San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

Umiltà dal sapore nuziale

Cari confratelli, è impossibile che voi, alla vostra età siate umili, dovete ancora conoscervi a fondo. Ma l’umiltà è una delle cose più importanti per la vostra vita”.

Me le ricordo come fosse ieri queste parole che il padre predicatore dei miei primi esercizi spirituali ci disse a un certo momento. Io ero un giovanotto di neanche 19 anni ma intuivo che stava dicendo qualcosa di speciale. Beh… oggi che ne ho più del doppio di quegli anni, posso dirgli solo… “grazie, aveva proprio ragione lei”.

Penso che abbiamo tutti un certo problema con l’umiltà: da un lato è il portale delle virtù umane, “è il fondamento dell‘edificio spirituale” (San Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, q. 161, a. 6), la conditio sine qua non per crescere spiritualmente come cristiani. Dall’altro, nel contesto attuale, l’umiltà è affratellata alla disistima di sé, all’insicurezza, alla timidezza e ritrosia, motivo per cui è bannata sistematicamente come inutile. Ma vediamo allora cosa vuole insegnarci Gesù nel Vangelo di oggi quando coglie l’occasione dal vedere come si scelgono i posti ad una festa, e poi cerchiamo un aggancio per voi sposi.

Per prima cosa, come direbbe S. Agostino: “L‘umiltà deve rientrare nella verità e non nella falsità” (De natura et gratia 34). Cioè dobbiamo partire da chi siamo veramente, dalla nostra vera identità. Il Vangelo è ambientato in un banchetto nuziale, sappiamo bene che questo fatto ha un valore simbolico immenso. Le nozze umane sono il simbolo dell’Allenza di amore tra noi e Dio. La cosa più importante per quegli invitati non era tanto in quale posto sedersi ma sapere che lo Sposo li ama infinitamente e personalmente. Questa è la prima grande verità da tenere in conto!

Santa Teresina l’aveva capito bene. Lei che era Sposa di Cristo, cercava proprio questo in Gesù: un amore che non si fermasse davanti ai suoi peccati ma che sapesse varcare proprio i suoi limiti. Lei lo esprime egregiamente in un passaggio di una sua lettera, diventato oggi anche un bel canto:

Oh, se potessi avere un cuore ardente d’amore che resti il mio sostegno, non m’abbandoni mai, che ami tutto in me, persino la mia debolezza, e non mi lasci mai, né il giorno né la notte. Non ho trovato mai creatura capace d’amarmi a tal punto e senza mai morire, di un Dio ho bisogno, che assunta la mia natura si faccia mio fratello, capace di soffrire” (Santa Teresa di Lisieux).

L’umiltà ha un’etimologia interessante, viene dal latino “humus”, cioè “ciò che sta sotto, la terra”, ma guarda a caso è anche la stessa origine di “homo” cioè “uomo”. La nostra vera identità è la piccolezza, la fragilità, di cui è misteriosamente innamorato Dio, lo Sposo.

Quindi, come scrive il biblista Paul Beachamps: “L’umiltà cristiana è quella di Maria nel Magnificat. Essa non si riduce al sentimento della debolezza di creatura o di peccatore, ma è nello stesso tempo presa di coscienza di una forza che procede interamente da Dio”, un Dio che ci ama così, nella nostra piccolezza. Da qui si evince come l’umiltà sia davvero la base, “l’humus”, di ogni virtù e di ogni vita autenticamente cristiana, perché ci fa partire dalla realtà e ci mostra quanto siamo amati da Dio.

Ma per voi sposi? E qui è San Paolo a darci la chiave interpretativa, quando dice nella Lettera agli Efesini, “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21). L’umiltà di voi sposi parte da qui, da una sottomissione reciproca. E se ci fate caso, la sottomissione è appunto stare sotto, diventare l’humus, il terreno dell’altro. Ma vedi tu che allora la Chiesa ci insegna a svenderci! A non avere rispetto per sé stessi! Direi proprio di no, se leggiamo come interpreta San Giovanni Paolo II la suddetta frase di san Paolo:

“L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5,28) («come sé stesso» Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). […] Così dunque “quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gen 2,23-25)” (Giovanni Paolo II, Il “grande mistero” dell’amore sponsale, Udienza, 4 luglio 1984).

L’umiltà degli sposi sta nel vivere in un profondo fascino per il mistero dell’altro, nel cogliere la bellezza della peculiarità di ognuno, nel riconoscere i doni che il Signore ha messo in ciascuno di voi, a partire dal dono della mascolinità e femminilità e poi tutti gli altri talenti ricevuti. Ci vuole sì uno sguardo contemplativo, sono proprio necessari occhi saggi e sapienti, che sappiano andare oltre le apparenze, perché è così che vi guarda lo Sposo.

Concludo citando ancora Sant’Agostino che dice: “Dove è l’umiltà, ivi è la carità” (Prologo al Commento alla Lettera di San Giovanni). L’umiltà, pertanto, è la base non solo della vita spirituale ma anche del matrimonio stesso, dell’amore di carità. Solo se avrete questo sguardo affascinato verso l’altro, cogliendo la sua vera identità e la sua verità profonda, potrete innamorarvi veramente del vostro coniuge e mettervi al suo servizio, essergli sottomesso, come chiede Gesù nel Vangelo.

ANTONIO E LUISA

L’umiltà non è facile, spesso è un boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo? S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile. L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta. Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio. Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione. L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Dov’è la nostra porta stretta?

Non so se ricordate le porte medievali di tante nostre città. Se le trasformazioni urbanistiche non hanno cambiato l’assetto originale, normalmente a fianco del portone vi era una piccola porta. Ad essa fa riferimento Gesù, prendendo quindi spunto da un elemento sotto gli occhi di tutti i suoi coetanei. La porta stretta di una città o di una dimora era non quella grande, il portone principale o il cancello, ma una più piccola, che veniva chiusa per ultima, la sera.

Il senso più immediato di questo Vangelo si applica a tutte quelle persone che ascoltavano Gesù, nella stragrande maggioranza ebrei, la cui mentalità – che Gesù vorrebbe appunto correggere – era quella secondo cui bastava ascoltare e compiere i precetti della Legge e si era a posto, ci si poteva considerare buone persone. Ma al di là di questo, ci sono altre perle preziose nelle parole di Gesù che valgono assolutamente per ciascuno di noi. Io vorrei soffermarmi sulla frase: “sforzatevi per entrare nella per la porta stretta”. La traduzione letterale dal testo greco sarebbe: “Continuate a lottare per entrare per la porta stretta perché molti cercano di entrare e non ne avranno forza”. Cioè, è chiaro che dobbiamo fare del nostro meglio per giungervi ma, occhio, entrarvi non si conquista con la forza perché è anzitutto un dono di Dio.

Qual è la porta stretta di voi sposi? È tanto varia quante sono le vostre circostanze personali. Io penso che anzitutto la prima grande porta stretta è la differenza uomo e donna. Il vostro continuo cercare l’unità nella distinzione, cosa che il mondo di oggi, sedotto dalla chimera del gender, non riesce a capire, è il riflesso di una Bellezza divina, trinitaria, ma che non cessa di costare, spesso sangue, sudore e lacrime. Questa sì che è una porta stretta! Da varcare e rivarcare di continuo e la cui strettezza cambia a seconda delle circostanze, delle fasi della vita. I numeri 50-57 di Amoris Laetitia fanno proprio riferimento a queste occasioni di crescita, rileggeteli perché contendono spunti preziosi per cogliere la grazia sottesa ad ogni situazione difficile.

La porta stretta, quindi, è sì un’esigenza ma che è sempre preceduta da un Dono. Ricordatevi sempre di possedere un Dono grande: l’essere figli amati di Dio e oltre ad esso, come coppia, la grazia di essere immagine, per quanto imperfetta, dell’amore di Dio.

L’invito di Gesù, quindi, è di essere aperti alle sfide che in tutta la vita Lui vi accorda. L’imperativo “sforzatevi” (dalla radice greca “agone” che rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) ordina di continuare un’azione già iniziata; come a dire: “continuate a lottare”, avendo avuto un così grande talento. Non diventate coppie sedute, che dopo gli anni della “romanza” mettono su la pancetta e scivolano nel grigiore della mediocrità.

Sarebbe proprio bello che in queste ferie possiate trovare un momento di sosta, per chiedervi: in quest’anno passato quanto siamo cresciuti come coppia? Quali sfide il Signore ci ha messo davanti? Siamo entrati un po’ di più per quella porta stretta? Quanto abbiamo accolto la grazia e messa a frutto?

Non devo dirvelo io che, nonostante state assieme e siete fedeli, il vostro amore può iniziare ad atrofizzarsi, nascondendo solo un certo egoismo e forme sottili di narcisismo. Sapete meglio di me che il convivere sotto uno stesso tetto non implica automaticamente donarsi a vicenda, ma si possono trovare mille scorciatoie per fare sempre i propri interessi e cercare di soddisfare alle aspettative personali. Cari sposi, per finire vorrei proprio usare una celeberrima frase di San Giovanni Paolo II, “Giovani, non «lasciatevi vivere», ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Discorso ai giovani, 22 settembre 1985) ma applicarla a voi: “coniugi, sposi cristiani, in questo nuovo anno che sta per iniziare, prendete in mano con Gesù la vostra vita di coppia e con Lui varcate la vostra propria porta stretta per continuare a crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Per me il matrimonio è stata davvero la porta stretta. Una porta stretta ma che una volta varcata mi ha mostrato un panorama incredibile. Nel matrimonio ho compreso due verità, entrambe decisive che mi hanno permesso di combattere l’egoismo che avevo dentro e che un po’ ancora c’è. La prima verità che ho compreso è che non si cambia per forza, mai. Luisa si è scontrata con i miei limiti e i miei difetti. E io con i suoi. Quando abbiamo intrapreso un vero cambiamento per renderci più amabili l’uno con l’altro? Non certo quando ci siamo messi sotto esame e quando ci siamo scambiati critiche e ripicche. Questo ci rendeva solo più distanti e insofferenti. Ciò che ci ha cambiato è stato l’amore gratuito. Sapere di essere amati comunque. Questo ci ha spinto ad impegnarci a cambiare alcuni atteggiamenti e tratti del nostro carattere. Non per forza ma per amore e per riconoscenza. Seconda verità è che possiamo migliorare solo se ci impegniamo. L’amore non è spontaneo. almeno non sempre. E non è solo dono di Dio. Dio ci dà tutto ma anche noi dobbiamo mettere il nostro anche se poco. Solo con il nostro lavoro quotidiano fatto anche di fatica possiamo crescere nella relazione e nella capacità di amarci.

San Bernardo, un mistico del matrimonio

“L’amore è sufficiente per sé stesso, piace per sé stesso e in ragione di sé. È a sé stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente”.

Così si esprimeva San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), un monaco cistercense e considerato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa grazie alla sua straordinaria opera di rinnovamento teologico nel suo tempo. Il tema della centralità dell’amore fa di lui un araldo della Cristologia e della Mariologia – pensiamo alla sua celebre preghiera “Memorare”. Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. Tutto questo consta in modo speciale nei “Sermoni sul Cantico dei Cantici” considerati il capolavoro della sua produzione per la precisione teologica, la profondità spirituale e la capacità espressiva.

San Bernardo era un mistico, l’ordine da cui proveniva aveva come carisma una speciale dedizione alla preghiera contemplativa. Grazie a ciò, egli ebbe il merito di rileggere in modo originale il Cantico, un libro alquanto “scomodo” da interpretare per l’alto contenuto erotico. Siamo difatti nel Medioevo e purtroppo vigeva una mentalità contraria al sesso e piuttosto a favore della vita spirituale. Ma Bernardo riuscì a ovviare l’ostacolo e a cogliere un significato diverso rispetto ad altri padri della Chiesa, pensiamo a Origene e San Gregorio, che già si erano cimentati nell’opera.

La genialità e novità di Bernardo sta appunto nel tematizzare Dio come Amore, un Dio che si comunica per Amore e come Amore. Perciò Dio ci parla con lo stesso linguaggio amoroso tra lo sposo e la sposa e tale linguaggio, per Bernardo, è fondamentale per presentare in modo simbolico i misteri della fede cristiana. Da ciò ne deriva che la Trinità appunto si comprende come comunione di amore intimo tra le Persone Divine.

Celeberrimo, in questo senso, è il modo con cui Bernardo spiega ai suoi monaci, nel Sermone 8, come la Trinità si possa considerare come un bacio dato dal Padre al Figlio nello Spirito: «Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che e baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio, poiché e l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unita» (cap. VIII, 2)

Ecco, quindi, che Bernardo rilegge il Cantico con il preciso intento di descrivere il rapporto che stringe l’anima a Dio. Con l’Incarnazione Dio, in primo luogo, si è vincolato all’uomo, venendogli incontro nella sua solitudine e così l’uomo ri-ama Dio. La miglior chiave di lettura di questo rapporto Uomo – Dio per Bernardo non può che essere l’amore matrimoniale e per questo, grazie a lui, il Cantico dei Cantici diventa l’epopea amorosa tra l’uomo e Dio.

Sebbene siamo ancora nel cuore del Medioevo, lentamente la strada verso un sempre più pieno riconoscimento della dignità matrimoniale si sta aprendo. Come vedete, ci vogliono bravi e santi teologi che sappiano contemplare, entrare nel cuore della Scrittura ed estrarre per noi queste perle preziose. E la perla siete voi, cari sposi. Il vostro tesoro incomparabile è quello di essere interpreti dell’amore divino, come dice bene il Magistero e vi cito solo due esempi: “Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti” (Gaudium et Spes, 50). Ed inoltre voi sposi siete il “volto materno e il volto paterno del Signore” (Amoris Laetitia 172).

