L’amabilità facilita la nostra missione di sposi.

Noi abbiamo promesso di amarci e onorarci ogni giorno della nostra vita. Questa è la promessa reciproca che ci siamo scambiati il giorno del matrimonio. Quindi il matrimonio si fonda sulla nostra volontà e sulla Grazia di Dio. L’amore matrimoniale è un atto di volontà che va rinnovato ogni giorno sostenuto dalla forza dello Spirito Santo. Ciò non toglie che se riusciamo ad accrescere anche il piacere di stare insieme non è che la cosa ci dispiaccia. Perchè vi scrivo questa riflessione abbastanza ovvia? Perchè in settimana è sorto un acceso confronto sui social proprio su questo aspetto.

Per spiegare il mio punto di vista mi farò aiutare dal Cantico dei Cantici e da una pagina del libro Sposi sacerdoti dell’amore che Luisa ed io abbiamo scritto circa un anno fa.

Mi soffermo un attimo su un concetto fondamentale che traspare da tutto il dialogo d’amore tra Salomone e la sua Sulamita (i protagonisti del Cantico). Dialogo verbale e spesso anche non verbale, fatto di sguardi e di gesti colmi di tenerezza. Tra i due sposi non esiste solo una passione erotica. C’è molto di più. C’è una bellezza profonda. Uno sguardo di meraviglia che scruta e contempla attraverso il corpo, che è la parte concreta e visibile dell’altro/a,  tutta la bellezza della persona amata. Bellezza che viene percepita e gustata attraverso il corpo che viene accolto e scoperto con tutti i sensi. Nel Cantico è un continuo ripetere affermazioni che evidenziano in modo chiaro l’amabilità dell’uno per l’altro: Come sei bello! Come sei incantevole! Che bello stare con te! Che gioia appartenerti! Come è bello sapere che mi appartieni! Queste sono solo alcune tra le tante.

Abbiamo parlato sovente dell’importanza della tenerezza, che è la modalità degli sposi per esprimersi amore. La tenerezza è il linguaggio principe degli sposi. L’amabilità non è meno importante. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Devo impegnarmi, è l’amore che me lo chiede, a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bella/o per lui o per lei.

Badate bene non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro. Significa arrenderci all’amore. Scegliere per amore di cambiare noi stessi. Non è la stessa cosa. Io sono libero ed è proprio l’amore che ho per Luisa, che mi sta accanto da 18 anni, che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia che sento per il dono di se stessa che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare quelle parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe comunque, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità. Molto diverso.

Non dobbiamo perdere tempo a cercare di cambiare l’altro/a. Non cambierà mai per le nostre insistenze. Impegniamoci invece a renderci sempre più amabili. Solo allora, forse, anche l’altro/a sentirà il desiderio di cambiare. La forza dell’amore è la sola che può sconfiggere le tenebre che ognuno di noi si porta dentro.

Essere amabili significa infatti donarsi secondo la sensibilità dell’altro. Significa saper accogliere la sensibilità dell’altro. Significa essere attento al suo modo di sentire. Cerchiamo davvero di essere così? Oppure vogliamo avere sempre l’ultima parola su tutto? Siamo persone capaci di sopportare o ci risentiamo ed offendiamo subito? Siamo persone capaci di metterci nei panni dell’altro, di compatire e di condividerne la gioia, oppure siamo persone che tendono a sottovalutare le emozioni e le sofferenze dell’altro?

Guardate che non sono cose di poco conto. Se saremo capaci di essere amabili saremo anche belli per l’altro, saremo persone con le quali è bello stare ed è bello vivere. Saremo persone ricercate dall’altro e affascinanti per l’altro. In caso contrario cosa saremo? Antipatici. Persone con cui si fa fatica a stare. Come vogliamo costruire la nostra relazione? Vogliamo fondarla sulla gioia o sulla difficoltà? Vogliamo essere amabili o antipatici l’uno per l’altro? L’amabilità è sintesi tra interiorità ed esteriorità. L’amabilità è amore verità tra cuore e corpo. L’amabilità è divenire ciò che si è, divenire persone capaci di amare. Significa dar corpo al progetto che Dio ha sulla persona umana. L’amabilità è perfezionamento e impegno nell’arte di amare. E’ mettere a buon frutto i talenti che Dio ci ha affidato. L’amabilità richiede l’accettazione serena dei propri limiti, ma nel contempo una ricerca umile di migliorare e di far emergere il buono di sè.

Concretamente dobbiamo stare attenti a valorizzare la nostra persona come comportamento e come linguaggio. Se abbiamo dei comportamenti o dei modi di dialogare che sappiamo che all’altro danno fastidio perchè continuiamo a metterli in atto? E’ nostro dovere pian piano limarli e correggerli. Se quelle parole non piacciono perchè continuiamo a dirle? Se quel comportamento irrita perchè continuiamo a comportarci così? Non siamo bambini capricciosi, ma uomini e donne maturi  capaci di correggersi per amore. Anche la trascuratezza nel vestire e nel curarsi è sintomo di poca amabilità. Desiderare di essere bella per il marito, desiderare di essere affascinante per la moglie non è sbagliato. Non significa fare del proprio corpo un idolo e cadere nell’eccesso, ma valorizzare ciò che siamo per amore dell’altro e, non meno importante, per amore di noi stessi. Se non ci amiamo e non ci piacciamo non possiamo essere accoglienti e aperti verso lo sguardo dell’altro.

Coraggio cari sposi è vero che l’altro ha promesso di starci accanto qualsiasi cosa accada e indipendentemente da come noi siamo e saremo ma cerchiamo per amore di rendergli/le il compito meno arduo e più piacevole!

Antonio e Luisa

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Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31.

La seconda lettura di ieri potrebbe lasciare un po’ sconcertati ad una lettura superficiale. Come? San Paolo ci chiede di vivere come se il nostro coniuge non esistesse? Detta così sembra un invito a fregarcene di nostro marito o di nostra moglie. In realtà le cose non stanno proprio così. San Paolo ci sta chiedendo di mettere ordine nella nostra vita. Ci chiede di fare chiarezza. Non si può vivere bene se non collochiamo al vertice di tutto ciò che è importante per noi Dio. Solo lui può essere il nostro tutto. Non lo può essere il pianto e il dolore o saremo dei disperati. Non lo può essere neanche il piacere e la gioia del mondo o saremo degli illusi destinati a cadere rovinosamente alla prima difficoltà vera. Non possono essere i beni materiali perchè non riempiono quel vuoto che ci caratterizza e che nasce dalla mancanza di un senso profondo.

Non lo può essere neanche nostro marito o nostra moglie. Spesso due innamorati si scambiano frasi molto pericolose: sei il mio tutto! sei la mia vita! senza te non avrebbe senso nulla! Finchè è un modo per esprimere l’innamoramento che è un’emozione fortissima e assolutizzante va bene. Attenzione però che non diventi davvero così. L’altro/a diventerebbe il vostro dio. Il vostro vitello d’oro. Il vostro idolo. Se Gesù potesse parlarci, direbbe a noi sposi:

Non vedi la persona che ti ho posto accanto? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lui/lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa o il tuo sposo al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lui/lei. Se ne farai il tuo idolo gli/le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amalo/a. Solo allora lo/la amerai davvero, lo/la amerai senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono profeti come Giona

In quel tempo, fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore:
“Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”.

