Amore che dura nel tempo!

Fin dal tempo del fidanzamento creiamo e viviamo il “noi di coppia”. Dopo un tempo di conoscenza, di reciproco scambio di informazioni iniziali, inizia la bellezza del vivere in coppia che si genera dal fare insieme: il fare noi, andare noi, provare noi, organizzare noi, si sogna anche il noi di domani, si progetta il noi, ci si proietta ad un futuro che magari non si tocca ancora. E così succede quando si va a vivere insieme, quando si sceglie la casa per noi, la cucina per noi, i mobili per noi, il conto in comune per noi.

Poi spesso quando non c’è più da fare per noi, perché si è già fatto molto, o dopo un periodo di tempo medio lungo in cui tutto è stato vissuto per noi, c’è il rischio di tornare all’io. Di non leggere più la bellezza in quel noi, di trovare in ogni minimo avvenimento della vita una scusa o un problema che mina quel noi di coppia. Piano piano il noi perde bellezza, per lasciare spazio agli hobby e ai piaceri personali, agli interessi che coltivo “io” e non più “noi”. Come se l’altro non ci soddisfacesse più, come se l’altro avesse tradito le nostre attese.

Questo succede perché per nostra natura cerchiamo qualcuno che ci renda felici, siamo sempre alla ricerca della felicità; ma spesso tendiamo a trasformare questo sano e duraturo desiderio in un qualcosa di istantaneo, che dura il tempo che ci soddisfa e poi basta. Quando questo desiderio di felicità lo troviamo in una persona, ci aggrappiamo a lei e quando non ci piace più la gettiamo via, come fosse un utensile Ikea, come fossimo bambini insoddisfatti e stanchi dei propri giocattoli. Come se la felicità fosse un fiammifero che quando non brucia più va gettato.

L’amore è un’altra cosa. La felicità è un’altra cosa.

L’amore maturo in ogni ambito della vita non è mai usa e getta. L’amore è quanto tu ti apri e fai spazio all’altro, è quanto tu ti doni all’altro, è quanto tu ti mostri per quel che sei a quell’altro che costituisce il noi. L’amore non nasce da quanto si riceve, da ciò che mi restituisce. Dalla felicità che l’altro mi dona, dal fuoco o dalla luce che mi offre il fiammifero. Quello è un amore immaturo che è destinato a finire!

È l’amore del bambino che prende il latte dalla mamma, la mamma è tutto per lui! Fonte di felicità, di cibo, di sicurezza di amore. Chi non vorrebbe avere una fidanzata o una moglie, che dona amore quanto una mamma per il suo bambino. Chi non vorrebbe essere quel neonato? Il bambino nella sua natura prende ma non dona. Non scambia. È un amore unidirezionale che ci dona piacere, ma è un piacere sterile.

Amore non è sinonimo di prendere.

Amore è cercare di far star bene l’altro senza aspettarsi nulla in cambio! Amore è donarsi all’altro in veri gesti di carità-amore senza pretendere la propria felicità, senza stare con l’altro perché mi rende felice. Solo così ci si trova ad un livello di gioia infinita più alto, più grande! È l’amore maturo di chi scambia, di chi si lascia amare da gesti gratuiti e ama a sua volta con gesti gratuiti. Un amore che bisogna continuamente ricercare! Perché dopo alcuni anni di vita insieme, di matrimonio, il rischio è quello di sedersi, di perdere quel noi di coppia che ci appiccicava, di ricercare ognuno i suoi spazi, di ricercare dei nuovi piaceri, perché quella minestra che fa mia moglie non è più buona come i primi anni. È in quel momento che dobbiamo ricordarci che la minestra non è la tetta del neonato: prendere se mi fa star bene, prendere senza amare, ma (la minestra) era buona perché io compivo dei gesti d’amore gratuito che rendevano buono anche quel poco che lei mi donava, fosse stato anche un pezzo di pane e un bicchiere di vino, .. perché era l’amore a dare gusto!

I nonni mi hanno insegnato questa frase: “de nuel l’è tuccscoss bell”, che significa che da novelli sposi, o fidanzati, quando la relazione è nuova tutto è bello! All’inizio portarla a mangiare un semplice gelato è volare 3 metri sopra il cielo, dopo se non la porti in vacanza ai Caraibi non voli? ..

Ciò che era bello era che quel gelato lo andavi a mangiare con lei, facendo spazio al noi, rinunciando a un poco di tempo per te. Ora il lavoro, gli hobby, gli impegni dei bimbi o la routine di coppia ti fa rinunciare a quel noi. Ricerchi la gioia, ricerchi l’amore non donando ma prendendolo.

Sia l’avvicinarsi al Natale un rincorrersi di attenzioni di amore gratuito, di gesti fatti per l’altro senza che lei o lui domandi, senza metterli a conta, sulla lista delle cose fatte per lei/per lui, senza aspettarci nulla in cambio, ma come fossimo operatori di carità non stipendiati. La carità che è l’amore come lo scrive San Paolo, ci porterà, ci preparerà ad un Natale diverso! Nascita di amore nuovo! Rinascita di un amore innamorato come da novelli sposi!

Inno alla carità Prima corinzi 13, 4-8; 11  

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. …Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

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Maria, una sposa innamorata

E “Natale è la festa dell’umiltà di Dio”. Per celebrarla in spirito e verità dobbiamo farci piccoli, come ci si deve abbassare per entrare per la porta angusta che immette nella basilica della Natività a Betlemme.

Per capire tutto questo, oggi abbiamo davanti a noi la grande protagonista del Vangelo che è giustamente Maria. A Lei il posto di onore nell’ultima domenica prima di Natale, e assieme a Lei anche sua cugina Elisabetta.

Vorrei fare due sottolineature del testo: la prontezza e l’umiltà. Due sfumature dell’amore genuino.

Per quanto riguarda la prima parola, diamo un’occhiata all’avverbio “in fretta” (v. 39). Una traduzione italiana alla lettera dell’espressione latina “cum festinatione” sarebbe “con velocità, rapidità, prontezza”.

Perché facciamo certe cose “rapidamente”, cioè senza indugio, ed altre o non le facciamo proprio o ci mettiamo un sacco di tempo? Il motivo più potente è di certo l’amore o l’affetto. Quando ami davvero qualcuno, fai le cose “rapidamente”, senza lasciarti dominare dalla pigrizia. Invece, un amore o un affetto “tiepido” invoca qualsiasi pretesto per ritardare tutto ciò che richiede uno sforzo. Pensate a quanto ci mettevate da fidanzati a prepararvi per uscire o per organizzare un fine settimana assieme.

Maria, da sposa innamorata qual era, aveva un cuore pronto ad amare e sollecito nel dimostrarlo nei dettagli.

E poi l’umiltà. Mi sorprende e commuove che Maria abbia fatto circa 150 km di sua pura iniziativa per stare con Elisabetta. Pensate alle strade polverose dell’epoca, una donna incinta, seppur ai primi mesi, in asino e a piedi, tra discese e salite. E per quale motivo? Ci sono due scuole di pensiero: per vedere il segno della gravidanza di sua cugina, che avrebbe avvalorato e comprovato il messaggio dell’angelo e per assistere Elisabetta nella fase finale della sua gravidanza, due modi distinti di interpretare questo viaggio così inaspettato ma nel fondo che hanno nell’umiltà il denominatore comune.

Lei, Maria, l’umile e semplice giovane di Nazaret, sentendo in sé la Presenza del mistero di Dio fatto carne, sente subito il bisogno di comunicarlo ad un’altra donna semplice e umile che si sente felice per la sua maternità e perciò “va in fretta” a dirlo a Elisabetta. Questo è il grande mistero dell’Incarnazione che continua a manifestarsi ai semplici e agli umili di cuore che si sentono graziati da questa visita del Signore che Egli compie nel corso dei secoli.

Dal Vangelo di oggi emergono due atteggiamenti di Maria che sono anche profondamente nuziali, sono modi autentici di amare.

Cari sposi, vi affido a Lei anche oggi, perché il vostro amore cresca e divenga sempre più vero.

ANTONIO E LUISA

Sempre belle e interessanti le parole di padre Luca e meraviglioso l’esempio di Maria. Maria può davvero insegnare tanto a noi sposi. Non solo alle spose ma anche a noi mariti. Maria e Giuseppe, un uomo e una donna, ordinari e straordinari nel contempo. Ciò che li rende straordinari non è il DNA diverso, geneticamente sono come noi. Sono figli di Adamo come lo siamo noi. Non sono come Gesù che ha nella Sua umanità anche la Sua divinità. Ciò che li rende speciali è il loro abbandono a Dio e la loro capacità di amare e amarsi nel dono reciproco. Cosa a cui possiamo tendere anche noi. Certo noi non siamo preservati dal peccato come Maria, ma abbiamo il sacramento del matrimonio che ha una forza salvifica e redentiva speciale e specifica.

Quindi CARI SPOSI, in questi ultimi giorni di Avvento riscopriamo la bellezza di un amore pronto e umile. Impegniamoci ad amare l’altro per primi senza attenderci qualcosa dal nostro coniuge. Cerchiamo di mettere tutto noi stessi per donarci in gesti di servizio e di tenerezza. Cerchiamo di fare l’amore bene perchè quel gesto diventi nutrimento per tutta la relazione. La Messa di Natale è meravigliosa ma lo è altrettanto riattualizzare il nostro sacramento nell’amplesso fisico. Che senso avrebbe andare a Messa se poi non siamo capaci di offrirci totalmente all’altro?

E poi cerchiamo l’umiltà del cuore. Cerchiamo di abbassarci quando l’altro magari non è perfetto e non è così amorevole come vorremmo. Cerchiamo di abbassarci per risalire insieme. Questa è la vera umiltà degli sposi.

Donarsi per primi e sempre senza aspettare che sia l’altro a fare la prima mossa!

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 24

Terminata la preghiera universale, ci si siede e comincia l’Offertorio, che ci sembra un momento troppo svalutato forse perché poco compreso, sicuramente è poco spiegato ; perciò tenteremo di entrarvi in punta di piedi, consci del fatto di non poter essere esaurienti in un articolo solo e consapevoli dei nostri grandi limiti. Cercheremo quindi di fare non tanto un trattato teologico o catechetico, ma di lasciar trasparire ciò che anche noi abbiamo imparato a vivere nell’Offertorio, aiutati dalle indicazioni del Messale da un lato, e dall’altro supportati dalle catechesi di numerosi santi nonché da quelle di bravi sacerdoti.

I saggi insegnano che cominciare dal principio è sempre un buon inizio, perciò ci chiediamo il motivo del nome e chi sono i protagonisti di questo Offertorio. Il nome indica che c’è un’offerta, ma cosa e a chi bisogna offrire ? Inoltre, chi la deve compiere e perché ?

Innanzitutto torniamo a ribadire che la Messa è azione di Cristo e del popolo di Dio ; significa che Cristo ha agito da solo alla “Sua prima Messa“, cioè la Sua Passione, ma ha bisogno dell’intermediazione della Chiesa per perpetuare questa Passione redentiva nei secoli della storia umana ; l’attore principale è Gesù, il sacerdote sommo e principale è sempre Gesù, la vittima sacrificale è Gesù, Egli è allo stesso tempo offerente ed offerta, ma ha deciso di aver bisogno degli uomini per rinnovare continuamente il suo sacrificio al Padre, quello che è avvenuto circa duemila anni fa si riattualizza sugli altari delle nostre chiese ad ogni Messa. Ma verso chi è rivolto il sacrificio di Cristo, la sua offerta ? Al Padre.

Per dare a Dio Padre un’adorazione degna di Dio non poteva essere scelto un comune mortale, perché sebbene molto santo rimane sempre una creatura fragile, limitata e macchiata dal peccato, di conseguenza il suo atto di adorazione sarebbe rimasto limitato ed imperfetto ; ecco perché a fare l’atto supremo di adorazione a Dio Padre è nientedimeno che il Figlio di Dio, così da dare a Dio un’adorazione perfetta, degna di Dio, e la vittima è purissima ed immacolata.

Capiamo bene che l’offerta di Gesù è ineguagliabile ed insostituibile, ma siccome Lui ha assunto anche la nostra natura umana (lo celebriamo nel Natale), significa che in qualche modo anche l’uomo è incluso in questa offerta ; è come se Gesù abbia voluto essere il capostipite di una nuova umanità, una nuova generazione. E’ la generazione dei figli nel Figlio, cioè di coloro che, da diseredati a causa del peccato originale, sono stati elevati alla dignità di figli di Dio (eredi) grazie al Battesimo.

Questa dignità che abbiamo immeritatamente assunto, ci ha dato la facoltà di assomigliare al Figlio, seppur con i limiti della condizione umana e creaturale ; se Gesù, lo abbiamo sopra ricordato, è sacerdote (offerente) allora anche noi lo siamo, se Gesù è offerta allora anche noi lo diveniamo. Non si tratta di fare un parallelismo tra noi e Gesù alla pari, sarebbe impossibile, ma se Lui non ha rifiutato (qualcuno direbbe “non si è schifato”) di assumere la nostra condizione umana (eccetto il peccato), significa che l’uomo può fare cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre, non è una mera somma di cellule assemblate dal caso, non è una creatura un po’ più intelligente delle altre, è molto di più.

Una di queste cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre è quella di avvalersi della facoltà di offrire sacrifici a Lui, e questa facoltà deriva dal nostro sacerdozio battesimale, grazie al quale noi abbiamo la possibilità di esercitare una forma di sacerdozio, e cioè quella di offrire sacrifici a Dio con diverse finalità ; sicuramente la più gettonata è quella di impetrare grazie e favori da Dio.

A causa della nostra condizione dopo il peccato originale, non potevamo offrire a Dio sacrifici degni di lui, ma con la grazia del sacerdozio battesimale siamo stati incorporati a Cristo sommo ed eterno sacerdote, per cui nella sua offerta ci siamo in qualche modo anche noi ; inoltre il nostro sacerdozio battesimale ci ha abilitati ad imitare questo sommo ed eterno sacerdote nel gesto di offrire alla maestà Divina un’offerta a lui gradita.

Per questa settimana ci basti riscoprire il nostro sacerdozio battesimale per sentirci un poco più uniti a Gesù, nei prossimi articoli vedremo di approfondire qualche aspetto.

Cari sposi, quando partecipiamo alla Messa (ancor meglio se vicini anche fisicamente) abbiamo la possibilità di fare una “triplice offerta” , un’offerta ciascuno come singolo individuo ed una insieme come coppia. Poiché anche il nostro amore trova la sua sorgente nell’offerta di Gesù al Padre, da questa Domenica proviamo a vivere l’Offertorio come un momento in cui ri-offriamo al Padre lo stesso amore che è partito da Lui, quasi come a volerlo restituire al mittente… il Signore non se lo tratterrà, al contrario, ce lo ridonerà pulito dalle scorie e ne avrà aggiunto un po’, perché in amore Lui è uno sprecone.

Giorgio e Valentina.

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L’Avvento per contemplare la nostra famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Soprattutto in questi anni di pandemia. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi.

Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà forse per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario.

Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Questa pandemia ci doveva rendere migliori. Ci ha reso solo più astiosi, sospettosi e incapaci di prossimità verso chi fa scelte diverse. I media fanno di tutto per metterci gli uni contro gli altri.

Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a sè stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino.

Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio.

L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’Avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla. Poi forse usciremo migliori anche dalla pandemia.

Antonio e Luisa

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Da sposo dico ai preti di non sposarsi.

Quando mi ritiro nella mia caverna (luogo riservato dove amano ritirarsi gli homo sapiens di sesso maschile per riposarsi dal continuo desiderio di dialogo e di supporto delle homo sapiens di sesso femminile) solitamente lo faccio per leggere. Leggere libri e articoli credo sia fondamentale per il mio impegno di social influencer (oggi si dice così un tempo si diceva testimone). Mi è stata suggerita la lettura di un articolo di un sacerdote gesuita. Il tema della riflessione verte sul celibato sacerdotale. Inutile negare che all’interno della Chiesa ci sia da tempo un dibattito, a tratti anche acceso, su questo tema. Ci sono conferenze episcopali, come quella tedesca, che spingono per modifiche, aperture se non addirittura rivoluzioni. Ecco un passaggio dell’articolo (vi lascio il link):

Personalmente, sarei felice se un giorno dovesse capitare di avere un confratello sposato, insieme con me impegnato nel ministero parrocchiale. Mi  farebbe bene. Ci farebbe bene. Penso ad alcune rigidità di noi preti… Quanto mi farebbe bene lavorare fianco a fianco con un prete con un figlio adolescente? Eh sì, perchè è facile fare gli esperti pedagogisti quando i figli sono quelli altrui, quando non si vive la fatica dell’attesa di un figlio che ritarda dalla discoteca o la preoccupazione per una compagnia di amici problematica…

Su questa riflessione tornerò più avanti. Cominciamo con il premettere che il celibato non è un dogma e quindi non è una “regola” immodificabile. Il celibato non era presente nella Chiesa delle origini e non lo è tuttora tra protestanti e ortodossi, e addirittura non lo è in alcune Chiese cattoliche di rito orientale.

Qual è la motivazione di questa scelta? La regola è stata sancita con il Concilio Lateranense IV del 1215, ma era già una consuetudine molto presente e vissuta tra i presbiteri del tempo. Certo non da tutti, nelle cronache medievali non è raro trovare preti che intrattenevano relazioni sentimentali e avevano addirittura figli, ma questo è un altro discorso. La motivazione che portò alla scelta del celibato sacerdotale risiedeva nell’Eucarestia. Scrive lo storico Agostino Paravicini Bagliani: Una delle ragioni per cui il celibato ecclesiastico si diffonde e si “impone” nella Chiesa latina è proprio grazie alla dottrina della “transustanziazione” dove viene ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profonda rispetto al passato.

Con il tempo si sono aggiunte nuove motivazioni che hanno confermato la scelta iniziale del tredicesimo secolo. Fino ad arrivare al Concilio Vaticano II. E’ utile per questo citare il Decreto Conciliare di Paolo VI PRESBYTERORUM ORDINIS che al punto 16 afferma:

Il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio. Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità che Cristo, vincitore della morte suscita nel mondo con il suo Spirito, e che deriva la propria origine « non dal sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio» (Gv 1,13). Ora, con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli (128), i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso (129) si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo.

Insomma il celibato, da quando è stato istituito, non è mai stato messo in discussione, almeno dai pontefici, neanche dagli ultimi, compreso Papa Francesco, che lo hanno sempre ritenuto fondamentale per la vita della Chiesa.

Era importante fare una breve introduzione al tema. Ora però vorrei dare il mio punto di vista di semplice fedele sposato. Entriamo nel cuore della mia riflessione. Perchè è importante mantenere il celibato?

Certo per tutti i punti esposti in precedenza. Ce n’è un altro che forse è più comprensibile da chi è sposato come lo sono io. Permettere a un sacerdote di sposarsi equivale a svalutare il matrimonio. Se il matrimonio è qualcosa da mettere o togliere dalla consacrazione sacerdotale significa che non riveste una valenza ministeriale e profetica come invece è la consacrazione sacerdotale. E’ un’aggiunta. Nulla di più.

E’ importante separare i due sacramenti perchè hanno entrambi una stessa dignità e una missione specifica per il mondo. Lo spiega bene don Manuel Belli, teologo del seminario di Bergamo e docente di teologia sacramentale, che, durante una diretta sui mie canali, disse delle parole molto chiare e condivisibili al riguardo:

Matrimonio ed ordine sono inseriti tra i cosiddetti sacramenti della maturità cristiana. Invece per tanto tempo c’è sempre stata l’idea che fosse il prete a portare avanti la Chiesa. C’è il prete che cura le anime e poi i curati cioè i destinatari della cura che sono i fedeli laici. In una mentalità di questo tipo dove è la maturità riconosciuta a due sposi che hanno vissuto un sacramento della maturità cristiana? Fortunatamente le cose stanno un po’ cambiando. Non esiste più il prete e i suoi collaboratori ma prete e sposi sono collaboratori della grazia. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Credo che su questo come Chiesa dobbiamo ancora fare un po’ di strada.

Quindi capite l’importanza di mantenere separate queste due consacrazioni? Unirle significherebbe perdere di vista la specificità di entrambe, soprattutto di quella matrimoniale che diventerebbe poco più di una scelta di vita personale e non una vera chiamata ad una missione.

Le due missioni si possono sintetizzare in uno slogan: il sacerdote porta Gesù al mondo mentre gli sposi portano il modo con cui Gesù ama. Noi sposi possiamo comprendere che le nostre nozze definitive saranno celebrate nell’eternità di Dio grazie proprio alla presenza e alla testimonianza dei consacrati e i consacrati potranno comprendere come Dio li ama guardando come noi sposi ci amiamo nella fedeltà e nella gratuità.

Quindi, tornando alla riflessione iniziale del gesuita, non serve che i preti possano comprendere direttamente le difficoltà e le dinamiche di una coppia di sposi, ma serve riconoscere i due sposi non come dei semplici laici, ma come dei consacrati e dare loro il giusto spazio nella Chiesa, nei movimenti e nelle parrocchie. La strada è ormai tracciata, lasciamoci guidare dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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I ferragnez? I veri influencer li avete accanto a voi.

L’altro giorno scorrendo i vari video su tiktok ne ho intravisto uno postato dai Ferragnez. Per chi non li conoscesse si tratta della coppia Fedez-Chiara Ferragni. Una vera e propria multinazionale della nuova industria degli Influencer. Sono seguiti, sui diversi social, da milioni di persone, e per ogni post che pubblicano possono guadagnare migliaia di euro.

Non è questo che ora mi interessa. Non mi interessa neanche parlare di Fedez e delle sue battaglie sociali e per i “nuovi diritti”. Vedi eutanasia e DDL Zan. Tutto alquanto discutibile ma non oggetto di questo articolo.

Accennavo ad un tiktok in particolare che mi ha colpito. In questo breve video (tiktok è costruito da video di pochi secondi) i Ferragnez hanno voluto rappresentare tutta la favola della loro storia e della loro famiglia. I social funzionano proprio perchè permettono di sognare. Una casa bella, lussuosa, arredata con stile e dove tutto è in ordine, e poi un albero di Natale meraviglioso. Un albero luccicante, alto e perfetto. E poi, loro: Federico, Chiara e i due figli Leone e Vittoria. Una scena da favola. Volti sorridenti e felici di persone che si vogliono bene e baciate dalla fortuna, dalla salute e dalla ricchezza.

Cosa c’è di male in tutto questo? Di male non c’è nulla. Credo oltretutto che l’intesa e l’armonia familiare che raccontano i due re Mida dei social sia la parte più sana della loro esposizione mediatica. Sembra che non ci sia solo apparenza ma che si vogliano davvero bene. Eppure c’è un rischio grande in tutto questo.

C’è il rischio che diventino degli esempi, delle persone invidiate da emulare. Chi vede quella scena comincia a fare confronti. La sua casa non proprio perfetta, l’albero di Natale magari un po’ striminzito e soprattutto la sua famiglia che non è così da favola. Il problema è che gli esempi non sono Chiara e Federico con tutta la loro quotidianità fatta, credo anche per loro, di momenti più o meno facili, di confronti e scontri, di nervosismo, di contrattempi. L’esempio da replicare sono i Ferragnez e il mondo fiabesco e luccicante che raccontano nei loro post pubblici.

Una vita ritoccata al computer, come vengono ritoccate le gambe e le forme delle modelle per renderle inarrivabili. La dinamica è la stessa. Passa solo il bello cancellando ogni difficoltà e dolore. Una vita che non esiste neanche per loro che pure possono permettersi una vita molto più agiata della nostra.

La realtà è diversa. L’amore non è quello raccontato dai due influencer. L’amore vero è quello che magari potete ammirare nei vostri nonni o nei vostri genitori. Persone normali, che nessuno conosce se non i familiari e gli amici, ma che possono testimoniare la vera bellezza dell’amore. Bellezza fatta di sacrificio, di scontri, di rinascite, di perdoni, di sofferenza, di lacrime, di malattia e di lutto. Un amore che ha sì la forma del cuore, ma che è ancora più luminoso quando prende quella della croce. Persone che hanno attraversato insieme ogni avvenimento bello e brutto nella loro relazione e ne sono usciti insieme.

Guardate quindi pure i post di Chiara e Federico ma con l’occhio di chi sa che raccontano una fiaba. Sono una fiction creata ad arte per attirare like, visualizzazioni e soldi. Auguro loro di avere una relazione piena ed autentica che possa magari condurli a Gesù e al sacramento del matrimonio. Non dimenticate però che quella è la finzione di un momento, di pochi minuti di filmato. Vi auguro invece di essere capaci di fermarvi e di contemplare quei veri influencer dell’amore che avete accanto a voi, in famiglia o forse come amici. Gente che mostra l’amore non di pochi secondi, ma di una vita insieme. Avere queste testimonianze di amore perseverante e fedele può dare tanta speranza e forza a tutto il mondo.

Antonio e Luisa

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Questione di autorità

Nel giorno della memoria liturgica di S. Lucia, la Chiesa ci propone questo Vangelo :

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,23-27) In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Apparentemente sembra un brano che non c’azzecca con la memoria di una vergine e martire come Lucia, ci saremmo aspettati un elogio della purezza da parte di Gesù, oppure il discorso di lasciare tutto per seguire Gesù oppure altri brani evangelici famosi, ma scopriremo che il significato è da ricercare all’interno della dinamica tra Gesù ed i suoi interlocutori.

Dobbiamo anzitutto notare come i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo stiano sì nel tempio, ma anziché comportarsi come modelli da imitare nell’ascolto di Gesù, sono attenti come l’avvocato dell’accusa mentre ascolta un testimone chiave, pronti a scovare ogni minimo indizio che renda Gesù colpevole di aver detto, o anche solo insinuato, qualcosa. Presi come sono dalla loro missione , non hanno nemmeno interrogato Gesù sull’argomento del suo insegnamento (infatti non si sa quale sia), ma sulla sua presunta autorità.

Ed è questo il nocciolo della questione : il mondo non ascolta Gesù (e quindi la Chiesa, sua sposa) perché non ne riconosce l’autorità. Da dove arriva il rifiuto del mondo ? Dal delegittimare Gesù di qualsiasi autorità. Come se a parlare fosse un uomo qualunque. Ed in effetti se a parlare fosse un uomo qualunque, anche il contenuto dei suoi discorsi potrebbe essere come quello di un altro uomo più o meno dotato, ma se a parlare fosse Dio, allora cambierebbe tutto.

Uno degli scopi principali del mondo è farci credere che Gesù sia un uomo, magari di grande statura morale, con una intelligenza fuori dalla norma, molto carismatico sotto tanti punti di vista, anche un super-santo (ammesso che esista la categoria), ma solo uomo e non Dio. Se riconoscesse che a parlare fosse Dio, non oserebbe opporvisi, non ci sarebbe nulla da obiettare, ma è proprio qui il punto : se a parlare non è Dio in persona, allora ognuno può decidere se essere d’accordo o no con lui, ognuno può crearsi la propria idea di giusto e sbagliato, di bello e brutto, di buono e cattivo, ecc…

Ecco perché Gesù viene interrogato da questi uomini sull’autorità, ma Gesù non risponde loro, perché ? Perché Egli conosce i loro cuori, le loro intenzioni, sa bene che la domanda non è mossa da semplice curiosità o da desiderio di approfondire la propria fede, ma dal malvagio tentativo di estorcere una risposta contradditoria… quindi evita la risposta. Primo insegnamento : non tutte le domande sono degne di una risposta, e questo atteggiamento del cuore non è degno di una risposta chiarificatrice… ed infatti non l’avranno questi capi anziani.

Ed eccoci al tema della purezza legato alla figura di Santa Lucia : questa santa ha avuto la risposta da parte di Gesù, perché lei, al contrario dei capi e degli anziani, ha saputo mantenere la purezza del cuore. Una purezza che poi si è anche manifestata nella purezza del corpo verginale. Lei ha avuto un’intimità di cuore con Gesù, ha tessuto un rapporto con Lui giorno dopo giorno, ed ha avuto la sua risposta. Per avere certe risposte da Gesù è necessario instaurare con Lui un legame intimo di purezza di cuore, infatti non è forse vero che i puri di cuore vedranno Dio ? E Lucia l’ha visto !

Per tessere un legame intimo con Gesù è necessario spogliarsi della propria superbia, della propria presunzione di possedere la verità in tasca, dobbiamo riconoscerci innanzitutto creature, cosicché da porci nel giusto atteggiamento interiore quando Gesù apre bocca e parla.

Solo chi coltiva la purezza del cuore (e del corpo quindi) vede Dio, cioè ottiene le risposte alle domande grandi della vita. Lucia ci sta davanti come esempio.

Cari sposi, la purezza del cuore a cui la castità matrimoniale (non è astinenza dai rapporti) ci chiama è in grado di trasformare tutta la nostra vita in legame intimo cuore a cuore con Gesù ; solo vivendo castamente avremo le risposte alle domande grandi della vita. Solo vivendo la purezza della castità matrimoniale ogni carezza al mio amato/a assume la dignità di carezza da parte di Dio, ogni sguardo si eleva a sguardo da parte di Dio, ogni parola diventa parola d’amore da parte di Dio… che bello il matrimonio quando nella carezza dell’altro/a riconosco Dio, quando nello sguardo di lei/lui rivedo gli occhi di Dio, nelle parole dolci d’amore risento le parole d’amore di Dio.

Grazie Santa Lucia che ci hai richiamato ancora una volta alla purezza del rapporto cuore a cuore con Gesù !

Giorgio e Valentina.

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Santa Lucia: martire per custodire la verità dell’amore

Oggi la Chiesa fa memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue.

Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato.

Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata.

Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere, santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. Per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore PER SEMPRE. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

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Qual è il segreto della tua felicità?

