Il talento più grande è l’amore.

Oggi prendo spunto da un’omelia dell’anno scorso preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che ho cercato di fare mia.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don è partito da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era a posto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio, sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile, non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa

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Portate i pesi gli uni degli altri

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise…

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“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

 

“Portate i pesi gli uni degli altri,

così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Preghiera di un padre qualunque a san Kolbe

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”…

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Questa riflessione superficiale nasce il 14 agosto, memoria liturgica di San Massimiliano M. Kolbe.

M.M. Kolbe è un frate, un uomo che in un campo di concentramento ha chiesto di essere ucciso al posto di un padre di famiglia.

Fu esaudito dai suoi aguzzini. Fu lasciato per due settimane senza cibo e senza acqua. Dopo due settimane, essendo ancora vivo gli fu iniettata una dose di veleno.

I testimoni (ovvero i suoi uccisori) hanno detto che prima di morire ha esclamato: “Ave Maria” e sulle labbra aveva un sorriso.

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“Mamma! Vieni! Mamma!!! Maaaaammmaaaaa!”

E tu – padre – nonché marito di quella donna chiamata con urla “Mamma!!!” dai tuoi figli…sei li e tra un pensiero profondo come il divano che ti inghiotte…vieni accarezzato dalla vocina stridula di tua figlia che richiama su di sé con tutto il fiato l’attenzione di colei che l’ha partorita.

La coscienza ti dice: “Marito, mi sa che qualcuno ha bisogno di aiuto.”

E tu le rispondi: “Mica mi chiamo Mamma io…”

E mentre tu bevi qualcosa e fai 4 chiacchiere con la coscienza per prendere tempo…la bimba urla ancora una volta: “MaaaaaaaammmmmmmaaaaaaAAAA!!!”

E lì, la svolta! Incarni il Vangelo e ti offri volontario! Ed esclami: 

“Figlia mia, prendi me al posto della mamma! Dimmi, di cosa hai bisogno…qui c’è papà!”

Gli angeli esultano, il cielo è in festa…perché un uomo ha donato la propria guancia a coloro che volevano percuotere la guancia di sua moglie…ha scambiato la sua vita con quella di colei che andava verso il patibolo.

Poco importa se poi dopo la bambina ha scelto ugualmente di flagellare sua mamma con un mare di richieste lasciando in vita te.

Tu – marito eroico – ci hai provato a salvare la vita della tua sposa. E questo è già qualcosa.

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San Massimiliano Maria Kolbe, prega per noi padri e madri, mariti e mogli, affinché ogni giorno in piccoli grandi gesti si possa consumare nel Dono la nostra vita. Amen. Grazie!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Le lettere dell’amore. La F.

La parola chiave con la lettera F è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia. L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove gli sposi vanno a Messa insieme tendono a fiorire molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto, tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

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Un amore che apre all’eterno di Dio

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.
Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?
E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.
Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?
Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Parole come quelle del Vangelo di oggi mi hanno sempre messo in crisi. Non possono lasciare tranquilli. Sto costruendo la mia relazione con Gesù? Sono consapevole che tutto ciò che ho su questa terra non mi appartiene? Che posso perdere tutto, anche la mia vita, oggi stesso? Spesso preferiamo non pensare a queste cose. In realtà dovremmo. Non per piangerci addosso o per disperarci, ma per dare il giusto posto ad ogni cosa. Chi c’è al primo posto nella  mia vita? Perché se rispondo sinceramente, e al primo posto non c’é Dio non posso essere nella pace. Perché cercherò il senso della mia vita in quello che ho messo al posto di Dio. Quello sarà il mio idolo. Con una grande differenza! Dio dà la sua vita per noi. L’idolo chiede la nostra vita senza darci ciò che desideriamo nel profondo. Così l’idolo può essere il lavoro, il corpo, il sesso, la ricchezza ecc. Quanti sacrificano la propria vita, e non solo la propria, per uno di questi idoli? Per quanto mi riguarda non ho di questi problemi. Ho un idolo molto più subdolo: la mia sposa. Mettere al primo posto l’amore per la propria sposa può sembrare una scelta buona. In realtà anche lei può diventare un idolo e l’amore per lei essere distruttivo e non generativo. La mia sposa non può stare prima di Gesù altrimenti cercherò in lei ciò che può spegnere quella sete di eterno e di infinito che ho dentro. Naturalmente senza mai riuscirci. Anche per il solo fatto che lei è mortale e posso perderla in qualsiasi momento. In questo caso il matrimonio non dà la vita ma la toglie. Non si riesce a godere neanche  dei momenti belli perché ti assale la paura che tutto finisca. La caricherei di un peso che non può sostenere e di una responsabilità che non è giusto che lei si prenda. Per questo è importante mettere Gesù al primo posto. Solo così posso accogliere il dono della mia sposa con meraviglia senza paura di perderlo. Perché l’amore, che dono alla mia sposa e che da lei ricevo, ha il profumo dell’amore di Dio e apre ad un orizzonte di eternità.

Antonio e Luisa

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Il limite alla Grazia è nel nostro cuore di sposi.

Il villaggio ai piedi del castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del castellano che leggeva un proclama nella piazza. 

“Il nostro signore beneamato invita tutti i suoi buoni fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda però a tutti un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”

L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietrofront e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi. “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!” – “Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!” – “Io un ditale!” – “Io una botte!”

Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.

“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione. Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”. Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!

“Ah! Se avessi portato più acqua”.

Quella che avete appena letto è una bellissima favola di Bruno Ferrero. Potete trovarla nel libro 365 piccole storie per l’anima. E’ una bellissima metafora di quello che Dio compie nel sacramento del matrimonio. Almeno questa è la mia lettura. Ricorda un episodio della vita di Gesù: le nozze di Cana. Gesù nel matrimonio non compie nessun miracolo senza il nostro impegno. Ha trasformato l’acqua in vino solo dopo che i servitori hanno riempito le giare. Non ha fatto tutto lui. Così è il nostro matrimonio. Lo è all’inizio quando ci sposiamo. In quel momento Dio riversa, attraverso lo Spirito Santo, il Suo Amore nei nostri cuori, per farci capaci di amare come lui. Non può, però, mettere più monete d’oro (Grazia) di quelle che noi possiamo contenere. Il nostro cuore può essere piccolo come un ditale o grande come una botte. Dipende solo da noi. Dipende da come ci siamo preparati nella nostra vita e nel fidanzamento per ricevere la Grazia di Dio nel sacramento. Dipende da quanto abbiamo combattuto l’egoismo attraverso la castità, dipende da quanto siamo riusciti a farci servo l’uno dell’altra. Dipende da quanto siamo stati capaci di spostare l’attenzione da noi all’amato/a. Questa storia non si ferma al giorno del matrimonio. Noi siamo sacramento perenne. Ciò significa che, finchè siamo in vita, nella nostra relazione c’è la reale presenza di Gesù, come nell’Eucarestia (seppur in modo diverso). Ciò significa che la favola non finisce così. Chi è entrato con un ditale alla festa del suo matrimonio può imparare, durante la vita insieme al suo sposo o alla sua sposa, a donarsi, a farsi servo, a farsi tenerezza, a farsi amorevole presenza. Tutto questo trasforma nel tempo il suo cuore da ditale a botte, e Dio non aspetta altro che un cuore più grande per colmarlo del Suo Spirito. Forza! Il matrimonio è un cammino che non finisce mai. E’ un cammino che ci può aiutare ad avere un cuore sempre più grande per accogliere sempre di più Gesù e i suoi doni dentro di noi.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La temperanza.

La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2 ) [Cf  Sir 37,27-31 ]. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri” ( Sir 18,30 ). Nel Nuovo Testamento è chiamata “moderazione” o “sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (  Tt 2,12 ).

