“La nostra umanità è innalzata accanto a Te”

Cari sposi,

vi siete mai contemplati assieme in Cielo? Fin dove è arrivata la vostra immaginazione riguardo il futuro della vostra vita matrimoniale? Certamente è per tutta la vita, “per invecchiare a fianco dell’altro” come spesso si dice. Ma l’amore coniugale ha dentro qualcosa di più di tutta una vita assieme. È certo che il vincolo, generato dal sacramento, è finalizzato alla vita presente e non ci sarà di là. Ma l’amore tra di voi non finisce con il funerale.

La festa di oggi è assai significativa e vorrei – lo spero – aiutarvi a varcare la soglia dello spazio e del tempo perché l’amore in voi sa di Eterno. L’Ascensione è il suggello meraviglioso alla Risurrezione. Gesù non diventa uno spirito che si dissolve ma è Lui in carne ed ossa e con il suo Corpo glorificato torna dal Padre nello Spirito. Stesso destino è riservato per voi sposi, per cui la vostra relazione di amore è chiamata ad ascendere in Cielo in corpo e anima. Non mi sto inventando nulla, perché è il rito stesso a gettare luce su questa verità quando dice:

Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo” (Rito del matrimonio, Seconda formula di benedizione nuziale, n° 86).

Uno può pensare che là saremo insieme a prescindere dal fatto di essere marito e moglie. In parte è vero ma per gli sposi c’è un qualcosa di più se sono stati uniti da un legame consacrato dallo Spirito per tutta la vita. Come detto prima, oltre al fatto che il vincolo dura quanto una vita, tuttavia, la relazione nuziale contiene un significato che supera i limiti della finitezza:

Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n° 6).

Perciò, parafrasando quanto ho scelto come titolo dell’articolo, il quale proviene dalla preghiera colletta della solennità di oggi, ben si potrebbe dire: “la nostra relazione coniugale è innalzata accanto a Te”. “Davvero grande è questo Mistero” (cfr. Ef 5, 32)! Quanta bellezza e meraviglia contiene l’amore nuziale, impossibile da contenere in una sola vita. Cari sposi, continuate a contemplare questo dono immenso che il Signore vi ha fatto, è il modo con cui potrete assimilarlo e farlo vostro.

ANTONIO E LUISA

La parola amore contiene in sè già tutto. Significa a-mors senza morte. L’amore non finisce. Finisce certamente il matrimonio inteso come vincolo terreno. Non finisce il legame d’amore. Una volta madre Teresa incontrando Il card. Comastri gli disse: Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità. Vale anche per noi, non solo per i sacerdoti o i religiosi. Ciò che ci porteremo sarà solo la carità, l’amore. Quindi come è possibile che non esista più nulla tra Luisa e me?

Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

La santità in coppia fa proprio per noi

Cari sposi,

vorrei condividere con voi una bellissima esperienza avuta proprio ieri. Nella Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, si è svolto un convegno sul tema: “Santità, matrimonio e famiglia”. Sono stati presentati diversi casi di sposi o santi o in cammino verso gli altari e tutti vissuti nel XX, tanto che potrebbero essere stati i nostri nonni o forse anche genitori.

Mi rendo ben conto che non sia affatto facile e scontato parlare di santità per gli sposi. Pare sia un tabù vista la situazione in cui versano le famiglie negli ultimi decenni, ad alcuni sembra sufficiente dare le istruzioni minime di sopravvivenza cristiana in mezzo al marasma attuale.

Invece la Chiesa crede in voi e vi pone davanti esempi concreti non di superstiti ma di santi sposi, di chi è arrivato alla Mèta. Ma non sono lì per essere fotocopiati bensì come stimolo per puntare sempre in alto, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 13) proprio quella misura che Gesù ha pensato per ciascuno di noi. Se così non fosse ci perderemmo nel “secondo me”, il che forse non sempre coincide con la Sapienza divina.

Dire santità di coppia di sicuro ti porta a scoraggiarti quando hai davanti certi modelli impressionanti per virtù e stile di vita. Ma tutte queste testimonianze la Chiesa ce le regala solo per stimolarci e motivarci ma non per essere copiate. Questo è molto bello perché se io volessi, per esempio, essere uguale al Curato d’Ars, cosa in sé molto buona, magari potrei involontariamente allontanarmi dalla via unica e specifica che il Signore desidera per me. Servatis servandis, per voi sposi, ciò che conta è capire che Gesù ha un progetto meraviglioso per la vostra coppia e poi è importante discernere dove passa la vostra strada e dare frutti in base ai vostri talenti.

È esattamente quello che ieri, durante il convegno, la professoressa Carla Rossi Espagnet ha menzionato: “ognuna di queste coppie, a un certo punto della propria vita, anche dopo anni molto difficili dal punto di vista della serenità coniugale, ha deciso di vivere insieme il vangelo giorno per giorno, lasciando nel proprio ambiente un solco profondo di carità e fedeltà: testimoniando con la vita il proprio amore a Cristo”.

La cosa bellissima è che questa ricerca del piano di Dio e questo discernimento è sempre passato dalla vita ordinaria di tutti i giorni, fatta di dialogo, di preghiera, di intimità, di educazione dei figli, di lavoro… È quella ordinarietà che è stata impregnata di Spirito Santo dal giorno del vostro matrimonio e di questo dovete esserne estremamente consapevoli.

L’ordinario vissuto con Gesù ha una fecondità straordinaria al punto che Papa Francesco arriva a dire quanto segue: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (Amoris Laetitia 316).

Perciò care coppie, non smettete di assecondare ogni giorno lo Spirito che lavora instancabilmente perché anche voi siate una coppia santa.

padre Luca Frontali

Divino suggeritore

Vi è un detto del poeta latino Orazio (68-8) che recita così: «est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum» (Satire I, 1, vv. 106-107) ossia «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto».

Quanti propositi facciamo per essere buoni cristiani, buoni sposi, coniugi esemplari (pregherò di più, leggerò un buon libro spirituale, farò un bel digiuno, perdonerò questa persona, vincerò questo vizio…) ma poi dobbiamo sempre misurarci con la realtà e restiamo a volte delusi. Se questo accade, probabilmente è perché abbiamo poca dimestichezza con lo Spirito Santo. Come vedete, nel Vangelo di oggi, si inizia a sentire “odore” di Pentecoste e non sarà mai abbastanza l’enfasi da fare sul ruolo dello Spirito nella nostra vita, per la quasi dimenticanza in cui L’abbiamo relegato.

Dicevo che c’è un modo di fare ogni cosa, un modo giusto, equilibrato, saggio, prudente. Chi lo decide? Chi fissa questo modo di fare? C’è una sapienza umana certamente, ma in fin dei conti è il Maestro che può darci la “misura di tutte le cose”, per dirla alla Protagora. Sì, ma, come lo so? Come lo scopro? Per quello abbiamo un Maestro Interiore, che è lo Spirito Santo, come ben diceva S. Agostino: “Ti sarà maestro solo colui che è il Maestro interiore dell’uomo interiore, il quale nella tua mente ti mostra che è vero” (Lettera 266).

E noi cristiani questo Maestro lo abbiamo dentro di noi grazie a più effusioni permanenti, motivo per cui si è “attaccato” a noi in modo stabile, perpetuo: 1) per la prima volta nel Battesimo; 2) poi ratificato nella Cresima; 3) per voi sposi nel Matrimonio, 4) per noi sacerdoti nell’Ordine. Ma ogni sacramento concede il dono dello Spirito, tra di essi alcuni ne dispensano una presenza continua, come i quattro suddetti.

Che meraviglia essere docili allo Spirito Santo! In questo modo, Gli consentiamo di sapere come la pensa Gesù in ogni nostra situazione presente. Difatti è lo Spirito Santo che conosce alla perfezione il piano di Dio sulla nostra vita ed agisce segretamente nella nostra anima (1 Cor 2,9-16) perché lo possiamo compiere fedelmente.

Quanti di noi abbiamo chiarissimo che “dobbiamo essere buoni, bisogna vivere la fedeltà coniugale, è importante voler bene ai figli, mostrare affetto al coniuge è di primaria importanza, è necessario che stia più vicino ai miei genitori…”. Ideali, princìpi, aspirazioni… ma quanto costa trovare sempre il modo giusto! A tale riguardo sentite che cosa dice Papa Francesco: “Lo Spirito Santo ci guida; ci guida per discernere, per discernere cosa devo fare adesso, qual è la strada giusta e qual è quella sbagliata, anche nelle piccole decisioni” (Papa Francesco, Omelia, 11 maggio 2020).

Finisco con una bella citazione sempre di Papa Francesco: “Lo Spirito Santo innesta questo insegnamento dentro al nostro cuore, ci aiuta a interiorizzarlo, facendolo diventare parte di noi, carne della nostra carne (Angelus, 15 maggio 2016). Lui vi aiuterà a far diventare “carne”, cioè concretezza, quotidianità ogni buon proposito e desiderio di amare. Per cui cari sposi, “usate” di più lo Spirito Santo che è effuso permanentemente in voi. Lui è l’Amore tra il Padre e il Figlio. Se voi volete amare fino al dettaglio, con finezza, con tenerezza, ci vuole lo Spirito che vi suggerirà sempre come farlo.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo ci insegna a pregare. Insegna non nel senso che ci trasmette concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo: veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore e ad accettare le scelte che le persone che amiamo (siano esse figli, marito, moglie) decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imparare ad essere preghiera con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  possiamo farlo nella nostra vita di ogni giorno. Il perdono è preghiera, vivere una sessualità aperta alla vita è preghiera, mettersi al servizio dell’altro è preghiera. Tutto ciò che ci avvicina all’altro e a Dio è preghiera e viene direttamente dallo Spirito Santo.

Con Gesù non si invecchia mai

Scommetto che, anche per voi, i momenti più belli della nostra vita sono quando vi siete donati al massimo, avete lottato con tutto voi stessi per donare il meglio di voi a una persona che amate, tempo, energie, sforzo fisico, attenzione, cura… Magari abbiamo pure sofferto, ma il sapere che tutto quello era fatto con amore già ci ha ricompensato, già ci ha dato pace e serenità.

Gesù ha fatto così con noi sulla Croce e con la Risurrezione, ci ha donato il massimo della sua capacità di amore. Ma la cosa bella è che non è stato un “fuoco di paglia” passeggero. Quel modo di amare è passato a voi nel matrimonio. Da quel momento voi coppie siete perennemente “connesse”, usando un linguaggio informatico, con la Sorgente dell’amore. Scriveva San Giovanni Paolo II:

L’altra persona, la donna per l’uomo ovvero l’uomo per la donna, è un bene grandioso e indicibile proprio perché è redento. […] Nella redenzione tutto diventa nuovo (cfr. Ap, 21,5). All’uomo (si intende maschio e femmina ndr) in un certo senso viene ridata la sua maschilità, la sua femminilità, la capacità di essere per l’altro, la capacità dell’essere reciproco nella comunione” (Giovanni Paolo II, Il dono disinteressato, 8 febbraio 1994).

Oggi nella Prima lettura troviamo pure delle parole splendide di Gesù: “Io faccio nuove tutte le cose” e poi nel Vangelo Lui di dice: “Amatevi come io vi ho amato”. Ecco, unendo queste espressioni emerge lo stile di Gesù, il modo di essere di Dio. Dio non fa cose nuove, non è un cambio dal di fuori. Dio fa nuove le cose, cioè ci cambia da dentro, anche passando dalle nostre ferite e sbagli. Così ci dona un cuore nuovo, cioè un atteggiamento diverso, uno sguardo diverso su noi stessi. Che sguardo è? Fondamentalmente è come ci vede Lui.

Una coppia normalmente, nel giro di alcuni anni, passa dai fuochi d’artificio alla calma piatta della routine, questo spesso genera grossi problemi per cui si cercano le più strane soluzioni. Ma il segreto per mantenere viva quella fiamma che ha generato la relazione è entrare nel modo di amare di Dio che appunto, è sempre nuovo, sempre giovane, sempre rinnovante Nella mia esperienza con le coppie ho visto che non ci è voluto chissà quale ingrediente segreto per vivere così, non crociere o vacanze esotiche, ma piuttosto la capacità contemplativa, il voler entrare nel cuore di Dio.

Che troviamo nel cuore di Dio? C’è un amore molto particolare: il dono totale di sé, è questa la qualità dell’amore di Dio. È un amore “a perdere”, perché non calcola, non risparmia, non cerca il proprio interesse ma il bene e la felicità altrui.

Nel nostro cuore c’è la nostalgia di questo tipo di amore, penso che tutti vorremo poter amare così, perché è esso che ci rende veramente felici, è quando amiamo in questo modo che sentiamo di dare senso alla nostra vita. È proprio vero quello che Giovanni Paolo II, da giovane vescovo affermò nel Concilio Vaticano II: “l’uomo (e la donna) non trova pienamente se stesso se non nel dono sincero di se stesso” (Gaudium et Spes, 24).

Cari sposi, che bell’insegnamento oggi Gesù, lo Sposo, vi consegna! L’amore vero e fecondo non si rinnova non con stranezze o stravaganze ma rimane sempre fedele ed eternamente giovane se c’è l’atteggiamento di dare tutto di sé al coniuge.

ANTONIO E LUISA

Si è strano a dirsi ma è nella relazione che possiamo comprendere davvero chi siamo. Io sono diventato più uomo grazie a Luisa, grazie a come è fatta lei, grazie a come è diversa da me. Ho imparato ad ascoltare, ad aprirmi, ho imparato ad apprezzare una sensibilità molto diversa dalla mia. Ho imparato a fare spazio. Ho imparato ad uscire dalla mia confort zone per impegnarmi a capire un altro modo di essere. Questo non mi reso meno me stesso ma mi ha “costretto” a spostare lo sguardo da me a lei. Dai miei bisogni ai suoi. Il matrimonio è essenzialmente questo. Una scuola di comunione. Una palestra dove imparare a donarci reciprocamente per ritrovarci più ricchi. Per sviluppare quell’uomo e quella donna che siamo. Come una crisalide che diventa farfalla. Questo è il miracolo dell’amore. Questo è il miracolo del matrimonio.

Antonio e Luisa

San Mattia, ovvero l’apostolo frutto del discernimento

Non sarò certamente io a scrivere la migliore sintesi sul discernimento, tuttavia, la vicenda che oggi ci presenta la Liturgia (At 1,15-17.20-26), nella festa di San Mattia, fa proprio riferimento a questo tema. Come ben sapete, una volta che Gesù è risorto ed asceso al Cielo, avendo Egli eletto 12 persone a seguirlo più da vicino – 12 come le tribù di Israele – pertanto il collegio degli apostoli non poteva restare privo del posto occupato da Giuda Iscariota, quel numero aveva un significato estremamente profondo. Che fare? Chi poteva mai sostituire una persona che era stata chiamata personalmente da Gesù? Con quale autorità fare un gesto del genere in Sua “assenza”? Per tutto ciò gli 11 fecero discernimento.

In questo caso non si trattava esattamente di un discernimento degli spiriti, come lo indica San Paolo in 1Cor 12, 10, cioè capire la differenza tra il bene e il male, ma piuttosto di discernere quale sia la volontà di Dio, cosa ci chiede concretamente il Signore in questa circostanza, come lo indica ancora San Paolo: “discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto” (Rom 12, 2).

