Gli sposi come Magi in cammino.

Un mio articolo dell’anno scorso. Mi ha fatto piacere rileggerlo e vorrei condividerlo con voi.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, dellanostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

1)I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio.Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re.“Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia ma non si devono ridurre tutto solo all’emozione. Vivere alla giornata senza progettare e programmare. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, vedere in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che, così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare; anzi, vediamo che essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che dovevano raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle nostre aspirazioni. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e alla fine nell’abbraccio eterno con Lui.

 

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta, il Salvatore. Seguirono la stella che hanno con fiducia e costanza guardato lungo tutto il viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparizione della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5)I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione il lutto ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora  6) sperimenteremo la vera gioia.
Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.
Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. N come natura.

Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio, prima che essere un sacramento e un mezzo di salvezza e di redenzione che Cristo ci ha donato, è un’esigenza del cuore. E’ la nostra natura umana che desidera ardentemente un amore con le caratteristiche dell’unione sponsale. Un amore vissuto nel dono totale, tenero e incondizionato verso un’altra persona diversa e complementare. Un amore che desidera farsi vita e farsi fecondo. Un amore che chiede di dare tutto e aprirsi ad un’alterità in un incontro intimo e che non sottragga nulla, ma che chieda di darci completamente, in anima e corpo. Che ci chieda di saper non solo dare, ma anche accogliere il dono dell’altra persona. Solo così in un amore fedele e per sempre possiamo nutrire il nostro cuore in una relazione non solo sociale, ma anche sessuale.  Noi spesso dimentichiamo che l’uomo è il vertice del creato. Siamo attentissimi a non sprecare l’acqua, a raccogliere in modo differenziato i rifiuti per favorire il riciclo, ai gas serra e ai cambiamenti climatici, all’inquinamento dei mari e degli ecosistemi. Bellissimo!! Perchè non vedo la stessa attenzione per la salvaguardia dell’uomo e della sua natura? Questo concetto è ripreso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sii. Verità approfondita  anche  dal papa emerito Benedetto XVI nel discorso al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

Cercherò ora di concretizzare questo concetto con un piccolo aneddoto personale.

Oggi sono andato a correre, ci vado spesso, ogni volta che posso, un po’ perché ho passato i  quaranta e sono nel periodo di crisi che ogni uomo vive quando realizza di non essere più tanto giovane, ma anche perché correre in mezzo alla natura è bellissimo. L’ordine perfetto del creato che mi circonda mi parla di Dio, la sua opera mi mostra quanto è infinitamente grande e che anche io sono parte quell’idea perfetta della Sua fantasia, anzi sono il vertice di quella creazione. Oggi, mentre correvo, come spesso mi capita di fare, ho riflettuto sulla mia vita. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio all’altro, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

La Chiesa ha spesso rinunciato a dire queste cose, il mio parroco, a cui voglio bene e stimo tantissimo, dice che la Chiesa in camera da letto non ci deve entrare e che bisogna avere pudore, ma ci sono tantissime persone che per questo soffrono e si dividono. Sta a noi famiglie cristiane testimoniare la bellezza di una scelta d’amore radicale, la bellezza della castità che permette di vivere un amore pieno basato sul dono di sè e non sulla menzogna dell’egoismo.

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. M come morire.

Brutta questa. Cosa c’entra la morte con il matrimonio che è amore e vita? C’entra tantissimo. Solo morendo a me stesso posso aprirmi al matrimonio in modo pieno ed autentico. Cosa significa? Ci sono tre distinte morti che devo riuscire a portare a termine.

Devo uccidere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. M come meraviglia.

Stiamo uscendo dal tempo del Natale. Tempo che ci chiede di guardare con meraviglia un Dio che nasce. Un bambino come tanti, indifeso e fragile. Un bambino che è il salvatore del mondo e della mia vita. Non tutti riescono a meravigliarsi di questa nascita così eccezionale nella sua normalità. Bisogna avere uno sguardo puro, purificato ed educato ad andare oltre le apparenze. Lo stesso sguardo di cui abbiamo bisogno per guardare la nostra sposa nella sua bellezza profonda. Per poter percepire nel suo corpo trasfigurato la bellezza dell’amore dolce e tenero. Vedere l’amore concretizzato nel suo atteggiamento, nei suoi lineamenti, nelle sue espressioni, nei suoi sguardi e nei suoi sorrisi. Questo mi permette di guardare ogni giorno meravigliato la mia sposa, di gustarla e di contemplarla. Sembra impossibile eppure è così. Non è roba da film romantici, è quello che ti regala il matrimonio, se lo vivi in modo pieno ed autentico. Ma non è da tutti. Serve uno sguardo limpido, puro e senza segreti. Lo sguardo non è sempre capace di vedere oltre le prime rughe, oltre il corpo non più giovane e un po’ provato  da quattro gravidanze. Lo sguardo va nutrito; va nutrito di tenerezza, di amore, di attenzioni e della Grazia di Dio. Non si può pretendere di vedere oltre le apparenze, di andare in profondità della persona se nutro il mio sguardo di robaccia, di pornografia o anche soltanto di giovani donne che mostrano i loro corpi perfetti e sensuali in televisione o su internet. Il mio sguardo si inquina, comincia a riempirsi di cupidigia ed egoismo. Basta ascoltare i discorsi tra uomini dopo una partita di calcetto o alla pausa pranzo del lavoro. A me capita spesso di ascoltarli. Provo tristezza. Discorsi che parlano di donne come se fossero pezzi di carne. Discorsi di non più ragazzini, ma padri di famiglia e persone serie. Discorsi che evidenziano uno sguardo non puro sulla donna. Se mi nutro di questo e come se mettessi un filtro tra me e lei. Divento incapace di vederla in tutta la sua vera bellezza, comincerò a fare paragoni, a vedere tutti i limiti fisici di una donna che non potrà mai competere nella fisicità con quelle donne provocanti e impossibili. Inizierò a pensare di meritare qualcosa di più di un corpo non più nel suo splendore fisico. E’ l’inizio della fine. Non sarò più capace di guardarla con quegli occhi pieni di desiderio che tanto le danno forza e consapevolezza della sua preziosità. Lo dico non come un moralista fuori dal mondo, ma come un peccatore che sa quello di cui parla.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza o posso distruggerla. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera L. (seconda parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera L.

L come liturgia. Il matrimonio è un sacramento che si fonda su una liturgia, come ogni altro sacramento. Liturgia che trasforma dei gesti naturali ed umani in qualcosa di sacro, cioè di Dio, che appartiene a Dio. Il sacramento del matrimonio è fondato su due momenti distinti ma legati e imprescindibili. Non si può fare a meno di uno dei due. Senza non c’è sacramento, non c’è matrimonio. Serve lo scambio delle promesse che unisce i cuori dei due sposi. Momento che avviene in chiesa durante la celebrazione. Non basta, Serve l’unione dei corpi. Nell’amplesso fisico i corpi dei due sposi diventano uno, immagine di quell’unione dei cuori celebrata in chiesa. In quel momento avviene l’effusione dello Spirito Santo, non prima. In quel momento il matrimonio è sigillato per sempre e nessuno potrà più dividere ciò che Dio ha unito. Da quel momento ogni nuova unione intima tra gli sposi diviene rinnovazione e riattualizzazione del matrimonio come l’Eucarestia è rinnovazione e riattualizzazione della morte e passione di Cristo. In ogni messa Gesù non muore un’altra volta, ma in modo misterioso viene reso reale e presente nella storia quanto accaduto duemila anni fa. Così nel matrimonio. In ogni amplesso fisico non ci sposiamo un’altra volta, ma rinnoviamo il nostro sacramento nella nostra storia coniugale.

La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I (seconda parte)

Imperfezione. La consapevolezza della nostra imperfezione non è un limite, ma un’occasione. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera I.

Con la lettera I farò una sola riflessione, ma che tocca due parole tra loro complementari. Intimità e interezza. Cercherò di spiegare come al contrario del sentire comune l’intimità fisica sia molto più ricca e bella dopo anni di matrimonio spesi in una relazione fedele e autentica rispetto a ciò che si può sperimentare all’inizio di una relazione o peggio ancora in incontri occasionali.