“La gioia, che era la piccola pubblicità esteriore del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano.  E mentre sto per chiudere questo caotico volume apro di nuovo lo strano piccolo libro da cui proviene tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono visitato da una specie di conferma. La Figura immensa che riempie i Vangeli si erge per questo aspetto, come per ogni altro, al di sopra di tutti i pensatori che si credettero grandi. Il Suo pathos era naturale, quasi casuale. Gli stoici, antichi e moderni, erano orgogliosi di nascondere le proprie lacrime. Egli non ha mai nascosto le Sue lacrime: le mostrava palesemente sul Suo viso aperto ad ogni sguardo sul quotidiano, come quando guardò in lontananza la Sua città nativa. 
Eppure, Egli ha nascosto qualcosa. Solenni superuomini e diplomatici imperiali sono orgogliosi di saper reprimere la propria collera. Egli non ha mai trattenuto la Sua collera. Ha scagliato i banchi del mercato giù per i gradini del Tempio e ha chiesto agli uomini come potevano pensare di sfuggire alla dannazione dell’Inferno. Eppure, Egli ha trattenuto qualcosa. Lo dico con riverenza: c’era in quella dirompente personalità un lieve tratto che dovremmo quasi chiamare timidezza. C’era qualcosa che Egli teneva nascosto a tutti gli uomini quando saliva su una montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli copriva costantemente con un brusco silenzio o con un improvviso isolamento. C’era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse esteriormente a noi quando venne a camminare sulla nostra terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua gioia” (G. K. Chesterton, Ortodossia, 1908).

Ho voluto mettere per esteso questo famoso brano di Chesterton sulla gioia cristiana. È il tema di oggi, terza domenica dell’Avvento, siamo infatti a metà del cammino verso il Natale. La Chiesa, come mamma e maestra, ci mostra la prossimità della grande festa e desidera che il nostro cuore si riempia di gioia perché Gesù è vicino.

Gioia? Felicità? Esultanza? Giubilo? Non è proprio che di questi tempi siano tanto spontanei! Ma appunto per questo che siamo invitati a chiederci su cosa si basa la nostra gioia. Come singole persone e come coppie in questa domenica siamo sollecitati a esaminarci: qual è il segreto della nostra felicità? Cosa ci fa gioire? Cosa ci dona pace e serenità? E una volta che l’abbiamo individuato, pensiamo quanto siamo in sintonia con la gioia dell’Avvento.

Sapremmo gioire anche in mezzo alle tribolazioni? Sarebbe sradicato il nostro sorriso se il dolore bussasse alla nostra porta? Può essere che scopriamo che spesso la contentezza, o più in generale quello che ci gratifica, non ha proprio come motivazione la prossimità e vicinanza di Gesù Salvatore.

Vorrei concludere citando una parte della biografia di un grande scrittore cattolico del XX secolo, Paul Claudel, in cui racconta la sua conversione avvenuta proprio a Natale. Uno come lui che aveva poggiato la sua vita sulla scienza razionalista ed era affascinato dai versi dei cosiddetti “poeti maledetti” fece in quell’occasione un’esperienza che lo trasformò completamente:

“In un istante, il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una tale forza di adesione – con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una così potente convinzione, con una tale certezza che a nessuna specie di dubbio lasciava spazio – che, in seguito, tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutti i casi di una vita agitata, non hanno potuto distruggere la mia fede né, a dire il vero, toccarla” (Paul Claudel, Ma conversion, 1913).

La gioia del Natale è racchiusa nell’esperienza personale di un Dio che ti ama personalmente. Care coppie, vi auguro di poter fare anche voi tale esperienza, di toccare con mano che Gesù, lo Sposo della vostra coppia, è nato per restare sempre con voi.

ANTONIO E LUISA

Ha ragione padre Luca. Di questi tempi sembrano esserci davvero pochi motivi per cui gioire. In questa domenica di Avvento è giusto però chiedermi dove io stia riponendo la mia gioia e la mia speranza. E’ la domenica di gaudete posta al centro di un tempo di purificazione e di penitenza come è l’Avvento. E’ posta lì proprio per questo. Dove è la mia gioia? Credo che la gioia per un cristiano sia legata alla capacità di donarsi. Per uno sposo cristiano è legata al sapersi donare prima di tutto completamente al coniuge. E’ proprio così! In questi giorni frenetici ed incerti per la pandemia, la mia gioia è arrivare alla fine della giornata e poter dire di aver dato tutto. La gioia sta nel senso della nostra vita ed il senso più profondo lo troviamo nella nostra vocazione. La gioia non è nell’avere qualcosa ma nell’essere ciò che siamo: uomini e donne capaci di donarsi e di accogliersi.

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La famiglia sempre sotto i Suoi occhi

Cari amici,

stavolta in questo articolo più che mai c’è tutto il mio cuore! Vorrei parlarvi, anche se ahimè brevemente, dell’apparizione di Maria in Messico, nel 1531. La Madonna in quell’occasione è stata chiamata “di Guadalupe” e rappresenta una delle Sue più importanti manifestazioni in tutta la storia e la sua festa è proprio il 12 dicembre.

La Corona spagnola, agli inizi del 1500, era in piena espansione in America e nel 1517 il capitano Hernan Cortes riuscì abilmente a spodestare l’imperatore degli Aztechi, Montezuma, e a diventare capo di tutta quella grande nazione.

Il drastico cambio di regime e tutto il seguito di cambiamenti non fu assolutamente facile da assimilare per la popolazione. Quando poi arrivarono, di lì a pochissimo, i primi missionari francescani e domenicani e proposero il Vangelo, la reticenza fu davvero grande: ben poche le conversioni e una generale diffidenza incombeva sui conquistadores spagnoli.

Finché entrò in azione Maria…

Tra il 9 e il 12 dicembre del 1531 Lei apparve a un indigeno, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, convertitosi da qualche anno. Il messaggio, splendido e semplice nella forma, consistette nel chiedere al vescovo, Mons. Juan de Zumarraga, l’erezione in quello stesso luogo dell’apparizione, di una chiesa in Suo onore. Lascio a voi di conoscere meglio il resto della storia, grazie a questo piccolo libro che la spiega assai bene

Io vorrei piuttosto raccontarvi di come qualche decennio fa, un ingegnere peruviano, il dottor José Aste Tönsmann, attratto dalla complessità dell’immagine e dalla sua storia, volle studiare per la prima volta con microscopi di precisione vari punti della tilma.

Una delle scoperte maggiori è stata proprio negli occhi della Madonna. Ingrandendo varie centinaia di volte le pupille di Maria, ha scoperto un fatto sorprendente: sono state evidenziate ben 13 persone distinte. A prova della fondatezza della scoperta, sta il fatto che le cornee sono piccole, l’occhio sinistro è di 8 millimetri e di 7 quello destro, estremamente complessa sarebbe stata la pittura al suo interno di figure ancora più minuscole.

In pratica, negli occhi di Maria è rimasta impressa la scena delle rose e tutte le persone presenti al momento, dal vescovo a Juan Diego.

Ma, e qui viene il motivo del mio articolo, al centro di entrambi gli occhi c’è una famiglia del posto. Di per sé non sembra logico: non c’era una famiglia intera al momento del miracolo, avvenuto nel palazzo del vescovo. Come mai allora? La famiglia è composta da ben 7 persone: una madre con un figlio piccolo sulla schiena, com’era consuetudine nelle popolazioni indigene, il padre, altri due figli (figlio e figlia), il nonno e la nonna. Il dottor Aste assicura che questa scena, essendo al centro dello sguardo della Vergine, è la più importante. Anche la posizione di ciascuna figura ha un valore simbolico circa il ruolo e il valore di ciascuno di loro.

Difatti, la madre è il centro, è l’asse della famiglia poiché tutte le persone hanno bisogno di una madre che dia protezione e affetto; poi il padre dà sostegno alla madre e unità alla famiglia: quando il padre si avvicina alla madre i figli si uniscono; il bambino, portato dalla madre sulla schiena, esalta il bisogno di proteggere la vita dei piccoli; infine sono presenti anche i nonni, segno della memoria che preserva il patrimonio di valori familiare sia ai genitori che ai nipoti.

Qualcuno potrebbe adesso dire: “che bello! Comunque si sa che la Madonna ha avuto questo genere di approccio in altre apparizioni”. In realtà in questa apparizione ci sono due aspetti che la rendono unica e straordinaria, e adesso concludo con un bel dulcis in fundo.

Il primo: Guadalupe rappresenta l’unica apparizione in cui la Madonna ha lasciato un proprio ritratto. In tutte le altre apparizioni approvate dalla Chiesa, si è cercato faticosamente di risalire ai tratti del volto di Maria grazie alle indicazioni di chi L’ha vista. Ma stavolta la Madonna ha lasciato il Suo aspetto preciso di come si è mostrata a Juan Diego.

E in secondo luogo, ciò che vediamo sulla tilma non è una pittura né un disegno. Da decenni si sta studiando come possa essere rimasta impressa sul tessuto. Per questo motivo, è proprio la Madonna di Guadalupe l’immagine mariana presente nella Cappella della Sacra Sindone, nel duomo di Torino. Come a voler dire che la tilma non è opera umana, allo stesso modo della Sindone.

È tanto bello scoprire tutte queste verità e soprattutto come ogni famiglia sia perennemente sotto lo sguardo di Maria, al centro della sua attenzione. Vi auguro di cuore di toccare con mano questo sguardo materno nella vostra vita!

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Gesù crede in te – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”:

Un paio di anni fa per Natale ci hanno regalato una minuscola pianta grassa…poverina, era ricoperta da qualche schifezza tossica di color rosso.

Chi l’aveva rivestita di quella sostanza lo aveva fatto per renderla più bella, per renderla più in tinta con il color rosso che a natale “fa tanto” babbo natale più che Gesù Bambino.

Ed è così che la bellezza naturale della piantina veniva soffocata da artifici cosmetici.

Nonostante tutta questa preparazione, era poi stata dimenticata in una stanza per due settimane senza molta luce e senza acqua. Poi qualcuno l’ha scovata e ha detto:

“Ah, questa piantina è per voi! Buon Natale!”

Il suo valore economico sarà stato pari a 0,49 centesimi…ma abbiamo creduto nelle potenzialità di questa piantina e l’abbiamo tenuta provando a darle un futuro.

Per prima cosa l’abbiamo ripulita alla meglio dalla sostanza rossa, le abbiamo dato un po’ d’acqua e messa alla luce del sole.

Ebbene quella piantina da 4 soldi oggi è ancora sul nostro balcone, è diventata più grande, sta facendo nuove foglie e soprattutto ci sta deliziando con dei fiorellini bellissimi!

Sembrano campanelle…campane di Pasqua, come quelle che annunciano la Risurrezione del Signore Gesù.

Ed è ciò che è successo proprio per la nostra piccola piantina. Con un po’ d’acqua e un po’ di luce sarebbe sopravvissuta…ma non è bastato questo: abbiamo “creduto in lei”…ed oggi è risorta, è bellissima!

Forse è quanto accade anche a noi dai giorni del fidanzamento fino ad ogni giorno del matrimonio.

Ci fidanziamo e siamo tutti carini, appariscenti…rivestiti di strati di cosmesi, cercando di farci belli per piacere all’altro.

Poi entriamo nel matrimonio e ci rendiamo conto che le maschere non solo non durano, ma ci soffocherebbero se ad un certo punto qualcuno non ce ne liberasse!

E’ il nostro coniuge che ha questo compito tanto importante quanto faticoso: aiutarci ad essere liberi da tutti quei trucchi che adottavamo per far innamorare qualcuno di noi.

Questo processo è lungo, e spesso i coniugi non si accorgono neanche di quanto possano fare bene all’altro semplicemente essendo sé stessi, coi propri pregi e i propri difetti.

Ora che siamo sposati e non servono più quei trucchi bisogna che lascino il posto alla bellezza vera che ci abita…a quella bellezza di cui, a volte, ci vergogniamo anche.

Dal desiderio di essere amati gli sposi devono passare all’amare.

Dall’innamoramento bisogna passare all’amore.

E questo passaggio può essere doloroso.

Alcuni si erano sposati per avere qualcuno che li facesse ridere e invece si ritrovano a dover asciugare le lacrime dell’altro.

Qualcuno si è sposato per avere qualcuno che lo facesse sentire importante e invece si trova a dover fare da “supporter” al coniuge che spesso si deprime.

E’ una sfida grande che non si vince con le proprie forze.

Non si può vincere con le proprie forze.

E’ possibile vincerla solo ricordandosi che c’è qualcuno che crede veramente in te…

Solo quando scopri che c’è qualcuno che ti ama molto più di quanto ti ami il tuo coniuge e molto molto molto di più di quanto tu pensi di amare il tuo coniuge.

E’ possibile vincere solo quando vedi coi tuoi occhi che Gesù crede così tanto in te che si è giocato la sua stessa vita scommettendo sulla bellezza di cui è capace la tua.

Se scopri tutto questo allora sarai come la nostra piantina sul balcone.

…Smetterai semplicemente di sopravvivere e ti ritroverai a risorgere ogni giorno.

…Smetterai di “tirare a campare” e ti ritroverai a mettere su nuovi germogli.

…Smetterai di far finta di essere bello e ti ritroverai a tirar fuori dal tuo cuore una bellezza così radiosa che commuoverà te stesso per primo.

Gesù ti ama e crede in te.

Fanne memoria nella preghiera e fanne esperienza nell’Eucarestia…e fiorirai.

E fiorirà anche la tua vita ed il tuo matrimonio!

Coraggio, Gesù crede in te…e le campane suonano Alleluja!!!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il Papa crede che i peccati sessuali non siano importanti?

Oggi vorrei tornare sulle parole di Papa Francesco rilasciate durante l’intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal suo viaggio in Grecia e Cipro. Parlando delle dimissioni dell’arcivescovo di Parigi ha affermato:

E voi non saprete perché, perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. I peccati più gravi sono quelli che hanno più “angelicità”: la superbia, l’odio… questi sono più gravi. Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. 

Non sono qui per contraddire il Papa. Come cattolico voglio bene a Papa Francesco e sono anche d’accordo con quello che ha detto. Credo però serva contestualizzare il discorso. Potrebbero essere travisate. Senza dubbio i peccati dello spirito sono quelli più gravi. Non a caso Lucifero, l’angelo ribelle, è puro spirito e i suoi sono senza dubbio i peccati più gravi. Quindi il Papa dice un’ovvietà per un cristiano che conosce anche solo un po’ la fede che professa e la dottrina cattolica. C’è un però. Non vanno sottovalutati neanche gli altri. I peccati della carne sono tra i meno gravi perchè spesso sono frutto della nostra fragilità e debolezza. Non siamo capaci di controllare i nostri istinti e le nostre pulsioni e ci facciamo dominare da essi. Lo diceva già san Gregorio Magno, poi ripreso e confermato da San Tommaso:

Pur costituendo un crimine minore rispetto ai peccati in cui prevale la perversione dell’intelligenza, tuttavia i peccati della carne rivestono un aspetto di particolare ignominia; e la ragione è semplice: essi avviliscono l’uomo al livello della bestia. L’uomo cioè, non avendo compreso a quale onore Dio l’abbia innalzato, si è abbrutito, simile nel modo di vivere agli animali inferiori (cf. Sal 48, 21).