La temperanza è una virtù sempre meno esercitata. Siamo una società di persone bulimiche. Non ci basta mai. Vogliamo tutto e subito. Siamo bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di sensazioni. Ingurgitiamo tutto, sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, anzi che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a Sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della nostra figliolanza. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e del bisogno che diventa diritto. Siamo soprattutto bulimici di piacere sessuale. Tutto nella nostra società ammicca al sesso. Lo fa la pubblicità, lo fanno i media ed è spesso presente nei discorsi al bar con gli amici. Abbiamo il cervello costantemente bombardato da stimoli sessuali. La temperanza sembra esssere esclusa dalla nostra società del carpe diem. Sa di vecchio e di clericalbigotto. Ogni lasciata è persa. Invece la temperanza è quantomai necessaria. La temperanza mette le cose al loro posto. Mette le giuste priorità in una relazione. La temperanza dice all’altro che non è importante per quello che ci dà o per le sensazioni che ci fa provare, ma è importante e amato semplicemente perchè è lui o è lei. E’ amato incondizionatamente. La temperanza, che nel matrimonio si concretizza con la scelta di avvalersi dei metodi naturali, permette agli sposi di amarsi e di mettere l’altro al primo posto. L’altro! Non il piacere che traiamo da lui/lei. Altrimenti se viene a mancare il piacere o ne troviamo uno maggiore altrove la relazione muore. Quanti si lasciano perchè non sentono più nulla? Troppi. La temperanza permette agli sposi di accogliersi totalmente e di non pretendere che l’altro/a rinunci a una parte del suo essere maschio (preservativo, coito interrotto) o femmina (pillola, spirale e altri) per assecondare il loro desiderio di piacere. La temperanza permette di rispettare completamente la persona amata. L’amore si dimostra anche sapendo rinunciare. Soprattutto oggi dove ogni sacrificio è uno scandalo da scansare.  Non sapete come si sente amata una donna quando il suo uomo è disposto ad aspettare qualche giorno pur di averla completamente senza dover rinunciare a nulla di lei, perchè lei è meravigliosa così com’è. Come invece si sente, presto o tardi, usata in caso contrario. La temperanza è una virtù che permette agli sposi di sviluppare altre forme di tenerezza e di unione. Permette agli sposi di spendere quella carica erotica che magari sentono e sprigionano per donarsi tenerezza in altro modo che non sfoci per forza nel sesso. Baci abbracci e carezze. Questo è un modo di prepararsi nella temperanza e nella verità all’amplesso quando sarà possibile viverlo. Questo è il modo che gli sposi cristiani possono ricercare per non vivere l’astinenza periodica come frustrante,ma al contrario renderla feconda e nutrimento per la relazione. Questa è la strada per vivere un matrimonio che non sia arido e che non scada nella noia e nell’abitudinarietà .

Antonio e Luisa

Le virtù nel matrimonio. La fortezza.

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La giustizia.

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La prudenza.

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La carità.

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La fede.

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. Introduzione.

La virtù è, detto in parole molto semplici, la capacità che abbiamo di sviluppare in pienezza le doti umane positive che ci caratterizzano. Sviluppando le virtù diventiamo sempre più aderenti ad una vita pienamente umana e libera. Il contrario esatto dei vizi che imprigionano e rendono schiavi. Virtù che, il catechismo ci insegna, si dividono in cardinali (o virtù umane) e teologali (virtù che si riferiscono direttamente a Dio). Detto in altre parole le virtù cardinali possono essere perfezionate attraverso l’intelligenza e la volontà di ogni persona. Le virtù teologali ci sono irraggiungibili e sono dono del Creatore attraverso la Grazia (date attraverso il battesimo e perfezionate durante una vita di fede).

Le virtù teologali sono:

  1. Fede. La virtù dell’essere. Attraverso la fede ci apriamo all’amore di Dio. Accogliamo l’amore di Dio in noi stessi. Realizziamo di essere amati da Dio. Nel matrimonio accogliamo l’amore di Dio nell’accoglienza del nostro coniuge.
  2. Carità. La virtù dell’agire. Attraverso la carità rispondiamo all’amore di Dio. Corrispondiamo al suo amore nell’agire. Come? Amando il nostro coniuge.
  3. Speranza. La virtù dell’avere. Attraverso la speranza abbiamo la vita eterna. Prendiamo coscienza che dalla fede e dalla carità nasce un orizzonte nuovo, un orizzonte eterno ed infinito che conduce a Colui che è Amore Infinito. La speranza nel matrimonio è proprio quella virtù che lo proietta in una prospettiva divina. L’amore sponsale che per sua natura è totale, fedele e indissolubile diventa immagine dell’amore di Dio e lascia intravedere agli sposi la trascendenza dell’amore divino.

Esistono poi le virtù cardinali:

  1. Prudenza. La virtù della collaborazione. La Prudenza è la prima delle Virtù Cardinali. Grazie ad essa il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, è capace di discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male e trova la luce e la forza per conseguire la propria salvezza.E’ la prudenza quella virtù che guida ogni istante il nostro cammino di sposi oltre che di individui. La virtù fondamenta della nostra impalcatura, il collante tra le altre, e la bussola del nostro camminare insieme.
  2. La giustizia consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. Giustizia e matrimonio sembrano a volte in contrasto. In effetti non è così. Semplicemente nella promessa matrimoniale ci siamo impegnati ad un amore gratuito e senza condizione l’uno con l’altra. Amore totale in anima e corpo. Questa promessa a volte ci chiede tanto, ci chiede una fedeltà che ci appare ingiusta, ma in realtà stiamo agendo secondo giustizia. Stiamo dando al coniuge e a Dio ciò che gli è dovuto. Magari che il nostro coniuge non merita, ma che gli è dovuto.
  3. La fortezza assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza nel matrimonio è sostenuta dalla Grazia. La Grazia sacramentale propria del matrimonio. Dio si è impegnato di darci tutti gli aiuti necessari per salvare il nostro matrimonio e per santificarci in esso. A noi è chiesto di metterci tutto ciò che abbiamo. La nostra forza, volontà, intelligenza e cuore. Questa è la fortezza necessaria per superare ogni avversità con l’aiuto di Dio, ma sempre con la nostra partecipazione attiva.
  4. Temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”. La temperanza è una virtù che va educata. Attraverso la temperanza gli sposi prendono possesso del proprio spirito e del proprio corpo. Attraverso la temperanza ci si educa ad amare nella Verità. Ci si libera dalle pulsioni della lussuria. Con la temperanza possiamo finalmente farci dono l’uno con l’altra anche nel rapporto fisico. Come possiamo donare altrimenti il nostro corpo se non lo possediamo, ma al contrario, siamo posseduti da istinti, pulsioni che ci rendono schiavi del piacere fine a se stesso?

Nei prossimi articoli approfondiremo ognuna delle sette virtù.

Antonio e Luisa

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Non ne abbiamo più neanche una goccia!

Ieri Luisa mi ha dettato, come sempre accade, la lista della spesa. Di solito tra noi funziona così. Le telefono, le chiedo cosa manca e poi quando esco dal lavoro mi fermo al supermercato. Come al solito, però, accade un’altra cosa: mi perdo la lista o la dimentico chissà dove, così mi devo arrangiare cercando di ricordare a spanne quello che mi ha dettato. Di conseguenza, non avendo neanche un gran memoria, dimentico sempre di comprare qualcosa. Nulla di grave, lei lo sa e non se la prende neanche più. E’ la nostra famiglia che è così, un po’ approssimativa in tante cose. Tanto che mia suocera continua a ribadire che siamo due spostati (un po’ matti) che si sono trovati e sposati. A me va bene così, non potrei convivere con una maniaca dell’ordine e della perfezione. Io che, quando abitavo da solo, avevo bucce di banana negli armadi (non sto scherzando, è capitato). Sto divagando. Dunque torno a casa e mi accorgo di essermi dimenticato il latte. Il commento di Luisa è stato: Non ne abbiamo più neanche una goccia. Lo ha detto in modo rassegnato, non irritato. Come a dire: lo so che sei così, ma ti amo e prendo anche questo di te. Lì per lì ho fatto spallucce e ho pensato: potranno bere il tè per una volta. Poi però mi sono sentito un po’ in difetto. Non ero stato capace di amarla fino in fondo. Se il latte fosse stato per me non me ne sarei scordato. Così stamattina mi sono alzato di buon ora e, dopo aver portato fuori il cane, sono andato nella vicina panetteria e ho comprato un litro di latte. Non ci crederete, mi sono sentito bene. Ho lasciato il latte sul tavolo e sono corso al lavoro. Luisa dormiva ancora. Sapere che anche quella mattina Luisa avrebbe trovato il latte sul tavolo e avrebbe potuto fare la sua colazione nel modo che piace a lei mi ha reso felice. Credo che il succo dell’amore matrimoniale sia tutto qui. Una piccola cosa, un gesto normale in una vita fatta di tanti gesti normali. Una vita ordinaria. Gesti che hanno, però, un profumo e un sapore che riempiono il cuore. Perché tra gli sposi accade qualcosa di veramente grande. Luisa prende dimora nel mio cuore e io nel suo. Quindi fare felice lei nelle piccole cose è nutrimento per il mio cuore. Il matrimonio è una grande scuola per imparare ad amare. Farsi prossimi spesso rimane una bella parola, ma nel matrimonio acquista un senso che dà sapore a tutta la vita. La vita matrimoniale è meravigliosa perché non servono grandi momenti per sentirsi vivi, ma ogni momento può essere un piccolo tassello per rendere bella e non sprecata una vita intera.

Antonio e Luisa

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Matrimonio felice: come si fa?

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise “Sposi & Spose di Cristo”

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Matrimonio felice? Molto spesso ci fermiamo a guardare l’esteriorità delle cose.

Oggi ti proponiamo un racconto in cui sarai tu a trovare il finale. Buona lettura e buona riflessione.

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Un giorno due statue di marmo decisero di sposarsi. Erano belle, senza un graffio…erano di un marmo splendente.

Si sposarono nella perfezione delle loro forme e poi restarono così per anni, come solo le statue sanno fare: ferme.

Rimasero ferme a fissarsi, una difronte all’altra senza muoversi, per anni.

Un giorno queste due statue compresero di aver realizzato un matrimonio apparentemente perfetto, basato sulla staticità della bellezza giovanile, basato sulle prime emozioni provate al momento in cui si erano conosciute.

