La carità nel matrimonio

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

La virtù della fede tra gli sposi

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Due vocazioni che si completano.

La vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico e tenero da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

Consacrati per costruire ponti.

Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Su una cosa punta in particolare, essendo in questo profeta; insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani. Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello. Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di Papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Concetto ripreso e fatto proprio dal Concilio vaticano II nella “Lumen gentium” . Ripreso poi anche dai due grandi documenti dedicati alla famiglia: Familiaris Consortio e Amoris Laetitia. Giovanni Paolo II afferma nel primo:

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino («Summa Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica»

Concetto molto simile a quello espresso poi da papa Francesco al punto 88 di Amoris Laetitia:

L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Vi lascio con le parole che San Giovanni Paolo II ha donato alle famiglie neocatecumenali (grande esempio)  in partenza per le missioni nel 1988. Non sono neocatecumenale e nel 1988 avevo 14 anni, ma quelle parole sono attualissime e valgono per tutte le famiglie cristiane:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Ho voluto concludere con questo bellissimo incoraggiamento di San Giovanni Paolo perchè diventi un nostro impegno costante, in ogni situazione e momento della vita per poterci realizzare nella nostra chiamata e risposta all’amore e per poter essere luce in un mondo sempre più nell’ombra e nel caos.

Antonio e Luisa

Riconsegnarli al Padre

Domenica scorsa ho vissuto la cresima di mio figlio Tommaso e domani vivrò la comunione di mio figlio Francesco. Mi rendo conto del significato di questi due sacramenti? Mi rendo conto della Grazia che entrerà nel cuore dei miei ragazzi? E’ importante fermarsi e pensare ogni tanto all’importanza di tutto questo. Pensare a quanto io sia capace di riconoscere la presenza di Dio nella mia famiglia, e quanto invece, senta il carico e il peso di tutto sulle mie spalle. Questi momenti sono speciali anche per noi genitori. E’ un momento in cui riconsegnamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine non siamo noi, la loro felicità non dipende da quanto sapremo dargli , dalla formazione scolastica, dalla cultura sportiva e tutte le belle cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli. Tutte cose bellissime e importanti ma che acquistano il loro reale valore  quando lette alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro l’amore di Dio e favorire la loro crescita in una fede consapevole potremo dire di essere riusciti a dare loro gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutini perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. La comunione e la cresima dei nostri figli sono momenti bellissimi in cui riconoscendo che non siamo noi l’origine (pur non facendo mancare il nostro impegno), li affidiamo a Lui che tutto può e tutto sa.  Possiamo così mettere ai piedi della croce tutte le insicurezze, le paure, il peso di un futuro che ci appare incerto e difficile. Possiamo mettere anche tutte le nostre inadeguatezze, fragilità ed errori che commettiamo nei confronti dei nostri ragazzi. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda a un orizzonte eterno e a un amore infinito.

Antonio e Luisa

Resta con noi Signore perché si fa sera

Seconda parte. Per la prima parte clicca qui

“Resta con noi Signore” e noi l’abbiamo riconosciuto nello spezzare il pane

Resta con noi, ormai si fa sera e il giorno volge al declino…

Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (21).

Ecco la delusione! La speranza era così tanto legata ad una propria visuale che l’assenza o il silenzio di un Dio, che non attende ai desideri proiettati, fa sorgere una ovvia reazione di scoraggiamento.

I due discepoli sposi sono in un momento difficile, critico e stanno addirittura discutendo dell’ipotesi di separarsi. Non riescono più a sostenersi, sono diventati un peso l’uno per l’altra. Sono infastiditi di tutto, non c’e più molto da dirsi o da fare.

«Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo» (22-23).

Lui è Vivo. Gesù c’è. Sta camminando accanto a loro, ma essi non l’hanno riconosciuto.

Quanta strada ha già fatto con loro

Quante parole, sguardi e suggerimenti ha cercato di dare loro.

«Stolti e tardi di cuore nel credere alla Parola dei profeti» (25).

Ma quando con fervore “il forestiero” insistette per raccontare ciò che sta scritto, i due sposi non potevano più distaccarsi da Lui: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (29).

resta con noi Signore ormai si fa sera

Signore ti prego non ci lasciare, non ci abbandonare. Siamo finiti senza di te. Siamo sordi e muti alla verità che ci illumina e andiamo verso la notte, piena di pericoli e di insidie.

Signore, eravamo ad un passo dal baratro se non ci avessi affiancato, se non ci avessi tu parlato per primo e non avessi continuato a passeggiare nella nostra diffidenza.

Signore resta con noi. Ora sì che i nostri occhi sono aperti, dopo tutto questo tempo di lontananza da te.

Sì, Signore, ora siamo di nuovo a cena con te

Erano anni che non celebravamo l’Eucaristia, che non ti aprivamo il cuore nella riconciliazione.

Ora Signore vogliamo farlo perché solo Tu ci fai ardere forte il cuore nel petto (32).

Eccoci di nuovo missionari, riaperti al significato del nostro essere sposi, chiamati, vocati al matrimonio.

Torniamo di corsa a Gerusalemme, a casa nostra, a dire ai nostri figli che non l’abbiamo data vinta al nemico.

Noi non ci separeremo perché il Signore è con noi. Non ci ha lasciato soli nella notte. L’abbiamo riconosciuto.

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (34).

Simone sei tu, coppia discepola e sposa.

Fermati a cena e resta con Lui.

(fine)

Cristina

articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

I due sposi di Emmaus in cammino

In cammino, ma sordi al grido dell’altro

«Ed ecco, in quello stesso giorno, due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto (13-14)».

Di che cosa stavano realmente parlando i due discepoli sposi in cammino?

Erano forse delusi da qualche cosa che riguardava la loro vita?

È come se i due fossero scoraggiati, non pienamente felici e incapaci di sostenersi a vicenda.

Così, cammin facendo e parlando, «Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?» (15-17).

Immaginiamo cosa accadesse se, con il proprio coniuge camminassimo per strada, discutendo animatamente o chiacchierando e si avvicinasse un “estraneo” ad impicciarsi dei fatti nostri.

Non credo che ci fermeremmo col volto triste, come continua Luca nel racconto, mettendoci a parlare come niente fosse con il forestiero.

in cammino con Gesù risorto

Immagino che cercheremmo di allontanarlo senza rivolgere troppa attenzione o forse penseremmo ad un pazzo che vuole intromettersi forse per rapinarci o comunque scocciarci.

Insomma, quando due sposi vivono momenti difficili non è sempre facile che un terzo possa “mettersi in mezzo a loro” senza intromettersi.

Tu solo sei così forestiero?

Del resto, semmai fosse stato quel Gesù che i medesimi sposi avessero invitato al loro matrimonio, il giorno della celebrazione, dopo tanto, non si sarebbero ricordati della sua esistenza a meno che lo avessero frequentato regolarmente, cioè non lo avrebbero appunto riconosciuto.

In ogni caso c’è un tempo, nel mezzo del cammin di nostra vita, in cui ci si trova a discutere su questo o quel problema. Magari, nella discussione, si è talmente avviluppati in se stessi e sordi al grido dell’altro che si diventa dimissionari, cioè si esce dalla missione primaria, che nasce nel matrimonio e si pensa di essere soli cavandosela soltanto con le proprie forze.

Gesù diventa il grande estraneo: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (18).

La tristezza dei due sposi discepoli è proprio questa domanda: essere così disillusi da considerare Gesù un forestiero, uno che non sa né può conoscere i fatti di quel territorio, di quella storia, di quella casa, di quelle vite.

In sostanza è come se prima, sposandosi, si invita a nozze il Signore e poi, camminando, si pensa che Lui non può avere il minimo spazio in quel matrimonio. Anzi lo si considera un perdente, un fallito, da essere incapace di sostenere, liberare, salvare il patatrac a cui si è arrivati!

(prima parte)

Cristina

articolo pubblicato per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

LA PERFETTA LETIZIA E IL MATRIMONIO

Un giorno Frate Leone chiese a Francesco cosa fosse la Perfetta Letizia. Francesco comincia e illustra la questione.

Immagina che tutti frati minori in ogni dove, fossero esempio di santità e laboriosità; immagina che un frate minore faccia miracoli sorprendenti finanche resuscitare un morto di quattro giorni; immagina che un frate abbia tutti i doni e i carismi possibili e conoscesse tutte le lingue e le scienze, potendo scrutare l’intimo del cuore degli uomini; immagina addirittura che un frate riesca a convertire tutti gli uomini della terra. Niente di tutto questo è Perfetta Letizia. Cosa è allora la Perfetta Letizia?

 

“San Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca ma che il Signore vuole tutto questo per metterci alla prova, allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi perché afflitti, continueremo a bussare e il frate portinaio adirato uscirà e ci tratterà come dei gaglioffi importuni, vili e ladri, ci spingerà e ci sgriderà dicendoci: andate via, fatevi ospitare da altri perché qui non mangerete né vi faremo dormire. Se a tutto questo noi sopporteremo con pazienza, allegria e buon umore, allora caro frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dio il frate portinaio perché ci faccia entrare. E questi furioso per cotanta molesta insistenza si riprometterebbe di darci una sonora lezione, anzi uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi. Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia.”