Dovete esserne davvero consapevoli ed esultare per la grazia ricevuta. Vi consiglio quindi di cuore di leggere i Sermoni sul Cantico dei Cantici per gustare anche voi tanta bellezza.

padre Luca Frontali

Missionari… in casa

Cari sposi,

il logo della recente Giornata mondiale delle famiglie era un particolare preso dagli affreschi di P. Marko Rupnik nella cappella del Seminario maggiore di Roma. Il dettaglio è geniale: si vede San Paolo che apre un sipario dietro cui si trovano Gesù crocifisso abbracciato da Maria, e dal costato di Gesù sgorga il sangue-vino che riempie le giare di Cana. Ancora dietro al velo, sulla sinistra, si trovano Adamo ed Eva. Il senso è molto bello e profondo, San Paolo ha fatto capire con la sua lettera agli Efesini, cap. 5, che il Mistero Grande, iniziato dal primo matrimonio di Adamo ed Eva, si compie in pienezza grazie a Cristo, nuovo Adamo, e a Maria, nuova Eva.

Perché sto dicendo questo riguardo al vangelo di oggi? Perché il fuoco e il battesimo di cui parla Gesù è proprio la missione di svelare il suo Mistero Grande di amore! E Gesù non vede l’ora che esso sia visibile in ogni coppia di sposi. Difatti, quale amore infuocato è necessario per donare la propria vita! Non bastano piccoli amori, atteggiamenti mediocri ma ci vuole un cuore grande, generoso, infiammato! Dire questo mi fa pensare a Chiara Corbella, a Santa Gianna Beretta Molla, a San Massimiliano Maria Kolbe (di cui oggi è la memoria liturgica) …

A questo punto vi domando: c’è qualcosa di simile nella vostra vita di sposi? Per caso il Signore non vi chiama a portare anche voi, a modo vostro, il fuoco sulla terra? Ricordatelo sempre, voi sposi non vi siete sposati per voi stessi, cioè il matrimonio cristiano non è concepito solo per formare “due cuori e una capanna” o solo per amarsi e avere figli. Non si sono forse sposate fondamentalmente per questi motivi le persone dalla notte dei tempi? Se così fosse, ditemi allora per quale motivo Gesù avrebbe istituito apposta un sacramento per la coppia?

Sì, il matrimonio cristiano è una vera e propria missione! Quella di “gettare fuoco sulla terra”. Esprimono chiaramente questa idea sia Familiaris Consortio 17 che Amoris Laetitia 121. La missione è di portare su questa terra l’amore di Cristo per la Chiesa grazie alla vostra vita ordinaria. Come mai Santa Teresina di Lisieux è compatrona delle missioni, al pari di San Francesco Saverio, che ha percorso migliaia di chilometri per evangelizzare a differenza invece di lei che non ha messo un piede fuori dal Carmelo?

Analogamente per voi sposi, la vostra missione è tanto vera e reale sebbene si realizzi a casa vostra e sui luoghi di lavoro e sembra confondersi con una vita apparentemente monotona e ripetitiva. Cari sposi, vi auguro sinceramente di scoprire sempre di più e di stupirvi del dono e della missione che Gesù vi ha consegnato il giorno del vostro matrimonio. Che l’amore di Cristo vi infiammi e renda il vostro amore Luce del mondo.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato la carica. Sì, la carica. Non vuole metterci sulle spalle un peso che non possiamo sostenere. Ci sta dicendo esatamente il contrario. Sposi prendete coscienza che il battesimo vi ha reso capaci di grandi cose. Sì con tutta la vostra miseria, la nostra miseria, perchè anche Luisa ed io siamo davvero dei poveretti. Il sacramento del matrimonio ha finalizzato i doni battesimali affinché tutti noi sposi potessimo vivere la nostra missione. Vocazione e missione combaciano. Tanto più saremo capaci di crescere come sposi, di amarci sempre più profondamente e meglio, e tanto più saremo dentro la nostra missione.

Ognuno di noi ha la propria missione, ognuno ce l’ha unica come unici siamo noi. Tutte le nostre personali missioni però si fondano sull’amore. Amore quello cristiano. Essere quindi capaci di dare la vita nel nostro matrimonio. Che bello! Più saremo capaci di amarci e più saremo santi. Non conviene forse cercare la santità? Non è una strada facile ma meravigliosa. Una di quei sentieri stretti e faticosi da percorrere ma che aprono ad un orizzonte infinito. Come quelli di montagna che ti portano in vetta e ti permettono di aprire lo sguardo ad un orizzonte senza fine. Questa è la nostra missione. Essere ciò che siamo: una comunione d’amore. (Familiaris Consortio)

Non ci siamo sposati per noi stessi

Le lampade sono accese. Aspettiamo lo Sposo”. Questo l’ultimo SMS di Enrico e Chiara Petrillo, prima che lei entrasse in agonia, 10 anni or sono. Una coppia che ha capito molto bene il senso del loro amore e Chi fosse il vero Sposo. Proprio di questo vorrei parlarvi approfittando della Liturgia odierna.

Il Vangelo appena letto non è, a prima vista, molto piacevole: pare che Gesù voglia proprio dipingerci tutti come servi e non piace a nessuno essere ascritto alla servitù, dover essere sempre sull’attenti, sgobbare dalla mattina alla sera, magari ripresi e trattati male in modo arbitrario. Questa era la misera sorte dei servi ai tempi di Gesù ma qui nel Vangelo appaiono tratti alquanto particolari.

Chi è in definitiva il servo per Gesù? Non è tanto quello che si sfianca “a gratis” bensì colui che non si possiede, colui che vive in una relazione vitale con un Altro, la persona che sa, in fin dei conti, che la sua non dipende da sé stesso. Se questa è l’essenza del servo, beh, allora lo siamo proprio tutti, dal Papa a scendere.

A tale riguardo, non è un caso che la parola “famiglia” venga dal latino “famulus”, ossia l’insieme dei servi che vivono sotto uno stesso tetto. E se al posto di “servire” usassimo il suo sinonimo di “appartenere”? In fondo il servo lo è sempre in relazione a un signore, a un padrone, quindi gli appartiene. Ma nel Vangelo il padrone di cui parla Gesù non è uno qualsiasi, è lo Sposo e sappiamo bene che è Gesù stesso a fregiarsi di questo titolo.

Ecco allora che voi sposi siete servi, cioè appartenenti in maniera più stretta allo Sposo ed è per questo che vi siete sposati in Cristo: per non vivere più per voi stessi ma per Colui che è morto e risorto per voi (cfr. 2 Cor 5,15) quindi per accogliere anzitutto Gesù Sposo nel vostro amore, farLo abitare tra voi, renderLo partecipe del vostro amore. Solo così poi tutto il resto ha veramente senso, altrimenti cadreste, prima o poi, in quella noiosissima autoreferenzialità che troppo spesso le coppie cristiane mostrano, giunte sul far dei 30 / 40 anni.

Cari sposi, vi auguro di cercare sempre assieme quel Volto stupendo dello Sposo, come fecero Chiara ed Enrico. Egli, infatti, è l’unico capace di custodire in eterno il tesoro del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Le parole di padre Luca aprono diverse piste di riflessione. Cosa significa sposarci sacramentalmente? Sicuramente che la nostra relazione è abitata dalla Grazia, che siamo cioè sostenuti da Dio, ma non solo. Con il sacramento del matrimonio la nostra relazione non è più solo nostra ma appartiene a Dio. Il nostro amore lo doniamo a Lui perchè ne faccia cosa sua. Ciò significa che tutte le volte che vengo meno alla mia promessa verso Luisa non sto mancando solo a lei ma anche a Dio. In un certo senso, ogni volta che sottraggo amore a Luisa sto compiendo un sacrilegio. Ogni volta che invece mi offro a lei, sto compiendo non solo la cosa giusta con mia moglie, ma un vero sacrificio a Dio. Questo è il matrimonio.

La Trasfigurazione degli sposi

Cari sposi,

oggi è la festa della Trasfigurazione di Gesù, una ricorrenza liturgica che forse non vi è particolarmente familiare cadendo così vicino a Ferragosto, in pieno tempo di ferie.

È un evento cruciale per la vita di Gesù e degli apostoli. Perché è così? Stava andando a gonfie vele, tra miracoli e folle osannanti. Gesù, con la fama alle stelle, ecco che un bel giorno ti viene fuori con uno strano discorso sulla sua ormai prossima morte in croce… I poveri apostoli, basiti fino all’osso, se la facevano sotto al solo pensiero di chiederGli spiegazioni. Gesù lo sa benissimo e allora prende l’iniziativa portandoseli in cima a un monte, il Tabor. Lì in cui interviene per la seconda volta la Trinità (la voce del Padre, la nube dello Spirito) e la scena è accreditata e avvalorata da Elia e Mosè come testimoni dell’Antico Testamento. Quindi si tratta proprio di un momento solenne, di una sacralità unica mai vista in precedenza.

E tutto questo per cosa? A che pro? Gesù voleva far vedere ai suoi apostoli, far toccare loro con mano, portarli a un’esperienza indubitabile che dopo la morte sarebbe venuta la risurrezione. Questo è il nocciolo della Trasfigurazione: far pregustare ai discepoli, e a tutti noi inclusi, il dopo, la vita vera, quella eterna. Ma allora che c’entra la Trasfigurazione con gli sposi? Non eravamo rimasti d’accordo che “finché morte non ci separi”? In effetti la proporzione non è del tutto esatta se accostiamo la Trasfigurazione di Cristo e quella, in teoria, degli sposi.

Come mai mi sono inventato un titolo del genere? Non è in verità farina del mio sacco perché questa espressione è usata dal Rito del matrimonio nella Quarta formula della benedizione nuziale che si esprime così:

“Ora, Padre, guarda N. e N.,
che si affidano a te:
trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro
e rendila segno della tua carità.
Scenda la tua benedizione su questi sposi,
perché, segnati col fuoco dello Spirito,
diventino Vangelo vivo tra gli uomini” (Rito del matrimonio, 88).

Di conseguenza è vero, esiste una vera e propria trasfigurazione di voi sposi: ma in cosa consiste? Qual è il suo contenuto? Il testo del rituale è assai ricco di significato e vorrei enucleare per voi questi due grandi insegnamenti:

1) la trasfigurazione nuziale, ordinariamente, è un cammino di tutta l’esistenza. Inizia con il dono del sacramento e perdura vita natural durante. Ci possono essere momenti speciali (una grazia durante un ritiro, un fatto drammatico che vi fa maturare, una direzione spirituale che vi fa capire a fondo un aspetto di voi…) ma si colloca normalmente nell’ordinario di voi sposi. È confortante questo, Gesù ha pazienza con voi, vi accompagna, vi prende per mano a patto che siate sul sentiero con il bastone in mano e gli scarponi ai piedi. Fondamentale è la docilità allo Spirito Santo, vero artefice di questa vostra elevazione spirituale, mentale, caratteriale e comportamentale.

2) Poi, il contenuto della trasfigurazione per voi sposi non è tanto nell’aldilà ma deve avvenire qui ed ora. Consiste nel rendere manifesto, nel vostro amore, che Gesù sta amando la Sua Chiesa. A questo si riferisce con l’essere “segno della tua carità”. Quanto amore di Cristo dicono ed esprimono i nostri sguardi, le nostre parole, la nostra intimità, i nostri perdoni, i gesti di servizio disinteressato? È Lui che vuole emergere tra voi, è Lui che scalpita perché Lo rendiate presente!

Non importa che siate sotto i riflettori dell’Isola dei Famosi perché questo avvenga. Gesù vede nel segreto e vi ricompenserà per ogni volta che cercate e vi sforzate di vivere così. Anche quando non ne avete voglia o le cose non vengano fatte spontaneamente.

E allora, cari sposi, possiate anche voi dire con San Pietro: “è bello per noi essere qui”, cioè, è bello Signore sapere che ci abiti, che vivi con noi le nostre giornate belle o brutte esse siano. Vogliamo come sposi anche noi essere un riflesso di quella tua luce di amore e donazione incondizionata.

padre Luca Frontali

Sembrava una risposta così semplice…

Cari sposi,

nel Vangelo di oggi accade un fatto abbastanza comune durante le grandi adunate di Nostro Signore. Con così tanta gente che lo ascoltava, doveva essere normale che ci fossero domande o commenti alle sue parole. Eccone un caso: una persona ne approfitta per farsi giustizia “usando” Gesù e la sua autorità. E Gesù risponde da subito in modo molto pratico e logico, della serie, “non sono mica il tuo notaio”. Fin qui non ci piove ma poi prosegue con un caso che sicuramente era preso dalla cronaca recente, un ricco proprietario, morto nell’apice della sua parabola ascendente.

Che c’entra tutto ciò con la vita di voi sposi? Al massimo potremmo fare una disquisizione se conviene la divisione o la comunione dei beni. Eppure, meditando e preparandomi sul testo, mi sono accorto della profondità e proiezione del significato di tale parabola per la vostra vita nuziale.

Lasciate stare soldi ed eredità e concentratevi sulla parola “cupidigia”. Questa parola, che è strettamente collegata all’avarizia, ci fa inizialmente pensare alla tirchieria ma a ben vedere il senso risulta assai più profondo. Proviene infatti dal verbo latino “cupio”, ossia “desiderare” ma anche “amare” non per nulla è la stessa origine del dio romano Cupidus, l’equivalente dell’Eros greco. Dal punto di vista etimologico “cupio” fa proprio riferimento al movimento, al fremito del cuore che punta a ciò che percepisce come il suo bene. Beh, allora cambiano radicalmente le cose, perché si tratta allora di capire non tanto come spendi i soldi ma come e chi stai amando… Vorrei portare come prova il Dizionario Biblico sulla voce “cupidigia”:

Il nostro termine cupidigia è quello che corrisponde meglio al greco pleonexìa (da plèon èchein, avere di più), che nei LXX e nel Nuovo Testamento designa la sete di possedere sempre di più senza occuparsi degli altri, e persino a loro spese. La cupidigia coincide ampiamente con la bramosia, perversione del desiderio” (Dizionario biblico X. Leon-Dufour, pag. 249).