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica, ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Di ciò che è tangibile. Non c’è nulla che mi riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedono tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggettiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Per concludere e rafforzare questa mia riflessione vi racconto un fatto vero, documentato. Accaduto non molti anni fa. Esattamente nel 2011 in Australia. All’epoca aveva suscitato grande clamore.

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai. Questa è la bellezza soggettiva di cui tanto ho cercato di parlare. Bellezza che tutti possiamo sperimentare e vivere a condizione di dare tutto in una relazione fedele e per sempre.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera H.

Trovare una parola con la lettera H non è stato facile. Ancora più arduo trovare una parola che avesse un significato profondo e fosse luce per noi sposi. Ho trovato Habitus.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo.

Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera G (seconda parte)

In realtà questa seconda riflessione sulla lettera G riguarda due parole e non una. Due parole simili, ma con significati in un certo senso inversi e legati tra loro. Grazia e grazie. La Grazia è il dono assolutamente gratuito di Dio. E’ effusione di Spirito Santo. Grazie è, al contrario,  la nostra accoglienza e riconoscenza per il dono ricevuto. Riconoscenza verso Dio e verso il nostro coniuge.

Sentiamo sempre dire che il nostro amore è profezia dell’amore di Dio. E’ immagine dell’amore di Dio Trinità in se stesso e dell’amore di Gesù sposo per la Chiesa sua sposa.

Eppure qualcosa non ci torna. Come è possibile che delle creature finite, fragili e imperfette, come ci sentiamo di essere, possano esprimere un amore così grande?

E’ il mistero di questo sacramento che la Chiesa chiama sacramentum magnum , dove uno più uno non fa due, ma tre.

Gesù viene ad abitare la nostra unione come persona viva e presente in ogni istante della nostra vita, tanto da far inginocchiare un vescovo davanti a due sposi. Si, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi quando guidava la diocesi di Brescia si è inginocchiato davanti a due sposi come si fa davanti all’Eucarestia.

Il matrimonio è come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi arriviamo e doniamo ciò che abbiamo, i nostri pochi pani e pesci, la nostra limitata capacità di farci dono e amore e Lui moltiplica tutto, due, tre , cinque, dieci, cento volte, rendendoci capaci di amare come Lui.

Così ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di essere capaci di sopportare situazioni che prima non avremmo mai sopportato, di spenderci come non avremmo mai pensato di riuscire a fare.

Mi torna in mente una riflessione di Chiara Corbella, che si può leggere nel libro a lei dedicato  Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara, già malata, incontrando una sua cara amica, le confessa che sta facendo fatica. Non cerca più di capire perchè c’è da impazzire, ma si fida con abbandono del suo Dio. Poi, concludendo, dice che quello che sopporta in quel momento non sarebbe riuscita a farlo 10 giorni prima e conclude che la Grazia di Dio cambia tutto. Bisogna chiedere a Dio la grazia di vivere la Grazia.

La Grazia cambia i nostri cuori, la nostra unione e la nostra vita. Dio ci offre la Grazia. Noi possiamo accoglierla con il nostro grazie.

Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Grazia e grazie due parole che non possono mancare nella modalità di amare che cerchiamo di costruire nella nostra unione.

Antonio e Luisa

Maria vera donna e vera madre.

Una delle più belle descrizioni del presepe e di Maria, che prende tra le braccia quel bambino suo figlio e suo Dio, viene dal  filosofo francese Jean Paul Sartre. E’ un testo abbastanza conosciuto. Mi piace condividerlo comunque, per ricordarlo a chi già lo conosce e donarlo a chi ancora non ha avuto occasione di leggerlo. E’ un’immagine bellissima e commovente. Bella, ma non falsa. Al contrario meravigliosa perchè risuona incredibilmente autentica nel cuore di chi come noi ha avuto la grazia di accogliere la nascita di un figlio.  Sartre scrive:

Ma siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi si mostri il presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno ma voi lo troverete forse un po’ naïf. Guardate, i personaggi hanno ornamenti belli ma sono rigidi: si direbbero delle marionette. Non erano certamente così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi… Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me. La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria.
E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare.

Che meraviglia Maria. Che meraviglia ogni donna che diventa madre e rinnova questa bellissima immagine nel tempo e nella storia.  Un buon proseguimento del tempo del Natale a tutti.

Antonio e Luisa

Famiglia di Nazaret: un esempio che illumina.

Oggi è Natale e riposo. Non vi lascio però a bocca asciutta. Vi riporto i punti 65 e 66 di Amoris Laetitia dove Papa Francesco ci dona una bella associazione tra la famiglia di Nazaret e tutte le famiglie cristiane. La santa famiglia ad esempio per tutte le altre.

65. L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, a Nazaret, commuove con la sua novità la storia del mondo. Abbiamo bisogno di immergerci nel mistero della nascita di Gesù, nel sì di Maria all’annuncio dell’angelo, quando venne concepita la Parola nel suo seno; anche nel sì di Giuseppe, che ha dato il nome a Gesù e si fece carico di Maria; nella festa dei pastori al presepe; nell’adorazione dei Magi; nella fuga in Egitto, in cui Gesù partecipa al dolore del suo popolo esiliato, perseguitato e umiliato; nella religiosa attesa di Zaccaria e nella gioia che accompagna la nascita di Giovanni Battista; nella promessa compiuta per Simeone e Anna nel tempio; nell’ammirazione dei dottori della legge mentre ascoltano la saggezza di Gesù adolescente. E quindi penetrare nei trenta lunghi anni nei quali Gesù si guadagnò il pane lavorando con le sue mani, sussurrando le orazioni e la tradizione credente del suo popolo ed educandosi nella fede dei suoi padri, fino a farla fruttificare nel mistero del Regno. Questo è il mistero del Natale e il segreto di Nazaret, pieno di profumo di famiglia! E’ il mistero che tanto ha affascinato Francesco di Assisi, Teresa di Gesù Bambino e Charles de Foucauld, e al quale si dissetano anche le famiglie cristiane per rinnovare la loro speranza e la loro gioia.

66. «L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo. “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi che cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale” (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964)».

Della famiglia di Nazaret mi hanno colpito sempre due atteggiamenti in particolare. L’umiltà di Maria e il suo abbandono fiducioso al suo Dio e al suo sposo e Giuseppe che ha accolto Maria con la sua grande missione, dando tutto per lei. Dando tutto grazie alla fede in Dio e all’amore per la sua sposa, amore che lo induce a crederle contro ogni evidenza umana.  Proteggendola con tenera e dolce fermezza e determinazione. Due atteggiamenti che oggi potrebbero sembrare anacronistici in un mondo che vuole tutto uguale, cancellando il maschile e il femminile. Nella mia famiglia fortunatamente questi ruoli non sono stati cancellati anzi sono una ricchezza e una grazia per entrambi e per i nostri figli.

Antonio e Luisa

 

Davide o Maria?

Prendo le letture di domenica quarta d’Avvento per esprimere i miei auguri di Natale e rilanciare una provocazione che spero possa farvi riflettere come ha fatto pensare me.

Dalla prima lettura:

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno,
disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda».
Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te».
Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan:
«Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?
Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo;
sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra.

Dal Vangelo:

Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Cosa si può comprendere da queste due letture? L’atteggiamento, l’attenzione. l’abbandono. Re Davide si accorge che Dio è in una tenda solo dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici. Lui viveva in un palazzo di cedro.  Il cedro ha una significato molto importante nella Bibbia. Indica la forza e la protezione di Dio. In questo caso acquista però un simbolismo negativo. La bellezza e potenza del cedro indicano pure l’orgoglio che queste qualità nell’esercizio del potere possono generare, trasformandosi in arroganza.