Ed è partendo da questa riflessione che possiamo comprendere appieno le parole del Santo Padre. Certo un riferimento un po’ lontano nel tempo, che usa parole dure, scritte con un linguaggio che oggi sembra fuori luogo ed esageratamente rigido. Parole però che anche oggi sono vere ed attuali. Cercherò di riscriverle in uno stile più consono e comprensibile al nostro tempo.

Il discorso si deve, secondo me, ampliare. Bisogna dare un orizzonte diverso che va oltre la semplice morale e dottrina astratta. E’ inutile parlare di peccato più o meno grave. Non ha senso, soprattutto oggi. Non è capito. Le persone tutte, e in particolare i giovani, sono stanche di maestri che dicono ciò che è giusto e ciò che non lo è. Sono stanche di divieti. Non puoi avere rapporti prima del matrimonio, non puoi masturbarti, i rapporti orali non vanno bene, niente anticoncezionali e così via. Senza motivare questi divieti se non con il peccato. Non si può minacciare di incorrere in un peccato più o meno grave e minacciare di inferno. Forse un tempo, ma ora no. Attenzione non dico che tutte quelle belle abitudini che ho elencato siano cosa buona e giusta. Tutt’altro! La Chiesa non può più permettersi di usare le parole devi o non devi. Non funziona. Allontana solo un popolo sordo a questi ammonimenti dalla Chiesa. I sacerdoti lo sanno e spesso decidono di evitare questo genere di argomenti per non avere problemi. Anche questo è un atteggiamento sbagliato! La Chiesa non deve rinunciare ad insegnare ai fedeli come diventare pienamente uomo e pienamente donna, e la sessualità è un argomento imprescindibile per questa finalità. Come fare allora? Serve una rivoluzione copernicana. Dobbiamo passare dal devi e non devi al vuoi essere felice oppure vuoi accontentarti della miseria relazionale che hai ora? La carta vincente non è vietare determinati gesti o determinate modalità di vivere la sessualità, ma raccontare, testimoniare e rendere conto con la nostra vita che la proposta della Chiesa è la più bella, è l’unica che permette una gioia che è piena. Per questo non servono tanto i maestri quanto i testimoni. Servono sposi felici e realizzati che sappiano toccare il cuore dei ragazzi, che provochino in loro quella nostalgia di un amore autentico e pieno che è radicata nel cuore dei giovani. Allora sì, che si potrà spiegare perchè i rapporti prima del matrimonio sono una menzogna, perchè la masturbazione è una illusione di impossessarsi di un piacere che è destinato a far parte di una comunione e non di una solitudine. Non a caso questo gesto, passato il piacere di pochi secondi, lascia sempre sensazioni negative e non positive. Allora sì che si può raccontare come l’incontro intimo, per essere un vero incontro d’amore, non può prescindere dall’essere unitivo e aperto alla vita (attenzione non significa che vada ricercato un figlio ad ogni rapporto). Per questo il sesso orale non può essere amore ma uso dell’altra persona. Per questo si può raccontare come gli anticoncezionali pongano una barriera invisibile, ma altamente divisiva tra gli sposi e non permettano un dono totale e un’accoglienza totale dell’altro/a. Solo chi ha provato nella propria vita tutto questo può testimoniarlo e raccontarlo in modo credibile.

Alla fine quello che il Papa ha voluto trasmettere è chiaro: i peccati della carne sono dovuti spesso alla nostra debolezza e ignoranza. Ad una incapacità di rivolgere lo sguardo a Gesù che ci imprigiona in una semplice ricerca di piacere fine a se stessa e che ci allontana dall’amore vero, quello che da senso e pace. Non c’è una deliberata scelta di fare a meno di Gesù come per quelli “angelici” di superbia e di odio (come li chiama lui). Ciò non toglie che anche i peccati della carne ci possano allontanare da Cristo e solo una riscoperta della bellezza che Dio ha pensato per noi, creandoci maschio e femmina, diversi e sessuati, può aiutarci a tornare ad una sessualità autentica ricca e piena, e ad una comunione con il Creatore.

Antonio e Luisa

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Maria Immacolata e sposa di Giuseppe.

Oggi festeggiamo l’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita?

Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

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Nell’anno in corso…

Mentre ci accingiamo a vivere la solennità dell’Immacolata, prosegue il nostro cammino sulla strada della conversione a cui la Chiesa costantemente ci richiama ogni giorno dell’Avvento ; per questo ringraziamo padre Luca per il suo dolce richiamo nell’articolo di Domenica, e continuiamo l’approfondimento dello stesso brano evangelico, richiamandone solo le prime righe :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6) Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa […]

Il richiamo alla conversione da parte di padre Luca ci ha sollecitato un’ulteriore riflessione : se è vero che dapprima dobbiamo convertirci personalmente, se è vero che è auspicabile camminare insieme come coppia in questa conversione, è anche vero che c’è un tempo utile alla conversione, quale ?

Vediamo cosa ci suggerisce il Vangelo : abbiamo riportato solo la prima parte del brano in cui l’evangelista Luca, con la sua tipica precisione, ci racconta nei minimi dettagli i nomi dei vari governanti in carica quell’anno affinché il lettore si convinca della veridicità di quanto esposto. Diverse volte ci è capitato di imbatterci in persone che trattano la conversione come la famosa “dieta del Lunedì“… oggi mi concedo qualche leccornia “proibita” perché ho deciso di cominciare la dieta da Lunedì … quel famoso Lunedì di non si sa quale mese né di quale anno… c’è sempre tempo di cominciare una dieta … E così facendo non si comincia mai nessuna dieta !

Spesso incontriamo coppie e persone che trattano la propria conversione come questa famosa “dieta del Lunedì“. Partecipano a convegni, ritiri spirituali, pellegrinaggi, corsi di evangelizzazione, in un fine settimana intenso vengono invasi da sentimenti di grande fervore religioso che si erano assopiti negli anni di lontananza dalla vita ecclesiale, a volte fanno anche esperienza della presenza di Dio, ma poi… quando si tratta di convertirsi sentiamo queste risposte : lo farò domani… quando sarò ritornato a casa… ma come faccio ? non posso cambiare vita… dovrei trovare un altro lavoro… dovrei cambiare cerchia di amici… dovrei abbandonare il mio compagno/a, non ce la faccio… ci penserò domani.

E se domani non ci fosse per te ?

La conversione è come il treno, se l’hai perso, è perso, chissà se ne arriva un altro e quando ?

Il nostro Padre è un Dio ricco di misericordia, e nella sua benevolenza ci manda degli aiuti dal Cielo, per esempio ci manda il rimorso della coscienza che ci fa capire che stiamo peccando e che abbiamo bisogno di conversione.

Se si perde il treno della conversione, si è sprecato una grazia, si ha perso il treno di quella grazia così immensa e così urgente che non si ha la certezza se ne arriverà un’altra e quando. Probabilmente Dio è così pietoso e ricco di misericordia da mandarne un’altra, ma se io mi ostino nella mia vita di peccato, sarà in grado il mio cuore di riconoscerne un’altra qualora arrivasse ? Quando l’uomo si ostina nel peccato il suo cuore si appesantisce sempre di più fino a diventare insensibile ad ogni richiamo della coscienza ; e così abituato nel soffocare i suoi appelli, come riuscirà ad avvertirne l’ultimo SOS ?

Se presa in tempo, (se non addirittura prevenuta) anche una malattia mortale può essere guarita in poco tempo e con pochi sforzi ; al contrario, più una malattia avanza e più risulta difficile e complicato intervenire, a volte il ritardo negli interventi costa la vita al paziente. E la stessa cosa è per la malattia dell’anima/cuore. Più aspetto ad intervenire e peggiori saranno i danni spirituali, Dio non voglia, potrebbero anche essere irreparabili… come nel caso dell’impenitenza finale. Se infatti il mio cuore non è abituato a chiedere costantemente perdono a Dio, chi mi assicura che sarò pronto a farlo nel momento supremo della mia dipartita, sempre che non sopraggiunga una morte improvvisa ?

Cari sposi, IL TEMPO DELLA CONVERSIONE E’ ADESSO ! DOMANI E’ GIA’ TROPPO TARDI.

Seguiamo i preziosi consigli che ci ha fornito padre Luca, ma dobbiamo metterli in atto subito. Il Vangelo che abbiamo citato ci ha insegnato che gli avvenimenti di Gesù hanno un’ora precisa, in una località precisa, in una storia di vita precisa, in un contesto preciso, in un momento preciso della nostra storia matrimoniale. Niente è per caso.

Non cade foglia che Dio non voglia… perché allora l’appello alla nostra conversione dovrebbe essere casuale ? E’ stato tutto sapientemente architettato dal Signore, perché ci vuole tutti santi in questa vita e salvi con Lui in quella futura, in Paradiso.

Coraggio sposi, non lasciate passare anche oggi senza corrispondere alla grazia ricevuta, perché ogni grazia ha una sua storia nella storia del nostro matrimonio… qualche volta ci si sente come due zoppi… sostenetevi a vicenda, se uno è zoppo a destra, l’altra è zoppa a sinistra, però insieme come coppia si riesce a camminare… Dio li fa e poi li accoppia… ed è proprio vero, vi accorgerete anche voi, come noi, che sarà praticamente impossibile che entrambi siamo zoppi (spiritualmente) dallo stesso lato, dove manco io arriva la mia sposa e viceversa.

Anche noi alla fine potremo “scrivere” le nostre memorie precise come il Vangelo : la nostra conversione cominciò nel giorno X del mese Y dell’anno Z… non dimenticate che nella conversione noi ci mettiamo l’impegno ma poi la maggiore opera è della Grazia.

PS: Preghiera per chiedere la conversione quotidiana : Convertici Signore, e noi ci convertiremo. Amen.

Giorgio e Valentina.

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Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!

Vorrei tornare al Vangelo di sabato scorso perchè è decisivo. E’ un po’ il motto della mia vita! Della nostra vita, mia e di Luisa. Perchè senza quella consapevolezza non credo avremmo combinato nulla di buono. Non parlo dei libri, del blog, delle testimonianze. No, quelle sono tutte cose che vengono dopo, sono un di più. Non avremmo combinato nulla di buono tra noi. Eravamo entrambi troppo feriti, troppo inquinati dal peccato per pensare di essere capaci di diventare sostegno e amore gratuito l’uno per l’altra.

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». (Matteo 10, 8)

Questo semplice versetto del Vangelo di Matteo dice tutto. Dice la nostra missione e ci dice anche come poter essere capaci di farla. C’è un modo di dire nella Chiesa, una frase attribuita a Paul Valery:  Dio non sceglie i più capaci ma rende capaci quelli che sceglie. Come fa però a rendermi capace? Lo fa con il Suo Amore. E’ questo che mi cambia la vita, è questo che mi rende capace di portare a termine la mia missione di sposo o di sposa. Cioè di essere per l’altro e poi per il mondo intero quel volto di Dio capace di amare senza condizioni, capace di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa o che dice.

Il segreto è tutto lì. Alzare lo sguardo e incontrare gli occhi di Gesù che mi amano senza riserve e in modo così immeritato. A me è successo. Proprio nel momento in cui mi facevo più schifo. Quando non avevo un motivo per stare al mondo e passavo le giornate, fatte di lavoro e di divertimenti, tutte uguali. Quando vivevo per quella serata da passare con gli amici o per quella vacanza dove fantasticavo di portarmi a letto una donna diversa ogni sera (cosa che fortunatamente non accadeva mai). Lì quando non trovavo nulla di buono in me ho incontrato Gesù e il Suo sguardo e tutto è cambiato. Certo gradualmente, ma ho iniziato un percorso presto arricchito dalla presenza di Luisa, poi dal fidanzamento, dal matrimonio e anche dai figli.

Senza quella consapevolezza di un Dio che mi ama, di un amore così grande che mi precede, non sarei stato capace di amare Luisa con tutto me stesso, come cerco di fare ogni giorno. Quando è facile e quando non lo è. Quando è l’amante migliore del mondo e quando invece è scostante e irritante. Quando la vita è facile e quando gli imprevisti e le sofferenze ci fanno male. Sempre! Sempre perchè quello sguardo di Dio ce l’ho dentro e mi riempie il cuore. Nonostante tutti i miei errori, le mie cadute, la mia poca fede, la mia fragilità.

Quando riesci a non perdere di vista quello sguardo puoi davvero essere capace di, come è scritto nel Vangelo, Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Puoi farlo nell’altro, nel tuo amato, nella tua amata. Perchè il nostro impegno è prima di tutto verso il nostro prossimo più prossimo, la persona che abbiamo sposato.

Don Giussani lo diceva: il compito degli sposi è aiutare l’altro a farsi santo. Proprio così. Grazie all’amore che ci precede possiamo essere capaci di essere lo strumento di Dio per guarire il nostro sposo o la nostra sposa dalle sue malattie spirituali, dalla morte che ha nel cuore, dalla lebbra del peccato e dai demoni che ci allontanano da Dio. Luisa per me lo è stato ed io credo e spero di esserlo stato per lei. Per questo nessun altra donna per me può essere bella come lei. Perchè nessuna ha una bellezza che nasce da un amore concreto che ci siamo donati reciprocamente in tutti questi anni insieme.

Antonio e Luisa

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Conversione di… coppia

Il tema del Vangelo odierno è la conversione in vista dell’arrivo del Messia. Conversione, è questa infatti la parola chiave del breve discorso di Giovanni, il quale si può dividere in 3 momenti, ciascuno con un senso preciso. Il primo è “preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”; poi il secondo “Ogni burrone sarà riempito e ogni colle sarà abbassato”; infine, “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.

La prima parte è un invito perentorio a cambiare condotta morale, assomiglia molto a un “datti da fare, cerca di correggerti, fai ordine…”. Sappiamo bene quanto questo richiamo, se rivolto a certi nostri modi di fare, ci risulti estremamente pesante da accettare e mettere in pratica. Non è facile mutare forme di vita, i modi di pensare, di parlare. Quante volte sappiamo a memoria la morale della favola o come dovremmo agire ma non ce la facciamo proprio, ci sono situazioni che ci superano. È allora lampante che la conversione suppone sì la nostra buona disposizione, richiede quantomeno la nostra piena disposizione ma non basta assolutamente. Difatti “l’uomo da solo non può operare la sua conversione, è di estrema importanza l’insistenza sull’iniziativa divina” (Dizionario biblico, Francesco Spadafora, voce “conversione”).

Ecco l’assist alla seconda parte: colli e monti saranno o abbassati o rialzati. Qui l’accento va messo sui verbi che sono entrambi al passivo. Generalmente questa forma nella Bibbia manifesta l’azione divina, gratuita e indipendente dalle nostre aspettative.

