Cara figlia mia, come vuoi essere guardata?

E’ di pochi giorni fa la polemica nata a seguito delle parole con cui un’insegnante di una scuola superiore di Roma ha apostrofato una alunna vestita in modo discinto e che si stava riprendendo con il cellulare durante un balletto che poi presumibilmente avrebbe caricato sui social. Tiktok? Molto probabile.

Sinceramente credo che l’insegnante abbia esagerato e sbagliato. Apostrofare in quel modo una ragazzina, darle della prostituta, non serve a costruire un dialogo, ma solo a ferire un’adolescente e a chiudere ogni canale di possibile confronto. Sarebbe stato meglio, magari in separata sede, cercare di far riflettere quella ragazza. Certo mi rendo conto che per un’insegnante tutto questo sia molto complicato e non sempre ci sia quella fiducia reciproca necessaria a trattare argomenti abbastanza personali ed intimi. Bisogna premettere poi che l’abbigliamento deve essere consono al luogo. Lo stesso abbigliamento può essere completamente normale su una spiaggia ma completamente inadatto ad un luogo come la scuola. Io vorrei però fare un discorso più ampio.

Noi genitori però non possiamo tirarci indietro. E’ nostro compito cercare di trasmettere un concetto fondamentale. Mi spiego meglio. Dovremmo aiutare i nostri figli a riscoprire l’importanza del pudore. Pudore che significa riconoscersi belli e preziosi. Ogni tanto mi succede di scorrere i brevi video di tiktok e sembra davvero, almeno in larga misura, una vetrina dove ragazze più o meno giovani, più o meno carine, si mettono in mostra con pose che non si possono equivocare. Alcune di quelle ragazze sono poco più grandi di mia figlia. Cercherò di impostare quindi la mia riflessione come se mi rivolgessi a mia figlia Maria che oggi ha 14 anni.

Cara Maria non perdere mai il tuo pudore. Il pudore non è da confondere con la vergogna. Il pudore non è qualcosa da sfigati e complessati. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e da rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita. Invece spesso i ragazzi sono pronti a svendersi per avere qualche like. Magari anche per tanti like, ma è sempre svendersi. Pensaci! Se anche tu cadessi in questa schiavitù non saresti più libera di sentirti bella così come sei. Sentirti amata perchè vali e non perchè qualcuno te lo deve confermare con un like. Perchè tu sei figlia di Re. Sei figlia di un Padre che ti ama immensamente più di quanto posso fare io, che è disposto a tutto pur di attirarti a sè e non devi dimostrare nulla. La tua bellezza non è soggetta al giudizio di altre persone, ma c’è e basta. Devi solo diventarne consapevole. Solo con questa consapevolezza sarai capace poi di amare e di lasciarti amare davvero.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Maria il tuo corpo è solo per un altro re, per una persona capace di guardarti e non di violarti o avvilirti con il suo sguardo, ma capace di farti specchiare nei suoi occhi e farti ammirare tutta la tua bellezza. Un uomo disposto a donare tutto di sè a te e ad accogliere tutto di te, una persona che non ha paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che è per nostro marito o nostra moglie anche se ancora non li conosciamo. Se hai pudore è perché conosci l’importanza del tuo corpo, non vergognartene. 

Quindi cara Maria non ti impedirò mai di vestirti come tu ti sentirai di fare. L’abito racconta molto di noi e mi rendo conto sia importante. Nessuno avrà mai il diritto di molestarti o di disprezzarti per come ti vestirai. Tu sei una meraviglia sempre, sei figlia di Re. Quello che ti chiedo è di pensare a come desideri essere guardata. Come una donna bellissima quale sei o come un corpo da usare?

Antonio e Luisa

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Non approfittarne!

Nella prima lettura della Messa di Domenica scorsa c’è una frase che vi riportiamo:

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)  […]“Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?” […]

Utilizziamo solo questa frase ma dobbiamo contestualizzarla : praticamente Saul va a cercare Davide con tremila soldati per farlo fuori affinché non diventi re al posto suo, ma Davide sfugge all’agguato, di notte scende nell’accampamento di Saul, ed ha l’occasione di ucciderlo senza che nessuno se ne accorga poiché tutti i soldati dormono beati. Davide però non compie l’omicidio ed esclama al suo braccio destro Abisài la frase sopra riportata.

Apparentemente sembra un’episodio tanto lontano nel tempo e nella cultura da non dirci niente, eppure basta fermarsi un momento e metterci nei panni dei protagonisti; Il Signore aveva rigettato Saul come re, a causa di un atto di mancanza di fede (leggi qui), ed al suo posto aveva scelto Davide. Un boccone troppo amaro per Saul il quale cerca vendetta, forse mosso anche dall’invidia (come Caino a suo tempo). Davide ha quindi tutte le ragioni per sbarazzarsi di Saul, per dargli una bella lezione, per far valere la preferenza di Dio nei suoi confronti, gli sarebbe bastato infilzarlo nel sonno e, senza grossi spargimenti di sangue innocente, avrebbe chiuso la questione, avrebbe regolato i conti, ma… c’è un ma… Davide non muove un dito contro il consacrato del Signore… ma Saul non era stato rigettato come re? Sì, ma non viene sconsacrato da Dio, perché? Perché Dio non agisce come noi, Egli non ritratta i suoi doni, le sue scelte, Egli è fedele alle proprie scelte… quindi se lo aveva consacrato, tale resta fino alla morte.

Ecco il primo insegnamento per noi sposi. Non sono sufficienti i nostri sbagli, le nostre fragilità, i nostri errori, i nostri peccati per farci sconsacrare da Dio. Se siamo sposi nel sacramento, lo siamo fino alla morte di uno dei due, anche se l’altro si comporta come Saul che volta le spalle a Dio, alla sua promessa e alla sua volontà nel vivere la propria vocazione… nonostante tutto ciò Dio non ritratta la parola data e lo lascia consacrato… similmente noi possiamo combinare un sacco di guai ma restiamo sposi l’uno dell’altra fino alla morte, è un vincolo che nemmeno Dio può scogliere… per fortuna Egli non ci ripaga secondo le nostre opere!

Continuiamo però l’approfondimento di questa frase perentoria della Parola di Dio pronunciata da Davide, poiché essa ha da ammonirci anche nel suo significato più prossimo, ossia è un invito a non uccidere il consacrato di Dio. Purtroppo assistiamo quotidianamente sui social media ad assalti più o meno velati a vari consacrati del Signore… questo prelato piuttosto che quell’altro ha detto o fatto questo con tanto di foto ad immortalarne il pubblico ludibrio, il pubblico scandalo… Davide aveva avuto questa opportunità eppure non ha alzato la mano sul consacrato del Signore, e quanti di noi invece uccidono i consacrati del Signore in vari modi? Non vogliamo essere sentimentaloni ma vogliamo ricordare che il Catechismo ci ha insegnato, riprendendo una frase della Parola di Dio, che “la lingua uccide più della spada”… l’uccisione fisica è solo uno dei tanti modi con cui uccidere una persona. I consacrati del Signore che sbagliano alla guisa di Saul possono essere quelli che vivono lontani da noi, ma può essere il nostro parroco o il nostro vescovo, non ha importanza questo, ma non dobbiamo ucciderli… sarebbe come dire a Dio che si è sbagliato sul loro conto (oltre ad essere un’ulteriore ferita alla comunione e spesso una mancanza di carità fraterna).

E’ possibile che Dio si sbagli? Ovviamente no. Dobbiamo sempre tener presente che abbiamo un Dio che sa trarre bene anche dal male… un esempio? Che male c’è peggiore del deicidio, cioè dell’uccidere Dio fattosi uomo in Cristo Gesù di Nazareth? Eppure da questo grande male Dio ha saputo trarre il più grande Bene: la Redenzione.

Cari sposi, nella nostra relazione impariamo ogni giorno che “si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile di aceto“… se questo vale all’interno del nostro matrimonio è nostro compito trasportarlo con l’esempio al di fuori delle nostre mura domestiche… dobbiamo amare i nostri sacerdoti e vescovi anche e soprattutto quando sbagliano perché sono i consacrati di Dio… così come abbiamo imparato a nascondere agli altri i difetti del nostro amato/a per non ferirlo/a e mancare a lui/lei di rispetto , così dobbiamo fare anche con i consacrati di Dio.

Coraggio sposi, anche questo è un frutto di fecondità del nostro amore !

Giorgio e Valentina.

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Fare l’amore? … O solo piacere?

Fare l’amore! Solo piacere o rimanere aperti alla vita? Possesso o libertà?

Piacere mio, piacere tuo, o piacere nostro?

Oggi vogliamo unire gli spunti degli articoli dei lunedì precedenti, (potrete ricercare sulla nostra pagina facebook o sul blog di matrimonio Cristiano) quando abbiamo parlato del custodire la vita sempre, e della bellezza del gesto d’amore, della vita che si genera sempre tra la coppia, del dono che è l’altro per me, dell’eternità in cui bisogna vivere un atto di amore.

Oggi proviamo ad intrecciare amore, vita e piacere..

Vi diamo in primis dei dati, i nati in Italia nel 2021 sono stati circa 400.000, in continuo calo.

Sapendo come si fa a procreare tra un uomo ed una donna, riaffermando che i figli sono un dono del Signore, vorremmo dapprima domandarci da cosa dipende questo riduzione della natalità e se ciò ha un nesso con il fare l’amore, con l’amarci, con il nostro vivere la sessualità e il piacere di coppia.

Proviamo a trovare delle ragioni:

  • Forse non si fa più l’amore? O Si fa poco l’amore? L’evoluzione dei media, del digitale, della tecnologia ha portato ad avere un’offerta televisiva più che allargata. Ma può essere che Netflix, Prime, Sky, Dazn, Disney e i cellulari ci abbiano rubato l’amore?
  • Forse i tempi sono peggiorati e sia economicamente che lavorativamente, viviamo una fatica maggiore delle spese familiari, ed è giusto che ognuno faccia scelte responsabili. Bisognerebbe a volte valutare se non scegliamo un benessere a cinque stelle a una nuova vita.
  • Forse la paura per il futuro, l’incertezza per il domani, il surriscaldamento globale, il sovraffollamento terrestre, le politiche antidemografiche statali ci spingono a non scegliere la vita. Una vita che nasce è sempre speranza sul domani! (Vedi il nostro post del 24 gennaio)
  • Forse siamo talmente tutti capaci di seguire i metodi naturali (di cui parleremo lunedì prossimo..) che l’amore lo facciamo 20 giorni su 30 ogni mese senza concepire nuova vita.
  • Forse l’amore è sempre in modalità contraccettiva, che sia pillola o preservativo o altro, scegliete voi quello che vi piace di più. Il risultato è che forse, si fa l’amore sempre attenti, protetti, sicuri, con il freno a mano tirato.
  • Forse stiamo perdendo quel senso naturale di attrazione che ci spinge a fare l’amore, assuefatti dai cellulari, dall’iperconnessione, o stancati da una società che aumenta lo stress, la fatica, che ci chiede sempre di più, non lasciando spazio all’amore.
  • Forse son altri i motivi che ci fanno fare o no l’amore, quel gesto attrattivo, istintivo e procreativo, e al suo interno di scegliere se restare aperti o no alla vita.

I due aspetti, amare e procreare, non son separati, all’interno del gesto d’amore sappiamo che nasce la vita. Non possiamo scindere le due cose o se lo facciamo non si chiamerebbe amore, forse lo si chiamerebbe solo sesso, che è una ricerca del piacere che utilizza il corpo ma non è amore! Allora se il mio fare l’amore ruota intorno ad un godimento, potrei scegliere di ricercare il piacere mangiando il mio piatto preferito o bevendo una bottiglia di vino.

Certe cose sono collegate, io vado a giocare a calcetto per fare anche goal, se tutti giocassimo solo per passarci il pallone non la chiameremmo partita. Non si può fare sempre goal ma sappiamo che giocando si fa quello.

Guido la macchina perché devo andare in un posto, cucino per poi mangiare. Faccio l’amore per generare vita. Invece la differenza sta qua, nel fatto che l’amore lo facciamo castrato, solo per il nostro piacere!

Perché allora amiamo senza essere aperti alla vita? Come si può amare, fare l’amore restando aperti alla vita? Che non vuol dire rischiare di avere un figlio all’anno! Si può essere aperti alla vita, senza rimanere in gravidanza, vivendo una responsabilità familiare.

Amare nel suo senso completo, e fare l’amore, non è rincorrere solo un piacere.

Non si sta con una persona perché è bello avere qualcuno accanto, e non ci si può sposare solo per indossare l’abito bianco una volta nella vita. Amare presuppone una scelta che include gioia, piacere, felicità, ma anche sacrificio, passione, fatica, rinuncia. Amare è accogliere tutto dell’altro, è donarsi interamente ad un altro non solo quando posso o voglio o mi fa piacere, è voler il bene dell’altro prima del mio.

Amare, e quindi anche unirsi nel fare l’amore, non è un più allora un gesto finalizzato al piacere, che viene messo e incastrato nella nostra settimana perché bello. Ma assume un significato più grande, più totale, più completo!

L’amare e il fare l’amore non è un piacere del lunedì sera perché non ci sono le coppe, o del sabato sera perché domani non si lavora, e il resto della settimana lascio che gli altri miei hobby, piaceri, interessi, idoli abbiamo la meglio sull’amore. Amare non è dirsi ti amo, ma al martedì ho piscina, mercoledì calcetto, giovedì bowling, venerdì birra con amici, perché così è fare dell’amore un abbonamento del lunedì o del sabato sera, è ridurlo ad un piacere consumistico come sono gli altri interessi personali che ho, che hai.

Amare è guardare all’altro prima dei miei interessi, del mio piacere, è volere il meglio per l’altro prima del mio.

Quando si ha un figlio i suoi bisogni, le attenzioni, le cure prevarranno in forza dell’amore sui miei, sulle ore di sonno, sul tempo libero del week end, sul tempo post lavorativo, sennò come posso amare mio figlio?

Il proprio coniuge, lo si deve amare con un amore più grande del figlio, perché il primo figlio della coppia è la coppia stessa, perché più grande dev’essere sempre l’amore verso mio marito e verso mia moglie; questo vuol dire che se un bambino chiede 100 del mio tempo, al mio coniuge devo donare 200 anche se non me lo chiede perché da persona adulta, autonoma non ha il necessario bisogno di papà o di mamma.

Se scelgo i miei hobby, il mio piacere, perché son ricurvo su me sesso volendo soddisfare il mio benessere e non quello dell’altro, che amore vivo?

Guardiamo a figure che hanno amato e che non sono diventati biologicamente padri o madri; prendiamo Santa Madre Teresa o San Giovanni Paolo II, chiediamo a loro se sceglievano il loro piacere personale o se sceglievano di donare vita, di spendersi per amore.

Ora ritorniamo al nostro fare l’amore, amare.. e generare vita.

Fare l’amore genera sempre vita, mi apre sempre all’altro, alla comunità, agli amici, o ad un figlio. Fare l’amore è amare in modo totale che genera una forza che spinge ad uscire da se stessi e dalla coppia.

