Rilanciàti, confessandoti nell’amore!

In questo tempo di quaresima la Parola del giorno ci ha accompagnato con dei brani legati al perdono (la donna adultera, la parabola del servo spietato, il perdono delle offese). Ma cos’è questo perdono? Come si vive il perdono in coppia? E visto l’avvicinarci alla Pasqua e l’invito della Chiesa a confessarci: cosa ne facciamo della confessione? Come la viviamo? Cos’è questo grande sacramento, questo per-dono che riceviamo? 

Ricordiamo che in una penitenziale ad Assisi tanti anni fa, ci spiegarono di iniziare la confessione dicendo al confessore, tre motivi per cui ringraziare Dio e dopo iniziare con l’elenco infinito di marachelle combinate negli ultimi 150 anni dall’ultima confessione. 

Perché quei tre grazie? ..seguiteci:

Spesso la confessione, è un elenco, una lista della spesa, o un vomito di quanto si è fatto di sbagliato, un racconto di ciò che si vive male, di come vanno le cose in famiglia, al lavoro, coi figli o soprattutto con il coniuge. Modalità che svuota, che ci fa uscire più leggeri dal confessionale. Ma non basta! La confessione ci deve rilanciare nell’amore. La confessione che scarica i sassi, non è una sorgente di vita, ma è mettere quiete nella coscienza. 

Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? 

Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. 

È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! 

Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. La confessione allora non sarebbe uno sganciare acqua nel confessionale come dei canader su un incendio, ma sarebbe un confessare che non siamo riusciti ad amare l’altro rispetto a quanto lui ci ha amato. Questo gareggiare nell’amore, (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto. 

Attenzione a non misurare o pesare l’amore ricevuto, riconosciamo solo che c’è, e basta! Ci è già difficile spesso, solo riconoscerlo! Riconoscere di essere amati e lasciarci amare.

Proviamo ad essere più chiari. Se uno ti paga oggi il caffè, domani vorrai ricambiare. Se uno ti paga una cena, vorrai ricambiare. Se ti accorgi che tua moglie compie quei gesti d’amore, vorrai ricambiare con altri gesti d’amore. 

Non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. 

Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco!

Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Per capire la grandezza del perdono devo rifarmi ancora a quel corpo dato per amore: solo quello mi fa capire perché Gesù vuole arrivare a darmi anche l’abbraccio misericordioso.

Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. 

La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. 

Potremmo concludere qua. Ma torniamo con voi a dar senso e spiegazione a quei “tre grazie” con cui ci hanno insegnato ad iniziare la confessione. Ora vi è più facile capire il loro significato. Quanto possono agire in noi, nel nostro porci davanti a Dio nel confessare il nostro peccato. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Chiudiamo con queste parole del profeta Geremia: “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona confessione!


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Ti ricordi dove le hai chiesto di sposarti?

Padre Luca

Lo so è un’americanata, ma mi diverto un sacco nel vedere su YouTube i bloopers dei momenti in cui il fidanzato si inginocchia e porge alla fidanzata l’anello di fidanzamento, proponendole ufficialmente il matrimonio. C’è chi l’ha fatto su un ponte e poi l’anello è scivolato in acqua, c’è chi l’ha fatto in cima alla Torre Eiffel e una raffica di vento lo ha fatto cadere o chi l’ha fatto prima di buttarsi assieme con il paracadute…

E tu ricordi dove e come l’hai fatto? Occhio perché se non è così, tua moglie non ne sarà molto contenta.

Anche Gesù ha fatto una cosa simile alla sua Sposa e l’ha fatto a Gerusalemme in un modo molto ma molto speciale, direi proprio unico.

In questa Domenica delle Palme avviene, in un certo senso, la proposta di fidanzamento di Gesù. Lui entra a Gerusalemme per portare a pienezza il suo amore nuziale. Un grande teologo italiano, don Giorgio Mazzanti (1948-2021) ha scritto al riguardo: “il cuore segreto del mistero pasquale è tale finalità sponsale” (Mistero pasquale. Mistero nuziale, EDB, Bologna 2002, pag. 15). Quindi Gesù viene a Gerusalemme per donare tutto sé stesso alla Sposa.

In questo Vangelo fissiamo lo sguardo però su come si comporta la Sposa. Quale sposa dirai tu? Io non vedo nessuna sposa. In effetti la Sposa, siamo tutti noi, erano gli apostoli, erano le folle di Gerusalemme, erano i farisei e i sacerdoti fino ad arrivare a te e a me…

So che vederci come la sposa non è qualcosa di immediato alla nostra sensibilità ma è questo che scaturisce dall’analogia di San Paolo in Efesini 5, secondo il parallelismo tra marito-moglie e Cristo-Chiesa. Su questo ancora Giorgio Mazzanti dice: “L’atto, con il quale Dio crea l’umanità, è già un disporla alle nozze con sé alle quali la invita con il semplice porla in vita. Per questo, pur facendola «creatura», le si propone in modo sponsale e nuziale” (Persone nuziali, EDB, Bologna 2005, pag. 162). Perciò, con questa premessa, contempliamo come si comporta questa sposa, come tratta il suo Sposo:

Anzitutto c’è un’entrata trionfale. «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! (Mc 11, 9). La Sposa è proprio innamorata! Guarda come gli vuole bene, lo coccola, gli sta appiccicato, lo guarda con affetto… a ben vedere la sposa sta vivendo la fase della “romanza”. Si sta insieme perché amo tutto di te, mi piace anche il tuo alito cattivo, non hai difetti, sei meraviglioso, unico, incredibile, mi fai stare così bene…

Quante coppie si imbarcano così per il matrimonio! La “pancia” è il criterio di scelta e di verifica dell’amore. Sai quante volte queste frasi le ho sentite in un corso fidanzati? Con grande realismo Papa Francesco ci dice: “L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e a tal fine a volte è indispensabile porsi qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piaceri, finiscono per debilitare e far ammalare lo stesso piacere e danneggiano la vita della famiglia” (AL 148).

Se la Sposa ama così lo Sposo l’esito non può che essere fallimentare. Difatti è esattamente quello che accade poco oltre quando Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: «Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse»” (Mc 14, 27).  

Se il tuo atteggiamento nel matrimonio non è radicato nella fede e nelle virtù umane vai sicuramente verso la delusione, lo scandalo: “ma non credevo fossi così, ho perso anni della mia vita con te, non ti riconosco più, non c’è più quella magia di una volta”.

Come ci ricorda Amoris Laetitia: “È diventato frequente che, quando uno sente di non ricevere quello che desidera, o che non si realizza quello che sognava, ciò sembra essere sufficiente per mettere fine a un matrimonio. Così non ci sarà matrimonio che duri. A volte, per decidere che tutto è finito basta una delusione, un’assenza in un momento in cui si aveva bisogno dell’altro, un orgoglio ferito o un timore indefinito” (AL 237).

Il permanere in questo stato, il vegetare in una relazione mediocre o peggio, credere che resistere a oltranza con questi sentimenti e atteggiamenti nel cuore sia anzi positivo e segno di forza e maturità prima o poi porta solo alla morte della relazione, al disamore.

“Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole»” (Mc 14, 37-38).  

Hai proprio ragione Gesù! Non è l’odio, non è la cattiveria, non è la violenza fisica che normalmente uccide il rapporto sponsale (anche se a volte purtroppo sì). Ma è soprattutto la mancanza di amore, le nostre frequenti e prolungate omissioni, il non vegliare con Te, il non starTi vicino, il non coltivare un rapporto vero e personale con Dio. Quanti baci non dati, quanti sguardi indifferenti, quanti “ti amo” non detti, quante parole a vanvera… è il vuoto, è la freddezza ciò che più spesso uccide l’amore nuziale.

Papa Francesco ci ricorda infatti: “Un amore debole o malato, incapace di accettare il matrimonio come una sfida che richiede di lottare, di rinascere, di reinventarsi e ricominciare sempre di nuovo fino alla morte, non è in grado di sostenere un livello alto di impegno. Cede alla cultura del provvisorio, che impedisce un processo costante di crescita” (AL 124).

Il bello però è che alle nostre morti lo Sposo risponde con la Sua Morte che cambia tutto e porta Vita. Se la Sposa non molla lo Sposo, di certo non andrà a finire così.

Tuttavia, oggi il Vangelo è tutto centrato sulla Passione e sembra finire sul Golgota. Non ci dà molta speranza. Eppure, vado alla seconda lettura che ci apre almeno uno spiraglio. “Gesù umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome” (Fil 2, 8-9).

Se una coppia cerca di obbedire alla promessa di amore fatta in Dio e con Dio nel sacramento, se sa essere umile, cioè chiedere aiuto a Gesù e chi veramente può sostenerli nella fatica di essere fedeli, se si sforza di sacrificare il proprio egoismo e rinunciare all’ego, di sicuro questo amore ha futuro, questa relazione può elevarsi, può solo crescere e diventare nuova. Ecco, quindi, un barlume di luce pasquale, di resurrezione, che, grazie a Dio, tanti matrimoni hanno già assaporato e vissuto.

Hai visto come è maturata questa Sposa? Hai notato come lo Sposo l’ha portata a crescere da un amore terreno fino a rinascere dai propri fallimenti?

La Settimana Santa è un po’ un paradigma, infatti ogni coppia che vuole prendere sul serio il sacramento non può fare a meno di ripercorrere continuamente questi quattro passaggi, seguendo lo Sposo Gesù. E tu, a che punto sei?

Antonio e Luisa

Siamo convinti che la strada del matrimonio sia una strada di continua scoperta e di lenta consapevolezza. Ha ragione padre Luca quando dice che spesso le coppie basano tutto sulla passione. Su quanto l’altro ti fa stare bene. Su come l’altro riesce a riempire i tuoi vuoti. Il matrimonio è, detto brutalmente, un luogo dove prendere, e l’altro un mezzo per soddisfare i nostri bisogni. Quando io, Antonio, ho sposato Luisa avevo certamente tante buone intenzioni, ma ero ancora inconsapevole su cosa fosse davvero il matrimonio, immerso come ero in quella mentalità. La sposavo perchè ero sicuro che mi avrebbe reso felice. Penso che sia un atteggiamento comune a tantissime altre persone che decidono di sposarsi.

Con gli anni, siamo ormai quasi a venti, vivendo questa relazione fatta di tanta quotidianità, fatta di vita normale, ho capito. Ho capito attraverso i tanti alti e bassi, i momenti meravigliosi ma anche quelli aridi in cui ci siamo sentiti lontani. Attraverso i perdoni e i gesti gratuiti di cura e tenerezza. Ho capito che solo attraverso la mia sposa avrei potuto fare un’esperienza così vera di Gesù. Attraverso il nostro amore benedetto. Scelta d’amore radicale e totale elevata a sacramento. Succede, durante i vari seminari che organizziamo, di rinnovare le nostre promesse. Ogni volta è più bello, perchè ogni volta siamo sempre più consapevoli di quelle promesse. Luisa mi è entrata dentro e la nostra relazione ci ha educato a spostare lo sguardo da quello che proviamo noi a quello che desidera l’altro e a fare di tutto per farci vicendevolmente del bene. Il matrimonio è davvero una palestra per prepararsi all’incontro con Gesù alla fine della nostra vita.

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia, un connubio possibile / 4

Certamente una preparazione che comincia dall’uscio di casa è insufficiente, ma avremo modo di approfondire più avanti quest’aspetto. Oggi vogliamo dare un piccolo aiuto a quei coniugi e/o genitori che desiderano vivere la S. Messa domenicale in compagnia del proprio consorte e/o dei figli. Non scambiate queste poche righe come la ricetta perfetta ed infallibile per “convincere” gli altri a frequentare la Messa domenicale, sono semplicemente alcune considerazioni che hanno lo scopo di offrire una prospettiva diversa dalla solita pappardella del “perché non vieni anche tu ?” oppure quella trita e ritrita del “me l’avevi promesso” : i ricatti affettivi combinano guai nella relazione coniugale figuriamoci nella vita spirituale in cui la relazione in gioco è quella con Dio e la vita eterna.

Dobbiamo sempre tenere presente che i santi ci insegnano che “Dio non si impone, ma si propone” . E questa frase ha una doppia valenza : cioè va considerata in prima persona, dove il soggetto è Dio stesso, ma vale anche nella seconda accezione, in cui Dio è il complemento oggetto. Qualche altro santo ebbe a sintetizzare questo concetto in una felice espressione : Dio è discreto !

La storia stessa è testimone di questo modus operandi di Dio : fin dagli inizi con i nostri progenitori, poi con i patriarchi della fede, via via fino all’Incarnazione di Gesù, la Sua Passione e fino ai nostri giorni, è un continuo tentativo di Dio di trovare posto nella vita degli uomini da Lui amati così tanto da morire per essi. Assomiglia ad un innamorato che continua a far la corte alla sua amata, una corte discreta, tenera, delicata ma allo stesso tempo risoluta, tenace e perseverante. Un esempio ? Che clamore ha provocato la nascita di Gesù ? Non è forse vero che tutti i giorni nascono bambini ? Ed infatti la notizia è passata inosservata alla maggior parte degli uomini, era considerato da tanti semplicemente il figlio di un falegname ….. ecco la discrezione di Dio che non si impone.

Già, ma perché Dio non si impone e non vuole imporsi ? Non è che Dio sia strano , siamo fatti così anche noi ( toh…che coincidenza ! ). Possiamo imporre all’altro/a di ricambiare i nostri sentimenti amorosi ? Se ci amasse solo perché costretto/a , ci sentiremmo davvero amati ? Ed un rapporto così potremmo definirlo autentico rapporto d’amore ?

Evidentemente no…. ma se è così tra noi, perché a Dio piacerebbe avere dei burattini già programmati nel ricambiare il suo amore ? Dio non ha bisogno del nostro amore per sentirsi più desiderato o realizzato, ma ha bisogno che la nostra risposta sia libera per poter riempire il nostro cuore di tutto il Suo amore ; e lo spazio lo decidiamo noi, non esistono misure standard del cuore, ogni cuore decide quanto spazio fare a Dio.

Se cominciassimo a rapportarci coi nostri famigliari un po’ allergici alla Messa con queste riflessioni tenute sempre vive dentro di noi, forse qualcosa si smuoverebbe…. ne siamo sicuri, perché il primo cuore a cambiare sarebbe il nostro. Siamo sicuri che Dio ha una voglia matta di riversare il Suo amore nel cuore del nostro coniuge, ma….. ha assegnato a noi il compito di fare le Sue veci, di fare la corte al cuore dell’amato/a per Suo conto, quella corte discreta, tenera e delicata, ma anche risoluta, tenace e perseverante.

Una strategia vincente può essere quella di far venire l’acquolina in bocca a chi non è stato a Messa. Come fare ? Bisogna chiedere al nostro Angelo Custode ( o altri aiuti dal Cielo ) che ci aiuti a trovare una frase bella della predica, un aneddoto curioso accaduto fuori sul sagrato, oppure di incontrare una persona che manda i saluti per il coniuge rimasto a casa,…. insomma se chiediamo aiuto al Cielo non tarderà la risposta, cosicché da tornare a casa con qualcosa di bello da raccontare a chi è rimasto a casa…… sai che ho visto quel tuo vecchio amico con la moglie ? ti manda i suoi saluti , ti avrebbe incontrato volentieri….. pensa che quella mia amica mi raccontava che le è successo così e così…. il parroco chiede se potresti dare una mano con questa iniziativa…. la chiesa era bellissima stamattina, con quei fiori, quelle tende, e poi… un raggio di sole illuminava proprio quel quadro, quella statua… eccetera….. insomma far nascere il desiderio di venire la prossima Domenica fosse anche solo per non perdersi quelle belle esperienze di vita, di incontri, di amicizie, di risate (dopo Messa quelle).

