Il sapore “nuziale” del Battesimo

Cari sposi,

ci troviamo all’inizio di un nuovo anno, circostanza che solitamente genera speranza e attesa fiduciosa, su cui tuttavia l’ombra del recente passato pare ancora stagliarsi minaccioso. La crisi pandemica ha avuto conseguenze pesanti anche sul vissuto familiare, spesso moltiplicando i problemi.

A tale riguardo, proprio poche settimane fa, Papa Francesco ha scritto: “Per alcune coppie, la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile. I problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili. Tanti hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare” (Lettera del Santo Padre Francesco agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris Laetitia”).

Come mai, con o senza Covid, le crisi matrimoniali aumentano e calano le nozze? Il dato Istat del 2019 dice che: “sono stati celebrati in Italia 184.088 matrimoni, 11.690 in meno rispetto all’anno precedente (-6,0%). Il calo riguarda soprattutto i primi matrimoni” e che “i divorzi diminuiscono leggermente (85.349, -13,9% rispetto al 2016, anno di massimo relativo) dopo il boom dovuto agli effetti delle norme introdotte nel 2014 e nel 2015 che hanno semplificato e velocizzato le procedure”. Cioè, calano i matrimoni e restano invariati i divorzi… per cui comunque la crisi permane.

Volendo andare al di sotto di ogni spiegazione sociologica e psicologica, comunque plausibile (crisi dei legami, immaturità, lavoro incerto…), trovo che il matrimonio diventa insostenibile se manca del senso e la consapevolezza del Battesimo cristiano. Mi spiego.

Se non facciamo l’esperienza di essere amati in modo incondizionato da Dio Padre come è possibile essere fedeli per tutta una vita a una promessa di amore? Per essere sposi, cioè per divenire abitualmente un’offerta per un’altra persona, bisogna prima aver fatto l’esperienza di essere un dono, devo essermi percepito come un bene, qualcuno unico e insostituibile, voluto e desiderato per sé stesso. Che bello quel passaggio del salmo 139: “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo”!

Chi di noi sinceramente si vede come un prodigio di Dio Padre? Quanti di voi sentite su di voi lo sguardo pieno di amore e misericordia di Gesù?

Vi faccio due esempi concreti. Uno è di una santa, Teresa di Lisieux. Era tale la consapevolezza di essere amata infinitamente da Dio che scrisse quella frase sbalorditiva: “Se avessi mai commesso il peggiore dei crimini, per sempre manterrei la stessa fiducia, poiché io so che questa moltitudine di offese non è che goccia d’acqua in un braciere ardente”. Quale e quanta fiducia totale in Dio e non nei propri meriti, quale e quanta certezza è questa che Dio mi ama!

Il secondo è di Gianna Jessen, una donna sopravvissuta a un aborto, che sua mamma tentò quando la gravidanza era già al settimo mese. Da tempo Gianna sta dedicando la sua vita a testimoniare la bellezza della vita e ha raccontato il momento in cui, durante un incontro pubblico, ha rivisto sua madre. Al di là di ogni sentimento di rabbia e rancore, ha pensato solo: “io appartengo a Cristo, sono la sua bambina”.

Ecco il frutto di quello sguardo, ecco cosa vuol dire sentirsi amati oltre i limiti umani! Senza di esso, rimarremmo solo con la nostra povera capacità di amare, che prima o poi deve fare i conti con il peso del peccato, nostro e altrui. Come dice don Fabio Rosini, dopo l’incanto del capitolo 1 della Genesi, in cui è tutto bello e incantevole tra Adamo ed Eva, arriva la tragedia del capitolo 3, in cui il peccato lacera quell’unione meravigliosa tra i due. Chi può far fronte a questo male se non la forza dell’amore infinito di Cristo?

Appunto per questo, il Battesimo è ben di più di un certificato custodito gelosamente nell’archivio parrocchiale. È il dono di una grazia indelebile per la quale anche a noi Dio Padre ripete di continuo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Lc 3, 22).

Se potessimo far germogliare questo dono di continuo! Se tornassimo ogni giorno a contemplarlo! Se riuscissimo a farci “toccare” il cuore da Dio, superando ogni ferita, incomprensione, distanza ricevuta nel rapporto con i nostri genitori o familiari, allora vivremmo su un’altra dimensione, non più solo orizzontale ma anzitutto verticale.

È lì, in quella dimensione, che troviamo la misura dell’amore vero. Io ho sempre visto che quegli sposi che si donano generosamente, è perché hanno respirato e continuano a respirare su di sé questo amore.

Perciò il matrimonio, come insegna giustamente il Magistero, nasce e si rigenera continuamente dal Battesimo. Lo esprimono bene Antonio e Luisa nel libro “Sposi profeti dell’amore” proprio all’inizio.

E lo dice in un modo sublime un documento dei Vescovi italiani, “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” in questi termini: “L’Ordine e il Matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi della alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio” (ESM, 32).

Il matrimonio specifica il Battesimo, cioè concretizza con più precisione la grazia ricevuta. Perciò se nel Battesimo siamo ricoperti e investiti dall’amore del Padre, con la grazia matrimoniale siamo in grado di farne dono ad altri: al coniuge, ai figli, alla Chiesa…

Nel Battesimo divento figlio amato nel Figlio Amato, e con quell’amore, vissuto, gustato, assaporato, posso poi farmi dono e diventare Sposo.

Cari sposi,

vi auguro una continua conversione interiore, quella di “appropriarvi” di continuo del dono di essere figli amati. Se sei un figlio o una figlia benedetta da questo amore, possa tu crescere senza sosta. Se ancora non sei arrivato a questo sguardo su di te, possa lo Spirito Santo togliere il velo ai tuoi occhi e mostrarti quanto vali. E sulla roccia di questo amore, possiate costruire la vostra casa, piccola chiesa domestica.

Padre Luca Frontali L.C.

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Gli sposi come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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La mirra: quel dono che pochi sposi accolgono

Oggi è un altro giorno di festa per la Chiesa. Si festeggia l’Epifania di nostro Signore. Dio si manifesta al mondo. Si manifesta attraverso la visita di tre magi che arrivano da lontano. Come sappiamo bene i tre portano altrettanti diversi doni al Dio bambino. Portano oro, incenso e mirra. Come ho già scritto in un altro articolo pubblicato tempo fa. i tre doni dei magi non sono casuali, hanno un significato simbolico molto preciso. Rappresentano in sintesi le tre dimensioni di Cristo. L’oro ci dice che Gesù è re. L’incenso simboleggia il sacerdozio di Cristo e la mirra rimanda alla Sua morte quindi al Suo profetismo. Gesù che è re, profeta e sacerdote. Si, i magi trovano solo un bambino ma che è già tutto questo. Lo è nella promessa di una vita ancora solo all’inizio e lo è già nella Sua divinità che si intreccia con l’umanità di un uomo come noi.

Oggi vorrei fare un discorso un po’ diverso. Vorrei dare un significato nuovo ai tre doni dei magi per poterli inserire nella nostra relazione sponsale. Cosa possono dire l’oro, l’incenso e la mirra a noi sposi di oggi? Certo ci rimandano al nostro essere sacerdoti, re e profeti. Ci dicono anche qualcosa di più immediato e comprensibile. Nel nostro matrimonio è importante che ci siano tutti e tre questi doni con il loro significato.

L’oro lo vogliono tutti. Non serve essere cristiani per desiderare l’oro. Tutti coloro che iniziano una relazione affettiva, non per forza matrimoniale, lo fanno per l’oro. L’oro sono le emozioni, i sentimenti e ciò che prendiamo dalla relazione. Il sentirci al centro dell’amore e delle attenzioni dell’altro. L’oro è quello che luccica e che ci attira in una relazione. Sono i momenti speciali. È il sostegno che riceviamo. Insomma è tutto ciò che ci viene facile accogliere dell’altro. Prendere l’oro non costa nessuna fatica anzi è ciò che desideriamo di più.

Poi c’è la mirra. Questo dono non è invece così desiderato e benvoluto. La mirra rimanda alla morte. La mirra è una resina che veniva utilizzata per imbalsamare le salme o per curare le ferite. La mirra non mi chiede soltanto di accogliere e di prendere tutto il bene che l’altro mi può e mi vuole dare, accogliere il suo oro. La mirra mi chiede di accogliere tutta persona che ho sposato. Mi chiede di accoglierla nei suoi pregi e nei suoi limiti, quando è amabile e quando lo è meno. Quando è facile accoglierla e quando non lo è. Insomma la mirra mi chiede di morire a me stesso per mettere l’altro al centro. Tante piccole morti giornaliere. Tante piccole scelte che uccidono il mio egoismo e il mio orgoglio. Scelte libere e non dovute a qualche paura o dipendenza affettiva. Scelte operate per amore e non per paura. La mirra infatti aveva anche un altro utilizzo. Veniva usata per curare le ferite. Ha in sè il significato simbolico anche della cura, del medicamento, della carità. Questo perchè quando amiamo in questo modo l’altro lo stiamo un po’ curando nelle sue ferite più profonde, quelle dell’anima e dello spirito. Stiamo curando lui o lei e stiamo curando anche noi stessi. Perchè chi ama così è vicino a Gesù.

Infine c’è l’incenso. L’incenso l’ho messo per ultimo non a caso. L’incenso è il profumo di Dio. È il profumo sacro che fin dall’oriente antico veniva bruciato per effondere il suo profumo durante le celebrazioni più importanti. Questo dono nel nostro matrimonio significa esattamente questo. Quando siamo capaci di accettare nella nostra relazione non solo l’oro ma anche la mirra, allora il nostro matrimonio profuma di incenso. Il nostro matrimonio effonde nel mondo il profumo di Dio. Diventa una realtà terrena che profuma di eterno. Non sono solo belle parole ma è ciò a cui noi sposi siamo chiamati ogni giorno.

Non è sicuramente facile. La nostra umanità ferita ci porta spesso a commettere errori, a scontrarci, a sentirci lontani l’uno dall’altra. È importante però perseverare perchè il senso della nostra vita non viene da quanto l’altro può darci e quanto l’altro ci può rendere felici. Il senso viene dalla consapevolezza di aver dato tutto per amore. Quando si comprende questo la nostra vita svolta e acquista un sapore diverso, acquista tutta la ricchezza dei doni dei magi e il nostro matrimonio diventa un’epifania di Dio.

Antonio e Luisa

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L’allenatore migliore del Trap !

Nei giorni del tempo di Natale sentiamo ancora vari brani dei Vangeli che ci confermano chi è Gesù utilizzando vari titoli che descrivono alcune Sue caratteristiche: il Salvatore, il Messia, il Redentore, il Figlio di Dio, ecc… e quello di oggi è Agnello di Dio. Naturalmente non è possibile fare una sorta di catechesi su ognuno di questi titoli, ci basti sapere che la Chiesa non si nasconde dietro ad un dito, ma subito ci addita quel Bambino del presepe come vero Dio e vero uomo, nato per una missione, non un semplice bambino come tanti altri.

Il brano che oggi affrontiamo ruota intorno al titolo di Agnello di Dio, però la frase finale ci ha colti di sorpresa. Vi riportiamo solo quella:

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42) […] Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.

Questi brani evangelici sono ricchissimi di spunti di riflessione, useremo quindi una sorta di “occhio di bue” letterario per trarne un insegnamento per la nostra vita matrimoniale, focalizzando la nostra attenzione su due verbi usati da Gesù : sei e sarai.

Perché Gesù si rivolge al futuro Cefa/Pietro con quelle parole? E’ per dare sfoggio della sua capacità di vedere il futuro? Fa il gradasso annunciando una profezia così da impressionare fin da subito i suoi futuri discepoli/apostoli?

Ovviamente Gesù non ha questi secondi fini, vuole incoraggiare il futuro primo Papa della storia ad intraprendere un viaggio mettendo da parte timori e reticenze di vario tipo.

In questo caso Gesù fa come farebbe un grande allenatore di calcio, il quale accoglie i propri giocatori nello spogliatoio ed ha parole di incoraggiamento per ciascuno di essi, così da aiutarli a tirar fuori il meglio di sé durante l’imminente partita… certo se li guarda così come sono ora seduti sulla panchina non sembrerebbero dei grandi giocatori, ma… con la giusta dose di incoraggiamento e di stima Lui sa che si possono trasformare in grandi giocatori che combatteranno fino all’ultimo minuto per vincere.

Naturalmente Gesù non si limita a questo, fa molto di più del Trap, altrimenti che Dio sarebbe?

La differenza è che Gesù, a differenza del Trap, non si limita ad incoraggiare e spronare i propri discepoli a tirar fuori il meglio di sé, ma è Lui stesso a donare loro quelle capacità soprannaturali, che unite a quelle naturali e all’indole personale, fanno di Simone un grande pescatore, ma non di pesci bensì di uomini per il Regno di Dio.

Cari sposi novelli, sposi anziani e sposi “nel mezzo del cammin di vostra vita” , voi siete come quel Simone prima di diventare Cefa: quando il Signore ci ha unito nel sacro vincolo del matrimonio, ha visto in prospettiva ciò che avremmo potuto divenire con la Sua Grazia. E’ come se Gesù dicesse ad ogni coppia: cara coppia, tu SEI ora un po’ informe, ma SARAI chiamata Chiesa domestica.

Coraggio sposi, con la Grazia del Signore, unita al nostro impegno nel tirar fuori il meglio di noi stessi con le nostre capacità naturali, noi possiamo diventare una bellissima Chiesa domestica, una presenza reale di Cristo nel mondo, come fossimo degli ambasciatori che rappresentano il proprio Re in terra straniera.

Che grande Dio abbiamo!

Giorgio e Valentina.

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Perchè non glielo dici tu?

La prima lettura di sabato scorso, il primo giorno del 2022, ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il sacerdote che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

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E l’Amore in voi sposi divenne visibile e venne ad abitare in mezzo a noi

Care coppie,

pensando a voi, vi immagino frastornate dal cenone e festa di fine anno, oppure stanche per gli spostamenti per andare a trovare i familiari o per aver ospitato voi i parenti, appesantite per aver osato un po’ di più a tavola. Ma soprattutto scommetto che siete pensierose per il nuovo anno: che accadrà in questo 2022? Sarà un anno migliore o peggiore del precedente?