Un figlio che nasce, sia in modo spirituale o carnale, chiede tantissimo tempo, cura, attenzioni, impegno, sacrificio alla coppia, dona gioia, piacere, bellezza, vita. Son le caratteristiche che dicevamo prima dell’amore. Ciò che non toglie è l’amare quindi e il fare l’amore, che si ravviva, cambia, muta, cresce nella coppia ma non viene meno.

Se scelgo di amare ma metto i “se” davanti, per paura di non riuscire ad uscire il sabato sera con gli amici, o di togliere o diminuire i miei hobby, i miei piaceri per far spazio all’altro, non sto amando nè il mio coniuge, nè la vita.

Credere di amare, ma solo quando ho tempo e piacere, è un amore a chiamata.

Amare è sempre, per sempre e totale. E non toglierà mai nulla di ciò che è mio, ma ce lo ridonerà nella libertà dell’amore che l’altro ci donerà, e quindi amplificato, più bello, ripulito da quello che può essere un solo piacere personale.

Vi salutiamo lasciandovi con una domanda: quando fai l’amore cerchi solo un piacere, o vivi l’amore e resti aperto alla vita?

A lunedì prossimo quando parleremo dei metodi naturali.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Lotta continua

Tranquilli non ho intenzione di parlare di politica in questo articolo. Piuttosto vorrei esprimere così il senso nuziale del Vangelo di oggi.

Tra le miriadi di barzellette sugli sposi ce n’è una che mi ha sempre rallegrato ed è quella delle varie definizioni di matrimonio. C’è quella matematica, quella geometrica, quella gastronomica, legale ed infine quella militare: “Dicesi matrimonio l’unica guerra in cui si dorme a fianco del nemico”.

È vero che la vita matrimoniale, quando si vive a pieni polmoni, è sempre un cammino sul filo del rasoio tra le dimostrazioni di affetto e gli scontri / offese, piccole o grandi esse siano. Ci sono momenti di calma e momenti di turbolenza ma se si vive la relazione con un atteggiamento di crescita e di assecondamento della grazia ricevuta, allora ci si deve preparare alle “montagne russe” e non alla pace dei cimiteri.

A ben vedere, infatti, la vita matrimoniale è la via regia, l’autostrada in cui si può vivere questa Parola di Gesù: “Amate invece i vostri nemici, fate del bene senza sperarne nulla”. Credo veramente che sia la frase tra le più difficili da mettere in pratica in tutto il Vangelo.

Non andiamo subito a situazioni limite, alle truffe, estorsioni o oltraggi subìti. Pensiamo che c’è una dimensione di conflitto, più o meno latente in ogni coppia, che bisogna saper gestire evangelicamente. Perché l’esperienza dimostra che se si litiga e non si riesce a perdonarsi e a fare pace sul serio, prima o poi si danneggia seriamente la relazione. Ma è anche comprovato che se non si litiga affatto e regna una calma apparente, forse è perché si sta mettendo puntualmente la polvere sotto il tappeto e prima o poi la vita ti passa amaramente il conto. Come in un grande serbatoio d’acqua, se c’è una crepa che sfugge al controllo (dicasi poca intimità, pochi o troppi litigi, poca preghiera, pochi progetti comuni…) e quel serbatoio non lo si sta continuamente alimentando, inesorabilmente il livello inizierà a scendere e per un bel po’ di tempo nessuno si accorgerà del pericolo. Purtroppo, ci si rende conto dello svuotamento in atto magari dopo 10, 20, 30 o più anni di matrimonio e son dolori!

Perciò non ignorate le piccole crepe ma al contrario che i vostri scontri siano affrontati in tempo, con onestà, con sincerità e sempre con la decisione di ricostruire continuamente. Solo Gesù ci dà il segreto e la forza per affrontarlo nel modo giusto ed è proprio il Vangelo di oggi. Gesù ci insegna ad amare anche quando l’altro non se lo meriterebbe, ci insegna a dare senza guardare a cosa o quanto ricevo a cambio. Spesso in una coppia, che è come un’aquila a due ali, solo uno sta tentando di volare mentre l’altro vorrebbe restare a terra. So che è dura da vivere ma è pur vero che solo quando si un atteggiamento di dono costante accadono i “miracoli” e questo amore puro tocca profondamente l’altro coniuge ridando gioia e speranza, nuove opportunità di ripartire. Cari sposi, vorrei lasciarvi un piccolo compito. Mi piacerebbe che vi andaste a rileggere i numeri dal 111 al 113 di Amoris Laetitia, dove leggerete il commento di Papa Francesco su come vivere il “tutto scusa” (1 Cor 13, 7) dell’amore che Gesù ci ha mostrato e insegnato. Buon cammino di crescita nell’amore!

ANTONIO E LUISA

Nella nostra esperienza questo Vangelo ha un grande significato. E’ profondamente vero! Amare nostro marito o nostra moglie quando tutto è bello ed appagante non è difficile e non serve neanche un sacramento per farlo. Però non si percepisce come amore gratuito. Almeno non completamente. Amare una persona quando non mi costa nessuna fatica è semplicemente assecondare un sentimento e un piacere. Ma stiamo amando la persona o piuttosto ci piace quello che quella persona ci permette di vivere? Non è una questione di poco conto.

L’amore che permette di crescere e di saldare la coppia è quello costruito sulla roccia della scelta e non sulla sabbia del sentimento, è quello che costa fatica. Ringrazierò sempre Luisa di avermi amato anche quando mi sono comportato da egoista e non le davo nulla in cambio. Quei mesi sono stati fecondi per lei e per me, difficili ma molto fecondi. Se oggi siamo più uniti che mai è partito tutto da quella scelta d’amore che Luisa non ha mai messo in dubbio!

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Viva la carne !

Siamo in pieno Carnevale e quanti bei ricordi penso tutti abbiamo delle feste di questo periodo, sia da bambini che da giovani!

Non sappiamo con esattezza l’origine della parola ‘carnevale’. Forse proviene da car navalis, che alluderebbe al rito della nave sacra portata in processione su un carro; oppure magari deriva da carnes levare (“togliere la carne”) o anche carne vale (“addio carni”) con il riferimento al successivo inizio del digiuno quaresimale.

Io propenderei per correlare “Carnevale” alla ‘carne’ intesa come la nostra tendenza al piacere corporeo. Difatti in questo tempo l’amore fisico è espresso e celebrato, anche visibilmente, specie in alcuni paesi. Tant’è che, quando ero novizio e arrivava il Carnevale, da domenica a martedì-grasso, si usava fare un tempo speciale di adorazione eucaristica con l’intenzione precisa di riparare gli eccessi morali.

I suddetti eccessi poi, nei tempi che furono, si giustificavano di proposito per l’imminenza della Quaresima e la sua sequela di penitenza e vita più rigida con l’esito di finire per contrapporre i due momenti, quasi fossero il diavolo e l’acqua santa.

Ma, andando più in profondità, si vede come anche tutto ciò si collega a un insegnamento cristiano: Quaresima e Carnevale sono le due facce di una stessa moneta ossia la corporeità e spiritualità di cui è formata la persona umana. Non possiamo vivere uno e fare a meno dell’altro, non solo nel senso, come direbbe il libro del Qoèlet, che c’è un tempo per tutto ma che non potremmo vivere bene spiritualmente la Quaresima senza che il nostro corpo sia trattato adeguatamente, senza che la “carne”, la nostra fisicità, riceva la sua parte dovuta. Evidentemente non mi riferisco alle esagerazioni ma ora voglio spiegarmi meglio.

Dico cose ovvie e venali? Per qualcuno sì probabilmente ma in realtà la cultura post-moderna che viviamo è solo in apparenza amante di tutto ciò che è sensibile e fisico, sembra idolatrare la materialità quando in realtà ha messo le emozioni e i sentimenti al centro di tutto, slegandoli dal resto della persona. E il corpo vale non più in sé e per sé ma nella misura in cui è sentito e percepito emotivamente. Il nostro baricentro oggigiorno non è né la ragione e nemmeno il fisico ma l’emotività. Tra le altre cose questo è il nocciolo della gender theory per cui si proietta sul proprio corpo ciò che si sente, in modo fluttuante e volubile.

Il filosofo Charles Taylor (1931), uno dei più grandi pensatori cattolici attuali, nella sua opera “L’età secolare” (2007) introduce il concetto, caro anche a Charles Péguy (1873-1914), per spiegare uno dei prodotti del secolarismo e lo chiama “excarnation” o “disincarnazione”.

Taylor vuole mostrare come la “disincarnazione” ha prodotto l’esatto contrario dell’Incarnazione. Cioè, se Gesù, assumendo in tutto e per tutto la nostra natura umana, la nostra carne, ha dato al corpo umano una dignità assoluta e di conseguenza anche il modo giusto ed equilibrato di trattarlo, invece la secolarizzazione, negando ogni valore a ciò che è trascendente, ha di fatto ha “disincarnato” lo spirito, l’anima, la mente, Dio, ecc. dal corpo. Risultato? Una forma di “schizofrenia” in cui apparentemente si esalta il corpo ma dove a governare adesso, come già sottolineato, è la nostra sfera emotiva, che funziona più o meno come la banderuola nelle case di una volta.

Il sacramento del matrimonio segue invece, pari pari, la stessa logica dell’Incarnazione. Unisce le sfere distinte della persona umana (lo spirito, la razionalità, la dimensione psico-somatica dell’affettività e il corpo) e porta la persona a relazionarsi in modo armonico, grazie allo Spirito Santo, in primis con il proprio coniuge. La grazia matrimoniale onora il corpo perché è il segno visibile con cui si manifesta l’amore divino!

Perciò quanto è importante per una coppia che la parte fisica sia integrata armonicamente con la sfera razionale, affettiva e spirituale. Come diceva S. Agostino, “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), se nella nostra persona regna tale armonia e non ci sono “schizofrenie” in corso, allora sperimenteremo una profonda pace e gioia. Celebriamo bene quindi il Carnevale, divertiamoci un sacco, beviamo, mangiamo e ridiamo a crepapelle per essere poi pronti a impegnarci ad una Quaresima meravigliosa. E come diceva un mio caro confratello, in questo Carnevale, “divertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Luca Frontali

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Ho avuto sete e mi avete dato da bere

Nell’articolo di ieri abbiamo visto come siamo affamati di amore ma di quello vero. Siamo affamati di gratuità perchè nella gratuità facciamo l’esperienza di essere accolti ed amati per chi siamo e non per quello che facciamo o diamo all’altro. D’altrolde il per sempre della promessa matrimoniale è proprio questo: scelgo di amare te senza aspettarmi nulla da te tanto che prometto di farlo tutta la mia vita, quando sarà facile e quando non lo sarà. Oggi vi parlerò della nostra sete. Di cosa abbiamo sete?

Abbiamo sete di senso. Io, non so voi, da ragazzo avevo un grandissimo peso nel cuore. Era il vuoto del senso. Dov’era il mio posto nel mondo? Che senso aveva la mia vita? Non mi mancava nulla. A ventidue anni avevo un lavoro, degli amici, la salute e anche la giovinezza eppure non ero felice. Ero tormentato, a volte agitato, alcune addirittura disperato. Non vedevo l’ora di uscire con gli amici per “divertirmi” e per bere in compagnia. In un inutile susseguirsi di giorni più o meno piacevoli.

Oggi, venticinque anni dopo, ho una vita completamente diversa. Sono sposato e padre di 4 ragazzi. Apparentemente ho rinunciato a moltissimo. Non mi piace però la parola rinuncia accostata al matrimonio. Preferisco scelta. Il matrimonio è sempre una scelta e mai una rinuncia. Se per voi il matrimonio è rinuncia c’è forse qualcosa da cambiare, forse la prospettiva con cui lo guardate e lo vivete. Sento spesso i miei amici, ancora scapoli convinti, affermare che non si sposeranno mai. Non credono di poter rinunciare alla libertà, alle uscite, ai viaggi, ai divertimenti, al tempo libero, ai soldi. Rinunciare a tante cose. Troppe per loro. Io da sposato la vedo diversamente. Non ho rinunciato a nulla. Ho semplicemente scelto la parte migliore. Non ho rinunciato al tempo libero. Ho utilizzato quel tempo per la mia famiglia, per amare, per servire, per dialogare, per sentirmi parte di un progetto più grande, per vedere il mio amore con Luisa prendere forma e carne nei nostri figli. Non ho rinunciato a nulla, ho solo scelto il meglio. Ho rinunciato ad avere più soldi da spendere per me stesso. Una famiglia numerosa costa. Ma è davvero una rinuncia? Quando torno a casa e trovo mia moglie che mi aspetta e mi abbraccia, trovo i miei ragazzi e la mia principessina che mi sorride, farei cambio con qualche milione di euro? No! Nulla vale più di questo. Non ho rinunciato a nulla. Ho preso il meglio.

Ecco il matrimonio aiuta noi sposi a trovare il senso e a dissetarci. Ci disseta perchè ci permette di essere fecondi. Luisa ed io siamo fecondi non perchè abbiamo avuto quattro figli, ma perchè abbiamo imparato a farci dono l’uno per l’altra e nel dono d’amore si trova anche il senso della vita. Una vita trova senso quando si impara a donarla. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. (Lc 17, 33)

Il matrimonio non ci rende felici solo perchè possiamo soddisfare tutti i nostri bisogni affettivi e sessuali. No! Certo ci fa piacere ricevere attenzioni e sentirci al centro dell’amore dell’altro. Questo però non è ciò che ci rende davvero felici. Io sono felice quando riesco a rendere felice Luisa, quando mi dono a lei, quando sono capace di sacrificio per lei. La promessa matrimoniale che ho fatto a Luisa di amarla ed onorarla ogni giorno della vita diventa la promessa di Dio di farmi trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. Nonostante i miei limiti e i miei peccati che ancora ci sono, ma la direzione ce l’ho ben chiara. A volte riesco altre meno. Per questo esiste il perdono e la misericordia.

Più ci si riesce a donare e più la vita sarà carica di senso e di pace. Tanti santi ne sono un esempio. Anche nella tribolazione non hanno mai perso la pace. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Non ci si sposa perchè l’altro ci renda felici. E’ un’illusione che possa riuscirci. Anche solo perchè è mortale e ci sarà sempre la paura di perderlo. Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo cambio di mentalità, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera. Mi rendo conto che il mondo porta da tutt’altra parte. Siamo educati a dare valore alla relazione in base a quanto riceviamo e a quanto ci soddisfa. Il centro siamo sempre noi. Questo non porta felicità. Rende le relazioni solo sempre più precarie. Pensateci un secondo. Proprio nel nostro tempo in cui le relazioni non sono mai state così libere dal giudizio sociale e da vincoli religiosi e civili, proprio in questo periodo ci sono tantissime persone che soffrono per quelle relazioni e necessitano di cura psicologica. Non c’è mai stata così tanta fragilità.

Il senso è quindi nel dono e il matrimonio è un’occasione per vivere il dono di sè e l’accoglienza dell’altro in modo totale. Senza risparmio. Per questo possiamo dissetare quella sete che sentiamo nel cuore. Per questo è una vocazione che ci può condurre a Gesù e ci permette di vivere da re e regine la nostra vita.