Erano fieri di essere incapaci di fare del male all’altro…ma allo stesso momento si erano resi tristemente conto di non essere capaci di fare neanche del bene al proprio coniuge.

Erano due statue ed erano ferme. Immobili.

Molte coppie di sposi umani li ammiravano e quando li vedevano si sentivano un po’ frustrati poiché la loro bellezza  intramontabile faceva sentire tutti gli altri inadeguati poiché al contrario delle statue normalmente le persone invecchiano, non si amano come il primo giorno e a volte si feriscono a vicenda.

Un bel giorno una coppia di sposi umani andò a confidarsi con le statue spose ed esposero i loro problemi e parlarono ampiamente della fatica di volersi bene nel divenire della vita e che erano arrivati alla decisione di separarsi soprattutto perché non provavano più quello che avevano provato il giorno del loro matrimonio.

Diceva la moglie: “Cari sposi statue, che bella coppia che siete! E tuo marito com’è bello!” – disse rivolgendosi alla sposa statua – “Mio marito è così pieno di brutti difetti…è così diverso da me e da come lo vorrei…è così cambiato da quando l’ho conosciuto!!! Era gentile, simpatico, snello…ora è un orso pancione!”

Il marito rispose a sua moglie: “Ah si, io sarei brutto e cattivo! E tu? Cosa fai per la nostra relazione? Sei sempre ansiosa e non mi guardi mai, non ti vuoi fidare di me! All’inizio del matrimonio mi hai fatto sentire il tuo uomo, l’uomo più importante del mondo e poi da quando sono nati i figli non esisto più per te!!!”

Ed andarono avanti a ferirsi come due ubriaconi in un bar che iniziano a litigare e a vomitarsi reciprocamente odio e rancore.

Dopo averli ascoltati per ore, le statue presero la parola dicendo in realtà anche loro non erano poi così felici.

Diceva il marito della statua: “E’ vero, siamo belli e intatti fin dal primo giorno, ma ci manca la possibilità di crescere, di amare un po’ di più, di rischiare e di metterci un po’ in gioco nella vita…”

Entrambe le coppie erano spaesate…

Verso sera passò da quelle parti una coppia di vecchietti che si tenevano per mano. Erano sposati da parecchi anni e le rughe solcavano i loro volti. Erano soliti fare una passeggiata a quell’ora e si sedettero su di una panchina poco distante dalle statue.

Le statue e gli sposi umani decisero di chiedere consiglio a loro.

Vedendoli felici nonostante l’età e uniti nonostante la loro fragile umanità…domandarono ai due vecchietti innamorati: …

  1. immagina (e, se vuoi, commenta) quale consiglio hanno dato secondo te gli anziani alle statue?
  2. immagina (e, se vuoi, commenta) quale consiglio hanno dato secondo te gli anziani alla coppia di sposi umani?

Buona riflessione.

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Grazie,

Pietro e Filomena

Diventare uno!

Oggi riprendo gli insegnamenti del nostro padre spirituale. Padre Raimondo Bardelli ci ha iniziato a un vero cammino verso la pienezza del matrimonio e gliene saremo sempre grati. Come detto riprendo il suo libro più importante sulla spiritualità di coppia: L’amore sponsale. In questo libro affronta diverse tematiche. In questo articolo scriverò della dinamica dell’amore coniugale. Ecco cosa scrive padre Raimondo:

Il donarsi e accogliersi totale degli sposi comporta un coinvolgimento completo della loro identità, cioè abbraccia i corpi, i caratteri, i cuori, le intelligenze e le anime, che unisce profondamente e indissolubilmente in uno.

Cosa significa essere uno in tutte queste diverse dimensioni?

  1. Unione dei corpi. La mascolinità dell’uomo e la femminilità della donna si fondono. Questa realtà è manifestata dall’unione intima dove l’uomo, entrando fisicamente nella donna, diventa uno con lei. Questa esperienza unica è dono di Dio esclusivo degli sposi, affinché possano sperimentare nel corpo ciò che è presente nel loro cuore: un amore totale, esclusivo, fedele e indissolubile. Gli sposi sono chiamati a far fruttare questo talento che Dio ha donato loro. Come? Perfezionando il linguaggio del corpo. Linguaggio intriso di tenerezza e attenzione reciproca.
  2. Unione dei caratteri. Il carattere è l’insieme delle caratteristiche spirituali e psicologiche di una persona. Ciò comporta due diversi atteggiamenti. Il primo riguarda i fidanzati. Il tempo del fidanzamento è il tempo della conoscenza e della valutazione reciproca. E’ importante capire se i caratteri siano compatibili, cioè se si possono armonizzare, se si può creare un’armonia. Secondo atteggiamento riguarda gli sposi. Gli sposi sanno che l’altro/a ha un carattere “inquinato” da difetti. Con il loro amore possono accoglierlo così come è e condurre l’amato/a, pian piano, a desiderare di cambiare le parti del suo carattere meno belle.
  3. Unione dei cuori. Il cuore è quella parte di noi che custodisce i nostri sentimenti e la nostra identità più profonda. Il matrimonio presuppone che gli sposi siano capaci di penetrare l’uno nel cuore dell’altro. Non solo per prendere dimora, ma per conoscere l’amato/a in modo sempre più autentico e pieno. Questo presuppone una grande fiducia dell’uno verso l’altra. Fiducia che significa abbandono e significa deporre le armi, abbassare ogni difesa. Spesso serve un percorso per arrivare a questo risultato. Riuscire è però fondamentale. Riuscire ad entrare nel cuore dell’amato/a significa scorgere tuta la sua bellezza ed innamorarsi sempre più di lui.
  4. Unione delle intelligenze e delle volontà. Gli sposi sono due persone diverse, con intelligenze diverse e con volontà diverse. Il matrimonio mette queste due risorse diverse al servizio di un’unico scopo: perfezionare e arricchire la relazione sponsale. Ciò significa saper mettere in discussione le proprie ragioni e modi di pensare. Significa ascoltare l’altro/a con attenzione e interesse. Significa saper capire quando l’altro/a ha compreso meglio come agire e cosa fare. Significa ammettere di non aver sempre ragione. Anche qualora uno fosse più forte dell’altro, non deve imporre la propria volontà, e se comprende che la soluzione proposta dall’amato/a è migliore rispetto alla sua, deve essere capace di mettere la sua convinzione al servizio dell’altro/a incoraggiandolo/a e spronandolo/a a continuare.
  5. Unione delle anime. Significa mettere in comune la spiritualità. Significa essere consapevoli che abbiamo due cammini personali con il Signore. Significa ammettere che probabilmente c’è chi è più avanti dell’altro. In questi casi non serve correre avanti. Chi è più avanti deve mostrare carità. Deve comprendere le difficoltà dell’altro/a e aspettare i suoi tempi, senza pretendere una intensità e maturità di fede che l’altro/a non può avere in quel momento.

In conclusione l’amore coniugale ci arricchisce di tutta l’umanità dell’altro/a. Ci saranno momenti di conflitto e di difficoltà, ma non smettete di vedere il matrimonio come un’opportunità per essere ancora più uomo e più donna, per essere persone sempre più ricche e capaci di amare.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è riscegliersi sempre!

Perché il matrimonio è superiore a qualsiasi altro tipo di relazione? Oggi non voglio parlare di sacramento. Voglio limitarmi ad un piano strettamente umano e naturale. Un discorso che credo vada bene per tutti. Nel matrimonio c’è una promessa solenne. Nel matrimonio si promette un amore fedele e indissolubile. Almeno questo è il significato per chi prende con la giusta serietà e consapevolezza ciò che sta promettendo. Non si promette di amare fino a quando tutto fila liscio, si promette di farlo sempre. Una promessa che cambierà tutto. Nulla sarà più come prima. Come si fa a promettere di amare sempre? E se l’amore passa? L’amore non passa mai. Può passare il sentimento, può passare la passione, può passare l’innamoramento, può passare l’intesa, ma l’amore non passa mai. Semplicemente perché l’amore è prevalentemente un atto di volontà. L’amore è mettere il bene dell’altro al centro dei miei pensieri e delle mie azioni. Serve il sentimento per questo? No! Certo è meglio che ci sia, ma non è indispensabile. Cosa significa concretamente? Che nella coppia ci sono periodi di aridità, di difficoltà, di lontananza, di incomprensione, di conflitto. Insomma periodi in cui amare l’altro/a non è semplice, costa fatica e grande forza di volontà. E’ questa promessa che rende il matrimonio l’unica relazione di coppia dove si può intravedere l’amore vero, quello cristiano. Significa alzarsi la mattina e riscegliere la persona che abbiamo accanto, questo quando ci appare come la più meravigliosa, ma anche quando ci urta la sua presenza. Significa risceglierla quando mostra la sua parte peggiore, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Significa risceglierla quando c’è passione, ma anche quando c’è il deserto. Metterla sempre al centro e agire per il suo bene. Può sembrare una richiesta ingiusta e forzata, ma forse perché la vedete solo dalla parte di chi deve fare la fatica di amare. Invece guardatela dall’altra parte. Dalla parte della persona che viene messa al centro sempre, anche quando non se lo merita, anche quando l’altro fa fatica. E’ liberante. Essere amati sempre e comunque. L’innamoramento e la passione vanno e vengono, hanno alti e bassi durante tutta la vita matrimoniale insieme, ma se l’amore resta sempre e comunque, tutto il resto non preoccupa perché si recupera. Diceva un sacerdote: Se vostro marito o vostra moglie vi dice che non vi ama più significa che non vi ha mai davvero amato. Credo sia proprio così.