Un piccolo chiarimento qui ci sta, dato che ad alcuni può sembrare strano che gli 11 avessero adottato un metodo alquanto bizzarro, che sa più di magia che di fede. Questo fatto accadde prima della Pentecoste, cioè del dono pieno e totale della Grazia su di loro. Gli Undici in quel momento agirono come era usanza in Israele in momenti di dubbio e di scelte importanti (cfr. Lev 16,8Num 26,55Gios 18,10Ne 10,34; 11,1Pr 18,18Lc 1,9). Ma con la venuta dello Spirito non fu più necessario ed ora lo vedremo.

A tale riguardo capite bene che il tema del discernimento tocca in pieno la vita degli sposi, la vita ordinaria di due coniugi e di una famiglia è piena di bivi, di situazioni dubbiose o addirittura di “trappole”: cellulare ai figli sì-no? A che età? Rimodelliamo casa con il Bonus 110? Lui ha bisogno della serata-calcetto ma lei non è d’accordo; quando avere il secondo o il terzo figlio? Possibilità di un lavoro meglio remunerato ma più lontano da casa… E si potrebbe continuare così al libitum.

 Esiste un “Manuale delle giovani marmotte” che ti risponda a questi quesiti pratici? Evidentemente no, le risposte vanno cercate sempre nel Signore con la mediazione della Chiesa. È notevole quanto dice al riguardo Papa Francesco:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (Amoris Laetitia, 37).

Della serie… non che le questioni dottrinali, bioetiche o morali siano da buttare, ma che tutto ciò va sapientemente applicato alle situazioni concrete. Si tratta di vedere che il Vangelo sa rispondere ai problemi contingenti a patto che ci si metta nell’ordine di idee di imparare da Esso e non usare solo il “buon senso” o peggio ancora il “secondo me”.

Questo discernimento in coppia è esso stesso un frutto della grazia (1 Cor 12, 10), ed è essenziale per la vita di tutti i giorni. Se ne senti l’importanza e anche l’urgenza, significa che il Signore ti sta chiamando a crescere nell’amore.

Concludo con un invito ad approfondire, perché sarebbe impensabile esaurire il tema in quest’articolo. L’invito ad abbordare seriamente il discernimento in coppia. Sì, ma come? Suggerisco anzitutto di avere un padre spirituale che vi segua assieme; se questi al momento non ci fosse, potrebbe essere di grande aiuto partecipare, quando ci sarà, al seminario “Talità Kum”, organizzato dal Progetto Mistero Grande. Infine, per i più valorosi, risulta molto proficuo fare l’esperienza degli EVO (Esercizi spirituali nella vita ordinaria), come un cammino che approfondisce in modo pratico e concreto per tutti voi che avete famiglia e lavoro.

Buon cammino, care coppie! Che lo Spirito Santo vi accompagni per capire cosa vi chiede ogni giorno e vi dia la forza di realizzarlo.

Padre Luca Frontali

Appartenersi per appartenere al Padre

A meno che non abiti nelle vicinanze del Gennargentu, non è così ordinario imbattersi in una pecora o in un gregge. Personalmente gli ultimi ricordi legati a un ovino sono stati due. Anzitutto quella volta d’estate mentre ero in passeggiata e con il gruppo ci ritroviamo nel bel mezzo di un gregge. Mi sono fermato a distanza per non spaventarle e da lì ho provato ad attirare la loro attenzione imitando l’abbaio del loro cane pastore. Venendo totalmente ignorato, ho tentato allora di riprodurre i belati (e mi veniva pure bene) ma niente da fare, ciascuna continuava a brucare, come se nulla fosse. Dopo qualche minuto, si è sentito un lieve sibilo. Era il richiamo del pastore che stava tornando e subito tutte si son mosse verso di lui.

L’altra occasione è stata alle porte di Roma, davanti al cancello nostro seminario (non chiedetemi come ci fosse arrivata quella povera creatura). Ricordo solo che se ne stava lì, agitatissima, tremante, girando la testa in continuazione: si era persa la poverina, aveva smarrito il suo pastore e il gregge.

Che occhio ha avuto Gesù nell’attribuire a un contesto assai comune e generico ai suoi tempi un significato così profondo e durevole fino al giorno d’oggi! Il pastore e le sue pecore, sinonimo di reciproca appartenenza e unione. L’uno non vivrebbe senza l’altro, l’uno ha un grande bisogno dell’altro.

Per tutto ciò, appunto oggi nella Chiesa celebriamo la Domenica del Buon Pastore e difatti, si è soliti tenere le Ordinazioni dei novelli sacerdoti, come avviene a Roma ed anche in tante altre diocesi. Tuttavia, il senso profondo del Vangelo ci fa approdare anche al matrimonio. Nel testo vediamo una duplice appartenenza: quella reciproca tra Gesù e il Padre e quella tra le “pecore” e Gesù. L’unità tra i due è ugualmente forte, nulla può separare il Padre dal Figlio come nulla può strappare dal Cuore di Dio i figli e figlie che Lui ama.

A ben vedere, questo è l’immagine del matrimonio cristiano. La reciproca appartenenza tra Cristo e la Chiesa diventa, si fonde con quella tra marito e moglie. Questo è l’effetto del sacramento del matrimonio, un’unione così forte che niente è in grado di separare. Niente, a meno che la libertà umana evidentemente decida una cosa diversa… ma non certo la libertà che ha Dio di amarci e quella che ci dona per essere noi fedeli.

L’appartenenza reciproca degli sposi è una corresponsabilità non un possesso mutuo. Il primo significa che i coniugi “corrispondono”, cioè “rispondono con”. Significa avere una relazione reciproca di uguaglianza, essere in armonia e contraccambiare i doni e i beni. Il secondo sa di dominio, alla lettera “sedere sopra” o “essere padrone”. Perciò voi, per il dono del matrimonio, avete la possibilità di crescere in una costante appartenenza. La grazia vi porta ad essere sempre di più uniti ma di rimanere allo stesso tempo liberi interiormente. Allo stesso tempo, quella grazia ha il potere di unirvi anche sempre più a Dio, al Padre. È la meraviglia del matrimonio cristiano, il quale non solo punta all’intesa crescente dei coniugi ma anche li rende sempre più di Dio.

Perciò, cari sposi, con la grazia di Cristo camminate verso una sempre maggior appartenenza l’uno all’altra per essere così in unione tra di voi e con lo Sposo che vi guida indefettibilmente come buon Pastore tramite il Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha toccato delle corde importantissime. Cosa vuol dire per me amare mia moglie? E per te? Cosa vuol dire che io sono suo e che lei è mia? E per voi? Queste parole lette, nel contesto sociale in cui viviamo, non sembrano tanto belle. Rimandano immediatamente al possesso per l’appunto, alla dipendenza affettiva, e nei casi peggiori alle relazioni tossiche e alle violenze fisiche e psicologiche. No nulla di tutto questo. Lei è mia, ma perchè è lei che ogni giorno decide di donarsi a me ed io sono suo perche liberamente scelgo di donarmi a lei. Non sono io che la faccio mia ma è lei che decide di appartenermi perchè vuole appartenere all’Amore, alla promessa che diventa scelta di ogni giorno. Ogni giorno si rinnova questa mutua donazione. Quando è facile e anche quando costa fatica. Ed è lì che si trova il senso. Il senso di Luisa non sono io e il mio non è lei. Il senso è Gesù e lo possiamo trovare nel dono reciproco e gratuito. Possiamo trovarlo nel matrimonio.

Il sacramento del matrimonio è liberante quando vissuto veramente, mettendo Gesù al centro. Perchè ci accogliamo nella libertà e non nella dipendenza. Nella gratuità e non nel reciproco bisogno di completarci. Questo è possibile, almeno per me, solo in Dio. Solo quando mi sento amato da Dio e riesco a nutrirmi della relazione con Lui, posso poi donarmi a Luisa senza chiederle nulla in cambio, gratuitamente, senza pesare quanto do io con quello che ricevo da lei, solo per il desiderio di volerle bene, di volere il suo bene. Ci ho messo una vita per staccarmi da lei, per essere capace di non pretendere il suo amore ma di accogliere ciò che lei mi offre. Solo crescendo nella mia fede ho potuto amarla davvero, non più come un mendicante ma come chi desidera restituire un amore che ci precede, l’amore di Dio per ognuno di noi. Solo se ci sentiamo figli amati potremo essere sposi capaci di amare.

Suor Faustina Kowalska

Esattamente 22 anni fa (il 30 aprile del 2000), in una Piazza San Pietro molto gremita di fedeli, vuoi anche per il Grande Giubileo dell’anno 2000, veniva canonizzata Suor Faustina Kowalska (1905-1938) e da allora, quella data è rimasta legata alla sua memoria.

All’epoca ero seminarista a Roma e ricordo bene quel giorno perché in refettorio ci fecero ascoltare l’omelia del Papa Giovanni Paolo II, appunto di quella Messa di canonizzazione. Non conoscevo questa nuova santa, mi sarei avvicinato a lei e al suo Diario qualche anno più tardi. Tuttavia, quel che mi rimase nel cuore furono due passaggi delle parole del Papa polacco, le quali riecheggiano ancora oggi nella mia vita e mi sono tuttora, soprattutto in questi ultimi due anni, di grande consolazione spirituale.

Anzitutto:

Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo, tuttavia, che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio”.

E poi anche:

Non è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé. Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità. Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre, diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di gratuità e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è misericordia!”

Si può dire che gli anni di esperienze dolorose sono arrivati eccome, soprattutto gli ultimi due. In questo tempo molte coppie e famiglie hanno sperimentato una particolare difficoltà. Allora la Divina Misericordia si rivela quel balsamo che viene a sanare e guarire le nostre ferite, morali, fisiche e spirituali. In modo speciale per gli sposi queste parole hanno un’attualizzazione e una concretizzazione tutta propria, lo capite molto meglio di me.

 C’è, a tale riguardo, un breve discorso di Gesù a suor Faustina in cui emerge la Misericordia in modo limpido e diafano, è un brano facente parte del quinto giorno della Novena:

Oggi conduciMi le anime degli eretici e degli scismatici ed immergile nel mare della Mia Misericordia. Nella Mia amara Passione Mi hanno lacerato le carni ed il cuore, cioè la Mia Chiesa. Quando ritorneranno all’unità della Chiesa, si rimargineranno le Mie ferite ed in questo modo allevieranno la Mia Passione” (10.VIII.1937).

Di sfondo qui c’è tutta la teologia di San Paolo del Corpo Mistico di Gesù, espresso nella Lettera ai Corinzi (cfr.  1 Cor 6,12-20, 1 Cor 10,14-22, 1 Cor 12,4-27) ma anche l’amore di Cristo per la sua Sposa come è evidenziato in Efesini 5, 32.

Se applico questo a voi sposi, ne emerge un quadro drammatico e impressionante: Gesù avverte come siano lacerazioni fisiche, in particolar modo nel suo Cuore, ogni divisione e mancanza di perdono tra gli sposi. Quell’amore, chiamato ad essere immagine viva dell’Amore Sponsale di Cristo che viene lacerato e diviso! Quanta sofferenza causa a Gesù. Ma appunto su queste ferite viene riversata l’infinita Misericordia di Dio affinché si giunga all’unità e alla riconciliazione.

Cari sposi, se ci sono fratture o tagli nel vostro matrimonio o nella vostra famiglia, vi sia di grande consolazione sapere che Gesù in persona si è impegnato per portare la sua Pace e la sua Concordia. Vogliate pertanto anche voi diventare cultori e contemplativi della Divina Misericordia che lo Sposo Gesù continuamente effonde nella vostra relazione.

Padre Luca Frontali

Gesù, mendicante dell’amore degli sposi

Cari sposi,

penso di parlare a nome di tutti: ritrovarsi per strada seguiti da chi ti chiede soldi forse non è mai piacevole, almeno al primo impatto. Oggi nel Vangelo Gesù sembra quasi rincorrere Pietro, seguirlo passo dopo passo per chiedergli il suo cuore, il suo amore. Sappiamo bene che quelle tre domande stanno per le tre negazioni e che Gesù dimostra qui che la Misericordia supera abbondantemente il peccato umano, difatti non fa pesare per nulla il passato ma vuole solo che inizi ad amare.

Vorrei però fare una ulteriore sottolineatura; Gesù non sta solo perdonando Pietro facendogli esternare il suo amore ma sta cercando in Lui quell’amore che ancora stentava a manifestarsi, preso com’era dai suoi affari, dalla pesca, dalle barche, insomma dalla sua vita ordinaria.

Ma c’è immensamente e tremendamente molto di più in questo testo. È un qualcosa che dovremmo leggere e meditare in ginocchio: Dio che è Amore infinito, pienamente felice nella Comunione tra il Padre e il Figlio nello Spirito… domanda amore a una creatura povera e misera… Che abisso di mistero c’è qui! Basterebbe questa frase per iniziare e meditare e smettere di leggere. San Tommaso d’Aquino insegna: “Dio non ha prodotto le creature per qualche bisogno né per qualche altra causa estrinseca, ma per amore della sua bontà” (Somma Teologica, I, 32, 1, ad 3)”.

Eppure, Dio cerca la risposta da noi, una risposta di amore, di confidenza, di abbandono. Vorrei citare per esteso un testo stupendo di S. Bernardo di Chiaravalle. È una sua contemplazione di come sarebbe stata l’Annunciazione a Maria, immaginando che, presenti assieme a Lei e all’Angelo, ci sarebbero stati anche tutti i personaggi dell’Antico Testamento e tutti gli angeli del Cielo:

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. […] Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi? […] Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. […] Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. «Eccomi», dice, «sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»” (San Bernardo, Omelie sulla Madonna, Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).

E Gesù è anche un mendicante del vostro amore. Gesù, dal momento del vostro matrimonio, non cessa di chiedervi: “mi ami?. Può sembrare sdolcinato e sentimentale, tuttavia riflettendo su questa pedagogia divina, si capisce che anche voi sposi siete implicati. Gesù mendica il vostro amore perché il Suo amore sia manifestato e palese agli occhi di chi vi sta vicino. Cari sposi, vi invito a mettervi al posto di Pietro in riva al lago, vorrei che faceste due passi con Gesù anche voi e sentiste su di voi questo invito: “mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?”.

Che possiate vedere Gesù, il vostro Sposo come colui che mendica ogni giorno il vostro amore nuziale perché Lui è «il vero protagonista della storia, il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo» (don Luigi Giussani, 30 maggio 1998).

ANTONIO E LUISA

Padre Luca come sempre ha centrato il punto decisivo. La nostra fede è un continuo rispondere a quelle domande di Gesù! Fede e vocazione si intrecciano. La fede cosa è se non il nostro riconoscere l’amore di Gesù per noi. La fede non è un aderire ad una filosofia, a delle idee, a delle regole, non è sentirci parte di un gruppo che cerca di vivere gli stessi valori. Certo c’è anche questo ma la fede, nel suo significato più profondo e vero, è rispondere all’amore di una persona che è Gesù. Ed è la fede che poi ci permette di vivere la nostra vocazione matrimoniale. La vocazione è infatti la risposta a quell’amore. Rispondiamo all’amore ricevuto da Gesù restituendolo nel nostro sposo o nella nostra sposa. Per questo saremmo ipocriti a voler vivere la nostra vita di fede senza impegnarci fino in fondo a vivere la nostra vocazione.

