Compiacersi

E’ vero che si corre il rischio del romanticismo e del sentimentalismo percorrendo questa via, ma non è meglio correre questo rischio piuttosto che quello di trasformare l’amore in una povera e rinsecchita cosa, senza sangue né carne? Non sarà meglio rischiare il troppo che il troppo poco? A difenderci dal sentimentalismo penserà la vita. La vita e la consapevolezza che la tenerezza va sempre associata al servizio. La tenerezza senza servizio è una melensaggine insulsa, invece il servizio reciproco renderà vero il reciproco piacere dell’esserci.

Perché è così raro, così difficile, trovare persone che abbiano questa freschezza, questa capacità di mettersi in gioco e condividere apertamente i propri sentimenti? Forse perché bisogna avere un anima molto libera per poterlo fare, bisogna essere molto sicuri dell’amore dell’altro, in modo da essere certi di non aver nulla da perdere… però bisogna ricordare che il sentimento nel condividerlo si rafforza, viceversa un sentimento che non è mai detto rischia di spegnersi, di perdersi addirittura, quindi occorre anche prendere il coraggio a quattro mani e rischiare, se si vuole che l’amore cresca!

Avatar di don Fabio BartoliLa fontana del villaggio

bacio-dolce

Cos’è l’amore? Parafrasando Agostino (che però parlava d’altro) si potrebbe dire: se non me lo chiedi lo so, ma se me lo chiedi non lo so più, nel senso che ognuno di noi ha, o crede di avere, una certa esperienza dell’amore, ma se prova a riflettere sulla sua esperienza allora i concetti si fanno sfuggenti e sembra assai più facile descrivere l’amore per ciò che NON è, piuttosto che per ciò che è. In effetti conosco un sacco di libri dottissimi in cui si spiega cosa non è l’amore, ma pochi in cui mi si dica cosa effettivamente è.

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Le beatitudini degli sposi

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

 

La lebbra che distrugge l’amore

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza,
alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce;
e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?
Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse:
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Il vangelo di ieri mi ha colpito molto. Parla di lebbrosi. Esattamente come mi sentivo io quando ero lontano. Mi fermavo a distanza da Dio, ero attratto da Lui ma avevo la mia lebbra che mi induceva a non avvicinarmi. La mia lebbra non era nel corpo ma nel cuore. Ognuno ha la sua di lebbra. Anche nel rapporto di coppia. Può essere la lussuria e la pornografia che distruggono l’amore, il lavoro che prende il posto di Dio, l’accidia che ci fa lamentare sempre di tutto e cancella i colori della vita, la superbia che ci rende incapaci di sentirci figli del Padre. Ognuno ha la sua lebbra. Dio vorrebbe avvicinarsi, ma noi lo teniamo a distanza, non ci sentiamo degni nel profondo di noi. Poi lui ti guarda,  poggia su di te quello sguardo colmo di compassione. Allora ti  abbandoni e implori di essere guarito, ti riconosci finalmente bisognoso della misericordia di Dio. La tua vita è malata, il tuo corpo e il tuo cuore sono malati. E allora succede il miracolo. Nella siituazione difficile che stai vivendo, nel tuo matrimonio, nella tua debolezza, nella tua miseria  entra Cristo che sana e cura. Ti chiede di avere fede in lui e di metterti in cammino, confidando nella Sua Grazia che sana e guarisce. Non siamo, però,  ancora salvi. Siamo sanati, ma non salvi.  Per essere salvi dobbiamo voltarci e tornare indietro per ringraziare e lodare Dio. Solo desiderando Dio nella nostra vita e ringraziando di tutto ciò che ci dona ci riconosceremo figli di un Padre. Solo quando ci ricorderemo di Gesù non solo nel momento delle difficoltà, ma anche per lodarlo e rendergli gloria, il nostro amore per Lui sarà autentico e non solo finalizzato ai nostri bisogni e desideri.

Rendiamo gloria ogni giorno a Dio per tutto ciò che ci dona e vedremo ancora il suo sguardo d’amore che si posa su di noi, lo vedremo attraverso lo sguardo del nostro sposo o della nostra sposa. Così ogni mattina ci sentiremo sanati e salvati nonostante tutte le difficoltà della vita.

Antonio e Luisa

Desaparecidos

Spariti, desaparecidos. Un termine giornalistico tristemente venuto alla ribalta negli anni ’70, che si riferisce ad una straziante pagina scritta con il sangue di inermi cittadini in Argentina, sotto la dittatura militare. La particolarità della scomparsa di decine di migliaia di oppositori politici -o presunti tali – è stata la segretezza, la sottrazione di individui senza che rimanesse traccia alcuna del sequestro prima, e dell’uccisione poi. Un silenzio rotto solo dal pianto e dalle proteste delle madri e delle nonne.

Da allora il termine desaparecidos è rimasto nel linguaggio comune per indicare quell’alone di mistero (evocato anche dal termine straniero) che accompagna alcuni specifici casi di scomparsa.

Probabilmente si tratta di un azzardato accostamento, di una appropriazione indebita di linguaggio e significato, ma non mi viene altra parola per definire un tema scomparso quasi del tutto dalle nostre conversazioni, dai dibattiti, dai servizi, dagli editoriali, dalle review: cosa accade a chi rimane vittima delle separazioni e dei divorzi, figli e coniugi. Il tema non c’è più: silenziosamente e segretamente sottratto all’attenzione di tutti, fino al punto da mettere in dubbio che qualcheduno ci possa rimanere male a vedere strappate le fondamenta degli affetti e della propria stessa esistenza. A parte che non ci si turba a più a sentire sull’ultima separazione di persone più o meno vicine o conoscenti, lo sfaldamento di una famiglia sembra rientrare nell’ordine fisiologico degli eventi, come l’alternanza delle stagioni, i banali  cambiamenti meteo, le allergie a primavera.

Non ci si espone più di tanto a fermarsi, riflettere, leggere nell’intricato gomitolo delle complicanze,  alcune ineluttabili, altre prevenibili, altre ancora curabili, del vivere insieme dentro un nucleo familiare , ma si liquida tutto con il dire: “quando ci si separa, in genere la colpa è al 50% di entrambi i coniugi”, oppure:” se ormai non si amano più?” Oppure, “se lui ama un’altra?” Tradotto: lo yogurt è scaduto, le caratteristiche organolettiche della relazione non rendono “il prodotto matrimonio” più edibile, non c’è soluzione: alle ore 20 viene ritirata la spazzatura e quindi si provvede al confezionamento del rifiuto “famiglia”. C’è la legge che garantisce la “fast” separazione e il “fast” divorzio e con essa una procedura casalinga di richiamo: dentro le quattro mura, i percorsi, i riti, le liturgie, le liti, i gesti, le mozioni che anticipano la rottura definitiva si ripetono secondo dizionario televisivo, e tutti convinti di stare giocando il giusto schema giungono al traguardo,  da cui poi non si torna indietro quando si varca la soglia di uno studio legale.

Tutto questo è diventato immensamente e stupendamente “civile”: l’uomo, diventando sempre più “civile”, migliora la propria stazione eretta, esce dalla foresta di certe aggregazioni ormai esaurite e prive di garanzia di gioia, e va verso un avvenire  di novità e di stimolanti prospettive. Riconosciamo i casi, che forse sono tanti o anche la maggior parte, in cui il matrimonio è diventato un malato terminale per il quale si chiede pietosamente di non incorrere nell’accanimento terapeutico.

Ma il problema è un altro: il malato  è diventato terminale forse perché non si è fatta prevenzione, non si è intervenuto in tempo con la diagnosi e le cure, e si sono sottovalutati i sintomi dell’ulteriore aggravamento. Diciamo che quando qualcosa non ha più funzionato nella relazione, è stato irrimediabilmente  installato il software della crisi, e qui a fingersi o a trasformarsi in sofisticati aguzzini del coniuge per implementarne l’esasperazione (San Paolo era alquanto preoccupato dell’esasperazione in famiglia) per le scuse più banali: la moglie tiene la casa troppo ordinata e pulita (e il marito rischia l’ipossia per la troppa manutenzione) oppure la moglie non mantiene l’ordine come si deve (mentre il marito lancia calzini con gesti sicuri) e via dicendo.

Una volta scivolati lungo il piano inclinato in cui ci si intossica a vicenda e la vita familiare diventa intollerabile,  la separazione è la porta girevole che riporta all’aria aperta e alla vita che verrà. Sulla scorta di questi automatismi, le separazioni lasciano morti e feriti, ma di certi sciagurati bilanci non ne parla nessuno. In genere non è vero che tutti sono colpevoli (e quindi nessuno è colpevole) e che non esistono vittime: uno dei  coniugi subisce spesso più dell’altro un disastro macroscopico che investe tutta la sua persona e di conseguenza tutta la sua vita. Intaccata la sua salute psichica e anche fisica, perde parte del “sè” che era stato investito nella famiglia. Perché non si rompe un legame tra i coniuge, si scioglie una famiglia. Capita che una donna che aveva rinunciato al suo lavoro per accudire la famiglia, rimanga indigente e fuori dai giochi sociali. Un uomo costretto a mantenere i figli, uscito o sbattuto via di casa stenta a trovare un alloggio.

La povertà materiale è il primo premio  del lauto bottino. La solitudine e la mancanza di solidarietà fisica e morale nelle difficoltà quotidiane rendono i nuovi single fragili e incapaci. Le liti? Se si pensa che almeno quelle siano cessate, ci si sbaglia. Spesso sono più virulente e più devastanti dopo la separazione, perché adesso sul terreno di scontro ci sono ragioni serie e valide: la casa, gli interessi economici, i figli. E poi i rancori che fluttuano ancora più liberi e senza freni. Dopo la separazione, davvero ci si rende conto che il matrimonio è indissolubile perché non si smette mai di detestarsi, o di rimpiangere o di evitarsi o di attribuire all’altro la responsabilità per tutti i mali del mondo.

I figli non vivono più in famiglia, ma con il genitore 1 o il genitore 2 o alternando i tempi delle convivenze con l’uno o l’altro. Stare con i genitori diventa come affrontare turni di lavoro e il tipo di relazione che si deve reinventare subisce gli effetti della perdita dell’intimità quotidiana o di una convivenza che diventa semplice coabitazione, quasi sempre si innesca una partigianeria alienandosi il legame con uno dei due colpevoli, creando d’altra parte pericolose alleanze. Viene confezionato un inferno perfetto, di quelli vissuti nel silenzio e nell’indifferenza, di cui appaiono pochi sintomi all’esterno, anche perché il mainstream giudica idioti quelli che accusano conseguenze psichiche irreparabili da ciò che viene rappresentato come un evento normale. E siccome non ci si può trasformare in emarginati sociali a permanenza, si deve imparare a memoria il manualetto di sopravvivenza facendo finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber.

Comprendo che queste sono semplici pillole di quello che il trauma della separazione produce, elencate senza un preciso ordine, solo per tentare un assaggio del problema, che meriterebbe invece chilometri di scritti e conferenze non-stop. Da queste macerie ci sono casi però di rinascita, cioè di coniugi che creano nuovi vincoli, che ricompongono un loro presepe, accendono un nuovo focolare, addirittura molto composto e borghese. In questi casi ci si chiude alle spalle la porta tagliafuoco, e tutto ciò che è stato vissuto con la ex-famiglia  viene  via via consegnato all’oblio, cercando di far sbiadire gradatamente anche i ricordi. Quando si scioglie una famiglia le sofferenze non si calcolano e le vittime sono ovviamente i più deboli che rimangono sul campo, ignorati e non compresi, e spesso dimenticati.

Ma la mia riflessione mi spinge a pensare che alla fine la gravità delle separazioni non consiste nella somma dei tanti dolori provocati: in fondo la vita è un percorso difficilissimo in cui la sofferenza è sempre in agguato (la malattia, gli incidenti, le guerre, etc.), questa potrebbe essere una delle tante svariate disgrazie che possono capitare. Credo che l’aspetto più insopportabile sia rappresentato dal fatto che ai figli venga negata la cosa più importante che esista: la sicurezza di avere una famiglia, bella o brutta o litigiosa, ma famiglia, luogo obbligatorio di ritrovo e di condivisione; la famiglia è bella anche quando non è bella, perché vive dentro di te, sai che ci sarà quando avrai un problema, quando avrai bisogno, sai che dovrai assistere il genitore sofferente, accanto agli altri componenti e la cosa potrà arrecarti disturbo. Ma dopo che l’avrai fatto ti rimarrà impresso il ricordo, e questo ricordo avrà un ruolo motivazionale che darà senso al resto della tua vita. Chi perde la famiglia, interrompe le sue esperienze di solidarietà e di appartenenza a quel famigerato  giorno x. Dopo si diventa non appartenenti.

Il giorno di Natale, a casa tua non si riunisce più nessuna famiglia, al massimo nuove combinazioni di persone, ma non la tua famiglia perché quella l’hai persa. Non ci saranno feste solenni a segnare la tua vita, perché mancherà sempre qualcuno o c’è qualcuno di troppo. Il film della tua vita fatto di  vacanze, compleanni, anniversari, lauree, eventi, occasioni, semplicemente non c’è più, perché si è interrotto,  e qualsiasi evento lascia l’amaro in bocca perché ti sono rimasti i rimasugli di rapporti,  che non servono a celebrare nulla. Sembrerà futile parlare di festicciole e party, ma il momento di pienezza che la vita ci dona è il giorno della festa, celebrato con il vino.  Mancando la certezza della famiglia, mancherà anche il progetto della bellezza della famiglia e dell’amore gratuito da potere trasmettere alle prossime generazioni.

Io vorrei tanto che ci si armasse di coraggio e di buona volontà e si cominciasse a parlare a ritmo continuo dei danni delle separazioni. Magari con l’iniziativa di madri testarde e noiose, accompagnate anche da nonne, che in una improvvisata Piazza di Maggio vogliano attirare l’attenzione sui loro figli di cui nessuno  parla più.

Avatar di autori variil blog di Costanza Miriano

desaparacidos

di Salvatrice Mancuso

Spariti, desaparecidos. Un termine giornalistico tristemente venuto alla ribalta negli anni ’70, che si riferisce ad una straziante pagina scritta con il sangue di inermi cittadini in Argentina, sotto la dittatura militare. La particolarità della scomparsa di decine di migliaia di oppositori politici -o presunti tali – è stata la segretezza, la sottrazione di individui senza che rimanesse traccia alcuna del sequestro prima, e dell’uccisione poi. Un silenzio rotto solo dal pianto e dalle proteste delle madri e delle nonne.

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Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te.

 

Ci sono giorni in cui ci si sveglia al mattino e tutto sembra impossibile ad essere felicemente affrontato.
Appare che ogni cosa vada a rotoli nella storia a cui si è chiamati, soprattutto e sovente quando questo è un matrimonio.

due persone così diverse tra loro

Certo perché, la cosa più ardua da vivere è la relazione tra due persone così diverse tra loro, così libere di manifestare la propria verità ma che costantemente si imbattono nel doversi o volersi amare.
Una cosa è il dovere e l’altra è il volere.
In questa differenza del nostro essere gioca tutta un’esistenza e, da questa, tantissime scelte, nel bene e nel male.

il piano verticale

Esistono due piani dove orientare la chiave di volta della soddisfazione di una buona relazione.
C’è un piano verticale, che volge verso l’alto, che ci fa guardare oltre il nostro IO e ci conduce verso DIO.
L’autore di un libro meraviglioso, G.Courtois, che si intitola «Quando il maestro parla al cuore» scrive (pag.119 del citato testo):
“Più comprenderai che sono Io ad agire negli altri, attraverso ciò che ti ispiro di dire loro, più la tua influenza su di essi si intensificherà e tu vedrai diminuire l’opinione che hai di te stesso. Penserai…non è il frutto del mio sforzo personale, Gesù era in me. Il merito e la gloria tornano a Lui”.

matrimonio

il piano orizzontale

Ma chi veramente crede e mette in pratica questo quando il piano della vita concreta non funziona bene?
Abbiamo detto che c’è un piano verticale, quello che guarda in alto e che consente di vedere quell’Uno, cioè Dio. Poi c’è un piano orizzontale , quello delle relazioni umane che ci fa vedere i tanti, cioè tutti i figli di Dio, i nostri fratelli.