 

Quante volte nel tuo matrimonio ti ritrovi come in queste scene descritte da San Francesco. Quante volte il tuo partner ti insulta, ti svaluta, ti sgrida, non comprende il tuo bisogno di essere sostenuto, soccorso e sfamato d’amore. Quante volte nel tuo matrimonio sei chiamato ad affrontare prove dure in cui l’altro ti sfida, si oppone, si chiude. A volte si tratta di prove piccole e quotidiane, altre volte di sofferenze indicibili che non ti senti neanche di raccontare ai tuoi amici. Ma Francesco ci da una chiave bellissima per custodire la nostra gioia anche nei momenti più penosi. Non si tratta di far finta che i problemi non ci siano. Non si tratta di sottomettersi e umiliarsi. O di permettere al partner di far del male a te e alla tua famiglia. Ma si tratta di proteggere uno spazio sacro dentro di te che ha dei confini prestabiliti. Confini forti. Muri di cinta. E la sentinella che protegge quei muri è Gesù Cristo che ti ama di un amore infinito, inesauribile e incondizionato. Custodisci nel tuo cuore l’Amore che Dio ha per te. Dio ti dice chi sei e quanto vali. Quando alimenti e custodisci questo spazio interiore puoi ascoltare la voce del Signore che ti dice che sei L’amato, che sei desiderato e voluto, che Dio si commuove per te e che cammina con te sempre, fino a qualsiasi abisso e oscurità, che non devi temere perché Lui è con te sempre. Quando credi a queste parole e ti fai definire dall’Amore di Dio, la tua identità di uomo, di donna non dipendono più da ciò che l’altro fa o non fa. Gli insulti di tuo marito non possono dire chi sei. I tradimenti di tua moglie ti feriscono, ti amareggiano, ma non hanno il potere di definire la tua identità. Quando tu puoi credere sempre che sei l’Amato di Dio, porti dentro di te la gioia e la pace perfetta che ti permettono di portare quei pesi e quelle croci che il Signore permette nella tua vita. Allora il cammino per affrontare e risolvere i problemi diventa più dolce, meno pungente. Perché non siamo soli. Gesù cammina con noi e ci porta in braccio. San Francesco ha potuto tenere grandi sofferenze perché l’Amore che lo nutriva era più forte del dolore. Questa è la storia dei Santi, a cui non è stato tolto il dolore della prova, ma è stata aggiunta la dolcezza dell’Amore.

Il sogno di Dio per gli sposi è che l’amore duri tutta la vita. Il Signore ci faccia la grazia a tutti di affrontare le esperienze più difficili del nostro matrimonio con GIOIA PERFETTA, per essere testimoni del Suo Amore e cogliere l’occasione di scoprire che dietro ogni situazione di morte c’è una promessa di vita.

Claudia e Roberto

www.amatiperamare.it

 

Una “menorah” delle nozze

Il sacramento del matrimonio Una “menorah” delle nozze (Chieti, Fidanzati, 14 Gennaio 2011) + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

Fonte testo originale: www.ufficiofamiglia-diocesichieti.it/assets/il-sacramento-del-matrimonio—una-menorah-delle-nozze—mons.-bruno-forte.pdf

Sette luci, come sul candelabro che arde nel santuario di Dio, secondo la tradizione ebraica. Sette luci perché l’amore arda sempre nei cuori degli sposi cristiani e illumini le possibili notti del tempo e del cuore, aprendole alla bellezza di Dio. 1. Nessun uomo è un’isola (Thomas Merton). Nel disegno di Dio l’uomo e la donna rivelano una unità originaria, che è la radice incancellabile della loro pari dignità di persone umane e della loro costitutiva vocazione alla reciprocità: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Siamo fatti per amare e la nostra vita non si realizzerà che amando. Essere è amare! Il vincolo nuziale realizza la reciprocità fra l’uomo e la donna in una forma così alta e profonda, da essere spesso richiamato dall’Antico Testamento come simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. Os 1-3; Ger 2 e 3; Ez 16 e 23; Is 54 e 62; e il Cantico dei Cantici). “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21s). Gesù a sua volta parla dell’alleanza matrimoniale come di un dono e di un impegno definitivo, come lo è la fedeltà dell’Eterno che in esso si esprime: «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”» (Mt 19,3-6). Gesù crede nell’amore eterno e scommette su questa possibilità altissima del cuore umano. E noi? 2. Alleanza salvifica e alleanza nuziale. La Bibbia è la storia dell’alleanza d’amore fra Dio e il Suo popolo. Alleanza (“berit” in ebraico) significa un patto indissolubile, che nasce dal reciproco destinarsi e donarsi dei sue. La Chiesa origini ha visto nel vincolo nuziale il segno vivo dell’alleanza d’amore nuziale Dio e il Suo popolo, fra Cristo e la Chiesa: «L’uomo lascerà suo padre e sua e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è 2 grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,31s). Perciò la reciprocità dei coniugi è chiamata a riflettere l’amore fedele e totale con cui il Signore ama la Chiesa (cf. Ef 5,21-33; Col 3,18s) e deve tendere alla crescita comune nella fede e nell’alleanza con Dio (cf. 1 Pt 3,1-7). Il matrimonio cristiano è alleanza sacramentale: in esso Dio Trinità si fa presente col Suo amore eterno e fedele, e i due diventano icona viva e irradiante del Signore e del Suo amore per gli uomini. Questa visione altissima ed esigente del matrimonio non impedisce alla Chiesa nascente di affermare il valore grande della verginità vissuta come segno del Regno, capace di profonde e vaste relazioni di reciprocità nella comunione con Dio e con gli altri (cf. 1 Cor 7). Nel matrimonio e nella verginità consacrata si esprimono due vocazioni che vengono dall’Eterno e conducono a celebrarne la gloria con tutta la vita. Su queste basi la fede della Chiesa ha riconosciuto nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i due coniugi un’alleanza sacramentale, di cui gli stessi sposi sono ministri, e che comunica ai due la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Sua Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio, non solo nell’atto della celebrazione, ma anche in ogni istante della vita coniugale. Gli sposi uniti nel vincolo sacramentale sono segno vivo e presenza del Dio amore, la Trinità divina. 3. Consacrati a Dio nell’unità dei due. Il sacramento del matrimonio pone gli sposi in una relazione nuova e vivificante con ciascuna delle Persone divine. In rapporto al Padre il matrimonio si presenta come l’atto col quale gli sposi si consacrano insieme a Dio e vengono accolti da Lui, che li ha chiamati alla donazione reciproca. Ciascuno dei due realizza nel matrimonio la vocazione universale alla santità: essere di Dio e per Dio! Risplende in questo segno sacramentale la dignità della creatura, chiamata a rispondere liberamente alla gratuita vocazione dell’Eterno. Nel reciproco sì degli sposi risuona il sì che essi dicono a Dio Padre nella fede e nell’amore. La reciprocità in cui l’alleanza nuziale si esprime è, dunque, segno efficace della reciprocità che Dio chiede e dona alle creature. Nel vincolo dei due, donato al tempo stesso ed accolto dal Padre, viene a riflettersi lo stesso vincolo che egli ha voluto col suo popolo. L’amore dei due è segno e testimonianza dell’amore divino! La fedeltà di Dio alle sue promesse e all’alleanza stretta con l’uomo è garanzia della fedeltà eterna, chiesta e donata ai due. Sulla base di questa certezza di fede gli sposi nello scegliersi reciprocamente possono promettersi la fedeltà per sempre «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», con l’impegno senza ritorno «di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita». Dio è la fonte e il garante di un amore fedele per sempre. 4. Alleati in Cristo, con e per la Chiesa Se in relazione al Padre il matrimonio è segno sacramentale dell’unità degli sposi con Dio nel tempo e per 3 l’eternità, in rapporto al Figlio il vincolo nuziale è segno dell’alleanza indissolubile fra Cristo e la Chiesa ed è dono efficace di grazia in ordine all’unità piena dei due. Ecco perché gli sposi vivono in pieno la loro relazione d’amore se la vivono imitando Cristo nel dono totale di sé l’uno all’altra, insieme ai figli e a tutta la Chiesa. Il matrimonio è un vero ministero, cioè un servizio necessario e prezioso all’utilità comune del popolo di Dio. In questa luce si comprende anche perché la comunione coniugale sia fine proprio del sacramento: essa rende visibile l’unione di Cristo con la Chiesa e ne è nutrita e vivificata. «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, per il quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa e vi partecipano (cf. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 11). Due sposi che si amano fedelmente sono un dono meraviglioso a tutta la famiglia dei figli di Dio! Si comprende allora perché, accanto alla comunione dei due, l’apertura alla procreazione sia così essenziale al matrimonio: in essa si esprime la volontà di donazione e di offerta di sé, che gli sposi vivono nell’aprirsi al dono dei figli. La destinazione reciproca di sé dell’uno all’altra, totale e senza riserve, necessaria per edificare nella storia l’unità piena dei due, che è fondamento della famiglia, si unisce al dono d’amore che si attua nel generare e crescere i figli, oltre che nell’impegno a servire insieme la comunità e soprattutto i più poveri nella carità, che imita e rende presente la carità di Cristo. Sotto questo tre aspetti, il cammino della fedeltà fra i due è impegno dovuto a tutti, testimonianza preziosa per la crescita e la santificazione della comunità intera. Perciò ai due è chiesto di non far mai intristire l’amore nell’assenza del dialogo e della generosità reciproca, e di prendere sempre di nuovo l’iniziativa di andare verso l’altro, anche quando l’altro non facesse altrettanto, appunto come Cristo ha amato la Chiesa e ama ciascuno di noi. 5. Un amore che è compagnia e profezia del Regno di Dio Infine, in rapporto allo Spirito Santo l’evento sacramentale del matrimonio si pone come segno e strumento del regno di Dio, presente in mistero e promesso nella pienezza della gloria. Lo Spirito è colui che nel mistero trinitario è vincolo dell’eterno amore e apertura del dono ad altri: analogamente, la sua azione sugli sposi fa sì che essi approfondiscano il patto del consenso umano con la grazia che radica nella stessa unità divina il loro amore ed al tempo stesso arricchisce e potenzia la naturale tendenza dell’amore coniugale alla diffusione di sé nella procreazione. Nell’incontro coniugale, aperto alla fecondità in maniera responsabile, gli sposi sono l’uno per l’altra veicolo del dono dello Spirito Santo, sacramento vivo dell’incontro con Cristo, costruzione del Regno nascosto nella storia e anticipazione della patria dove Dio sarà tutto in tutti. «Dal matrimonio procede 4 famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo sono elevati col battesimo allo stato di figli di Dio, per perpetuare attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede e favorire la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale» (Lumen Gentium 11). Inoltre, l’azione dello spirito nel cuore degli sposi li aiuta e vivere la loro unità nella libertà e nella pace, aperti al generoso dono di sé ad altri, senza che la carità verso chi ha bisogno comprometta l’unità dei due. Libertà e unità stanno insieme, frutto del dono dello spirito. Perciò la Chiesa invoca sugli sposi la benedizione di Dio, perché «nel vincolo da Lui consacrato condividano i doni del Suo amore, diventino l’uno per l’altra segno della Sua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola, con l’affetto e con le opere edifichino la loro casa e alla scuola del Vangelo preparino i loro figli a diventare membri della Chiesa». Nel rapporto coniugale si costruisce il presente e il domani della Chiesa e del Regno futuro. 6. Pregare per gli sposi – Gli sposi in preghiera Il legame con la Trinità, suggellato nel sacramento del matrimonio, fa degli sposi un’immagine viva dell’eterno amore e nutre in essi e attraverso di essi nella comunità ecclesiale lo spirito del dialogo e della solidarietà. Consapevole della grandezza di questo dono e di questa missione e insieme esperta delle resistenze dell’egoismo e della paura di amare, che ne rendono a volte faticosa la realizzazione fedele, la Chiesa si impegna ad aiutare gli sposi nel loro cammino, invocando per essi incessantemente la ricchezza delle benedizioni divine: «Ti lodino, Signore, nella gioia; ti cerchino nella sofferenza; godano della tua amicizia nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano testimoni del tuo Vangelo». La più alta espressione della reciprocità degli umani – la reciproca donazione degli sposi nella profondità del cuore e nella unione sessuale, che la manifesta e la realizza come evento di grazia – esige però che siano anche gli stessi sposi a chiedere a Dio di essere fedeli alla loro vocazione. La preghiera nella vita di coppia (ad esempio all’inizio e alla fine della giornata e prima dei pasti), la fedeltà all’eucaristia domenicale vissuta possibilmente insieme e in pienezza, è via per far risplendere nella vita della coppia e nel cuore dei due l’intensità e la bellezza con cui la Trinità abita i giorni dell’uomo e fa di essi anticipo e promessa della Gloria futura. 7. Preghiamo allora perché i fidanzati si preparino con piena consapevolezza al matrimonio sacramento e gli sposi lo vivano in tutta la sua ricchezza: Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso fra noi del dialogo e del dono senza fine, unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai 5 loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato la vita, grazie perché hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te… Aiuta gli sposi a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, e che è rispetto, attenzione, solidarietà e giustizia verso ogni persona umana. Benedici nel Tuo Spirito l’amore degli sposi uniti in Te: mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre antica e sempre nuova, arricchiscilo col dono dei figli, segno del Tuo e del loro amore, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Amen.