A volte succede che Valentina e le figlie partecipino ad un evento religioso senza di me , a causa dei miei turni lavorativi : può essere una processione, talvolta un Rosario o adorazione comunitari, un convegno con quel bravo predicatore, una S. Messa particolare per onorare un santo, oppure un mini-pellegrinaggio ad un santuario vicino, una confessione per lucrare l’indulgenza particolare nel tal giorno. In ogni caso, quando le rivedo, è un tripudio di gioia ed entusiasmo, vengo letteralmente sommerso/bombardato dalle parole ( che alle 4 femmine di casa non mancano mai ) per descrivere l’evento e trasmettermi le sensazioni/emozioni che hanno provato, per raccontarmi aneddoti (spesso esilaranti) o incontri con persone perse di vista da un po’…. insomma, alla fine mi dispiace di non esser stato presente all’incontro perché mi son perso questo o quello di bello.

E’ questa la strategia che possiamo sviluppare con i nostri coniugi/famigliari un po’ ostici alla Messa. Innanzitutto dobbiamo tornare dalla Messa domenicale con quella gioia, con quell’entusiasmo, con quella rinnovata voglia di vivere, che è contagiosa.

Con Dio, infatti, tutto è più bello, senza Dio niente diventa bello ; infatti Dostoevskij fa dire ad un suo personaggio :

La Bellezza salverà il mondo !

E chi è più bello di Dio stesso ? Chi ci vede, dovrebbe chiederci : ma dove trovi tutta questa energia di vita ? tutto questo entusiasmo ? come fai a vedere tutto bello ? cosa vi danno a Messa, un’energizzante ?

Coraggio sposi, alla S. Messa domenicale ci aspetta non un vip, non una star internazionale, non il Capo di Stato in persona, ma addirittura il Re dei Re, ed ha un messaggio personale per ognuno di noi.

Giorgio e Valentina.

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Le foto brutte

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera prima che di prodotti la sua busta?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole, più che alle musiche angeliche che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Come Maria: offriamo il nostro fiat

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Gli sposi casti non sanno amare?

Il nostro articolo di qualche giorno fa ha fatto scoppiare un dibattito molto acceso. Centinaia di condivisioni e tantissimi commenti favorevoli o contrari. Alla fine tutta la questione si può sintetizzare in una domanda: la sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione?

Sembra strano ma c’è ancora gente che, forse per dei problemi non superati con il proprio corpo o per un’educazione bigotta, vede nell’amore carnale qualcosa di poco santo. Qualcosa che abbassa lo spirito ad istinto e che poco ha a che vedere con un’anima che cerca l’elevazione spirituale. Una premessa prima di continuare è doverosa: ci rivolgiamo agli sposi. Per i fidanzati o comunque per chi è single la castità va totalmente vissuta in altro modo. Il rapporto intimo è un gesto d’amore solo degli sposi.

Chi ha questo tipo di idea puritana e sbagliata della sessualità corre il concreto rischio di imprigionarsi nell’incapacità di aprirsi al dono di sè nel matrimonio. Non è capace di amare una moglie o un marito. Spesso infatti nasconde dietro una facciata di purezza e integrità grosse ferite e chiusure relazionali. In particolare:

Sottovaluta l’attrazione fisica. L’attrazione fisica è un pilone fondamentale del matrimonio esattamente come lo è l’armonia dei caratteri.

Svaluta l’intimità sessuale nel matrimonio. Sovente ritiene l’intimità qualcosa da tollerare per la procreazione. La ritiene materializzante e crede impedisca il progresso spirituale. Guarda al piacere sessuale come qualcosa di poco spirituale per non dire animalesco.

Confonde la castità con l’astinenza. Crede che non avere rapporti, o averne il meno possibile, sia una scelta più santa e sia più casta. La castità coniugale è invece tutt’altro. Consiste infatti nel vivere nel miglior modo, e soprattutto nella verità tra cuore e corpo, la vita affettiva e sessuale nel matrimonio.

Non valorizza il rapporto sessuale come gesto che realizza il sacramento del matrimonio. Il primo rapporto fisico dopo lo scambio delle promesse sigilla il sacramento del matrimonio. Tutti i successivi sono una riattualizzazione di quel primo e quindi del sacramento. I rapporti intimi degli sposi rendono di nuovo attuale la loro promessa matrimoniale con rinnovati doni dello Spirito Santo.

Svaluta le doti del corpo quali dolcezza, tenerezza e sentimento. La tenerezza è il linguaggio privilegiato degli sposi per manifestare amore. Queste persone sono solitamente incapaci di parlare questa lingua, anche nel rapporto fisico. Pensano ai preliminari come qualcosa di sporco e di cui si può fare a meno. Vivono quindi anche quei pochi rapporti che si concedono senza la giusta preparazione del cuore oltre che, naturalmente, del corpo.

Questo, capirete bene, non è il concetto cristiano di sessualità e di relazione affettiva sponsale. Il concetto corretto è quello biblico. Cioè? L’amore è una realtà che scaturisce dall’io profondo della persona, che si riversa nel cuore e che si manifesta nel corpo e con il corpo. Tutta la persona in anima, cuore e corpo partecipa all’amore.

In questa visione biblica e cristiana, l’intimità degli sposi, con tutta la comunione e il piacere che ne conseguono, riveste un’importanza grandissima: permette loro di sperimentare la fusione dei cuori attraverso il corpo. Cercare di perfezionare questo gesto non solo non è sbagliato o sporco, ma è la strada degli sposi verso la loro santità.

 Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.  (Catechismo della Chiesa Cattolica 2362)

Quindi concludendo ci sentiamo di affermare che l’intimità fisica è qualcosa di bellissimo, voluto da Dio stesso per trasmettere amore e generare vita, che gli sposi devono cercare di vivere al meglio delle loro possibilità Senza falsi moralismi. E’ un dono di Dio. Un talento da far fruttare. La modalità concreta più importante per fare esperienza della comunione dei cuori.

Dio non ci chiede di rinunciare a questo incontro, alla comunione e al piacere. Dio ci chiede di preparare al meglio il nostro cuore. Ciò che può essere sporco non è infatti il gesto, ma il cuore con cui ci accostiamo a viverlo. Ciò che può rovinare questo gesto è il peccato. E’ la lussuria e l’egoismo. Rendere cioè l’altro una cosa da usare e non una persona da amare. San Giovanni Paolo II chiama questo atteggiamento adulterio del cuore. L’intimità può essere il più santo dei gesti come la più sporca delle bugie. Dipende da come noi prepariamo il cuore.

Antonio e Luisa

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Un errore, dopo tre volte diventa …

Riportiamo una breve parte della prima lettura della S. Messa di ieri dal capitolo 13 del libro di Daniele :

Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e concediti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono in difficoltà da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì.

E’ la storia molto commovente di una sposa, Susanna, la quale viene ingiustamente accusata di adulterio da due anziani pervertiti , ma il Signore , ascoltando la preghiera della donna, susciterà un giovanotto ( Daniele ) che svelerà a tutti l’inganno e la trappola tesa dai due anziani ai danni della pudica sposa, la quale avrà salva la vita mentre i due anziani saranno giustiziati.

Vorremmo concentrare la nostra attenzione solo su alcuni particolari che ci aiuteranno a riflettere sulla temperanza. Lo sappiamo che molti di voi staranno pensando che la virtù della temperanza non c’entri un accidente con la storia di Susanna ( moglie di Ioakìm ), che questo è il momento giusto per parlare della castità matrimoniale, della fedeltà……. avete ragione…. ma su queste tematiche c’è già abbastanza ricchezza negli altri articoli che parlarne sarebbe solo una ripetizione.

Quando ero un giovane apprendista di musica, succedeva spesso che nell’affrontare un brano di Beethoven, inciampassi sempre nello stesso punto con lo stesso errore nelle dita, le quali mi si incastravano in tal modo che neanche con lo “svitol” era un’impresa facile. Il mio maestro mi insegnò un piccolo trucco per superare l’ostacolo, ma non era quello di ungere le dita con lo “svitol” prima di cominciare a suonare, come si potrebbe ingenuamente pensare. No… mi disse che un errore ripetuto tre volte, alla quarta diventa un vizio. Quanta saggezza !

Ed è così anche nella vita spirituale. Non possiamo immaginare di vivere anni interi nella lussuria e nell’egoismo, pensando di uscirne come se niente fosse con la bacchetta magica. Infatti poi, ho applicato quel metodo alla vita spirituale e ne ho tratto vantaggi enormi….mi son detto : non devo ripetere lo stesso peccato tre volte di fila, altrimenti alla quarta significa che ha già le radici nell’anima e diventa un vizio.

Il diavolo ci rende schiavi e ci incatena con i nostri stessi peccati : come ogni anello della catena è saldamente legato ad almeno altri due anelli , così ogni peccato ci lega ad un altro peccato ed è legato al peccato precedente. Ecco perché chi persevera nel male non può illudersi di uscirne in un battibaleno, la catena a cui è legato è diventata lunga e pesantissima, e gli anelli sono così grossi che non li spezzi facilmente. Ecco perché i due anziani sono così pervertiti, infatti Daniele si rivolge loro così :

[…] Daniele disse al primo: «O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora, dunque, se tu hai visto costei, di’: […]

Lo apostrofa con quel “invecchiato nel male” , ricordandoci così di non illuderci che diventando vecchi possiamo liberarci dei nostri peccati/vizi ché tanto il nostro corpo non ha più il vigore giovanile, ma anzi, se perseveriamo nel male, la nostra situazione peggiorerà sempre più.

Cari sposi, qual è la via d’uscita ? La virtù della temperanza , la perseveranza nel bene. Per combattere un vizio dobbiamo impegnarci a perseverare nella pratica della virtù contraria a quel vizio. Prendiamo ad esempio un vizio che tipicamente distrugge i matrimoni : la lussuria, cioè l’abbandono agli istinti e alle passioni della carne, ai piaceri venerei. Ebbene, essa si vince con la temperanza. Ed essa, come si applica ? Con l’austerità : termine desueto che sta ad indicare la rigidità del controllo su noi stessi.

Ed è così che , crescendo nelle virtù , la sposa Susanna ha trovato la forza e il coraggio di dire NO alla tentazione della lussuria.

Cari sposi novelli e sposi anziani, teniamo sempre alta la concentrazione sul nostro matrimonio, impariamo da Susanna a vigilare su noi stessi e a non invecchiare nel male, perché un errore ripetuto tre volte, alla quarta diventa un vizio !

Coraggio sposi, approfittiamo di questo ultimo scorcio di Quaresima per spaccare qualche anello della nostra catena.

Giorgio e Valentina

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Cari sposi: volete riavvicinarvi a Dio? Fate l’amore.

Aleteia ha pubblicato un articolo di Giovanni Marcotullio. Un articolo che permette una riflessione molto interessante prendendo spunto incrociando diverse fonti. Ciò che emerge è molto interessante. Questi mesi di lockdown, più o meno stretto dovuto all’emergenza pandemia, hanno causato un significativo calo della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa e nel contempo una significativa riduzione dei rapporti intimi tra le coppie italiane.

Non vi sto a ripetere quanto il bravo Giovanni scrive. Vi lascio il link al suo articolo. Voglio riprendere questa ipotetica correlazione tra relazione sponsale e fede per fare alcune personali riflessioni e lanciare alcune provocazioni che spero possano essere utili. Il calo della partecipazione alle funzioni religiose credo sia evidente a tutti. Nella nostra parrocchia, nonostante la capienza limitata dalle regole anticovid, non c’è mai il pienone come succedeva prima della pandemia. Per quanto riguarda invece la sessualità degli italiani ci viene in aiuto uina ricerca pubblicata su ipsico.it. Dai dati di questa ricerca si evidenzia come l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena.

Perchè dovrebbere esistere una correlazione tra questi due ambiti che sembrano in realtà molto lontani tra loro?

Intimità e fede sono due facce dello stesso amore.

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

L’intimità si costruisce nutrendola giorno dopo giorno.

Giorgio scriveva in un articolo di qualche giorno fa che molto spesso frequentiamo la Messa senza un’adeguata preparazione. Non possiamo credere che tralasciando la relazione con Gesù tutta la settimana, o dedicando pochissimo tempo alla preghiera, poi la domenica in quell’unica ora che offriamo al nostro spirito di fare esperienza di Dio possiamo recuperare chissà che cosa. Andiamo a Messa quasi per abitudine per timbrare un cartellino. Si, magari sentiamo anche dei blandi benefici. Usciamo più leggeri e con un po’ di pace nel cuore ma presto veniamo riassorbiti dalla quotidianità del mondo. Vale la stessa cosa per la nostra intimità di sposi. Non possiamo pensare di non dedicarci attenzioni, dialogo, gesti di tenerezza per tutta la settimana o per alcuni giorni e poi pensare di aver voglia di fare l’amore. Non funziona così. E se alcuni, di solito uomini, hanno comunque desiderio, non è per cercare una comunione con la propria sposa ma per appagare una pulsione fisica e null’altro. Capite bene che non è solo per paura o per qualche malessere psicofisico che è saltato tutto. Il lockdown ha portato in superficie una disaffezione nascosta e progressiva verso Gesù e verso la relazione con l’altro/a. Un malessere che era già latente e aspettava solo di venire fuori e di manifestarsi.

Cosa possiamo fare?

Vi siete riconosciuti in questa dinamica? State scivolando verso un’apatia verso l’altro/a e verso Dio? Non subite passivamente! L’amore è prima di tutto una scelta. Una scelta che va rinnovata ogni giorno. Ricominciate a prendervi cura a vicenda. Piccoli gesti di tenerezza, piccoli riguardi, sorrisi, carezze. Non serve chissà cosa. Fateli e basta. Anche se non ne avete voglia. Sono per amore anche così. Ricominciate a trovare dei momenti di preghiera. Bastano pochi minuti ogni giorno. Leggete il Vangelo del giorno e meditatelo. Recitate il rosario o le lodi. Vedete voi cosa fare. Anche se non ne avete voglia. Anche se vi distraete di continuo. All’inizio non sarà facile. Servirà però per recuperare una relazione. Per riavvicinarvi a Dio e all’altro/a. Vedrete che andrà sempre meglio. L’amore non è spontaneismo, ma qualcosa da coltivare e su cui spendere le nostre migliori energie.  Ogni tipo di amore: quello per Dio e quello per la persona che avete accanto.

Antonio e Luisa

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Si vede lontano un miglio….

Padre Luca

Stavo partecipando a una adorazione eucaristica per coppie e a un certo punto i coniugi sono invitati a scambiarsi vicendevolmente le riflessioni sul bravo evangelico appena spiegato. È iniziato perciò un sommesso bisbiglio in tutta la chiesa, con una bella musica di sottofondo; io ho tentato per conto mio di fare la preghiera ma dietro a me da tempo avevo sbirciato con la coda dell’occhio una coppia non più così giovane che ha iniziato a parlarsi teneramente, alternando carezze, baci, sorrisi e qualche lieve risata. In breve, mi sono reso conto che non potevo smettere di guardarli: erano così belli, così delicati e al tempo stesso così veri e sinceri.

Come mai mi hanno polarizzato? Da dove il fascino che emanavano? Da una coppia di “piccioncini”, sposini alle prime armi, con ancora le farfalle svolazzanti nello stomaco, me lo sarei aspettato e forse non ci avrei fatto caso, ma da due sessantenni addentrati, con tutto il rispetto, sinceramente di meno.