Il disegno che esce dai due piani è una splendida croce.
Ciò che implica gioie e sofferenze è proprio quell’incontro dell’ IO col TU.
Io e te siamo i protagonisti, in questa terra, della dimensione orizzontale ed è qui che si gioca tutto il nostro essere.

sono stanco, non ce la faccio più

Da tempo mi é dato di «accompagnare» le coppie e le persone in difficoltà di vita, soprattutto nel matrimonio.
In genere ciò che prevale quando le cose non funzionano bene é questa affermazione:
“Sono stanco, non ce la faccio più” spesso accompagnata anche da “le ho provate tutte, l’ho detto 5000 volte ma ora basta!”
Così, nel tempo, smarrendo la strada del piano orizzontale non si riesce più neppure a guardare verso l’alto, in verticale.
Questo ci porta a perdere il posto privilegiato della croce perché ….”chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua…”, dice il Signore.

Prendere la croce è essere dentro quel disegno: guardo verso Dio, sento Dio in me, guardo te con gli occhi di Dio.

l’eucarestia, il cuore a cuore con l’amico speciale

Come faccio a sentire Dio in me?
Non posso conoscere qualcuno se non lo frequento.

Gesù , che è persona, mi aspetta tutti i giorni per nutrirmi, riempirmi mente e cuore di Lui e più lo frequento e più lo conosco e più lo conosco più voglio frequentarlo.
Sto parlando dell’eucaristia, il cuore a cuore con l’amico speciale.

A Lui posso chiedere e ottenere ciò che è davvero utile per me: la morale dipende dal sacramento che si vive.
Se nella mia vita scelgo la schiavitù (soldi,pornografia,menzogna e chi più ne ha più ne metta) la mia sarà una morale da schiavo. Se invece scelgo la verità (ordine, sessualità come dono, soldi come strumento, beni da condividere e chi più ne ha metta pure) la mia sarà una morale da libero.

cancellare dal vocabolario “sono stanco”

Quando il mio sguardo è sul piano verticale e va verso l’alto non baderò più al risultato da ottenere perché i miei bisogni diventano mediati invece che immediati.
Bisogna aspettare ma occorre darsi da fare!

Allora dovrò cancellare dal mio vocabolario il “sono stanco”.
Non si tratta certamente della stanchezza fisica, quella c’è, ma si tratta altresì dello scoraggiamento, del “non ce la posso fare”, del non riuscire ad arrivare sino in fondo, dell’impedimento che una situazione da combattere sia lasciata alla bandiera bianca dell’arresa e, spesso, preferire la fuga.

fallire il matrimonio

Tu non sei stanco, tu puoi lottare, tu puoi essere un guerriero perché Dio sta al tuo fianco “come un prode valoroso“, come dice il profeta Ezechiele: lasciati sedurre, dal tuo Signore.

Dio non permetterà che tu possa lasciare incompiuta l’impresa più gioiosa che Lui stesso lo ha desiderato per te: non lascerà fallire il matrimonio!

Lui ti sosterrà sino alla fine se lotterai con le giuste armi, quelle non convenzionali, quelle che guariscono il tuo cuore e ti permettono di benedire il tuo nemico che spesso, guarda caso, è chi ti sta difronte… il tuo stesso coniuge, i tuoi figli, i tuoi genitori… per non parlare degli altri esseri umani.

tu puoi condonare quel debito

Ricorda che se tu subisci un torto, chi lo commette contro di te pecca contro il Signore perché è Lui il padrone della tua vita, dunque chi viene colpito è innanzitutto Dio e qui hai due possibilità. La prima è portare risentimento appropriandoti della tua vita e negando l’esistenza all’altro. La seconda é capire che la tua vita appartiene al tuo Creatore e così, in nome e per conto di Dio tu puoi condonare quel debito, cioè perdonare, perché così ti sarai riguadagnato un fratello e sarai nella pace totale.

Ecco i due piani, ecco perché puoi portare la croce attraverso cui, guardando in alto, potrai guardare accanto a te con gli occhi di Dio. Ricorda, Dio stesso lo ha desiderato e non lascerà fallire il matrimonio!

Credi tu?

Caro fratello tu non sei stanco perché mentre combatti sei tenuto in braccio e il più delle volte cammini senza neppure poggiare i piedi sulla terra, e neanche te ne accorgi.

Così, se questa mattina ti sei svegliato scoraggiato, questa notte potrai essere più fiducioso e il giorno di domani sarà nuovo e tu saprai affrontarlo, impedendo di far fallire il matrimonio.
Credi tu?
Possiamo farcela insieme!

Cristina Righi Epicoco

Sorgente: Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te – Annalisa Colzi

Il matrimonio secondo Kasper (prima riflessione)

Sto leggendo il libro del cardinal Kasper “Il matrimonio cristiano”, per cercare di comprendere il punto di vista di questo teologo molto apprezzato da Francesco e che ha ricoperto un ruolo di primo piano nel recente Sinodo sulla famiglia.

Kasper parte analizzando le società umane. Scrive che il matrimonio è presente in tutti i tempi e in tutte le culture, ma che è concepito e vissuto in modi molto diversi tra loro. Non esiste, quindi, secondo lui, un ordine naturale ben definito, ma questa istituzione, pur essendo naturale, ha bisogno di essere trasformata e formata dalla determinazione culturale di ogni popolo nel tempo e nella geografia. Secondo il teologo, non esiste il matrimonio vero e autentico valido per tutti, ma ogni popolo ha concepito l’unione uomo donna da un’elaborazione culturale complessa.

Secondo Kasper  non esiste un’unica natura immutabile, ma esiste una natura che deve prendere forma nella coscienza e libertà umana.

Questo mi lascia molto perplesso. C’è qualcosa di stonato in questa sua riflessione.

Sono d’accordo con lui che il matrimonio è stato molto diversificato nella storia e nelle diverse civiltà e popolazioni. Questo è indubbio. Ma quello che non condivido  è il ruolo della cultura.  La cultura è influenzata da innumerevoli fattori, spesso non concernenti le esigenze dell’uomo e con tutt’altre motivazioni. Continua Kasper dicendo che la natura è affidata alla libertà dell’uomo perchè la plasmi e le dia consistenza e forma . Sappiamo bene che l’uomo è libero solo quando si conforma alla volontà di Dio e non viceversa. In caso disattenda la volontà di Dio, non esercita la libertà ma il libero arbitrio, che è un’altra cosa. Giovanni Paolo II ebbe a dire nel 1986:

Solamente la libertà che si sottomette alla Verità conduce la persona umana al suo vero bene. Il bene della persona è di essere nella Verità e di fare la Verità.

Continua il santo :

Chiamato, perché persona, alla comunione immediata con Dio: destinatario, perché persona, di una Provvidenza del tutto singolare l’uomo porta scritta nel suo cuore una legge  che non è lui a darsi, ma che esprime le immutabili esigenze del suo essere personale creato da Dio, finalizzato a Dio e in se stesso dotato di una dignità infinitamente superiore a quella delle cose.

Il matrimonio pensato da Dio è quello tra uomo e donna, fedele, indissolubile e unico. E’ scritto chiaramente nella scrittura e nel cuore di ogni persona. Ci possono essere innumerevoli modalità di pensare il matrimonio, ma quella che soddisfa tutte le esigenze del cuore umano, o meglio della natura umana, è soltanto una. Dio ci ha creato a Sua immagine anche e soprattutto nella capacità di amare. L’amore di Dio ha determinate caratteristiche immutabili e fisse. Noi abbiamo il desiderio originario di amare ed essere amati così. Qualsiasi sia la nostra cultura e religione. Mi spiace dissentire da Kasper ma questa sua visione mi appare come una forzatura non accettabile.  Fortunatamente Papa Francesco, non ha sposato questa tesi, ma pur prendendo quando di buono c’è nella teologia di Kasper (soprattutto sulla teologia della misericordia), ha ribadito il concetto del sacramento del matrimonio, che poggia sul matrimonio naturale. La libertà rimanda alle origini. Ecco quello che Papa Francesco scrive in Amoris Laetitia:

63 «Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cfr Mc 10,1-12). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cfr Ef 5,21-32), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa.

Sappiamo bene che il peccato influenza pesantemente la nostra vita e la natura stessa del creato necessita di redenzione, perché corrotta dal peccato originale. Solo tornando alle origini attraverso Cristo e i suoi sacramenti, potremo vivere in pienezza il nostro matrimonio. Per questo la natura è immutabile. Questo è quello che la Chiesa ci ha sempre insegnato e che Kasper sembra essersi dimenticato.

Forse però Kasper intendeva dire proprio questo. Da gran teologo e filosofo qual’è, ha tracciato la via per recuperare il significato più profondo del matrimonio, che non può più passare attraverso il dato naturale, perchè non più comprensibile. Kasper divide la natura dalla creazione. Kasper ci vuole dire che la natura umana è così indefinita e diversa in ogni persona e in ogni civiltà proprio perché, in seguito al peccato, si è persa la conoscenza dell’ordine che la governa. A causa del peccato noi uomini viviamo nel disordine e nella disarmonia. Allora la cultura dona una chiave di lettura per decifrare i nostri bisogni più profondi. Ma la cultura è umana e quindi anch’essa imperfetta. Ed è per questo che Kasper va oltre il dato naturale e culturale e dice che la pienezza la possiamo trovare non nella natura,  ma nell’origine della creazione. Com’è possibile tornare alle origini per noi poveri peccatori e esseri imperfetti e fragili? Attraverso Gesù Cristo e la sua redenzione. Non so se Kasper intendesse arrivare a questo, ma questo è ciò che ha ispirato in me la lettura della sua opera e con questa declinazione il suo diventa un discorso non solo accettabile ma forse anche profetico.

Voi cosa ne pensate?

Antonio e Luisa

Matrimonio ed Eucarestia

Abbiamo visto come gli sposi siano sacerdoti (clicca qui per leggere il  precedente articolo) e abbiamo approfondito come il sacerdozio si viva nel dono di sè. Ora approfondiamo meglio cosa questo significa. Noi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante. Capite ora che gesto grande e profondo è l’unione fisica degli sposi? Di come sia importante curarla, prepararla e perfezionarla? Di quale sacrilegio sia cercare questo gesto con persone diverse dal proprio sposo o sposa? Di come sia importante purificarla da pornografia, egoismo e peccato? Solo così diventa davvero un gesto sacro, che permette di assaporare un assaggio di vita eterna e non limitare i frutti di quel gesto a un piacere sessuale di pochi secondi.

Antonio e Luisa

Con Gesù tutto è possibile

Oggi condivido con voi la testimonianza di Rosella, che racconta tutto il dolore del tradimento e la forza della fede. Una testimonianza luminosa.

A un’amante

Mai, come dopo aver saputo il tuo nome, mi sono resa conto di quante persone, bambine, donne, lo portassero. Ogni volta che sentivo pronunciare il tuo nome mi venivano i brividi. Ancor di più, era come se un coltello si rigirasse nella mia carne.

Scoprii che molte persone che mi circondavano e che mi capitava di incontrare portavano quel nome: la mia vicina di casa, la nipotina di un’altra vicina, colleghe d’ufficio. Il top lo raggiunsi quando il suo nome, in una coppia con cui avemmo dei colloqui, scoprii essere lo stesso tuo.

Non potei fare a meno di andare con la mente, senza volermi in niente paragonare alla grandezza e santità di S. Pietro, ai due episodi del Vangelo di Giovanni: Il primo quello in cui Gesù disse a Pietro:” prima che il gallo canti mi avrai rinnegato tre volte..” e l’altro la domanda posta da Gesù a Pietro sempre tre volte:” Mi ami tu più di costoro?” . Come Gesù aveva voluto guarire il dolore di Pietro per il suo rinnegamento così Gesù, voleva riconciliarmi con un nome che non aveva niente a che fare con la persona che lo portava.  Lui sa sempre come guarire le ferite.

Perché questo nome, o tu che lo portavi, doveva  suscitare in me  brividi? Perché tu eri “l’altra”. Forse l’altra me.

Onestamente posso dire di non averlo capito, di non saperlo. Forse avrei dovuto giacché nell’ufficio, dove tutti e tre lavoravamo, era di dominio pubblico. Chissà forse reso di dominio pubblico proprio da te nella perfida speranza che lo venissi a sapere, come poi è stato.

Non capii, anche se mi urtai, neanche quando in occasione di un’elezione interna all’ufficio, vi vidi seduti allo stesso tavolo e percepii tra voi un’intimità “anomala”, il tuo ginocchio sotto la scrivania che si strusciava al suo o, quando ci capitava di incontrarci in ufficio, evitavi il mio sguardo e il saluto…

Non permisi al pensiero, che potesse esserci qualcosa di più tra voi, di farsi strada nella mia mente e nel mio cuore. Non mio marito, non io. Non Noi.

Poi arrivò quella mattina terribile in cui lui mi disse che mi voleva bene, tanto ma che non mi amava più. Sono quasi morta quel giorno, ma lui, “buono”, è rimasto. Mi diceva che non c’era nessun’altra e che comunque il problema non sarebbe stato quello.

Ma tu c’eri già e stavi tessendo la tua tela. Se il problema non era quello, “quello” diveniva il problema più grande.

Io credevo, (e credevo che anche per lui fosse stato lo stesso vista la sua passata esperienza e visto tutte le cose che mi aveva raccontato), che noi avessimo costruito sulla roccia un rapporto saldo, ci ho creduto davvero. Eppure, a poco a poco, tra di noi non c’era più il dialogo di una volta, le giornate trascorrevano nella routine più totale tra lavoro e impegni vari, schiacciati dai tanti problemi di famiglia, dei figli, gestione della casa, il lavoro, forse perché avevamo dato per scontato il nostro amore. Le nostre lunghe chiacchierate erano un lontano ricordo. La cosa che ci riuniva e ci dava una sferzata di energia era il programmare i viaggi con il camper che lui aveva così fortemente voluto e che io avevo imparato ad amare.

Sai, avevo cercato di farmi comprendere da mio marito, provato a chiedergli aiuto per capire con lui quali erano le difficoltà che percepivo. Ma lui, irritato, mi rispondeva che ero un’ingrata e insoddisfatta perché avevo tutto e anche di più. Ed io mi sentivo in colpa per essere “ingrata” e “insoddisfatta”. E i muri del silenzio e dell’incomprensione si alzavano separando il dialogo da noi. Per poi scoprire che, sì, avevamo anche di più: un’altra donna tra di noi. Tu.

Una donna che ascoltava le sue lamentele, che non creava problemi, che consolava, che amava, che si faceva consolare a sua volta. Quella con cui trascorrere ore “serene” senza problemi ………. Quella che, pur essendo moglie e madre, anziché dirgli che per una donna è facile e rientra nella normalità essere presa dalle incombenze dei figli, della casa, della vita quotidiana e non per questo un marito diveniva meno importante, ha invece approfittato della nostra crisi per affondare ancora di più la mia figura, il mio ruolo.

Mi ha ferito a morte e lui, che aveva promesso di difendermi, non ha fatto nulla anzi, quasi coscientemente ti ha procurato “l’arma”: la conoscenza di me (a suo modo).

Non ti sei fatta nessuno scrupolo, tu donna, moglie e madre.

Cosa ti passava per la testa, cosa ti passa per la testa oggi, quando hai voluto dare, un piccolo aiutino perché le cose precipitassero secondo i tuoi disegni? Che cosa provavi? Hai mai provato sensi di colpa?

Telefonate di notte, chiaramente silenziose. Telefonate non appena lui usciva da casa, sempre silenziose. Passeggiare sotto la nostra casa con tua figlia per “mimetizzare” la tua presenza. Venire a controllare se la sua auto era sotto casa senza preoccuparti se io ti potessi vedere.