Non sappiamo oggi quello che accadrà fino al prossimo San Silvestro. Quel che è sicuro è che il Signore è con noi. Il Vangelo di oggi è lo stesso della Messa del giorno di Natale, e la Chiesa vuole ricordarcelo: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Penso che ci interessi capire come Gesù resti in mezzo a noi: come si fa carne Gesù oggi nel 2022? Cioè, come si rende presente?

Di certo è nell’Eucarestia, la Sua Presenza costante e reale, fino alla fine dei tempi. Ma lo è anche in voi sposi. Voi coppie siete lo scrigno che contiene la Presenza abituale dell’amore di Dio.

Esprime meglio la presenza di Dio una coppia che la facciata delle vostre parrocchie. Se togliessimo il Santissimo dalle vostre chiese, rimarrebbero edifici più o meno belli, in base alla perizia e bravura degli architetti e decoratori. Invece la Presenza di Dio in voi coppie è stabile, non si può togliere, è permanente. La si può coprire di spazzatura (il peccato) o la si può ignorare (distrazioni varie), ma non cancellare. È un po’ come la brace sotto la cenere, basta il soffio dello Spirito e subito la fiamma riprende vita e vigore. L’augurio per voi, carissimi sposi, per il 2022 è di sperimentare personalmente questa frase di Papa Francesco: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (Amoris Laetitia 315). Possiate vedere e toccare con le vostre mani Gesù vivo e risorto che ha voluto prendere dimora proprio a casa vostra.

ANTONIO E LUISA

Ogni tanto dovremmo ricordarci che Gesù non è solo in chiesa nel tabernacolo. Andate dalla vostra sposa, dal vostro sposo e abbracciatevi. All’interno di quell’abbraccio c’è il noi degli sposi. Quello è luogo sacro, abitato da Gesù vivo e reale, in modo molto simile all’Eucarestia. Questo è un mistero grande. E’ un mistero talmente grande che non ci pensiamo mai. Eppure è proprio così. All’interno del nostro abbraccio c’è Gesù. Il nostro sacerdozio è custodire quella presenza nel dono vicendevole e tenero. Se non capiamo questo e se non facciamo questo, rendiamo vana ogni Messa, ogni preghiera, ogni pellegrinaggio, ogni novena e rosario. Lo scopo della nostra vita non è partecipare a dei riti. Quante volte Gesù ha ripreso i farisei perchè vivevano una fede esteriore. Lo scopo della nostra vita non è altro che custodire e mostrare al mondo quella presenza che è nella nostra relazione. Non serve essere perfetti per questo. Ce lo racconta la Bibbia dove Dio non ha mai scelto di servirsi dei più forti, dei più famosi e dei più importanti. Dio si è sempre servito dei più semplici perchè attraverso di loro si potesse scorgere Lui. Meravigliosa missione la nostra.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 25

Quando uno sprecone è all’opera non bada a spese fino a che non abbia raggiunto il suo scopo. E così infatti è successo con la prima Messa della storia, quando cioè Gesù iniziò la Sua Passione. Ha sentito dentro la spinta al sacrificio salvifico, e nonostante rifiutasse umanamente il dolore e la sofferenza come tutti noi, si è abbandonato alla volontà del Padre. Il Padre, infatti non ha badato a spese, poiché ha permesso la Passione di Gesù nonostante fosse il Suo Unico Figlio, non è che ne avesse altri 20 con cui consolarsi nel caso di perdita del primo. E ciononostante non ha badato a spese fino a che non ha raggiunto il suo scopo con la Croce e la Risurrezione. E lo scopo l’ha raggiunto pienamente come solo Dio può fare.

Ma torniamo al nostro Offertorio che stiamo analizzando, seppur in maniera semplice ed incompleta. Esso quindi ci ricorda quella offerta di Gesù al Padre che è sintetizzata nella preghiera dell’orto degli Ulivi e che trova il suo compimento sulla Croce nelle parole : “Padre, nelle Tue mani consegno il mio spirito”. Questa consegna di Gesù sintetizza con le parole ciò che stava vivendo : l’offerta al Padre di se stesso.

Vi ricordate chi c’era inchiodato all’altra croce di fianco a quella di Gesù ? Il famosissimo “buon ladrone”, che si è convertito poco prima di morire. Ma cosa succede esattamente, perché Gesù gli promette il Paradiso il giorno stesso? E il purgatorio per tutto ciò che aveva compiuto prima? Dove sta la giustizia qua?

Non possiamo naturalmente penetrare i pensieri di Dio, possiamo solo fare qualche ipotesi conoscendo lo stile di Dio. Noi pensiamo che Gesù abbia ritenuto la sofferenza della croce un purgatorio sufficiente per questa anima, tenendo conto anche del fatto che è durata di più di quella del Salvatore essendo morto dopo di Lui. E’ come se Dio avesse preso in considerazione la sofferenza del buon ladrone come una vera e propria offerta. Naturalmente l’offerta di Gesù ha già pagato tutto, ma è come se Dio chiedesse anche un nostro contributo a scopo pedagogico.

Voliamo con la fantasia per aiutarci nella comprensione : proviamo ad immaginare Gesù che ritorna dal Padre Suo e, mentre lo ri-abbraccia, Gli presenta il suo compare di croce che si accomoda al proprio posto in Paradiso… se volete è un’immagine quasi fumettistica, ma rende bene l’idea di Gesù che si presenta al Padre non più da solo.

Riatterriamo dal volo fantastico e guardiamo i gesti che il sacerdote compie : usa un’ostia grande e tutte le altre piccole. Quella grande simboleggia Gesù mentre quelle piccole simboleggiano noi, un po’ come è avvenuto col “buon ladrone” e Gesù quella prima volta.

Sposi, questa Domenica riappropriamoci della nostra azione sacerdotale, impariamo a vivere il momento dell’Offertorio come l’opportunità di unirci alla grande offerta di Gesù (l’ostia grande) con la nostra piccola offerta (le ostie piccole). Sappiamo già che tanti sposi si chiederanno: ma noi siamo dei poveretti, dei buoni a nulla, non siamo dei grandi santi, cosa possiamo offrire? Rispondiamo rilanciando con una nuova domanda : secondo voi che cosa aveva da offrire il “buon ladrone” , visto che ormai era già inchiodato? Avrà avuto più cose sante di noi da offrire?

Noi forse abbiamo più chances del “buon ladrone”…bisogna sfruttarle però!

Coraggio sposi, il Padre aspetta la nostra offerta.

PS : Nel giorno dell’Ottava di Natale, la Madre di Dio benedica il vostro 2022. Auguri!

Giorgio e Valentina.

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Testimoni dell’amore. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Riprendiamo la meravigliosa Lettera agli Sposi di Papa Francesco. Se volete leggere il primo articolo dedicato cliccate qui.

In un altro passaggio molto interessante Papa Francesco affronta il tema educativo. I genitori come primi educatori dei figli.

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!»

Papa Francesco ci mette con le spalle al muro. I nostri figli hanno bisogno di testimoni. Non hanno bisogno di predicatori che dicono loro ciò che è giusto o sbagliato. Certo noi genitori siamo chiamati a dare delle regole e ad aiutare i nostri figli a comprendere ciò che è bene e ciò che è male. Questo però non basta. Dobbiamo essere, almeno cercare di essere, testimoni credibili di ciò che proponiamo loro. Il Papa ci indica anche la strada. E’ importante dare testimonianza di un amore forte ed affidabile. Non riguarda solo l’amore che rivolgiamo ai nostri figli. Riguarda, prima di ogni altra cosa, l’amore che i nostri figli hanno bisogno di vedere tra di noi. I nostri figli sono frutto del nostro amore di sposi e per loro non c’è nulla di più bello e forte che essere consapevoli che sono frutto di qualcosa di bellissimo che è proprio l’unione di papà e mamma. Non significa che non ci vedranno mai in crisi o in momenti di difficoltà e di sconforto. Significa che vedranno papà e mamma capaci di perdonarsi sempre, capaci di un bacio e di un abbraccio, capaci di aiutarsi ed ascoltarsi. Capaci di volersi bene, nonostante i limiti che hanno e in ogni situazione della vita. Capaci non perchè sono perfetti e non sbagliano mai, ma capaci perchè sanno chiedere scusa e ricominciare. L’amore che vedranno tra il papà e la mamma sarà il primo esempio che custodiranno nel cuore e che influenzerà poi il loro modo di approcciarsi all’amore e alle relazioni affettive.

La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Per noi genitori cristiani la Messa dovrebbe essere un momento fondamentale. E’ quel momento in cui riconsegniamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine della loro vita non siamo noi, che la loro felicità non dipende soltanto da quanto sapremo dargli, dalla formazione scolastica, dalle attività sportive, culturali o musicali. Tutte belle cose che possono servire a fruttificare i loro talenti umani e spirituali, ma che non possono bastare. E’ necessario che comprendano che tutto ciò che fanno può acquistare il giusto valore e il giusto senso se letto alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro il desiderio di incontrare l’amore di Dio potremo dire di essere riusciti a dare ai nostri figli gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutino perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata, ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda ad un orizzonte eterno e a un amore infinito. Credo che con le sue parole il Papa volesse esprimere proprio questo desiderio che ogni genitore cristiano dovrebbe custodire nel cuore.

Con il prossimo articolo proseguiremo insieme nella lettura di quanto il Papa ha voluto consegnarci attraverso la sua lettera. Nel frattempo spero che anche questa breve riflessione possa esservi utile.

Antonio e Luisa

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Insieme verso la terra promessa. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Papa Francesco ci ha fatto un bel regalo in occasione della domenica dedicata alla Santa Famiglia. Siamo ancora nell’anno Amoris Laetitia, anno dedicato proprio alla famiglia e all’approfondimento di questa “storica” esortazione apostolica. Esortazione pubblicata cinque anni fa e, è bene ricordarlo, giunta come sintesi di ben due sinodi.

Vi lascio il link per poter leggere l’intero documento. Cercherò di mettere in evidenza alcuni passaggi che ritengo, a mio parere personale, più interessanti e significativi.

Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve.

Il Papa cita il patriarca Abramo. Perchè è così significativa la storia di Abramo e può essere una bella chiave di lettura per chi sceglie il matrimonio come scelta definitiva di vita? Siamo all’inizio del capitolo 12 della Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Cosa dobbiamo abbandonare per intraprendere la nostra nuova missione di sposi? Abbandonare il paese. Il paese sono tutte le nostre sicurezze. Tutto ciò che è per noi familiare, atteggiamenti, abitudini e modalità di vivere e affrontare la vita. Non siamo più da soli. C’è un’alterità a cui abbiamo promesso amore e rispetto. Amore e rispetto che si concretizzano anche nel rimodulare tutte le nostre sicurezze, rimodularle con le sue in modo da trovare un nuovo modo di essere uomo o di essere donna. Modalità che si genera nel dialogo e nell’ascolto reciproco. Abbandonare la casa del padre. Continueremo ad essere figli dei nostri genitori, ma il nostro mondo affettivo dovrà cambiare. Avremo nuove priorità. Saremo prima di ogni altra cosa sposi. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante capire che la persona che abbiamo sposato viene prima dei nostri genitori. Bisogna essere chiari. Non significa amare di più o di meno. Non c’entra con l’intensità dell’amore. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Significa dare il giusto posto ad ogni relazione affettiva. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Non significa disinteressarci dei nostri genitori. Significa abbandonare tutti quei legacci affettivi e relazionali che ci impediscono di donarci completamente al nostro coniuge. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Solo così saremo liberi di amare nel modo corretto sia il nostro coniuge che la nostra famiglia di origine.

Prosegue il Santo Padre: Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

Non siamo da soli! Spesso non riusciamo a sentire la vicinanza di Dio. Spesso ci sentiamo da soli soprattutto nelle difficoltà e nei momenti più complicati. Proprio in quei momenti rischiamo di allontanarci spiritualmente ed emotivamente dal nostro coniuge e da Dio. Una tentazione che abbiamo provato tutti nella vita credo. Quando si sta male c’è l’impulso a rinchiudersi in se stessi. Il Papa ci ricorda che la nostra forza viene dall’amore. Dalla comunione d’amore con Gesù e dalla comunione d’amore tra noi sposi e nella famiglia. Il sacramento del matrimonio, ricordate, ha una sua forza salvifica e redentrice, come ogni altro sacramento. E’ importante quando ci sono difficoltà attingere alla preghiera, all’Eucarestia, alla riconciliazione e se serve anche all’unzione degli infermi. Non dimentichiamo però che la Grazia c’è, ed è copiosa, anche nella nostra unione sponsale. Quando le cose vanno male è proprio il momento di mettere il nostro matrimonio al primo posto. Mettere la nostra relazione. Cercare di nutrire il nostro amore nel dono misericordioso e tenero dell’uno verso l’altra. E se possibile, cari sposi, fate l’amore, fatelo meglio e più frequentemente, perchè quel gesto è il gesto liturgico degli sposi. Un gesto sacro che dono forza ed effonde lo Spirito Santo, quando vissuto nella sua verità.

Nel prossimo articolo andrò avanti ad analizzare le parole, davvero belle, di Papa Francesco.

Antonio e Luisa

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Mai fermi !

