La mediocrità: vivere tanto per…

Peggiore di chi fa il male è colui che fa le cose con mediocrità. È Il tiepido, quello che non è né caldo, né freddo. Quello che si impegna in una cosa ma cercando di non dare né troppo, né troppo poco, quello del 50%. Se dovessimo fare una classifica, non la vincerebbe né il male né il bene, la mediocrità sarebbe al primo posto. Il danno maggiore non viene tanto da chi fa il male convinto al 100%, ma da chi fa il bene a metà. È bello farlo, ci voglio essere, ma fino a un certo punto, cioè poi ho le mie cose, i mie interessi, la mia vita, cioè capisci mica sto senza far niente…

È il ragazzo del Vangelo che arriva a seguire tutti i comandamenti, ma quando Gesù gli chiede di seguirlo in un impegno al 100%, si ritira, perché sì, questo “maestro è buono”, ma è anche “esigente”!

Il mediocre è colui che fa, ma tanto per farlo. Vado a messa? “Ma tanto per…” E se chiedi perché? Perché sono nato cristiano, perché ho sempre frequentato la parrocchia, perché i miei genitori lo facevano, ecc. Non sono “cattolici praticanti”, ma i “cattolici tanto per”.
E così nella vita ogni cosa si finisce per farla “tanto per”. Se tu moglie stai cucinando per tuo marito, o tu marito stai cucinando per tua moglie, non farlo “tanto per”, ma mettici tutta/o te stessa/o, mettici amore, gioia, passione, determinazione. Se fai un lavoro fallo con tutto te stesso! Se fai sport, fallo con tutto te stesso! Qualsiasi cosa tu faccia, se veramente vuoi farla, mettici il cuore, mettici l’anima! Altrimenti meglio non farla, il “tanto per” è dannoso, deleterio, molto peggio del “non lo voglio fare”.

Cristianamente parlando, Gesù ha dato la vita per noi, e allora giochiamocela questa vita! Non sprechiamo il sacrificio di Cristo, il suo sangue, per vivere una vita “tanto per”. Facciamo le cose al 110%, al meglio di noi, e quando non basterà, sarà Lui ad agire, a rendere fruttuosi i nostri sforzi. Parafrasando il Signore degli Anelli, mettiamo da parte il ramingo… diventiamo ciò che siamo nati per essere, cioè Re e Regine.

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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La casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica. No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

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Un racconto sulla Misericordia

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

Carissimi,

oggi…giorno di Black Friday, in cui tutti si scatenano a vendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati…noi vi facciamo dono di un nostro racconto.

E’ un racconto che si ambienta in un Venerdì Santo…un Black Friday…Venerdì Nero e cupo…in cui, come nel Venerdì in cui il Signore Gesù donò la sua vita senza farsi sconti…assisteremo a…

…Buona lettura!!!

-Silvano-

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Veniva da lontano e di tanto in tanto cambiava il luogo della sua dimora. Si accontentava di un tetto sulla testa e di abitare il più vicino possibile ad una chiesa. Il suo nome era Silvano, e proprio quel nome rappresentava in pieno la sua persona.

Trasandato e abbastanza sporco, pareva essere proprio un abitante della selva. Alcuni ne provavano ribrezzo al vederlo passare, con quel suo portamento inadeguato alla società civile, propria del selvaggio quale era.

Quel matto di Silvano quella volta la combinò davvero grossa.

Era iniziata la settimana santa e il paesello in cui Silvano abitava in quegli anni si apprestava a vivere le devozioni e le tradizioni a cui i paesani erano legati. Secondo loro era buona usanza rispolverare l’anima una volta l’anno mettendola fuori dalla naftalina insieme all’abito buono.

Questo modo di fare e di trattare l’anima come un oggetto prezioso, ma al contempo quasi dimenticato, era assai invisa al nostro caro Silvano. Lui considerava la vita eterna cosa ben più cara di ogni altra cosa al mondo e l’unico pensiero che lo tormentava era la propria e l’altrui salvezza.

C’era solo una cosa che faceva vacillare le virtù di Silvano:

la sua sviscerata ed imbarazzante voglia costante di mangiare castagne dure e il desiderio di accumularne tante. “Ah”, diceva tra se, “se potessi riempire la mia pancia di castagne fino a scoppiare lo farei volentieri!”; ma poi, subito cercava di tornare in sé e si affrettava a chiedere al suo amato Gesù di essere misericordioso con un povero goloso come lui: “Abbi pietà di me, Signore!”.

Ecco che, come da tradizione, il Venerdì santo all’imbrunire, il simulacro del buon Gesù steso in una bara adornata di fiori seguito dalla statua della Beata Vergine Addolorata e da tutto il popolo, al suono di antiche e sgrammaticate litanie, attraversava le viuzze del piccolo paese.

In pompa magna portavano il feretro a spalla i nobili seguiti dagli ufficiali della gendarmeria e dal prete e quattro fanciulli agghindati di tutto punto. E poi, tra il chierico e la Vergine Piangente, proprio a metà strada, ecco: il podestà.

Tutti nel paese sapevano delle sue angherie; appoggiato dai signorotti e poco amato dal popolo dei contadini. L’anno precedente era stato addirittura decorato con titoli nobiliari ma la gente riteneva che la nobiltà d’animo non si acquista con ruberie ed ingiustizie a danno dei poveri. Infine era noto anche per i suoi scatti d’ira e non disdegnava la rissa e la bestemmia.

Il popolo seguiva la processione nella solita distrazione e con la stanchezza delle gambe.

All’ultimo posto della fila, prima dei cani randagi e delle loro pulci, c’era lui, Silvano.

Era sempre l’ultimo perché voleva praticare le parole del Santo Vangelo in cui il Signore invita ad occupare gli ultimi posti; ma, come sempre, quella postazione lo teneva vicino a chi avrebbe fatto volentieri a meno di andare in processione e facilmente si lasciava andare a pettegolezzi e chiacchiere vane lungo il percorso.

Un giovanotto, poco davanti a Silvano, stava raccontando ad un vecchio amico che sua sorella che si sarebbe presto maritata con uno tanto ricco, avrebbe sistemato anche i suoi problemi legati ai debiti del gioco; dall’altra parte c’erano invece due bambine che sghignazzavano mentre la loro nonna, una donna molto anziana vestita perennemente di nero, cercava invano di cantare in latino lo “Stabat Mater”.

E la processione andava avanti così.

Silvano iniziava come sempre ad innervosirsi per tanta superficiale partecipazione dei suoi compaesani; ma quest’anno si era ripromesso di non discutere con nessuno e di continuare a pregare durante tutto il tragitto. Non voleva, proprio non voleva ascoltare il dialogo tra due sposini vicini a lui, ma non poteva farne a meno.

Era catturato dalla voce rotta dal pianto della giovane moglie che al marito raccontava di un’ingiustizia, di un abuso. “Il podestà”, diceva lei in un pianto sottaciuto “L’ha fatto anche questa volta! È venuto ieri nella nostra terra e ci ha ordinato di caricare la sua carrozza di carciofi e tanto altro bendidio! E poi, dopo averci umiliati facendosi baciare le mani come un principe, se n’è andato insultandoci per la nostra povera condizione!”. Il marito le prometteva vendetta, le giurava sottovoce: “Ti farò giustizia!”.

Silvano intanto, dopo aver ascoltato il racconto e le parole della donna, si sentiva ribollire il sangue; le sue viscere lo tentavano ad odiare il podestà, a pensare e a volere il suo male.

Cercava di calmarsi, ma le lacrime e i singhiozzi di quella giovane semplice ed umile lo riempirono di rabbia. Non volendo cadere nel peccato degli iracondi, decise velocemente di voltare le spalle alla processione e di ritirarsi a casa sua a pregare, ma dopo aver fatto tre passi nella direzione opposta dovette fermarsi di colpo: un urlo si era sentito!

Il podestà era scivolato per colpa di Giovanni, un venditore ambulante di frutta secca, che aveva riversato acqua mista a grasso sulla strada. “Chi è stato quell’imbecille?”, infuriava il podestà urlando mentre si rialzava aiutato dai gendarmi. “Dunque chi è il colpevole di tale mio incidente?”.

Giovanni, che non poteva far finta di niente, disse sommessamente: “Sono stato io! Chiedo scusa al podestà per questo increscioso avvenimento!”. “Increscioso un corno!”, urlò il podestà sferrando un pugno sul muso dell’ambulante!

Allora Silvano si mise a correre per andare sul luogo della lite.

Pensava di dare una lezione al podestà! “Lo schiaffeggerò e vedremo chi è il più forte…gliele farò pagare tutte” pensava in cuor suo mentre correva.

Ma giunto sul luogo del misfatto, pronto a dare sfogo alla sua Ira rivestita di giustizia, pronto come era ad avere l’appoggio del popolo oppresso, ecco che scivolò anche lui su quell’acqua sporca di grasso ed andò, facendo una rovinosa ed imbarazzante capriola, a finire con la testa in un cesto di castagne della bancarella di frutta secca.

“Oh che dolce profumo! Che voglia di mangiarle tutte!” già fantasticava; fece per alzarsi ed il suo sguardo si posò sulla bara del Cristo morto e a quel punto tornò in sé e si rese conto che la sua golosità non lo rendeva meno peccatore del podestà.

Prese allora a spogliarsi come faceva sempre in questi casi ed anche la gente ormai lo sapeva che quel matto di Silvano ad un certo punto gettava via i suoi stracci e si arrampicava su di un palo del telegrafo che somigliava ad una croce ed iniziava a gridare a squarciagola:

“Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!

Signore. io sono un verme! Ero pronto a picchiare il podestà perché è un prepotente, un vigliacco e un ladro e l’avrei punito credendomi tua verga, immaginandomi come frusta nelle tue mani!

E invece, Signore, sono caduto tra le castagne, le mie amate, profumate, mie mie mie adorabili castagne…e mi sono ricordato che tu hai perdonato tutte le mie indigestioni che ho avuto a causa delle castagne!!! Ho ricordato che hai avuto pietà di un povero goloso come me! Allora abbi pietà e pazienza anche col podestà! Riempilo del Tuo Spirito Santo! Aiutami a volergli bene, oh Signore, perché Tu vuoi bene a me che sono un peccatore!”

Il silenzio cadde sulla gente del paese! Alcuni a quelle parole andarono via indignati, altri lo insultavano e lo deridevano per il suo fisico imbarazzante. Alcune donne si coprirono gli occhi per non guardare, e altre ammiravano invece tanta schiettezza e verità di cui era capace quel vecchio puzzone.

Nudo come Adamo aveva reso tutti i presenti simili ai primi uomini dopo il peccato nel giardino di Eden.

Nella sua povera nudità tutti si erano potuti guardare un po’ dentro e tutti avevano potuto chiedere almeno un po’ di perdono al Signore Gesù.

Alcuni piangevano non si sa se per la rabbia o se per il pentimento. Anche il podestà aveva gli occhi arrossati.

E mentre Silvano, il selvaggio del paese, scendeva lentamente dal palo del telegrafo e raccoglieva i suoi vestiti logori e impolverati, riprendeva anche la processione del Venerdì Santo e tra la gente ora c’era chi procedeva con passo più fiducioso incontro alla Santa Domenica di Pasqua.

Quel matto di Silvano, quel matto che sapeva che nessuno cambia vita se prima non piange per i propri peccati.

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Dal Vangelo secondo Luca 18, 35-43

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».

Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

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Se ti è piaciuto quanto hai letto e vuoi leggere il libro intero clicca qui:  “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La chiave più importante della nostra casa porta l’immagine di Madre Speranza.