Antonio e Luisa

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L’amore non è una regola ma sete di pienezza.

Mosè parlo al popolo dicendo: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; ti convertitirai al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te.
Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.”

Oggi mi ha colpito molto la prima lettura. E’ un testo tratto dal Deuteronomio. Mosè sta dicendo ciò che è determinante per la nostra vita. La Legge non è qualcosa di calato dall’alto. La Legge l’abbiamo scritta dentro, nel cuore. Anche nel matrimonio è così. Non è una questione di morale o di regole ammuffite che non sono più al passo con i tempi. Pensare questo è un’illusione che ci porterà sempre fuori strada e a vivere una vita che non è pienamente vissuta. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di una relazione che duri per sempre e che ci chieda di dare tutto. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di essere amati senza condizioni, solo per quello che siamo, senza l’obbligo di dimostrare nulla. Noi abbiamo nel cuore un desiderio di un amore che sia radicale e fedele. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di poterci aprire completamente ad un’altra persona, di mostrarci con tutte le nostre fragilità e debolezze senza per questo temere il giudizio. Abbiamo nel cuore il desiderio di non dover essere sempre perfetti e di poter anche sbagliare trovando nell’altro/a uno sguardo che vada oltre quell’errore e continui a vederci belli/e. Vi rimane il desiderio e la nostalgia di un amore così se non l’avete e provate gratitudine se, invece, l’avete. La Legge di Dio è questa. Essenzialmente questa. E’ ciò che serve per vivere una relazione che sia piena. Una relazione che mostri in filigrana la relazione d’amore che unisce le Persone della Santa Trinità. La Legge è Dio che ci insegna come lui ama affinché noi possiamo avere una guida per provarci a nostra volta. La Legge di Dio non è stata data per la prima volta a Mosè durante l’Esodo. La Legge di Dio è dentro di noi ed esiste da quando esiste l’uomo. E’ l’amore di Dio che si fa Padre e ci educa ad essere degli uomini e delle donne con una vita autentica e piena. Quante volte avrei fatto diversamente, avrei seguito strade diverse. Fortunatamente ho ascoltato Dio e non ho fatto di testa mia. Il mio matrimonio è felice grazie a Dio e nonostante me.

Antonio e Luisa

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In amore non è importante essere spontanei ma autentici.

Spesso quando affronto il tema della corte continua mi viene mossa un’obiezione. Mi capita di scrivere che un gesto d’amore rivolto alla mia sposa non debba per forza piacermi. Alcuni mi rispondono che, se l’intenzione di compiere un determinato gesto non nasce spontaneamente, è falso. Siete davvero convinti di questo? Tutto ciò che è spontaneo è buono? Tutto ciò che non lo è invece no? Una donna si immagina l’uomo spontaneo come l’uomo perfetto. Quello a cui non deve chiedere mai nulla perchè attraverso l’amore lui capisce e anticipa ogni suo pensiero e desiderio. E oltretutto trae anche piacere dall’assecondare quel desiderio. Mi spiace care donne, ma quello non è un uomo spontaneo, quello è un clone fatto a vostra immagine e somiglianza. Se l’uomo fosse davvero spontaneo forse non vi piacerebbe così tanto. Perchè terrebbe atteggiamenti lontani dalla vostra sensibilità. In amore bisogna essere autentici, non per forza spontanei. Autentici cosa significa? Semplicemente esprimere attraverso il corpo ciò che si ha nel cuore. Se ho nel cuore l’amore per la mia sposa il mio corpo deve esprimerlo. Altrimenti resta lettera morta. Come? Nel modo che piace a lei. Essere autentici a volte non è per nulla spontaneo. Spesso non è spontaneo. Perché siamo diversi, molto diversi. Faccio un esempio concreto. La mia sposa si sente amata quando è incoraggiata. Parla il linguaggio delle parole di incoraggiamento per chi conosce il libro I cinque linguaggi dell’amore. Lei ci tiene tantissimo ad essere elogiata quando cucina bene. Io lo so. Ancora oggi dopo 17 anni faccio fatica a ricordarmi di dirle quanto è brava e quanto è buono ciò che ha cucinato. E’ davvero buono, ma non ci penso. Me lo impongo. Non è spontaneo per nulla. A me non interesserebbe e per questo non ci penso. So che, però, lei ci tiene, la amo e se voglio dimostrarle il mio amore devo farlo. E’ per questo un gesto falso? Secondo me no. E’ un gesto lontano dal mio modo di sentire, ma l’importante è che tocchi la sua di sensibilità, non la mia. Così per tanti altri gesti e atteggiamenti. Anche fare l’amore può essere a volte non spontaneo. Non per questo non è un gesto di autentico amore. Ci sono periodi di calo di desiderio dovuti a tantissimi motivi. Resta comunque un gesto autentico se vissuto per rendere felice l’altro. Mi è successo alcune volte di capire che la mia sposa stava facendo fatica a donarsi. Sia bene inteso senza nessuna costrizione o ricatto morale. Un gesto d’amore gratuito. I primi anni di matrimonio ci restavo male. Oggi non più anzi apprezzo molto la sua volontà di mettermi al centro del suo amore anche se le costa un po’ di fatica.

Antonio e Luisa

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Il mio TeSSoro. La fede ripescata da zio Massimo

..di Sposi e Spose di Cristo.

Lo zio di mia moglie -che si chiama Massimo- l’altro giorno ha operato un prodigio (certo, merito dei miei angeli custodi che lo hanno aiutato)…le sue mani hanno ripescato in mare sotto 10 centimetri di sabbia…la mia fede…nuziale.

Ero lì che, tra un tuffo e l’altro, paravo una pallonata mentre mi dileggiavo in una partita di improvvisata pallanuoto…quando ad un certo punto, preso dalla tipica foga del gioco che rapisce in estasi noi maschi, mi è volato via l’anello.

Ha fatto un salto nell’aria mentre girando su sé stesso è stato illuminato dal sole cocente della Calabria lanciandomi un bagliore negli occhi.

Poi l’ho visto inabissarsi nel mare trasparente e a quel punto mi sono sentito come Frodo Baggins nel momento in cui Sméagol gli stacca a morsi il dito prima di cadere nella lava del Monte Fato.

Il mondo mi è caduto addosso.

E a quel punto entra in scena l’eroe: zio Massimo si tuffa con maschera e boccaglio e si mette alla ricerca del prezioso oggetto e -come accadde per Gollum– riaffiora dalle acque tenendo tra le mani “il mio Tessssoooorooo”!

Che gioia!

Non potevo crederci!

Il mio anello, l’anello del potere, l’anello che ghermisce tutti i miei demoni, tutti i miei egoismi, tutti i miei individualismi…era nuovamente nelle mie mani e poco dopo al mio dito anulare.

La fede nuziale non è un semplice anello, è molto molto di più.

Ha il potere di riportarti a vivere così come ha vissuto Cristo…ha il potere di ricordarti che non vivi più per te stesso, ma che la tua vita è unita a quella di un’altra persona.

Ed è ciò che libera l’uomo dalla sua libertà.

Si, ho scritto proprio così: col matrimonio l’uomo viene liberato della sua libertà, per essere veramente libero.

Basti pensare a tutte quelle libertà che uno liberamente si prende…che poi schiacciano l’uomo in una vera dipendenza cronica.

Nel matrimonio si attuano pienamente quelle Parole del Signore in cui Gesù dice: “…a che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde sé stesso?” (cfr. Lc 9,25) e ancora quella in cui Gesù afferma: “chi salverà la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia, la troverà”(cfr. Mt 16,25).

Ed eccomi qui, con la Fede nuziale tra le mani, a ringraziare il Signore per avermi liberato da me stesso.

Per avermi donato una moglie il cui zio sa recuperare gli anelli in mare.

Per avermi donato questo grande tessssoro: il mio matrimonio…attraverso cui posso arrivare al grande tesoro che è Dio stesso.

Grazie zio Massimo, grazie Gesù.

(p.s. Per la cronaca: zio Massimo lo scorso anno ha perso in situazioni analoghe la sua Fede di nozze…non ha avuto però i miei angeli custodi che lo aiutassero nelle ricerche e da allora il suo anulare è tristemente nudo.)

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Grazie,

Pietro e Filomena

L’università dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore? Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio. Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più. Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci. L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

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Il corpo non è per tutti!