Protendere e non pretendere.

Papa Francesco in una famosa udienza evidenziò come le tre parole per andare d’accordo in famiglia fossero: permesso, grazie e scusa. Aveva pienamente ragione. Vorrei fermarmi sulla seconda, sul grazie. Ecco cosa disse:

diciamo “grazie” per l’amore, quante volte al giorno dici grazie a tua moglie e tu a tuo marito, quanti giorni passano senza dire grazie; 

L’amore, la gratitudine, l’affetto non sono un qualcosa che deve restare dentro di noi. Non serve a nulla essere grati, riconoscenti, innamorati l’uno dell’altra se non ce lo lo mostriamo. Sempre pronti a rimarcare gli errori e gli sbagli dell’altro, i difetti e i vizi, ma spesso diamo per scontati i gesti belli di servizio e di dono che riceviamo ogni giorno dal nostro sposo o dalla nostra sposa. Non è scontato, noi non possiamo pretendere nulla dall’altro/a, e anche se ha promesso di amarci sempre, è comunque una sua libera scelta che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo pretendere nulla e ogni volta che lei/lui si spende per noi, per la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri figli, non lo sta facendo perchè noi abbiamo dei diritti su di lui/lei ma perchè in libertà vuole donarsi e farsi nostra. Non è qualcuno che ci appartiene e che possiamo afferrare, ma un’alterità libera che si protende verso di noi e che noi possiamo accogliere con meraviglia e gratitudine. Non è quindi un nostro pretendere ma un suo protendere. La radice è la stessa ma cambia il prefisso. Pretendere ha come prefisso pre, indica qualcosa che viene prima e sopra l’altro/a. Viene da noi e resta in noi, anche se rivolto all’altro. Con la pretesa non c’è rispetto e apertura ma solo egoismo. L’amore non può essere pretesa perchè non sarebbe più libero. Anche Dio non pretende il nostro amore ma è tutto proteso verso di noi per attirarci a Lui. Ecco anche noi sposi dobbiamo fare così. Quando invece si è protesi verso l’altro/a c’è il prefisso pro, che indica a essere a favore dell’altro/a, andare verso l’altro/a, sporgersi, uscire dal proprio io e spostare il baricentro verso l’altro/a. Tutto cambia, lo capite? Notiamole queste cose e ringraziamo nostra moglie o nostro marito per quello che liberamente fa per noi. Diciamo  grazie per come ci accoglie, per come ci serve, per come si dona, per come ci sorride e ci abbraccia, per come ci perdona. Abbracciamolo/a e diciamo il nostro grazie. Farlo serve a noi per non smettere di meravigliarci che una persona ci offra tutto di sè, anima, corpo, tempo ed energia, e servirà a lui/lei che si sentirà accolto/a e apprezzato/a dalla persona che più conta. Alla fine della giornata, quando si è finalmente soli nel talamo nuziale, altare della coppia, sarebbe bello chiedere scusa per le proprie mancanze e ringraziare per tutto ciò che l’altro/a ha fatto per noi durante la giornata. Sembra poco ma è importantissimo per nutrire il nostro rapporto sponsale, è importantissimo per il nostro ben-essere e per nutrire sentimenti positivi l’uno verso l’altra.

Antonio e Luisa

Un matrimonio e due funerali!