Davide che si accorge di Dio solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi. Dopo aver fatto tutte le altre cose di questo mondo ritenute tutte più importanti. Solo alla fine quando non gli resta altro riesce a spostare lo sguardo da sè al suo Dio e si accorge di quanto lo abbia trascurato. Cerca di rimediare. Vuole costruire una casa degna per Dio. Dio, attraverso il profeta Natan, rifiuta. Non è così che si fa. Povero illuso Davide, pensa di aver fatto tutto da solo. Non si rende conto che Dio gli era accanto in ogni risultato raggiunto. Non ha bisogno Dio della nuova casa che il re vuole costruire, ma piuttosto è Davide che ha bisogno di Dio.

Nel nostro matrimonio siamo un po’ così anche noi. Forse andiamo a Messa, diciamo qualche preghiera, ma Dio è davvero una priorità per noi. Agiamo secondo Dio? Pensiamo secondo Dio? I nostri si e i nostri no sono secondo Dio? Oppure Dio è relegato nei nostri riti, lì nel Tabernacolo, ma non è guida nella vita di tutti i giorni?

Dio vuole una nuova casa, la vuole in noi. Vuole essere accolto ed abitare la nostra unione, non come ospite sopportato, ma come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Arriviamo così alla riga di Vangelo che ho riportato.

L’esempio per noi è Maria. Maria che aveva altri progetti, che stava aspettando di vivere con il suo sposo Giuseppe. Maria non pensa secondo il suo modo. Maria accoglie le parole dell’angelo e si affida completamente alla volontà di Dio, perchè sa che il suo Dio non la tradirà mai. Maria sapeva che con il suo sì tutto si sarebbe enormemente complicato. Nessuno le avrebbe creduto, sarebbe stata giudicata come una prostituta, una poco di buono. Avrebbe facilmente perso tutto, avrebbe perso il suo sposo e forse anche la vita. Maria rischiava la lapidazione e lo sapeva. Ma ecco, da una ragazzina tanto piccola e all’apparenza fragile ecco risuonare forte e deciso il suo Eccomi!

Il nostro augurio a tutti voi e anche a noi stessi è di sconfiggere il Davide che si nasconde nella nostra fede e accogliere il bambino nella nostra vita come Maria.

Per rafforzare quanto scritto, voglio concludere con un passaggio, tratto dalla seconda predica d’Avvento, che alcuni giorni fa Padre Raniero Cantalamessa ha donato al Papa e alla Curia romana.

Qualcosa di analogo avviene quando uno che ha pronunciato infinite volte il nome di Gesú, che conosce quasi tutto su di lui, che ha celebrato innumerevoli Messe, un giorno scopre che Gesú non è solo una memoria del passato, per quanto liturgica e sacramentale, non è un insieme di dottrine, di dogmi, un oggetto di studio; non è , in somma, un personaggio, ma una persona vivente ed esistente, anche se invisibile agli occhi del corpo. Ecco, Cristo è nato in lui; è avvenuto un salto di qualità nel suo rapporto con Cristo.
È quello che hanno sperimentato i grandi convertiti, nel momento in cui, per un incontro, una parola, una illuminazione dall’alto, improvvisamente si è accesa in loro una grande luce, ne hanno avuto, anche loro, “il fiato mozzo” e hanno esclamato: “ Ma allora Dio c’è! È tutto vero!”
Successe, per esempio, a Paul Claudel che il giorno di Natale del 1886 entrò per curiosità nella cattedrale di Notre Dame a Parigi e, ascoltando il canto del Magnificat, ebbe “il sentimento lacerante dell’eterna infanzia di Dio” ed esclamò: “Sì, è vero, è proprio vero! Dio esiste. È qui. È qualcuno, è un essere personale come me! Mi ama, mi chiama”. In quell’istante, scrisse più tardi, “ sentii entrare in me tutta la fede della Chiesa” .
Facciamo però un passo avanti. Cristo, abbiamo visto, non è solo il centro, o il baricentro, della storia umana, colui che, con la sua venuta, crea un prima e un dopo nel scorrere del tempo; è anche colui che riempie ogni istante di questo tempo; è “la pienezza”, il Pleroma (Col 1,19), anche nel senso attivo che riempie di sé la storia della salvezza: dapprima come figura, poi come evento e infine come sacramento.
Cosa significa tutto ciò, trasportato sul piano personale? Significa che Cristo deve riempire anche il mio tempo. “Riempire di Gesú più istanti possibili della propria vita”: non è un programma impossibile. Non si tratta infatti di stare tutto il tempo a pensare a Gesú, ma di “accorgersi” della sua presenza, abbandonarsi alla sua volontà, di dirgli velocemente “Ti amo!”, ogni volta che abbiamo l’occasione (meglio l’ispirazione!) di rientrare in noi stessi.

Buon Natale a tutti. Che possa il bambinello nascere nel cuore di ognuno di noi, magari per la prima volta. Esiste un prima e un dopo Cristo nella storia del mondo. Ne esiste uno anche nella vita personale di ogni persona. Noi siamo nel nostro tempo prima o dopo Cristo?

Antonio e Luisa

 

 

L’alfabeto degli sposi. La lettera G.

Con questa lettera le parole guida della nostra relazione sono tantissime. Il mio matrimonio può essere taggato con gioia, gratuità, gratitudine e, naturalmente, Grazia. Con questo articolo approfondirò le prime tre parole. Per farlo ho deciso di condividere una riflessione di alcuni mesi fa della bravissima Cristina Righi.

C’è più gioia nel dare o nel ricevere?

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

L’alfabeto degli sposi. La lettera F (seconda parte).

Come anticipato nel precedente articolo, la seconda parola chiave è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera F.

Con la lettera F non ho dubbi. Le parole chiave sono due: fedeltà e follia.

Sicuramente follia è la meno scontata delle due. Il matrimonio è una vera. follia. Un amore come quello matrimoniale è completamente da folli. Sposarsi è da supereroi o da pazzi. Forse da entrambi. E’ una relazione che ci chiede di dare tutto di noi e per sempre ad un’altra persona. I consacrati nella loro vocazione ripongono se stessi nelle mani di Dio. Sono in una botte di ferro. Certezza di non essere mai traditi dallo sposo. Noi no! Dio, per essere amato, ci chiede di farlo attraverso una persona come noi, fragile, ferita e spesso impreparata e inaffidabile.  Non solo. Come se non bastasse una simile richiesta il matrimonio ci impegna ancora più profondamente. Gli sposi che vivono il matrimonio fino in fondo sono scandalosi. Fanno paura perchè non sono compresi. Sono diversi. La nostra società tende ad emarginarli, isolarli e deriderli. Il matrimonio ci chiede di dare tutto, per sempre e in modo incondizionato. Incondizionato da tutto. Anche dal comportamento del nostro coniuge. La risposta al dolore, alla sofferenza e al tradimento che il nostro coniuge ci può causare con la sua condotta e il suo atteggiamento è amarlo ancora di più.

Quanti si sposano con questa consapevolezza? Molto pochi. Lo sa anche padre Maurizio Botta che ai fidanzati fa un discorso molto semplice. Ecco cosa risponde padre Maurizio ha una domanda postagli dal mensile di apologetica “Il Timone” nel 2014.

Cosa chiede agli sposi?

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Concetto ribadito da una persona ancora più autorevole. Papa Francesco nel 2015 disse:

E questa è la famiglia per cui :”l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto, è una esortazione ai credenti a superare ogni forma di individualismo e di legalismo, che nascondono un gretto egoismo e una paura di aderire all’autentico significato della coppia e della sessualità umana nel progetto di Dio.”

É la “follia della gratuità dell’amore pasquale di Gesù apparirà comprensibile la follia della gratuità di un amore coniugale unico e usque ad mortem.” Ed aggiunge: “Per Dio il matrimonio non è utopia adolescenziale, ma un sogno senza il quale la sua creatura sarà destinata alla solitudine!”

E in effetti l’amore duraturo ed autentico affascina l’uomo di oggi che lo sogna, che “desidera la donazione totale.”