Antonio e Luisa

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Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare

Come possiamo sfamare l’altro nella nostra relazione sponsale? Di cosa ha fame nostro marito? Di cosa ha fame nostra moglie? Dalla nostra esperienza diretta personale e da quella indiretta di tante coppie che abbiamo ascoltato in questi anni crediamo di poter rispondere a questa domanda. L’uomo e la donna hanno fame di gratuità. Hanno bisogno di essere importanti e preziosi per qualcuno. Esserlo non per quello che danno o che fanno ma per quello che sono. Dio ci ama esattamente così. Ci ama tutti ma nello stesso tempo ci ama in modo esclusivo, come se fossimo gli unici. Il matrimonio è esattamente anche questo. Tra le molteplici caratteristiche c’è proprio l’unicità. Essere capaci di un amore esclusivo. Esclusivo perchè chiede di darci completamente. Non significa che non possiamo voler bene ad altre persone. Ma solo nel matrimonio è possibile con quella completezza.

C’è tutto di tutto. Tutto il cuore, tutto la spirito e naturalmente tutto il corpo. Non a caso l’amplesso fisico è un gesto autentico solo quando vissuto nel matrimonio. Abbiamo fame di questo. Di essere accolti in tutto quello che siamo. Abbiamo bisogno di mostrarci mettendoci a nudo senza difese e senza maschere. Spogliarci dei vestiti forse è la cosa più semplice. Molto più difficile spogliarci di tutte quelle difese che abbiamo costruito intorno a noi. Abbiamo fame di mostrarci per come siamo e fare esperienza di un’alterità che ci ama così come siamo. Che ci vede preziosi senza che dobbiamo nascondere le parti di noi che meno ci piacciono.

Che bello quando in una relazione ci si libera delle aspettative. Che bello quando si smette di fissare l’attenzione su quello che l’altro dovrebbe fare o non fare, naturalmente sempre secondo il nostro insindacabile giudizio, e incominciamo ad amare davvero. A donare la nostra tenerezza, il nostro ascolto, il nostro perdono, il nostro servizio e anche il nostro corpo. Anche quando magari l’altro non è perfetto e forse non fa altrettanto con noi.

Che bello donarsi così. No! So cosa state pensando! Non è da sfigati. E’ da re e da regine! Io mi sono sentito amato tantissimo da mia moglie proprio quando ero consapevole di non meritarmi tanto riguardo e tanta cura. Eppure lei mi ha accolto sempre. Che bello fare esperienza di questo amore. E’ davvero sfamare quella fame d’amore che abbiamo tutti nel cuore. Che bello e quando si fa esperienza di questo amore gratuito il cuore si riempie di riconoscenza e di desiderio di restituire quanto ricevuto. Questa è la forza e il fascino dell’amore. Ti attrae non con la prepotenza e la prevaricazione ma ti attrae per la bellezza e la pienezza che dona.

Vivere così il matrimonio senza aspettarsi nulla l’uno dall’altra è la via per crescere sempre più. L’amore si nutre dell’amore. Amando mia moglie scopro l’amore di Dio e con l’amore di Dio trovo la forza per amare senza condizioni la mia sposa. Un circolo d’amore che nutre la nostra fame. In questo modo possiamo sfamare Cristo presente nel nostro sposo o nella nostra sposa.

Antonio e Luisa

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Sosteniamoci l’un l’altra

Se vogliamo essere capaci di amare davvero la persona che abbiamo accanto, l’ho scritto innumerevoli volte negli del blog o nei libri che Luisa ed io abbiamo pubblicato, bisogna trovare la fonte inesauribile dell’amore ed abbeverarsi a quella. Mi riferisco naturalmente alla nostra fede e alla nostra relazione con Dio, in particolare con la Persona della Trinità Gesù, che si è fatto uomo come noi. Però, c’è un però! Quando ci sposiamo incominciamo un percorso a due dove non sempre, anzi quasi mai, siamo davvero capaci di amare così. Luisa ed io viviamo momenti di alti, dove ci sentiamo forti e pieni dell’amore di Dio, e altri dove invece facciamo più fatica a sentirci amati da Gesù, e quindi facciamo più fatica anche ad amare l’altro gratuitamente. Non riusciamo più ad attingere alla sorgente dell’amore inesauribile e ci ritroviamo ad essere di nuovo un po’ mendicanti e finiamo con cercare nell’altro quell’amore che ci manca. C’è una riflessione scritta da Etty Hillesumnel suo diario che mi ha colpito moltissimo. L’ho trovata profondamente vera e saggia. Etty, una ragazza ebrea olandese morta nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1943 a 29 anni, scrisse sul suo diario: Quando s’investono tutte le proprie energie nel desiderio della persona amata, in fondo le si fa torto: perché allora non rimangono più forze per essere veramente con lei. Parole bellissime. Per stare con lei, con la mia sposa davvero, devo liberarmi di lei, del bisogno di lei. Cosa fare quindi?

C’è un racconto tratto dalle Fonti Francescane relativo al santo di Assisi che ci può aiutare a capire.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Come ho già scritto anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Anche per Luisa è così. E’ una fatica credo che faccia un po’ parte della nostra umanità ferita dal peccato. La fede è un dono che a volte facciamo fatica a sentire. Le parole di San Francesco hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Per riflettere su quello che concretamente possiamo fare nella nostra relazione sponsale, ci lasceremo guidare da un passo evangelico molto conosciuto:

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Matteo 25, 35-40)

Nei prossimi articoli rifletteremo su ognuna di queste opere di misericordia corporali.

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Non saremo la ruota di scorta, vero?

Il 14 Febbraio la Chiesa festeggia i due Santi Cirillo (monaco) e Metodio (vescovo), compatroni d’Europa insieme ai Santi Benedetto da Norcia, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). E san Valentino dove lo mettiamo? In Paradiso anche lui, ma la sua memoria liturgica è posta in secondo piano per dare spazio a questi due fratelli che vennero inviati in diversi luoghi dell’attuale est-Europa come evangelizzatori (verso la metà del IX secolo), la loro impresa più importante fu in Pannonia e Moravia, dove Cirillo lavorò a un nuovo alfabeto per le popolazioni locali e alle traduzioni dei testi sacri, alfabeto che conosciamo come cirillico; in questo giorno la Chiesa ci offre questa prima lettura nella Liturgia :

Dagli Atti degli Apostoli (At 13, 46-49) In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco : noi ci rivolgiamo ai pagani.
Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

Molte volte la Parola di Dio viene letta con meno enfasi della fiaba di Biancaneve… certo il linguaggio è un po’ diverso, ma se prestassimo più attenzione dovremmo avere gli occhi sgranati come quelli dei bambini quando si aspettano che Biancaneve dia un morso alla mela, ed invece no! Provate un po’ a mettervi nei panni di quei Giudei che si sentono ammonire con tanta veemenza dai due evangelizzatori e forse proverete un po’ di imbarazzo. Però…. a pensarci bene noi siamo gli altri. Gli altri chi? Quelli che Paolo e Bàrnaba definiscono pagani : “[…] noi ci rivolgiamo ai pagani“.

Ritorna alla mente un famoso miracolo di sant’ Antonio da Padova che si rivolse ai pesci del mare sulla spiaggia di Rimini poiché gli uomini non lo volevano ascoltare, ed anche lui si rivolse ai Riminesi con parole simili a quelle degli Atti: “Poiché vi dimostrate indegni della Parola del Signore, ecco, io mi rivolgerò ai pesci in modo da evidenziare ancora di più la vostra mancanza di fede”.

La cosa curiosa è che i pagani (così come i pesci) non si dispiacquero affatto di essere la seconda scelta… forse noi al loro posto avremmo mugugnato qualcosa del tipo: “chi siamo noi, la ruota di scorta?“. Loro invece no, anzi “si rallegravano e glorificavano la Parola del Signore“.

Da un certo punto di vista noi dovremmo ringraziare quei Giudei che rifiutarono la Parola di salvezza annunciata da Paolo e Bàrnaba, poiché se essi non l’avessero respinta, i due evangelizzatori sarebbero rimasti con tutta probabilità nel circondario di Israele, e non si sarebbero inoltrati per tutto il resto dell’Impero Romano fino ad approdare nella nostra bella Italia; che ne sarebbe stato di noi? Chi si sarebbe preso l’impegno di evangelizzare il nostro popolo? Saremmo rimasti nel paganesimo forse. Ed invece i nostri avi credettero alla Parola di salvezza e la nostra terra divenne il centro e la culla della cristianità.

Qualcuno starà pensando di leggere un articolo di sociologia storica, ma in realtà questa semplice analisi che ci siamo permessi di condividervi ha lo scopo di ravvivare in noi la coscienza di avere tra le mani un tesoro prezioso che altri hanno rifiutato, e noi che ne facciamo di questo tesoro?

Il brano finisce parlando dei pagani così : “tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero“. Noi siamo destinati alla vita eterna! Non siamo destinati al nulla infinito, non ci smaterializziamo nell’indefinibile, no!

Destinati alla vita, e che vita ! NON siamo destinati alla morte!

Il nostro sacramento è un tesoro prezioso che ci deve aiutare ad arrivare alla nostra destinazione, altrimenti è solo uno stare insieme per tirare a campare. Ogni nostro gesto, ogni nostra carezza, ogni nostro abbraccio, ogni nostro sacrificio per l’altro/a deve farci vivere un pezzettino di Paradiso.

Cari sposi, l’invito che vi rivolgiamo oggi è quello di guardarvi negli occhi e ricordarvi reciprocamente la vostra destinazione finale: il Paradiso. Coraggio, anche le ruote di scorta sono destinate al paradiso!

Giorgio e Valentina.

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Facciamo l’amore! .. buon San Valentino

Facciamo l’amore ..

Lo scorso lunedì abbiamo iniziato a scrivere circa l’accoglienza al dono della vita, al prendersi cura della vita. Oggi vogliamo andare un po’ di più sotto le coperte, domandarvi quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore? Hai mai parlato con lei di cosa le piace di quei gesti? Hai mai parlato con lui di quanti figli vorreste?

Fare l’amore vuol dire aprirsi alla vita. Dietro ad un gesto bello troviamo una conseguenza gigante, altrettanto bella, ma che ti cambia la vita. Fare l’amore non include solo tutto ciò che potremmo chiamare Eros, un’attrazione che porta a dei gesti che anche in natura gli animali compiono e da cui se ne trae piacere, ma include quella parte grande che possiamo chiamare tenerezza che deve abitare l’amore della coppia. Quella parte che spesso è più femminile, ma che deve invece appartenere ad entrambi. Fare l’amore è un’azione che non è finalizzata al piacere di coppia, o personale, ma a generare vita, a generare amore.

Molte coppie in certi periodi si trovano a vivere una sessualità che lascia poco spazio all’amore e tanto al solo piacere personale. In questo modo si rischia nel lungo periodo di svilire, sprecare, abbassare la bellezza che racchiude, si rischia di trovare solo noia, routine, che trasforma il gesto più bello dell’amore coniugale in una fatica, in qualcosa di difficile, di doloroso. Questi son campanelli di allarme che ci devono far interrogare su come viviamo la nostra intimità, ci devono spingere a dialogare, a domandarci cosa provi tu, capendo dove si è creata quella routine o quella ferita non detta. Imparando dal dialogo ad educarci vicendevolmente ad un amore sempre più bello.

Fare l’amore è un gesto bellissimo! Che la Chiesa dice di fare! Che Dio ha messo nelle mani dell’uomo fin dalla sua creazione. È l’unione dei corpi, il compimento del dono totale d’amore, l’uno e l’altro che si donano totalmente, che si mostrano nudi, senza vergogna, senza paura, ma in totale tranquillità, affidamento, apertura all’altro. In un habitat di gesti di tenerezza, in un habitat di fedeltà, di libertà, e in uno spazio temporale che non ha fine e non ha inizio. Fare l’amore per una coppia di sposi è sancire con il corpo quello che si è promesso con la voce, con un anello, con una cerimonia, è vivere il dono che è l’altro, che Qualcun’altro ha pensato per te, senza possesso, senza pretesa, con cura, attenzione, preziosità.

Fare l’amore è un gesto che genera vita sempre! Non solo quando si concepisce un figlio, ma ogni volta genera vita, perché una coppia che si ama, non riesce a trattenere quella gioia solo per lei, ma la esterna anche agli altri, aprendosi all’accoglienza e all’amore del prossimo. Come dicevamo, il primo figlio della coppia è la coppia stessa, e allora fare l’amore è generare vita nella coppia, alla coppia!

Fare l’amore, è un’azione che non si conclude in quel tempo specifico, non è guardare un film alla tv: spenta la tv finito l’amore. Il corpo dell’altro non è un interruttore della luce: accendi la luce facciamo l’amore. Fare l’amore è un’azione attiva che coinvolge tutta la mia persona, la mia giornata, la mia vita e la tua vita, la giornata dell’altro con tutti i suoi pensieri, con quello che ha vissuto, che deve fare, che prova. È da preparare allora l’amore, è da cercare, è da costruire. Da fidanzato facevi di tutto per lei, per stupirla, per conquistarla, per amarla.. la portavi a cena fuori, la portavi al cinema o a ballare, gli facevi regali, gli compravi un mazzo di fiori, sceglievi di portarla in posti unici a vedere il sole sorgere o tramontare. Lei si preparava tutta bella, truccata, vestita elegante, e facilmente si lasciava stupire da te. In tutti questi gesti di cura e attenzione, preparavi il terreno per un amore più grande, per imparare ad amarvi di più! Ora prepari il tuo terreno? Non si può andare in palestra se non prepari con cura la borsa e curi la tua alimentazione, non puoi mangiare una torta se non hai gli ingredienti, se non la prepari se non ci perdi del tempo.

Prepara l’amore! Ogni mattina..

Oggi ci fermiamo qua, di spunti per questa sera ce ne sono: Buon San Valentino!

To Be continued – Lunedì prossimo parleremo di amore-vita-piacere

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Le vette dell’amore coniugale

Il Vangelo di oggi ci mostra le situazioni dove maggiormente si manifesta la nostra debolezza e impotenza in un crescendo di intensità. Si va dal pianto, poi al dolore, passando dalla povertà fino a provare la fame e la sete e da ultimo la persecuzione. Il Signore in quelle circostanze ci fa sbattere contro il nostro niente, ci fa assaporare fino in fondo la polvere di cui siamo fatti.

Chi di noi è stato esente da queste situazioni? O piuttosto tutti noi qualcosa di queste situazioni-limite le abbiamo o le stiamo provando.

Le beatitudini le possiamo vedere in chiave sponsale, è una lettura assolutamente lecita. Lo dico perché tali situazioni dolorose si vivono spessissimo proprio all’interno del matrimonio. Quanti pianti! Quanto dolore! Quanta fame e sete di amore vero! Perfino si può sperimentare di essere perseguitati dal coniuge… ha ragione chi dice che i casi reali superano quelli immaginari!

E allora non restano che due strade: o tentare di venirne fuori con le nostre forze o anzitutto confidare nel Signore Onnipotente e buono.