Poi in quei giorni ebbi modo di conoscerli e in due parole mi fecero capire che avevano avuto un matrimonio segnato da varie cicatrici, che non erano stati sempre così, erano passati dal fuoco delle prove e del dolore… ma comunque erano lì ed erano felicissimi di aver riscoperto il senso del loro amore. Allora ho pensato proprio a loro quando ho letto queste letture perché credo proprio che in esse ci sia la risposta alle domande che mi sono posto sopra.

Nella prima lettura si parla di una nuova alleanza tra Dio e gli uomini, che soppianta quella antica. È giusto quello che accade a tante coppie. Si parte in quarta dopo le nozze, sprizzando entusiasmo, dolcezza e coriandoli ai quattro venti ma poi il “serbatoio” si secca e cominciano i problemi e le fatiche di camminare assieme. È quando la coppia si rende conto (speriamo quanto prima, che non aspetti il 7° anno per andare in “crisi”) che il proprio amore non era fondata solo su un patto, sul mutuo consenso o sulla buona volontà di onorarlo ma è qualcosa che, per il sacramento, rimane nel cuore, è un’alleanza che viene da dentro e, soprattutto, che è garantita da Dio. Quanto è importante allora che ogni coppia, assieme al re Davide, chieda e implori il Signore: “dacci un cuore nuovo e rinnovaci continuamente con il Tuo Spirito”.

Tutto questo perché mai è così importante? Certamente perché ogni coppia sia felice e viva l’amore in pienezza. Ma anche perché il mondo chiede Gesù alle coppie, chiede che le coppie siano davvero quello che significano: un segno di amore divino. In che senso il mondo lo chiede? Non lo fa in modo formale, cioè sull’ATAC d Roma nessuno mai vi dirà: “scusate, mi potete mostrare come ama Dio?”

Eppure, è quello che ogni fidanzato vorrebbe trovare nel matrimonio, ogni figlio attende da un genitore… l’amore per sempre, l’amore che non si arrende al male, l’amore che perdona, l’amore che accoglie, l’amore che sa abbracciarti anche se non te lo meriti… non è forse vero che questo lo vorremmo ricevere tutti?

Chiaro, questo desiderio non è limitato agli sposi, ma chi meglio di loro è generatore continuo di questo tipo di amore? Chi meglio degli sposi fa l’esperienza di dover morire a sé stessi, di saper rinunciare ai propri sacrosanti comodi per dare gioia, serenità, felicità all’altro?

Una volta ho ascoltato la testimonianza di un marito, papà di 8 figli. Tra le altre cose, a un certo punto ha affermato, con un sorriso ammiccante e ironico: “Gesù Cristo mi ha rovinato la vita!”.

Gesù, in forza del sacramento nuziale, chiede a ogni coppia: “Mi prestate il vostro amore di coppia? Mi date la vostra relazione? Io voglio raccontarmi al mondo ciò che sono: Amore misericordioso, amore che accoglie, amore che abbraccia, amore che tocca. Mi prestate il vostro amore per dire il mio? Accettate di essere mio piccolo sacramento?”

Se una coppia accetta di vivere così, succede che, anche nella piccolezza quotidiana, svela una qualità di amore che non è solo umano, come menziona splendidamente papa Francesco in Amoris Laetitia: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (AL 315). Vivere così si può, con tutte le nostre limitazioni. Anche qui vi invito a toccarlo con mano di persona con questa bella lettura: “Coppie di fede e di fuoco”. E si vedrà lontano un miglio che l’Amore di Cristo è dentro di voi. Parola di prete

Antonio e Luisa

Padre Luca ha terminato la sua riflessione con: parola di prete. Ecco noi invece vorremmo iniziare con vita da sposi. Quelle parole le sentiamo vive nella nostra vita di sposi. Una vita diversa, ma per certi versi simile in alcune dinamiche a quella delle altre coppie di sposi. Ciò che permette ad una coppia di crescere e di unirsi sempre più è fare esperienza dell’amore gratuito. E’ bellissimo sentirci amati proprio quando facciamo più fatica, è bellissimo sentirci accolti potendo mostrare tutto di noi anche le parti che di solito nascondiamo perchè non ci piacciono. E’ bello sentirci amati anche quando non lo meritiamo. Ogni volta che siamo capaci di volerci bene così, in questo modo unico e liberante è come se aggiungessimo un mattoccino alla nostra relazione.

In tanti anni di matrimonio abbiamo avuto l’occasione di metterne davvero tanti di questi piccoli mattoni e sono diventati come un muro. Un muro che non divide ma custodisce. Come le mura di una casa. Di una piccola chiesa domestica. Siamo molto più uniti oggi. E anche l’amore più erotico e passionale, che dovrebbe essere scemato a causa dall’età che avanza e dall’abitudine della quotidianità, diventa in realtà più bello. Forse meno esplosivo ma sicuramente più profondo e ricco, riempito di tutti quei mattocini che ci mostrano l’altro di una bellezza che è solo per noi. Il corpo dell’altro viene trasfigurato dall’amore che ci siamo donati negli anni di matrimonio. Una meraviglia da scoprire giorno dopo giorno.

Padrea Luca con Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia, un connubio possibile / 3

Abbiamo insieme compreso alcuni significati basilari che ruotano intorno alla Domenica e alla sua precettazione, ma non dobbiamo commettere l’errore di saltare alcuni passaggi che fanno da preambolo, per la fretta di entrare in Chiesa. Così come quando si accende un automobile a freddo ( specialmente se è rimasta per più giorni ferma ) , non si può partire subito portando il motore ai massimi regimi ma bisogna aspettare che raggiunga la temperatura di esercizio ottimale perché dia il meglio di sé, così è anche per il nostro motore spirituale : non possiamo pretendere che esso resti parcheggiato tutta la settimana al freddo e al gelo ( tipico clima spirituale di chi si ricorda di essere cristiano solo di Domenica ) , e pretendere che dia il meglio di sé in un’ora scarsa di Messa , “seguita” magari con distrazione e sufficienza dagli ultimi banchi ( per non restarne troppo coinvolti ) , arrivando in chiesa all’ultimo secondo e finendo di scrivere l’ultimo importantissimo messaggio con lo smartphone proprio sul sagrato della chiesa……. e guai a dimenticarsi il commento all’ultimo gol, della Champions del sabato sera, col vicino prima del segno di croce iniziale !

Siamo sicuri che più di qualcuno avrà sorriso all’elenco sopra riportato….. ma vi assicuriamo che sono tutte situazioni viste coi nostri occhi e sentite con le nostre orecchie….. ce ne sarebbero altre ma non aggiungerebbero nulla di nuovo, perché le scene descritte hanno in comune la scarsa considerazione della Domenica e, in particolare, della Santa Messa.

Per non cadere ( o ricadere ancora ) in queste spiacevoli situazioni, ecco che proviamo ad affrontare il tema del riscaldamento del nostro motore spirituale. Un motore inusato per troppo tempo porta con sé una serie di problemi ; esso, per restare in forma deve essere acceso spesso, per dar modo ai vari ingranaggi di assestarsi e non perdere la loro lubrificazione , ad alle guarnizioni di non seccarsi causando inevitabili rotture e fuoriuscite di olii, per non parlare del deposito dello sporco all’interno dei vari filtri. Ed è così anche per noi.

Una settimana è composta da 168 ore, e se teniamo spento il nostro motore spirituale per 167 ore, possiamo essere sicuri che si accenda al primo colpo la Domenica mattina per quell’unica ora ? Di sicuro i nostri ingranaggi spirituali si sono seccati e le guarnizioni non tengono più la pressione, i filtri sono ormai intasati. C’è bisogno invece che ogni giorno noi teniamo in forma quel motore spirituale che ci permette di conoscere, amare e servire Dio. Ed ogni giorno il motore resta in attesa di essere finalmente acceso per poterci dar modo di godere della presenza di Gesù ogni giorno di più, in un crescendo che sfocia nella Domenica mattina, quando finalmente il motore riceve nuovo carburante che gli permette di fare un po’ di strada. La domenica, i cristiani, ricevono nuovo carburante per vivere ogni giorno col ricordo della Domenica appena passata e in trepidante attesa per la Domenica che verrà ; forse dalla Santa Messa domenicale portiamo a casa una frase del Vangelo, un passaggio di una preghiera recitata dal sacerdote, il ritornello del Salmo…. non importa la quantità, importa che la facciamo fruttare per gli altri 6 giorni.

Inoltre, noi non siamo fatti a compartimenti stagni, per cui ciò che avviene in una camera non è completamente isolato dall’altra. Questo vale per le donne particolarmente, ma gli uomini non ne sono esclusi. Sicché quando una persona deve passare da una attività ad un’altra ha bisogno di un tempo “cuscinetto” che si interpone tra le due, per dare tempo alla persona di abbandonare la prima per dedicarsi alla seconda. Se non facciamo questo, rischiamo di essere fisicamente in chiesa, ma con la testa nella ricetta dell’anatra all’arancia lasciata a metà oppure alle risate che ci aspettano al bar per il tradizionale aperitivo dopo-messa coi soliti amici di calice. Non si può partire a freddo ! C’è bisogno che la preparazione alla Santa Messa domenicale cominci prima... per esempio da quando si è già pronti vestiti sull’uscio di casa, si può cominciare a rispettare la regola del silenzio almeno nel tragitto casa-chiesa, meglio ancora se il silenzio diventasse preghiera…. non serve conoscere a memoria migliaia di preghiere, bastano le classiche Pater, Ave e Gloria . Se ci sono ancora bimbi piccoli può risultare utile far recitare la prima parte delle preghiere a turno a loro …. così facendo si ottengono grandi risultati : piano piano le imparano, riconoscono che la preghiera è anche dialogo rispettoso, imparano ad aspettare e rispettare i tempi degli altri, non vedono l’ora che arrivi il proprio turno, imparano che la Messa è un appuntamento diverso da tutti gli altri perché merita più attenzione anche nella preparazione…. provare per credere !

Cari sposi, cominciamo a dare alla Santa Messa della Domenica un’attenzione particolare. Scopriremo orizzonti sempre nuovi e panorami inaspettati. Basta avere il coraggio di cominciare… ma se avete avuto il coraggio di sposarvi, questa sfida sarà meno pericolosa !

Giorgio e Valentina.

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Il principe azzurro sì esiste!

Ero a un corso di formazione sull’affettività per adolescenti. Come spesso accade, abbonda il pubblico femminile e in genere si colloca sempre diligentemente nelle prime file e non perde una virgola delle spiegazioni.  Noi pochi maschi, invece, nelle retrovie, barricati dietro ai nostri laptop.

La prof ha fatto un esperimento senza che ce ne accorgessimo. Ha iniziato a raccontarci di questo papà giovane, trentenne, bello e alto, che va a fare la spesa con la sua figlioletta di 6 anni. La mette delicatamente nel carrello rivolta a sé e mentre gironzola per le corsie del Super le domanda con affetto: “allora, amore, cosa compriamo oggi alla mamma?” e lasciava che fosse la figlia a scegliere. Poi la figlia inizia a starnutire e il papà prende il suo fazzoletto e le asciuga delicatamente naso e bocca. Vuole che sia lei a indicare quali biscotti prendere a suo fratello e di quale colore dovevano essere i fazzoletti da tavola. Alla fine del giro, nel bel mezzo della coda alla cassa, la bambina ha il classico capriccio e vuole assolutamente anche le barrette Kinder, quelle da 36, formato famiglia. Il papà con grande pazienza si toglie dalla fila, si mette in ginocchio per parlarle al volto e le spiega che a casa ci sono già i Ferrero Rocher e che appena tornati gliene darebbe subito uno…

A questo punto la prof si ferma, inizia a sorridere e dice: “vorrei che tutti quanti vedeste le facce delle donne qui davanti”. Nel raccontare una figura maschile e paterna così rassicurante e solida e al tempo stesso paziente e dolce, l’animo femminile aveva da subito sintonizzato ed empatizzato ed era evidente che tutte (ma anche tutti) volevano un papà così, un uomo con queste caratteristiche.

Mi rifiuto categoricamente di pensare che Giuseppe fosse vecchio. Se la Chiesa mi sconfessa, accetterò umilmente e cambierò di opinione. Ma siccome mi pare non ci sia un dogma sull’età di San Giuseppe io preferisco pensare che sia stato appena più grande di Maria. Il fatto della vecchiaia era una sorta di escamotage perché non avesse cattivi pensieri su sua Moglie… ma, in tutta sincerità, a me non pare un argomento convincente.

Quello che mi dilata il cuore e amo pensare di Giuseppe è che fosse un uomo così buono, così umile, così semplice, così generoso, così maturo… che ha fatto innamorare Maria e grazie alle sue qualità Lei avesse visto in lui la persona ideale con cui condividere il suo grande desiderio di donare la vita al Signore. Forse Maria gliel’avrà confidato e con immensa gioia avrà visto in lui l’unico capace di capirla e l’unico capace di custodire e sostenere il suo progetto di vita. Per chi volesse approfondire il tema rimando all’ottimo libro “Giuseppe e Maria. La nostra storia di amore”.

Maria si è innamorata di Giuseppe perché ha visto in Lui l’uomo che avrebbe custodito il suo cuore e la sua vita. Già, San Giuseppe il Custode, anzitutto perché ha saputo custodire sé stesso, ha saputo formare il suo carattere, la sua indole, i suoi comportamenti. C’entra pienamente qui il riferimento alla castità di San Giuseppe, perché essere casto vuol dire saper integrare e possedere tutte le proprie capacità sia dell’intelligenza, che della volontà come degli affetti, come insegna San Giovanni Paolo II (cfr. Familiaris Consortio 33). L’uomo casto sa essere anzitutto custode e padrone di sé non per farsi “guappo”, ma per un amore superiore. Nel suo caso l’ha fatto per fede e l’ha fatto per rispetto a Maria. Quanta forza morale, quanto valore ci vuole per fare questo! Perciò qui sta la grandissima virilità e mascolinità di San Giuseppe, la sua enorme statura morale.

Di quanto ne abbiamo bisogno! Per tanti motivi che esulano da questo articolo la figura del maschio, del padre e di conseguenza del marito «da mo’» è mal vista o per lo meno è divenuta ininfluente, inconsistente.

Per chi volesse approfondire rimando a due testi che spiegano molto bene questo fenomeno: Claudio Risè “Il maschio selvatico” e Roberto Marchesini “Quello che gli uomini non dicono”.

Ritengo estremamente azzeccata e pertinente la scelta di Papa Francesco di dedicargli un anno per approfondire la sua figura perché soprattutto noi uomini impariamo o reimpariamo a saperci custodire per essere in grado di custodire le nostre famiglie e in definitiva il mondo. Ah, dimenticavo, scusatemi, vi ho mentito nel titolo, il Principe Azzurro non esiste. Esiste però san Giuseppe. Che è molto meglio.

Padre Luca Frontali LC

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La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rendere visibile Dio

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. Ri-consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati.

Quando? L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento. Un modo per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Per riempirci di Lui. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa.

Il modo di incontrare Gesù è sempre lo stesso anche da sposati: preghiera, eucarestia e sacramenti. Da quel momento però tutto è cambiato. Io sono diventato mezzo privilegiato per dare un corpo, uno sguardo, una parola a Dio per Luisa. Do concretezza all’amore di Dio per lei. Con tutti i miei limiti ma con la grazia di Dio che mi sostiene. Ci devo e ci posso però provare. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così.

Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine. La nostra santità passa sopratutto da come sapremo farci strumento di Dio l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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A che ora è guarito ?