Siamo in estate e fa molto caldo. E’ proprio necessario che le donne vadano in giro mezze nude, perché hanno caldo? Almeno in città. Mi rendo conto che sto affrontando una questione insidiosa e facilmente criticabile. Non mi interessa. Dico sempre quello che penso. Basta andare in giro per le strade di una città qualunque. Scrivo in questo articolo quello che direi a mia figlia. Un articolo quindi che racconta di un padre che non vuole fare il bacchettone, ma proteggere e custodire la bellezza.  Ragazze e anche tante donne mature in giro con pantaloncini sempre più corti che mostrano spesso parte dei glutei, top che sono reggiseni, magliette e canottiere scollatissime. Agli uomini che le guardano resta davvero poco spazio per la fantasia. Gli uomini, invece, pur soffrendo il caldo, devono mantenere un certo decoro, soprattutto al lavoro e durante le cerimonie. Gli invitati maschi ai matrimoni hanno sempre camicia, cravatta, giacca, pantaloni lunghi, calzini e scarpe chiuse. Solo durante il pranzo, è permesso loro di togliersi la giacca e la cravatta. Le invitate, per contro, sono appunto mezze nude.

Alcune donne sembrano non sapere che l’uomo si eccita con la vista. Mettere in mostra tutta la propria “mercanzia” significa volersi far guardare, salvo poi indignarsi se qualcuno lo fa davvero. Ammetto che anche io faccio fatica, quando mi imbatto in certe donne, a mantenere uno sguardo casto, meglio guardare altrove. C’è una sessuologa americana che in modo molto ironico dice:

Gli uomini pensano che più grande sia il seno di una donna più lei sia stupida, in realtà più grande è il seno di una donna più gli uomini diventano stupidi.

Dovete sapere che quando si entra in chiesa è richiesto un abbigliamento consono non solo per una questione di rispetto del luogo. C’è anche un’altra motivazione forse meno conosciuta. La donna scollata distrae gli uomini e anche il sacerdote stesso. Un sacerdote nostro amico, prima di ogni celebrazione importante come comunioni e cresime, raccomanda sempre con molta umiltà di avvisare madrine e parenti di vestirsi in modo adeguato. Sono un uomo e certi abbigliamenti durante la Messa mi distraggono e infastidiscono dice.

Il pudore non è qualcosa da sfigate e complessate. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito o nostra moglie anche se ancora non li conosciamo. Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

Antonio e Luisa

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“E vissero Felici…e Differenti.”

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise

“Tesoro, vuoi sposarmi?”

“Oh, caro! Quanto ci hai messo a chiedermelo!!!”

Si abbracciarono, si baciarono e qualche mese dopo  si sposarono e vissero Felici e……..

No.

La loro vita fu davvero molto difficile, soprattutto quel giorno in cui lei voleva andare a comprare una borsa e lui avrebbe voluto guardarsi la partita in TV.

Litigarono molto quel giorno…

si scagliarono fulmini e saette, parole pesanti e alla fine lui rimase immobile sul divano a fare zapping all’infinito e lei a piangere in bagno.

Lui prima del matrimonio era convinto che avrebbe trovato in lei…chennnesò…”non dico una donna con cui parlare di calcio tutti i giorni, ma almeno una che non mi rompesse troppo durante le partite dalla serie A alla serie Z…della Champions, della Coppa, della Supercoppa, della sottocoppa, ecc….”

Lei prima del matrimonio era convinta che avrebbe trovato in lui…chennnesò…”non dico una migliore amica con cui passare tutti i giorni a fare shopping,  ma almeno qualcuno con cui dedicarsi piacevolmente allo shopping il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica mattina (domenica pomeriggio libero per fare una passeggiata in centro”).

Quel giorno litigarono molto…si erano delusi a vicenda.

E pensare che il mese precedente, quando si erano sposati, avevano immaginato che le cose sarebbero andate molto, molto diversamente.

Già, perché a vari livelli tutti siamo più o meno convinti che il coniuge debba somigliarci in qualche modo…

che l’anima gemella debba essere gemella della mia anima…cioè, in altre parole, l’altro deve essere uguale a me…un alterEGO.

Dicono in televisione che questa dovrebbe essere la fonte della felicità coniugale. Ma, lo sappiamo, non lo è. E La Tv non dice sempre la verità.

Già, perché il matrimonio non si fonda sulla somiglianza dei coniugi…

E allora?

E allora tuo marito non potrà mai corrispondere all’idea di migliore amica che hai nella testa, ovvero ad una psicologa-estetista-parrucchiera-un po’ romantica e un po’ avventuriera…eccc…ecccc..ecccccccc…Infatti:

  • Lui non potrà mai capirti fino in fondo: è tuo marito, non è un interprete di lingua aliena…
  • Lui non potrà mai entusiasmarsi fino alle lacrime per un paio di scarpe: è  tuo marito, non è #barbie…

E allora tua moglie non potrà mai corrispondere all’idea di migliore amico che hai nella testa , ovvero ad uno che non ti rompe, che non ti rompe e ancora non ti rompe e ancora non ti rompe…eccccccc….Infatti:

  • Lei non potrà mai capirti fino in fondo: è tua moglie, non è un’interprete di alfabeto Morse.
  • Lei non potrà mai capire come funziona il fuorigioco: è tua moglie, mica #sandrociotti…

E allora?

E allora siete e sarete sempre diversi l’uno dall’altra. Siete e sarete sempre due persone distinte. Siete e sarete sempre due persone, appunto, non una.

In altre parole la vita di coppia può essere distrutta dalle inevitabili differenze tra marito e moglie, oppure si può nutrire e può arricchirsi proprio con quelle differenze costitutive esistenti tra l’uomo e la donna.

L’altro non l’hai sposato affinché potesse farti felice, potesse appagarti, potesse soddisfarti…l’hai sposato per donarti e per accoglierlo così…proprio così com’è: ed è, inevitabilmente, differente da te.

E allora….vissero FELICI…e DIFFERENTI.

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Ascoltarla è prendersi cura di lei.

C’è un vizio che noi maschi non sappiamo di avere, ma che può dare parecchio fastidio alla nostra sposa. Crediamo di poter risolvere tutti i suoi problemi. Crediamo di avere una lucidità di analisi, un pragmatismo, una concretezza e una elasticità che le donne non hanno. Oddio, sull’elasticità e la concretezza spesso è così, ma non è questo il punto. Il punto è un altro. La nostra sposa ci pone diverse questioni e problemi, che noi possiamo ritenere più o meno importanti. La maggior parte delle volte le consideriamo inezie, diciamo la verità. Non è neanche questo il punto. Il punto è che noi non ascoltiamo. Anzi ascoltiamo il minimo necessario per credere di aver capito il problema e poi cerchiamo una soluzione. Una volta trovata la diciamo e se non la troviamo ci disinteressiamo di quanto nostra moglie ci sta dicendo troncando la discussione o facendo finta di ascoltare, ma pensando ad altro, magari alla formazione della nostra squadra del fantacalcio. In ogni caso non la soddisfiamo, anche quando proponiamo una soluzione. Perché spesso non è quello che vuole. E’ quello che vorremmo noi quando abbiamo un problema, ma non lei, non la donna. Lei vuole prima di tutto essere ascoltata. Per lei è fondamentale, la fa sentire preziosa ed importante. L’aiuta a scaricarsi del problema condividendolo con noi. La cosa bella è che non devo quasi mai trovare la soluzione. La ascolto, le rispondo ogni tanto, in modo da farle capire che sto seguendo, e alla fine trova lei la soluzione. Luisa dice sempre che il mio atteggiamento che più la fa sentire amata è proprio questo: che la ascolto tanto. Più di tante altre cose. Tante volte Luisa mi ha detto: di questa cosa ne parlo solo con te. All’inizio pensavo: che rompimento di scatole. Sempre le solite cose! Ogni tanto potresti anche dirle a qualcun’altro. Oggi no, oggi lo considero un privilegio. Lei mi considera importante. Lei vuole aprirsi senza maschere con me. E’ una cosa meravigliosa. Ci ho messo un po’ a capirlo, e anche ora Luisa ogni tanto mi mette alla prova, chiedendomi di ripetere quello che ha appena detto. Forse è deformazione professionale, essendo lei un’insegnante, ma credo che sia più nella natura della donna in quanto tale. Sono diventato bravissimo, non mi coglie mai impreparato. Con il tempo ho imparato ad ascoltarla pensando ad altro. No, scherzo naturalmente. Ho imparato che per lei è importante e che se le voglio bene, ascoltarla è il minimo che posso fare. Altrimenti di che amore stiamo parlando? C’è un solo caso che la mossa migliore è fuggire o cambiare subito discorso: quando mi chiede se quel vestito la fa grassa. E’ un trabocchetto senza uscita. Qualsiasi risposta sarebbe sbagliata. Quindi meglio fuggire spostando l’attenzione su come stia bene con quella pettinatura o sul fatto che siamo in estate e quindi fa caldo. Un’ultima riflessione. Ascoltare vostra moglie è un afrodisiaco perfetto. Credetemi. Non avrà più mal di testa alla sera. Già perchè sentendosi accolta e amata avrà desiderio di donarsi a sua volta. Spesso non è lei che non ha desiderio, siamo noi uomini che non sappiamo accenderlo. Il suo desiderio passa anche dall’ascolto che noi le offriamo.