Oggi mi soffermo sulla prima lettura che la liturgia offre in questa domenica. L’ho scelta perchè mi permette di fare una riflessione secondo me decisiva per la Chiesa e per il mondo intero. In questo tempo come in nessun altro momento della storia cristiana la famiglia è sotto attacco. Non si crede più al matrimonio, si fanno sempre meno figli, crescono i divorzi. Le persone sono sempre più ciniche e disilluse. Non credono più nel per sempre. Il per sempre è vissuto con paura. Paura di soffrire, di restare incatenate ad una relazione senza futuro e senza gioia. Questo è un po’ il sentire comune. Si desidera amare ed essere amati. Sempre però senza donare tutto di sè, lasciando una via di fuga, senza mettersi in gioco fino in fondo. Questa è Ninive. Ninive era una città nemica. La capitale di un regno ostile agli ebrei, eppure Dio manda il suo profeta lì, proprio in quella città. Nessuno è escluso dall’annuncio. Nessun cuore è impermeabile alla verità dell’amore. Ogni cuore, anche il più disilluso, anela e ha nostalgia dell’amore di Dio. Un amore incondizionato, misericordioso, fedele ed infinito.

Chi è Giona oggi? Giona sono io, Giona è Luisa, Giona siete voi sposi che state leggendo questo articolo. Dio ci ha inviato nel mondo per essere suoi profeti. Siamo consacrati nel matrimonio per esserlo. Tutti i battezzati sono profeti, ma noi sposi lo siamo proprio per mostrare come Dio ama. Chi è il profeta? Profeta è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi sposi traduciamo al mondo l’amore di Dio rendendolo concreto e visibile. Cosa raccontiamo precisamente di Dio e del Suo amore?

Profezia della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione per noi, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio.  Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che se fatti per sgravare l’altro diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce.  Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perchè sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso. Pensiamo subito a gesti eroici. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Penso alla mia sposa quando dopo un giorno di lavoro torna a casa e trova una famiglia da curare. Penso a quando torno a casa e lei mi accoglie con il sorriso, un sorriso che mi riempie il cuore e mi fa sentire a casa, in famiglia.

La terza dimensione della profezia sponsale è la fedeltà. Profezia che è legata e ricorda quella dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, ma che per la peculiarità e l’importanza che riveste è bene considerarla come una dimensione a sè stante. Padre Raimondo diceva che la misericordia di Dio, di cui abbiamo celebrato un giubileo nella nostra Chiesa solo pochi anni fa, non è altro che l’amore fedele di Dio. Un amore misericordioso è un amore che è per sempre, che non ha interruzioni, che non fa calcoli. Un amore misericordioso è un amore illimitato. Noi siamo chiamati ed abilitati a questa qualità di amore. Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con una terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Terminiamo con l’ultima profezia a cui noi sposi cristiani siamo chiamati. La fecondità dell’amore. L’amore degli sposi è naturalmente proteso alla generazione di nuova vita, di figli. Quindi che profezia incarnano gli sposi? La profezia dell’amore stesso di Dio che non è rimasto chiuso in se stesso, ma si è aperto alla creazione. La Trinità non è rimasta lì senza far nulla. Padre, Figlio e Spirito Santo non sono restati nella loro beata perfezione e completezza. Ogni tanto me lo sono chiesto. Ma chi glielo ha fatto fare di creare tutto questo casino dell’universo, gli uomini infedeli e tutti i problemi che ne conseguono? Non stava già benissimo nella relazione perfetta e piena tra le tre persone? L’amore ha questa dinamica. Non può rimanere chiuso in se stesso, ma genera sempre vita o non è vero amore. L’amore è sempre creatore. L’amore rinnova sempre tutte le cose. Gli sposi cristiani, quando sono collaboratori di Dio nel procreare nuove creature attualizzano questa profezia. L’amore che genera vita. Pensate all’importanza di questa profezia oggi. Oggi che viviamo un unverno demografico. Pensate che profezia dell’amore fecondo possono essere i coniugi cristiani aperti alla vita. Non è questione di numeri, la Chiesa, che è maestra, ci invita ad una procreazione responsabile, quindi ognuno di noi comprenda nel discernimento quanto aprirsi alla vita. Certo è che se ci apriamo generosamente saremo un esempio per tanti sposi che hanno paura. Qualcuno potrebbe pensare che, se due disorganizzati e poveretti come Antonio e Luisa riescono a gestire quattro figli e a crescerli con tutte le difficoltà del caso, forse non è così impossibile. Allora le coppie sterili non hanno questa profezia nel loro amore? Certo che l’hanno. Non dobbiamo avere una visione limitata al piano biologico, al figlio procreato. L’amore degli sposi è di per sè generativo perchè l’amore è vita. Crescere nell’amore significa generare sempre vita. Fecondità generativa che si può concretizzare in mille modi diversi.

Capito sposi quanto Dio si fidi di noi? Che missione grande che ci ha dato? Che bello! Buona domenica.

Antonio e Luisa

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Matrimonio combinato? No grazie ma…..

Possiamo imparare qualcosa dai matrimoni combinati? Ci sono mille esempi nella storia dove da matrimoni combinati tra re e regine, nobili e personaggi famosi (solo le loro storie sono giunte fino a noi) sono nati rapporti meravigliosi. Ci sono anche dei santi. Come è possibile? Come è possibile che gente costretta a sposarsi poi possa essere riuscita a costruire un matrimonio felice? Certo non succede a tutti, ma succede! Non è solo questione di chimica? E il colpo di fulmine? C’è dell’altro allora. Qualcosa che possiamo imparare e perfezionare. Magari prendendo spunto proprio da chi si è trovato/a una moglie o un marito senza averla/o potuto scegliere.

Tranquilli non sono un nostalgico di quei matrimoni imposti. Sono felice che oggi ognuno possa decidere se sposarsi e chi sposare. Oggi oltretutto un matrimonio così non sarebbe neanche sacramentalmente valido. Sarebbe nullo. Resta però importante comprendere come anche quei matrimoni (dove non c’era stata la scintilla e non c’era stato neanche un minimo interesse) potessero poi, alla prova dei fatti, funzionare. Spesso i due sposi non si erano mai neanche visti. Volere è potere in questo caso.

Perché ho voluto tirar fuori questa consuetudine del passato oggi sorpassata (almeno nel nostro occidente)? Perché Marco Scarmagnani ed io, in una delle ultime dirette sul mio canale, abbiamo affrontato il tema del desiderio nel matrimonio. Ad un certo punto Marco ha affermato qualcosa di assolutamente condivisibile: non c’è mai stata tanta sofferenza nelle relazioni matrimoniali come oggi che ci si sposa per amore.