Ti accorgi sempre successivamente dell’importanza delle cose e quando scegli non sempre sei consapevole della profondità di ciò che accadrà. Scrivo questo guardando alla
chiave del cancellino della cappellina A.Mar.Lui, nella nostra chiesa domestica.
Quando iniziò il progetto di questa meravigliosa opera, cioè una cappella all’interno della nostra casa, pensai, quasi sovrappensiero, di mettere come portachiavi quello con l’immagine della Beata Madre Speranza, mentre, nel tabernacolo, ove è custodito il Santissimo Sacramento, vi è una piccola chiave con un bel mappo color oro. La nostra storia di coppia è una meravigliosa rinascita che ha rivisto Luce dopo un lungo periodo di tenebra e divisione e ora, grazie all’invito di un nostro amico professore, scrittore e bravissimo teologo, ma soprattutto marito e padre di tre bei maschietti, la si può trovare, la nostra storia, scritta nel neonato libro “NOI, STORIA DI UNA CHIESA DOMESTICA” edito da Tau editrice. Lui è Robert Cheaib a cui va ancora il nostro immenso grazie per essersi fatto strumento di un progetto grandissimo. Questo libro, che consideriamo un’opera di Dio, tesa a raggiungere più storie di vita possibili, vuole essere solo una testimonianza e una “narrazione teologica”, come l’ha definita don Carlo Rocchetta nella prefazione, di un vero miracolo laddove ci saremmo di sicuro lasciati e separati con grave riflesso anche verso i nostri splendidi quattro figli. Dio non ha permesso questa “rottura” e il nemico non ha prevalso e così, con le nostre due voci di coniugi, abbiamo dato corpo ad una storia “risorta” che sta viaggiando dal nord al sud, anche attraverso la nostra presenza laddove il Signore ci chiama a parlare in diretta! Questo è il motivo per cui facciamo accompagnamento alle coppie, per consegnare le armi spirituali a difesa di un nemico che vuole distruggere le famiglie progetto di Dio. Nel libro raccontiamo tutto, qui invece vogliamo parlarvi del cammino con le tante famiglie che il Signore ci mette a fianco e con cui, a braccetto con Gesù, procediamo! La cappellina di cui ho parlato all’inizio è dedicata alla prima coppia di sposi che la Chiesa ha beatificato e cioè i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, e ci è stata autorizzata dal nostro Vescovo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, a causa soprattutto della nostra missione di accoglienza e accompagnamento di tutte le coppie di sposi. Dalle giovani coppie ma soprattutto a quelle in difficoltà nella vita relazionale di coniugi e familiare. Come responsabili a Perugia dell’Associazione A.Mar.Lui (che opera a livello nazionale dal 2010) lo Spirito Santo non ha mancato il bersaglio e ci ha “soffiato” alle orecchie ciò che avremmo potuto fare. Partire innanzitutto dalla preghiera con tutti coloro che ci sarebbero stati inviati a casa e poi portare avanti un percorso di fede per accompagnarci di anno in anno. E così è nato, a casa nostra, dinanzi al Santissimo Sacramento e alla presenza dei sacerdoti che ci seguono nel cammino, un meraviglioso CENACOLO, chiamato DEI SANTI CONIUGI a cui convengono così tante coppie che spesso siamo anche 80 persone, comodamente sedute e abbandonate ad una preghiera guidata in particolare per la coppia. Il cenacolo è ogni 15 giorni dalle 21 alle 22. Al termine della preghiera le coppie ricevono sempre un segno particolare per riflettere e stimolare la ricezione della grazia. Ogni volta ci si ispira a dei Santi dei quali, tra l’altro, possediamo Reliquie di primo grado per grazia di Dio. Abbiamo con noi San G.Paolo II, i Santi Martin, i Beati Beltrame Quattrocchi (ovviamente), Santa Gianna Beretta Molla, Santa Gemma Galgani, la Beata Madre Speranza, la Beata Mattia di Matelica. Inoltre, una domenica al mese, secondo un tema stabilito all’inizio dell’anno, viviamo il cammino che si snoda attraverso la catechesi, la condivisione comune e l’accompagnamento personale curato anche dal sacerdote, nostro assistente spirituale che è don Mauro Angelini. Alla fine dell’anno si vive una giornata di ritiro spirituale ed eccoci al punto in questione. Non vi è stato alcun dubbio che quest’anno il ritiro dovessimo farlo al Santuario dell’Amore Misericordioso della Beata Madre Speranza a Collevalenza. Ci è balzato subito in mente e nel pensare ad una meta è arrivata questa, diritta nel cuore di tutti! Dobbiamo dire, anzi ,che una delle catechesi mensili del cammino è stata dedicata alla Madre anche perché, il nostro don Mauro, sta preparando una bellissima opera letteraria  proprio su di lei e gli è stato affidato questo incarico. Ciò è stato per noi un altro filo conduttore di questa testimonianza. La Madre è con noi, dall’inizio… nel portachiavi della porta più importante della cappellina, quella che protegge, e cioè, il cancello in ferro battuto! Per comodità decidiamo che il ritiro si farà nella giornata del 16 giugno 2018, ed, essendo un sabato, ciascuno avrebbe potuto immergersi nelle vasche del santuari. (Continua….)

Cristina Righi

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Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio

L’ESPERIENZA DELL’AMORE DI GESU’ E MARIA PER ME, ANTONIO FRIGIERI, TRA MARZO E APRILE 2004

Trascrivo prima la testimonianza di Giovanna Gazzadi, mia madre, dalla quale ho attinto fin dal grembo, con la felice vicinanza di Carlo, suo marito e mio padre, buona parte dei semi di Fede, Speranza e Carità che ci possono alimentare davvero e in eterno.

Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del Tuo Amore

Il 13 Marzo 2004, ore 9,30, telefona Giovanna Santini, mia cognata, comunicando ad Aldo, l’altro nostro figlio maschio, di un incidente sul lavoro ad Antonio. Occorre raggiungerla presso l’ospedale di Carpi, Modena: è avvenuto un trauma cranico commotivo. Verso le 14 riceviamo la telefonata di Marina nostra figlia, secondogenita. Antonio è elitrasportato d’urgenza a Parma per cercare di operare l’ematoma al cervello, come già rilevato dalle TAC. Si trova in condizioni gravissime.

Ho subito telefonato a don Erio Bertolotti, in parrocchia di San Giorgio martire in Sassuolo, per chiedere la supplica al Santissimo Tronco (crocifisso di pluricentenaria assistenza in casi ‘impossibili’), fissata per le 15,30. Ho poi telefonato al vicino monastero del Carmelo per chiedere preghiere. Con mio fratello Giuseppe e famiglia, alle 15,30, dinanzi al Santissimo Tronco, abbiamo pregato. Assieme a noi c’erano una cinquantina di persone. Lì, ho vissuto la stessa situazione di sei anni prima per mio marito, assieme a don Alfonso Ugolini, passato alla Beatitudine Eterna nel 1999 (per coloro che l’hanno potuto avvicinare è don Alfonsino, ad oggi Servo di Dio).

Tornati a casa, ho preso la fotografia di don Alfonso con le braccia aperte, l’ho posta vicino a quella di Antonio e della moglie nel giorno del loro matrimonio, e ho fatto questa preghiera: “Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio, il suo figliolo in pericolo di vita. Prega per noi, te lo metto fra le braccia”. Marina verso le 16,30 mi ritelefona: i medici tentano l’intervento per togliere l’ematoma. Riuscirà perfettamente. Avevamo pregato tutto il pomeriggio, io e mio marito, dopo aver telefonato a vari amici che pure credono nella forza della preghiera.

Le condizioni di Antonio restano comunque gravissime: c’è un edema, interno al cervello, prodotto dal contraccolpo, un grande rischio di vita. Si attende l’evoluzione nei giorni successivi, di grande dolore e di Speranza. Una persona cara ci presta una piccola stola con crocifisso e medaglia della Vergine Miracolosa, lasciatale da don Alfonsino. Il giorno successivo la porto con me a Parma e durante i 10 minuti di visita la metto sul cuore di Antonio, pregando con Giovanna, e così per altri 4 giorni. Nel frattempo Antonio ha ricevuto l’Unzione degli Infermi, per sostegno innanzitutto fisico.

I medici decidono di non operare l’edema, che ha troppo elevato la pressione cranica. Decidono di introdurre nel cervello una sonda per togliere gocce di liquido e lasciare spazio all’edema. Non si conosce il possibile risultato. Il fisico di Antonio regge questa operazione, durata alcuni giorni. Le settimane di Passione sono passate e sta arrivando la Pasqua, mai così bella! Riceviamo tanti messaggi di persone vicine e lontane: comunicano di preghiere, veglie, Sante Messe. Quanto aiuto!

Ora, Aprile 2004, Antonio è fuori pericolo e si trova a Correggio, Reggio Emilia, in Riabilitazione Intensiva. I medici dicono di progressi straordinari e con tempi ben più brevi del previsto. Mentalmente ha riacquistato al 100 % e fisicamente potrebbe avvicinarsi allo stesso traguardo (un recupero simile avviene in pochissimi casi su mille)..

Il Signore della Vita, con Maria Santissima, ha aiutato noi e in particolare Antonio! Lode!!!

La mamma ha poi consegnato la sua testimonianza in diocesi, all’apertura del Processo di Beatificazione di don Alfonsino. Secondo Fede e scienza, il vescovo Adriano Caprioli e la commissione diocesana hanno verificato che è avvenuto un fatto prodigioso. Non un miracolo vero e proprio. Alcuni dei medici, a Parma, mi hanno attestato che sono stati necessari ma non sufficienti: le mani dell’intera equipe sono state guidate dalla Vergine per intercessione, tra i Santi invocati, proprio di don Alfonsino. Anche i loro colleghi non credenti hanno detto che il mio caso rimanda a un Mistero che non si può negare.

Ora, il mio percorso nel Centro ospedaliero di Correggio si è rivelato faticoso, e rimane tale per certi versi ancora oggi, al di là delle aspettative ottimistiche dei sanitari. Sono stato dimesso in tempo per una vacanza al mare di Pinarella di Cervia, Ravenna, con tre problemi non risolti: 1) mal di testa; 2) male al collo; 3) braccio sinistro che non ha recuperato molti dei movimenti suoi propri.

Riguardo al terzo problema, arrivato in spiaggia dico a mia moglie che desidero fare una nuotata. Il mondo è degli incoscienti e anche Giovanna lo sa. Mi lancio dopo una preghiera e le braccia si alternano subito a stile libero. E’ stata la ‘molla’ di un’attività per me tanto connaturata a sbloccare il braccio? Al mio cuore piace pensare che il Maestro Gesù abbia, come minimo, suggerito il modo di avvalermi della natura intorno. E crescere un altro po’ anche nella Fede.

Il mal di testa, acquietatosi durante l’estate, riemerge. Io e mia moglie prendiamo contatto con il padre della dr.a Saginario, Manfredi. Entro fine Agosto ci riceve, potendo accertare, con esami qualificati, che ho due focolai epilettogeni. Pur disponendo una terapia resa via via più efficace, nel quotidiano mi devo accontentare di non potere più compiere determinate operazioni fisiche. Una stimmata lasciatami dall’incidente.

Il male al collo, emerso nel 2006, ha trovato spiegazione ancora in un esame ad hoc fatto disporre dal prof. Saginario. Fino ad allora nessuno si era accorto della causa: eppure ero passato tra le mani di medici, tecnici, fisioterapisti, con la rottura di due vertebre cervicali, in più punti ciascuna! Come non si sia rotto il midollo spinale, lo sa solo Dio. Così ci dicevamo con il prof. Saginario, ridendoci su. Bene, dal 2006 al 2009 sono stato sottoposto con successo a trattamento al collo con neurotossina botulinica.

Infine ringrazio gli amici preziosi Antonio e Luisa De Rosa, coniugi.

Antonio e Giovanna Frigieri

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Una sosta all’Autogrill ?

Continuiamo la nostra riflessione sull’episodio di Zaccheo; questa volta ci fermiamo su un altro particolare descritto all’inizio del brano: <<  Entrato in Gerico, attraversava la città. >>. Apparentemente Gesù sta entrando in una tra le tante città di quella regione, tra l’altro Gerico è nominata circa 70 volte ed è stata teatro di importanti vicende del popolo di Israele.

Ma questa volta pare che per l’evangelista non basti raccontare che Gesù entrò in Gerico, ma aggiunge che la stava attraversando. Qualcuno potrebbe semplicemente dedurre che siccome si stava recando a Gerusalemme doveva per forza passare da Gerico, praticamente una tappa obbligata; una sosta per rifornimento, per riposare e riprendere le forze necessarie alla prosecuzione del viaggio; come se qualche furbetto abbia suggerito all’entourage di Gesù di passare di là per far rifornimento in una casa di un ricco, una tale Zaccheo……..ne siamo proprio sicuri ? Possiamo trattare Gerico alla stregua di una fermata all’Autogrill sull’autostrada ?