Certo anche lui avrà raccontato cose terribili su di me! Me lo chiedo sempre: “Cosa ti ha raccontato di me, della nostra vita, della nostra famiglia, insomma del nostro quotidiano?” Mi piacerebbe saperlo. Sapere veramente quanto mi conoscevi  e quanto conoscevi della nostra vita? Avrai visto le foto della nostra vita? Ti siamo sembrati una famiglia infelice? Non credo che tu lo possa dire.

Abbiamo continuato a vivere lui era diventato un’altra persona. Cattiva, irritabile, si spazientiva anche con i bimbi che adorava. Per non dire con me. Ma tu sapevi, a te raccontava il suo “inferno”, ma non ti raccontava il nostro.

Quando poi ho saputo della vostra “pubblica” relazione, ho capito il perché era così distante, perché quando tornava a casa, era sempre stanco e irritato, perché trovava da ridire su tutto ciò che fino a poco prima era perfetto per lui, perché non volesse più che andassimo insieme al lavoro e neanche tornare insieme: lo accompagnavi tu, anzi gli facevi guidare la tua macchina. Io volevo stargli vicino, ma non me lo permetteva: aveva te vicino.

Ed io non sapevo. Non sapevo chi era il mio più grande nemico, quello vero.

E’ stata una “guerra” molto disonesta da parte di lui e tu da “parassita” ne hai tratto vantaggio.

Volevate che perdessi.

Tu, continuavi a tessere la tela: predisponevi la tua separazione e incitavi, più o meno velatamente, lui a fare altrettanto anche con bigliettini del tipo “Per me sei stato come una bottiglia di champagne…” o “ sperando in un tuo repentino risveglio….”. Che io trovavo.

Certo trovavo perché cercavo, ma ogni donna e anche ogni uomo farebbero lo stesso e lo sai, anche tu lo avresti fatto. Chissà se lo fai ora? Per sicurezza “s’intende”.

Quando facevi questo, pensavi all’effetto devastante e travolgente che avresti procurato sulla vita di varie persone: la mia, quella di mio marito, quella dei miei figli, quella dei nostri genitori e familiari e dei nostri amici (quelli veri gli altri te li ho regalati volentieri)?

Ancora oggi per me è strano pensare che quell’uomo che ho amato così tanto, e che amo ancora oggi così tanto, ebbene si, e che conoscevo così intimamente aveva un’altra donna senza che io sapessi nulla.

Quell’anno a capodanno andammo a sciare con degli amici, e tu ti risentisti. Così tanto che avesti l’ardire di chiamare a casa chiedendo di lui e chiedendo anzi, ordinando, di farti richiamare. Ancora non sapevo.

Una collega in seguito ci offrì di trascorrere una settimana in un posto meraviglioso, che a mio marito piaceva moltissimo, e tu ti sei sentita in dovere di dire in giro che “le cose tra noi erano rotte e pertanto non si sarebbero riaggiustate”. Quanto eri certa di questo? Quanto avevi timore del contrario visto che avevi già avviato il processo della tua separazione?

Sapevi cosa aveva bisogno di sentirsi dire una donna perché il suo matrimonio arrivasse al capolinea, ancor più sapevi cosa aveva bisogno di sentirsi dire mio marito perché scendesse dal “tram” del nostro matrimonio per salire su quello di una relazione “illegale”, adultera.  Ed è quello che hai fatto colpo dopo colpo, senza ripensamenti, senza rimorsi.

Sono quasi impazzita dal dolore, tu lo sai bene. Ma hai saputo anche qui dirgli le cose giuste e fargli vedere che con il mio comportamento lo stavo “incatenando”.   Le cicatrici che sono rimaste nel mio cuore e in quello dei miei figli e delle persone a noi vicine, rimarranno per sempre.

Uscita dal pozzo di dolore in cui mi avevate gettato, ho cominciato anche io a cercare di ricostruire. Lui era disponibile a intraprendere un percorso di riavvicinamento, ma tu gli stavi con il fiato sul collo, non lo mollavi continuavi a dirgli cose che non lo distraessero da te e dal tuo fine ultimo. (Questo tuo comportamento come lo definiresti?  Incastrarlo?)

Infatti, veniva, qualche volta sincero, qualche volta si capiva chiaramente che ti aveva appena vista.

Abbiamo trascorso anche vacanze insieme ma, si capiva, quando tu eri assente-presente: lui diventava di nuovo cattivo e scostante; quando eri lontana per un periodo più lungo, tornava a essere la persona che avevo conosciuto. In quei periodi voleva sinceramente che le cose andassero bene con la moglie e i figli.

Ma per queste cose ci vuole tempo e pazienza, tu non gli hai dato ne l’uno ne l’altro.

In questi periodi  tu avresti potuto scegliere: lasciarlo andare avanti perché il suo matrimonio riuscisse o togliergli tutto, si perché questo tu hai fatto, . Hai scelto la seconda opzione. D’altronde non potevi fare altrimenti, fredda e calcolatrice, tu ti eri separata anzi, avevi anche divorziato.

A volte penso a quanto tutto questo sia stato un suo tentativo di trovare in te quello che aveva perso in me, (data, allora, anche la nostra somiglianza fisica, almeno da lontano); quando c’eravamo conosciuti io, ero magra, mora, capelli semicorti, calze nere sexy, trucco accurato, smalto… Nel tempo certo avevo perso qualcosa nella linea, nella cura dell’aspetto della persona perché protesa a dare tutto per i figli, i nostri figli. Avrebbe dovuto amarmi  totalmente anche in questa versione, perché è proprio in questa versione che si entra nella realtà del matrimonio, quando è finita la freschezza della passione. La passione. Anche qui ce ne sarebbe da dire. L’ha fatto, mi ha amato ma ha preferito amare più se stesso e cercare quella ragazza che non ero più io in quel momento, in un’altra persona.
Tutto quello che tu hai dovuto fare, è stato ascoltarlo, dargli quello che diceva di non avere, e poi era tuo.

Ti capisco, anche con me ha usato le stesse dinamiche e mi sono innamorata di lui. Di un amore che non è finito con le difficoltà e con i tradimenti.

Non contenta hai cercato, e ancora stai cercando, di dividere ciò che resta di importante e prezioso della nostra famiglia: i nostri figli. Tre. Si tre.

Ti permetti, e ti è permesso da mio marito e padre dei miei figli, di parlare male di me a loro. Di quello che io ho fatto a te. Io, donna tradita, umiliata, ferita, ho fatto a te.

Ci sarebbe da ridere se non fosse completa mancanza di senso del pudore da parte tua.

Potrei aver sbagliato in alcune reazioni, ma le mie sono state tutte alla luce del sole, tu , come i figli delle tenebre, hai, e stai, manovrando nelle tenebre.

Tu non sei la vittima. Mi spiace per te se volevi anche questa parte in questa tragedia.

Hai avuto l’ardire di dire che mio marito e il padre dei miei figli, è il grande amore della tua vita. Ti ripeto la risposta che ti è stata data: “Peccato che era anche il grande amore della vita di …..….”, ed io aggiungo, il grande amore dei suoi figli a cui hai tolto la parte migliore del loro papà.

Oggi hai tolto anche la parte migliore di un nonno, ai suoi nipotini.

Non m’interessa incolpare qualcuno e non penso di essere capace di odiare. Non è importante di chi sia stata la colpa.

Voglio dirti una cosa però, io ancora oggi amo mio marito, il mio sposo e non lo  amo perché è un mio “possesso”, o perché mi sono incaponita, non è più, e da tempo, l’età per queste schermaglie. Io ho imparato ad amare essendo amata da Colui che è l’Amore e che ha avuto per me un amore e una misericordia che ancora oggi si manifestano nella mia fragilità.

Avendo io provato questo Amore non posso che riamare allo stesso modo: senza confine, pregiudizi o giudizi. Usando la stessa misericordia che mi è stata e mi è usata, per la persona che amo. Lo amo in Cristo.

E’ difficile, infatti, senza il Suo aiuto e il suo amore non avrei potuto. E’ facile perché con il suo aiuto gli anni passavano sembrandomi giorni, perché con Lui tutto è possibile.

Rosella.

Sposi sacerdoti in Cristo.

Tutti noi battezzati siamo sacerdoti (vedere il precedente articolo Sposi sacerdoti nel dono di sè). Abbiamo il sacerdozio comune di Cristo (da non confondere con il sacerdozio ordinato). Come vivere il sacerdozio nel nostro matrimonio?

L’unico vero, unico e sommo sacerdote è Gesù che fa da mediatore tra gli uomini e Dio. Lo fa donando tutto se stesso sulla croce. Nel sacrificio della croce Gesù è offerente e offerta. Gesù dà tutta la sua vita per la nostra salvezza. Quella di Gesù non è però, un’offerta solo di riparazione di tutto il peccato dell’umanità, ma è prima di ogni altra cosa un gesto d’amore. Sulla croce ci sta amando.  Non c’è gesto più grande compiuto da Dio per noi di questo.  Non c’è un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici, è quanto troviamo scritto anche nel Vangelo. Quali sono le caratteristiche di questo amore? E’un amore totale. Meglio, è  un amore sponsale. Gesù in quel momento manifesta il suo desiderio di unirsi sponsalmente (in maniera totale, definitiva e indissolubile) all’umanità, a ciascuno di noi. Stabilisce la nuova alleanza, patto d’amore indistruttibile e per sempre.  Gesù offre la sua vita, versa il suo sangue e dona il suo corpo per portarci a Lui e quando rispondiamo accogliendo questo suo dono ecco che nasce la Chiesa. Chiesa sposa di Cristo.  Capite ora, come questa realtà sia strettamente collegata al sacramento del matrimonio. San Paolo in Efesini ci mostra questa stretta connessione. Il mistero del matrimonio, della relazione tra un uomo e una donna sono immagine del rapporto tra Dio e la sua Chiesa. Voi mariti (ma vale anche per le mogli) dovete amare le vostre mogli come Dio ha amato la sua Chiesa. Come l’ha amata? Dando la sua vita.   Quando riflettiamo sul matrimonio riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce. Quando riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce, stiamo riflettendo anche sul matrimonio sacramento. L’uno richiama l’altro. Capite che mistero grande? Io no faccio una grande fatica, è una realtà troppo immensa e bella per la piccolezza di ciò che sono. Ma così è, e non posso che lodare Dio per questo.

Facciamo un passo avanti. In virtù del battesimo, come già detto,  diventiamo sacerdoti, o meglio siamo abilitati ad essere sacerdoti. Come esercitare il nostro sacerdozio? Nel dono. Tutti i gesti che compiamo nella nostra vita, se offerti come gesti d’amore a Gesù, sono gesti sacerdotali. Le nostre fatiche, le opere, le parole e i gesti offerti a Gesù sono tutti gesti sacerdotali. In quel momento siamo mediatori, mostriamo Dio a chi ci è vicino. Nel sacramento del matrimonio lo Spirito Santo agisce sui nostri doni battesimali e quindi, anche sul nostro sacerdozio comune.  Il sacerdozio sarà vissuto d’ora in poi con modalità e finalità nuove, proprie del matrimonio. Il matrimonio è  questo, vivere la nostra dimensione sacerdotale, donandoci totalmente al nostro sposo o la nostra sposa. Ecco sono tuo. Mi offro per te. Dono la mia vita a te. Con quale modalità sono chiamato a farlo? Alla maniera di Gesù. La mia santità matrimoniale e vocazione matrimoniale si gioca esattamente su questo aspetto. La capacità di amare la nostra sposa o il nostro sposo come Cristo. Il mio dono deve essere sempre più perfetto. Tanto più viviamo questo, tanto più diventiamo santi, perché rispondiamo alla nostra chiamata. Vivendo questo amore, diveniamo una luce meravigliosa per noi, per i nostri figli e per tutti. Tutti hanno nostalgia di questo nel cuore. Una coppia che rifulge di luce e d’amore suscita in chi la incontra meraviglia, stupore, incanto e nostalgia di poterla vivere a sua volta. La dimensione sacerdotale del nostro matrimonio ci porta a vivere sempre di più questo amore totale, indissolubile e unico. Papa Francesco al numero 75 di Amoris Laetitia scrive:

Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano,[70] i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. Il loro consenso e l’unione dei corpi sono gli strumenti dell’azione divina che li rende una sola carne.

Gli sposi possono essere ministri solo in virtù del battesimo, che gli abilita a donarsi l’uno all’altro in un sacramento.  Senza dono totale di sé, espresso con le parole e il corpo nell’amplesso fisico non ci può essere sacramento del matrimonio. Questi sono i famosi casi di nullità del sacramento. Il matrimonio è nullo se c’è vizio nel consenso o nell’intimità coniugale. Se manca uno o l’altro manca il dono totale. Ora si capisce come certe regole non siano invenzioni della Chiesa, ma rientrano tutte nella logica del battesimo. Cristo prende dimora stabile in noi, nel nostro amore. Si forma una nuova Chiesa. Piccola Chiesa domestica. La Chiesa infatti cosa è? E’ Cristo insieme alle sue membra. Lui è il capo e noi le membra. Gesù si offre e noi accettiamo la sua offerta. Cosa accade nel matrimonio? Lo sposo in cui abita Cristo si offre alla sua sposa e viceversa.  Sorge una nuova Chiesa. Cristo in quel momento si sta donando alla sposa nel corpo e nelle parole dello sposo. Cristo si sta donando allo sposo nei gesti e nelle parole della sposa. Da quel momento gli sposi divengono sacramento perenne. Diventano offerenti e offerta. Il sacramento sappiamo essere un insieme di gesti e parole che rendono presente Dio e manifestano la presenza di Dio. Gli sposi amandosi rendono presente Dio in ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altro. Capite ora cosa intende il Papa quando ammonisce sul divorzio. Capite ora come il divorzio sporca l’immagine di Dio? Intuite che realtà grande è il vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

Il divorzio sporca l’immagine di Dio.

Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. Io ho capito, Irina, quando tu spiegavi le difficoltà che tante volte vengono nel matrimonio: le incomprensioni, le tentazioni… “Mah, risolviamo la cosa per la strada del divorzio, e così io mi cerco un altro, lui si cerca un’altra, e incominciamo di nuovo”. Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga?

Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio.

Il Papa, nel suo discorso a Tbilisi del 1 ottobre, ha usato proprio queste parole. Perchè il divorzio sporca l’immagine di Dio? Cosa fanno di tanto grave due persone che si separano e rinnegano la promessa sigillata il giorno del matrimonio? Il Papa non ha usato queste parole a caso. Quando ci sposiamo davanti al Signore, lo facciamo partecipe e artefice della nostra relazione. Entriamo in Chiesa in due e ne usciamo in tre. Dio da quel momento (in realtà dal primo rapporto fisico) abita la nostra relazione. Ce ne ricordiamo durante la nostra relazione che non siamo due ma siamo tre? Ci comportiamo in casa tra di noi nello stesso modo in cui ci comporteremmo davanti al Santissimo Sacramento? Santifichiamo nostra moglie e nostro marito, rendendo grazie che attraverso lui o lei possiamo fare esperienza di Dio? Ricorriamo alla preghiera e al perdono quando le cose tra noi non funzionano bene? Tutte le volte che non lo facciamo sporchiamo l’immagine di Dio e il divorzio, separazione pubblica e definitiva, ne è la manifestazione più brutta. L’alleanza tra Dio e il suo popolo è un’alleanza sponsale. L’alleanza tra Gesù è la Chiesa è sponsale. Solo con il matrimonio possiamo spiegare la relazione tra Gesù e la Sua Chiesa, cioè ognuno di noi battezzati. Io sono sposa di Cristo (anche da maschio, il gender non centra). Tutte le volte che facciamo a meno di Dio e permettiamo che l’egoismo e il peccato guidino le nostre azioni e la nostra relazione matrimoniale, stiamo sporcando quell’immagine di Dio, che solo noi sposi possiamo donare al mondo. Ogni divorzio rende il mondo un po’ meno luminoso, uccide un po’ di speranza e l’immagine di Dio sarà un po’ meno comprensibile. Grazie a Dio, sono tante le coppie che si vogliono bene nonostante tutto e ci sono addirittura persone che restano fedeli al matrimonio nonostante l’abbandono. Il divorzio sporca l’immagine di Dio ma queste persone la lucidano e la rendono splendente.

potete leggere il bellissimo discorso del Papa qui

Antonio e Luisa

Accompagnare all’amore vero

Amoris Laetitia non è l’esortazione che consente ai divorziati risposati di comunicarsi, è molto di più. I giornali si sono focalizzati su quell’unico punto controverso, tralasciando il cuore di Amoris Laetitia. I vescovi del Sinodo non si sono incontrati per demolire il matrimonio, ma al contrario per restituirgli la giusta dignità e considerazione in un mondo che sembra aver perso il senso di questo sacramento tanto grande da elevare l’amore di due creature imperfette a profezia dell’amore di Dio in sé stesso e per il suo popolo.