Vi riportiamo l’ultima parte del Vangelo di ieri tratto dal capitolo 4 del Vangelo di Giovanni :

 Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.

Gesù si era spostato da una regione all’altra, e lo stesso dicasi del funzionario del re. Potrà essere una semplice condizione contestuale, ma se proviamo ad entrare nel racconto con la fantasia scopriamo che questo papà ha avuto il coraggio di percorrere un bel po’ di chilometri pur di presentarsi di persona davanti a Gesù con la propria richiesta.

Fino a dove si spinge l’amore di un papà ! ( considerando il sole torrido di quell’area geografica ) E noi, a quale fatica saremmo disposti pur di presentare umilmente la nostra richiesta a Gesù ?

Chissà quali pensieri avranno attraversato la mente di quel papà mentre si incamminava sulla strada per Cana ….. speriamo che Gesù non sia già ripartito ….. sarà davvero quel taumaturgo che tutti dicono ? …. devo fare in fretta prima che mio figlio muoia…. e se poi mi respinge ?…. e se non riesco ad avvicinarlo ?…. devo pensare ad una strategia per incontrarlo assolutamente…. ecc…. ecc…

Al di là dei pensieri di quest’uomo, pur legittimi, dobbiamo considerare che questo papà ci insegna la perseveranza e la fortezza…. affrontare tanti chilometri, con le incognite del caso, ti costringe a ripensare a ciò che stai facendo, a riconsiderare la tua scelta metro dopo metro, a rafforzare la tua convinzione che ti stai rivolgendo alla persona giusta.

Ma noi, siamo proprio sicuri che la persona giusta a cui rivolgerci, quando dobbiamo affrontare un problema, sia davvero Gesù ?

Come avrete certamente notato, dopo l’incontro rassicurante con Gesù, quell’uomo “si mise in cammino”…. il Vangelo non si dilunga a descriverne la reazione, le parole di ringraziamento piuttosto che i gesti di giusta gratitudine, no ! L’evangelista annota solo che si mise in cammino dopo che credette….. si incammina verso casa sicuro di aver riposto la propria fiducia nella persona giusta.

E noi sposi, ci rimettiamo in cammino, sicuri che Gesù non ci abbandoni mai ?

Questo papà, prima di incamminarsi verso casa, non ha potuto mandare un messaggio con Whatsapp alla moglie, rimasta a casa di fianco al figlio malato, accertandosi che il figlio fosse guarito…. no ! Si è fidato di Gesù e si è rimesso in cammino, forse ancora più fiducioso che all’andata. Lo scoprirà poi, quando sarà vicino a casa, che il figlio aveva cominciato a guarire proprio all’una, l’ora in cui Gesù gli disse “tuo figlio vive”.

Cari sposi, dobbiamo imitare la fede, la perseveranza e la fortezza di questo papà. Per tanti di noi, può darsi che quel “figlio malato” sia il proprio matrimonio ; ebbene…. andiamo da Gesù e gridiamogli ( come quel papà ) di aiutarci “prima che muoia”… e state sicuri che Gesù non farà orecchie da mercante… dobbiamo però riconoscerci mendicanti, altrimenti se siamo pieni di noi stessi, Gesù non trova posto nel nostro matrimonio.

Come finisce la storia ? “Credette lui con tutta la famiglia”… quando la salvezza entra in una casa , in un matrimonio, tutta la famiglia si salva, perché la luce che si irradia dagli sposi illumina tutta la famiglia e la parentela.

Coraggio sposi, mettiamoci in viaggio in quest’ultima parte di Quaresima !

Giorgio e Valentina.

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Perchè la Chiesa non può benedire le unioni omosessuali

La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale[10], le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni.In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio[11].

Nel contempo, la Chiesa rammenta che Dio stesso non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo, perché per Lui «siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare»[12]. Ma non benedice né può benedire il peccato: benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui. Egli infatti «ci prende come siamo, ma non ci lascia mai come siamo»[13].

Per i suddetti motivi, la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso nel senso sopra inteso.

da Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede
ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso

Questo pomeriggio è uscita una nota esplicativa da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha fatto molto scalpore. Chissà poi perchè? Ribadisce l’ovvio. La Chiesa non può benedire le unioni omosessuali. E’ importante fare alcune precisazioni. Necessarie per comprendere che chi ha scritto questo documento non intendeva fare dei distinguo tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Non è affatto così. Un distinguo effettivamente c’è ma tra matrimonio e tutte le altre relazioni affettive umane. Non importa in questo caso che siano tra persone dello stesso o no.

E’ fondamentale evidenziare questa volontà della Chiesa Cattolica perchè afferma nuovamente come la sessualità sia un gesto d’amore autentico solo all’interno di una relazione matrimoniale. Una relazione quindi indissolubile, feconda, fedele e unica. Per noi cristiani è un sacramento. Una relazione che chiede tutto e dove il dono del corpo diventa manifestazione di quel tutto.

Solo così può essere benedetta da Dio. Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Per questo la Chiesa non può benedire relazioni che siano fuori da questo significato meraviglioso. Semplicemente perchè non permettono all’uomo di amare nella verità e non permettono di aprire il cuore al dono. E questo è un peccato che distrugge l’ordine del progetto originario di Dio. Cosa ancor più grave non permette all’uomo di amare nella verità. Siamo fatti per amare. Per amare in modo pieno e autentico.

Antonio e Luisa

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La tessitura del manto

Sono solita fermarmi a pregare spesso e volentieri, dinanzi al mio Gesù, per lungo tempo, recitando diverse meditazioni, ma, per una  buona parte di  minuti mi distraggo. Devo spesso riaccendere la lucina dell’attenzione per ricollegare  neuroni e sinapsi e ricordare la frase che la maestra Lucia, saggissima insegnante dei miei figli, raccomandava sempre: “mi raccomando ragazzi, leggete con l’intenzione di capire”!

Capire, recitando una preghiera, è entrare in un rapporto, fare quello stesso viaggio intrapreso da coloro a cui ci affidiamo.

Pensiamo al Rosario. Se ad ogni mistero ci mettessimo dentro quella storia, di volta in volta potremmo percorrere quelle strade. Ci potremmo porre  a fianco dell’Angelo che, portando l’annuncio a Maria ci farebbe sentire protagonisti al punto di prendere le stesse vesti dell’accoglienza della Vergine Santa.

Successivamente avremmo la stessa urgenza di muoverci noi stessi verso i nostri parenti o amici per recare liete notizie, come fece la Madonna quando corse dalla cugina Elisabetta per l’incontro dei grembi materni.

Il nostro cuore forse “sussulterebbe” di gioia come accadde in quel famoso momento e poi potremmo perfettamente avvertire anche la stanchezza che avrà provato Maria, magari nel viaggio di ritorno. Assimilare questo alle nostre stanchezze aiuta molto nella vita.

Pensiamo al Padre Nostro. Se avessimo prestato attenzione ad ogni parola pregata forse ci sarebbe successo come a San Francesco che dovette fermarsi alla parola PADRE, tanto era lo stupore di riconoscersi figlio di cotanta paternità!

E invece io che faccio?

Lo recito tutto d’un fiato stando ultimamente attenta a non dimenticarmi  “anche” e al “non abbandonarci alla tentazione” per essere sicura di non sbagliare con la vecchia formula ormai acquisita da sempre.

Però devo dire che quell’anche mi sta servendo molto perché nella maggior parte dei casi preferivo la parte da creditrice piuttosto che verso i miei debitori….ora invece, pensare che ANCHE  io debba fare agli altri come il mio Dio fa per primo a me mi fa sentire certamente orgogliosa di poter compiere qualcosa di buono!

Pensiamo poi alle Coroncine. Avendo consacrato la mia vita al Cuore Immacolato di Maria, attraverso il percorso di preghiera suggerito dal Santo  Luigi Maria Grignion  da Montfort, fino al momento in cui rinnoverò tale consacrazione, sto rispettando il gradito impegno di recitare ogni giorno la Coroncina di Dodici Stelle alla Regina della Pace. Quante volte, ahimè, arrivo a concluderla senza ricordarmi una sola parola delle meravigliose invocazioni pregate e, quando giungo al Gloria al Padre finale, sento la compassione amante di tutta la Trinità che mi sussurra…”coraggio figliola, domani è un altro giorno  vai in pace, per il momento  ti amo così come sei, poi vedremo come trasformarti in qualcosa di meglio”. Meno male non vedo l’ora!

Pensiamo alle lodi mattutine pregate ad ogni risveglio col mio sposo. Tra uno sbadiglio e l’altro i salmi mi sorpassano rispetto alla postazione dei mei occhi, e devo ringraziare continuamente lo Spirito Santo che si fa così presente da ridarmi  il senso di ciò che sto pregando. E quanto è bello alzarsi in piedi e proclamare il Cantico di Zaccaria, ancora assonnata , ma con la certezza che Dio mi proteggerà da ogni nemico. E quanto è bello iniziare la giornata dicendo O DIO VIENI A SALVARMI, SIGNORE VIENI PRESTO IN MIO AIUTO, senza ancora sapere cosa potrà accadermi!!!

Il  Signore gioca sempre d’anticipo e non ti chiede  nessuna  cauzione, è tutto GRATIS.

Ma ora sono al Sacro Manto in onore di San Giuseppe. Sto pregando questo, insieme a tante altre famiglie che ci circondano nel cammino di fede che il Signore ci ha chiesto di condurre con Lui, servendo il Regno di Dio.

Questa preghiera, non so perché, ti fa essere attenta, seguendo passo dopo passo ogni parola, comprendendone sempre la portata.

Dalla prima offerta alle orazioni e alle litanie tu percepisci di essere un TESSITORE.

Ecco perché si chiama Sacro Manto. È come se ti fossero  messi  nelle mani gli strumenti per la tessitura e tu diventassi improvvisamente quell’artigiano della tela.

La navetta che passa tra l’ordito e la trama non ti consente distrazioni e tu preghi, preghi, preghi, tessendo quel manto.

  • Gioia della vita domestica
  • Sostegno delle famiglie
  • Conforto dei bisognosi
  • Terrore dei demoni.

Queste e tante altre le trame e gli orditi del manto che pregando tessiamo noi stessi.

Non importa quanto saremo attenti o quanto saremo distratti e non importa se abbiamo una grazia da chiedere o un  regalo da ricevere.

Ciò che importa è sapere che Dio ti cerca, vuole entrare in relazione con te, vuole parlarti aspettando i tuoi passi, i tuoi limiti, i  tuoi pregi e i tuoi difetti  e ha bisogno di te. Ha necessità della tua povera preghiera.

Tu sei un tessitore prezioso e puoi concorrere a realizzare il più bel Manto, intrecciando orazioni che sgorgheranno direttamente dal cuore!

Che tu possa essere quel tessitore!

Cristina righi

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La prova del 9 di ogni matrimonio

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Padre Luca

Pare che Gesù cerchi di diventare un influencer, di essere innalzato, di essere visto e conosciuto da tutti. In realtà il senso della parola è ben altro. Innalzato vuol dire crocefisso, ma vuol dire anche esaltato nel senso di glorificato.

Gesù vive la crocefissione come una glorificazione. Cosa?? Ho capito bene? Uno strumento di tortura diventa segno di gloria?

Roba da non crederci.

È proprio il mistero della croce, che ben ha scandagliato Santa Teresa Benedetta della Croce quando ha scritto la sua opera “Scientia crucis”. La croce possiede una scienza, un insegnamento, una sapienza superiori alla nostra capacità ordinaria di intendere e capire le cose ed è solo una grazia di Dio il riceverla.

La croce, vista da un punto di vista nuziale, è il momento culmine dello sposalizio di Gesù con la Chiesa, è quando Gesù consuma il suo atto di amore. Si può dire, con tutte le analogie possibili, che Gesù sulla croce compie l’atto coniugale intimo nei confronti della Chiesa e quindi la feconda perché dia vita. Difatti, dal petto di Gesù nascono i sacramenti che sono il frutto genuino di tale unione mistica.

È quello che dice il grande teologo Hans Urs Von Balthasar (Cfr H. U. von BALTHASAR, Il cuore del mondo, Brescia 1964, pp. 173-174) e che poi è ripreso da San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: “Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di sé stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa” (FC 13).

Il matrimonio perché sia vero e fecondo deve passare dalla croce. È il suo momento di vero innalzamento e di esaltazione, nonostante faccia male e sia occasione di tanta sofferenza morale e fisica ma abbiamo appena visto come e dove sia nato…

Per quello la croce rimane e rimarrà sempre la prova del 9 per una coppia credente: davanti ad essa si mette alla prova su cosa si è costruita la relazione, “Umano, troppo umano” come diceva Friedrich Nietzsche oppure sulla roccia della fede?

A un caro amico, il cui matrimonio sta passando per un periodo difficile, ho detto che era arrivato il momento in cui si avvera la promessa “di esserti fedele sempre, nel dolore e nella malattia” ma che in questo momento lui può contare sulla “grazia di Cristo” che gli è stata donata il giorno delle nozze.

Ho una coppia di amici stupendi, lei francese e lui italiano. La vita li ha portati a vivere prima in Italia e poi in Francia, ma queste sono state scelte concrete, vissute in comune accordo. In ognuna di esse uno dei due ha dovuto sacrificarsi per il bene dell’altro: non poter vivere vicino alla propria famiglia, dover parlare un’altra lingua, vivere in una cultura diversa… È stato un momento difficile, di rinuncia, di donare qualcosa di molto importante di sé per il bene del coniuge. Questa coppia è davvero cresciuta nel loro amore, nella loro relazione e nella spiritualità, questo dono mutuo li ha portati a crescere e a volersi più bene, la croce è stato un trampolino verso un amore più concreto e consapevole.

Rimane un mistero, se avremo la grazia lo capiremo in Cielo perché è così ma il matrimonio raggiunge la sua pienezza sulla Croce, il suo innalzamento e la vera esaltazione dell’amore. Cara coppia, in questa Quaresima oramai arrivata verso la fine, possa tu fare esperienza della fecondità della croce che condividi con il coniuge e, lungi dall’essere motivo di divisione, essa ti aiuti a unirti ancora di più a Gesù e tra di voi.

Antonio e Luisa

Anche questa domenica il Vangelo offre moltissimi spunti evidenziati molto bene da padre Luca. Per noi è stato proprio così. L’abbiamo raccontato già molte volte. Crediamo che ogni coppia abbia il suo momento per prendere coscienza di quanto la sofferenza possa dare all’amore un significato più vero. Perchè è lì che non si può fare finta, è lì che ci si sente poveri e inadeguati. E’ lì che si incontra Gesù davvero. Io ho sperimentato tutto questo durante i primi anni di matrimonio dove a neanche trent’anni e con due figli già sul groppone sono andato in crisi e non sono stato per nulla un buon marito per Luisa. Assente, freddo, distaccato e lei mi ha amato come l’uomo migliore del mondo. Quel suo amore completamente immeritato non solo mi ha permesso di uscire dalla mia crisi ma ci ha dato una forza e una consapevolezza di stare dentro una storia bella piena di Gesù che ci ha permesso di svoltare e iniziare un vero matrimonio nella volontà di essere sempre più uno tra noi e con Gesù.

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Domenica e famiglia, un connubio possibile / 2

Dopo aver capito cosa significhi essere precettati, affrontiamo il fatto che la Domenica non è un giorno come gli altri sei ; perché i cristiani si sono così tanto incaponiti su questo giorno, tanto da dargli un nome con riferimento divino ? La messa degli altri giorni è forse diversa da quella della Domenica ? Se io entro in una chiesa vuota il Martedì mattina non è la stessa cosa , anzi, meglio perché non c’è nessuno e dico le mie preghiere in tranquillità ?