Possiamo comprendere che forse oggi manca qualcosa rispetto al passato. L’innamoramento non basta. C’è un desiderio che nasce da una nostra libera scelta. Io decido di impegnarmi a fondo affinchè la mia relazione funzioni bene. Mi impegno anche quando non sento forte l’innamoramento e mi impegno per primo/a senza aspettare che sia l’altro/a a farlo. Marco durante la diretta ha messo in evidenza come questo possa davvero fare la differenza in una relazione matrimoniale. Lo ha chiamato attivazione, un atteggiamento positivo che posso assumere prendendo seriamente in considerazione ciò che io posso fare per fare andare bene le cose. Un atteggiamento contrapposto a chi invece attende che l’altro/a riempia quel vuoto d’amore e d’affetto che ognuno di noi si porta dentro.

Oggi, che fortunatamente ci sposiamo liberamente e per amore corriamo il rischio di contare troppo sull’innamoramento senza attivarci. Attendendo che sia l’altro/a a darsi da fare per renderci felici. L’abbiamo sposato proprio per questo! Perchè ci rendesse felici. Solo che se entrambi gli sposi restano in attesa passiva dell’altro, presto l’innamoramento svanisce e resta la delusione. Resta la convinzione di aver sposato la persona sbagliata, mentre in realtà ciò che è sbagliata non è la persona, ma la motivazione. Il matrimonio cristiano è un sacramento dove Gesù ci chiede di metterci al servizio l’uno dell’altra. La gioia viene dal dono e non dalla pienezza che l’altro/a non sarà mai in grado di darci. Non mettiamo sulle spalle di nostro marito o di nostra moglie un peso tanto schiacciante. Il peso della nostra felicità. Il nostro cuore desidera un amore infinito che è solo di Dio.

Dopotutto la formula che recitiamo durante il rito del matrimonio è chiara e ci chiama a promettere un amore che sia per sempre e incondizionato. Dio ci chiede quella promessa per la nostra gioia. Perchè solo in rapporto dove siamo parte attiva e dove ci doniamo completamente senza attenderci nulla in cambio, possiamo fare esperienza di Dio e del Suo modo di amarci. Gesù si che può sostenere quel peso senza esserne schiacciato e donarci un amore infinito e perfetto.

Antonio e Luisa

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I talloni d’Achille delle mogli

Una delle accuse che spesso mi viene rivolta dai lettori del blog è proprio che tendo a bacchettare l’uomo, il maschio, il marito. Quasi come se tutti i problemi dipendessero dal tapino che ha avuto in dotazione i cromosomi XY. Forse un po’ di verità c’è perchè io (Antonio) sono l’autore di molti articoli e tendo ad esaminare gli errori dal mio punto di vista maschile. Oggi mi rivolgerò invece alle signore e scriverò dei loro talloni d’Achille. Prendo sempre spunto dal bel libro di don Carlo Rocchetta La danza degli sposi. Come già fatto nel precedente articolo rivolto ai mariti, don Carlo ha messo in evidenza sei punti di criticità che si nascondono spesso nell’essere donna. E’ naturalmente un elenco molto generale che non accomuna tutte le donne con la stessa intensità.

Determinazione eccessiva. La donna ha un po’ il vizietto di voler decidere cosa fare e come farlo. L’uomo è diverso. L’uomo non ha voglia di discutere e spesso non crede che sia importante mettere i puntini su ogni cosa. Tende a passare sopra tante situazioni. La donna no! Se non si fa come dice lei ecco che comincia il martellamento. Recriminazioni, ricatti, silenzi ecc. ecc. Una donna che ha questo tipo di atteggiamento rischia seriamente di snervare il marito. Il marito, in questo caso, può reagire in due modi, entrambi deleteri per la coppia. Si impunta allo stesso modo e allora la relazione diventa una continua guerra. Si continua a litigare per ogni minima cosa. Oppure si rassegna. Una rassegnazione che diventa frustrazione e poi rancore. Una bomba ad orologeria.

Tendenza ad insegnare. Io ho una moglie insegnante che lo fa quindi di mestiere. Molte donne sono un po’ maestrine anche nel matrimonio. Pensano di sapere meglio del marito cosa sia bene per lui e non esitano a farsi carico di educarlo. Ad alcuni mariti forse sta anche bene così. Alcuni cercano infatti una donna che sia anche un po’ mamma, ma a volte questo atteggiamento può risultare molto irritante. Soprattutto quando reiterato nel tempo. Quando una donna dice al marito – dobbiamo parlare – lui avverte come una sorta di minaccia dietro quella richiesta all’apparenza ragionevole. Attenzione care mogli: l’uomo ha bisogno di una donna che sappia valorizzarlo e non di una che lo sminuisce continuamente.

Ostinazione. L’universo femminile e quello maschile sono molto diversi tra loro e spesso sono addirittura opposti. La donna tende ad essere molto analitica, l’uomo molto più sintetico. La donna si ferma sul particolare perdendo di vista l’universale. L’uomo tende invece ad avere uno sguardo più ampio ma di conseguenza meno attento al particolare. Capita così che episodi familiari possano essere vissuti e percepiti dai due sposi in modo molto diverso. La donna tende ad esagerare e a fare di un piccolo incidente una catastrofe. L’uomo tende invece a non vedere dei problemi dove magari ci sono davvero. Questo crea conflitto. La moglie si ricorda cose che l’uomo ha dimenticato e se le ricorda più gravi di quello che realmente sono. Non solo le ricorda ma le rinfaccia al marito, se crede che la responsabilità sia dell’uomo. Con il tempo, e con il sommarsi dei rimbrotti, lo sposo può reagire a questa situazione in due modi entrambi negativi: si defila o diventa insensibile (vedi articolo sui mariti).

Vittimismo. Diciamolo, a volte la donna sa essere davvero pesante. Non ditelo a mia moglie ma anche lei ogni tanto ci casca. Sembra che non vada mai bene nulla. Ha continuamente bisogno di conferme affettive. Ha bisogno di essere capita nelle sue difficoltà e sofferenze. Va bene. E’ giusto. Diventa però pesante quando esagera. Donne ricordatevi di non assillare troppo vostro marito. Trovate magari il momento giusto per parlare e lamentarvi. Non “aggreditelo” appena lo vedete rientrare a casa, oppure troverà modo di rientrare sempre più tardi. Naturalmente scherzo, ma non troppo.

Narcisismo materno. L’arrivo di un figlio è uno tsunami per la coppia. Lo abbiamo sempre detto anche noi. La mamma ha la tentazione di vivere una relazione quasi esclusiva con il neonato. Lo sente parte di sè, anche perchè per nove mesi è stato davvero dentro di lei. Questo può essere molto dannoso per la coppia. Non solo il padre può essere messo un po’ in un angolo e sentirsi escluso da questo rapporto strettissimo a due tra madre e figlio, ma anche la relazione di coppia può subire dei contraccolpi. La neomamma potrebbe trascurare il marito e cercare gratificazione non più nella relazione sponsale ma in quella genitoriale. Senza contare che anche l’attività sessuale potrebbe risentirne pesantemente. Attenzione: per essere delle brave mamme non potete smettere di essere mogli.

Spiritualismo. E’ un argomento che abbiamo già affrontato con i mariti. Spesso la sessualità dopo i primi anni di matrimonio diventa una routine. Ci sono sempre meno momenti di intimità fisica tra gli sposi e sempre meno desiderio di averli. Da entrambi ma dalla donna in particolare. Non c’è desiderio e diventa un obbligo da assolvere sempre più di rado. Abbiamo già messo in evidenza come l’uomo non possa pretendere nulla e debba darsi da fare per sedurre la propria sposa. La donna non può però pensare, se vuole avere un marito contento, di uniformare il tutto ai propri ritmi e desideri. L’uomo ha bisogno di sentirsi desiderato e che sia ogni tanto anche la sua sposa a prendere l’iniziativa.