Ecco allora che è bene che ci chiediamo ogni giorno nel nostro esame di coscienza: chi sto amando? Per chi mi alzo oggi? Chi c’è al centro del mio cuore? Come manifesto concretamente questa preferenza? Mi ha colpito Papa Francesco quando ha declinato il concetto di avidità e cupidigia in termini più relazionali ed esistenziali che strettamente economici, in un discorso di qualche anno fa:

Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato” (Messaggio per la Quaresima 2019).

Il modo di desiderare può costruire una relazione tra marito e moglie o demolirla! Credo quindi che in definitiva quella che sembrava una risposta concreta e puntuale, inoffensiva per molti di noi, che non ci toccava più di tanto, si sia rivelata al contrario evidentemente nuziale e matrimoniale: Gesù sfida voi sposi ad abbondare nel vero desiderio. Non importa quante cose avete nella vostra relazione o in casa, importa piuttosto quanto siete in relazione affettiva e volitiva con Cristo e di conseguenza con il vostro coniuge:

L’amore di amicizia si chiama «carità» quando si coglie e si apprezza «l’alto valore» che ha l’altro. La bellezza – «l’alto valore» dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà” (Amoris Laetitia 127).

Che i vostri magazzini, cioè il vostro cuore, la vostra relazione, la vostra casa sia così piena di un tale desiderio di amarvi al punto di farne di nuovi, cioè esportarlo verso altre persone, assetate del vero amore.

ANTONIO E LUISA

Io, Antonio, vorrei porre l’attenzione su quanto ha scritto padre Luca, leggendo la sua riflessione da un punto dinamico. Il matrimonio come scuola, come palestra d’amore. Per me è stato così. Credo che un po’ per tutti sia così. Quando ho conosciuto Luisa, e ho iniziato con lei questa meravigliosa avventura che prosegue da vent’anni, ero molto diverso da come sono ora. Il matrimonio ti cambia. Ero molto più egoista, il mio desiderio era avere Luisa. Averla perchè lei potesse soddisfare i miei bisogni. Bisogni relazionali, affettivi e sessuali. Ne volevo fare cosa mia. In modo non consapevole ma era così. Con la quotidianità e col la grazia del sacramento ho imparato ogni giorno di più a volerle bene davvero, a metterla al centro delle mie attenzioni e della mia cura. E sapete una cosa: più ho imparato questa modalità di amarla e più mi sono accorto di essere capace di amare anche Dio. Il giorno del vostro matrimonio è solo l’inizio di un percorso. Dove vi condurrà lo decidete voi. Come? Dipende se cerchere di possedere l’altro o di abbandonarvi al dono dato e ricevuto. Auguri!

Sposi = figli dello stesso Padre

Cari sposi,

ricordo un mio compagno di noviziato, agli albori del nostro cammino verso il sacerdozio, che si era enormemente entusiasmato addentrandosi nella lettura dei grandi maestri della vita spirituale: San Bernardo, Sant’Ignazio di Loyola, Santa Teresa d’Avila… e allora scriveva alla mamma tanti consigli su come vivere bene la preghiera, la meditazione, la Lectio… la mamma una volta gli rispose più o meno così: “caro figlio, grazie infinite per tutte le belle cose che mi racconti sulla tua vita spirituale. Da parte mia, non appena dico «Padre» nella preghiera mi soffermo e non vado oltre…. Per quanto possiamo parlare di spiritualità, di grandi maestri, di tecniche di preghiera il punto essenziale e fondamentale da cui ripartire sempre è l’amore di Dio Padre.

Nel Vangelo di oggi è il Padre nostro nella versione di Luca il centro di tutta la liturgia e sicuramente è facile finire per dire qualche ovvietà su un tema così grande e ampiamente citato. Io ritengo che il legame tra l’esperienza della paternità di Dio e la condizione di sposi sia strettamente vincolato e non abbastanza approfondito. Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi sull’Amore umano mostra come ci debba essere un divenire crescente tra l’essere figlio, poi sposo e infine padre. Solo se ho sperimentato l’amore gratuito e immeritato di Dio Padre, posso farmi totalmente dono a un altro e questo si chiama appunto essere sposi. Tale amore poi può diventare fecondo e quindi generare altra vita, ed ecco la paternità. Chiaro, non è tutto rose e fiori, se ci guardiamo dentro e alle nostre storie familiari, questo percorso spesso non è avvenuto così. Difatti dice Amoris Laetitia:

Molti terminano la propria infanzia senza aver mai sperimentato di essere amati incondizionatamente, e questo ferisce la loro capacità di aver fiducia e di donarsi. […] Dunque, bisogna fare un percorso di liberazione che non si è mai affrontato. Quando la relazione tra i coniugi non funziona bene, prima di prendere decisioni importanti, conviene assicurarsi che ognuno abbia fatto questo cammino di cura della propria storia” (Amoris Laetitia 240).

Perciò il Vangelo di oggi invita voi sposi a cercare di continuo il Volto del Padre, di aprirvi sempre al suo Amore. Solo se vivrete costantemente l’essere figli amati, avrete la forza di amarvi davvero. Non è affatto casuale che idea sia già presente in alcuni passaggi dell’Antico Testamento. Lo troviamo nel libro di Tobia: “Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»” (Tob 8, 4) ed anche nel Cantico: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa” (Ct 4, 9). È Cristo infatti che ci svela il volto del Padre, diventando nostro Fratello.

Quindi, in definitiva, la vera nuzialità sgorga dalla figliolanza in Dio; se sarete veramente figli del Padre, potrete essere anche sposi in Cristo e il poter pronunciare “Padre” con il cuore, sarà quanto di più bello e profondo sperimenterete nella vita spirituale. Il che vi permetterà di vedere nel coniuge non una persona da possedere, ma un fratello e sorella, infinitamente amati come voi, con cui condividere lo stesso amore che vi ha preceduto.

ANTONIO E LUISA

C’è stato un momento nella mia vita di uomo dove ho compreso quanto fossi fortunato ad avere una donna come Luisa al mio fianco. L’ho raccontato già innumerevoli volte e non mi ripeterò (lascio il link se qualcuno non l’avesse mai letto). Non è stato quando l’ho sposata. Li non ero ancora consapevole. Lì vivevo come sulle nuvole. Vedevo tutto facile e un futuro mio, anzi nostro. L’ho scoperto nella vita matrimoniale, quando ho tirato fuori le mie fragilità e lei c’è stata sempre, anzi mi ha amato ancora di più. Lo ha potuto fare perchè io non ero il solo che poteva riempire il suo serbatoio d’amore. Certo io ero e sono la persona più importante per lei, ma c’è chi lo è più di me e che la ama immensamente più di me. Lei sa di essere figlia amata e questo le dà la forza per amarmi gratuitamente. So di essere privilegiato ad averla. Per questo con il tempo ho iniziato un cammino di crescita nella mia fede e nella mia relazione con Gesù. Perchè ho visto quanto sia importante sentirsi amati da Dio per essere poi capaci di amare davvero: in modo gratuito e senza condizioni, senza pretendere nulla.

La coppia cristiana tra Scilla e Cariddi

Quando ero bambino, la mitologia greca è sempre stata uno dei miei interessi preferiti: Zeus, le Naiadi, i Titani, il monte Olimpo, Polifemo e Ulisse… e tra tutte queste cose mi ha sempre incuriosito andare a vedere dove fossero Scilla e Cariddi, i mostri citati nell’Odissea e nell’Eneide e che la tradizione ha collocato nei lati dello stretto di Messina. Il mito vuole che l’uno e l’altro insidiassero i naviganti di modo che per passare lo stretto era necessario mantenersi a debita distanza, senza avvicinarsi troppo a questa o quella parte.

La coppia cristiana, come novelli Argonauti, deve far fiorire la sua missione di vita senza cadere nelle insidie che Scilla e Cariddi simboleggiano. A cosa mi sto riferendo? In questo articolo vorrei toccare due classici estremi in cui una coppia sovente può cadere, non certo per cattiva volontà o mancanza di fede ma probabilmente per poco discernimento, preghiera e formazione.

Come vedrete, si tratta di “eccessi” che partono da sacrosanti doveri di voi coniugi ma che vanno vissuti con quell’equilibrio che solo la virtù cardinale della prudenza, lo Spirito Santo, assieme a un padre spirituale condiviso vi possono dare.

Il primo pericolo è quando la coppia assolutizza la propria relazione. Il “abbiamo bisogno di tempo per noi” – che in sé è giustissimo, perché il primo “figlio” della coppia è la relazione stessa – può diventare alla lunga una forma sottile di pigrizia e di ripiegamento su sé stessi. La coppia ha ricevuto un dono eccelso, quello di essere il primo annuncio di Cristo, il primo pulpito, in un certo senso, il primo “tabernacolo eucaristico”:

La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. E essa adempirà tale missione se, mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio in comune, si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa; se tutta la famiglia si inserirà nel culto liturgico della Chiesa; se infine praticherà una fattiva ospitalità e se promuoverà la giustizia e le buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità” (Concilio Vaticano II, Apostolicam Actuositatem, n° 11).

Va più che bene staccare per un tempo l’impegno ecclesiale più diretto e concreti in circostanze particolari (nascita di un figlio, genitori malati, ecc.) ma attenzione perché l’interrompere una buona abitudine è sempre costoso da recuperare. Il “prendersi un tempo per noi” potrebbe rivelarsi in seguito un’arma a doppio taglio che sterilizza l’efficacia e la fecondità apostolica del matrimonio. Non è la prima volta che vedo che tali pause di riflessione sono l’anticamera di veri e propri abbandoni, se non addirittura di lontananza dalla fede stessa. Voi coppie non vi siete sposate solo per voi stessi ma anche per essere annunciatori del Vangelo!

Il secondo pericolo non è da meno quanto a virulenza. Consiste nello spingere l’acceleratore fino in fondo sul donarsi agli altri, nel dire sempre di sì al parroco, nel provare una gioia immensa nel vivere un percorso di fede in un movimento, tra riunioni e ritiri… e qui potrei scrivere una tesi di laurea in base alle esperienze vissute.

Ora vengono due possibili risvolti negativi:

  • O si vive tutto questo cumulo di attività da soli, senza il proprio coniuge e per cui la fede non è più un punto di unione nella coppia ma una rotaia solitaria, in parallelo a quella del coniuge, ma senza intersecarsi mai. Che bello quanto dice Amoris Laetitia: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). La fede vuole condivisione, non porta all’isolamento. So che non è facile, ma come sempre, sforziamoci per un passo in più in avanti in questo senso.
  • Oppure si vive un cammino di fede in coppia ma senza dedicare tempo al noi, senza recuperare e alimentare la relazione nuziale. Si diventa così degli stupendi “Al Bano e Romina”, da vetrina nelle attività diocesane, sulla bocca di tutti per il bene e la testimonianza resa al matrimonio o alla fede in genere, ma le cui radici lentamente si stanno seccando. Prima o poi, un bel colpo di vento (dalla segretaria bionda, alle difficoltà lavorative o problemi adolescenziali dei figli…) tira giù la sequoia secolare, tutta tarlata di dentro.

Nella mia esperienza in Retrouvaille, sono proprio queste le coppie candidate n° 1 che chiedono di partecipare al ritiro. Sebbene la fede non manchi – anzi, tutt’altro – è piuttosto il “noi” che sta latitando. Per questo la dimensione relazionale di coppia va sempre messa al primo posto, è una lotta che vale la pena sostenere, come ci insegna Papa Francesco:

Questo cammino è una questione di tempo. L’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano. Ci vuole tempo per dialogare, per abbracciarsi senza fretta, per condividere progetti, per ascoltarsi, per guardarsi, per apprezzarsi, per rafforzare la relazione. A volte il problema è il ritmo frenetico della società, o i tempi imposti dagli impegni lavorativi. Altre volte il problema è che il tempo che si passa insieme non ha qualità” (Amoris Laetitia 224).

Perciò, care coppie, nella navigazione della vita matrimoniale questa è la via maestra per restare su un percorso sicuro e infallibile: coltivare il vostro amore, condividervi la fede, dedicare tempo ad aprirvi il cuore sinceramente, corteggiarvi senza sosta con tenerezza. Ecco le grandi risorse per giungere al Buon Porto e tenere lontane da voi le insidie alla pienezza del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Da quale parte state?

Cari sposi,

spero che l’estate vi stia concedendo momenti di alta spiritualità e riposo fisico. Oggi vorrei iniziare a raccontarvi di una coppia santa e martire, come premessa per parlare del Vangelo. Sono Cyprien Rugamba e Daphrose Mukasanga, uccisi con i loro figli il 7 aprile 1994 agli inizi del tremendo genocidio del Ruanda. Cyprien, brillante letterato, musicista e politico, dopo la sua conversione si era deciso a seguire come impegno politico solo il “partito di Gesù”. Questa la scelta che lì a poco gli costò la palma del martirio. Lui, come tanti e tanti cristiani, martiri e non, ha scelto la parte migliore: quella di Gesù e della sua Parola.

Ora vediamo cosa ci dice il Vangelo su questo. Il tutto avviene in una scena curiosa ma anche comune; infatti, Gesù va a pranzare con tutta la sua truppa da persone amiche, il che era abbastanza frequente. Ma stavolta sono amici speciali che lo invitano da loro in quel di Betania. La padrona di casa, Marta, tuttavia stavolta va proprio in tilt dovendo preparare per così tante persone, di certo non poco affamate. Aveva ragione, non so voi, ma quante volte vi sarà successo care mogli e mamme una scena simile! Maria, sua sorella, invece non fa un bel niente, tutta carpita dalla conversazione con Gesù.