I vescovi sanno che le nuove generazioni non si sposano per tanti motivi economici e sociali, ma la verità è che non ne sentono più il bisogno. Vedono il matrimonio come un impegno che non è necessario. Vogliono vivere l’amore senza promettere amore sempre ogni giorno della vita. Si illudono così di essere più liberi di scegliere di amare non per imposizione, ma per libera scelta. La Chiesa ha questa grande responsabilità. Non ha fatto nulla per impedire questa distruzione del significato del matrimonio, risultando spesso passiva nel corso di questa evoluzione, o meglio, disgregazione sociale susseguente al 1968.

Io ho partecipato al corso fidanzati nel 2001 organizzato dalla mia parrocchia.  Si è svolto nell’arco di 2-3 mesi e mi ha impegnato con la mia fidanzata una sera alla settimana. Si sono susseguiti il parroco, coppie di sposi, moralisti, psicologi e non mi ricordo chi altro. Appunto non ricordo. Non mi è stato detto nulla che mi abbia sorpreso, che mi abbia affascinato e neanche solo incuriosito. Non mi è rimasto nulla se non l’esempio luminoso della coppia che ci seguiva, che senza dire nulla ma solo con il loro modo di vivere l’amore mi ha colpito molto e ancora oggi sono un esempio per me e per il mio matrimonio.

Cosa mi ha fatto innamorare del matrimonio? Un corso che feci della durata di una settimana in montagna dove un frate senza tanti fronzoli ci ha rivelato e mostrato la realtà meravigliosa del matrimonio. Ricordo tutto di quel corso. Ricordo la bellezza di scoprirmi così prezioso e la grandezza della consapevolezza di ciò che avrei celebrato da lì a poco. Ho scoperto cosa è l’amore e che ho sempre chiamato con la parola amore quello che non lo è.

E’ bastato poco per salvarmi. Non c’è stato bisogno di esperti e sacerdoti che parlano di tutto tranne che del nucleo dell’unione matrimoniale. Tutto questo per evidenziare come Amoris Laetitia abbia fatto centro. Il Papa chiede di rivedere l’accompagnamento dei fidanzati che deve diventare un periodo fecondo e di crescita e non solo un cartellino da timbrare a 10-12 serate obbligatorie e noiose.

Da Amoris Laetitia, la diocesi di Roma (diocesi del Papa),  ha preso subito spunto per rivedere tutto il proprio percorso e facendo ammenda degli errori e superficialità del passato. Vi riporto il punto 3 della relazione conclusiva del cardinal Vallini a chiusura del convegno diocesano.

Finalmente si incomincia a prendere atto che non si può più restare a guardare, che è ora di rimboccarsi le maniche e di vincere questa sfida, importante per la felicità delle nuove generazioni e per il futuro stesso della Sposa di Cristo.

 Relazione del Cardinale Vicario alla giornata conclusiva del Convegno Diocesano | Vicariatus Urbis

3. Accogliere e accompagnare verso il matrimonio
Dai Laboratori è emerso ripetutamente che è da ripensare a fondo la preparazione al matrimonio , superando la prassi del cosiddetto “corso per i fidanzati”, insufficiente e da molti piuttosto sopportato (una sorta di tassa da pagare per poter celebrare il sacramento).
A questo importante tema pastorale AL dedica ben 12 numeri (nn. 205-216) e ne parla come di una “iniziazione al sacramento del matrimonio” (AL, 207), una specie di catecumenato che accompagni alla scoperta della fede per giungere alla comprensione del mistero santo delle nozze. Cosa possiamo prevedere al riguardo?

1) Dobbiamo essere realisti, accettando ancora un itinerario breve per chi non è disposto ad un itinerario lungo, sapendo però che una dozzina di incontri non bastano a riaccendere la fede e sperando in un possibile rapporto che continui dopo. La parrocchia offra, con il metodo del dialogo, un cammino su alcuni temi fondamentali: vita di fede, esperienza sacramentale, appartenenza alla Chiesa, la famiglia nel progetto di Dio, le motivazioni per l’amore matrimoniale, la famiglia vive di Dio, i ruoli nella coppia, la generazione e l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine. Utilmente si proponga anche un ritiro spirituale, come già è praticato. Non dimentichiamo che la preparazione è una occasione speciale per riprendere i contatti con la Chiesa e un cammino di fede.

2) Ma la sfida che vogliano affrontare – all’inizio pensiamo a livello di prefetture, non di parrocchie – è di proporre un itinerario diocesano lungo, che duri almeno due anni, cominci all’inizio del fidanzamento o quando la coppia di conviventi si orienta al matrimonio. Dovrebbe essere un itinerario di accompagnamento che abbia le seguenti tappe:

– Accompagnare vuol dire innanzitutto camminare insieme con i nubendi, perché “scoprano la via migliore per superare le difficoltà che incontrano sul loro cammino” (AL, 200). E’ necessario entrare in relazione, una relazione empatica, con ciascuna coppia, affinché si senta destinataria di cura e della preoccupazione della Madre-Chiesa. A queste persone non serve sentirsi dire dal primo icontro qual è la dottrina della Chiesa o le norme canoniche sul matrimonio – che spesso potrebbero riceverle come divieti o proibizioni – hanno bisogno di camminare insieme, di incontrare testimoni che tocchino il cuore.

– In secondo luogo, accompagnare vuol dire aprire la mente e il cuore all’intelligenza della fede, come fece Gesù con i due discepoli di Emmaus (Cf. Lc 24, 13-33). Dobbiamo annunziare loro il Vangelo per creare un legame con la persona di Gesù Cristo, che guarda ciascuna coppia con amore e tenerezza, con pazienza e misericordia: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). Dobbiamo fare come ha fatto Gesù con la samaritana: “rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua mente e guidarla alla gioia piena del Vangelo”. Il nostro obiettivo è realizzare ciò che con grande lucidità ha scritto Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, n. 1: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”.

– Accompagnare vuol dire far comprendere e sperimentare l’amore vero, vivere insieme alla persona amata, dialogare e trasmettere convinzioni, comunicare la gioia di stare insieme nel Signore, favorire lo sviluppo della maturità affettiva, così importante per la libera scelta della vita matrimoniale . In una parola, far scoprire la forza salvifica del sacramento del matrimonio . E’ evidente che questo cammino richiede tempo e disponibilità da parte nostra e dei nubendi; dunque è un periodo di catecumenato;

– E’ stato suggerito anche di chiedere agli sposi il luogo della loro residenza per poterlo comunicare al nuovo parroco e di organizzare, all’inizio dell’anno, nella parrocchia di arrivo una “festa dell’accoglienza” delle nuove famiglie.

Alcune note di metodo:
– è necessario dare all’itinerario un taglio esistenziale, di condivisione comunitaria; evitare lo schema delle lezioni frontali ;
– decisive saranno le coppie che accompagnano i nubendi;
– ogni coppia deve sentirsi protagonista del cammino, e non al seguito di un sacerdote o di un animatore;
– focalizzare la formazione principalmente sulla relazione di coppia. Evidentemente non per mettere in secondo piano il sacramento, ma per far capire che il sacramento del matrimonio ha a che fare con la relazione di coppia per conoscere e crescere nella propria relazione in Dio. Il nostro compito – dice Amoris laetitia – è “far crescere l’amore”, “renderlo normale”, rinforzarlo, facendo in modo che i due diventino protagonisti e competenti della propria relazione. Ciò non vuol dire lavorare prima sul piano umano e poi su quello spirituale. Gli animatori devono avere bene in mente che il centro è il sacramento, la vita spirituale degli sposi, e devono impastare ogni incontro come tappe di un cammino di vita nello Spirito;
– scopo ultimo dell’itinerario è servire la coppia, perché giunga a “prendersi per mano” in modo serio e a sentirsi dentro la comunità ecclesiale, come nella propria famiglia di fede.

Antonio e Luisa

Per leggere l’intera relazione cliccare qui

Sono destinato a non amare?

Siamo abituati a leggere del mondo omosessuale, confondendolo e riducendolo alle battaglie per le unioni civili e alle carnevalate come i gaypride. L’omosessuale è una persona che come noi desidera vivere una vita piena e amare nella verità e nella bellezza. Ci sono uomini e donne con attrazione per le persone dello stesso sesso che cercano la verità, e possono insegnare qualcosa anche a noi che siamo sposati da anni. Riporto di seguito un bellissimo articolo di Eliseo del deserto, persona profonda che ho imparato ad apprezzare su facebook, persona che si dichiara sul suo blog un uomo che cerca Dio e da quello che scrive lo sta anche trovando.

Vale la pena leggerlo e meditarlo.

“O Maestro, fa’ ch’io non cerchi tanto: (…) Essere amato, quanto amare.” (San Francesco d’Assisi)

Tante volte noi ragazzi omosessuali cattolici siamo presi dallo sconforto, ci sentiamo soli e ci domandiamo se dovremo vivere tutta la vita da soli, dato che la Chiesa ci chiede di vivere la castità. Vogliamo seguire Gesù, eppure a volte questo desiderio non è abbastanza forte da placare i morsi della solitudine. Rinunciare ad una storia d’amore ci sembra qualcosa di eroico.

Facile per quelli che non hanno i nostri problemi dare consigli, facile fare i santi con le croci degli altri.

Oggi voglio darti un nuovo spunto di riflessione. Qualcosa che forse ti sconvolgerà.

Sono convinto che la storia non ci ha insegnato cos’è il vero amore. Da sempre si è imposta una visione romantica dell’amore che non è completa. Tutti quelli che vivono soli sono convinti che gli manchi qualcosa di cui, in realtà, non hanno bisogno veramente.

La tecnica è un po’ quella della pubblicità. Per spingere a comprare bisogna sollecitare o creare un bisogno nel potenziale acquirente. Stanno sollecitando il nostro bisogno di amore. Il vero amore è dono di sé, non un bisogno. C’è più gioia nel donare che nel ricevere, ma il dono non rientra nell’ottica del consumismo. Il consumismo sa che il nostro bisogno d’amore non sarà mai sazio e punta su quello, così da spingerci a cercare di colmarlo con ogni cosa: compreremo tutto, useremo, getteremo e compreremo ancora, senza mai essere sazi.

Beh quello che voglio dirvi è che ci stanno imbrogliando! Ci stanno facendo credere che l’amore sia solo quello degli innamorati, del colpo di fulmine, delle lenzuola e della luna di miele. Ogni amore è bello e non sminuirò mai l’amore romantico, non è questo il senso di ciò che sto scrivendo. Ma ci avete fatto caso? L’amore celebrato nella nostra epoca esplode con il primo rapporto sessuale, raggiunge il suo coronamento con il matrimonio, si spinge al massimo al primo figlio e poi, stop. C’è un lasso di tempo che non interessa la narrazione contemporanea sull’amore. Fino a che improvvisamente ritroviamo un matrimonio ridicolizzato, diventato, chissà come mai, la tomba dell’amore.

La rappresentazione di questo “amore romantico” ci ha cucinati per bene. Siamo una generazione di romanticoni, poco inclini all’amore vero. Siamo innamorati dell’amore, ma non sappiamo amare. Tutti abbiamo abboccato all’imbroglio del romanticismo e chi è solo si sente l’unico sfigato della terra.

A noi omosessuali viene suggerito dalla Chiesa di vivere l’amicizia e non una relazione di coppia. Quante volte mi sono domandato e mi avete domandato: “Ma allora sono destinato a non amare?”

Ho una bella notizia: tu sei stato creato esattamente per amare! Tu sei stato creato per consumarti di amore! Per amare fino alla fine e fino all’ultima goccia del tuo sangue. Per vivere una vita appassionante, travolto dalle acque impetuose dell’amore.

Mi dispiace per chi pensa che l’amore di Dio sia una sublimazione dell’amore vero. E’ proprio il contrario. Non c’è nulla di più vero dell’amore di Dio che ti ha creato e che ti fa vivere. Forse invece è vero che i nostri amori umani sono solo la caparra di quell’unico Amore che ci colmerà.

Quante volte sento e mi raccontate del vostro bisogno di carezze, di abbracci, di parole dolci. Mi domandate se è peccato accarezzare! Ma no caspita! Non è peccato abbracciarsi, non è peccato essere teneri. E’ la nostra missione, la tua missione: mostrare al mondo la bellezza e la delicatezza di un’amicizia generosa, la dolcezza e la tenerezza materna di Dio padre.

Coraggio! La solitudine che vivi è una menzogna! E’ un’illusione! Uno spettro! Prendi autorità sulla tua solitudine. Decidi di infrangere questo specchio deformante della tua vita. Non sei solo. Tu sei degno di essere amato, e di amare. Esci dalla tua tana, e cerca luoghi dove sgorga acqua viva. Sia Dio il tuo primo amore e il tuo primo amico e non ti farà mancare padri, madri, fratelli, sorelle, figli.

Vivi l’amicizia. L’ho scritto altre volte: è l’amore più grande di cui parla Gesù. Non credete a quelli che vi dicono che l’amicizia è un sentimento di serie B, non credete a quelli che dicono che il loro compagno non potrebbe mai essere il loro amico. Sono storie destinate a finire, o forse sono già finite.

Ripeto: dare la vita per un amico, dice Gesù stesso, è l’amore più grande che ci sia.

“Sono destinato a non amare?”. Ti rispondo: “Ma tu ami te stesso?”. Tu che sei pronto ad amare chiunque ti faccia un sorriso e non sei capace di avere pietà di te, di perdonarti, di consolarti. Amati!

Ti prendi cura, provi compassione per chi è in difficoltà? Io nel mio piccolo, da quando mi dedico ai bisogni degli altri, affronto i miei in modo nuovo. Aiutare gli altri spesso significa aiutare sé stessi, guardare ai propri problemi con una distanza che ti permetta di trovare nuove chiavi di lettura. Aiutare gli altri ti dà una ragione in più per lottare. Forse il tuo cuore in questo momento è talmente chiuso nel dolore che non riesce a sentire nulla. Ascolta la tua sete d’amore, ascoltala perché è la sete del mondo intero, che chiede un’acqua che solo tu puoi dargli.

“Ma come faccio ad aiutare gli altri se ho bisogno io stesso di essere amato?”, questo mi ripetevo. Certamente, ci sono degli aiuti che ci dobbiamo, come dicevo prima: la cura di se stessi è la prima forma di amore che dobbiamo vivere. Poi però non lasciarti divorare dalle tue ferite, la cui fame non verrà mai placata. Prendi il largo!

Sì abbiamo bisogno d’amore, ma vivere l’amore sempre come un bisogno è infantile e pericoloso. Un partner per quanto amore ti potrà dare, non colmerà le tue voragini, la tua sete d’amore, la tua insicurezza. Spesso le ferite che portiamo dentro sono come i buchi neri dell’universo, non sono mai sazi, divorano stelle, pianeti e galassie intere. Inoltre è ingiusto considerare l’altro come la benda per le nostre lacerazioni. (libera cit di don Fabio Rosini)

Le tue piaghe sono destinate a diventare qualcosa di più di una pianta carnivora. Possono diventare sorgente di consolazione per la vita degli altri, come le piaghe di Gesù.