Ripetiamoci spesso le domande che ci ha posto padre Luca. Mi ami nel modo di parlare, perdonare, servire il tuo coniuge? Mi ami donandoti ai tuoi figli? Mi ami sul luogo di lavoro?

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Sposi, apostoli della Misericordia divina

Cari sposi,

stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo.

In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19). Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”.

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Alcuni di voi penseranno che padre Luca abbia esagerato. Come è possibile che noi sposi possiamo essere capaci di tanto. Essere capaci non solo di volerci bene e di curare la nostra relazione come, bene o male, succede a tutte le coppie che stanno insieme e che funzionano anche senza bisogno di un sacramento. Siamo capaci soprattutto di misericordia come quella di Gesù sulla croce. Il sacramento brilla non tanto quando tutto fila liscio. In quel caso basta il nostro povero amore di uomini e donne. Il sacramento rende una relazione profetica proprio quando le cose vanno male. Nel mio piccolo posso confermare di aver fatto esperienza dell’amore di Dio nella mia sposa. L’ho già raccontato tante volte. Quell’amore donato e immeritato mi ha toccato profondamente. Cari sposi non smettete mai di affidarvi a Dio e alla Sua misericordia per essere poi voi capaci di fare altrettanto. Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostro marito o nostra moglie.

Antonio e Luisa

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“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

Dedicato alle coppie del Sabato Santo

Care coppie,

mi sembra un po’ strano scrivere di Sabato Santo, come se vi stessi distraendo mentre cercate di vivere il Triduo Sacro. Vi scrivo quasi sottovoce per non distogliervi dal clima di preghiera e raccoglimento propri di questi giorni.

Ogni pagina di questo blog cerca di aiutare chi è sposato a vivere al meglio la propria vocazione matrimoniale. Tuttavia, non dobbiamo mai e poi mai dimenticare tutti quei fratelli e sorelle nostri nel matrimonio ma che non stanno vivendo assieme per vari motivi, soprattutto per separazioni o divorzi o lutti. Grazie al percorso di Retrouvaille ho imparato a tenerli presenti nel mio cuore ogni volta che scrivo, in modo che ogni articolo potesse valere anche per loro. Confido di esserci riuscito. Ma oggi vorrei espressamente rivolgermi appunto a chi vive una ferita relazionale, in modo speciale a chi sembra non avere più speranza.

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Come mai? Perché “il Re dorme” (Omelia di un autore del II secolo) nel sepolcro e noi stiamo accompagnando Maria nel suo dolore profondo. Con lei accanto siamo silenti dinanzi alla tomba di Gesù, meditando e contemplando tutti i segni del suo Amore infinito. Il Sabato Santo per una coppia può anche simboleggiare il “non c’è più nulla da fare”, la fine di ogni sogno o speranza nella relazione, la morte reale o affettiva del legame di vita. La Buona Notizia è che Gesù ha una parola anche per tutti quelli che stanno sperimentando una situazione del genere.

Per questo vorrei riportare l’estratto di una storia vera di coppia, proprio una da Sabato Santo: “Ricordo Mauro e Tania, una giovane coppia che dopo alcuni anni di matrimonio, con il crescere dei figli, è precipitata in una quotidianità priva di attenzione re­ciproca. […] L’intimità era venuta me­no. Entrambi, anche se in tempi diversi, iniziarono re­lazioni extraconiugali, giustificando sé stessi con la ne­cessità di sentire comprensione almeno da qualcuno. […] Vennero a Retrouvaille, […] il processo di guarigione sembrava iniziato. Entrambi decisero, con tempi diversi, di chiudere le relazioni extramatrimonia­li. […] Rima­neva però la grande libertà della persona. […] E su quella libertà si giocava la volontà di proseguire una relazione o di non proseguirla, di impegnarsi lasciandosi alle spal­le anni di atteggiamenti sbagliati, di recriminazioni e indifferenza. […] Dopo qualche mese, Mauro decise di lasciare Tania. […] Come vivere questa nuova chiusura e rottura? Rimaneva solo il silenzio di fronte a un vuoto e un’as­senza che sembrava gridare con tutta la propria forza senza emettere realmente parole. Il non-senso della morte, il non-senso della fine di una relazione segnata dalla presenza di Dio e, dove quella presenza è ancora viva, il non senso di una tomba di fronte alla quale si può solo piangere, se ne hai la capacità” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, San Paolo, Milano, 2020, pp. 130-132).

Quanto dolore e sofferenza in questo silenzio di Sabato Santo, quanti Calvari hanno scalato così tante coppie per poi vedere morire in un modo analogo la loro relazione!

Torniamo quindi al silenzio, al non aver altro da dire perché le si è provate tutte ma la morte, l’egoismo, la disperazione, la chiusura sembrano avere vinto. Penso che la risposta venga sempre da Gesù. Oggi nell’Ufficio delle Letture noi sacerdoti leggiamo un testo tanto mirabile come antico e che prima ho citato appena, un’omelia di un personaggio di cui non conosciamo il nome e che nel II secolo tentava di spiegare cosa stesse facendo Gesù mentre “riposava” nel sepolcro.

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti, non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che, come servi, ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli»” (Da un’antica «Omelia sul Sabato Santo», [PG 43, 439. 451. 462-463]).

Il silenzio assordante che portate nel vostro cuore non è un deserto di solitudine ma il clima migliore per ascoltare Gesù. Vi auguro care coppie di poter fare vostra questa meravigliosa pagina e capire che il Signore, proprio dalle vostre ferite ancora sanguinanti, può compiere grandi cose.

Padre Luca Frontali

Mistero Pasquale, Mistero Nuziale

Cari sposi,

senza mezze parole vorrei entrare nel tema di questa Domenica delle Palme. Oggi comincia la Settimana Santa, i giorni più importanti di tutto l’anno liturgico. Per questo, vi invito ad assumere uno sguardo nuziale perché Gesù che sta per donare tutto di sé, sta per regalarSi a ognuno di noi per sempre.

Più che mai in questi giorni Gesù svela il suo volto di Sposo: finalmente è arrivata la sua “ora” fatidica. Rileggendo il Vangelo di Giovanni spesso ritorna questa parola, “l’ora” di Gesù. Ma di quale ora parliamo? L’ora di celebrare il suo Matrimonio mistico con l’umanità.

Ripensate alle vostre storie di amore, con quale trepidazione avete contato i giorni mancanti alla vostra data! Più di uno avrà tenuto il conto alla rovescia sul calendario, sul computer, sul cellulare…

Con un’intensità infinitamente maggiore, Gesù attende il momento di pronunciare il suo “sì” d’amore: un “sì” detto anzitutto fuori dal tempo, nell’eternità, quando dinanzi al Padre rispose “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Sal 39, 8); e poi un “sì” vissuto fino in fondo donandoci il Suo corpo. Perciò Gesù ha celebrato un vero matrimonio, perché ha pronunciato prima il consenso e poi ha vissuto la consumazione.

Ma c’è anche l’altra parte, la Sposa, da contemplare. Sarà successo pure a voi, nei vari momenti precedenti alla celebrazione, all’ora delle foto, durante il banchetto… che tanta gente si fermi a guardare la sposa, ad applaudirla, a farle gli auguri.

La Sposa, durate la Settimana Santa vive, per così dire, tutte le fasi della vita matrimoniale. Contempliamola così. Oggi, la Sposa vive la sua “romanza”, la fase idilliaca dell’amore, gli “osanna” e le acclamazioni trionfali a Gesù ricordano giusto quella fase del matrimonio. Ma poi subentra il grigiore della vita, il tran-tran, e quella delicatezza e affetto paiono svaniti per lasciare il posto al calcolo, al “do ut des”, come quando Giuda si scandalizza per lo “sperpero” di profumo donato a Gesù. Ma l’amore nuziale può scendere ancora più in basso. Può non capire più le parole e i gesti dello Sposo, un po’ come tutti gli apostoli durante la cena; può giungere a rinnegare l’amore di un tempo, come fece Pietro davanti alla portinaia; può fuggire e lasciare solo il coniuge nel momento del maggior bisogno, come fecero gli apostoli nel Getsemani; può usare i gesti di amore, la vita sessuale, come espressioni di un amore falso, come Giuda. E infine la Sposa può anche tradire lo Sposo…

Per favore, tentate di proiettare la vostra storia matrimoniale fino ad oggi su quanto vive Gesù e su come Lo trattato i suoi più intimi. Ne trarrete tantissima luce per la vostra vita coniugale.

Per concludere e per mostrare che quanto dico non è una mia invenzione, vi riporto un breve brano di un grande teologo che ha approfondito la Parola di Dio in chiave nuziale e noterete l’importanza, durante la Settimana Santa, di porvi da questo punto di vista: “Il mistero pasquale ha già ed è natura e carattere nuziale. La pienezza pasquale/pentecostale chiama ed esige la pienezza nuziale. […] La chiave ermeneutica di tutta la vicenda di Cristo è quella nuziale. Nel dramma di Cristo si svolge il dramma nuziale. Il mistero pasquale è in sé mistero nuziale: porta a piena realizzazione le persone ivi coinvolte e le apre alla fecondità (liberazione, libertà, salvezza eterna, comunione dell’umanità con Dio)” (G. Mazzanti, Mistero Pasquale. Mistero nuziale, EDB, Bologna 2002, pag. 15).

Cari sposi, è arrivata anche per voi la vostra “ora” in questi giorni santi. Accompagnate lo Sposo, come Sposa fedele. StateGli accanto in modo speciale per imparare da Lui ad amarvi con quella pienezza di amore che solo Dio può donarvi.

ANTONIO E LUISA

Mi pare di capire dalla riflessione di padre Luca che la croce non è stata l’ultima parola, è stato un momento però spartiacque. La resurrezione è dovuta passare da una morte. Cerchiamo di guardare così i momenti più difficili della nostra storia d’amore e del nostro matrimonio. Sono state delle occasioni sicuramente dolorose, ma dove abbiamo potuto sperimentare l’amore vero, quello che salva, quello che sa andare oltre la giustizia di questo mondo ed è capace di salire sulla croce come ha fatto Gesù. Approfittiamo di questa ultima settimana per contemplare la nostra storia, contemplarla proprio quando ha vissuto i momenti di crisi, dove siamo saliti sulla croce e ne siamo rinati più forti di prima. L’amore di Gesù non è giusto per i canoni del nostro mondo, ma è giustissimo per i Suoi canoni. Gesù dà tutto senza aspettarsi nulla. Siamo chiamati allo stesso amore. Forse non sarà giusto, ma è bellissimo così. Io non vorrei una relazione che non ti chiede tutto, non voglio accontentarmi della povertà delle relazioni fragili che offre il mondo.

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Il perché della tua fedeltà coniugale

Oggi il Vangelo ci mette davanti un matrimonio altamente imperfetto, un matrimonio ferito, una relazione in crisi.

Non sappiamo la genesi di come quelle due persone siano arrivate ad andare a letto assieme, ma da che mondo è mondo queste cose ahimè avvengono. Erano consci delle conseguenze previste, se scoperti, difatti: “Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte” (Dt 22, 23.24). Ma, a quanto risulta, nemmeno tale sorte ha limitato la loro passione ed entrambi sono caduti…

A me colpisce come si pone Gesù davanti a questa situazione, come reagisce, come si comporta. Tutti dettagli che svelano il suo Cuore, stracolmo di amore. Sono aspetti che dicono tanto, per voi sposi, al vostro modo di amarvi. Come del resto lo dicono a me sacerdote su come vivo la mia donazione.

Vorrei attirare la vostra attenzione su 3 gesti di Gesù:

  • Gesù non si scandalizza, contrariamente a quello che fanno le persone attorno a Lui. In effetti sapeva dall’eternità che queste due persone avrebbero mancato di rispetto al proprio matrimonio e nel fondo avrebbero offeso Lui. Proprio per questo, quando sai che qualcuno ti ha leso e poi te lo mettono davanti, probabilmente la rabbia è maggiore. Invece Gesù dimostra solo calma, dominio di sé, pace interiore ed esteriore.
  • Gesù non fa moralismi davanti ai miei peccati. Occhio! In nessun momento Gesù le dice: “ma dai! Cosa vuoi che sia! Mica sarai la prima a fare robe del genere…”. Gesù non ha le maniche larghe, come tanti oggi vorrebbero dipingerlo, il peccato è una brutta cosa che fa male. Ma Gesù non è duro, non peggiora il suo stato di animo, già di per sé prostrato a terra.
  • Gesù la tratta con estrema dolcezza. Una “chicca” che evidenzia quanto sia buono e delicato è proprio il chinarsi fino al suo livello. Lei era lì, buttata a terra, seminuda, tremante, terrorizzata e Gesù scende al suo livello parlandole con delicatezza.

Mi chiedo se voi coniugi sapete trattarvi così davanti alle vostre piccole o grandi infedeltà. Come del resto me lo chiedo pure io se tratto così i miei confratelli o le persone che il Signore mi mette davanti.

Ma che sta cercando di fare Gesù con questa donna? Fare la bella figura davanti a chi voleva accusarlo? Sono sicuro che Lui la stesse aspettando per svelare anzitutto a lei e poi a ciascuno di noi, in primis gli sposi, la novità del suo amore.

Gesù le sta dicendo che la fedeltà è più importante del tradimento. Sembra banale? A me pare proprio di no. Per esperienza personale vedo che spesso basta una scivolata nel matrimonio per correre dall’avvocato a firmare per il divorzio…Invece Gesù le esprime anzitutto il perdono e grazie ad esso può dirle poi: “sii fedele”. Capiamo queste parole alla luce della prima lettura di Isaia perché pare che Gesù lo stia riferendo a questa donna: “Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche! Ecco, io faccio in te una cosa nuova”. La fedeltà suppone il perdono, non si può essere fedeli senza essere perdonati e perdonare a nostra volta. La novità di questo messaggio, quindi, è che con Gesù, con la sua forza, con la sua grazia, si può sempre ripartire nel matrimonio. Lui è il “Fedele” (Ap 19, 11) e Lui con la sua fedeltà e misericordia vi consente, cari sposi, di rinnovare costantemente la vostra relazione, il vostro “sì”, pronunciato dinanzi all’altare.

ANTONIO E LUISA

Eh già! Come sempre padre Luca ha colto nel segno. Leggendo il suo commento ho pensato alla mia storia con Luisa. Sapete quando il nostro amore ha fatto un salto di qualità? Quando siamo stati capaci di perdono e di amore incondizionato e immeritato. Perchè è quando sei povero e non hai nulla da dare che ti accorgi di quanto sia bello e grande l’amore dell’altro. E’ lì, quando non lo meriti, che l’amore salva e cambia il cuore. Il matrimonio è luogo privilegiato per perdonarsi e ricominciare. Il matrimonio è il luogo dell’amore che non fa calcoli ma si dà completamente.