La Chiesa, che ci è madre, nei giorni subito dopo Natale, ci fa ascoltare dei brani di Vangelo posti lì per aiutarci a comprendere che la nostra fede non può limitarsi a qualche lacrima di commozione davanti ad un bel presepio, no ! Riportiamo solo una frase di quello di oggi :

 Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 2,13-18 ) : […] «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». […]

Quel Bambino non ha lo scopo di intenerirci umanamente, ma di farci prendere una posizione chiara, netta, precisa, invalicabile : o con Lui o contro di Lui. Ecco perché la Liturgia ci presenta subito dopo Natale il prototipo dei martiri, S. Stefano ; ieri ci ha presentato S. Giovanni ed insieme con lui anche Pietro e Maria di Magdala ; oggi invece ci mostra il coraggio e la tenacia di S. Giuseppe che si prende cura del Bambinello e di Sua madre. All’opposto di queste persone che si sono schierate con quel Bambino sono raccontate le figure di chi si è messo contro : gli assassini di Stefano, i crocifissori di Gesù, ed oggi il terribile Erode che architetta e mette in atto la famosa “Strage degli Innocenti”, di cui oggi facciamo memoria liturgica. La Chiesa, quindi, non è una mamma crudele che non lascia ai propri figli godersi neanche un attimo di letizia, ma è una mamma premurosa che mette subito in guardia i propri figli dai pericoli e dalle conseguenze di prendere decisioni sbagliate. Non ci illude, la Chiesa, ma concretamente ci sprona a deciderci per quel Bambino, ne va della nostra eterna salute.

Anche per Giuseppe, come per la sua sposa, non è stato facile prendersi cura di Gesù bambino, è stata una scelta coraggiosa, non sono mancati momenti di sconforto, di tristezza, di incomprensione, di paura, ma la Sacra famiglia è modello anche per quanto riguarda il proverbio : “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. Giuseppe infatti fa tutto ciò è in suo potere per proteggere la madre ed il Bambino, poi il Cielo farà la sua parte.

Come per la Madonna, anche per Giuseppe i verbi più frequenti che si sentono rivolgere dagli Angeli sono “àlzati, déstati“. Ci sono venuti in mente questi verbi la mattina presto di Natale, quando abbiamo dovuto destare dal sonno le figlie, che già avevano dormito poco a causa della messa di mezzanotte, per andare alla Messa della mattina di Natale…. faticoso sì, ma la gioia che inonda il cuore dopo ti fa dimenticare la stanchezza e non la senti più… perché l’anima dà vita al corpo. Un argomento su cui torneremo in prossimi articoli.

Ed è un invito anche per noi sposi, perché nel cammino della fede non possiamo permetterci di “dormire sugli allori”, bisogna sempre essere svegli e pronti all’azione. Qualcuno borbotterà che già non si sta fermi un minuto con tutte le cose che ci sono da sbrigare in una famiglia, numerosa magari, ed è vero questo ma… non è questa forse la nostra vocazione ? Spenderci in mille cose da sbrigare per far felici l’altro/a e poi anche il resto dei famigliari (e parenti) ? L’amore non è forse un po’ morire ? Morire a noi stessi per far vivere l’altro/a ?

Probabilmente anche S. Giuseppe stava dormendo profondamente quella notte, magari stava facendo un bel sogno mentre riposava dalle fatiche del viaggio, del parto, della sistemazione provvisoria in quella mangiatoia, eppure… l’Angelo sembra interromperlo in un’attività non solo innocente ma anche da un giusto e meritato riposo, e sembra farlo quasi senza troppi convenevoli… non penso che gli abbia delicatamente fatto toc toc sulla spalla, oppure si sia messo a suonare l’arpa per svegliarlo con dolcezza… (chi dice che nel Vangelo non c’è dell’ironia ?) eppure va subito al dunque non è che dice : scusa Giuseppe se ti ho svegliato in mezzo alla notte, ma mi è appena giunto un fax dall’altro Angelo che mi ha informato su Erode…ecc… no, niente di tutto ciò, ma semplicemente un’indicazione sul da farsi… dopotutto Dio è semplice : questo si fa, quest’altro non si fa, questo bisogna fare, quest’altro bisogna evitare.

Cari sposi, per le cose di Dio non dobbiamo indugiare, nell’amore c’è l’urgenza di fare la volontà di Dio, dobbiamo aver fretta di morire a noi stessi, di consumarci per l’altro/a… ovviamente dobbiamo stare anche attenti a non andare oltre i nostri limiti personali per non divenire un peso per gli altri a causa della nostra imprudenza.

Sposi carissimi, vi invitiamo a fare un piccolo esercizio questi giorni prima di addormentarvi alla sera, provate a chiedervi : “Oggi, sono stato pronto a consumarmi d’amore ? Oppure ho indugiato ad amare ? “.

Coraggio famiglie, destiamoci dal torpore in cui questo mondo ci vuole immergere e restiamo pronti all’azione dell’amore… si sa mai che qualche Angelo si faccia vivo come a Giuseppe !

Giorgio e Valentina.

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L’amore sponsale e la Trinità. Una comunione d’amore meravigliosa

La liturgia di questo lunedì 27 dicembre ci propone come Prima Lettura un brano tratto dalla Prima Lettera di san Giovanni Apostolo. Uno che dell’amore per Gesù poteva testimoniare e dire tanto.

Carissimi, ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.

Queste parole sono meravigliose sempre, ancor di più se lette da sposi, magari insieme in questi giorni dopo Natale. Sono commoventi e ci permettono di contemplare il nostro matrimonio con un orizzonte più ampio. Un orizzonte che arriva fino all’eternità di Dio e alla Trinità stessa. Cerchiamo di mettere a fuoco i due punti chiave di questa riflessione dell’evangelista: la vita si è fatta visibile e la vostra comunione è col Padre e col Figlio Suo Gesù Cristo.

La vita si è fatta visibile. Gesù è Dio che si fa carne. Gli uomini, Giovanni in modo particolare, hanno potuto vederlo, ascoltarlo, toccarlo, abbracciarlo. Lo hanno sentito piangere, pregare, ridere, gioire. Hanno fatto esperienza del Suo amore e della Sua vicinanza in modo concreto e visibile. Pietro ha sperimentato la bellezza del Suo perdono. Lo sguardo di Gesù non lasciava mai indifferenti, cambiava le vite. L’adultera, la Maddalena, Zaccheo, Matteo e tantissimi altri, hanno sperimentato il calore di Gesù che li ha guardati e li ha amati. Li ha amati nella loro miseria, nel loro peccato. Li ha amati e ha visto la bellezza di quegli uomini e di quelle donne. Bellezza offuscata forse dal peccato che avevano commesso ma che Gesù vedeva comunque, perchè Lui era capace di guardare al cuore e vedeva le potenzialità di quelle persone. Vedeva la loro dignità e la loro preziosità e, attraverso il Suo sguardo, permetteva loro di vedersi allo stesso modo. Anche noi, cari sposi, possiamo fare altrettanto. Guardiamoci così. Quando l’altro sbaglia aiutiamolo a comprendere che è molto di più dello sbaglio che ha commesso e che noi siamo lì, accanto a lui/lei, per sostenerlo con il nostro amore e con il nostro perdono. Siamo lì per guardarlo come Gesù e non per giudicarlo come fa il mondo. Quante resurrezioni nate da sguardi di questo tipo. Anche la mia vita è cambiata perchè Luisa ha saputo guardarmi così e gliene sarò grato in eterno anche se a volte la considero un po’ matta, ma è bellissima così.

La vostra comunione è col Padre e col Figlio Suo Gesù Cristo. Mi viene in mente un passaggio molto interessante del libro di padre Luca Frontali La consacrazione nuziale.

La nostra unione non è solo con e in Gesù Cristo, ma con la Trinità stessa. La vita eterna è l’entrata nella comunione trinitaria, di cui gli sposi sono immagine e prefigurazione in questa vita in quanto una sola carne.

Padre Luca qualche riga prima scrive un’altra cosa fondamentale: il matrimonio non dura nell’eternità di Dio ma la relazione si. Il vincolo finisce ma l’amore resta. Cosa significa questo? Non rimarrà nulla del matrimonio terreno? Resterà tantissimo. Il vincolo non esisterà più, ma il nostro amore sarà finalmente pieno e perfetto perchè dentro la comunione con l’Amore trinitario. L’amore è l’unico bagaglio che portiamo con noi nella vita eterna. Davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo, poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Sono sicuro, per quanto mi riguarda, che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziato un amore che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diverso e trasfigurato, ma ancora più bello e meraviglioso perchè vissuto nella luce e nella comunione con Dio. Un amore non più esclusivo ma condiviso con tutti i fratelli e le sorelle.

Antonio e Luisa

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La crescita in coppia

Parlare di crescita in questo periodo non è molto “politically correct”. Si sono già scatenati i meme sui Social in cui si spara a zero su kili, taglie, centimetri, calorie, bilance…

Oggi è la festa della Sacra Famiglia, proprio ieri l’abbiamo contemplata nella grotta di Betlemme e oggi la Chiesa di nuovo ce la mette davanti come il modello a cui tutte le famiglie possono guardare per crescere nell’amore.

Se guardiamo alla vicenda che ci narra Luca dal punto di vista della genitorialità forse notiamo una certa svista in questi giovani coniugi. Non si sono accorti che il loro Figlio si era perso… Certo! Si fidavano tantissimo di Lui, non per nulla la celebrazione del Bar mitzwah, che Gesù ha appena realizzato, significava proprio l’entrata nell’età matura e responsabile. Si comprende bene quindi l’indulgenza con cui lo trattano. Eppure, quale mamma che legge non ammetterebbe che forse avrebbero dovuto avere un occhio in più affinché non restasse indietro? Peut être.

Di sicuro non è stata invano la svista: il Signore ha voluto usare questo contrattempo affinché Gesù desse testimonianza di sé ai Dottori della Legge del Sinedrio e facesse capire Chi era veramente suo Padre.

Il brano, infine, si chiude con quella frase ben nota: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”.

Tutto ciò, cari sposi, per dirvi come Maria e Giuseppe non erano genitori perfetti. Maria era senza dubbio Immacolata, senza peccato, ma la perfezione non collima con la santità, sono due cose ben diverse. Eppure, con il loro aiuto e la loro mediazione, Gesù è cresciuto come uomo, è stato educato grazie al loro esempio. Se Gesù è cresciuto, è perché loro due per primi lo hanno fatto!

In questa festa, chiediamo quanto stiamo crescendo come coppia in “sapienza, età e grazia”. Quanto la grazia del sacramento prende possesso del nostro amore? Quanto la fede, la speranza e la carità sono presenti tra noi due? Siamo fermi o siamo in cammino?

Non è per scoraggiarsi ma solo per capire che la vita di coppia è chiamata a crescere, che “il Gesù” che abita in voi vuole crescere con voi, passo dopo passo, nel corso degli anni. Perciò cari sposi, coraggio, continuate il cammino con determinazione e fiducia, verso la pienezza del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

C’era un programma televisivo che detestavo: SOS tata. Educatrici professioniste che entravano in famiglie alla deriva, dove i genitori erano incapaci ad educare e gestire i figli, e quelle, con poche regole, sistemavano la situazione in pochi giorni. Detestavo quel programma perchè mi immedesimavo con quei genitori. Luisa ed io abbiamo sempre pensato di essere genitori imperfetti. Lo pensavamo prima e anche oggi che viviamo con 4 ragazzi adolescenti. Non è per nulla semplice avere a che fare con loro. Sicuramente commettiamo moltissimi errori. Come dice padre Luca non ci è chiesta però la perfezione. I nostri figli hanno certamente bisogno di regole e di trovare una guida in noi genitori. Credo che la necessità più importante per loro sia però un’altra.

I nostri figli hanno bisogno di due cose: vedere il papà e la mamma che si vogliono bene e vedere il papà e la mamma che insieme vogliono bene a Gesù. Cerchiamo di crescere in queste due relazioni e saremo sicuramente anche genitori migliori. Sembrerà riduttivo ma vi assicuro che questo è l’essenziale. Tutto il resto sarà più facile se sapremo dare questi due insegnamenti ai nostri figli.

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Proprio nell’ora più buia…

Devo ammettere che il film “L’ora più buia” (2017), dove il fantastico Gary Oldman si è aggiudicato giustamente l’Oscar al miglio attore, mi è assai piaciuto e vedo nel titolo un discreto parallelo con la circostanza temporale e storica in cui cade Natale.

Avrete sicuramente sentito qualche volta polemizzare sul fatto che Gesù non sarebbe nato il 25 dicembre perché era una festa pagana. Come se il cristianesimo avesse voluto “seppellire” la ricorrenza del Sol Invictus, celebrata nel Solstizio d’inverno, a mo’ di astuto camuflage.

Ma a me piuttosto, sembra che Gesù abbia scelto apposta questa data perché coincide proprio con le notti più lunghe di tutto l’anno, cioè ha optato come compleanno per “l’ora più buia”. Se c’è Uno al mondo che poteva scegliere quando nascere è proprio Lui e perciò sono sicurissimo che questo giorno non è a casaccio.

Non per nulla il passo di Sapienza 18, 14-15 sembra fare un riferimento a questo: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra”.

Gesù ci ha visitati e ancora ci visita nel più profondo delle nostre notti. Chissà perché? Ve lo siete mai chiesto?

Forse perché è in quelle circostanze che il nostro cuore e la nostra mente sono più sensibili e fertili a ricevere la sua Presenza, o magari perché è la circostanza in cui siamo più bisognosi di aiuto.

A me sembra un dettaglio bellissimo e straordinario, con cui Dio manifesta la sua infinita tenerezza e misericordia.

Sentiamoci perciò tanto amati e coccolati. Il buonismo della cultura mediatica sotto Natale è vuoto e fuorviante, non dice niente a chi davvero soffre. Invece, è questa prossimità di Dio che può darci veramente la speranza e la gioia. Contempliamo quindi estasiati il Dio vicino, che è capace di penetrare le nostre tenebre più fitte per restare a nostro fianco.

Padre Luca Frontali

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Il sogno del pastore Benino. Contemplare il presepe in famiglia.

Siamo ormai giunti anche quest’anno al Natale. Un bimbo che nasce per salvare ognuno di noi. Natale tempo di stupore dove, ammettiamolo, ci ritroviamo a tornare tutti un po’ bambini. Perchè è bello così. Nonostante le difficoltà di questi mesi, nonostante le tante incertezze per il futuro, ci troviamo a contemplare la bellezza nell’intimità di una famiglia. Un’intimità precaria e custodita nel freddo e nella scomodità di una grotta o di una stalla e dove una mangiatoia diventa giaciglio di un Re. Eppure una intimità piena di luce e di calore umano. E’ la MAGIA del presepe. Il presepe è qualcosa che non dovrebbe mai mancare nelle nostre case durante l’Avvento perchè permette di fare esperienza, attraverso i nostri sensi, della bellezza di quell’evento di salvezza.