Il Papa dà una lettura che mi permette di arrivare alla conclusione. Alla fine noi aneliamo ad un amore così. Ad essere capaci di amare come Dio in pienezza e eternità. Desideriamo essere amati così. Nonostante noi. Possiamo questo amore nella nostra vita matrimoniale. Sicuramente in modo limitato alla nostra condizione umana, ma sostenuti, fortificati e perfezionati dalla Grazia del sacramento possiamo essere uno scandalo per il mondo. Solo un amore così può dare un senso alla nostra vita e non farci mendicare briciole di amore. Uno scandalo che è lievito, profezia e luce per questo mondo  triste, schiavo di un individualismo esasperato e un egocentrismo malato.

Nel prossimo articolo tratterò la fedeltà che è legata tantissimo alla follia trattata oggi.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia.

L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove  gli sposi vanno a Messa insieme tendono a resistere molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera D.

Oggi voglio soffermarmi su una dote del corpo. La dolcezza. La dolcezza, al contrario di come comunemente si pensa, non è una dote dell’anima. Certo l’anima, il cosiddetto cuore, ne è la sorgente, ma poi è il corpo che la rende visibile, percepibile e trasmissibile. La dolcezza non ha nulla a che fare con il tenerume e il dolciume di certi atteggiamenti infantili. La dolcezza è l’amore che si fa accogliente, la dolcezza è l’io che si apre a un tu e si rende amabile per nutrire l’altro. La dolcezza è uno specchio che dice alla persona amata io ti voglio, ti desidero e ti appartengo.

Come spiegare, allora, cosa è la dolcezza in un rapporto maturo e autentico? Ho trovato un mio vecchio articolo che esprime benissimo il concetto che voglio passare.

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli che iniziano ad imbiancarsi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Questa è la migliore immagine della dolcezza che ho trovato, e soprattutto sperimentato.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera C (2 parte)

La seconda parola chiave che reputo importante più di altre è castità. Cosa significa castità? Meglio, cosa significa castità nel matrimonio? Questa parola, probabilmente con responsabilità anche di uomini di chiesa, è associata al divieto, alla frustrazione del desiderio e del piacere. E’ proprio così?

Per cercare di comprendere meglio questa parola ho deciso di avvalermi del Cantico dei Cantici. Il Cantico è il libro della Bibbia che racconta l’amore erotico, l’amore sensibile e carnale, ma non per questo impuro ed egoista. Tutt’altro un amore autentico e casto.

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

LA SPOSA

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

LO SPOSO

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Siamo nel terzo canto, e il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente il momento dell’incontro con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che si sono scambiati e comunicati attraverso lo sguardo, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio dell’amplesso.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, giardino chiuso perchè sarà aperto solo da chi ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con l’amore e la promessa del per sempre. Solo in quel momento lo sposo otterrà la chiave per accedere al giardino, un giardino dove potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico Quel giardino è chiuso e solo lo sposo, il Re, ha potuto accedervi e questo lo rende pazzo di una gioia incontenibile. Non è perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro. Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come Re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa.

Concludendo, cosa ci insegnano gli sposi del Cantico? Come realizzare un amore tanto bello e casto nella vita concreta matrimoniale? Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. La lettera C.

Con la lettera C potrei scrivere tantissime riflessioni. Ci sono moltissime parole chiave. Comunione, castità, carezze, comunità, compassione, condivisione, complicità e tante altre. Molte di queste le ho già trattate in altre riflessioni. Oggi mi soffermo su due: la comunione e la castità. Comunione perchè spesso è una parola sottovalutata nella coppia e incompresa nel suo reale significato. Castità perchè, seppur ne ho trattato diverse volte, è spesso associata ad una condizione prematrimoniale e a sentimenti negativi di frustrazione e divieto. Nulla di più sbagliato.

Comunione: non è semplice generosità.

Il matrimonio è una relazione privilegiata per maturare e crescere nella nostra chiamata all’amore. E’ la nostra vocazione. Dobbiamo essere capaci di diventare una comunione d’amore. Cosa significa? Voglio dire che non basta che io sia generoso con la mia sposa. Per quello è sufficiente il mio tempo, il mio fare, il mio dare. Non mi richiede un’apertura totale all’altro/a. E’ sempre qualcosa di unidirezionale. Qualcosa che non implica una mia apertura completa, un mio essere disarmato ed inerme. No, è qualcosa che al contrario può rendere l’altro/a dipendente e in posizione subordinata nei miei confronti. Il cosiddetto tappetino, che ha paura di perdere il suo sostegno. Qualcosa che nutre la vanagloria e l’ego e il possesso, non è amore. Non a caso questo pericolo coinvolge maggiormente l’uomo. L’uomo è portato a possedere. Ce lo dice il nostro corpo, come siamo fatti. La donna è naturalmente propensa ad accogliere, anche nel rapporto fisico. La donna accoglie dentro di sè un’alterità. Molto più impegnativo e coinvolgente l’intera persona e richiede tanta fiducia nell’altro.

La comunione è tutta un’altra cosa. Implica che si instauri una relazione profonda, alla pari. Significa essere pronti ad ammettere di aver bisogno dell’altro, di un donarsi e riceversi vicendevole che entra nelle profondità della nostra umanità. Significa sapersi riconoscere feriti e poveri. Entrare in comunione significa far cadere le barriere e le maschere, compresa quella della generosità, e significa mostrarsi così come si è. Per me non è stata una consapevolezza immediata. Ci sono voluti anni per essere capace di farlo fino in fondo. Mi è costato l’impegno di superare blocchi e di rompere i legacci. Oggi è però meraviglioso, va sempre meglio. Una libertà di amare, di accogliere, di ricevere, di dare e di incontrare la mia sposa che è pienezza. La comunione è aprire il cuore senza paura di giudizio e con la volontà di essere uno. Non è così, forse, anche la comunione che noi viviamo con Cristo nell’Eucarestia?  Con Gesù c’è solo la mia povertà. Lui è la pienezza, ma la mia predisposizione deve essere la medesima. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio”:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. E’ più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati.

scrive ancora:

E’ richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi.(…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.”

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Nel prossimo articolo approfondiremo la castità.

Antonio e Luisa

 

 

L’alfabeto degli sposi. Lettera B

Partendo dalla seconda lettera del’alfabeto e riflettendo sul mistero nuziale e l’amore degli sposi mi sono venute in mente due parole: benedire e bacio.

Benedire: gesto sacramentale.

La benedizione nella realtà sponsale ha due significati entrambi importanti. Il primo è legato al significato etimologico del termine. Benedire come parlare bene del mio coniuge. Non è qualcosa di secondario. Non è qualcosa di secondario se quello che pronunciamo ha una consistenza nel profondo dei nostri sentimenti e del nostro cuore. Parlare bene significa esprimere un atteggiamento interiore che è portato a non portare rancore e rabbia verso il nostro sposo o la nostra sposa. Significa trarre forza dal sacramento e dalla promessa per amare per primo e non a condizione che l’altro sia a sua volta amabile. In questo caso il benedire diventa una sfida contro la mentalità comune, contro il nostro egoismo e contro anche il nostro senso di giustizia. Come giustamente dice Enrico Petrillo, marito di Chiara Corbella, l’amore non è giusto perchè ti chiede di dare tutto. E’ però liberante nel vero senso della parola, ci libera da tutto ciò che noi abbiamo costruito, ma che ci imprigiona,  per lasciare che sia Dio a costruire attraverso di noi.

La benedizione è anche un sacramentale. La benedizione  non è un sacramento, ma un sacramentale. Ciò significa che non ha un potere immediato, ma dipende dalla grazia e  dalla devozione dei soggetti che ne usano. La benedizione è solitamente materia per sacerdoti. Non esclusivamente dei sacerdoti. Ricordo che noi siamo consacrati e siamo ministri del matrimonio in virtù del sacerdozio di Cristo. Possediamo il sacerdozio comune, tutti i battezzati lo posseggono. Questo ci abilita a benedire il nostro coniuge e i nostri figli. Noi lo facciamo tutti i giorni. ci affidiamo vicendevolmente a Gesù disegnando una croce sulla fronte del coniuge e dei figli. Che bello benedire la mia sposa. In quel momento Gesù, che è presente nella nostra unione in modo misterioso, ma vivo e reale, in modo simile alla presenza nell’Eucarestia, in quel momento sta benedendo la mia sposa attraverso di me. Meraviglioso.