Prendo spunto da un articolo di Repubblica (qui il link). Un uomo decide di sposarsi con se stesso perché dice che: “amare se stessi è la cosa più bella che possa capitare a un essere umano: solo così si può raggiungere infatti la propria tranquillità interiore”. Se la si pensa come lui si abbia l’onestà di essere coerenti come lui. Non sposatevi. Non che sia sbagliato amare se stessi. l’errore è fare di se stessi il centro del mondo. Ora dirò qualcosa di sconvolgente. Il mio matrimonio è stato un funerale. Tranquilli mia moglie lo sa.  L’ho capito solo dopo alcuni anni. Non solo, vado oltre, affermo che è un matrimonio felice proprio perché è stato un funerale, anzi due funerali. Facendo il verso al famoso film inglese degli anni 90 con Hugh Grant,  potrei chiamare il film della mia relazione: Un matrimonio e due funerali. Come è possibile che la mia gioia nasca da una morte, anzi da due morti? Il matrimonio è una scelta radicale, una di quelle decisioni che non lasciano via di ritorno, nulla sarà più come prima. Pensateci bene. E’ una scelta molto più coraggiosa di quella dei consacrati. I consacrati pongono la loro vita nelle mani di Dio, infinito, perfetto e onnipotente.Gli sposi, invece, anche se c’è la Grazia di Dio, con le promesse matrimoniali donano e affidano  la loro vita ad un’altra persona, una persona che per quanto possa averli fatto innamorare, e possa essere attraente per loro,  è solo un uomo o solo una donna. E’ una persona come noi, finita, imperfetta e piena di fragilità e di limiti. Sposarsi è davvero una scommessa, non solo su di noi ma anche su di lei/lui. Sposarsi è un atto di fede in Dio e nella volontà di quella persona.  Tutto questo implica morire, morire a noi stessi, al nostro egoismo, alle nostre pretese, al nostro modo di pensare e di vivere, alle nostre priorità. Uccidere l’io per scoprire il noi nell’apertura al tu. Amiamo l’altro quando il centro di ciò che conta non siamo noi ma è lui/lei. Quando lui/lei vale per noi, quando vale quello che prova, quello che pensa, quello che vuole. Tanti matrimoni falliscono perché non sono nati da due funerali. Non c’è un esodo verso l’altro. Si sta insieme quando le cose vanno bene e ci lascia quando vanno male ma così non si è mai amato l’altro/a ma solo se stessi stando con l’altro/a e lasciando l’altro/a. Come capire se si è davvero morti a se stessi? Facile, nella mia esperienza ci sono occasioni dove si manifesta o meno il nostro amore. Quando c’è una discussione, se non si è morti a se stessi per far posto all’altro/a, cercheremo sempre di spuntarla, di far passare la nostra volontà, e in caso di compromesso vivremo la conseguente rinuncia parziale come un limite che l’altra persona ci ha imposto. Alla lunga i rancori e le insoddisfazioni rovineranno il rapporto. Quando entrambi i coniugi invece sono morti a loro stessi, saranno capaci di andare oltre l’io, di ascoltare e rispettare il punto di vista dell’altro e insieme saranno capaci di trovare una nuova soluzione che non sarà un compromesso, ma scaturendo, non da una disputa ma da un confronto, sarà qualcosa di diverso e di nuovo che soddisfa entrambi, perché entrambi, nel loro incontro, hanno cambiato prospettiva e priorità.  Ad essere onesti, il giorno del mio matrimonio, c’è stato un solo funerale, quello di mia moglie. I primi tempi del nostro matrimonio tutto era condizionato da ciò che volevo e ciò che pensavo. Ogni qualvolta le cose non andavano come io volevo erano litigi e musi lunghi. Il centro ero sempre e solo io. La mia sposa è stata davvero paziente e brava, mi ha ucciso giorno dopo giorno, con la sua tenera sottomissione e il suo amore paziente. Avrebbe potuto scontrarsi con me per imporre la sua volontà ma così avremmo distrutto tutto. Lei si è sottomessa, ma non come persona debole ma come persona umile perchè forte dell’amore per me e per Dio. Vedeva la mia debolezza, non mi giudicava ma mi amava ancora di più e si faceva piccola per amore. Questo mi ha ucciso, ha finalmente liberato dalla pietra dell’egoismo il mio cuore e mi ha restituito un cuore di carne capace di farsi prossimo e misericordioso. Mi ha ucciso perchè nella Grazia del matrimonio potessi risorgere. La sua pazienza e il suo abbandono alla volontà di Dio mostrato nel matrimonio hanno trasformato la nostra relazione e finalmente si è potuto celebrare anche il mio funerale.Da quel momento tutto è stato più facile e più felice. Il matrimonio è meraviglioso ma solo se si è capaci di morire a se stessi. Vi auguro di celebrare al più presto il vostro funerale se non lo avete ancora fatto. Qualcuno dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Il matrimonio è al contrario la tomba dell’egoismo. la morte dell’io per risorgere nel noi, il matrimonio è un amore risorto e per questo trasfigurato da Dio.

Antonio e Luisa

Amore che salva, e se fosse una ciabatta a salvarci?

L’amore che salva, l’esperienza di un incontro

Storiella di una ciabatta incorniciata per avere “la visione e la certezza che è l’amore che salva“.

Si narra di una storiella, della casa di un parroco, alle cui pareti era appeso un quadro con una vecchia e consunta ciabatta ben incorniciata. Eh sì, perché, tempo prima, durante una lunga malattia del parroco, la madre, ogni mattina si recava davanti alla porta della camera per vedere come stesse il figlio. Il primo suono che l’uomo ascoltava era il trascinare della materna premura quotidiana, il rumore delle ciabatte tenacemente presenti! Poi col tempo il sacerdote guarì e, agli altri familiari, chiese di avere soltanto un oggetto della madre: la ciabatta. Così, a chiunque chiedesse il significato di quel quadro con la ciabatta incorniciata, egli rispondeva: «PER AVERE SEMPRE, DINANZI AGLI OCCHI, LA VISIONE E LA CERTEZZA CHE È L’AMORE CHE SALVA!».

Cosa resta di questa meravigliosa storiella? Lo sguardo di ciò che agli occhi può sembrare invisibile; ma che dietro cela l’intero significato e cioè l’esperienza di un incontro!

Incontro e innamoramento

Cosa è accaduto ad esempio quando due fidanzati si sono conosciuti? Un incontro fatto di sguardi, parole, battute per suscitare il massimo interesse, sensi e doppi sensi, dare il meglio di sé, attirare l’altro in tutte le maniere possibili, essersi vestiti nel miglior modo per il primo appuntamento, aver scelto il ristorantino più adeguato, aver speso tutti i complimenti, e altro.

Poi ci si scambiano doni particolarissimi e, quando si va in un luogo significativo, si scattano foto speciali e si acquistano oggetti “ricordativi” e soprattutto si vivono momenti che mai si scorderanno.

amore che salva l'esperienza di un incontro

Poi si va avanti nel percorso dell’innamoramento e si stampano nella memoria situazioni specialissime che solo quelle due persone hanno saputo vivere.

Può essere accaduto che l’anello di fidanzamento sia stato consegnato in ginocchio declamando la più bella poesia. Può darsi che, camminando mano nella mano, siano state pronunciate bellissime parole; e che ricorreva sempre una frase molto speciale che accomunava tantissimo la sintonia dei due.

Matrimonio e famiglia

Poi si è andati avanti nel percorso dell’amore e ci si è sposati. Quanti sorrisi e quanti ricordi quel giorno super specialissimo che mai può dimenticarsi. Saremmo addirittura degli sciocchi a criticare e a detestare ciò che da soli, senza alcuna costrizione, abbiamo deliberatamente scelto, voluto, desiderato, conquistato ed accolto pienamente: l’altro o l’altra! Un sì pronunciato dalla nostra stessa bocca, quella con cui fin dall’inizio ci siamo relazionati.

È vero, spesso tutto accadeva nella fretta, o nella superficialità del tempo che scoccava sempre più velocemente mentre si dovevano acquistare oggetti, arredi, camere, cucine, stoviglie, fedi, biancheria, viaggio di nozze, viaggio di ritorno.

Poi si va avanti e la vita cambia con il lavoro, i bambini; forse non è detto che ci siano bambini. C’è la crescita umana e personale dove ciascuno deve fare i conti con se stesso, con i propri limiti e i limiti dell’altro.

Poi, se ci sono bimbi essi crescono; c’è l’adolescenza, quella dei figli si spera (e degli eterni adolescenti… ahimè…) e poi ci sono i suoceri, i consuoceri, i rapporti familiari e interpersonali.

amore che salva l'esperienza di un incontro

Ciò che davvero ti serve

Tutto intanto corre, come l’attività pastorale del sacerdote della storiella.

Ma il sacerdote a un certo punto si ammala ed è costretto a fermarsi, a vivere un po’ di tempo relegato nella solitudine, nell’intimità di se stesso, obbligato vuoi o non vuoi a quell’immobilità dove tutto quello che prima scorreva, ora si è fermato, almeno fisicamente. Rimane però una cosa che non riesce a fermarsi: l’alterità!

C’è un altro che si muove per te. Un altro che striscia le sue ciabatte per vedere come stai, se hai bisogno di qualcosa, di ciò che DAVVERO TI SERVE. All’inizio non te ne accorgi; anzi, quella ciabatta rumorosa che passa può infastidirti anche parecchio. Tu forse nella tua immobilità hai imbroccato una strada sbagliata o sei proprio fuori strada. Forse stai “rinnegando” ciò che tu avevi scelto, forse sei molto confuso. Si è vero, ora sei ammalato; ma sappi che quelle ciabatte che arrivano a destinazione per guardarti davanti alla porta sono quella certezza: LA CERTEZZA DELL’AMORE CHE SALVA.

E se fosse quella ciabatta a salvarti?

Il sacerdote guarì.

Puoi incorniciarla anche tu se vuoi!

Cristina

Articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi:  www.annalisacolzi.it/amore-che-salva/

Il muro del ricordo

Ho visto di recente un film. Le armi del cuore, film americano del 2015 chiaramente di stampo cristiano evangelico protestante. I protestanti non hanno i sacramenti e questo li ha portati a sviluppare molto meglio di noi il loro rapporto con la preghiera e con lo Spirito Santo che rende presente Dio nella nostra vita ordinaria di ogni giorno. Forse da questo punto di vista abbiamo qualcosa da imparare da loro, noi che spesso releghiamo la nostra religiosità all’interno della Messa e in qualche preghiera imparata a memoria e recitata senza troppa convinzione.  Tutto questo per dire cosa? Dobbiamo fare memoria della Grazia, di tutte le volte che Dio ha benedetto la nostra famiglia, di tutti gli aiuti che ci ha dato nel nostro matrimonio, di tutte le volte che ci ha sostenuto e che ne abbiamo percepito la presenza. E’ facile quando le cose vanno male e ci si ritrova nella prova e nella sofferenza dimenticarsi e sentirsi soli. Sentire tutto il peso del momento e della situazione sulle nostre spalle troppo deboli e fragili, a volte, per sostenerlo. E’ importante allora avere un luogo della casa dove appendere il una lista delle grazie ricevute, fotografie e pensieri che ci ricordano come Dio ci è stato vicino. Il muro del ricordo. Perchè siamo uomini e donne fragili, di poca fede e abbiamo bisogno di fare memoria per non perdere la speranza. Non dite che non avete niente da mettere su quel muro perchè non è vero. Se scavate nella vostra storia personale e matrimoniale non faticherete a trovare momenti in cui la presenza di Dio e il suo aiuto sono stati determinanti per permetterci di superare o affrontare con più coraggio una difficoltà o una sofferenza. Non siamo soli, ci siamo sposati in tre, Dio è sempre con noi ma abbiamo bisogno di fare memoria per non dimenticarlo.