Antonio e Luisa

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L’amore nei posti strani: il frigo!

Ok lo ammetto, il titolo suona buffo a dir poco, ma non voglio scrivere un elogio dell’erotismo gastronomico o una retrospettiva su 9 settimane e ½, piuttosto testimoniare che la nostra quotidianità può essere piena di piccoli gesti d’amore e che questi di solito, chissà perché, avvengono in posti particolari. Posti diversi, come diversi sono i tipi di amore: amicizia, filiale, genitoriale, fraterno, sponsale e se ci sono posti in cui si può trovare un solo tipo di amore, come può essere un banco di scuola o il talamo nuziale, ce ne sono altri meno “specializzati”, nei quali l’amore trova più di un’espressione. Che ci si creda o no il frigorifero è un posto in cui si trovano tantissimi tipi d’amore.

L’amore genitoriale e filiale

Nella mia esperienza gli esempi di amore attorno al frigo vengono da lontano: mi tornano a mente i miei genitori negli anni in cui io e i miei fratelli eravamo adolescenti e con un appetito da lupi, loro erano orgogliosi nel vederci mangiare e insieme preoccupati di sfamarci. Già allora vedevo in questa premura un chiarissimo esempio di amore da parte dei miei ed il frigorifero era il luogo in cui passava sia il loro amore di genitori che la nostra gratitudine filiale; questo scambio avveniva con un ritmo scandito dall’arrivo della spesa: il frigo si riempiva e ben presto si svuotava, con una specie di alternanza tra abbondanza e carestia che somigliava alle stagioni. Poco a poco diventò una specie di punto nevralgico della casa: non si passava lì davanti senza una “consultazione”: si apriva, si contemplava il contenuto e si calcolava cosa era più opportuno mangiare a quell’ora (naturalmente non c’erano ore in cui non fosse opportuno mangiare qualcosa). Era anche una specie di cartina tornasole di come andavano le cose in casa, si poteva infatti capire dal contenuto se qualcuno non stava bene, se avevamo bisogno di metterci un po’ a dieta, o se le cose andavano a meraviglia. Era diventato un luogo di scambio amorevole tra genitori e figli, quindi un luogo importante e degno di rispetto (forse non ce ne siamo mai accorti ma quando si diceva “Frigo” si sentiva quasi la lettera maiuscola!).

L’amore tra fidanzati

Questo processo di elezione del frigo a luogo importante avvenne da sé, senza che ne avessi una chiara coscienza, me ne accorsi solo più tardi, quando vidi per la prima volta in TV una serie americana in cui un ospite viene invitato in casa, entra in cucina e senza neanche chiedere il permesso apre il frigo e si prende da bere! Rimasi a bocca aperta, per me era la violazione di uno spazio riservato, quasi intimo, l’accesso al frigo era una concessione riservata a pochi! Concessione che ho ottenuto in un altro importante episodio: il fidanzamento con Valeria, provvidenza e grazia che ha permesso alla mia vita di realizzarsi appieno. Tutto avvenne il 12 aprile del 2001, Giovedì Santo e fu un giorno speciale sotto tanti punti di vista, per me fu anche l’inizio di un riavvicinamento alla fede vissuta e oltre ai dettagli di cronaca più importanti, avvenne un fatto secondario che riguarda un frigo, il suo frigo: dopo il primo bacio l’accompagnai a casa sua, dove lei viveva da sola, comprammo qualcosa per la cena e mi fece accomodare in cucina. Si doveva cucinare per il nostro primo tête-à-tête e chiesi il permesso di aprire il frigo per prendere il necessario, al che mi rispose: <Fai pure ma non c’è niente>, ed io, felicissimo del grande privilegio accordato, aprii il frigo e con enorme stupore vidi che lì non c’era niente davvero! In quel momento le farfalle che avevo nello stomaco si fermarono un attimo… e poi ripresero a volare e a ridere tutte assieme! Ero troppo felice e innamorato, neanche un frigo vuoto poteva farmi scendere dal paradiso, anzi, avevo trovato anche un modo in cui potevo esprimere il mio amore, un vuoto da riempire!

L’amicizia

Nove anni fa una signora della parrocchia, di nome Maria, affrontò una terribile malattia che la portò presto tra le braccia del Padre. Non ho avuto modo di conoscerla bene ma ha lasciato a tutti una testimonianza travolgente: un libretto in cui ha messo citazioni della Scrittura, fotografie candide e intense, il tutto arricchito con parole di una profondità e serenità meravigliose, insomma una piccola opera d’arte dalla quale è emersa una fede incrollabile, una ricchezza di spirito da regina e una leggerezza soave come la coscienza pulita. In questo libretto lei stessa ripercorreva la storia della sua malattia, dando valore ad ogni piccolo gesto concreto d’amore che vedeva intorno a sé. Tra le tante frasi del libretto eccone una che mi rimase impressa: “cortei di amici si presentano con pasti pronti con cui riempono il frigo per alleggerire la logistica familiare: mai frigorifero emanò più calore!”

L’amore sponsale

Sono passati anni di matrimonio e in casa adesso c’è una nuova cucciolata di lupetti affamati e il frigo ne sa qualcosa, anzi, il frigo ne sa abbastanza di tutta la famiglia: all’esterno è pieno di calamite sulle quali si può leggere tanto di noi: viaggi, bollette, preghiere, disegni, un grafico con l’indicazione di quanto è stato “buono” ogni membro della famiglia e altri magneti di cui non ricordo niente. Anche all’interno continua a passare tanto amore, tra genitori e figli in primo luogo ma anche tra moglie e marito. Un piccolo aneddoto di pochi giorni fa all’ora di cena: Valeria doveva accompagnare la primogenita al saggio di ginnastica ritmica, era già un po’ tardi perciò apparecchia a corsa e va al frigo per prendere qualcosa da consumare in poco tempo. Nella fretta le si rovescia il contenitore in cui produce lo yogurt e il latte si sparge per tutto il “f.r.i.g.o.r.i.f.e.r.o.” (in certi momenti, chissà perché, anche l’amichevole “Frigo” torna ad essere un oggetto freddo…), naturalmente i vicini hanno improvvisamente udito una rapida e accorata catechesi su quanto possono essere fastidiose le coincidenze della vita ma dopo qualche istante è cambiato tutto: io le dico <Non ti preoccupare, ci penso io> e lei, calmandosi, va a tavola e me lo lascia fare!

Non conoscendoci devo spiegare perché questo gesto ha una portata storica: la produzione dello yogurt è una cosa sua, personalissima, dalla quale trae soddisfazione e gratificazione, quindi c’è come un confine invisibile ed invalicabile tra il resto del frigo e l’angolo in cui si trova lo yogurt, inoltre nella cura e nella produzione di qualunque alimento vivo, ad esempio anche il pane fatto con il lievito madre, lei torna a rendere vivo e attuale il suo ruolo di madre e custode della vita, quindi è normale che gli oggetti e gli spazi dedicati a queste cose vengano considerati importanti ed personali. Il fatto che mi abbia permesso di rimediare non è stato solo un atto premuroso da parte mia, ma soprattutto un gesto magnifico da parte sua, perché che con questo solo gesto si è nuovamente rivelata nella sua femminilità, che è tenerezza accogliente e contemporaneamente ha confermato il suo sì a me nella mia mascolinità, che è sentimento e trasporto verso di lei. In piccolo, nei gesti quotidiani, si è ricreata la dinamica naturale dell’amore sponsale.

Questo piccolo avvenimento è stato importante, come tanti nella nostra vita insieme, perché ha celebrato il nostro amore e insieme lo ha alimentato. È importante sapere che si possono trovare tante occasioni e tanti posti dove possiamo fare piccoli, meravigliosi gesti d’amore e se certi posti sembrano strani, come un frigo, questo non ci impedisca di farli, nessuno ha mai rischiato di farsi male trasformando un posto strano in un luogo d’amore.