Il vero amore non è ricevere, ma donare.

I più grandi uomini della terra sono quelli che si sono sacrificati per l’umanità. Quelli più felici, quelli che hanno amato. Non ho mai visto un uomo felice perché rivendicava amore. Ne ho visti tanti felici perché si sono consumati per gli altri. Chi rivendica amore è frustrato, acido, narciso, soffocante. Chi dona amore è felice, gioioso, contagioso ed edificante.

Ci hanno fatto credere che l’amore sia un diritto! No! Non è un diritto, né un dovere. L’amore è un dono.

Ci hanno fatto credere che la felicità sia vivere un amore romantico. Scusate! Ma la verità è che la felicità è incontrare Dio e fare la Sua volontà.

Lui è la sorgente dell’Amore, con la A maiuscola. Crediamo che Lui è l’amore più grande? Vi sembrerò un bacia pile, un bigotto, ma io l’ho sperimentata la tenerezza che ricevo durante l’adorazione, la luce e la pace quando durante il giorno invoco lo Spirito Santo o leggo un brano della Bibbia in camera mia. Perché dovrei tacere? E tu? Ci hai mai provato? Prima di giudicarmi, sperimenta quello che ti suggerisco e poi raccontami quello che ti è successo.

Mi rivolgo a te, che come me ti sei sentito ostacolato nella vita e nella fede dalle sensazioni o dal bisogno che senti dentro di te. Non c’è un’unica soluzione per quello che viviamo. Nemmeno la fede è una bacchetta magica! Ma ci sono tante possibilità: come dei direttori d’orchestra dobbiamo crescere nell’arte di dirigere questa polifonia stupenda di possibilità d’amare che riempiono la nostra vita. Certamente se ti concentri solo sulle tue ferite, su quello che non hai avuto, sul bisogno che hai dentro, non risolverai nulla. Anzi! Aggraverai la situazione. Ti dispererai.

Mi domandi: “E perché non posso vivere una storia d’amore con una persona del mio stesso sesso donandomi a lui?”. Se pensi che diversamente non potrai essere felice e che questa sia la tua strada non ti voglio dissuadere. Alcune persone mi raccontano di vivere delle relazioni omosessuali serene. Non sono tra quelli che cerca sempre di trovare le falle nelle relazioni degli altri, per farsi forte della sua scelta. Ti chiedo solo di non lasciare fuori Dio da questa tua ricerca di felicità. Chiedi a Lui di mostrarti la strada da percorrere, senza paura.

Te lo dico ancora: “Non è lo status che ti impone la società a renderti felice. Ma la volontà di Dio su di te!”. Lui ti promette vita in abbondanza e la gioia piena. “La vita esuberante, magnifica, eccessiva” (cit. padre Ermes Ronchi).

Ancora: “Perché gli eterosessuali possono vivere una relazione d’amore e noi omosessuali no?”. L’amore tra uomo e donna, esiste per generare la vita, non per le cene a lume di candela. La vita è l’amore donato che si fa carne in una vita in più. So che questa risposta è insufficiente. Ma credimi! Non siamo esclusi dall’amore!

Non siamo esclusi dall’amore! Al contrario!

Io non sono nessuno. La mia esperienza di vita non è legge universale. Sperimento nella fatica di ogni giorno, nei miei limiti, nei miei alti e bassi, nelle mie cadute, la fedeltà di un Amore che mi precede e mi insegue, mi perdona, mi rialza, mi conduce per mano, mi colma, mi dà speranza ed entusiasmo. No! Non farei cambio con un altro amore. La Chiesa, mi tiene per mano in questo percorso, tramite i suoi figli, le sue figlie e i suoi doni; questo cammino dopo 36 anni non mi ha ancora deluso, ma al contrario mi riserva sorprese in continuazione, anno dopo anno.

La mia vita è un’avventura stupenda di amore!

Non dobbiamo rinunciare a nulla, ma chiedere e vivere pienamente la vita che Dio ci ha già donato.

“La vita è amore. Donala!” (Madre Teresa di Calcutta)

tratto dal blog http://eliseodeldeserto.blogspot.it/

Basta una colazione

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

L’amore è una corsa

Quando termino la mia consueta corsa al parco mi ritrovo, stanco, sfatto, sudato, disordinato. Non certo attraente. Ma questa è l’immagine che più mi rappresenta. L’immagine che rappresenta me e la mia vita.

Sempre di corsa, occupato in mille faccende. Occupato ad accompagnare i bambini (i più piccoli) a scuola, a lavorare, ad uscire giusto in tempo per ritirarli e poi via con le attività pomeridiane: calcio, karate, catechismo, pianoforte, nuoto e forse dimentico ancora qualcosa. Poi la spesa e arrivi all’ora di cena in attimo. La giornata è già finita, è ora di cenare, riassettare e prepararsi per la notte. Questa vita, all’apparenza da matti, è la vita che voglio, che mi piace, che mi riempie. Alla sera, quando i miei ragazzi sono a letto e finalmente la casa è silenziosa, ho tempo per guardarli sereni mentre dormono, vivono e crescono.  Allora ogni sacrificio assume senso e valore. Il centro non sono più io ma il mio prossimo. Il mio prossimo più prossimo sono loro ed è lei. E già, poi c’è lei, la mia sposa. Con lei ho sempre un debito di riconoscenza. Lei fa molto più di me. Lei mi ringrazia sempre quando lavoro in casa e non mi rinfaccia mai quando non lo faccio. Lei è una grande sposa perchè ancor prima è una grande donna. Una donna forte, accogliente e dolce. Una donna che non si tira indietro. Una donna che si dona senza riserve, perchè questa è la sua natura. Una donna che mi provoca ogni giorno meraviglia e anche un certo senso di inferiorità, perchè non sono capace di tanto sacrificio. Questo concetto è spiegato molto bene da Costanza Miriano che scrive:

L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta, che non cerca di cambiarlo; una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio.

E’ proprio così. Per me, diventa quindi normale darmi da fare, non come un impegno, ma come modo di restituire amore. Ogni volta che riesco a sollevarla da un lavoro o un pensiero tra i tanti che ha, mi sento felice. Sento di ritornare un poco del tanto amore che riesce a donarmi. La vita diventa così un continuo impegno ma, a differenza di quanto si possa credere, sempre più vera e libera. Nel dono scopri il senso della vita e la pienezza del cuore. Come in una corsa arrivi alla fine stanco, stanchissimo ma più felice, leggero e libero di quando sei partito. Come dice Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” Il matrimonio è una scuola d’amore, una scuola dove si impara ad amare come Gesù vuole. Una scuola che prepara all’esame più bello della nostra vita: l’abbraccio eterno con Dio.

Antonio e Luisa

 

Vi amo e vi perdono.

Quando si sono trasferiti in Libia come missionari conoscevano i pericoli che stavano correndo. Nonostante i bombardamenti che distruggevano il Paese davanti ai loro occhi, Anita e Ronnie Smith hanno deciso di continuare a vivere in quella terra, aggrappandosi alla forza della loro fede.

In fondo è stato per fede che sono andati a vivere in Libia, attirati da una chiamata a “mostrare al popolo libico l’amore e il perdono di Dio”, ha raccontato Anita.

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Comunione ai divorziati risposati?

Il 305 è il punto “incriminato”. Il punto incriminato che, letto insieme alla nota 351 posta in calce all’esortazione Amoris Laetitia, apre ai sacramenti per i divorziati risposati:

305. Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà». La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.


nota 351 In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44:AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»

In questi mesi ho sentito e letto di tutto. Da un’apertura totale (quasi che il matrimonio indissolubile non esistesse più) fino a una chiusura totale.

Ma cosa voleva tramettere il Papa con la sua esortazione apostolica?

Sinceramente durante questi mesi non l’ho capito, nonostante abbia cercato di informarmi, ma più leggevo e più trovavo pareri discordanti e la mia confusione cresceva. Sia chiaro che non voglio giudicare la vita delle persone ed ergermi a giudice, ma voglio soltanto capire. Ultimamente però la nebbia si sta diradando. Giorno dopo giorno sto comprendendo sempre di più l’azione pastorale di Papa Francesco e anche il suo modo di scrivere e parlare. Gli ultimi dubbi mi sono stati chiariti da un documento uscito pochi giorni fa dove i vescovi argentini forniscono una serie di indicazioni per applicare quanto chiesto da Francesco e, cosa fondamentale, che lo stesso Papa ha approvato.

Il documento afferma: «Quando le circostanze concrete di una coppia (di divorziati risposati) lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede — si legge nel documento — si può proporre l’impegno di vivere in continenza». L’Amoris laetitia «non ignora le difficoltà di questa opzione e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando si manchi a questo proposito». In altre circostanze più complesse e quando non si è potuto «ottenere una dichiarazione di nullità — sottolinea il testo — l’opzione menzionata può non essere di fatto praticabile». È possibile, tuttavia, compiere ugualmente «un cammino di discernimento». E «se si giunge a riconoscere che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia». Questo, a sua volta, dispone la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.

Il documento sottolinea come occorra evitare di intendere questa possibilità come un «accesso illimitato ai sacramenti o come se qualsiasi situazione lo giustificasse». Ciò che si propone è piuttosto un discernimento che «distingua adeguatamente ogni caso». Speciale attenzione richiedono alcune situazioni, come quella di una nuova unione che viene da un recente divorzio, oppure quella di chi è più volte venuto meno agli impegni familiari, o ancora di chi attua «una sorta di apologia o di ostentazione della propria situazione, come se fosse parte dell’ideale cristiano». In questi casi più difficili, i sacerdoti devono accompagnare con pazienza cercando qualche cammino di integrazione. È importante, si legge nel testo, «orientare le persone a mettersi con la propria coscienza davanti a Dio, e perciò è utile l’esame di coscienza» che propone l’esortazione apostolica, specialmente in ciò che fa riferimento al comportamento verso i figli o verso il coniuge abbandonato. In ogni caso, quando ci sono «ingiustizie non risolte, l’accesso ai sacramenti è particolarmente scandaloso».

Per questo il documento afferma che «può essere conveniente che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in maniera riservata, soprattutto quando si prevedono situazioni di conflitto». Allo stesso tempo, però, non si deve tralasciare di accompagnare la comunità perché «cresca in uno spirito di comprensione e di accoglienza, senza che ciò implichi creare confusioni nell’insegnamento della Chiesa riguardo al matrimonio indissolubile». A questo proposito i presuli ricordano che «la comunità è strumento della misericordia che è “immeritata, incondizionata e gratuita”». Soprattutto, ribadiscono che il discernimento «non si chiude, perché è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più piena».

Da questo documento preparato dai vescovi argentini possiamo cercare di decifrare i punti salienti.

La comunione non è per tutti i divorziati risposati. Amoris Laetitia non apre indiscriminatamente a tutti. Serve un discernimento serio, un accompagnamento della Chiesa, un percorso e alla fine, solo in certi casi, si può giungere alla comunione anche per alcuni divorziati risposati. Non è possibile accedere ai sacramenti per quei coniugi che hanno lasciato alle proprie spalle situazioni di ingiustizie non risolte, quindi di persone che hanno abbandonato (il documento le cita come particolarmente scandalose), oppure persone che vedono nel divorzio e nella nuova unione un ideale cristiano in quanto basato sul sentimento dell’amore (secondo loro). Tutte queste persone sono, se lo richiedono, da accompagnare con pazienza, scrive il documento, per portarli pian piano a comprendere la loro situazione. In questi casi integrazione senza comunione. Da quello che comprendo io, la comunione potrà essere ammessa in un numero limitato di casi. Serve infatti che la persona abbia subito la separazione o che pur avendola procurata, sia una storia da tempo affrontata e superata con l’altro coniuge. Serve inoltre la volontà e la fede di voler far parte della Chiesa. Ma tutto questo non basta. Bisogna procedere a verificare la possibile nullità della precedente unione matrimoniale. Molti matrimoni infatti sono nulli in partenza. Molti sposi si uniscono in matrimonio senza la consapevolezza di cosa stiano facendo ed escludono qualche elemento fondamentale affinché la promessa sia valida. Verificata l’impossibilità di chiedere la nullità, chi accompagna ha il dovere di proporre l’astensione dai rapporti, la continenza che ricordiamo è quanto la Chiesa ha chiesto fino ad oggi. Qui Francesco va oltre. Si rende conto che, pur continuando a ritenere valida la proposta dei suoi predecessori, per poterla mettere in pratica serve una consapevolezza, una fede e una maturità che pochi hanno, tanto da scoraggiare quanti pur animati da buone intenzioni, vedono la proposta della Chiesa non misericordiosa ma troppo severa e impossibile da attuare. Qui il Papa chiede pazienza e misericordia. Chiede di accompagnare con compassione. Chiede di non nascondere la verità, ma di renderla raggiungibile non come una scalata di una parete verticale (proponibile a pochi) ma come una salita dura ma realizzabile da tutti. Ed ecco che i vescovi argentini propongono l’astinenza, la confessione nel caso non si riesca a realizzarla sempre e, in pochi casi dove sono presenti bambini e l’astinenza porterebbe più danni che benefici, la concessione ad avere rapporti. Tutto questo va verificato caso per caso ed è impossibileconcedere i sacramenti  quando la situazione precedente non è risolta. L’accompagnamento della Chiesa, dice sempre il documento, non si esaurisce mai, la comunità cristiana deve accogliere queste persone, integrarle ed aiutarle a crescere sempre più nella fede, nella forza e nella consapevolezza.

Il cardinal Biffi proprio su questo tema diceva alcuni anni fa:

Dalla narrazione evangelica apprendiamo dunque che Gesù annuncia senza attenuazioni e senza sconti il progetto originario del Padre sull’uomo e sulla donna. Però guarda sempre con simpatia e comprensione quanti di fatto hanno avvilito questo ideale con le loro prevaricazioni. I “peccatori” sono da lui trattati con affettuosa cordialità. Non li ritiene estranei e lontani; anzi li considera i naturali destinatari della sua missione: <<Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori>> (Mt 9,13). Con questo atteggiamento benevolo riesce a salvare l’adultera dalla lapidazione (Gv 8,1-11); difende cavallerescamente la donna che è qualificata come peccatrice della città (Lc 7,37); avvia con la samaritana dalle molte esperienze un colloquio garbato e schietto che conquista il suo cuore (Gv 4, 5-42).

Attenzione però: la sua però non è la misericordia apparente del permessivismo; è la misericordia sostanziale che, senza disprezzare e umiliare, sospinge al ravvedimento e alla rinascita interiore.

Io non so se questa è la via giusta. Io sono un legalista, per me esiste il bianco e il nero. Non c’è gradualità del male ma solo gradualità del bene. Si può crescere nel bene se si cerca di abbandonare il male completamente. Questo è il mio limite e la mia forza.

Il Papa mi chiede di fare un passo in più. Mi chiede di avere ben salda e presente la verità che la Chiesa ci insegna sul matrimonio, ma anche di non dimenticarmi della vita, della storia, delle sofferenze e dei fallimenti delle persone divorziate. Forse ha ragione lui: l’accompagnamento, se realizzato senza nascondere la verità e tendente a raggiungerla, può essere la via cristiana che porta al bene. Papa Francesco è un dono di Dio, mi sta aiutando a crescere nella mia fede, costringendomi a mettermi in discussione ogni volta.

Antonio e Luisa

 

 

Le ragioni del bianconiglio

Bellissima riflessione da leggere. Digressioni sul fertility day.

Avatar di Costanza Mirianoil blog di Costanza Miriano

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di Costanza Miriano

E dire che non era certo una roba da cattolici, anzi. Tra i relatori chiamati per le quattro tavole rotonde che  giovedì hanno fatto parlare di fertilità tutta Italia, in prima fila i grandi esperti di procreazione medicalmente assistita, cioè conservazione in congelatore di piccole vite, e pezzi di vita, che non è esattamente quello che raccomanda Santa Madre Chiesa (e per come la vedo io, neanche la coscienza di un essere umano, e basta: non ci vuole il catechismo per sentirsi stringere il cuore a pensare a tutte le vite manipolate ed eliminate pur di produrne una).