Nel primo caso si fa la fine del tamerisco, una pianta che gli ebrei conoscevano bene, assai diffusa nelle zone aride o semidesertiche della Palestina, contraddistinta dalle poche foglie ma priva di alcunché di commestibile. È l’immagine di una vita sterile, senza frutti, senza un lascito di bene per gli altri. È il destino di chi vuole farcela da sé, senza la grazia di Dio, senza donare la propria vita con amore.

Purtroppo, si può soffrire in modo sterile, si può portare la croce senza che essa diventi causa di rinascita e di fecondità. E purtroppo tante coppie che passano per momenti difficili, assomigliano più ai tamerischi che ad alberi carichi di frutti.

Oppure si può scommettere il tutto per tutto e mettere Cristo al centro della propria vita, senza aspettare di essere perfetti e santi. RegalarGli le nostre lacrime, il nostro dolore, la nostra rabbia, il nostro non-senso, le nostre povertà e frustrazioni. E allora avviene il miracolo. Quella steppa fiorisce, cosa che è vera anche dal punto di vista naturale ad ogni primavera; laddove c’era un terreno screpolato e sabbioso, nasce qualcosa di nuovo e inaspettato.

Ecco la bellezza delle Beatitudini! I momenti esistenziali in cui si svela la Potenza di Cristo che vuole passare sempre dalla nostra pochezza e cambiarla da dentro.

Vi invito cari sposi ad ascoltare le catechesi di don Renzo Bonetti su questo argomento, sono davvero molto profonde e originali e vi portano a contemplare il vostro amore sponsale nelle pieghe di ciascuna delle otto Beatitudini.

So che la nostra povertà e fragilità sempre ci spaventa e ci toglie entusiasmo, ma confidiamo che è solo con Gesù che tutto può cambiare per il meglio. Dio benedica ogni vostro sforzo su questa strada.

ANTONIO E LUISA

Mi piace utilizzare queste poche righe per integrare la bella riflessione di don Luca. Non solo è importante confidare nel Signore e affrontare la sofferenza e le difficoltà abbandonandoci a Lui per non essere sterili. E’ importante ricordare che noi sposi possiamo essere manifestazione concreta di Gesù l’uno per l’altra. Non tiriamoci indietro! Nell’abbandono a Gesù cerchiamo di aprirci a Lui per poi portare il Suo amore a nostro marito o a nostra moglie. Possiamo farlo in modo concreto: con le nostre parole, con i nostri abbracci, con i nostri sorrisi, con il nostro sostegno, con il nostro perdono. E in tantissimi altri modi. Io ringrazierò sempre Luisa per avermi mostrato il volto di Cristo attraverso l’amore che mi ha donato. Un amore che mi ha toccato e mi ha condotto all’origine: a Gesù!

Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 28

Terminato il momento dell’Offertorio il sacerdote recita una orazione sulle offerte e poi prosegue seguendo il Messale che indica così:

Il sacerdote può cantare tutta, o in parte, la Preghiera Eucaristica. Il sacerdote inizia la Preghiera Eucaristica con il Prefazio. Allargando le braccia, dice: Il Signore sia con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Alzando le mani, il sacerdote prosegue: In alto i nostri cuori. Il popolo: Sono rivolti al Signore. Con le braccia allargate, il sacerdote soggiunge: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. Il popolo: È cosa buona e giusta. Il sacerdote continua il prefazio con le braccia allargate: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. […]

Abbiamo riportato solo l’incipit di un prefazio, quello più gettonato (che il sacerdote può scegliere a seconda delle occasioni), ma sostanzialmente iniziano tutti con questa frase seppur con leggere varianti, ma la sostanza è appunto la stessa. Cominciamo questa volta dalle ultime parole di questo incipit e la prossima volta affronteremo la prima parte, dove recita così : E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza…

Spesso, purtroppo, la nostra preghiera è distratta durante la Santa Messa, per diversi motivi che nascono da dentro noi e altre volte perché il sacerdote legge il Messale con troppa velocità, noia e freddezza, altre volte siamo noi freddi e annoiati perché non ci siamo preparati per tempo; ma ora abbiamo la possibilità di fermarci un momento a leggere, capire, meditare, pregare, approfondire almeno una piccolissima frase della grande preghiera eucaristica.

Già solo il dialogo iniziale tra celebrante ed assemblea è ricco e festoso, ma non il festoso che pensiamo noi coi palloncini, gli aperitivi e le patatine…….NO……questo sarebbe festaiolo……..ma festoso perché solennemente ci si ricorda a vicenda il motivo per cui siamo lì tutti a Messa…..il celebrante sprona noi e la nostra risposta aumenta (o almeno dovrebbe) il suo desiderio di rendere a Dio tutta la gloria, l’onore, la lode, la latria (adorazione) che Gli spetta in un crescendo che alla fine spinge il celebrante a pregare solennemente esortandoci : avete proprio ragione ! è veramente cosa buona e giusta……ecc…..

Ma perchè dobbiamo rendere grazie sempre ed in ogni luogo? Sempre, cioè non solo quando le cose vanno per il verso giusto…..e invece quando le cose vanno male, quando arriva la sofferenza, la malattia, il lutto? Sono domande che meriterebbero risposte molto articolate e lunghe, con cicli di catechesi che affrontano un gradino alla volta le questioni, senza fretta, e con la dovuta disposizione d’animo. Quindi, perdonateci se in poche righe osiamo mettere in risalto solo un piccolo frammento di un grande puzzle.

Diventando genitori abbiamo avuto la grazia di “capire” un pochino di più l’atteggiamento di Dio Padre vivendo sulla nostra pelle alcune dinamiche coi figli ……..ve ne raccontiamo una a mo’ di esempio. Un giorno una nostra figlia venne disperata da noi, piangendo con i lacrimoni tipici di una bimba di due anni qual era, mostrandoci la bua che si era fatta al suo ditone preferito (quello che si succhiava)…..il dramma era che non poteva più metterselo in bocca. Fiduciosa è venuta dai genitori sapendo che lì avrebbe trovato aiuto, comprensione, conforto, tenerezza, sicurezza, fiducia, ecc…..il male che sentiva è rimasto e ha dovuto affrontarlo lei, ma…….non da sola.

Noi dobbiamo rendere grazie a Dio sempre ed in ogni luogo con questo atteggiamento della bimba…..a volte lo facciamo con le lacrime agli occhi….ma è l’atteggiamento del cuore che dice : ti rendo grazie Padre perché nelle tue mani è TUTTA la mia vita, e siccome Tu sei un Padre buono, non permetti che i tuoi figli affrontino da soli i dolori della vita, ma sei lì pronto a consolare, incoraggiare, guarire, lenire, confortare, comprendere ……..e non permetti che siamo provati al di sopra delle nostre forze…….ti rendiamo grazie non perché capiamo tutto subito dei nostri dolori, ma perché sei un padre, anzi no……..tu sei IL Padre.

Pregate così insieme e……..il dolore resterà, ma non ci ucciderà, non ci schiaccerà pensando di averla vinta su di noi. E il primo effetto sarà un cuore nuovo, che si abbandona alla dolcezza della Provvidenza.

Coraggio sposi, Dio non abbandona i suoi figli.

Giorgio e Valentina.

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Ci arrabbiamo perchè siamo deboli. La rabbia nella coppia.

Oggi affrontiamo un discorso spesso poco poco preso in considerazione. Si fa fatica a tirarlo fuori nelle conversazioni con amici e parenti. Si fa fatica perchè racconta una parte di noi che vorremmo nascondere e della quale ci vergogniamo. Parliamo di rabbia. La rabbia accompagna la vita di tante persone. La rabbia è un’emozione che caratterizza più o meno tutti. Fa parte della nostra umanità ed è la nostra risposta alle difficoltà della vita, a ciò che ci provoca dolore e sofferenza. La rabbia è il nostro modo di manifestare la frustrazione. Nella coppia la rabbia è una dinamica che può portare a tanti problemi, tanta sofferenza e tanta divisione.

Cosa fare? Ci sono due diversi ambiti di intervento. Intervenire sulle cause e intervenire sulle manifestazioni con cui la tiriamo fuori.

Le cause della rabbia. Ci monta la rabbia perchè non riusciamo a soddisfare un bisogno o un desiderio. Ci monta la rabbia perchè la realtà non è come noi vorremmo. Ci monta la rabbia perchè l’altro non si comporta secondo le nostre aspettative o perchè non ci viene riconosciuto quanto vorremmo e crediamo di meritare. Insomma la rabbia è una risposta fisica ed emotiva alla frustrazione. Frustrazione dovuta ad una sofferenza. La rabbia è pertanto sintomo di debolezza. Più siamo deboli e più ci arrabbiamo. Più siamo deboli e più ci sentiamo inadeguati e impreparati ad affrontare una determinata situazione, una critica, un atteggiamento o quant’altro, e più cercheremo di mostrarci forti con l’aggressività e con la rabbia che monta dentro di noi. Cosa fare? Mettere un confine. Questo lo insegnano bene Claudia e Roberto di Amati per Amare. Mettere un confine significa custodire una parte di noi dove ci sentiamo realizzati, amati e belli nonostante ciò che può avvenire fuori di noi. Nonostante ciò che avviene nelle nostre relazioni affettive, nel nostro lavoro e nella nostra vita in genere. Più saremo capaci di crescere nella nostra autostima e nella consapevolezza che valiamo sempre e comunque, più comprenderemo che siamo amati da Dio sempre, e meno cadremo nella frustrazione e nella rabbia. Io mi sono reso conto nella mia vita di quanto tutto questo sia vero. Appena sposato ero molto aggressivo e avevo tanta rabbia dentro. Perchè ero molto debole ed insicuro. Non ho mai usato violenza verso la mia sposa e verso i figli sia chiaro, ma verso le cose si. Urla, pugni sulla porta e lancio di oggetti contro il muro mi è successo di farlo. Ero giovane. molto debole caratterialmente e poco maturo. Mi sono trovato con una moglie e due figli nel giro di poco. Chi te l’ha fatto fare? L’ho scelto io ma ero comunque impreparato e non sapevo cosa significasse la responsabilità di una famiglia. Mi sono trovato davvero in difficoltà e quindi molto arrabbiato. Avevo tutto ma mi sentivo completamente impreparato e inadeguato a vivere quella vita. La mia sposa ha avuto tanta pazienza nel sapermi aspettare. Ha visto oltre quello che sapevo e potevo dare in quel periodo. Negli anni di matrimonio sono diventato più forte e anche la rabbia ora mi colpisce molto meno di prima.

La rabbia va buttata fuori. La rabbia è un’emozione. Ciò significa che tende ad accendersi e a spegnersi nel giro di breve tempo. Rischia però, se repressa e negata, di trasformarsi in un sentimento di rancore. Il sentimento è qualcosa di molto più durevole e difficile da estirpare quando negativo. La rabbia repressa continua ad accumularsi dentro di noi e porta spesso addirittura a malattie psicosomatiche. Insomma è un veleno che piano piano uccide le nostre relazioni e anche il nostro corpo. Attenzione quindi a non trattenerla. Non è la mossa giusta!

Come buttarla fuori? Non fate l’errore di tirare fuori tutta la rabbia tra di voi. La rabbia è un’emozione quindi non è un peccato. Non colpevolizzatevi se provate rabbia. Lo diventa se lasciamo che si trasformi in ira. L’ira è la rabbia non controllata, è la rabbia che ci domina e ci conduce a compiere il male. Quando si è irati non solo si urla, ma si dicono anche parole di cui poi spesso ci si pente. Per non parlare poi di chi usa violenza fisica. Senza arrivare alle relazioni tossiche e violente, quanto male ci facciamo anche solo con le parole! Se siete arrabbiati non sfogatevi mai con vostro marito o con vostra moglie. So benissimo che la tentazione di farlo è fortissima. E’ la persona che avete più vicino e quella con la quale vi potete mostrare maggiormente per come siete. E’ però anche quella che più dovreste amare, rispettare ed onorare. Quante ferite inferte in un momento di rabbia. Poi la rabbia passa, ma le parole dette restano, pesanti come macigni. Cosa fare allora?

La rabbia va controllata e incanalata. Controllate la vostra rabbia. Non significa reprimerla. Significa accompagnarla fuori in modo che non nuoccia a voi stessi e alle persone che avete accanto. Significa trasformarla in energia. Trovate una valvola di sfogo. Io ad esempio ne ho due. Quando sento la rabbia corro, metto le scarpe da runner e vado a correre. Quando la rabbia è un po’ più forte vado in auto, faccio un breve giro ed urlo. L’urlo è liberatorio. E’ davvero buttare fuori quel veleno. So che altri hanno acquistato un sacco da boxe e lo riempiono di pugni. Trovate il vostro modo ma, mi raccomando, custodite e preservate la vostra famiglia dalla vostra rabbia. Se succede chiedete scusa. Il danno ormai è fatto, ma cercate di contenerlo per quanto possibile. Se invece subite l’ira da parte dell’altro cercate di essere pazienti e cercate di dare il giusto peso a quello che vi è stato detto in un momento di rabbia. So che le ferite restano ma date il giusto peso.

Il consiglio è quello di non vergognarvi della vostra rabbia. Fa parte di voi, di noi. Non siamo perfetti, abbiamo delle fragilità e delle debolezze che scaturiscono poi nella rabbia. La rabbia è un’emozione che ci dice che siamo vivi, quindi di per sè è anche positiva. La rabbia ci dice che ci teniamo al nostro matrimonio e alla nostra vita. Peggio è l’indifferenza. L’indifferenza è morte dell’anima o della relazione. Piuttosto imparate a gestire la vostra rabbia. Piuttosto vergognatevi quando la buttate addosso alla persona che amate ferendola e facendola stare male. Coraggio, è un cammino ma il sacramento del matrimonio ci può aiutare a crescere anche in questo nella misericordia reciproca e con la grazia di Dio.

Antonio e Luisa

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Il tocco del re e della regina

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Il re e la regina (ricordiamo che con il battesimo e poi con il matrimonio lo diventiamo al modo di Cristo) lo sanno fare anche quando c’è tensione e divisione. I cristiani possono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare l’altro anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Non è neanche un gesto falso. Nel nostro cuore c’è sempre una parte che desidera abbracciare e ricominciare. Spesso però facciamo vincere l’altra parte di noi. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Con un gesto regale. Questo abbraccio ci piace chiamarlo il tocco del re (o della regina). Un tocco che porta subito tre conseguenze positive:  ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, ci permette di superare la concezione dell’altro come avversario e ci  permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente don Carlo Rocchetta che scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morteche le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte. Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio? Perdono, ci ricorda sempre don Carlo, è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento. Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Ora vi propongo una seconda riflessione. Il re e la regina conoscono l’importanza di non perdere tra loro il contatto fisico. L’amore è fatto anche di contatto fisico. La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non solo nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (l’amplesso è un abbraccio, il più profondo degli abbracci)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica, con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Antonio e Luisa

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Essere spontanei non fa un matrimonio felice. Lo rende solo precario.

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile da chi lo riceve quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà? Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali? L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano. Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Proprio lì!