E’ bello contemplarlo ma è quasi più bello costruirlo. Che magia quando si assembla il presepe. Gioia per i nostri bimbi, ma anche per noi grandi che siamo ancora capaci di stupirci (per fortuna!). E’ un rito che si ripete ogni anno. Si va in cantina, si portano su gli scatoloni, tra i salti e le urla dei bambini, e poi, piano piano, si liberano quelle statuine dalla polvere e dai fogli di giornale che le avvolgono. Che bello svelare il corpicino di Gesù Bambino, il volto di Maria, quello di Giuseppe e di tutti gli altri personaggi. Sembrano riprendere vita dopo un anno di letergo. Sembrano come persone care che tornano a casa dopo tanto tempo.

Con questo articolo vorrei soffermarmi su uno di questi personaggi. Uno di quelli minori, ma che non può assolutamente mancare. Si tratta del pastore Benino. Voglio raccontarvi di lui e lo faccio attraverso le parole di un sacerdote di Napoli che ho avuto la grazia di ascoltare. Si, perchè questo personaggio nasce nell’affascinante e centenaria tradizione del presepe napoletano. Benino è il pastore addormentato. Quello sdraiato a terra che sembra disinteressarsi di tutto quello che sta accadendo. Non come gli altri pastori che, avvisati dall’angelo, si incamminano verso la grotta per adorare il Re. Benino è perso nei suoi sogni. Eppure ricopre un ruolo fondamentale. Benino è una delle DUE porte attraverso cui si può entrare nel mondo del presepe. Una è la Parola di Dio e l’altra è proprio il sogno di Benino. Secondo la tradizione napoletana infatti se Benino si svegliasse tutto il preseppe scomparirebbe come accade anche ai nostri sogni quando ci si svegliamo dal sonno.

In tutto questo c’è un simbolismo molto profondo. Voglio riprendere solo due aspetti per non appesantire ed allungare troppo questa mia riflessione.

Dio parla attraverso i sogni. Benino dorme attorniato, sempre secondo la tradizione napoletana, da 12 pecore, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Dorme e Dio parla ad Israele e ad ognuno di noi. Parla nel sogno di Benino e mostra la Sua volontà. La volontà di farsi come noi per essere accanto a noi, nella nostra storia fatta di carne e di umanità. Fatta di difficoltà, di problemi, di famiglia, di relazione, di gioia e di morte. Attraverso questo sogno diventato realtà Dio ha portato la Sua salvezza nel nostro mondo.

Benino dorme come dormiva Adamo. Il sonno nella Bibbia non simboleggia la sterilità e l’inoperatività. Un po’ come nel nostro proverbio chi dorme non piglia pesci. In realtà nella Bibbia il sonno è spesso un tempo molto fecondo. Dio per creare la donna ha addormentato l’uomo. Questo perchè nella tradizione ebraica assistere a come Dio opera, significa carpire i segreti di ciò che ha fatto. Significa farne cosa nostra. In realtà nella Genesi l’uomo viene addormentato proprio per sottolineare che la donna è diversa da lui, seppur simile. Diversa e misteriosa. Non potrà mai farne cosa sua. Sarà sempre un mistero davanti al quale mostrare rispetto e stupore. Quando l’uomo cerca di impossessarsi della donna e di farne cosa sua, tutto diventa più brutto e più povero. Non c’è più la ricchezza dell’amore. Questo vale anche per il presepe. Quando pensiamo di aver compreso la nascità di Gesù e la Sua incarnazione, riduciamo il tutto alle nostre convinzioni e alle nostre interpretazioni. Ne facciamo cosa nostra. Non è più Dio che parla al nostro cuore, ma ci facciamo un bel soliloquio. Tutto perde bellezza. Dio ci chiede, in questi giorni che precedono il Natale, di sostare davanti al presepe e di contemplare con meraviglia un avvenimento che ha cambiato la storia, che ha cambiato soprattutto la nostra storia personale. Ci chiede di fermarci e di leggere tutta la nostra vita e il nostro matrimonio alla luce di quel bambino che viene custodito da un papà e da una mamma, da una coppia di sposi che si vogliono bene. Pensate che quel bimbo non nasce soltanto a Natale, ma è nato il giorno delle nostre nozze. E’ nato nella nostra relazione sponsale e il nostro noi è diventato Sua dimora. Non fa nulla se non siamo una reggia dove tutto è bello e comodo. Non fa nulla se sentiamo il nostro matrimonio povero e puzzolente come in una stalla. Dio ci abita e ci chiede di custodirlo così, inerme come un bambino, con il nostro amore fatto di impegno e di dono reciproco. Con tutte le nostre povertà. Ci chiede di dare ciò che siamo. Il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

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Billie Eilish: i corpi delle donne non sono così! Le falsità del porno

Oggi voglio tornare su alcune dichiarazioni che la cantante Billie Eilish ha rilasciato durante il programma radiofonico statunitense The Howard Stern Show. Ammetto di non conoscere questa stellina ventenne del panorama pop internazionale. Una cantautrice salita alla ribalta nel 2016, soltanto quindicenne, con il brano Ocean Eyes diventato presto virale nel web e tra i più scaricati da Spotify. Insomma sicuramente una ragazzina che è sconosciuta a molti genitori e nonni ma certamente non ai millennials.

Per questo credo che le parole di questa giovane donna possano essere molto importanti e, in un certo senso, deflagranti. Perchè non sono state dette da un bigotto come posso esserre io, o da un prete chiuso nella sua sacrestia, insomma dal solito vecchio che non capisce nulla dei ragazzi di oggi. Sono state dette da una di loro. Una di loro e per di più una molto popolare. Pensate che ha ben 98 milioni di followers su Instagram, ripeto 98 milioni su Instagram e 36 milioni su tiktok. Una vera influencer planetaria. Non possiamo ignorare che una sua riflessione influisca molto di più sui nostri ragazzi, molto più di quanto possa contare quella della scuola o di altre realtà educative.

Credo che sia doveroso sottolineare le parole di questa cantante che aprono finalmente uno squarcio di verità nell’ipocrisia che si cela dietro il business del porno. Il porno è purtroppo sempre più pervasivo nella nostra società e moltissimi adoloscenti iniziano fin dalle scuole medie a guardare video hot ed immagini pornografiche. Spesso si sottovaluta il problema. Alla fine che sarà mai? C’è di peggio. Poi arriva lei che in una frase smonta tutto. Ecco un estratto di ciò che ha detto:

Il modo in cui appaiono le vagine è da pazzi. Nessuna vagina è fatta così. I corpi delle donne non sono così, non usciamo in quel modo. La prima volta che ho fatto sesso non ho detto no a cose che non facevano per me, perché pensavo di esserne attratta

L’influencer, con queste affermazioni, ha messo in evidenza due concetti fondamentali: i corpi delle donne non sono così e ho accettato di fare cose che in realtà non volevo.

La pornografia è DANNOSISSIMA , anche per coloro che non ne diventano dipendenti, proprio per il tipo di “educazione” che attua nella crescita affettiva e sessuale dei nostri ragazzi che poi, quando si troveranno a vivere un incontro sessuale, cercheranno di farlo nello stesso modo visto attraverso i video. Una modalità del tutto costruita ad arte e che non ha nulla di vero. Maschi e femmine che credono di sapere tutto del sesso e che in realtà non sanno nulla, o meglio conoscono una “verità” mistificata e falsa. Io e Luisa lo abbiamo già scritto diverse volte, ma vale la pena ripeterlo. Vi propongo due esempi molto esemplificativi di ciò che voglio dire.

Dolore o piacere? Quante volte abbiamo sentito dire che la lunghezza del pene conta? In realtà non è vero. I video pornografici mostrano che più il pene è lungo e grosso e più la donna può provare piacere. Più la penetrazione sarà profonda e maggiore sarà il piacere per la donna. Uomini cresciuti con questa idea. Donne cresciute con questa idea. Con la conseguenza che il sesso difficilmente sarà per lei un’esperienza piacevole. Secondo una recente ricerca pubblicata da Cosmopolitan, solo poco più della metà delle donne ammette di raggiungere l’orgasmo durante la maggior parte dei rapporti e molte di queste dichiarano di fingere per terminare il rapporto e per non mortificare il partner. Quanta sofferenza ha generato questa falsità, quanta insoddisfazione nei rapporti sessuali. La verità è un’altra. Un uomo difficilmente non ha misure adeguate a dare piacere alla propria donna. La vagina femminile arriva nel momento di eccitazione a una profondità di 9-10 cm. Ciò significa che se un uomo entra maggiormente non permette alla donna di ricevere alcun piacere dal rapporto, anzi spesso le provoca dolore. Ricordate cari sposi che un rapporto intimo soddisfacente è fatto di penetrazione controllata e di movimenti dolci. Tutto il contrario di ciò che mostra la pornografia.

I preliminari sono per lei o per lui? La pornografia è prevalentemente maschilista. La donna non è un essere senziente. Nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una “macchina” che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Questa è esattamente un modo prettamente maschile di pensare e vivere la sessualità, dove il desiderio è generato maggiormente rispetto alla donna da pulsioni ed ormoni. Invece la donna necessita non solo di una relazione, ma oltretutto di essere preparata al rapporto. I preliminari sono quindi principlamente per lei che, sentendosi desiderata e al centro delle attenzioni dell’uomo, si prepara ad accogliere dentro di sè l’uomo. Solo così il rapporto sarà una vera comunione dei cuori e non un modo che l’uomo usa per realizzare ogni sorta di pratica vista nei video pornografici, e dove la donna arriva a sentirsi usata e spesso umiliata. Che cosa può venir fuori di buono da un rapporto vissuto così?

Questi sono solo due spunti. Ci sarebbero moltissime altre menzogne della pornografia da mettere in evidenza. Per questo è importante che noi genitori ci mettiamo in gioco. Non dobbiamo permettere che i nostri figli vengano educati a questo modo falso di vivere il sesso. Magari anche noi stessi abbiamo bisogno di regolare certe nostre abitudini sessuali. L’unico modo per farlo è prenderci carico del problema e raccontare ai nostri figli cosa significa far l’amore, e raccontare loro come siamo fatti perchè ormai non lo sanno. Io stesso ho dovuto aspettare che certe cose me le dicesse un frate. Vi rendete conto?

Antonio e Luisa

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Un mito ?

Venerdì scorso la Chiesa ci ha proposto questo brano evangelico :

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,1-17) Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, […] Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Vi abbiamo risparmiato la lista di quasi 42 nomi di antenati di Gesù, perché a noi dicono poco visto che siamo così lontani da quel mondo sia fisicamente, sia culturalmente, sia storicamente, ma vogliamo comunque lasciarci interrogare da questa lista perché se Matteo l’ha inserita nel Vangelo, aveva i suoi buoni motivi. Quali ?

Di sicuro voleva rassicurare i suoi compaesani sul fatto che Gesù fosse ebreo anche’ Egli, della loro stirpe, e quindi un Giudeo, e per rafforzare ciò fa risalire la genealogia di Gesù ad Abramo, il famoso capostipite e nostro padre nella fede. E’ stato però attento quando è arrivato a Giuseppe, infatti avrebbe dovuto scrivere “Giuseppe generò Gesù” ed invece inserisce l’unica donna in questo lungo elenco di uomini ; sicuramente ha così difeso la verginità di Maria e nello stesso tempo ha lasciato intendere che il padre, secondo le leggi umane e sociali, fosse Giuseppe. Ha dato così il giusto peso al ruolo della madre e del padre ; nonostante le sue parole fossero indirizzate ad un popolo con una forte impronta sociale genealogica fondata sulla paternità ; ha interrotto l’elenco, che sembrava quasi noioso ed infinito al lettore, con la novità di Maria Vergine.

Abbiamo sùbito un insegnamento per noi sposi, poiché quando si incontra Gesù, saltano anche gli schemi e le convenzioni sociali… Gesù ci dona un nuovo modo di guardare l’umanità, uno nuovo sguardo sulla realtàMatteo infatti dimostra di non voler abbattere le differenze tra il mondo maschile e quello femminile, ma di fare giustizia. La giustizia non è dare a tutti lo stesso, ma ad ognuno il proprio. In una società in cui contava il ramo genealogico della paternità, Matteo inserisce una novità senza denigrare per questo il buon Giuseppe né facendo di Maria una poco di buono. Anche nelle nostre coppie dobbiamo imitare questo atteggiamento dell’evangelista ; non possiamo pretendere che una sposa pensi e reagisca di fronte ad un’avversità come se fosse maschio e viceversa. Dobbiamo rispettare le differenze che portano i due sessi, senza denigrarci l’un l’altra, ma valorizzando la differenza che l’altro sesso porta all’interno della coppia. Alcuni esempi evangelici :

  • Gesù è apparso per primo ad una donna, ma la Sua Chiesa l’ha affidata ad un uomo, Pietro.
  • I Dodici Apostoli tutti maschi, ma quando ha effuso lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, essi erano radunati in preghiera con Maria e le altre donne al seguito.
  • L’arcangelo Gabriele prima va da Maria, poi sarà avvisato anche Giuseppe.
  • Quando Maria, accompagnata dal suo sposo Giuseppe, va a trovare la cugina Elisabetta è scritto : “[…]entrata nella casa di Zaccaria (il marito di Elisabetta) salutò Elisabetta.”

Ruoli diversi ma complementari. Non uno di più e l’altra di meno, ma con giustizia. E così dobbiamo imparare a fare anche noi anzitutto all’interno della nostra coppia e poi, per estensione ai figli maschi e femmine.

Torniamo al nostro brano evangelico. Matteo insistendo sull’umanità di Gesù, ci dice indirettamente che Gesù è entrato per davvero nella storia umana, NON E’ UN MITO ! Ha avuto dei nonni, una mamma ed un papà (non biologico), ha avuto addirittura degli antenati di cui non andare molto fiero ; nel lungo elenco compaiono anche assassini ed imbroglioni, ma ad un certo punto Gesù farà la differenza rispetto ai suoi antenati.