Pure io di certo me la sarei presa in un frangente simile. Gesù invece, come al solito, ci sorprende con la sua Sapienza superiore. Coglie, difatti, l’occasione per parlarci di stare anzitutto dalla parte della Sua Parola e ci mostra il primato dell’ascolto sul fare qualsiasi altra cosa.

Quanto è importante per voi sposi questo! Da quale parte state adesso? State privilegiando l’ascolto o lo svolgere i vostri sacrosanti doveri genitoriali? Qui si apre un tema assai complesso, peraltro toccato anche nella recente giornata mondiale delle famiglie, in cui si diceva che a voi sposi noi sacerdoti abbiamo offerto un modello di preghiera più di tipo monacale che familiare, mettendovi a volte nella disgiuntiva se dedicarsi a Dio o alla famiglia.

Voi non dovete imitare la preghiera di noi preti perché voi siete originali, siete Parola-Carne! In voi si è realizzata, tramite il Matrimonio, una sorta di Incarnazione del Verbo: Gesù vive nella vostra relazione nuziale, ogni giorno, ogni momento e passa dal vostro quotidiano, non vi allontana dal vostro habitat naturale. Logicamente però non si vive da sposi cristiani poi per incantesimo ma ci vuole la consapevolezza di essere “abitati” da Lui e questa grazia va chiesta e assecondata volontariamente.

Ecco allora che è necessario leggere, ascoltare, meditare la Parola. È decisivo per voi sposi affinché la grazia matrimoniale dia frutto. Per questo Gesù è stato così chiaro e perentorio: bisogna stare dalla parte anzitutto dell’accoglienza della Parola e poi viene tutto il resto.

Penso che Antonio e Luisa diranno molto meglio di me come si può vivere questo nella quotidianità. Io mi permetto solo di consigliarvi un classico su questo tema che può darvi tanta luce su come introdurre nella vostra coppia Gesù-Parola. È uno dei libri più letti di P. Amedeo Cencini, “La vita al ritmo della Parola”.

Cari sposi, in occasione dell’estate, tempo in cui si privilegia il riposo, vogliate aprirvi a questa riflessione: quanto stiamo accogliendo in coppia la Parola? Quanto spazio le diamo? Sono certo che lo Spirito vi darà tante luci e la voglia di metterle in pratica.

ANTONIO E LUISA

Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si dà da fare, ma Gesù intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare, ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare. E’ importante trovare tempo per contemplare, per ascoltare, per meditare, per guardarsi, per abbracciarci e per fare l’amore. E’ importante farlo tra noi sposi ed è importante trovare tempo anche per la preghiera e la relazione con Gesù. Solo così il nostro fare non sarà mai troppo pesante perchè avremo sempre chiaro la bellezza per la quale ci stiamo dando tanto da fare.

Buoni samaritani (ma a vicenda)

Cari sposi,

vorrei rimembrare una statistica letta anni fa su un articolo e purtroppo vado a memoria scusandomi per la mia poca precisione. Quell’analisi metteva in parallelo i tempi di convivenza dei coniugi con quello tra genitori e figli. In sostanza i coniugi passavano assieme il doppio del tempo che essi stessi, da genitori, trascorrevano con i figli in casa. Questo a proposito di “prossimo”, essendo la parola da cui si origina la celeberrima parabola del Vangelo di oggi.

Se la parola “prossimo” significa “il più vicino” si capisce bene che è assai equivoco, motivo per cui quel dottore della Legge chiese legittimamente chi fosse questo prossimo: il passante sull’autobus, il collega di lavoro, il dirimpettaio sul pianerottolo…? Mi pare evidente che per voi il prossimo non può che essere il vostro coniuge, la persona con cui condividete oggi e domani tutta la vita. Da qui si inizia a cogliere la bellezza della vocazione matrimoniale, come un cammino privilegiato di santità e vita cristiana. Perché lo dico? Fino a non tanto tempo fa era opinione comune che per essere buoni cristiani si dovesse fuggire dal “mondo”, ossia dalla vita quotidiana, dal lavoro, dai sordidi affari per rifugiarsi invece nella vita beata della preghiera e della contemplazione.

 Ma in Amoris Laetitia è detto ben altro: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio. Infatti, i bisogni fraterni e comunitari della vita familiare sono un’occasione per aprire sempre più il cuore, e questo rende possibile un incontro con il Signore sempre più pieno… Pertanto, coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica” (n° 316).

 Più sto a contatto con le coppie e più mi convinco che la vita matrimoniale sia una vera e propria “autostrada per il Cielo”, parafrasando una nota frase di Beato Carlo Acutis, un’autentica palestra di cristianesimo in cui si possono esercitare le virtù teologali e cardinali, le opere di misericordia, in particolar modo quelle spirituali, in grado eminente per chi lo vuole e si impegna.

Quindi la prima missione di voi sposi è il vostro consorte. Ho detto proprio così e non ho menzionato volutamente i figli. Se un genitore volesse dirigere il proprio zelo e cura, anche cristiana, alla prole bypassando il coniuge, che tipo di insegnamento darebbe? I figli fondamentalmente riceverebbero un’educazione “schizofrenica”: uno dice e insegna una cosa e l’altro, se non a parole, almeno con la vita, la nega o la sminuisce. Ecco perché è importante sforzarsi, e iniziare già fin dai primi anni di vita matrimoniale, a camminare assieme. Il tuo prossimo è il coniuge, e solo “dopo” vengono i figli. Prendersi cura del proprio marito e moglie è il primo grande insegnamento che arricchisce i figli e infonde il loro la consapevolezza di provenire da quella cura e da quell’amore.

So che tutte queste cose per alcuni sono sacrosante ma assai costose, per via delle più svariate circostanze. Il Signore lo sa bene ma non cessa di invitare tutti a continuare lo sforzo perché Lui, la grazia, ce la mette sempre in ognuna delle vostre coppie. Mi piace finire citando il magnifico discorso di Papa Francesco, concludendo la serata di avvio della Giornata Mondiale delle famiglie. Dinanzi a tutte le coppie che si erano presentate, casi di vita tra i più disparati, il Papa ha riassunto il tutto con: “un passo in più…”. Ecco, care coppie, vi invito a non smettere ogni giorno di fare quel passo in più verso il vostro prossimo, verso vostro marito o moglie, per essere quel buon samaritano che il Signore si aspetta da voi.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è verissimo, lo condividiamo completamente. L’abbiamo capito sempre meglio, con il passare degli anni di matrimonio. Volevamo rafforzare con una riflessione che abbiamo scritto anche in uno dei nostri libri. Il nostro amore con il matrimonio non ci appartiene più, diviene di Dio, per Dio, strumento di Dio, via di salvezza di Dio per noi e per il mondo intero. Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. A volte vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso all’altro/a, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che compiamo ogni giorno, diventano gesti sacri, gesti per Dio e di Dio.

Aquila e Priscilla, oggi come ieri

Cari sposi,

            proprio ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica dei Santi Aquila e Priscilla. Lui ebreo e lei romana, sposi cristiani e compagni di evangelizzazione di San Paolo. Una coppia sposata del tutto speciale nella Chiesa perché agli albori della diffusione della fede, a metà del I secolo. Vorrei tratteggiarli brevemente per mostrare quanto il loro esempio sia attuale e importante per voi. Pensate che hanno avuto il merito di aver accolto nella propria famiglia San Paolo e di essere rimasti con lui in varie occasioni, sia a Corinto che a Roma, per evangelizzare.

            Essendo del medesimo mestiere, fabbricanti di tende, hanno avuto modo di collaborare non solo per il lavoro ma soprattutto per accogliere e istruire tutte le persone che si avvicinavano al Vangelo. Dove? Nella loro casa che divenne da subito una “piccola chiesa”, una “chiesa domestica”, tanto che ad oggi ancora esiste, in cima al colle Aventino a Roma, la Basilica di Santa Prisca edificata proprio sulla loro abitazione di un tempo.

            Dice per questo Papa Benedetto: “Veniamo così a sapere del ruolo importantissimo che questa coppia svolse nell’ambito della Chiesa primitiva: quello cioè di accogliere nella propria casa il gruppo dei cristiani locali, quando essi si radunavano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia. È proprio quel tipo di adunanza che è detto in greco “ekklesìa” – la parola latina è “ecclesia”, quella italiana “chiesa” – che vuol dire convocazione, assemblea, adunanza” (Benedetto XVI, Udienza, 7 febbraio 2007).

            Parliamoci chiaro: stare a fianco di San Paolo non era per nulla facile, da uomo volitivo e deciso qual era. Chiedetelo a San Marco che nel primo viaggio apostolico venne rimandato a casa proprio da lui (cfr. At 12, 25ss), o a San Pietro – il vicario di Cristo –  che fu redarguito pubblicamente dall’Apostolo delle genti per una condotta poco cristiana (cfr. Gal 2, 14). Da prete so bene che lo starci vicino non è facile, il rischio di venire schiacciati o ignorati è sempre reale. Per questo, ci vogliono anche oggi nuovi Aquila e Priscilla, sposi pieni di pazienza e benevolenza verso i loro pastori, capaci di stare a loro fianco, sopportando i segni della loro stanchezza, a volte inerzia, oppure scarsa capacità di collaborare. Con la forza di chi sta vicino senza voler manipolare ma nemmeno essere sovrastato. È proprio urgente che voi coppie assomigliate a questi santi sposi nella docilità allo Spirito Santo e nella creatività apostolica di elaborare nuove vive per rendere la vostra coppia, famiglia e casa uno strumento di diffusione del Vangelo.

            Mi piace riportare qui due passaggi molto belli di due Papi che, in tono distinto, valorizzano la loro figura: “Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa” (Benedetto XVI, Udienza, 7 febbraio 2007).

            E ancora: “La Chiesa necessita ubicunque terrarum di coppie di sposi come Aquila e Priscilla, che parlino e vivano con l’autorità del Battesimo, che «non consiste nel comandare e farsi sentire, ma nell’essere coerenti, essere testimoni e per questo essere compagni di strada nella via del Signore»” (Francesco, Discorso alla rota romana, 25 gennaio 2020).

Proprio il Dicastero Laici, Famiglia e Vita ci ha regalato, nemmeno un mese fa, uno strumento nuovo e quanto mai necessario: gli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Vi invito a leggelo perché costituisce un terreno in cui sarà di vitale importanza la piena (e non clericale) collaborazione tra sposi e sacerdoti per accompagnare le nuove coppie alle nozze. Che il luminoso esempio di Aquila e Priscilla vi guidi e ispiri nell’edificare assieme ai vostri sacerdoti il Corpo di Cristo.

padre Luca Frontali

Precursori di Gesù

Cari sposi,

il Vangelo di oggi inizia con questa frase: “li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Mi pare che in questa frase è contenuta l’essenza della vita matrimoniale: essere precursori di Gesù. In che senso lo dico?

Sono fresco di partecipazione alla Giornata Mondiale delle famiglie a Roma, per 3 giorni ho assistito a testimonianze una più bella dell’altra di come il Signore fa camminare le coppie verso la pienezza dell’amore. Chi tramite l’educazione dei figli, chi per l’ardua via del perdono, chi nel vivere la fragilità della relazione, ecc. Il Catechismo ci ricorda che il matrimonio è un sacramento per la missione: “Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio” (CCC 1534).

Ecco allora che questo brano del Vangelo fa chiaramente riferimento alla vostra vocazione di essere seminatori di Vangelo, di spianare la strada a Gesù che vuole essere al centro della vostra famiglia.             Dicevo della Giornata Mondiale, perché a questo proposito mi sovviene una testimonianza forte e drammatica, di una coppia spagnola già avanti negli anni, Álvaro Medina e María Rosario García. Essi ci hanno condiviso come la loro vita di fede è stata sì preparata dai loro genitori ma che la mentalità del mondo si è frapposta creando forti difficoltà e mettendo a dura prova quanto hanno ricevuto in famiglia; a loro volta questo è successo con i loro figli, educati sì secondo la fede ma che non sempre sono stati in grado di fare proprio l’esempio ricevuto. Naturalmente il finale è molto bello… e lo potete leggere direttamente dal sito dell’Incontro.

 Questo per dire che a voi spetta quest’ardua missione, nella quale non siete certamente soli, di testimoniare con la vostra vita ed anche le vostre fragilità che Gesù è vivo e ci ama. Sarà poi Lui che darà letteralmente “il colpo di Grazia” perché chi vi vede, siano i figli o altri, possano credere. La fede non è mai una fotocopia del vissuto dei genitori (meno male!) ma una conquista personale. Gesù solo vi chiede di sforzarvi ogni giorno di essere Vangelo vivo con la vostra relazione vera, autentica e sempre in cammino.

ANTONIO E LUISA

Noi, da sposi e genitori, vorremmo soffermarci su come concretizzare questo Vangelo nel rapporto con i nostri figli. Già perchè spesso ci sentiamo inadeguati. Quanti errori. Con il tempo però abbiamo compreso che l’essenziale è altro. Crediamo che sia importante non tanto che ci vedano perfetti, sempre pronti ad affrontare ogni situazione. Non crediamo serva questo. Innanzitutto perchè non sarebbe vero, chi di noi è davvero perfetto? E poi anche perchè diventeremmo un esempio irraggiungibile per loro. Credo che ciò che Gesù ci chiede è un’altra cosa. Ci chiede di mostrarci per come siamo, persone che sbagliano ma che sono capaci di chiedere scusa e di ricominciare. Hanno bisogno di vedere due genitori che si abbracciano, che si stimano e che si vogliono bene. Hanno bisogno di vedere due persone capaci di inginocchiarsi davanti a Gesù perchè, seppure sanno di essere non sempre adeguate come sposi e come genitori, sanno anche che c’è un Padre che le ama e le sostiene. Insomma i nostri figli hanno bisogno di vedere due genitori che si fidano e si affidano a Dio e che questo li rende forti anche nella loro imperfezione.