(Anche) le famiglie imperfette (spesso) producono santi

Pensa un po’. Potessi scegliere, ti sarebbe garbato restare orfano di padre a 18 anni? Con tutta una vita davanti senza la guida paterna? Ma questo è nulla: che ne pensi se anche ti venisse tolta pure tua mamma quando ne hai solo 9 e sei un bambino bisognoso del calore materno? Ma almeno rimarresti con i tuoi fratelli. Bene, ci stai a perdere pure loro? Tipo tuo fratello maggiore ai 12, nella fase in cui vorresti tanto un modello di vita davanti a te? E magari non aver mai conosciuto la tua sorellina perché venuta meno prima che tu nascessi? Per finire con il botto, rifiliamoci l’uccisione di vari dei tuoi migliori amici per motivi razziali.

Tragico, vero? Povera creatura, così giovane e già sola davanti a un mondo crudele e con il cuore a pezzi!

Eppure, ti sto parlando di Karol Wojtyła, e tutto questo macabro elenco gli è realmente accaduto. Chi di noi sarebbe rimasto “normale” sotto i colpi di una vita così spietata? Quale senso di pessimismo, amarezza, se non addirittura disagio psicologico, non avremmo potuto sviluppare? Di certo, avresti pensato proprio a Papa Giovanni Paolo II, se non te l’avessero detto?

Oggi ricorre il suo 17° anniversario di morte, una data che tutti noi che eravamo lì a Roma ricorderemo a vita. Ma la mia menzione è soprattutto dovuta al fatto che è stato, a tutti gli effetti, il Papa del matrimonio e della famiglia.

I suoi documenti su questi temi sono un pilastro inamovibile nel Magistero della Chiesa: l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio del 1980, le Catechesi sull’amore umano, meglio conosciute come la Teologia del Corpo, pronunciate dal 1979 al 1984, la Lettera alle Famiglie del 1994, l’aver sdoganato le canonizzazioni di sposi (i coniugi Beltrame-Quattrocchi) e tantissimi riferimenti continui, durante i viaggi apostolici, le udienze e i discorsi per incoraggiare gli sposi e le famiglie nel proprio cammino di vita cristiana.

Per gli accaniti lettori segnalo a questo riguardo un ottimo libro, una miscellanea di quanto il Papa polacco ha espresso su questi temi: “Familia Via Ecclesiae”.

Quello che ritengo importante sottolineare, alla luce della mia esperienza personale e pastorale, che tanta grazia e bellezza che ha restituito alla coppia e al matrimonio, non gli provenivano da un contesto familiare ottimale, ma come abbiamo visto, tutto il contrario. Come è possibile questo?

Detto in altri termini, applicandolo alla vita di ciascuno di noi, in particolare per voi sposi, come è possibile generare legami e relazioni sane, se alle spalle ci sono tante, a volte troppe, fragilità? E il loro segno è ben visibile? Siamo condannati forse a formare famiglie di serie B? Figli di un Dio minore?

Domande che, in un modo o nell’altro, esplicite o meno, sono sorte in questi termini in tante persone che ho incontrato. Penso che il vissuto di San Giovanni Paolo II ci possa illuminare in due sensi, uno più spirituale e uno più umano.

Per prima cosa, qui si vede chiaramente come la Grazia di Dio porta a pienezza anche un’umanità ferita e privata di dimensioni molto importanti. “Nulla è impossibile a Dio”, disse l’Angelo a Maria, proprio in riferimento alla mancanza dell’intervento paterno nella nascita di Gesù. Non è una pia idea, un principio astratto. Nel Papa polacco vediamo ancora una volta i meravigliosi effetti della Grazia. Perciò, se nella tua vita riscontri mancanze o privazioni simili e questo ti abbatte e ti demoralizza, pensa che non sei mai solo, che il Signore può tranquillamente fare uso delle tue ferite per fare cose grandi. In secondo luogo, Giovanni Paolo II, a modo suo, ha messo in pratica quando Dio chiede a ogni coppia, da Adamo ed Eva in poi, cioè di “lasciare padre e madre”. Lasciare non è menefreghismo, dimenticanza, indifferenza. È capire che il Signore ti chiama a vivere il presente, a lavorare sull’adesso e non alienarsi nel proprio passato, bello o meno bello esso sia stato. Vedendo la sua vita, si nota una persona dinamica, operosa, attiva, protesa a costruire qualcosa di grande e bello.

Finisco, care coppie, esortandovi a guardare al Papa come a un modello davvero a portata di mano, un grande uomo, un grande sacerdote, un Santo che ha incarnato nella sua vocazione la sponsalità in questo modo. Da lì potete attingere anche voi per vivere in pienezza la vostra nuzialità.

Padre Luca Frontali

Siate sposi prodighi!

Cari sposi,

ditemi se questo Vangelo non è tra i più noti e conosciuti! Una pagina di Bibbia che ha penetrato anche la cultura laica, per esempio, in letteratura con André Gide o nella pittura con James Tissot o Giorgio de Chirico.

Anche in questo caso, il Vangelo ha un forte senso nuziale, benché in apparenza riguardi solo i rapporti tra genitori e figli. Guardiamo anzitutto a quei due ragazzi: il maggiore, a prima vista maturo e responsabile, e il minore, in piena rivolta adolescenziale. Tanto da venir fuori con un’iniziativa tipicamente da chi non pensa alle conseguenze delle proprie azioni, come spesso abbiamo fatto pure noi in quegli anni…

Chi ha letto il libro di Henry Nouwen, “L’abbraccio benedicente” sa bene l’implicanza e il senso di quella richiesta. Non si trattava solo di chiedere un bel po’ di soldini ma tutt’altro. Non voglio tuttavia spoilerare e vi lascio il piacere di scoprirlo.

Il figlio poi torna pentito e si trova da un lato il Padre che lo ha sempre aspettato e non si è mai dimenticato di lui e dall’altro il fratello maggiore che lo scredita e lo disprezza. Da qui si evince che il figlio minore, sebbene sia uscito di casa, in realtà ha sempre avuto suo Padre nel cuore; mentre il maggiore, tanto factotum e servizievole, a ben vedere si è sempre comportato non da figlio amato ma da servo.

A questo punto ci chiediamo: ma chi è in verità questo Padre? Il Padre è colui che mi svela la mia identità e dignità più profonda. Vi siete chiesto, immagino, molto spesso: chi sono io davvero? Non basta rispondere con la carta di identità in mano o andando a rileggere i titoli di studi o i master ottenuti. Chi mi dice chi sono? Chi mi svela la verità su me stesso? Solo il Padre è capace di fare questo. In questo si vede la nostra origine trinitaria, perché la nostra identità è sempre legata alla relazione con gli altri, non è mai una autoproduzione volontaria.

E quindi, cari sposi, eccovi qua: voi siete su una strada meravigliosa, perché con il sacramento del matrimonio voi potete essere quel volto paterno l’uno per l’altro. So che sembra qualcosa di molto strano, mischiare la relazione sponsale con quella paterna, ma è proprio così.

Come sposi, il vostro amore cresce se vi aiutate a riconoscere di essere figli dello stesso Padre, di avere la stessa origine, la vostra unità inizia proprio dall’essere figli dello stesso Padre, è un’unità di Spirito davvero profonda. Se ci pensate, è per questo che nel Cantico dei Cantici lo sposo chiama la sposa per ben 7 volte “sorella” come anche del resto accade nel Libro di Tobia. Voglio amarti con lo stesso amore che il Padre ha per te e che Lui ha per me, voglio mostrarti che mi sento amata da Dio e mi riconosco figlia prediletta.

Se questo non accade è perché non ci si vede come figli amati, come figli prediletti, perché non ci fidiamo del Padre. E allora che succede? Abbonda la disistima di sé stessi o idee spurie con cui ci si vede finendo per proiettarle sul coniuge. Alla fine, non lo vedrò più come un prediletto dello stesso Padre ma solo una personcina piena di difetti e che mi infastidisce alquanto.

Perciò, cari sposi, questo Vangelo vi sprona ad aiutarvi nella preghiera, nelle parole, nei gesti, che siete figli dello stesso Padre e in Lui troverete sempre la Fonte inestinguibile per nutrire quel desiderio infinto di amare ed essere amati.

ANTONIO E LUISA

Quanto è vera la riflessione di padre Luca. Io ho trovato il Padre nella mia sposa, in Luisa. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. 

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Quanto ancora stai facendo aspettare Gesù?

Non so quanti di voi conoscono persone implicate direttamente nell’attuale guerra (un parente, un familiare, un amico…), immagino di sì, come me del resto. Questa cosa non mi era accaduta per altri conflitti che ancora insanguinano diverse parti del mondo. Mi sembra che il Vangelo oggi si incarni in modo così brutale nella nostra vita. È come se Gesù ci sfidasse dicendoci: “quei poveri ucraini e russi che stanno morendo sono forse peggiori di voi? Avevano fatto chissà quale crimine per meritarsi le bombe?”. Non è necessario nemmeno rispondere.

Quei galilei, come del resto gli attuali belligeranti, non sono morti per punizione a causa dei loro peccati, non erano cioè più peccatori di chi è rimasto in vita. In questo testo c’è una chiave di lettura per quanto riguarda gli eventi della storia. Vivere da cristiani con i piedi ben per terra significa rendersi conto che, al di là di ogni spiegazione e analisi delle cause-effetto, di ogni interpretazione geo-politica o economica dei fatti, rimane sempre l’urgenza di convertirci, cioè di essere rivolti al Signore, con la mente, con il cuore, con la vita. Questo è l’inizio della salvezza. Invece il mainstream ci ha ripetuto per mesi, in modo quasi ebete: “andrà tutto bene”, quando i telegiornali ci stanno visualizzando l’esatto contrario.

Detto questo, non so voi, ma dalla mia coscienza sorge una grande voce: “quando ti deciderai a convertirti sul serio?” Ecco perché poi Gesù passa a parlare del fico sterile. Sapete bene che una pianta da frutti non può restare disutile così tanto tempo. Quei tre anni allora sono un dato simbolico, vuol dire che Gesù sì tiene in conto il tempo che usiamo, como le spendiamo e se ci sono progressi nella virtù e nel bene. Detto altrimenti: Gesù ti aspetta! Come un innamorato sotto casa ad un appuntamento attende impaziente il tempo in cui Lo accoglierai sul serio nella tua vita, in cui ascolterai la Sua Parola, in cui ti fiderai veramente di Lui…

Gesù attende la tua conversione, come anche la conversione della tua coppia. Vuole vedere i frutti concreti di questo cambiamento di vita, per questo abbiamo il dono della Quaresima, come un tempo ricco di grazie e aiuti per crescere personalmente e assieme.

Cari sposi, che il dramma che stiamo vivendo, ci spinga, al di là della paura o delle lamentele, a insistere come cristiani e come coppie credenti a camminare nella via della nostra conversione.

ANTONIO E LUISA

Noi vorremmo mettere in evidenza un altro aspetto tratto dalla prima lettura di oggi. Il nostro matrimonio è terra santa e luogo sacro. Guardate la persona che avete accanto, quella persona è sacra. Nella relazione con lei avete imparato a togliervi i calzari? Lei è un’alterità diversa da noi. In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. Merita tutto il nostro rispetto. Non sappiamo tutto di lei, non capiremo mai tutto di lei. Merita che ci accostiamo a lei con delicatezza, senza imporre il nostro modo di vedere le cose, senza volerla cambiare per farla come noi la vogliamo. Solo così, togliendoci i calzari, potremo davvero entrare in una relazione feconda che ci permetterà di crescere nell’amore reciproco.

Caro S. Giuseppe, ascolta il mio sfogo

Caro San Giuseppe,

vorrei scriverti una lettera aperta e ne approfitto per condividerla con gli amici sposi del Blog. Permettimi che mi sfoghi un po’ con te, so che c’è una fila molto lunga che ti interpella ma anche noi preti ogni tanto abbiamo bisogno di aprire a qualcuno il nostro cuore, noi che siamo spesso il Kleenex per tante persone. Perciò in questo momento sento proprio il bisogno di confidarmi con te.

Se mi sfogo perché sei il Patrono della Chiesa e il Custode di Gesù, è perché tu sai davvero prenderti cura di chi ami. Vedi, tante persone in questo periodo mostrano paure, dubbi, incertezze sul presente e sul futuro, non era così fino a due anni fa. E sinceramente spesso pure io provo le stesse cose. Per quello son qua: dimmi, come hai fatto tu, ai tuoi tempi ad affrontare le prove e le sfide che ti sono capitate?

Veniamo lentamente fuori, a quanto pare, da una crisi pandemica ed ora, quasi come un fulmine a ciel sereno, ci è giunta, tra capo e collo, la mazzata della guerra con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne conseguono e ne conseguiranno. Ecco il problema: dopo una prova così grande, ora ne arriva in successione una seconda! E il futuro non è affatto roseo.

Sono nato in un paese, in una cultura che mi ha abituato al benessere, ad avere più o meno tutto quello di cui ho bisogno. Oramai è normale per me pensare che il futuro è fondamentalmente come lo progetto, come lo programmo io. Invece la pandemia e la guerra mi ricordano quanto sono fragile, quanto sono caduco, quanto può essere incerto il mio futuro. Proprio come successe a te. Dimmi, mio caro Giuseppe, come hai fatto tu? Cosa mi consigli? Come ti comporteresti se vivessi nel 2022?

Ora penso a te, alla tua vita di giovane artigiano a Nazareth. Quanti sogni avevi nel tuo cuore! Un cuore puro, nobile, generoso. Ti eri innamorato di quella giovane, vicina di casa, Maria, con cui sognavi di formare una famiglia. Nemmeno il suo intimo e segreto desiderio ha bloccato il tuo amore per Lei: eri disposto a tutto, pur di vivere con Lei tutta la vita.

Poi sono iniziate le prove: una maternità misteriosa, il terrore della lapidazione, i tuoi dubbi lancinanti, i sospetti di tradimento… Ci ha pensato il Signore a illuminarti e guidarti. Poi il viaggio a Betlemme, con tua moglie in quello stato. Poi la pena e la tristezza di non trovare un posto migliore per Gesù che una grotta e subito dopo il terrore di poterlo perdere a causa di Erode. Così, sei diventato fuggiasco con la tua famiglia, hai percorso a piedi qualcosa come 900 km per raggiungere l’Egitto. Lì hai dovuto rifarti una vita, cambiare tutto: terra, lavoro, conoscenze, lingua. E poi, al poco tempo, tornare a casa e di nuovo ricominciare daccapo.

Che vita! Quanti colpi di scena impensabili, quante “mazzate” hai ricevuto. Non hai avuto una vita semplice: sempre lavoro e prenderti cura della tua famiglia. E la cosa che più mi colpisce è il tuo silenzio, il non lamentarti mai, l’affrontare tutto a testa bassa, caparbiamente, senza mollare la presa.

Ora, forse, con tutto ciò mi stai in un qualche modo rispondendo. Io che vorrei un presente e un futuro rosei, io che vorrei poter calendarizzare tutto fino al 2050. Ho capito che devo prendere la vita come te, come viene, ma soprattutto non confidando nelle mie povere forze ma sempre e solo in Dio Padre.