Antonio e Luisa

Guardarsi con gli occhi di Dio

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata. Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose. Significa compatire e congioire. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, che si mette sopra. Che fa di sè il centro e si sente in diritto di condannare chi si comporta e fa qualcosa di diverso da quello che ritiene giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

Antonio e Luisa

Il membro della famiglia

Articolo tratto da Il Foglio di  Fabrice Hadjadj. (nel caso di richiesta degli aventi diritto, rimuoveremo subito il post)

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna.

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna. La differenza sessuale genera la differenza generazionale. La differenza dei genitori e dei figli nasce dalla differenza del maschio e della femmina e dalla loro unione. E’ su questa differenza dei sessi che vorrei soffermarmi. Tale differenza costituisce una relazione assolutamente originale e fondatrice. Originale perché originaria (ne deriviamo tutti, come abbiamo appena detto), fondatrice perché fonda l’accoglienza a tutte le altre differenze. Guardando il mio sesso, mi accorgo che sono un uomo, e tuttavia non rappresento tutta l’umanità, perché l’umanità è composta da uomini e da donne. Mi accorgo anche che questo membro, che è al centro di me, sfugge al mio possesso: non solo non lo controllo interamente – non obbedisce alla mia volontà come il mio braccio, per esempio – ma mostra anche che la realizzazione di me stesso non può avvenire se non attraverso e grazie a un altro, l’altro sesso, poi l’altro figlio, il che spezza l’idolo di una concezione egocentrica dell’esistenza. Questa è l’originalità della relazione dei sessi: una relazione in cui l’unione non abolisce la differenza, ma la compie (i muscoli palestrati non bastano: l’uomo non è mai così virile come quando è sposo e padre; e la civetteria nemmeno: la donna non è mai così femminile come quando è madre… e donna). In questa relazione, è attraverso la differenza irriducibile che si diventa se stessi.

Questa originalità è spesso velata sia dal fantasma della potenza fallica, sia dal mito della fusione romantica, sia dalla morale della complementarità. Nel primo caso, il rapporto dei sessi viene affermato in termini di dominio e dunque di contraddizione: l’uno arriva a schiacciare l’altro. Nel secondo caso, viene esaltato in termini di dissoluzione e dunque di confusione: l’uno e l’altro si fondono in un brodo sentimentale. Nel terzo caso, viene rappresentato in termini di complementarità e quindi di totalizzazione: l’uno e l’altro si incastrano senza lasciar più spazio ad alcuna distanza né breccia, e formano un insieme beato e autosufficiente. Tali sono le tre coppie che appaiono proprio quando si riduce la relazione sessuale alla coppia (mentre si presume che il terzo ne scaturisca): macho e casalinga (o Crudelia e Masoch), Tristano e Isotta, incastro tra zipolo e alloggio… O ancora: duello spietato, duo perfetto, affare ben fatto. Ma, come ha ben mostrato Emmanuel Lévinas, la dualità dei sessi non è né contraddizione né fusione né complementarità, è apertura all’altro in quanto altro, in modo tale che la faglia resti aperta, che l’altro non vi sia mai dominato, né assorbito né adattato: “Il carattere patetico dell’amore consiste nella dualità insuperabile degli esseri. E’ una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l’alterità, ma la conserva. L’altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario si ritrae nel suo mistero”.

L’abbraccio ci espone all’incomprensibile. Più io abbraccio l’altro più altro, vale a dire l’altro dell’altro sesso, più viene sottratto – nella sua stessa offerta – alla mia comprensione. Posso penetrare fisicamente una donna, ma la donna nella sua femminilità resta impenetrabile: si ritira in una sorta di “verginità eternamente inviolata”. E si arriva ancora più lontano: l’alterità dell’altro non solo è conservata, magnificata nell’unione sessuale, è anche moltiplicata. Per la sua fecondità naturale, questa unione ne genera un’altra. La differenza sessuale non viene mai superata, se non duplicandosi in qualche modo, compiendosi nell’avvenimento di una seconda differenza abissale: la differenza generazionale. Quella che dà nascita a un figlio.

Al fondamento del mistico

Ecco la conclusione che posso trarre da una semplice meditazione sul mio basso ventre. Per quanto mi guardi l’ombelico o la parti intime, esse, se vi faccio attenzione, mi rimanderanno sempre al di là di me stesso, a prima della mia nascita (perché l’ombelico è la traccia della mia vita intrauterina) e dopo la mia morte (perché queste parti sono genitali e naturalmente volte alla posterità). Il mio ombelico come cicatrice e il mio pene come indice mi manifestano che sono grazie a un altro e per un altro, che posso compiermi solo con l’altro e anche nell’altro – non sviluppandomi ma fruttificando, cioè dando nascita a un altro (figlio) con un’altra (donna).

E’ per questo che finché c’è un uomo solo, non c’è ancora l’uomo. Nel secondo racconto della Creazione, il racconto dell’Eden, Dio dichiara: Non è bene che l’uomo sia solo (Gn 2, 18). Mentre il primo racconto della creazione in sette giorni è scandito da un Dio vide che era cosa buona, qui, Dio dice che non è bene. Adamo sperimenta la sua solitudine, una solitudine, una tristezza che, nel paradiso dell’individuo isolato, è il segno che il paradiso non è nel benessere individuale ma nella comunione con l’altro; una comunione che non è dominio, né fusione, né complementarietà, ma relazione con colui o meglio con colei che resta differente e che moltiplica inesorabilmente la differenza.

Curiosamente, se si passa dall’origine della saggezza biblica all’origine del sapere filosofico, si fa una scoperta analoga. Essa si incontra sia in Platone sia in Aristotele, benché in modi differenti; forse proprio perché Aristotele è fisico e sposato, mentre Platone è dialettico e celibe. D’altronde, si potrebbe rimanere stupiti nel veder citare quest’ultimo, che sembra prendere come punto di partenza amori pederastici, per esempio quello di Socrate e Alcibiade. Se lo si guarda più da vicino, si scopre però che Platone sublima il fondamento sessuale, ma non lo ignora come tale. Il Simposio ne offre la dimostrazione eclatante. Si tratta di una riunione di uomini in cui ciascuno deve fare l’elogio dell’amore, in forma di monologo. Ed ecco che quando viene il turno di Socrate, egli non solo passa al dialogo, ma addirittura al dialogo sessuato, perché riferisce il colloquio che ebbe nella sua giovinezza con Diotima, sacerdotessa di Mantinea. Come se l’accesso alla verità dell’amore e al suo autentico elogio non potesse che ritornare alla differenza sessuale come suo fondamento (questo non vuol dire che esiste solo l’amore tra l’uomo e la donna, esclusivamente – cosa assurda del resto, poiché questa esclusività è in sé stessa naturalmente inclusiva per il figlio che arriva, e – non dimentichiamo l’ombelico! – per i parenti; questo vuol dire soprattutto che quest’amore è il paradigma fisico di ogni amore, anche il più spirituale).

Che cosa insegna Diotima a Socrate? Che l’amore non consiste semplicemente nell’unirsi al bello (come suggerirebbe il pensiero della fusione o della complementarietà), ma nel “partorire nella bellezza”. E, secondo Diotima, dove si trova il modello di quest’amore che si gioca nelle altezze sopracelesti? Nelle nostre mutande. Nella nostra animalità sessuale. “Coloro che sono fecondi nell’anima” hanno  come  modello “coloro  che  sono  fecondi  nel corpo”:

“L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino”. Come in Genesi 1, 27 non si tratta solo dell’uomo e della donna, ma del maschio e della femmina. Seguendo l’altezza del Parmenide, Diotima non esita a discendere e a vedere nel grido del cervo in calore, o nel collo gonfio o che tuba del piccione in calore, l’immagine stessa del fervore filosofico o religioso: “Non ti accorgi del tremendo stato di tutti gli animali, terrestri e volatili, quando sentono il desiderio di generare, e come tutti siano presi dal male d’amore, e passionatamente disposti anzitutto a unirsi subito tra loro, e poi a nutrire le loro creature?”. Siamo ben lontani dall’idealismo e dal dualismo attribuiti a Platone nella caverna delle scuole e delle università (troppe cattedre e poca carne, indubbiamente).

Giudaismo e cristianesimo attestano in maniera analoga il fondamento carnale della spiritualità umana e riconoscono nella sessualità, e in ciò che da essa ne consegue, l’immagine di ogni unione mistica: Il mio diletto ha introdotto la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui. Così canta il Cantico dei Cantici; e quelli che esitano a sapere se si tratti di un poema erotico o di un inno religioso suppongono – con pensiero debole – che le due interpretazioni siano in contrasto. I mistici non possono parlare dell’unione con Dio, o della carità teologale, se non a partire da tre differenze legate alla sessualità: quella dei sessi (uomo / donna), quella delle generazioni (genitori / figli), quella dei fratelli (primogenito / cadetto). Il rapporto con Dio è pertanto nuziale (Esce come uno sposo dalla stanza nuziale – Sal 19, 6), filiale (Padre nostro che sei nei cieli – Mt 6, 9), fraterno (Gesù è primogenito tra molti fratelli – Rm 8, 29). è anche i tre insieme: quel che è al di là della creatura, infatti, non può essere accostato da una sola modalità creata, ma da diverse modalità non compossibili quaggiù (l’amore dell’uomo e della donna evidentemente non è l’amore dei genitori e dei figli, che, a sua volta, non è l’amore dei fratelli tra loro). Queste modalità sono contrastanti in natura, ma presentandosi in maniera successiva, manifestano proprio che c’è di mezzo una modalità soprannaturale.