E così deve essere anche per noi sposi : il nostro essere cristiani è una questione di vita concreta, non è un mito ! La nostra fede si deve vedere nella quotidianità, si deve “toccare con mano”, se la fede non diventa vita, non è autentica ma resta nella sfera della mitologia, della filosofia di vita.

Inoltre, anche noi sposi possiamo imitare Gesù nel fare la differenza rispetto ai nostri antenati. Abbiamo sentito frasi perentorie e pericolose del tipo : “sei uguale a tua madre/a tuo padre” … “voi (cognome dell’altro/a) siete tutti della stessa pasta” … dobbiamo lasciarci aiutare dalla grazia di Gesù nel non replicare i comportamenti cattivi dei nostri antenati e, nel medesimo tempo, di non sentirne il peso oppressivo che non ci permette di prendere la nostra mascolinità/femminilità ed innalzarla alla dignità per cui Dio l’ha creata.

Cari sposi, coraggio ! Lasciate che Gesù entri nel nostro cuore per renderci uomini nuovi e donne nuove.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina.

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Amore che dura nel tempo!

Fin dal tempo del fidanzamento creiamo e viviamo il “noi di coppia”. Dopo un tempo di conoscenza, di reciproco scambio di informazioni iniziali, inizia la bellezza del vivere in coppia che si genera dal fare insieme: il fare noi, andare noi, provare noi, organizzare noi, si sogna anche il noi di domani, si progetta il noi, ci si proietta ad un futuro che magari non si tocca ancora. E così succede quando si va a vivere insieme, quando si sceglie la casa per noi, la cucina per noi, i mobili per noi, il conto in comune per noi.

Poi spesso quando non c’è più da fare per noi, perché si è già fatto molto, o dopo un periodo di tempo medio lungo in cui tutto è stato vissuto per noi, c’è il rischio di tornare all’io. Di non leggere più la bellezza in quel noi, di trovare in ogni minimo avvenimento della vita una scusa o un problema che mina quel noi di coppia. Piano piano il noi perde bellezza, per lasciare spazio agli hobby e ai piaceri personali, agli interessi che coltivo “io” e non più “noi”. Come se l’altro non ci soddisfacesse più, come se l’altro avesse tradito le nostre attese.

Questo succede perché per nostra natura cerchiamo qualcuno che ci renda felici, siamo sempre alla ricerca della felicità; ma spesso tendiamo a trasformare questo sano e duraturo desiderio in un qualcosa di istantaneo, che dura il tempo che ci soddisfa e poi basta. Quando questo desiderio di felicità lo troviamo in una persona, ci aggrappiamo a lei e quando non ci piace più la gettiamo via, come fosse un utensile Ikea, come fossimo bambini insoddisfatti e stanchi dei propri giocattoli. Come se la felicità fosse un fiammifero che quando non brucia più va gettato.

L’amore è un’altra cosa. La felicità è un’altra cosa.

L’amore maturo in ogni ambito della vita non è mai usa e getta. L’amore è quanto tu ti apri e fai spazio all’altro, è quanto tu ti doni all’altro, è quanto tu ti mostri per quel che sei a quell’altro che costituisce il noi. L’amore non nasce da quanto si riceve, da ciò che mi restituisce. Dalla felicità che l’altro mi dona, dal fuoco o dalla luce che mi offre il fiammifero. Quello è un amore immaturo che è destinato a finire!

È l’amore del bambino che prende il latte dalla mamma, la mamma è tutto per lui! Fonte di felicità, di cibo, di sicurezza di amore. Chi non vorrebbe avere una fidanzata o una moglie, che dona amore quanto una mamma per il suo bambino. Chi non vorrebbe essere quel neonato? Il bambino nella sua natura prende ma non dona. Non scambia. È un amore unidirezionale che ci dona piacere, ma è un piacere sterile.

Amore non è sinonimo di prendere.

Amore è cercare di far star bene l’altro senza aspettarsi nulla in cambio! Amore è donarsi all’altro in veri gesti di carità-amore senza pretendere la propria felicità, senza stare con l’altro perché mi rende felice. Solo così ci si trova ad un livello di gioia infinita più alto, più grande! È l’amore maturo di chi scambia, di chi si lascia amare da gesti gratuiti e ama a sua volta con gesti gratuiti. Un amore che bisogna continuamente ricercare! Perché dopo alcuni anni di vita insieme, di matrimonio, il rischio è quello di sedersi, di perdere quel noi di coppia che ci appiccicava, di ricercare ognuno i suoi spazi, di ricercare dei nuovi piaceri, perché quella minestra che fa mia moglie non è più buona come i primi anni. È in quel momento che dobbiamo ricordarci che la minestra non è la tetta del neonato: prendere se mi fa star bene, prendere senza amare, ma (la minestra) era buona perché io compivo dei gesti d’amore gratuito che rendevano buono anche quel poco che lei mi donava, fosse stato anche un pezzo di pane e un bicchiere di vino, .. perché era l’amore a dare gusto!

I nonni mi hanno insegnato questa frase: “de nuel l’è tuccscoss bell”, che significa che da novelli sposi, o fidanzati, quando la relazione è nuova tutto è bello! All’inizio portarla a mangiare un semplice gelato è volare 3 metri sopra il cielo, dopo se non la porti in vacanza ai Caraibi non voli? ..

Ciò che era bello era che quel gelato lo andavi a mangiare con lei, facendo spazio al noi, rinunciando a un poco di tempo per te. Ora il lavoro, gli hobby, gli impegni dei bimbi o la routine di coppia ti fa rinunciare a quel noi. Ricerchi la gioia, ricerchi l’amore non donando ma prendendolo.

Sia l’avvicinarsi al Natale un rincorrersi di attenzioni di amore gratuito, di gesti fatti per l’altro senza che lei o lui domandi, senza metterli a conta, sulla lista delle cose fatte per lei/per lui, senza aspettarci nulla in cambio, ma come fossimo operatori di carità non stipendiati. La carità che è l’amore come lo scrive San Paolo, ci porterà, ci preparerà ad un Natale diverso! Nascita di amore nuovo! Rinascita di un amore innamorato come da novelli sposi!

Inno alla carità Prima corinzi 13, 4-8; 11  

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. …Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

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Maria, una sposa innamorata

E “Natale è la festa dell’umiltà di Dio”. Per celebrarla in spirito e verità dobbiamo farci piccoli, come ci si deve abbassare per entrare per la porta angusta che immette nella basilica della Natività a Betlemme.

Per capire tutto questo, oggi abbiamo davanti a noi la grande protagonista del Vangelo che è giustamente Maria. A Lei il posto di onore nell’ultima domenica prima di Natale, e assieme a Lei anche sua cugina Elisabetta.

Vorrei fare due sottolineature del testo: la prontezza e l’umiltà. Due sfumature dell’amore genuino.

Per quanto riguarda la prima parola, diamo un’occhiata all’avverbio “in fretta” (v. 39). Una traduzione italiana alla lettera dell’espressione latina “cum festinatione” sarebbe “con velocità, rapidità, prontezza”.

Perché facciamo certe cose “rapidamente”, cioè senza indugio, ed altre o non le facciamo proprio o ci mettiamo un sacco di tempo? Il motivo più potente è di certo l’amore o l’affetto. Quando ami davvero qualcuno, fai le cose “rapidamente”, senza lasciarti dominare dalla pigrizia. Invece, un amore o un affetto “tiepido” invoca qualsiasi pretesto per ritardare tutto ciò che richiede uno sforzo. Pensate a quanto ci mettevate da fidanzati a prepararvi per uscire o per organizzare un fine settimana assieme.

Maria, da sposa innamorata qual era, aveva un cuore pronto ad amare e sollecito nel dimostrarlo nei dettagli.

E poi l’umiltà. Mi sorprende e commuove che Maria abbia fatto circa 150 km di sua pura iniziativa per stare con Elisabetta. Pensate alle strade polverose dell’epoca, una donna incinta, seppur ai primi mesi, in asino e a piedi, tra discese e salite. E per quale motivo? Ci sono due scuole di pensiero: per vedere il segno della gravidanza di sua cugina, che avrebbe avvalorato e comprovato il messaggio dell’angelo e per assistere Elisabetta nella fase finale della sua gravidanza, due modi distinti di interpretare questo viaggio così inaspettato ma nel fondo che hanno nell’umiltà il denominatore comune.

Lei, Maria, l’umile e semplice giovane di Nazaret, sentendo in sé la Presenza del mistero di Dio fatto carne, sente subito il bisogno di comunicarlo ad un’altra donna semplice e umile che si sente felice per la sua maternità e perciò “va in fretta” a dirlo a Elisabetta. Questo è il grande mistero dell’Incarnazione che continua a manifestarsi ai semplici e agli umili di cuore che si sentono graziati da questa visita del Signore che Egli compie nel corso dei secoli.

Dal Vangelo di oggi emergono due atteggiamenti di Maria che sono anche profondamente nuziali, sono modi autentici di amare.

Cari sposi, vi affido a Lei anche oggi, perché il vostro amore cresca e divenga sempre più vero.

ANTONIO E LUISA

Sempre belle e interessanti le parole di padre Luca e meraviglioso l’esempio di Maria. Maria può davvero insegnare tanto a noi sposi. Non solo alle spose ma anche a noi mariti. Maria e Giuseppe, un uomo e una donna, ordinari e straordinari nel contempo. Ciò che li rende straordinari non è il DNA diverso, geneticamente sono come noi. Sono figli di Adamo come lo siamo noi. Non sono come Gesù che ha nella Sua umanità anche la Sua divinità. Ciò che li rende speciali è il loro abbandono a Dio e la loro capacità di amare e amarsi nel dono reciproco. Cosa a cui possiamo tendere anche noi. Certo noi non siamo preservati dal peccato come Maria, ma abbiamo il sacramento del matrimonio che ha una forza salvifica e redentiva speciale e specifica.

Quindi CARI SPOSI, in questi ultimi giorni di Avvento riscopriamo la bellezza di un amore pronto e umile. Impegniamoci ad amare l’altro per primi senza attenderci qualcosa dal nostro coniuge. Cerchiamo di mettere tutto noi stessi per donarci in gesti di servizio e di tenerezza. Cerchiamo di fare l’amore bene perchè quel gesto diventi nutrimento per tutta la relazione. La Messa di Natale è meravigliosa ma lo è altrettanto riattualizzare il nostro sacramento nell’amplesso fisico. Che senso avrebbe andare a Messa se poi non siamo capaci di offrirci totalmente all’altro?

E poi cerchiamo l’umiltà del cuore. Cerchiamo di abbassarci quando l’altro magari non è perfetto e non è così amorevole come vorremmo. Cerchiamo di abbassarci per risalire insieme. Questa è la vera umiltà degli sposi.

Donarsi per primi e sempre senza aspettare che sia l’altro a fare la prima mossa!

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 24

Terminata la preghiera universale, ci si siede e comincia l’Offertorio, che ci sembra un momento troppo svalutato forse perché poco compreso, sicuramente è poco spiegato ; perciò tenteremo di entrarvi in punta di piedi, consci del fatto di non poter essere esaurienti in un articolo solo e consapevoli dei nostri grandi limiti. Cercheremo quindi di fare non tanto un trattato teologico o catechetico, ma di lasciar trasparire ciò che anche noi abbiamo imparato a vivere nell’Offertorio, aiutati dalle indicazioni del Messale da un lato, e dall’altro supportati dalle catechesi di numerosi santi nonché da quelle di bravi sacerdoti.

I saggi insegnano che cominciare dal principio è sempre un buon inizio, perciò ci chiediamo il motivo del nome e chi sono i protagonisti di questo Offertorio. Il nome indica che c’è un’offerta, ma cosa e a chi bisogna offrire ? Inoltre, chi la deve compiere e perché ?

Innanzitutto torniamo a ribadire che la Messa è azione di Cristo e del popolo di Dio ; significa che Cristo ha agito da solo alla “Sua prima Messa“, cioè la Sua Passione, ma ha bisogno dell’intermediazione della Chiesa per perpetuare questa Passione redentiva nei secoli della storia umana ; l’attore principale è Gesù, il sacerdote sommo e principale è sempre Gesù, la vittima sacrificale è Gesù, Egli è allo stesso tempo offerente ed offerta, ma ha deciso di aver bisogno degli uomini per rinnovare continuamente il suo sacrificio al Padre, quello che è avvenuto circa duemila anni fa si riattualizza sugli altari delle nostre chiese ad ogni Messa. Ma verso chi è rivolto il sacrificio di Cristo, la sua offerta ? Al Padre.

Per dare a Dio Padre un’adorazione degna di Dio non poteva essere scelto un comune mortale, perché sebbene molto santo rimane sempre una creatura fragile, limitata e macchiata dal peccato, di conseguenza il suo atto di adorazione sarebbe rimasto limitato ed imperfetto ; ecco perché a fare l’atto supremo di adorazione a Dio Padre è nientedimeno che il Figlio di Dio, così da dare a Dio un’adorazione perfetta, degna di Dio, e la vittima è purissima ed immacolata.

Capiamo bene che l’offerta di Gesù è ineguagliabile ed insostituibile, ma siccome Lui ha assunto anche la nostra natura umana (lo celebriamo nel Natale), significa che in qualche modo anche l’uomo è incluso in questa offerta ; è come se Gesù abbia voluto essere il capostipite di una nuova umanità, una nuova generazione. E’ la generazione dei figli nel Figlio, cioè di coloro che, da diseredati a causa del peccato originale, sono stati elevati alla dignità di figli di Dio (eredi) grazie al Battesimo.