Forse è meglio di no. Infatti si può notare che il verbo entrare è compiuto ma il verbo attraversare è all’imperfetto, e questo lascia trasparire che non è un’azione conclusa, tutt’altro; è un’azione che continua nel tempo. Ebbene, Gerico è situata a circa -250m s.l.m nella depressione del Mar Morto, è la città posta a più bassa altitudine del pianeta; essa è simbolo di quei momenti in cui la vita matrimoniale è sotto il livello base, sotto il livello del mare, più sotto di così non si può.

E Gesù non è un tipo altezzoso che non vuole sporcarsi i sandali con la polvere delle nostre città depresse; Gesù non è un tipo borioso che disdegna il fatto che Zaccheo lo cerchi tra la folla; Gesù non ha la puzza sotto il naso da non volersi confondere con gli abitanti di Gerico. Gesù no, non è così. Al contrario, Gesù ancora oggi attraversa le nostre Gerico (la città depressa) e non è in cerca del miglior Autogrill della zona, ma sta cercando uno Zaccheo da salvare. Per comprendere un po’ meglio dobbiamo immaginare la scena: Gesù entra in città ma è preceduto dalla sua fama, con gente che si riversa sulla strada al sentire che Gesù la sta attraversando e chiama i vicini perché escano a vedere/salutare. Dobbiamo immaginare la gente che entusiasta al vedere Gesù si affretti a chiamare parenti ed amici perché si componga un corteo.

Probabilmente anche noi abbiamo delle persone che entusiaste vengono da noi per spronarci ad uscire dalla nostra tana per vedere Gesù, magari sono colleghi, forse i parenti, i vicini, i parroci, una suora; in ogni caso Gesù non cambia itinerario ed è deciso ad attraversarla. Sì, la attraversa fino a che non incontra Zaccheo. Quando avvertiamo che il nostro matrimonio è come Gerico, sotto il livello del mare, abbiamo due possibilità: restare chiusi in casa (nella nostra tana) per non incontrare, anzi nemmeno vedere Gesù oppure imitare Zaccheo.

Se vogliamo salvare il nostro matrimonio, dobbiamo permettere a Gesù di attraversarlo, come? Facendo spazio a Lui, lasciando che Gesù cammini in tutti i vicoli della nostra città; permettendo a Gesù di impolverarsi i piedi con la nostra polvere. Gesù ci viene a scovare nei posti più reconditi dentro di noi, dentro il nostro matrimonio. E giova di più lasciarsi trovare da Gesù che impiegare tempo ed energie alla ricerca del perché siamo finiti in questo punto così basso (depresso) del nostro matrimonio. Sarà Lui ad operare il miracolo. Non sprechiamo un giorno perché ora è tempo di arrampicarsi sul sicomoro, e per sicurezza sventolare una bandierina con scritto: fermati Gesù nel mio autogrill.

Buona sosta Gesù!

Giorgio e Valentina.

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La mia forza viene dal suo sguardo

Come è possibile essere consapevoli della propria debolezza, della propria inadeguatezza, della propria fragilità e nel contempo sentire di essere forte. Abbastanza forte da portare in salvo la tua vita? Alla fine il cristiano è così. In realtà io mi sento debole anche da prima della conversione. C’è però una grande differenza tra prima ed ora. Prima non concludevo nulla. La vita mi spaventava, ogni impegno mi pesava. Passavo il tempo a sentirmi meno degli altri, c’era sempre qualcuno più bello, più bravo, più brillante. Qualcuno che era sempre più di me. Io mi sentivo sempre il mediocre, quello che sta in mezzo e che non viene notato da nessuno. Ero pieno di invidia e di risentimento verso chi era più di me. Gli invidiavo la vita e le qualità che possedeva. Ero in uno stato davvero penoso. Perchè scrivo queste cose? Perchè vedo tanta gente intorno a me che è nello stesso stato. Tanti giovani lo sono. Si può uscirne! Si può! Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo. Smettere di invidiare le altre persone che sono più di noi. Ce ne saranno sempre. Alzare lo sguardo riconoscendoci miseri. La nostra miseria non deve essere qualcosa che ci blocca e che ci incattivisce. Questo accade quando il nostro sguardo è miope. Quando non arriva fino a Dio. La nostra miseria può essere quella leva che ci aiuta ad alzare lo sguardo, a cercare Dio. A riconoscerci bisognosi di Lui e del Suo amore. Allora tutto cambia. Lui ti guarda con lo sguardo di uno sposo innamorato. Tu che sei una sposa infedele. Come in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

E’ proprio così. Prendere coscienza delle proprie miserie, dei propri fallimenti, dei propri errori e delle proprie imperfezioni e poi alzare lo sguardo e incontrare quello di un Dio che ti ama nonostante quello che sei in quel momento, nonostante tu stesso non ti ami. Questo cambia tutto. Capisci che Dio ti ama di un amore unico. Capisci che ti ama perchè sei tu e non perchè meriti quell’amore. Capisci che la tua stessa vita è un dono che ti ha fatto Lui. Capisci che è sempre stato con te, ma che per farsi presente ha atteso che tu lo cercassi, per non essere invadente. Davvero ti ama dell’amore di uno sposo fedele e premuroso. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Io ho ritrovato quello sguardo in Luisa. In lei mi sento forte perchè lei mi guarda con lo sguardo di Cristo. Lei mi ama perchè sono io senza che io debba dimostrarle nulla. Luisa mi ha reso più uomo, un uomo migliore, non chiedendomi nulla, semplicemente amandomi.

Come disse Costanza Miriano: L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Ecco è proprio così. Io apparentemente non sono diverso da prima. Le mie fragilità ancora ci sono. Lo sguardo di Dio e lo sguardo della mia sposa mi danno però una forza e una determinazione che non pensavo di avere. Davvero comincio anche io a pensare di essere una meraviglia. Dio lo pensa perchè io non dovrei? E tu? Sai di essere meravigliosa/o?

Antonio e Luisa

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Questi è il re dei Giudei! E il re del nostro matrimonio chi è?

C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Cristo è re. Re dell’Universo. Detto così sembra qualcuno di lontano ed irraggiungibile. Tutto assume un altro valore quando lo accogliamo come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Cosa significa concretamente? Significa essere liberi ed essere liberati da un peso che non possiamo sostenere. Ogni persona, proprio per la natura umana che la costituisce, non si basta. Spesso nelle coppie si generano dinamiche pericolosissime. Due dinamiche diverse, ma ugualmente dannose. Credersi il dio dell’altro/a o fare dell’altro il proprio dio. Questo può accadere quando il trono è vacante, quando si è scacciato Gesù dalla nostra vita di coppia.

Nel libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, c’è un passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e mi provoca sulla mia relazione e su come la intendo.

Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.

Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però, del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa, ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio. Ricordiamoci che il Re dell’Universo è Gesù. Re anche del nostro universo.

Antonio e Luisa

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Lezioni d’amore: ego o anima?

Oggi voglio parlarti della scala che c’è tra amore egoico ed amore animico. Si tratta di un aspetto molto importante, e direi assolutamente fondamentale, dell’amore; quindi oggi in conclusione ti parlo di amore, una cosa basilare per la tua vita, spiegandoti un aspetto fondamentale dello stesso…

Il «tono di voce» di questo articolo ti potrà sembrare un po’ strano e diverso dal solito, la cosa è dovuta al fatto che questo articolo è la trascrizione di una breve lezione tenuta nel mio studio ad un gruppo di persone sul tema, quindi non nasce originariamente come testo scritto, ma appunto come lezione orale.

La scala dell’amore egoico-animica si applica all’amore di tutti noi o, detto in altri termini, l’amore di ognuno di noi si colloca sempre in un determinato gradino della scala egoico-animica. Questi discorsi sembrano molto astratti, ma è possibile fare subito due esempi molto chiari che fanno anche capire come si tratti i discorsi in realtà molto concreti e fondamentali nella vita di tutti i giorni.

L’amore egoico è l’amore di colui che desidera letteralmente possedere la persona amata, per soddisfare un proprio bisogno e senza curarsi più di tanto, o addirittura senza curarsi minimamente, del benessere della persona amata. L’amore egoico quindi è quello di colui che prende una persona e ad esempio la chiude in cantina perché la vuole avere, la vuole avere tutta per sé, la vuole avere in qualsiasi momento, al completo soddisfacimento del proprio ego.

L’amore animico si colloca invece all’estremo opposto. Prima di farti l’esempio dell’amore animico devo però farti una precisazione. Sia l’esempio dell’amore egoico che l’esempio dell’amore animico rappresentano due estremi che raramente si trovano in forma pura nell’uomo di tutti i giorni. Sono però due concetti molto importanti che ci fanno capire che cos’è questa scala egoico-animica e come la possiamo utilizzare per misurare il nostro amore, perché l’amore di tutti si colloca in qualche punto di questa scala, tra l’amore egoico, che abbiamo appena visto, e quello animico che vedremo tra poco.

L’amore animico è quello che appunto, come dice il termine stesso, viene dall’anima e non dall’ego della persona. Facciamo subito un esempio. Tu sei sposato con una donna che ami tantissimo. Questa donna un giorno vieni a casa e ti dice che si è innamorata di un altro uomo e che per la prima volta in vita sua è completamente felice. Tu, anziché impazzire ed imbestialirti, sei genuinamente felice per lei e senti la sua stessa gioia e completezza dentro di te… È evidente che l’amore animico è l’amore con cui ci ama Dio, è l’amore con cui hanno amato quegli uomini che si sono riusciti ad elevare al massimo grado della dimensione animica, ad essere delle grandi anime, come ad esempio Ghandi, che appunto era soprannominato grande anima (a proposito sai che ad esempio a Genova una persona che si comporta male viene chiamata anima piccola), oppure Budda oppure Gesù.

Per un uomo, è difficile provare per un’altra persona un amore puramente animico che è totale e incondizionato e prescinde anche dalle proprie esigenze. Ma, se proprio dovessimo dare una definizione di amore, che cosa potremmo dirne, se fossimo davvero sinceri fino in fondo? Come lo potremmo definire se non come mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio? Io non credo che l’amore possa essere definito diversamente da così, l’amore è sempre mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio benessere.

É solo in questi casi che si ama davvero, è questo peraltro l’oggetto della promessa del matrimonio cristiano, che non è affatto una promessa da poco ma è una promessa terribile che ti impegna e ti vincola per sempre, anche perché, come è stato giustamente detto, chi non è disposto ad amare per sempre non ha amato davvero neppure un solo istante.

Ma allora se amare davvero è così difficile, così arduo, così improbabile specialmente in una società e con un inconscio collettivo di proiezione neoliberista che ha eretto l’egoismo a criterio di relazione con gli altri, sulla scorta del concetto, di Hobbes, homo homini lupus, che è esistenzialmente una delle più grandi truffe della storia della filosofia una cosa falsissima e sciagurata, dal momento che l’uomo è esattamente l’opposto è un animale non solo sociale ma socievole e che soffre tremendamente per la mancanza di autenticità propria e di relazioni autentiche con gli altri. Se – dicevo – amare è così difficile, così arduo, così ridicolo persino, dovremmo forse rinunciarci prendendola persa in partenza o, magari, poco dopo la partenza, come fanno in tanti, quasi tutti?

Lo scopo del discorso di oggi non è fare rinunciare nessuno, anzi, tutto al contrario, io ti voglio dare più consapevolezza per renderti in grado di amare meglio, di più e più a lungo. Quando dico che per imparare ad amare bisogna studiare molti anni intendo proprio questo, che non si nasce sapendo già come si può far sentire amata una persona, bisogna studiarlo, bisogna impararlo: bisogna studiare ad esempio i cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman, un grande genio. Bisogna capire nella scala egoico-animica dove si colloca il nostro amore per una determinata persona e bisogna fare delle scelte. L’amore non è per qualsiasi persona: qualunque stupidotto è capace di innamorarsi, per amare davvero invece ci vogliono le palle.