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Il sesso è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sesso.

La pornografia sta vincendo, sta cambiando la società e le persone. Mi verrebbe quasi da riprendere, ma non vorrei sembrare blasfemo, la famosa uscita di Gesù sul sabato: Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Il sesso è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sesso. Oggi sembra proprio questo. L’uomo è schiavo del sesso. L’uomo si distrugge e distrugge le vite di consorti e figli per il sesso. Il sesso diventa ciò che più ci dà piacere e che più ricerchiamo, passando sopra tutto il resto. La società in cui viviamo ne è satura, dai mass media (film, televisione, internet, libri) fino al vicino di casa o al collega di lavoro, con i quali finiamo a parlare spesso di sesso o cadiamo su doppi sensi e battutacce. Il nostro cervello è pieno di tutti questi pensieri e la nostra volontà è tutta proiettata a dare sfogo ai nostri pensieri. Così facendo usciamo di strada, deragliamo, ci dimentichiamo (se mai lo abbiamo saputo) che il sesso è espressione dell’amore e non una ginnastica per dare libero sfogo alla nostra fantasia, le nostre pulsioni e il nostro egoismo. Un uomo e una donna che non escono da questa dinamica non sono capaci di amare, ma solo di usare l’altro/a. Durante un incontro a cui ho partecipato, è stata detta una verità disarmante: il piacere più lo cerchi e più non lo trovi. E’ proprio così. Cercare il piacere significa ripiegarsi su di sé, concentrarsi sui propri desideri e aspettative. Significa usare l’altro/a senza preoccuparsi se ciò che facciamo sia bene per l’altro/a e per le persone che ci vogliono bene. Agendo in questo modo possiamo provare degli orgasmi intensi, piacere fisico, avere numerosi/e amanti. Ma ciò che proveremo saranno sensazioni superficiali che possono soddisfare per qualche secondo i bisogni più animaleschi del nostro corpo e soddisfare il nostro ego per una nuova conquista, ma nulla di più. Il piacere intenso, quello profondo che appaga cuore, spirito e anche il corpo, deriva dal dono di sè, dall’apertura all’altro, in un incontro in cui le anime e i corpi sono messi a nudo e trasmettono trasparenza, verità, voglia di entrare nell’altro perchè è una realtà che già si vive nella vita fuori dal letto. Un piacere che scaturisce da tutta una vita insieme, dalla condivisione, dalla riconoscenza, dalla tenerezza dei gesti quotidiani, dagli sguardi fuggenti tra un impegno e l’altro, dai baci e le carezze cercate prima di uscire di casa e dal calore che provi rientrando dopo un giorno di lavoro. Solo in questa realtà di vita e d’amore il sesso diventa per l’uomo un mezzo per gustare ancora di più l’amore e generare nuova vita. Solo in questa realtà il sesso è per l’uomo e non l’uomo per il sesso. Solo nel matrimonio possiamo essere liberi di amare.

Antonio e Luisa

Un ideale da riscoprire

Terzo appuntamento con la riflessione di padre Raniero Cantalamessa sul matrimonio (cliccate qui per la prima parte e qui per la seconda già pubblicate)

Non meno importante del compito di difendere l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole. I primi cristiani, con i loro costumi, cambiarono le leggi dello stato sulla famiglia; noi non possiamo pensare di poter fare il contrario, e cioè cambiare i costumi della gente con le leggi dello stato, anche se come cittadini abbiamo il dovere di contribuire a che lo stato faccia leggi giuste.

Dopo Cristo, noi leggiamo giustamente il racconto della creazione dell’uomo e della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In questa luce, la frase: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” rivela finalmente il suo significato rimasto enigmatico e incerto prima di Cristo. Che rapporto ci può essere tra l’essere “a immagine di Dio” e l’essere “maschio e femmina”? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina.
La somiglianza consiste in questo. Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno; dove non c’è che un solo soggetto, non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Là dove Dio è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c’è bisogno di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche da soli!). Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.
Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte – riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità. Lì due persone –il Padre e il Figlio – amandosi, producono (“spirano”) lo Spirito che è l’amore che li fonde. Qualcuno ha definito lo Spirito Santo il “Noi” divino, cioè non la “terza persona della Trinità”, ma la prima persona plurale . Proprio in questo, la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità.
In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano: che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo. Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico una realtà puramente mondana. Non è fare solo del simbolismo; è piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina.
Qual è la causa della incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa? A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi.
Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una spiegazione a questa devastante disfunzione? La spiegazione è che l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e fusione d’amore, l’uomo e la donna si elevassero al desiderio e avessero una certa pregustazione dell’amore infinito; si ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.
Il peccato, a cominciare da quello dell’Adamo ed Eva biblici, ha attraversato questo progetto; ha “profanato” quel gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò “insoddisfacente”. Il simbolo è stato staccato dalla realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità del detto di Agostino: “Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te”. Noi infatti non siamo stati creati per vivere in un eterno rapporto di coppia, ma per vivere in un eterno rapporto con Dio, con l’Assoluto. Lo scopre perfino il Faust di Goethe, al termine del suo lungo vagare; ripensando al suo amore per Margherita, al termine del poema egli esclama: “Tutto ciò che passa è solo una parabola. Solo qui [in cielo] l’irraggiungibile diventa realtà” .
Nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto l’esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa del significato originale dell’atto coniugale. Non c’è da stupirsi che sia così. Il matrimonio è il sacramento del dono reciproco che gli sposi fanno di se stessi l’uno all’altro, e lo Spirito Santo è, nella Trinità, il “dono”, o meglio il “domarsi” reciproco del Padre e del Figlio, non un atto passeggero, ma uno stato permanente. Dove arriva lo Spirito Santo, nasce, o rinasce, la capacità di farsi dono. È così che opera la “grazia di stato” nel matrimonio.

4. Sposati e consacrati nella Chiesa
Anche se noi consacrati non viviamo la realtà del matrimonio, ho detto all’inizio, dobbiamo conoscerla per aiutare coloro che vivono in essa. Aggiungo ora un ulteriore motivo: abbiamo bisogno di conoscerla per essere, anche noi, aiutati da essi! Parlando di matrimonio e verginità l’Apostolo dice: “Ciascuno ha il proprio dono (chárisma) da Dio, chi in un modo chi in un altro” (1 Cor 7, 7); cioè: lo sposato ha il suo carisma e chi non si sposa “per il Signore” ha il suo carisma.
Il carisma — dice lo stesso Apostolo — è “una manifestazione particolare dello Spirito, per l’utilità comune” (1 Cor 12, 7). Applicato al rapporto tra sposati e consacrati nella Chiesa, questo significa che il celibato e la verginità sono anche per gli sposati e che il matrimonio è anche per i consacrati, cioè a loro vantaggio. Tale è l’intrinseca natura del carisma, apparentemente contraddittoria: qualcosa di “particolare” (“una manifestazione particolare dello Spirito”) che però serve a tutti (“per l’utilità comune”).
Nella comunità cristiana consacrati e sposati possono “edificarsi” a vicenda. Gli sposati sono richiamati, dai consacrati, al primato di Dio e di ciò che non passa; sono introdotti all’amore per la parola di Dio che essi possono meglio approfondire e “spezzare” ai laici. Ma anche i consacrati imparano qualcosa dagli sposati. Imparano la generosità, la dimenticanza di sé, il servizio alla vita e, spesso, una certa “umanità” che viene dal duro contatto con le realtà dell’esistenza.
Ne parlo per esperienza. Io appartengo a un ordine religioso dove, fino a qualche decennio fa, ci si alzava di notte per recitare l’ufficio del “Mattutino”, che durava circa un’ora. Poi ci fu la grande svolta nella vita religiosa, a seguito del Concilio. Sembrò che il ritmo della vita moderna – lo studio per i giovani e il ministero apostolico per i sacerdoti – non consentissero più quell’alzata notturna che interrompeva il sonno, e a poco a poco essa fu abbandonata, a parte qualche luogo di formazione.
Quando, più tardi, il Signore mi ha fatto conoscere da vicino, nel mio ministero, diverse giovani famiglie, ho scoperto una cosa che mi ha salutarmente scosso. Quei giovani papà e mamme dovevano alzarsi non una, ma due, tre o anche più volte per notte, per dare da mangiare, somministrare la medicina, cullare il bambino se piangeva, vegliarlo se aveva la febbre. E al mattino uno dei due, o tutti e due, alla stessa ora, di corsa al lavoro, dopo aver portato il bambino o la bambina dai nonni o all’asilo. C’era un cartellino da timbrare e questo sia con il buono che con il cattivo tempo, sia con la buona che con la cattiva salute.
Allora mi sono detto: se non corriamo ai ripari, siamo in un grave pericolo! Il nostro genere di vita, se non è sorretto da autentica osservanza della Regola e da un certo rigore di orario e di abitudini, rischia di diventare una vita all’acqua di rose e di portarci alla durezza del cuore. Quello che dei buoni genitori sono capaci di fare per i loro figli carnali; il grado di dimenticanza di sé a cui sono capaci di giungere per provvedere alla loro salute, ai loro studi e alla loro felicità, deve essere la misura di ciò che dovremmo fare noi per i figli o i fratelli spirituali. Ci è di esempio in ciò proprio l’apostolo Paolo che diceva di volere “prodigarsi, anzi consumarsi”, per i suoi figli di Corinto (cf 2 Cor 12, 15).
Che lo Spirito Santo, datore dei carismi, aiuti tutti noi, sposati e consacrati, a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Pietro:
“Ciascuno viva secondo il dono ricevuto, mettendolo a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio […], perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!” (1Pt 4, 10-11).

Cosa l’insegnamento biblico dice a noi oggi.

Proseguimo con la seconda parte della meditazione di padre Cantalamessa (la prima parte la trovate qui)

Questa, per sommi capi, la dottrina della Bibbia, ma non possiamo fermarci ad essa. “La Scrittura, diceva san Gregorio Magno, cresce con chi la legge” (cum legentibus crescit) ; rivela implicazioni nuove a mano a mano che le vengono poste domande nuove. E oggi di domande, o provocazioni, nuove su matrimonio e famiglia ce ne sono tante.

Ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia. Come comportarsi di fronte a questo inquietante fenomeno? Il concilio ha inaugurato un metodo nuovo che è di dialogo, non di scontro con il mondo; un metodo che non esclude neppure l’autocritica. Dobbiamo, credo, applicare questo metodo anche nella discussione dei problemi del matrimonio e della famiglia. Applicare questo metodo di dialogo significa cercare di vedere se al fondo anche delle contestazioni più radicali non c’è una istanza positiva da accogliere.

La critica al modello tradizionale di matrimonio e di famiglia che ha portato alle odierne, inaccettabili, proposte del decostruzionismo, è iniziata con l’illuminismo e il romanticismo. Con intenti diversi, questi due movimenti si sono espressi contro il matrimonio tradizionale, in quanto visto esclusivamente nei suoi “fini” oggettivi: la prole, la società, la Chiesa, e troppo poco in se stesso, nel suo valore soggettivo e interpersonale. Tutto si richiedeva ai futuri sposi eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di loro. Anche oggi, in tante parti del mondo ci sono sposi che si conoscono e si vedono per la prima volta il giorno delle nozze. A tale modello, l’Illuminismo oppose il matrimonio come patto tra i coniugi e il Romanticismo il matrimonio come comunione d’amore tra gli sposi.

Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa! Il concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando, come dicevo, ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi. San Giovanni Paolo II, nella linea della Gaudium et spes, in una sua catechesi del Mercoledì, diceva:

”Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità,…è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere” .

Nella sua enciclica “Deus caritas est”, il papa Benedetto XVI è andato oltre, scrivendo cose profonde e nuove a proposito dell’eros nel matrimonio e negli stessi rapporti tra Dio e l’uomo. “Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli –scriveva – nella letteratura, al di fuori di essa” . Uno dei torti più grandi che facciamo a Dio è di aver finito per fare di tutto ciò che riguarda l’amore e la sessualità un ambito saturo di malizia, dove Dio non deve entrare ed è di troppo. Come se satana, e non Dio, fosse il creatore dei sessi e lo specialista dell’amore.

Noi credenti – e anche tanti non credenti – siamo lontani dall’accettare le conseguenze che alcuni traggono oggi da queste premesse: per esempio che basti qualsiasi tipo di eros a costituire un matrimonio, compreso quello tra persone dello stesso sesso, ma questo rifiuto acquista un’altra forza e credibilità se unito al riconoscimento della bontà di fondo dell’istanza, e anche a una sana autocritica.

Non possiamo infatti tacere il contributo che i cristiani avevano dato al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio contro la quale la cultura moderna occidentale si è scagliata con veemenza. L’autorità di Agostino, rinforzata su questo punto da Tommaso d’Aquino, aveva finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale e non priva, essa stessa, di peccato “almeno veniale”. Secondo il dottore di Ippona, i coniugi dovevano venire all’atto coniugale “con dispiacere” (cum dolore) e solo perché non c’era altro modo di dare cittadini allo stato e membri alla Chiesa .

Un’altra istanza moderna che possiamo fare nostra è quella della pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto, è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata spesso disattesa lungo i secoli. La parola di Dio a Eva: “Verso l’uomo sarà la tua brama ed egli ti dominerà”, ha avuto un tragico avveramento nella storia.

Nei rappresentanti della cosiddetta “Gender revolution”, rivoluzione dei generi, questa istanza ha portato a proposte folli, come quella di abolire la distinzione dei sessi e sostituirla con la più elastica e soggettiva distinzione dei “generi” (maschile, femminile, variabile), o quella di liberare la donna dalla “schiavitù della maternità” provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla nascita dei figli. In questi ultimi mesi è un rincorrersi di notizie di uomini che fra poco potranno diventare incinti e dare alla luce un figlio. “Adamo da alla luce Eva”, si scrive sorridendo, mentre ci si sarebbe da piangere. Gli antichi avrebbero definito tutto ciò con un termine: Hybris, arroganza dell’uomo nei confronti di Dio.

Proprio la scelta del dialogo e dell’autocritica ci da il diritto di denunciare questi progetti come “disumani”, contrari, cioè, non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene dell’umanità. Tradotti in pratica su larga scala, essi porterebbero a guasti umani e sociali imprevedibili. L’unica nostra speranza è che il buon senso della gente, unito al “desiderio” naturale dell’altro sesso e all’istinto di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana, resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa dell’uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna.

Matrimonio e famiglia nel progetto divino e nel Vangelo di Cristo

Ho trovato questa bella riflessione di padre Raniero Cantalamessa. Visto che si tratta di una catechesi molto lunga ho deciso di presentarla in tre momenti distinti.

Ecco il primo:

Dedico questa meditazione a una riflessione spirituale sulla Gaudium et spes, la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo. Dei vari problemi della società trattati in questo testo conciliare –cultura, economia, giustizia sociale, pace –, il più attuale e problematico è quello relativo a matrimonio e famiglia. Ad esso la Chiesa ha dedicato gli ultimi due sinodi dei vescovi. La maggioranza di noi qui presenti non vive direttamente questo stato di vita, ma tutti dobbiamo conoscerne i problemi, per capire e aiutare la stragrande maggioranza del popolo di Dio che vive nel matrimonio, oggi specialmente che esso è al centro di attacchi e minacce da tutte le parti.
La Gaudium et spes tratta a lungo della famiglia all’inizio della Seconda Parte (nrr. 46-53). Non è il caso di citare le sue affermazioni, perché non è che la dottrina cattolica tradizionale che tutti conosciamo, a parte il rilievo nuovo dato al mutuo amore tra i coniugi, riconosciuto ormai apertamente come un bene, anch’esso primario, del matrimonio, accanto alla procreazione.
A proposito di matrimonio e famiglia, la Gaudium et spes, secondo il suo ben noto procedimento, mette in luce anzitutto le conquiste positive del mondo moderno (“le gioie e le speranze”), e in secondo luogo i problemi e i pericoli (“le tristezze e le angosce”). Io mi propongo di seguire lo stesso metodo, tenendo conto però dei cambiamenti drammatici avvenuti, in questo campo, nel mezzo secolo trascorso da allora. Richiamerò velocemente il progetto di Dio su matrimonio e famiglia, perché è sempre da esso che noi credenti dobbiamo partire, per poi vedere cosa la rivelazione biblica può apportare alla soluzione dei problemi attuali. Mi astengo volutamente dal toccare alcuni problemi particolari discussi nel sinodo dei vescovi, sui quali solo il papa ha ormai il diritto di dire ancora una parola.