In questi due articoli abbiamo affrontato i diversi talloni d’Achille di uomo e donna. Senza voler puntare il dito contro nessuno, certi comportamenti sono spesso frutto anche di come si costruisce la relazione insieme, ma con l’obiettivo di permettere un esame di coscienza per comprendere se possiamo fare qualcosa per renderci più amabili e belli per l’altro/a.

Antonio e Luisa

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I talloni d’Achille dei mariti

Il lockdown della primavera passata è stato un periodo davvero complicato e difficile per tutti. Ha prodotto però anche qualche buon frutto. Uno di questi è senz’altro il libro di don Carlo Rocchetta La danza degli sposi. Don Carlo ha scritto innumerevoli testi. Tutti belli e molto interessanti. Non nascondo che per me e Luisa sia un punto di riferimento per quanto riguarda la spiritualità di coppia e l’amore sponsale. Questo libro, rispetto agli altri che ha già scritto, ha un taglio molto più incentrato sulla relazione, sulla differenza sessuale e sulla psicologia dell’uomo e della donna. Quindi un testo meno teologico, anche se la dimensione salvifica e soprannaturale del sacramento è ben presente. Un testo semplice che ha il pregio non solo di far sorgere delle domande, ma anche di dare delle risposte chiare. Risposte frutto della preparazione e dell’esperienza di don Carlo maturata in tanti anni di accompagnamento e di aiuto alle coppie.

Una parte senz’altro interessante riguarda i talloni d’achille dei mariti e delle mogli che si manifestano durante gli anni di matrimonio. E’ importante conoscerli per due motivi: per prendere coscienza che abbiamo un problema e per comprendere che è un problema comune a tanti. E’ insito nel nostro essere maschio e femmina. Quindi senza colpevolizzarci (non siamo cattivi), ma con il desiderio di migliorarci per amore dell’altro/a. In questo articolo, in particolare, mi rivolgo ai mariti. Cercherò di sintetizzare al minimo i concetti. Per approfondire vi consiglio di acquistare il libro, ne vale la pena.

Egocentrismo. La psicologia sembra aver appurato che l’uomo è molto più egocentrico della donna. Soprattutto nell’età giovanile e fino ai 35/40 anni, quando la maturità dovrebbe aiutarlo a migliorare questo suo aspetto. Spesso narcisista, si impegna nella relazione secondo quanto questa lo soddisfa. Valuta più della donna i costi e benefici. Quanto mi conviene donarmi? Cosa ne avrò in cambio? Ne vale la pena? Questo aspetto influenza pesantemente la sessualità. La moglie si sente spesso usata. L’amplesso diventa qualcosa di frettoloso. Spesso l’uomo non si impegna a preparare il terreno. Non dimostra cura e tenerezza, se non nei momenti di intimità sessuale e in quelli immediatamente precedenti.

Aggressività. Non è completamente corretto affermare che l’uomo sia più aggressivo della donna. Usa però un’aggressività più diretta rispetto alla donna. Spesso è frutto della propria storia pregressa. Che dinamiche viveva nella famiglia di origine? E’ frutto anche dell’incapacità di comprendere la propria sposa e della frustrazione derivante dalla situazione di sofferenza che si è creata. Questo non significa giustificare azioni violente, ma evidenziare come spesso tali azioni siano la punta dell’iceberg di una reazione abbastanza comune negli uomini. Senza arrivare per forza alla violenza fisica. Ci sono molti livelli. La donna solitamente esprime la sua aggressività in modo diverso, diciamo indiretto: musi lunghi, silenzi, omissioni. Naturalmente questa è la situazione più comune. Esistono certamente anche uomini che vivono passivamente la propria frustazione in modo quasi depresso e donne che usano violenza verbale e fisica nei confronti del coniuge.

Insensibilità. Anche questo è un tasto dolente. Tante mogli si lamentano perchè il marito non le capisce, non comprende le loro difficoltà e le loro sofferenze. Spesso le ascolta distrattamente e annoiato. L’uomo è portato a valutare le situazioni secondo il suo metro. Quindi alcune difficoltà della moglie gli sembrano esagerazioni. Dovremmo forse smettere di giudicare la situazione e farci prossimi alla sofferenza e alla difficoltà che nostra moglie in quel momento prova. L’uomo spesso valuta l’utilità concreta di perdere tempo ad ascoltare determinati ragionamenti dell’amata. Spesso sempre le stesse lamentazioni. Invece per lei è importante essere ascoltata. Di solito le mogli non pretendono una soluzione da noi mariti, ma desiderano la nostra presenza e vicinanza. Il ragionamento inconscio delle donne è: se condivide con me questa difficoltà significa che mi ama.

Tendenza alla comodità. Siamo così noi uomini. Preferiamo evitare il conflitto e lo scontro. Magari diamo ragione alla nostra sposa e poi facciamo comunque come vogliamo. Questa tendenza si manifesta anche nei lavori di casa. L’uomo tende, nonostante una emancipazione della donna e una parità sempre più vicina tra uomo e donna, a considerare l’impegno a casa e con i figli qualcosa che riguarda soprattutto la moglie. L’uomo tende a considerare ogni attività svolta in casa come un aiuto dato alla moglie e non una collaborazione dovuta. Attenzione anche a questo aspetto. Può generare conflitti e incomprensioni.

Marginalità come padre. Oggi essere padre è molto difficile. La figura del padre è stata spazzata via dalla rivoluzione del 1968 come quella di tutte le figure autorevoli. L’uomo deve imparare ad essere padre. Deve imparare ad essere autorevole ed amorevole nello stesso tempo. Sua moglie non desidera un alter ego e i figli non hanno bisogno di una seconda mamma. Don Carlo afferma che è più difficile diventare padre che madre. La madre lo è già un po’ naturalmente (nove mesi di gravidanza), il padre no. Il padre deve imparare tutto il mestiere. Senza contare poi come l’arrivo di un figlio sconvolga tutti gli equilibri di coppia. Un buon padre e una buona madre sono quelli che prima di tutto non dimenticano di essere coppia, di essere sposi. L’arrivo di un figlio rischia di mettere in crisi l’uomo e di farlo sentire un po’ escluso, in un angolo.

Materialismo sessuale. Infine la cigliegina sulla torta. Perchè la donna spesso ha mal di testa? Cosa ci vuole dire? Quel mal di testa significa: non ho voglia di fare l’amore con te, perchè tu mi fai sentire usata. Mi sai solo usare. Non mi sai amare. Questo accade quando l’uomo non corteggia la propria sposa e la cerca solo per il sesso. Pensa ai fatti suoi tutto il giorno e poi, d’improvviso, diventa la persona più tenera del mondo proprio quando cerca un incontro sessuale. Capite che la donna in questo modo possa sentirsi usata? Non ha tutti i torti. Bruttissimo quando la donna smette di pensare all’intimità come un momento meraviglioso di comunione e lo vive come un obbligo da assolvere.