La conclusione del nostro discorso di oggi, comunque, è in una domanda, anzi un paio di domande. L’essenza dell’uomo, come ha molto lucidamente sostenuto Heidegger, ha la forma di un punto interrogativo. E lo stesso counseling, nonostante che il nome possa indurre qualcuno a pensarlo, non è mai fatto di consigli; nel counseling è assolutamente vietato impartire consigli, l’essenza del counseling è fare domande, domande che stimolino dei processi riflessivi e che generino delle nuove idee e dei nuovi punti di vista nella persona che ha fatto ricorso al counselor, che li deve produrre, di fatto, più o meno spontaneamente.

La domanda di oggi è allora questa: «dove si colloca l’amore che provi per la persona che c’è nel tuo cuore, tra un estremo e l’altro della scala egoico-animica?» Si colloca più vicina al tizio che prende una donna e la chiude in prigione per tenerla tutta per sè, anche a costo di farla morire, o si colloca più vicina a quell’altro tizio che gode sinceramente del fatto che finalmente la moglie ha trovato l’uomo della sua vita? Sì, lo so: entrambi questi tizi ti sembrano dei pazzi, dei folli, delle persone completamente fuori di testa e può anche essere che sia vero, ma dentro di te ti assicuro che questi due tizi ci sono entrambi.

Ed ecco adesso la domanda finale di oggi e del resto della tua vita: «a quale di questi due tizi dentro di te vuoi dare da mangiare da oggi in poi

Tiziano Solignani (Avvocato e Counselor)

Qui il link all’articolo originale

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“Tra moglie e marito non metterci….la suocera!!!”

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

…carissimi, alcune cose sono come i peperoni: si ripropongono 🙂

Oggi si parla di cucina e suocere, di amori e litigate…e tutto questo, come i peperoni appunto, potrebbe essere pesante…allora in modo leggero vi riproponiamo una storiella già pubblicata per sorridere e per riflettere insieme.

Buona lettura!!!

+++

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore.

Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani saranno bassi ma sono dei grandi lavoratori…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e di un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 🙂

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Grazie,

Pietro e Filomena

Abramo e certe suocere!

Don Fabio Rosini non è mai banale. Oggi mi avvalgo di una sua riflessione riguardo la storia di Abramo. Parto da ciò che lui ha detto per sviluppare la mia lettura declinandola verso l’amore sponsale. Abramo è il padre di una discendenza sterminata di persone. La storia di Abramo, di un vecchio coniugato con una donna sterile, diventa l’avventura più feconda della storia dell’uomo. Don Fabio dice tante cose. A me interessa soffermarmi su un passaggio. Siamo all’inizio del capitolo 12 di Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

Questo passaggio è interessante per noi sposi perchè indica anche a noi la strada per essere una coppia felice e feconda. Esistono tre diverse realtà che ci caratterizzano che dobbiamo abbandonare quando ci sposiamo. Quando formiamo una nuova famiglia.

  1. Abbandonare il paese. Abbandonare ciò che possediamo. Spesso siamo così attaccati alle nostre cose che ne siamo incatenati. Le nostre cose non sono solo i beni materiali. In questo caso sono tutte le nostre sicurezze, il nostro voler avere il controllo della situazione, voler aver in mano la nostra vita. Capite bene che quando ci si sposa le cose cambiano repentinamente e profondamente. Non possiamo più pretendere di aver tutto sotto controllo. C’è un’altra persona, un’alterità, un mistero che non possiamo pretendere di governare, ma solo di accogliere. Non solo. Anche la nostra vita non sarà più solo nostra. Ricordiamo che nel matrimonio la doniamo all’altro/a.
  2. Abbandonare la patria. Uscire dalla nostra cultura. Se il paese è ciò che possediamo, la patria è ciò che pensiamo. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro/a significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.
  3. Abbandonare la casa del padre. Bisogna comprendere che il nostro mondo affettivo cambia. Dio, attraverso il matrimonio, ci vuole dire che non sarà più come prima. Ci dice che la nostra famiglia non è più quella di prima. Continuiamo ad essere figli dei nostri genitori. Questo non cambierà mai. La nostra famiglia però non è più con loro. Attraverso il matrimonio Dio ci conduce verso una nuova terra, una nuova famiglia, quella che abbiamo formato con nostro marito o con nostra moglie. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante avere delle priorità. Capire che nostra moglie o nostro marito viene prima dei genitori. Penso ai tanti sposi ancora dipendenti dalla famiglia di origine. Penso a certe madri che non mollano la presa e fanno di tutto per mettersi in competizione con la nuora. Queste situazioni vanno evitate. Bisogna essere chiari. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Se un genitore non capisce e rischia di distruggere la nostra relazione sponsale con il suo comportamento dobbiamo avere la forza anche di allontanarlo da noi se necessario. Ciò non significa disinteressarci dei nostri genitori, soprattutto quando diventeranno anziani. E’ importante prendersi cura di loro. Sempre però con la consapevolezza che ora la nostra famiglia è un’altra, che è importante coinvolgere nelle decisioni sempre il nostro coniuge e che la nostra relazione matrimoniale viene prima di ogni altra relazione.

Solo così saremo capaci, come Abramo, di rendere il nostro matrimonio qualcosa di meraviglioso e di molto fecondo.

Antonio e Luisa

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¡Somos pobres en nuestra riqueza!

San Francisco fue un revolucionario. Por eso me gusta. Era en el sentido más verdadero de la palabra. No el hijo de flores de un maldito como cierta cultura de los 68 años, pero un verdadero revolucionario del Evangelio, quiere presentarlo. Un profeta que mostró quiénes somos, qué queremos y a dónde vamos. El que tomó a la Iglesia sobre sus hombros en un momento muy difícil y la puso a salvo. Un verdadero instrumento de Dios. Lo hermoso es que no quería nada más que vivir el Evangelio en su vida, no pensó en convertirse en un icono planetario, aún fructífero y maravilloso. Estaba distraídamente siguiendo una transmisión en Rai Story cuando entrevistaron a un fraile franciscano que dijo una frase sobre Francisco que me golpeó directamente en el corazón: Francisco era rico en su pobreza. Es una frase que parece estar construida sobre una contradicción. ¿Cómo te enriqueces en la pobreza? San Francisco estaba. No fue porque la pobreza pueda hacerte rico, sino porque la pobreza hace espacio para aquellos que pueden hacerte rico. La pobreza exterior, la pobreza en la vestimenta, la alimentación, la pobreza de los que no tenían nada era sólo una parte de la pobreza de Francisco. No tienes que ser pobre si haces vibrar a los ricos. No tiene sentido ser miserable si eso te hace sentir miserable. Francisco pudo tener un corazón pobre. Eso es lo que más importa. Un corazón vacío, o más bien que se haya vaciado de sí mismo, que se pueda llenar de Dios, de amor que no pasa y que todo sano y que todo lo explica. No somos así. No podemos vaciar nuestros corazones para hacer sitio. Para hacer espacio para Dios y para hacer espacio para nuestro novio o nuestra novia. Es fácil ver que es así. Siempre estamos dispuestos a reclamar los errores sufridos, verdaderos o presuntamente. Siempre estamos dispuestos a destacar lo que el otro debe o no debe hacer. Siempre dispuesto a anteponer nuestras necesidades al otro. Eso no funciona. Así que construimos relaciones débiles, basadas no en el amor, sino en la necesidad que tenemos de los demás de sentirse bien, de satisfacer nuestras necesidades y deseos. Siempre estamos en el centro del informe. El otro se convierte en un medio para y no el receptor de nuestro amor. El otro se convierte en algo en nuestra posesión como el último modelo de IPhone. Por supuesto que no es así, pero ese es el punto. Necesito esa cosa para sentirme bien, para mejorar. Esta es nuestra pobreza. Somos pobres porque somos ricos, nuestros corazones están llenos de nosotros y no hay lugar para Dios, para el otro y, en consecuencia, para el amor. San Francisco era rico en su pobreza, a menudo somos pobres en nuestra riqueza. Aprendamos de Francis. Hacemos sitio y nuestras vidas y matrimonios se convertirán en nuestra mayor riqueza.

Antonio y Luisa

We are poor in our wealth!

St. Francis was a revolutionary. That’s why I like it. It was in the truest sense of the word. Not a frickin’s son of flowers as a certain culture of the 68-year-old, but a true revolutionary of the Gospel, wants to present him. A prophet who showed who we are, what we want, and where we go. One who took the Church on his shoulders at a very difficult time and brought it to safety. A true instrument of God. The beautiful thing is that he wanted nothing more than to live the Gospel in his life, he did not think of becoming a planetary icon, still fruitful and wonderful. I was distractedly following a broadcast on Rai Story when they interviewed a Franciscan friar who said a phrase about Francis that struck me straight to the heart: Francis was rich in his poverty. It’s a phrase that seems to be built on a contradiction. How do you get rich in poverty? St. Francis was. It was not because poverty can make you rich, but because poverty makes room for those who can make you rich. Outward poverty, poverty in dress, eating, the poverty of those who had nothing was only part of Francis’ poverty. You don’t have to be poor if you vidive the rich. There’s no point in being miserable if that makes you miserable. Francis was able to have a poor heart. That’s what matters most. An empty heart, or rather that he has emptied of himself, that can be filled with God, of love that does not pass and that everything healthy and that everything explains. We’re not like that. We are not able to empty our hearts to make room. To make room for God and to make room for our groom or our bride. It’s easy to see that it’s like that. We are always ready to claim wrongs suffered, true or presumed. We are always ready to highlight what the other should or should not do. Always ready to put our needs before the other. That doesn’t work. So we build weak relationships, based not on love but on the need we have of others to feel good, to satisfy our needs and desires. We are always at the centre of the report. The other becomes a means for and not the recipient of our love. The other becomes something in our possession as the latest model of IPhone. Of course it’s not really like that, but that’s the point. I need that thing to feel good, to get better. This is our poverty. We are poor because we are rich, our hearts are full of us and there is no place for God, for the other and, consequently, for love. St. Francis was rich in his poverty, we are often poor in our wealth. Let’s learn from Francis. We make room and our lives and marriages will become our greatest wealth.

Antonio and Luisa

Siamo poveri della nostra ricchezza!

(English Español)

San Francesco era un rivoluzionario. Per questo mi piace. Lo era nel vero senso della parola. Non un fricchettone figlio dei fiori come vuole presentarlo una certa cultura figlia del sessantotto, ma un vero rivoluzionario del Vangelo. Un profeta che ha mostrato chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo. Uno che si è preso sulle spalle la Chiesa in un momento molto difficile e l’ha portata in salvo. Un vero strumento di Dio. La cosa bella è che lui non voleva fare altro che vivere il Vangelo nella sua vita, non pensava certo di diventare un’icona planetaria, tutt’ora feconda e meravigliosa. Stavo seguendo distrattamente una trasmissione su Rai Storia quando hanno intervistato un frate francescano che riguardo a Francesco ha detto una frase che mi ha colpito dritto al cuore: Francesco era ricco della sua povertà. E’ una frase che sembra costruita su una contraddizione. Come si fa ad essere ricchi della povertà? San Francesco lo era. Lo era non perchè la povertà può renderti ricco, ma perchè la povertà fa spazio a chi ti può rendere ricco. La povertà esteriore, la povertà nel vestire, nel mangiare, la povertà di chi non possedeva nulla era solo una parte della povertà di Francesco. Non serve essere povero se poi invidi chi è ricco. Non serve essere misero se questo ti rende miserabile. Francesco è stato capace di avere un cuore povero. Questo è ciò che più conta. Un cuore vuoto, o meglio che lui ha svuotato di se stesso, che può essere riempito di Dio, dell’amore che non passa e che tutto sana e che tutto spiega. Invece noi non siamo così. Noi non siamo capaci di svuotare il nostro cuore per fare posto. Per fare posto a Dio e per fare posto al nostro sposo o alla nostra sposa. E’ facile capire che è così. Siamo sempre pronti a rivendicare torti subiti, veri o presunti. Siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che l’altro dovrebbe fare o non dovrebbe fare. Sempre pronti a mettere le nostre esigenze davanti all’altro/a. Tanti litigi sono frutto di due persone che non hanno fatto posto, ma hanno ancora il cuore pieno di se stesse. Così non funziona. Così costruiamo relazioni deboli, fondate non sull’amore ma sul bisogno che abbiamo dell’altro/a per stare bene, per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Siamo sempre noi al centro della relazione. L’altro diventa mezzo per e non destinatario del nostro amore. L’altro/a diventa una cosa in nostro possesso come l’ultimo modello di Iphone. Certo non è proprio così ma il senso è quello. Quella cosa mi serve per stare bene, per stare meglio. Questa è la nostra povertà. Siamo poveri perchè siamo ricchi, il nostro cuore è pieno di noi e non c’è posto per Dio, per l’altro/a e, di conseguenza, per l’amore. San Francesco era ricco della sua povertà, noi, spesso, siamo poveri della nostra ricchezza. Impariamo da Francesco. Facciamo posto e la nostra vita e il nostro matrimonio diventeranno la nostra ricchezza più grande.