Bacio: incontro di anime

Il bacio degli sposi è qualcosa di diverso da tutti gli altri. C’è un simbolismo bellissimo. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle proprie anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono fare. Vogliono donare tutto se stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano, così come quelli che non si uniscono intimamente, hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati, non dalla forza dell’essere uno nell’altro e dal desiderio forte di vivere questo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto della coppia. Lettera A

Iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di sviluppare una breve riflessione trovando delle parole che siano come dei tag, delle chiavi, dei riferimenti per la nostra vita di coppia. Sarebbe scontato partire con AMORE.  Amore è però un piccola parola che racchiude un significato infinito, come infinito è Dio. Ho pensato a qualcosa di più circoscritto, che fa parte dell’amore, che ne racconta una manifestazione.

A COME APERTURA, ASCOLTO, ACCOGLIENZA E ABBRACCIO

L’ABBRACCIO E’ L’AMORE CHE DIVENTA CARNE

L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

APERTURA-ACCOGLIENZA

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

ASCOLTO

Tante volte noi sposi ci siamo trovati ad ascoltare la nostra sposa che ci parla di tutto, in particolare delle sue difficoltà, dei suoi problemi, delle sue ansie ma anche delle sue gioie e delle sue vittorie. Quante volte ci siamo sentiti impreparati e impotenti a certe sue confidenze. Non ci siamo sentiti in grado di aiutarla e questo ci metteva in difficoltà a nostra volta. La reazione che ci viene naturalmente è quella di dare soluzioni, perchè noi uomini siamo così. Quando non sappiamo dare soluzioni, iniziamo ad irritarci, a cercare di cambiare discorso e nei migliori dei casi ci disinteressiamo e pensiamo ad altro fingendo di ascoltare. Il matrimonio ti insegna che non è così. La tua sposa non cerca una soluzione, sa bene che tu  non puoi sempre risolvere i suoi problemi, ma ha bisogno semplicemente di essere ascoltata. Ha bisogno di sentire che la sua difficoltà non ci è indifferente, ha bisogno di non tenersi dentro tutto per poter capir meglio anche lei, ha bisogno di sentire il nostro amore anche attraverso il nostro ascolto e la nostra compassione. Ha bisogno soprattutto di sentirsi amata con tutte le sue fragilità, senza maschere in una relazione sincera e vera. Per noi mariti è un’occasione di dimostrare il nostro amore e il nostro sostegno. Come sapientemente ci ricorda Costanza Miriano le donne parlano per esprimere se stesse, mentre gli uomini per trasmettere concetti. Una volta capito questo potremo crescere enormemente nel dialogo e nel rapporto stesso. Al contrario, se non ascoltiamo la nostra sposa, non la curiamo, non la sosteniamo e ci ricordiamo di farlo solo quando vogliamo una prestazione in cambio (cosa molto frequente tra noi uomini), la stiamo trattando da prostituta, la stiamo usando e questo lei lo capisce. Lascio a voi le conclusioni.

Antonio e Luisa

Dio ci insegna ad essere padri.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta?
Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

Questo Vangelo mi permette di riflettere sul mio ministero di genitore. Non sto esagerando. Si tratta di una vero e proprio ministero. Un incarico che Dio mi ha affidato quando ha compiuto quel miracolo della vita che, nell’incontro tra il gamete maschile e quello femminile, ha generato una nuova creatura. Qualcuno di diverso da me e da mia moglie. Qualcuno che non siamo noi, ma che però è la nostra fusione. Un mistero grande.  Un mistero che ci rende collaboratori della creazione di Dio. Un mistero che diventa sempre più affascinante quando fai esperienza che ogni figlio è un’alterità unica e da scoprire giorno dopo giorno. Esperienza non sempre facile. Non è facile essere padre. Un padre non è perfetto come vorrebbe essere. Gli errori si fanno. Magari senza volerlo e senza rendersi conto delle ferite che il suo atteggiamento può causare ai suoi bambini. Abbiamo questa tentazione forte di volere che nostro figlio sia il più bravo, si comporti sempre bene, sia a modo e sveglio. Desideri buoni, ma non quando li leghiamo alla nostra realizzazione come genitori. Magari vogliamo che eccella a scuola o nello sport. Ognuno ha la tentazione di realizzare sul figlio quello non è riuscito a fare lui nella vita. Spesso c’è la tentazione di cercare gratificazione nei complimenti verso nostro figlio, per sentirci bravi genitori e brave persone. Una brava psicologa dice che in nostro figlio non vediamo una sola persona, ma tre. Vediamo noi stessi, il nostro figlio ideale ed infine lui. Diventa drammatico quando lui, nella sua identità e unicità, diventa il meno importante dei tre per noi. Dio non ama così. Dio ama teneramente ogni sua pecorella. Anche quella che esce dal recinto, che si perde. La pecora nera, per intenderci. Dio la ama più delle altre in quel momento perchè vuole riattirarla a sè, non vuole perdere neanche uno dei suoi figli. Dobbiamo amare così i nostri bambini. Hanno bisogno di questo. Non hanno bisogno di un padre che sia fiero di loro e dimostri il loro amore solo quando sono bravi. Questo non è amore gratuito. Si sentono amati a condizione che. Una sensazione bruttissima di solitudine e ansia di dimostrare sempre per non perdere quell’amore tanto importante per loro. Hanno bisogno di un padre che prima di preoccuparsi del giudizio della gente si preoccupi di loro. Anche l’uomo che lasciò le 99 pecore per cercarne una sarà stato fatto oggetto di critiche. Lui non le ha ascoltate, il suo sguardo e il suo orecchio erano protesi alla ricerca di quell’unica pecora perduta. Io ho quattro bambini. Ogni tanto mi fermo a riflettere su quanto siano diversi tra di loro. Io li amo tutti, con tutte le loro caratteristiche, pregi e difetti. C’è quello più bravo, quello più tenero, quello più orso, quello più discolo. Tutti hanno però bisogno della mia presenza, del mio amore e della mia approvazione. Li cercano in modi diversi, ognuno con la sua modalità. Sono dei misteri grandi con i quali mi devo interrogare per capire come accostarmi. Per educarli e non umiliarli o ferirli è importante non fare paragoni tra loro. Non si possono paragonare quattro unicità. E’ importante non giudicarli, ma giudicare solo i loro atti e atteggiamenti. E’ importante, soprattutto, anche quando non si comportano bene, intervenire, certamente. Intervenire, però non basta. Bisogna saper mantenere un legame d’amore. Far capire con una parola, con un gesto o semplicemente con una presenza che noi li amiamo per ciò che sono e non solo per quello che fanno e anche in quel momento, che non si sono comportati in modo amabile, li amiamo più di noi stessi.

Antonio e Luisa

 

Vi doniamo il nostro tesoro.

Carissimi, con grande gioia vi invio questa opera. Un’opera molto semplice, ma che racchiude un tesoro grande. Racchiude la bellezza, la bellezza di una relazione piena, di un matrimonio vissuto alla luce di Dio, ma non nell’etereo e nell’astratto. Il matrimonio è il sacramento della carne. L’amore presente nel cuore di ogni uomo e di ogni donna perfezionato e trasfigurato dallo Spirito Santo effuso in esso necessita della carne, del corpo per essere espresso, mostrato, trasmesso e percepito. Attraverso il corpo e tutte le sue doti di tenerezza e dolcezza possiamo fare esperienza dell’amore di Dio.

