Con Gesù non si invecchia mai

Scommetto che, anche per voi, i momenti più belli della nostra vita sono quando vi siete donati al massimo, avete lottato con tutto voi stessi per donare il meglio di voi a una persona che amate, tempo, energie, sforzo fisico, attenzione, cura… Magari abbiamo pure sofferto, ma il sapere che tutto quello era fatto con amore già ci ha ricompensato, già ci ha dato pace e serenità.

Gesù ha fatto così con noi sulla Croce e con la Risurrezione, ci ha donato il massimo della sua capacità di amore. Ma la cosa bella è che non è stato un “fuoco di paglia” passeggero. Quel modo di amare è passato a voi nel matrimonio. Da quel momento voi coppie siete perennemente “connesse”, usando un linguaggio informatico, con la Sorgente dell’amore. Scriveva San Giovanni Paolo II:

L’altra persona, la donna per l’uomo ovvero l’uomo per la donna, è un bene grandioso e indicibile proprio perché è redento. […] Nella redenzione tutto diventa nuovo (cfr. Ap, 21,5). All’uomo (si intende maschio e femmina ndr) in un certo senso viene ridata la sua maschilità, la sua femminilità, la capacità di essere per l’altro, la capacità dell’essere reciproco nella comunione” (Giovanni Paolo II, Il dono disinteressato, 8 febbraio 1994).

Oggi nella Prima lettura troviamo pure delle parole splendide di Gesù: “Io faccio nuove tutte le cose” e poi nel Vangelo Lui di dice: “Amatevi come io vi ho amato”. Ecco, unendo queste espressioni emerge lo stile di Gesù, il modo di essere di Dio. Dio non fa cose nuove, non è un cambio dal di fuori. Dio fa nuove le cose, cioè ci cambia da dentro, anche passando dalle nostre ferite e sbagli. Così ci dona un cuore nuovo, cioè un atteggiamento diverso, uno sguardo diverso su noi stessi. Che sguardo è? Fondamentalmente è come ci vede Lui.

Una coppia normalmente, nel giro di alcuni anni, passa dai fuochi d’artificio alla calma piatta della routine, questo spesso genera grossi problemi per cui si cercano le più strane soluzioni. Ma il segreto per mantenere viva quella fiamma che ha generato la relazione è entrare nel modo di amare di Dio che appunto, è sempre nuovo, sempre giovane, sempre rinnovante Nella mia esperienza con le coppie ho visto che non ci è voluto chissà quale ingrediente segreto per vivere così, non crociere o vacanze esotiche, ma piuttosto la capacità contemplativa, il voler entrare nel cuore di Dio.

Che troviamo nel cuore di Dio? C’è un amore molto particolare: il dono totale di sé, è questa la qualità dell’amore di Dio. È un amore “a perdere”, perché non calcola, non risparmia, non cerca il proprio interesse ma il bene e la felicità altrui.

Nel nostro cuore c’è la nostalgia di questo tipo di amore, penso che tutti vorremo poter amare così, perché è esso che ci rende veramente felici, è quando amiamo in questo modo che sentiamo di dare senso alla nostra vita. È proprio vero quello che Giovanni Paolo II, da giovane vescovo affermò nel Concilio Vaticano II: “l’uomo (e la donna) non trova pienamente se stesso se non nel dono sincero di se stesso” (Gaudium et Spes, 24).

Cari sposi, che bell’insegnamento oggi Gesù, lo Sposo, vi consegna! L’amore vero e fecondo non si rinnova non con stranezze o stravaganze ma rimane sempre fedele ed eternamente giovane se c’è l’atteggiamento di dare tutto di sé al coniuge.

ANTONIO E LUISA

Si è strano a dirsi ma è nella relazione che possiamo comprendere davvero chi siamo. Io sono diventato più uomo grazie a Luisa, grazie a come è fatta lei, grazie a come è diversa da me. Ho imparato ad ascoltare, ad aprirmi, ho imparato ad apprezzare una sensibilità molto diversa dalla mia. Ho imparato a fare spazio. Ho imparato ad uscire dalla mia confort zone per impegnarmi a capire un altro modo di essere. Questo non mi reso meno me stesso ma mi ha “costretto” a spostare lo sguardo da me a lei. Dai miei bisogni ai suoi. Il matrimonio è essenzialmente questo. Una scuola di comunione. Una palestra dove imparare a donarci reciprocamente per ritrovarci più ricchi. Per sviluppare quell’uomo e quella donna che siamo. Come una crisalide che diventa farfalla. Questo è il miracolo dell’amore. Questo è il miracolo del matrimonio.

Antonio e Luisa

San Mattia, ovvero l’apostolo frutto del discernimento

Non sarò certamente io a scrivere la migliore sintesi sul discernimento, tuttavia, la vicenda che oggi ci presenta la Liturgia (At 1,15-17.20-26), nella festa di San Mattia, fa proprio riferimento a questo tema. Come ben sapete, una volta che Gesù è risorto ed asceso al Cielo, avendo Egli eletto 12 persone a seguirlo più da vicino – 12 come le tribù di Israele – pertanto il collegio degli apostoli non poteva restare privo del posto occupato da Giuda Iscariota, quel numero aveva un significato estremamente profondo. Che fare? Chi poteva mai sostituire una persona che era stata chiamata personalmente da Gesù? Con quale autorità fare un gesto del genere in Sua “assenza”? Per tutto ciò gli 11 fecero discernimento.

In questo caso non si trattava esattamente di un discernimento degli spiriti, come lo indica San Paolo in 1Cor 12, 10, cioè capire la differenza tra il bene e il male, ma piuttosto di discernere quale sia la volontà di Dio, cosa ci chiede concretamente il Signore in questa circostanza, come lo indica ancora San Paolo: “discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto” (Rom 12, 2).

Un piccolo chiarimento qui ci sta, dato che ad alcuni può sembrare strano che gli 11 avessero adottato un metodo alquanto bizzarro, che sa più di magia che di fede. Questo fatto accadde prima della Pentecoste, cioè del dono pieno e totale della Grazia su di loro. Gli Undici in quel momento agirono come era usanza in Israele in momenti di dubbio e di scelte importanti (cfr. Lev 16,8Num 26,55Gios 18,10Ne 10,34; 11,1Pr 18,18Lc 1,9). Ma con la venuta dello Spirito non fu più necessario ed ora lo vedremo.

A tale riguardo capite bene che il tema del discernimento tocca in pieno la vita degli sposi, la vita ordinaria di due coniugi e di una famiglia è piena di bivi, di situazioni dubbiose o addirittura di “trappole”: cellulare ai figli sì-no? A che età? Rimodelliamo casa con il Bonus 110? Lui ha bisogno della serata-calcetto ma lei non è d’accordo; quando avere il secondo o il terzo figlio? Possibilità di un lavoro meglio remunerato ma più lontano da casa… E si potrebbe continuare così al libitum.

 Esiste un “Manuale delle giovani marmotte” che ti risponda a questi quesiti pratici? Evidentemente no, le risposte vanno cercate sempre nel Signore con la mediazione della Chiesa. È notevole quanto dice al riguardo Papa Francesco:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (Amoris Laetitia, 37).

Della serie… non che le questioni dottrinali, bioetiche o morali siano da buttare, ma che tutto ciò va sapientemente applicato alle situazioni concrete. Si tratta di vedere che il Vangelo sa rispondere ai problemi contingenti a patto che ci si metta nell’ordine di idee di imparare da Esso e non usare solo il “buon senso” o peggio ancora il “secondo me”.

Questo discernimento in coppia è esso stesso un frutto della grazia (1 Cor 12, 10), ed è essenziale per la vita di tutti i giorni. Se ne senti l’importanza e anche l’urgenza, significa che il Signore ti sta chiamando a crescere nell’amore.

Concludo con un invito ad approfondire, perché sarebbe impensabile esaurire il tema in quest’articolo. L’invito ad abbordare seriamente il discernimento in coppia. Sì, ma come? Suggerisco anzitutto di avere un padre spirituale che vi segua assieme; se questi al momento non ci fosse, potrebbe essere di grande aiuto partecipare, quando ci sarà, al seminario “Talità Kum”, organizzato dal Progetto Mistero Grande. Infine, per i più valorosi, risulta molto proficuo fare l’esperienza degli EVO (Esercizi spirituali nella vita ordinaria), come un cammino che approfondisce in modo pratico e concreto per tutti voi che avete famiglia e lavoro.

Buon cammino, care coppie! Che lo Spirito Santo vi accompagni per capire cosa vi chiede ogni giorno e vi dia la forza di realizzarlo.

Padre Luca Frontali

La libertà del matrimonio

I miei articoli nascono in modi diversi. Alcune volte sono stimolato da un libro, altre volte da qualcosa che accade nella mia vita e altre ancora nascono dal discernimento. Nella preghiera. La preghiera non è solo quella in chiesa davanti al Signore o nel raccoglimento della mia camera. Preghiera per me è anche riflettere mentre corro in mezzo alla natura. Preghiera è entrare in relazione con Gesù nel profondo di me. Mentre corro mi riesce molto bene. La riflessione che intendo esporre questa mattina è nata proprio in questo modo.

Come sono cambiato in questi 20 anni di matrimonio (il 29 giugno festeggiamo 20 anni)? Certo che mi faccio un sacco di paranoie. Ma tant’è. Intendo cambiamenti non fisici. Quelli sono evidenti. Vent’anni ti cambiano moltissimo. Intendo nella mia relazione con Luisa? Nella mia percezione del significato del matrimonio? Mi è venuta un’intuizione chiara. Una prospettiva diversa dal solito, che non avevo mai preso in considerazione seriamente, ma che ritengo invece essere importante. Perchè dice tanto del cammino fatto fino ad ora. Mi dice anche tanto che puntare tutto sul matrimonio è stata la scelta giusta.

Quando incontrai Luisa, la corteggiai, iniziai a frequentarla e poi la relazione divenne sempre più importante e stabile. Io mi sentivo di aver finalmente trovato una persona che fosse capace di capire ed apprezzare quanto io fossi bello e bravo. Sembra stupido ma quella era la mia percezione. Una che finalmente sapeva apprezzarmi, e soprattutto che aveva bisogno di me. Pensavo che fosse molto fortunata ad avermi accanto. Insomma ero gratificato dal suo amore, dalla sua stima e dal suo bisogno di me.

Ero un giovane uomo ferito dalla mia storia e dalle mie relazioni affettive precedenti, ero probabilmente un po’ narcisista, o forse ero semplicemente una persona fragile, insicura e bisognosa di avere conferme. Luisa me le dava. Questo mi piaceva da morire. Poi c’era anche tutto il resto: attrazione, dialogo, affinità (seppur nella differenza). Ma non c’era ancora l’amore. Quello libero. Quello capace di gratuità e di farsi dono sempre. Quello non c’era. Mi piaceva pensare che Luisa avesse bisogno di me ma ero io che avevo bisogno di lei e di quello che mi dava.

Poi nel tempo il matrimonio mi ha guarito. Le ferite si sono pian piano rimarginate, anche se non saranno mai totalmente chiuse, e vedo tutto in un altro modo. Quello che ha fatto la differenza credo è proprio la libertà che ti dà il matrimonio di mostrarti completamente nudo, ti permette di togliere tutte le maschere, di farti vedere nelle tue parti più brutte, quelle di cui ti vergogni e che hai sempre attentamente celato a tutti. Nel matrimonio no, sei libero di lasciarti guardare per quello che sei, con i tuoi pregi e anche i tuoi difetti. Ringrazio Luisa di avermi accolto sempre e comunque. Con lei ho avuto la libertà di aprirmi, di mostrarmi nella mia debolezza, nei miei errori, nelle mie difficoltà, nei miei fallimenti. Lei c’è sempre stata. Il suo sguardo su di me non è mai stato giudicante, semmai preoccupato o triste ma non ha mai smesso di vedermi bello. Questo dà tanta forza. Abbiamo litigato certo, ma il suo sguardo e la sua fiducia per me non sono mai cambiati. Questo mi ha permesso di guardare le mie ferite una ad una. Di ammettere a me stesso che non ero capace di fare tante cose, che avevo mille blocchi psicologici ma che ero bello così. Per Luisa lo ero. Quindi lo ero. Questo mi ha dato tanta forza. Mi ha permesso di andare oltre quelli che credevo fossero i miei limiti, limiti che mi ero imposto io.

Adesso sono diverso proprio grazie al matrimonio e grazie a Luisa. Sono diverso perchè non ho più bisogno di conferme, non ho bisogno di diventare quella persona che non sarò mai e non ho bisogno di mentire a me stesso. Posso mostrarmi a tutti per quello che sono senza paura di venire giudicato male. I giudizi ci sono sempre ma non mi fanno più così male. Io sono arrivato a Dio dopo il matrimonio. Ci sono arrivato proprio grazie all’amore che ho sperimentato nel matrimonio. Ho compreso cosa fosse davvero l’amore. Non ho incontrato Gesù nel catechismo o nei libri, ma in una donna, fragile e povera come me, ma che sapeva dove attingere per trovare forza e sostegno.

C’è una frase di san Giovanni Paolo II che esprime benissimo quanto ho voluto esprimere oggi: Spesso per l’uomo di oggi, la fedeltà al matrimonio sarà l’unica occasione che avrà per diventare cristiano. Oggi, dopo vent’anni di matrimonio ho capito che è proprio così. Non perchè io ho assolto ad un obbligo, l’essere fedele al matrimonio, ma perchè, nella fedeltà a quel sacramento e alla persona che ho accanto, ho incontrato Cristo e Lui sta guarendo le mie ferite.