Antonio e Luisa

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Take away with Jesus

Today’s Gospel (Luca 19, 1-10) proposes the famous meeting of Zacchaeus with Jesus. This episode is very rich in ideas for reflection and we will have the opportunity to study them soon, God willing. But today we would like to bring to your attention a particular, that is some words that Jesus uses in addressing Zaccheus: << … today I have to stop … >>

Have you ever wondered why Jesus often uses the adverb today? Can we deduce that Jesus had a certain urgency because it was lunchtime, and after many hours of walking he began to feel a certain hunger? Maybe. Or can we deduce that he had an appointment later and therefore had to hurry up with Zacchaeus? Likely. In any case, the Gospel is written like this and we have to start from there. But why is Jesus fixed with today? But can’t he postpone it until later, tomorrow? What a hurry this Jesus!

Yes, exactly so, Jesus is in a hurry. A hurry that is not the frenetic one we know. No, for Jesus it is a holy hurry. It is a hurry to save those who were lost before they are lost forever. How strange, it is God, and as such, it might not give much pain to temporal things, since He is outside human temporal boundaries. But …… this time does not go unnoticed in the eyes of God. Yes, because today is the favorable moment, today you are given another chance, tomorrow you don’t know if it comes for you.

And to us too Jesus addresses the same phrase with our own name. Even today, Jesus wants to stop with us, in our hearts, but also in our home, in our domestic today, in our marriage. Today, because tomorrow, who knows. So let’s not waste a minute today to be able to tell our loved one how much Jesus loves her, but we have to say it and do it with the language that belongs to us: a language made of well ironed shirts and placed in the closet, a flower to our beloved , a slip of paper with words of love slipped under the cup of morning coffee, a welcome to our beloved tonight when he comes home tired from work, etc …

Then Jesus uses the verb “I must”. Why ? Do you have a timetable to follow? Do you have a client who pays you to do it? The doubt that he went to Jericho for Zacchaeus arises. Jesus is indeed a different type from all the others: he invites himself to the people’s home with the verb “I must”. But what drives him to respect this duty? The answer comes from Jesus himself at the end of the passage: << The Son of man in fact came to seek and to save what was lost. >>. And since salvation is urgent, Jesus must. As it happens, it is simply implementing the reality contained in its name. We cannot expect a different Jesus from the Savior. We cannot delude ourselves that Jesus is accommodating in our lives. He must save us, it is his mission. But to do it, he needs us. Even if our marriage is going through a period of tired, dry, of misunderstanding, of coldness, or it seems all over or almost …… we give Jesus an opportunity to fulfill his HAVE TO and make it his own TODAY. Everything seemed lost even to Zacchaeus, and instead salvation, change, conversion came.

Finally, Jesus uses the verb “stop me”. But certainly, Jesus does not like to make a “hit and run”, a “hit and run”. To our mentality now polluted by this world it seems strange that something lasts for so long. By now we also treat Jesus like take away, I take from him what I like, when I like it and then away immediately. A take away faith does not include a permanence of Jesus in the heart. And instead Jesus wants to stop in our heart, in our life, in our home, in our marriage. Give him time, space, head, heart, strength, will, and nothing will be taken away from us, but on the contrary the hundredfold already down here, already today, will be returned to us. So, starting today, let’s take time to pray with our spouse. And when we are far from each other for work, we pray for our spouse.

Courage spouses, that Jesus today must stop in our marriage.

Giorgio and Valentina.

Il take away con Gesù

To read in English

Il vangelo odierno (Lc 19,1-10) ci propone il famoso incontro di Zaccheo con Gesù. Questo episodio è ricchissimo di spunti di riflessione e avremo modo di approfondirli prossimamente, a Dio piacendo. Ma oggi vorremmo proporre alla vostra attenzione un particolare , e cioè alcune parole che Gesù usa rivolgendosi a Zaccheo:<<… oggi devo fermarmi….>>

Vi siete mai chiesti perché Gesù usi spesso l’avverbio oggi ? Possiamo dedurre che Gesù avesse una certa urgenza perché era l’ora di pranzo, e dopo tante ore di cammino cominciasse ad avvertire un certo languorino ? Forse. Oppure possiamo dedurre che avesse un appuntamento dopo e quindi dovesse sbrigarsela con Zaccheo ? Probabile. In ogni caso il Vangelo è scritto così e da lì dobbiamo partire. Ma perché Gesù è fissato con l’oggi ? Ma non può rimandare al dopo, al domani ? Che fretta questo Gesù !

Sì, esattamente così, Gesù ha fretta. Una fretta che non è quella frenetica che conosciamo noi. No, per Gesù è una fretta santa. E’ una fretta di salvare chi era perduto prima che si perda per sempre. Che strano, è Dio, e come tale, potrebbe non darsi molta pena per le cose temporali, visto che Lui è fuori dai confini temporali umani. Ma……questo tempo non passa inosservato agli occhi di Dio. Già, perché oggi è il momento favorevole, oggi ti viene data un’ulteriore possibilità, domani non sai se arriva per te.

E anche a noi Gesù rivolge la stessa frase con il nostro nome proprio. Anche oggi Gesù vuole fermarsi da noi, nel nostro cuore, ma anche nella nostra casa, nel nostro oggi domestico, nel nostro matrimonio. Oggi, perché domani chissà. E allora non sprechiamo neanche un minuto di oggi per poter dire alla nostra amata quanto Gesù la ami, ma dobbiamo dirlo e farlo con il linguaggio che ci appartiene: un linguaggio fatto di camicie stirate bene e riposte nell’armadio, un fiore alla nostra amata, un fogliettino con parole d’amore infilato a sorpresa sotto la tazzina del caffè mattutino, un benvenuto coi fiocchi al nostro amato stasera quando rientra stanco dal lavoro, ecc….

Poi Gesù usa il verbo “devo” . Perché ? Ha una tabella di marcia da rispettare ? Ha un mandante che lo paga per farlo ? Sorge il dubbio che sia andato a Gerico proprio per Zaccheo. E’ proprio un tipo diverso da tutti gli altri Gesù: si auto-invita a casa della gente col verbo “devo”. Ma cosa lo spinge a rispettare questo dovere ? La risposta arriva da Gesù stesso alla fine del brano: <<Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.>> . E siccome la salvezza è urgente, Gesù deve. Guarda caso sta semplicemente attuando la realtà contenuta nel proprio nome. Non possiamo pretendere un Gesù diverso dal Salvatore. Non possiamo illuderci che Gesù sia accomodante nella nostra vita. Lui deve salvarci, è la sua missione. Ma per farlo, ha bisogno di noi. Anche se il nostro matrimonio sta attraversando un periodo di stanca, di secca, di incomprensioni, di freddezza, oppure sembra tutto finito o quasi…….diamo un’occasione a Gesù di compiere il suo DEVO e di farlo proprio OGGI. Sembrava tutto perduto anche per Zaccheo, e invece è arrivata la salvezza, il cambiamento, la conversione.

Da ultimo Gesù usa il verbo “fermarmi”. Ma certamente, a Gesù non piace fare una “toccata e fuga”, un “mordi e fuggi”. Alla nostra mentalità ormai inquinata da questo mondo pare strano che qualcosa duri per tanto tempo. Ormai trattiamo anche Gesù alla stregua del take away, prendo da Lui quello che mi piace, quando mi piace e poi via subito. Una fede take away non prevede una permanenza di Gesù nel cuore. E invece Gesù vuole fermarsi nel nostro cuore, nella nostra vita, nella nostra casa, nel nostro matrimonio. Diamogli tempo, spazio, testa, cuore, forza, volontà, e non ci verrà sottratto nulla, ma al contrario ci verrà restituito il centuplo già quaggiù, già oggi. Così, a cominciare da oggi, prendiamoci del tempo per pregare col nostro coniuge. E quando siamo lontani l’uno dall’altro per il lavoro, preghiamo per il nostro coniuge.

Coraggio sposi, che Gesù oggi deve fermarsi nel nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

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The beautiful death

In recent days my family has experienced an important and intense moment, the death of his grandfather. Important and intense, in fact, not ugly. I can’t say that it was a bad moment, in fact, I can say that it was a good time. And I say this with all due respect for the pain that each of us has experienced.

Yes, dying can be beautiful, not because one does not suffer, but because beyond suffering one can grasp precious gifts, death is never the last word on man, and in this family experience we have touched it with our hands.

We already knew this, for example the story of Chiara Corbella Petrillo had taught us, but to see that even the death of an 89-year-old man, who for some might seem obvious, has something to teach, it really makes me say that “the Kingdom of God is in our midst “, in the ordinariness of life lived with faith.

His grandfather lived his life exactly like that, an honest man in his job as bank manager, a loving husband and father, wise, of few words, but always just and wise, a gentle man who lived to the fullest his life, and that he lived his old age in peace and trust.

With this same peace he faced the last days, where he did not stop smiling in the moments in which he was conscious and met the face of someone next to him, and to thank him. His last words, in the last hours of agony, where he struggled to breathe, was no longer able to eat or drink, without dentures, with a great effort of breath and the whole body were: “Thank you very much “To his sister, who was moistening his lips for a little comfort. How true it is that if we learn to thank, we will do so even in the moment of the most difficult trial, death.

In those hours, fortunately few, I really thought that he was united to Christ in the suffering of the Cross. The last thing he “ate” was in fact a crumb of consecrated host, less than 24 hours before his death: united in suffering for a short distance, to then be united in eternal bliss.

Since the health of the grandfather plummeted within a few days, the sensation was precisely that of having lived a small Easter triduum in the intimacy of our family, from Friday to Sunday, the day on which the grandfather ascended to Father.

Another detail that struck me was that, at one point, we were in five women around him, in his elegant bedroom, and I thought it wasn’t a case. His wife, his daughter, his sister, two grandchildren: the women of the family guarded the situation, consoled, cared for, watched, caressed, sang, prayed. And I’m not saying that family men didn’t do anything, but it was clear to me that the female ministry is really different from the male one. Being near life and near death is feminine, a woman’s caress is different from a man’s caress, a woman’s tenderness is different from the tenderness of which a man is capable. In the Gospel, too, it is women who stop suffering and try to preserve dignity, like Veronica with her gesture left to history, it is women who stand by the cross, it is women who then worry about the body. of Jesus, the next morning.

And as on Sunday morning Maddalena is announced the Resurrection, so also in the Sunday liturgy in which the grandfather ascended to Heaven, the theme was the resurrection. And if the Word speaks to us in concrete life in the here and now, it is impossible not to read it as the certainty that the grandfather was welcomed in the arms of God, in which he always believed.

On the day of the funeral, what a joy it was to discover that the liturgy of the day spoke of the grandfather: in the first reading from the book of Wisdom The souls of the just, instead, are in the hands of God, no torment will touch them. In the eyes of the foolish they seemed to die, their end was considered a disaster, their departure from us a ruin, but they are in peace.

And in the Gospel: So you too, when you have done all that you have been ordered to do, say: “We are useless servants. We did everything we needed to do.

That’s how grandfather died, in the peace of having done everything he “had” to do, in the consolation of having accomplished his mission on this earth, in the joy of having his beloved family next to him.

And the gift of his existence has not ceased with death, because he has left us his spiritual testament, where he thanks for the gifts he has received in life, blesses everyone and recommends “the only important thing in this life and in the future , faith”.

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La bella morte

To read in English

Negli ultimi giorni la mia famiglia ha vissuto un momento importante e intenso, la morte del nonno. Importante e intenso, appunto, non brutto. Non riesco a dire che sia stato un brutto momento, anzi, mi viene proprio da dire che sia stato un momento bello. E lo dico con tutto il rispetto per il dolore che ciascuno di noi ha provato.