Se Dio ci assiste con la Sua Sapienza proviamo a rivolgere la nostra attenzione non più sul Vangelo ma sulla Prima lettura a cominciare da oggi per una serie di settimane. Non perché il Vangelo non abbia più nulla da dire a noi sposi ma perché ci siamo accorti che molti cristiani saltano a piè pari l’Antico Testamento da cui spesso è tratta la prima lettura della Messa, forse traviati dall’idea ingiusta che Dio sia diventato più buono e misericordioso dal Vangelo in poi. Iniziamo questa nuova avventura dal brano proposto oggi dalla Liturgia:

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30)  In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

E’ una preghiera accorata fatta dal Re Salomone in nome di tutto il popolo e per esso fu una grande testimonianza di fede. E’ difficile restare impassibili dinanzi a tanta fede affettuosa in un Dio che non viene mai meno alle proprie promesse, è commovente pensare di avere un re che ci rappresenti con così tanta fede; sicuramente tra il popolo presente a quell’evento non saranno mancati uomini che hanno ritrovato l’entusiasmo di una fede magari un poco assopita sostenuti dal fervore del loro re, così ci saranno state altrettante donne che, con le lacrime agli occhi, hanno gioito in cuor loro abbracciando teneramente i propri figlioli. Quanta bellezza!

Provate a fare un gioco di fantasia sostituendo il re Salomone con il nome del vostro parroco e al posto del popolo di Israele usate il nome con cui sono chiamati gli abitanti della vostra parrocchia o del vostro paese/città ne resterete sorpresi.

Come sempre succede quando si medita la Parola, anche questa volta ci troviamo costretti a fare una scelta tra le tante possibili riflessioni per metterne in luce solo una. Ci lasceremo scuotere dalla parte centrale di questa preghiera, quando Salomone si chiede : “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! […] Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!

Com’è possibile che Dio abiti tra di noi se nemmeno i cieli dei cieli non lo possono contenere? E’ un mistero sconfinato, ma è reale. Se ci fermiamo un attimo e rientriamo in noi stessi è possibile anche perdere l’equilibrio.

Vorremmo focalizzare questa inabitazione di Dio in noi in due ambiti specifici: il Battesimo e il Matrimonio. Dal momento in cui siamo stati battezzati Dio ha cominciato a vivere in noi.. ma noi non siamo grandi come i cieli dei cieli, com’è possibile tutto ciò? Misteri dell’amore di Dio… addirittura San Paolo dirà che siamo diventati Tempio dello Spirito Santo… chi? Io? Certo che sì… ma cosa ho fatto per meritare un tale onore? Niente, anzi… spesso sembra che vogliamo scacciare un così illustre ospite con un comportamento indegno di tale onore… come quando si caccia di casa un ospite indesiderato sbattendogli dietro la porta quasi ad urlare con tale gesto il nostro disprezzo nei suoi confronti. E non sembra che i cieli dei cieli se la siano presa a male perché Dio abbia scelto di abitare nella vita di ogni battezzato.

Ma facciamo un passo in più : se due battezzati si sposano e diventano una carne sola, allora significa che il Tempio di cui sopra si allarga, giusto? Come se Dio stesse un po’ stretto in una sola persona ed abbia deciso di aumentare la capacità della persona stessa donandole un’altra persona… un po’ come quando una famiglia decide di comprare anche l’appartamento attiguo per aumentare gli spazi.

Cari sposi, il sacramento del matrimonio è quella casa/luogo citata nella preghiera di Salomone, quando dice: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome! “. Il nostro sacramento è ontologicamente proprio quella casa/luogo in cui Dio dimora, ma attenzione a non sciupare un così grande dono/onore, poiché non basta che lo sia per definizione, ma è necessario che lo diventi sempre di più giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, perdono dopo perdono, sguardo dopo sguardo, gesto dopo gesto.

Caro sposo, Dio ha scelto di prendere dimora in te per donarle il Suo amore fedele e premuroso attraverso la tua umanità.

Cara sposa, Dio ha scelto di dimorare in te per aiutare il tuo sposo a vivere nella carne la tenerezza e la dolcezza del Suo amore.

Dio non può essere contenuto neanche dai cieli dei cieli ma si trova comodo nel sacramento del matrimonio e si trova perfettamente a suo agio nell’amore gratuito che ci doniamo scambievolmente.

Coraggio che Dio è proprio lì!

Giorgio e Valentina.

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C’è un regalo per te: una vita!

Ieri era la 44^ giornata mondiale per la vita. 

Nel 2021 ci sono stati 42.600.000 casi di aborto (42 milioni e 600 mila casi di aborto), vi diamo altri numeri: la popolazione italiana si aggira intorno ai 60 milioni, lo stadio San Siro capienza piena sugli 80 mila. 

La giornata per la vita non può che farci evidenziare tutte quelle vite indifese, che prive di diritto, sono state uccise dal peccato dell’uomo. 

Quanti aborti volontari vengono perpetrati ogni anno, ogni mese, ogni giorno, nel mondo. Quante vite innocenti vengono fatte tacere, perché scomode. Questa giornata è anche per loro e per ricordarci che ciascuno di noi, al contrario di quanto il mondo ti faccia credere, è prezioso, unico e vale! Nessuno, può arrecarsi il diritto di decidere se tu devi vivere o morire.

Scusateci per questo incipit un po’ forte, forse anche un po’ scomodo, ora proveremo a ricondurci nella bellezza partendo dal titolo che è stato dato alla giornata di ieri: CUSTODIRE OGNI VITA 

“Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” Gen 2,15

Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.” (dal messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la 44° giornata nazionale per la vita)

Un messaggio più bello e chiaro di questo non potrebbe esserci: un dono ci viene fatto, e noi abbiamo il solo e più nobile compito di farlo crescere e custodirlo! Niente di più! Per fare questo ci vuole il coraggio della scelta! Il coraggio di accogliere un dono che ti viene fatto e custodirlo, un coraggio che può arrivare dalla consapevolezza che chi ti fa il dono lo ha pensato per te. Non per qualcun altro, ma per te; perché sa che tu puoi portarlo, curarlo e custodirlo nonostante le tue vicissitudini, le tue fatiche, i tuoi inciampi. Tu rimani e resterai per il Donatore talmente prezioso ai suoi occhi, che non può non pensare per te a qualcosa di grande, di meraviglioso per la tua stessa vita.

Da genitori quali siamo, per Grazia, e ancor più da Sposi, comprendiamo quanto coraggio ci voglia per accogliere un dono grande come quello di un figlio. 

Abbiamo bisogno di coraggio perché di fronte ad un bambino, piccolo indifeso, di fronte ad una vita nuova, che stravolge tutta la nostra vita, i tempi, la casa, lo spazio, di fronte a chi non conosciamo abbiamo una paura gigante. Avremmo allora bisogno di un angelo accanto che ci ripeta in continuazione: non avere paura! Hai trovato grazia presso Dio! È un dono quello che ricevi. Non temere! 

È questo che vogliamo oggi dire noi a te, a tutti perché tutti siamo responsabili del custodire la vita dell’altro. Non avere paura di accogliere una vita qualunque essa sia, e in qualunque modo si formi. 

Non avere paura di accogliere una vita anche solo per poche settimane, e poi inaspettatamente doverla lasciare andare e restituire al Donatore. 

Non avere paura di accogliere anche quando ti viene chiesto di custodire quel figlio, pur sapendo che non è compatibile con la vita e che dopo averlo accompagnato a nascere in questo mondo, devi accompagnarlo a rinascere in Cielo. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando quel figlio che tanto hai desiderato e sognato secondo i tuoi giusti criteri, non è come lo avevi pensato tu, ma si presenta al mondo con una preziosa disarmonia. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando non l’avevi programmata o quando questa vita che cresce nel tuo grembo non è frutto di una relazione d’amore. 

Non avere paura di accogliere una vita anche quando nasce da un atto d’amore che si basa sul puro piacere e non guarda oltre. 

Non avere paura di rimanere accogliente alla vita anche di fronte alla fatica di avere figli, alla fatica che coinvolge tantissime coppie oggi, che vorrebbero diventare padri e madri ma ogni giorno che passa vedono allontanarsi questo desiderio, pensando così che sia un desiderio sempre più irrealizzabile e magari arrivando a pensare che non è più da desiderare perché non è per loro. A queste coppie diciamo che non sono sole! Che si può continuare a desiderare qualcosa di bello e alto e che si può insieme al sostegno di altri, realizzare questo sogno di apertura e accoglienza. Non dimenticando però che ciò che desideriamo ci viene donato.

Non avere paura se per ragioni biologiche, non puoi avere figli. Il primo figlio della coppia è la coppia stessa! Non basta poter generare nella carne per essere padri e madri generativi. È importante che si curi in primis sempre il “figlio coppia”, che si curi la nostra capacità di generare vita nell’accogliere l’altro, nell’amarci noi e il prossimo che ci è dato. Quante famiglie hanno fatto della loro storia un capolavoro non generando nella carne, ma divenendo strumenti di amore in mano a Dio! Quanti più figli hanno avuto! 

Non avere paura! 

Custodire la vita è sentirsi amati, affiancati da un angelo che ogni giorno ci dice. “Non avere paura! Tu sei prezioso, agli occhi di tuo Padre che ti ha dato in dono un frutto dell’amore”. Accogliere la vita è accogliere l’amore! Dobbiamo imparare a lasciarci amare da un Padre che ci ama e ci mette in un giardino perché lo custodiamo, che ci fa dono della vita di un altro, e dobbiamo imparare ad amare quel Padre con riconoscenza e gratitudine infinita. 

Ogni vita è pensata perché tu possa accompagnarla nel sentiero della vita; pensata unica, irripetibile e preziosa agli occhi di chi ancora prima di te, l’ha pensata, desiderata e generata.

Non temere di custodirla!

La giornata in difesa della vita, ci aiuti ad essere un poco più angeli custodi, che si fanno prossimi verso il collega, l’amico, il parente, il fratello o la sorella. 

Ci aiuti ad essere un poco più testimoni della bellezza della vita e dell’amore. Coraggio non avere paura! 

To Be continued 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Gesù non chiama i capaci…

“Gesù non chiama i capaci ma rende capaci gli incapaci che chiama” disse una volta un saggio sacerdote.

Cari sposi, vorrei approfondire con voi un aspetto presente in questo Vangelo, un qualcosa che tocca profondamente anche la mia vita di sacerdote. Mi ha sempre colpito la reazione di Pietro quando si rende conto che, contraddicendo le più elementari leggi della pesca, ha messo in rete un intero banco di pesci in pieno giorno. Modestamente sono pescatore (domenicale) pure io, benché non usi le reti, e semmai la mia reazione sarebbe stata un sonoro urlo di gioia. Pietro invece pare non ringraziare l’autore della retata ma vorrebbe piuttosto squagliarsela sul più bello.

Che accade? Pietro sta toccando con mano il Mistero di Dio, si rende conto che nella sua vita, così apparentemente ordinaria e tranquilla, è entrato il Santo dei Santi, Dio in persona, e sente quindi la sua indegnità e incapacità. In tutto ciò, come tante altre volte, Pietro è estremamente sincero, vero, trasparente nei suoi modi.

Quante volte, nel mio piccolo, ho fatto la medesima esperienza! Quella di toccare con le mie mani quanto sono piccolo, indegno, meschino, inadatto. Da lì, è scaturita spontanea una gran voglia di mollare tutto: non ne vale la pena, non sono adatto, non fa per me…

Mi consta che questa è anche l’esperienza di voi coniugi. Quando, con il passare degli anni, le fragilità e le mancanze diventano sempre più crude e reali, la reazione è la stessa: ci si vorrebbe allontanare da Dio e magari anche dal proprio consorte. Quella zavorra toglie ogni entusiasmo, spegne le migliori intenzioni, fa dimenticare anche tutto il bene presente e passato. In effetti, il peccato ha come conseguenza proprio l’allontanamento da Dio, il peccato divide, isola, distacca da Chi ci ama.

Che fare?

Ancora una volta è Pietro a darci l’esempio, quello buono però. Nonostante provi tutto questo marasma di sentimenti negativi, comunque fa la cosa giusta: si fida di Gesù.

Anche qui posso dire che è vero per esperienza. Quando il Signore mi ha messo alla prova, ogni atto di fiducia in Lui è stato sempre ampiamente ricompensato, come anche quando ho tentato di appoggiarmi sulle mie false certezze è seguito un flop.

Possiamo pensare, come ci insegna il mainstream, che “chiodo scaccia chiodo” oppure buttarsi sul versante psicologico o, perché no? Su quello di spiritualità “alternative”.

La risposta alla nostra povera fragilità sta sempre nell’atto di abbandono radicale in Dio, l’unico in grado di salvarci. Concludo con un passo della recente Lettera del Santo Padre Francesco agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris Laetitia”: “È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva. Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza”.

Buon cammino e Dio vi benedica. 

ANTONIO E LUISA

Quante volte ci siamo sentiti come Pietro. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. Solo allora smetteremo di fare di testa nostra e saremo pronti a gettare le reti sulla Sua Parola.

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S. Agata: meglio vergine o sposa?

Chi non è stato mai a Catania durante i festeggiamenti in onore di S. Agata non ha idea di cosa si tratti e chi sia la “Santuzza” per i suoi concittadini. Parliamo infatti della terza festa religiosa al mondo per numero di persone coinvolte, addirittura oltre il milione.

Il motivo di tanta enfasi risiede nella sua figura di giovane vergine che, intrepida e coraggiosa, ha sfidato l’autorità romana e, dopo supplizi e sofferenze indicibili, ha consegnato inviolati il suo cuore e il suo corpo allo Sposo Gesù. Per tutto ciò, il suo nome è oramai fissato da svariati secoli nel rito della S. Messa con altrettante sei donne martiri: Felicita, Perpetua, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia.

La memoria liturgica di oggi, oltre a grati ricordi nella mia troppo breve esperienza catanese, mi porta a interrogarmi sul perché la Chiesa abbia sempre esaltato la verginità come il dono eccelso che il Signore offre a una persona, con un’enfasi che ha superato in un certo senso lo stesso matrimonio.

Ho fatto un calcolo sommario di quanti sono ufficialmente gli sposi santi o beati o servi di Dio. Sapete più o meno di quanti parliamo? Circa 150… non chiedetemi la percentuale rispetto a tutto il resto, ma senz’ombra di dubbio credo proprio sia minima. Poveri sposi! Siete effettivamente una delicatessen nel menù ecclesiastico!

Giusto per capirne il motivo, vi rammento di quando Martin Lutero negò il valore teologico dei voti religiosi e in pratica abolì la vita consacrata, pareggiandola al matrimonio. Successivamente il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì in modo solenne e definitivo il senso del dono totale di sé a Dio. Ecco il testo in questione: “Se qualcuno dice che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato, e che non è migliore e più felice cosa (“melius ac beatius”) rimanere nello stato di verginità o di celibato piuttosto che contrarre matrimonio, sia anatema” (sessione 24,10, DS 1810).

Sappiamo bene che un Concilio ecumenico, espressione di tutta la Chiesa, quando si pronuncia in modo definitivo, gode dell’infallibilità divina. Per cui davvero la vita religiosa è sempre migliore di quella matrimoniale? Ossia suore e preti 1 e sposi 0?

