si va costruendo con la vita condivisa.

2°. Passione erotica.

Naturalmente “il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza” (n. 123).

Nasce da questa dinamica (della tenerezza dell’amicizia e della passionalità) la comunità della famiglia come Chiesa domestica e segno profetico nel mondo:

“Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società” (n. 292).

Conclusione

Sotto ogni profilo la famiglia appare, nell’Amoris Laetitia, come una comunità della tenerezza di Dio, chiamata a farsi il luogo primario di tenerezza verso ogni essere che viene a questo mondo.

         Parlare di “parabola di tenerezza” significa riferirsi a tutto questo e dice la famiglia come un progetto di tenerezza da costruire giorno per giorno, posto tra il “già” il “non ancora”: un progetto già dato per grazia,ma da costruire con impegno giorno dopo giorno.

“Famiglia diventa ciò che sei” (FC 17)

Concludo facendo mie le parole del libro delle “Odi di Salomone”, risalente al terzo secolo, rivolte specialmente agli sposi:

“Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.

L’autore non si limita a dire “amatevi”, ma ”amatevi con tenerezza”. La tenerezza costituisce il cuore di Dio-Trinità-di-Amore ed è il cuore di ogni famiglia. Una comunità familiare senza tenerezza sarebbe come un corpo senza anima.Faccio e parole dell’anonimo autore del terzo secolo e le rivolgo a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. [17]

don Carlo Rocchetta

LA TENEREZZA COME ORIZZONTE BIBLICO-TEOLOGICO DELL’AMORE CONIUGALE.

 

La sezione biblico-teologica dellì’esortazione muove da un’affermazione tanto semplice quanto essenziale e densa di contenuto.

“Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: LA TENEREZZA” (Amoris Laetitia 28).

L’affermazione è decisiva ed è paradigmatica per la lettura dell’intero documento di papa Francesco.

1.1.         “Tenerezza”, non “tenerume”

L’esortazione AL auspica che si riscopra la tenerezza come attitudine decisiva per la buona riuscita della relazione nuziale; “una virtù – dice AL – piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali”.

Un testo che richiama da vicino quanto diceva Giovanni Paolo II: ”Il nostro tempo è tanto carico di tensione quanto avaro di tenerezza”.

Da notare che si parla di “tenerezza”, non di “tenerume”.

I dizionari definiscono

  • la “tenerezza” come un sentimento di “soave commozione”, di “affetto dolce e delicato”, di “attenzione amorevole”;
  • per contro, qualificano il “tenerume” come un “atteggiamento svenevole”, un “eccesso di sentimentalismo”, di “smancerie” o di “falsa tenerezza”.

La differenza balza agli occhi ed è essenziale per quanto ci interessa; è sufficiente uno specchietto comparativo.[1]

TENEREZZA                                              TENERUME                

Sul piano dell’essere                                  Sul piano dell’avere

                 Verso il tu                                                    Verso se stessi

                   Fortezza                                                            Debolezza

                 Creatività                                                          Passività

               Responsabilità                                                 Superficialità

 

La tenerezza appartiene all’esperienza dell’essere e si realizza come apertura al tu, in una dimensione di scambio oblativo, di accoglienza, di dono, di condivisione amabile.

Il tenerume dice, al contrario, ripiegamento sull’io, ed è prevalentemente egocentrico, captativo, con una ricerca dell’altro più per il proprio tornaconto che per lui stesso.

La tenerezza si coniuga con la fortezza ed è creativa; il tenerume è sinonimo di passività. Nel primo caso, domina l’etica della responsabilità; nel secondo, la superficialità, il livello delle sole emozioni, “giocando” con i sentimenti, non rispettando l’altro o addirittura strumentalizzandolo.

Questo dunque il primo dato da tener presente: l’Amoris Laetitia parla di “tenerezza”, non di “tenerume”:

  • tenerezza è un “sentimento forte”, che tocca le corde profonde della persona e la coinvolge nella totalità del suo essere e del porsi “in relazione
  • la tenerezza non è un sentimento debole”, non è un sentimentalismo vuoto, orientato a creare dipendenze o dominio, e non relazioni libere e liberanti.