Questo libro nasce da lontano, nasce dall’impegno e dall’apostolato di un frate cappuccino. Padre Raimondo Bardelli, missionario emiliano, ha speso la sua vita al servizio di Dio tra l’Africa e la Turchia. In questi anni di cura e accompagnamento di giovani di culture molto diverse ha sentito una chiamata forte a prendersi cura dell’educazione affettiva dei ragazzi e dei giovani sposi. Ha visto come una gran parte di loro andasse incontro a sofferenze e solitudini perché incapaci e impreparati a vivere l’amore. Ha iniziato a studiare alacremente. Non solo documenti della Chiesa, ma anche psicologia e sessuologia. Si è circondato di alcuni ragazzi professionalmente preparati tra cui Luisa, quella che chiamava la sua ginecologa, che ora è tra coloro che coordinano la nostra associazione e che ha contribuito a questo libro. Ha chiesto conferma delle sue deduzioni a università importanti. Ne è nato un percorso di ricostruzione affettiva che ha “salvato” tantissimi giovani tra cui mia moglie e me. Ora Padre Raimondo ci segue dal cielo. E’ salito al padre circa 10 anni fa. I suoi ragazzi, ora sposi maturi, non hanno lasciato morire il suo progetto, sempre più necessario ed attuale. I corsi proseguono tutte le estati in una località montana in provincia di Brescia: al Gaver presso il Villaggio Paolo VI. Naturalmente li consiglio a tutti. Il libro può essere un approccio ad una realtà bellissima, ma solo con il corso si può entrare profondamente in quello che il libro può solo accennare.  Il corso è stanziale, ha la durata di sei giorni e permette con una spesa molto modesta di entrare in profondità della nostra natura umana godendo anche della bellezza di un panorama alpino incontaminato.

Dall’apostolato di padre Raimondo è nata anche un’associazione. L’intercomunione delle famiglie nasce per fare rete. Nasce per sostenersi a vicenda nella crescita spirituale di coppia e nel portare avanti il progetto di Dio sulla nostra famiglia. Esistono diversi gruppi locali aperti a tutte le famiglie. Potete trovare informazioni sui gruppi locali e sui corsi al Gaver consultando il  sito della nostra associazione www.intercomunione.it .

Infine vi chiedo la gentilezza di mostrare il libro al vostro sacerdote. Se fosse interessato agli argomenti trattati sarei felice di mandargli una copia gratuita e nel caso volesse anche a organizzare momenti formativi presentati da una famiglia della nostra associazione. Non chiediamo nulla se non il rimborso delle spese sostenute per la trasferta.

Vi ringrazio ancora di cuore e vi auguro di poter concretizzare quanto scritto nel testo. Il matrimonio è meraviglioso nonostante tutte le fatiche e gli imprevisti che possiamo incontrare. E’ meraviglioso perché siamo nati per amare ed essere amati e il matrimonio è la nostra risposta a questo desiderio profondo del cuore, è la nostra vocazione.

Per acquistare il libro a 8 euro (compreso di spedizione) potete inviare un messaggio whatapp al 3388575865 oppure scaricarlo direttamente da Amazon gratuitamente

Antonio e Luisa

Il battesimo è la sorgente.

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico
e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.
Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Giovanni Battista era uomo di Dio. Un uomo giusto, un uomo soprattutto libero. Non a caso viene scritto che era vestito di peli di cammello e che si nutriva di insetti e miele. Si vuole sottolineare che non aveva padroni. Nessuno a cui doveva qualcosa. Per questo era completamente libero di servire il Signore e di dare voce alla volontà del Signore. Le persone si recavano in massa da lui, perchè lui aveva parole vere. Abitava nel deserto. Luogo fisico. Le persone che andavano da lui abitavano anch’esse il deserto, il deserto del senso e il deserto spirituale. Un grande uomo, ma non paragonabile al Cristo. Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Nel matrimonio ci portiamo esattamente questo. Portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate. Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altro. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

Comunione a tutti?

Oggi voglio tornare su una infinita polemica che è in atto all’interno della Chiesa.  Tra i guelfi della misericordia e i ghibellini della verità. Tra i media che esultavano per il trionfo dell’amore e chi negava che ci fosse qualsivoglia cambiamento rispetto alla tradizione e agli interventi pastorali. Nessuna delle due “fazioni” ha colto le intenzioni del Papa, espressione di un cuore aperto allo Spirito. Spirito che ha soffiato forte sui due concili che lo stesso Papa ha voluto per la famiglia. La Chiesa sotto la tempesta mediatica e la lotta intestina è andata avanti, nel silenzio, senza clamore. Ogni diocesi, credo cercando una certa unità di indirizzo, ha elaborato o sta elaborando delle linee guida. Questo è il periodo storico della misericordia, dell’ospedale da campo dove curare e rimettere in piedi  la moltitudine di persone ferite a morte dalla vita e dalle relazioni malate. Questo il Papa lo sa bene. In Amoris Laetitia è chiaro.

Perchè riprendo questo discorso dopo che sono passati anni dall’uscita di Amoris Laetitia e ne ho già ampiamente parlato tempo fa? Ho avuto modo di leggere le linee guida della mia diocesi di Bergamo. Sono rimasto illuminato e piacevolmente colpito. Ecco cosa voleva indicare il Papa. Il vescovo di Bergamo e i suoi collaboratori hanno svolto un lavoro mirabile. Niente comunione a tutti. Si alla comunione in alcuni casi.

Ecco sinteticamente i punti che devono essere presi in considerazione nel discernimento personale e l’accompagnamento pastorale secondo quanto elaborato dal mio vescovo:

  1. stabilità ed irreversibilità dell’attuale unione;
  2. serietà, moralità, responsabilità nel vivere l’attuale relazione di coppia e genitoriale;
  3. richiesta di perdono e riparazione di eventuali danni causati nella rottura del matrimonio precedente e superamento di ostilità, aggressività, rancori;
  4. fattiva disponibilità e collaborazione per un’eventuale verifica e processo di nullità del precedente matrimonio, attraverso un’adeguata consulenza;
  5. ripercussioni e conseguenze nella propria comunità cristiana relative sia alla rottura del precedente matrimonio sia all’avvio della nuova unione;
  6. buon cammino spirituale, comprensivo di una valutazione del significato dei rapporti coniugali, nella consapevolezza della complessità della propria situazione e nella prospettiva della permanente conversione e maturazione della vita di coppia.

Dopo queste indicazioni mi sento di poter rassicurare tutte le persone che hanno subito un abbandono e vedono il loro coniuge “felice” con un’altra persona. Quelle persone che non solo devono sopportare la solitudine, il tradimento e la sofferenza lacerante della loro situazione, ma che si sentivano anche tradite e abbandonate dalla Chiesa. Il Papa non ha gettato la spugna. Riconosce sempre l’indissolubilità del matrimonio e l’ingiustizia della loro condizione. Il vescovo di Bergamo è chiaro. Poche persone sono in grado di rispettare le condizioni previste dall’accompagnamento. Di sicuro non le accetterà chi con grande egoismo ha generato tanta sofferenza senza mai pentirsi. Se mai qualcuno di questi otterrà l’autorizzazione non sarà per il tradimento della Chiesa, ma per la malafede o il colpevole buonismo  di qualche sacerdote o vescovo.