In terzo luogo, c’è il frutto di tutto ciò: “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Storicamente questo versetto di Isaia si riferisce alla profezia del tanto anelato Messia che avrebbe liberato il popolo di Israele, ancora prigioniero dell’Esilio. In senso più figurato, questa parte si può intendere come il frutto che dipende sia da noi ma soprattutto da Dio. Tuttavia, ricordiamolo bene, non si dà l’uno senza l’altro, ci vogliono sempre entrambi. Come direbbe S. Ignazio di Loyola: «prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te».

Fin qui l’accento è stato sempre sulla singola persona. Ma ora vi pongo una domanda: e come fare questo per voi coppie? Evidentemente bisogna essere in due per voler camminare assieme verso la conversione, ognuno con i suoi tempi e ritmi, la sua sensibilità. Certamente è importante volerlo, metterci lo sforzo personale, trovare i tempi e le occasioni. Ma poi cari sposi è tutto a carico dello Spirito Santo! Confidate che in questo Avvento lo Spirito vuole ravvivare la vostra fede, la vostra unione matrimoniale e portarvi all’esperienza di incontrare Cristo Sposo. Invocatelo spesso, personalmente e assieme per essere appunto terreno fertile su cui Lui possa agire.

Penso sia provvidenziale che vi scriva questo articolo dopo aver partecipato a un seminario per coppie, chiamato Talità kum. È stato un fine settimana meraviglioso in cui ho fatto l’esperienza di come il Signore ha il potere di trasformare radicalmente una coppia, di farla passare dalla morte alla vita spirituale, di operare la risurrezione nel cuore e nella vita, anche da situazioni molto complicate.

Care coppie, posso dirvi di aver “visto la salvezza di Dio” incarnata in coniugi normali e semplici. E sono sicuro che pure voi “vedrete” questa salvezza se ci metterete il vostro tutto e vi aprirete all’azione dello Spirito.

ANTONIO E LUISA

Leggendo il Vangelo e le riflessioni di padre Luca mi viene un pensiero. Il matrimonio è proprio quella relazione che con il nostro impegno e la Grazia di Dio può trasformare la nostra vita. Cosa è il matrimonio se non un percorso verso una sempre più profonda amicizia con Dio? Amando sempre più profondamente il nostro coniuge ci prepariamo ad amare sempre meglio Gesù. Ci stiamo preparando alla vita eterna. Non è meraviglioso? Il matrimonio diventa per me e per la mia sposa una vera palestra. Dove non si costruiscono i muscoli e non si combatte il grasso in eccesso. E’ una palestra dell’anima dove si costruisce un amore sempre più vero e dove si distrugge l’egoismo che ci avvelena il cuore.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 23

La liturgia della Parola prosegue con la recita del Credo e poi con la eventuale Preghiera universale dei fedeli, conclusa a sua volta dall’orazione finale del sacerdote.

Vediamo prima cosa indica il Messale riguardo al Credo :

Il Simbolo, o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla parola di Dio, proclamata nelle letture della Sacra Scrittura e spiegata nell’omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula approvata per l’uso liturgico, faccia memoria e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’Eucaristia.

La recita del Credo è posta alla fine dell’omelia come a ricordare a tutti i presenti che la parola proclamata e l’omelia devono confluire nelle verità di fede della Chiesa Cattolica Apostolica, ecco perché nel Credo si recitano le verità fondamentali della nostra fede cattolica, per farne memoria e tentare di porre un argine ad eventuali eresie. Poniamo un esempio semplice : se nell’omelia un sacerdote mettesse in dubbio la risurrezione di Gesù, nella recita del Credo egli troverebbe un monito verso se stesso in contraddizione a quanto espresso nella omelia pochi minuti prima ed i fedeli sarebbero confortati e confermati nella fede dalle parole del Credo.

Questa professione di fede è argomentata in maniera molto approfondita nel Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale è già una sintesi di biblioteche intere, perciò risulta impossibile farne un riassunto, vogliamo però sottolinearne l’importanza della recita. Immaginate che prima di ogni partita della Nazionale di calcio, l’allenatore ricordi ai giocatori negli spogliatoi l’importanza di rappresentare la propria bandiera in un torneo internazionale, senza dimenticare di ribadire il ruolo di ambasciatori della cultura italiana ecc… evidentemente i giocatori scenderebbero in campo con maggiore consapevolezza e rinnovato entusiasmo ; similmente la recita del Credo assomiglia a questo discorso pre-partita del mister che ci stimola e ci motiva nuovamente.

Il Credo è sostanzialmente di stampo trinitario, ed è suddiviso però in 4 punti : il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo e la Chiesa. E per ogni punto si rinnova la fede nelle verità fondamentali senza entrare nel dettaglio di ognuna perché sarebbe impossibile, ma i fondamenti sono e saranno sempre gli stessi ; quindi il Credo che recitiamo oggi contiene le stesse verità per cui i martiri dei primi secoli hanno dato la vita, per cui S.Francesco d’Assisi è diventato santo, le stesse verità con cui i Dodici Apostoli hanno evangelizzato tutto il mondo, per cui S. Giovanni Bosco si è speso e per cui noi viviamo oggi… la fede cattolica non è cambiata.

Alla fine del Credo c’è la preghiera universale o dei fedeli, nella quale si innalza al Padre una serie di richieste, dopo che abbiamo ascoltato la Sua Parola e abbiamo fatto la nostra professione di fede, Gli presentiamo le nostre intenzioni secondo uno schema che il Messale indica :

La successione delle intenzioni è ordinariamente questa:
a ) per le necessità della Chiesa;
b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c ) per tutti quelli che si trovano in difficoltà;
d) per la comunità locale.
Ciascuno quindi prega brevemente in silenzio
.

Molte volte questi momenti vengono vissuti con superficialità quasi come si raccoglie la pubblicità dalla cassetta della posta, ed invece hanno una grande valenza spirituale, simbolica e pedagogica.

  • Innanzitutto ci ricordano a Chi rivolgere le nostre richieste, la nostra condizione di figli ci assicura che abbiamo un Padre che ha cura dei passeri che non lavorano e non seminano eppure procura loro il cibo ogni giorno, perché dovrebbe dimenticarsi di noi suoi figli ?
  • C’è anche una valenza simbolica in quanto sono richieste che presentiamo al Padre celeste tutti insieme come sua famiglia, come suo popolo, e questo ci aiuta a costruire la comunità, a superare le divisioni ; il Messale indica di pregare per le varie necessità contingenti proprio per abituarci a pregare gli uni per gli altri, ma non per una solidarietà che abbia solo il sapore umano, ma che si riveste di prossimità, intesa come farsi prossimo per i bisognosi ; e la prima forma di aiuto è affidare gli altri fratelli al Padre e poi concretamente ci si impegnerà nel servizio.
  • La Chiesa madre si comporta tale anche nella Messa, infatti ci insegna come porci di fronte a Dio : all’inizio della celebrazione ci fa riconoscere la nostra condizione di peccatori, che va a braccetto col riconoscere la divinità di Chi abbiamo davanti, poi ci fa mettere in ascolto di ciò che Dio ha da dirci con la Liturgia della Parola, confermiamo di credere in Lui e alla Sua Parola, ecco che allora siamo pronti per osare avanzare le nostre richieste attraverso questa Preghiera dei fedeli.

La preghiera universale si conclude con l’orazione proclamata dal sacerdote, il quale ci rappresenta davanti al Signore, ed essa racchiude tutte le intenzioni presentandole al Padre attraverso il mediatore per eccellenza : Gesù Cristo.

Care famiglie, da domani siamo sicuri che porrete maggiore attenzione alle parole pronunciate nel Credo nonché alle intenzioni della preghiera di intercessione. Ci permettiamo di suggerirvi un piccolo stratagemma che può aiutarvi ad acquisire maggiore consapevolezza e maggior adesione del vostro cuore/anima : quando reciterete il Credo immaginate che al vostro fianco ci sia un santo famoso, oppure il vostro santo preferito, quello a cui siete legati affettivamente, e provate a far volare la fantasia nel sentire la sua voce che insieme con voi recita lo stesso Credo… non importa se quando riaprirete gli occhi il vostro vicino non è proprio uno stinco di santo !

Giorgio e Valentina.

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“Biancaneve, nani, crostate e suocere” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E DOPO AVER DETTO CIÒ, COME TUTTE LE PROTAGONISTE DELLE MIGLIORI FAVOLE, BIANCANEVE PIANSE E POI SVENNE.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e di un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Le tappe della consacrazione nuziale

Ho da poco iniziato la lettura del libro “La consacrazione nuziale” (padre Luca Frontali – Porziuncola). E’ un libro non semplicissimo, ma che vale davvero la pena leggere. L’autore, che scrive anche su questo blog, offre una riflessione molto ampia e documentata sulla consacrazione degli sposi che avviene attraverso le nozze. In questo articolo vorrei soffermarmi su un capitolo di questo testo davvero interessante. Padre Luca ci offre una panoramica su quelle che, secondo la teologia cattolica, sono le tappe della nostra consacrazione di sposi. Cercherò di offrirvi una sintesi, spero abbastanza chiara, con l’aggiunta di alcune mie riflessioni.

La chiamata di Dio. Tutto nasce con una chiamata. La vocazione cosa è se non la risposta ad una chiamata? In questo caso c’è una peculiarità. La chiamata non è singola ma è doppia. Un uomo e una donna sono chiamati insieme per divenire una sola carne. Tutto nasce da una chiamata che attraverso il sacramento e il dono oggettivo dello Spirito Santo, diventa percorso di salvezza e di santità per entrambi gli sposi. Lo Spirito Santo, possiamo leggere nel testo, già opera nel cuore dei due prima del matrimonio. Nel fidanzamento, tempo di conoscenza e di decisioni, lavora nel cuore dei due innamorati, in modo da far luce e instillare il desiderio di una scelta definitiva. E’ lo Spirito Santo che ci conduce al matrimonio. Ciò è naturalmente più agevole quando i due futuri sposi cercano di amarsi nella verità e nella castità.

La separazione. La consacrazione matrimoniale presuppone una separazione. Questo passaggio è molto facile da intuire, ma non sempre facile da operare. C’è bisogno di lasciare la famiglia di origine, il nostro vecchio io per divenire uno nuovo capace di formare un noi. Ciò sarà possibile solo, come leggiamo dalla Genesi, se saremo capaci di lasciare nostro padre e nostra madre, cioè il nostro essere figlio per diventare marito o moglie. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche dobbiamo farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.

Il conferimento del dono. Padre Luca ci chiede di uscire da una visione contrattualistica del matrimonio. Non stiamo stipulando un contratto ma stiamo celebrando un sacramento. Ogni sacramento implica un dono oggettivo che è l’effusione dello Spirito Santo su chi lo riceve. In questo caso i due sposi ricoprono il doppio ruolo di celebranti/offerenti e di offerta. Donano sè stessi. Tutto di sè. Dio, attraverso lo Spirito d’Amore trasforma e trasfigura l’amore dei due sposi e li rende capaci di mostrare il Suo Amore. Si può dire che il matrimonio non appartiene più ai due celebranti ma diventa sacro cioè diventa di Dio. Chi vede il modo di amarsi dei due sposi dovrebbe scorgere Dio. Non è sempre così, ma potrebbe essere per tutti così. Dipende da noi da quanto lasciamo spazio a Dio nella nostra vita e nel nostro cuore.

La missione. Ogni chiamata di Gesù diventa consacrazione e ogni consacrazione ha come conseguenza una missione. Dio ci ha chiamato, ci ha rivestito dei suoi doni, per inviarci nel mondo con una missione ben precisa: mostrare il Suo Amore. Come è il Suo Amore? E’ una comunione feconda. Come nella Trinità. Più saremo capaci di vivere in comunione tra noi, nel dono reciproco, e più saremo fecondi. Fecondi in senso ampio. Più saremo capaci di generare sempre vita-amore, generare cioè nuovo amore, anche quando non è possibile, per tanti motivi, generare vita biologica. Più saremo fecondi e più saremo dentro la nostra missione. Più saremo nella nostra missione e più saremo nella pace e nella pienezza.

Comprendete quanto la nostra consacrazione matrimoniale diventi la realtà più importante della nostra vita? Tutto il resto viene dopo. Dio ci chiede di vivere un matrimonio santo perchè è lì che ci giochamo tutto. Il resto verrà di conseguenza. Bon cammino.

Antonio e Luisa

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Perché bisognerebbe guardare SEX EDUCATION

Speriamo che non vi stupisca questo titolo: è provocatorio sì, ma non ironico!

La proposta è questa: perché invece di rimpiangere i tempi andati in cui la tv passava solo programmi del tenore di Rin Tin Tin Pippi Calzelunghe, non accettiamo la sfida di guardarlo con gli adolescenti per aiutarli a dare un nome alle cose?

Crediamo infatti valga la pena esplorare la cultura in cui vivono oggi i ragazzi per entrare nel loro mondo, per essere preparati rispetto ai loro riferimenti, per iniziare lì, dove sono loro, dai luoghi (reali e virtuali) che frequentano, a mettersi in dialogo, a porre loro delle domande, a riflettere insieme a loro.

Certo, dobbiamo mettere da parte il nostro giudizio e il nostro “gusto”, ma se vogliamo dialogare con le giovani generazioni è indispensabile non svalutare o credere di sapere già che non c’è nulla di buono in una serie come Sex Education: piuttosto, raccogliamo la sfida e cerchiamo degli spunti di riflessione che, come vedremo, non mancano affatto. Anzi, crediamo sia prezioso guardarlo innanzitutto come adulti, perché ci mette molto in discussione rispetto al nostro ruolo e al nostro esempio, e poi guardarlo con i ragazzi per offrire chiavi di lettura che già ci sono, basta solo rivelarle, farle emergere in un confronto aperto.

Insomma, abbiamo guardato la prima serie di Sex Education (quindi le nostre riflessioni sono limitate a questo) e vorremmo proporre qualche spunto di riflessione.

L’argomento, manco a dirlo, è la sessualità e le domande ad essa connesse nell’età dell’adolescenza. Il punto di vista è quello dei ragazzi e l’impatto è piuttosto crudo perché il tema è affrontato in modo diretto ed esplicito senza troppi romanticismi.

Da un lato può apparirci esagerato, dall’altro purtroppo le vicende attorno a cui è costruito ogni episodio sono sfacciatamente verosimili: la vita degli adolescenti, infatti, non è abitata solo da scuola e amicizia, ma anche da revenge porn, esperienze sessuali precoci, pornografia e bullismo, e la cronaca ne è un’infelice testimone.

In un certo senso la telecamera qui svela ciò che di solito rimane privato, clandestino, celato dietro le porte chiuse delle camere o dei bagni, ma che esiste, più o meno diffusamente. Non solo oggi, ma anche ai nostri tempi, se siamo onesti. Insomma, è vero che il focus è centrato sul sesso, ma di per sé è vero anche che è in adolescenza che ci si approccia per la prima volta all’attrazione sessuale, alle sensazioni del corpo e ci si ritrova carichi di curiosità e interesse, impazienti di capire meglio e di sperimentare. Non importa se sei un chierichetto dall’età di 6 anni o se sei un’innocente ragazza casa e chiesa: con quella roba lì ti ci devi confrontare. E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è raro che, in questo confronto, i ragazzi trovino disponibilità al dialogo, compresi gli ambienti cristiani.