Sì, morire può essere bello, non perché non si soffra, ma perché oltre la sofferenza si possono cogliere doni preziosi, la morte infatti non è mai l’ultima parola sull’uomo, e in questa esperienza familiare lo abbiamo toccato con mano.

Lo sapevamo già, ad esempio la storia di Chiara Corbella Petrillo ce lo aveva insegnato, ma vedere che anche la morte di un uomo di 89 anni, che per qualcuno potrebbe apparire scontata, ha qualcosa da insegnare, mi fa davvero dire che “il Regno di Dio è in mezzo a noi”, nell’ordinarietà della vita vissuta con fede.

Il nonno ha vissuto proprio così la sua vita, da uomo onesto nel suo lavoro di direttore di banca, da marito e padre amorevole, saggio, di poche parole, ma sempre giuste e sapienti, da uomo mite, che ha vissuto in tutta pienezza la sua vita, e che viveva la sua vecchiaia nella pace e nella fiducia.

Con questa stessa pace ha affrontato gli ultimi giorni, dove non ha smesso di sorridere negli attimi in cui era cosciente e incontrava il volto di qualcuno accanto a lui, e di ringraziare. Le sue ultime parole, nelle ultime ore di agonia, dove faceva fatica a respirare, non era più né grado né di mangiare né di bere, senza dentiera, con un grande sforzo di fiato e di tutto il corpo sono state: “Ti ringrazio molto” a sua sorella, che gli stava inumidendo le labbra per un po’ di conforto. Quanto è vero che se impariamo a ringraziare, lo faremo anche nel momento della prova più difficile, la morte.

In quelle ore, poche per fortuna, ho proprio pensato che fosse unito a Cristo nella sofferenza della Croce. L’ultima cosa che ha “mangiato” infatti è stata una briciola di ostia consacrata, meno di 24 ore prima della morte: uniti nella sofferenza per un breve tratto, per poi essere uniti nella beatitudine eterna.

Dal momento che la situazione di salute del nonno è precipitata nel giro di pochissimi giorni, la sensazione è stata proprio quella di aver vissuto un piccolo triduo pasquale nell’intimità della nostra famiglia, dal venerdì alla domenica, giorno in cui il nonno è salito al Padre.

Un altro particolare che mi ha colpito è stato che, ad un certo punto, eravamo in cinque donne intorno a lui, nella sua elegante stanza da letto, e ho pensato che non fosse un caso. Sua moglie, sua figlia, la sorella, due nipoti: le donne di famiglia hanno presidiato la situazione, hanno consolato, si sono prese cura, hanno vigilato, hanno accarezzato, hanno cantato, hanno pregato. E non sto dicendo che gli uomini di famiglia non hanno fatto nulla, ma mi è stato evidente come il ministero femminile sia davvero diverso da quello maschile. Stare presso la vita e presso la morte è del femminile, la carezza di una donna è diversa dalla carezza di un uomo, la tenerezza di una donna è diversa dalla tenerezza di cui è capace l’uomo. Anche nel Vangelo, del resto, sono le donne che tamponano la sofferenza e cercano di preservare la dignità, come la Veronica con il suo gesto rimasto alla storia, sono le donne che stanno presso la croce, sono le donne che poi si preoccupano del corpo di Gesù, la mattina successiva.

E come la domenica mattina a Maddalena viene annunciata la Resurrezione, così anche nella liturgia della domenica in cui il nonno è salito al Cielo, il tema era la resurrezione. E se la Parola ci parla nella vita concreta nel qui ed ora, impossibile non leggerla come la certezza che il nonno è stata accolto tra le braccia di Dio, in cui ha sempre creduto.

Il giorno del funerale poi, quale gioia scoprire che la liturgia del giorno parlava del nonno: nella prima lettura dal libro della Sapienza Le anime dei giusti , invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.

E nel Vangelo: Così anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare.

Proprio così è morto il nonno, nella pace di aver fatto tutto ciò che “doveva” fare, nella consolazione di aver compiuto la sua missione su questa terra, nella gioia di aver accanto a lui tutta la sua amata famiglia.

E il dono della sua esistenza non è cessato con la morte, perché ci ha lasciato il suo testamento spirituale, dove ringrazia per i doni che ha ricevuto nella vita, benedice tutti e ci raccomanda “la sola cosa importante in questa vita e in quella futura, la Fede”.

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Chi non vuol lavorare neppure mangi.

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi,
né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare.
E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione.
A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

Questa domenica non mi soffermo sul Vangelo. Mi ha colpito la seconda lettura. Vengono riprese alcune righe della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. San Paolo scrive ai Tessalonicesi mentre si trova a Corinto circa nel 50 d.C. Questa epistola, la seconda, tratta in particolare un tema decisivo per noi cristiani. Essere forti nella tribolazione con la speranza che presto verrà la Parusia, cioè la nuova venuta di Cristo. Un discorso escatologico molto complicato e astratto. Vediamo di renderlo concreto nella nostra vita di uomini e donne del nostro tempo, nella nostra storia di sposi cristiani. Per farlo credo sia importante soffermarci su un punto esatto di questa Parola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sembra quasi una minaccia, una punizione. Per certi versi lo è ma non è qualcosa che ci è inflitto ma che ci auto infliggiamo. Cosa voglio dire? La nostra relazione, il nostro matrimonio, la nostra famiglia sono come un campo molto fertile che ci viene affidato. Ci viene affidato da Gesù stesso. Non mancheremo di nulla. Gesù ci promette che ci darà tutto il necessario per coltivare quel campo e fargli dare frutti abbondanti. Unica richiesta che Dio fa a noi sposi è di metterci il nostro lavoro, la nostra fatica, la nostra volontà, la nostra determinazione e il nostro sudore. Spendere tutte le energie che abbiamo per rendere quel campo il più rigoglioso possibile. Per rendere quel campo un’esplosione di colori e di profumi. Per rendere quel campo ricco di ogni frutto per nutrire il nostro cuore e magari darne anche a chi non ne ha. Il matrimonio è questo. Il matrimonio è un sacramento che è in grado di restituire agli sposi l’ordine e la bellezza delle origini (grazie alla redenzione di Cristo) ma non sarà più come prima. Il giardino dell’Eden prima ci era dato ora va costruito giorno dopo giorno con la Grazia di Dio e con tutta la nostra volontà e la nostra dedizione.

Antonio e Luisa

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Children are us who become flesh!

An American study has just been published. An important and significant study by the Centers for Disease and Control Prevention, a US office that deals with prevention and disease at the federal level. A clear picture emerged regarding one aspect in particular. The children of divorced children have a greater chance of contracting more or less serious pathologies. In this category of greatest danger, those who have suffered physical, emotional or sexual abuse, those who have experienced domestic violence, those who have had a family member who has attempted suicide, drug addict or imprisoned are equated . Isomma, this study has highlighted what we already knew: divorce is a very serious trauma comparable to the worst disasters that a child can face. Why is divorce so devastating? Our children were born from that yes that Luisa and I promised ourselves on the wedding day. They are constituted by the love that Luisa and I have concretized that day. They are made biologically of that we. Half of my genetic heritage is mine and the other half is from Luisa. They know they are not just an organic product. They are the fruit of a love. They are the fruit of a union. They are the result of a promise that becomes life. They know they are all this. They do not know how to express it and they are not aware of it, but in their depth they know it very well. That’s why until they were little, they consumed the film of our marriage by watching it. Watching that movie, they were fascinated. They saw joy and love. They saw their parents wanted and loved each other. They saw something wonderful. And they thought. They thought and still think that if it is wonderful, the one from which they were born are also wonderful. If father and mother love each other then it means that they are beautiful, that they are desired, that they are loved. Which are precious! Do you understand the evil that causes divorce in the depths of our children? Separate parents can still love their children individually. They can give them even more attention and care than before, but they cannot avoid their children a deep suffering caused by the destruction of that we. A wound that marks. Dividing and separating they send a clear message: You are the fruit of something that is not beautiful, that I don’t like anymore. This is devastating. Here’s what a child writes to their parents in a letter that you can find on the web:

You are teaching me that I was born of a person who is unlovable and who is wrong, and who I am wrong somehow too

Our children feed on our love. Not only of the love that I can give them as a father, but even more of the love I manifest to their mother. They enjoy seeing my attentions to their mother. They are happy with my embrace and with my caress to their mother. I am telling them that they are precious because the relationship from which they were born is precious.

Pope Francis in 2015 affirmed this truth with very clear and clear words. As if giving a voice to all the children who are victims of divorce:

Husband and wife are one flesh. But their creatures are flesh of their flesh. If we think of the harshness with which Jesus warns adults not to scandalize the little ones – we heard the passage of the Gospel – (see Matthew 18: 6 ), we can better understand his word on the grave responsibility to guard the conjugal bond that starts the human family (see Mt 19.6-9). When the man and the woman have become one flesh, all the wounds and all the abandonments of the father and the mother affect the living flesh of the children.

Antonio and Luisa

I figli sono un noi che si fa carne!

Tool per traduzioni di pagine web
By free-website-translation.comhttp://free-website-translation.com/scripts/fwt.js

E’ appena stato pubblicato uno studio americano. Uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, tossicodipendente o incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un/una figlio/a possono affrontare. Perchè il divorzio è così devastante? I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano e pensano tutt’ora che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web:

Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Antonio e Luisa

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Faith in Christ and the Holy Rheumatism

We share with you a small reflection written on November 1st… as you will read in this text….it rains… and rheumatism can become holy

Have a good read!!!

+++

It will be that it is a month that is raining and it will be that today is the 1st of November… but to me, in addition to being hungry (but this is another story) came wanting to write.

As we said: it’s raining. It rained a lot and these days we were sometimes forced to stay locked in the house.

How nice to be locked in the house.

How beautiful the tepore of the 4 walls that wrap you, the sofa that encloses you like a sandwich does with mortadella (or with tofu if you are vegan)… how nice to stay at home while it’s raining outside and you’re in your little house that was built on the solid Rock.

Yes, your relatives did not expect that in the end you would decide to marry, and no one would bet a penny on the fact that you would even start a conversion journey before you got married.

Well, yes. You did. You did the right thing… you’ve chosen the best part… you chose Jesus… you have chosen to build your wedding on the Rock which is Christ himself.

Good.

And you’re there looking in the mirror and complimenting yourself on how much you’re becoming a Catholic. You’ve even been wearing a sweater on your shirt lately. Mammamy that Catholic you’ve become.

Good.

You chose the best part… Very good, but you’ve left out some tiny details.

You are on the Rock, you are on Christ telling you to follow Him (ehmmmm….a Rock that walks and asks you to be followed should have warned you already…..you are a little dumb, let’s face it).

You fell in love with Jesus when the Blessings made you feel understood… especially you thought that at least every time someone teased you because you have waving ears did not do it in vain, but it served to help you be blessed because they haunt you.

But you forgot that in addition to cuddles (few) and stability (even less… especially the mental one) that Jesus gives you… The Walking Rock also asks you to walk on the water…

(pause riflessiva….ci you were sick eh?)

And you ask yourself: How about the waters? I built on the solid Rock and now I find myself having to walk on the water? It’s like I bought a house in the Dolomites and found myself living in Laguna in Venice??? (They told me I was dumb.)

What’s this story? I want to be reimbursed!!!

I wanted stability: Sun/Heart/Love and now with the flood coming down I have to pander to my daughter who wants to go for a walk and forces me to wet my feet that I’m happier when they are so dry!!!?

It’s raining and I have to go shopping with my wife to that supermarket that as soon as I get in I feel affected by NOIAlgite mortal!!!

The downpour comes down and I must: 1 – Advise the doubters 2 – Teach the ignorant 3 – Admonish the sinners 4 – Consoling the afflicted 5 – Forgive the offenses 6 – Patiently endure the harassing people 7 – Praying God for the living and for the dead (and these things I can do them even comfortably from my couch… but then I also have to: 1 – Feed the hungry 2 – Give to drink to the thirsty 3 – Dress the unsuspecting 4 – Housing pilgrims 5 – Visiting the sick 6 – Visiting prisoners 7 – Burying the dead…

But i mean… in a word: comfort farewell!!!