Senza mettere in discussione quanto appena affermato, bisogna comunque fare una distinzione importantissima, dalla quale scaturisce una grande luce sia per gli sposi che i consacrati. Grazie a Dio, secoli di riflessione teologica e l’esempio di tantissimi sposi e consacrati hanno permesso di arrivare a un sacrosanto equilibrio.

Partiamo dal fatto che è San Giovanni Paolo II che inizia a mettere in chiaro la distinzione tra i punti di vista con cui guardare sia il matrimonio che la verginità. In una delle sue Catechesi sull’amore umano (Udienza 31 marzo 1982) ha detto: “Cristo nella sua risposta ha indicato indirettamente che, se il matrimonio, fedele alla originaria istituzione del Creatore (ricordiamo che il Maestro proprio a questo punto si riferiva al «principio»), possiede una sua piena congruenza e valore per il regno dei Cieli, valore fondamentale, universale e ordinario, da parte sua la continenza possiede per questo regno un valore particolare ed «eccezionale»”.

Questo vuol dire che, da un punto di vista oggettivo, tutti e due gli stati di vita puntano a Cristo e al vivere con Lui nella vita eterna e sempre da un punto di vista oggettivo la vita consacrata una un valore “eccezionale”, come appunto affermava anche il Concilio di Trento. Chi già sta anticipando la propria appartenenza piena a Cristo, i vergini, i consacrati, gode un privilegio unico. I voti religiosi e le promesse di consacrazione significano questo: iniziare a pregustare in questa vita la piena adesione a Cristo.

Tuttavia, non è mai scontato il frutto dei voti e delle promesse, la grazia è data ma poi c’è la libertà di ognuno con cui assecondarla. Questo concetto porta a capire l’altra faccia della medaglia, l’aspetto soggettivo, che fa da contraltare a quanto appena detto sopra: se c’è un privilegio oggettivo nel “possedere” Cristo, è pur vero che tale obiettivo si raggiunge nella misura di quanto si ama, di quanto ci si dona veramente.

È sempre Giovanni Paolo II, in una catechesi di poco successiva a quella succitata, che chiarisce proprio questo concetto: “Il perfetto amore coniugale deve essere contrassegnato da quella fedeltà e da quella donazione all’unico Sposo (ed anche dalla fedeltà e dalla donazione dello Sposo all’unica Sposa), su cui sono fondati la professione religiosa ed il celibato sacerdotale. In definitiva, la natura dell’uno e dell’altro amore è «sponsale», cioè espressa attraverso il dono totale di sé” (Udienza 14 aprile 1982).

Riassumendo quanto detto, è vero che la vita verginale costituisce un grande privilegio; tuttavia è anche vero che voi sposi siete chiamati a possedere Cristo già in questa vita, potendo contare su altrettante grazie e doni formidabili.

Allora, chi è dei due è più grande e “privilegiato”? In realtà lo è chiunque ama per davvero, ossia chi vive la carità che Gesù ci ha insegnato.

Il calendario, è vero, è fitto di santi e sante vergini; che questo non vi confonda cari sposi facendovi pensare di essere cristiani di serie B o C. Vi auguro di camminare nello Spirito e di poter diventare autenticamente santi sposi.

Padre Luca Frontali

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Caro Achille Lauro sei ancora di più mio fratello!

Il matrimonio mi ha insegnato una verità: l’atteggiamento e i gesti di una persona non sono quella persona. L’ho scritto tantissime volte sul blog e cerco di metterlo in pratica ogni giorno con mia moglie, con i miei figli e con tutte le persone che incontro. Mia moglie è e resta una meriviglia sempre nonostante ciò che di sbagliato può aver detto e fatto. Questo è lo sguardo di Dio. Questo è ciò che anche Papa Francesco mi ha insegnato in questi ultimi anni del suo pontificato.

E’ importante andare oltre il gesto brutto e riuscire a scorgere sempre la persona, che con quel gesto sta cercando di comunicare un proprio malessere. Perchè dietro un gesto sbagliato c’è sempre una sofferenza, una difficoltà o comunque una ferita aperta. Se quando torno a casa mia moglie mi aggredisce per nulla potrei offendermi e rispondere a tono. Con il tempo ho imparato a chiedermi cosa c’è dietro quel nervosismo. Questo atteggiamento è il solo che permette di costruire relazioni.

Perchè tutta questa introduzione? Perchè Achille Lauro ha di nuovo commesso un oltraggio alla nostra fede. Ha simulato un battesimo. Per alcuni un gesto imperdonabile da esecrare e sono partite le immancabili prese di posizione più o meno dure nei confronti del cantante. Detto che il gesto è sicuramente ambiguo e di cattivo gusto e che sicuramente tutto è reso più grave perchè fatto in diretta televisiva e peraltro su una rete pubblica, io andrei oltre. Non mi interessa aggregarmi a chi si straccia le vesti. Preferisco analizzare la persona e cosa possa averla spinta a comportarsi in quel modo. Non conosco Achille Lauro. Non lo conosco come artista e ancor meno come uomo. Mi sono però fatto delle domande e mi sono dato delle risposte.

Però se la prende sempre con Gesù e con i cristiani. Questa è una delle obiezioni più comuni che ho letto sui social. La motivazione più semplice che si può trovare è l’impunità di questa scelta. Attaccare Gesù provoca solo il clamore mediatico senza nessuna conseguenza pericolosa, a differenza di quanto accadrebbe con altre religioni monoteiste. Questo è sicuramente vero. Però, a mio avviso, resta una risposta troppo banale e semplicistica. C’è sicuramente anche dell’altro. C’è, a mio avviso, il malessere di un uomo, un malessere e un’inquietudine che si percepiscono dalla sua “arte” e dal suo modo di tatuarsi ed abbigliarsi. Un’arte che può piacere o meno (a me non piace), ma che, come ogni modalità espressiva, racconta il cuore e l’interiorità di una persona. L’arte di Achille Lauro racconta la nostaglia che ha nel cuore per la vera bellezza e il vero senso della sua vita. Se la prende con Gesù perchè si sente tradito da Gesù. E Gesù che fin da quando lui era piccolo ha incarnato la promessa di questa bellezza che ognuno di noi cerca e desidera. Bellezza che apre all’eternità di Dio e all’amore infinito di Dio. Capite! Achille Lauro, con la sua apparente libertà dissacratoria, ci sta dicendo di essere un mendicante in cerca dell’Amore. Un personaggio che ha tutto, ma un uomo che probabilmente non ha nulla. Con il suo autobattesimo ci sta dicendo che non crede che ci sia nessun Gesù che lo ha salvato e che è morto per lui, ma che è da solo in questo mondo e che da solo deve arrangiarsi. Lui rappresenta una generazione di ragazzi arrabbiati e confusi. Capite la solitudine e la sofferenza. Io non sento rabbia e indignazione. Io sento empatia ripensando a quando anche io mi sentivo solo e lontano da Gesù. Mi ricordo quanto stavo male.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questi fratelli. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Quindi caro Achille Lauro, dopo questa tua esibizione, ti sento ancora più fratello e più vicino. Coraggio apri il cuore e fai il più vero dei gesti anticonformisti e ribelli: inginocchiati e lasciati accogliere dalle braccia di un Padre che non smetterà mai di aspettarti.

Antonio e Luisa

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La nostra regalità viene solo da Dio

Nel precedente articolo  abbiamo visto come Gesù si svela come Re durante la passione, e come la croce sia l’immagine più alta e più forte della sua regalità. E’ il suo trono. Facciamo un passo avanti. Veniamo a noi. Noi siamo parte di un popolo sacerdotale, regale e profetico in virtù del nostro battesimo. Il popolo di Dio non appartiene ad uno stato particolare, non appartiene ad una etnia particolare, non ad una razza. Si entra a far parte di questo popolo non per sangue e per nascita, ma per fede e per il battesimo. Come dice San Paolo noi nasciamo a vita nuova, diventiamo parte del popolo di Dio. per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo. Cristo è l’unico e vero Re e attraverso il battesimo ciò che appartiene al capo (Gesù) passa al suo corpo (la Chiesa). Anche noi siamo resi capaci di essere re, sacerdoti e profeti. E’ bene ripetere cosa implicano queste caratteristiche di Gesù e, attraverso di Lui, di ogni battezzato. Sono tutte spiegazioni che abbiamo già dato negli altri libri o in altri articoli, ma credo sia importante ripeterle, almeno in modo molto sintetico.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

In questo libro cercheremo di approfondire la prima caratteristica: la nostra regalità. Dopo questa doverosa sintesi torniamo ora a Gesù e alla nostra appartenenza per mezzo del Battesimo.

Questa appartenenza ci dona due caratteristiche molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà.  Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo. Il re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimone. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge.  Il re  perdona non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene solo da Dio. Nessuna persona neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito. Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci meglio di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Antonio e Luisa

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Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo.

Oggi vorrei tornare sulla Prima Lettura di domenica scorsa. C’è un passaggio che mi ha colpito molto e che può dire tanto ad ognuno di noi. Voglio riprenderlo.

Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

Siamo all’inizio del Libro di Geremia. Il racconto ha inizio proprio con la chiamata di Dio. Le parole che Dio sceglie sono davvero meravigliose e colme di speranza per tutti noi. In particolare vorrei porre l’attenzione su due significati che io personalmente ho letto tra le righe.

Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo. Queste parole mi hanno permesso di vedere qualcosa che non riuscivo a vedere prima così bene. Come un’illuminazione. E’ un pensiero che ha toccato Luisa e me nello stesso modo. Vedete, noi come tante altre coppie, abbiamo avuto il dolore di concepire e poi di perdere quel bambino nei primi mesi di gestazione. Abbiamo vissuto prima la gioia (attendavamo il nostro quinto figlio), poi la preoccupazione e la trpidazione, e infine la certezza di averlo perso. Sono stati giorni non facili, soprattutto per Luisa. Un uomo, credo, viva più distaccato quanto accade in queste situazioni. Per lui il bimbo è ancora qualcosa di astratto che non riesce a percepire come reale. Almeno per me è stato così. Ero più preoccupato per Luisa che per il bambino. Per la mamma no, non è così. Quel bambino lo sente. Eccome se ne sente la presenza. Questi versetti della Prima Lettura sono davvero di grande consolazione e speranza. Quel bambino, che non si è mai formato, per Dio non solo non è un grumo di cellule come dicono tanti, ma è qualcuno che Lui conosce ed ama. Qualcuno che Dio ama teneramente. Gesù è morto anche per lui. Quel bimbo mai nato è una persona amata e per la quale esiste una missione personale. Già anche per lui nei suoi pochi giorni di vita intrauterina esisteva una missione. A noi ci ha aiutato moltissimo vivere quell’esperienza dolorosa. Chissà magari ora il nostro bimbo ci sta sostenendo con la sua intercessione presso il Padre. Un pensiero che non può che rallegrarci e commuoverci. Un sacerdote anziano e saggio ci disse di non scoraggiarci e di vivere con la certezza che quel bimbo ci sarà per sempre. Quella che sembra essere una storia di dolore e lutto è in realtà una storia di vita. Noi siamo stati cocreatori con Dio di quel bimbo. Per questo abbiamo deciso di dare un nome e di chiedere durante una Santa Messa il battesimo di desiderio per Giò (si chiama così non sapendo se sia maschio o femmina). E noi ne abbiamo solo uno in cielo. Mi rivolgo ora a tutte quelle mamme e tutti quei papà che hanno vissuto anch’essi questa esperienza, e forse più di una volta. I vostri bambini ci sono! Sono amati da Dio e vi aspettano! Date loro un nome se non lo avete fatto e mantenete un legame con loro perchè li rincontrerete. E anche voi mamme che magari avete commesso un aborto volontario e sentite il peso di questa scelta, offrite tutto a Gesù, il vostro bambino vi ha già perdonato e intercede per voi e per la vostra pace. Non è meraviglioso tutto questo? Sembra sia tutto una favola ma è la nostra fede che ci porta a credere che sia davvero così.

C‘è una seconda riflessione a parer mio molto importante. Ognuno di noi ha una missione nel mondo. Una missione d’amore. Dio non ci vuole gravare di un peso prima ancora che nasciamo. Non è questo il significato. Dio ci ha creato come Lui. Lui che è un Dio fatto di Tre Persone. Un Dio che è relazione e che è amore nella relazione, che è comunione. Per questo sa che anche noi solo nella relazione possiamo trovare il senso di ogni cosa. La missione non è altro che questo. Trovare il nostro posto nel mondo, trovarlo per sviluppare la persona che siamo, per sviluppare la nostra mascolinità o femminilità, la nostra paternità o maternità. Questo non vale solo per gli sposi ma per ogni persona. Ogni persona può essere vero uomo o vera donna e può essere padre o madre. Lo può essere nella misura in cui cresce nella capacità di amare e di donarsi agli altri. Quante coppie vivono a metà la propria missione. Quante coppie non credono che il matrimonio e il per sempre sia la strada per la santità e per la pienezza. Troppe coppie si accontentano di una soluzione di comodo come la convivenza rinunciando così a vivere fino in fondo la chiamata all’amore. Il Papa lo ha ricordato diverse volte. In una di queste occasioni rivolto ai fidanzati disse:

Fare scelte per tutta la vita, sembra impossibile. Oggi tutto cambia rapidamente, niente dura a lungo… E questa mentalità porta tanti che si preparano al matrimonio a dire: “stiamo insieme finché dura l’amore”, e poi? Tanti saluti e ci vediamo… E finisce così il matrimonio. Ma cosa intendiamo per “amore”?

Ecco è tutto qui il problema. Cosa è l’amore? Se pensiamo sia un sentimento seguiamo pure ciò che dice il mondo e conviviamo. Se invece crediamo sia la scelta di donarsi completamente per restituire l’amore di Dio che abbiamo gratuitamente ricevuto, allora cambia tutto e il matrimonio diventa una delle strade per vivere la nostra missione, la nostra vocazione. E tutto acquista senso e nel nostro cuore troveremo la pace. Anche nelle difficoltà e nelle sofferenze.

Antonio e Luisa

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Missione segreta!

Vi riportiamo la prima parte del Vangelo letto nel giorno di S. Tommaso d’Aquino:

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34) : In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Nei vari Vangeli ci sono molte parabole raccontate da Gesù per descrivere con immagini umane, comprensibili ai Suoi uditori, il famoso Regno di Dio e questo evangelista annota che Lui parlava alla folla praticamente solo in parabole ma poi spiegava tutto ai Suoi intimi in disparte.

Perché così tante parabole? Semplicemente perché il Regno di Dio non è comprensibile pienamente ed in toto dal cuore umano in quanto esso è talmente ricco che è troppo anche per la ragione umana, ecco allora che Gesù ricorre allo stratagemma delle parabole per raccontare in immagini, volta dopo volta, ora questa ora quella caratteristica di tale regno.

Oggi prendiamo in esame la caratteristica della missione segreta. Si noterà infatti come il seme cresca senza apparente fatica da parte dell’uomo, come se tra il seme ed il terreno ci fosse un contratto segreto, quasi fossero in missione segreta, per l’appunto.