E allora già il titolo stesso sarebbe da commentare: quale educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Ma ancora prima: la stiamo dando? A chi, gli adolescenti che conosciamo, possono porre le loro domande in merito? Sono interrogativi che ci fanno sentire probabilmente in difetto, eppure è cruciale rifletterci, perché la sessualità è un argomento centrale in adolescenza, e i ragazzi non vanno lasciati soli nell’approcciarsi a questo aspetto della vita così prezioso e delicato.

Non siamo ingenui, sappiamo molto bene che l’obiettivo dei produttori di questa serie non è certo educativo, eppure questo titolo suo malgrado dà voce ad un’emergenza in corso: ormai da decenni la sessualità non è più un tabù, ma non basta questo perché sia vissuta bene (sul quale sia il bene poi dovremmo intenderci chiaramente).

Il vero dramma della serie, a nostro avviso, è che mancano gli adulti, tanto che le domande, le fatiche, i problemi che riguardano la sessualità sono rivolte non a uno dei tanti adulti che popolano la serie, ma ad un pari, Otis.

E con un po’ di coraggio potremmo chiederci se è così anche nella realtà.

Il ruolo degli adulti nella serie colpisce davvero tanto. Se in apparenza il tema principale è la sessualità, il tema di sottofondo, ma che emerge continuamente, è la crisi degli adulti.

Nessun adulto positivo. Nessuno con cui confrontarsi. Anzi, adulti problematici le cui difficoltà e irrisoluzioni pesano sulla vita dei loro figli. Le scene che mi hanno fatto stare peggio guardando le puntate non sono state quelle di sesso esplicito; no, le scene più drammatiche sono i comportamenti dei genitori verso i figli. C’è una certa accuratezza psicologica nel tratteggiare la psicologia e la dinamica relazionale da cui può provenire un bullo, e anche l’ansia da prestazione di Jackson che si sente un trofeo per la madre, che non a caso lo ha concepito in provetta, ovvero proprio come un suo prodotto, di cui lei è l’artefice.

Insomma, per dirla in sintesi, c’è una chiara assenza di padri e madri in grado di esercitare il loro ruolo con sapienza e maturità.

E anzi, le due figure che rappresentano “Il Padre” e “La Madre” ne sono in realtà una versione distorta, o peggio ancora, inscenano due estremi negativi della paternità e della maternità.

Il personaggio del preside, infatti, nonché padre di Adam, è enfatizzato proprio dal ruolo che occupa, quello di preside, ovvero di chi ricopre un ruolo di autorità ed è al vertice di una responsabilità educativa verso i giovani. Peccato che sia un personaggio del tutto negativo, esercita l’autorità ma manca di autorevolezza e di spessore, e proprio per questo non riesce a relazionarsi se non imponendosi e svalutando e umiliando gli altri.

Il personaggio della sessuologa, nonché madre di Otis, è colei che incarna la cura, non solo perché madre, ma anche per mestiere. Questa cura però può diventare dannosa nel momento in cui non lascia andare, invade, controlla. La sessuologa poi è interessante anche per un altro motivo: è la figura supposta sapere sul sesso, e infatti sa, ma allo stesso tempo non sa. Non sa cioè il significato, il senso della sessualità: non basta infatti sapere nozioni tecniche e letteratura scientifica per trovare la connessione tra felicità e sessualità.

Inoltre, a modo suo, la serie fa intuire delle verità, se le sappiamo leggere: la sessualità non è una funzione separata dalla persona e dalla relazione. Esistono le disfunzioni sessuali e hanno un significato, non sono da curare come una malattia ma scoprendo cosa ci dicono, cosa raccontano di quella persona e della sua storia.

Infine, anche la scena più eticamente discutibile, quella dell’aborto, può essere preziosa proprio perché si presta ad un dialogo con i ragazzi: che sentimenti prova Maeve? Come mai è arrivata a questa decisione? Poteva essere evitato questo momento? Come si comportano le persone intorno a lei? Dove sono gli adulti e se ci sono come si comportano?

Speriamo di non essere fraintesi, semplicemente crediamo che nell’approcciarsi al tema della sessualità bisogna rifuggire il più possibile la rigidità e il “bigottisimo” perché già questi comunicano un vissuto. Saper invece ascoltare e poterne parlare con agio e morbidezza, pur tenendo saldi i propri principi, crediamo sia una chiave essenziale per il dialogo con le nuove generazioni e non solo.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/11/perche-bisognerebbe-guardare-sex-education/

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Centurioni moderni.

Ieri la Chiesa ci ha fatto ascoltare un brano dal Vangelo di Matteo :

(Mt 8,5-11) In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Questo incontro col centurione è abbastanza conosciuto, in quanto la frase di quest’ultimo : “Signore, io non sono degno…ecc…” è la stessa che recitiamo a Messa prima di ricevere l’Eucarestia, dove però la parola servo è stata sostituita dalla parola anima. Questo centurione è stato, ed è, per tutti un esempio lampante di grande fede nel Signore, sì da fare in modo che la sua stessa frase fosse ripetuta da tutti i cristiani a Messa ; da notare che nella Messa ordinaria questa frase viene recitata una volta sola da tutti, ma nel rito antico questa frase viene ripetuta 3 volte dal sacerdote da solo e altre 3 volte dai fedeli, quindi questo centurione è stato imitato da milioni di persone per innumerevoli volte : la Chiesa ha preso sul serio il commento di Gesù che loda la fede di quest’uomo !

Su questo tema della fede i nostri sacerdoti spendono già molte prediche che non serve rimarcarne l’importanza su queste pagine, inoltre il Magistero della Chiesa è talmente ricco che c’è l’imbarazzo della scelta su quale scritto e di quale autore santo ; ci limitiamo a mettere in luce che la fede è uno dei 3 doni del Battesimo, ma essa è come un seme che ha bisogno di cure quotidiane per crescere e sviluppare tutto il potenziale racchiuso al suo interno.

La nostra riflessione verterà su un atteggiamento di Gesù che Matteo riassume così : “Ascoltandolo, Gesù si meravigliò…”. Riecheggiano nella mente le numerose persone che abbiamo sentito lamentarsi col Signore perché, a detta loro, non li ascolta… oppure l’altra categoria di persone che manco ci prova a rivolgersi al Signore, convinta che Lui non abbia tempo di ascoltare le loro istanze in quanto avrebbe problemi ben più grandi da risolvere, come la fame nel mondo o le varie guerre, piuttosto che “ascoltare le mie richieste“.

In questi due atteggiamenti si rivelano due modi diversi di esprimere una medesima deficienza di fede, e ribadiamo di non ci volerci sostituire ai grandi Dottori della Chiesa nell’insegnamento sulla fede per colmare questa deficienza, però vogliamo tentare di aiutare queste persone, o queste coppie di sposi che vivono così, semplicemente donando loro una visione un po’ diversa di Gesù ; forse la loro mancanza di fiducia nel Signore deriva dal fatto che hanno una visione distorta su di Lui oppure non ne hanno affatto una perché mai nessuno ha mostrato loro la bellezza di Gesù.

Anche nella Palestina di 2000 anni fa c’erano grandi problemi sociali, politici, economici : la Palestina era infatti una regione del grande Impero Romano, le classi sociali dirigenti erano corrotte ed avide, molti israeliti ormai non ci speravano quasi più nella venuta del famoso Messia… ecc… eppure Gesù si ferma ad ascoltare un centurione. Un centurione : un soldato dei conquistatori, un nemico di Israele, probabilmente non israelita e neanche Giudeo, non uno scriba, non un maestro della legge giudaica, uno straniero quindi, un cittadino dell’Impero Romano (forse un italiano ?).

Già da questa primo focus possiamo intuire che a Gesù non importi molto da che parte arrivi la preghiera, l’importante è che arrivi da un cuore umile, disposto a credere di più nella potenza di Gesù che nelle proprie forze. Quanti sposi non si rivolgono a Gesù solo perché si sentono stranieri nei suoi confronti ?

Cari sposi, il Signore ha ribadito più volte di essere come il medico che viene per guarire i malati, i sani non hanno bisogno del medico. Se vi sentite malati nel cuore, se avvertite che nella vostra relazione ci sono atteggiamenti da guarire, il medico giusto a cui rivolgersi è Gesù ! E più siete lontani o stranieri o malati, e più Gesù ha desiderio di starvi vicino, di farvi cittadini del suo regno, di guarirvi. Non abbiate timore, ma con coraggio imitate il centurione del Vangelo.

Gli evangelisti hanno descritto Gesù che più volte ascolta con pazienza le persone, non è indifferente agli altri proprio perché ha fretta di portare il Suo Regno nel mondo, ha urgenza di cambiare i cuori. E’ quasi commovente la descrizione che Matteo fa dell’atteggiamento del Signore, pare di vedere la scena con questo centurione : abituato a comandare cento uomini, sempre posizionato in prima linea, per dare dimostrazione del proprio coraggio ed impeto ai propri soldati, eppure davanti a Gesù si umilia e riconosce che Gesù ha qualcosa in più che lui non ha. Nonostante la dura vita militaresca ed i sacrifici che essa comporta, quest’uomo non aveva perso l’uso del cuore, infatti dimostra affetto e solidarietà verso un suo servo, manco fosse un suo familiare. E la buona notizia è che Gesù lo ascolta nel profondo, non solo, va oltre e si meravigliò, dice il Vangelo.

Cari sposi, che bello se il Signore si potesse meravigliare di tante coppie come si è meravigliato per quel centurione. Gesù quindi, non solo è un ottimo ascoltatore che non si limita all’uso delle orecchie ma ascolta i desideri del nostro cuore, è anche capace di stupirsi di noi, di meravigliarsi di noi. Chi lo avrebbe mai detto ? Abbiamo un Dio che si aspetta meraviglie da noi !

La prima meraviglia che Gesù si aspetta da noi sposi è che riconosciamo umilmente di non essere gli autori del nostro amore, ma che quello che ci scambiamo è solo un segno di un amore che ci precede e ci sostiene, l’amore di Dio.

W gli sposi centurioni !

Giorgio e Valentina.

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Avvento. Una preghiera concreta

Oggi vorrei tornare sulla Parola della liturgia di ieri, prima domenica di Avvento. Lo voglio fare prendendo spunto dalla riflessione del Santo Padre Francesco nell’Angelus domenicale. Una riflessione molto interessante e che ci provoca tantissimo:

“Vegliate”, la vigilanza. Fermiamoci su questo aspetto importante della vita cristiana. Dalle parole di Cristo vediamo che la vigilanza è legata all’attenzione: state attenti, vigilate, non distraetevi, cioè restate svegli! Vigilare significa questo: non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità. Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati” – e noi sappiamo: ce ne sono tanti di cristiani addormentati, cristiani anestetizzati dalle mondanità spirituali – cristiani senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare – pregano come dei pappagalli – senza entusiasmo per la missione, senza passione per il Vangelo. Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte. E questo porta a “sonnecchiare”: tirare avanti le cose per inerzia, a cadere nell’apatia, indifferenti a tutto tranne che a quello che ci fa comodo. E questa è una vita triste, andare avanti così… non c’è felicità lì.

Queste parole del Papa non sono solo delle belle parole, vanno concretizzate nella nostra carne, nella nostra vita, nella nostra storia personale e matrimoniale. L’Avvento non ci chiede solo maggior tempo da dedicare alla preghiera. La preghiera può essere anche qualcosa di sterile se poi non diventa vita. L’Avvento ci chiede di trasformare tutto ciò che facciamo in preghiera. Il Papa ci chiede passione per il Vangelo. Ci chiede di metterci il cuore. Il cuore che custodisce ciò che siamo. Il Papa ci chiede radicalità. Quindi questo Avvento può essere l’occasione che ci serviva per riscoprire la radicalità della nostra scelta matrimoniale.

Concretamente come dare nuovo slancio alla nostra relazione sponsale? Vi suggerisco due piccoli esercizi quotidiani, da aggiungere alla preghiera personale e di coppia, che possono aiutarvi a trasformare la vostra vita in preghiera e a prepararvi al meglio in vista del Natale.

  • Ringraziare. Ogni mattina ringraziate l’altro perchè per un altro giorno è ancora lì con voi, ha scelto per un altro giorno di condividere la sua vita con voi e di donarvi ancora il suo amore, il suo tempo, il suo corpo. Non è scontato. Non è dovuto. Lo fa solo per amore. Ogni sera cercate di ricordare almeno tre motivi per cui ringraziare l’altro. Ce ne sono molti di più, ma per chi non è abituato sarà un buon esercizio trovarne anche solo tre. Ringraziare è uno dei segreti di un matrimonio felice.
  • Fare di più. Spesso viviamo il nostro impegno familiare come un peso, come un dovere da assolvere. Non come un privilegio. Non come un modo per donarci e per vivere la nostra vocazione fino in fondo, dando tutto. Questo atteggiamento non fa bene. Questo atteggiamento alla lunga può schiacciare e può davvero rendere la vita matrimoniale difficile. Lo dico per esperienza personale. Per questo l’esercizio che vi propongo può aiutarvi tanto. Ogni giorno, oltre tutto quello che già fate, trovate qualche gesto di servizio che donate solo per sollevare la persona amata. Ad esempio se l’altro si occupa di solito di lavare i piatti lo fate voi. Lo fate solo per amore. Solo per godere del piccolo sollievo che avete regalato all’altro. Questo può aiutarvi a comprendere la bellezza di farvi dono l’uno per l’altra.

Spero che questi piccoli consigli possano esservi di aiuto e vi auguro un santo e proficuo tempo di Avvento.

Antonio e Luisa

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Le due nostre lampade accese, aspettando lo Sposo

“Siamo saliti insieme su questa collina
Glielo avevamo promesso
di amarci per tutti i nostri giorni
aspettavamo di vederLo arrivare da lontano
sempre con le lampade accese giorno e notte
sognavamo di vederLo insieme…”

Così Enrico e Chiara Petrillo hanno firmato questa poesia dopo un pellegrinaggio a Medjugorje. Hanno voluto dare questo senso alla loro vita di coppia ed è meraviglioso il loro esempio.

Oggi inizia ufficialmente l’Avvento, è un periodo che riflette il senso della vita: il tempo che passa, ogni attimo, minuto, ora ci avvicina non alla morte, come disse Heidegger, ma a Cristo. Pensiamo che il tempo scorre ma verso una destinazione che è Gesù, il Quale non solo sta aspettandoci ma ci viene incontro, Lui si è già messo in viaggio per primo per stare con noi. Dunque, queste 4 settimane sono il simbolo di tutta la nostra vita cristiana.

Ma per voi sposi c’è una caratteristica particolare, voi avete una marcia in più perché, grazie al Sacramento, voi camminate assieme verso Gesù, voi state camminando allo stesso passo verso la medesima mèta. Il matrimonio è un cammino spirituale in due.