Ciò non significa che quello che ho scritto valga per tutti. Ognuno ha la sua strada e la sua storia però quello che vale per tutti è che nel matrimonio possiamo guarire. Chi mi ha guarito non è stata Luisa. Luisa mi ha permesso di fare l’incontro della vita, quello con Gesù. Chi guarisce è solo Gesù. Per questo non c’è matrimonio che non possa condurre a Gesù se lo viviamo fino in fondo. Cristo è nel matrimonio. E’ presenza viva. Anche quando la relazione sembra fallita e l’altro dovesse abbandonarci. Cristo c’è e ci sarà sempre. Sta a noi aprire il cuore il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

In verità, io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

Leggendo il Vangelo di Giovanni questa mattina, questi versi “In verità, io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” mi hanno fatto pensare alla figura della Madonna e sopratutto al suo ruolo di madre. Maggio è da sempre il mese dedicato alla festa della mamma, ricorrenza che abbiamo festeggiato domenica scorsa, e che vede la Madonna come team leader di tutte le mamme e di tutte le donne. E’ una festività abbastanza particolare perchè racchiude in sè il cuore del nostro essere cristiani.

Confesso di essermi maggiormente avvicinata alla figura di Maria solamente nell’ultimo anno, grazie al beato Carlo Acutis, che ha sempre parlato di lei con parole da innamorato e che l’ha resa una presenza viva, anzi un legame vivo. Carlo la descrive con una dolcezza e con degli occhi non solo di figlio, ma quasi come fosse uno sposo. Nonostante la nostra parrocchia di origine sia il Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, ho sempre visto e sentito la Madonna abbastanza distante, forse perchè mi sono sempre fermata alla domanda che Maria pone all’arcangelo Gabriele: “Come è possibile? Non conosco uomo”.

Ho impiegato anni per trovare una risposta a questa domanda, una risposta che mi è stata di immenso sollievo, e che mi ha aiutato a comprendere il grande dono della fecondità in un matrimonio. La risposta era chiara e semplice: accoglienza e servizio. Maria è il cuore dell’accoglienza, ha accolto nel suo grembo per nove mesi e ha sentito muovere i primi passi dentro di sè di “Colui che nascerà che sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. Maria con il suo Sì è diventata la Madre delle Madri, colei a cui rivolgere lo sguardo per apprendere come ci si relaziona con i figli e con tutti i fratelli che abbiamo accanto. Da lei si impara anche l’arte del non possesso nelle relazioni, a tal proposito ricordate la scena durante le nozze di Cana quando Gesù la chiama semplicemente Donna, preannunciandole così che da quel momento si sarebbero frequentati di meno. Si stava per allontanare da lei. Da lì a poco sarebbe iniziata la vita pubblica di Gesù. Li vi è la centralità del Dono di un figlio, Maria ci insegna a considerare ogni persona che abbiano accanto come un Dono da vivere e non qualcuno da possedere. Lo stesso vale con nostro marito o nostra moglie. In alcuni momenti diventa un Dono anche prendersi cura dei suoi scarpini da calcetto per il torneo interparrocchiale.

Il modo migliore per parlare con Maria è senza dubbio il Rosario, ovviamente sarebbe meglio non limitarsi al solo mese di Maggio, ma dovremmo imparare a recitarlo sempre per entrare in intimità con Maria. Recitare il rosario dovrebbe essere come una telefonata a nostra madre, alla nostra migliore amica, al nostro confidente preferito (tutti ne abbiamo uno). Queste persone non le sentiamo un mese solo all’anno. Abbiamo sempre desiderio di parlare con loro. All’inizio ammetto di aver avuto difficoltà nell’imparare a recitare il Rosario. Ricordo che durante la Pandemia, grazie allo stare in casa e alle tante dirette su Youtube (sante e benedette perchè almeno avevamo una timeline da seguire), iniziai a recitare il Rosario in un angolo della casa, dove abbiamo posto l’icona della Madonna delle Grazie a cui è devoto mio marito Andrea. L’ho fatto suonando la chitarra durante le meditazioni, era così una preghiera nella preghiera. Devo dire che è stato bello perchè con la musica riuscivo a tirare fuori le parole che magari avevo dentro da anni.

Ricordatevi che con Maria si arriva prima a Gesù, lei sa la strada. Mi era capitato già in passato di recitare il rosario durante un viaggio in macchina da Monaco a Roma o come mi capita ancora spesso di recitarlo facendo camminate lunghissime, ma in casa mai. Leggendo i libri di Carlo Acutis ho riscoperto ancora di più l’importanza non solo del Rosario, ma anche di tutte le attività di servizio e carità che dobbiamo imparare a trasmettere a chi ci è accanto. Ad esempio con i bambini del nostro oratorio nel mese mariano si impara a recitare il Rosario tutti insieme in giardino sotto la statua della Madonna. Facendo poi richiesta al parroco è possibile per le famiglie della nostra comunità accogliere in casa la statua della Madonna per poter pregare insieme ai vicini di casa. Anche recarsi in visita presso i Santuari a lei dedicati è molto bello.

Nel rosario passa tutta la vita cristiana, è il nostro cuore. Con la corona in mano attraverso la preghiera capiremo cose che non abbiamo mai capito, ci si spalancheranno orizzonti. Alla fine capiremo che non è impossibile imparare da Maria, perché lei è come noi. Lei è la nostra mamma e non c’è nodo che non sappia sciogliere. Ogni santuario a lei dedicato è fonte di miracoli non solo fisici ma soprattutto spirituali. In ogni santuario abbiamo la possibilità di immergerci nell’acqua che sia Collevalenza, Loreto, Lourdes, Fatima ma anche la Chiesa di Santa Maria del Pozzo qui a Roma. Acqua che sta a significare che dobbiamo purificarci, togliere il nero che abbiamo dentro di noi, tra dolori, sofferenze, peccati, e ritornare lucenti e splendenti come Lei.

Questa estate dopo un periodo buio dove non riuscivo più a recitare neanche un Ave Maria, tale era stato il dolore di scoprire che non avrei avuto la mai gioia di vedere e avere un figlio sano e completamente formato in braccio, mio marito ed io ci siamo recati al Santuario della Madonna di Civitavecchia, e li come l’ho vista mi sono sciolta in un pianto liberatorio. Ho recuperato tutte le Ave Maria rimaste dentro di me. Maria è quella tipica madre che sta in attesa. Se un figlio si allontana lei rimane li a vegliare e ad aspettarlo. Maria comprende i dolori, è rimasta accanto al figlio Gesù fino alla fine, ha visto i chiodi che venivano martellati nella carne del figlio, quella carne che lei stessa ha accudito per 33 anni. Conosceva ogni singola piega cosi come conosce noi, i nostri momenti allegri perchè bisogna anche confidarle le cose anche quando vanno bene non solo i nostri lamenti, conosce e custodisce ogni cosa che di noi vede nel segreto.

Grazie a quel vedere nel segreto che è nato l’atto di devozione alla Madonna di Loreto degli sposi che desiderano un figlio. Si tratta di una devozione molto antica che è stata ravvivata dalle Monache Passioniste di Loreto con l’introduzione della pia pratica del Nastro azzurro benedetto nella Santa Casa e appoggiato alle sue sacre mura. Il nastro va portato con fede viva dalla sposa, vi trascrivo la preghiera: Dio creatore e Padre tu hai affidato al primo uomo e alla prima donna la missione di essere fecondi e moltiplicarsi; tu hai ascoltato le suppliche di Abramo e Sara ed hai concesso loro un figlio Isacco che potesse ereditare le tue benedizioni; tu ti sei ricordato di Elkana e Anna ed hai dato loro come figlio Samuele che essi hanno offerto a te perche fosse tuo servo fedele; tu hai ascoltato la preghiera di Zaccaria ed Elisabetta che nella loro tarda età diventarono i genitori di Giovanni il Precursore di tuo Figlio; tra le pareti della Casa di Nazareth tu hai chiesto a Maria la Vergine piena di grazia di diventare Madre del tuo Figlio che il lei si è fatto uomo per salvarci. Padre buono concedi anche a noi la grazia della fecondità nel nostro matrimonio con il dono di un figlio che frutto del nostro amore e gioia di noi genitori possa essere attraverso il battesimo parte viva del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa e continuare con la tua grazia l’opera di costruzione del tuo Regno nel mondo. Vergine Lauretana che nella Santa Casa hai accolto nel tuo grembo il Figlio di Dio intercedi per noi il dono della paternità e della maternità a lode della Trinità Santa. Amen

Buon mese di maggio con Maria a tutti e tutte.

Simona Arcidiacono

Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Don Fabio Rosini durante una recente catechesi rivolta alle famiglie romane ha, come al solito, colto un punto su cui focalizzare l’attenzione. In una frase, in una sola affermazione ha demolito la nostra idea romantica del matrimonio. Cosa ha detto? Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Ognuno di noi ha un’idea di come dovrebbe essere, di come dovrebbe essere l’altro e di come dovrebbe essere il matrimonio. Dice don Fabio: la nostra idea è avere un ordine, il nostro ordine, abbiamo un ordine nella nostra testa eppure, poi nella concretezza della vita noi siamo caotici, le cose non vanno come pensiamo. Ed è per questo che poi non siamo soddisfatti e possiamo arrivare ad odiarci ed odiare la famiglia che stiamo costruendo con nostro marito o con nostra moglie. Crediamo che sia colpa nostra. Qui finisce la riflessione di don Fabio e comincio la mia. Perchè don Fabio ti fa pensare e queste parole risuonano in testa, ti fanno riflettere sulla tua vita, sulle tue scelte e anche su quelle di tante persone di cui conosci la storia e le sofferenze.

Questa idea che abbiamo in testa rovina tutto. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura.

Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcosa che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Se non è così salta tutto. Infatti spesso salta. Cosa distingue il matrimonio da altre relazioni affettive? L’attrazione fisica? No! Per nulla! In tante altre relazioni c’è, ma non basta. Serve vivere il nostro matrimonio come vocazione. Vocazione che è amare ora, adesso, quella persona di carne che abbiamo accanto. Perchè amando quella persona stiamo amando Dio e stiamo costruendo nel nostro matrimonio la nostra relazione non solo con l’altro ma anche con l’Altro, con Dio. E’ questo che dà senso.

Solo così guariremo dalla nostra idea di matrimonio e incominceremo a vivere il matrimonio reale. Non continueremo a lamentarci per quello che ci manca ma saremo capaci di cogliere l’opportunità di amarci per quelli che siamo e di costruire con quello che abbiamo. Anche se è molto diverso da quello che ci saremmo aspettati. Solo così saremo capaci di gratitudine per ciò che di bello succede e avremo la forza della grazia per ciò che invece arreca difficoltà e sofferenza. Non abbiamo certezze, ogni giorno va vissuto dando tutto di noi. Non possiamo controllare tutto. E Dio non è il genio della lampada che basta chiedere per cancellare ogni dolore e sofferenza. Non è così!

Mi succede di ascolare le lamentele di alcune persone che si arrabbiano con Dio perchè il matrimonio non è come loro lo volevano. Si sentono creditori perchè loro hanno fatto la propria parte affidando il loro amore a Dio nel matrimonio e Lui? Perchè non fa il miracolo? Perchè non rende tutto perfetto? Perchè non mi dà il marito premuroso ed amorevole sempre disponibile ad ascoltarmi? Perchè non mi dai una moglie che capisce i miei bisogni e si lamenta se vado a giocare a calcetto con gli amici tutte le settimane? Per arrivare a situazioni davvero difficili: perchè non mi dà quei figli che tanto desidero? Capite come così ci si focalizza su ciò che manca e non sulla persona che abbiamo accanto e su quello che abbiamo e che possiamo dare.

Dio non è il genio della lampada. Dio è l’amore. Dio è il senso di tutto e il matrimonio non è il senso di tutto. Il matrimonio è l’opportunità che abbiamo di fare esperienza di Dio. Imparando a donarci ed accoglierci. Quando capiremo che donandoci adesso con quell’uomo o quella donna che abbiamo accanto, così come è, nella situazione in cui siamo, troveremo Dio e il senso della vita. Anche nel casino della nostra famiglia. Famiglia che non sarà perfetta ma che è l’occasione più importante che Dio ci offre per fare esperienza di Lui e del Suo Amore. Questo è il matrimonio.

Antonio e Luisa

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C’è sempre una prima volta!

La liturgia di oggi ci dona questa prima lettura :

Dagli Atti degli Apostoli (At 11,19-26) In quei giorni, quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso quale era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Avrete certamente notato come la prima lettura nel tempo pasquale sia tratta per la quasi totalità dal libro degli Atti degli Apostoli. E questo a motivo della gloriosa risurrezione di Gesù, coloro che erano fuggiti impauriti e si erano nascosti per timore di essere catturati ecco che dopo la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo vengono trasformati in impavidi e tenaci dando inizio a quella meravigliosa avventura dell’evangelizzazione “ad gentes”, cioè non solo ai Giudei ma a tutte le genti.

Questo brano ha il suo fulcro su due frasi : “cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore” e “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.“. E vedremo che sono due frasi che possono benissimo essere rivolte a noi sposi.