Ranieri e Valeria

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Amarsi come all’inizio è un fallimento

Il 29 giugno abbiamo festeggiato  il nostro diciassettesimo anniversario di matrimonio. Una data che in tutti questi anni ci ha trovato sempre insieme con il desiderio di ringraziare Dio per il miracolo che ha compiuto nelle nostre vite. Quindi tanta riconoscenza verso Dio, ma non solo. Riconoscenza verso l’altro/a. Per un altro anno ci siamo amati certo, ma cosa significa in concreto? Non è sempre facile volerci bene. A volte, anzi spesso, non è semplice. Significa ascoltare lamentele quando si è stanchi, significa sopportarsi e passare sopra tante cose. Significa semplicemente accogliere l’altro/a. Accoglierlo quando è fantastico nei suoi pregi e nella sua parte migliore e accoglierlo quando non è per nulla fantastico, nelle sue fragilità e debolezze, nelle sue asperità e nelle sue ombre. Perchè farlo? Perchè stare insieme è meraviglioso nonostante tutto questo. E’ meraviglioso perchè forse dovremmo leggere il nostro matrimonio da un’altra prospettiva. Non dalla persona che deve sopportare, ma da persona che è sopportata. Nel matrimonio non c’è, almeno non dovrebbe esserci, finzione. Sono libero di essere io, senza maschere, con tutte le mie stranezze e le mie fragilità. Sono libero perchè sono accolto dalla mia sposa senza dover mostrare ciò che non sono. Ed è meraviglioso. Sentirsi accolto così è davvero qualcosa che riempie il cuore e dona forza e pace. Per questo quando sento qualcuno dire che si ama come il primo giorno penso che qualcosa in quella coppia non funziona. Amarsi come il primo giorno è una sconfitta. E’ come quel servitore del Vangelo che sotterra il talento e non lo fa fruttare. Oggi, dopo diciassette anni, amo la mia sposa molto più di quanto l’amavo il giorno delle nozze. La amo di più proprio in virtù delle nostre imperfezioni e debolezze. Anni di vita insieme, di perdoni reciproci, di accoglienza reciproca ci hanno regalato una relazione libera, senza finzioni basata sull’amorevole sostegno e mai sul giudizio e sulla condanna. Questo non ha prezzo. Certo il nostro amore non è andato sempre verso l’alto, ci sono stati momenti di alti e bassi, ma i bassi con il tempo diventano sempre meno bassi e gli alti sempre più alti. E’ un circolo d’amore che non si chiude mai perché ogni giro, ogni giorno,  ci troveremo un po’ più in alto nel cammino verso l’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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La nostra testimonianza a Fidenza

Vi proponiamo di seguito la testimonianza che abbiamo condiviso non più di dieci giorni fa con un gruppo di famiglie di Fidenza.

Luisa

Siamo sposati da 17 anni e abbiamo 5 figli (Pietro di 16 anni, Tommaso di 14, Maria di 12, Francesco di 10 e Giò, vissuto poche settimane dal concepimento). La nostra coppia è partita male, talmente male che qualcuno, dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci ha detto: «Se ce l’avete fatta voi, ce la può fare chiunque». Ed ecco perché siamo qui, oggi: se ce l’abbiamo fatta noi, ce la può fare chiunque.

Che cosa ci ha salvato da noi stessi, dalla nostra miseria? Ci ha salvato il sesto comandamento, il sesto comandamento inteso BENE. Invece di dire NON COMMETTERE ATTI IMPURI, si può dire: SII CASTO! Tutti siamo chiamati alla castità. I coniugi, ovviamente, sono chiamati alla castità coniugale. Che cos’è la CASTITÀ CONIUGALE? Non è astinenza dai rapporti sessuali. Ripeto, non è astinenza dai rapporti sessuali. Castità coniugale significa vivere bene il rapporto sessuale, ma non solo, significa anche migliorarlo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa innanzitutto conoscere l’anatomia e la fisiologia dell’apparato riproduttore maschile e femminile. A grandi linee, ovviamente, niente di approfondito. Qualcuno potrebbe obiettare: mio nonno e mia nonna non conoscevano l’anatomia e la fisiologia, però, hanno fatto diversi figli e sono stati insieme una vita felicemente. Certo! Però, loro non erano andati a scuola di pornografia. Noi e i nostri figli, invece, sì. Questo non vuol dire che tutti guardiamo video pornografici. Però, è vero che le informazioni sul sesso che circolano provengono dalla pornografia. Nel libro facciamo alcuni esempi al riguardo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa, inoltre, accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Mi riferisco ai metodi naturali o di regolazione della fertilità. La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Antonio

Diciamo pure che i metodi naturali li ho sempre digeriti poco. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Sembrava tutto ok. Mi ero fatto il mio programma per la sera poi d’improvviso quando io ero già nel letto mi chiamava dal bagno. Avevo già capito. Addio progetti per quella sera. Doccia fredda e a nanna. Magari voltato dall’altra parte senza guardarla. Insomma Io mi sono innervosito e ho iniziato ad accusarla e  ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altrochè se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. C’è un pericolo grande che ha toccato soprattutto me all’interno della nostra storia matrimoniale. Io ho avuto sempre una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia io mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Luisa

Due sacerdoti ci hanno autorizzato a usare il profilattico e l’abbiamo usato per circa due anni nei periodi a rischio di gravidanza. Un terzo sacerdote, al quale ci siamo rivolti, ci ha detto che nessun sacerdote può dare un’autorizzazione del genere. Non sapevamo che cosa fare. Nel frattempo, due amici dell’Intercomunione, Giancarlo e Maria, ci hanno chiesto di affiancarli nella conduzione di un corso per fidanzati, affidandoci l’argomento della castità, che per i fidanzati significa astinenza dai rapporti sessuali. Ci siamo sentiti ipocriti a invitare qualcuno a far fatica, quando noi non eravamo disposti a fare fatica. Giancarlo e Maria ci hanno aiutato a tornare ai metodi naturali e di questo gli siamo molto grati.

Antonio

Alla fine l’ha spuntata lei. O meglio l’abbiamo spuntata insieme. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore

Luisa

Che differenza c’è, quindi, tra metodi contraccettivi e metodi naturali, concretamente? Noi abbiamo sentito distanza tra di noi, una certa aridità e, tornado ai metodi naturali, ci siamo ritrovati più vicini, più intimi, più solidali, più disponibili l’uno verso l’altra, più aperti alla vita. Quindi ci siamo aperti alla vita e sono rimasta incinta, ma Giò non ce l’ha fatta. Io avevo già 47 anni, per cui il concepimento di Giò è stato miracoloso. È vero che lui o lei non è qui con noi, ma c’è, la sua anima è in Cielo e speriamo di abbracciarlo un giorno. Siamo cristiani e crediamo nel Dio vivente che resusciterà i nostri corpi alla fine dei tempi.

Prima ho detto che la castità coniugale ci ha salvati da noi stessi, dalla nostra miseria. Io avevo una visione spiritualista del matrimonio, della vita di coppia. Pensavo, cioè, che nel rapporto di coppia fosse importante soprattutto andare d’accordo, armonizzare i caratteri, condividere gli interessi e i progetti. Ritenevo che il rapporto sessuale fosse sì importante, ma fino ad un certo punto, non lo consideravo certo la manifestazione più alta dell’amore sensibile tra marito e moglie. Se mi avessero chiesto se era più importante l’anima oppure il corpo, avrei risposto immediatamente: l’anima! Se ad Antonio avessero fatto la stessa domanda, avrebbe risposto altrettanto immediatamente: il corpo! Queste due posizioni ci avrebbero portato ben presto a un conflitto che forse sarebbe finito con una separazione. Il Signore ha visto che eravamo entrambi completamente fuori strada e ci ha condotto da Padre Raimondo Bardelli, il quale ci ha fatto capire che entrambi avevamo bisogno di conversione, di purificazione, di intraprendere un serio cammino di castità. Io dovevo lentamente scoprire la gioia dell’abbandonarmi a mio marito. Una donna si abbandona solo quando si fida completamente di un uomo, quando sa che quell’uomo che ha promesso davanti a Dio e a tutti di non lasciarla, davvero non la lascerà mai. Il matrimonio è bello proprio perché è indissolubile. L’indissolubilità ci libera dalla trappola della performance, permette di sbagliare e di riprovare, nella certezza che non è importante il risultato, ma è importante cercarsi, avvicinarsi, guardarsi, toccarsi, accarezzarsi, desiderarsi, abbracciarsi, accogliersi. Siamo sempre di fretta, di corsa, viviamo tutti una vita piena di impegni che ci separano fisicamente ed emotivamente dal marito o dalla moglie. Per questo è importante creare le occasioni per incontrarsi, un po’ come fanno gli amanti che devono organizzarsi, programmare gli incontri, scegliere il momento più opportuno.

Inoltre, spiritualisti e materialisti dimenticano che il rapporto sessuale è un gesto sacro, scelto da Dio Padre per creare nuovi figli, pensato da Dio Padre perché gli sposi sperimentino, assaporino, gustino la gioia di donarsi. Il rapporto sessuale non va né sporcato con la lussuria e l’egoismo né sottovaluto o addirittura disprezzato. Il sogno di Dio è che noi ci amiamo come gli sposi del Cantico dei Cantici.

Infine, all’interno del matrimonio ogni rapporto sessuale vissuto castamente riattualizza il sacramento del matrimonio

Antonio e Luisa

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Lascia che i morti seppelliscano i loro morti!