Voi mariti in quali vi riconoscete? Voi mogli soffrite qualcuno di questi difetti? Pensateci e parlatene. E’ il primo passo per cercare di migliorare la vostra relazione e il vostro matrimonio. Con il prossimo articolo osserveremo i talloni delle mogli. Anche per loro ce ne sono in abbondanza.

Antonio e Luisa

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L’amore è libero quando è vero

“Non esiste libertà (per scegliere la carità) senza Verità (oggettiva)”

Benedetto XVI, su Avvenire

Questa mia riflessione trae spunto dal film su Duns Scoto, soggetto, sceneggiatura e regia di Fernando Muraca, girato nel 2010, dichiarato miglior film all’International Catholic Film Festival nel 2011. Lo raccomando. E’ da vedere in famiglia.

Giovanni Duns Scoto nasce tra il 23 Dicembre 1265 e il 17 Marzo 1266 in Scozia, muore a Colonia, in Germania, l’8 Novembre 1308, a 42 anni, quando è “lettore” presso lo studio francescano. Viene accolto nella famiglia dell’ordine dei Frati minori francescani alla tenera età di sei anni su sua già santa insistenza, pur con la fama di essere un po’ tardo rispetto ai coetanei. Con una Fede, Speranza e Carità sorprendenti, da giovane uomo, riceve poi ufficialmente i voti a quindici anni, anziché a diciotto, come disponeva il diritto canonico. La sua grande fede abbinata agli studi di filosofia e teologia dei giganti già fino ad allora sopravvenuti nella vicenda umana (da Aristotele a San Tommaso d’Aquino), lo conducono ad essere nominato brillantissimo professore francescano di teologia alla Sorbona.  Viene però costretto a scappare da Parigi per riparare oltremanica su ordine del suo Padre Superiore perché non è stato disposto a firmare la lettera di Filippo IV di Francia, detto il Bello, contro Papa Bonifacio VIII. Filippo il Bello è passato alla storia tra l’altro per aver iniziato quel periodo travagliato per la Chiesa conosciuto come la cattività avignonese.

Dopo qualche anno trascorso in Inghilterra, alla morte di papa Bonifacio VIII, Duns Scoto potrà nuovamente ritornare alla Sorbona e potrà dimostrare, in una celebre disputa con un gruppo di domenicani, il valore delle sue idee sull’Immacolata Concezione di Maria (alla base della proclamazione del dogma da parte di Pio IX papa nel 1854). Ma la pessima opinione che la corona nutre verso di lui, memore della “disobbedienza” passata, gli suggerirà di cambiare aria un’altra volta. Viene, dopo secoli di oblio, beatificato da San Giovanni Paolo II papa il 20 Marzo 1993 (Karol il Grande beatifica anche Pio IX papa il 3 Settembre 2000).  

Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione uno stralcio di una lezione di Duns Scoto alla Sorbona (dialogo tratto dal film)

SCOTO. Nell’animo umano, intelletto e volontà non sono qualcosa di realmente distinto. Il rapporto tra essi è tale che, cronologicamente, l’atto di conoscenza precede l’atto di volontà, secondo quel celebre assunto che ormai conosciamo bene: “Non si vuole nulla che prima non si è conosciuto”. D’altra parte, però, non si può negare che nulla sia tanto in potere della volontà quanto la volontà stessa. L’autorità di quale dottore ce l’attesta? (San) Gregorio Magno (Gregorius), e anche (San Giovanni) Damasceno. Ma prima (Sant’)Agostino (d’Ippona).Ora, stabilito che è alla volontà che spetta il primato, ditemi che cosa è meglio: volere il bene o conoscere il bene?

R DI SCOLARO – Conoscere cos’è il bene non rende necessariamente buoni. Volere il bene e farlo invece sì.    

SCOTO. Bravo (Guglielmo). Inoltre la volontà è più perfetta dell’intelligenza perché la corruzione della volontà è peggiore rispetto alla corruzione dell’intelligenza. E’ più grave odiare Dio o non conoscerLo e non pensare a Lui? Proprio per la dignità decisiva della nostra volontà la responsabilità delle nostre azioni è così grande. Qual’è allora la potenza più nobile? La volontà o l’intelligenza?

R DI GRUPPO – La volontà.

SCOTO. Bene. Esaminiamo meglio allora questo dono immenso che Dio ci ha dato, la libera volontà. Ditemi, è proprio vero quello che sostenevano alcuni maestri, che se non si può peccare non si è liberi? Lo so, è una questione delicata. In fondo, è lo stesso ragionare del serpente nel giardino del libro della Genesi. Ma cosa dice invece l’autorità dei padri nostri? Anselmo insegna che il poter peccare non è libertà, è parte della libertà. Il peccare non c’entra nulla con la libertà in se stessa. Questo è l’errore che hanno fatto (Adamo ed Eva e possiamo fare tutti). Pensando che peccare fosse un’espressione di libertà. Perché Dio ci avrebbe dato la libertà? Perché Dio la libertà ce l’ha data non per offenderLo, per rovinarci da noi con il peccato, ma per amarlo e santificarci. Avete capito? Il peccato non è un’espressione di libertà vera, ma tutto il contrario.

D – Magister Scoto perché una cosa è vera? Unicamente perché Dio la vuole come tale, cioè perché Dio vuole che sia vera? Ma potrebbe volere che sia vero anche il suo contrario, così il falso sarebbe vero.

SCOTO. Assolutamente no. Se si applicasse alle realtà umane un tale volere arbitrario, che prescinde dal bene come sistema di dominio, si avrebbero sempre effetti devastanti, di atrocità e sofferenze per l’intera famiglia umana. Questo non dovete dimenticarlo mai. Basta così per oggi.

Capite ora perchè l’amore è tale solo quando è libero? Capite che il matrimonio tra un uomo e una donna, legame fedele, indissolubile e fecondo sia una risposta davvero libera al nostro desiderio di amare nella verità e con tutta la volontà? La libertà non è lasciarci andare a qualsiasi istinto e pulsione. La libertà è accogliere l’amore di Dio e cercare con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutto il corpo di amare i fratelli e le sorelle allo stesso modo di Dio. Questo, quando ci si sente chiamati a legarsi ad un’altra persona, è possibile solo nel matrimonio. Io so, sono sicuro, che una delle scelte in cui sono riuscito ad ascoltare pienamente il mio intelletto e in cui ho voluto perseguire il bene con tutto me stesso è proprio quando mi sono sposato. Atto d’amore, d’intelletto e di volontà che rinnovo ogni giorno della mia vita. Questo mi permette di vivere nella pienezza del progetto di Dio che non desidera per me che il meglio.

Antonio e Giovanna Frigieri

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Venite e vedrete

Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.
Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»
e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,35-42.

La chiamata degli apostoli secondo il Vangelo di Giovanni è davvero meravigliosa. In questo brano ne riconosciamo due: Andrea e il fratello Simone (Pietro). Ci sono tre spunti che secondo me è importante sottolineare. Sono i punti che maggiormente mi hanno toccato. Li rileggerò, come sempre faccio, in chiave sponsale.