Abbiamo già sottolineato come all’inizio dell’evangelizzazione i discepoli si rivolgevano esclusivamente ai Giudei, ma non per cattiveria nei confronti degli altri popoli, ma semplicemente perché erano convinti che Gesù, essendo Lui stesso Giudeo, fosse venuto per salvare solo i Giudei, dovevano ancora capire tante cose nonostante fossero gli Apostoli scelti dal Maestro, avevano un percorso da fare anch’essi dentro di sé. Perciò consideravano i greci un popolo non-eletto e quindi non degni di ricevere questa grande notizia di Gesù risorto.

Purtroppo è una mentalità ancora diffusa e ci sono tante coppie di sposi che non ritengono degne altre coppie di ricevere quest’annuncio per i più disparati motivi. Se per i discepoli del brano in questione è scusabile l’atteggiamento di chiusura, non si può dire di certo lo stesso per noi oggi. Il popolo eletto non è più formato da giudei, ma il popolo eletto è fatto da ” i battezzati”; noi sposi non possiamo decidere chi è degno dell’annuncio e chi no. Non dobbiamo rinunciare ad evangelizzare sempre e comunque, il resto lo fa lo Spirito Santo; la fede in Gesù Signore deve essere una proposta di salvezza e non un’imposizione dall’alto.

Ma ci sono anche coppie che si sentono come quei Greci a cui non veniva fatto l’annuncio perché stranieri, perché non-eletti. Si negano da se stesse fin dal principio la possibilità di vivere per l’eternità in Cristo Gesù e di riconoscerLo come il Signore delle loro vite, dei loro cuori. La maggior parte delle volte, queste persone usano queste argomentazioni come scudo, perché cambiare fa male, è come un po’ morire e quindi preferiscono restare nel “loro brodo”. Cari sposi, non esistono delle coppie escluse dall’Amore di Dio che promana dalla Sua Croce, quando Gesù si è immolato non lo ha fatto solo per alcuni, lo ha fatto per tutti, sta a noi la scelta di accettare la Sua salvezza o di continuare per la nostra strada.

La seconda frase “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” ci piacerebbe che la sentissimo rivolta ad ognuno di noi sposi, se al posto di Antiochia mettessimo i nostri due nomi, oppure “noi coppia” . All’interno di ogni coppia di sposi Cristo dovrebbe trovare la sua dimora, dovrebbe starci comodo in mezzo a noi due. Cari sposi, facciamo posto a Cristo perché chi ci vede possa esclamare: quei due si possono chiamare cristiani perché si vede che sono di Cristo.

Coraggio, lasciatevi invadere da Cristo senza paura… c’è sempre una prima volta !

Giorgio e Valentina.

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La donna è madre, sempre!

Dire mamma o donna è la stessa cosa. Tutte le donne sono mamme se vivono la propria umanità fino in fondo, se sviluppano tutto ciò che sono. Perchè non è vero che sono mamme solo coloro che hanno figli, tutte le donne sono mamme per come sono e se si arrendono a ciò che sono.

C’è una società liquida, la nostra, che sta cercando di eliminare ogni differenza tra la donna e l’uomo, che sta cercando di dirci che tutti sono uguali, che un uomo e una donna hanno lo stesso modo di amare, di vivere, che hanno la stessa sensibilità, le stesse potenzialità, lo stesso modo di fare l’amore, gli stessi desideri. Insomma hanno solo un corpo diverso ma tutto il resto è uguale.

Non credete donne a questa menzogna. Voi siete meravigliose quando riuscite ad essere donne e quindi mamme. Siete una meraviglia per noi uomini perchè ci mostrate quello che noi non siamo e che non potremo mai essere. Ci mostrate una bellezza che è affascinante e incredibilmente attraente. Non che noi siamo meno ma abbiamo un altro modo di essere, siamo differenti. Ed è nella differenza che c’è attrazione.

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Non sono donne fino in fondo? Certo che lo sono perchè anche loro sono mamme. Perchè essere mamma non è condizione che dipende dal numero dei figli, ma è un’apertura del cuore, un atteggiamento, è appunto l’abbandono a Dio per essere ciò che siete. Maria non è diventata madre il giorno in cui l’angelo le è apparso e lei ha pronunciato il suo sì. Lì è diventata la mamma di Gesù ma era già madre. Maria è diventata madre giorno dopo giorno negli anni che hanno preceduto quel momento tanto importante per tutta l’umanità. Maria ha saputo dire il suo sì perchè era già madre, era già capace di aprire il cuore per poter accogliere dentro di sè. Alla fine è questo. Voi donne siete una meraviglia perchè sapete amare da Dio. Oggi ho voluto riprendere una riflessione di Luisa che potete trovare nel nostro libro “Influencer dell’amore“. Credo che esprima benissimo quella che è la bellezza della donna che noi uomini, almeno per me è così, la rendono quella meraviglia che è.

Noi donne siamo fatte, è il corpo che ce lo dice, per accogliere dentro di noi. La nostra maternità è accogliere la vita. Vita che non è solo biologica. Serve infatti poi una premessa per non generare malintesi. Una donna che non può generare vita biologica può essere altrettanto madre, se non di più, di chi la genera. E’ un discorso che riprenderò dopo. Dicevo che il nostro corpo è diverso. Il nostro DNA è diverso. Non avere quel cromosoma y fa una differenza enorme. Pensateci! Il nostro corpo è fatto per accogliere. Quando riattualizzo il mio sacramento, quando ho un rapporto intimo con mio marito, sono io che accolgo. Lui entra fisicamente in me. Non io in lui. Questo rende tutto più complicato per noi donne. Serve un abbandono e una fiducia completa nel nostro amato. Accogliere dentro di me lui e il suo seme implica un coinvolgimento non solo del mio corpo, ma di tutto. Del mio spirito e della mia sfera psicologica. Per questo forse il rapporto fisico ha un significato molto più importante per noi donne rispetto agli uomini. Non finisce qui. Noi donne abbiamo un utero. Gli uomini no. Giovanni Paolo I ha definito Dio come padre e madre. Ecco l’utero esprime proprio la maternità di Dio. Come? Uno degli aggettivi con cui viene definito Dio nella Bibbia è misericordioso. Nella traduzione latina misericordia rimanda al cuore. Significa portare nel cuore. In ebraico no. La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. E’ l’utero. Noi donne, più degli uomini, esprimiamo questa caratteristica di Dio. Noi esprimiamo la misericordia di Dio. Siamo capaci, quando viviamo pienamente la nostra maternità, di generare nuovamente nostro marito. Sappiamo accoglierlo per quello che è, sappiamo vedere in lui la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo. Questa accoglienza ci rende vere donne. Questo significa essere madri feconde.

Quindi il problema non è discutere sul lavoro della donna. Donna in carriera o mamma a casa. Non è questo. Ogni donna credo debba sentirsi libera di esprimere le proprie potenzialità come meglio crede. Alcune si troveranno più realizzate dedicandosi completamente alla famiglia mentre altre sentiranno il bisogno di impegnarsi anche nel lavoro. Non è questo il problema e una scelta non è meglio dell’altra. Esiste la scelta giusta per ogni donna, scelta personale e soggettiva. Sentivo pochi giorni fa le polemiche sull’astronauta Samantha Cristoforetti che è partita per alcuni mesi di missione lasciando i figli piccoli a casa con il marito. Non voglio entrare in quelle polemiche. Credo che sia una decisione interna alla coppia e che lì debba restare. Quello che mi interessa mettere in evidenza è che la donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

E io la penso come il papa santo: Grazie a te donna!

Antonio e Luisa

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Appartenersi per appartenere al Padre

A meno che non abiti nelle vicinanze del Gennargentu, non è così ordinario imbattersi in una pecora o in un gregge. Personalmente gli ultimi ricordi legati a un ovino sono stati due. Anzitutto quella volta d’estate mentre ero in passeggiata e con il gruppo ci ritroviamo nel bel mezzo di un gregge. Mi sono fermato a distanza per non spaventarle e da lì ho provato ad attirare la loro attenzione imitando l’abbaio del loro cane pastore. Venendo totalmente ignorato, ho tentato allora di riprodurre i belati (e mi veniva pure bene) ma niente da fare, ciascuna continuava a brucare, come se nulla fosse. Dopo qualche minuto, si è sentito un lieve sibilo. Era il richiamo del pastore che stava tornando e subito tutte si son mosse verso di lui.

L’altra occasione è stata alle porte di Roma, davanti al cancello nostro seminario (non chiedetemi come ci fosse arrivata quella povera creatura). Ricordo solo che se ne stava lì, agitatissima, tremante, girando la testa in continuazione: si era persa la poverina, aveva smarrito il suo pastore e il gregge.

Che occhio ha avuto Gesù nell’attribuire a un contesto assai comune e generico ai suoi tempi un significato così profondo e durevole fino al giorno d’oggi! Il pastore e le sue pecore, sinonimo di reciproca appartenenza e unione. L’uno non vivrebbe senza l’altro, l’uno ha un grande bisogno dell’altro.

Per tutto ciò, appunto oggi nella Chiesa celebriamo la Domenica del Buon Pastore e difatti, si è soliti tenere le Ordinazioni dei novelli sacerdoti, come avviene a Roma ed anche in tante altre diocesi. Tuttavia, il senso profondo del Vangelo ci fa approdare anche al matrimonio. Nel testo vediamo una duplice appartenenza: quella reciproca tra Gesù e il Padre e quella tra le “pecore” e Gesù. L’unità tra i due è ugualmente forte, nulla può separare il Padre dal Figlio come nulla può strappare dal Cuore di Dio i figli e figlie che Lui ama.

A ben vedere, questo è l’immagine del matrimonio cristiano. La reciproca appartenenza tra Cristo e la Chiesa diventa, si fonde con quella tra marito e moglie. Questo è l’effetto del sacramento del matrimonio, un’unione così forte che niente è in grado di separare. Niente, a meno che la libertà umana evidentemente decida una cosa diversa… ma non certo la libertà che ha Dio di amarci e quella che ci dona per essere noi fedeli.

L’appartenenza reciproca degli sposi è una corresponsabilità non un possesso mutuo. Il primo significa che i coniugi “corrispondono”, cioè “rispondono con”. Significa avere una relazione reciproca di uguaglianza, essere in armonia e contraccambiare i doni e i beni. Il secondo sa di dominio, alla lettera “sedere sopra” o “essere padrone”. Perciò voi, per il dono del matrimonio, avete la possibilità di crescere in una costante appartenenza. La grazia vi porta ad essere sempre di più uniti ma di rimanere allo stesso tempo liberi interiormente. Allo stesso tempo, quella grazia ha il potere di unirvi anche sempre più a Dio, al Padre. È la meraviglia del matrimonio cristiano, il quale non solo punta all’intesa crescente dei coniugi ma anche li rende sempre più di Dio.

Perciò, cari sposi, con la grazia di Cristo camminate verso una sempre maggior appartenenza l’uno all’altra per essere così in unione tra di voi e con lo Sposo che vi guida indefettibilmente come buon Pastore tramite il Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha toccato delle corde importantissime. Cosa vuol dire per me amare mia moglie? E per te? Cosa vuol dire che io sono suo e che lei è mia? E per voi? Queste parole lette, nel contesto sociale in cui viviamo, non sembrano tanto belle. Rimandano immediatamente al possesso per l’appunto, alla dipendenza affettiva, e nei casi peggiori alle relazioni tossiche e alle violenze fisiche e psicologiche. No nulla di tutto questo. Lei è mia, ma perchè è lei che ogni giorno decide di donarsi a me ed io sono suo perche liberamente scelgo di donarmi a lei. Non sono io che la faccio mia ma è lei che decide di appartenermi perchè vuole appartenere all’Amore, alla promessa che diventa scelta di ogni giorno. Ogni giorno si rinnova questa mutua donazione. Quando è facile e anche quando costa fatica. Ed è lì che si trova il senso. Il senso di Luisa non sono io e il mio non è lei. Il senso è Gesù e lo possiamo trovare nel dono reciproco e gratuito. Possiamo trovarlo nel matrimonio.

Il sacramento del matrimonio è liberante quando vissuto veramente, mettendo Gesù al centro. Perchè ci accogliamo nella libertà e non nella dipendenza. Nella gratuità e non nel reciproco bisogno di completarci. Questo è possibile, almeno per me, solo in Dio. Solo quando mi sento amato da Dio e riesco a nutrirmi della relazione con Lui, posso poi donarmi a Luisa senza chiederle nulla in cambio, gratuitamente, senza pesare quanto do io con quello che ricevo da lei, solo per il desiderio di volerle bene, di volere il suo bene. Ci ho messo una vita per staccarmi da lei, per essere capace di non pretendere il suo amore ma di accogliere ciò che lei mi offre. Solo crescendo nella mia fede ho potuto amarla davvero, non più come un mendicante ma come chi desidera restituire un amore che ci precede, l’amore di Dio per ognuno di noi. Solo se ci sentiamo figli amati potremo essere sposi capaci di amare.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 34

Continuiamo la preghiera Eucaristica I seguendo il Messale :

Intercessione per i vivi .
Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.].
Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare.
Poi, con le braccia allargate, continua:

Ricordati di tutti coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode, e innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.

La Chiesa non è solo quella che vediamo organizzata con le umane istituzioni, poiché essa è la porzione più piccola ed anche la meno santa, non dobbiamo dimenticare che la Chiesa è composta da tre porzioni : quella trionfante (in Paradiso, con angeli e santi, con la Madonna e Gesù), quella purgante (in Purgatorio) e quella militante (ancora su questa terra). Nella preghiera Eucaristica I sono menzionate tutte e tre queste porzioni di Chiesa, e per ognuna di essa ci sono preghiere intrise di una fede immutata di sempre.