La Perla del nostro tempo? La coppia creata ad immagine di Dio

Scritto per www.cristianitoday.it     

 

«…..trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

(Mt 13,46)

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,

per poterla esaminare.

Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:

aveva un solo aspetto da tutti i lati.

(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,

perché essa è tutta luce.

Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,

che non diventa opaco;

e nella sua purezza,

il simbolo grande del corpo di nostro Signore,

che è puro.

Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,

che è indivisibile»

(Efrem il Siro, Inno sulla perla 1,2-3).

 

Pensando alla perla vorrei applicarla all’immagine trinitaria pensata dal Creatore sin dall’inizio: la coppia.

Maschio e femmina creò l’Uomo, ebbene sì, ad immagine e somiglianza Sua, perché, diventando uno, una sola carne, la coppia potesse ricreare quell’essere divino originariamente creato.

Soltanto quando l’uomo riconosce la donna come «…osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne»(Gn 2,23) ecco il rispecchiamento, ecco la reciprocità, ecco la pienezza del gesto creatore di Dio.

Che meraviglia pensare ad una bella ostrica dalla conchiglia tondeggiante come il corpo del mollusco annesso. Non tutte le ostriche producono perle perché esse si formano quando un corpo estraneo, di qualunque genere (sabbia, parassita o pezzetto di conchiglia)  va a conficcarsi nella cavità interna del mollusco stesso.

Soltanto per difesa si producono gli strati madreperlacei che, uniti ad altri strati di calcio e minerali, formano e creano questi meravigliosi e preziosi oggetti.

Questo processo può essere lunghissimo, non sapremo quanto occorrerà perché vi sia una perla ma questo è il risultato, per quella determinata ostrica, ciò accadrà!

Nella coppia ,che qui immaginiamo, la perla è il risultato di loro stessi, il prezioso prodotto del loro amore, della loro limpidezza e soprattutto della loro indivisibilità.

Dalla scelta consapevole del “loro per sempre” inizierà il viaggio creativo che plasmerà le reciproche vite. Molti saranno i detriti, i parassiti e i pezzetti di conchiglia che cercheranno di entrar nel loro guscio e molto dipenderà da come sapranno difendersi.

Potranno insieme livellare gli strati della custodia, della clausura protettiva dei pericoli terreni, del materialismo, dell’idolatria, dei rispettivi egoismi, degli attacchi esterni sulle loro fragilità….sostenendosi a vicenda. E ci sarà la preghiera, l’aiuto dello Spirito, l’unione coniugale che fondandosi sulla roccia del sacramento, saprà farsi dono reciproco e servizio pieno alla vita. Ci sarà l’umiltà del comprendere che da soli non ce la faranno ma che chiederanno sostegno alle preziose e sagge guide preposte al loro cammino.

Potranno altresì scoraggiarsi, farsi prendere dal panico, vorranno contare solo sulla propria forza, sfuggirà di mano quella saggia difesa di costruire strati di bene per difendersi e si troveranno sprovveduti nell’agganciare gli altri materiali, affinché possa formarsi la perla. La coppia sarà sottoposta al mare calmo e a quello in tempesta, come il mollusco ostrica depositario della perla. Ci saranno giorni di pioggia, che gonfieranno le acque, e giorni di sole che porteranno calore. Sara freddo e sarà mite.

Sarà giorno e sarà notte. Sarà luce e sarà tenebra.

Ci saranno gioie e ferite, ma l’ostrica una cosa la sa:

deve difendersi per produrre la perla preziosa!

Il commerciante, trovata la perla, rinuncia a tutto pur di averla con se.

E tu coppia, vuoi farti trovare dal tuo Commerciante d’Amore Onnipotente?

Difenditi, combatti ed entra nel tuo NOI.

Impegnati a far nascere la tua PERLA che nella sua limpidezza e purezza sia la sola tua Verità. Il resto lo farà il tuo Creatore che, sin dall’inizio ti ha scelto perché i due diventassero uno, collaborando al progetto e, coppia, dopo coppia, sara una bellissima collana di PERLE!!!

Cristina Epicoca Righi

La sguardoterapia

Ogni tanto fate questo esercizio. Abbiamo bisogno di meravigliarci ancora di quella donna o di quell’uomo che anni orsono, tanti o pochi non importa, ci ha rapito il cuore. Prendetevi qualche minuto solo per voi. Non esistono figli, lavoro, telefono, casa e preoccupazioni. Mettetevi l’uno di fronte all’altra, seduti per star comodi, ma vicino che potete toccarvi. Guardatevi, prima il viso poi il corpo, dall’alto al basso e poi tornate indietro. Guardatevi con attenzione, guardate anche i vostri difetti e i segni del tempo, non distogliete lo sguardo dai capelli bianchi, dalle rughe, dalle imperfezioni,dalle rotondità. Non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve, saziatevi e riempitevi dell’altro/a, della bellezza dell’altro/a.  Ripetete allora dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici:

Quanto sei bella amica mia, quanto sei bella!

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!

Guardatevi negli occhi, resistete perchè non è facile, se non si è abituati,  guardarsi per più di qualche secondo senza ridere o rompere l’atmosfera, vedrete che avrete voglia di accarezzare quel volto. Accarezzatelo e senza distogliere lo sguardo dagli occhi dell’altro/a, tastate come un cieco quel volto, guardatelo attraverso il tatto. Accompagnate questa presa di possesso dell’altro/a con le parole del Cantico: Tu sei mio/a, io sono tua/o.

A questo punto, lo dico per esperienza, l’altro/a vi appare in tutta la sua bellezza, una bellezza che commuove e riempie di meraviglia gli occhi e il cuore.

La nostra preghiera guidata finisce qui, ora a guidarvi sarà il desiderio e la meraviglia che vi riempie il cuore.

Questo tipo di “esercizio” non è una mia invenzione ma l’ho preso in prestito da un libro di Roberta Vinerba. Non solo serve a fare memoria della meraviglia dell’altro/a ma quando ci riesce difficile farlo ci dice che forse dobbiamo ritrovare un’intesa perduta e imparare nuovamente a parlare il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

Il matrimonio è un equilibrio da trovare ogni giorno

Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno ciò che siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che dover constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

Un giardino da coltivare

Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden non è un racconto storico. Non è mai avvenuto, almeno per la maggior parte degli esegeti. E’ un racconto simbolico. Un racconto ispirato da Dio, nel quale gli uomini cercano di dare una spiegazione alla creazione e al male presente nel mondo. Cercano di spiegare perchè questa creazione non è “perfetta” ma è abitata dalla morte e dalla malattia. Adamo ed Eva siamo tutti noi. Ogni coppia umana si può identificare nell’uno o nell’altra. Una cosa mi ha sempre colpito del giardino dell’Eden. L’amore e la relazione tra Adamo ed Eva non era faticosa. Non esisteva la fatica tra di loro. Tutto era naturale e puro. Adamo ed Eva vivevano già nel paradiso che spesso è rappresentato da una luogo incontaminato, ricco di animali e piante di ogni genere. Quella natura così rigogliosa, colorata profumata e ricca di ogni genere di vita era come un giardino. Come un giardino che non necessitava che venisse curato, potato, innaffiato, seminato e coltivato. L’uomo e la donna beneficiavano di tutta quella magnificenza senza dover fare nulla per ottenerla. Il giardino non può anch’esso essere una figura simbolica di altro? Ci viene in aiuto un altro libro della Bibbia anch’esso non un libro storico ma poetico e ricco di simbologia e significati diversi. Sappiamo che il Cantico rappresenta l’amore ma può essere interpretato su piani diversi ma sempre dello stesso amore si canta. L’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra Dio e il suo popolo, l’amore di Gesù per la sua Chiesa e c’è anche una intrerpretazione mariana. Mi soffermo sull’amore umano. Nel Cantico, più precisamente al versetto 4,12 si può leggere:

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Non vi ricorda nulla questa descrizione? A me si. Mi rimanda all’Eden, al giardino del paradiso perduto. Il giardino rappresenta l’amore dell’uomo verso la donna, l’amore erotico e oblativo, la tenerezza dei gesti e la dolcezza delle parole. Ogni frutto, sapore, odore e colore rimanda alla meraviglia, alla gioia e alla pienezza dei sensi e del cuore. Ma come è possibile ciò? Come fa l’uomo del Cantico, che è figlio di Adamo e della sua caduta, nato nel peccato e nella concupiscenza poter fare esperienza di tutto ciò. Si può tornare alle origini, nel paradiso terrestre. Il Cantico che è parola di Dio ci dice che si può. Ma non sarà più come prima. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni recipriche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno doèpo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

IL MAGNIFICAT DEGLI SPOSI

L’anima di noi sposi magnifica il Signore
Perché nel quotidiano è il nostro Salvatore.
Ha guardato, sin dall’inizio, alla nostra povertà
E ha posto nei nostri cuori la reciproca gratuità
Perché diventasse una gratuita reciprocità.
Grandi cose ha fatto e farà per noi
Perché mai dubitassimo del prezioso Tesoro.
Ha abbattuto la superbia per generare concordia
Dispensando ad entrambi la Misericordia.
Non ci sono potenti ma «troni di doni»
Da scambiare vicendevolmente
Per sempre ed eternamente.
Di beni ci ricolma ogni giorno
Perché di noi e per noi conosce il bisogno,
non quello effimero ma il necessario
Per difendere il nostro amore dalle lusinghe
dell’avversario!
Ci soccorre costantemente
Senza perdere mai lo sguardo
Per condurci gioiosi al nostro traguardo
Come aveva promesso il giorno del sì
Ed ora, più che mai, qui
Accompagnati passo per passo
Senza lasciarci un momento.
Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo
Come era nel principio, e ora e sempre
nei secoli dei secoli. Amen.