Erano le quattro del pomeriggio. Quando si incontra Gesù accade qualcosa che sconvolge la nostra vita. E’ una di quelle date fondamentali che restano incise nel nostro cuore. Noi abbiamo incontrato Gesù? Pensiamoci! Solo chi lo ha davvero incontrato riesce a vivere un matrimonio secondo Dio. Sposarsi in chiesa non basta per dirsi sposi cristiani. Per essere davvero sposi cristiani è importante affidare la nostra relazione a Gesù che ne è parte integrante e fondamentale. Significa accogliere la Sua legge d’amore, declinata dalla Chiesa e dalla Parola. Apertura alla vita, metodi naturali, perdono reciproco diventano non più un obbligo da assolvere senza capirne il senso, ma diventano la modalità per amare l’altro/a completamente e nella verità. Incontrare Gesù significa fare esperienza del suo amore e avere il desiderio di replicarlo anche nel nostro matrimonio.

Si fermarono presso di lui. Per conoscere davvero Gesù ne dobbiamo fare esperienza nell’intimità della nostra casa. La Santa Messa, i sacramenti, i gruppi di preghiera, i pellegrinaggi e tutte le occasioni che possiamo vivere singolarmente nella nostra vita spirituale, possono e devono essere nutrimento per la nostra relazione sponsale. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vedenon può amare Dio che non vede. Solo facendo esperienza di Dio nella nostra intimità di sposi faremo davvero esperienza concreta di Gesù. Naturalmente mi rivolgo a chi, come noi, è sposato. Ognuno, nella sua personale condizione di vita, ha il suo modo per vivere concretamente l’amore di Dio. Noi sposi siamo chiamati a farne esperienza primariamente tra noi.

Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Andrea conduce Pietro da Gesù. Noi sposi siamo chiamati a fare esattamente questo. Succede molto spesso che la moglie, o più raramente il marito, si lamenti dell’incredulità dell’altro/a. Allora cerca in tutti i modi di condurlo a Gesù, di condurlo ad una vita di fede. E’ importante farlo. Senza però forzare l’altro/a. La fede è sempre frutto, come ho scritto al primo punto, di un incontro. Con la forza non otterrete nulla. Potreste davvero essere voi quello strumento nelle mani di Dio, perché Lui possa incontrare vostro marito o vostra moglie. Come? Amando il vostro coniuge con lo stesso amore di Dio. La fede non si impone ma si contagia. Facendo esperienza del vostro amore gratuito ed incondizionato l’altro/a potrebbe avere il desiderio di incontrare la fonte di quell’amore: Gesù. Provocate in lui/lei la nostalgia di Gesù con il vostro amore.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è il sacramento dell’oggi

Il matrimonio è il sacramento dell’oggi, dell’adesso. Non possiamo fare affidamento solo sul passato. Non possiamo dare la relazione per acquisita, per scontata. Sì, esiste il nostro passato. Esistono i nostri ricordi, esistono i nostri momenti d’amore e di comunione già vissuti, esistono i nostri perdoni donati. Esistono nella mente e nel cuore. Hanno però bisogno di un gesto, di una parola, di qualcosa di reale nell’oggi per tornare ad essere amore concreto. Io ho grande gratitudine per tutte le volte che Luisa mi ha donato il suo amore. Come mostrarlo? Accogliendola adesso se ne ha bisogno, ascoltandola adesso se cerca conforto, abbracciandola adesso se cerca tenerezza. E in tanti altri gesti concreti fatti però adesso.

Esattamente come quella promessa che io e Luisa ci siamo scambiati davanti a Dio più di diciotto anni fa. Ha bisogno di essere rinnovata anche oggi con un bacio, con una carezza, con un sorriso. L’amore è promessa e la promessa è solo una parola vuota se oggi, se adesso, non trova di nuovo la sua casa nella nostra relazione. Noi ci sposiamo ogni giorno. Ci sposiamo ogni volta che apriamo gli occhi la mattina e abbiamo lì, accanto a noi, il dono più grande che Dio ci abbia mai fatto dopo la vita e il suo amore. Accanto a noi c’è il suo figlio amato, c’è la sua figlia amata, che è lì per noi. Affidato/a a noi. Dio ci chiede di essere le Sue mani, la Sua bocca, i Suoi occhi per amare l’altro/a. Meraviglioso!

Certo, a volte ci verrà facile altre invece meno, avremo magari la tentazione di rompergli/le un piatto in testa piuttosto che servirlo/la, ma quella è la nostra strada di santità. La nostra via verso la nostra salvezza e la salvezza della persona che Dio ci ha affidato. Nella cura tenera ed amorevole reciproca ci faremo santi.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che spiega molto bene l’importanza di amarsi adesso.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti. Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice.” Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora. L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice. Erano le seguenti: “Di’ qualcosa di carino a Lucia!” Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. Adesso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Voi avete rinnovato oggi il vostro amore? Cosa state facendo adesso per rendere concreta quella promessa che vi siete scambiati il giorno delle nozze?

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono fratello e sorella (non solo)

Uno dei rischi più grandi del matrimonio è trovarsi a vivere come fratello e sorella. E’ sicuramente vero ma andrebbe spiegata meglio. Non è affatto sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. Perchè dico questo? Perchè l’amore di Filia (amicizia) è importante. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Proprio per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma di qualcosa di molto più profondo. Esiste tra Salomone e la sua amata una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

Vale anche per noi sposi tutti. La mia amata non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei può essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei può essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi, al riguardo, ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli e sorelle in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro/a. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci accogliere completamente dall’altro/a e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro/a una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre.

Antonio e Luisa

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Mamma Lucia, la mamma dei morti.

Abbiamo sempre scritto di come la fecondità di una donna non si possa limitare alla sua fertilità. La fecondità non è solo mettere al mondo dei figli, anche se certamente è importante aprirsi alla vita quando possibile. La fecondità naturale di una donna unità alla fede e all’amore per Dio possono davvero portare dei frutti bellissimi. Frutti creativi e impensabili.

A tal proposito mi piacerebbe raccontarvi una storia molto bella e commovente, una storia vera. Una storia meravigliosa di compassione e fecondità. La protagonista è una donna, una moglie e una madre. Si tratta di Lucia Apicella. Lucia nasce nel 1887 in una frazione di Cava de’ Tirreni, una cittadina a pochi chilometri da Salerno. Frequenta poche classi delle elementari. Poi inizia a fare dei piccoli lavori da tessitrice per portare qualche soldo a casa. Le sue giornate sono scandite dal lavoro in casa, dalla Messa quotidiana e dalla preghiera. Diventerà terziaria francescana. La sua è una fede semplice e tenace. Neanche ventenne sente il forte desiderio di essere di conforto ai sofferenti ed inizia a recarsi al vicino ospedale. Va a trovare gli ammalati, porta loro dolcetti che lei stessa prepara, fa loro compagnia e prega con loro. Cerca di sostenere, in particolar modo, i malati più gravi, quelli in agonia. Cerca di accompagnarli alla morte stando loro vicina per non lasciarli soli in un momento tanto difficile.