Perché spesso non è così? Prima di tutto c’è la perenne diversità uomo/donna che si riflette anche a livello spirituale e poi, come ci dice il Vangelo, ci sono le distrazioni. O quelle cercate o quelle che ti piovono addosso. Nel primo caso, come diceva il buon Pascal con il suo divertissement, ci focalizziamo su quello che ci fa uscire dalla noia, dallo stress, dalla sofferenza, senza però risolvere un bel niente. Nel secondo caso sono le mille cose da fare oggi, la fretta a cui siamo costantemente soggetti e che ci ruba l’attenzione alle cose più importanti. Avete presente quando apri una pagina web e ti si aprono da ogni parte pubblicità, add-in e plug-in vari tanto da far fatica a leggere? Di certo il Covid & Co. non aiuta in tutto ciò ma crea ancora più confusione.

Eppure, c’è un grande “ma” da porre. Non possiamo arrenderci davanti a questo scenario. È la vostra vita di sposi che è in ballo. Il Signore ci offre ancora una volta un tempo speciale per prepararci, per andare all’essenziale, per vegliare con Lui, per ascoltarLo con più attenzione.

Il mio consiglio per questo Avvento è che sia il momento per iniziare a vivere o per fare ancor meglio un momento di preghiera di coppia, sia la Lectio, il Rosario, la lettura del Vangelo, la lode spontanea… fate come volete, nel modo a voi più consono, cercando momenti e luoghi adatti, ma fatelo. “Vegliate in ogni momento pregando” esprime proprio il senso di sforzo, di fare un po’ di più del normale per accoglierLo nel momento presente.

Ho iniziato con Chiara ed Enrico, dicendo che loro hanno voluto vivere il loro matrimonio così, come una lunga attesa e veglia per incontrare Gesù, lo Sposo della loro relazione. È commovente vedere che così è stato fino alla fine, difatti le ultime parole scritte assieme sono proprio state: “Siamo con le lampade accese. Aspettiamo lo Sposo”. Buon cammino di Avvento.

ANTONIO E LUISA

L’Avvento è uno dei due periodi forti dove la Chiesa, con la sua sapienza e con il suo materno amore, ci invita a preparare il cuore. Ne abbiamo un profondo bisogno. Non so voi, io e Luisa siamo presi da mille preoccupazioni in questo periodo. Scuola, lavoro, pandemia, restrizioni, imprevisti. Arriviamo a sera sempre stanchi morti. Anche trovare il tempo per scrivere questi articoli sta diventando un problema. La Chiesa con l’Avvento ci sta chiedendo di fermarci, di trovare del tempo per contemplare la bellezza di Gesù nella nostra vita. E attraverso la bellezza di Gesù, di un Dio che si fa bambino e viene ad abitare il nostro mondo, la nostra vita e la nostra unione, contemplare la bellezza che io sono con Luisa, che lei è con me e che siamo insieme. Quanto siamo belli l’uno per l’altra. E non perchè somigliamo a chissà quale attore o attrice ma perchè ci vogliamo bene e l’amore è la cosa più bella che c’è. Certo con tutti i nostri limiti ed errori ma la bellezza c’è. Abbiamo però bisogno di fermarci per contemplarla e per meravigliarci ancora di come Gesù è capace di rendere nuove tutte le cose anche il nostro matrimonio. Buon avvento, siete bellissimi, fermatevi a contemplare Gesù per ammirare anche la bellezza che voi siete.

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4 settimane di gravidanza spirituale

Iniziamo domani l’Avvento. È un tempo forte di grazia, cioè un periodo di valore pedagogico in vista del Natale.

La Madre Chiesa ci invita per questo motivo a renderlo un tempo di felice attesa ma anche di penitenza e digiuno, da qui il fatto che il colore liturgico sia viola e che non si canti il Gloria le domeniche proprio come durante la Quaresima.

Tralascio qui ogni argomentazione sul fatto che il 25 dicembre sia realmente il giorno della nascita di Gesù, ci sono vari articoli interessanti in materia e ne segnalo solo uno.

Piuttosto mi sono fatto la domanda: ma qual è la peculiarità per voi sposi? C’è un vostro modo particolare per viverlo? Penso che lo capiamo a partire dalla consapevolezza di cosa sia l’Avvento per poi vedere quanto abbia a che vedere con il matrimonio.

Il Mistero dell’Incarnazione è la verità più sconvolgente della nostra fede. Che Dio infinito e onnipotente abbia preso la nostra natura umana, la nostra carne così limitata, fino alle sue ultime conseguenze e senza marcia indietro, questo nessuno l’aveva mai seriamente affermato, semmai ipotizzato o sperato.

Se pensate che l’Ebraismo e l’Islam lo confutano apertamente e altre religioni nemmeno lo tengono in considerazione. Addirittura, agli inizi del cristianesimo sorsero eresie (il Docetismo e più in generale la Gnosi, per citarne alcune) che negavano a Gesù una vera corporeità. Cristo per 33 anni avrebbe finto di vivere in mezzo a noi, dissolvendosi come un fantasma all’ora di morire.

Quando parlo ai fidanzati metto sempre sul chi va là i futuri mariti preparandoli allo shock di vedere trasformarsi non solo fisicamente la moglie ma anche psicologicamente, affettivamente per attendere un figlio, con le varie conseguenze sulla relazione. Voi mamme avete questo dono, di sapervi trasformare per accogliere una nuova vita, avete una consapevolezza innata di cosa implichi la gestazione.

Ma siete altrettanto consapevoli, papà e mamma, che portate Gesù nel vostro amore? Lo sapevate di essere gravidi di Gesù nella vostra relazione? Ve l’hanno mai detto che la Seconda Persona della Trinità abita nel vostro amore? Da quando vi siete promessi fedeltà e lo Spirito Santo ha sigillato la vostra unione è così: lo Sposo è con voi ogni giorno.

Cari sposi, se volete prepararvi spiritualmente al Natale in questi 40 giorni va benissimo fare la corona di Avvento o il calendario con le finestrelle o leggere qualche libro ben fatto (consiglio “Tu scendi dalle stelle… ed è Natale” del Card. Comastri, o “Il mistero del Natale” di Edith Stein). Ma è altrettanto importante che coltiviate nella preghiera la consapevolezza di essere portatori di Gesù, di averlo con voi sacramentalmente.

Sarebbe un controsenso il 25 festeggiarlo nella Messa senza che lo avete celebrato prima nella vostra coppia. Maria, la nostra Mamma celeste, che per prima ha portato Gesù per nove mesi, vi aiuti a prepararvi al Natale ed essere fieramente consapevoli di portare anche voi Gesù come sposi cristiani.

Padre Luca Frontali

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“Specchio Specchio” – Sposi&Spose di Cristo

…di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

C’era una volta la solita Regina di Biancaneve che si guardava nello specchio stregato e da lui voleva sapere chi fosse la più bella del reame.

C’era, anche, un marito che al mattino ci restava parecchio male quando guardandosi allo specchio dopo il risveglio, rischiava di restarci secco per lo spavento nel vedere le rughe del suo viso e la pancia in aumento.

C’era, infine, una moglie che dopo ore ed ore dal parrucchiere innanzi ad uno specchio, tornava a casa piangendo perché aveva avuto il tempo di guardare che punto di non ritorno avessero ormai raggiunto le sue occhiaie.

Poi qualcuno inventò i filtri sullo smartphone e vissero tutti contenti, credendosi belli.

Ma non tutti sanno che una volta la moglie dalle profonde occhiaie ed il marito dal risveglio “da paura”, si guardarono negli occhi.

Come in uno specchio, allora, iniziarono a rimandare l’immagine dell’altro. A rimandare solo una parte dell’altro, senza rifletterlo…e senza riflettere sulle parole da usare.

Allora, guardando solo ai difetti, iniziarono:

“Che occhiaie grandi che hai” disse lui.

E lei, come il lupo cattivo di #cappuccettorossianamemoria rispose: “E’ per guardarti meglio…e anche perché muoio di sonno, sono stanca, non ho un minuto mai per me e in questa casa sono l’unica che fa qualcosa, perché…” .

Ed andò avanti a parlare con rabbia a quello specchio che aveva il volto di suo marito.

Poi, dopo 45/50 minuti buoni di monologo, disse a suo marito: “Che brutta faccia che hai” .

E lui, sempre come il lupo di cui sopra, ribatté urlando: “E’ perché lavoro tutto il giorno e mi spacco la schiena fuori casa con la pioggia e con il sole, e perché i miei colleghi sono una massa di strAMBI…e mi fanno mobbing…e…” .

E anche lui andò avanti a rimbrottare contro quello specchio che lo aveva messo davanti ai suoi limiti.

Poi si fermarono, arrabbiati, aprirono i loro profili social e cercarono disperatamente consolazione e conforto nei “like”, nell’approvazione di qualche sconosciuto che approvasse la loro immagine taroccata.

Ma dal mondo social non giunse nessun like, Facebook ed Instagram erano bloccati e caddero nello sconforto più totale.

Decisero, di nascosto l’uno dall’altra, di andare a trovare la regina cattiva di Cenerentola in cerca di qualche narcisistico consiglio.

Quando giunsero al castello (Biancaneve ormai si era fatta una vita, ndr) trovarono la regina che piangeva disperata e, tra l’altro, scoprirono che entrambi di tanto in tanto andavano a fare visita alla perfida regina che con cattiva freddezza dispensava ricette di falsa bellezza.

Ma come detto, ora la regina piangeva.

Lo specchio, ormai stufo, le aveva confermato che era la più bella del reame e a lei non restava nessuno da odiare.

La vecchia regina disse: “Mi sono resa conto di aver sbagliato tutto! Anziché chiedere al mio specchio di aiutarmi a vedere ciò che di bello avevo in me, l’ho tormentato per anni chiedendogli di fare paragoni tra me e le altre donne…e ora sono brutta, acida e più cattiva che mai!!!”.

Al che marito e moglie si guardarono negli occhi, scoprendosi curiosi di capire se l’altro vedeva qualcosa di bello in lui.

Iniziarono a chiedersi l’un l’altro di raccontare cosa vedesse di bello, e cosa lo aveva fatto innamorare…e stranamente restarono stupiti dalle loro risposte.

Il marito infatti elencò diversi aspetti di lei che lo avevano portato tanto tempo fa a chiederle di sposarlo…e molti punti di quell’elenco lei li aveva sempre reputati come odiosi difetti.

Stessa cosa capitò a lui, quando, ad esempio, si sentì dire da sua moglie che le piaceva tremendamente quella sua pancetta che aveva messo su e che non riusciva a far calare anche se si ammazzava con la corsa tutti i giorni.

Abbassarono finalmente la guardia nei confronti dell’altro…smisero di chiedere conferme su cose che non c’erano e iniziarono ad ascoltarsi e ad ascoltare.

Capirono che i loro difetti potevano essere punti di partenza per migliorarsi…a volte limiti invalicabili, a volte nei che creavano fascino.

E furono contenti. Contenti delle proprie occhiaie ereditate per la stanchezza che deriva dalle faccende quotidiane, contenti delle rughe che nascono col tempo e le fatiche. Furono contenti di guardarsi negli occhi, imperfetti e pur amabili.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

L’arte del matrimonio

Due sposi che celebrano un matrimonio, che celebrano il sacramento del matrimonio, sono convinti che tutto andrà bene. Non si sposerebbero se non fosse così. Quasi tutti i matrimoni ormai sono liberi. E’ una scelta non più obbligata, non più dettata da motivazioni culturali o conseguente al rispetto di una tradizione. Non più. Chi si sposa lo fa perchè vuole farlo. Magari non è pienamente consapevole di cosa significhi, ma vuole farlo. Se poi i due sposi celebrano un sacramento con fede e nella convinzione che Gesù stia davvero partecipando in prima persona, credono di poter davvero sperimentare una relazione meravigliosa e unica attraverso quella scelta definitiva e radicale che stanno compiendo davanti al sacerdote e all’assembrea.

Ed è davvero così, ad una condizione però. Che i due sposi non credano di poter accollare tutto il lavoro a Gesù. Lo Spirito Santo eleva l’amore naturale dei due sposi. Lo Spirito Santo perfeziona e potenzia l’amore dei due sposi. Un amore che però ci deve essere e che deve essere custodito ed aumentato nel lavoro quotidiano. La matematica ci insegna che zero moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero. Quindi se i due sposi non curano quella relazione giorno per giorno lo Spirito Santo non potrà evitare sofferenze e allontanamenti che possono portare fino a separazioni e divorzi. Tanti matrimoni, anche celebrati sacramentalmente, partiti con tante buone intenzioni e tante speranze nel cuore, poi falliscono miseramente.

Non è questione di fortuna, non è questione di chimica o tantomeno di destino. No, nulla di tutto questo. Noi sposi siamo artefici in prima persona della qualità della nostra relazione. Gesù opera, ma solo insieme a noi. Lui mette tutto il Suo amore che diventa nostro, ma noi dobbiamo mettere il nostro povero, limitato e incoerente amore. Dobbiamo mettere tutto quello che abbiamo e solo dopo Lui può fare il miracolo. Come alle nozze di Cana, dove i servi riempirono le giare di acqua, per permettere a Lui dii trasformare quell’acqua in vino. Il matrimonio è costruito sullo Spirito Santo ma anche sulla nostra fede, sul nostro impegno, sulla nostra volontà, sulla nostra perseveranza. Sulla cura giornaliera e tenera dell’uno verso l’altro Lo spiega benissimo Wilferd A. Peterson nel suo bellissimo componimento.

L’ARTE DEL MATRIMONIO di Wilferd A. Peterson
La felicità nel matrimonio non è qualcosa che semplicemente accade.
Un buon matrimonio deve essere creato.
Nel matrimonio le piccole cose sono le grandi cose.
É non essere mai troppo vecchi per tenersi per mano.
É ricordarsi di dire “Ti amo” almeno una volta al giorno.
É non andare mai a dormire arrabbiati.
É non dare mai l’altro per scontato;
il corteggiamento non dovrebbe finire con la luna di miele,
dovrebbe continuare nel corso degli anni.
É avere un senso reciproco di valori e obiettivi comuni.
È stare insieme di fronte al mondo.
É formare un cerchio d’amore che riunisce tutta la famiglia.
É fare le cose l’uno per l’altro, non nell’atteggiamento del dovere o del sacrificio, ma nello spirito di gioia.
É dire parole di apprezzamento
e dimostrare gratitudine in modi gentili.
Non è cercare la perfezione l’uno nell’altro.
É coltivare la flessibilità, la pazienza, la comprensione e il senso dell’umorismo.
É avere la capacità di perdonare e dimenticare.
É dare l’un l’altro un’atmosfera in cui ognuno può crescere.
É trovare spazio per le cose dello spirito.
È una ricerca comune per il bene e il bello.
É stabilire una relazione in cui l’indipendenza è uguale,
la dipendenza è reciproca e l’obbligo è vicendevole.
Non è solo sposare il partner giusto; è essere il partner giusto
É scoprire cosa il matrimonio può essere, al suo meglio.