Cristina

Scritto per il blog di Annalisa Colzi   http://www.annalisacolzi.it/il-magnificat/

Segniamoci del sangue di Cristo.

Stamattina mi sono alzato presto. Ho accompagnato mio figlio in chiesa verso le 7. Il parroco ha organizzato una veglia in questa notte drammatica in cui si consuma la prima parte della passione di Gesù. La chiesa è nella semioscurità, ci sono alcuni ragazzi e qualche genitore. C’è l’atmosfera giusta per immergersi in Gesù, per fare un salto nel tempo e trovarsi nella Gerusalemme di duemila anni fa. Il don fa partire un video e sul telo bianco scorrono le immagini della passione di Gibson. Immagini tagliate e montate ad arte e accompagnate dalla musica giusta. Non mi capita spesso, ma sentivo le lacrime agli occhi, che per pudore ho trattenuto. Le parole di Gesù, l’odio della sua gente, il sangue che ricopriva il suo corpo martoriato dalla fustigazione. Ma ancor di più la sua solitudine, l’abbandono da parte di tutti o quasi. Solo la madre, poche donne e il discepolo amato sotto la sua croce. Quel sangue versato per noi, per tutti noi, per dirci che ci ama e ci desidera come nessun altro. Ho pensato a tante cose e mi sono sentito profondamente indegno del suo sacrificio. Il suo sacrificio capace di salvarci dalla morte e di rendere nuova ogni cosa. Capace di andare oltre le nostre miserie, fallimenti, fragilità ed errori. Capace di prendere sulle spalle, insieme alla croce anche il peso della nostra incapacità di amare e trasformare il nostro matrimonio. Gesù che quel giovedì stava ricordando con i suoi apostoli la pasqua ebraica (Pèsach) . Stava ricordando la liberazione del suo popolo dall’Egitto oppressore. Il nostro matrimonio, se noi lo desideriamo, attraverso quel sangue versato, può risorgere dalla morte del peccato. Il nostro matrimonio è come la porta delle dimore di quegli ebrei schiavi in Egitto. Dio ci chiede di segnare la porta del nostro cuore e  della nostra relazione con il sangue dell’agnello sacrificato. Solo cosi la morte del peccato non ci toccherà e passerà oltre. Non basta però il sacrificio di Gesù per noi, ma è necessario il nostro riconoscerci bisognosi e desiderosi di segnarci del suo sangue, serve che ci professiamo cristiani non solo con le parole ma portando il segno del suo sacrificio aderendo ai suoi insegnamenti e aprendo il nostro cuore alla sua Grazia che salva.

Come in modo significativo predicava un vescovo del IV secolo:

Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione

Antonio e Luisa

Inginocchiarsi per ricominciare!

Gesù che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo,  in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere,  possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

Sexy-consiglio: baciarsi, ma bene

Pubblichiamo con piacere un articolo di Thérèse Hargot, sessuologa belga che, secondo me, ha tanto da insegnare a una società che ha banalizzato il sesso, e anche a una parte di Chiesa che vive la sessualità in modo angelico e non carnale come Dio ha pensato per noi dotandoci di un corpo.

Questo blog, come ho evidenziato fin dal titolo, si ispira agli insegnamenti cristiani della Chiesa cattolica, ciò non toglie, come ha insegnato mirabilmente San Giovanni Paolo II, e come mi auguro abbiate potuto sperimentare nel vostro matrimonio, che tutto inizia dall’amore umano perfezionato dalla Grazia del sacramento. Per questo è indispensabile nutrire e rivitalizzare il nostro amore erotico, da cui non si può prescindere. Diffido sempre di chi, nel matrimonio, si cura solo delle altezze dello spirito senza porre le basi essenziali dell’amore carnale.

Ringrazio di cuore il blog montedivenere, in particolare Maria Dolores Agostini, per avermi accordato il permesso di pubblicare l’articolo seguente.

Le prostitute non baciano, si dice. Perché, invece le spose lo fanno? Niente di meno ovvio. Ecco trovato un bel punto in comune, almeno in questo caso.

Sarà anche trash, d’accordo. Ma è vero.

No, davvero, a quando risale il vostro ultimo bacio? Non quello algido in punta di labbra a culo di gallina! Vi parlo di un vero bacio, quello che vi ha fato vibrare totalmente. Quand’era? Com’era? Con chi?

« Ma a me, non è che mi piaccia tanto in effetti » si sente dire tanto spesso quanto il pretestuoso:« Non abbiamo mica bisogno di baciarci sulla bocca per manifestare il nostro amore ». E poi c’è l’igienista: « Sinceramente, lo trovo un po’ schifoso » e l’imbarazzante: « Non mi piace molto il modo in cui bacia ». Ops.

Ah sì? « E con il vostro amante o la vostra amante, come lo trovereste? » mi viene voglia di rispondere.

Naturalmente è tutto diverso. Perché il bacio è fatto per gli esseri che si desiderano intensamente. E per gli adolescenti pre-puberi, vero anche questo.

Che felicità suprema (ri)scoprire la potenza erotica di un bacio. Esprime il desiderio, risveglia il desiderio. Ci si sente uniti, ci si abbandona all’altro, il piacere e l’eccitazione sono al massimo.

Quanto è importante allora baciarsi, per una coppia legata da un amore fedele e duraturo! Baciarsi per rimanere amanti anche quando si diventa sposo-sposa, o genitori. Baciarsi per sentire il desiderio, quello che la routine tende a spegnere anche se non vorremmo.

Ah, dimenticavo soprattutto… Quant’è importante, dunque, provare attraverso il bacio questa alchimia tutta particolare tra due esseri, prima di legarsi in matrimonio! Se non vi piace baciare la persona con la quale vi sposerete, allarme rosso: fermate subito tutto! Lasciate perdere, rimanete buoni amici.

Baciate, dunque. Ma bene. A lungo. A modo vostro, senza modello preconcetto. Trovate e rinnovate il vostro modo di esprimere e di risvegliare il desiderio che vi ha uniti.

Bando alle ciance, un bacio vale mille parole. Guardate piuttosto questo video della mia canzone preferita del momento. Che intensità! La adoro, assolutamente.

A presto, e tanti baci,

T.

Thérèse Hargot

tradotto per Monte di Venere da Maria Chiara Bonino

Pensate che non sia per voi, pensate che non sia così importante, non avete voglia e non ne sentite il desiderio? E’ un campanello d’allarme. E’ il momento di farlo, proprio perchè non ne avete voglia. Il vostro matrimonio non dipende solo dalla Grazia, dall’Eucarestia e dalle preghiere ma anche da come saprete rendere sempre nuovo la vostra relazione e come riuscirete a mantenere acceso il fuoco del desiderio. Non sono io a dirlo, non è neanche Thérèse, ma è Dio stesso, che attraverso il Cantico dei Cantici ci ha lasciato le istruzioni per amare come Lui vuole, come veri uomini e vere donne realizzati in pienezza. Vi lascio il link a un mio precedente articolo Mi baci con i baci della sua bocca

Antonio e Luisa

Mano nella mano e sguardo al Cielo.

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, siamo io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa.

 

La fedeltà ti fa re.

Parto con una breve storia che ho letto in un libro di Christiane Singer. La riporto col le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette a centinaia.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re chiamò i suoi tre figli, e disse loro che avrebbero dovuto trovarsi una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna che lo affascinò e lo fece innamorare che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso massicio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che tutto il suo popolo era prigioniero di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suosuccessore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezzee non le conoscenze possono brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa e chiedendo aiuto a Dio, e continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire. Ed ecco che accade il miracolo, quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora che hai imparato ad amare facendoti servo e libero, libero di dare senza chiedere.

Antonio e Luisa

 

La fragilità non è un limite ma un’opportunità

Avatar di Antonio e Luisa De RosaMatrimonio Cristiano

Quattordici anni che siamo sposati, che Dio ha benedetto la nostra unione, che lo Spirito Santo ci ha legato così stretti da essere uno ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Il matrimonio è assurdo, sposarsi è cosa da matti. Perché dovremmo legarci per la vita a una persona. Una persona che poi si scopre non essere perfetta ma al contrario limitata e fragile.

Sposarsi è soprattutto un atto di fiducia. Sta a noi scegliere in chi riporre questa fiducia. Possiamo riporre la nostra fiducia nella persona amata che diventa il nostro tutto oppure in Gesù Cristo che entrando nel nostro amore limitato e fragile lo trasforma e lo trasfigura.

Ho capito che riporre la fiducia in una persona, per quanto possa essere ben motivata, è perdente in partenza. Quella persona non sarà mai all’altezza di riempire il mio vuoto, il mio bisogno d’amore più profondo.

Riporre la fiducia in Cristo cambia…

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Bulimici di piacere.