Ricordando il Suo Amore per continuare a cercarLo

Cari sposi,

 ci troviamo alle porte della “lunga estate calda”, come il titolo di un celebre film di alcuni anni fa. Negli ultimi mesi la Liturgia ci ha invitato ad un vero e succulento banchetto nuziale: il tempo di Pasqua, la Pentecoste, le solennità della Santissima Trinità, del Corpus Domini, per finire alla grande con il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria.

 Ora si ritorna all’ordinario, forti delle grazie che la Chiesa ci ha dispensato in questo periodo. Quali grazie hai ottenuto? Che doni ti ha fatto il Signore? Pensa alle luci o ai passi in avanti che Gesù vi ha fatto fare in questo periodo perché è importante farne sempre memoria e tenerli sulla punta delle dita. Per questo Papa Francesco ce lo ricorda:

Teniamo ben presente che progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può «progredire all’indietro», andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente «rivoluzionaria»: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa” (Discorso ai parroci, 2 marzo 2017).

Parto da questa considerazione importantissima – far memoria e valorizzare le grazie ricevute – per agganciarmi al Vangelo odierno. Gesù ci sta invitando alla Sua sequela, a metterci in cammino con Lui, sia personalmente che in coppia. Ci ha coccolato con tante feste e solennità ed ora ci esorta giustamente a donare e ri-donare tanta grazia. Il bello della sequela di Cristo è che si deve e si può ravvivare e riaccendere ogni giorno. Non viviamo di rendita, non siamo sposi (né preti) per inerzia, rimembrando nostalgicamente gli inizi della nostra storia, ahimè oramai lontani. Che noia e che strazio se fosse così!

Gesù vi chiama oggi! Vi vuole suoi oggi! Perché il Suo Amore è lo stesso, ieri oggi e sempre. Perciò non importa se l’altro giorno siamo stati un disastro, se abbiamo litigato pesantemente o addirittura siamo stati un anti-testimonianza per i figli. Gesù mi chiama sempre nell’adesso della mia vita, difatti nel Vangelo Egli usa sempre verbi al presente. Se vi aiuta, vi esorto a rileggere la bella preghiera di San Giovanni XXIII intitolata “Solo per oggi”; ecco alcuni passaggi che illuminano l’importanza di iniziare ogni giorno a seguire Gesù:

Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta… Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.

Come sarebbe bello se, in coppia, vi soffermaste quotidianamente a pregare: “come vogliamo seguirTi Gesù oggi? Come possiamo essere una coppia credente? Cosa possiamo fare assieme a Te?”

Ricordatevi che la vostra sequela di Gesù è del tutto speciale, anzi, è unica! Proprio perché siete una sola carne, senza tralasciare ovviamente il proprio personale rapporto con il Signore. Quindi, oltre al cammino di ciascuno, avete anche la grazia di seguire Gesù in due. Sentite che belle parole scrive su questo don Renzo Bonetti:

Accanto a questa immagine e somiglianza c’è negli sposi anche un’altra prospettiva: Lui, Gesù, li ha scelti, li ha con-chiamati. Tutte le altre vocazioni sono una chiamata al singolare. Penso a noi sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, a chiunque è consacrato: è la chiamata di quella singola persona a seguire Gesù. Voi sposi non siete chiamati singolarmente al matrimonio. C’è una chiamata insieme, c’è una con-chiamata a seguire Gesù, perché Lui possa vivere in voi e manifestare agli altri il Suo Amore” (R. Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pag. 10).

Care coppie, forza! La Chiesa proprio in questi giorni nella Colletta ci ricorda che: “Tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore”, ossia che ognuno di noi gode di una spinta illimitata ad amare e servire e ogni giorno quella roccia è sotto i nostri piedi.

Il passato vi serve per ricordare il bene e i doni ricevuti dal Signore, affinché questo poi ravvivi in voi la consapevolezza di essere in una grande storia di Amore, da proseguire nella vita ordinaria, con una preghiera condivisa, con un’intimità profonda, con un dialogo sincero, con un impegno concreto nella vostra chiesa locale.

ANTONIO E LUISA

Quando ho letto la riflessione di padre Luca ho subito pensato alla promessa che io e Luisa ci siamo scambiati il giorno delle nostre nozze. Abbiamo promesso di amarci ed onorarci tutti i giorni della nostra vita. Non abbiamo promesso per tutta la vita ma per tutti i giorni della nostra vita. Non è forse lo stesso concetto della preghiera del papa santo bergamasco? Ecco abbiamo solo oggi per dimostrare il nostro amore. Coraggio!

Cuore Immacolato di Maria

Cari sposi,

dopo aver celebrato ieri la Solennità del Sacro Cuore di Gesù, oggi la Chiesa guarda con grande riconoscenza, a Colei che Lo ha generato secondo la carne: dal Cuore Immacolato di Maria si è formato quello di Gesù.

Tale festa ha una storia relativamente recente, ne fu grande promotore S. Giovanni Eudes (1601-1680), tuttavia, bisogna aspettare fino a Papa Pio XII (1939-1958), nel 1944, per un riconoscimento universale della festa in tutta la Chiesa. Determinante, per arrivare a una tale proclamazione sono di certo state le apparizioni a Fatima del 1917 e sappiamo bene quanto, per tutto ciò, la venerazione al Cuore Immacolato di Maria abbia ricevuto una grande diffusione sino ai giorni nostri.

Vorrei soffermarmi oggi con voi sulla frase del Vangelo da cui la Chiesa trae grande ispirazione: “Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo Cuore”. Quali cose medita e conserva Maria? Tutto quello che riguarda Suo Figlio, le sue parole, i suoi gesti, la sua missione, la sua vita. Sembrerebbe una frase un po’ scontata, difatti, quale madre non guarda con profondo orgoglio la vita di ognuno dei suoi figli? Quale mamma non ricorda bene i loro momenti salienti, sia belli che difficili? Che c’è allora di così particolare dietro queste parole?

Papa Benedetto ci spiega molto bene cosa vuol dire il meditare e il serbare di Maria:

L’evangelista Luca ripete più volte che la Madonna meditava silenziosa su questi eventi straordinari nei quali Iddio l’aveva coinvolta. Lo abbiamo ascoltato anche nel breve brano evangelico che quest’oggi la liturgia ci ripropone: «Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Il verbo greco usato “sumbállousa” letteralmente significa «mettere insieme» e fa pensare a un mistero grande da scoprire a poco a poco. […] Alla scuola di Maria però possiamo cogliere con il cuore quello che gli occhi e la mente non riescono da soli a percepire, né possono contenere. Si tratta, infatti, di un dono così grande che solo nella fede ci è dato accogliere pur senza tutto comprendere” (Benedetto XVI, Omelia 1° gennaio 2008).

Maria sa reinterpretare tutto, riesce a mettere i pezzi assieme di quanto viveva fino a ottenere una trama coerente e leggervi i segni della presenza di Dio. Questo sì che è molto, ma molto rilevante! Spesso ci accade, invece, di vedere la mano di Dio solo in certi ambiti della nostra vita e in altri negarla completamente.

Maria oggi ci dimostra che la presenza di Dio supera il nostro povero comprendono. Prendiamo ora la parola “cuore”, sappiamo bene che in ebraico “לֵב” tradotto come “lev”, ossia appunto “cuore” ha un campo semantico più esteso della semplice affettività. Esprime, difatti, a un tempo l’intelligenza, gli affetti, i desideri, i pensieri, i ricordi. Quindi in Maria il conservare nel cuore significa che lo sguardo di fede era qualcosa di totalmente assimilato e facente parte del suo vissuto, senza divisioni, scissioni o contrasti.

Concretamente, ciò vuol dire che la sua maternità così misteriosa, come anche il cammino di vita che aveva intrapreso con e per Gesù e pure i saliscendi drammatici sofferti in più occasioni, erano tutti “messi insieme” sotto un comune sguardo di fede, in tutti essi Maria vedeva Dio operante nella sua vita e di questo ne era profondamente contenta. Non vuol dire che Maria non abbia avuto dubbi o ripensamenti, tutto il contrario! Lo stesso Concilio Vaticano II dice che “Maria avanzò nel pellegrinaggio della fede” (Lumen Gentium, 58), cioè Maria è cresciuta nella fede, dal momento dell’Annunciazione fino al Golgota.

Che significato sponsale vedo in tutto ciò? Che in quel Cuore Immacolato Maria si è sempre riconosciuta Sposa di Dio, Coniuge dello Spirito Santo e questa consapevolezza è penetrata fino al midollo della sua anima. Perciò, il desiderio e l’augurio, cari sposi, in occasione di questa bella ricorrenza legata alla nostra Mamma Celeste, è che anche ciascuno di voi sappia conservare così bene nel cuore, cioè nella vita, il dono nuziale e di viverlo sempre con una fede crescente.

Padre Luca Frontali

Date loro voi stessi da mangiare

Cari sposi,

l’immagine di questo articolo è presa dal celeberrimo inno eucaristico, Adoro Te devote, composto nientemeno che da San Tommaso D’Aquino, in occasione di una delle prime grandi processioni eucaristiche della storia, avvenuta a Orvieto nel 1264.

In un passo dell’Inno si dice: “Pie pellicáne, Jesu Dómine,Me immúndum munda tuo sánguine,Cujus una stilla salvum fácere,Totum mundum quit ab ómni scélere”, cioè, “O pio pellicano Signore Gesù, purifica me, peccatore, col tuo sangue, che, con una sola goccia, può rendere salvo tutto il mondo da ogni peccato”.

In passato si credeva che il pellicano femmina, avendo ancora i pulcini nel nido e in momenti di scarsità di cibo, si ferisse il petto per nutrire la prole con il suo stesso sangue. Perciò il pellicano è diventato un simbolo eucaristico. Ho scelto questa immagine ricorrente del Corpus Domini, e per l’appunto quasi sempre presente sulla porta del Tabernacolo, volendo fissare l’attenzione sulla frase odierna di Gesù: “Date loro voi stessi da mangiare”.

Se ci fate caso, gli apostoli, dinanzi alla massa da sfamare, erano ben pronti a fare una colletta per poi andare in giro a comprare cibo. Ma Gesù li stoppa, sarebbe stato più o meno facile fare quello; invece, chiede di essere loro la fonte del cibo, che il cibo provenga da loro. Evidente, era un’avvisaglia della loro imminente “ordinazione sacerdotale” che sarebbe accaduta nell’Ultima Cena.

Tutto ciò ha comunque un fortissimo riferimento anche al matrimonio essendo esso pure in profonda relazione all’Eucarestia. Perciò, cari sposi, sentite anche per voi l’invito di Gesù che vi dice: “C’è un mondo da sfamare, un mondo affamato di amore vero, non di surrogati: date loro da mangiare il vostro amore, ripieno del Mio”.

Difatti, se il mondo vi chiedesse: “cosa avete di particolare voi sposi cristiani?”. A tale domanda, che puntualmente rivolgo ai fidanzati nei corsi, la risposta, grosso modo, spazia sempre tra: l’avere figli, amarsi, educare bene… ma non sono cose comuni a TUTTI gli sposi? Dall’uomo di Neanderthal fino alle coppie che un domani colonizzeranno i satelliti di Giove.

Ciò che realmente vi caratterizza e che sfama il mondo è il vostro amore “Eucaristizzato”. Mi spiego meglio. Nell’Eucarestia Gesù forma con noi una sola carne (cfr. Catechismo, 1329), è come se Gesù volesse “far l’amore con noi”, unirsi al tal punto che la Sua carne diventa la nostra e la nostra è presa da Lui. Ecco perché la Messa è il talamo sia del sacerdote e soprattutto diventa il talamo nuziale degli sposi!

Il Concilio Vaticano II ha proclamato l’Eucarestia “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium 11), ma dicendo ciò si può anche affermare che Essa è il culmine e la fonte del matrimonio, ossia non esiste matrimonio meglio riuscito e più perfetto di quello che si celebra in ogni Messa tra una coppia e Gesù.

Perciò l’unione che sperimentate lì, diventa la fonte di un amore totalmente rinnovato e ingigantito. È quello che il mondo si aspetta da voi! Non appena uscite dalla Messa, il “mondo” è lì che aspetta che il vostro rapporto splenda di luce nuova, perché portate con voi Gesù. Noi preti Gesù lo portiamo fuori dalle chiese in modo straordinario con le processioni del Corpus, le quali ahimè sono sempre meno, oppure quando visitiamo gli ammalati. Ma voi invece Gesù lo portate fuori dalla parrocchia ogni volta che Lo ricevete nella Comunione. Ed è lì allora che Gesù vi ripete: “date loro voi stessi da mangiare”. Non dovete imitare i preti che predicano, dovete vivere nel vostro corpo e nelle vostre relazioni che Gesù ce l’avete dentro.

So bene il senso di inadeguatezza che può pervadere la vostra sensibilità al sentire queste parole, ma dobbiamo sempre contare sulla potenza dello Spirito che sta agendo in noi, e spesso, malgrado noi. Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Ecclesia de Eucharistia dice:

Attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, Cristo ci comunica anche il suo Spirito. Scrive sant’Efrem: «Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di sé stesso e del suo Spirito. […] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. […] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo” (n° 17).