Ho fatto bene, mi sa, a condividere questo mio sfogo con gli sposi. Dopotutto quello che hai vissuto tu, l’hanno condiviso pure tua Moglie e tuo Figlio. Penso che, ancora di più che per un prete, sei di esempio per loro, gli sposi, che vivono in modo speciale le difficoltà del presente. Grazie, caro Giuseppe. Grazie per ascoltarmi. E soprattutto grazie per vegliare sempre su ciascuno di noi.

Padre Luca Frontali

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Cerchiamo il Tuo volto nei nostri volti

Cari sposi,

continuiamo a vivere un tempo difficile, a causa della guerra e per l’incertezza sul futuro. Proprio in questo contesto il Vangelo odierno viene a illuminarci e confortarci.

Tutta la scena ha due grandi fasi, la vita ordinaria e poi un momento stra-ordinario, la Trasfigurazione appunto. Nel tempo ordinario è quando avvengono cose belle e meno belle per Gesù e gli apostoli: le fatiche di ogni giorno di predicare il Vangelo, gli insuccessi, i rifiuti dei farisei ma soprattutto è nell’ordinario che avviene l’annuncio della passione. Invece al momento della Trasfigurazione di Gesù tutto il resto sembra svanire, resta solo una grande gioia e pace in Pietro, Giacomo e Giovanni.

Che significato ha questa sorta di ambivalenza? Non è che Gesù voglia illuderci un cinque minuti per poi farci ripiombare nel tran tran giornaliero? A riprova di quanto dico, se continuiamo a leggere il Vangelo, non appena loro quattro scendono dal Tabor, si trovano davanti al fiasco dei rimanenti apostoli nel tentare di esorcizzare un giovane posseduto. Se così fosse, allora avrebbe ragione Karl Marx quando diceva che: “La religione è il sospiro di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. Essa è l’oppio dei popoli” (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico). Invece San Paolo, che di botte e colpi nella vita li aveva presi eccome (cfr. 2 Cor 11, 24-27), dice: “Tutte cose queste che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo!” (Col 2, 17). Cioè il male e la sofferenza, davanti alla grandezza di Cristo, non reggono il confronto. Come direbbe il Venerabile Tonino Bello, essi sono “collocazione provvisoria”.

Allora la prospettiva si ribalta! L’esperienza sul Tabor è la realtà, quella vera, tangibile, oggettiva, quella che rimarrà sempre. Fintanto che non arriviamo lì, viviamo ancora nel provvisorio, nel volubile, nel mutevole. In un certo senso, aveva ragione Schopenhauer il mondo è una rappresentazione ed è illusorio, quindi, non è reale poiché il reale può essere trovato solo togliendo ciò che lui definisce “il velo di Maya” e la realtà è Cristo Risorto.

Questo vale certamente pensando al momento presente ma vale anche nel matrimonio. In una coppia, data la prossimità e la compresenza, i lati fragili e deboli sono sempre in vista e con il tempo possono diventare davvero insopportabili. Ma è solo con la luce di Cristo, con la sua Presenza che tutto ciò, pur non cambiando, si vive in un altro modo. Quando una coppia si vede alla luce di Cristo, scopre che Lui è sotto quel caratteraccio, in quelle ciabatte buttate là, nelle luci lasciate accese, in quei silenzi insopportabili, e via dicendo… allora si può arrivare a dire con Pietro: “è bello per noi due esser qui con Te”. Così, è sotto questa luce che nei vostri volti potrete scorgere il Suo Volto stupendo.

Cari sposi, il deserto quaresimale, con il suo surplus di grazie, vi aiuti a continuare a camminare verso il vostro Tabor di coppia in cui fare esperienza di Gesù vivo nel vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Questo brano evangelico letto nel tempo di Quaresima ci dice che è importante, almeno ogni tanto, fermarsi. Il matrimonio è fatto di sacramento, quindi di Spirito Santo, ma che va incarnato nella nostra vita di coppia. Un intreccio tra amore divino di Dio e naturale/umano di noi sposi. E’ importante quindi che Dio ci metta il Suo amore ma che noi non perdiamo di vista il nostro. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è mai tempo! Troviamolo!

Come tenterebbe una coppia il demonio?

Cari sposi,

questo vangelo è particolarmente significativo perché è l’ingresso della Quaresima e cosa vi troviamo? Le tentazioni a Gesù. Ma che scherziamo? Gesù, Figlio di Dio, Seconda Persona della Trinità, potrà mai essere tentato? Se ci pensiamo, quello che Lui ha fatto, in realtà lo fa per noi, perché capiamo che non possiamo giungere al trionfo della Risurrezione, senza passare dalla lotta contro le tentazioni del demonio.

            Per cui vediamo qual è la strategia del nostro Avversario perché non siamo sciocchi e possiamo conoscere da dove ci vengono queste insidie.

La prima: “di’ a questa pietra che diventi pane”. Come coppia si può mettere al centro o almeno dare molta, troppa importanza alle cose. Certo che sono importanti cibo, vestiti, soldi, casa, macchina, salute… ma sempre in modo relativo. È facile sbandare! È facile eccedere. Gesù risponde a questa tentazione facendo vedere che è altrettanto importante la Parola di Dio. Non siamo certo angeli che vivono di spirito, le cose ci sono necessarie ma senza lo Spirito Santo diventiamo tutti materialisti. Quanta Parola di Dio condividiamo come coppia?

La seconda: “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”. Il demonio stuzzica il nostro orgoglio, l’essere al centro, quindi passare davanti agli altri. Quanto questo può accadere nella coppia! Chi deve avere il primo posto? Chi ha più diritti? Gesù risponde mettendo al primo posto suo Padre. Quando una coppia vive la relazione con Gesù Sposo, quando Lo invoca, Lo loda, Lo ringrazia, Lo consulta, questo rende più armonici i rapporti, si pongono le basi per un’autentica comprensione. Quanta umiltà coltiviamo in coppia?

La terza: “gèttati giù di qui”. Il Divisore vuole farci dubitare dell’Amore di Dio, è senza dubbi la tentazione peggiore. Questo accade in prove particolarmente dure o quando abbassiamo la guardia e viviamo meno il nostro rapporto personale e di coppia con il Signore, allora, con meno difese, le prove sono più virulente. È la tentazione del “tanto non serve più pregare”, della sfiducia, in fin dei conti, della disperazione. Gesù risponde con una frase che tradisce il suo abbandono pieno nelle mani del Padre, come a dire: “non ho bisogno di buttarmi perché so già che mio Padre mi sostiene”. Quanta fiducia poniamo nel Signore, consapevoli delle oggettive difficoltà?

Cari sposi, entriamo con tutto noi stessi in questa Quaresima, è un tempo davvero speciale per la conversione personale e di coppia, usiamo al massimo questa grazia che ancora una volta il Signore ci elargisce. Vi auguro di cuore: buon cammino quaresimale!

ANTONIO E LUISA

Quanto sono vere le parole che ci ha donato padre Luca! Quanta verità in questo Vangelo! La tentazione è forte. La tentazione di contare solo sulle nostre forze e solo su quello che riusciamo ad avere. La nostra casa, i nostri figli, il nostro lavoro e anche il nostro amore. Tutto è nostro, ma quando è nostro crediamo di potercela fare da soli. Crediamo di non avere bisogno di Dio.

Per questo benedico le mie cadute! Le cadute mie e di Luisa perchè ci hanno permesso di abbassare la cresta e di tornare all’unica e vera sorgente di tutto: Gesù. Buona Quaresima!

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Una Quaresima nuziale

Cari amici,

siamo agli esordi della Quaresima 2022 mentre la situazione mondiale ci spinge a entrare con tutto il cuore e la mente in questo tempo di grazia.

Il Catechismo (cfr. 1438) ci dice che questi 40 giorni sono un momento “forte” di grazia. Che significa? Che in questo tempo ci sono per così dire più grazie per la propria conversione, il Signore ci offre una maggiore possibilità di progredire nella via della santità. Ma forte nel senso anche di urgenza di percorrere questa strada difficile e impervia per tutti.

            Sappiamo che Gesù parla al cuore di ciascuno di noi ma parla anche al cuore di ogni coppia. Per questo vorrei prendere alcuni spunti dal Messaggio di Papa Francesco per questa Quaresima e suggerirvi un modo nuziale di vivere la Quaresima.

Si potrebbe dire che Papa Francesco abbia usato quest’anno un’espressione che condensa tutto il messaggio: “Non stanchiamoci”. Personalmente lo sento molto azzeccato e propizio, difatti stavamo faticosamente venendo fuori dalla pandemia ed ecco all’improvviso, senza preavviso, pare ci troviamo in una crisi nucleare.

Potremmo sentirci particolarmente abbattuti e desolati, sperimentando di nuovo un forte senso di impotenza. Queste parole sono proprio profetiche allora! È Gesù che in Francesco vuole farci coraggio, sapendo che è sempre con noi.

            Allora, in questa Quaresima, non stanchiamoci di pregare”. Gesù, in preda all’angoscia della passione, non ha mandato tutto a ramengo, come sarebbe umano fare, ma ha pregato più intensamente. Adesso, nonostante tutto, noi siamo chiamati a fare lo stesso, a supplicare di più il Signore per la nostra conversione e per la pace nel mondo! Approfittatene per farlo in coppia!

            In secondo luogo, non stanchiamoci di estirpare il male dalla nostra vita“. Il digiuno corporale a cui ci chiama la Quaresima fortifichi il nostro spirito per il combattimento contro il peccato. Non stanchiamoci di chiedere perdono nel sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, sapendo che Dio mai si stanca di perdonare. Non stanchiamoci di combattere contro la concupiscenza, quella fragilità che spinge all’egoismo e ad ogni male, trovando nel corso dei secoli diverse vie attraverso le quali far precipitare l’uomo nel peccato”.

            Con il digiuno possiamo sul serio superare difetti che ci sembrano indistruttibili, cambiare atteggiamenti del cuore, durezze, pregiudizi che ci tiriamo magari dietro da anni. Coraggio! È un passo importantissimo per crescere e vincere il male, in noi e fuori di noi.

E da ultimo, “non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo”. L’elemosina è togliersi qualcosa di legittimo e di importante, non banale e inutile, per donarlo ad altri che ne siano bisognosi. Dal denaro, al tempo, alla collaborazione per aiutare materialmente qualcuno, ecc.

Quello che penso sia però il vostro “asso nella manica” è il fatto di vivere questi 3 aspetti, propri della Quaresima, in coppia. Potete aiutarvi, stimolarvi, sfidarvi, gareggiare nel viverli.

Finisco con una notizia bellissima e commovente proprio dall’Ucraina. Una coppia di fidanzati, che aveva programmato il matrimonio per l’estate, lo ha anticipato in un rifugio antiaereo. Un’azione spinta da un evidente motivo pratico ma soprattutto con un valore simbolico: il matrimonio, l’amore tra un uomo e una donna, è più forte anche della guerra.

Vi invito anche voi cari sposi, in questa battaglia spirituale per la pace e la conversione del cuore, non siete soli ma siete coppia e quindi più forti.

padre Luca Frontali

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Chi deve pedalare di più?

Due amici, grandi fans del ciclismo, decidono di comprarsi un tandem. Dopo aver provato un po’ di tutto a due ruote, dalla mountain bike, al cross fino al downhill, adesso vogliono appunto di buttarsi su questa specialità. Così una bella mattinata di domenica inaugurano il loro nuovo acquisto macinando vari chilometri su e giù per le stradine di collina. Tuttavia, essendo la prima volta, entrambi sembrano fare molta fatica. Dopo circa un’ora si fermano e quello davanti, tutto sudato, esclama: “Che faticaccia! Non mi aspettavo fosse così duro il tandem!” E l’altro: “Ah non lo dire a me, non ho fatto altro che frenare per paura di venirti addosso…”.

Tanto per metterla sul giocoso, il Vangelo di oggi, ma anche il resto della liturgia, si può leggere come un insegnamento ad una coppia su come camminare assieme, evitando inciampi, intralci e smarrimenti.

Anzitutto Gesù ci dice senza mezzi termini che nessuno dei coniugi nasce imparato e che entrambi sono discepoli alla Sua sequela. A scanso di fraintendimenti derivanti dalla cultura dominante, Gesù non ammette nella coppia né il maschilismo di un tempo ma nemmeno il femminismo aggressivo che ancora imperversa oggi. Entrambi rompono la vocazione alla comunione dei coniugi. Nessuno dei due ha un diritto di prelatura sull’altro, gli sposi hanno pari dignità e ognuno apporta il proprio dono: quello della mascolinità e femminilità, declinato in base alla propria storia, famiglia di origine, doni del Signore, ecc. Pertanto, voi coniugi siete chiamati a camminare assieme nella direzione corretta e per questo è tanto importante fare discernimento, avere un buon padre spirituale, essere in ascolto dello Spirito Santo. Sennò? Che accade? Fidandosi del proprio “criterio” si può finire prima uno e poi l’altro in un bel fosso.

Al contrario, come diceva Papa Francesco, l’essere tutti e due in gioco verso la pienezza cristiana, verso la santità vi porta a puntare in alto e a cercare in Cristo il vero Maestro di vita: “Il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarità fra loro” (Francesco, Udienza generale, 29 aprile 2015).

Com’è che tante volte non si cresce come coppia? Gli anni passano e aumentano solo chili e rughe. È così semplicemente perché ognuno deve fare la sua parte, sembra banale ma la coppia non esclude mai il lavoro su sé stessi (vero cari mariti? N.d.R.). Si può camminare assieme nella misura che ciascuno dei due voglia davvero crescere. Il genuino cammino di coppia nasce quando ciascuno, sul tandem matrimoniale, pedala e non frena. Infatti, come diceva San José Escrivà: “La convivenza sponsale è possibile quando ognuno cerca di correggere le proprie carenze e cerca di passare sopra le colpe degli altri: cioè, quando c’è l’amore, che annulla e supera tutto ciò che potrebbe falsamente essere motivo di separazione o divergenza. D’altra parte, se i piccoli contrasti vengono drammatizzati e i difetti e gli errori iniziano a essere gettati in faccia reciprocamente, allora la pace finisce e c’è il rischio di uccidere l’affetto”. Un buon matrimonio comincia dal proprio impegno personale per seguire Cristo, per amare come Cristo il coniuge. La vita cristiana di coppia non sostituisce questo aspetto ma anzi lo porta ancora di più a pienezza.

Se sono il primo a voler camminare con il Signore allora la vita coniugale diventa una “palestra” di crescita anziché un freno e in questo senso anche le inevitabili correzioni a cui si deve sottostare diventano trampolini di umiltà e di miglioramento nelle virtù: “Chi corregge lo spavaldo ne riceve disprezzo e chi riprende il malvagio ne riceve oltraggio […] Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio” (Pro 9, 7.9).

Care coppie, regalandovi la vocazione matrimoniale, Gesù vi dà la possibilità di diventare veramente persone migliori, integre, virtuose, mature. Non sprecate questo regalo immenso e, invece di faticare a frenare, pedalate con vigore sapendo che ogni centimetro in avanti è un pezzo di Cielo anticipato qui in terra e guadagnato lassù in Cielo.