Sono domande legittime e che riflettono la mentalità di questo mondo, ma non possiamo esaurire tutta la complessità che richiederebbe una giusta risposta approfondita. Cercheremo in poche righe ( sperando nel dono della sintesi ) di esporre almeno le linee fondamentali per muovere i primi passi incontro alla bellezza della Domenica. Per molti lettori potrebbe essere l’occasione di riconfermare le proprie buone abitudini ; per altri potrebbero essere davvero i primi passi ; per altri ancora potrebbe essere l’occasione di alzarsi dal divano in “memory foam” e smuoversi un po’ tentando timidamente di trascinarsi fino all’uscio di casa e, senza girarsi indietro per controllare che sul divano non ci sia più il proprio corpo scolpito, uscire di casa e recarsi in chiesa, la quale, è ancora uno dei pochi luoghi in cui c’è “entrata libera e senza consumazione obbligatoria”.

Cominciamo dal significato etimologico della parola : Dies Dominicus ( giorno del Signore ), con riferimento alla risurrezione dai morti di Gesù Cristo avvenuta in quel giorno che nella Bibbia viene definito semplicemente “il primo dopo il sabato”. Ora, il fatto che Dio abbia scelto accuratamente cosa compiere ed in quali giorni, non è un caso ; è una libera, irrevocabile ed insindacabile scelta di Dio, quindi dobbiamo solo fare lo sforzo di capirne i significati. Questa discriminazione di Gesù per gli altri giorni non significa che essi non abbiano valore, ma pone la Domenica su un gradino più alto rispetto agli altri ; inoltre ci ricorda che Dio ( che è fuori dal tempo ) ha deciso di entrare nel tempo e di farsi carne, di sottomettersi alle leggi del tempo.

Il cristianesimo ha preso talmente sul serio questo “farsi carne nel tempo” da riempire tutta la vita degli uomini di questo “Dio fatto uomo” impregnandone tutta la cultura del Suo ricordo. Ecco perché la Domenica ha questo nome, è un’invenzione dei cristiani, i quali, hanno vissuto la novità di questo Dio che è risorto dai morti…… è come se noi incontrassimo per strada la stessa persona di cui siamo stati al funerale solo 3 giorni fa….. impressionante vero ? Purtroppo, per molti cristiani, questo fatto non appare più una novità e la Domenica risulta quindi spenta.

Tutti noi viviamo con intensi stati d’animo e sentimenti alcune giornate particolari che ricordano eventi particolari legati ai propri cari defunti : il loro compleanno, l’onomastico, la data della loro morte, l’anniversario di matrimonio, la data dell’incidente, e così via, ognuno ha i propri ricordi. Ma questo atteggiamento dovremmo averlo anche e con maggiore intensità nei confronti di Gesù, il quale dovrebbe esserci più caro al nostro cuore dei nostri cari ; se le nostre persone care smuovono i nostri affetti/sentimenti , perché non dovrebbe smuoverli Colui che è morto per noi , e al nostro posto, per donarci la vita eterna ? E poi, non contento, ha sublimato tutto con la sua risurrezione dai morti , annunciandoci che neanche la morte ci può separare dal Suo amore eterno…. e noi dovremmo forse calpestare il giorno vittorioso di Cristo sulla morte , e , quindi, anche sulla nostra morte ?

Certo, la Messa domenicale , nella sua essenza, è uguale a quella degli altri giorni, ma lasciamo che sia San Giovanni Crisostomo a chiarirci un po’ meglio :

Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo. Là c’è qualcosa di più, l’unisono degli spiriti, l’accordo della anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti

Da ultimo, capiamo il perché entrare in chiesa non deve essere e non è come andare a teatro , non è neanche paragonabile alla sala del bingo, non è nemmeno una “location party” dove sorseggiare allegramente i nostri cocktail mentre facciamo conversazione con gli altri. Se tanto ci piace entrare in chiesa il Martedì mattina ( cosa buona e giusta ma non deve essere l’unica volta ) , quando il silenzio regna sovrano…. quando non abbiamo distrazioni dalle altre persone…. quando possiamo goderci in santa pace la presenza di Dio ( nel tabernacolo ), allora dobbiamo impegnarci perché questo silenzio ci sia anche la Domenica mattina quando siamo in tanti….. allora dobbiamo impegnarci a non essere fonte di distrazione per le altre persone che sono lì con noi la Domenica mattina…… allora dobbiamo impegnarci nel godere e lasciar godere gli altri in santa pace la presenza di Dio anche la Domenica mattina senza mettere fretta a nessuno e rispettando il suo dialogo personale con Dio.

Coraggio allora, sposi carissimi, che in chiesa non c’è il Presidente dei Presidenti che ci aspetta, ma c’è Dio. E chissà cosa avrà domani da dirci ! Per scoprirlo bisogna che usciamo di casa e andiamo da Lui.

Giorgio e Valentina.

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Patire e Pazientare: due verbi simili

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

In questa Quaresima 2021, che a tratti si intreccia con una situazione di quarantena mondiale dovuta al Covid, ci vengono in mente tempi che sembrano lontani.

Eravamo abituati a situazioni che si risolvono subito, a “guerre lampo”…a malattie contagiose che non avevano niente da spartire ormai con l’occidente…e invece…ecco che perdurano.

E’ un tempo che può insegnarci ad essere più pazienti ricordandoci che Cristo stesso:

imparò l’obbedienza da ciò che patì

EBREI, 5,8

Per dirla con Madeleine Delbrel…è una “passione delle pazienze”, di cui riportiamo di seguito il bellissimo testo. Una poesia da leggere con calma per meditare. Buona lettura e buona riflessione:

___

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo

scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di

ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostro pazienze, in ranghi serrati o in

fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

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La Passione delle Pazienze - Madeleine Delbrêl (1904-1964) 
poetessa, mistica ed assistente sociale francese

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Grazie, Pietro e Filomena.

Caro Achille Lauro andiamo avanti anche per te.

Devo ringraziare tutti i nuovi amici che hanno deciso di spendere un po’ del loro tempo per condividere i loro pensieri su questo blog. Questo mi ha permesso di rallentare i miei di pensieri e di preparare con più calma ogni articolo visto che posso permettermi di pubblicarli più di rado.

In questi giorni mi sono fermato a riflettere su alcuni episodi. Episodi poco edificanti e certamente di cattivo gusto. Mi riferisco in particolare a certe discutibili esibizioni televisive che ci ha regalato il Festival di Sanremo e alla processione femminista avvenuta a Roma dove alcune attiviste hanno portato a spalla una statua molto ambigua di una vagina che voleva ricordare la Madonna.

Non nascondo che il primo impluso che ho provato è stato di disgusto e di rabbia verso chi non aveva rispetto per ciò che per me e Luisa è di più sacro. La nostra fede, la nostra relazione con Dio e con la Mamma Celeste, la nostra vita. Quelle persone hanno sputato su tutto questo. Poi però, a bocce ferme, ci ho pensato sopra. Ho meditato su quanto successo e ho guardato quelle persone con altri occhi. Ho cercato di guardarli con gli occhi di Dio. Ho visto tanta povertà. Ho visto persone ferite.

Dai cuori di quelle persone traspare tanta rabbia e povertà. Un cuore pieno di tante cose ma non di Dio. Ci leggo una mancanza di senso e di orizzonte. Lo leggo in quelle donne rabbiose e in Achille Lauro, due mondi che sembrano lontanissimi, ma che esprimono lo stesso malessere. Esprimono una totale mancanza di bellezza. O meglio la mancanza di uno sguardo capace di scorgere la bellezza.

La bellezza è di Dio. La bellezza, come l’amore, viene da Dio. Stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che è bello e, cosa ancor più grave, non sappiamo più generare bellezza perchè ci stiamo sempre più allontanando da Dio. La nostra società occidentale, prima che una crisi economica e sociale, sta vivendo una crisi di fede. Ce lo insegna la Bibbia. Quando scacciamo Dio dalla nostra vita, la riempiamo con altro. Altro che può essere il successo, la ricchezza, il lavoro, il sesso, il divertimento, l’ideologia o chissà cos’altro. Dio ci dona la vita mentre ogni altro idolo che poniamo al suo posto ci chiede la vita. Una differenza non da poco.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questa gente. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Questo è quello che avviene a tante persone, anche se non fanno processioni blasfeme o non sono cantanti famosi. Tanti cercano la felicità rinnegando sempre di più Dio e trovandosi sempre meno felici. Un circolo vizioso che porta tante persone ad osare sempre di più nell’illusione di riempire finalmente quella voragine che hanno nel cuore. Persone che straparlano, spesso a sproposito, di amore non conoscendo cosa sia davvero l’amore. L’amore non è dare sfogo a tutte le pulsioni o seguire come un polline di fiore il vento delle passioni e dei sentimenti. Questo stile rende solo le relazioni sempre più fragili e le persone sempre più sole. L’amore è scelta, l’amore è dono di sè, l’amore è farsi piccolo per fare posto. L’amore è decentrare lo sguardo da sè all’altro.

Per tutti questi motivi guardo con compassione quelle persone. Compassione che non significa sentirmi superiore. Compassione nel senso di patire con. Io stesso sono stato male per tanto tempo alla ricerca di una felicità che non sapevo dove cercare. Quindi io capisco la rabbia e lo smarrimento di quelle persone. Per questo quelle donne in processione e quel giovane mascherato malamente sul palco del Festival mi hanno dato ancora più convinzione.

Voglio continuare con Luisa a raccontare la bellezza di un amore fedele, di un amore indissolubile, di una scelta radicale. Non perchè noi siamo meglio degli altri. Tutt’altro. La gioia e il senso che abbiamo trovato non è per i superuomini o per le superdonne, ma è per tutti. Vogliamo restituire un po’ di quell’amore e di quella consapevolezza che Dio è riuscito a regalarci attraverso tante persone che ci hanno aiutato e seguito. Per questo non ci fermeremo. Andremo avanti anche per voi care femministe che vedete nella differenza di genere una ragione per muovere guerra e non una bellissima occasione di Alleanza. Andremo avanti per te caro Achille Lauro e per quelli che ti invidiano perché sei stato chiamato al teatro Ariston, affinché vi fermiate a riflettere, a farvi alcune domande.

Antonio e Luisa

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Canta dall’Ariston: mio marito!

Leggendo le letture che ci hanno accompagnato la scorsa settimana ci siamo accorti che c’era una parola che si ripeteva: Ascolto. Che bello! La Parola che ci guidava all’ASCOLTO, che ci dice che abbiamo gli strumenti per vivere una vita buona, una vita che profuma di santità, una vita che sa di salvezza, una vita che porta frutto.

È una Parola che la Chiesa ci dona in questo tempo di preparazione alla Pasqua, una Parola che è guida nel cammino; come dei cartelli stradali che giornalmente vediamo percorrendo il sentiero verso quel monte, dove l’amore prende la forma di una croce, dove l’amore prende la forma di due braccia aperte che ci accolgono e si gettano al nostro collo, dove l’amore diventa totale

Vediamo i “cartelli” di settimana scorsa:  

Martedì 02/03 Isaia 1,10.19 ..”Ascoltate la parola del Signore,..” …“Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra..”

Mercoledì 03/03 Geremìa 18,19   ..”Prestami ascolto, Signore..”  ..  – Mt 20, 17..”mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro”

Giovedì 04/03 Vangelo Luca 16, 29,.31 ..”Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.”.. “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».”

Sabato 06/03 Vangelo Luca 15,1 “In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.”..

Il cartello che vediamo ripetersi è: “Ascolto”, “Ascolta”, “Ascoltate”, “se ascolterete”, “ascoltino”.. è quello Shemà Israel, primo comandamento per il popolo di Israele, “… Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore (Mc 12,29).

Perché vi sottolineamo questo ASCOLTO? Proviamo ora a leggere quei cartelli, come se si rivolgessero a noi coppia, alla nostra vita di sposi, toccando nel concreto della casa domestica la nostra relazione duale di ascolto. È presente fra noi sposi, tra me e te questo cartello, questa parola? Sicuramente è presente e concreta verso i figli: quante volte gli diciamo “non mi ascolti?”, “ascoltami”, sperando o pretendendo che ci ascoltino? Il nostro chiedere ascolto ai figli se ci pensiamo è proprio specchio di quell’indicazione, di quell’ascolto che anche noi dovremmo prestare al Padre, ma che come i nostri figli magari non diamo. 

Ma quello che ci interessa, e torniamo li, è l’ascolto che dai a tua moglie, a tuo marito. Quell’ascolto fra mille rumori e cose da fare, in uno spazio di tempo ridotto. Quando si rientra a casa dopo il lavoro, oppure prima, dopo, durante cena. Quanto tempo è? Fermati ora a pensare: ascolto mia moglie? Ascolto mio marito? ….

Magari l’ascolti mentre giochi coi bambini, magari mentre dai la pappa al più piccolo o mentre cerchi di ascoltare i suoi bisogni o mentre gli parli. Magari tua moglie che parla ed ascolta mentre controlla tre pentole e prepara le verdure. È questo l’ascolto che ti è chiesto? Forse diamo maggiore ascolto alle notizie del telegiornale, o alle canzoni di San Remo!! ma a tuo marito? A tua moglie? Quanto e quale ascolto dai?

Vi lanciamo ora anche un parallelismo, riprendendo quella Parola dalla quale siamo partiti, elevando la bellezza dell’ascolto tra marito/moglie, all’ascolto della Parola di Dio: se la domenica mattina ascoltassimo la Parola, giocando con nostro figlio, cucinando su tre fornelli, guardando il telegiornale sul cellulare in chiesa. Cosa rimarrebbe in noi di quell’ascolto ? Di quella Parola di Dio? Di quella omelia? 

Certo in casa ogni sera la dinamica della vita domestica non può essere quella della domenica mattina in chiesa. Ma è bellissimo pensare che l’ascolto che dovremmo mettere tra me Stefano e Anna Lisa sia più importante dell’ascolto che mettiamo a messa la domenica, o alla riunione di lavoro, o col cliente, o coi figli, o con gli amici, o alla partita in televisione. Capite che ascoltiamo meglio, più attenti altre voci che ci circondano e riduciamo l’ascolto dell’amato ad un momento secondario. Ancora mi ridomando: Io come ascolto mia moglie? Ci sembra doveroso e bello sottolineare come è primario l’ascolto vero! Fatto con calma e disponibilità! Mente libera! Cuore aperto verso l’amato!

Che bello pensare che quei cartelli “Ascolta” a bordo strada in questa quaresima, non siano per dirci solamente di ascoltare la Parola di Dio, di ascoltare quel Compagno di viaggio che ci indica la strada, ma siano lì per ricordarti che su quel sentiero verso la Pasqua sei con il tuo sposo, con la tua sposa, e quindi ascolta lui, camminate dialogando tra di Voi, donandovi del tempo di ascolto speciale tra voi.  Segna sulla tua agenda: omelia= ascolto della moglie! Oppure: canta dall’Ariston, mio marito! Oppure: Telecronaca di mia moglie! Oppure: moglie = riunione col capo!.. (Forse questo è vero.. )

Affinché il nostro matrimonio, il tuo matrimonio arrivi alla Pasqua, arrivi su quel promontorio dicendo:  Wow! Buona Pasqua! Che bello il nostro matrimonio! Che bello essere risorti di un amore vero! 

Donati dell’ascolto, donati del dialogo speciale a tre, te, il tuo sposo e lo Sposo. Te, l’amato e l’Amore!