Siamo una società di bulimici. Bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di senso. Ingurgitiamo tutto sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della sua figliolanza. Alla fine il significato di peccato è proprio questo. Sbagliare il bersaglio. Cercare di riempire il nostro bisogno d’amore con il piacere. La nostra società che ha eliminato Dio da ciò che conta, additandolo a ostacolo per una vita felice e una convivenza pacifica, cerca di sfamare questa bulimia schizofrenica assecondando ogni desiderio. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e il bisogno che diventa diritto. Tutto segue questa logica tranne ciò che si pensa possa nuocere alla salute. Siamo una società estremamente salutista. Si cerca di curare il corpo illudendosi di curare così anche lo spirito. Non funziona così, curare il corpo va bene ma non basta. Ed è così che i governi illuminati della civilissima Europa sensibilizzano sul consumo  corretto di cibo. L’obesità e le malattie provocate dal consumo non equilibrato di cibo porta spesso grandi costi per il servizio sanitario del nostro paese ed è anche per questo che il governo, attraverso la scuola e altre agenzie, cerca di fare educazione e prevenzione. Sono problematiche presenti a livello globale, tanto che lo stato italiano segue le direttive di Europa e ONU. Ed ecco la frutta distribuita a scuola, i programmi di scienze che si arricchiscono dell’educazione alimentare, campagne pubblicitarie, iniziative culturali e tante altre modalità per cercare di modificare le abitudini dannose della popolazione. Il salutismo alimentare sta divenendo pian piano un obbligo della nostra nuova società etica, spodestata di Dio, ma che si basa su propri dogmi come una vera religione. Non che ci sia qualcosa di male nell’impegnarsi per una giusta alimentazione, sia chiaro. Forse è una delle attività più apprezzabili del governo. Il problema è un altro. Non siamo bulimici solo con il cibo, lo siamo anche con il sesso e con tutto ciò che possa darci piacere. Solo che con questo tipo di bulimia non sembra ci siano problemi. Anzi sembra quasi positiva. Peccato che l’impatto sulla società e sui costi statali sia elevatissimo. Aborto, contraccezione, violenza sulle donne, divorzi sono causati anche dalla bulimia sessuale. Viviamo in una società molto erotizzata. Il sesso è presente non solo nella pornografia, che è diventata fruibile attraverso internet in modo facile,  gratuito e anonimo. Il giro d’affari di miliardi di dollari rende il settore del porno tra i più floridi. Tutta la società odierna è permeata di sesso. La televisione, la pubblicità, i video musicali, tutto ammicca al sesso. Tutta questa esposizione ha reso le persone assuefatte. C’è un desiderio fortissimo di piacere sessuale da una parte e una incapacità di viverlo dall’altra. Come dire che le lasagne sono buone, ma mangiarle tutti i giorni stufa, tanto da renderle non più piacevoli al palato. Ed ecco che fioriscono siti di scambisti, sadomasochismo, orge, prostituzione e quant’altro la perversione delle mente umana possa immaginare. Una continua escalation di perversione per ricercare quel piacere che tanto si desidera, ma non si riesce a trovare. Certo non tutti arrivano a tanto, ma anche chi non arriva a questo non è comunque capace molto spesso di controllare il proprio desiderio sessuale e non è educato al pudore. Il pudore che non è una brutta parola, qualcosa che richiama un tabù che va rimosso. Il pudore è riconoscere in noi un mistero. Il pudore è riconoscerci preziosi, riconoscere che c’è una parte di noi, del nostro corpo che non è per tutti, ma solo per chi avrà il nostro dono totale e a sua volta sarà disposto a spendersi totalmente e indissolubilmente nella relazione con noi. Solo riscoprendo la castità, la tenerezza, l’attesa, il saper aspettare, il saper preparare l’incontro sessuale nel gioco della seduzione reciproca, nelle attenzioni e nel servizio reciproco si potrà ritrovare il vero piacere. Solo così, quando l’incontro intimo viene vissuto come un culmine fisico di una relazione vissuta nell’arco di tutta la giornata, e solo quando quel gesto non si limiterà  a un godimento di qualche secondo, ma rappresenterà un significato profondo e costitutivo dell’amore sponsale degli sposi, allora sarà appagante e pienamente soddisfacente. Solo se sarà così, riusciremo a non cadere nel disamore e nella noia. Perché quel piatto di lasagne avrà per noi un gusto sempre diverso, perché sarà arricchito da ogni momento della nostra vita insieme e del nostro amore fatto di gesti concreti che cresce giorno dopo giorno rendendo quel piatto di lasagne sempre più gustoso. Termino con un brano tratta dal libro di don Fabio Bartoli “Prendimi con te, corriamo”:

Il piacere è innanzitutto uno stato d’animo, un atteggiamento interiore(…). Fuggite l’egoismo, non il piacere! Fuggite l’avarizia, il possesso, la lussuria, che del piacere sono misere contraffazioni, perchè il piacere ci rimanda sempre al primo piacere fontale, all’atto creativo, alla nostra prima vocazione: quel “vivi!” detto su di noi che ci ha chiamato all’esistenza. E infine , offrire il corpo in sacrificio a Dio è metterlo a servizio dell’amore.

Questo è il vero piacere, questo è ciò che oggi manca e che rende le persone mendicanti d’amore e incapaci di provare il piacere quello pieno, quello autentico. Quando il governo si attiverà per aiutare le famiglie a educare le nuove generazioni a curare quella bulimia e a un uso corretto e autentico della sessualità, come già avviene per il cibo, allora significa che, finalmente, si sarà fatto un passo avanti decisivo per la guarigione della nostra civiltà malata.

Antonio e Luisa

Il profumo di Cristo e il cibo che non perisce

L’olfatto: davanti a Dio siamo il profumo di Cristo

“Siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo” (2 Cor 2,15).

“La mia preghiera sia incenso che sale fino a te” (Sl 141,2)

Il Cantico dei Cantici è tutto un insieme di profumi e di effluvi. La ragazza innamorata dice: “Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli” (Ct 2,1) e poi: “Ora che il mio re è qui nel suo giardino, il mio profumo di nardo si spande tutt’intorno. Amore mio, sei come un sacchetto di mirra, di notte riposi fra i miei seni. Amore mio, sei come un mazzo di fiori cresciuti nelle vigne di Engaddi” (Ct 1,12-14).

L’olfatto è un senso particolarissimo perché va oltre gli altri sensi. Non tocca, ma è toccato; non sente e non gusta, ma avverte e fa proprio, non vede ma riconosce perfettamente inspirandone tutta l’essenza. L’olfatto si inserisce pienamente nella relazione tra individui. Sappiamo distinguere benissimo il profumo di chi ci sta accanto, non per la marca dell’acqua di colonia, ma per quella conoscenza nel tempo. Fa parte del respiro della vita e, come avvertiamo il profumo sappiamo conoscere anche la puzza. C’è una bella differenza tra il nardo e lo zolfo. Ecco perché è bene avere cura di se stessi, compresa l’anima ovviamente!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Il profumo fa scendere nell’intimità perché ciò che di per sé è impersonale diventa personalissimo, persino nel modo di pregare oltre che di amare l’altro. È così che ci distingueremo, dal profumo che emaniamo. E se dovessimo scorgere anche “l’afrore” di noi stessi, non rinunciamo mai a cercare un profumo migliore, quello che sale e che ci trasforma. Lo zolfo dei nostri peccati possiamo, se vogliamo, trasformarlo nel profumo più inebriante che ci sia!

Il gusto: il cibo che dura per la vita eterna

“Gustate e vedete come è buono il Signore” (Sl 34,9)

Come ogni senso, tra i cinque, c’è uso e uso e, quando Eva “vide che l’albero era buono come cibo” (Gn 3,6) agì in nome di una “disubbidienza”. Pietro però incoraggia: “Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza, come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1Pt 2,1-3).

Il gusto è un senso importantissimo, soprattutto nel matrimonio, perché il nutrimento ė necessario affinché una coppia possa sopravvivere.

Così come il cibo materiale sostiene il corpo, sarà necessario un altro cibo per sostenere le due volontà maschile e femminile, così diverse ma così profondamente necessarie per l’unità!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Ci vuole il cibo giusto per affinare il gusto e la grandezza del matrimonio sacramento consisterà in un cibo «che non perisce, ma… che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27). Il cibo eucaristico! Il cibo che non perisce è Gesù stesso; e anche la sua Parola che è un tutt’uno con Gesù.

Quanti bocconi amari la vita ci presenterà, anche come coppia, nelle delusioni, nella povertà personale che sa amare solo fino a un certo punto.

Il gusto ci permetterà di rendere dolce ciò che è amaro perché quel cibo ha uno specialissimo sapore: la salvezza!

Alla ricerca del Vero Bene

Ecco cara coppia, queste sono le cinque strade del tuo matrimonio sacramento.

Scegli quella più adatta per cominciare a risorgere, se hai bisogno di rinascere o per continuare il tuo meraviglioso cammino.

Noi, proprio quando la nostra storia stava naufragando, ricominciammo dalla strada di un senso, quello del gusto, dell’Eucaristia; e da lì ripartimmo perché, più ne mangiavamo e più i cuori si riempivano di ascolto, sguardi, carezze e profumo che si spandeva tra di noi e verso quelli che avevamo intorno. Un senso tira l’altro nell’armonia del bene, del Vero Bene.

Amare è decisione.

E tu, da quale senso vuoi ricominciare?

Cristina

Articoli precedenti

Il tocco di Dio e l’arte di ascoltare

La vista nel matrimonio cristiano

 

Questo articolo è stato scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/il-profumo-di-cristo/