Then I look at the calendar… Today is November 1st… party of all the saints and I think quickly of some of them and I realize that they are strange people… with his heart on the Rock and his feet in the water… people who went through deluge and thunderstorms with their feet, yet they were stable and their hearts warm… people who came to him with osteoarthritis to the fury of “Stareammmollo” in the events of the world and yet at the time of greeting life they did so with joy and peace.

I think of St. Francis, who died on the damp earth of October at St. Mary of the Angels and I imagine instead his heart sitting permanently next to the throne of God.

How strange… perhaps my marriage – since I married in the Church and received a Sacrament – requires me this: to live by making me the holy rheumatism,typical side effect of a stable love on that Rock called Jesus.

Typical of those who follow the Lord everywhere, even in the storm surges of life.

La fede in Cristo e i santi reumatismi

To read in English

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise – Sposi&Spose di Cristo

Condividiamo con voi una piccola riflessione scritta il 1° Novembre scorso…come leggerete in questo testo….piove…e i reumatismi possono diventare santi

Buona lettura!!!

+++

Sarà che è un mese che sta piovendo e sarà che oggi è il 1°di Novembre…ma a me, oltre a venir fame (ma questa è un’altra storia) è venuta voglia di scrivere.

Come dicevamo: piove. Ha piovuto tanto e in questi giorni siamo stati costretti a volte a star chiusi in casa.

Ma che bello star chiusi in casa.

Che bello il tepore delle 4 mura che ti avvolgono, del divano che ti racchiude come un panino fa con la mortadella (o con il tofu se siete vegani)…che bello stare a casa mentre fuori piove e tu stai nella tua casetta che è stata costruita sulla solida Roccia.

Si, i tuoi parenti non si aspettavano che alla fine avresti deciso di sposarti e per giunta nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul fatto che avresti pure iniziato un cammino di conversione prima di sposarti.

Ebbene si. Lo hai fatto. Hai fatto la cosa giusta…hai scelto la parte migliore…hai scelto Gesù…hai scelto di costruire il tuo matrimonio sulla Roccia che è Cristo stesso.

Bravo.

E sei li che ti guardi allo specchio e ti fai i complimenti per quanto stai riuscendo a diventare cattolico. Hai perfino indossato un maglioncino sulla camicia ultimamente. Mammamia che cattolicone che sei diventato.

Bravo.

Hai scelto la parte migliore…Bravissimo, ma hai tralasciato alcuni minuscoli dettagli.

Sei sulla Roccia, sei su Cristo che ti dice di seguirLo (ehmmmm….una Roccia che cammina e ti chiede di essere seguita avrebbe già dovuto metterti in guardia…..sei un pò tonto, ammettiamolo).

Ti sei innamorato di Gesù quando con le Beatitudini ti ha fatto sentire compreso…soprattutto hai pensato che almeno tutte le volte che qualcuno ti ha preso in giro perché hai le orecchie a sventola non lo ha fatto invano, ma è servito per aiutarti ad essere beato perché ti perseguitano.

Ma hai dimenticato che oltre alle coccole (poche) e alla stabilità (ancora meno…soprattutto quella mentale) che Gesù ti dona…la Roccia che cammina ti chiede anche di camminare sulle acque…

(pausa riflessiva….ci sei rimasto maluccio eh?)

E ti chiedi: Come sulle acque? Io ho costruito sulla solida Roccia e ora mi ritrovo a dover camminare sulle acque? E’ come se avessi comprato una casa sulle Dolomiti e mi ritrovassi invece a vivere in Laguna a Venezia??? (Me lo avevano detto che ero tonto…).

Ma che storia è mai questa? Voglio essere rimborsato!!!

Io volevo la stabilità: Sole/Cuore/Amore e adesso col diluvio che sta venendo giù devo assecondare mia figlia che vuole andare a fare una passeggiata e mi costringe a bagnarmi i piedi che sono più contento quando stanno così asciutti!!!?

Piove e devo andare con mia moglie a fare la spesa in quel supermercato che appena ci entro mi sento affetto da NOIAlgite mortale!!!

Viene giù l’acquazzone e devo: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti 5 – Perdonare le offese 6 – Sopportare pazientemente le persone moleste 7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti (e queste cose posso farle anche comodamente dal mio divano…ma poi devo anche: 1 – Dar da mangiare agli affamati 2 – Dar da bere agli assetati 3 – Vestire gli ignudi 4 – Alloggiare i pellegrini 5 – Visitare gli infermi 6 – Visitare i carcerati 7 – Seppellire i morti…

Ma insomma…in una parola: comodità addio!!!

Poi guardo il calendario…oggi è il 1° Novembre…festa di tutti i Santi e penso velocemente a qualcuno di loro e mi accorgo che sono persone strane…col cuore sulla Roccia e i piedi nell’Acqua…persone che hanno attraversato diluvi e temporali con i loro piedi, eppure erano stabili e il loro cuore al calduccio…persone che gli è venuta l’artrosi a furia di “Stareammmollo” nelle vicende del mondo eppure al momento di salutare la vita lo hanno fatto con gioia e in pace.

Penso a san Francesco, che è morto sulla terra umida di Ottobre a Santa Maria degli Angeli e immagino invece il suo cuore seduto stabilmente accanto al trono di Dio.

Che strano…forse il mio matrimonio – visto che mi sono sposato in Chiesa ed ho ricevuto un Sacramento – mi richiede questo: vivere facendomi venire i santi reumatismi, tipico effetto collaterale di un amore stabile su quella Roccia chiamata Gesù.

Tipico di chi segue il Signore ovunque, anche nelle mareggiate della vita.

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Grazie,

Pietro e Filomena

Love yourself like travel companions!

“”Come back, with confidence and peace, to the thoughts of yesali, followed to tell her the cappuccino: “Ask again to the Lord the graces you asked him, for being a holy wife; and trust that he will give you more abundant, after so much trouble. And you, he said, turning to Renzo, “remember, son, that if the Church makes you this companion, she does not do so to provide you with a temporal and worldly consolation, which, even if it could be whole, and without any mixture of any displeasure, should end up in great pain, at the moment of leaving you; but it does so to start you both on the road of consolation that will not end. Love each other as traveling companions, with this thought of having to leave you, and with the hope of finding yourself forever. Thank the heaven that led you to this state, not by the turbulent cheerfulness and strolling, but with travails and miseries, to arrange yourself for a cheerful harvest and quiet. If God grants you children, aim to raise them for Him, to instill the love of him and all men to them; and then you’ll guide them well in everything else. 

Wonderful lines. These words of Fra Cristoforo are a gem embedded in that masterpiece that is the most important work of Alessandro Manzoni. We’re towards the end of the novel. The plague is loosening its gloomy grip on the city of Milan. Renzo and Lucia survived the epidemic that claimed so many lives. Everything seems to be going well. The two young men find themselves at the lazzaretto. There is something that still prevents their union. He’s not Don Rodrigo anymore. He’s dead. There is perhaps an even more difficult impediment to overcome. Lucia, in the dramatic night spent at the castle of the Unnamed, promised Our Lady to give herself completely to her in virginity, in exchange for liberation. Renzo is desperate. He can’t do it. Fra Cristoforo intervenes and frees Lucia from that vote. After freeing her, she returns her to Renzo with this beautiful speech. Remember, at least to me, by some traits, the biblical story of Tobia and Sara.

Let’s look at this little theological treasure by thought.

  1. Ask the Lord again for the graces you asked him for, for being a holy wife; and trust that he will grant you more abundant, after so much trouble. Holiness is a gift from God. Certainly. It is also an act of personal will and an inclination of the heart. This is equally true. Life’s difficulties are not just a misfortune. They can be a moment of crisis that puts us in front of a choice. Deciding for good and continuing to trust in God with hope, in spite of everything, or surrendering to evil and despair. What happened to Lucia led her towards holiness because she, with the Grace of God, always chose good.
  2. And you, he said, turning to Renzo, “remember, son, that if the Church makes you this companion, she does not do it to provide you with a temporal and worldly consolation, which, even if it could be whole, and without any mixture of any sorrow, should end in great pain, at the moment of leaving you; but it does so to start you both on the road of consolation that will not end. This recommendation reminds us that our spouse is not placed next to us to make us happy, so that he may have to fill that void and those emotional and sexual needs that we feel. Only in God can we find what we lack, and only by feeling loved by Him can we correspond to that love. In marriage we respond to God’s love by loving a creature of his that becomes a mediator between us and Him. Here joy will no longer necessarily be dependent and arise only from what we receive. The gift we will give to the other will also be a source of new life, love and meaning. Everything changes. Marriage changes with this perspective. Marriage thus becomes a school to learn to love. It prepares us for the encounter of love with the groom, with Jesus.
  3. Love each other as traveling companions, with this thought of having to leave you, and with the hope of finding yourself forever. We must not look into our eyes, as if our horizon, our everything, is limited to the other. As we walk together, supporting each other, we must follow that path traced toward eternal holiness and joy in Jesus.
  4. Thank Heaven who led you to this state, not through the turbulent cheerfulness and strolling, but with travails and miseries, to arrange you for a cheerful harvest and quiet. This step reconnects to the first point. Marriage rests on the rock in faith, of course, but also in the strength that is generated in facing difficulties together. What allows us to experience the unconditional and authentic love of the other is not found in the tranquility of serene periods, but in the stormy waters of difficult times. When loving becomes a difficult choice, fidelity to promise, mutual support, mercy given to one another and the gaze that never ceases to see the beauty of our union, become cement for the relationship.
  5. If God grants you children, aim to raise them for Him, to instill the love of him and all men to them; and then you will guide them well in everything else. This passage is also beautiful. If your love takes flesh, it is realized in a new creation, in a new life, always remember who created you and those who re-created you in a us, in a soul and a single heart. Bring that creature back to the source of everything, to the source of your love, to the source of Love. This is marriage. This is our way to holiness

Alessandro Manzoni gave us a moment of pure theology. He did it his way. With the beauty he manages to convey with his writing. He did it through the words of a cappuccino friar. A consecrated to God who shows the bride and groom, who are also consecrated in a different way, the purpose of their vocation: to prepare for the eternal wedding with the Bride who never disappoints.

Antonio and Luisa

Amatevi come compagni di viaggio!

To read in English

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de I promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, fosse limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il Cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

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What are we willing to sacrifice (make sacred)?

How much does our faith cost us? What and how much are we willing to sacrifice for God? Sacrifice in the true sense of the term. What are we willing to make sacred? It is true, there are Christians who come to give their lives in so many parts of the world, but not us in the West (at least for now). There are Muslims who accept so many precepts and prohibitions. That they do not eat certain foods, that do not drink alcohol, that fast during the month of Ramadan. We are often not even able to respect Lent fasting. Luisa recounts how she was raised by a Moroccan pupil who in the summer, during the eighth grade exam, did not drink and eat and never complained about anything. We can’t do that anymore. Not even these little waivers. We’ve softened. Of course there is always the risk that a religiosity made of rules and precepts will turn into something only external, something to do to feel good without changing the heart. The question I asked at the beginning remains: what hard are we willing to do for God? Are we able to “pay” something or do we want a zero-cost faith? A zero-cost faith is probably worth what it costs, that is, nothing. Even our faith actually, if we think about it, “imposes” on us of relinches. We don’t remember them because we don’t want to remember them, but they are there. I can think of two in particular. Two waivers that touch on two very similar areas. One, I have already mentioned, is Lent fasting. The other is about sex. Chastity! Help that word out of fashion! Chastity before marriage (abstinence) and chastity after marriage (living the ampleino in the truth of love). Living a sexuality that is an expression of authentic love and not of a simple drive to satisfy, that perhaps we embellish with love. Two waivers, food and sex, which are not ends in themselves. Through these demands God the Father and Mother Church want to educate her children, each of us. Educate us to be people who are aware, fully human and capable of being kings and queens of our lives and impulses. How can we give ourselves if we don’t own each other? How can we give our sexuality and our bodies if we ourselves do not govern them but suffer them? God does not ask us to give up something for Him, but to sacrifice something, that is, to make it his own. Our sacrificed sexuality becomes something really wonderful, because lived in the light of full and true love. So chastity will not be something castatal but will become educating. By struggling we can really learn to put the other and his good at the center and not our ego and our cravings. Then abstinence from relationships before marriage will become a channel to express all our desire and attraction to the other in selfless and free gestures of tenderness, which will then become very important during the marriage. The man (more regards the man this danger) who does not get used to exercising tenderness out of the sexual context then in marriage will do the same, making soon feel his bride used. The sexual desert soon makes it to arrive (as it happens for many married couples). Premarital chastity is the true test of love. Many young people ask for proof of love: if you really love me, let us make love. My bride asked me for another proof of love: if you really love me, let’s wait for the wedding. I assure you it cost me a lot, but I never regretted it. Those who practice chastity are willing to give up their strong desire to sexually join each other for something greater. He’s telling the other one I want you everything, I don’t just want your body. All or nothing. Love is like that. At least the real one. When we are one in my heart, when I have given you my whole life in the forever of the marriage then I will also want your body because only then will I be worthy of such a precious gift. Only then will I enter my garden as a king, as a queen and not as a thief who takes something that does not belong to him. God does not ask us for a sterile effort, if he asks for himself something of ours is to give it back even greater and more beautiful. So is chastity. It takes our sexuality and makes it a way to feel like people are full, to feel completely loved and to experience paradise. Many have sex, few make love, Christian spouses re-actualize a sacrament. It’s not the same thing. Trust.