Innanza il tempo e i gesti che compi ogni sera in casa col tuo sposo, ai gesti che compi la domenica in Chiesa; mettici la stessa cura, la stessa attenzione. Solo così vivrai la Chiesa domestica,  vivendo in casa l’Eucarestia, vivendo in casa la sera l’ascolto, vivendo in casa il perdono, vivendo in casa la bellezza di quell’amore che è dono totale.

Is 1, 18-19  “Su venite e discutiamo”, dice il Signore. “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve, se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra”. 

Buon cammino in Ascolto! 

Anna Lisa e Stefano #Cercatori di bellezza

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Semplicemente saggi o saggiamente semplici

Ringraziamo Padre Luca che ci ha aiutato nella meditazione sul Vangelo di Domenica scorsa, e vorremmo nel contempo continuare a riflettere sulla Parola di Dio proclamata lo stesso giorno prima del Vangelo. Vi riportiamo solo poche righe della Prima lettura dal libro dell’Esodo e dal Salmo 18 :

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. […]

Anche per noi, all’inizio dell’avventura amorosa tra noi, alcune leggi del Signore e quindi della sua Chiesa (Cattolica) ci sembravano inarrivabili, incomprensibili, oscure, indecifrabili, quasi assurde e sicuramente fuori moda. Poi, cammin facendo, ci siamo fidati in base solo al fatto che esse sono per la nostra felicità, per la nostra libertà, anche se non comprendevamo tutto fin da subito, anzi .

Infatti ci ha sempre colpito come cominciano i famosi Dieci Comandamenti ( vedi citazione soprariportata ) ; c’è una specie di introduzione ad essi come a mettere un timbro di validità/credibilità su tutto ciò che segue ( i 10 Comandamenti propriamente intesi ) ; è come se il Signore ci indicasse che dobbiamo seguire i 10 Comandamenti fidandoci di Lui e basta …… dobbiamo seguire questi Comandi semplicemente perché la fonte da cui provengono è Colui che ci ha liberato dalla schiavitù d’Egitto. Più che fissare la nostra attenzione sindacando sul contenuto di ogni singolo Comando, dobbiamo quindi fidarci e viverlo per il solo fatto che Chi ce lo ha dato ci ha già liberato e non vuole vederci ricadere nella schiavitù.

Cari sposi, ognuno di noi è già stato liberato dalla schiavitù d’ Egitto, cioè dalla schiavitù del peccato originale grazie al Battesimo…. ma poi molti sposi sembra che vogliano ritornare alla schiavitù del peccato con la loro condotta peccaminosa ; con i loro peccati personali e di coppia contro la castità del proprio corpo ( vedi l’articolo di Padre Luca di cui sopra ), oppure contro la vita nascente, contro la fedeltà, e chi più ne ha più ne metta. Sposi, se viviamo in ossequio ai Comandi divini amandoli ed incarnandoli nella nostra vita personale e di coppia, non diventiamo dei Superman e Wonder Woman, ma semplicemente diventiamo veri uomini e vere donne…. veri nell’accezione che diciamo la verità con la nostra vita, ecco perché veri. Una verità che diciamo, per esempio, è che il tempo non è in nostro possesso, ma è un dono di Dio, infatti la Domenica la dedichiamo a Lui.

Se poi, qualche coppia avesse ancora dubbi sul perché seguire/rispettare/vivere i 10 Comandamenti, ecco che la Chiesa manda in aiuto le parole del Salmo 18 :

[…] La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi. […]

Abbiamo sentito molti fidanzati raccontare di aver intrapreso il percorso di fede verso il sacramento del matrimonio semplicemente grazie al consiglio saggio della nonna, oppure perché hanno veduto la gioia di vivere questo sacramento nei propri nonni…. mia nonna era una persona semplice (si sente dire), ma molto saggia, aveva tanta fede…

Cari sposi, volete diventare saggi ? Restate semplici e seguite i 10 Comandamenti senza SE e senza MA. Volete vedere la luce di Dio negli occhi del vostro coniuge ? Vivete i 10 Comandamenti senza SE e senza MA. La Chiesa, poi, che è madre, ha declinato i 10 Comandi in tante indicazioni/leggi per ogni stato di vita particolare. Per noi sposi, per esempio, ha donato la legge della fedeltà, dell’indissolubilità, dell’unicità, della fecondità e della socialità.

Coraggio sposi, che quando la nostra vita è allineata alla legge del Signore, il nostro cuore è pieno di una gioia che il mondo non conosce e non può dare. Evviva gli sposi che diventano saggiamente semplici e semplicemente saggi.

Giorgio e Valentina.

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Amarsi è un tuffo nell’ignoto dove vince chi si tuffa con Dio

Dove stiamo andando? È questa la domanda che si fanno molte coppie in un certo momento della loro relazione.

Sì, ti amo, mi sento amato, ma che senso ha la nostra relazione?

Siamo giovani e energici ma pieni di fragilità, su chi poggiamo il nostro Amore?

Sono interrogativi che nascondono una ricerca di Amore vero. Quello che succede a me e alla mia fidanzata penso sia comune a tante coppie cristiane che come noi stanno cercando di costruire una relazione che abbia un futuro, un rapporto che vada verso un “per sempre” se Dio ci farà capire che siamo fatti l’uno per l’altra.

Spesso ci ritroviamo in una ricerca affannosa di parole per rispondere a tutto questo, parole e parole… finché non lasciamo finalmente parlare Dio.

Ogni giorno promettiamo di amarci, ma poi ci guardiamo e ci scopriamo poveri, incapaci di amare senza prima lasciarci amare da Dio. Allora ci lasciamo guardare da Dio e riscopriamo la meraviglia che c’è nella nostra relazione.

E poi ci stupiamo, ci stupiamo ogni giorno di quanto Dio ci ama. Le coppie più belle sono quelle che in mezzo a mille difetti vanno direttamente alla fonte dell’Amore. Questo ci permette di scoprire il senso della nostra relazione, perché siamo chiamati a qualcosa di più grande di quello che stiamo vivendo. Noi spesso ci accontentiamo delle briciole dell’Amore, ma Dio desidera farcelo gustare nella sua pienezza!

C’è chi vive un fidanzamento a 20 anni e chi lo vive a 35, ma questo non toglie che sia una fase piena di dubbi, di incertezze e di scelte grandi. Proprio per questo come coppia affidiamoci ancora di più a Dio. Occorre fidarci: non sappiamo attraverso quali strade ci conduce, ma sappiamo chi ci conduce e dove ci conduce. Scegliere Dio è scegliere la direzione dell’Amore: stiamo andando verso l’Amore e Lui ci vuole felici perché è nostro Padre.

Sanno bene gli sposi che sposarsi è un po’ un tuffo nell’ignoto dove vince chi si tuffa insieme a Dio. Intendo dire che da fidanzati è impossibile prevedere tutte le situazioni future. Fra le numerose difficoltà della vita ci sarà bisogno di un “Sì” fra marito e moglie che vada ben oltre le emozioni e i sentimenti. È necessario scoprire fin dal fidanzamento che solo Dio può aiutarci a dire quel “Sì” anche nel mezzo alle sabbie mobili, perché l’Amore è una scelta quotidiana che va ben oltre le emozioni. Cristo ci insegna il vero significato dell’Amore, che non è un calcolo di convenienza o un interesse reciproco, ma il dare la vita per l’altro. Lui che è morto in croce per Amore nostro ci insegna che in Amore se non ti ci giochi tutto non è Amore, se non è fedele non è Amore, se non sei disposto a consumarti per lei fino a morire per lei non è Amore.

Mettiamo fin da subito il nostro Amore in mani sicure, non siamo troppo giovani per pregare insieme. Scopriamo la preghiera come dialogo personale e di coppia con Dio, come sguardo intenso di Amore. È difficile che un rapporto nato e cresciuto senza preghiera poi la scopra quando è giunto a maturazione. Se si rimanda, riuscire a pregare insieme sarà sempre più dura. Mettiamo fin dall’inizio Gesù al centro della nostra unione, perché è già nella fase iniziale della relazione, quando si pongono le basi del rapporto, che dobbiamo crescere sopra solide fondamenta.

La preghiera non ci toglie le difficoltà, ma è essa che modella il nostro cuore e ci dona la Luce per affrontare le sfide quotidiane. Facciamoci piccoli per avere l’umiltà di lasciar agire Dio. Scopriamo insieme che la preghiera è il luogo privilegiato per il discernimento, è l’oasi dove possiamo ascoltare la voce di Dio che vuole aiutarci per trasformare in meglio la nostra vita. Noi siamo così testoni che è bene dirlo forte: Gesù bussa continuamente al nostro cuore e non vede l’ora che ci lasciamo amare!

Pregare insieme è “salire sul monte” per ritagliare uno spazio solo per noi e Dio. È un momento che regaliamo a noi stessi, in cui ci fermiamo e ci guardiamo negli occhi, per scoprire l’altro, per scoprire la bellezza di quello che siamo, di ciò che Dio ci dona.

Insieme chiediamo a Dio che ci aiuti a desiderare e custodire la purezza per gustarci l’Amore vero. La sessualità è un dono meraviglioso di Dio e Lui ci dà la forza per non impoverirlo.

Con la mia fidanzata stiamo sperimentando la gioia di partecipare insieme alla Santa Messa anche durante la settimana quando possibile, è uno dei momenti che ci unisce di più. Così come è bello aprire la Bibbia e lasciarci suggerire da Dio, o andare insieme privatamente da un sacerdote che conosciamo a chiedere una benedizione. Sono tutti momenti che aiutano la coppia a crescere spiritualmente e che presuppongono un percorso di maturazione umana e affettiva. È Dio che modella, ma un padre spirituale può aiutarci a lasciare agire Dio.

Nella coppia capita spesso che i due abbiano una profondità spirituale diversa che richiede tempi e ritmi diversi. Ecco che pregare insieme non significa pretendere dall’altro che faccia il nostro identico percorso, è quindi salutare per entrambi ritagliarsi spazi propri in cui arricchirsi personalmente.

Ciò che suggerisco alle coppie, a noi per primi, è questo: affidiamoci a Maria, facciamoci prendere per mano da Lei con la sua tenerezza materna, scopriamo la forza di un Rosario pregato insieme come coppia, almeno proviamoci! Tanto più che in occasione dell’Anno di San Giuseppe indetto quest’anno da papa Francesco, la Chiesa ci concede un dono speciale:

L’aspetto principale della vocazione di Giuseppe fu quello di essere custode della Santa Famiglia di Nazareth, sposo della Beata Vergine Maria e padre legale di Gesù. Affinché tutte le famiglie cristiane siano stimolate a ricreare lo stesso clima di intima comunione, di amore e di preghiera che si viveva nella Santa Famiglia, si concede l’Indulgenza plenaria per la recita del Santo Rosario nelle famiglie e tra fidanzati” (Decreto sulle Indulgenze in occasione dell’Anno di San Giuseppe).

Se solo avessimo più fede… non ci rendiamo abbastanza conto di quante grazie arrivano nella nostra vita attraverso la preghiera. Siamo così incatenati da logiche meramente umane da dimenticarci di alzare lo sguardo fino ad avere un cuore che desidera davvero il Paradiso. Pensiamo troppo poco al Paradiso! Lavoriamo per avere lo sguardo e il cuore attratti dalle cose del Cielo. Usciamo dai nostri schemi. Come coppia è necessario liberarci dalla logica umana per entrare in quella di Dio fino a fidarci davvero della sua Provvidenza e dei progetti che ha su di noi. Perché ci fa paura? Perché talvolta per noi la logica di Dio è incomprensibile, anzi vorremmo quasi suggerire noi a Dio. Dobbiamo avere il coraggio di entrare nella logica dell’Amore, Dio ci ama!

Filippo Betti

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Oggi Gesù entra nel Tempio della vostra coppia

Padre Luca

Chi è stato il fondatore o inventore della teologia del corpo?

Se sei bravo dirai: Giovanni Paolo II. Ma in realtà non è del tutto esatto… perché il fondatore è Gesù Cristo. Gesù è Dio (theos appunto in greco) fatto carne, che ha preso un corpo per la prima e unica volta in tutta la storia umana.

Nel Vangelo di oggi, in questo clima quaresimale, mentre siamo a metà dei Quaranta giorni, vediamo Gesù che ci rivela chiaramente di essere l’inventore di questa teologia molto ma molto particolare.

La scena la conosciamo bene Gesù, che è andato un sacco di volte nel tempio nella sua vita e in tutte queste era salito per pregare o per parlare serenamente con le persone, oggi invece dà di matto… si fa una frusta e mena a destra e a manca. La Sindone ci mostra che Gesù era un uomo robusto, più alto della statura media dell’epoca, un baldo giovane trentenne… di sicuro un fusto così incollerito aveva messo in fuga più di una persona. Dopo la sfuriata, ecco venire di corsa i capi del tempio, i sadducèi, che ovviamente gli chiedono cosa stia facendo e probabilmente gli hanno presentato il conto dei danni.

Alla domanda: “con quale autorità ti permetti di fare un baccano del genere?” Lui risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. “Ecco, questo proprio non è a posto con la testa” avranno bisbigliato gli scribi tra di loro magari sghignazzando un po’.

È chiaro per noi oggi: Gesù vuole mostrare che quella è la casa del suo Papà, la casa di Dio. Ma perché non è stato capito sul momento? Qui viene il punto centrale di tutto il nostro discorso: perché “egli parlava del tempio del suo corpo”.

Il Tempio era il luogo più sacro al mondo per gli ebrei, noi cristiani non abbiamo proprio idea di quanto lo fosse, non abbiamo un termine di paragone. Noi abbiamo chiese ad ogni angolo ci giriamo ma per loro esisteva un solo luogo al mondo in cui Dio “poggiava i piedi” ed era appunto il Tempio. Le sinagoghe non avevano affatto la stessa funzione.

Paragonare il Tempio al corpo è davvero forte, mai una religione aveva dato così tanta importanza al corpo umano. Men che meno la religione greca e romana che disprezzavano la materia ed esaltavano solo lo spirito e la mente. Come mai il corpo è così importante per Gesù? Così da paragonarlo al Tempio? Perché “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

Gesù ha preso un corpo umano e da allora il corpo ha un valore assoluto, una dignità pari all’anima. Il nostro corpo per questo motivo è destinato alla vita eterna quanto l’anima. Su questa base di verità di fede, San Giovanni Paolo II ebbe a dire:

Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno” (San Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano, 20 febbraio 1980).

E allora cari sposi, nel vostro dono reciproco nuziale, nel vostro mutuo scambiarvi amore, voi, in forza del sacramento, entrate nel tempio dell’unica carne che siete e vi trovate Dio! Quanto è importante che ripuliate il vostro tempio da tutto quello che è improprio della sua dignità, proprio come fece Gesù quel giorno.

Se allora il tempio fu invaso da buoi, pecore e agnelli… oggi il nostro corpo può essere riempito di parassiti che ossidano e arrugginiscono l’immagine di Dio (pornografia, forme sbagliate di sessualità…) oppure si può cedere alla tentazione di “adorare” aspetti del corpo, fino ad averne una cura ossessiva e maniacale (peso, dieta, muscolatura, tatuaggi, depilazione, taglio e colore dei capelli, piercing, ecc.).

Impariamo dal Vangelo di oggi a riscoprire la bellezza e dignità del nostro corpo nuziale e soprattutto a vederlo e curarlo come un dono da ricevere e offrire al coniuge per vivere un vero amore. La bellezza del nostro corpo, del nostro Tempio è in ultima istanza dovuta al fatto che anche il nostro corpo è immagine e somiglianza di quello di Gesù.