Siamo freschi di Pentecoste, care coppie. Non cedete alla tentazione di guardare ai vostri limiti ma pensate che Gesù è nel vostro amore e lo Spirito vi guida costantemente. Siate perciò un “matrimonio eucaristico”, una relazione di amore che vive consapevolmente unita a Lui affinché il mondo sia sfamato dai vostri gesti e dalla vostra vita ordinaria.

ANTONIO E LUISA

Dopo la riflessione di padre Luca così profonda, teologica e ricca di spunti meravigliosi, non vogliamo scrivere molto di più. Semplicemente vi rammentiamo una realtà che è specifica per noi sposi. Un modo speciale di comprendere l’Eucarestia. Quando ci doniamo in una intimità casta (per dono e non per possesso) l’uno all’altra possiamo fare esperienza concreta del significato dell’Eucarestia, del dono totale di Cristo. Fare l’amore è gesto liturgico e sacro proprio per questo. Impegniamoci a fondo nel prepararci alla nostra intimità. Prepariamo il cuore purificando il nostro sguardo e corteggiando l’amata/o. Non è fatica sprecata. Il nostro impegno sarà ripagato e la nostra intimità si trasformerà in un momento di vera comunione tra noi e con Dio.

Finalmente e per sempre a casa!

Carissimi sposi,

oggi celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Come mai è posta sempre appena dopo la Pentecoste? È per ricordarci che il progetto di Dio su ciascuno di noi, culminato nella nostra Redenzione grazie alla passione, morte e risurrezione di Gesù, e giunto a pienezza con il dono dello Spirito, hanno comunque una mèta, non sono fine a sé stessi, in un certo senso sono mezzi per questo grandioso Fine: arrivare a vivere per sempre con e nella Trinità. In effetti, la Trinità è la nostra vera casa, è la nostra Famiglia per eccellenza, la quale vuole farci appartenere totalmente a Sé. Sono verità da meditare in ginocchio, talmente grandi e profonde.

Pensate che una delle migliori sintesi teologiche pubblicate finora ha come titolo: “Dalla Trinità alla Trinità”. La nostra vita è iniziata da un atto sovrabbondante di amore di Dio ed Egli vuole compierlo facendoci parte della sua vita ed esistenza. Ecco allora che oggi torniamo a parlare di Battesimo, perché è lì che è iniziato tutto, è da quel momento che la Trinità è la nostra Famiglia e la nostra Casa. Perciò vi aggiungo questo testo stupendo di Papa Benedetto che spiega tutto ciò molto meglio:

Una prima porta si apre se leggiamo attentamente queste parole del Signore. La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome” (Lectio divina del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

Il Papa qui fa un parallelo tra Battesimo e Matrimonio: l’unione è totalizzante in entrambi ed è quello che cerca per noi la Trinità. L’amore è così, vuole tutto dell’altro, vuole appartenere completamente. E quindi, celebriamo con gioia questa Festa perché ci ricorda chi siamo e dove andiamo, ci dona una certezza esistenziale come cristiani e come sposi sul senso profondo della nostra vita.

ANTONIO E LUISA

Dopo aver letto il Vangelo e le parole di padre Luca mi è venuta una riflessione. Forse in apparenza c’entra poco ma, a mio parere, rappresenta bene ciò che è il matrimonio e ciò che è anche la Trinità. Gesù con la Sua umanità concreta e visibile, unita alla sua appartenenza a Dio Trinità ci offre l’occasione di conoscere il Padre. Come Lui stesso dice Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non significa altro che affermare che chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. Perchè l’uno è nell’altro e insieme allo Spirito Santo sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione. Ciò significa che anche noi abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare al mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

A immagine della Trinità: peso o talento?

Cari sposi,

            domani celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Una festa collocata proprio appena dopo il tempo di Pasqua per significare che la risurrezione e il dono dello Spirito ci vogliono portare nel fondo alla piena Comunione divina, quando prenderemo parte alla nostra vera casa e Famiglia, cioè appunto la Trinità.

Perciò è il Mistero per eccellenza (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 234) davanti al quale offriamo tutta la riverenza della nostra fede. Ma d’altra parte il Signore vuole che lo conosciamo, vuole che entriamo in un rapporto vere e personale con Lui. Quindi la Trinità vuole svelarsi a noi! Come possiamo “capirLa”? In che modo farne esperienza?

Il Signore ha voluto creare un legame particolarissimo con la Trinità e noi tramite il matrimonio e la famiglia. Il Magistero su questo aspetto è molto chiaro:

Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina.” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 6).

Ed anche Papa Francesco si inserisce su questa scia quando dice: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (Amoris Laetitia 11).

Quindi, carissime coppie, ciascuna di voi, per il solo fatto di essere sposi e di avere il dono del Sacramento nuziale, è un riflesso della Trinità. Vi invito di cuore a meditarlo spesso, ad approfondirlo assieme, a chiedere luce allo Spirito perché vi faccia andare sempre più a fondo in questa meraviglia.

Detto questo potrebbe accadere in più di uno di voi di sentirvi schiacciati da una così grande responsabilità. Se poi subentra lo scoraggiamento di cadute e ferite, anche solo il ricordo di tale verità diventa motivo di fastidio: “non fa per noi due, poveri buzzurri”. Papa Francesco, molto saggiamente, ben sapendo che codesti individui e coppie sì esistono ha appunto parlato di evitare di imporre pesi e piuttosto illuminare le coscienze (cfr. Amoris Laetitia 37).

Ecco, quindi, che vorrei invitarvi a guardare alla vostra vocazione di essere immagine e somiglianza come un vero e proprio talento. Sappiamo bene dalla parabola dei talenti (cfr. Mt 25, 14-30) che il dono ricevuto non è da tenere inerte ma da far fruttificare.

Come mettere in atto allora la vostra “divina somiglianza”, prendendo spunto da un libro del Card. Marc Ouellet proprio su questo punto? Come essere concretamente noi due sempre più somiglianti alla Trinità? Sembra quasi blasfemo dirlo così ma è la Volontà di Dio! È il Signore che vi ha dato questo talento perché diventiate un riflesso dell’Amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito!

Anzitutto, questo avverrà nella misura in cui camminate umilmente e semplicemente nella via della santità di coppia, mettendo Cristo al centro della vostra vita e relazione. Sempre Papa Francesco fa un riferimento proprio a questo in Gaudete et Exultate: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due…ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro” (n° 141). Che bello che il Papa parli al presente, cioè, come dire: è alla vostra portata, forza!

Inoltre, come conseguenza, l’essere immagine divina per voi coppie passa dal vostro amore fecondo. È ancora Francesco a dircelo: “la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore” (Amoris Laetitia 11)

Come tante altre volte si è scritto in questo blog la fecondità va ben oltre la fertilità. La coppia feconda è colei che genera vita divina in sé stessa, negli altri attorno a sé, che è fonte di comunione, che sa mantenere relazioni sane e sante. Per cui care coppie, vi auguro di vedervi sempre con quel talento stupendo e, lungi dal volerlo sotterrare, lo sappiate far fruttare nella vita ordinaria.

padre Luca Frontali

Il matrimonio, ovvero la Pentecoste degli sposi

Come dice don Carlo Rocchetta, sulla scia di Pavel Evdokimov (1901-1970), il celebre teologo russo, il matrimonio è la “Pentecoste degli sposi”. Quanto è importante essere a conoscenza di questo per voi, altrimenti è come aveste un succulento conto in Intesa San Paolo ma non vi attingete mai!

Che significa per voi sposi che siete stati investiti di Spirito Santo il giorno delle vostre nozze? Vorrei rispondere a questa domanda con un testo bellissimo di S. Cirillo di Gerusalemme (313-386), uno dei Padri della Chiesa che hanno contribuito all’affermazione solenne della Divinità dello Spirito Santo nel Concilio di Costantinopoli (381).

“Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici. Infatti, si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7). Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 16, sullo Spirito Santo).

Guarda che meravigliosi effetti produce lo Spirito! Dispensa grazie e doni, illumina l’intelletto, allontana il male, concede il discernimento, rende padroni di sé, ispira la misericordia, fa diventare saggi, ci rafforza davanti alle difficoltà della vita, ci protegge dal male… Ditemi se tutte queste cose non sono più che necessarie nel matrimonio!

Ecco allora che voi sposi siete proprio chiamati a diventare habitué, avvezzi, affiatati dello Spirito. Sarebbe proprio bello che non passi giorno senza che lo avete invocato, consultato, supplicato e L’avete assecondato consapevolmente. E vedrete quanti frutti che ci saranno nella vostra vita!

ANTONIO E LUISA

Cosa avremmo fatto Luisa ed io senza il sacramento del matrimonio e senza lo Spirito Santo che ne fa parte e ci è stato donato il giorno delle nozze? Eravamo due giovani feriti e pieni di fragilità e inconsapevoli di chi eravamo, figli amati e bellissimi agli occhi di Dio. Facevamo fatica, tutti e due, a scorgere questa nostra bellezza. Lo Spirito Santo nel matrimonio, nella relazione, nella vita di fede, nel e attraverso l’altro, ci ha permesso di “guarire” giorno dopo giorno quelle ferite. Oggi siamo un uomo e una donna diversi. Siamo ancora consapevoli delle nostre fragilità e dei nostri errori ma ci sentiamo amati così come siamo. Questo fa tutta la differenza del mondo. Questo ci permette di vivere come nella Preghiera Semplice di San Francesco: Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

“La nostra umanità è innalzata accanto a Te”

Cari sposi,

vi siete mai contemplati assieme in Cielo? Fin dove è arrivata la vostra immaginazione riguardo il futuro della vostra vita matrimoniale? Certamente è per tutta la vita, “per invecchiare a fianco dell’altro” come spesso si dice. Ma l’amore coniugale ha dentro qualcosa di più di tutta una vita assieme. È certo che il vincolo, generato dal sacramento, è finalizzato alla vita presente e non ci sarà di là. Ma l’amore tra di voi non finisce con il funerale.

La festa di oggi è assai significativa e vorrei – lo spero – aiutarvi a varcare la soglia dello spazio e del tempo perché l’amore in voi sa di Eterno. L’Ascensione è il suggello meraviglioso alla Risurrezione. Gesù non diventa uno spirito che si dissolve ma è Lui in carne ed ossa e con il suo Corpo glorificato torna dal Padre nello Spirito. Stesso destino è riservato per voi sposi, per cui la vostra relazione di amore è chiamata ad ascendere in Cielo in corpo e anima. Non mi sto inventando nulla, perché è il rito stesso a gettare luce su questa verità quando dice:

Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo” (Rito del matrimonio, Seconda formula di benedizione nuziale, n° 86).

Uno può pensare che là saremo insieme a prescindere dal fatto di essere marito e moglie. In parte è vero ma per gli sposi c’è un qualcosa di più se sono stati uniti da un legame consacrato dallo Spirito per tutta la vita. Come detto prima, oltre al fatto che il vincolo dura quanto una vita, tuttavia, la relazione nuziale contiene un significato che supera i limiti della finitezza:

Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n° 6).

Perciò, parafrasando quanto ho scelto come titolo dell’articolo, il quale proviene dalla preghiera colletta della solennità di oggi, ben si potrebbe dire: “la nostra relazione coniugale è innalzata accanto a Te”. “Davvero grande è questo Mistero” (cfr. Ef 5, 32)! Quanta bellezza e meraviglia contiene l’amore nuziale, impossibile da contenere in una sola vita. Cari sposi, continuate a contemplare questo dono immenso che il Signore vi ha fatto, è il modo con cui potrete assimilarlo e farlo vostro.

ANTONIO E LUISA

La parola amore contiene in sè già tutto. Significa a-mors senza morte. L’amore non finisce. Finisce certamente il matrimonio inteso come vincolo terreno. Non finisce il legame d’amore. Una volta madre Teresa incontrando Il card. Comastri gli disse: Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità. Vale anche per noi, non solo per i sacerdoti o i religiosi. Ciò che ci porteremo sarà solo la carità, l’amore. Quindi come è possibile che non esista più nulla tra Luisa e me?

Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

La santità in coppia fa proprio per noi

Cari sposi,

vorrei condividere con voi una bellissima esperienza avuta proprio ieri. Nella Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, si è svolto un convegno sul tema: “Santità, matrimonio e famiglia”. Sono stati presentati diversi casi di sposi o santi o in cammino verso gli altari e tutti vissuti nel XX, tanto che potrebbero essere stati i nostri nonni o forse anche genitori.

Mi rendo ben conto che non sia affatto facile e scontato parlare di santità per gli sposi. Pare sia un tabù vista la situazione in cui versano le famiglie negli ultimi decenni, ad alcuni sembra sufficiente dare le istruzioni minime di sopravvivenza cristiana in mezzo al marasma attuale.

Invece la Chiesa crede in voi e vi pone davanti esempi concreti non di superstiti ma di santi sposi, di chi è arrivato alla Mèta. Ma non sono lì per essere fotocopiati bensì come stimolo per puntare sempre in alto, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 13) proprio quella misura che Gesù ha pensato per ciascuno di noi. Se così non fosse ci perderemmo nel “secondo me”, il che forse non sempre coincide con la Sapienza divina.

Dire santità di coppia di sicuro ti porta a scoraggiarti quando hai davanti certi modelli impressionanti per virtù e stile di vita. Ma tutte queste testimonianze la Chiesa ce le regala solo per stimolarci e motivarci ma non per essere copiate. Questo è molto bello perché se io volessi, per esempio, essere uguale al Curato d’Ars, cosa in sé molto buona, magari potrei involontariamente allontanarmi dalla via unica e specifica che il Signore desidera per me. Servatis servandis, per voi sposi, ciò che conta è capire che Gesù ha un progetto meraviglioso per la vostra coppia e poi è importante discernere dove passa la vostra strada e dare frutti in base ai vostri talenti.