Fin dalle prime volte che ascoltammo queste parole di intercessione per i vivi ci sentimmo un po’ interpellati, poiché il sacerdote prega per “coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione“. Forse eravamo un poco distratti dall’ambiente esterno, non pienamente consapevoli di cosa stesse accadendo, eppure il sacerdote pregò con queste parole e destò subito la nostra attenzione… nonostante siamo qui un po’ distratti il prete prega per noi, intercede presso Dio al posto nostro ed in favore nostro, raccomandando noi presso l’Altissimo e quasi assicurando lui in prima persona circa la bontà della nostra fede e devozione… che coraggio !

Che coraggio cha dimostra la Chiesa nel mettere sulla bocca dei nostri sacerdoti una simile ardita preghiera !

Cari sposi, ma siamo proprio così sicuri di poter meritare che il nostro parroco ci metta la faccia al posto nostro davanti al Signore Onnipotente quasi scommettendo sulla nostra fede e devozione ?

Se ci fermiamo un attimo a pensare dobbiamo dedurre che la Chiesa ha in grande considerazione i suoi figli che ancora militano su questa terra, viene da pensare che sia più convinta lei della nostra fede piuttosto che noi stessi. Certamente questa preghiera è ardita e ci dà tanto materiale su cui lavorare per un sincero esame di coscienza e per un serio lavoro di conversione personale e di coppia.

Succede così anche nelle cose umane : se il capoufficio andasse dal datore di lavoro per aiutarci nella promozione, e si mettesse ad esaltare la dedizione che abbiamo per il nostro lavoro, la cura dei dettagli e la precisione che profondiamo in ogni aspetto della nostra mansione, sicuramente ci daremmo da fare per essere all’altezza della nostra descrizione così fin troppo generosa. Similmente accade lo stesso in questa preghiera in cui la parte del capoufficio è affidata al sacerdote che celebra.

Cari sposi, abbiamo un intercessore che parla bene di noi davanti all’Altissimo, a noi il compito dunque di esserne degni affinché le sue parole diventino sempre più realtà viva.

La seconda parte della frase parla del “sacrificio di lode” , sembrano due parole apparentemente in contrasto tra loro poiché siamo soliti associare alla parola “sacrificio” un’azione che ci costa un po’ di fatica mentre invece lodare il Signore ci appare un’azione gioiosa e quasi rilassante. Le parole a cui si rifà questa preghiera sono parole che troviamo in alcuni Salmi ma anche negli scritti paolini, perciò non sono invenzioni della Chiesa, sono parole che la Chiesa ha fatto sue e le ha raccolte nelle sue orazioni sullo stile di preghiera imparato nella Bibbia.

E proprio imitando lo stile della Parola di Dio la Chiesa ci insegna che dare lode a Lui è un sacrificio nel senso etimologico del termine, cioè significa “fare qualcosa (un rito) di sacro” oppure “rendere sacro“. Ed in effetti lodare Dio è un’azione sacra che coinvolge tutto l’essere, poiché attraverso la lode si sperimenta la misericordia di Dio, ci si abbandona a Lui, si partecipa della gioia dello Spirito Santo, si ritrova la pace perduta, ecc… ma è anche un sacrificio nel senso che rinunciamo a qualcosa per amore di Dio.

Infatti, se innanzitutto e soprattutto cominciamo a lodare il Signore certamente rinunciamo a presentarGli le nostre interminabili richieste di vario tipo, ordine e grado. Se la nostra preghiera fosse solo una supplica sarebbe povera perché incentrata sui nostri bisogni e quindi si correrebbe il rischio che il centro della preghiera non sia la comunione con Dio né un dialogo con Lui né tantomeno Lui stesso, ma il centro saremmo noi stessi con i nostri bisogni (presunti o reali) di questa vita. Se invece imparassimo a lodare sempre e comunque scopriremmo che niente è scontato, scopriremmo la grandezza del ringraziamento, la grandezza di una fede certa ed indefettibile in un Dio che ci è Padre e ci accompagna ; con la sua misericordia ci precede e ci guida ; impareremmo inoltre a confidare in un Dio che non delude chi confida in Lui; diremmo ai nostri problemi che non ci vinceranno perché abbiamo Dio come Padre; invece di parlare con Dio facendo il resoconto delle nostre problematiche e chiedendo la soluzione che noi pensiamo migliore faremmo come Maria a Cana, e cioè ci limiteremmo a presentarGli i nostri problemi ma lasciando a Lui il pieno potere e controllo sulla nostra vita e sui problemi.

In poche parole il sacrificio della lode è una vera scuola di preghiera.

Da ultimo, questa preghiera Eucaristica I ci insegna le priorità nella vita : “per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.” Come potete notare la prima e necessaria cosa da chiedere all’Onnipotente è la nostra redenzione ; la salute fisica è all’ultimo posto. Chi ha orecchie per intendere…

Giorgio e Valentina.

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Fare l’amore (nel matrimonio) è già preghiera

La prendo alla larga. Il mio padre spirituale raccontava con un misto di ilarità e santa pazienza quanto una signora gli aveva confessato qualche tempo prima. Vi scrivo più o meno il dialogo tra la pia donna e il nostro fratone:

Signora: Padre quando faccio l’amore con mio marito dico sempre il rosario così prego anche in quei momenti e non mi lascio prendere troppo dalle passioni della carne. Padre Raimondo: Tu quando c’è la consacrazione reciti il rosario? Signora: No ma cosa c’entra? Padre Raimondo: Quando fai l’amore con tuo marito stai già pregando, anzi stai rinnovando un sacramento che è ancora più grande della preghiera, non c’è bisogno che tu dica anche il rosario. Il rosario è una preghiera meravigliosa ma ci sono altri momenti per recitarlo. E se provi desiderio per tuo marito ringrazia Dio. Non c’è nulla di male a provare piacere durante l’intimità.

Ascoltai questa risposta nel duemila quando ero un giovane di 26 anni che stava frequentando un corso fidanzati con la mia futura moglie Luisa. Quelle parole furono per me un’illuminazione. Non avevo mai sentito parlare in questo modo del fare l’amore. Credevo che la Chiesa tollerasse il sesso nel matrimonio perchè era necessario per procreare ma non avevo mai creduto che potesse considerarlo come una preghiera, anzi, come affermato da padre Raimondo, più di una preghiera. Da quell’episodio ne è passato di tempo, mi sono sposato e ho avuto modo di sperimentare come padre Raimondo avesse ragione.

Fare l’amore è davvero una preghiera meravigliosa quando fatto nel modo giusto. Per questo è importante che ognuno di noi si impegni a fondo per purificare il proprio sguardo e il proprio desiderio. Per entrare sempre più in comunione l’uno con l’altra perchè noi siamo immagine di Dio. Non solo io, non solo Luisa, ma insieme nella nostra relazione. E quando siamo capaci di donarci completamente nel corpo allore in quella intimità incontriamo Gesù. In quella nostra intimità facciamo per qualche istante esperienza di paradiso, facciamo l’esperienza di sentirci completamente abbracciati dall’amore e sentiamo di non aver bisogno di altro. Sentiamo la pienezza e la completezza di un amore che è umano, quindi finito ed imperfetto, ma che, proprio attraverso il nostro corpo che è la parte di noi che ci rende più fragili e corruttibili, ci permette di fare per alcuni istanti l’esperienza di una comunione tanto grande che credo sia davvero la realtà sensibile più vicina alla Trinità. E’ Dio che ci ha voluto così! E’ Dio che ci ha fatto maschio e femmina , che ci ha fatto con un pene e con una vagina, affinchè in quella differenza ontologica, visibile e concreta, potessimo compenetrare l’uno nell’altra ed essere nella carne una sola persona. Siamo due ma siamo uno, anzi il nostro amore diventa fecondo e può prendere vita, siamo quindi tre ma uno. Non vi ricorda la Trinità?

Per questo fare l’amore non ha bisogno di essere santificato recitando qualche preghiera nel mentre, fare l’amore è già un gesto che santifica gli sposi. La preghiera va bene, ma non durante ma prima. Un po’ come hanno pensato di fare Tobia e Sara, che prima di giacere insieme durante la prima notte di nozze hanno alzato la loro preghiera a Dio. Preghiera che chiedeva a Dio, tra le altre cose, di essere capaci di farsi dono e non di usare l’altro. Lo chiedono espressamente in passaggio della loro preghiera: Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione.

Luisa ed io abbiamo preso spunto ed esempio da questa preghiera e cerchiamo di fare lo stesso. Prima di unirci intimamente ci abbracciamo e recitiamo insieme una preghiera allo Spirito Santo. Non perchè purifichi quel gesto che è già sacro e puro ma perchè purifichi i nostri cuori che si accostino a quel gesto con purezza e verità. Con rettitudine di intenzione appunto.

C’è un altro gesto che è molto bello e che in passato Luisa ed io mettevamo in pratica e che scrivere questo articolo mi ha fatto venir voglia di rinnovare. Dopo la preghiera prendevamo una boccetta di olio di nardo (si trova in tutti i negozi di articoli religiosi) e ci segnavamo la fronte. Ungendo la sua fronte la benedicevo disegnando una croce. Lei lo faceva su di me. Attraverso quel gesto stavamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidavamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci rendesse capaci di quella promessa. Perchè prima dell’intimità? Farlo prima del rapporto fisico aveva un significato molto forte per noi: era il segno del desiderio di donarci totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso.

Cari sposi avete capito cosa significa pregare facendo l’amore? Significa fare una concreta esperienza di Dio attraverso l’altro Quando noi cristiani riusciamo a vivere così l’intimità siamo davvero dei privilegiati. Noi non facciamo semplicemente l’amore. Noi facciamo esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Siamo più ricchi del re Davide

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide durante la sua vita ha avuto tantissime donne. Regine, concubine o semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide però non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, era l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva il momento in cui Davide si sente solo. Tutto ciò che ha fatto in passato o che ha avuto nella vita non riempie il suo cuore e non scalda il suo corpo. Il calore è vita. Il freddo è della morte come freddi sono i cadaveri. Re Davide ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non riesce a sentirsi vivo. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta.

E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione autentica e piena. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Perchè è Davide, un vecchio. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile.

Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici.

Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. L’amore del Cantico non è solo eros ma è un’esperienza di Dio in una relazione umana. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 46 anni e le forze ancora non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Lei diventa vita per me. Sapere che lei c’è e che mi sostiene senza che io debba dimostrare nulla è meraviglioso. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa.

Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità nella vecchiaia. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati. Custodite il vostro amore. E’ qualcosa di grande, qualcosa che anche un re come Davide ha dovuto elemosinare.

Antonio e Luisa

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Cosa dà senso alla vita? Vocazione, preghiera e carità.

Può succedere anche a noi, per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo, ci si ritrova delusi: era proprio la delusione che aveva Pietro, con le reti vuote, come lui. È una strada che ti porta indietro e non ti soddisfa.

Oggi vorrei soffermarmi su queste parole del papa. Parole pronunciate durante l’ultimo Regina Caeli. Sono delle parole verissime. Sono delle parole che dovrebbero scuoterci un po’ dalle nostre stanchezze, dal nostro sederci ed accontentarci perchè il matrimonio lo mettiamo sempre in fondo a tutti gli impegni che abbiamo nella nostra vita. La fatica non ci piace ma è nella fatica, fatica che è dono di noi, che troviamo il senso di tutto, è nella fatica che troviamo Dio.

Se leggete bene il papa ci ha fornito le 3 dimensioni sulle quali fondare la nostra vita. Vogliamo le reti piene durante la nostra pesca? Vogliamo una vita che abbia un senso? Gesù non ci chiede di cambiare la nostra vita, la nostra ordinarietà e il nostro lavoro. Gesù ci chiede di metterci Lui in quella nostra ordinarietà e nel nostro lavoro. Di fare posto a Lui! In che modo?

Non si dedica tempo a parlarsi in famiglia. Con questa frase il papa ci vuole dire che la nostra famiglia va custodita e la nostra relazione sponsale ha bisogno di essere nutrita. Spesso non dedichiamo il tempo che dovremmo alla nostra vocazione. Non dedichiamo tempo al nostro matrimonio che dovrebbe essere in cima ai nostri impegni, perchè è la nostra scelta più importante, quella dove abbiamo deciso di metterci in gioco completamente. Il matrimonio è il luogo dove ci giochiamo davvero fino in fondo la nostra vita e la nostra santità, e dove possiamo, più che in ogni altra relazione, fare esperienza di Dio. Invece lo diamo sovente per scontato. Abbiamo sempre qualcosa di più importante ed urgente da fare e finalmente, quando troviamo un attimo di pace, non abbiamo voglia di impegnarci nel dialogo, nel servizio, nella tenerezza. Invece non capiamo che quello che sembra un impegno è l’unico modo per vivere un matrimonio che sia bello e che ci dia pace.

Si dimentica la preghiera. Vale lo stesso discorso fatto per il matrimonio. La preghiera è un dialogo tra amanti. A tante persone la preghiera costa fatica. Anche a me costa fatica, lo ammetto. Eppure fa la differenza tra una vita feconda e una che si perde nello scoraggiamento e nell’accontentarsi. Quando i miei figli non hanno voglia di andare a Messa o di pregare mia moglie ripete sempre la stessa cosa: non serve aver voglia ma comprendere che vi fa bene. E’ così! Pregare per me è faticoso ma lo faccio perchè ho sperimentato come sentire la presenza di Gesù nella mia vita faccia la differenza. La preghiera me lo rende familiare, intimo, vicino. Non pregare crea aridità e distanza e poi tutto è più difficile e diventa più facile scoraggiarsi e sentirsi poveri e soli.