Ed infatti progredendo nel cammino di fede ci si accorge di essere cambiati dopo un po’ di anni, ma quasi mai questi cambiamenti sono stati fulminei; per la quasi totalità dei cristiani consiste in un lento ma costante e progressivo cambiamento della propria vita. Lentamente (ognuno poi ha le proprie tempistiche) ci si scopre migliori. Cosa è successo?

Sicuramente Dio non vuole dei burattini che lo amino a comando, ma ci ha creati con il libero arbitrio e continua a lasciarci liberi di poter scegliere Lui per amore e non per coercizione. Ma per ottenere tutto ciò ha deciso di voler pazientemente sopportare che il nostro atto sia veramente libero, ecco perché preferisce aspettare pazientemente che il nostro cuore poco a poco si rivolga a Lui ed ami Lui sopra ogni cosa e sopra tutti.

Abbiamo ancora vividi nella memoria i primi passi di una delle nostra figlie, ci ricordiamo di quell’entusiasmo per ogni piccolo progresso nel muovere i primi passi da sola. Faceva un mezzo passo e poi perdeva l’equilibrio cadendo sul morbido pannolone, noi facevamo l’applauso per incitarla, per infonderle coraggio nell’intraprendere un altro passo e che gioia per quella nuova conquista verso la camminata autonoma, ogni piccolo passo una grande conquista ed un applauso di incoraggiamento.

Ecco… l’atteggiamento con cui Dio guarda i progressi dei Suoi figli somiglia a questo: gioisce di ogni nostra piccola conquista e ci infonde coraggio per il passo successivo con una specie di applauso spirituale.

Ma Dio è discreto con noi, non è mai invadente, non ci vuole umiliare per sentirsi più Dio, non ha di queste deficienze psicologiche. La sua discrezione Gli fa compiere azioni che ai nostri occhi sembrerebbero azzardate, quasi incoscienti…. ma ti fidi di quello lì? proprio lui? ma sai che cosa ha fatto già tante volte? quello è un professionista del peccato X o Y … non merita la Tua fiducia! Questi i nostri pensieri… ma Dio ha fiducia nelle nostre possibilità perché le conosce meglio di noi stessi.

Ecco dunque che per portare a compimento ciò che ha iniziato ha bisogno di agire nell’ombra, nel nascondimento, proprio come farebbe un vero agente dei servizi segreti con una missione. Quando si intraprende un cammino di fede serio e costante non ci si accorge razionalmente ogni giorno che la grazia di Dio lavora in noi proprio come quel semino e quel terreno che lavorano per far spuntare il primo germoglio fino alla maturazione completa del chicco nella spiga.

E’ un lavoro certosino e paziente che sa attendere le nostre pigrizie, che ci aspetta quando ci attardiamo, altrimenti correrebbe il rischio che il nostro sia un fuoco di paglia bello e vigoroso ma che dura poco, invece nel regno di Dio c’è bisogno di mettere mano all’aratro e non voltarsi indietro, mai!

Cari sposi, questa discrezione e pazienza che usa Dio nei nostri riguardi ci deve spronare a metterla in atto a nostra volta nei confronti del nostro sposo/a. Se anche noi avremo la pazienza unita alla costanza di Dio verso il nostro amato/a, spariranno frasi del tipo : “non cambi mai… sei sempre il solito… di te non ci si può mai fidare… non ti smentisci mai… ecc… “. Al contrario nasceranno spontanee in noi parole e gesti di incoraggiamento e non mancheranno mai gioie per le conquiste fatte.

Naturalmente tutto ciò non è esclusivamente tutta opera nostra perché il primato è sempre della Grazia. Da soli non combiniamo niente, ce lo ha ricordato in un altro Vangelo lo stesso Gesù: “senza di Me non potete far nulla“. Noi dobbiamo solo dare il nostro consenso, dire il nostro SI oppure se volete dirlo con la Madonna dite il vostro FIAT al resto ci pensa la Sua Grazia, lo Spirito Santo.

Ce lo conferma anche il Salmo 126(127) : ” Se il Signore non costruisce la città, invano faticano i costruttori“.

Coraggio sposi, poniamo la nostra fiducia in Colui che ci vuole santi insieme… Lui è uno che sa compiere le missioni segrete !

Giorgio e Valentina.

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E’ bello che tu ci sia!

Come si dimostra il nostro amore? Come può l’altro capire che ci è caro e che gli vogliamo bene? C’è un modo molto semplice anche se non sempre facile da concretizzare nella nostra relazione: far capire alla persona amata, a nostro marito o a nostra moglie, che siamo felici che ci sia. Che la sua presenza è per noi importante, che la sua presenza è per noi ricchezza e bellezza. Che è importante che ci sia proprio lui/lei e non un’altra persona.

Per ogni persona è importante sentirsi amata. Certamente lo siamo tutti da Dio ed è fondamentale riscoprire questo amore che Dio nutre per ognuno di noi. E’ bello però farne anche esperienza nella concretezza della nostra vita, non solo nella dimensione verticale verso il Cielo, ma anche in quella orizzontale nella carne e nel mondo. Chi meglio di nostro marito o di nostra moglie può essere quello sguardo amante che ci fa sentire preziosi? Il matrimonio è anche questo: dire con le nostre parole, ma ancor di più con il nostro atteggiamento, con le nostre azioni, con il nostro sguardo, che siamo felici che l’altro sia accanto a noi, che la sua presenza è importante.

Fino ad ora non credo di aver scritto nulla di strano. E’ normale che una coppia di sposi viva la relazione in questo modo. Due persone non si sarebbero sposate se non fossero state contente di stare uno con l’altra. In relatà non è sempre così. Il matrimonio, ora dopo quasi vent’anni di esperienza posso dirlo, non è una linea retta che sale sempre più, non è solo crescita. Ci sono momenti di stanchezza, ci sono scontri e a volte distanza, c’è bisogno spesso di perdonarsi. Non sempre siamo al top, non sempre ci comportiamo come l’altro meriterebbe e come abbiamo promesso il giorno delle nozze. Non sempre siamo capaci di onorare e di amare l’altro. Commettiamo spesso errori e peccati l’uno con l’altra. Non sempre quindi è facile mostrare quanto siamo felici che l’altra persona ci sia. Soprattutto quando si comporta da egoista, da orgogliosa, in modo infantile e testardo. Dite che non succede? A me succede spesso di esserlo. In quei momenti sento più di altre volte l’amore della mia sposa. Lei, anche in quei momenti, mi fa capire come sia felice che io ci sia anche se forse vorrebbe darmi una bastonata in testa.

Questa consapevolezza che lei riesce sempre ad offrirmi è qualcosa di meraviglioso capace di sanare le ferite, capace di darmi il desiderio di chiederle scusa, capace di abbassare tutte le mie difese e desiderare solo di abbracciarla. Il matrimonio è bello e pericoloso. Pericoloso perchè espone ad accogliere completamente l’altro e quindi a restarne feriti se l’altro se ne approfitta, ma è soprattutto bellissimo perchè, quando entrambi comprendiamo la grandezza di una relazione costruita su queste basi e con queste dinamiche, possiamo davvero amarci da Dio, non perchè noi siamo particolarmente bravi o dotati, ma perchè nelle nostre mancanze possiamo fare esperienza di quanto siamo amati. L’amore del nostro coniuge diventa immagine dell’Amore di Dio. Sara più facile sentirci amati anche da Dio. Come quando Pietro, dopo averlo rinnegato per ben tre volte, ha incontrato lo sguardo di Gesù. In quello sguardo Gesù non gli ha contestato il suo tradimento ma gli ha confermato il Suo amore. Che bello quando anche noi sposi siamo capaci di questo amore. Allora diciamocelo. Non è qualcosa di scontato e di sottinteso. Va detto anche quando litighiamo, magari tra i piatti che volano: che bello che ci sei! Accetto i tuoi difetti perchè con essi accolgo anche te che sei una meraviglia! Adesso possiamo continuare pure a litigare ma con uno sguardo diverso.

Antonio e Luisa

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Quale specchio usi per guardarti?

Era una fredda mattina di gennaio, di quindici anni orsono. Un giovane adulto, vestito sommessamente, si installa in un angolo all’entrata della Metropolitana di New York, stazione di Enfant Plaza, alle 7:51. Estrae dalla sua custodia un violino e per circa tre quarti d’ora si cimenta su diversi pezzi di fama mondiale. Dinanzi a lui, il flusso dei Newyorkesi scorre implacabile verso i luoghi di lavoro, circa 1000 persone in quel lasso di tempo.

Chi era costui? Un semi-barbone? Un dilettante in cerca di spiccioli? Un incurabile romanticone? Proprio no, si trattava di Joshua Bell, ad oggi uno dei migliori violinisti al mondo con il suo strumento, uno straordinario Stradivari del 1713 e il tutto parte di un esperimento sociale promosso dal Washington Post.

Dalle telecamere risulta che ben pochi si erano fermati ad ascoltarlo ma soprattutto solo una persona su mille ha riconosciuto l’identità del misterioso “menestrello”.

Quale interpretazione è stata data a questo esperimento? Che “in un contesto ordinario è davvero difficile cogliere la bellezza”. A ben vedere, è tutto molto simile a quello che accade nel Vangelo di oggi.

Gesù ha appena detto che l’era messianica stava accadendo e realizzandosi davanti ai loro occhi. Ma quella era una bomba! Immaginatevi se oggi domenica, a mezzogiorno, il Presidente della Repubblica pronunciasse un messaggio a tutta la nazione per proclamare la fine dell’emergenza sanitaria! Fine mascherine, fine Green Pass…

Gesù ha appena detto quello che ogni pio Israelita voleva ascoltare: “è arrivato il Messia che ci libererà dal giogo romano e ridarà gloria e libertà al popolo”.

Invece che accade? Tutto il contrario! La reazione è alquanto annoiata: guardate quelle facce rotonde e barbute che si lanciano sguardi gli uni gli altri, inarcando le sopracciglia; qualcuno sghignazza sotto i baffi ma sui più si abbozza un sorrisetto sornione.

Che stava succedendo? Perché quel fiasco totale? La risposta papale-papale viene proprio da Gesù: “nessuno è profeta in patria”. Vero, purtroppo. È che quella gente vedeva Gesù come uno proveniente da una famiglia “strana”. Il problema non era la stranezza in sé ma l’atteggiamento con cui li guardavano, uno sguardo carnale, terreno, senza mistero, senza fede, dalle tegole in giù.

Ma sembra lì per lì che Gesù fa il botto, tutti sono meravigliati delle sue parole. Purtroppo, qui la “meraviglia” di cui parla Luca (v. 22) ha qui una connotazione negativa. È perché gli abitanti di Nazareth continuavamo a guardare a Gesù, nonostante fossero passati 30 anni da quella sua nascita meravigliosa, nonostante dicevano che il defunto Re Erode lo volesse morto, nonostante ne sapesse più dei Dottori della Legge già a 12 anni, nonostante pare avesse mutato qualche giorno prima l’acqua in vino…. Ma loro continuavano con lo stesso sguardo di sempre… Ciò nonostante tutto questo, per loro, era pur sempre il figlio di un umile falegname del paese. Nulla più.

Care coppie, se cercate di vivere la grazia matrimoniale, anche per voi è riservato un destino simile: “nessuno è profeta in patria”.

Oggi le rubriche di riviste, le pagine web, pure i libri sono stracolmi degli stessi sguardi sulla coppia, quando il matrimonio cristiano va oltre ogni incapsulamento in schemi che escludono sempre la Presenza di Dio.

Qui Gesù vuole scuoterci dal torpore dell’abitudine, dello scontato. Gesù vorrebbe che ciascuna coppia potesse vedersi come la vede Lui. Parafrasando una celebre frase di Papa Leone Magno – “Riconosci, cristiano, la tua dignità” (S. Leone Magno, Discorso 1 sul Natale) – penso proprio che Gesù vorrebbe gridare a ciascuno di voi: riconosci o coppia a Chi somigli e da Dove vieni!

Non credere a quello che il mondo dice di te, guarda la tua Origine, guarda la radice da cui provieni.

Vedendo Gesù, i nazareni Chi hanno riconosciuto? Gesù Figlio di Dio o Gesù figlio di Giuseppe? E tu coppia cristiana, che dici di te stessa? Vedi il tuo matrimonio come l’unione tra te il tuo coniuge o lo vedi come un innesto nella Trinità?

Lasciamoci guidare dallo Spirito che è in noi e che vuole continuamente fare nuove tutte le cose!

ANTONIO E LUISA

Per arricchire la riflessione di padre Luca ripartiamo da una frase tratta dal Vangelo di oggi: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. Non è un po’ quello che noi sposi crediamo che sia avvenuto il giorno del matrimonio? Siamo sposi in Cristo, siamo sposi con Cristo. Le aspettative sono alte. Si può davvero cadere nel pericoloso fraintendimento che con Gesù tutto andrà bene e tutto sarà perfetto. Gesù non ci garantisce affatto che non avremo incomprensioni, litigi e sofferenze. Il peccato continuerà a far parte della nostra umanità ferita e della nostra relazione.

Dio ci promette che se ci fideremo e ci affideremo a Lui troveremo la forza necessaria per superare ogni prova e a crescere nell’amore. Il male che incontreremo e che faremo reciprocamente non sarà mai più forte della grazia e del perdono. Dio non si commuove quando siamo infallibili e non pecchiamo mai. Dio si commuove ed è grandemente fiero di noi quando sappiamo andare oltre l’errore con misericordia reciproca. Cerchiamo di leggere il nostro cuore e quello della persona amata con gli stessi occhi di Gesù. Occhi che vedono la bellezza nei nostri casini quotidiani.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 27

Approfondire l’Offertorio della Messa ci sta aiutando a vivere meglio anche fuori dalla Messa stessa. Com’è possibile tutto ciò? Cosa c’entra un rito compiuto in chiesa ( seppur ricco di simbologia ) con la vita di tutti i giorni? Sono domande che sorgono spontanee quando per la prima volta si affrontano queste tematiche, e capiremo passo dopo passo che sono domande degne di una risposta; una risposta che queste righe vogliono contribuire a dare seppur nella loro incompletezza.

Si potrà pensare che stiamo dedicando troppo spazio al momento dell’Offertorio, in realtà esso è di stimolo per una riflessione maggiormente ampia poiché la Messa non è un insieme di rituali accozzati a caso da qualche Papa/Vescovo, ma è la celebrazione del Mistero salvifico di Cristo; certamente ha bisogno dell’azione umana (la Chiesa) poiché Dio stesso ha scelto così: per manifestare infatti Se stesso e la Sua salvezza agli uomini poteva scegliere chissà quali strade, ma nella Sua infinita fantasia ha scelto di farsi carne attraverso una madre umana, un uomo che gli facesse da padre umano, avendo degli amici, quindi ha voluto aver bisogno della nostra umanità, ed ecco spiegato il nostro bisogno di rituali per entrare in contatto con Dio.

Dopo questa breve digressione torniamo all’Offertorio per concluderne l’analisi. Dopo aver capito chi sono gli offerenti e verso Chi si rivolge la loro offerta, vediamo cosa offrire nel particolare. Abbiamo già capito che possiamo offrire il nostro amore di sposi, e che offrire la parte bella della nostra vita ci aiuta a vivere tutta la nostra esistenza come dono di Dio.