È esattamente quello che ieri, durante il convegno, la professoressa Carla Rossi Espagnet ha menzionato: “ognuna di queste coppie, a un certo punto della propria vita, anche dopo anni molto difficili dal punto di vista della serenità coniugale, ha deciso di vivere insieme il vangelo giorno per giorno, lasciando nel proprio ambiente un solco profondo di carità e fedeltà: testimoniando con la vita il proprio amore a Cristo”.

La cosa bellissima è che questa ricerca del piano di Dio e questo discernimento è sempre passato dalla vita ordinaria di tutti i giorni, fatta di dialogo, di preghiera, di intimità, di educazione dei figli, di lavoro… È quella ordinarietà che è stata impregnata di Spirito Santo dal giorno del vostro matrimonio e di questo dovete esserne estremamente consapevoli.

L’ordinario vissuto con Gesù ha una fecondità straordinaria al punto che Papa Francesco arriva a dire quanto segue: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (Amoris Laetitia 316).

Perciò care coppie, non smettete di assecondare ogni giorno lo Spirito che lavora instancabilmente perché anche voi siate una coppia santa.

padre Luca Frontali

Divino suggeritore

Vi è un detto del poeta latino Orazio (68-8) che recita così: «est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum» (Satire I, 1, vv. 106-107) ossia «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto».

Quanti propositi facciamo per essere buoni cristiani, buoni sposi, coniugi esemplari (pregherò di più, leggerò un buon libro spirituale, farò un bel digiuno, perdonerò questa persona, vincerò questo vizio…) ma poi dobbiamo sempre misurarci con la realtà e restiamo a volte delusi. Se questo accade, probabilmente è perché abbiamo poca dimestichezza con lo Spirito Santo. Come vedete, nel Vangelo di oggi, si inizia a sentire “odore” di Pentecoste e non sarà mai abbastanza l’enfasi da fare sul ruolo dello Spirito nella nostra vita, per la quasi dimenticanza in cui L’abbiamo relegato.

Dicevo che c’è un modo di fare ogni cosa, un modo giusto, equilibrato, saggio, prudente. Chi lo decide? Chi fissa questo modo di fare? C’è una sapienza umana certamente, ma in fin dei conti è il Maestro che può darci la “misura di tutte le cose”, per dirla alla Protagora. Sì, ma, come lo so? Come lo scopro? Per quello abbiamo un Maestro Interiore, che è lo Spirito Santo, come ben diceva S. Agostino: “Ti sarà maestro solo colui che è il Maestro interiore dell’uomo interiore, il quale nella tua mente ti mostra che è vero” (Lettera 266).

E noi cristiani questo Maestro lo abbiamo dentro di noi grazie a più effusioni permanenti, motivo per cui si è “attaccato” a noi in modo stabile, perpetuo: 1) per la prima volta nel Battesimo; 2) poi ratificato nella Cresima; 3) per voi sposi nel Matrimonio, 4) per noi sacerdoti nell’Ordine. Ma ogni sacramento concede il dono dello Spirito, tra di essi alcuni ne dispensano una presenza continua, come i quattro suddetti.

Che meraviglia essere docili allo Spirito Santo! In questo modo, Gli consentiamo di sapere come la pensa Gesù in ogni nostra situazione presente. Difatti è lo Spirito Santo che conosce alla perfezione il piano di Dio sulla nostra vita ed agisce segretamente nella nostra anima (1 Cor 2,9-16) perché lo possiamo compiere fedelmente.

Quanti di noi abbiamo chiarissimo che “dobbiamo essere buoni, bisogna vivere la fedeltà coniugale, è importante voler bene ai figli, mostrare affetto al coniuge è di primaria importanza, è necessario che stia più vicino ai miei genitori…”. Ideali, princìpi, aspirazioni… ma quanto costa trovare sempre il modo giusto! A tale riguardo sentite che cosa dice Papa Francesco: “Lo Spirito Santo ci guida; ci guida per discernere, per discernere cosa devo fare adesso, qual è la strada giusta e qual è quella sbagliata, anche nelle piccole decisioni” (Papa Francesco, Omelia, 11 maggio 2020).

Finisco con una bella citazione sempre di Papa Francesco: “Lo Spirito Santo innesta questo insegnamento dentro al nostro cuore, ci aiuta a interiorizzarlo, facendolo diventare parte di noi, carne della nostra carne (Angelus, 15 maggio 2016). Lui vi aiuterà a far diventare “carne”, cioè concretezza, quotidianità ogni buon proposito e desiderio di amare. Per cui cari sposi, “usate” di più lo Spirito Santo che è effuso permanentemente in voi. Lui è l’Amore tra il Padre e il Figlio. Se voi volete amare fino al dettaglio, con finezza, con tenerezza, ci vuole lo Spirito che vi suggerirà sempre come farlo.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo ci insegna a pregare. Insegna non nel senso che ci trasmette concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo: veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore e ad accettare le scelte che le persone che amiamo (siano esse figli, marito, moglie) decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imparare ad essere preghiera con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  possiamo farlo nella nostra vita di ogni giorno. Il perdono è preghiera, vivere una sessualità aperta alla vita è preghiera, mettersi al servizio dell’altro è preghiera. Tutto ciò che ci avvicina all’altro e a Dio è preghiera e viene direttamente dallo Spirito Santo.

Con Gesù non si invecchia mai

Scommetto che, anche per voi, i momenti più belli della nostra vita sono quando vi siete donati al massimo, avete lottato con tutto voi stessi per donare il meglio di voi a una persona che amate, tempo, energie, sforzo fisico, attenzione, cura… Magari abbiamo pure sofferto, ma il sapere che tutto quello era fatto con amore già ci ha ricompensato, già ci ha dato pace e serenità.

Gesù ha fatto così con noi sulla Croce e con la Risurrezione, ci ha donato il massimo della sua capacità di amore. Ma la cosa bella è che non è stato un “fuoco di paglia” passeggero. Quel modo di amare è passato a voi nel matrimonio. Da quel momento voi coppie siete perennemente “connesse”, usando un linguaggio informatico, con la Sorgente dell’amore. Scriveva San Giovanni Paolo II:

L’altra persona, la donna per l’uomo ovvero l’uomo per la donna, è un bene grandioso e indicibile proprio perché è redento. […] Nella redenzione tutto diventa nuovo (cfr. Ap, 21,5). All’uomo (si intende maschio e femmina ndr) in un certo senso viene ridata la sua maschilità, la sua femminilità, la capacità di essere per l’altro, la capacità dell’essere reciproco nella comunione” (Giovanni Paolo II, Il dono disinteressato, 8 febbraio 1994).

Oggi nella Prima lettura troviamo pure delle parole splendide di Gesù: “Io faccio nuove tutte le cose” e poi nel Vangelo Lui di dice: “Amatevi come io vi ho amato”. Ecco, unendo queste espressioni emerge lo stile di Gesù, il modo di essere di Dio. Dio non fa cose nuove, non è un cambio dal di fuori. Dio fa nuove le cose, cioè ci cambia da dentro, anche passando dalle nostre ferite e sbagli. Così ci dona un cuore nuovo, cioè un atteggiamento diverso, uno sguardo diverso su noi stessi. Che sguardo è? Fondamentalmente è come ci vede Lui.

Una coppia normalmente, nel giro di alcuni anni, passa dai fuochi d’artificio alla calma piatta della routine, questo spesso genera grossi problemi per cui si cercano le più strane soluzioni. Ma il segreto per mantenere viva quella fiamma che ha generato la relazione è entrare nel modo di amare di Dio che appunto, è sempre nuovo, sempre giovane, sempre rinnovante Nella mia esperienza con le coppie ho visto che non ci è voluto chissà quale ingrediente segreto per vivere così, non crociere o vacanze esotiche, ma piuttosto la capacità contemplativa, il voler entrare nel cuore di Dio.

Che troviamo nel cuore di Dio? C’è un amore molto particolare: il dono totale di sé, è questa la qualità dell’amore di Dio. È un amore “a perdere”, perché non calcola, non risparmia, non cerca il proprio interesse ma il bene e la felicità altrui.

Nel nostro cuore c’è la nostalgia di questo tipo di amore, penso che tutti vorremo poter amare così, perché è esso che ci rende veramente felici, è quando amiamo in questo modo che sentiamo di dare senso alla nostra vita. È proprio vero quello che Giovanni Paolo II, da giovane vescovo affermò nel Concilio Vaticano II: “l’uomo (e la donna) non trova pienamente se stesso se non nel dono sincero di se stesso” (Gaudium et Spes, 24).

Cari sposi, che bell’insegnamento oggi Gesù, lo Sposo, vi consegna! L’amore vero e fecondo non si rinnova non con stranezze o stravaganze ma rimane sempre fedele ed eternamente giovane se c’è l’atteggiamento di dare tutto di sé al coniuge.

ANTONIO E LUISA

Si è strano a dirsi ma è nella relazione che possiamo comprendere davvero chi siamo. Io sono diventato più uomo grazie a Luisa, grazie a come è fatta lei, grazie a come è diversa da me. Ho imparato ad ascoltare, ad aprirmi, ho imparato ad apprezzare una sensibilità molto diversa dalla mia. Ho imparato a fare spazio. Ho imparato ad uscire dalla mia confort zone per impegnarmi a capire un altro modo di essere. Questo non mi reso meno me stesso ma mi ha “costretto” a spostare lo sguardo da me a lei. Dai miei bisogni ai suoi. Il matrimonio è essenzialmente questo. Una scuola di comunione. Una palestra dove imparare a donarci reciprocamente per ritrovarci più ricchi. Per sviluppare quell’uomo e quella donna che siamo. Come una crisalide che diventa farfalla. Questo è il miracolo dell’amore. Questo è il miracolo del matrimonio.

Antonio e Luisa

San Mattia, ovvero l’apostolo frutto del discernimento

Non sarò certamente io a scrivere la migliore sintesi sul discernimento, tuttavia, la vicenda che oggi ci presenta la Liturgia (At 1,15-17.20-26), nella festa di San Mattia, fa proprio riferimento a questo tema. Come ben sapete, una volta che Gesù è risorto ed asceso al Cielo, avendo Egli eletto 12 persone a seguirlo più da vicino – 12 come le tribù di Israele – pertanto il collegio degli apostoli non poteva restare privo del posto occupato da Giuda Iscariota, quel numero aveva un significato estremamente profondo. Che fare? Chi poteva mai sostituire una persona che era stata chiamata personalmente da Gesù? Con quale autorità fare un gesto del genere in Sua “assenza”? Per tutto ciò gli 11 fecero discernimento.

In questo caso non si trattava esattamente di un discernimento degli spiriti, come lo indica San Paolo in 1Cor 12, 10, cioè capire la differenza tra il bene e il male, ma piuttosto di discernere quale sia la volontà di Dio, cosa ci chiede concretamente il Signore in questa circostanza, come lo indica ancora San Paolo: “discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto” (Rom 12, 2).

Un piccolo chiarimento qui ci sta, dato che ad alcuni può sembrare strano che gli 11 avessero adottato un metodo alquanto bizzarro, che sa più di magia che di fede. Questo fatto accadde prima della Pentecoste, cioè del dono pieno e totale della Grazia su di loro. Gli Undici in quel momento agirono come era usanza in Israele in momenti di dubbio e di scelte importanti (cfr. Lev 16,8Num 26,55Gios 18,10Ne 10,34; 11,1Pr 18,18Lc 1,9). Ma con la venuta dello Spirito non fu più necessario ed ora lo vedremo.

A tale riguardo capite bene che il tema del discernimento tocca in pieno la vita degli sposi, la vita ordinaria di due coniugi e di una famiglia è piena di bivi, di situazioni dubbiose o addirittura di “trappole”: cellulare ai figli sì-no? A che età? Rimodelliamo casa con il Bonus 110? Lui ha bisogno della serata-calcetto ma lei non è d’accordo; quando avere il secondo o il terzo figlio? Possibilità di un lavoro meglio remunerato ma più lontano da casa… E si potrebbe continuare così al libitum.

 Esiste un “Manuale delle giovani marmotte” che ti risponda a questi quesiti pratici? Evidentemente no, le risposte vanno cercate sempre nel Signore con la mediazione della Chiesa. È notevole quanto dice al riguardo Papa Francesco:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (Amoris Laetitia, 37).

Della serie… non che le questioni dottrinali, bioetiche o morali siano da buttare, ma che tutto ciò va sapientemente applicato alle situazioni concrete. Si tratta di vedere che il Vangelo sa rispondere ai problemi contingenti a patto che ci si metta nell’ordine di idee di imparare da Esso e non usare solo il “buon senso” o peggio ancora il “secondo me”.

Questo discernimento in coppia è esso stesso un frutto della grazia (1 Cor 12, 10), ed è essenziale per la vita di tutti i giorni. Se ne senti l’importanza e anche l’urgenza, significa che il Signore ti sta chiamando a crescere nell’amore.

Concludo con un invito ad approfondire, perché sarebbe impensabile esaurire il tema in quest’articolo. L’invito ad abbordare seriamente il discernimento in coppia. Sì, ma come? Suggerisco anzitutto di avere un padre spirituale che vi segua assieme; se questi al momento non ci fosse, potrebbe essere di grande aiuto partecipare, quando ci sarà, al seminario “Talità Kum”, organizzato dal Progetto Mistero Grande. Infine, per i più valorosi, risulta molto proficuo fare l’esperienza degli EVO (Esercizi spirituali nella vita ordinaria), come un cammino che approfondisce in modo pratico e concreto per tutti voi che avete famiglia e lavoro.

Buon cammino, care coppie! Che lo Spirito Santo vi accompagni per capire cosa vi chiede ogni giorno e vi dia la forza di realizzarlo.