Questa dignità che abbiamo immeritatamente assunto, ci ha dato la facoltà di assomigliare al Figlio, seppur con i limiti della condizione umana e creaturale ; se Gesù, lo abbiamo sopra ricordato, è sacerdote (offerente) allora anche noi lo siamo, se Gesù è offerta allora anche noi lo diveniamo. Non si tratta di fare un parallelismo tra noi e Gesù alla pari, sarebbe impossibile, ma se Lui non ha rifiutato (qualcuno direbbe “non si è schifato”) di assumere la nostra condizione umana (eccetto il peccato), significa che l’uomo può fare cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre, non è una mera somma di cellule assemblate dal caso, non è una creatura un po’ più intelligente delle altre, è molto di più.

Una di queste cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre è quella di avvalersi della facoltà di offrire sacrifici a Lui, e questa facoltà deriva dal nostro sacerdozio battesimale, grazie al quale noi abbiamo la possibilità di esercitare una forma di sacerdozio, e cioè quella di offrire sacrifici a Dio con diverse finalità ; sicuramente la più gettonata è quella di impetrare grazie e favori da Dio.

A causa della nostra condizione dopo il peccato originale, non potevamo offrire a Dio sacrifici degni di lui, ma con la grazia del sacerdozio battesimale siamo stati incorporati a Cristo sommo ed eterno sacerdote, per cui nella sua offerta ci siamo in qualche modo anche noi ; inoltre il nostro sacerdozio battesimale ci ha abilitati ad imitare questo sommo ed eterno sacerdote nel gesto di offrire alla maestà Divina un’offerta a lui gradita.

Per questa settimana ci basti riscoprire il nostro sacerdozio battesimale per sentirci un poco più uniti a Gesù, nei prossimi articoli vedremo di approfondire qualche aspetto.

Cari sposi, quando partecipiamo alla Messa (ancor meglio se vicini anche fisicamente) abbiamo la possibilità di fare una “triplice offerta” , un’offerta ciascuno come singolo individuo ed una insieme come coppia. Poiché anche il nostro amore trova la sua sorgente nell’offerta di Gesù al Padre, da questa Domenica proviamo a vivere l’Offertorio come un momento in cui ri-offriamo al Padre lo stesso amore che è partito da Lui, quasi come a volerlo restituire al mittente… il Signore non se lo tratterrà, al contrario, ce lo ridonerà pulito dalle scorie e ne avrà aggiunto un po’, perché in amore Lui è uno sprecone.

Giorgio e Valentina.

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L’Avvento per contemplare la nostra famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Soprattutto in questi anni di pandemia. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi.

Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà forse per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario.

Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Questa pandemia ci doveva rendere migliori. Ci ha reso solo più astiosi, sospettosi e incapaci di prossimità verso chi fa scelte diverse. I media fanno di tutto per metterci gli uni contro gli altri.

Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a sè stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino.

Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio.

L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’Avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla. Poi forse usciremo migliori anche dalla pandemia.

Antonio e Luisa

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Da sposo dico ai preti di non sposarsi.

Quando mi ritiro nella mia caverna (luogo riservato dove amano ritirarsi gli homo sapiens di sesso maschile per riposarsi dal continuo desiderio di dialogo e di supporto delle homo sapiens di sesso femminile) solitamente lo faccio per leggere. Leggere libri e articoli credo sia fondamentale per il mio impegno di social influencer (oggi si dice così un tempo si diceva testimone). Mi è stata suggerita la lettura di un articolo di un sacerdote gesuita. Il tema della riflessione verte sul celibato sacerdotale. Inutile negare che all’interno della Chiesa ci sia da tempo un dibattito, a tratti anche acceso, su questo tema. Ci sono conferenze episcopali, come quella tedesca, che spingono per modifiche, aperture se non addirittura rivoluzioni. Ecco un passaggio dell’articolo (vi lascio il link):

Personalmente, sarei felice se un giorno dovesse capitare di avere un confratello sposato, insieme con me impegnato nel ministero parrocchiale. Mi  farebbe bene. Ci farebbe bene. Penso ad alcune rigidità di noi preti… Quanto mi farebbe bene lavorare fianco a fianco con un prete con un figlio adolescente? Eh sì, perchè è facile fare gli esperti pedagogisti quando i figli sono quelli altrui, quando non si vive la fatica dell’attesa di un figlio che ritarda dalla discoteca o la preoccupazione per una compagnia di amici problematica…

Su questa riflessione tornerò più avanti. Cominciamo con il premettere che il celibato non è un dogma e quindi non è una “regola” immodificabile. Il celibato non era presente nella Chiesa delle origini e non lo è tuttora tra protestanti e ortodossi, e addirittura non lo è in alcune Chiese cattoliche di rito orientale.

Qual è la motivazione di questa scelta? La regola è stata sancita con il Concilio Lateranense IV del 1215, ma era già una consuetudine molto presente e vissuta tra i presbiteri del tempo. Certo non da tutti, nelle cronache medievali non è raro trovare preti che intrattenevano relazioni sentimentali e avevano addirittura figli, ma questo è un altro discorso. La motivazione che portò alla scelta del celibato sacerdotale risiedeva nell’Eucarestia. Scrive lo storico Agostino Paravicini Bagliani: Una delle ragioni per cui il celibato ecclesiastico si diffonde e si “impone” nella Chiesa latina è proprio grazie alla dottrina della “transustanziazione” dove viene ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profonda rispetto al passato.

Con il tempo si sono aggiunte nuove motivazioni che hanno confermato la scelta iniziale del tredicesimo secolo. Fino ad arrivare al Concilio Vaticano II. E’ utile per questo citare il Decreto Conciliare di Paolo VI PRESBYTERORUM ORDINIS che al punto 16 afferma:

Il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine « non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio» (Gv 1,13). Ora, con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli (128), i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso (129) si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo.

Insomma il celibato, da quando è stato istituito, non è mai stato messo in discussione, almeno dai pontefici, neanche dagli ultimi, compreso Papa Francesco, che lo hanno sempre ritenuto fondamentale per la vita della Chiesa.

Era importante fare una breve introduzione al tema. Ora però vorrei dare il mio punto di vista di semplice fedele sposato. Entriamo nel cuore della mia riflessione. Perchè è importante mantenere il celibato?

Certo per tutti i punti esposti in precedenza. Ce n’è un altro che forse è più comprensibile da chi è sposato come lo sono io. Permettere a un sacerdote di sposarsi equivale a svalutare il matrimonio. Se il matrimonio è qualcosa da mettere o togliere dalla consacrazione sacerdotale significa che non riveste una valenza ministeriale e profetica come invece è la consacrazione sacerdotale. E’ un’aggiunta. Nulla di più.

E’ importante separare i due sacramenti perchè hanno entrambi una stessa dignità e una missione specifica per il mondo. Lo spiega bene don Manuel Belli, teologo del seminario di Bergamo e docente di teologia sacramentale, che, durante una diretta sui mie canali, disse delle parole molto chiare e condivisibili al riguardo:

Matrimonio ed ordine sono inseriti tra i cosiddetti sacramenti della maturità cristiana. Invece per tanto tempo c’è sempre stata l’idea che fosse il prete a portare avanti la Chiesa. C’è il prete che cura le anime e poi i curati cioè i destinatari della cura che sono i fedeli laici. In una mentalità di questo tipo dove è la maturità riconosciuta a due sposi che hanno vissuto un sacramento della maturità cristiana? Fortunatamente le cose stanno un po’ cambiando. Non esiste più il prete e i suoi collaboratori ma prete e sposi sono collaboratori della grazia. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Credo che su questo come Chiesa dobbiamo ancora fare un po’ di strada.

Quindi capite l’importanza di mantenere separate queste due consacrazioni? Unirle significherebbe perdere di vista la specificità di entrambe, soprattutto di quella matrimoniale che diventerebbe poco più di una scelta di vita personale e non una vera chiamata ad una missione.

Le due missioni si possono sintetizzare in uno slogan: il sacerdote porta Gesù al mondo mentre gli sposi portano il modo con cui Gesù ama. Noi sposi possiamo comprendere che le nostre nozze definitive saranno celebrate nell’eternità di Dio grazie proprio alla presenza e alla testimonianza dei consacrati e i consacrati potranno comprendere come Dio li ama guardando come noi sposi ci amiamo nella fedeltà e nella gratuità.

Quindi, tornando alla riflessione iniziale del gesuita, non serve che i preti possano comprendere direttamente le difficoltà e le dinamiche di una coppia di sposi, ma serve riconoscere i due sposi non come dei semplici laici, ma come dei consacrati e dare loro il giusto spazio nella Chiesa, nei movimenti e nelle parrocchie. La strada è ormai tracciata, lasciamoci guidare dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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I ferragnez? I veri influencer li avete accanto a voi.

L’altro giorno scorrendo i vari video su tiktok ne ho intravisto uno postato dai Ferragnez. Per chi non li conoscesse si tratta della coppia Fedez-Chiara Ferragni. Una vera e propria multinazionale della nuova industria degli Influencer. Sono seguiti, sui diversi social, da milioni di persone, e per ogni post che pubblicano possono guadagnare migliaia di euro.

Non è questo che ora mi interessa. Non mi interessa neanche parlare di Fedez e delle sue battaglie sociali e per i “nuovi diritti”. Vedi eutanasia e DDL Zan. Tutto alquanto discutibile ma non oggetto di questo articolo.

Accennavo ad un tiktok in particolare che mi ha colpito. In questo breve video (tiktok è costruito da video di pochi secondi) i Ferragnez hanno voluto rappresentare tutta la favola della loro storia e della loro famiglia. I social funzionano proprio perchè permettono di sognare. Una casa bella, lussuosa, arredata con stile e dove tutto è in ordine, e poi un albero di Natale meraviglioso. Un albero luccicante, alto e perfetto. E poi, loro: Federico, Chiara e i due figli Leone e Vittoria. Una scena da favola. Volti sorridenti e felici di persone che si vogliono bene e baciate dalla fortuna, dalla salute e dalla ricchezza.

Cosa c’è di male in tutto questo? Di male non c’è nulla. Credo oltretutto che l’intesa e l’armonia familiare che raccontano i due re Mida dei social sia la parte più sana della loro esposizione mediatica. Sembra che non ci sia solo apparenza ma che si vogliano davvero bene. Eppure c’è un rischio grande in tutto questo.

C’è il rischio che diventino degli esempi, delle persone invidiate da emulare. Chi vede quella scena comincia a fare confronti. La sua casa non proprio perfetta, l’albero di Natale magari un po’ striminzito e soprattutto la sua famiglia che non è così da favola. Il problema è che gli esempi non sono Chiara e Federico con tutta la loro quotidianità fatta, credo anche per loro, di momenti più o meno facili, di confronti e scontri, di nervosismo, di contrattempi. L’esempio da replicare sono i Ferragnez e il mondo fiabesco e luccicante che raccontano nei loro post pubblici.

Una vita ritoccata al computer, come vengono ritoccate le gambe e le forme delle modelle per renderle inarrivabili. La dinamica è la stessa. Passa solo il bello cancellando ogni difficoltà e dolore. Una vita che non esiste neanche per loro che pure possono permettersi una vita molto più agiata della nostra.

La realtà è diversa. L’amore non è quello raccontato dai due influencer. L’amore vero è quello che magari potete ammirare nei vostri nonni o nei vostri genitori. Persone normali, che nessuno conosce se non i familiari e gli amici, ma che possono testimoniare la vera bellezza dell’amore. Bellezza fatta di sacrificio, di scontri, di rinascite, di perdoni, di sofferenza, di lacrime, di malattia e di lutto. Un amore che ha sì la forma del cuore, ma che è ancora più luminoso quando prende quella della croce. Persone che hanno attraversato insieme ogni avvenimento bello e brutto nella loro relazione e ne sono usciti insieme.

Guardate quindi pure i post di Chiara e Federico ma con l’occhio di chi sa che raccontano una fiaba. Sono una fiction creata ad arte per attirare like, visualizzazioni e soldi. Auguro loro di avere una relazione piena ed autentica che possa magari condurli a Gesù e al sacramento del matrimonio. Non dimenticate però che quella è la finzione di un momento, di pochi minuti di filmato. Vi auguro invece di essere capaci di fermarvi e di contemplare quei veri influencer dell’amore che avete accanto a voi, in famiglia o forse come amici. Gente che mostra l’amore non di pochi secondi, ma di una vita insieme. Avere queste testimonianze di amore perseverante e fedele può dare tanta speranza e forza a tutto il mondo.

Antonio e Luisa

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Questione di autorità

Nel giorno della memoria liturgica di S. Lucia, la Chiesa ci propone questo Vangelo :

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,23-27) In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Apparentemente sembra un brano che non c’azzecca con la memoria di una vergine e martire come Lucia, ci saremmo aspettati un elogio della purezza da parte di Gesù, oppure il discorso di lasciare tutto per seguire Gesù oppure altri brani evangelici famosi, ma scopriremo che il significato è da ricercare all’interno della dinamica tra Gesù ed i suoi interlocutori.

Dobbiamo anzitutto notare come i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo stiano sì nel tempio, ma anziché comportarsi come modelli da imitare nell’ascolto di Gesù, sono attenti come l’avvocato dell’accusa mentre ascolta un testimone chiave, pronti a scovare ogni minimo indizio che renda Gesù colpevole di aver detto, o anche solo insinuato, qualcosa. Presi come sono dalla loro missione , non hanno nemmeno interrogato Gesù sull’argomento del suo insegnamento (infatti non si sa quale sia), ma sulla sua presunta autorità.

Ed è questo il nocciolo della questione : il mondo non ascolta Gesù (e quindi la Chiesa, sua sposa) perché non ne riconosce l’autorità. Da dove arriva il rifiuto del mondo ? Dal delegittimare Gesù di qualsiasi autorità. Come se a parlare fosse un uomo qualunque. Ed in effetti se a parlare fosse un uomo qualunque, anche il contenuto dei suoi discorsi potrebbe essere come quello di un altro uomo più o meno dotato, ma se a parlare fosse Dio, allora cambierebbe tutto.