Papa Francesco stesso, nel discorso inaugurale del 19 marzo del 2013, ebbe a proclamare:

“Non dobbiamo avere paura della tenerezza! (…). Nei vangeli, san Giuseppe

appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”.[2]

 

1.2.         La tenerezza dell’abbraccio di Dio

 

Entro questo recupero della categoria di “tenerezza”, tipico del pontificato di Francesco, l’Amoris Laetitia introduce la parte biblica con la bellissima espressione: la tenerezza dell’abbraccio di Dio, facendo riferimento ai testi scritturistici che più da vicino lo evocano (nn. 27-30).

Il primo testo che viene indicato è il Salmo 103:

“Com’è tenero un padre verso i figli, così è tenero il Signore verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103,13-14).

La tenerezza di Dio è un amore paterno e materno, e non viene meno e non si stanca mai di noi.

La condizione d’Israele è come quelladi un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

L’immagine del “padre” si coniuga infatti, nel linguaggio biblico, con quella della “madre”.

L’Amoris Laetitia rimanda alSal 27,10:

“Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.

Isaia 66,12b-13, come nota il documento di papa Francesco, fa esplicita allusione al seno, alle ginocchia e alle carezze della madre per indicare la tenera vicinanza del Signore al suo popolo:

“Voi sarete allattati e portati in braccio; sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”.

L’esortazione ricorda la delicata intimità descritta da Osea:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato…

A Èfraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano…
Io li traevo con legami di bontà con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”
(Os 11,1.3-4).

Il testo unisce, in mirabile sintesi, la metafora di Dio-Padre con quella di Dio-Madre, Lo stesso tema proclama Isaia:

“Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua tenerezza? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, sei nostro padre; da sempre ti chiami nostro redentore” (Is 63,15-16).

L’espressione “fremito delle viscere” rappresenta un’espressione idiomatica che indica la sede delle emozioni più forti e serve a unire i tratti della maternità con quelli della paternità.

Un paradosso, se vogliamo, ma tale è il mistero di Dio: un connubio, il più alto che possa esistere tra la forza del padre e la dolcezza della madre.

“Sion ha detto:‘ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se alcune di loro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti ame” (Is 49,14-16).

I testi potrebbero essere moltiplicati.[3]

Un dato appare chiaro in ogni caso: la tenerezza di Dio nella Bibbia rimanda al suo grembo; un grembo amante che ci porta in sé come una mamma porta il figlio in sé. La stessa terminologia ebraica lo evoca:

  • rḥm, rimanda alle viscere materne;
  • raḥªmîm, un plurale d’intensità, indica un forte sentire interiore, un amore viscerale;
  • reḥem corrisponde all’utero della madre.[4]

Dunque, “tenerezza”, nella Bibbia, evoca il sentirsi nel grembo di Dio come un figlio nel grembo di sua madre.

Una percezione biblica del volto paterno-materno di Dio, splendidamente riassunta da Clemente Alessandrino:

Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre; ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile”.[5]

1.3.         La croce come il grande abbraccio divino

 

Il n.29 dell’AL passa dal Primo Testamento al Nuovo, evocando come la tenerezza di Dio raggiunga il suo massimo vertice nell’evento della croce.

Anche se questa prospettiva non risulta particolarmente sviluppata, è certo che risiede in essa la novità assoluta della figura di Cristo.

Il Crocifisso, disteso sulla croce, con le braccia spalancate e le palme aperte, in un’autodedizione totale di sé al Padre e di perdono/accoglienza rivolto a tutti, compresi i carnefici, dice a tutti che la tenerezza è un abbraccio di Dio-Trinità.

Spiega con notevole afflato spirituale Anselm Grün:

Le braccia spalancate di Gesù sulla croce dicono a ognuno di noi:‘Sei stato amato in modo completo e assoluto. Ti vengo incontro anche quando ti allontani da me. Sono al tuo fianco quando sei tu a portare la croce. Tengo le braccia aperte per abbracciarti. Ti aspetto finché ti getterai nelle mie braccia. Sei libero. Non pretendo nulla da te; ma puoi contare su di me. Il mio cuore è aperto per te. Ti ci puoi rifugiare con tutto te stesso”.[6]

1.4.         La coppia e la famiglia: immagine di Dio Trinità-di-Amore

 

Alla prospettiva della croce, l’AL collega la rivelazione del mistero di Dio-Trinità-di-Amore. In effetti la croce è questa rivelazione:

–         il Padre dona il suo Figlio per amore,

–         il Figlio si dona per amore al Padre in sostituzione vicaria per tutti,

–         lo Spirito Santo è donato dal Padre e dal Figlio alla Chiesa e al mondo.