ANTONIO E LUISA

Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

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Lotta continua

Tranquilli non ho intenzione di parlare di politica in questo articolo. Piuttosto vorrei esprimere così il senso nuziale del Vangelo di oggi.

Tra le miriadi di barzellette sugli sposi ce n’è una che mi ha sempre rallegrato ed è quella delle varie definizioni di matrimonio. C’è quella matematica, quella geometrica, quella gastronomica, legale ed infine quella militare: “Dicesi matrimonio l’unica guerra in cui si dorme a fianco del nemico”.

È vero che la vita matrimoniale, quando si vive a pieni polmoni, è sempre un cammino sul filo del rasoio tra le dimostrazioni di affetto e gli scontri / offese, piccole o grandi esse siano. Ci sono momenti di calma e momenti di turbolenza ma se si vive la relazione con un atteggiamento di crescita e di assecondamento della grazia ricevuta, allora ci si deve preparare alle “montagne russe” e non alla pace dei cimiteri.

A ben vedere, infatti, la vita matrimoniale è la via regia, l’autostrada in cui si può vivere questa Parola di Gesù: “Amate invece i vostri nemici, fate del bene senza sperarne nulla”. Credo veramente che sia la frase tra le più difficili da mettere in pratica in tutto il Vangelo.

Non andiamo subito a situazioni limite, alle truffe, estorsioni o oltraggi subìti. Pensiamo che c’è una dimensione di conflitto, più o meno latente in ogni coppia, che bisogna saper gestire evangelicamente. Perché l’esperienza dimostra che se si litiga e non si riesce a perdonarsi e a fare pace sul serio, prima o poi si danneggia seriamente la relazione. Ma è anche comprovato che se non si litiga affatto e regna una calma apparente, forse è perché si sta mettendo puntualmente la polvere sotto il tappeto e prima o poi la vita ti passa amaramente il conto. Come in un grande serbatoio d’acqua, se c’è una crepa che sfugge al controllo (dicasi poca intimità, pochi o troppi litigi, poca preghiera, pochi progetti comuni…) e quel serbatoio non lo si sta continuamente alimentando, inesorabilmente il livello inizierà a scendere e per un bel po’ di tempo nessuno si accorgerà del pericolo. Purtroppo, ci si rende conto dello svuotamento in atto magari dopo 10, 20, 30 o più anni di matrimonio e son dolori!

Perciò non ignorate le piccole crepe ma al contrario che i vostri scontri siano affrontati in tempo, con onestà, con sincerità e sempre con la decisione di ricostruire continuamente. Solo Gesù ci dà il segreto e la forza per affrontarlo nel modo giusto ed è proprio il Vangelo di oggi. Gesù ci insegna ad amare anche quando l’altro non se lo meriterebbe, ci insegna a dare senza guardare a cosa o quanto ricevo a cambio. Spesso in una coppia, che è come un’aquila a due ali, solo uno sta tentando di volare mentre l’altro vorrebbe restare a terra. So che è dura da vivere ma è pur vero che solo quando si un atteggiamento di dono costante accadono i “miracoli” e questo amore puro tocca profondamente l’altro coniuge ridando gioia e speranza, nuove opportunità di ripartire. Cari sposi, vorrei lasciarvi un piccolo compito. Mi piacerebbe che vi andaste a rileggere i numeri dal 111 al 113 di Amoris Laetitia, dove leggerete il commento di Papa Francesco su come vivere il “tutto scusa” (1 Cor 13, 7) dell’amore che Gesù ci ha mostrato e insegnato. Buon cammino di crescita nell’amore!

ANTONIO E LUISA

Nella nostra esperienza questo Vangelo ha un grande significato. E’ profondamente vero! Amare nostro marito o nostra moglie quando tutto è bello ed appagante non è difficile e non serve neanche un sacramento per farlo. Però non si percepisce come amore gratuito. Almeno non completamente. Amare una persona quando non mi costa nessuna fatica è semplicemente assecondare un sentimento e un piacere. Ma stiamo amando la persona o piuttosto ci piace quello che quella persona ci permette di vivere? Non è una questione di poco conto.

L’amore che permette di crescere e di saldare la coppia è quello costruito sulla roccia della scelta e non sulla sabbia del sentimento, è quello che costa fatica. Ringrazierò sempre Luisa di avermi amato anche quando mi sono comportato da egoista e non le davo nulla in cambio. Quei mesi sono stati fecondi per lei e per me, difficili ma molto fecondi. Se oggi siamo più uniti che mai è partito tutto da quella scelta d’amore che Luisa non ha mai messo in dubbio!

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Viva la carne !

Siamo in pieno Carnevale e quanti bei ricordi penso tutti abbiamo delle feste di questo periodo, sia da bambini che da giovani!

Non sappiamo con esattezza l’origine della parola ‘carnevale’. Forse proviene da car navalis, che alluderebbe al rito della nave sacra portata in processione su un carro; oppure magari deriva da carnes levare (“togliere la carne”) o anche carne vale (“addio carni”) con il riferimento al successivo inizio del digiuno quaresimale.

Io propenderei per correlare “Carnevale” alla ‘carne’ intesa come la nostra tendenza al piacere corporeo. Difatti in questo tempo l’amore fisico è espresso e celebrato, anche visibilmente, specie in alcuni paesi. Tant’è che, quando ero novizio e arrivava il Carnevale, da domenica a martedì-grasso, si usava fare un tempo speciale di adorazione eucaristica con l’intenzione precisa di riparare gli eccessi morali.

I suddetti eccessi poi, nei tempi che furono, si giustificavano di proposito per l’imminenza della Quaresima e la sua sequela di penitenza e vita più rigida con l’esito di finire per contrapporre i due momenti, quasi fossero il diavolo e l’acqua santa.

Ma, andando più in profondità, si vede come anche tutto ciò si collega a un insegnamento cristiano: Quaresima e Carnevale sono le due facce di una stessa moneta ossia la corporeità e spiritualità di cui è formata la persona umana. Non possiamo vivere uno e fare a meno dell’altro, non solo nel senso, come direbbe il libro del Qoèlet, che c’è un tempo per tutto ma che non potremmo vivere bene spiritualmente la Quaresima senza che il nostro corpo sia trattato adeguatamente, senza che la “carne”, la nostra fisicità, riceva la sua parte dovuta. Evidentemente non mi riferisco alle esagerazioni ma ora voglio spiegarmi meglio.

Dico cose ovvie e venali? Per qualcuno sì probabilmente ma in realtà la cultura post-moderna che viviamo è solo in apparenza amante di tutto ciò che è sensibile e fisico, sembra idolatrare la materialità quando in realtà ha messo le emozioni e i sentimenti al centro di tutto, slegandoli dal resto della persona. E il corpo vale non più in sé e per sé ma nella misura in cui è sentito e percepito emotivamente. Il nostro baricentro oggigiorno non è né la ragione e nemmeno il fisico ma l’emotività. Tra le altre cose questo è il nocciolo della gender theory per cui si proietta sul proprio corpo ciò che si sente, in modo fluttuante e volubile.

Il filosofo Charles Taylor (1931), uno dei più grandi pensatori cattolici attuali, nella sua opera “L’età secolare” (2007) introduce il concetto, caro anche a Charles Péguy (1873-1914), per spiegare uno dei prodotti del secolarismo e lo chiama “excarnation” o “disincarnazione”.

Taylor vuole mostrare come la “disincarnazione” ha prodotto l’esatto contrario dell’Incarnazione. Cioè, se Gesù, assumendo in tutto e per tutto la nostra natura umana, la nostra carne, ha dato al corpo umano una dignità assoluta e di conseguenza anche il modo giusto ed equilibrato di trattarlo, invece la secolarizzazione, negando ogni valore a ciò che è trascendente, ha di fatto ha “disincarnato” lo spirito, l’anima, la mente, Dio, ecc. dal corpo. Risultato? Una forma di “schizofrenia” in cui apparentemente si esalta il corpo ma dove a governare adesso, come già sottolineato, è la nostra sfera emotiva, che funziona più o meno come la banderuola nelle case di una volta.

Il sacramento del matrimonio segue invece, pari pari, la stessa logica dell’Incarnazione. Unisce le sfere distinte della persona umana (lo spirito, la razionalità, la dimensione psico-somatica dell’affettività e il corpo) e porta la persona a relazionarsi in modo armonico, grazie allo Spirito Santo, in primis con il proprio coniuge. La grazia matrimoniale onora il corpo perché è il segno visibile con cui si manifesta l’amore divino!

Perciò quanto è importante per una coppia che la parte fisica sia integrata armonicamente con la sfera razionale, affettiva e spirituale. Come diceva S. Agostino, “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), se nella nostra persona regna tale armonia e non ci sono “schizofrenie” in corso, allora sperimenteremo una profonda pace e gioia. Celebriamo bene quindi il Carnevale, divertiamoci un sacco, beviamo, mangiamo e ridiamo a crepapelle per essere poi pronti a impegnarci ad una Quaresima meravigliosa. E come diceva un mio caro confratello, in questo Carnevale, “divertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Luca Frontali

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Le vette dell’amore coniugale

Il Vangelo di oggi ci mostra le situazioni dove maggiormente si manifesta la nostra debolezza e impotenza in un crescendo di intensità. Si va dal pianto, poi al dolore, passando dalla povertà fino a provare la fame e la sete e da ultimo la persecuzione. Il Signore in quelle circostanze ci fa sbattere contro il nostro niente, ci fa assaporare fino in fondo la polvere di cui siamo fatti.

Chi di noi è stato esente da queste situazioni? O piuttosto tutti noi qualcosa di queste situazioni-limite le abbiamo o le stiamo provando.

Le beatitudini le possiamo vedere in chiave sponsale, è una lettura assolutamente lecita. Lo dico perché tali situazioni dolorose si vivono spessissimo proprio all’interno del matrimonio. Quanti pianti! Quanto dolore! Quanta fame e sete di amore vero! Perfino si può sperimentare di essere perseguitati dal coniuge… ha ragione chi dice che i casi reali superano quelli immaginari!

E allora non restano che due strade: o tentare di venirne fuori con le nostre forze o anzitutto confidare nel Signore Onnipotente e buono.

Nel primo caso si fa la fine del tamerisco, una pianta che gli ebrei conoscevano bene, assai diffusa nelle zone aride o semidesertiche della Palestina, contraddistinta dalle poche foglie ma priva di alcunché di commestibile. È l’immagine di una vita sterile, senza frutti, senza un lascito di bene per gli altri. È il destino di chi vuole farcela da sé, senza la grazia di Dio, senza donare la propria vita con amore.

Purtroppo, si può soffrire in modo sterile, si può portare la croce senza che essa diventi causa di rinascita e di fecondità. E purtroppo tante coppie che passano per momenti difficili, assomigliano più ai tamerischi che ad alberi carichi di frutti.

Oppure si può scommettere il tutto per tutto e mettere Cristo al centro della propria vita, senza aspettare di essere perfetti e santi. RegalarGli le nostre lacrime, il nostro dolore, la nostra rabbia, il nostro non-senso, le nostre povertà e frustrazioni. E allora avviene il miracolo. Quella steppa fiorisce, cosa che è vera anche dal punto di vista naturale ad ogni primavera; laddove c’era un terreno screpolato e sabbioso, nasce qualcosa di nuovo e inaspettato.

Ecco la bellezza delle Beatitudini! I momenti esistenziali in cui si svela la Potenza di Cristo che vuole passare sempre dalla nostra pochezza e cambiarla da dentro.

Vi invito cari sposi ad ascoltare le catechesi di don Renzo Bonetti su questo argomento, sono davvero molto profonde e originali e vi portano a contemplare il vostro amore sponsale nelle pieghe di ciascuna delle otto Beatitudini.

So che la nostra povertà e fragilità sempre ci spaventa e ci toglie entusiasmo, ma confidiamo che è solo con Gesù che tutto può cambiare per il meglio. Dio benedica ogni vostro sforzo su questa strada.

ANTONIO E LUISA

Mi piace utilizzare queste poche righe per integrare la bella riflessione di don Luca. Non solo è importante confidare nel Signore e affrontare la sofferenza e le difficoltà abbandonandoci a Lui per non essere sterili. E’ importante ricordare che noi sposi possiamo essere manifestazione concreta di Gesù l’uno per l’altra. Non tiriamoci indietro! Nell’abbandono a Gesù cerchiamo di aprirci a Lui per poi portare il Suo amore a nostro marito o a nostra moglie. Possiamo farlo in modo concreto: con le nostre parole, con i nostri abbracci, con i nostri sorrisi, con il nostro sostegno, con il nostro perdono. E in tantissimi altri modi. Io ringrazierò sempre Luisa per avermi mostrato il volto di Cristo attraverso l’amore che mi ha donato. Un amore che mi ha toccato e mi ha condotto all’origine: a Gesù!

Antonio e Luisa

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Gesù non chiama i capaci…

“Gesù non chiama i capaci ma rende capaci gli incapaci che chiama” disse una volta un saggio sacerdote.

Cari sposi, vorrei approfondire con voi un aspetto presente in questo Vangelo, un qualcosa che tocca profondamente anche la mia vita di sacerdote. Mi ha sempre colpito la reazione di Pietro quando si rende conto che, contraddicendo le più elementari leggi della pesca, ha messo in rete un intero banco di pesci in pieno giorno. Modestamente sono pescatore (domenicale) pure io, benché non usi le reti, e semmai la mia reazione sarebbe stata un sonoro urlo di gioia. Pietro invece pare non ringraziare l’autore della retata ma vorrebbe piuttosto squagliarsela sul più bello.

Che accade? Pietro sta toccando con mano il Mistero di Dio, si rende conto che nella sua vita, così apparentemente ordinaria e tranquilla, è entrato il Santo dei Santi, Dio in persona, e sente quindi la sua indegnità e incapacità. In tutto ciò, come tante altre volte, Pietro è estremamente sincero, vero, trasparente nei suoi modi.

Quante volte, nel mio piccolo, ho fatto la medesima esperienza! Quella di toccare con le mie mani quanto sono piccolo, indegno, meschino, inadatto. Da lì, è scaturita spontanea una gran voglia di mollare tutto: non ne vale la pena, non sono adatto, non fa per me…

Mi consta che questa è anche l’esperienza di voi coniugi. Quando, con il passare degli anni, le fragilità e le mancanze diventano sempre più crude e reali, la reazione è la stessa: ci si vorrebbe allontanare da Dio e magari anche dal proprio consorte. Quella zavorra toglie ogni entusiasmo, spegne le migliori intenzioni, fa dimenticare anche tutto il bene presente e passato. In effetti, il peccato ha come conseguenza proprio l’allontanamento da Dio, il peccato divide, isola, distacca da Chi ci ama.

Che fare?

Ancora una volta è Pietro a darci l’esempio, quello buono però. Nonostante provi tutto questo marasma di sentimenti negativi, comunque fa la cosa giusta: si fida di Gesù.

Anche qui posso dire che è vero per esperienza. Quando il Signore mi ha messo alla prova, ogni atto di fiducia in Lui è stato sempre ampiamente ricompensato, come anche quando ho tentato di appoggiarmi sulle mie false certezze è seguito un flop.