Capito cari sposi? Se le cose non funzionano bene tra di voi non smettete di pregare e di affidarvi a Gesù, ma non smettete neanche di rimboccarvi le maniche e fare di tutto per sanare le vostre ferite e per ridurre la distanza tra voi. Ricominciate a volervi bene nei piccoli gesti dii ogni giorno. Solo così Gesù potrà guarire voi e il vostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Gesù spogliato di tutto ma non dell’amore

Con oggi inizieremo una nuova serie di articoli dove cercheremo di approfondire la nostra regalità di figli di Dio che acquistiamo con il Battesimo e che nel matrimonio assume caratteristiche e finalità specifiche. La Chiesa ci insegna che con il sacramento del Battesimo assumiamo tre caratteristiche di Gesù. Diventiamo sacerdoti, profeti e re con Lui. Luisa ed io abbiamo già analizzato le prime due caratteristiche in altrettanti testi entrambi editi da Tau Editrice: Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore. Gli articoli che da oggi inizieremo a pubblicare saranno la base per il libro conclusivo della trilogia iniziata nel 2019.

Essere sacerdoti nel matrimonio, abbiamo visto, significa in sintesi che possiamo farci dono l’uno all’altro come Gesù si è donato alla sua Chiesa sulla croce. Dono fino a dare la vita. Non solo; anche dono totale della nostra persona attraverso il corpo nell’amplesso fisico. Essere profeti significa mostrare l’amore di Dio al mondo. Amare come ama Dio. Ed essere Re? Cosa significa? Cercheremo di svelarlo articolo dopo articolo. Chi è il re? Nel nostro comune intendere il re è detto molto semplicemente colui che governa e che detiene il potere di un regno, colui al quale è riconosciuto onore e sottomissione. Prestate ora attenzione! La parola re è la radice di tante altre parole derivate da essa, come reggere, reggente, regista, gerente. Sono tutte parole che indicano qualcuno che ha la responsabilità e la gestione di qualcosa. Al tempo in cui la Bibbia fu scritta c’erano già i re. I re babilonesi e i faraoni erano conosciuti dagli stessi ebrei. Il re di quei regni era il tramite tra gli uomini e Dio. Spesso era considerato lui stesso come dio. Non esisteva, nei grandi regni antichi sorti nella zona limtrofa ad Israele, un solo dio, ma il re era dio insieme agli altri dei adorati. Gli ebrei erano un’eccezione.

Dall’uscita dall’Egitto e per i successivi 400 anni, gli Ebrei non ebbero mai nessun re. Perchè, nel loro credo, solo Dio poteva essere re. Anche quando gli Ebrei decisero di avvalersi finalmente di un re, fu sempre evidente e chiaro a tutto il popolo che quello era semplicemente un uomo, non era certamente come Dio nè paragonabile a Dio. Tutto questo è chiaramente dimostrato dal fatto che spesso in Israele i profeti sono presentati nelle scritture come i messaggeri di Dio, delle persone che spesso mettono in guardia il sovrano, a volte addirittura lo minacciano di castighi. Un atteggiamento inconcepibile in altre culture.

Veniamo ora al Vangelo, veniamo a Gesù. Gesù è il Re. Il re che regnerà per sempre. C’è un particolare non trascurabile che si comprende dal Vangelo: Gesù rifiuta di essere re alla maniera degli uomini. Basti pensare a quando Gesù esterna la sua regalità. Lo fa tre volte nel giro di pochissmi giorni. La prima con un gesto eclatante all’inizio della Sua Passione. Il primo episodio raccontato dai Vangeli in cui Gesù apertamente e pubblicamente mostra di accogliere la Sua regalità è l’ingresso a Gerusalemme il giorno delle palme. Viene acclamato come Re. Un re mite. Non si presenta su uno stallone, bardato a guerra, ma cavalca un asino. E’ un re umile. E’ il re dei piccoli. Dichiara una seconda volta di essere Re davanti a Pilato: Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».  La terza dichiarazione, quella più solenne della sua regalità, avviene sulla croce. Viene scritta nelle tre lingue conosciute. Era rivolta quindi a tutto il mondo. C’era il latino, la lingua dei potenti e di chi governava, c’era il greco, la lingua dei dotti e dei sapienti e c’era l’ebraico, la lingua del popolo.

Lì sulla croce Gesù è assiso sul Suo trono. Un trono difficilmente comprensibile per il nostro modo di pensare, ma che invece viene sorprendentemente riconosciuto come re da due diverse persone. Viene riconosciuto dal ladrone e viene riconosciuto dal centurione. Da cosa viene riconosciuto? Dal Suo atteggiamento. Gesù si comporta da re. Perdona coloro che lo mettono in croce. E’ più forte del loro odio. Non solo perdona, ma chiede perdono al Padre per coloro che lo stanno uccidendo, e lo fa con la forza di chi ha l’autorità per farlo. Di più: paga per loro. Gesù è stato spogliato di tutto. Le sue vesti sono state giocate ai dadi dai soldati romani. Sembra non possedere più nulla. In realtà ha mantenuto tutto ciò che davvero conta. Gesù non si lascia spogliare della sua dignità e non si lascia spogliare del Suo abbandono al Padre. Gesù non si lascia vincere dalla rabbia, dalla disperazione e dallo scoraggiamento, come invece capita spesso a noi. Per questo sulla croce Gesù ha la regalità del re. Non cede a quelle che sono le debolezze e le fragilità umane. Gesù continua ad amare anche sulla croce tanto da pensare ancora agli altri prima che a sè stesso.

Si comincia a delineare l’atteggiamento che noi sposi dovremmo possedere per mostrare la nostra regalità.

Antonio e Luisa

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Aguzzate la vista ! Trova le differenze e le somiglianze.

Vi riportiamo solo la prima parte del Vangelo di sabato scorso :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-40) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.
 

E’ un brano poco noto e sicuramente non tra i più facili né digeribili, per questo ci soffermeremo solo sul punto centrale di questa prima parte della risposta di Gesù, la seconda parte non l’abbiamo riportata.

Per Gesù c’è una differenza tra i figli di questo mondo e i figli del regno dei cieli, gli uni prendono moglie e marito pensando che la vita sia tutta qui, gli altri invece sanno che una volta nell’aldilà ( e nella risurrezione finale ) saranno solo figli di Dio. Nella Bibbia sono innumerevoli i passi che ci ricordano la fugacità di questa vita e l’eternità di quella futura in Cielo, eccone alcuni esempi : passa la scena di questo mondopensate alle cose di lassùnon accumulate tesori sulla terra ma tesori in cielovado a prepararvi un posto nella casa del Padre mioIo faccio nuove tutte le cose.

Apparentemente il tema del Sacramento del Matrimonio e quello della vita eterna sembrano due temi che confluiscono in uno solo, poiché dentro il cuore umano c’è il desiderio di un amore eterno, come testimoniano anche i sadducei che pongono la questione a Gesù. Già da una prima analisi basilare scopriremo somiglianze e differenze.

Nel Catechismo il Sacramento del matrimonio è nella sezione dei “Sacramenti al servizio della comunione“, come a dire che è un sacramento che serve per aiutare gli altri a diventare santi, la santità personale la si raggiunge puntando a questo obiettivo. Si potrebbe anche spiegare che è un itinerario comune in cui i due sposi si aiutano vicendevolmente sulla via della santità ; molti sacerdoti spiegano anche, giustamente, che la vocazione alla santità è per tutti, e si realizza concretamente nel proprio stato di vita a cui il Signore chiama, nel nostro caso siamo sposi.

Il Sacramento del matrimonio quindi non può essere vissuto come un assoluto, ma come un aiuto alla santità. Certo, non è un aiuto da quattro soldi, non è un oggetto da saldi di fine stagione, ma è la vita di una vocazione particolare : quella di fare in qualche modo le veci di Dio presso il nostro amato/a.

Molti cristiani non disprezzano il matrimonio, però lo deprezzano. Non lo considerano un sacramento, pensano che sia solo uno “stare insieme a chi ti piace” e chiedere a Dio, non si sa bene perché, la sua benedizione. Perché mai Dio debba sentirsi obbligato a benedire due che si piacciono è cosa alquanto strana, quantomeno da definire. Bisognerebbe prima analizzare come intendiamo il piacere : a me potrebbero piacere situazioni/persone/azioni che sono immorali, ma per il solo fatto che solleticano i miei piaceri venerei non significa che esse siano lecite o moralmente accettabili o addirittura buone per la mia anima.

Ecco perché per vivere la vocazione alla santità nel Matrimonio non è sufficiente che i due si piacciano, non è sufficiente che lei/lui sia bello/a, non è indispensabile che i due abbiano gli stessi hobby, non è necessario che la pensino allo stesso modo sempre ed in ogni ambito, MA E’ NECESSARIO che puntino alla santità aiutandosi l’un l’altro nella realizzazione della propria mascolinità e femminilità.

Valentina mi sgrida sempre per come preparo le castagne, perché abbiamo due diverse scuole di pensiero sul giusto taglio da effettuare, il tipo e la durata di cottura… però, questo novembre, dopo 18 lunghi anni di agonie da castagna, la nostra relazione ha fatto un passo notevole in avanti poiché abbiamo trovato un terzo modo e, questa volta, comune, per la preparazione delle caldarroste… fermo restando che, in mancanza del coniuge nei paraggi, ognuno prepara le castagne a proprio modo, ci amiamo tanto lo stesso !

Ma quando questo meraviglioso viaggio intrapreso finirà, noi non saremo più marito e moglie così come lo intendiamo ora, in Paradiso l’altro non farà più nessuna vece di Dio ; non ci sarà più bisogno della mediazione del nostro amato/a per sentirsi amati da Dio poiché Dio stesso riempirà tutti i nostri bisogni, ma nello stesso tempo l’amore che ci siamo scambiati non andrà perso ma ne vedremo la vera fonte.

L’amore che ci scambiamo su questa terra è come se fosse lo stuzzichino dell’aperitivo, non è il pasto completo… in Paradiso non ci verrà nemmeno voglia di riassaggiare lo stuzzichino dell’aperitivo perché saremo seduti al banchetto eterno delle nozze eterne.

Cari sposi, nei nostri cuori ci sono questi aneliti di eternità che trovano la loro fonte nel nostro comune Creatore, e questi desideri devono sostenere la nostra quotidiana prova d’amore verso il/la nostro/a sposo/a. Quindi Gesù ci ha aiutato a svelare somiglianze e differenze tra questa vita (dentro questa meravigliosa vocazione del matrimonio) e la vita eterna dove vivremo il matrimonio eterno con il vero sposo.

Coraggio sposi carissimi, adesso siamo solo all’aperitivo, il bello deve ancora venire !

Giorgio e Valentina.

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L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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Vostre maestà marito e moglie!

Nel freddissimo febbraio 1945 il palazzo Livadja a Yalta, città della Crimea con vista al Mar Nero, ospitò la riunione dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: Roosevelt, Stalin e Churchill. Si trattava di decidere le sorti del mondo dopo lo sconvolgimento bellico, tra l’altro nemmeno concluso.

Il grande Papa Pio XII, che in tutti i modi aveva tentato di scongiurare il conflitto sei anni prima, ora mirava a dare il proprio contributo alla pace tra i popoli tramite i suoi nunzi apostolici. Si dice che Stalin, quando seppe di tutto ciò, affermò sarcasticamente: «E quante divisioni ha il Papa?».

Anche in quel caso si ripeteva la storia. La storia del Figlio di Dio, Onnipotente, la Seconda Persona fatta carne, che, dopo essere stato flagellato e con una corona di spine conficcata nel cuoio capelluto, se ne stava lì, tremante di dolore, dinanzi a Pilato e gli susurrava: “io sono re”.

Ma di che regno stiamo parlando? Quello comprato grazie a suon di miliardi di dollari? O che si affida a sterminati giacimenti di petrolio? Oppure fa leva su una schiera di F-35 o di satelliti spia?

Il Regno di Cristo si fonda su una cosa ben precisa: essere testimone alla Verità. Perciò, brevemente vediamo cosa intende dirci Gesù con questa frase.

Nel linguaggio corrente si dice vero un pensiero, una parola conforme alla realtà. Ma è vera anche una realtà che si svela, che è chiara, evidente per l’intelletto. Per i Greci verità era alètheia, cioè a-lethès = non nascosto e come per loro così anche per noi. La nozione biblica di verità però è diversa, perché si fonda su un’esperienza religiosa, quella dell’incontro con Dio. Mentre nella Bibbia la verità è anzitutto la fedeltà all’alleanza con Yahvé, nel Nuovo Testamento essa diventa la pienezza della rivelazione che ha fatto Gesù. Il verbo ebraico ‘amari, da cui è formato hemet ossia verità, significa alla lettera, essere solido, sicuro, degno di fiducia. La verità è quindi la qualità di ciò che è stabile, provato, ciò su cui si può costruire con sicurezza e qualcuno di cui ti puoi fidare incondizionatamente.

Perciò quando Gesù parla di verità fa riferimento alla fedeltà (hemet) e all’amore (hesed) di suo Padre. Di esse Lui è venuto a testimoniare, a esserne l’icona, la manifestazione.

Ma in un certo senso la parola verità per Gesù include l’accezione sia greca che ebraica. Difatti san Paolo è questo che ha in mente quando parla del Mistero Grande agli Efesini (cfr. Ef 5, 32). Gesù ha svelato il volto fedele, buono, misericordioso di Dio Padre e questo dono lo ha dato prima di tutto agli sposi.

Cari sposi, a questo punto è chiaro che per voi, battezzati e coniugati in Cristo, la regalità non può assolutamente essere dominio sull’altro. Se una certa cultura maschilista ha deformato l’immagine del matrimonio come il predominio del marito sulla moglie, oggi vediamo l’esatto contrario secondo un sedicente femminismo.

Ma non ci siamo in nessuno dei due casi. Solo Gesù può svelarci la chiave di lettura corretta del matrimonio. Voi sposi siete re, lo siete appunto grazie al battesimo e questa regalità viene specificata ancor di più nel matrimonio. Come essere re e regine? Lo sarete solo essendo essere testimoni a vicenda, della fedeltà e misericordia di Dio.

Vivrete la regalità battesimale e matrimoniale se svelerete “a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Come Gesù Sposo ci ha svelato quel Mistero Grande con tutto il suo amore smisurato per gli apostoli, per i poveri, per i piccoli, per i malati e sofferenti, così voi continuate a svelarlo, anzitutto tra di voi e nella vostra famiglia, sempre con i vostri piccoli gesti di donazione, di servizio, di fedeltà, di misericordia.

Così facendo voi siete quei re e regine di cui il mondo ha bisogno oggi, tanto bisogno! Grazie di cuore per provarci e riprovarci ogni giorno, benché non sia facile.

ANTONIO E LUISA

Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare due valori: la dignità e la libertà.  Gesù è Re perchè la Sua legge è la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimone. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della Sua Legge.  Il re  sa perdonare, non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

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