Antonio e Luisa

La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero

Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.
Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.
Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”.
Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.
Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Questo passo della Genesi, prima lettura della Santa Messa di oggi mi ha subito colpito per un’evidenza in particolare. Adamo ed Eva hanno perso l’armonia, si sono riconosciuti nudi, bisognosi di proteggersi l’uno dall’altra. Non esiste più quella naturale inclinazione a fidarsi vicendevolmente e di Dio stesso. Non sembrano essere neanche più insieme. Quando il Signore li cerca l’uomo sembra essere solo. Parla al singolare. Non è più coppia. Si è nascosto. Accade spesso anche nelle nostre famiglie. Non necessariamente per gravi situazioni, anche nella vita ordinaria di ogni giorno. Basta poco per rompere quell’armonia, per litigare, per ferire l’altro/a e per allontanarsi. Quanti litigi, quanti silenzi, quante ripicche, quanta sofferenza inutile. Il comportamento di Adamo è quello che spesso abbiamo anche noi. La coscienza rimorde, sa che ha sbagliato. Sa di essersi comportato male, di aver commesso un peccato, ma non lo riconosce. Preferisce scaricare la responsabilità su Eva. E’ stata lei che ha iniziato. E’ stata lei che mi ha provocato. Non devo chiedere scusa. Deve farlo lei. Eva a sua volta si discolpa. Non ammette la sua mancanza. Quando c’è incomprensione nella coppia la responsabilità non è mai di uno solo. E’ facile trovare una responsabilità dell’altro/a. E’ facile rilevare le fragilità e le imperfezioni dell’altro/a. Più difficile, molto più difficile, spostare l’occhio critico dall’altro/a a me stesso. Non importa quanto ha sbagliato la mia sposa. Non importa chi ha generato la lite. Io ho alimentato lo scontro. Io devo chiedere scusa per primo. Non importa se mi costa e se è una ferita al mio orgoglio. E’ la cosa giusta da fare per non perdere quel paradiso terrestre che è la mia relazione sponsale quando c’è amore autentico e armonia. Nulla conta più di questo.

Antonio e Luisa

I 7 pericoli mortali di un matrimonio.

Ripropongo un articolo di circa un anno fa. E’ uno tra gli articoli che hanno riscosso maggior interesse e, visto che la platea dei lettori continua ad allargarsi, mi fa piacere riproporlo.

 

Asmodeo. Vi ricordate questo nome? Sicuramente lo avete già sentito nominare anche se, forse, non riuscite a collocarlo in un contesto chiaro. Asmodai, chiamato anche Asmodeo, è un demone biblico. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria.

Perchè vi racconto questo? Asmodeo è l’antagonista nel racconto biblico di Tobia e Sara, dove il protagonista è Dio. La storia di Tobia e Sara è la storia della incessante battaglia tra il bene e il male. Il campo di battaglia diviene la relazione sponsale di questi due giovani, che con l’aiuto di Dio riusciranno a portare in salvo se stessi e il loro matrimonio. Giovanni Paolo II in udienza del 1984 dice al riguardo:

 Questa prova della vita e della morte ha pure un altro significato che ci fa comprendere l’amore e il matrimonio degli sposi novelli. Infatti essi, unendosi come marito e moglie, si trovano nella situazione in cui le forze del bene e del male si combattono e si misurano reciprocamente.

Non voglio cercare di approfondire tutto il libro di Tobia, troppo ricco di simboli e io non abbastanza preparato, ma posso lanciare qualche spunto, gli stessi che sono serviti a me per riflettere sulla mia relazione con Luisa. Si, perché Tobia e Sara siamo noi e Asmodeo è presente in ogni matrimonio pronto ad attaccarlo e  distruggerlo, non appena trova uno spiraglio, una porta non ben protetta del nostro castello,  e a uccidere l’uno nel cuore dell’altra.

Partiamo dalla Parola biblica del libro:

Raguele udì queste parole e disse al giovane: «Mangia, bevi e sta’ allegro per questa sera, poiché nessuno all’infuori di te, mio parente, ha il diritto di prendere mia figlia Sara, come del resto neppure io ho la facoltà di darla ad un altro uomo all’infuori di te, poiché tu sei il mio parente più stretto. Però, figlio, voglio dirti con franchezza la verità. 11 L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà». 12 Ma Tobia disse: «Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo». Rispose Raguele: «Lo farò! Essa ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Prendi dunque tua cugina, d’ora in poi tu sei suo fratello e lei tua sorella. Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, figlio mio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace».

Sara è già stata data a sette mariti prima di Tobia e tutti sono morti la notte delle nozze.

Cosa rappresentano i sette mariti? Perché sono tutti morti? Chi è stato?

Il racconto diventa quasi un thriller. Tobia è pronto a correre il rischio e affronta la prima notte di nozze con Sara. E’ tranquillo perché sa di non essere solo, Dio è con lui.

Ora torniamo ai sette mariti morti. L’assassino non è il maggiordomo ma il nostro Asmodeo , di cui abbiamo parlato in precedenza, l’antagonista di Dio. Asmodeo vuole distruggere il patto nuziale e ogni marito morto rappresenta uno dei sette pericoli mortali a cui il matrimonio è esposto. Per elencarli con una breve spiegazione prendo spunto dai meravigliosi coniugi  Gillini e Zattoni e dal loro testo: La lotta tra il demone e l’angelo.

  1. L’ARROGANZA DI ESSERSI FATTI DA SOLI. Non riconoscersi figli e bisognosi dell’aiuto del Padre. Chi fonda tutta la propria vita matrimoniale sulle proprie forze e sul proprio amore è un illuso. Finché tutto va bene non abbiamo bisogno di Dio, del suo aiuto, del sacramento del matrimonio fonte di Grazia e di vita. Quando le cose dovessero iniziare ad andare male e le difficoltà e la sofferenza potrebbero entrare nella nostra storia, saremo pronti o Asmodeo ci ucciderà come il primo marito?
  2. LA COLPEVOLIZZAZIONE IMMOBILIZZANTE. Non possiamo vivere in modo sano il nostro matrimonio se non curiamo le ferite che ci portiamo dentro. Non siamo perfetti, abbiamo fragilità e imperfezioni. Dobbiamo accettare tutto questo ed essere capaci di amarci così e di farci amare nella nostra imperfezione. Stessa cosa per il nostro coniuge. Anche lui/lei è fragile ed imperfetto/a. Non puntiamo il dito sui suoi difetti ma troviamo il modo di trasformarli in occasione di amore oblativo di dono. In caso contrario la situazione potrebbe divenire insostenibile e faremmo il gioco di Asmodeo, che  ci ucciderebbe come il secondo marito.
  3. ARRENDERSI ALLE DIFFICOLTA’. Il matrimonio, come dice in modo molto bello Costanza Miriano, non è solo a forma di cuore, a volte assume la forma della croce. Sofferenza, prove e difficoltà ci potrebbero abbattere. Ci viene in soccorso Dio con la Sua Grazia. Noi dobbiamo però crederci, non perdere la speranza e la certezza che Lui è con noi e, che se anche non vediamo la fine del tunnel, proseguire e perseverare senza perdere la speranza è l’unica via, o se abbandoniamo la lotta,  faremo la fine del terzo marito.
  4. L’ASSENZA DI DIO. Crediamo in Dio, o almeno pensiamo di crederci, poi però le nostre scelte non tengono conto di Lui. Decidiamo da soli ciò che è bene e ciò che è male. Dio diventa più una figura di superstizione e tradizione, qualcuno di lontano a cui dedicare qualche rito vuoto di significato. Solo se Dio diventa nostro faro in ogni decisione importante e la Chiesa nostra madre, dove trovare le risposte ai nostri dubbi, allora riusciremo a non farci annientare come il quarto marito.
  5. LA RESA FIDEISTICA. E’ il contrario del quarto punto, ma altrettanto pericoloso. Far dipendere tutto da Dio, pensando che così tutto sarà perfetto. Dio ci ha fatto suoi figli e ci vuole liberi. Dio agisce nella nostra vita ma solo dopo che noi ci siamo messi in cammino. Ci chiede impegno, formazione, perseveranza e conoscenza dell’altro. Ci chiede di mettere in gioco tutto di noi, anche la nostra libertà e responsabilità. Solo se faremo tutto questo, allora Dio metterà la Sua Grazia per colmare le nostre povertà. In questo campo rientra anche la maternità responsabile. Lasciare a Dio la regolazione della nostra fertilità senza impegnarci nella conoscenza dei metodi naturali potrebbe ucciderci come il quinto marito.
  6. LA LUSSURIA. L’USO PRIVATISTICO DELLA SESSUALITA’. Su questo punto mi soffermo poco, l’ho già affrontato diverse volte. Dico semplicemente che se il rapporto fisico diventa esclusiva ricerca di piacere e l’altro/a una persona da usare il rapporto è destinato a fallire. Il rapporto fisico è autentico solo quando è manifestazione dell’amore oblativo di dono. L’amplesso fisico e l’amore erotico sono una parte essenziale dell’amore sponsale ma solo se vissuti in questo modo. L’unione dei corpi come segno dell’unione dei cuori, e la donazione totale del corpo come culmine di una vita di attenzione, servizio e donazione dell’uno verso l’altra. Solo così non moriremo come il sesto marito.
  7. DISCONOSCIMENTO DI LEALTA’ VERSO LA COPPIA. Uno dei due sposi non recide il cordone ombelicale con la famiglia di origine. Si sente ancora figlio/a prima che sposo/a. Hanno priorità sempre le necessità della famiglia d’origine prima di quelle della coppia. Così la volontà della famiglia d’origine schiaccia e a volte azzera le dinamiche e la libertà della coppia. Questo, presto o tardi, permette ad Asmodeo di distruggere l’unione.