Possiamo pensare, come ci insegna il mainstream, che “chiodo scaccia chiodo” oppure buttarsi sul versante psicologico o, perché no? Su quello di spiritualità “alternative”.

La risposta alla nostra povera fragilità sta sempre nell’atto di abbandono radicale in Dio, l’unico in grado di salvarci. Concludo con un passo della recente Lettera del Santo Padre Francesco agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris Laetitia”: “È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva. Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza”.

Buon cammino e Dio vi benedica. 

ANTONIO E LUISA

Quante volte ci siamo sentiti come Pietro. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. Solo allora smetteremo di fare di testa nostra e saremo pronti a gettare le reti sulla Sua Parola.

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S. Agata: meglio vergine o sposa?

Chi non è stato mai a Catania durante i festeggiamenti in onore di S. Agata non ha idea di cosa si tratti e chi sia la “Santuzza” per i suoi concittadini. Parliamo infatti della terza festa religiosa al mondo per numero di persone coinvolte, addirittura oltre il milione.

Il motivo di tanta enfasi risiede nella sua figura di giovane vergine che, intrepida e coraggiosa, ha sfidato l’autorità romana e, dopo supplizi e sofferenze indicibili, ha consegnato inviolati il suo cuore e il suo corpo allo Sposo Gesù. Per tutto ciò, il suo nome è oramai fissato da svariati secoli nel rito della S. Messa con altrettante sei donne martiri: Felicita, Perpetua, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia.

La memoria liturgica di oggi, oltre a grati ricordi nella mia troppo breve esperienza catanese, mi porta a interrogarmi sul perché la Chiesa abbia sempre esaltato la verginità come il dono eccelso che il Signore offre a una persona, con un’enfasi che ha superato in un certo senso lo stesso matrimonio.

Ho fatto un calcolo sommario di quanti sono ufficialmente gli sposi santi o beati o servi di Dio. Sapete più o meno di quanti parliamo? Circa 150… non chiedetemi la percentuale rispetto a tutto il resto, ma senz’ombra di dubbio credo proprio sia minima. Poveri sposi! Siete effettivamente una delicatessen nel menù ecclesiastico!

Giusto per capirne il motivo, vi rammento di quando Martin Lutero negò il valore teologico dei voti religiosi e in pratica abolì la vita consacrata, pareggiandola al matrimonio. Successivamente il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì in modo solenne e definitivo il senso del dono totale di sé a Dio. Ecco il testo in questione: “Se qualcuno dice che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato, e che non è migliore e più felice cosa (“melius ac beatius”) rimanere nello stato di verginità o di celibato piuttosto che contrarre matrimonio, sia anatema” (sessione 24,10, DS 1810).

Sappiamo bene che un Concilio ecumenico, espressione di tutta la Chiesa, quando si pronuncia in modo definitivo, gode dell’infallibilità divina. Per cui davvero la vita religiosa è sempre migliore di quella matrimoniale? Ossia suore e preti 1 e sposi 0?

Senza mettere in discussione quanto appena affermato, bisogna comunque fare una distinzione importantissima, dalla quale scaturisce una grande luce sia per gli sposi che i consacrati. Grazie a Dio, secoli di riflessione teologica e l’esempio di tantissimi sposi e consacrati hanno permesso di arrivare a un sacrosanto equilibrio.

Partiamo dal fatto che è San Giovanni Paolo II che inizia a mettere in chiaro la distinzione tra i punti di vista con cui guardare sia il matrimonio che la verginità. In una delle sue Catechesi sull’amore umano (Udienza 31 marzo 1982) ha detto: “Cristo nella sua risposta ha indicato indirettamente che, se il matrimonio, fedele alla originaria istituzione del Creatore (ricordiamo che il Maestro proprio a questo punto si riferiva al «principio»), possiede una sua piena congruenza e valore per il regno dei Cieli, valore fondamentale, universale e ordinario, da parte sua la continenza possiede per questo regno un valore particolare ed «eccezionale»”.

Questo vuol dire che, da un punto di vista oggettivo, tutti e due gli stati di vita puntano a Cristo e al vivere con Lui nella vita eterna e sempre da un punto di vista oggettivo la vita consacrata una un valore “eccezionale”, come appunto affermava anche il Concilio di Trento. Chi già sta anticipando la propria appartenenza piena a Cristo, i vergini, i consacrati, gode un privilegio unico. I voti religiosi e le promesse di consacrazione significano questo: iniziare a pregustare in questa vita la piena adesione a Cristo.

Tuttavia, non è mai scontato il frutto dei voti e delle promesse, la grazia è data ma poi c’è la libertà di ognuno con cui assecondarla. Questo concetto porta a capire l’altra faccia della medaglia, l’aspetto soggettivo, che fa da contraltare a quanto appena detto sopra: se c’è un privilegio oggettivo nel “possedere” Cristo, è pur vero che tale obiettivo si raggiunge nella misura di quanto si ama, di quanto ci si dona veramente.

È sempre Giovanni Paolo II, in una catechesi di poco successiva a quella succitata, che chiarisce proprio questo concetto: “Il perfetto amore coniugale deve essere contrassegnato da quella fedeltà e da quella donazione all’unico Sposo (ed anche dalla fedeltà e dalla donazione dello Sposo all’unica Sposa), su cui sono fondati la professione religiosa ed il celibato sacerdotale. In definitiva, la natura dell’uno e dell’altro amore è «sponsale», cioè espressa attraverso il dono totale di sé” (Udienza 14 aprile 1982).

Riassumendo quanto detto, è vero che la vita verginale costituisce un grande privilegio; tuttavia è anche vero che voi sposi siete chiamati a possedere Cristo già in questa vita, potendo contare su altrettante grazie e doni formidabili.

Allora, chi è dei due è più grande e “privilegiato”? In realtà lo è chiunque ama per davvero, ossia chi vive la carità che Gesù ci ha insegnato.

Il calendario, è vero, è fitto di santi e sante vergini; che questo non vi confonda cari sposi facendovi pensare di essere cristiani di serie B o C. Vi auguro di camminare nello Spirito e di poter diventare autenticamente santi sposi.

Padre Luca Frontali

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Quale specchio usi per guardarti?

Era una fredda mattina di gennaio, di quindici anni orsono. Un giovane adulto, vestito sommessamente, si installa in un angolo all’entrata della Metropolitana di New York, stazione di Enfant Plaza, alle 7:51. Estrae dalla sua custodia un violino e per circa tre quarti d’ora si cimenta su diversi pezzi di fama mondiale. Dinanzi a lui, il flusso dei Newyorkesi scorre implacabile verso i luoghi di lavoro, circa 1000 persone in quel lasso di tempo.

Chi era costui? Un semi-barbone? Un dilettante in cerca di spiccioli? Un incurabile romanticone? Proprio no, si trattava di Joshua Bell, ad oggi uno dei migliori violinisti al mondo con il suo strumento, uno straordinario Stradivari del 1713 e il tutto parte di un esperimento sociale promosso dal Washington Post.

Dalle telecamere risulta che ben pochi si erano fermati ad ascoltarlo ma soprattutto solo una persona su mille ha riconosciuto l’identità del misterioso “menestrello”.

Quale interpretazione è stata data a questo esperimento? Che “in un contesto ordinario è davvero difficile cogliere la bellezza”. A ben vedere, è tutto molto simile a quello che accade nel Vangelo di oggi.

Gesù ha appena detto che l’era messianica stava accadendo e realizzandosi davanti ai loro occhi. Ma quella era una bomba! Immaginatevi se oggi domenica, a mezzogiorno, il Presidente della Repubblica pronunciasse un messaggio a tutta la nazione per proclamare la fine dell’emergenza sanitaria! Fine mascherine, fine Green Pass…

Gesù ha appena detto quello che ogni pio Israelita voleva ascoltare: “è arrivato il Messia che ci libererà dal giogo romano e ridarà gloria e libertà al popolo”.

Invece che accade? Tutto il contrario! La reazione è alquanto annoiata: guardate quelle facce rotonde e barbute che si lanciano sguardi gli uni gli altri, inarcando le sopracciglia; qualcuno sghignazza sotto i baffi ma sui più si abbozza un sorrisetto sornione.

Che stava succedendo? Perché quel fiasco totale? La risposta papale-papale viene proprio da Gesù: “nessuno è profeta in patria”. Vero, purtroppo. È che quella gente vedeva Gesù come uno proveniente da una famiglia “strana”. Il problema non era la stranezza in sé ma l’atteggiamento con cui li guardavano, uno sguardo carnale, terreno, senza mistero, senza fede, dalle tegole in giù.

Ma sembra lì per lì che Gesù fa il botto, tutti sono meravigliati delle sue parole. Purtroppo, qui la “meraviglia” di cui parla Luca (v. 22) ha qui una connotazione negativa. È perché gli abitanti di Nazareth continuavamo a guardare a Gesù, nonostante fossero passati 30 anni da quella sua nascita meravigliosa, nonostante dicevano che il defunto Re Erode lo volesse morto, nonostante ne sapesse più dei Dottori della Legge già a 12 anni, nonostante pare avesse mutato qualche giorno prima l’acqua in vino…. Ma loro continuavano con lo stesso sguardo di sempre… Ciò nonostante tutto questo, per loro, era pur sempre il figlio di un umile falegname del paese. Nulla più.

Care coppie, se cercate di vivere la grazia matrimoniale, anche per voi è riservato un destino simile: “nessuno è profeta in patria”.

Oggi le rubriche di riviste, le pagine web, pure i libri sono stracolmi degli stessi sguardi sulla coppia, quando il matrimonio cristiano va oltre ogni incapsulamento in schemi che escludono sempre la Presenza di Dio.

Qui Gesù vuole scuoterci dal torpore dell’abitudine, dello scontato. Gesù vorrebbe che ciascuna coppia potesse vedersi come la vede Lui. Parafrasando una celebre frase di Papa Leone Magno – “Riconosci, cristiano, la tua dignità” (S. Leone Magno, Discorso 1 sul Natale) – penso proprio che Gesù vorrebbe gridare a ciascuno di voi: riconosci o coppia a Chi somigli e da Dove vieni!

Non credere a quello che il mondo dice di te, guarda la tua Origine, guarda la radice da cui provieni.

Vedendo Gesù, i nazareni Chi hanno riconosciuto? Gesù Figlio di Dio o Gesù figlio di Giuseppe? E tu coppia cristiana, che dici di te stessa? Vedi il tuo matrimonio come l’unione tra te il tuo coniuge o lo vedi come un innesto nella Trinità?

Lasciamoci guidare dallo Spirito che è in noi e che vuole continuamente fare nuove tutte le cose!

ANTONIO E LUISA

Per arricchire la riflessione di padre Luca ripartiamo da una frase tratta dal Vangelo di oggi: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. Non è un po’ quello che noi sposi crediamo che sia avvenuto il giorno del matrimonio? Siamo sposi in Cristo, siamo sposi con Cristo. Le aspettative sono alte. Si può davvero cadere nel pericoloso fraintendimento che con Gesù tutto andrà bene e tutto sarà perfetto. Gesù non ci garantisce affatto che non avremo incomprensioni, litigi e sofferenze. Il peccato continuerà a far parte della nostra umanità ferita e della nostra relazione.

Dio ci promette che se ci fideremo e ci affideremo a Lui troveremo la forza necessaria per superare ogni prova e a crescere nell’amore. Il male che incontreremo e che faremo reciprocamente non sarà mai più forte della grazia e del perdono. Dio non si commuove quando siamo infallibili e non pecchiamo mai. Dio si commuove ed è grandemente fiero di noi quando sappiamo andare oltre l’errore con misericordia reciproca. Cerchiamo di leggere il nostro cuore e quello della persona amata con gli stessi occhi di Gesù. Occhi che vedono la bellezza nei nostri casini quotidiani.

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Il vostro ordinario contiene lo Straordinario

Cari sposi,

nel mondo ispanico, il periodo che va dall’Epifania fino al Carnevale si suole chiamare colloquialmente “la cuesta de enero”, letteralmente “la salita di gennaio” per essere un tempo non facile sia economicamente, dopo le spese per tutte le feste natalizie, ma anche per il ritorno alla vita ordinaria con la sua monotonia e ripetitività.

Per voi sposi tuttavia rappresenta il momento privilegiato per mettere a frutto la grazia che il Signore incessantemente vi concede in ogni circostanza. Vorrei oggi esplicitare con voi questo concetto, che è contenuto anche nel Vangelo.

Vediamo, dopo essere stato battezzato, come abbiamo celebrato liturgicamente domenica scorsa, oggi Gesù inizia ufficialmente il suo ministero, la sua missione pubblica. Come lo fa?

Dopo il segno avvenuto a Cana, Gesù diventa improvvisamente famoso ed esce, a furor di popolo, dal suo “forzato” anonimato durato fino ai 30 anni. “Ecco quello che ha cambiato l’acqua in vino”, forse avranno mormorato alcuni, vedendolo entrare nella piccola sinagoga, coperto con il Tallit e i Tefillin.

Gesù compie il rito di leggere la Torah. È interessante che quel sabato Lui non abbia letto la lettura prevista, perché il testo dice che “aprì il rotolo e trovò”. Questo “trovare” ha il senso di “trovare quello che si cerca” e, per l’appunto, è tale il significato del verbo greco εὗρεν – εὑρίσκω.

Come se non bastasse, Gesù omette la seconda parte di questo versetto per poi concludere la lettura prima del previsto e passando subito all’esortazione che si poteva pronunciare in quel contesto. Rilevante anche il modo in cui lo fa: “riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette”. Il ‘sedere’ (κάθημαι) è la posizione del maestro, la posizione di colui che parla con autorità, da cui proviene la parola “cattedra”.

Ve lo immaginate che accadrebbe se, nelle nostre Messe, un lettore cambiasse la lettura corrispondente? Ma se Gesù lo fa è perché ha autorità e sa cosa vuol dire. “Oggi si è compiuta questa Scrittura”.

Gesù ha appena detto che quelle parole, molto forti ed esplicite, in quanto le azioni del Messia per eccellenza, si stavano compiendo davanti a loro.

Al di là del fatto dell’autoproclamazione di essere il Messia, è rilevante il fatto che la Parola si è attuata, in un certo modo, la Parola si è fatta carne in Gesù. Perciò è oggi la Domenica della Parola, perché si vede chiaramente come in Cristo veramente questa Parola diventi realtà.

Dove pronuncia questo annuncio Gesù? Perché non lo ha fatto a Gerusalemme, la città più importante? Perché non l’ha fatto direttamente a Cana, luogo del primo segno? Perché ha scelto un posto così piccolo? Perché era il luogo della sua vita ordinaria. È nell’ordinario che la Parola diventa Carne.

È nel tran tran, nella monotonia dei giorni che passano dove si svela il Mistero nuziale, la Presenza di Gesù. Ecco perché si sono meravigliati i suoi compaesani! Ma è mai possibile che proprio qui avvengano certe cose? Sarà mai possibile che il Signore abiti nella nostra relazione, in casa nostra, con tutti i nostri problemi?

È nella vostra ordinarietà che Gesù vuole stare; ed è da lì che farà miracoli, dal vostro amore, abitato da Lui, che Gesù, tramite voi, ancora oggi potrà sfamare le povertà di amore, che potrà liberare i prigionieri dell’egoismo e narcisismo mortali, che aprirà gli occhi a chi non crede più all’amore vero.