Comincia ad essere conosciuta tra i compaesani per le sue opere di carità. Siamo solo all’inizio del suo percorso. Si sposa nel 1911 con un fruttivendolo e concepisce due figli. Nonostante ora sia sposa e madre non smette di occuparsi del prossimo più bisognoso. Arrivano gli anni della prima guerra mondiale. La guerra è lontana da Salerno. Si combatte su al nord, nelle regioni di confine, ma anche nel suo paese ci sono tanti giovani che partono e non tornano. Lucia prova grande pietà per loro e decide di dedicarsi alla sola cosa che può fare: prega per loro.  Lucia ritaglia dai giornali i nomi dei caduti, a lei sconosciuti, a cui in chiesa dedica preghiere e raccomandazioni a Dio. Diventa una sorta di madre spirituale per tutti quei giovani morti per l’Italia. Intercede per le loro anime e la loro salvezza.

Passano gli anni e torna anche la guerra. Questa volta se la trova fuori da casa. Salerno è teatro di uno degli sbarchi alleati nel 1943. E’ fronte di guerra. Proprio Cava è terreno di aspri scontri. Gli alleati vogliono raggiungere Napoli e devono forzare le difese tedesche piazzate sulle colline vicino a Cava. Restano a terra centinaia di cadaveri insepolti. Mamma Lucia vede in quei giovani senza vita dei figli. Figli che hanno una mamma e un papà che li aspettano a casa. Fa un sogno che non la lascia più tranquilla: un prato con otto croci divelte e nei pressi otto soldati che la implorano di restituire i loro resti mortali alle madri che li aspettano a casa. Non si dà pace e, a guerra finita nel 1946, chiede il permesso alle autorità civili del tempo di dare compimento a quel sogno. Decide di farsi carico di tutto quel dolore, di quel lutto e di dare sepoltura ai resti di quei ragazzi con tutta la cura e la delicatezza che avrebbero avuto i loro genitori. Non guarda il colore della divisa. Seppelisce americani, tedeschi, inglesi. Chiunqe trovi. Si fa carico di questo lavoro da sola. Pochi la aiutano. E’ un lavoro pericoloso. Ci sono mine e bombe inesplose. Seppelisce i resti dei giovani e raccoglie poi i pochi oggetti che possono permettere un’identificazione, come piastrine e effetti personali, in piccole scatole e le fa custodire nella piccola chiesa vicino casa.

Va avanti per molti mesi e riesce a dare sepoltura, con cuore di madre, a più di 700 corpi. Diventa così per tutti Mamma Lucia, la mamma dei morti. Prima i giornali locali e poi quelli nazionali si accorgono di lei. Viene ricevuta in udienza privata da papa Pio XII. Il Presidente della Repubblica Gronchi, nel 1959, le conferisce la Commenda al Merito della Repubblica, e nel 1980 riceve la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica.

Forse il riconoscimento più commovente è, però, quello che riceve in Germania. Nel 1951 riporta personalmente la cassettina con gli oggetti personali ai genitori del caporale tedesco Joseph Wagner. In quell’occasione riceve la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca. I nostri ex nemici tributano a lei delle parole meravigliose.  Radio Stoccarda trasmette un servizio in cui viene sottolineato che «un popolo che ha saputo dare al mondo una mamma Lucia merita tutto il nostro amore, tutta la nostra gratitudine e tutto l’onore di cui siamo capaci». 

Lucia si spegne nel 1982. La sua è stata una vita vissuta per gli altri in cui ha saputo dare una concretezza molto particolare alla parola madre. E’ stata madre biologica di due figli ma è stata anche madre di centinaia di poveri ragazzi morti lontano dai loro cari. E’ stata feconda proprio perchè ha saputo ascoltare il suo cuore di mamma. Cuore aperto all’amore perchè aperto a Dio.

Antonio e Luisa

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Pregare è dire “ti amo” allo Sposo

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore.

Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via.

Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale. Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo.

Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie. La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.
Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.
E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba.
E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,7-11.

Noi sposi cristiani siamo battezzati. Il nostro battesimo non è come quello celebrato da Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma quello di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà solo un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, Profeta e Sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando abbiamo il controllo su di noi per essere capaci di farci dono all’altro/a. Non si può donare qualcosa che non controlliamo. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi ci guarda. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Durante il rito del matrimonio il prete è solo un testimone, i sacerdoti, che si fanno offerenti e offerta, sono proprio i due sposi che celebrano il sacramento. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico. Amplesso fisico che è una liturgia sacra e gesto d’amore altissimo che Dio ha voluto per noi facendoci così: sessuati maschio e femmina.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Quattro consigli per tornare a desiderarvi.

Riceviamo spesso richieste di aiuto o di consigli da parte di mogli (sono quasi sempre loro) che hanno problemi nell’intimità con il marito. Non hanno voglia di fare l’amore. Nulla di patologico o fisiologico. In quel caso infatti servirebbe l’aiuto di un professionista o di un medico. Spesso non serve, la mancanza di desiderio è causata da alcune dinamiche che si possono riconoscere e modificare. E’ un tema che abbiamo già affrontato diverse volte. Crediamo però che ripetere possa servire. Abbiamo cercato di essere molto schematici per rendere più semplice la lettura Perchè dunque il desiderio cala o muore del tutto?

Le cause possono essere molteplici e complesse. Spesso esistono concause. La nostra intenzione non è quindi quella di dare una risposta esaustiva ed esauriente. Non abbiamo la presunzione di risolvere con un articolo problemi così delicati. Siamo però certi di poter dare delle piste su cui riflettere che possono essere molto utili.

Il desiderio non è solo ormonale. Il desiderio della donna è regolato sicuramente dagli ormoni. Estrogeni, testosterone (anche le ovaie delle donne lo producono) e progesterone. Quindi? Il desiderio dipende solo da questi parametri? Niente affatto. Esiste una componente psicologica e relazionale che può compensare il calo di desiderio ormonale. Importantissima quando giunge la menopausa, ma anche nelle altre stagioni della vita. E’ importante che l’amplesso diventi il vertice, il punto più alto, di una costante e continua attenzione e cura vicendevoli. Quando gli sposi si trovano nel talamo nuziale per celebrare il loro matrimonio non si presentano mai a mani vuote. Portano in dote tutta la loro vita. La ricchezza del loro amore concreto fatto di piccoli gesti di tenerezza, di perdono, di servizio, di ascolto. Fatto di abbracci dati e ricevuti. Fatto di una vita insieme vissuta nell’impegno a farsi dono l’uno per l’altra. Primo consiglio: non esiste solo il desiderio ormonale, ma esiste un desiderio che nasce dalla coppia stessa che va cercato, custodito e perfezionato.

Il desiderio cresce facendo l’amore. Uomo e donna sono differenti. Il desiderio maschile corrisponde soprattutto ad una pulsione, che proviene dall’interno, mentre quello della donna viene più che altro provocato, spesso dalla voglia e dall’eccitazione dell’amato. L’uomo accresce il suo desiderio attraverso pulsioni stimolate da tatto e vista. La donna è più complessa. Per la donna è fondamentale sentirsi desiderata e preziosa agli occhi del marito. Più l’uomo saprà trasmettere meraviglia e desiderio verso la sposa e più lei proverà, a sua volta, desiderio. Per questo è importante iniziare. Anche se magari non se ne ha molta voglia. Questo per quanto riguarda la donna. Per l’uomo è importante accettare questa diversità e viverla come una sfida. Cercare di amare la propria sposa corteggiandola per attirarla a sè. Non darla mai per scontata e che l’incontro intimo non diventi mai qualcosa di imposto. Siamo bravissimi a innescare sensi di colpa e sottili ricatti morali. Secondo consiglio: spose lasciatevi andare e apprezzate il desiderio di vostro marito (anche se vi sembra eccessivo); sposi non lasciatevi abbattere se lei non ha il vostro stesso desiderio e corteggiatela per attirarla a voi (anche se è impegnativo).