Ognuno di noi si sente attaccato su uno o più punti maggiormente rispetto agli altri, ognuno nella sua relazione ha un suo punto debole, stiamo però attenti a non sottovalutare quello che il libro di Tobia così sapientemente ci insegna, riconosciamo il pericolo e disinneschiamolo con le armi della Grazia e della nostra volontà di andare oltre..

Antonio e Luisa.

Gesù ti offriamo quel poco che abbiamo

Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada».
E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini».
Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra,
Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.

Il Vangelo di oggi è fantastico. Tutta la Parola lo è. Questo però mi permette di riflettere sull’importanza della Grazia e dell’importanza di mettersi alla sequela di Gesù.

Avete mai letto questo Vangelo in chiave sponsale? Il Vangelo parla ad ogni uomo. In qualsiasi condizione egli si trovi. Quindi parla anche a noi sposi.

Gesù prova compassione per la folla. Gesù prova compassione per ognuna di quelle persone. Gesù prova compassione per me e per la mia sposa. Vuole aiutarli. Vuole aiutarci. Non lo fa con tutti. Il Vangelo è chiaro. Sono in un deserto. La nostra vita può diventare un deserto. Deserto di intimità, deserto di tenerezza e affettività. Deserto come incomprensione e solitudine. Quante coppie vivono esperienze così? Non solo. Sono passati tre giorni. Tre giorni che quelle persone seguono Gesù mentre compie miracoli e sono affascinate da Lui. Non a caso si parla di tre giorni. Tre giorni come il tempo che passa tra la morte in croce e la resurrezione. Questa Parola ci dice che Gesù ci può aiutare, ma noi dobbiamo seguirlo anche quando viviamo il deserto e le tenebre sembrano avvolgere la nostra vita. Allora avviene il miracolo nella nostra vita. Come detto più volte il sacramento non è una magia, ma una forza che necessità della nostra fede e della nostra volontà di accogliere lo Spirito Santo. Chi in quei tre giorni pur assistendo ai miracoli di Gesù non è restato, se ne è andato lontano da Gesù, non potrà usufruire della forza rigeneratrice di Cristo. Gesù vorrebbe aiutare tutti. Non può. Solo chi si affida ed è perseverante può essere sanato. Certo quelle persone che si sono allontanate possono tornare e Gesù è pronto a riaccoglierle. La fatica di attraversare il deserto devono però farla.

Mi immagino insieme alla mia sposa nei momenti difficili che abbiamo attraversato. Momenti in cui ci sentivamo poveri, miseri, senza forze e senza una soluzione chiara alla difficoltà del momento. Abbiamo scelto di restare saldi a Cristo e al matrimonio, via privilegiata per incontrarlo. Abbiamo dato a lui tutto ciò che avevamo. Ben poca cosa. Qualche pane e qualche pesce. Quel poco di amore, di volontà, di perseveranza e di speranza che avevamo. Lui ne ha fatto tanto. Ne ha fatto pane spezzato. Pane spezzato l’uno per l’altra. Ci ha nutrito così tanto che abbiamo avuto il desiderio di condividere con tutti questa bellezza e questa grandezza del nostro Dio.

Antonio e Luisa

Il profumo di un amore redento

Oggi riprendo il Libro di Tobia. In particolare un passaggio dello stesso. Anche in questo caso c’è un forte significato simbolico che va oltre la semplice interpretazione letterale.

Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. [2]Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso. [3]L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi.

Tobia sta per passare la prima notte con la sposa Sara. Prima di giacere con lei fa qualcosa di molto importante. Qualcosa, che i precedenti pretendenti di Sara non fecero e per questo perirono. Sa che Asmodeo è lì. Sta solo aspettando il momento dell’intimità per uccidere anche lui nel cuore di Sara. Asmodeo, demone che si diletta a distruggere l’unità e l’amore nella relazione sponsale. Darò ora una lettura forse un po’ forzata, ma solo fino ad un certo punto. Ho trovato alcuni testi che supportano questa tesi.

Tobia si presenta alla sua sposa solo dopo essersi purificato.  Compie un gesto fondamentale, espressione della volontà di essere strumento di Dio e non di fare l’altro/a strumento del proprio piacere.

Tobia prese dal sacco il fegato e il cuore del pesce e li bruciò sopra l’incenso. Tobia può sembrare ai nostri occhi pazzo. Come? Sei lì con la tua sposa, nella prima notte di nozze e tu cosa fai? Ti metti a fare il pesce alla brace. Ma sei fuori? In realtà Tobia non è pazzo. Tobia attraverso quel gesto ci sta dicendo qualcosa. Contestualizziamo. Siamo al chiuso. L’incenso non sale quindi a Dio. L’incenso resta nella stanza. L’incenso è diretto a Sara. Sull’incenso Tobia ha bruciato cuore e fegato. Cuore e fegato, le interiora, rappresentano le nostre pulsioni. Tobia attraverso il profumo che si propaga nella stanza sta dicendo a Sara che non vuole violarla. Lei non è qualcosa di cui abusare e da usare. Lei è qualcuno da amare, anche attraverso il corpo. Tobia, attraverso quel gesto, sta aiutando Sara a comprendere l’essenza del gesto che vivranno da lì a poco. Sta liberando Sara dall’angoscia di non essere amata, ma usata. In un testo questo rituale viene equiparato ad un vero e proprio esorcismo. Forse si tratta di un reale rituale antichissimo in uso nell’epoca in cui questo testo fu scritto. Noi non abbiamo bisogno di questo esorcismo, di questo rituale. Anche noi abbiamo questa ferita del peccato originale. Anche io sentivo forte la pulsione di dominare e  possedere la mia sposa. Il matrimonio è però un sacramento. Un segno visibile di un dono grandissimo. La redenzione di Gesù attraverso la passione e la morte in croce. Il matrimonio è un amore redento. Un amore risorto e riportato alle origini. Certo serve attenzione, impegno, educazione, ma se riusciamo ad aprire il cuore allo Spirito Santo tutto cambia. Cambia soprattutto lo sguardo. Lo sguardo dello sposo del Cantico che porta la diletta a dire:

Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.

e ancora:

Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli.

La sposa non si sente violata, ma amata. Non si sente usata, ma accolta in tutta la sua umanità. Questo le permette di mostrarsi nuda, senza paura, senza barriere, senza timori ed angosce. Molto diverso dallo sguardo di Adamo ed Eva. Uno sguardo non innocente, segno di una volontà reciproca di possedere e soggiogare l’altro/a. Tanto che troviamo scritto in Genesi:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

L’amore redento che ci dona Cristo nel matrimonio è proprio questo. Tornare ad avere lo sguardo autentico sull’altro, lo sguardo di Dio. Tornare a prima del peccato originale,  dove Adamo ed Eva non provavano vergogna della loro nudità, tornare allo sguardo dei protagonisti del Cantico. Cantico: libro d’amore dove Dio ci insegna ad amare.

Bellissimo poter vivere questa realtà, dono gratuito di Gesù, costato il sangue e la vita di Cristo. Quanti accolgono questo dono? Quanti riescono ad avere lo sguardo d’amore autentico verso il coniuge? Ognuno si risponda.

Antonio e Luisa