Si trascura la carità. La carità è la cartina al tornasole della nostra capacità di farci cireneo, di alzare lo sguardo per farci carico delle povertà e delle cadute del fratello. Povertà materiali ma non solo. Chi ha carità non è quello che dà un euro al povero per strada senza guardarlo neanche in faccia. Chi ha carità è quella persona che è capace di sentire le sofferenze del prossimo in sè. Sentirsi uno con l’altro per mezzo di quella sofferenza. Non è innata la carità. Si impara. Si impara in famiglia e si impara nella nostra relazione con Gesù. Facendo esperienza della carità di Cristo per noi saremo poi capaci di offrirla a chi abbiamo vicino. Per questo la carità non è fare qualcosa ma diventare qualcuno. Diventare quell’uomo o quella donna che siamo e che dobbiamo imparare a sviluppare durante la nostra vita. Il matrimonio è scuola di carità.

Sta a noi scegliere come impostare la nostra vita. Con o senza Gesù. Pietro era tornato all’ordinario, era tornato a pescare nel lago di Tiberiade. L’ordinario era lo stesso. Ciò che ha fatto la differenza non è stato il luogo ma il come. Con Gesù la vita trova senso e diventa feconda. Senza è un tirare a campare. Cosa vogliamo per noi?

Antonio e Luisa

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Suor Faustina Kowalska

Esattamente 22 anni fa (il 30 aprile del 2000), in una Piazza San Pietro molto gremita di fedeli, vuoi anche per il Grande Giubileo dell’anno 2000, veniva canonizzata Suor Faustina Kowalska (1905-1938) e da allora, quella data è rimasta legata alla sua memoria.

All’epoca ero seminarista a Roma e ricordo bene quel giorno perché in refettorio ci fecero ascoltare l’omelia del Papa Giovanni Paolo II, appunto di quella Messa di canonizzazione. Non conoscevo questa nuova santa, mi sarei avvicinato a lei e al suo Diario qualche anno più tardi. Tuttavia, quel che mi rimase nel cuore furono due passaggi delle parole del Papa polacco, le quali riecheggiano ancora oggi nella mia vita e mi sono tuttora, soprattutto in questi ultimi due anni, di grande consolazione spirituale.

Anzitutto:

Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo, tuttavia, che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio”.

E poi anche:

Non è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé. Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità. Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre, diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di gratuità e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è misericordia!”

Si può dire che gli anni di esperienze dolorose sono arrivati eccome, soprattutto gli ultimi due. In questo tempo molte coppie e famiglie hanno sperimentato una particolare difficoltà. Allora la Divina Misericordia si rivela quel balsamo che viene a sanare e guarire le nostre ferite, morali, fisiche e spirituali. In modo speciale per gli sposi queste parole hanno un’attualizzazione e una concretizzazione tutta propria, lo capite molto meglio di me.

 C’è, a tale riguardo, un breve discorso di Gesù a suor Faustina in cui emerge la Misericordia in modo limpido e diafano, è un brano facente parte del quinto giorno della Novena:

Oggi conduciMi le anime degli eretici e degli scismatici ed immergile nel mare della Mia Misericordia. Nella Mia amara Passione Mi hanno lacerato le carni ed il cuore, cioè la Mia Chiesa. Quando ritorneranno all’unità della Chiesa, si rimargineranno le Mie ferite ed in questo modo allevieranno la Mia Passione” (10.VIII.1937).

Di sfondo qui c’è tutta la teologia di San Paolo del Corpo Mistico di Gesù, espresso nella Lettera ai Corinzi (cfr.  1 Cor 6,12-20, 1 Cor 10,14-22, 1 Cor 12,4-27) ma anche l’amore di Cristo per la sua Sposa come è evidenziato in Efesini 5, 32.

Se applico questo a voi sposi, ne emerge un quadro drammatico e impressionante: Gesù avverte come siano lacerazioni fisiche, in particolar modo nel suo Cuore, ogni divisione e mancanza di perdono tra gli sposi. Quell’amore, chiamato ad essere immagine viva dell’Amore Sponsale di Cristo che viene lacerato e diviso! Quanta sofferenza causa a Gesù. Ma appunto su queste ferite viene riversata l’infinita Misericordia di Dio affinché si giunga all’unità e alla riconciliazione.

Cari sposi, se ci sono fratture o tagli nel vostro matrimonio o nella vostra famiglia, vi sia di grande consolazione sapere che Gesù in persona si è impegnato per portare la sua Pace e la sua Concordia. Vogliate pertanto anche voi diventare cultori e contemplativi della Divina Misericordia che lo Sposo Gesù continuamente effonde nella vostra relazione.

Padre Luca Frontali

Le ingiustizie? Chiedete a Dio di renderle disoccupate.

Voi come reagite alle ingiustizie? Quelle che vi toccano nella carne, però. Non la guerra in Paesi lontani,la fame nel mondo, l’acne della vostra amica speciale. Qualcosa di più viscerale. Come una calunnia, un’offesa gratuita. Sentirsi etichettare  con taglie non vostre e magari passare da vittime a carnefici solo perché la verità non abita in tutti.

Ho provato, spesso, a difendermi innanzitutto. Ho utilizzato ogni energia possibile (avrei potuto spenderle in squat!) a spennellare la mia versione dei fatti. Ed a farlo in estrema onestà. Anzi, sono pure troppo severa con me stessa quando racconto dei fatti (discriminante giornalistica); mi trasformò facilmente nel giudice di Forum.

Ebbene, non ci ho cavato un centesimo. Poi ho iniziato a non difendermi affatto, pensando che il tempo avrebbe fatto da giustiziere. Invece, ho capito che avrei potuto invecchiare senza aver visto la collocazione obiettiva dei pensieri. E quindi, dulcis in fundo, ho deciso di accettare. Raccogliere le cattiverie, le interpretazioni assurde sul mio modus operandi, le ingerenze (sono proprio un leitmotiv nella mia vita) e caricarmele addosso. Ho valutato che avrebbero potuto costituire uno sconto in purgatorio, un domani. Ma proprio non riuscivo a chiudere il cerchio della telenovela.

Infine mi sono arresa, allora. Non è nelle mie possibilità risolvere. Ci ho pregato. Ho spiegato al Signore che la mia ostinazione aveva superato anche il male ricevuto. Io non potevo e non sapevo perdonare. Da Padre  doveva ricevere il mio limite di figlia. E intervenire. Sono stata ignorata (pure questo è un leitmotiv). Così ho mutato la mia preghiera. Non era più orientata al far sapere la verità, al far emergere la mia ragione. Ho iniziato a pregare perché quel male ricevuto, non fosse più attivo. Non arrecasse altri danni. Che si bloccasse. Non avrei eliminato l’elenco di ragioni dalla mia memoria.

Una mattina, mentre mi truccavo, fissavo il mio sguardo allo specchio. Era limpido, finalmente. Quel male è in un angolo del cuore. Non so se sia cicatrizzato. Ma è disoccupato. Non ha il potere di lavorare. Dio, gli ha tolto le radici. Voleva solo che glielo chiedessi. Ed ora, tutto quel lerciume vive, ma come una pianta al sole senza radici. So che è solo questione di tempo. Si seccherà.

Livia Carandente

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Gesù, mendicante dell’amore degli sposi

Cari sposi,

penso di parlare a nome di tutti: ritrovarsi per strada seguiti da chi ti chiede soldi forse non è mai piacevole, almeno al primo impatto. Oggi nel Vangelo Gesù sembra quasi rincorrere Pietro, seguirlo passo dopo passo per chiedergli il suo cuore, il suo amore. Sappiamo bene che quelle tre domande stanno per le tre negazioni e che Gesù dimostra qui che la Misericordia supera abbondantemente il peccato umano, difatti non fa pesare per nulla il passato ma vuole solo che inizi ad amare.

Vorrei però fare una ulteriore sottolineatura; Gesù non sta solo perdonando Pietro facendogli esternare il suo amore ma sta cercando in Lui quell’amore che ancora stentava a manifestarsi, preso com’era dai suoi affari, dalla pesca, dalle barche, insomma dalla sua vita ordinaria.

Ma c’è immensamente e tremendamente molto di più in questo testo. È un qualcosa che dovremmo leggere e meditare in ginocchio: Dio che è Amore infinito, pienamente felice nella Comunione tra il Padre e il Figlio nello Spirito… domanda amore a una creatura povera e misera… Che abisso di mistero c’è qui! Basterebbe questa frase per iniziare e meditare e smettere di leggere. San Tommaso d’Aquino insegna: “Dio non ha prodotto le creature per qualche bisogno né per qualche altra causa estrinseca, ma per amore della sua bontà” (Somma Teologica, I, 32, 1, ad 3)”.

Eppure, Dio cerca la risposta da noi, una risposta di amore, di confidenza, di abbandono. Vorrei citare per esteso un testo stupendo di S. Bernardo di Chiaravalle. È una sua contemplazione di come sarebbe stata l’Annunciazione a Maria, immaginando che, presenti assieme a Lei e all’Angelo, ci sarebbero stati anche tutti i personaggi dell’Antico Testamento e tutti gli angeli del Cielo:

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. […] Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi? […] Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. […] Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. «Eccomi», dice, «sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»” (San Bernardo, Omelie sulla Madonna, Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).

E Gesù è anche un mendicante del vostro amore. Gesù, dal momento del vostro matrimonio, non cessa di chiedervi: “mi ami?. Può sembrare sdolcinato e sentimentale, tuttavia riflettendo su questa pedagogia divina, si capisce che anche voi sposi siete implicati. Gesù mendica il vostro amore perché il Suo amore sia manifestato e palese agli occhi di chi vi sta vicino. Cari sposi, vi invito a mettervi al posto di Pietro in riva al lago, vorrei che faceste due passi con Gesù anche voi e sentiste su di voi questo invito: “mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?”.

Che possiate vedere Gesù, il vostro Sposo come colui che mendica ogni giorno il vostro amore nuziale perché Lui è «il vero protagonista della storia, il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo» (don Luigi Giussani, 30 maggio 1998).

ANTONIO E LUISA

Padre Luca come sempre ha centrato il punto decisivo. La nostra fede è un continuo rispondere a quelle domande di Gesù! Fede e vocazione si intrecciano. La fede cosa è se non il nostro riconoscere l’amore di Gesù per noi. La fede non è un aderire ad una filosofia, a delle idee, a delle regole, non è sentirci parte di un gruppo che cerca di vivere gli stessi valori. Certo c’è anche questo ma la fede, nel suo significato più profondo e vero, è rispondere all’amore di una persona che è Gesù. Ed è la fede che poi ci permette di vivere la nostra vocazione matrimoniale. La vocazione è infatti la risposta a quell’amore. Rispondiamo all’amore ricevuto da Gesù restituendolo nel nostro sposo o nella nostra sposa. Per questo saremmo ipocriti a voler vivere la nostra vita di fede senza impegnarci fino in fondo a vivere la nostra vocazione.

Ripetiamoci spesso le domande che ci ha posto padre Luca. Mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?

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Identikit come la Digos!

In questi giorni ancora freschi della notizia sconvolgente della Pasqua, la Chiesa ci fa leggere, come prima lettura della Messa, dei brani tratti dal Nuovo Testamento che sostituiscono quelli del Vecchio da cui di solito viene tratta la suddetta lettura. Ciò a significare, a confermare, la risurrezione di Gesù come evento a cui il Vecchio Testamento tendeva, Gesù infatti ci ricorda diverse volte che Lui è venuto per portare a compimento il Vecchio. In questo festoso giorno in cui la Chiesa celebra i due santi apostoli Filippo e Giacomo ci viene proposto questo brano:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1 Cor 15,1-8a ) : Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Ci sembra importante sottolineare la parte centrale in cui Paolo ci ricorda di aver tramesso quello che anche lui ha ricevuto. Ed in effetti è proprio questo il compito degli evangelizzatori, altrimenti non sarebbero definibili tali. Ma serve una patente speciale che attesti l’essere evangelizzatori o testimoni?

Ci sono alcune scuole per evangelizzatori, ma queste servono solamente per apprendere diverse tecniche di linguaggio umano, per conoscerle ed imparare a padroneggiarle, ma non saranno mai in grado di far diventare un ateo un evangelizzatore poiché la mera tecnica non basta se non si è incontrato Gesù. Quali sono dunque le caratteristiche di un buon evangelizzatore/testimone?

Non è nostra intenzione fare un trattato sull’argomento, ma vorremmo semplicemente tentare di abbozzare un identikit come quelli che divulgano i poliziotti della Digos per catturare il malvivente ricercato. Desideriamo innanzitutto tranquillizzare i nostri lettori che si staranno già chiedendo quale tipo di requisiti siano indispensabili per diventare un testimone/evangelizzatore: non sono necessarie specifiche abilità da palcoscenico, né da showman, né da speaker radiofonico, né da presentatore televisivo.