1. Matrimonio e famiglia nel progetto divino e nel Vangelo di Cristo

Il libro della Genesi ha due racconti distinti della creazione della prima coppia umana, risalenti a due tradizioni diverse: quella jahwista (X sec a.C.) e quella più recente (VI sec. a.C.) detta “sacerdotale”. Nella tradizione sacerdotale (Gen 1, 26-28) l’uomo e la donna sono creati simultaneamente, non uno dall’altro; si pone in rapporto l’essere maschio e femmina con l’essere a immagine di Dio: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Il fine primario dell’unione tra l’uomo e la donna è visto nell’essere fecondi e riempire la terra.

Nella tradizione jahwista che è la più antica (Gen 2, 18-25), la donna è tratta dall’uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla solitudine (“Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”); più che il fattore procreativo, si accentua il fattore unitivo (“l’uomo si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”); ognuno è libero di fronte alla propria sessualità e a quella dell’altro: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.
La spiegazione più convincente del perché di questa “invenzione” divina della distinzione dei sessi l’ho trovata non in un esegeta, ma in un poeta, Paul Claudel:
“L’uomo è un essere orgoglioso non c’era altro modo di fargli comprendere il prossimo che quello di farglielo entrare nella carne; non c’era altro mezzo per fargli capire la dipendenza, la necessità e il bisogno se non mediante la legge su di lui di questo essere differente [la donna], dovuta al semplice fatto che esso esiste” .
Aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’altro che è il prossimo, fino all’Altro con la lettera maiuscola che è Dio. Il matrimonio nasce nel segno dell’umiltà; è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura. Innamorarsi di una donna o di un uomo è fare il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e dire all’altro: “Io non basto a me stesso, ho bisogno del tuo essere”. Se, come pensava Schleiermacher, l’essenza della religione consiste nel “sentimento di dipendenza” (Abhaengigheitsgefühl) di fronte a Dio, allora, possiamo dire che la sessualità umana è la prima scuola di religione.
Fin qui il progetto di Dio. Non si spiega però il seguito della Bibbia se, insieme con il racconto della creazione, non si tiene conto anche di quello della caduta, soprattutto di quello che viene detto alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16). Il predominio dell’uomo sulla donna fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio; con quelle parole, Dio lo preannuncia, non lo approva.
La Bibbia è un libro divino – umano non solo perché ha per autori Dio e l’uomo, ma anche perché descrive, frammiste insieme, la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo. Questo appare particolarmente evidente quando si confronta il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia con la sua attuazione pratica nella storia del popolo eletto. Per rimanere nel libro della Genesi, già il figlio di Caino Lamech viola la legge della monogamia prendendo due mogli. Noè con la sua famiglia appare un’eccezione in mezzo alla generale corruzione del suo tempo. Gli stessi patriarchi Abramo e Giacobbe hanno figli da più donne. Mosè sancisce la pratica del divorzio; David e Salomone mantengono un vero harem di donne.
Più che nelle singole trasgressioni pratiche, il distacco dall’ideale iniziale è visibile nella concezione di fondo che si ha del matrimonio in Israele. L’oscuramento principale riguarda due punti cardini. Il primo è che il matrimonio, da fine, diventa mezzo. L’Antico Testamento, nel suo insieme, considera il matrimonio come una struttura d’autorità di tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione del clan. In questo senso vanno comprese le istituzioni del levirato (Dt 25, 5-10), del concubinaggio (Gen 16) e della poligamia provvisoria. L’ideale di una comunione di vita tra l’uomo e la donna, fondata su un rapporto personale e reciproco, non è dimenticata, ma passa in secondo ordine rispetto al bene della prole. Il secondo grave oscuramento riguarda la condizione della donna: da compagna dell’uomo, dotata di pari dignità, essa appare sempre più subordinata all’uomo e in funzione dell’uomo.

Un ruolo importante, nel mantenere vivo il progetto iniziale di Dio sul matrimonio, lo svolsero i profeti, in particolare Osea, Isaia, Geremia e il Cantico dei cantici. Assumendo l’unione dell’uomo e della donna come simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di riflesso, essi rimettevano in primo piano i valori dell’amore mutuo, della fedeltà e dell’indissolubilità che caratterizzano l’atteggiamento di Dio verso Israele.

Gesú, venuto a “ricapitolare” la storia umana, attua questa ricapitolazione anche a proposito del matrimonio.

“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina (Gen 1, 27) e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? (Gen 2, 24). Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,3-6).

Gli avversari si muovono nell’ambito ristretto della casistica di scuola (se è lecito ripudiare la moglie per qualsiasi motivo, o se occorre un motivo specifico e serio), Gesú risponde riprendendo il problema alla radice, dall’inizio. Nella sua citazione, Gesú si riferisce a entrambi i racconti dell’istituzione del matrimonio, prende elementi dall’uno e dall’altro, ma di essi mette in luce, come si vede, soprattutto l’aspetto di comunione delle persone.

Quello che segue nel testo, sul problema del divorzio, va anch’esso in questa direzione; riafferma infatti la fedeltà e indissolubilità del vincolo matrimoniale al di sopra del bene stesso della prole, con il quale si erano giustificati in passato poligamia, levirato e divorzio:

“Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio” (Mt 19, 7-9).

Il testo parallelo di Marco mostra come, anche in caso di divorzio, uomo e donna si collocano, secondo Gesú, su un piano di assoluta parità: ”Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).

Con le parole: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”, Gesú afferma che c’è un intervento diretto di Dio in ogni unione matrimoniale. L’elevazione del matrimonio a “sacramento”, cioè a segno di un azione di Dio, non riposa dunque soltanto sul debole argomento della presenza di Gesú alle nozze di Cana e sul testo di Efesini che parla del matrimonio come di un riflesso dell’unione tra Cristo e la Chiesa (cf. Ef 5, 32); comincia, implicitamente, con il Gesú terreno e fa parte anch’essa del suo riportare le cose all’inizio. Giovanni Paolo II definisce il matrimonio “il sacramento più antico” .

fonte: http://www.cantalamessa.org/

 

L’abbraccio della madre

Oggi riporto un bellissimo post della dottoressa e scrittrice Silvana De Mari. Una riflessione illuminante sul e rapporto madre-bambino.

Di gravidanza e di parto si può morire e si muore. Il corpo della madre ne porta i segni per sempre anche quando tutto è andato bene. Anche nei parti piu` normali e fisiologici sia madre che figlio ne escono dolenti e stremati, dopo di che inevitabilmente si abbracciano, a meno che il neonato non sia immediatamente
sequestrato per essere lavato e messo in un’insopportabile culla sterile, dove i suoi polmoni saranno spinti allo spasimo in un dolorosissimo pianto nella inutile
ricerca di qualcuno che lo consoli. ( pratica ormai abbandonata, fortunatamente) L’abbraccio, l’odore della pelle, provoca in entrambi una sensazione di piacere
mediata dalle endorfine. Questa scarica di endorfine e` enorme nel neonato e ulteriormente aumentata da quelle contenute nel latte materno. Solo dove c’e` dolore puo` esserci consolazione. Che il parto umano sia cosı` lungo e doloroso secondo alcuni fisiologi favorisce un attaccamento cosı` grande da permettere
una vicinanza lunghissima, di molti anni. L’attaccamento madre/figlio è l’emozione più potente che esista in natura e su questa è basata la sopravvivenza della vita. Tutte le altre emozioni sono pallide imitazioni. Chi ha sentito una vita muoversi dentro di se, chi ha provato il dolore dal parto, che sa quanti rischi anche mortali gravidanza e parto vogliono dire, che intensa felicità dia il primo sorriso del bimbo ( verso i due mesi, quasi sempre quando sta succhiando il latte, si interrompe, guarda mamma e poi sorride), sa di cosa si stia parlando. E ` questa lunghissima vicinanza, basata sul dolore dell’allontanamento e sulla gioia della vicinanza tra madre e figlio, il fatto che il piccolo non sia sbattuto a cavarsela da solo dopo pochi anni, che permette il
processo educativo, il fatto che ogni generazione trasmetta il proprio sapere alla successiva che non riparte piu` da zero. Il processo educativo e` la base della civilta` umana. Dove non c’e` madre che possa consolare, il dolore resta non consolato, una ferita aperta. Quello che succede negli orfani. Essere separati dalla madre è una ferita primaria. Sulla gravidanza, il periodo in cui il feto e la madre condividono i neurotrasmettitori si fa tutto l’adattamento epigenetico, l’adattamento che permette la sopravvivenza della specie. Se mamma ha sofferto la fame durante la gravidanza, il bambino avrà una forte tendenza a ingrassare ( dove non c’è roba, meglio metterla da parte), e a non essere troppo alto ( dove c’è poco, meglio non sprecare), se la madre ha vissuto in condizione di stress alto, bombardamenti, violenza, il bambino tenderà ad essere estremamente ansioso e più facilmente aggressivo.
Una mia carissima amica suonatrice di liuto durante la gravidanza del suo secondogenito ha provato tutti i giorni un pezzo di musica del barocco napoletano in previsione di un concerto dato all’ottavo mese di gravidanza. Dopo di che non ha più suonato quel pezzo. La volta in cui la radio lo ha trasmesso, suo figlio di quattro anni ha cominciato a canticchiarlo anticipando le battute.
Il legame madre figlio è sacro.  Quando il legame con la madre è spezzato il bambino per tutta la vita esprime ormoni da stress, sempre, anche quando sembra tranquillo, la madre moltiplica il rischio di sviluppare una depressione grave, oppure una malattia fisica. Chiunque lo spezzi volutamente commette un crimine.
Nell’onnipresente figura dell’orfano, personaggio chiave di tutta la letteratura fantastica c’è questo dolore assoluto.
L’erba è verde, e due più due fa quattro.
Silvana De Mari.

La donna meraviglia del creato.

La donna. Chi è sposato identifica la donna (almeno dovrebbe) con la propria moglie. Così il concetto di moglie e donna si sovrappongono e le caratteristiche della propria sposa divengono quelle che per noi sono le caratteristiche della donna. La propria sposa diviene il termine di paragone con ogni altra donna che si incontra.  Ma come deve essere la donna per essere secondo Dio e per rendere felice un uomo? Deve essere libera, libera di essere donna, libera anche di sottomettersi al suo sposo, non perchè sia meno di lui ,ma con quella libertà di chi  sa di essere preziosa e si abbassa per innalzare anche il proprio sposo. Sottomessa in realtà non al proprio sposo ma all’amore stesso.

Don Antonello Iapicca, nella sua catechesi di alcuni giorni fa, esprime benissimo questo concetto. Dice: “La donna riesce a sottomettersi al marito quando ha riconosciuto i propri peccati e ha conosciuto l’amore misericordioso di Dio che l’ha strappata da questo, che la esorcizzata, che le ha tolto i sette demoni (come a Maria di Magdala), che l’ha salvata e l’ha fatta risorgere. Questa donna non è più nei peccati, i peccati non regnano più su di lei, quindi non c’è più superbia. Una donna così torna ad essere una donna secondo Dio. Chi è la donna secondo Dio? La donna è la prima testimone della resurrezione, la donna è quella che rimane sotto la croce, la donna è la forza vera. Come si manifesta questo? Nel servizio, nell’amore, nella misericordia, nella tenerezza, nell’attenzione ai particolari, nella dolcezza. Le viscere che ha una donna non le ha l’uomo. Il seno, l’utero non ce l’ha. Non ha il ciclo. L’uomo non può capire certe cose che invece può la donna per la sua biologia, per la meraviglia di come è stata creata.”

Fortunati quei mariti che possono riconoscere la loro sposa in questa descrizione. Io lo sono. Come ebbe a dire Petrarca colei che sola a me par donna. Non perchè le altre non lo siano, ma perchè ogni sposo può ammirare e conoscere la propria sposa in profondità e restare a bocca aperta. Per questo il tempo che passa può intaccare la freschezza del corpo, ma ciò non ci impedisce di amare la nostra sposa. L’attrazione fisica è importante ma poi ci si accorge che è solo la punta di un iceberg, ci si accorge che la parte più affascinante di nostra moglie è proprio il suo essere donna e più è donna secondo Dio e più è affascinante e meravigliosa. Più la si conosce in profondità e più la bellezza fisica è trasfigurata ai nostri occhi dalla bellezza delle sue doti del cuore.  Una donna così che non ha paura a sottomettersi al marito proprio perchè sa di essere più forte del suo sposo ottiene (se il marito non è corrotto dal peccato) l’incondizionato amore del marito, pronto a morire per lei, ogni giorno in tante piccole situazioni. Questo è l’amore che mi fa innamorare ogni giorno della mia sposa, fiore bellissimo di Dio.

Antonio e Luisa.

 

Si incrociano fra loro, ma non si incontrano

Papa Francesco, durante la sua consueta omelia a Santa Marta, ci ha messo in guardia. Ci ha messo in guardia dalla nostra sempre più frequente incapacità di incontrare il nostro prossimo. Ha detto: “si incrociano fra loro, ma non si incontrano”.

Questo fa riflettere molto anche noi sposi cristiani. Quante volte ci incrociamo con la nostra sposa o il nostro sposo ma non ci incontriamo. Quante volte facciamo altro invece di ascoltare e dialogare col nostro coniuge. E’ vero abbiamo tutti tante cose da fare e a cui pensare. Abbiamo il lavoro, la famiglia, i bambini e tutto il resto. Il mondo in cui viviamo è terribile da questo punto di vista. Non riusciamo a fermarci. E anche quando siamo a casa siamo distolti dall’attenzione dell’ uno verso l’altra. Trovare un momento in cui parlare diventa davvero complicato e spesso, lo dico con sincerità, non ne abbiamo neanche voglia.

Consideriamo quel poco tempo libero nostro, un tesoro da non dividere con nessuno. Questo è molto triste. Dialogare con il nostro sposo/a non dovrebbe mai essere considerato tempo perso, ma al contrario è una grande occasione per amarlo, per far crescere e maturare quell’intimità, quella complicità, quel voler bene che sono ciò che dà sapore al rapporto. Ascoltare la propria moglie o il proprio marito mentre si apre, esprime le proprie paure, gioie, difficoltà, sofferenze, gratitudine e mostrare interesse, compassione (patire con) condivisione è grande. Sono quei momenti che saldano un rapporto più che mai e riempiono il cuore.  E invece noi magari passiamo ore sui social a parlare con persone che neanche si conoscono bene e trascuriamo nostra moglie e nostro marito.

Questo è un peccato gravissimo e le parole del Papa mi hanno toccato il cuore. Grazie Papa Francesco.

Antonio e Luisa

È insegnando la bellezza che si impara ad amare

Bellissimo articolo!

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di Costanza Miriano

Se io proponessi al ministro Giannini di mandare nelle scuole insegnanti di metodi naturali a parlare di castità prematrimoniale (che tra l’altro risolverebbe alla grande il problema delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate, per non parlare del problema del rispetto), lei obietterebbe sicuramente, e a ragione, che non tutti i genitori sono d’accordo con questa idea della sessualità (che peraltro ha seri fondamenti filosofici – propongo Amore e responsabilità come testo scolastico – e circa duemilacinquecento anni di storia, a differenza delle teorie di genere).

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Tra la testa e il cuore.

Ho ricevuto questa luminosa testimonianza da parte di Federica e Alessandro. Grazie cuore e che la vostra unione sia sempre benedetta e protetta da Gesù e Maria.