Finisco con l’elogio che S. Agostino fece del corpo di Gesù: “Ma per chi capisce, anche il Verbo fatto carne è tutto bellezza… Bello come Dio… Bello nel seno della Vergine… Dunque, bello nel cielo, bello qui in terra, bello nel seno (di sua madre), bello nelle mani dei parenti, bello mentre fa miracoli, bello mentre subisce i flagelli, bello quando invita alla vita, bello quando disprezza la morte, bello quando depone l’anima, bello quando la riprende, bello nella croce, bello nel sepolcro, bello in cielo… L’infermità della sua carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza” (Agostino, Commento ai Salmi, 44, 3).

Antonio e Luisa

La nostra società, figlia della rivoluzione del sessantotto, figlia del vietato vietare e di ogni trasgressione, sembra aver dato finalmente un pieno riconoscimento al piacere e al corpo. Finalmente sono stati divelti tutti quei paletti e quelle imposizioni morali che impedivano alle persone di essere felici e di vivere relazioni libere e spontanee. Aborto, contraccezione e divorzio. Davvero questa libertà ci ha reso felici? Davvero una sessualità slegata dall’amore, e dove i corpi sono svuotati di ogni pudore e mistero, è appagante? Purtroppo si tratta di una illusione che ci conduce ad osare sempre di più, a spingerci sempre più in là, a rendere le relazioni sempre più fragili e precarie. Lo prova il fatto che non c’è mai stata tanta solitudine e sofferenza affettiva come in questo periodo.

Chi davvero ha dato valore al corpo è Gesù, come ha scritto bene padre Luca. Provare per credere. Chi davvero sceglie di vivere una relazione non convenzionale (vivere un’affettività da cristiani non è più tanto normale) si accorge di quanto sia povera l’offerta del mondo confrontata con quella di Gesù. Il corpo se non esprime amore diventa una cosa come un’altra da usare. Parliamo da sposi. Parliamo da persone che hanno provato e hanno visto. Abbiamo vissuto un fidanzamento nella castità, abbiamo deciso di sposarci sacramentalmente, abbiamo deciso di aprirci alla vita seguendo i metodi naturali. Tutto questo ci ha permesso di dare il vero significato all’incontro intimo. Piano piano è diventato un momento meraviglioso di comunione e di dono reciproco. Più passano gli anni di matrimonio e più il desiderio è grande perchè ciò che lo provoca non è solo una pulsione fisica ma è uno stile di vita che ci ha permesso di portare in quel gesto sempre più amore. Capite come vivere la sessualità in questo modo sia tutta un’altra cosa?

Padre Luca con Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia, un connubio possibile / 1

Siamo al nostro primo appuntamento sul tema della Eucarestia domenicale, probabilmente qualcuno storcerà un po’ il naso pensando a quanti libri e saggi siano già stati scritti sul tema della Santa Messa sia dagli autori moderni così come dai Padri e Dottori della Chiesa, per non citare gli scritti dei santi mistici, ma il nostro intento è quello di cercare di far fruttare tutto questo immenso tesoro della Chiesa, attingendo qua e là, senza inventare nessuna nuova verità teologica. Il nostro sguardo su queste sublimi realtà che appartengono alla nostra fede cristiana cattolica, è di tipo sponsale, familiare, e non escluderà nessuno; tutti i componenti delle nostre famiglie troveranno il loro posto : grandi e piccini, bambini e ragazzi, adolescenti e fidanzati, sposini e sposi già nonni.

Prima di addentrarci nei riti che siamo soliti assistere in chiesa quando siamo a Messa, è necessario capire perché la Santa Messa è così importante per noi cattolici ; con un piccolissimo accenno al Catechismo sappiamo che uno dei 5 precetti della Chiesa riguarda proprio la Santa Messa : “Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate”. Fin dalle prime domeniche dopo la risurrezione di Gesù, la Chiesa primitiva ha intuito la valenza e l’importanza della S. Messa arricchendola via via di segni e simboli, riti e gesti, canti e inni, preghiere e silenzio ; in questo crescendo di consapevolezza la S. Messa è diventata una necessità quotidiana per la Chiesa e non solo un appuntamento domenicale, ecco spiegato il perché dell’esistenza del precetto.

Quando una nazione deve difendere i propri confini dall’attacco di nemici, solitamente chiama alle armi tutti gli uomini abili alla guerra, come ? Attraverso la precettazione, che è di competenza del Capo di Stato, con la quale tutti gli uomini interessati dalla stessa, sono obbligati ad adempiere al loro dovere in difesa dei confini nazionali. Si capisce ora l’idea di essere precettati di domenica.

Quando la Chiesa ci dice che la S. Messa domenicale è un precetto, ci sta dicendo che essa è così importante, anzi, è talmente necessaria alla sopravvivenza di una nazione da essere precettati almeno “la domenica e le altre feste comandate” ; perché dobbiamo difendere con le armi della fede una nazione speciale, una nazione che non ha confini come le altre nazioni di questo mondo, questa nazione speciale è la nostra anima.

Man mano che ci immergeremo in questa realtà ne intuiremo/capiremo la ricchezza, la profondità, l’altezza e l’ampiezza che essa ha da offrirci per la vita personale/individuale ma anche per la vita sponsale…. perché entrambe ? Non dobbiamo mai disgiungere questi due aspetti : da un lato dobbiamo curare l’individualità e dall’altro avere cura della coppia…. infatti la coppia sposata nel sacramento non è la mera somma di due individualità, ma diventa una nuova realtà in cui le due individualità si fondono senza mescolarsi o annullarsi a vicenda.

In questo aspetto gli sposi sono icona ( imperfetta naturalmente ) della Trinità. E quando una sposa cura la propria fede diventando sempre più santa, succede che automaticamente la coppia ne gode i frutti di questa rinnovata vita ; se lo sposo cresce nella pratica delle virtù cristiane, ne trarrà giovamento anche la sposa la quale si sentirà amata meglio e sempre più ad immagine dell’amore divino ; così come quando una persona allegra riesce a rallegrare l’intero ufficio ( al lavoro ), pur non avendo nessun vincolo speciale coi colleghi, tanto più una coppia di sposi , che sono un solo corpo e un solo spirito nel sacramento, diventa un po’ più santa se anche solo uno dei due s’impegna nel cammino di santità.

Cari sposi, per oggi ci basti ricordare che c’è il precetto domenicale. Cominciare a vedere la precettazione domenicale con un’ottica diversa può aiutare tanti ad uscire dalla sterile e fredda partecipazione alla S. Messa domenicale, e cominciare a riconoscere almeno che, la S. Messa domenicale, è una chiamata alle armi previo rifornimento all’armeria.

Sposi cari, siamo tranquilli e sicuri , perché, all’armeria di Gesù (un’azienda a gestione famigliare) , troviamo sempre l’arma giusta per il momento giusto e per il nemico giusto.

Coraggio allora, approfittiamo già di domani per cominciare , almeno, a conoscere questa armeria divina. Almeno un giro di perlustrazione alla stregua di quando entriamo in un nuovo negozio, non ce lo toglie nessuno !

Giorgio e Valentina.

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Io e te, tre metri sopra cosa?

Facendo i corsi fidanzati negli ultimi anni mi sono trovato davanti varie edizioni aggiornate di Step e Babi. Se chi legge non sa chi siano, aiuto!!! Sto diventando vecchio!

Di storie pazzesche di amore ne ho viste tante in quei freddi saloni parrocchiali di sera, o durante i ritiri all’aperto prima della conclusione del corso, o nei colloqui del processicolo prematrimoniale… tutti giuravano fedeltà per sempre, “verso l’infinito e oltre” come diceva Buzz di Toys story. Ho benedetto nozze preparate in modo sfavillante, con dovizia di dettagli di finezza squisita, tra sontuose basiliche romane e ville settecentesche. C’è chi ha speso solo per i fiori quello che io da viceparroco ho guadagnato in un anno…

Ma, ahimè, mi è toccato poi di raccogliere i cocci di tante di quelle storie. Nel giro di pochi anni ho visto cambiare radicalmente atteggiamento negli sposini. Le frasi erano più o meno sempre quelle: “Non lo sopporto più”, “non mi capisce”, “non ci prendiamo”, “siamo troppo diversi”, “lei ha la sua vita e io la mia” …

Ma, scusate, non eravate voi perdutamente innamorati? Non eravate quelli decisi a non mollare mai? Addirittura, non vi siete tatuati il nome del coniuge sulla pelle? E allora, che è successo? La verità è che non c’era tanta novità e originalità in questo genere di problemi, su per giù il motivo è sempre quello: si è costruito l’amore su sé stessi, sul proprio sentimento, sul proprio progetto, sulle proprie convinzioni, sulle proprie forze.

Ma, padre, è sbagliato? Beh, in realtà, non è che sia sbagliato ma non basta. Difatti la liturgia di oggi ci dice una cosa veramente concreta e terra terra: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno” e poi continua: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua” (Ger 17,5.8).

Mi dispiace essere tassativo ma chi vive una storia di amore senza mettere Cristo al centro, corre un grave rischio di veder svanire prima o poi quell’amore, di rimanere fortemente deluso dal coniuge e di non portare a compimento il progetto di amore iniziato con tanta speranza e gioia.

Nel Concilio Vaticano II, un documento importante, chiamato Gaudium et Spes, dice una cosa meravigliosa proprio su questo aspetto:

L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre” (GS 48).

Nel sacramento del matrimonio l’amore dei due coniugi è assunto da quello di Gesù. Che vuol dire “assunto”? Significa che Lui lo prende con sé, lo fa suo, lo pervade, lo impregna del Suo Amore. Ma non è meraviglioso?

Proviamo a immaginare: se mi piace il calcio e giochicchio con i miei amici, che succederebbe se all’improvviso il mio modo di palleggiare, tirare, dribblare fosse assunto da Ronaldo? Se io iniziassi a fare in campo esattamente quello che fa lui? O se fossi un ingegnere informatico e da un giorno all’altro iniziassi a lavorare con la proiezione, l’inventiva, il genio di Steve Jobs? Ovviamente è umanamente impossibile questo ma nel sacramento al contrario può avvenire e di fatto succede.

L’amore sponsale è preso, è “inglobato” da quello di Gesù che ama tutti noi, la Chiesa, con un amore infinito, così grande da immolarsi sulla Croce. Questo vuol dire che con la grazia di Dio posso davvero amare, perdonare, comprendere, servire il mio coniuge con una magnanimità e generosità che non sono umane, sono “alla Dio”.

Non ci credi?

Prova a leggere le storie di questo libricino “Scelgo ancora te” (ops, per i fan di Giorgia, non è la sua canzone). Vedrai casi concreti di coppie passate da prove molto dure e che dopo tutto si vogliono più bene di quando un giorno si erano promessi fedeltà davanti all’altare.

Cari sposi, voi due siete davvero sopra il Cielo, se per cielo intendiamo Gesù, l’amore di Dio. La grazia del sacramento vi ha solidamente fissati e radicati sull’amore di Dio e se voi confidate in Lui ogni giorno, davvero il vostro sogno di amore non finirà mai. Buzz aveva proprio ragione: “verso l’Infinito e oltre”.

Padre Luca Frontali LC

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Nudità non fa rima con intimità

Da qualche tempo imperversa sui social la pubblicità di Naked Attraction, un nuovo programma di Discovery+ che così viene descritto: il dating show che inizia come di solito un appuntamento… finisce: completamente nudi!

Nel programma infatti viene proposto ai partecipanti di scegliere la persona con cui uscire, selezionandola tra 6 persone completamente nude, che vengono progressivamente mostrate a partire dai piedi e via via selezionate finché per i soli finalisti verrà anche scoperto il volto. Questa la presentazione di una puntata:

Nel primo episodio conosceremo Cecilia, che ha 24 anni ed è una cameriera di Genova. Nella vita ha avuto vari fidanzati ma è ancora single e alla ricerca della persona giusta. Cecilia non ha un rapporto sereno con il suo corpo… A Naked Attraction si spoglierà per la prima volta nuda davanti a sconosciuti per vincere le sue paure e trovare un uomo al quale non dover nascondere i suoi difetti.

A detta della presentatrice infatti, «Mettere da parte il “romanticismo” permette di superare la preoccupazione dell’attrazione fisica e così quando si arriva ai contenuti ci si può rilassare ed essere davvero se stessi».

Non entriamo nel merito del programma, né dei suoi “nobili” propositi di inclusione, body positivity, accettazione della diversità e superamento di imbarazzo e pregiudizi… (direi che si commentano da sé).

Ammettiamo per un attimo che non si tratti del solito format porno-soft costruito a tavolino per catalizzare la libido e le curiosità morbose del pubblico televisivo, ma che le intenzioni sbandierate dagli autori siano davvero sincere. Ci domandiamo: il mostrarsi nudi davanti a degli sconosciuti può veramente far vincere le proprie insicurezze ed aiutare ad essere sé stessi?

Vorremmo riflettere insieme a voi su quali aspetti della nostra umanità vengono qui a galla. Certo, ad una prima impressione, viene da pensare che si tratti solo di esibizionismo, ma in fondo cosa si nasconde anche dietro a certo esibizionismo?

Nel cuore di ciascuno di noi riposa il desiderio di essere conosciuti, accolti, desiderati, voluti, amati. Nel nostro intimo riposa l’attesa di uno sguardo che si posi su di noi in questo modo. E allo stesso tempo avvertiamo anche l’angoscia e la paura di essere rifiutati.

Proprio a causa di questo, tante volte finiamo per guardare al nostro corpo o come ad un ostacolo o come ad un mezzo per essere accettati, e con questa storia finiamo per esserne sempre insoddisfatti.

È davvero raro trovare qualcuno che abbia fatto sinceramente pace col suo aspetto fisico… È il bagaglio la nostra umanità ferita. Come ci ricorda Giovanni Paolo II infatti, a causa della ferita del peccato originale, ogni essere umano porta in sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo e di relazione con l’altro sesso.

Mostrarci nudi davanti a degli sconosciuti può allora aiutarci a vincere queste paure?

Non credo proprio. Se non vieni scelto, va da sé che la paura di avere qualcosa che non va, ne risulterà amplificata. Ma anche nel caso in cui uno venga scelto per una parte del suo aspetto fisico, come potrà questo fugare dal suo cuore il timore di non essere accolto interamente come persona?

Troppo spesso dimentichiamo che come persone siamo unità di anima e corpo e che ogni volta che le separiamo finiamo per fare del male e farci del male. Il nostro corpo ha un valore immenso, esprime la persona, eppure la persona non è riducibile soltanto al suo corpo, né tanto meno ad una sua parte.

In questo show invece, il corpo viene esibito e valutato a pezzi, sezionato per essere giudicato come merce da scaffale. Le persone sono scartate perché hanno caviglie grosse, lo scroto disarmonico, il seno piatto, oppure scelte per un bel tatuaggio o addominali scolpiti. Il volto invece, che è l’autentica manifestazione della persona, viene tenuto nascosto fino alla fase finale, trattato come qualcosa di secondario ed irrilevante.

C’è insomma un pericoloso cortocircuito tra le intenzioni che vengono proclamate e la realtà di questo format.

Nonostante tutto però, dobbiamo riconoscere che anche in questo pasticcio di programma, si può racimolare un fondo di verità.

L’attesa del nostro cuore è davvero quella di metterci totalmente a nudo: noi desideriamo poterci mostrare per come siamo di fronte a qualcuno che ci ami e ci accolga interamente come persone.

Questo però non può essere il punto di partenza! Questo può essere soltanto il punto di arrivo, il compimento di un cammino di relazione.