Antonio and Luisa

Cosa siamo disposti a sacrificare (rendere sacro)?

To read in English

Quanto ci costa la nostra fede? Cosa e quanto siamo disposti a sacrificare per Dio? Sacrificare nel vera accezione del termine. Cosa siamo disposti a rendere sacro? E’ vero, ci sono cristiani che arrivano a dare la vita in tante parti del mondo, ma non noi in occidente (almeno per ora). Ci sono musulmani che accettano tanti precetti e divieti. Che non mangiano determinati cibi, che non bevono alcolici, che digiunano durante il mese di Ramadan. Noi non siamo spesso capaci neanche di rispettare il digiuno quaresimale. Luisa racconta come sia rimasta edificata da una sua alunna marocchina che in estate, durante l’esame di terza media, non ha bevuto e mangiato e non si è mai lamentata di nulla. Noi non ne siamo più capaci. Neanche di queste piccole rinunce. Ci siamo rammolliti. Certo c’è sempre il rischio che una religiosità fatta di regole e precetti si trasformi in qualcosa di solo esteriore, qualcosa da fare per sentirsi a posto senza cambiare il cuore. Resta la domanda che ho fatto all’inizio: noi che fatica siamo disposti a fare per Dio? Siamo capaci di “pagare” qualcosa o vogliamo una fede a costo zero? Una fede a costo zero probabilmente vale ciò che costa, cioè nulla. Anche la nostra fede in realtà, se ci pensiamo bene, ci “impone” delle rinunce. Non le ricordiamo perchè non le vogliamo ricordare, ma ci sono. Me ne vengono in mente due in particolare. Due rinunce che toccano due ambiti molto simili. Una, l’ho già accennata, è il il digiuno quaresimale. L’altra riguarda il sesso. La castità! Aiuto che parola fuori moda! Castità prima del matrimonio (astinenza) e castità dopo il matrimonio (vivere l’amplesso nella verità dell’amore). Vivere cioè una sessualità che sia espressione di amore autentico e non di una semplice pulsione da soddisfare, che magari imbellettiamo di amore. Due rinunce, il cibo e il sesso, che non sono fini a se stesse. Attraverso queste richieste Dio Padre e Madre Chiesa vogliono educare i suoi figli, ognuno di noi. Educarci per farci persone consapevoli, pienamente umane e capaci di essere re e regine della nostra vita e delle nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo? Come possiamo donare la nostra sessualità e il nostro corpo, se noi stessi non li governiamo ma li subiamo? Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa per Lui, ma di sacrificare qualcosa, cioè di renderla sua. La nostra sessualità sacrificata diventa qualcosa di davvero meraviglioso, perchè vissuta alla luce dell’amore pieno e vero. Così la castità non sarà qualcosa di castrante ma diventerà educante. Facendo fatica possiamo davvero imparare a mettere al centro l’altro/a e il suo bene e non il nostro ego e le nostre voglie. Allora l’astinenza dai rapporti prima del matrimonio diventerà canale per esprimere tutto il nostro desiderio e l’attrazione verso l’altro/a in gesti di tenerezza disinteressati e gratuiti, che diventeranno poi importantissimi durante il matrimonio. L’uomo (riguarda più l’uomo questo pericolo) che non si abitua ad esercitare la tenerezza fuori dal contesto sessuale poi nel matrimonio farà altrettanto, facendo presto sentire la sua sposa usata. Il deserto sessuale fa presto ad arrivare (come accade per tante coppie sposate). La castità prematrimoniale è la vera prova d’amore. Tanti giovani chiedono la prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, facciamo l’amore. La mia sposa mi ha chiesto un’altra prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, aspettiamo il matrimonio. Vi assicuro che mi è costato tantissimo, ma non me ne sono mai pentito. Chi pratica la castità è disposto a rinunciare al suo desiderio fortissimo di unirsi sessualmente all’altro/a per qualcosa di più grande. Sta dicendo all’altro io ti voglio tutto/a, non voglio solo il tuo corpo. O tutto o niente. L’amore è così. Almeno quello vero. Quando saremo uno nel cuore, quando ti avrò dato tutta la mia vita nel per sempre del matrimonio allora vorrò anche il tuo corpo perchè solo allora sarò degno di un dono tanto prezioso. Solo allora entrerò nel mio giardino come un re, come una regina e non come un ladro che prende qualcosa che non gli appartiene. Dio non ci chiede una fatica sterile, se lui chiede per sè qualche cosa di nostro è per restituircela ancora più grande e più bella. Così è la castità. Prende la nostra sessualità e la rende un modo per sentirci persone piene, per sentirci completamente amati e per fare esperienza di paradiso. Molti fanno sesso, pochi fanno l’amore, gli sposi cristiani riattualizzano un sacramento. Non è la stessa cosa. Fidatevi.

Antonio e Luisa

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The right detergent

The recent solemnity of All saints that we celebrated on November 1st gave us a lot of ideas for reflection; this time we want to focus on a detail described in the book Apocalypse (7,14) : They are the ones who come from the great tribulation and who have washed their garments, making them white in the blood of the Lamb. 

Doing a research on The Junior Woodchucks Sun i found that one of the most difficult spots to remove from clothes is blood. Now, either the author of the Apocalypse did not have a copy of the Manual of the Junior Woodchucks (quite likely); or he didn’t have a degree in chemistry and therefore didn’t know the formula of bleach; or, perhaps, I would not like to be the usual one who searches for the mysteries hidden behind the words, he meant without saying. Well, you may have already guessed that the correct answer to this dilemma is the last one: and so we are going to open envelope C.

What did you want to tell us without saying it openly? I don’t think he wanted to tell us to get him a copy of the famous Handbook above. But how strange: the blood of that Lamb instead of leaving indelible stains on the garments, on the contrary, makes them white. Every time we reflect on this Lamb amazes us, it is precisely a Lamb of God, similar but with different characteristics from the usual lambs, we will deepen it soon. So many times we also feel like those who have gone through the great tribulation: work, housing, taxes, mortgages, colleagues, the head of office, our health or our loved ones, the car that is always by the mechanic, the appliances that do not work at duty; with all this stress we already feel ready for Paradise because the situations of this life we consider them a purgatory. Of course, there is no shortage of laments of all this.

But those described in the Apocalypse come from the great tribulation, and it does not look much like the aforementioned list. It can be considered in three stages (equally described in the same book) but essentially it is in the great spiritual battle against the demonic forces of the Antichrist, against the ferocious beast, against Satan and his followers. And as in all battles you can come out winners not without a few scratches, at least a little stains, precisely, on the clothes. In any case, to wash stains from the garments you need the appropriate detergent. And, by chance, the right detergent is the (innocent) blood of that Lamb. That’s it? Yes, but not, too.

Without going into detail, we can infer that, in the spiritual battle, our white robes (symbolically delivered on the day of our Baptism) can be stained. Other articles on this blog have already delved into the risks and dangers of staining our marriage clothes. We just wanted to highlight: no matter what kind of stain you have on your robe; no matter how old the stain is; it doesn’t matter if we hurt each other as newlyweds and thus staining each other; there are no indelible stains for the stainless power of that blood, as long as you agree to go to the right laundry and He will know how to use the proper washing machine with the only powerful bleaching, the divine detergent, which Jesus (an exceptional chemist) has made on the cross, their own precious blood.

Let us do the exercise to remember this the next time we load the dishwasher or washing machine, and this gesture will also become prayer: Lord, help us recognize that our spiritual stains can only wipe you with your divine detergent.

George and Valentina

Il detersivo giusto

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La recente solennità di Tutti i Santi che abbiamo celebrato l’1 Novembre ci ha regalato un sacco di spunti di riflessione; questa volta vogliamo concentrarci su un particolare descritto nel libro Apocalisse (7,14) :<<Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. >> 

Facendo una ricerca sul “Manuale delle giovani marmotte” ho scoperto che una delle macchie più difficili da togliere dai vestiti è quella di sangue. Ora, o l’autore dell’Apocalisse non possedeva una copia del “Manuale delle giovani marmotte” (abbastanza probabile); oppure non aveva conseguito una laurea in chimica e quindi non conosceva la formula della candeggina; o, forse, non vorrei risultare il solito che cerca i misteri celati dietro le parole, voleva dire senza dire. Vabbè, avrete già intuito che la risposta corretta a questo dilemma è l’ultima: e quindi ci accingiamo ad aprire la busta C.

Cosa voleva dirci senza dirlo apertamente? Non credo volesse dirci di procurargli una copia del famoso Manuale di cui sopra. Però che strano: il sangue di quell’Agnello invece che lasciare macchie incancellabili sulle vesti, al contrario, le rende candide. Tutte le volte che riflettiamo su questo Agnello ci stupisce, è proprio un Agnello di Dio, simile ma con caratteristiche diverse dai soliti agnelli, lo approfondiremo prossimamente. Tante volte anche noi ci sentiamo come quelli che sono passati dalla grande tribolazione: il lavoro, la casa, le tasse, il mutuo, i colleghi, il capoufficio, la salute nostra o dei nostri cari, l’auto che è sempre dal meccanico, gli elettrodomestici che non funzionano a dovere; con tutto questo stress ci sentiamo già pronti per il Paradiso perché le situazioni di questa vita le consideriamo un purgatorio. Naturalmente non manca il lamento di tutto ciò.

Ma quelli descritti nell’Apocalisse vengono dalla grande tribolazione, ed essa non assomiglia granché alla lista sopracitata. Essa si può considerare in tre fasi (altrettanto descritte nello stesso libro) ma sostanzialmente consta nella grande battaglia spirituale contro le forze demoniache dell’Anticristo, contro la bestia feroce, contro Satana e i suoi seguaci. E come in tutte le battaglie se ne può uscire vincitori non senza qualche graffietto, per lo meno un po’ di macchie, appunto, sui vestiti. In ogni caso, per lavare le macchie dalle vesti c’è bisogno del detersivo adatto. E, guarda caso, il detersivo giusto è il sangue (innocente) di quell’Agnello. Tutto qui ? Sì, ma anche no.

Senza addentrarci nei particolari, possiamo dedurre che, nella battaglia spirituale, le nostre vesti bianche (consegnate come simboliche nel giorno del nostro Battesimo) possono macchiarsi. In altri articoli su questo blog sono già stati approfonditi i rischi e i pericoli di macchiare le nostre vesti matrimoniali. Noi volevamo solamente evidenziare: non importa che tipo di macchia abbia la tua veste; non importa quanto sia vecchia la macchia; non importa se ci siamo feriti reciprocamente come sposi e quindi macchiandoci l’un l’altro; non esistono macchie indelebili per la potenza smacchiante di quel sangue, a patto che si accetti di andare nella lavanderia giusta e Lui saprà usare la lavatrice adatta con l’unico e potente sbiancante, il detersivo divino, che Gesù (un chimico eccezionale) ha realizzato sulla croce, il proprio sangue preziosissimo.

Facciamo l’esercizio di ricordarci questo la prossima volta che carichiamo la lavastoviglie o la lavatrice, e anche questo gesto diventerà preghiera: Signore, aiutaci a riconoscere che le nostre macchie spirituali le puoi pulire solo Tu col tuo divino detersivo.

Giorgio e Valentina

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