Ma non è tutto. O per meglio dire, c’è molto altro ancora. Più si avanza nel cammino di fede e più ci si accorge della grandiosità di essa, degli sconfinati doni che essa ha in serbo per noi, ma dobbiamo innanzitutto conoscerli per poterli vivere e goderne.

Ancora una volta è il Messale a venirci incontro e lo fa con la consueta brevità che racchiude in sintesi grandi verità:

Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa: da essa derivano e ad essa sono ordinate.

Vediamo ora di allargare attraverso la meditazione e la riflessione questa verità così condensata in una breve frase. Non si può certo accusare il Messale di non essere esplicito ed allo stesso tempo profondo e semplice; se le indicazioni ivi contenute non sono vissute né conosciute non è certo sui fedeli semplici che si deve rivolgere un rimprovero. Incontriamo quotidianamente mariti e mogli che non apprezzano la possibilità di offrire, ma si limitano alla sola attività del “lamento”. Tempo addietro scrivemmo un articolo con piglio ironico proprio su questa attitudine, definendola una disciplina olimpionica con l’epiteto “lancio del lamento“. Ma perché facciamo le lamentazioni? Tra i tanti motivi (anche legittimi) c’è di sicuro l’ignoranza (non sempre colpevole) circa la possibilità di offrire.

Se me ne capitano di tutti i colori, sono stanco ed oppresso dai problemi di vario tipo, sono sfiduciato perché non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, e, come se non bastasse, non ho nemmeno la possibilità di “far fruttare” tutto il malcapitato, è ovvio che l’unica cosa che mi resta da fare è il “lancio del lamento“. Vi ricordate il famoso detto dei nostri avi che recita così: far di necessità virtù? Esso contiene una saggezza che ci sprona a trarre insegnamento dalle vicende liete e tristi della vita affinché non passino da noi senza renderci migliori, ma soprattutto è un invito a trasformare in virtù ciò che ad una prima vista (e agli occhi di tutti gli altri) sembra una perdita, una mancanza, una deficienza.

Dobbiamo riportare questa attitudine dentro la nostra vita spirituale affinché ogni momento non passi da noi senza aver lasciato una traccia sul nostro cammino di fede. E ce lo insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica che riporta a sua volta la “Lumen Gentium” quando recita così parlando di noi fedeli laici (cioè noi che non siamo sacerdoti) :

“Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso” (LG 34; cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 901).

Ecco svelato il segreto per trasformare in grazia ogni istante bello o brutto della nostra vita: offrire al Padre. Ma come avete appena letto, è un’azione che non si esaurisce nel rito dell’Offertorio della Messa, ma diventa un modus vivendi. D’ora in poi non ci è più consentito praticare quello sport pericolosissimo quale il “lancio del lamento”, poiché ora abbiamo una via d’uscita.

Concludiamo questo zoom sull’Offertorio citando un breve passaggio di una udienza generale di papa S.Giovanni Paolo II tenuta Mercoledì 15 Dicembre 1993, quando a sua volta cita S. Tommaso d’Aquino:

Nella celebrazione eucaristica i laici partecipano attivamente con l’offrire se stessi in unione con Cristo Sacerdote e Ostia; e questa loro offerta ha un valore ecclesiale in forza del carattere battesimale che li rende idonei a dare a Dio, con Cristo e nella Chiesa, il culto ufficiale della religione cristiana (cf. san Tommaso, Summa theologiae, III, a. 63, a. 3)

Cari sposi, da domani vivere il momento dell’Offertorio durante la Messa non sarà più ridotto a cercare le monetine, abbiamo una grande missione che ci aspetta: il culto spirituale gradito al Padre.

Giorgio e Valentina.

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Una coppia non è mai sterile! Se lo vuole.

In questi ultimi anni ci è successo diverse volte di dialogare con coppie che hanno affrontato e che hanno superato l’impossibilità di concepire bambini. Tutte queste persone hanno storie personali e familiari diverse, ma tutte parlano di un grande dolore. E’ un dolore che io e Luisa non abbiamo mai provato nella nostra vita insieme. Ci siamo sposati a giugno del 2002 e ad agosto dello stesso anno Luisa era già in attesa di Pietro il nostro primo figlio. Primo di cinque concepiti e di quattro viventi. Mi sento quindi un po’ in difetto a trattare questo tema e cercherò di farlo con delicatezza e rispetto.

E’ un argomento che va trattato in un blog che si occupa di matrimonio e di coppia. Va trattato perchè la steriltà è una condiziona che riguarda tantissime coppie. Sembra, secondo una recente statistica pubblicata dall’OMS, che una coppia su cinque non sia fertile. Una condizione che provoca un mare di sofferenza. Coppie che spesso si sentono abbandonate da Dio. Coppie che non comprendono perchè a loro è preclusa la gioia di un bambino. Dicevo che non ho mai provato sulla mia pelle questo dolore però ho avuto modo di comprenderlo, almeno in parte, proprio parlando con tante coppie che invece non solo lo hanno attraversato ma lo hanno fatto fruttare. Già perchè quel dolore ha spinto queste famiglie a non arrendersi ad una vita a metà, ma a capire di dover cambiare la propria prospettiva. La loro gioia era lì a portata di mano, dovevano solo smettere di cercarla lì dove non c’era e trovarla altrove. Giusto in questi giorni stiamo preparando una nuova diretta social con Maria Rosaria e Giovanni che ci parleranno proprio di questo. La riflessione che sto proponendo con questo articolo è nata proprio leggendo il loro libro E voi, ancora niente figli?

Cosa voglio raccontare con questa riflessione? Che spesso ci si ripiega sulla consapevolezza che non si possono avere figli. Questo provoca un dolore enorme. Nell’uomo e nella donna. E’ soprattutto la donna che ne sente però il peso e la mancanza. E’ un vero e proprio lutto da elaborare. E’ l’inizio di un percorso, di coppia e personale dei due, che può portare alla morte della relazione e quindi al fallimento di tutto, oppure ad una vera rinascita, una resurrezione. Una nuova vita per i due sposi e per la relazione. Ciò avviene quando si comprende che non è qualcosa a mancare, cioè non avere i figli, ma non si può essere qualcuno. Manca poter essere madre e padre.

Quindi il vuoto non si trova nel non avere qualcosa, ma nell’impossibilità di essere qualcuno. Perchè noi l’abbiamo dentro il desiderio di essere padre o madre. Così cambia tutto. Perchè per essere madre o padre non è necessario avere dei figli, siano essi biologici, in affido o adottati. Essere madri o padri, cioè vivere appieno la nostra maternità o paternità, significa generare vita, amore e dono. Generare la presenza di Dio nel mondo. Per questo possono benissimo essere madri e padri anche i religiosi. Perchè amano e si donano gratuitamente.

Noi sposi siamo fecondi per sacramento. Lo siamo perchè il sacramento del matrimonio ci abilita ad essere immagine di Dio nel mondo. Ci rende capaci, cioè, di mostrare l’amore di Dio al mondo, di testimoniarlo con la nostra vita e nella nostra relazione.

Quando una coppia sterile comprende questa meraviglia che è, nonostante non possa avere figli, allora smette di essere sterile. Resta certamente non fertile, ma non sarà più sterile perchè troverà il modo di portare amore in un modo che unico, solo di quella coppia. E quando troverà la sua personale missione d’amore, ritroverà anche gioia e pace, perchè ciò che dà senso alla vita non sono i figli ma è l’amore. Amore che viene da Dio. Anche per me e Luisa, che di figli ne abbiamo avuti, è importantissimo comprendere questa verità. I figli non sono nostri, non sono idoli, non dipende da loro la nostra vita e la nostra ricchezza di coppia, ma sono un dono che va accolto per quello che è. Un dono che diventa ministero e servizio. Non sono loro a dover portare ricchezza e amore nella nostra famiglia, ma siamo noi genitori a doverli accogliere in una comunione d’amore che già dovrebbe esistere e che dobbiamo impegnarci a custodire e a perfezionare ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Siamo giunti al termine di questa serie di articoli riguardanti la Lettera di Papa Francesco agli sposi. Vi lascio come al solito il link a tutte le riflessioni già pubblicate.

Arriviamo ora all’ultimo paragrafo della lettera del Papa. Ho trovato anche in questo passaggio un punto molto importante che vorrei approfondire con voi.

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio non chiede ricchezza ma la dona. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo con l’analisi della Lettera di Papa Francesco. Di seguito trovate i link ai precedenti articoli già pubblicati.

Eccoci arrivati al settimo e penultimo articolo. Volevo fosse l’ultimo ma non riesco a sintetizzare in un’unica riflessione due concetti molto importanti e molto belli che Papa Francesco ci offre negli ultimi due paragrafi della sua Lettera agli sposi. Cosa dice il Papa?

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché «sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere» (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Il Santo Padre è consapevole che viviamo in tempi difficili resi ancora più incerti dalla pandemia. Ci sono mille ragioni, anche molto sensate, che suggeriscono di non sposarsi o comunque di attendere tempi migliori. Eppure il Papa invita i fidanzati a non scoraggiarsi. Perchè ne vale la pena. Per farlo ricorre ad un esempio concreto. Chi più di san Giuseppe avrebbe potuto tirarsi indietro? Eppure lui non lo fa. Va contro il “buon senso”. Si prende una sposa incinta non di lui. Certo gli è apparso l’angelo in sogno, ma resta una scelta molto difficile. Noi cosa avremmo fatto al suo posto? Perchè Giuseppe non ha abbandonato Maria? Ne aveva tutto il diritto. Sarebbe già stato misericordioso congedandola in segreto senza denunciarla, come aveva in proposito di fare. Eppure lui sceglie di tenerla con sè. Giuseppe lo ha fatto perchè in coscienza sapeva di fare la cosa giusta. Sapeva che il progetto di Dio su di lui passava da Maria e dalla famiglia che avrebbe formato con lei. Sapeva che lì si giocava tutto.

Quello che il Papa cerca di dire, attraverso l’esempio di san Giuseppe, è che il matrimonio è un tesoro prezioso. Spesso i fidanzati credono di dover portare la loro ricchezza personale per rendere il matrimonio bello e duraturo. Credono sia necessario che entrambi abbiano un lavoro sicuro, che ci sia la casa, che ci siano un po’ di soldi in banca per avere sicurezza. In realtà queste sono tutte ricchezze che se ci sono vanno bene ma il matrimonio non ha bisogno di queste cose per funzionare. Non si spiegherebbero i tanti divorzi tra le persone facoltose e famose. Il matrimonio non chiede ricchezza, ma dona ricchezza. L’amore è dare tutto per quella persona senza chiedere nulla in cambio. Quando Luisa mi ha promesso questo, ed ero sicuro che sinceramente ci stava mettendo tutto il suo desiderio e volontà di mantenere quella promessa, mi sono sentito davvero amato. Amato senza dover dimostrare nulla. Amato senza dovermi meritare quell’amore. Amato nella libertà. Amato e basta. Questa sensazione è meravigliosa e commovente. Ed è commovente ogni volta che me lo dimostra. E’ commovente ogni volta che mantiene quella promessa con il suo esserci sempre e comunque. Quando sono bravo e quando sono un disastro. Quando siamo trasportati da passione e sentimento e quando magari fa fatica a starmi accanto. E questo dà forza e motivazione per tirare fuori il meglio di me in ogni situazione della vita. Anche sul lavoro!

Il matrimonio è bello se vissuto nel dono reciproco. La domanda che vi dovete fare non è quindi se avete tutto quello che serve ma se siete quello che serve. La domanda che ogni persona che si avvicina al matrimonio dovrebbe farsi è: sono pronto a dare tutto? Sono pronto ad amare senza condizioni con l’aiuto di Dio? Quello che ne avrete in cambio sarà il centuplo già su questa terra. E se uno dei due si tirasse indietro, per l’altro resterebbe comunque la consapevolezza di aver rischiato per qualcosa di grande. Qualcosa che comunque ha lasciato in eredità una relazione profonda con il Signore.

Antonio e Luisa

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Come una fiammella di candela… o quasi!

Vi riportiamo uno stralcio di una tra le tante lettere di S. Paolo:

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo ( 2Tm 1,1-8)

E’ una lettera ricca di spunti di riflessione per la crescita della nostra fede, ma fisseremo la nostra attenzione solo su di un particolare. C’è la testimonianza di un affetto sincero che Paolo prova nei confronti di uno tra i suoi figli spirituali, ma ha qualcosa di diverso rispetto al solito, che cosa?

In apparenza gli affetti sembrano tutti uguali, ma ciò che li contraddistingue non è la loro natura, ma la loro origine. Si può provare affetto verso una persona per i più disparati motivi, motivi che a volte possono venir meno e per questo l’affetto può diminuire.

Spesso l’affetto nasce dalla parentela, altre volte da un comune sentire, altre ancora da una comune passione, oppure da un comune obiettivo, ed altre ancora da una comune esperienza, ma tutte queste situazioni umane sono certamente belle ma destinate alla caducità come del resto tutte le cose di questo mondo.

Ma quando l’affetto nasce dalla fede in Cristo Gesù è tutta un’altra cosa, poiché ciò che ci unisce all’altro/a non è un comune sentire, non è la medesima esperienza umana, non è neanche una comune passione, ma è Gesù stesso.

E quando il legame tra due persone nasce dal cuore di Cristo stesso può diventare più grande e potente anche di un legame di sangue, o meglio, è proprio un legame di sangue, ma non di quello delle due persone coinvolte, ma nel sangue di Colui che ha versato proprio questo suo stesso sangue per amore di quelle due anime.

Un affetto tra due persone non potrà mai diventare così grande come l’amore di Colui che ha amato ognuna di loro più della sua stessa vita.

Carissimi sposi, il legame che ci unisce è bello, ricco e grande, ma c’è un amore che sta alla fonte di questo stesso legame affettivo, ed è l’Amore che il Sacramento porta alla luce giorno dopo giorno nella vita spesa per amore.

Abbiamo capito tutto ciò alla luce di una candela. No, niente a che fare con le romanticherie da film americano. E’ semplicemente la solita candela che accendiamo tutti i giorni mentre preghiamo insieme e spesso finisce per catturare i nostri sguardi con il suo fascino. Se la fiammella debole, indifesa di una candela ci desta così tanta meraviglia e fascino, quanto più bella sarà il fuoco che l’ha originata?

Così deve essere anche per l’affetto che ci scambiamo come sposi : se è così bello, affascinante, dolce, tenero, appagante e quasi eterno l’amore che ci scambiamo tra noi, quanto più bello, affascinante, dolce, tenero, appagante ed eterno sarà l’amore che lo ha generato?

Se dunque Dio ha ritenuto degno/a il mio coniuge del sangue del Suo Unico Figlio, chi sono io per decidere di non degnarlo/a del mio perdono, del mio abbraccio tenero ed incondizionato, del mio amore appassionato, del mio sorriso?

Coraggio sposi, abbiamo bisogno ogni tanto di riscoprire le nostre origini per capire dove stiamo andando. Buona riscoperta!

Giorgio e Valentina.

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