Il primo requisito è essere battezzato poiché è il Sacramento che ci ha catapultati nella vita eterna e ci ha strappati dalle grinfie sataniche. Poi di sicuro sarebbe meglio essere anche cresimati, poiché questo Sacramento ci rende abili alla testimonianza e ci infonde il coraggio del martirio, infatti martirio significa testimonianza. Cari sposi, per caso vi siete accorti che questi due Sacramenti sono indispensabili per il Sacramento del matrimonio? Ed è proprio la natura del matrimonio che li sottende entrambi. Infatti col Battesimo veniamo inabitati dalla Santissima Trinità e diventiamo sacerdoti, re e profeti, ma poi tutto ciò ha bisogno per così dire di una spinta in più, come quando le mamme spengono il forno perché le lasagne sono già pronte, ma se le vogliono perfette le devono rimettere nel forno spento ma ancora caldo affinché si formi quella crosticina che dona croccantezza ed un gusto unico al piatto… la Cresima assomiglia in qualche misura a quella crosticina delle lasagne.

Ed è proprio quella croccantezza della Cresima che rende il gusto dell’amore che ci scambiamo unico ed irripetibile dentro la relazione sponsale; l’evangelizzazione/testimonianza si deve toccare con mano dentro il matrimonio e poi si deve allargare come i cerchi concentrici dell’acqua verso tutte le altre realtà esterne alla coppia.

Continuiamo l’identikit: se non ho ricevuto niente da Cristo di chi sono testimone? S. Paolo ci avverte implicitamente quando dice di aver trasmesso ciò che ha ricevuto per primo. Come può uno sposo amare la propria sposa dell’amore di Cristo se per primo non ne fa esperienza? Come potrà una sposa amare con la tenerezza e la misericordia di Dio se prima non ne fa esperienza? Cari sposi, il primo luogo (dopo la liturgia sacramentale) dove incontrare Gesù risorto è la nostra casa, la nostra sponsalità, la nostra relazione. Dobbiamo impegnarci personalmente nel cammino di santità affinché possiamo donare al nostro consorte ciò che per primi abbiamo ricevuto da Cristo stesso, e nello stesso tempo dobbiamo dare spazio e tempo al nostro amato/a per poter crescere nell’esperienza personale di incontro con Lui.

Coraggio sposi, il tempo pasquale ci è propizio per questo incontro col risorto. La Digos del Cielo aspetta il nostro identikit !

Giorgio e Valentina.

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Il rapporto intimo tra bellezza e monotonia

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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“Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Quest’anno, con non poche difficoltà, mio marito ed io siamo arrivati al traguardo dei sei anni di matrimonio e, quasi ogni giorno, ci siamo chiesti, attraversando e vivendo le varie tempeste della vita pandemia compresa, specialmente io mi sono chiesta, quali fossero questi benedetti frutti che mi avevano affascinato al punto da scegliere questa parte di Vangelo da ascoltare proprio il giorno del nostro matrimonio. Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.

Ricordo che scelsi questa Parola perchè mi sembrava un modo romantico per augurare agli sposi il classico “auguri e figli maschi“, ma nel tempo ho scoperto che avevo sbagliato nell’interpretazione! Negli anni mi sono resa conto che avevo scelto inconsapevolmente ,con il benestare del consorte, una vera chiamata vocazionale per il nostro matrimonio. Non è stato facile accorgersi piano piano, nel tempo, che tutto quello che avevamo immaginato per noi sarebbe stato stravolto dal Suo piano. Ovviamente ci siamo sposati con il sogno di una casa piena di bambini, di biberon, di biscotti plasmon spiaccicati sul sedile della macchina, e invece ci siamo ritrovati a vivere il dolore e la frustrazione di innumerevoli test di gravidanza negativi.

Non è stato semplice sostare in un eterno Giardino degli Ulivi chiedendosi perchè proprio a noi? Perchè ci hai scelti per rimanere senza figli? Fino a quando, tramite la preghiera, in particolare durante i turni di guardia per l’Adorazione Eucaristica, non imparammo a capovolgere la domanda: come possiamo aiutarti in quello che ci chiedi?

Ebbene si nel matrimonio si dialoga in tre, e cio che dice Lui va ascoltato. Ascoltare cio che dice Lui è stato un percorso paragonabile agli strapiombi di una pista nera in montagna, non è stato minimamente facile assecondare il Suo progetto perchè è stato un continuo domandarsi: dove ci sta portando? Saremo in grado? Durante una vacanza estiva con il nostro padre spirituale e alcune famiglie abbiamo trovato una traccia del Suo disegno, ma ancora non eravamo pienamente convinti di questo sogno pensato appositamente per noi, essere una coppia aperta si alla vita, ma in una maniera inaspettata: divenire una casa famiglia. E’ stato come ascoltare nelle orecchie “va e ripara la mia casa” di francescana memoria e in quel periodo quella frase era il nostro motto, eravamo in piena fase protocollo visite mediche per capire quale problema ci fosse di ostacolo a una gravidanza naturale. E’ stato un lunghissimo combattimento spirituale in quanto questo figlio naturale non ne voleva sapere di arrivare e, facendo un lavoro interiore aiutati dalla canzone “Come un Prodigio” di Debora Vezzani, abbiamo iniziato a comprendere, specialmente io, che un figlio è un dono e che i doni arrivano inaspettatamente e non su ordinazione in stile Amazon.

Il matrimonio è stato un percorso di conversione per me sotto ogni aspetto, ero andata all’altare convinta che male che vada tanto si va di Pma, e invece mi sono ritrovata insieme a mio marito a frequentare dei corsi di formazione per divenire una famiglia di sostegno per dei ragazzi di una casa famiglia di un nostro amico sacerdote. Ricordo che all’inizio andammo dicendoci “andiamo intanto ad ascoltare,” un pochino sul classico “Venite e vedrete“, decidemmo di proseguire e, senza neanche renderci, conto ci siamo ritrovati a scoprire questo mondo fatto di legami che durano nel tempo.

Abbiamo così scoperto che anche noi potevamo essere genitori, ma in una maniera speciale pensata per noi. Un’esperienza che come marito e moglie ci ha unito molto di più anche perchè ci siamo resi conto che, durante tutto il cammino, Dio ci ha sempre lasciato delle tracce segno della Sua presenza, segno che era veramente con noi che il Suo per sempre era veritiero. Ovviamente abbandonarsi al Suo progetto ha portato gioia e allegria cosa che era venuta a mancare. Anche per noi, come durante le Nozze di Cana, era finita la nostra gioia. Passare da famiglia sterile in un’ottica umana a feconda sotto lo sguardo di Dio è stato il centuplo per la nostra vita. Nell’ultimo anno abbiamo ottenuto anche un dono in più, non solo seguire i ragazzi che ci permette di accompagnare, ma di dedicarci alle coppie di giovani sposi che attraversano il dolore e la frustrazione che abbiamo vissuto noi in passato, per aiutarli a tenere accesa la luce della Speranza e trovare insieme la propria vocazione matrimoniale.

Simona e Andrea

Occhio al ruggito!

Ieri è stata la festa liturgica di S. Marco evangelista, e nella Messa ci è stata proposta come prima lettura questo brano :

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) : Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

Abbiamo tralasciato gli ultimi versetti perché vogliamo soffermarci su questa prima parte. E’ interessante notare come colui che parla agli altri di umiltà è lo stesso che, poco più di una settimana fa, ha estratto dal fodero la spada ed ha tagliato l’orecchio a Malco; vi ricordate la notte dell’Ultima Cena quando vengono nell’Orto degli Ulivi per catturare Gesù e Pietro lo difende con la foga della spada?

Vi siete mai chiesti come mai la madre Chiesa ci faccia ascoltare nei giorni della Passione il racconto della veemenza di Pietro nell’Orto degli Ulivi nel tentativo di difendere il Maestro, e dopo poche ore l’irruenza sembra aver lasciato il posto alla paura tanto che addirittura rinnegherà quello stesso Maestro, e solamente 9 giorni dopo sentiamo ancora questo Pietro che ci esorta tutti a rivestirci di umiltà?

Cosa è successo nel frattempo? Semplice: Gesù è risorto!

E le parole di san Pietro apostolo che leggiamo sono parole che arrivano non solo dopo la risurrezione del Maestro, ma anche dopo la Pentecoste e l’Ascensione del Signore. Verrebbe da chiedersi : che fine ha fatto quel Pietro raccontato nei vangeli della Passione? Come può parlarci di umiltà uno che non ha contato neanche fino a 2 per estrarre dal fodero la propria spada e colpire il servo Malco?

Tutto ciò è possibile perché nel frattempo è avvenuta una trasformazione di Pietro, si è convertito e lo Spirito Santo che è sceso su di lui nel giorno di Pentecoste ha reso mite un uomo irruento, ha reso umile un uomo forse un po’ superbo, ha reso prudente un imprudente, ha reso temperante un uomo un po’ sregolato. Ed è proprio quest’ultima virtù messa in luce in questo brano. Infatti è lo stesso Pietro che ci esorta alla sobrietà, cioè alla vigilanza su noi stessi, alla temperanza, la moderatezza, la morigeratezza; e se l’esortazione arriva proprio da lui che prima non padroneggiava su se stesso possiamo star tranquilli.

Chi meglio di altri ci può mettere in guardia da uno sbaglio se non colui che prima di noi lo ha commesso e non vuole che anche noi ripetiamo il suo sbaglio ?

Quando ci si imbatte in Gesù risorto niente più rimane come prima, tutto cambia, non c’è nulla della nostra umanità che non abbia bisogno della presenza di Gesù e che da essa non riceva nuova luce, nuovo slancio, nuovo vigore, nuova vita. Lo stesso Gesù, che è l’Agnello descritto nell’Apocalisse seduto sul trono, ce lo attesta con quella frase così perentoria : “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Cari sposi, non abbiate paura del Risorto, Egli fa nuove tutte le cose. Fa nuovo anche un matrimonio vecchio, guarisce un matrimonio malato, fa rinascere a nuova vita un matrimonio morto.

Seguendo il consiglio di S. Pietro dobbiamo riversare in Dio ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi. Se crediamo che ci ha creati Lui, se crediamo che ci ha fatti conoscere Lui l’uno all’altra, se crediamo che ci ha consacrati e consegnati Lui l’uno all’altra nel matrimonio, se crediamo che siamo Sua icona nel matrimonio, perché mai dovrebbe scordarsi di noi e lasciarci privi del Suo aiuto?

Certamente non può operare senza il nostro necessario contributo, per questo il nostro impegno di sposi deve essere quello di operare secondo l’esortazione di S. Pietro, e cioè dobbiamo restare sobri, dobbiamo vegliare. E’ un invito a vivere la virtù della temperanza, a vigilare su noi stessi innanzitutto, perché c’è un leone ruggente pronto a divorarci.

A noi, gente cresciuta tra il cemento e le fabbriche, sfugge un po’ l’immagine di un leone ruggente, ma dobbiamo considerare che gli uditori contemporanei di S. Pietro conoscevano molto bene il ruggito del leone, e quando l’apostolo paragona il diavolo ad un leone ruggente avranno forse sobbalzato un poco per la paura. Quando un leone ruggisce lo si sente da molto lontano, e se ci si imbatte in un ruggito a poca distanza non è infrequente sentire scombinarsi tutte le budella con una sensazione che mette i brividi ed il terrore ci blocca, ci si raggela il sangue. Queste sono solo alcune sensazioni che si provano con un ruggito, ma il diavolo è molto più di un leone in carne ed ossa. E per di più è come quel leone ruggente che però ha pure fame, non poteva capitarci di peggio; se già il ruggito ci terrorizza, sapere che potremmo essere la sua cena è il peggio che potrebbe capitarci.

La vigilanza da parte nostra è fondamentale affinché possiamo sentire il ruggito già da molto lontano. Quando due sposi vivono costantemente la preghiera, la rinuncia ed il sacrificio, restano in grazia di Dio, sanno regnare su se stessi, dominare il proprio corpo, non si abbassano alla cupidigia delle passioni, lottano contro la concupiscenza, allora restano sobri e possono vigilare su loro stessi sentendo il ruggito già da molto lontano e quindi possono cambiare strada per non farsi mangiare dal leone diabolico.

Coraggio sposi, abbiamo un nemico che è un mago dei travestimenti, ma se stiamo dalla parte di Gesù possiamo smascherare ogni suo tentativo di attacco per sbranarci… e se qualche coppia dovesse essere già caduta nella sua trappola, non abbia a temere poiché abbiamo Chi ci sa strappare dalle fauci di questo leone : Gesù, il Risorto! Coraggio famiglie, abbiano un nemico che è come un leone, ma abbiamo Gesù che è molto di più di un semplice domatore di leoni !

Giorgio e Valentina.

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Mostriamo le nostre ferite senza paura

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel Cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la succesiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Ieri padre Luca ha già proposto una bellissima riflessione e non voglio ripetere gli stessi concetti molto belli.

Quello che mi preme è invece riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel Cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perchè non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perchè quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sè stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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Sposi, apostoli della Misericordia divina

Cari sposi,

stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo.

In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19). Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”.

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Alcuni di voi penseranno che padre Luca abbia esagerato. Come è possibile che noi sposi possiamo essere capaci di tanto. Essere capaci non solo di volerci bene e di curare la nostra relazione come, bene o male, succede a tutte le coppie che stanno insieme e che funzionano anche senza bisogno di un sacramento. Siamo capaci soprattutto di misericordia come quella di Gesù sulla croce. Il sacramento brilla non tanto quando tutto fila liscio. In quel caso basta il nostro povero amore di uomini e donne. Il sacramento rende una relazione profetica proprio quando le cose vanno male. Nel mio piccolo posso confermare di aver fatto esperienza dell’amore di Dio nella mia sposa. L’ho già raccontato tante volte. Quell’amore donato e immeritato mi ha toccato profondamente. Cari sposi non smettete mai di affidarvi a Dio e alla Sua misericordia per essere poi voi capaci di fare altrettanto. Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostro marito o nostra moglie.

Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 33

Ed eccoci giunti al momento che fa, per così dire, da contorno al cuore di ogni S. Messa. Il “contorno” si chiama propriamente Preghiera Eucaristica nel cui centro, il cui cuore, è la consacrazione del pane e del vino, la riattualizzazione del sacrificio (incruento) di Gesù Cristo. Nelle ultime due versioni del Messale sono state aggiunte tre Preghiere Eucaristiche a quella che fino all’ultima riforma liturgica del 1969 era l’unica; chiamata Canone Romano o Preghiera Eucaristica I, essa continua ad essere l’unica presente nel Messale del rito antico (vetus ordo). E nella nostra disamina, seppur a grandi linee, ci atterremo proprio alla Preghiera Eucaristica I, che ci sembra la più ricca sotto tutti i punti di vista. Dopo questa brevissima ma doverosa nota storica cominciamo ad entrare in questa grande preghiera che siamo sicuri arricchirà la fede di tanti di noi, così come è stato per milioni di cristiani da oltre 500 anni. Non potremo passare in rassegna ogni singolo passaggio, ma cercheremo di fare emergere qualche punto chiave anche se non siamo dei professori di liturgia.

Questa Preghiera Eucaristica I comincia con una supplica al Padre (usando l’aggettivo clementissimo) affinché si degni di accettare e benedire l’offerta che Gli presentiamo, menzionando subito che tale offerta è un sacrificio puro e santo, e per ben due volte nella prima parte si definisce la Chiesa santa e cattolica, specificando che essa è custode della fede divina e cattolica trasmessa dagli apostoli. Sembrano argomenti scontati, pare ovvio che sia così… eppure da tanti secoli la Chiesa quotidianamente, ad ogni S. Messa fa recitare queste frasi perché conosce la natura umana, la quale si dimentica con più facilità delle grazie ricevute dal Signore piuttosto che il pin del bancomat o le password/credenziali per accendere i computers.

Cosa fanno le mamme tutti i giorni? Ricordano ai figli sempre le solite, stesse, identiche cose ogni santo giorno affinché prima o poi “ti entrino in quella zucca” si suol dire.

E la Chiesa che ci è madre fa lo stesso, e tutti i giorni ad ogni S. Messa sia feriale che festiva (almeno nel vetus ordo) ripete ai suoi figli che la fede che hanno ricevuto e devono custodire è santa, divina e cattolica. E semmai se ne dimenticassero, quello che sta per accadere è un sacrificio puro e santo; innanzitutto ricorda che è un sacrificio prima ancora di essere cena, mensa, incontro, rendimento di grazie ; puro perché lo compie nientedimeno che l’uomo per eccellenza, il più perfetto tra i nati da donna, Gesù; santo perché Egli è 100% uomo (tranne nel peccato) e 100% Dio in quanto Figlio di Dio, e chi è più santo di Dio visto che nell’acclamazione del Santo abbiamo appena cantato/recitato che il Signore è tre volte Santo? Se ci pensiamo bene usiamo questo tipo di espressione anche nel linguaggio comune quando vogliamo essere sicuri di una cosa, ad esempio : il papà chiede al figlio … “hai finito i compiti ?” si sente rispondere un banale “sì papà“, allora per sicurezza incalza con “tutti ?” e il bambino ancora ““, ma la conferma delle conferme arriva alla fine quando il genitore ribadisce “ma proprio tutti tutti tutti?“… come avrete notato anche noi usiamo ripetere 3 volte una parola per confermarla definitivamente ed irrevocabilmente, ed ecco perché proclamiamo che il Signore è Santo Santo Santo.

Facciamo notare come questa Preghiera Eucaristica fin dall’inizio si rivolga espressamente a Dio Padre, rivolgendosi a Lui con diverse espressioni di fede ma anche affettuose, la prima è “clementissimo”. E’ un’aggettivo declinato giustamente al superlativo poiché è rivolto a Dio, però racchiude in sé un’affettuosa fiducia, infatti si aggiunge subito che noi Lo supplichiamo, e per essere certi che accetti la nostra supplica si chiede che accetti la nostra offerta “per” Gesù, cioè attraverso Gesù, ricordandoGli che è Suo Figlio e nostro Signore. In questo modo il Padre si lascia commuovere non tanto dalla nostra fiduciosa/affettuosa supplica, quanto invece dalla menzione del Suo Figlio amato, è come se il Padre sia messo spalle al muro dall’intercessione del Suo Figlio… se fosse un dialogo tra due amici potrebbe essere di questo tono: “se non l’accetti per noi, accettalo almeno per il Tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, dai non puoi rifiutarcelo per Gesù“.

Da ultimo evidenziamo come l’offerta sia anzitutto a favore della Chiesa, ma non si smette di “ricordare” al Padre che la Chiesa è Sua, che è santa e che è cattolica. Sembrano parole riempitive ma in realtà sono fondamentali in quanto studiate una ad una, e dietro ad ognuna c’è una realtà grande. Sacerdote e fedeli si sentono ripetere tutti i giorni che la Chiesa non appartiene agli uomini ma è Sua, parole che ci liberano da ogni tentativo di possesso/potere, ma sono anche parole liberanti nel senso che qualunque disastro gli uomini compiano la Chiesa è Sua, è Lui che ne tiene il timone. Poi si attesta che la Chiesa è santa, non perché al suo interno non vi siano peccatori, ma perché il capo è Lui che è santo santo santo. Ed infine si ribadisce che la Chiesa è cattolica, il che ci dovrebbe tenere al riparo da deviazioni dottrinali e dovrebbe ricordare al sacerdote celebrante che è stato ordinato ministro della Chiesa cattolica, la cui dottrina deve insegnare e la cui fede deve celebrare, fede che ininterrottamente ed integralmente è arrivata a noi dagli apostoli.

Riportiamo a piè pagina la prima parte commentata oggi:

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice) : Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, (congiunge le mani e dice) : di accettare (traccia un unico segno di croce sul pane e sul calice, dicendo) : e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo. (Allargando le braccia, continua) : noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace, la protegga, la raduni e la governi su tutta la terra in unione con il tuo servo il nostro papa N., il nostro vescovo N. [con me indegno tuo servo] e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli apostoli.

Giorgio e Valentina.

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Come l’argilla è nelle mani del vasaio

Cosa significa farsi santi nel matrimonio? Ci deve pure essere una strada accessibile a tutti se abbiamo scelto questa vocazione. Oppure, come credono molti, il matrimonio è per pochi visto che circa metà dei matrimoni salta? Bisogna avere doti e talenti fuori dal comune? La risposta mi è arrivata da don Fabio Rosini. Don Fabio è davvero una persona straordinaria. Riesce come pochi a raccontare come siamo fatti e a cosa anela il nostro cuore.

Don Fabio ha detto qualcosa che sembra ovvio, e magari per voi che leggete lo è, ma per me è stata una rivelazione. Non mi si è mai mostrato così chiaramente il senso del matrimonio. La santità non dipende da qualcosa che dobbiamo fare noi, non siamo noi a dover essere bravi. La santità ci vede in un certo senso come parte passiva. Cosa intendo dire? Detto così sembra la furbata di quello che non vuole impegnarsi. No, il nostro personale impegno resta. Quello che don Fabio dice è che la nostra santità è opera di Dio. E’ Lui quello che vuole compiere meraviglie in noi e con noi. Noi dobbiamo semplicemente essere docili alla Sua azione.

Questo ci libera dal sentirci inadeguati. Ci libera dal dire che noi non ce la faremo mai, che non siamo abbastanza bravi, determinati, capaci. Non serve esserlo. Per sposarci non ci è chiesto di essere super in niente. Ci è chiesto semplicemente di fidarci, di affidarci e di abbandonarci. La santità nel matrimonio dipende dal nostro abbandono a Dio. Dio che attraverso il sacramento del matrimonio ci plasma e ci rende sempre più uomoni e donne pienamente realizzati nel progetto che Lui ha pensato per noi e con noi.

Concretamente il matrimonio ci mette di fronte a tante situazioni belle e brutte. Abbiamo affrontato momenti di gioia e di amore dato e ricevuto dove abbiamo sperimentato la comunione e il piacere della relazione. Abbiamo affrontato anche periodi e momenti caratterizzati dalla difficoltà, dalla sofferenza e magari ci siamo feriti l’un l’altro con il nostro atteggiamento, le nostre parole e le nostre azioni. Questi sono tutti momenti di crisi. Crisi è un termine che deriva dal latino e dal greco e che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una decisione: possiamo scegliere di abbandonarci alla grazia e cercare nella relazione con Dio la forza per scegliere il bene e il perdono, oppure possiamo scegliere di dare spazio al nostro io con tutte le rivendicazioni che ne conseguono. Rivendicazioni che poi si trasformano in quella che noi chiamiamo giustizia ma si tratta di vendetta.

Il matrimonio è una continua scelta. Più sapremo abbandonarci a Dio e più saremo capaci di decentrare lo sguardo, di farci dono, di perdonare, di ricominciare, di crescere, di vedere il bello. Insomma di avere lo sguardo di Dio, lo sguardo capace di salvare. Un perdono dato gratuitamente senza che l’altro abbia fatto nulla per meritarlo tante volte salva noi stessi e l’altra persona. Apre il nostro cuore all’amore gratuito e il suo cuore all’amore riconoscente. Ci apre a Dio.

Quando siamo capaci di questo non siamo noi che siamo bravi e che abbiamo chissà quale merito. Si un merito l’abbiamo ed è quello di esserci fidati ed avere offerto la nostra vita a Gesù. Il resto lo può fare solo Lui. E’ Lui che può prendere il nostro poco e farne tanto. E’ sempre Lui che può prendere la relazione di due poveretti che hanno davvero poco da offrire e farne un’opera bellissima. Un’immagine che può rendere l’idea la troviamo in Geremia: Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele. Noi siamo quel vaso ed è Dio che nel matrimonio, se lo permettiamo, ci plasma e ci rende un’opera d’arte, ci fa santi. La santità degli sposi è questa. Non cerchiamo scuse dicendo che non siamo abbastanza, se lo vogliamo noi possiamo essere quello sguardo di Dio per la persona che abbiamo accanto, per i nostri figli e per il mondo intero.

Permettetemi un’ultima riflessione che credo importante. Il matrimonio riuscito non è sempre quello dove i due sposi si amano fino alla fine dei loro giorni terreni. Certo, desideriamo tutti un matrimonio così, ma un matrimonio riuscito è anche quello della persona che è stata abbandonata, e in quel dolore ha scelto di restare fedele, e in quella fedeltà si è lasciata plasmare e amare dal vasaio, da Dio. Io ne conosco di persone così e sono davvero delle persone meravigliose plasmate dall’intreccio tra il dolore e l’amore.

Antonio e Luisa

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Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus che era raccontato nel Vangelo di ieri. Cosa sappiamo di queste persone? In realtà molto poco. Erano originari di Emmaus e ci stavano tornando. Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle Maria presenti sotto la croce (Maria di Cleofa o Cleopa). In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia, ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto da poco. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Non ci potevano credere. Eppure avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze. Una nuova fortissima delusione per loro. Era tutto finito. Tornavano alla vita di prima che avevano lasciato per seguire Gesù. Una vita che non dava loro il senso e la pienezza che aveva invece sperimentato con il Cristo.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione, ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non riescono più a scorgere quella meraviglia che sono come persone e anche come coppia di sposi. Non scorgono più la meraviglia dell’essere un noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi, ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù, e i due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

Cosa sono gli atti impuri nel matrimonio? Accontentarsi delle briciole

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che mi è arrivata direttamente sul blog. Una domanda che si fanno in tanti e a cui spesso viene data una risposta superficiale o dogmatica. La domanda arrivata è stata: chiedo scusa volevo sapere quali sono i peccati impuri nel matrimonio? Cerco di interpretare la richiesta e la riscrivo con: quando un atto è impuro e quindi contrario all’amore e quando invece è un vero gesto di amore?

La questione si potrebbe affrontare facendo un elenco di pratiche moralmente buone e altre che non lo sono. Sarebbe però un modo troppo semplice e superficiale di affrontare la questione. Un tempo si faceva così. Sono convinto che un elenco possa magari dare un’idea generale ma poi non basta, è importante comprendere il senso dell’atto coniugale, la sua pienezza, i suoi frutti. Guardando alla grandezza del sesso e la sua finalità ultima allora si hanno le coordinate perchè ognuno possa fare la propria scelta consapevole e motivata. Il peccato che mi interessa mettere in evidenza non è tanto quello religioso (che pure c’è ma non sono io a doverlo giudicare), ma quello umano e relazionale : è un peccato che gli sposi sprechino l’occasione di un’esperienza meravigliosa che è la sessualità nel matrimonio impoverendo tutto con gesti appunto impuri. Atti dove non c’è trasparenza, dove non c’è verità tra quanto il corpo esprime e quanto abbiamo nel cuore.

Non è solo un elenco ma una vera scelta di vita. Io non sono il vostro confessore che può dirvi questo sì e questo no. Quello che mi sento di poter condividere è altro. Mi sento di parlare come uno sposo tra gli sposi che cerca di trovare la strada più bella e appagante anche in questo ambito. Qui si tratta di andare al cuore della sessualità. Noi siamo uomini e donne dotati di un corpo sessuato e che manifestano l’amore attraverso di esso. Uomini e donne differenti e complementari anche nel corpo. Uomini e donne sessuati proprio perchè l’incontro fisico di queste due alterità potesse essere nel contempo unitivo e procreativo. Dio ha scelto questo modo non solo per permettere la procreazione ma anche perchè potessimo fare esperienza di Trinità. Dio che è costituito da tre Persone che sono così unite tra loro da essere uno. Tre e una nel contempo. Cosa che noi sposi possiamo sperimentare e replicare proprio nel corpo attraverso l’amplesso. Siamo due ma uno nello stesso tempo. Lo sposo si sente nella sposa e la sposa nello sposo. Non solo nel corpo ma anche nei cuori. Quindi cosa si può fare? Come possiamo rendere concreto il nostro amore nel corpo? Con quali gesti? L’abbiamo detto, sono atti puri quelli che permettono tutta questa bellezza. Per questo serve l’apertura alla vita (seme depositato in vagina) e la comunione delle due persone attraverso il corpo. Apertura alla vita non significa ricercare un figlio ad ogni rapporto. Lo spiego meglio in questo articolo.

La sessualità non è genitalità. Ogni volta che ricerchiamo un rapporto intimo è importante partecipi tutta la persona. Non esiste il rapporto intimo puro dove al centro di tutto ci sono solo i genitali maschili o femminili. L’incontro intimo è partecipazione di tutta la persona, il coinvolgimento di tutto, corpo, sguardo, cuore. Insomma non ci può essere rapporto bello dove tutto si concentra solo sui genitali. Perchè? Manca di sicuro la comunione e spesso anche l’apertura alla vita. Capite come ogni gesto vada letto in questa consapevolezza di cosa sia l’amore erotico?

Ogni gesto va letto alla luce di questo significato umano e cristiano che viene dato al corpo e all’amore. Ogni volta quindi che vogliamo comprendere se un determinato modo di vivere la sessualità sia buono e bello oppure sia dettato da egoismo e dall’impulso di usare l’altro dobbiamo confrontarlo con queste due caratteristiche entrambe necessarie. Ora avete gli strumenti per comprendere se un determinato atto sia puro oppure non lo sia.

Il Cantico dei Cantici esalta i preliminari. Il nostro padre spirituale ci raccontava come alcuni sposi andassero da lui a confessare di essersi abbandonati al piacere dei preliminari. Lui rispondeva sempre che il peccato da confessare sarebbe stato quello di non averli fatti. Non c’è nulla di male nell’assaporare e fare esperienza del corpo dell’altro durante la preparazione dell’amplesso. Non esistono parti del corpo meno degne di altre. Tutto il corpo dell’altro è bellezza. L’amore ci chiede solo che siano gesti che non urtino la sensibilità e la dignità dell’altro, che ci si guardi (come potrebbe esserci comunione altrimenti) e che siano tutti gesti preparatori all’amplesso dove avverrà poi il rapporto completo. Il resto è tutto lasciato al desiderio e alla fantasia dei due sposi che anzi sono chiamati a perfezionare questo momento nel tempo. E’ un vero talento da perfezionare per entrare sempre più in comunione e godere del piacere che ne deriva. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Se volete approfondire Luisa ed io abbiamo scritto il libro Sposi sacerdoti dell’amore. Il Cantico dei Cantici letto da due sposi per gli sposi dove approfondiamo proprio la bellezza della contemplazione reciproca e la bellezza di un amore erotico vissuto in questo modo. E’ amare da Dio perchè è quello che Lui ha voluto per noi facendoci così con un corpo e sessuati.

Alla luce di quanto ho scritto fino ad ora si può comprendere come non sia adeguato fare un semplice elenco. Lo stesso atto può essere gesto d’amore o modo per usare l’altro. Faccio un esempio. La stimolazione orale dei genitali. Quando è offerta all’altro durante i preliminari, sempre sia gradita ad entrambi e non forzata, non è moralmente sbagliata. Il Cantico dei Cantici ci aiuta proprio a comprendere come tutto il corpo dell’amato/a sia bello e degno. Non c’è nulla di male in questo gesto, ma in un contesto di preparazione poi alla comunione completa dell’amplesso. Diventa gesto moralmente sbagliato quando vissuto fine a se stesso (dove è la comunione? dove è l’apertura alla vita?)

Anche l’amplesso vissuto in modo completo tra due sposi può invece essere un atto impuro. Come è possibile? San Giovanni Paolo II parla di adulterio del cuore. Quando viviamo l’amplesso per realizzare fantasie pornografiche e usiamo l’altro per il mero piacere fisico senza cercare la comunione stiamo compiendo un atto impuro anche se è un gesto sacro e sacramentale.

Quindi per concludere lasciatemi dire che non è importante fare un elenco ma è importante preparare il cuore e accostarsi sessualmente a nostro marito e a nostra moglie con purezza cioè con il desiderio di vivere un momento di vera comunione, di dono reciproco e di amore autentico. Questo non perchè ce lo dice la Chiesa ma perchè possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa. Scegliamo questa modalità perchè è più bella e perchè non vogliamo accontentarci di un semplice orgasmo.

Per approfondire vi consiglio questi testi:

  1. L’ecologia dell’amore
  2. Sposi sacerdoti dell’amore
  3. L’amore sponsale (a breve sarà pubblicata nuova edizione)
  4. La mistica dell’intimità nuziale

Antonio e Luisa

Quando il gioco si fa duro…

Prendiamo in esame la prima lettura che ci è stata proposta il Giovedì Santo, ne riportiamo solo alcune frasi :

Dal libro dell’Èsodo (Es 12,1-8.11-14) In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [..]. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. […]
».

E’ una pagina abbastanza conosciuta grazie anche ai celebri film kolossal che trattano il tema del grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma proprio per questo spesso viene declassificato ad evento che ha, se non del miracoloso, almeno del mitico e quindi non ascrivibile a fatto storico. Ed invece è un fatto realmente accaduto, non è un’invenzione di qualche fantasioso scrittore di miti e leggende, ed ha qualcosa da dire ancora a noi dopo circa tremila anni, e soprattutto a noi sposi.

Innanzitutto ogni famiglia si deve procurare un agnello maschio, puro, senza macchia, senza difetto… non vi viene in mente nessuno con queste caratteristiche? Naturalmente Gesù è quel nuovo agnello (Agnello di Dio) maschio, puro in quanto anche vero Dio, senza difetto nella sua perfetta umanità, né macchia alcuna di peccato nemmeno del peccato originale naturalmente.

Ma come fa ogni famiglia a “procurarsi” Gesù?

Sicuramente i due sposi (nel sacramento del matrimonio) sono la presenza di Gesù nel mondo e quindi anche nel focolare domestico, ma questa presenza reale ha bisogno di essere continuamente alimentata, rivitalizzata, vissuta ed incrementata da una vita di grazia, da una vita sacramentale molto attiva, soprattutto grazie al costante e frequente nutrimento della Santissima Eucaristia da parte dei due sposi, unito all’accostamento abituale alla Confessione.

E’ con questa vita di Grazia che i due sposi “segnano” gli stipiti della porta della propria casa, sia della casa di mattoni che della casa del loro cuore, la casa che è il loro matrimonio. Dobbiamo “segnare” gli stipiti della porta di ingresso perché per essa si entra nella casa ; dobbiamo quindi custodire e blindare la porta del nostro cuore col sangue del nuovo agnello pasquale, che è Gesù, perché altrimenti per essa può entrare il demonio e fare razzia di tutte le grazie del Signore; e se dovesse passare anche l’angelo dell’ira del Signore, vedendo la porta del nostro cuore imbrattata dal sangue del Suo Figlio, allora si muoverà a compassione di noi e ci userà misericordia.

E se per disgrazia noi sposi dovessimo perdere appunto lo stato di grazia, dobbiamo correre al confessionale col cuore contrito perché la nostra porta del cuore è senza “segno del sangue”, è sguarnita, è come incustodita, non è blindata dal sangue di Gesù e quindi è facile preda.

Ma poi perché il Signore ordina di mangiare l’agnello con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi? Perché il popolo doveva essere già pronto per la partenza… adesso ci direbbe di preparare già i bagagli, mettere in auto le valigie, i trolley pronti all’uso, le chiavi già nella serratura, tenere il motore già acceso… abbiamo capito, ma perché tutta ‘sta fretta?

E’ la fretta tipica di chi non vede l’ora di abbandonare il proprio Egitto che lo tiene schiavo, i propri peccati, i propri vizi, per poi incamminarsi subito verso la Terra Promessa, la terra di Grazia del Signore, la terra dove il nostro matrimonio è icona reale e viva dell’Amore di Dio, quella terra dove ogni nostro bisogno trova appagamento pieno, la vera e ultima Terra Promessa sarà il Paradiso.

Coraggio allora sposi, non lasciamoci cadere le braccia ! Si dice che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare ; ed in questo tempo molto duro e difficile sia politicamente che socialmente, sia culturalmente che spiritualmente, noi sposi dobbiamo essere quei duri che non mollano, ma che cominciano a giocare.

Coraggio sposi, “giochiamo” al gioco di chi imbratta meglio la porta della propria casa, facciamo a gara con le altre coppie nella gara a chi segna meglio i propri stipiti, gareggiamo nella santità!

Giorgio e Valentina.

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 Cosa resta della Pasqua il giorno dopo?

ll lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Pandemia e guerra torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

Dedicato alle coppie del Sabato Santo

Care coppie,

mi sembra un po’ strano scrivere di Sabato Santo, come se vi stessi distraendo mentre cercate di vivere il Triduo Sacro. Vi scrivo quasi sottovoce per non distogliervi dal clima di preghiera e raccoglimento propri di questi giorni.

Ogni pagina di questo blog cerca di aiutare chi è sposato a vivere al meglio la propria vocazione matrimoniale. Tuttavia, non dobbiamo mai e poi mai dimenticare tutti quei fratelli e sorelle nostri nel matrimonio ma che non stanno vivendo assieme per vari motivi, soprattutto per separazioni o divorzi o lutti. Grazie al percorso di Retrouvaille ho imparato a tenerli presenti nel mio cuore ogni volta che scrivo, in modo che ogni articolo potesse valere anche per loro. Confido di esserci riuscito. Ma oggi vorrei espressamente rivolgermi appunto a chi vive una ferita relazionale, in modo speciale a chi sembra non avere più speranza.

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Come mai? Perché “il Re dorme” (Omelia di un autore del II secolo) nel sepolcro e noi stiamo accompagnando Maria nel suo dolore profondo. Con lei accanto siamo silenti dinanzi alla tomba di Gesù, meditando e contemplando tutti i segni del suo Amore infinito. Il Sabato Santo per una coppia può anche simboleggiare il “non c’è più nulla da fare”, la fine di ogni sogno o speranza nella relazione, la morte reale o affettiva del legame di vita. La Buona Notizia è che Gesù ha una parola anche per tutti quelli che stanno sperimentando una situazione del genere.

Per questo vorrei riportare l’estratto di una storia vera di coppia, proprio una da Sabato Santo: “Ricordo Mauro e Tania, una giovane coppia che dopo alcuni anni di matrimonio, con il crescere dei figli, è precipitata in una quotidianità priva di attenzione re­ciproca. […] L’intimità era venuta me­no. Entrambi, anche se in tempi diversi, iniziarono re­lazioni extraconiugali, giustificando sé stessi con la ne­cessità di sentire comprensione almeno da qualcuno. […] Vennero a Retrouvaille, […] il processo di guarigione sembrava iniziato. Entrambi decisero, con tempi diversi, di chiudere le relazioni extramatrimonia­li. […] Rima­neva però la grande libertà della persona. […] E su quella libertà si giocava la volontà di proseguire una relazione o di non proseguirla, di impegnarsi lasciandosi alle spal­le anni di atteggiamenti sbagliati, di recriminazioni e indifferenza. […] Dopo qualche mese, Mauro decise di lasciare Tania. […] Come vivere questa nuova chiusura e rottura? Rimaneva solo il silenzio di fronte a un vuoto e un’as­senza che sembrava gridare con tutta la propria forza senza emettere realmente parole. Il non-senso della morte, il non-senso della fine di una relazione segnata dalla presenza di Dio e, dove quella presenza è ancora viva, il non senso di una tomba di fronte alla quale si può solo piangere, se ne hai la capacità” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, San Paolo, Milano, 2020, pp. 130-132).

Quanto dolore e sofferenza in questo silenzio di Sabato Santo, quanti Calvari hanno scalato così tante coppie per poi vedere morire in un modo analogo la loro relazione!

Torniamo quindi al silenzio, al non aver altro da dire perché le si è provate tutte ma la morte, l’egoismo, la disperazione, la chiusura sembrano avere vinto. Penso che la risposta venga sempre da Gesù. Oggi nell’Ufficio delle Letture noi sacerdoti leggiamo un testo tanto mirabile come antico e che prima ho citato appena, un’omelia di un personaggio di cui non conosciamo il nome e che nel II secolo tentava di spiegare cosa stesse facendo Gesù mentre “riposava” nel sepolcro.

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti, non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che, come servi, ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli»” (Da un’antica «Omelia sul Sabato Santo», [PG 43, 439. 451. 462-463]).

Il silenzio assordante che portate nel vostro cuore non è un deserto di solitudine ma il clima migliore per ascoltare Gesù. Vi auguro care coppie di poter fare vostra questa meravigliosa pagina e capire che il Signore, proprio dalle vostre ferite ancora sanguinanti, può compiere grandi cose.

Padre Luca Frontali

I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)