Non è questione di romanticismo, solo nella relazione posso conoscere progressivamente non solo l’altro, ma anche me stesso, i miei limiti, i miei doni, le mie paure. E solo dopo molto tempo potrà sbocciare quella cosa chiamata “intimità” ovvero quello spazio esclusivo tra noi due, nel quale io posso essere io perché accolto ed incondizionatamente amato e tu puoi essere tu perché accolta ed incondizionatamente amata.

Per costruire l’intimità non serve spogliarsi dei vestiti, occorre piuttosto spogliare il proprio cuore da tante paure, pretese e pregiudizi ed imparare innanzitutto ad accogliersi per potersi donare. Solo quando tra noi due ci sarà questo spazio di intimità, immersi in una relazione di amore autentico, liberi dalla tentazione di usare l’altro o dal timore di essere usati, potremo anche stare autenticamente nudi. Solo così i nostri corpi parleranno all’unisono con i nostri cuori e la nostra nudità sarà il segno che i nostri cuori non hanno più nulla da tenere nascosto. Diversamente sarebbe solo voyerismo o quantomeno un drammatico inganno.

Il problema di fondo di questo programma allora, non sta tanto nel fatto che mostra la nudità. Come scriviamo nel nostro libro: «non c’è assolutamente nulla di osceno nei nostri attributi sessuali, la vera oscenità può risiedere soltanto nello sguardo che si posa su di essi. […] il celare i nostri genitali ha piuttosto a che fare col mistero della persona e della sua chiamata all’amore». ( IL CIELO NEL TUO CORPO, p.48 )

Il problema di fondo di questo programma è che pretende di estorcere alla nudità ciò che solo l’intimità può donare.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/03/nudita-non-fa-rima-con-intimita/

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La nostra missione è essere ciò che siamo

Gli sposi solo per il fatto di vivere la loro sponsalità possono irradiare e mostrare la loro somiglianza con Dio. Detto in parole semplici: marito e moglie che si vogliono bene nella loro vita di tutti i giorni riflettono attorno a loro la luce stessa dell’amore di Dio. Iniziate a comprendere per quale missione meravigliosa siamo stati scelti? La nostra missione profetica non è quindi fare qualcosa di straordinario, non è proprio nel fare, ma semplicemente è essere sposi. Quando viviamo bene la nostra coniugalità profetizziamo l’amore stesso di Dio. La nostra missione è scritta nella nostra identità. Per essere profeti cerchiamo quindi di essere semplicemente ciò che siamo. Cosa siamo? Ce lo ricorda san Paolo II in Familiaris Consortio al paragrafo 17

Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»! Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo l’interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l’essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall’amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.

Familiaris consortio

Ogni aspetto della nostra chiamata matrimoniale rimanda a questa missione comune a tutte le famiglie: siate amore e viveve l’amore. Se noi sposi ci impegneremo a fondo per vivere la nostra vocazione tutto il resto si collocherà nella giusta prospettiva. Tutto troverà il suo posto e il suo senso. Capite come tutto ciò sia davvero liberante? La nostra missione non è un peso come vogliono farci credere. Tutt’altro! Se comprendiamo quanto sia importante imparare a donarci nel matrimonio non possiamo sbagliarci, non possiamo perdere la rotta, non finiremo per cercare invano quel desiderio di senso che ognuno di noi ha dentro di sè. Non significa che non commetteremo mai errori. Significa che nonostante gli errori avremo sempre presente come e dove indirizzare la nostra vita. Senza questa consapevolezza tutto sarà vano, alzarci al mattino, lavorare, fare e brigare. La nostra priorità deve quindi essere di diventare ciò che siamo: una comunità d’amore e di vita. Guardate che qui si gioca davvero la nostra vita e la nostra realizzazione già su questa terra. In un mondo dove c’è sempre più confusione e disperazione, dove ci si affanna ricercando un motivo per vivere, inteririozzare quella che è la nostra missione ci risolve il problema esistenziale. Ogni fatica e ogni sofferenza solo se collocata nella prospettiva della nostra vocazione e più precisamente in un orizzonte che contempli l’amore di Dio e l’eternità di Dio può diventare sostenibile e può non schiacciarci come invece succede spesso a chi fa affidamento solo sulle sue forze e solo su questa vita.

Questo non significa che tutte le coppie di sposi siano uguali e che tutte debbano vivere lo stesso tipo di vita e di profezia. Abbiamo tutti storie, condizioni, situazioni, pregi e difetti diversissimi tra di noi. C’è però un denominatore comune tra tutti noi sposi: vivere l’amore e la presenza di Dio nella nostra personale condizione e nel nostro matrimonio. Riflettere sulla vita degli sposi santi come sono stati ad esempio i coniugi Quattrocchi o come per noi sono stati Chiara Corbella ed Enrico (anche se lui è ancora in vita) non deve scoraggiarci perchè non siamo come loro. Ci deve spronare a comprendere che anche nella nostra famiglia c’è una nostra personale chiamata all’amore e alla testimonianza. Quindi cari sposi se vivete una situazione difficile e che vi comporta sofferenza abbiate fiducia in Dio e affidatevi. La vostra difficoltà e il modo in cui la affrontate possono diventare luce e speranza per chi sperimenta una situazione simile e non trova vie di uscita. Quanto è importante avere delle coppie che non sono perfette e che sbagliano, ma che sanno dove stanno andando e lo dicono con le loro scelte e con la loro vita. Ci sono coppie che hanno bisogno proprio di voi. Dio può portare il suo sostegno a tanti proprio attraverso di voi. Che bello essere sposi così con questa consapevolezza. Persone originali che formano coppie uniche. Non ci sono due coppie uguali al mondo. Questo è meraviglioso!

Antonio e Luisa

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Qual è il tuo Isacco?

Ringraziamo Antonio e Luisa che nell’articolo di Domenica ci hanno stimolato a riflettere meglio sulla prima lettura. Vorremmo approfondire ancora un po’ la stessa lettura per rendervi partecipi della nostra meditazione che si è limitata ad una frase che Dio rivolge ad Abramo :

«Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

Abramo, sappiamo bene, non aveva avuto figli dalla moglie Sara; per la sua mentalità e la società dell’epoca era considerata una maledizione, quindi possiamo immaginare con quale stupore ed entusiasmo Isacco sia stato accolto quando finalmente si avverò il sogno di Sara ed Abramo; in verità , si avverò la promessa che Dio aveva fatto ad Abramo stesso.

C’è un dettaglio, nella frase che abbiamo riportato, che ci rivela tanto della relazione tra Abramo e Isacco: “…il tuo unigenito che ami…” . In realtà sono due i dettagli: Isacco è unigenito ed è amato da Abramo. Sembra una semplice narrazione , ma sappiamo che nella Bibbia alcuni fatti/particolari sono raccontati mentre altri no, è stata fatta una scelta quindi. Specificare che Isacco è unigenito è come ricordare ad Abramo che Dio non gli sta chiedendo di offrirgli uno dei suoi 16 figli ( tanto uno più o uno in meno non cambia molto ), NO…. Dio gli sta chiedendo l’unico figlio che ha avuto e che avrà in futuro.

Dopo una vita faticosa e piena di peripezie, cosa gli viene chiesto?

Di sacrificare proprio quel figlio della promessa. Ora, possiamo solo immaginare come Abramo abbia caricato un fardello pesante sulle spalle del giovane Isacco…… ricordati che la tua vita è un miracolo di Dio perché tua madre era sterile….. ricordati che sei il figlio della promessa di Dio…. ricordati che io e tua madre abbiamo riposto in te le nostre speranze, le attese di un futuro prospero…. vedi, figliolo, un giorno tutto ciò che possiedo sarà tuo….. e così via..

Perché Dio glielo chiede? Ci sono risposte variegate se si osserva la vicenda da varie prospettive. Noi ve ne proponiamo una : vuole verificare se nel cuore di Abramo Lui è al primo posto oppure c’è Isacco. Anche noi, cari sposi, abbiamo i nostri Isacco…. qualcuno tra i lettori potrebbe rispondere : Sì, io mi chiamo Isacco …. oppure: Sì, nostro figlio si chiama Isacco….. non intendevamo proprio questo.

Probabilmente, molti di noi hanno una realtà che hanno sognato da tutta la vita e che Dio alla fine gliel’ha concessa; hanno una realtà per la quale hanno investito molto/tutto , o continuano ad investire ancora oggi in : tempo, risorse, energie e magari denaro; hanno una realtà in cui hanno riposto tutte le proprie speranze, le attese. Volete qualche esempio?

Per molti il proprio Isacco potrebbe essere il lavoro, il proprio hobby con le sue attrezzature, i beni che possiede, la propria salute, la bellezza del corpo ….. per qualcuno potrebbe anche essere la propria attività dentro la Chiesa: il mio essere catechista, membro del Consiglio Pastorale Parrocchiale o addirittura Diocesano, membro della Commissione “…X,Y,Z…” locale o nazionale, responsabile della cura dei paramenti liturgici, organista/corista o lettore, responsabile del bar/oratorio, responsabile della segreteria parrocchiale/diocesana, evangelizzatore o predicatore, curatore di un blog cristiano, responsabile dei responsabili a livello interplanetario…… per alcuni potrebbe addirittura essere il proprio coniuge o il proprio matrimonio.

Niente e nessuno deve prendere il posto che spetta a Dio: il primo !

Cari sposi, qual è il nostro Isacco? Dobbiamo essere pronti a sacrificarlo imitando la fede di Abramo perché questo ci aiuta a staccare il cuore da questo mondo corruttibile e fissare il nostro sguardo interiore nelle realtà eterne.

Tutte le realtà che abbiamo elencato come esempi, e le altre che voi vivete, devono essere orientate a DIO e da DIO, a maggior ragione se sono realtà nobili e belle devono dare gloria a Dio per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo…… vi è piaciuto questo finale trinitario, non è vero?

Coraggio sposi, presentiamo con fede il nostro Isacco sull’altare dimostrando a Dio chi è al primo posto nel nostro cuore di sposi.

Giorgio e Valentina.

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Dio non chiede sacrifici ma di sacrificarsi con noi

Riprendo la prima lettura di ieri. E’ perfetta per fare una riflessione che noi cristiani, io per primo facciamo davvero fatica ad accettare. E’ una realtà sempre difficile da accogliere, ma che se accolta ci permette di fare quel salto di qualità, ci permette una conversione vera.

Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio

Questo è il Dio di Abramo, questo è il nostro Dio. Non è un Dio sanguinario, non ci chiede sacrifici per sè. Non è quel tipo di divinità venerata nei luoghi abitati da Abramo in quel tempo. Abramo abitava luoghi dove i sacrifici umani esistevamo davvero e probabilmente bambini e giovinetti erano offerti in olocausto per gli dei. Il Dio di Abramo non è così. Il Dio di Abramo ferma la mano del patriarca già pronta a colpire e uccidere il suo unico figlio Isacco. Dio gli chiede altro. Dio si mostra per quello che è. Un Dio che desidera amare prima che essere amato, un Dio che si offre. Chiede ad Abramo di uccidere sì, ma un ariete impigliato in un cespuglio. In altre traduzioni si parla di roveto. Alcuni esegeti vedono in quell’ariete una prefigurazione di Gesù. Gesù offerto per noi. Gesù offerto al nostro posto. Dio offre se stesso. Questo è il nostro Dio. Un Dio che dà la vita e che non chiede la nostra.

Capite cosa significa questo? Il nostro Dio non ci toglie le difficoltà. No! Non fa questo. Spesso noi vorremmo un dio che ci proteggesse da ogni male e da ogni sofferenza. Un dio così non sarebbe altro che un amuleto. Non ci sarebbe una vera relazione d’amore. Ti prego, ti invoco, vengo a Messa, faccio pellegrinaggi perchè tu mi devi togliere ogni male. Questo non è amore, è commercio, è dare per avere. Dio non toglie le difficoltà ma cerca una relazione con noi, la cerca affrontando le nostre stesse fatiche accanto a noi. Spesso nella sofferenza alziamo il nostro grido a Dio: Dove sei? Perchè mi hai abbandonato? Sia chiaro, alzare il nostro grido è umano. E’ sbagliata però la prospettiva. Gesù non ci ha abbandonato. E’ lì con noi, è lì che soffre con noi. Questo cambia tutto. Non ci sarà più nulla che potrà distruggerci e schiacciarci. Ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura sempre di ieri: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Se Dio è con noi nulla potrà essere così grande e così forte da farci disperare. Alzeremo lo stesso un grido, la fatica e il dolore fanno male, ma sarà un grido diverso. Cosa significa questa sofferenza che ci hai dato? Che hai dato a me e a te. L’hai data a me con te. Ogni situazione sarà letta in una prospettiva feconda. Cosa posso fare adesso? Come posso lasciarmi amare da te? Come posso sentire la tua presenza? Come non pensare ad un esempio luminoso come quello della venerabile Chiara Corbella e a come ha saputo affrontare tutta la sua storia matrimoniale con Enrico. Due figli morti alla nascita e poi la sua malattia scoperta quando aspettava Francesco il suo terzo bimbo. Una malattia che l’ha portata alla morte. Una serie di difficoltà che avrebbero steso chiunque. Lei le ha sopportate sempre con la certezza di avere Dio accanto. Un Dio presente nel suo matrimonio sacramento con Enrico. Tanti la vedono come una donna inarrivabile, in realtà ci ha mostrato ciò che tutti possiamo avere se solo riusciamo a costruire una relazione d’amore con Gesù. Non era una donna con i superpoteri, ma una donna che si è lasciata amare da Gesù. Per questo la sua vita mi interpella in modo prepotente. Perchè lei ha mostrato che si può sconfiggere anche la morte e le malattie che sono le cose che più mi spaventano. Per questo la amo tanto e la vedo come una sorella maggiore (anche se era più giovane di me).

Il mio pensiero va anche ad un’altra fatica sempre più comune tra gli sposi. Penso a tutte quelle mogli e tutti quesi mariti che vengono abbandonati. Credo sia naturale per loro chiedersi il perchè di quel fallimento. Perchè se ne è andato/a? Gesù, avevo messo tutte le mie speranze nel matrimonio? Mi fidavo di te Gesù eppure se ne è andato/a. Anche tu Gesù te ne sei andato con lui/lei. Ora mi sento completamente solo/a. Non me lo meritavo. Eppure non è così. Chi ha davvero costruito una relazione con Gesù sa di non essere da solo. Certo non è immediato comprenderlo. La separazione fa male, fa tanto male. Eppure, questo è quello che ho capito parlando con tanti sposi fedeli e abbandonati, piano piano si fa presente una consapevolezza. Queste persone comprendono come non siano loro ad essere sole. Con loro c’è Gesù, Gesù anch’esso abbandonato da chi se ne è andato/a, come lo sono loro Chi se ne va non solo abbandona un marito, una moglie, magari dei figli, ma con quella scelta ha rinnegato anche lo stesso Gesù. Chi comprende tutto questo diventa una persona capace di offrire la sua sofferenza per il bene di chi l’ha tradita, proprio perchè sa che a lei è rimasta la ricchezza più grande che è la relazione con Gesù, che non finisce con un fallimento matrimoniale, ma che al contrario può diventare ancore più forte e bella. Ciò, lo ripeto, non toglie il dolore, non toglie momenti in cui ci si sente soli, ma dà un senso e una prospettiva che riempiono il cuore.

Il nostro Dio è incredibile. Difficile da accogliere quando costa fatica ma meraviglioso per come sa riempire il nostro cuore quando riusciamo ad aprirci al Suo amore.

Antonio e Luisa

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