Questa parola che oggi Gesù legge a Nazareth, la sta leggendo in casa vostra, in cucina o in salotto o in camera da letto, e vi sta dicendo che si è compiuta in voi. Da che parte volete stare? Da quella di Gesù o dalla parte dei nazareni che, increduli, si scandalizzano? Buon cammino ordinario, buona “cuesta de enero”, in compagnia della Parola Viva, Gesù, che si è fatta carne nel vostro matrimonio.

ANTONIO E LUISA

La canzone di Billy Joel This is the time ad un certo punto dice: Mi hai dato il meglio di te, ora ho bisogno del resto di te. Questa strofa la usiamo sempre quando ci capita di parlare agli sposi! Perchè è estremamente vera. Il matrimonio non si gioca nei momenti speciali, nelle vacanze, nei pellegrinaggi, nelle cene, ne i momenti in cui tutto è perfetto. Quei momenti sono importanti e facciamone tesoro, ma poi abbiamo bisogno di costruire la nostra relazione nella vita di tutti i giorni, nello stress del lavoro, nelle sarate in cui i nostri figli urlano e fanno casino, insomma in mezzo al delirio della nostra vita ordinaria.

Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme e da soli, seduti ad un tavolino del bar, per sentirci in paradiso. 

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Lo sposalizio di Maria e Giuseppe

Cari sposi, domani 23 gennaio ricorre la memoria dello sposalizio di Maria e Giuseppe e mi sembra importante approfittarne per fare due chiacchiere assieme.

Sembra che le origini liturgiche di questa festa risalgano agli inizi del XV secolo, soprattutto grazie alla mediazione di Jean Charlier de Gerson (1363-1429), gran cancelliere della prestigiosa università di Parigi. Ma fu a partire dal secolo successivo quando essa fu accolta come festa da parte di diversi Ordini, tra cui i Francescani, i Servi di Maria e i Domenicani. Fu promossa anche dai Pontefici, in modo particolare Papa Benedetto XIII (1649-1730) che la introdusse nello stato pontificio nel 1725. Il più grande suo devoto fu senza dubbio San Gaspare Bertoni (1777-1853), fondatore della Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo.

Tuttavia, la Congregazione dei Riti, (oggi denominata “Del culto divino”), nel 1961 la pose tra le feste di “devozione”, ossia non come una memoria liturgica obbligatoria; ciò nonostante, se ne consente la celebrazione per motivi “veramente speciali” o in riferimento a luoghi determinati nei calendari particolari.

Detto questo, credo sia importante per voi sposi fare comunque memoria di questo giorno e contemplarlo come un evento storico di grande portata: Maria e Giuseppe si sono davvero sposati. Che significato ha? Perché Maria, la quale voleva fare dono a Dio della sua verginità, si è sposata? Ma soprattutto, per quale motivo Dio ha scelto di avere una famiglia?

Una Vergine… che si sposa? Non vi sembra un po’ strano? Scrive questo bravo teologo: «Maria aveva il fermo proposito di rimanere vergine. Non vi sono motivi umani che giustifichino questa decisione, piuttosto rara a quei tempi. Ogni ragazza israelita, e ancor più se avesse fatto parte della discendenza di Davide, avrebbe coltivato nel suo cuore la gioia di essere annoverata fra gli antenati del Messia. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Il medesimo Spirito le fece incontrare l’uomo che sarebbe stato il suo sposo verginale» (cfr. José Antonio Loarte, La Vergine Maria).

Quindi uno “specialissimo” progetto di Dio voleva mostrare come l’amore è sia vergine che sponsale, contiene entrambe le dimensioni. Quello che per noi è staccato, nella mente di Dio è integrato.

Per questo il Catechismo esprime così bene tale concetto: “La rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere ad immagine di Dio” (1079).

In un certo senso anche San Girolamo (347-420) si pose questa stessa domanda e diede questa risposta: “Perché (Gesù) fu concepito non da una semplice vergine, ma da una sposata? Primo, perché dalla genealogia di Giuseppe si mostrasse la stirpe di Maria; secondo, perché ella non fosse lapidata dai Giudei come adultera; terzo, perché fuggitiva in Egitto avesse un sostegno. (…) Prima che stessero insieme, si scoperse che stava per esser madre per opera dello Spirito Santo. Si scoperse non da altri se non da Giuseppe, al quale per la confidenza di marito non sfuggiva nulla di quanto riguardava la sua futura sposa”.

Ragioni teologiche, pur importanti, a parte, vogliamo contemplare come avvenne questo matrimonio, ci piacerebbe sapere qualcosa di più. Ahimè le fonti dirette sono quelle del Protovangelo di Giacomo, il quale però è un apocrifo e di conseguenza non autentico nel contenuto. In esso abbondano tanti dettagli concreti ma, vista la sua origine, vanno giustamente presi con le pinze.

Per andare sul sicuro dobbiamo fare un parallelo con la tradizione nuziale ebraica e fare deduzioni logiche a partire da dati certi. Non sappiamo come Maria e Giuseppe si siano conosciuti e innamorati. Vivendo entrambi a Nazaret, un paesino di poche centinaia di abitanti, è molto probabile che si conoscessero fin da piccoli. Io propendo per la versione di chi, come Giovanni Paolo II, vede in Giuseppe un ragazzo, un giovane adulto e non un anziano. Ecco come si esprime Papa Wojtyła: “È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria. La cooperazione di Giuseppe al mistero dell’Incarnazione comprende anche l’esercizio del ruolo paterno nei confronti di Gesù” (Giovanni Paolo II, Udienza 21 agosto 1996).

Quindi Maria e Giuseppe si sono innamorati davvero e un pilastro del loro amore era proprio l’adesione piena alla volontà di Dio: in Maria per restare vergine e in Giuseppe per rispettarla nella sua vocazione. Che esempio di delicatezza e di profonda accoglienza! Che bello quando nel matrimonio si sanno fare propri anche i più profondi aneliti spirituali del coniuge!

Sul come si sono sposati, ci fa luce il rituale proprio dell’ebraismo, secondo il quale il matrimonio abbracciava due fasi distinte: il fidanzamento e lo sposalizio propriamente detto, cioè l’introduzione della sposa nella casa dello sposo. Abitualmente erano i genitori o chi ne faceva le veci a scegliere uno sposo od una sposa per i propri figli. E se talora fosse stato il giovane a scegliere la futura moglie, la domanda sarebbe stata presentata dai suoi genitori al padre della giovane prescelta. Successivamente i parenti del fidanzato e il padre della giovane fissavano il mohar cioè la dote degli sposi e, una volta stabilito, si domandava il consenso a cui seguiva un contratto scritto. Seguiva il rito del fidanzamento o Shiddukh secondo cui le famiglie dei fidanzati si riunivano insieme ad alcuni testimoni e il giovane dava alla fanciulla un anello d’oro (o qualche altro oggetto di valore), dicendo: “Ecco, per questo anello tu mi sei promessa, secondo la legge di Mosè e d’Israele”. E si procedeva ad un festino.

Il fidanzamento era già un vero contratto di matrimonio ma senza ancora la coabitazione. Tra la prima fase del matrimonio (fidanzamento) e la seconda (introduzione della sposa in casa del marito)  abitualmente si lasciava trascorrere un anno per le vergini.

Per concludere, vorrei riprendere una domanda posta più sopra: come mai il Signore Gesù ha voluto una famiglia per venire al mondo?

A ben vedere, Lui poteva tranquillamente “apparire” già adulto in mezzo a noi e sarebbe stato ugualmente il nostro Redentore. Con tutto ciò, ha voluto seguire il modo ordinario di ogni persona: dalla nascita, alla crescita con due genitori, adolescenza, fanciullezza, ecc.

Come dice ancora Giovanni Paolo II: “Nel momento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l’umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena libertà il dono sponsale di sé nell’accogliere ed esprimere un tale amore” (Redemptoris Custos, 7).

Gesù ha voluto “aver bisogno” dell’amore di un padre e di una madre, ha fatto questa scelta consapevole e radicale, non ha temuto la fragilità di una relazione umana, pur se di due santi genitori, ma comunque limitati in confronto a Lui.

Questo rivela il disegno di Dio sul matrimonio, l’unica istituzione sociale che Lui ha voluto direttamente. Se ci pensate il matrimonio porta il sigillo divino, cosa che nemmeno il Vaticano, con tutto il suo grande significato spirituale, possiede.

Cari sposi, la ricorrenza di questo evento mirabile, vi ricordi che Dio vuole abitare anche in mezzo a voi e non teme la vostra fragilità. Siate riconoscenti di essere stati chiamati a una così grande dignità spirituale e umana e custodite questo dono.

Padre Luca Frontali

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Un amore riplasmato da dentro

Cari sposi, ci troviamo oggi ancora dinanzi al Vangelo di Giovanni.

Come sapete non è un Vangelo di facile lettura. Scrivendo vari decenni dopo i tre Sinottici, è come se facesse una lunga contemplazione su Gesù e volesse reinterpretare tutta la Parola di Dio in chiave cristologica.

A tale riguardo, un aspetto che vediamo oggi è a proposito dei cosiddetti miracoli. Egli, a differenza degli altri evangelisti non usa questa parola ma li esprime come segni–prodigi.

Questo di Cana, infatti, fu il primo dei segni, dove per “segno” si intende “l’attività rivelatrice e salvifica di Dio a favore del suo popolo. […] I segni sono fatti e gesti compiuti da Gesù attraverso i quali egli può essere riconosciuto come l’inviato definitivo di Dio, perché in essi traspare la sua gloria” (Rinaldo Fabris).

Quale interpretazione darne allora? Che tipo di “Gloria” vuole svelarci Giovanni qui? Partiamo dal fatto che siamo in una situazione conviviale, abbonda la gioia nei partecipanti al banchetto e regna un ambiente di grande affetto: quello che lega la madre di Gesù a suo figlio e quello che unisce i neosposi nonché le loro famiglie allargate. Tuttavia, c’è un grosso problema: è venuto a mancare il vino della festa alla tavola principale. Tutto parte allora da una assenza grave, non stanno mancando un paio di posate, le oliere o il centrotavola, qui c’è qualcosa di più: ciò che manca veramente è segnalato come essenziale alla festa stessa. Difatti, nella mentalità biblica il vino non è qualcosa di accessorio, ma «una delle immagini costanti dell’Antico Testamento per esprimere la gioia dei giorni finali (Am 9,13–14; Os 14,7; Ger 31,12)» (Raymond Brown). Per cui, questo matrimonio sta iniziando male, sta venendo a mancare nientemeno che la gioia dell’amore. Un amore che non tocca solo il tempo presente ma ha un rimando alla vita eterna ed è per questo indispensabile nelle nozze.

Inoltre, fate attenzione a un altro elemento chiave. Nei capitoli precedenti l’evangelista tiene costantemente conto del passare del tempo. Vediamo in effetti fin da subito al versetto 1,29: «il giorno dopo», poi al versetto 1,35: «il giorno dopo»; ancora al versetto 1,43: «il giorno dopo». Il conteggio finisce al primo versetto del testo in cui ci troviamo dove sta scritto “Il terzo giorno vi fu una festa di nozze”. Per gli antichi i giorni si contavano così: oggi, domani e il terzo giorno, che quindi è due giorni dopo il giorno in cui si parla. Allora Giovanni, che ha già narrato i primi quattro giorni, affermando “tre giorni dopo” pone l’episodio delle nozze di Cana al “sesto giorno” della sua narrazione. È chiaro, a questo punto, il parallelo tra il «sesto giorno» narrato nella Genesi, non per nulla proprio quello della creazione di Adamo ed Eva, e questo episodio di Cana accade nel “nuovo sesto giorno”, cioè la “nuova creazione” dell’uomo e della donna per il fatto che Giovanni sta reinterpretando tutta la Scrittura guardando a Cristo. Chi sarebbero allora Adamo ed Eva? Per caso i due novelli sposi? È Gesù il nuovo Adamo e Maria la nuova Eva, per questo infatti Cristo, si rivolge a Maria con “Donna”, termine utilizzato per una donna sposata o promessa sposa, e non “madre” che pareva la cosa più logica e naturale.

Come se non bastasse, il “terzo giorno” richiama anche il giorno dell’alleanza tra Jahvè e il popolo d’Israele sul Sinai (Es 19,10-11.16). La teologia giudaica considerava l’evento del Sinai come una seconda creazione e dato che la creazione della Genesi è narrata in una settimana e l’uomo è creato al sesto giorno, così anche la rivelazione del Sinai è suddivisa nel corso di una settimana e, al sesto giorno, Dio crea Israele come popolo. Qui allora sta nascendo una nuova alleanza, che si realizza in un contesto matrimoniale. La nuova e definitiva Alleanza è quella tra Cristo e la Chiesa, dentro alla quale ci siete voi sposi per il Battesimo e il Matrimonio.

Che lezione possiamo trarre da questa parzialissima esegesi?

Penso sia chiaro a questo punto che per voi sposi il punto di riferimento di come si ama è impersonato da Cristo, nel suo amore per la Sposa Chiesa, simboleggiata qui da Maria.

Contemplando nel Vangelo come Lui tratta gli apostoli, le donne che incontra, i malati, perfino gli scribi e i farisei, voi vedete la qualità, il tipo di amore che Cristo Sposo ha avuto nei confronti della Sposa. È su quell’amore che bisogna misurarsi e chiedere incessantemente che sia ravvivato in voi.

Il vero amore nuziale, il vino buono e abbondante, è possibile solo grazie a Cristo, che costantemente converte le vostre acque (le fragilità, i tentativi di dimostrare l’amore, i propositi non riusciti, i propri limiti e condizionamenti…) in bottiglie di vino d’annata DOCG.

La grande e commovente lezione di Cana è che il matrimonio umano è già stato salvato dal Grande Matrimonio tra Cristo e tutti noi, Sua Sposa. Ed è grazie a Lui che la nostra povera acqua, talvolta stagnante, può continuamente essere trasformata in un inebriante e stagionato vino. È questa la Gloria divina che il segno odierno svela al mondo.

Ringraziamo di cuore il Signore che ha posto in voi tutta questa bellezza perché sia a vostra disposizione ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già fatto una riflessione molto bella e articolata. Per questo non scriveremo molto di più. Ci teniamo ha mettere in evidenza solo un passaggio dal Vangelo di oggi. Un passaggio che può raccontare tanto di quello che significa sposarsi in Gesù. Il maestro della tavola una volta assaggiata l’acqua trasformata in vino da Gesù esclama: Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono. Ecco questo è quello che accade a chi si sposa in Gesù. La parte bella, anzi più bella perchè è bella anche quella prima, arriva dopo. Arriva quando si lascia spazio a Gesù nella nostra relazione. Ciò avviene con il tempo. Con l’impegno e con il tempo. Allora potremo bere un vino che ancora più buono di quello dei primi tempi. Un amore diverso rispetto alla passione dei primi tempi ma ancor più bello e pieno. A noi è chiesta solo la fatica di riempire le giare, di dare il nostro impegno e la nostra povertà, il resto lo farà Gesù.

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