Padre Luca Frontali

Appartenersi per appartenere al Padre

A meno che non abiti nelle vicinanze del Gennargentu, non è così ordinario imbattersi in una pecora o in un gregge. Personalmente gli ultimi ricordi legati a un ovino sono stati due. Anzitutto quella volta d’estate mentre ero in passeggiata e con il gruppo ci ritroviamo nel bel mezzo di un gregge. Mi sono fermato a distanza per non spaventarle e da lì ho provato ad attirare la loro attenzione imitando l’abbaio del loro cane pastore. Venendo totalmente ignorato, ho tentato allora di riprodurre i belati (e mi veniva pure bene) ma niente da fare, ciascuna continuava a brucare, come se nulla fosse. Dopo qualche minuto, si è sentito un lieve sibilo. Era il richiamo del pastore che stava tornando e subito tutte si son mosse verso di lui.

L’altra occasione è stata alle porte di Roma, davanti al cancello nostro seminario (non chiedetemi come ci fosse arrivata quella povera creatura). Ricordo solo che se ne stava lì, agitatissima, tremante, girando la testa in continuazione: si era persa la poverina, aveva smarrito il suo pastore e il gregge.

Che occhio ha avuto Gesù nell’attribuire a un contesto assai comune e generico ai suoi tempi un significato così profondo e durevole fino al giorno d’oggi! Il pastore e le sue pecore, sinonimo di reciproca appartenenza e unione. L’uno non vivrebbe senza l’altro, l’uno ha un grande bisogno dell’altro.

Per tutto ciò, appunto oggi nella Chiesa celebriamo la Domenica del Buon Pastore e difatti, si è soliti tenere le Ordinazioni dei novelli sacerdoti, come avviene a Roma ed anche in tante altre diocesi. Tuttavia, il senso profondo del Vangelo ci fa approdare anche al matrimonio. Nel testo vediamo una duplice appartenenza: quella reciproca tra Gesù e il Padre e quella tra le “pecore” e Gesù. L’unità tra i due è ugualmente forte, nulla può separare il Padre dal Figlio come nulla può strappare dal Cuore di Dio i figli e figlie che Lui ama.

A ben vedere, questo è l’immagine del matrimonio cristiano. La reciproca appartenenza tra Cristo e la Chiesa diventa, si fonde con quella tra marito e moglie. Questo è l’effetto del sacramento del matrimonio, un’unione così forte che niente è in grado di separare. Niente, a meno che la libertà umana evidentemente decida una cosa diversa… ma non certo la libertà che ha Dio di amarci e quella che ci dona per essere noi fedeli.

L’appartenenza reciproca degli sposi è una corresponsabilità non un possesso mutuo. Il primo significa che i coniugi “corrispondono”, cioè “rispondono con”. Significa avere una relazione reciproca di uguaglianza, essere in armonia e contraccambiare i doni e i beni. Il secondo sa di dominio, alla lettera “sedere sopra” o “essere padrone”. Perciò voi, per il dono del matrimonio, avete la possibilità di crescere in una costante appartenenza. La grazia vi porta ad essere sempre di più uniti ma di rimanere allo stesso tempo liberi interiormente. Allo stesso tempo, quella grazia ha il potere di unirvi anche sempre più a Dio, al Padre. È la meraviglia del matrimonio cristiano, il quale non solo punta all’intesa crescente dei coniugi ma anche li rende sempre più di Dio.

Perciò, cari sposi, con la grazia di Cristo camminate verso una sempre maggior appartenenza l’uno all’altra per essere così in unione tra di voi e con lo Sposo che vi guida indefettibilmente come buon Pastore tramite il Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha toccato delle corde importantissime. Cosa vuol dire per me amare mia moglie? E per te? Cosa vuol dire che io sono suo e che lei è mia? E per voi? Queste parole lette, nel contesto sociale in cui viviamo, non sembrano tanto belle. Rimandano immediatamente al possesso per l’appunto, alla dipendenza affettiva, e nei casi peggiori alle relazioni tossiche e alle violenze fisiche e psicologiche. No nulla di tutto questo. Lei è mia, ma perchè è lei che ogni giorno decide di donarsi a me ed io sono suo perche liberamente scelgo di donarmi a lei. Non sono io che la faccio mia ma è lei che decide di appartenermi perchè vuole appartenere all’Amore, alla promessa che diventa scelta di ogni giorno. Ogni giorno si rinnova questa mutua donazione. Quando è facile e anche quando costa fatica. Ed è lì che si trova il senso. Il senso di Luisa non sono io e il mio non è lei. Il senso è Gesù e lo possiamo trovare nel dono reciproco e gratuito. Possiamo trovarlo nel matrimonio.

Il sacramento del matrimonio è liberante quando vissuto veramente, mettendo Gesù al centro. Perchè ci accogliamo nella libertà e non nella dipendenza. Nella gratuità e non nel reciproco bisogno di completarci. Questo è possibile, almeno per me, solo in Dio. Solo quando mi sento amato da Dio e riesco a nutrirmi della relazione con Lui, posso poi donarmi a Luisa senza chiederle nulla in cambio, gratuitamente, senza pesare quanto do io con quello che ricevo da lei, solo per il desiderio di volerle bene, di volere il suo bene. Ci ho messo una vita per staccarmi da lei, per essere capace di non pretendere il suo amore ma di accogliere ciò che lei mi offre. Solo crescendo nella mia fede ho potuto amarla davvero, non più come un mendicante ma come chi desidera restituire un amore che ci precede, l’amore di Dio per ognuno di noi. Solo se ci sentiamo figli amati potremo essere sposi capaci di amare.

Suor Faustina Kowalska

Esattamente 22 anni fa (il 30 aprile del 2000), in una Piazza San Pietro molto gremita di fedeli, vuoi anche per il Grande Giubileo dell’anno 2000, veniva canonizzata Suor Faustina Kowalska (1905-1938) e da allora, quella data è rimasta legata alla sua memoria.

All’epoca ero seminarista a Roma e ricordo bene quel giorno perché in refettorio ci fecero ascoltare l’omelia del Papa Giovanni Paolo II, appunto di quella Messa di canonizzazione. Non conoscevo questa nuova santa, mi sarei avvicinato a lei e al suo Diario qualche anno più tardi. Tuttavia, quel che mi rimase nel cuore furono due passaggi delle parole del Papa polacco, le quali riecheggiano ancora oggi nella mia vita e mi sono tuttora, soprattutto in questi ultimi due anni, di grande consolazione spirituale.

Anzitutto:

Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo, tuttavia, che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio”.

E poi anche:

Non è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé. Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità. Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre, diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di gratuità e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è misericordia!”

Si può dire che gli anni di esperienze dolorose sono arrivati eccome, soprattutto gli ultimi due. In questo tempo molte coppie e famiglie hanno sperimentato una particolare difficoltà. Allora la Divina Misericordia si rivela quel balsamo che viene a sanare e guarire le nostre ferite, morali, fisiche e spirituali. In modo speciale per gli sposi queste parole hanno un’attualizzazione e una concretizzazione tutta propria, lo capite molto meglio di me.

 C’è, a tale riguardo, un breve discorso di Gesù a suor Faustina in cui emerge la Misericordia in modo limpido e diafano, è un brano facente parte del quinto giorno della Novena:

Oggi conduciMi le anime degli eretici e degli scismatici ed immergile nel mare della Mia Misericordia. Nella Mia amara Passione Mi hanno lacerato le carni ed il cuore, cioè la Mia Chiesa. Quando ritorneranno all’unità della Chiesa, si rimargineranno le Mie ferite ed in questo modo allevieranno la Mia Passione” (10.VIII.1937).

Di sfondo qui c’è tutta la teologia di San Paolo del Corpo Mistico di Gesù, espresso nella Lettera ai Corinzi (cfr.  1 Cor 6,12-20, 1 Cor 10,14-22, 1 Cor 12,4-27) ma anche l’amore di Cristo per la sua Sposa come è evidenziato in Efesini 5, 32.

Se applico questo a voi sposi, ne emerge un quadro drammatico e impressionante: Gesù avverte come siano lacerazioni fisiche, in particolar modo nel suo Cuore, ogni divisione e mancanza di perdono tra gli sposi. Quell’amore, chiamato ad essere immagine viva dell’Amore Sponsale di Cristo che viene lacerato e diviso! Quanta sofferenza causa a Gesù. Ma appunto su queste ferite viene riversata l’infinita Misericordia di Dio affinché si giunga all’unità e alla riconciliazione.

Cari sposi, se ci sono fratture o tagli nel vostro matrimonio o nella vostra famiglia, vi sia di grande consolazione sapere che Gesù in persona si è impegnato per portare la sua Pace e la sua Concordia. Vogliate pertanto anche voi diventare cultori e contemplativi della Divina Misericordia che lo Sposo Gesù continuamente effonde nella vostra relazione.

Padre Luca Frontali

Gesù, mendicante dell’amore degli sposi

Cari sposi,

penso di parlare a nome di tutti: ritrovarsi per strada seguiti da chi ti chiede soldi forse non è mai piacevole, almeno al primo impatto. Oggi nel Vangelo Gesù sembra quasi rincorrere Pietro, seguirlo passo dopo passo per chiedergli il suo cuore, il suo amore. Sappiamo bene che quelle tre domande stanno per le tre negazioni e che Gesù dimostra qui che la Misericordia supera abbondantemente il peccato umano, difatti non fa pesare per nulla il passato ma vuole solo che inizi ad amare.

Vorrei però fare una ulteriore sottolineatura; Gesù non sta solo perdonando Pietro facendogli esternare il suo amore ma sta cercando in Lui quell’amore che ancora stentava a manifestarsi, preso com’era dai suoi affari, dalla pesca, dalle barche, insomma dalla sua vita ordinaria.

Ma c’è immensamente e tremendamente molto di più in questo testo. È un qualcosa che dovremmo leggere e meditare in ginocchio: Dio che è Amore infinito, pienamente felice nella Comunione tra il Padre e il Figlio nello Spirito… domanda amore a una creatura povera e misera… Che abisso di mistero c’è qui! Basterebbe questa frase per iniziare e meditare e smettere di leggere. San Tommaso d’Aquino insegna: “Dio non ha prodotto le creature per qualche bisogno né per qualche altra causa estrinseca, ma per amore della sua bontà” (Somma Teologica, I, 32, 1, ad 3)”.

Eppure, Dio cerca la risposta da noi, una risposta di amore, di confidenza, di abbandono. Vorrei citare per esteso un testo stupendo di S. Bernardo di Chiaravalle. È una sua contemplazione di come sarebbe stata l’Annunciazione a Maria, immaginando che, presenti assieme a Lei e all’Angelo, ci sarebbero stati anche tutti i personaggi dell’Antico Testamento e tutti gli angeli del Cielo:

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. […] Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi? […] Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. […] Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. «Eccomi», dice, «sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»” (San Bernardo, Omelie sulla Madonna, Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).

E Gesù è anche un mendicante del vostro amore. Gesù, dal momento del vostro matrimonio, non cessa di chiedervi: “mi ami?. Può sembrare sdolcinato e sentimentale, tuttavia riflettendo su questa pedagogia divina, si capisce che anche voi sposi siete implicati. Gesù mendica il vostro amore perché il Suo amore sia manifestato e palese agli occhi di chi vi sta vicino. Cari sposi, vi invito a mettervi al posto di Pietro in riva al lago, vorrei che faceste due passi con Gesù anche voi e sentiste su di voi questo invito: “mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?”.

Che possiate vedere Gesù, il vostro Sposo come colui che mendica ogni giorno il vostro amore nuziale perché Lui è «il vero protagonista della storia, il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo» (don Luigi Giussani, 30 maggio 1998).

ANTONIO E LUISA

Padre Luca come sempre ha centrato il punto decisivo. La nostra fede è un continuo rispondere a quelle domande di Gesù! Fede e vocazione si intrecciano. La fede cosa è se non il nostro riconoscere l’amore di Gesù per noi. La fede non è un aderire ad una filosofia, a delle idee, a delle regole, non è sentirci parte di un gruppo che cerca di vivere gli stessi valori. Certo c’è anche questo ma la fede, nel suo significato più profondo e vero, è rispondere all’amore di una persona che è Gesù. Ed è la fede che poi ci permette di vivere la nostra vocazione matrimoniale. La vocazione è infatti la risposta a quell’amore. Rispondiamo all’amore ricevuto da Gesù restituendolo nel nostro sposo o nella nostra sposa. Per questo saremmo ipocriti a voler vivere la nostra vita di fede senza impegnarci fino in fondo a vivere la nostra vocazione.

Ripetiamoci spesso le domande che ci ha posto padre Luca. Mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?

Per acquistare i nostri libri Influencer dell’amore – L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Sposi, apostoli della Misericordia divina

Cari sposi,

stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo.

In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19). Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”.

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Alcuni di voi penseranno che padre Luca abbia esagerato. Come è possibile che noi sposi possiamo essere capaci di tanto. Essere capaci non solo di volerci bene e di curare la nostra relazione come, bene o male, succede a tutte le coppie che stanno insieme e che funzionano anche senza bisogno di un sacramento. Siamo capaci soprattutto di misericordia come quella di Gesù sulla croce. Il sacramento brilla non tanto quando tutto fila liscio. In quel caso basta il nostro povero amore di uomini e donne. Il sacramento rende una relazione profetica proprio quando le cose vanno male. Nel mio piccolo posso confermare di aver fatto esperienza dell’amore di Dio nella mia sposa. L’ho già raccontato tante volte. Quell’amore donato e immeritato mi ha toccato profondamente. Cari sposi non smettete mai di affidarvi a Dio e alla Sua misericordia per essere poi voi capaci di fare altrettanto. Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostro marito o nostra moglie.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri Influencer dell’amore – L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.