Dalla croce nasce la Chiesa, comunità riunita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito (LG 9), e sgorga la famiglia, comunione trinitaria di persone.

Spiega l’AL:

“La Parola di Dio affida la famiglia nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli, perché formino una comunione di persone a immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (n.29).

E aggiunge:

“È nella famiglia, Chiesa domestica, che matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità! (AL 71;121)

Una prospettiva, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento.

Il Dio in cui crediamo non è un Io-Solo, un Solitario, ma una Comunione di Tre-che-sono-Uno.

Il monoteismo cristiano, da questo punto di vista, è radicalmente diverso dal monoteismo ebraico o da quello islamico. L’unico Dio in cui crediamo

  • non è un Io-Solo,
  • ma un Io-Noi, un Dio-comunione, dall’eternità e per l’eternità.

Tre persone, un unico e medesimo Dio-Amore (1Gv 4,8.16).

I due, uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza dell’Uni-Trinità di Dio.

È un grande merito di Giovanni Paolo II aver posto in evidenza questa trinitaria. L’AL lo cita esplicitamente:

“Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi‘ umano; di quel ‘noi’ che è formato anzitutto dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina” (LF 6).

Un “noi” umano, uomo e donna, che sono chiamati ad aprirsi al terzo da loro, e. in quanto tali, rappresentano la manifestazione più perfetta – nella nostra condizione storica – della comunione trinitaria.

Come affermava M. Blondel: “Quando i due diventano uno, sono tre”.[7]

Già a livello creaturale, la comunità coniugale rappresenta il massimo riflesso dell’eterna comunione trinitaria:

–         scaturisce, come da sorgente, da Dio-Trinità-di-Amore,

–         si plasma su Dio-Trinità-di-Amore,

–         e va verso la beatitudine di Dio Trinità-di-Amore.

Sta in questo dato l’assoluta grandezza di ogni comunità familiare, come osservava ancora Giovanni Paolo

“Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in Lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina.

Il sacramento delle nozze non fa che portare a pienezza questa imago Dei,

–         rendendo gli sposi partecipi dell’essere stesso di Dio-Trinità-di amore,

–         con una partecipazione nuova, specifica, che compie e perfeziona l’immagine trinitaria già impressa in loro a livello naturale,

–         e conferisce alla comunione degli sposi una nuova effusione di grazia, rendendola dimora di Dio-Trinità, dove i genitori sono i primi maestri della fede per i loro figli.

In forza del sacramento delle nozze, infatti, la famiglia cristiana non è soltanto un’icona esterna della Trinità, ma la Trinità stessa inabita in essa in una forma reale e misteriosa che solo la fede permette di cogliere. Il modello trinitario non rimane esteriore alla sua immagine, ma diviene interiormente presente in essa.[9]

         Ed ecco che la famiglia, icona di Dio-Trinità, diventa dimora di Dio-Trinità.

Lo Spirito Santo è donato agli sposi perché essi siano capaci, insieme ai figli, di edificarsi in rapporto all’ esemplarità trinitaria (FC 13).

Lo Spirito, infatti, è l’Amore-comunione che, nello scambio eterno tra il Padre e il Figlio, chiude il circolo dell’unità trinitaria:

  • il Padre è l’eterno-Amante,
  • il Figlio è l’eterno-Amato,
  • lo Spirito è l’eterno-Amore comune del Padre e del Figlio.[10]

Lo Spirito Santo – spiega lo stesso Agostino – ci fa pensare all’Amore comune con cui si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio”.[11]

“Amore comune”, lo Spirito Santo è l’Amore-comunione che attua la pienezza dell’Uni-Noi trinitario nella famiglia.