Uno degli scopi principali del mondo è farci credere che Gesù sia un uomo, magari di grande statura morale, con una intelligenza fuori dalla norma, molto carismatico sotto tanti punti di vista, anche un super-santo (ammesso che esista la categoria), ma solo uomo e non Dio. Se riconoscesse che a parlare fosse Dio, non oserebbe opporvisi, non ci sarebbe nulla da obiettare, ma è proprio qui il punto : se a parlare non è Dio in persona, allora ognuno può decidere se essere d’accordo o no con lui, ognuno può crearsi la propria idea di giusto e sbagliato, di bello e brutto, di buono e cattivo, ecc…

Ecco perché Gesù viene interrogato da questi uomini sull’autorità, ma Gesù non risponde loro, perché ? Perché Egli conosce i loro cuori, le loro intenzioni, sa bene che la domanda non è mossa da semplice curiosità o da desiderio di approfondire la propria fede, ma dal malvagio tentativo di estorcere una risposta contradditoria… quindi evita la risposta. Primo insegnamento : non tutte le domande sono degne di una risposta, e questo atteggiamento del cuore non è degno di una risposta chiarificatrice… ed infatti non l’avranno questi capi anziani.

Ed eccoci al tema della purezza legato alla figura di Santa Lucia : questa santa ha avuto la risposta da parte di Gesù, perché lei, al contrario dei capi e degli anziani, ha saputo mantenere la purezza del cuore. Una purezza che poi si è anche manifestata nella purezza del corpo verginale. Lei ha avuto un’intimità di cuore con Gesù, ha tessuto un rapporto con Lui giorno dopo giorno, ed ha avuto la sua risposta. Per avere certe risposte da Gesù è necessario instaurare con Lui un legame intimo di purezza di cuore, infatti non è forse vero che i puri di cuore vedranno Dio ? E Lucia l’ha visto !

Per tessere un legame intimo con Gesù è necessario spogliarsi della propria superbia, della propria presunzione di possedere la verità in tasca, dobbiamo riconoscerci innanzitutto creature, cosicché da porci nel giusto atteggiamento interiore quando Gesù apre bocca e parla.

Solo chi coltiva la purezza del cuore (e del corpo quindi) vede Dio, cioè ottiene le risposte alle domande grandi della vita. Lucia ci sta davanti come esempio.

Cari sposi, la purezza del cuore a cui la castità matrimoniale (non è astinenza dai rapporti) ci chiama è in grado di trasformare tutta la nostra vita in legame intimo cuore a cuore con Gesù ; solo vivendo castamente avremo le risposte alle domande grandi della vita. Solo vivendo la purezza della castità matrimoniale ogni carezza al mio amato/a assume la dignità di carezza da parte di Dio, ogni sguardo si eleva a sguardo da parte di Dio, ogni parola diventa parola d’amore da parte di Dio… che bello il matrimonio quando nella carezza dell’altro/a riconosco Dio, quando nello sguardo di lei/lui rivedo gli occhi di Dio, nelle parole dolci d’amore risento le parole d’amore di Dio.

Grazie Santa Lucia che ci hai richiamato ancora una volta alla purezza del rapporto cuore a cuore con Gesù !

Giorgio e Valentina.

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Santa Lucia: martire per custodire la verità dell’amore

Oggi la Chiesa fa memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue.

Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato.

Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata.

Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere, santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. Per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore PER SEMPRE. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

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Qual è il segreto della tua felicità?

“La gioia, che era la piccola pubblicità esteriore del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano.  E mentre sto per chiudere questo caotico volume apro di nuovo lo strano piccolo libro da cui proviene tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono visitato da una specie di conferma. La Figura immensa che riempie i Vangeli si erge per questo aspetto, come per ogni altro, al di sopra di tutti i pensatori che si credettero grandi. Il Suo pathos era naturale, quasi casuale. Gli stoici, antichi e moderni, erano orgogliosi di nascondere le proprie lacrime. Egli non ha mai nascosto le Sue lacrime: le mostrava palesemente sul Suo viso aperto ad ogni sguardo sul quotidiano, come quando guardò in lontananza la Sua città nativa. 
Eppure, Egli ha nascosto qualcosa. Solenni superuomini e diplomatici imperiali sono orgogliosi di saper reprimere la propria collera. Egli non ha mai trattenuto la Sua collera. Ha scagliato i banchi del mercato giù per i gradini del Tempio e ha chiesto agli uomini come potevano pensare di sfuggire alla dannazione dell’Inferno. Eppure, Egli ha trattenuto qualcosa. Lo dico con riverenza: c’era in quella dirompente personalità un lieve tratto che dovremmo quasi chiamare timidezza. C’era qualcosa che Egli teneva nascosto a tutti gli uomini quando saliva su una montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli copriva costantemente con un brusco silenzio o con un improvviso isolamento. C’era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse esteriormente a noi quando venne a camminare sulla nostra terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua gioia” (G. K. Chesterton, Ortodossia, 1908).

Ho voluto mettere per esteso questo famoso brano di Chesterton sulla gioia cristiana. È il tema di oggi, terza domenica dell’Avvento, siamo infatti a metà del cammino verso il Natale. La Chiesa, come mamma e maestra, ci mostra la prossimità della grande festa e desidera che il nostro cuore si riempia di gioia perché Gesù è vicino.

Gioia? Felicità? Esultanza? Giubilo? Non è proprio che di questi tempi siano tanto spontanei! Ma appunto per questo che siamo invitati a chiederci su cosa si basa la nostra gioia. Come singole persone e come coppie in questa domenica siamo sollecitati a esaminarci: qual è il segreto della nostra felicità? Cosa ci fa gioire? Cosa ci dona pace e serenità? E una volta che l’abbiamo individuato, pensiamo quanto siamo in sintonia con la gioia dell’Avvento.

Sapremmo gioire anche in mezzo alle tribolazioni? Sarebbe sradicato il nostro sorriso se il dolore bussasse alla nostra porta? Può essere che scopriamo che spesso la contentezza, o più in generale quello che ci gratifica, non ha proprio come motivazione la prossimità e vicinanza di Gesù Salvatore.

Vorrei concludere citando una parte della biografia di un grande scrittore cattolico del XX secolo, Paul Claudel, in cui racconta la sua conversione avvenuta proprio a Natale. Uno come lui che aveva poggiato la sua vita sulla scienza razionalista ed era affascinato dai versi dei cosiddetti “poeti maledetti” fece in quell’occasione un’esperienza che lo trasformò completamente:

“In un istante, il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una tale forza di adesione – con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una così potente convinzione, con una tale certezza che a nessuna specie di dubbio lasciava spazio – che, in seguito, tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutti i casi di una vita agitata, non hanno potuto distruggere la mia fede né, a dire il vero, toccarla” (Paul Claudel, Ma conversion, 1913).

La gioia del Natale è racchiusa nell’esperienza personale di un Dio che ti ama personalmente. Care coppie, vi auguro di poter fare anche voi tale esperienza, di toccare con mano che Gesù, lo Sposo della vostra coppia, è nato per restare sempre con voi.

ANTONIO E LUISA

Ha ragione padre Luca. Di questi tempi sembrano esserci davvero pochi motivi per cui gioire. In questa domenica di Avvento è giusto però chiedermi dove io stia riponendo la mia gioia e la mia speranza. E’ la domenica di gaudete posta al centro di un tempo di purificazione e di penitenza come è l’Avvento. E’ posta lì proprio per questo. Dove è la mia gioia? Credo che la gioia per un cristiano sia legata alla capacità di donarsi. Per uno sposo cristiano è legata al sapersi donare prima di tutto completamente al coniuge. E’ proprio così! In questi giorni frenetici ed incerti per la pandemia, la mia gioia è arrivare alla fine della giornata e poter dire di aver dato tutto. La gioia sta nel senso della nostra vita ed il senso più profondo lo troviamo nella nostra vocazione. La gioia non è nell’avere qualcosa ma nell’essere ciò che siamo: uomini e donne capaci di donarsi e di accogliersi.

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La famiglia sempre sotto i Suoi occhi

Cari amici,

stavolta in questo articolo più che mai c’è tutto il mio cuore! Vorrei parlarvi, anche se ahimè brevemente, dell’apparizione di Maria in Messico, nel 1531. La Madonna in quell’occasione è stata chiamata “di Guadalupe” e rappresenta una delle Sue più importanti manifestazioni in tutta la storia e la sua festa è proprio il 12 dicembre.

La Corona spagnola, agli inizi del 1500, era in piena espansione in America e nel 1517 il capitano Hernan Cortes riuscì abilmente a spodestare l’imperatore degli Aztechi, Montezuma, e a diventare capo di tutta quella grande nazione.

Il drastico cambio di regime e tutto il seguito di cambiamenti non fu assolutamente facile da assimilare per la popolazione. Quando poi arrivarono, di lì a pochissimo, i primi missionari francescani e domenicani e proposero il Vangelo, la reticenza fu davvero grande: ben poche le conversioni e una generale diffidenza incombeva sui conquistadores spagnoli.

Finché entrò in azione Maria…

Tra il 9 e il 12 dicembre del 1531 Lei apparve a un indigeno, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, convertitosi da qualche anno. Il messaggio, splendido e semplice nella forma, consistette nel chiedere al vescovo, Mons. Juan de Zumarraga, l’erezione in quello stesso luogo dell’apparizione, di una chiesa in Suo onore. Lascio a voi di conoscere meglio il resto della storia, grazie a questo piccolo libro che la spiega assai bene

Io vorrei piuttosto raccontarvi di come qualche decennio fa, un ingegnere peruviano, il dottor José Aste Tönsmann, attratto dalla complessità dell’immagine e dalla sua storia, volle studiare per la prima volta con microscopi di precisione vari punti della tilma.

Una delle scoperte maggiori è stata proprio negli occhi della Madonna. Ingrandendo varie centinaia di volte le pupille di Maria, ha scoperto un fatto sorprendente: sono state evidenziate ben 13 persone distinte. A prova della fondatezza della scoperta, sta il fatto che le cornee sono piccole, l’occhio sinistro è di 8 millimetri e di 7 quello destro, estremamente complessa sarebbe stata la pittura al suo interno di figure ancora più minuscole.

In pratica, negli occhi di Maria è rimasta impressa la scena delle rose e tutte le persone presenti al momento, dal vescovo a Juan Diego.

Ma, e qui viene il motivo del mio articolo, al centro di entrambi gli occhi c’è una famiglia del posto. Di per sé non sembra logico: non c’era una famiglia intera al momento del miracolo, avvenuto nel palazzo del vescovo. Come mai allora? La famiglia è composta da ben 7 persone: una madre con un figlio piccolo sulla schiena, com’era consuetudine nelle popolazioni indigene, il padre, altri due figli (figlio e figlia), il nonno e la nonna. Il dottor Aste assicura che questa scena, essendo al centro dello sguardo della Vergine, è la più importante. Anche la posizione di ciascuna figura ha un valore simbolico circa il ruolo e il valore di ciascuno di loro.

Difatti, la madre è il centro, è l’asse della famiglia poiché tutte le persone hanno bisogno di una madre che dia protezione e affetto; poi il padre dà sostegno alla madre e unità alla famiglia: quando il padre si avvicina alla madre i figli si uniscono; il bambino, portato dalla madre sulla schiena, esalta il bisogno di proteggere la vita dei piccoli; infine sono presenti anche i nonni, segno della memoria che preserva il patrimonio di valori familiare sia ai genitori che ai nipoti.

Qualcuno potrebbe adesso dire: “che bello! Comunque si sa che la Madonna ha avuto questo genere di approccio in altre apparizioni”. In realtà in questa apparizione ci sono due aspetti che la rendono unica e straordinaria, e adesso concludo con un bel dulcis in fundo.

Il primo: Guadalupe rappresenta l’unica apparizione in cui la Madonna ha lasciato un proprio ritratto. In tutte le altre apparizioni approvate dalla Chiesa, si è cercato faticosamente di risalire ai tratti del volto di Maria grazie alle indicazioni di chi L’ha vista. Ma stavolta la Madonna ha lasciato il Suo aspetto preciso di come si è mostrata a Juan Diego.

E in secondo luogo, ciò che vediamo sulla tilma non è una pittura né un disegno. Da decenni si sta studiando come possa essere rimasta impressa sul tessuto. Per questo motivo, è proprio la Madonna di Guadalupe l’immagine mariana presente nella Cappella della Sacra Sindone, nel duomo di Torino. Come a voler dire che la tilma non è opera umana, allo stesso modo della Sindone.

È tanto bello scoprire tutte queste verità e soprattutto come ogni famiglia sia perennemente sotto lo sguardo di Maria, al centro della sua attenzione. Vi auguro di cuore di toccare con mano questo sguardo materno nella vostra vita!

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Gesù crede in te – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”:

Un paio di anni fa per Natale ci hanno regalato una minuscola pianta grassa…poverina, era ricoperta da qualche schifezza tossica di color rosso.

Chi l’aveva rivestita di quella sostanza lo aveva fatto per renderla più bella, per renderla più in tinta con il color rosso che a natale “fa tanto” babbo natale più che Gesù Bambino.

Ed è così che la bellezza naturale della piantina veniva soffocata da artifici cosmetici.

Nonostante tutta questa preparazione, era poi stata dimenticata in una stanza per due settimane senza molta luce e senza acqua. Poi qualcuno l’ha scovata e ha detto:

“Ah, questa piantina è per voi! Buon Natale!”

Il suo valore economico sarà stato pari a 0,49 centesimi…ma abbiamo creduto nelle potenzialità di questa piantina e l’abbiamo tenuta provando a darle un futuro.

Per prima cosa l’abbiamo ripulita alla meglio dalla sostanza rossa, le abbiamo dato un po’ d’acqua e messa alla luce del sole.

Ebbene quella piantina da 4 soldi oggi è ancora sul nostro balcone, è diventata più grande, sta facendo nuove foglie e soprattutto ci sta deliziando con dei fiorellini bellissimi!

Sembrano campanelle…campane di Pasqua, come quelle che annunciano la Risurrezione del Signore Gesù.

Ed è ciò che è successo proprio per la nostra piccola piantina. Con un po’ d’acqua e un po’ di luce sarebbe sopravvissuta…ma non è bastato questo: abbiamo “creduto in lei”…ed oggi è risorta, è bellissima!