A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa».
Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Oggi ho deciso di soffermarmi sull’ultima parte del Vangelo che la liturgia ci propone questa domenica. Siamo tornati nel tempo ordinario. Nella vita di tutti i giorni. Il tempo ordinario è il tempo del matrimonio dove lo straordinario è nelle piccole cose. Gesù dice qualcosa di stonato. Almeno all’apparenza. Perché non permette al primo discepolo di tornare a seppellire suo padre e all’altro di congedarsi dai familiari. Qui ci sono diverse possibili interpretazioni. Io ne ho sentita forte una. Mi richiama alla mia vita e alla mia relazione con Luisa. C’è un forte simbolismo. Il padre indica la famiglia d’origine. Ci ricorda che noi abbiamo una storia che ci precede e che ci ha forgiato il carattere nel bene e nel male. Abbiamo ferite, traumi, fragilità che nascono dalla nostra storia. Gesù ci sta dicendo qualcosa di profondamente vero. Se lo abbiamo davvero incontrato non avremo più bisogno di guardarci indietro. Gesù fa nuove tutte le cose! Ciò non significa che le nostre ferite spariranno d’improvviso. Significa però che riusciremo a guardarle e ad affrontarle in un altro modo. Non saranno più qualcosa che può bloccare il nostro cammino. Potranno essere comunque causa di difficoltà e sofferenza, ma noi saremo più forti perchè avremo l’amore di Gesù che ci sostiene e ci dà forza e convinzione di potercela fare. Cosa intendo? Ognuno ha la sua storia e le sue ferite. Io ne avevo una in particolare. Ho avuto un padre bravissimo per tante cose, ma con un grande difetto: soffriva di attacchi d’ira e io avevo paura di lui e delle botte e delle urla che a volte prendevo. Gli ho voluto un mondo di bene, e sono felice di averglielo detto prima della sua morte. Però il danno c’è stato. Questo suo comportamento mi ha causato diversi problemi di autostima. Problemi che con il tempo e con la maturità ho per lo più risolto. C’è un però. Quando ho avuto il mio primo figlio mi sono reso conto di comportarmi allo stesso modo di mio padre. Avevo impresso dentro di me che quel modo di educare, quello che avevo subito, quello che un genitore per farsi rispettare doveva fare paura. Il mio primo figlio ha pagato questa mia incapacità ad essere un genitore autorevole e non autoritario. Ciò che mio ha salvato è stata Luisa, la mia sposa, che, con tanta pazienza e senza giudicarmi mai, ha cercato di farmi capire che stavo sbagliando. E poi la fede. La fede in un Dio che è Padre, ma non come lo ero io, in un altro modo, molto più tenero e vero. Lì è cambiato tutto, non ho lasciato che la mia storia mi segnasse la vita e quella dei miei figli, ma grazie a Gesù e alla mia sposa, ho cambiato direzione. Ho rotto la catena. Non ho lasciato che le mie ferite avessero l’ultima parola, ma ho voluto prendere in mano la mia vita ed aggrapparmi alla grazia del mio sacramento, del mio matrimonio. Ha funzionato. Sono un padre che commette ancora tantissimi errori, ma questo no, grazie a Dio i miei figli non mi vedono come qualcuno di cui avere paura, ma con serenità e fiducia. Credo che il Vangelo di oggi ci dica proprio questo, ci dice che Gesù è venuto a salvarci partendo dalla nostra storia, è venuto a sanare quelle ferite che ci portiamo dentro e non ci permettono di vivere appieno, ma ci lasciano ancora bloccati, morti, incapaci di camminare verso di Lui.

Antonio e Luisa

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Un amore al contrario… o forse no

In questo ultimo periodo ci contattano spesso giornali e televisioni per interviste. La cosa ci fa super piacere chiaramente, ma c’è spesso una difficoltá iniziale: l’idea della famiglia fantastica. Questo entra in grande contrasto con l’opinione dei vicini di casa e dei nostri amici, oltre che con la realtá. Ho come l’impressione che tutti cerchiamo la ricetta di un amore romantico a tutti i costi, di un innamoramento folgorante almeno iniziale.

Di solito quello che ho sempre sentito in giro tra le amiche, in parrocchia, in televisione o per strada è sempre questa immagine di coppie che partono a mille e, con il passare degli anni, arrivano a dieci all’ora quando va bene e non si separano. Ogni volta che ci chiedono di raccontare la nostra storia quasi mi sento a disagio. Per noi è diverso. Noi siamo partiti a dieci all’ora e prendiamo, piano piano, tra qualche brusca buca e qualche lavoro in corso, sempre piú velocitá. Tutti mi dicevano che con il passare degli anni, soprattutto dopo il matrimonio, tutto sarebbe cambiato, forse lentamente, ma poi “si perde quel desiderio di stare insieme, di cercarsi, si affievolisce la passione; vedrai che fatica sará sopportarlo!” mi dicevano. Sull’ultimo punto, “vedrai che fatica sopportarlo!”devo dire che non si sbagliavano, ma su tutto il resto invece la nostra storia mi pare un amore al contrario.

L’amore se non cresce muore

Padre Giovanni nel fidanzamento ci ripeteva sempre questa frase: “l’Amore se non cresce muore”. Insomma non si campa di rendita. Non si puó dormire a sette cuscini pensando che un giorno, enne anni fa, ci siamo innamorati e quindi andrá bene perché tra di noi è scoppiato l’amore. Questo dura finché dura o fino a quando non scopri che tuo marito ti tradisce.

Per noi la partenza del nostro fidanzamento è stata un po’ incasinata. Provavo profonda stima per Francesco dal giorno in cui l’ho conosciuto. Anche fisicamente non mi dispiaceva affatto (è un grandissimo figo!), peró ero molto focalizzata sul capire se ero chiamata ad una vita consacrata e questa era la mia urgente prioritá. Mi dispiace dirlo, ma per me iniziare una storia con Francesco era la mia prova del nove per dimostrare a me stessa e a padre Giovanni che potevo entrare in convento.

Dopo qualche mese di esplicito corteggiamento da parte di Francesco decidiamo di incontrarci a Roma. Finalmente una sera, dopo una bellissima passeggiata in centro con quell’atmosfera fresca di inizio settembre, ci diamo un indimenticabile bacio. MA giá il giorno dopo Francesco pensa di aver fatto la cavolata a mettersi insieme ad una “ragazzina di diciassette anni” e vuole lasciarmi. A fermarlo è il vangelo del giorno che ascoltiamo andando a messa un po’ tristerelli:

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca».Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».Lc 5, 4-5

Ricordo la nostra prima telefonata da fidanzati. Francesco viveva a Zurigo, in Svizzera, ed io in Basilicata. Dopo pochi giorni da quel primo bacio indimenticabile e da quel vangelo fortissimo io gli dico: “Voglio essere sincera con te. Non ti illudere troppo di questa storia perché nel cuore ho il desiderio grande di consacrarmi”. Ricordo benissimo quegli attimi di silenzio di Francesco tipici di chi ha appena preso una tranvata tra capo e collo. Povero il mio ruvido! Insomma potete capire che grande innamoramento iniziale abbiamo vissuto. Piú che farfalle nello stomaco c’erano bruchi mangia tutto.

Riscelgo te come mio sposo

Sembra un po’ da sfigati. Agli occhi di tutti e anche agli occhi miei sembrava aver saltato una tappa bella. Ma siamo sicuri che ci si puó innamorare solo e per forza all’inizio di una storia? Bisogna partire per forza da questo punto? Perché io sto vivendo un grande innamoramento dopo anni di matrimonio, tre figli e una in arrivo, sei traslochi, quattro nazioni, tre lingue nuove imparate e tante crisi tragiche ed estenuanti. Sará un amore al contrario il nostro o forse semplicemente un amore che cresce con il tempo un passo alla volta?

Per me l’innamoramento sta nascendo dalla fatica di aver riscelto Francesco. Mi spiego meglio: ci siamo sposati tredici anni e mezzo fa quando io avevo vent’anni; oggi ne ho trentaquattro. Oggi non sono la stessa persona di allora. Oggi sono una donna e non piú una ragazzina. È stato necessario, e per niente scontato, riscegliere l’uomo che mi sta accanto. Questa volta la scelta è stata piú consapevole, piú matura e piú rischiosa perché giá all’interno di un matrimonio, con dei figli e delle responsabilitá. Questa riscelta ha innescato un innamoramento nuovo mai provato, una libertá nuova, una gioia profonda. È stato un passo rischiosissimo pormi questa domanda, ma obbligato per vivere in veritá la nostra relazione.

Forse noi due siamo sempre un po’ al contrario e di questo spesso ne portiamo il peso, ma riguardo a questo punto, riguardo all’amore, invece è bello essere al contrario. È bello vedere come si cresce nell’amore, ci si rinnamora, ci si corteggia nuovamente e si ha sempre di piú il desiderio di stare insieme. Non è qualcosa di idilliaco perché mio marito rompe e rompe veramente, come rompe lui nessuno. È solo il risultato di un continuo camminare, di non arrendersi ai lavori in corso e alle buche burrascose, è un’intimitá costruita passo dopo passo e che non è stata quasi mai spontanea e immediata.

Per me le coppie belle sono quelle che lottano a denti stretti e non si arrendono mai, quelle coppie che si vede che sono acciaccate, ma non mollano l’obiettivo di vivere una vita piena con l’altro. Sono coppie che vanno avanti a suon di perdono, di discussioni interminabili, perdite di sonno e ginocchia piegate davanti a Dio. Di coppie cosí e di coppie al contrario ne conosciamo tante. Se le avessi conosciute prima credo che la mia idea di matrimonio sarebbe stata da sempre un’idea felice. Oggi sono qui a raccontare una storia tra tante storie sudate e felici.

Non mi resta che augurarvi di innamorarvi al contrario e di ascoltare le vostre storie.

Alessandra e Francesco di 5p2p

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