Siamo Federica e Alessandro.
Io ho 33 anni, sono originaria di Palermo, ma vivo a Firenze da sei anni, dove mi sono trasferita per lavoro. Sono disabile dalla nascita: ho una emiparesi laterale sinistra, che comporta un uso limitato della mano sinistra, ed ho qualche difficoltà nel muovermi, sebbene cammini ed usi i mezzi pubblici per spostarmi.
Alessandro ha 42 anni ed è di Novara, dove vive e lavora nella ditta di famiglia.
Ci siamo conosciuti circa quattro anni fa, su un gruppo Facebook dedicato a Claudio Baglioni, il nostro cantante preferito.
Fui io a chiedergli l’amicizia, ma il nostro “rapporto” non è mai decollato, perché dopo aver parlato con Alessandro (erroneamente, lo ammetto), in modo superficiale, non lo avevo trovato interessante.
Lui però continuava a scrivermi, a chiedermi come stavo, ed io gli rispondevo molto vagamente.
Nel frattempo io ero impegnata in una storia, finita a novembre 2014.
A novembre 2015 acquistai un biglietto riservato ai portatori di handicap del concerto dei Capitani Coraggiosi, Baglioni e Morandi, che mi dava la possibilità di portare con me un accompagnatore. Così scrissi un post su Facebook chiedendo se qualcuno avesse voglia di venire con me ed Alessandro si offrì. All’inizio ero un po’ titubante, e speravo si tirasse indietro, cosa che fece per diversi motivi, ma risolte le questioni mi disse che alla fine poteva venire con me.
Cominciammo a sentirci spesso, a parlare, finché un giorno Alessandro mi disse che si era innamorato di me già da tempo, che mi seguiva da lontano, leggendo i miei post. Non gli interessava della mia disabilità, sentiva che il mio cuore era puro, che avevo bisogno di amore ed ero pronta a darne. In quel momento qualcosa dentro il mio cuore si sciolse: era come se avessi un nodo che quella dichiarazione fece sparire.
Parlando, Alessandro mi disse che grazie ai miei post su Facebook riguardanti la fede cattolica, voleva riavvicinarsi alla Chiesa, riaccostarsi ai sacramenti (cosa che fece il giorno del concerto): aveva smesso di andare in chiesa da parecchio tempo, pur essendo stato chierichetto e animatore in oratorio, senza un vero motivo. Alessandro mi ha chiesto anche di andare a messa tutti i giorni: se siamo insieme riusciamo a farlo, ma se siamo soli è un po’ più difficile, per i diversi impegni. Siamo di stimolo l’uno all’altro, anche se sarebbe ottimale andare sempre a messa. Abbiamo preso comunque la buona abitudine di pregare insieme ogni giorno: alle 15 seguiamo su Tv2000 la Coroncina alla Divina Misericordia, alle 18 seguiamo il S. Rosario da Lourdes e la sera prima di dormire, per telefono.
Un giorno Alessandro mi disse che dopo essere venuto a Firenze, sarebbe andato a Perugia per una breve vacanza, e per visitare Assisi. Gli dissi che sarei andata con lui: volevo portarlo a Collevalenza, al Santuario dell’Amore Misericordioso, per fargli fare l’immersione nelle piscine. Io sono devota della Beata Madre Speranza di Gesù, sono volontaria al Santuario, e sto facendo un percorso per diventare Laica dell’Amore Misericordioso.
Ritenevo fosse un buon modo di rinnovare le promesse battesimali e riprendere il cammino della fede.
Ci andammo il 3 marzo 2016, e facemmo l’immersione, dopo aver pregato sulla tomba di Madre Speranza, dove Alessandro avvertì la presenza della Madre sorridente. In Basilica, davanti una statuetta del Bambino Gesù dalla storia miracolosa, avvertì una voce che gli diceva: “Bentornato!”
Durante l’immersione io chiesi al buon Gesù di farmi capire se Alessandro fosse la persona che Lui aveva scelto per me e per cui avevo pregato tanto.
Alessandro si era sentito molto più sereno e leggero durante l’immersione.
Il giorno dopo andammo ad Assisi e assistemmo alla Santa Messa nella Basilica Inferiore. Durante l’omelia incentrata sul comandamento dell’Amore io mi sentivo il cuore piccolo piccolo, come se qualcuno me lo stringesse, e qualcosa dentro di me che mi diceva: “tu non puoi amarlo! Tu non puoi amarlo!” Mi voltai verso Alessandro, e vidi che aveva gli occhi spalancati e terrorizzati. Alla fine della Messa mi disse che si era sentito il cuore esplodere, e aveva avuto la sensazione di qualcuno che gli dicesse: “Non dovete ascoltare le parole del sacerdote!”. Capimmo che era stato un attacco del Maligno… e se era un attacco del Maligno, allora il Signore voleva che stessimo insieme! Comprammo due Tau, li facemmo benedire e da quel giornoli portiamo sempre al collo.
Abbiamo cominciato la nostra storia e da allora subiamo attacchi continui. Siamo stati attaccati da persone che criticano il nostro rapporto e che cercano di dividerci, e Alessandro a volte ha la sensazione che il Maligno gli dica che dobbiamo lasciarci perché il nostro non è amore. Di contro il Signore ci manda delle persone che ci aiutano a non cedere, o attraverso le omelie dai sacerdoti che sembrano rivolte a noi.
Un esempio. Siamo tornati a Collevalenza, perché io dovevo partecipare all’incontro mensile dell’Associazione Laici dell’Amore Misericordioso, e siccome Alessandro doveva venire a trovarmi siamo andati insieme. Io sarei dovuta andare a Collevalenza la settimana prima, da sola, ma l’incontro era stato rimandato all’ultimo. Vidi nello slittamento dell’incontro il segno che Alessandro doveva venire con me.
Quel fine settimana a Collevalenza accaddero diversi episodi.
Arrivati a Collevalenza andammo subito sulla tomba della Madre, e Alessandro avvertì di nuovo la sua presenza e la sensazione che gli dicesse: “Vi attendevo!”.
Ho spinto Alessandro a svolgere il servizio alle piscine, mentre io svolgevo servizio come guida nella casa della Madre. Alessandro ha capito cos’è il servizio al prossimo.
Abbiamo conosciuto un sacerdote molto in gamba che ci ha fatto capire diverse cose.
Mentre parlavamo, questo sacerdote ha detto una cosa che ci colpì molto. Disse, senza sapere del concerto, che tra me e Alessandro io ero la testa ed Alessandro il cuore… io e Alessandro ci guardammo ed esclamai che era stato lo Spirito Santo a fargli dire quelle parole. Gli parlammo del concerto e della canzone “Capitani Coraggiosi” che simboleggia la nostra storia. Recita così: “tra la testa e il cuore, capitani coraggiosi noi”. L’incontro tra la testa e il cuore che si completano!
Don Giuseppe ci disse anche che vedeva luce tra noi, e che gli attacchi del Maligno sarebbero arrivati soprattutto a me, perché ero stata uno strumento del Signore per far riavvicinare Alessandro, e mi disse che se la mia fede dovesse vacillare crollerebbe tutto, perché crollerebbe anche Alessandro. Ci ha suggerito di farci seguire da un direttore spirituale, che per fortuna abbiamo trovato, e per il quale avevo pregato.
Quel sabato, a Collevalenza era arrivata una nostra carissima amica, che da Roma organizza pellegrinaggi, e volle che raccontassimo ai pellegrini che erano con lei la nostra storia. I pellegrini stavano ad ascoltarci, e capimmo che la nostra missione è testimoniare il Vangelo attraverso il nostro amore.
Abbiamo capito anche che dobbiamo divulgare il carisma dell’Amore Misericordioso e per questo abbiamo creato il gruppo Facebook “L’Amore Misericordioso nella famiglia sulle orme di Madre Speranza”

(https://www.facebook.com/groups/1778368439049320/?fref=ts)

Casto è meglio.

I rapporti prematrimonioali, oramai sembrano accettati e considerati cosa buona da tutti o quasi. Anche all’interno della Chiesa Cattolica. Ma è davvero così? Oppure la nostra Madre Chiesa, vetusta e austera secondo molti, ha un’altra volta ragione? Quante volte ci siamo chiesti: perchè aspettare? Quante volte abbiamo considerato l’insegnamento della Chiesa vecchio e ormai fuori dal mondo. Ma ci siamo mai chiesti il perchè di tale richiesta?

E’ facile credere che avere rapporti con la propria fidanzata possa arricchire ancora di più il rapporto, possa renderlo più completo, più appagante, più vero, che ti permetta di essere davvero uno con la persona che ami. Ma è davvero così o c’è una menzogna di fondo?

Giovanni Paolo II, spiegando magistralmente la valenza dell’amplesso, ha evidenziato una verità ancora poco conosciuta. Il rapporto fisico è un atto sacramentale che esprime nel corpo l’unione totale e indissolubile dei cuori. Anima e corpo sono nella verità quando vivono in armonia tra loro, quando la verità dell’una è aderente alla verità dell’altro. Due persone che hanno rapporti nel fidanzamento esprimono con il corpo una totalità che nel cuore ancora non esiste e magari neanche si vuole avere. Non è più un dono totale di noi stessi ma diventa un guscio vuoto, spesso riempito con egoismo e pulsioni mascherati da amore. Ed ecco che il fidanzamento non è più un periodo da fruttificare e  in cui verificare se all’attrazione fisica che si prova per l’amato/a corrisponde una altrettanto forte unione di intenti, caratteri compatibili e volontà comune di formare una famiglia santa. L’unione affettiva sposta il centro dell’attenzione dalla persona amata ai rapporti sessuali. Tutto, l’attenzione, la volontà, l’impegno e la cura per l’altro saranno finalizzati ad ottenere appagamento sessuale, l’altro non è più il centro del nostro amore ma diventa mezzo per soddisfarci emotivamente e sessualmete. Non facciamo finta che non sia così. L’amplesso è un gesto così totalizzante che sbiadisce tutto il resto. Passa in secondo piano tutto il resto. Come faremo con queste premesse a fare la scelta giusta, una scelta che ci impegnerà per la vita? Avere rapporti è come avere la mente annebbiata, è come vivere perennemente ubriachi, mentre la castità rende sobri e svegli. La castità permette di tenere lo sguardo e la mente fissi su ciò che davvero è importante. La castità permette di capire che si sta vivendo un periodo di precarietà dove le scelte definitive ancora non sono state fatte. La castità permette di accorciare il tempo del fidanzamento, perchè nella conoscenza reciproca sempre più profonda nasce e cresce sempre più il desiderio di unirsi totalmete (anima e corpo) con l’amato/a nel sacramento del matrimonio oppure svanisce tutto e il rapporto cessa. La castità permette di vivere questo gesto solo con una persona, rendendolo molto più unitivo e forte di chi lo ha già sperimentato con altri.

La castità è una scelta difficile e incomprensibile per la nostra società attuale ma dà una marcia in più nel matrimonio. Non sono io a dirlo ma la statistica. Secondo una ricerca di un’università americana,  le coppie che hanno aspettato fino al matrimonio per avere la loro prima esperienza sessuale rispetto a coloro che hanno iniziato a fare sesso relativamente presto, hanno fatto registrare una stabilità di coppia maggiore del 22%, una soddisfazione nella relazione superiore del 20%, una qualità del rapporto sessuale migliore del 15% e la comunicazione all’interno della coppia è stata valutata migliore del 12%.

Un’ultima riflessione ma per me bellissima. Ricorda un noto cantante e attore messicano:

“Io potrò dire alla mia futura moglie io ti sono stato fedele ancora prima di conoscerti. Il sesso è un regalo di Dio ed è sacro. Ho capito che devo custodirlo, preservarlo e condividere questo regalo di Dio con la persona più importante della mia vita che, dopo Dio, sarà la madre dei miei figli, mia moglie, il giorno che mi sposerò.

Legare la bellezza dell’amplesso fisico a una sola donna. Rimanere fedele alla sola donna che Dio ha preparato per te fin dall’eternità dei tempi. Davvero la difficoltà della lotta per restare casti e combattere le pulsioni sono ben poca cosa in confronto alla ricompensa che ci verrà data in cambio.

A voi la scelta.

(spezzone del film “Il giocoliere di Dio”. Molto bello e significativo)

 

L’amore è forte come la morte

L’amore nasce dalla Signoria,

Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà.

Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità

 diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine.

L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi

ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo.

L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore

ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme.

L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà.

L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme.

L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto.

L’amore non esiste se non nella concretezza della carne.

L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi

perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi

assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato

per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte

 perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità,

impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

 

 

 

Scegliere la vita!

Oggi condivido un post che ho letto su facebook. Mi ha molto colpito. Ringrazio Valentina (l’autrice) che mi ha permesso di pubblicarlo.

Ci ho messo 8 mesi per decidermi a scrivere questo post. A dire il vero non so nemmeno da dove cominciare…. ah, forse si!
Il 14 giugno del 2015 alle 6 di mattina scopro di essere in dolce attesa, e da quel giorno la mia vita è cambiata per sempre! Una gravidanza meravigliosa, niente nausee, niente complicazioni. Il 5 ottobre 2015 prendo appuntamento in una nota clinica romana per fare la morfologica. Mentre mi visitano per esattamente 6 volte in una mattinata, mi dicono di tornare il 12, perché le misure della bambina sono state prese tutte ma quella dietro al cervelletto non si riesce a prendere perché la bambina non è in posizione. Torno il 12 e di nuovo la stessa storia. La bambina non è in posizione e mi visitano 5 volte finché non mi richiamano per farmi visitare dal padrone della struttura, il top del top. In un nano secondo mette l’ecografo sulla mia pancia e mi dice “signora c’è un problemino”. Da li a sentirmi morire è stato un secondo. Ci fanno mettere seduti e ci spiegano che la mia bambina è affetta da Dandy Walker Variant. Una malformazione (un caso su 100.000), che fa vivere il bambino si e no fino al sesto anno di età. Poi aggiungono di esserne assolutamente certi e di non proseguire con gli accertamenti perché essendo al sesto mese avevo solo una settimana di tempo per decidere di interrompere la gravidanza e il massimo che potevamo fare era un’amniocentesi li da loro (che costa solamente più di 2000 euro). Ci mandano a parlare con il genetista che con molta delicatezza dice “se decidete di interrompere, diteci in che struttura perché se fate un’eventuale autopsia noi ci studiamo”. Usciamo da li che non capiamo più nulla. Chiamo la mia dottoressa e mi dice che sono bravi si, ma non invincibili. E scopro che l’amniocentesi non vede quel tipo di malformazione. E da li a 2 giorni mi ritrovo a prendere appuntamento in una clinica privata per fare una risonanza magnetica fetale con la dottoressa che ci ha ridato la vita. Mia figlia non aveva quello che avevano detto. Aveva solamente il verme cerebellare ruotato ma, non era detto che in quelle settimane non sarebbe tornato apposto. E dopo 4 morfologiche, e 2 risonanze magnetiche fetali, il 24 febbraio del 2016, con un parto meraviglioso è nata la mia gioia. Subito è stata fatta un’ecografia al cervelletto e la mia Greta è sana, bella e cresce meravigliosamente.
Vi chiedete il perché ho voluto raccontare l’esperienza più brutta della mia vita? Per dare una speranza a quelle mamme che credono in una struttura perché rinomata e decidono di interrompere una gravidanza. Solo perché a questo mondo interessano solo i soldi e non la vita di una creatura. Lo so, è dura, ma affidatevi a Dio… non smettete di credere e andate fino in fondo. Se io non avessi avuto mio marito accanto, le nostre famiglie, la mia santa dottoressa e soprattutto la mia fede, ora forse sarei stata una donna distrutta dal dolore. Ma sono qui, ricca come nessun altro, a guardare mia figlia mentre dorme!

Se volete potete condividere la mia storia, affinché arrivi a qualche donna che purtroppo sta vivendo quello che ho vissuto io.
Forza Mamme!

Valentina.

Spero vi abbia toccato come ha toccato me. Scegliere la vita è sempre la scelta giusta.

Antonio e Luisa