Forse è quanto accade anche a noi dai giorni del fidanzamento fino ad ogni giorno del matrimonio.

Ci fidanziamo e siamo tutti carini, appariscenti…rivestiti di strati di cosmesi, cercando di farci belli per piacere all’altro.

Poi entriamo nel matrimonio e ci rendiamo conto che le maschere non solo non durano, ma ci soffocherebbero se ad un certo punto qualcuno non ce ne liberasse!

E’ il nostro coniuge che ha questo compito tanto importante quanto faticoso: aiutarci ad essere liberi da tutti quei trucchi che adottavamo per far innamorare qualcuno di noi.

Questo processo è lungo, e spesso i coniugi non si accorgono neanche di quanto possano fare bene all’altro semplicemente essendo sé stessi, coi propri pregi e i propri difetti.

Ora che siamo sposati e non servono più quei trucchi bisogna che lascino il posto alla bellezza vera che ci abita…a quella bellezza di cui, a volte, ci vergogniamo anche.

Dal desiderio di essere amati gli sposi devono passare all’amare.

Dall’innamoramento bisogna passare all’amore.

E questo passaggio può essere doloroso.

Alcuni si erano sposati per avere qualcuno che li facesse ridere e invece si ritrovano a dover asciugare le lacrime dell’altro.

Qualcuno si è sposato per avere qualcuno che lo facesse sentire importante e invece si trova a dover fare da “supporter” al coniuge che spesso si deprime.

E’ una sfida grande che non si vince con le proprie forze.

Non si può vincere con le proprie forze.

E’ possibile vincerla solo ricordandosi che c’è qualcuno che crede veramente in te…

Solo quando scopri che c’è qualcuno che ti ama molto più di quanto ti ami il tuo coniuge e molto molto molto di più di quanto tu pensi di amare il tuo coniuge.

E’ possibile vincere solo quando vedi coi tuoi occhi che Gesù crede così tanto in te che si è giocato la sua stessa vita scommettendo sulla bellezza di cui è capace la tua.

Se scopri tutto questo allora sarai come la nostra piantina sul balcone.

…Smetterai semplicemente di sopravvivere e ti ritroverai a risorgere ogni giorno.

…Smetterai di “tirare a campare” e ti ritroverai a mettere su nuovi germogli.

…Smetterai di far finta di essere bello e ti ritroverai a tirar fuori dal tuo cuore una bellezza così radiosa che commuoverà te stesso per primo.

Gesù ti ama e crede in te.

Fanne memoria nella preghiera e fanne esperienza nell’Eucarestia…e fiorirai.

E fiorirà anche la tua vita ed il tuo matrimonio!

Coraggio, Gesù crede in te…e le campane suonano Alleluja!!!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il Papa crede che i peccati sessuali non siano importanti?

Oggi vorrei tornare sulle parole di Papa Francesco rilasciate durante l’intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal suo viaggio in Grecia e Cipro. Parlando delle dimissioni dell’arcivescovo di Parigi ha affermato:

E voi non saprete perché, perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. I peccati più gravi sono quelli che hanno più “angelicità”: la superbia, l’odio… questi sono più gravi. Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. 

Non sono qui per contraddire il Papa. Come cattolico voglio bene a Papa Francesco e sono anche d’accordo con quello che ha detto. Credo però serva contestualizzare il discorso. Potrebbero essere travisate. Senza dubbio i peccati dello spirito sono quelli più gravi. Non a caso Lucifero, l’angelo ribelle, è puro spirito e i suoi sono senza dubbio i peccati più gravi. Quindi il Papa dice un’ovvietà per un cristiano che conosce anche solo un po’ la fede che professa e la dottrina cattolica. C’è un però. Non vanno sottovalutati neanche gli altri. I peccati della carne sono tra i meno gravi perchè spesso sono frutto della nostra fragilità e debolezza. Non siamo capaci di controllare i nostri istinti e le nostre pulsioni e ci facciamo dominare da essi. Lo diceva già san Gregorio Magno, poi ripreso e confermato da San Tommaso:

Pur costituendo un crimine minore rispetto ai peccati in cui prevale la perversione dell’intelligenza, tuttavia i peccati della carne rivestono un aspetto di particolare ignominia; e la ragione è semplice: essi avviliscono l’uomo al livello della bestia. L’uomo cioè, non avendo compreso a quale onore Dio l’abbia innalzato, si è abbrutito, simile nel modo di vivere agli animali inferiori (cf. Sal 48, 21).

Ed è partendo da questa riflessione che possiamo comprendere appieno le parole del Santo Padre. Certo un riferimento un po’ lontano nel tempo, che usa parole dure, scritte con un linguaggio che oggi sembra fuori luogo ed esageratamente rigido. Parole però che anche oggi sono vere ed attuali. Cercherò di riscriverle in uno stile più consono e comprensibile al nostro tempo.

Il discorso si deve, secondo me, ampliare. Bisogna dare un orizzonte diverso che va oltre la semplice morale e dottrina astratta. E’ inutile parlare di peccato più o meno grave. Non ha senso, soprattutto oggi. Non è capito. Le persone tutte, e in particolare i giovani, sono stanche di maestri che dicono ciò che è giusto e ciò che non lo è. Sono stanche di divieti. Non puoi avere rapporti prima del matrimonio, non puoi masturbarti, i rapporti orali non vanno bene, niente anticoncezionali e così via. Senza motivare questi divieti se non con il peccato. Non si può minacciare di incorrere in un peccato più o meno grave e minacciare di inferno. Forse un tempo, ma ora no. Attenzione non dico che tutte quelle belle abitudini che ho elencato siano cosa buona e giusta. Tutt’altro! La Chiesa non può più permettersi di usare le parole devi o non devi. Non funziona. Allontana solo un popolo sordo a questi ammonimenti dalla Chiesa. I sacerdoti lo sanno e spesso decidono di evitare questo genere di argomenti per non avere problemi. Anche questo è un atteggiamento sbagliato! La Chiesa non deve rinunciare ad insegnare ai fedeli come diventare pienamente uomo e pienamente donna, e la sessualità è un argomento imprescindibile per questa finalità. Come fare allora? Serve una rivoluzione copernicana. Dobbiamo passare dal devi e non devi al vuoi essere felice oppure vuoi accontentarti della miseria relazionale che hai ora? La carta vincente non è vietare determinati gesti o determinate modalità di vivere la sessualità, ma raccontare, testimoniare e rendere conto con la nostra vita che la proposta della Chiesa è la più bella, è l’unica che permette una gioia che è piena. Per questo non servono tanto i maestri quanto i testimoni. Servono sposi felici e realizzati che sappiano toccare il cuore dei ragazzi, che provochino in loro quella nostalgia di un amore autentico e pieno che è radicata nel cuore dei giovani. Allora sì, che si potrà spiegare perchè i rapporti prima del matrimonio sono una menzogna, perchè la masturbazione è una illusione di impossessarsi di un piacere che è destinato a far parte di una comunione e non di una solitudine. Non a caso questo gesto, passato il piacere di pochi secondi, lascia sempre sensazioni negative e non positive. Allora sì che si può raccontare come l’incontro intimo, per essere un vero incontro d’amore, non può prescindere dall’essere unitivo e aperto alla vita (attenzione non significa che vada ricercato un figlio ad ogni rapporto). Per questo il sesso orale non può essere amore ma uso dell’altra persona. Per questo si può raccontare come gli anticoncezionali pongano una barriera invisibile, ma altamente divisiva tra gli sposi e non permettano un dono totale e un’accoglienza totale dell’altro/a. Solo chi ha provato nella propria vita tutto questo può testimoniarlo e raccontarlo in modo credibile.

Alla fine quello che il Papa ha voluto trasmettere è chiaro: i peccati della carne sono dovuti spesso alla nostra debolezza e ignoranza. Ad una incapacità di rivolgere lo sguardo a Gesù che ci imprigiona in una semplice ricerca di piacere fine a se stessa e che ci allontana dall’amore vero, quello che da senso e pace. Non c’è una deliberata scelta di fare a meno di Gesù come per quelli “angelici” di superbia e di odio (come li chiama lui). Ciò non toglie che anche i peccati della carne ci possano allontanare da Cristo e solo una riscoperta della bellezza che Dio ha pensato per noi, creandoci maschio e femmina, diversi e sessuati, può aiutarci a tornare ad una sessualità autentica ricca e piena, e ad una comunione con il Creatore.

Antonio e Luisa

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Maria Immacolata e sposa di Giuseppe.

Oggi festeggiamo l’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita?

Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

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Nell’anno in corso…

Mentre ci accingiamo a vivere la solennità dell’Immacolata, prosegue il nostro cammino sulla strada della conversione a cui la Chiesa costantemente ci richiama ogni giorno dell’Avvento ; per questo ringraziamo padre Luca per il suo dolce richiamo nell’articolo di Domenica, e continuiamo l’approfondimento dello stesso brano evangelico, richiamandone solo le prime righe :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6) Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa […]

Il richiamo alla conversione da parte di padre Luca ci ha sollecitato un’ulteriore riflessione : se è vero che dapprima dobbiamo convertirci personalmente, se è vero che è auspicabile camminare insieme come coppia in questa conversione, è anche vero che c’è un tempo utile alla conversione, quale ?

Vediamo cosa ci suggerisce il Vangelo : abbiamo riportato solo la prima parte del brano in cui l’evangelista Luca, con la sua tipica precisione, ci racconta nei minimi dettagli i nomi dei vari governanti in carica quell’anno affinché il lettore si convinca della veridicità di quanto esposto. Diverse volte ci è capitato di imbatterci in persone che trattano la conversione come la famosa “dieta del Lunedì“… oggi mi concedo qualche leccornia “proibita” perché ho deciso di cominciare la dieta da Lunedì … quel famoso Lunedì di non si sa quale mese né di quale anno… c’è sempre tempo di cominciare una dieta … E così facendo non si comincia mai nessuna dieta !

Spesso incontriamo coppie e persone che trattano la propria conversione come questa famosa “dieta del Lunedì“. Partecipano a convegni, ritiri spirituali, pellegrinaggi, corsi di evangelizzazione, in un fine settimana intenso vengono invasi da sentimenti di grande fervore religioso che si erano assopiti negli anni di lontananza dalla vita ecclesiale, a volte fanno anche esperienza della presenza di Dio, ma poi… quando si tratta di convertirsi sentiamo queste risposte : lo farò domani… quando sarò ritornato a casa… ma come faccio ? non posso cambiare vita… dovrei trovare un altro lavoro… dovrei cambiare cerchia di amici… dovrei abbandonare il mio compagno/a, non ce la faccio… ci penserò domani.

E se domani non ci fosse per te ?

La conversione è come il treno, se l’hai perso, è perso, chissà se ne arriva un altro e quando ?

Il nostro Padre è un Dio ricco di misericordia, e nella sua benevolenza ci manda degli aiuti dal Cielo, per esempio ci manda il rimorso della coscienza che ci fa capire che stiamo peccando e che abbiamo bisogno di conversione.

Se si perde il treno della conversione, si è sprecato una grazia, si ha perso il treno di quella grazia così immensa e così urgente che non si ha la certezza se ne arriverà un’altra e quando. Probabilmente Dio è così pietoso e ricco di misericordia da mandarne un’altra, ma se io mi ostino nella mia vita di peccato, sarà in grado il mio cuore di riconoscerne un’altra qualora arrivasse ? Quando l’uomo si ostina nel peccato il suo cuore si appesantisce sempre di più fino a diventare insensibile ad ogni richiamo della coscienza ; e così abituato nel soffocare i suoi appelli, come riuscirà ad avvertirne l’ultimo SOS ?

Se presa in tempo, (se non addirittura prevenuta) anche una malattia mortale può essere guarita in poco tempo e con pochi sforzi ; al contrario, più una malattia avanza e più risulta difficile e complicato intervenire, a volte il ritardo negli interventi costa la vita al paziente. E la stessa cosa è per la malattia dell’anima/cuore. Più aspetto ad intervenire e peggiori saranno i danni spirituali, Dio non voglia, potrebbero anche essere irreparabili… come nel caso dell’impenitenza finale. Se infatti il mio cuore non è abituato a chiedere costantemente perdono a Dio, chi mi assicura che sarò pronto a farlo nel momento supremo della mia dipartita, sempre che non sopraggiunga una morte improvvisa ?

Cari sposi, IL TEMPO DELLA CONVERSIONE E’ ADESSO ! DOMANI E’ GIA’ TROPPO TARDI.

Seguiamo i preziosi consigli che ci ha fornito padre Luca, ma dobbiamo metterli in atto subito. Il Vangelo che abbiamo citato ci ha insegnato che gli avvenimenti di Gesù hanno un’ora precisa, in una località precisa, in una storia di vita precisa, in un contesto preciso, in un momento preciso della nostra storia matrimoniale. Niente è per caso.

Non cade foglia che Dio non voglia… perché allora l’appello alla nostra conversione dovrebbe essere casuale ? E’ stato tutto sapientemente architettato dal Signore, perché ci vuole tutti santi in questa vita e salvi con Lui in quella futura, in Paradiso.

Coraggio sposi, non lasciate passare anche oggi senza corrispondere alla grazia ricevuta, perché ogni grazia ha una sua storia nella storia del nostro matrimonio… qualche volta ci si sente come due zoppi… sostenetevi a vicenda, se uno è zoppo a destra, l’altra è zoppa a sinistra, però insieme come coppia si riesce a camminare… Dio li fa e poi li accoppia… ed è proprio vero, vi accorgerete anche voi, come noi, che sarà praticamente impossibile che entrambi siamo zoppi (spiritualmente) dallo stesso lato, dove manco io arriva la mia sposa e viceversa.

Anche noi alla fine potremo “scrivere” le nostre memorie precise come il Vangelo : la nostra conversione cominciò nel giorno X del mese Y dell’anno Z… non dimenticate che nella conversione noi ci mettiamo l’impegno ma poi la maggiore opera è della Grazia.

PS: Preghiera per chiedere la conversione quotidiana : Convertici Signore, e noi ci convertiremo. Amen.

Giorgio e Valentina.

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