Il “soffio dello Spirito”, che vivifica in permanenza la Chiesa, è in grado di orientare la famiglia in questa direzione, ma si richiede che i coniugi si aprano alla sua azione e lo lascino operare nel loro cuore.

“Il matrimonio è un segno prezioso, perché quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore.

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (n.121).

 

Questo dunque l’orizzonte bilico-teologico dell’AL che fonda la comunità familiare come parabola vivente di Dio-Tenerezza.

Don Carlo Rocchetta

Amare con il tuo amore.

Signore Dio e mio Gesù .. – Mi sento come presa a schiaffi da Te o mio Signore, nella bocca, sulla lingua e in faccia e perfino nel cervello. Mi aiuti a distruggere tutto il mio ideale. Mi alleni nella prova per accettare io i tuoi precetti. E cioè che tutto quanto mi viene donato è degno dell’ amore perché da Te viene, Te, che Sei l’ Amore. Perché io accolga l’Amore con amore, quello “limite” che viene da me, nella sua forma umana con tutta la sua miseria , la mia, la mia povertà, i limiti. Perché Tu Ami, Tu sei Amore. Tu insegni ad amare così tanto bene che vedo la Grandezza e l’ immensità del Tuo “amore”. Tu nell’ infinito, Tu che accogli tutti. Tutte le creature da Te sono create e tutte in Te sussistono. – Siamo così tanto piccoli e nonostante le nostre miserie Tu ci guardi con infinito amore. Siamo esseri infinitesimamente piccoli e Tu ci ami così come siamo. Così imperfetti, pieni di errori, pieni di giudizio umano e razionale, pieni di gente che deve aprirsi alla Tua Presenza Grandezza Potenza Sapienza. IO QUESTO OGGI LO VEDO MOLTO CHIARO. Noi possiamo imparare. Ma solo Tu sei il nostro più grande maestro dell’Amore. A Te dobbiamo volgere il nostro sguardo. Te dobbiamo conoscere per contemplare ed amare come Tu solo fai. Per accrescere la nostra competenza nel donarci all’ Amore, e cioè di accogliere come Tu fai mettendoci tutti nella terra, quanto Tu stesso ci doni, affinché noi possiamo amarlo come fai Te. Per donarci quindi all’Amore con amore. – Attingendo alla grandezza del Tuo Amore possiamo accrescere il nostro stesso amore per essere sempre più simili a Te nell’ Amare. – Tu mi sbricioli l’involucro che ciascuno di noi ci mettiamo per convivere socialmente, per creare relazioni, per accettare il prossimo “a modo mio”, per chiudere i battenti laddove fermiamo il flusso dell’ amore. Questa scelta che ci dai in libertà è quella che definisce la nostra appartenenza a Te. O con Te o non con Te. Uniti a Te che ci unisci al Padre Nostro, Che Ti ha mandato, affinché noi lo conosciamo. – E davanti a sí tanta piccolezza ecco, emerge la Tua immensa Bontà Misericordiosa e ci ridoni a Te nella nuova possibilità di Amare come Te. – Mi accontenti e mi esaudisci con la Tua Bellezza e mi insegni ad amarla tutta anche laddove non è più bellezza agli occhi miei. – Mi sento invitata ad amare come Te tutto quello che ho. AMARE CON IL TUO AMORE. Che è quello senza limiti. Sento che mi vuoi istruire all’ Amore, per perfezionarlo, per non personalizzarlo, per non sceglierlo esclusivamente a modo mio. Ma per accoglierLo ed AmarLo. Per essere pronta a saperlo fare. L’ Amore. Te. Te che sei in ogni cosa. Te che mi vuoi portare a Te, al Bello del più bello che ci possa essere sulla Terra e oltre la Terra. Guardarlo e accettarlo in tutte le sue forme e le sue manifestazioni. Perché Tu mi vuoi Grande nell’ Amore. Perché Tu mi Ami più di ogni altra cosa o persona qui sulla Terra. Tu mi Ami e vuoi tutto il Bene per me. Ti lodo Signore e Ti ringrazio. Onore e Gloria nei secoli dei secoli.

Amen.

Isabella

Offerta e offerenti.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia come abbiamo visto già in diverse occasioni sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa