La beata Karolina sapeva di essere preziosa!

Durante l’udienza generale di mercoledì scorso (18/11/2020) il Santo Padre Francesco ha rivolto un saluto ai pellegrini di lingua polacca ricordando loro, e a tutti i cristiani del mondo, la bellezza della purezza,della castità e l’importanza del pudore:

Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Oggi in Polonia ricorre la memoria liturgica della Beata Karolina Kόzka, vergine e martire. A sedici anni subì la morte per martirio in difesa della virtù della castità. Con il suo esempio, ancora oggi indica, specialmente ai giovani, il valore della purezza, il rispetto per il corpo umano e la dignità della donna. Affidatevi alla sua intercessione, perché vi aiuti a testimoniare con coraggio le virtù cristiane e i valori evangelici. Vi benedico di cuore.

Karolina Kόzka è, potremmo dire, la Maria Goretti di Polonia. Anche lei ha preferito la morte alla violenza sessuale. Credo che figure come Karolina e Maria possano aiutarci a riflettere sull’importanza del nostro corpo. Così importante che queste due ragazze hanno dato la vita pur di non cedere a chi voleva usare violenza sessuale su di loro. Perchè avevano ben chiara la consapevolezza di essere anche il loro corpo. Avevano la consapevolezza che violare il loro corpo significava violare tutta la loro persona. Il Papa, con il suo messaggio, lo sottolinea e ricorda, ad una società che tende a sottovalutare le conseguenze della banalizzazione del corpo e della sessualità, quanto sia importante per la stessa dignità dela donna (ma vale anche per l’uomo) riappropriarsi di valori come purezza, rispetto e castità. In sintesi il Papa ci vuole dire che la giovane Karolina ha avuto la forza di opporsi a quella violenza perchè conosceva quanto lei fosse bella e preziosa. Quanto la sua dignità di donna si manifestasse anche attraverso il suo corpo e da come lei considerava il suo corpo. Non qualcosa da svendere o da usare ma una parte di lei preziosa da custodire e proteggere.

Purtroppo oggi non è così per tante ragazze e per tanti ragazzi. Il corpo è usato per avere qualcosa in cambio. Di solito per avere un po’ di considerazione. Tanti usano il proprio corpo illudendosi di non avere conseguenze e invece questo modo di agire provoca in loro delle ferite profonde che poi impedisce loro di vivere relazioni autentiche e sane. Dovremmo aiutare i nostri figli a riscoprire l’importanza del pudore e della castità.

Il pudore non è da confondere con la vergogna. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita. Un ragazzo o una ragazza che ha pudore sa quanto vale e sa quanto vale il suo corpo. Sa che il suo corpo è parte integrante della persona che è e che la sua dignità non può prescindere da come lo custodisce.

La castità esprime a sua volta la dignità della persona. Della propria persona e anche di quella con cui ci relazioniamo. Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Quindi il Papa fa bene a ricordare ogni tanto quanto la nostra dignità e la verità delle nostre relazioni d’amore passino attraverso pudore, purezza e castità. Senza non riusciremo a vivere un amore vero nella nostra vita e anche tutta il nostro amore verso Cristo ne sarà inesorabilmente compromesso. Non si tratta di moralismo ma di imparare ad amare.

Antonio e Luisa

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Jovanotti & JPII

..di Pietro e Filomena – “Sposi&Spose di Cristo”..

Avete presente quando siete in auto e ascoltate la radio distrattamente mentre cercate di parcheggiare tra una smart di traverso e un cassonetto della spazzatura?

Ecco, a parte il fatto che non si parcheggia vicino i cassonetti della spazzatura e neanche vicino le smart (nel secondo caso perché queste spesso occupano 3 posti pur avendo la capienza di un cassonetto)…dicevamo, a parte queste norme stradali: avete presente quando cercate di dire qualcosa di vero e profondo e sentite un pezzo per radio che vi illumina d’immenso?

Ebbene, qualche sera fa, mentre eravamo in una situazione simile abbiamo sentito una canzone di Jovanotti di qualche anno fa che i vecchi come noi certamente ricordano.

Il brano è Capo Horn…abbastanza cacofonico come pezzo, poco melodioso….che ad un certo punto ti spara questa verità:

uno da solo si può fare molto, può fare la pipì, può addormentarsi
può fischiare, può svegliarsi,
può prendere a sassate dei lampioni,
può rompersi i coglioni
a non finire,
può anche farsi a fette ed impazzire;
ma uno con qualcuno che lo ama e che lo stima e che lo guarda con passione
può anche fare la rivoluzione
.

LORENZO CHERUBINI “JOVANOTTI” – CAPO HORN

Boom!!!

Forte eh?

Fortissimo se lo contestualizzi nel nostro mondo occidentale dove domina la mentalità del “mi sono fatto da solo” .

Ma da soli si va più veloce, insieme si va più lontano diceva un saggio (e ora lo cantano anche i “Me Contro Te”).

Grazie Jovanotti, in due parole hai sintetizzato il cristianesimo. Non vi scandalizzate!

Infatti il cristianesimo prima di essere una religione e ancor prima di essere una Fede…è un incontro. Un incontro con un tale di nome Gesù che ti guarda e in quello sguardo tu vedi tutta la stima del mondo, vedi tutta la passione di uno che si gioca la vita per te…vedi tutto l’amore che c’è!

Ed è allora che puoi fare la rivoluzione, ed è allora che puoi

“Prendere in mano la tua vita e farne un capolavoro”

CFR. SAN GIOVANNI PAOLO II

Yeah!

Che forte il buon vecchio Jova, che forte San JPII

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

I quattro cavalieri dell’apocalisse

I quattro cavalieri dell’apocalisse (cit. in Gottman-Gottman, dieci principi per una terapia di coppia efficace) nella relazione di coppia rappresentano quattro atteggiamenti, che se continui e costanti nel tempo, possono far finire il tuo matrimonio in 5-6 anni.

Ricerche scientifiche e studi su tantissime coppie mostrano come il fallimento del rapporto sia dietro l’angolo se CRITICHEDISPREZZO, EVITAMENTO e OSTRUZIONISMO fanno da padroni alle tue interazioni di coppia.

Ma lasciamoci illuminare dalla Parola. Dalla lettera ai Romani di San Paolo 7, 14-25:

 Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato.

In questo brano San Paolo esprime tutto il conflitto del cristiano che sa benissimo quale sia il bene, però continua a fare il male. Il senso di fallimento è dietro l’angolo quando hai ben presente quali sono le coordinate che potrebbero far andare bene le cose, e invece come un citrullo ti ritrovi a fare sempre gli stessi errori. Siamo destinati perciò a soccombere dietro la nostra natura?! Sai qual è il bersaglio, ma continui a mancarlo.

Partiamo dal presupposto che nella comunicazione con l’altro, tutti ogni tanto facciamo entrare qualche “cavaliere”, per cui è impossibile essere perfetti! Anzi diciamo che non è affatto necessario essere perfetti per far si che una relazione di coppia sia felice… Ma descriviamo da vicino questi atteggiamenti: 

CRITICHE: quante volte ti capita di usare la critica per lamentarti di ciò che non ti va. E giù accuse e attacchi all’altro che non fa le cose come vuoi tu, che non soddisfa le tue aspettative. 

DISPREZZO: è l’atteggiamento denigratorio, sarcastico, cinico e a volte sadico con cui colpisci l’altro al fine di mantenere una tua posizione di superiorità e abbassare l’altro disdegnandolo. Serve a mantenere la supremazia del potere, per cui sminuendo l’altro, ti imponi con le tue ragioni. Il problema è che il disprezzo ferisce e colpisce come nessun altro, e a lungo andare intossica l’intimità, fa perdere fiducia e mina il senso di sicurezza e appartenenza reciproco. 

RITIRO ed EVITAMENTO: sono le reazioni tipiche all’attacco dell’altro, per cui devi per forza ribattere e restituire pan per focaccia del tipo: “si però anche tu…”. Oppure mostri indifferenza e silenzio come arma per colpire. 

OSTRUZIONISMO: è il muro di gomma che poni alla soluzione dei problemi. È l’atteggiamento tipico di chi deve mettere i bastoni tra le ruote e ostacola il dialogo o il confronto perché ormai è tardi.

La differenza fra una coppia felice e una infelice non sta nel fatto di non avere mai questi atteggiamenti (perché sarebbe impossibile), ma nella capacità di dialogare e rimediare quando si è fatta la frittata. Una coppia che sta bene, sa parlare apertamente delle cose brutte che succedono e anzi usa quei momenti per crescere nella confidenza e nell’intimità. Mentre la coppia danneggiata mette sotto al tappeto i problemi, e frequenza e intensità dei “cavalieri” sono troppo frequenti, tanto da superare i momenti di sintonia, complicità e gioia.

Cosa ci dice la Parola di Dio attraverso San Paolo? Che non dobbiamo essere perfetti per essere buoni cristiani o buoni mariti, buone mogli; il punto non è sforzarsi di fare sempre la cosa giusta e mazzolarti quando non lo fai. Piuttosto dobbiamo avere il coraggio di trasformare le nostre debolezze nel vuoto umile che Cristo può riempire con la Grazia del suo amore. Quando sei fragile e fai cavolate puoi scoprire la tua creaturalità di figlio e Dio come Padre. Questo non vuol dire che tu sia esente dalla responsabilità di fare la tua parte. Così attingi forza dalla preghiera, dai sacramenti e cresci umanamente se noti delle ferite irrisolte.

Non esitare a chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta se ti accorgi che hai bisogno e che da solo non ce la fai. Come è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica la Grazia presuppone la natura, e quando la natura è ferita da esperienze passate non risolte e non elaborate, questo può ostacolare l’azione della Grazia. L’Amore di Dio non si può misurare né inquadrare in alcun concetto, né si fa fermare dalla nostra natura. Chiediamo sempre a Lui la forza e il coraggio di crescere in quello che può far fiorire le nostre relazioni.

Roberto e Claudia

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Gli anticoncezionali distruggono il desiderio.

Alcuni giorni fa ho pubblicato una riflessione partendo dal romanzo Il gattopardo. Mi sembra importante ritornare su quella riflessione per spiegarla meglio. Dio ha creato l’uomo e la donna. Dio ha creato il corpo dell’uomo e della donna come macchine perfette. Macchine regolate da leggi altrettanto perfette. La donna per questo non è sempre fertile. La fertilità della donna si concentra in pochi giorni, l’ovulazione dura poche ore. Tutto ciò si ripete in un ciclo che si ripete e che dura per tutta l’età fertile della donna. Non è qualcosa che riguarda solo il corpo della donna. Come sappiamo noi siamo corpo e spirito e sappiamo anche che l’uno influenza l’altro.

Questo ci dice due cose: che Dio non ha pensato, come alcuni spiritualisti sostengono, che il rapporto fisico ha senso, ed è cosa buona, solo quando si ricerca una gravidanza (altrimenti Dio avrebbe reso la donna fertile sempre) e che forse dei momenti di astinenza sono necessari. Sono necessari proprio per noi, per la coppia, per nutrire il desiderio. Sono necessari non solo per non concepire figli ma anche per nutrire il desiderio con un’attesa feconda.

Cosa voglio dire con questo? Gli anticoncezionali distruggono il desiderio. Gli anticoncezionali ci educano a soddisfare ogni nostro desiderio sessuale senza nessun vincolo se non la volontà di entrambi di consumare il rapporto. Senza dover mai attendere. Bastano pochi minuti in qualsiasi momento (tanto lei prende la pillola e lui usa il preservativo). Il desiderio non ha tempo di crescere e di alimentarsi con l’attesa perchè subito viene soddisfatto. Sembra magnifico! Il sogno di tutti. Eppure, se ci pensate bene, non è così positivo come può sembrare. Sapete perchè? Perchè cio che discrimina se avremo o no un rapporto è per l’appunto il desiderio. Che non dipende da noi. Diventa solo un istinto e una pulsione. Non siamo noi a decidere. Ciò significa che se il desiderio cala non avremo più rapporti o li avremo molto diradati nel tempo. Non è forse ciò che accade a tante coppie sposate?

Molti vivono il fidanzamento senza farsi mancare nulla, poi si sposano, arrivano i figli, le preoccupazioni, gli impegni e il desiderio piano piano sparisce portando le coppie al deserto sessuale. Ad un’astinenza senza desiderio. La libertà ha distrutto il desiderio. Dire che il desiderio è qualcosa che non controlliamo è vero solo in parte. Sicuramente c’è una parte irrazionale che non dipende da noi, ma è altrettanto vero che noi possiamo alimentare quella parte irrazionale e aiutarla a crescere e a non spegnersi. Come? Con la corte continua. Prendendoci cura l’una dell’altro con gesti di servizio, di attenzione e di tenerezza. Così il desiderio non soddisfatto per alcuni giorni ha il tempo di crescere e di diventare sempre più forte fino a quando non potrà essere soddisfatto.

Capite ora? E’ importante non distruggere gli equilibri della nostra relazione intima. Per questo i metodi naturali non sono equiparabili agli anticoncezionali. Certo i metodi naturali sono impegnativi. Sono impegnativi per la donna, che deve imparare ad ascoltare il proprio corpo, e sono impegnativi anche per l’uomo, che spesso vede andare in fumo tutti i progetti che si era messo in testa per quella serata. Deve controllare il suo desiderio. Però fanno bene alla coppia. Avere tutto subito alla lunga svaluta l’intimità sessuale. Il fatto di dover assecondare dei periodi di astinenza diventa un nutrimento importante per la coppia. Il fatto di dover attendere alcuni giorni aiuta il marito ad amare la sua sposa senza ricevere in cambio una gratificazione sessuale, fa sentire la sposa amata e accresce il desiderio. Perchè il desiderio non soddisfatto si alimenta sempre più fino a diventare piacere e comunione quando finalmente gli sposi potranno vivere il loro incontro intimo.

Periodi di astinenza sono così necessari per far accrescere il desiderio e non far morire la nostra intimità. Possiamo sintetizzare tutta questa riflessione in un’immagine molto attinente con la natura. L’astinenza durante i giorni fertili della donna è paragonabile all’aratura di un campo. Serve lasciar riposare il terreno, non coltivare nulla per un periodo, per preparare il terreno ad accogliere la nuova semina. Serve a noi sposi a prepararci a desiderare di accoglierci nuovamente. L’astinenza dovuta invece alla mancanza di desiderio è per l’appunto come un campo sfruttato male per anni e che perde la sua fertilità. Non vi si può più piantare nulla. E’ diventato un deserto. Così la relazione di tante coppie di sposi.

Antonio e Luisa

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Perchè gridi ?

Leggiamo il Vangelo proposto ieri a Messa :

Lc18, 35-43 Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Vi chiederete perché vi proponiamo per l’ennesima volta la storia del cieco per dire altro : e cioè che la cecità fisica è meno importante ed è solo figura della cecità spirituale ? No, lo sapete già questo, ma c’è dell’altro. Innanzitutto vorremmo considerare il brano evangelico con gli occhi del cieco. No, tranquilli, non era grappa a colazione stamane …. il fatto è che ci riferiamo agli occhi spirituali dell’uomo…. ah….. beh….. allora possiamo continuare.

Per quell’uomo stare ai bordi della strada era normale così anche noi sposi quando seguiamo il mondo ( ma anche noi stessi ) viviamo ai margini della strada della vita, e in fondo una strada vale l’altra per un cieco; e non camminiamo in mezzo alla strada della vita a testa alta, attenti a non sbagliare strada. Ma ecco l’evento : al cieco rispondono che passa Gesù il Nazareno e invece lui lo chiama Figlio di Davide, che equivale al titolo di Messia, colui che il popolo aspettava da secoli, (dai tempi di Mosè ); è iniziato il cambiamento dentro il cuore del cieco, ed infatti comincia a gridare…… cari sposi, quante volte noi abbiamo il coraggio di gridare a quel Gesù che già riconosciamo come il Messia, cioè il Cristo ? Le nostre grida possono essere fatte di preghiere accorate, di rosari sgranati recitando novene, di pianti di fronte al Tabernacolo nel silenzio della chiesa, di ceri accesi ai piedi della Madonna, ….. ogni coppia ha il proprio grido….. l’importante è riconoscere Gesù come Cristo di Dio e riconoscersi bisognosi di Lui e poi…. gridiamo con insistenza come quel cieco, incuranti di quelli che ci vogliono zittire.

Certo che Gesù sa essere anche ironico : cosa vuoi che voglia da te un cieco, caro Gesù ? La risposta parrebbe ovvia, ma Gesù aspetta la risposta del cuore dell’uomo, cioè vuole farci crescere nell’umiltà. Quando ci chiedono testimonianze da sposi, spesso è facile cominciare con l’elenco delle tante e belle cose che facciamo noi come “bravi” cristiani invece di raccontare cosa ha fatto Dio per noi e cosa continua a fare ogni giorno al nostro matrimonio. Pensiamo a questo cieco : la sua condizione lo poneva già in un atteggiamento di umiltà/umiliazione nei confronti degli altri, e la conosceva benissimo perché la viveva sulla propria pelle 24 ore al giorno; non contento di ciò , Gesù gli chiede un’ulteriore prova di umiltà, e cioè di dichiarare davanti a tutti che solo Gesù poteva fare il miracolo e lui era soltanto un pover’uomo….. e dinanzi alla folla. E noi, di fronte alla gente che ci chiede conto, che rispondiamo ? Riconosciamo che siamo dei poveretti e che tutto ciò che gli altri vedono di bello nel nostro matrimonio è Grazia ?

Che fatica riconoscere di essere ciechi senza Gesù ! Cari sposi, mamme e papà, nonni e nonne : imitiamo San Paolo che diceva << ciò che sono lo sono per Grazia ! >>. Gridiamo a Gesù il nostro bisogno di diventare dei santi sposi, santi genitori, santi nonni …… e credete che Gesù faccia orecchie da mercante ?

Coraggio sposi, gridiamo insieme a Gesù, incuranti di chi ci vuole zittire …. perchè gridi ? perchè ho bisogno che Gesù mi guarisca !

Giorgio e Valentina.

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Una donna perfetta chi potrà trovarla?

Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino alle porte della città.

Libro dei Proverbi 31,10-13.19-20.30-31

La prima lettura di ieri merita un approfondimento. E’ una bellissima lode alla donna. Questo articolo non vuole mettere sulle spalle della donna un peso troppo grande. Il mio intento è quello di manifestare la bellezza della donna di cui ho potuto fare esperienza meravigliosa nella mia sposa. Noi uomini abbiamo un compito altrettanto bello e impegnativo. Oggi però, provocato dal Libro dei Proverbi, desidero soffermarmi su quella creatura meravigliosa che è la donna.

La donna perfetta? Esiste! Non perchè sia davvero perfetta. Come tutte le creature, anche nostra moglie ha imperfezioni e lati di lei che non sono amabili e belli. Tutti abbiamo i nostri limiti. Li abbiamo noi mariti e li hanno anche le nostre mogli. E allora cosa è la perfezione? Non è neanche la bellezza fisica. Sicuramente siamo stati affascinati dalla bellezza di nostra moglie, quando l’abbiamo scelta come compagna per la vita, e ancora lo siamo perchè, nonostante gli anni che passano, l’amore che è cresciuto tra noi permette di vederci belli di una bellezza che è solo nostra. Non basta però. La bellezza fisica, come afferma la Bibbia, passa e poi cosa resta?

Ciò che è davvero importante, che ci può dare la certezza di avere avuto in dono una moglie meravigliosa è data dalla sua fede. Certo anche una donna non praticante e che si dichiara atea può essere nei fatti capace di farsi dono e di amare davvero. E’ altrettanto vero però che se scegliamo una sposa che ha una relazione d’amore con Gesù e che è capace di abbandonarsi a Lui, stiamo promettendo amore a chi certamente sarà capace di donarcelo a sua volta. Diceva san Francesco Com’è possibile che gli uomini possano amarsi se non amano l’Amore?. Il significato di questo passo biblico è sintetizzato in questa breve riflessione del santo. Analizziamo ora ogni frase nel dettaglio.

Ben superiore alle perle è il suo valore. L’amore è ciò di cui siamo costituiti. L’amore è ciò che desideriamo più di ogni altra cosa. Amare ed essere amati. Nulla di materiale può darci la stessa gioia.

In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Di una donna così ci si può fidare. Nei momenti in cui facciamo fatica possiamo trovare in lei un sostegno, una persona capace di farsi prossima e di vestire i nostri panni. Una persona che non giudica, ma ama perchè lei stessa si sente l’Amata da Dio.

Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Non significa che sarà ogni giorno perfetta. Anche lei ha i suoi momenti difficili o di sclero. Significa che la relazione con lei ci permette di vivere quella gioia che già in Genesi viene espressa così bene da Adamo: Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta. La felicità viene proprio dalla nostra somiglianza differente, dalla nostra pari dignità che non è uguaglianza o appiattimento ad una indistinzione di genere. Lei è bella e ci fa felici proprio perchè è donna. E’ donna nel corpo ed è donna nella sua sensibilità e nel suo modo di vivere e di relazionarsi con noi. Il suo solo essere, differente e complementare al nostro, diventa già fecondo perchè permette di generare sempre più distintamente e perfettamente l’uomo che c’è in noi.

Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. La moglie perfetta è quella capace non solo di generare ma anche di costruire. Capace di tessere. Tessere non è solo un lavoro che viene associato alla donna. C’è molto di più. Chi tesse è anche Dio. Dio è il tessitore per eccelenza. Come un tessitore hai arrotolato la mia vita (Is 38,12). Dio tesse le trame. Così la donna. Riesce a prendere i vari fili della relazione, della famiglia, dei figli, della vita in genere ed è capace di mettere tutto in ordine. Io tante volte sono rimasto sorpreso dalla saggezza di mia moglie. Mi ha aiutato a vedere la realtà come io non riuscivo. Mi ha aiutato a leggere determinate situazioni con una chiarezza che io non avevo. Riesce a tenere insieme tutto, il suo essere moglie, madre, lavoratrice. Naturalmente non vale solo per la moglie. A volte siamo noi mariti a dare un aiuto alle nostre spose. Certamente è un arricchimento per tutti.

Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. La moglie perfetta è capace di accogliere il marito proprio quando quest’ultimo è povero. Proprio quando ha poco da dare. Per me è stato così. Mi sono sentito più amato da Luisa proprio quando me lo meritavo meno.

Antonio e Luisa

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Il talento dell’amore

Il Vangelo di oggi ci presenta la parabola dei talenti. Prendo spunto da una vecchia omelia del mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto .

Perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici, pagava la decima e partecipava alla vita religiosa era a posto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava ai farisei e ai dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio, che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Certo poi il talento si concretizza attraverso le nostre abilità e doti ma il talento è prima di ogni altra cosa l’amore. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così, mettendoci in gioco, riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono.

Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza farà la fine di quel servo. Chi vive così, al risparmio,  sotterra la sua capacità di amare e si accontenta di sopravvivere, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi.

L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, è anche quello che, se non ha grossi impedimenti, e in accordo con la sua procreazione responsabile,  non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più.

L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così, più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà, di proprietà, e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a dissotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Un’ultima precisazione mi sembra doverosa. Perchè ad alcuni viene dato un solo talento ad altri 5 e ad altri 10? Quello che ne prende solo uno è sfortunato e meno amato da Dio? Nulla di tutto questo. Gesù ci vuole solo dire che ognuno è diverso e viene riempito in pienezza, fino all’orlo di ciò che può contenere. Poi ricordate che anche solo un talento è una cifra enorme. Un talento equivaleva a 34 kg di argento (qualcuno dice di oro). Equivaleva a 30 anni di paga di un lavoratore del tempo.

Antonio e Luisa

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Il Gattopardo nasconde un inno all’amore (vero)

Chi non ha mai sentito nominare il Gattopardo? Chi tra noi ha qualche anno in più credo abbia ben in mente la bellezza di Angelica, la protagonista femminile, interpretata, nella trasposizione cinematografica, da una meravigliosa e giovane Claudia Cardinale. Il gattopardo è soprattutto però il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Romanzo uscito nel 1958. Nel testo possiamo imbatterci in alcuni dialoghi che raggiungono livelli davvero alti, di grande profondità. Una profondità di pensiero figlia di una saggezza popolare, più che di una cultura da intellettuale da salotto. Voglio riprendere proprio un passaggio del romanzo perchè nasconde nelle sue pieghe una piccola perla da cogliere e meditare, da soli e in coppia. Una descrizione molto poetica di ciò che siamo e come l’amore abbia delle sue leggi che vanno oltre i nostri impulsi ed istinti.

Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore.

Queste parole sono un pugno nello stomaco verso la nostra società edonista e narcisista. Dove c’è un’idea malsana di verità e di libertà. Dove non abbiamo più freni, non siamo più capaci di controllare i nostri appetiti e non siamo più capaci di fedeltà e di sacrificio. Narcisisti e fragili. Certo non voglio generalizzare, ci sono ancora tanti uomini e tante donne che vivono l’amore cercando di donarsi sinceramente l’uno all’altra, ma non è il pensiro più comune, o comunque non è quello più rappresentativo mediaticamente. Per questo non riusciamo più ad essere felici. Perchè quando si vive tutto in questo modo bulimico poi le relazioni perdono di fascino e il desiderio finisce. Perchè avere tutto senza fatica non ci permette di dare il giusto valore alle cose. Ed è così che la contraccezione ci ha in realtà liberati si, ma liberati dal desiderio. Sono sempre di più le coppie di sposi che dopo pochi anni di matrimonio non fanno più l’amore. Quindi ci si lascia o ci si tradisce. Perchè in realtà non amiamo l’altra persona ma siamo innamorati dell’emozione che proviamo. L’altro/a, quindi, possiamo tranquillamnete cambiarlo quando non fa più al caso nostro.

Rileggete le parole dell’autore. Racconta tutto un altro modo di relazionarsi e di vedere l’altra persona. Che non è mezzo ma è fine del nostro amore. Parole che sono poesia ma soprattutto sono vere: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto. Come non pensare al fidanzamento vissuto nella castità? Il desiderio non finisce ma al contrario si continua ad alimentare proprio perchè non realizzato. Un desiderio che cresce fino al giorno delle nozze quando finalmente nel dono totale ci si può abbandonare anche all’amplesso che è immagine dei due cuori degli sposi fusi in uno. Come il loro corpo che diventa uno. La prima notte di nozze diventa così non qualcosa di già vissuto ma una novità che rappresenta l’inizio di una nuova vita e di un legame indissolubile. E poi: dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore. Che belle parole per descrivere i metodi naturali. Queste parole si sposano perfettamente anche con l’attesa feconda di chi fa la scelta dei metodi naturali. Quello stimolo, quel desiderio che diventa rinuncia perchè non possiamo accogliere completamente l’altra persona in tutta la sua fecondità e per questo siamo disposti ad attendere quando potremo farlo. Così la rinuncia diventa gesto di vero amore e l’attesa diventa nutrimento per il nostro desiderio di ritrovarci uno.

Per questo la via cristiana, quando vissuta fino in fondo, senza sconti o scorciatoie, di solito permette di conservare l’amore e il desiderio dell’uno verso l’altra. Questa è la libertà vera: saper rinunciare per un bene più grande. Saper rinunciare, perchè no, anche per un piacere più grande.

Antonio e Luisa

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“E vissero Felici…e Differenti.”

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”..

“Tesoro, vuoi sposarmi?”

“Oh, caro! Quanto ci hai messo a chiedermelo!!!”

Si abbracciarono, si baciarono e qualche mese dopo  si sposarono e vissero Felici e……..

No.

La loro vita fu davvero molto difficile, soprattutto quel giorno in cui lei voleva andare a comprare una borsa e lui avrebbe voluto guardarsi la partita in TV.

Litigarono molto quel giorno…

si scagliarono fulmini e saette, parole pesanti e alla fine lui rimase immobile sul divano a fare zapping all’infinito e lei a piangere in bagno.

Lui prima del matrimonio era convinto che avrebbe trovato in lei…chennnesò…”non dico una donna con cui parlare di calcio tutti i giorni, ma almeno una che non mi rompesse troppo durante le partite dalla serie A alla serie Z…della Champions, della Coppa, della Supercoppa, della sottocoppa, ecc….”

Lei prima del matrimonio era convinta che avrebbe trovato in lui…chennnesò…”non dico una migliore amica con cui passare tutti i giorni a fare shopping,  ma almeno qualcuno con cui dedicarsi piacevolmente allo shopping il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica mattina (domenica pomeriggio libero per fare una passeggiata in centro”).

Quel giorno litigarono molto…si erano delusi a vicenda.

E pensare che il mese precedente, quando si erano sposati, avevano immaginato che le cose sarebbero andate molto, molto diversamente.

Già, perché a vari livelli tutti siamo più o meno convinti che il coniuge debba somigliarci in qualche modo…

che l’anima gemella debba essere gemella della mia anima…cioè, in altre parole, l’altro deve essere uguale a me…un alterEGO.

Dicono in televisione che questa dovrebbe essere la fonte della felicità coniugale. Ma, lo sappiamo, non lo è. E La Tv non dice sempre la verità.

Già, perché il matrimonio non si fonda sulla somiglianza dei coniugi…

E allora?

E allora tuo marito non potrà mai corrispondere all’idea di migliore amica che hai nella testa, ovvero ad una psicologa-estetista-parrucchiera-un po’ romantica e un po’ avventuriera…eccc…ecccc..ecccccccc…Infatti:

  • Lui non potrà mai capirti fino in fondo: è tuo marito, non è un interprete di lingua aliena…
  • Lui non potrà mai entusiasmarsi fino alle lacrime per un paio di scarpe: è  tuo marito, non è #barbie…

E allora tua moglie non potrà mai corrispondere all’idea di migliore amico che hai nella testa , ovvero ad uno che non ti rompe, che non ti rompe e ancora non ti rompe e ancora non ti rompe…eccccccc….Infatti:

  • Lei non potrà mai capirti fino in fondo: è tua moglie, non è un’interprete di alfabeto Morse.
  • Lei non potrà mai capire come funziona il fuorigioco: è tua moglie, mica #sandrociotti…

E allora?

E allora siete e sarete sempre diversi l’uno dall’altra. Siete e sarete sempre due persone distinte. Siete e sarete sempre due persone, appunto, non una.

In altre parole la vita di coppia può essere distrutta dalle inevitabili differenze tra marito e moglie, oppure si può nutrire e può arricchirsi proprio con quelle differenze costitutive esistenti tra l’uomo e la donna.

L’altro non l’hai sposato affinché potesse farti felice, potesse appagarti, potesse soddisfarti…l’hai sposato per donarti e per accoglierlo così…proprio così com’è: ed è, inevitabilmente, differente da te.

E allora….vissero FELICI…e DIFFERENTI.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (2 parte)

Proseguiamo con l’intervista a don Andrea Mardegan che continua a raccontarci qualcosa del suo libro e, attraverso di questo, della Santa Famiglia. (qui la prima parte)

Avrei desiderato sicurezza e silenzio di preghiera. Invece ci furono freddo e preoccupazione. Ma il mio Signore ci donò pazienza nell’ansietà, silenzio nella confusione e l’amore tra noi due e per il bambino in mezzo all’indifferenza della gente. Altro tema fondamentale che si può leggere nelle parole di Maria. Maria capisce che la Grazia di Dio non è una magia che cambia ciò che ci circonda, ma è una forza che cambia il nostro cuore. Le difficoltà restano ma Dio dà la forza per affrontarle. Un suo commento su questa riflessione.

Grazie anche per questa domanda, molto profonda. Immergendomi nella storia d’amore di Maria e di Giuseppe, come ce la presenta il Vangelo e la tradizione della pietà popolare, che mi hanno offerto la cornice degli avvenimenti nei quali ho tentato di immaginarmi stati d’animo, sentimenti, reazioni interiori, dialoghi, gioie e dolori, fatiche e speranze di Giuseppe e di Maria, mi sono accorto, con maggiore ampiezza e consapevolezza, delle notevoli difficoltà che hanno dovuto affrontare. Non solo quelle esterne che conosciamo dai Vangeli, anche se ammorbidite dallo stile essenziale e discreto delle fonti che risalgono come origine evidentemente a Maria e a Giuseppe, e degli evangelisti, ma soprattutto quelle interiori, il disagio di non poter dire la loro condizione, il timore di un futuro incerto e minaccioso e quelle non raccontate o solo accennate: le maldicenze che non li risparmiarono di certo, la povertà, e altro ancora. La provvidenza di Dio non ha risparmiato loro difficoltà e sofferenze. Tutto ha avuto comunque un risvolto di custodia e di difesa del figlio di Dio e di sua madre, e del loro mistero. Da loro possiamo imparare e soprattutto da loro possiamo ricevere conforto e aiuto nelle vicende della storia e in quelle personali quando non coincidono con i nostri desideri o i nostri sogni: l’aiuto dell’intercessione per la Grazia di cui tutti abbiamo immenso bisogno per vivere da figli di Dio le circostanze della nostra vita, in particolare le vicende del matrimonio e della famiglia.

Lo osservai teneramente e gli chiesi: “Che fai?” Giuseppe si voltò verso di me e mi guardò con un amore infinito. Mi rispose: “Niente, guardavo le stelle del mattino e pensavo a te”. E sorridendomi mi invitava a volgere lo sguardo a quella luce solitaria e meravigliosa nel cielo, dove l’oscurità stava per lasciare spazio all’aurora. Ci abbracciammo. Sentimmo fortissima la presenza dello Spirito Santo. Questo affresco mi ha trasmesso un grande senso di tenerezza. Giuseppe e Maria sono vergini ma questo non significa che tra loro non ci fossero manifestazioni di affetto e tenerezza. Quanto è importante riscoprire questo aspetto della coppia santa? Questa dimensione affettiva può farli sentire più vicini agli sposi cristiani? La tenerezza è un vero linguaggio dell’amore degli sposi? La mancanza di tenerezza indica una povertà anche spirituale?

Nella nostra fede sappiamo e custodiamo le verità del matrimonio verginale di Giuseppe e di Maria, e l’attenzione nel difendere questa verità, difficile da spiegare, può dare ragione della reticenza a immaginarsi e a parlare dell’unione spirituale e anche della vicinanza di tenerezza della madre di Dio e del suo sposo. Ma penso che possa essere molto utile, soprattutto in questo nostro tempo, immaginarsi la profonda unione degli sposi Maria e Giuseppe pur senza mettere in dubbio quella verità della fede. L’intimità che scaturisce dalla vicinanza, dal dialogo, e dai gesti di tenerezza di coloro che il vangelo di san Luca chiama “i genitori” di Gesù, perché così erano ritenuti e di fatto come tali vivevano il loro compito educativo, può aiutare gli sposi di oggi, e i fidanzati che si preparano al matrimonio. Siamo forse stati abituati dalla liturgia che festeggia prevalentemente Maria e Giuseppe in modo separato, così come in tante immagini sacre e dalla devozione popolare,  a rivolgerci all’uno o all’altra, singolarmente. Anche i libri di spiritualità o i documenti del Magistero sono su Maria o su Giuseppe, e limitano abitualmente a pochi cenni la presenza dello sposo Giuseppe o della sposa Maria nella vita dell’altro.  Il matrimonio verginale di Maria e di Giuseppe è evidente che sia stato accompagnato da grandi doni di Dio, grazie ai quali si può pensare che abbiano vissuto vissuto la tenerezza come espressione molto umana e tanto necessaria dell’amore reciproco e del suo svilupparsi. La tenerezza è dimensione che negli ultimi decenni è diventata oggetto di studio non solo delle scienze umane ma anche della teologia e della pastorale. Penso ai libri di Carlo Rocchetta e di altri autori. Papa Francesco la cita spesso come virtù che manifesta la carità, anche in Amoris Laetitia, e la attribuisce a san Giuseppe fin dall’omelia del 19 marzo 2013, giorno in cui ha iniziato ufficialmente il suo Pontificato. Scoprire che la coppia santa, Giuseppe e Maria, si è scambiata gesti di tenerezza, la fa uscire da un’aura di spiritualismo disincarnato in cui la devozione può averli collocati, e che non si spiega, anzi appare proprio in contrasto, con il loro stare insieme ed essere sposati proprio per dare accoglienza, calore, affetto e famiglia all’Amore di Dio che si è incarnato nel grembo di Maria, ed è stato accolto dalle braccia di Giuseppe. Penso che vedere la tenerezza con cui Giuseppe e Maria si trattavano può aiutare molto gli sposi cristiani a sentirli più vicini a sé, e a coltivare questo linguaggio tra loro, che può tanto contribuire a rafforzare l’amore manifestandolo nella tangibilità dei gesti che arricchiscono l’anima e rendono amabile il cammino della vita. La tenerezza richiama le prime esperienza di vita: il grembo materno e il seno che ci ha allattati. Si esprime e si manifesta in mille modi, nella cura dell’arredamento di una casa come di un ufficio o una città, nella musica, nei colori, nel tono e nel contenuto delle parole, in uno sguardo e in un sorriso, nei profumi. Attraverso il senso del tatto però ha forse il suo luogo principale di espressione. Mi colpì, leggendo il saggio, ormai classico, “La temperanza” del filosofo tedesco Joseph Pieper, come metteva in evidenza che il senso del tatto, secondo san Tommaso, e anche Aristotele, abbia un ruolo di eccezionale importanza e di fondamento degli altri sensi esterni, e che l’essere umano, nel mondo animale, sia la creatura dotato del senso del tatto più raffinato ed elevato, e anche che la bontà del senso del tatto è collegata alla profondità dell’intelligenza e della sensibilità di una persona. D’altra parte se riflettiamo sul fatto che la persona umana sia spirito incarnato, tutt’uno anima e corpo, comprendiamo che l’amore abbia bisogno di manifestarsi corporalmente attraverso la tenerezza, e che l’amore spirituale venga accresciuto e alimentato dalla sua espressione e comunicazione, anche attraverso la tenerezza dei gesti, delle parole, dei suoni, dei sapori, dei colori e dei profumi.

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Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore. (1 parte)

Oggi la prima parte di un articolo speciale. Vi parlerò del libro Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore edito da Paoline. Un libro scritto da un sacerdote, don Andrea Mardegan, che ha provato a vestire i panni di Giuseppe e a raccontare in prima persona le vicende della Santa Famiglia. Ne esce un quadro molto normale e dolce dove Maria e Giuseppe, nella loro quotidianità, vivono le ansie, le paure, le gioie di tutte le famiglie. Possiamo riconoscerci in loro e ritrovare tante dinamiche che contraddistinguono anche la nostra famiglia. Un amore tenero e vero. Ho fatto alcune domande all’autore. Ve ne riporto le risposte.

Nell’abbracciare Maria capivo che mi perdevo in lei: in qualche misura era come morire alle mie paure, alla mia preoccupazione…. Rinascevo all’amore. Questo passaggio mi ha colpito particolarmente. Giuseppe e Maria non erano due individualità. Giuseppe e Maria come tutti gli sposi traevano forza l’uno dall’altra, dal noi generato con il matrimonio. Quanto è importante cercare la santità dentro la nostra vocazione matrimoniale e non fuori da essa? Come Maria e Giuseppe possono essere per noi sposi esempio e guida in questo? Quanto è importante riscoprire Maria non solo come madre di Gesù ma anche come sposa di Giuseppe?

E’ molto importante per gli sposi sapere e riscoprire che proprio il matrimonio è la loro via ordinaria di santificazione. Questa parola potrebbe far pensare in primo luogo a un aspetto negativo, cioè all’occasione per offrire a Dio ciò che è faticoso e chiedigli aiuto per portarlo avanti, in realtà andrebbe colta soprattutto in senso positivo: il matrimonio dà la grazia per l’aiuto reciproco che i coniugi si offrono e si donano, e per il sostegno, la comprensione, la condivisione, la forza che dà affetto donato e ricevuto. A mio parere è molto importante che gli sposi cristiani abbiano oggi modelli di coppie a cui ispirarsi per vivere il loro amore reciproco con intensità e bellezza, sapendo trovare nell’altro il rifugio, la forza, le risorse per vivere accolti, accompagnati e avvolti dall’amore del coniuge, il proprio cammino. Ci sono coppie che si conoscono e che costituiscono un esempio, altre le stiamo vedendo elevate addirittura agli altari o in via di beatificazione. Spesso diciamo o sentiamo che la Sacra Famiglia è modello per le famiglie, penso che dobbiamo saper dire anche che Giuseppe e Maria, come sposi, sono modello per l’amore reciproco tra gli sposi. Maria e Giuseppe possono essere esempio e guida per gli sposi, nella conoscenza che gli sposi possono avere di loro attraverso il Vangelo e la propria vita contemplativa. Gli sposi vanno incoraggiati a sostare sulle pagine del Vangelo ed ad entrare nella casa di Nazaret, in quella di Betlemme e d’Egitto, ed ad entrare nel cuore di Maria e di Giuseppe per chiedere loro come vivevano tra sposi, come si aiutavano, come risolvevano i problemi, come dialogavano, e domandare loro qualunque cosa si desideri domandare. Con il mio libro “Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore”, Paoline 2019, (giunto nell’ottobre 2020 alla terza edizione) non intendo esaurire le possibilità di riflessione immaginativa e contemplativa sulla vita di Giuseppe e di Maria, e sul loro cuore, ma indicare una strada. Poi gli sposi, personalmente o insieme potranno proseguire nella loro conoscenza personale e nell’amicizia con Giuseppe e con Maria, e scoprire molte altre cose che li potranno aiutare. Dovranno interpellarli. E’ importante scoprire Maria come sposa di Giuseppe perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente.

Non va dimenticato, fra l’altro, che Giuseppe e Maria sono anche modello di educatori, per l’azione che hanno svolto con Gesù Bambino e adolescente.

E fu l’Amore stesso a farmi capire  che poteva vivificare qualsiasi altro amore umano nella mia vita. Così ora quell’Amore a cui mi sono donata mi ridona un amore indicibile per te, mio sposo. E un desiderio di donartelo continuamente, ogni giorno. Maria dice qualcosa di fondamentale. Per amare Giuseppe ha bisogno di Dio. Senza l’Amore sarebbe troppo povera per amare un uomo. Quale insegnamento possono trarre gli sposi di oggi dalle parole di Maria?

Un aspetto che metto in evidenza nel libro, è proprio il fatto che l’amore degli sposi non sia in contrasto con l’amore di Dio, ma piuttosto se ne alimenti. L’amore di Dio è come l’origine, l’ambito, e il fine nel quale nasce e cresce l’amore degli sposi. Penso che sia molto importante sottolineare questa consonanza e interazione tra gli amori della nostra vita. Per gli sposi è importante sapere che nell’amore di Dio possono trovare sempre le energie spirituali per far rinascere il loro amore reciproco, passando anche attraverso il perdono, la pazienza, il ricominciare. Queste dimensioni, frequenti nel rapporto tra gli sposi, non le ho citate nel mio libro nel rapporto tra Giuseppe e Maria, perché non riesco a immaginarmi contrasti o divisioni tra loro. Sono solo riuscito a mettere nel racconto qualche divergenza di programmi, che poi si sono sciolte con il dialogo e con la preghiera di Maria e le ispirazioni dello Spirito Santo. Invece è stato più facile mettere in evidenza la totale consapevolezza che la capacità di amare viene da Dio, anche nel caso di Maria. L’infinito amore di Dio che abita nel cuore di Maria ingloba nella sua potenza anche l’amore per Giuseppe. Possiamo pensare che faccia parte delle “grandi cose che ha fatto in lei l’Onnipotente”, che lei stessa cita nel Magnificat.

Antonio e Luisa

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Ordini eseguiti, capitano !

Il Vangelo di oggi tratto dal capitolo 17 di Luca : In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

La parte che ci interessa è solo l’ultima frase. Certo……. qualcuno avrebbe da ridire sul padrone della parabola, il quale non dice neanche grazie al suo servo oppure sul fatto che Gesù ci etichetti come “servi inutili, sembra scortese . Ma non è qui il fulcro della parabola ; non dobbiamo pensare la parabola dalla parte di Dio, rappresentato dal padrone, ma dobbiamo guardarla dal nostro punto di vista. Perchè? Per il semplice fatto che Dio non ha bisogno di cambiare, non è Lui che ha bisogno di convertirsi, siamo noi che dobbiamo imitare il servo della parabola e semplicemente eseguire gli ordini.

Semplice, no ? A dirlo sì, ma….. quali sono gli ordini che abbiamo ricevuto ? E chi ci ha dato ordini ?

Innanzitutto, prima di capire gli ordini , è necessario che noi tutti ci domandiamo se vogliamo essere servi, e servi di chi? Ma anche….. perchè se servi, proprio inutili ? Non poteva Gesù essere un po’ più carino ed almeno classificarci tra i servi utili ? Va bene che non dobbiamo montarci la testa dinanzi a Gesù, ma se si fosse sbilanciato almeno con “servi utili” avremmo un pizzico di entusiasmo in più ….. parrebbe che Gesù non abbia studiato psicologia dei motivatori….. ma vediamo un po’ di addentrarci nella riflessione.

Gli sposi devono decidere , ciascuno per conto proprio e poi insieme se vogliono essere servi di un padrone un po’ sui generis come Gesù ; ogni soldato che scende in battaglia affronta il nemico con più ardore ed impeto se ha un capitano che è pluridecorato con medaglie al valore militare, e si sente orgoglioso di appartenere a quell’esercito. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo guardare le medaglie al valore del nostro Capitano…. Gesù non ci ha forse dimostrato il suo amore per noi andando Lui sulla croce al posto nostro ? Morendo per noi ? Vi sembra sufficiente come medaglia al valore?

Bene… quindi abbiamo già capito da che parte schierarci….. servi equivale a dire soldati che fanno il proprio dovere. Il Capitano ci ha dato alcuni ordini nel Vangelo, alcuni esempi : pregate incessantemente per non cadere in tentazione…… amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi….. ecc….

Nel matrimonio significa imitare il nostro Capitano nella quantità dell’amore, e cioè fino a dare la vita stessa…. costi quel che costi…. senza fermarci di fronte agli ostacoli, le paure, le tentazioni, i difetti nostri e quelli del nostro coniuge, sempre pronti a rialzarci come ha fatto Gesù che è caduto, sì, sotto il peso del legno della crocce, ma…… si è rialzato perchè voleva andare fino in fondo lottando contro il proprio corpo che era straziato, Lui voleva salirci su quella croce e l’ha fatto.

E noi ? Non vogliamo imitare il nostro Capitano ? Che facciamo quando cadiamo sotto le nostre croci ? Ci rialziamo con la sua forza o ….. ?

C’è da stirare ? Facciamolo senza troppi lamenti . C’è da lavare ? Facciamolo. C’è da accompagnare la moglie, la suocera, il marito, i figli ? Facciamolo. C’è da cucinare ? Facciamolo. C’è da riparare un elettrodomestico, c’è da tinteggiare casa, c’è sempre qualcosa da fare ? Facciamolo. C’è da pregare ? Facciamolo. C’è da fare il digiuno il venerdì ? Facciamolo.

Facciamolo ma senza preoccuparci del rating, del profitto, dell’audience, della ricompensa. La nostra ricompensa è già essere servi di un Capitano che ha dato la sua vita per noi, per te, per me.

Coraggio sposi…. servi dell’amore e della vita. Evviva i servi inutili !

Giorgio e Valentina.

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Lasciarsi amare

L’amore nella nostra formazione cristiana è spesso stato presentato come la meta del cammino, “imparare ad amare” sembra essere la strada maestra da seguire, come se dovessimo pian piano migliorarci per poter arrivare ad amare veramente, ad amare come Dio. «Vorrei saperti amare come Dio…»

Un po’ come se occorresse miscelare tra loro una buona dose di vita sacramentale, due manciate quotidiane di preghiera e abbondante impegno, per poter via via salire di livello nell’amore.

È così che frequentemente abbiamo purtroppo confuso il cammino cristiano con il perfezionismo.

Stringiamo i denti e ci proviamo. Se le cose vanno benino per un po’, ci gonfiamo di orgoglio. Quando poi inesorabilmente, nonostante tutti i nostri sforzi, ci ritroviamo al punto di partenza a fare i conti con le nostre solite debolezze, finiamo per avvilirci e sentirci da “buttare via” perché il traguardo sembra irraggiungibile e sproporzionato rispetto alle nostre forze.

Capita allora di sentirsi dire che non siamo noi a dover amare, ma che dobbiamo lasciarci amare: “lasciati amare da Dio”.

Ricordo che da ragazzo questa frase mi faceva parecchio arrabbiare: “ma come cavolo si fa a lasciarsi amare da Dio?”  La risposta poi, mi faceva incavolare ancora di più perché più o meno era sempre la stessa: “accorgiti dei doni che Dio ti fa, cura la tua vita di preghiera, ricevi regolarmente i sacramenti, cerca di seguire i comandamenti…” insomma, in pratica riprendere col cammino di auto-perfezionamento di cui sopra.

Con gli anni ho capito che la cosa in sé ha il suo senso, è vero, il cuore della nostra fede è lasciarsi amare, accogliere l’amore di Dio, ma non è facendo un insieme coordinato di atti cristiani che mi ritroverò un giorno a sentire concretamente l’amore di Dio. La prospettiva è un’altra.

Attraverso la teologia del corpo abbiamo scoperto come in realtà, l’amore non è un traguardo, ma sta all’origine della nostra vita, è il fondamento della nostra fede. Siamo redenti, siamo salvati, siamo amati, si tratta veramente di accogliere questo amore e di lasciarsi trasformare.

Ma veniamo al dunque, accogliere, accettare di ricevere, non è cosa facile. In ciascuno di noi dopo il peccato originale c’è come una stortura, un difetto di fabbrica che ci spinge a voler fare da soli, a voler raggiungere, a voler meritare tutto compreso l’amore. Nessuno accetta facilmente di lasciarsi amare gratis.

La sappiamo bene, lo vediamo su noi stessi anche quando banalmente qualcuno ci invita a cena: sempre ci sentiamo in dovere di portare qualcosa una pianta, un dolce, una bottiglia di vino. Vogliamo essere slegati, autosufficienti, non ci sta bene avere i conti aperti con gli altri, avere un debito con qualcuno.  

Con Dio è più o meno lo stesso, siamo stati educati a dover fare cose per Dio, non ci viene naturale accoglierlo e riconoscerlo. E allora come lasciarsi amare? Come sperimentare il suo amore?

Non possiamo essere superficiali, non esistono ricette! Di certo però, non credo sia un’esperienza che possiamo fare stando seduti comodamente in divano a ragionare su Dio.

Possiamo sperimentare il suo amore quando abbiamo le mani libere, quando non difendiamo più niente…

Spesso, almeno per me è stato così, ti lasci amare quando incontri la crisi, il dolore, quando le tue sicurezze vengono meno, quando la terra ti frana da sotto i piedi e il tuo cuore grida a Cristo. 

Quando ti abbandoni, smetti di agitarti per stare a galla e abbracci la tua croce ovvero quella situazione difficile che hai davanti e dalla quale ti stavi difendendo. Quando accetti di entrare in quella morte insieme a Lui e dopo un tempo di passione, scopri che in quella morte Lui ti ha portato alla vita.

È un’esperienza che si comprende a posteriori: eri morto e ti ritrovi vivo. È un’esperienza pasquale.

È così, credo, che ci è dato di scoprire il Suo volto e di commuoverci perché incondizionatamente amati.

È dopo questo tipo esperienza che possiamo iniziare a scorgere nella Parola di Dio, il volto e lo sguardo amorevole di colui che ci ha tirato fuori dalla morte e vuole donarci vita.

È dopo questo incontro che la nostra vita sacramentale e di preghiera, può cessare di essere perfezionismo e diventare relazione.

È dopo aver sperimentato il suo amore che salva e non ci molla che possiamo capire un po’ meglio cosa significa “lasciarsi amare”.

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/11/lasciarsi-amare/

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Non lasciamo che manchi l’olio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.”

Matteo 25, 1-13

Questa parabola è sicuramente interessante e anche un po’ stravagante. Perchè dieci vergini. Come è venuto in mente a Gesù di tirar fuori un esempio tanto bizzarro? In realtà un ebreo del tempo non avrebbe trovato nulla di strano. Bisogna infatti conoscere le usanze degli ebrei di quel tempo. Ci troviamo in un contesto sponsale. La sera delle nozze lo sposo raggiunge la casa dove la sposa lo sta attendendo nella stanza nuziale. La raggiunge accompagnato in corteo dai parenti e amici maschi che illuminano l’oscurità con le fiaccole. Raggiunta la casa saranno accolti da quelle che oggi chiameremmo damigelle. Ragazze vergini della famiglia della sposa. Quindi tutti insieme, uomini e donne, raggiungono l’alcova dove i due promessi consumeranno le nozze in intimità. Così avrà inizio la festa nuziale che durerà alcuni giorni.

Cosa può insegnare questa parabola a noi sposi? Semplicemente che il matrimonio va preparato. Significa che è importante mettere da parte l’olio. Il matrimonio è una relazione che ci chiede di amare senza risparmiarci. Una relazione, come ho avuto modo di dire tante volte, sacra, che appartiene a Dio e che manifesta attraverso gli sposi l’amore di Dio. Per questo è importante mettere da parte l’olio. Per non farci trovare impreparati. Certo c’è la Grazia di Dio che ci viene in aiuto, ma serve anche il nostro impegno e la nostra volontà.

Come possiamo fare quindi noi sposi per mettere da parte l’olio in piccoli vasetti che poi ci verranno utili durante gli anni di matrimonio? Dobbiamo imparare a donarci senza chiedere nulla in cambio, dobbiamo imparare a non essere teneri solo quando siamo appagati sessualmente, ma impare ad esserlo sempre, facendo diventare l’amore tenero un vero stile di vita. Dobbiamo imparare ad affidarci a Gesù nella preghiera. Dobbiamo imparare a non affidarci solo al sentimento e alla passione ma decidere ogni giorno di donarci l’un l’altra. Imparare insomma ad essere capaci di amore gratuito e incondizionato.

Solo così quando nel nostro matrimonio ci saranno periodi di tenebra non resteremo senza olio e potremo comunque illuminare la nostra vita alla luce dello Sposo, alla luce di Gesù. Questo ci permetterà di entrare nella stanza nuziale insieme allo Sposo e di non perderci nelle tenebre.

Antonio e Luisa

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La Genesi racconta come siamo fatti.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti.

Adamo ed Eva, come sapete, ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono, non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda.

Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora? Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che, di fronte all’amore di Dio, provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone.

Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio. Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo.

Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza, ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione.

E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito.

Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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“Portate i pesi gli uni degli altri”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

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“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Innamorati fino alla fine

Il matrimonio è per tutta la vita. Quando ci sposiamo questa è una delle certezze del matrimonio cristiano. Ci sposiamo promettendoci il per sempre. Siamo altrettanto convinti però che possiamo restare innamorati l’uno dell’altra per tutta vita? Probabilmente il giorno delle nozze gli sposi ci credono altrimenti non avrebbero la forza di pronunciare il loro si. Poi, con il tempo, le convinzioni cambiano un po’. Tante coppie scoppiano e anche tra quelle che magari per la fede, per i figli o per chissà quale motivazione restano insieme sento dire che l’innamoramento passa, che resta l’amore. Questa affermazione è vera ma va spiegata. E’ facile fraintendere. Sembra quasi che ad un certo punto sia inevitabile che i sentimenti inizino a scemare fino a scomparire lasciando spazio al dono di sè. L’amore, nella sua dimensione passionale ed erotica, scompare per lasciar posto alla donazione reciproca. Come fosse un obbligo e un peso. Se va bene resta anche l’amicizia.

E’ davvero così? Credete davvero che Dio abbia pensato per noi soltanto questo? Che Dio abbia voluto togliere dalla nostra relazione quella che è la parte più piacevole. Come se alle nozze di Cana, finito il primo vino, Gesù avesse lasciato solo acqua nelle giare. Tanto, ciò che conta è dissetarsi. Il vino e la gioiosa ebrezza che provoca, sono in fin dei conti ingredienti non fondamentali. Così il sentimento e la passione. Se ne può fare a meno, ciò che conta è il donarsi per l’altro.

In realtà non è proprio così. L’innamoramento resta, deve restare tutta la vita. Cosa cambia allora? Cambia che non è più ciò su cui noi sposi fondiamo la relazione. La relazione sarà fondata sull’amore, cioè sulla scelta libera di ognuno di noi di mettere l’altro/a e il suo bene innanzi a noi stessi. Ciò non significa però che possiamo rinunciare ad essere innamorati. Come nelle nozze di Cana non si può rinunciare al vino.

Non c’è dubbio che l’innamoramento nel tempo cambia. Io sono diverso, mia moglie è diversa rispetto a come eravamo il giorno delle nostre nozze. Il sentimento e la passione cambiano con le diverse stagioni della nostra vita. Certo l’innamoramento non è qualcosa che si può mantenere se non viene curato. E’ come una piantina delicata. Bastano pochi giorni senza l’acqua della tenerezza e senza il sole della cura reciproca e la piantina può morire. A differenza della piantina, però, la relazione matrimoniale può risorgere. Basta mettersi d’impegno e ricominciare giorno dopo giorno a nutrirla. Si, è vero che non controlliamo completamente i nostri sentimenti, esistono per tutti, anche per me, periodi di aridità dove mi sento poco attratto da mia moglie. Il segreto è perseverare, continuo a prendermi cura di lei e ad essere tenero nei suoi confronti anche se non sempre mi viene spontaneo. Come un terreno arido. Va comunque preparato affinchè torni fertile non appena il clima tornerà favorevole. L’innamoramento è così. Non lo vedi, non lo senti ma se perseveri tornerà più forte di prima.

Lo dico e lo confermo anche oggi, anche adesso che sto scrivendo. Mi basta incrociare lo sguardo della mia sposa per sentirmi profondamente innamorato di lei. L’innamoramento non finisce mai se lo vogliamo, dobbiamo però impegnarci a fondo per non farlo finire. Dipende da noi!

Antonio e Luisa

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Ci sono tanti mendicanti d’amore

Oggi, portando il cane a fare una passeggiata, mi è successo di imbattermi in una signora anziana. Era davvero trasandata. Capelli lunghi, bianchi, arruffati. Andatura incerta, sguardo basso, ciabatte ai piedi. Vestita con degli stracci. Non voglio certo giudicarla, non la conosco. Non so il motivo di quella incuria. Non è questo che ora conta. Mi sono messo a riflettere. Osservandola per qualche istante, nel suo incedere lento e sgraziato, ho pensato quanto quel quadro che avevo di fronte fosse fuorviante.

Dietro quegli stracci e quella trasandatezza c’era una donna figlia di Re. Gesù sarebbe morto anche solo per lei, per la sua salvezza. Dietro quegli stracci c’era il vertice della Creazione. Un tramonto in riva al mare, un paesaggio di montagna, la Cappella Sistina valgono immensamente  meno di lei. Almeno agli occhi di Dio. Probabilmente spesso ci dimentichiamo di questo e ci lasciamo influenzare dalle apparenze. Una vita di miseria non può cancellare il sigillo regale che abbiamo sul braccio e sul cuore. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto? Perchè io ne vedo tante di persone che vivono miseramente come quella signora, trasandate che camminano incerte verso il futuro. Magari non esteriormente, magari sono uomini e donne che hanno tanto, che si vestono con abiti firmati e che hanno un conto in banca cospicuo. Sono però miseri dentro. Si sentono miseri. Vedo tanti ragazzi che svendono se stessi in rapporti occasionali per sentirsi amati, vedo donne e uomini sposati che vivono relazioni extraconiugali perchè non sanno trovare amore nel matrimonio. Vedo sempre più persone corrotte dalla pornografia e dalla prostituzione perchè sono sole o sentono la solitudine anche se hanno gente intorno. Matrimoni che saltano, matrimoni che proprio non si celebrano perchè ormai tanti hanno paura del definitivo e cercano di vivere alla giornata in relazioni fragili. Dicono che siamo una società di narcisisti. Incapaci di spostare lo sguardo dall’io al tu per diventare noi.

Quanta povertà! Sazi e disperati diceva il card. Biffi di Bologna. La Chiesa credo abbia questa grande missione. Non intendo solo il Papa e i vescovi. Anche noi siamo Chiesa. Anche noi abbiamo questa responsabilità grande. Con la nostra finitezza e imperfezione possiamo comunque testimoniare qualcosa di fondamentale. Attraverso la nostra vita possiamo far intravedere, a chi lo desidera, una bellezza. Certo con tutti i nostri limiti ma sappiamo che Dio spesso si serve dei più semplici e deboli per mostrarsi. Non a caso non ha scelto come suo popolo gli egiziani o i babilonesi, ma uno sconosciuto piccolo popolo di pastori seminomadi.

Attraverso il nostro matrimonio, vissuto nella fedeltà e alla presenza di Gesù, possiamo aiutare chi si sente più povero di noi a svestire gli abiti del mendicante e a rivestirsi di quelli regali di figlio di Dio. Basta poco. Basta vivere bene il nostro matrimonio. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole. Ecco le famiglie di oggi non hanno bisogno di maestri ma di testimoni. Qualcuno che sia sul loro stesso livello e possa mostrare loro che non solo ce la si può fare ma che sposarsi è bellissimo. Possiamo davvero risvegliare in chi ci è vicino la nostalgia di sperimentare l’amore vero e quindi di incontrare l’Amore stesso che è Dio. Coraggio non tiriamoci indietro. Siamo certamente inadeguati, ma Dio con gli inadeguati può fare grandi cose. Basta  affidare la nostra vita e il nostro matrimonio a Lui.

Antonio e Luisa

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Pentola di fagioli !

Avete mai cucinato una pentola di fagioli ? Che rumore si sente ?

Oggi ci lasciamo interrogare dall’inizio del brano di Vangelo di Luca proposto domani a Messa : << In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. >>.

Come al solito, Gesù non è quello delle mezze misure, non è un tipo accomodante, per niente, anzi è sempre molto esigente. Proviamo ad immergerci per un po’ nel racconto.

Siamo tra quella folla numerosa, la stessa folla che lo aveva visto operare grandi prodigi e guarigioni, la stessa che si fermava spesso in silenzio per ascoltare le sue prediche……. immaginiamoci la scena : il silenzio era d’obbligo perché Gesù non usava i microfoni e neanche i megafoni… e noi ? Noi siamo in quella folla : c’è chi lo segue perché ha trovato il fornaio che moltiplica il pane gratuitamente, c’è chi lo segue per curiosità, c’è chi lo segue perché non ha meglio da fare, c’è chi lo segue per coglierlo in fallo, c’è chi lo segue perché vuole vedere i miracoli, chi lo segue per ottenere miracoli…. e poi ci siamo noi…. sposi, perché noi seguiamo Gesù ?

La folla garantisce l’anonimato, la folla garantisce un certo mutuo aiuto, ci si sente protetti nella folla, non si fa una gran fatica a starci in mezzo… anzi…. e magari mentre si cammina per seguire Gesù si sentono commenti tra la folla , tipo…. questo sì che è un vero profeta ! ….. è forte questo ! …. è un tipo tosto , e avanti di questo passo.

All’inizio Gesù sembra non dire niente alla folla numerosa, lascia che venga con lui, ma poi ad un certo punto si volta e lapidario come sempre ” Se uno viene a me….ecc….” Sicuramente ci saranno state reazioni dentro la folla molto diverse tra loro e addirittura contrarie. Sono le stesse reazioni che hanno gli uomini adesso quando si avvicinano al messaggio cristiano. Cosa significa però che dobbiamo amare Gesù sopra e di più di tutte le persone, compreso noi stessi? Spesso su queste pagine è stato ricordato che l’amore che gli sposi mutuamente si donano deve essere ad immagine di quello di Gesù nei confronti della propria Chiesa.

Tanto semplice riassumerlo in poche parole quanto difficile farlo diventare vita concreta. Allora un aiutino. Proviamo a considerare ciò che dice Gesù : di prendere la propria croce per seguirlo. Tanto per cominciare la sua croce non è nemmeno paragonabile ad una delle nostre ; secondariamente Lui traccia la strada e non noi ; inoltre Lui è stato sputacchiato, deriso, flagellato, e tutto il resto senza averne colpa e non ha mai reclamato …. neanche un lamento.

Potremmo scrivere biblioteche intere ed entrare in altri dettagli ma ci fermiamo ad uno solo , per cominciare ad essere discepoli e non folla : il lamento.

Tante, troppe volte ci lamentiamo di ciò che ci accade o che avrebbe dovuto accadere….. quando ero un ragazzino e mi lamentavo mi dicevano che ero una pentola di fagioli…. questa espressione l’ho sentita mille volte, poi mi hanno suggerito che invece di lamentarsi è meglio cominciare a ringraziare per quello che ho. E’ stata una svolta significativa .

Oggi possiamo cominciare a ringraziare il Signore anziché lamentarci con Lui….. per esempio ringraziare del fatto che abbiamo un coniuge che ci è stato donato per aiutarci a crescere nella santità ; ringraziare che anche oggi Dio si fida di me a tal punto da farmi suo rappresentante nei confronti del mio coniuge ; vuole amare lei/lui attraverso di me, impastando il suo amore infinito con la nostra povera umanità…. e ci dona tutti gli strumenti per realizzare ciò.

Cominciamo oggi concretamente con questo : combattere il lamento con il ringraziamento. D’altronde, non è esaltante vivere insieme ad una pentola di fagioli. Potreste cominciare col ricordarvi tutto ciò proprio davanti ad un bel piatto di fagioli.

Coraggio sposi, combattere il lamento con il ringraziamento. (fa anche rima).

Giorgio e Valentina.

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Siamo nati per diventare santi

Noi cristiani spesso incorriamo in un grossolano errore. Crediamo che i santi siano persone eccezionali, siano, come dei supereroi, con poteri straordinari. Non so, forse ci fa comodo pensare così. Già, perchè mettere i santi su un piedistallo ci sgrava della responsabilità che anche noi abbiamo di diventarlo.

Il battesimo ci ha fatto santi. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva, da persona straordinaria qual era, che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte, invece, non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. Anche se magari il nostro coniuge ci ha abbandonato e ha violato il patto nuziale. Conosco tanti sposi abbandonati che nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio, hanno trovato pace e gioia. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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Caro sposo che ancora non conosco

Attraverso questa lettera mi sento di dare un consiglio e una buona parola per tutti/e coloro che soffrono perchè non trovano la persona giusta con cui sposarsi e costruire una famiglia in Gesù. E‘ una lettera frutto della fantasia. Mette però in evidenza qualcosa di importante. E’ una ragazza che scrive al suo futuro marito. Vale naturalmente anche invertendo i ruoli

Caro sposo,

non ti conosco ancora. Dicono che possiamo amare solo chi conosciamo ed è vero. Sono certa però che tu ci sei, da qualche parte, forse ti ho già incontrato, forse non ancora. Il mio cuore aspetta di essere risvegliato da te. Dio non sbaglia. Sono sicura che al momento giusto ti incontrerò. Forse non è ancora il momento. Forse non sono ancora pronta. Forse non sei pronto tu. Non devo avere fretta, non devo fare confronti con le mie amiche che magari hanno già una persona accanto. Dio mi ama in modo unico e originale, nel modo giusto per me. Chiedo a Dio di darmi la forza e l’intelletto necessari a non accontentarmi, svendendomi a chi non vuole costruire nulla con me, ma vuole solo usarmi.

Tu non sarai perfetto. Avrai difetti. Ci saranno parti di te che non mi piaceranno e, a volte, il tuo comportamento sarà irritante. Questo però non dovrà allontanarci. Devo smetterla di credere che l’uomo ideale esista. Quello perfetto che non sbaglia mai. Esiste solo nella mia fantasia e, finchè non me lo leverò dalla testa, non riuscirò a riconoscerti perchè non ne sarò capace. Tu sei una meraviglia anche se non sei perfetto.  Non cercherò di cambiarti per farti come io ti voglio. Ti chiedo solo di donarti a me per come sei e per come puoi. Con tutto te stesso. Io farò lo stesso con te. Sono sicura che questo ci consentirà di cominciare un percorso insieme che non ti farà diventare come io ti voglio, ma come Dio ti ha pensato. Anche io sarò sempre più donna e sempre più me stessa proprio grazie a te. Perchè conoscendoti in profondità, conoscerò sempre meglio anche chi sono io.  Lo capirò nella relazione, nei momenti di comunione e anche in quelli di conflitto, perchè nella differenza scoprirò la mia unicità.

Sarà confortante quando, nei momenti difficili della vita, tu sarai al mio fianco e mi sosterrai. Sarà ancora più bello, però, quando sarò io a donarti sostegno e amore quando sarai tu ad essere più fragile e nel bisogno, perchè contribuire alla tua gioia sarà la mia gioia.

Ti sto cercando non perchè sono povera. Non sono una mendicante d’amore. Ho capito che Dio mi ha voluto da sempre e lo sguardo che Gesù ha per me mi fa sentire preziosa e amata. Ti sto cercando perchè l’amore va condiviso, non va celato e nella condivisione sentirò ancor di più la pienezza e la bellezza di una vita spesa per donarsi agli altri.

Nell’attesa di abbracciarti ti affido a Gesù. Nel frattempo non ti aspetto passivamente. Non sto con le mani in mano. Mi sto preparando per accoglierti. Prego il Signore e attingo alla forza dei sacramenti. Soprattutto non nascondo tutto l’amore che ho dentro aspettando di donarlo a te. L’amore è come il talento della parabola. Se non viene investito affinchè dia frutto ci viene tolto. Così custodire l’amore per te significa donarlo agli altri. Donarlo alla mia famiglia, donarlo ai miei amici, alle persone che incontro. Donarlo anche a quel collega di lavoro che non sopporto avendo anche solo un sorriso o una buona parola per lui. Solo così saprò amarti quando ti incontrerò e per te sarà più facile riconoscermi tra tante.

Antonio e Luisa

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Un racconto sul Perdono

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”..

Carissimi, oggi torniamo ad affrontare il tema del Perdono e lo facciamo attraverso un piccolo racconto scritto da Pietro un po’ di tempo fa, tratto dal suo libro “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

E’ un racconto semplice che speriamo possa esservi utile per la riflessione personale e di coppia.

Buona lettura, il Signore vi dia Pace!

+++

Erano circa le due di notte ed Andrea, come molti altri camionisti dormiva sulla branda del suo camion. Un cane che abbaiava lo svegliò di soprassalto. Sollevò il capo fino al finestrino, si assicurò che tutto fosse apposto e si rigirò dall’altra parte.

Chiuse gli occhi. Ma, come a volte accade, quando il sonno è rotto da uno spavento, ecco che a fatica ci si riaddormenta. Era così anche per Andrea. Mentre cercava di riaddormentarsi, ecco che un ricordo lontano riaffiorava nel suo cuore. Poi un altro ed un altro ancora.Fino a giungere a quel ricordo tanto lontano, tanto lontano nel tempo.

Ed ecco, più vivo che mai, il viso di Nicola, compagno di scuola che all’epoca si divertiva a prendersi gioco del piccolo Andrea per la sua fobia dei cani. “Bau!!!”, gli urlava all’improvviso nell’orecchio mentre erano in classe. E mentre lui saltava per lo spavento, molti dei suoi compagni scoppiavano a ridere e a fargli il verso del cane.

Cercò allora di cambiare pensiero ed ecco sopraggiungere il viso di Antonio, che un giorno gli aveva soffiato la ragazza di cui Andrea era innamorato. Ed ancora il volto di Michele, suo ex datore di lavoro che lo aveva licenziato senza motivo. Quanta agitazione gli ritornò nel cuore, quanto rancore; allora prese a maledire il cane che lo aveva svegliato per gettarlo in preda a questi duri ricordi.

Nel frattempo su era fatta l’alba e non aveva chiuso occhio. Andò in bagno, poi prese un caffè e poi riaccese il motore del suo grande Tir per riprendere la strada. Trasportava mattoni e doveva arrivare a destinazione per mezzogiorno.

Lungo la strada scorse come sempre qualche giovane sfaticato che chiedeva un passaggio; ma questa volta non era un ragazzaccio a domandargli un passaggio, ma si trattava di una donna sui sessant’anni con una grossa croce cucita sul cappotto, che quando lo vide arrivare iniziò a sbracciarsi per farlo fermare.

Un racconto sul Perdono


“Salga signora!” le disse Andrea.

“Dove vai?”, le chiese lei.

“A Bologna!”.

“Bene, ci andrò anche io” disse la donna che si presentò col suo nome: “Mi chiamo Maddalena”, mentre prendeva posto a bordo.

Riprese il viaggio e la donna si addormentò per pochi minuti. Si svegliò cantando una vecchia filastrocca che aveva imparato da bambina, poi fissò Andrea e gli disse: “Che brutto aspetto che hai figlio mio! Ti senti bene?”


Il giovane camionista le disse che ultimamente stava lavorando troppo e che era solo un po’ stanco; ma Maddalena, la donna con la croce cucita sul cappotto, gli replicò: “Stupido ragazzo, non mi riferivo al tuo viso, ma alla tua anima! Hai gli occhi di uno che ha qualcosa che lo tormenta!”.

Andrea scattò nervosamente: “Non chiamarmi stupido! Non permetterti mai più!”.

Maddalena gli rispose agitando le braccia: “Fermati, fammi scendere! I tuoi occhi sono pieni d’ira! Non vorrei che tu mi facessi del male! Ferma questo aggeggio!” urlò sbattendo i suoi piccoli pugni sul cruscotto del Tir.

Andrea accostò e spense il motore e le disse sommessamente: “Sta’ tranquilla, non voglio farti del male, voglio solo che non mi si manchi di rispetto con le parole!”.


Maddalena riprese a fissarlo con i suoi occhi grandi e annuendo con la testa prese a dirgli: “Sai ragazzo, mi ricordi mio figlio. Aveva lo stesso tuo sguardo. Era tanto arrabbiato con la vita e con i tanti esseri umani che lo avevano maltrattato durante la sua esistenza. Era ammalato da molti anni e pian piano tutti i suoi amici avevano iniziato ad abbandonarlo. Un po’ era colpa loro e un po’ era colpa di mio figlio, perché la rabbia ed il rancore per la sua condizione avevano iniziato a divorarlo e a farlo diventare sempre più antipatico ed inavvicinabile.


Accadde però che quando mancavano poche ore alla sua morte, iniziò a ripetermi che era pieno di gioia e davvero aveva cambiato aspetto. Era accaduto che una donna che aveva perso da poco suo marito, spesso andava a far visita agli ammalati nell’ospedale in cui era mio figlio. Un giorno passò anche da lui e diventarono amici. Lui si confidava con lei e probabilmente le parlò di quanto fosse arrabbiato un po’ con tutti. Allora lei, che era una donna che amava Gesù, le insegnò una specie di preghiera che anche io ora ho imparato a memoria”.

Andrea la ascoltava e si dimenticava dei mattoni da consegnare e del tempo che correva veloce come le auto su quel tratto di autostrada dell’A14.

La donna si fece il segno della croce e iniziò a ripetere con la sua voce stridula e con tono solenne quelle parole che suo figlio aveva imparato e le aveva insegnato:


“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore Gesù Cristo,
durante la mia vita ho ricevuto tante ferite da diverse persone che mi hanno fatto del male; così, per difendermi, le ho catturate, condannate all’ergastolo e imprigionate nel mio cuore.
Signore Gesù,
Tu ci inviti a perdonare, a “restituire la vita” a chi a noi ha cercato di strapparla.
Sai bene quanta paura ho ancora di soffrire, ma ORA voglio fidarmi di Te.
Signore Gesù,
Tu mi hai fatto la grazia di comprendere che questo “carcere” che ho nel cuore mi pesa e toglie vita a me e ai miei cari e toglie vita anche ai miei “nemici” e non consente al Tuo Regno di venire in me e sulla terra.
Signore Gesù,
che dalla croce perdonasti i tuoi assassini liberandoli così dalla condanna eterna, manda il Tuo Spirito Santo ad aprire le celle e a spezzare le catene in cui ho rinchiuso e legato i miei “nemici”.
Insieme a Te li chiamo per nome UNO PER UNO, e li guardo negli occhi.
Insieme a Te ricordo per l’ultima volta il male che mi hanno fatto e Te lo consegno UNA VOLTA PER TUTTE.
Signore Gesù Cristo, Tu puoi guarirmi ed io voglio guarire dal rancore per questi Tuoi e miei fratelli e sorelle.
Per Tua benevolenza sia sanata ogni ferita che mi hanno fatto e queste diventino feritoie da cui “sgorga acqua viva” per me e per il prossimo.
Signore Gesù Cristo,
ecco tutti i miei prigionieri, li consegno all’abbondanza del Tuo Amore; e che liberati dal mio rancore, possano vivere in Pace.
Signore Gesù Cristo, Ti prego per me e per ognuno di loro:
ABBI PIETÁ DI NOI.
Amen.”


Maddalena la recitò tutta d’un fiato e alla fine, mentre chiudeva sistematicamente la preghiera con un ampio Segno della Croce, si accorse subito che Andrea ora aveva gli occhi luminosi e il suo viso era disteso ed in pace. Stettero zitti per un po’ mentre le auto sfrecciavano accanto alla piazzola di sosta e una debole pioggia bagnava il parabrezza del Tir, quasi a voler essere un segno di benedizione e di purificazione.

Maddalena dentro di sé ringraziò il Signore che si vedeva che in qualche modo aveva parlato a quel giovane camionista e simulando uno scatto d’ira iniziò ad urlare contro Andrea: “Stupido camionista smettila di portar rancore, chiedi perdono a Dio e accendi questo dannato camion e portami a Bologna che ho un appuntamento importante e non posso far tardi!”.

Andrea girò la chiave e riavviò il suo bestione di un Tir; sorrise ingenuamente a Maddalena e ripartì di corsa verso la meta. Ora i mattoni sul rimorchio sembravano leggeri.
Si era fatto mezzogiorno di quel Giovedì Santo e i piedi dei nemici erano stati lavati e baciati.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Amerai

La Parola di Dio è un dono meraviglioso perché sempre aperta, sempre nuova, sempre disponibile a dire qualcosa che prima non coglievamo. La Parola si incarna nella storia e nel momento e questo la rende ricca e multiforme. La Parola di Dio oggi ha qualcosa da dirti. È una sorgente sempre pronta per te che desideri stare alla presenza di Dio e con la sua luce discernere nei momenti difficili della vita. Quante volte siamo stati davanti al vangelo di questa domenica

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Mt 22, 34-40

Sono Parole che descrivono l’Amore come punto cardine che precede e segue ogni comandamento. Possiamo amare Dio con tutti noi stessi, con le qualità e le ombre. Non serve essere pronti per amarLo, possiamo farlo adesso, così come siamo. Amare Dio sopra ogni cosa significa porre in Lui e nella relazione d’affetto con Lui le nostre radici, la nostra origine, i pensieri, i ragionamenti, i sentimenti. Significa avere Lui come base sicura da cui scegliere, partire, esplorare.

Amare non ha niente a che vedere con le farfalle nello stomaco, che pure servono per alimentare una relazione affettiva. Quante volte a messa non senti niente, quante volte in preghiera la noia prevale. Questo non è un problema, perché Dio continua ad amarci anche se stiamo alla sua presenza con quelle barriere. Anzi ci ama di più e ci garantisce la sua fedeltà. Perciò possiamo stare in relazione con Dio così come siamo, con le resistenze e le fatiche che proviamo.

Dio prende tutto di noi e spesso la nostra debolezza è il vuoto dove prendere tutto da Lui. Dall’Amore di Dio discende la possibilità di amarci e di amare chi ci è vicino. Amare vuol dire STARE in quello che l’altro porta, creando uno spazio di accoglienza e una porta sempre aperta, anche nel buio di una relazione ferita. Amare vuol dire fare memoria delle cose belle, e dire GRAZIE per quanto si è ricevuto in quella relazione, e far si che il positivo vissuto faccia da terreno fertile per seminare azioni costruttive, gesti di tregua e riconciliazione.

A volte Amare l’altro richiede lavoro personale, preghiera incessante, e tempo per far fiorire i semi di pace piantati. A volte per amare l’altro occorre lasciarlo andare, porre un tempo di distanza e di silenzio; altre volte invece la situazione ti chiede di attivarti e di agire. Fatti sempre una domanda: qual è il BENE per questa relazione? E non parlo solo di relazioni di coppia, matrimoni o fidanzamento, ma anche di relazioni familiari con fratelli, genitori, parenti o amici. E quando tutto si fa nebuloso e non sai che fare, prega per quella persona perché Dio porti pace e benedizione per te e per l’altro. Nella preghiera prevale sempre l’Amore di quel Dio che custodisce ogni cosa.

Claudia Viola

Articolo originale qui

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La tovaglia di merletto

Nella liturgia di ieri abbiamo sentito questa antifona : << Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto. >>.

Avete mai giocato a briscola ? E’ un gioco di astuzia, furbizia, ma anche di memoria e lo sguardo “gioca” un ruolo fondamentale. Per chi non lo sapesse : si gioca in 2 coppie da 2 attorno al tavolo, ed i giocatori possono rivelare al proprio compagno le carte che hanno in mano attraverso delle smorfie facciali (e non facciali) per definire insieme la tattica di gioco ; il tutto senza farsi vedere dagli avversari che altrimenti capirebbero quali carte possiede l’altra coppia. Se non ci si guarda col proprio compagno, è quasi sicuro perdere la partita. Ma….. anche la preparazione conta…….. bisogna assolutamente togliere la tovaglia di merletto della nonna…….. sì, esattamente quella che ha lavorato lei stessa a mano con l’uncinetto…… speriamo che qualche nonna non legga !!!

Torniamo alla nostra Antifona : dobbiamo cercare il Signore e la sua potenza….. sì, ma quale potenza ? Di che tipo è la potenza del Signore ? Tipo quella di un supereroe che con le sue armi fotoniche riesce a sconfiggere i nemici ? Oppure come quella di Goldrake, Grayskull o Guerre stellari ?

Noooo….. niente di tutto ciò, la potenza del Signore assomiglia di più a quella della nonna che, suo malgrado, toglie dal tavolo la tovaglia di merletto ( che è bellissima con i suoi ricami e alla quale è affezionata particolarmente ) perchè così si riesce a giocare meglio a Briscola con le carte che scivolano sul tavolo…….. e a Briscola ci gioca essa stessa con i propri adorati nipoti….. insieme al nonno. (non potevamo lasciar fuori gioco il nonno).

L’Antifona ci ricorda che gioisce il cuore di chi cerca il Signore, perché già il cercarlo è l’inizio del cambiamento ed assomiglia a quell’emozione che provano i nipoti che chiedono entusiasti ai nonni di poter giocare a briscola…… un po’ si prova già in anteprima la gioia del gioco che si desidera fare……. così si assapora già la presenza del Signore mentre ancora lo si cerca perché in realtà è lo Spirito Santo stesso che ha mosso il nostro cuore a cercarLo.

Poi continua “cercate il Signore e la sua potenza”…. questa potenza è la potenza del farsi umile e di abbassarsi al nostro livello per lasciarsi trovare ; è la potenza di Chi si lascia racchiudere in un’ostia pur essendo il Dio infinito che neanche i cieli dei cieli possono contenere eppure si lascia mangiare……. eppure col Battesimo quel Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere abita in noi, nel nostro piccolo e misero corpo….. .. e non assomiglia alla umiltà della nonna che pur di donare la gioia ai propri cari di una partita a briscola toglie la tanto amata tovaglia di merletto a cui è affezionata ? ….. come gesto di amore verso gli altri la toglie e si siede anch’essa a giocare.

“cercate sempre il suo volto” …. a volte succede che quando ci si litiga, tra moglie e marito, non ci si guardi neanche in faccia…. quando l’altro non incrocia il nostro sguardo è terribile, il cuore viene trafitto perchè ci fa più male l’indifferenza dello scontro….. cercare quindi il volto di Dio è come dire di non litigare con Dio, di restare sempre nella sua pace, la quale sorpassa ogni angustia/difficoltà che la vita ci presenta.

Cari sposi, impariamo a cercare insieme il Signore, e state pur sicuri che si farà trovare da chi lo cerca con cuore sincero. Se oggi non sapete che fare andate a farvi una partita a briscola col Signore….. tranquilli che alla tovaglia col merletto ci pensa Lui. Buona partita !

Giorgio e Valentina.

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Tra vulnerabilità e cura del legame

Quante domande affiorano nella mente ogni volta che ci avviciniamo o sostiamo dentro relazioni che provocano in noi il totale smarrimento di fronte al non sapere come provare ad amare. Non c’è equazione più complessa, forza più inafferrabile o logica più incomprensibile del sentirsi “afferrati” per un volto, un nome che si fa unico.

E’ una traiettoria molto concreta, tanto facilmente drammatica e dolorosa, quanto il senso per cui si sceglie di lavorare ed esserci come noi. Senza tuttavia smarrire spazi e differenze necessarie a che ci sia un incontro semplice. E proprio perché semplice essenziale.

Il grande paradosso dell’amore, così lontano dal dirsi “ti amo” e distante dalle visioni romantiche, è tutta la vita che si porta in un punto di una nuova costante. Dove le certezze, quelle fondative si fanno silenziose e acquistano senso poche parole profonde. Uomini e donne che diventano, insieme, amati e amanti per ogni giorno e per ogni notte. L’uno per l’altra. Una famosa poesia traduce tutto questo semplicemente nel valore di un abbraccio:

“ci si avvicina lentamente

eppure senza motivo apparente

poi allargando le braccia

si mostra il disarmo delle ali.

E infine si svanisce

insieme

nello spazio di carità

tra te

e l’altro”

La precisione dell’amore, così vulnerabile, nudo e spoglio, conosce tempi naturali di cura, vicinanza e lontananza. E’ certo che ogni gioia, ogni partenza, ogni addio, è un passo – una virgola – per trasformare le ragioni – quelle umane –  che chiedono una carezza gentile. “Solo, non temere. Tu sei prezioso ai miei occhi”.

Federica

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Amatevi con tutto ciò che siete!

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22, 34-40

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importante per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo di oggi dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Perdonare è consapevolezza di valere

Perdonare è segno di debolezza o di forza? Non è scontata la risposta. Può essere manifestazione di entrambe. Dipende da cosa intendiamo per perdono.

E’ un segno di debolezza quando il torto che abbiamo subito viene silenziato. Non esterniamo nulla o magari tiriamo fuori la questione, ma senza andare a fondo. Come quando c’è polvere in casa e non la raccogliamo. La scopiamo sotto il divano o sotto il tappeto. La polvere c’è ancora ma non si vede. La stanza è ancora sporca e malsana. Basta una finestra aperta e un po’ di vento per spargerla di nuovo. In realtà quel torto ci ha ferito profondamente e la ferita fa male. Anche perchè va a sommarsi a tanti altri che abbiamo già “perdonato”. La verità è che non abbiamo la forza di affrontare il problema con l’altro/a. Già, perchè turbare l’armonia della nostra casa? Abbiamo paura del confronto perchè può diventare conflitto. E il conflitto può portare a perdere quello che abbiamo. Ci stiamo solo illudendo. Prima o poi la polvere accumulata sarà così tanta che non riusciremo più a nasconderla ed esploderemo. Lasciando magari l’altro/a sorpreso dalla nostra reazione. Questo non è perdonare. Il perdono è qualcosa di molto diverso.

Il perdono è liberante. Il perdono non significa cancellare il torto che abbiamo subito. Il perdono vero permette però di guardare quel gesto, quelle parole, quell’atteggiamento sbagliati con la libertà di chi sa che l’altro/a non è perfetto e soprattutto che la nostra felicità e il nostro valore non dipendeno prevalentemente da lui/lei. Per questo essere cristiani aiuta tanto. Avere una relazione con Gesù ci permette di avere questo distacco dal male che l’altro/a ci può fare. Per quanto il suo gesto ci possa comunque toccare non potrà mai ferirci profondamente e mortalmente. Perchè noi siamo dei perdonati. E chi è perdonato può anche perdonare. La fragilità che diventa forza.

Chi perdona è consapevole del proprio valore e si sente figlio amato a prescindere da cosa gli altri ci possano fare o dire. Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. Una persona quindi che ha pregi e difetti, capace di farmi sentire amata e che commette errori. Come fare a perdonare così? A guardare il male subito con questo sguardo? Il segreto ce lo ha svelato il Santo Padre durante un’udienza del marzo scorso.

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Udienza Generale del 18 marzo 2020

Saper perdonare non significa però accettere il reiterare di certi comportamenti da parte dell’altro. Questo però è un altro discorso che ho già affrontato in passato (qui il link)

Antonio e Luisa

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Bilbo Baggins e la Vocazione

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Disse Gandalf“Stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo”.

“Lo credo bene! Siamo gente tranquilla e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!” disse il signor Bilbo Baggins e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. (…) poi si sentì a disagio e anche un po’ seccato e aggiunse: “Buongiorno, non vogliamo nessuna avventura qui, grazie tante…”

Tratto da Lo Hobbit, di J.R.R. Tolkien

Ci pensate?

A volte la vita ci si presenta innanzi con progetti incredibilmente affascinanti che promettono tesori e gloria e noi, obnubilati delle nostre certezze da 4 soldi, dalla grazia polverosa dei centrotavola della nostra casa, dalle abitudini alimentari che hanno i loro orari e ci tengono sazi e troppo indaffarati a digerire, dalla paura di sudare e di sporcare le nostre vesti che ormai puzzano di naftalina come il nostro cuore….la rifiutiamo e preferiamo star lì, a fare sbadigli, cerchi di fumo e a dirci quanti siamo bravi nel rispettare le regole (anche se intimamente ci crediamo affascinanti e spericolati come Indiana Jones).

Certo, sappiamo bene che vivremmo molte fatiche e potremmo rischiare di farci male e morire se partissimo per la strada che Gesù ci propone, ma da che mondo è mondo neanche nelle fiabe si è mai raggiunto un tesoro senza aver combattuto contro draghi, orchi e contro sé stessi.

Gesù passa nella vita di ciascuno, non solo per chiamare futuri preti e suore ma anche per chiamare futuri sposi. Lui chiama tutti all’avventura più avventurosa che una donna, un uomo (o uno hobbit se preferite) possa vivere.

Gli disse Gesù«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.

Dal Vangelo di Matteo 19, 21-22

E’ la proposta che fa a tutti i battezzati: uscire dalla propria “Comfort Zone” che somiglia ad una bara per scoprire la bellezza della vita viva, la gratitudine colma del sentirsi vivi, nella conoscenza del potere dell’amore, nell’amare sconfinatamente e nell’essere amati sconfinatamente da un Amore più grande di ogni “tesssssooooro”. Il Suo. Amore divino.

E se abbiamo già accettato la sfida e ci siamo messi in cammino?

Beh, Gesù bussa ancora alla tua porta caro sposo e cara sposa, alla tua porta caro sacerdote e caro consacrato, alla tua porta cara consacrata. Bussa. Non restare lì a conteggiare troppo quello che devi lasciare ancora una volta in termini di certezza umana…aggrappati al sogno di una vita più bella, più ricca, più strabenedettamente felice.

Buon viaggio Hobbit! Buon viaggio!

«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me»

Apocalisse 3,20

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