Cercate tempo di qualità. Non ricordatevi della vostra intimità solo dopo che avete fatto tutto il resto. Magari dopo mezzanotte quando lavoro, figli, casa, famiglia vi hanno tolto ogni energia e vi hanno trasformato in zombi che camminano. Come fate a credere che così possa essere un momento piacevole e riuscito? Spesso non vedrete l’ora che finisca per poter finalmente dormire. Vale per uomo e donna. Diventa un’obbligo da assolvere, un cartellino da timbrare. Così non funziona. Non è davvero piacevole per nessuno dei due. Almeno una volta al mese prendetevi del tempo di qualità. Prendetevi un permesso dal lavoro, un giorno di ferie, magari mentre i figli sono a scuola. Un modo per ritrovarvi e fare l’amore quando avete tutte le energie e siete connessi e concentrati. Vedrete che anche il desiderio ne guadagnerà moltissimo. Perchè poi vivere l’amplesso in questo modo sarà un’esperienza davvero bella e appagante e vi darà forza e perseveranza rinnovati per nutrire tutta la relazione. Terzo consiglio: non solo trovare il tempo ma che sia tempo di qualità.

Parlate con lui. Uomo e donna hanno sensibilità molto diverse. L’uomo spesso è inquinato da una “cultura” pornografica. Pensa che il piacere sia replicare quelle posizioni che ha visto nei video porno. Non vogliamo fare i bacchettoni. Nelle volte che nei corsi trattiamo questo ambito affermiamo sempre che non esistono regole precise. Ricordiamo che le uniche regole necessarie sono soltanto tre. La prima, e più importante, affinchè ci siano nel contempo l’apertura alla vita e l’aspetto unitivo, è naturalmente che l’eiaculazione avvenga in vagina. La seconda che consigliamo sempre è che ci si guardi negli occhi. Il rapporto è una relazione e non un uso del corpo dell’altro/a. La terza e ultima è, volendo vivere un momento di comunione, rispettare la sensibilità dell’altro/a. Se un gesto non piace non si deve fare. Voi donne avete la responsabilità, non solo il diritto, di dirlo e voi mariti avete il dovere di rispettare la sensibilità della vostra sposa. Non facciamo finta o ne soffrirà tutta l’intimità, il desiderio in primis. Come posso desiderare di fare qualcosa che non mi piace? Quarto consiglio: rispettate le vostre sensibilità diverse e parlate. Dite ciò che vi piace e ciò che non vi piace.

Antonio e Luisa

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Anche noi siamo magi in cammino!

Come consuetudine all’approssimarsi dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Il piccolo Pietro: un altro grande dono del Padre!

(Alessandra) Ciao a tutti oggi vi parleremo un pò di noi, della nostra famiglia, per portarvi la nostra testimonianza di fede. Alcuni di voi magari già un po’ ci conoscono perché avranno letto dei nostri articoli pubblicati in passato su questo stesso blog. Per chi di voi non ci conoscesse vi facciamo un breve riassunto: ci siamo incontrati circa 5 anni fa, io facevo l’assistente di volo, mio marito faceva il militare volontario nel corpo degli alpini, entrambi eravamo molto presi dal nostro lavoro e da noi stessi. Nelle nostre vite c’era poco spazio per la vita spirituale, seppur entrambi cattolici battezzati.

(Riccardo) Passato del tempo insieme abbiamo capito che i nostri lavori ci allontanavano sempre di più, quindi abbiamo preso la decisione di iniziare a convivere. Dopo pochi mesi abbiamo scoperto di aspettare un figlio, la nostra bambina Olga è nata molto prematura l’otto aprile del 2018 per gravi complicanze insorte durante la gestazione e non ce l’ha fatta a sopravvivere. É stata per noi mezzo di salvezza, un dono enorme del Padre che ha portato con sè un altro grande dono, quello della nostra conversione alla vera fede. A causa di questo lutto, all’inizio eravamo profondamente sconvolti ed arrabbiati con il mondo, abbiamo poi capito, tramite quel filo sottile di Olga che ci legava al cielo, che potevamo farcela solo abbandonandoci tra le braccia di Dio Padre misericordioso. Olga è nata proprio il giorno della divina misericordia (primo segno di Dio nella nostra vita di coppia)

(A) Abbiamo iniziato un cammino di fede che ci ha portati al matrimonio religioso avvenuto nella chiesa di Santa Margherita di Scozia a Cameri il 15 luglio del 2018. Qualche mese dopo abbiamo scoperto casualmente il libro di Antonio e Luisa De Rosa: “L’ecologia del amore: intimità e spiritualità di coppia”, siamo entrati a contatto con l’associazione Intercomunione Famiglie che ci ha aiutati, e ci aiuta tutt’ora, a scoprire sempre più il significato profondo del matrimonio cristiano, che non avevamo compreso appieno. A dicembre dello stesso anno della salita al cielo di Olga, c’è stata un’altra dura prova. Dopo tante preghiere pensavo di essere rimasta incinta, in realtà abbiamo poi scoperto che avevo il sacco gestazionale senza embrione. Ci siamo sentiti molto scoraggiati, un altro sogno che veniva stroncato sul nascere, abbiamo pensato che forse non era nei piani di Dio donarci un figlio, ma mai disperare. Mi sono sempre detta che fin da bambina sentivo di essere chiamata a fare la moglie e la mamma e anche se non fossi stata mamma nella carne, lo sarei stata in altri modi, anche se non sapevo quali non sentendo la chiamata all’adozione. Mi permetto di aprire una parentesi su un argomento che ritengo vada affrontato: per maternità o paternità non nella carne non necessariamente si deve intendere l’adozione. L’adozione è una chiamata che non è per tutti, è una strada tortuosa, non facile, fatta di avvocati per i minori, assistenti sociali, pratiche e anni di attesa. Lo so perché sono figlia di una mamma adottiva che ha anche lavorato per una associazione che si occupa di adozioni e ho seguito il processo di adozione dei miei genitori per mio fratello minore. Quindi mi rivolgo col cuore in mano alle coppie che si trovano nel desiderio di un figlio, in tanti vi diranno di adottare in maniera molto semplicistica, ma ricordate che ci sono altre forme di maternità e paternità ad esempio il volontariato. Io mi sono sentita mamma oltre che di Olga anche di tanti bambini prematuri in terapia intensiva neonatale che con il mio operato per la associazione di volontariato mani di mamma indossavano piccoli capi in lana realizzati da me.

(R) Gesù ci insegna a non chiedere continuamente segni perché il segno più grande ce lo ha dato morendo sulla croce, eppure nella sua infinita bontà a noi ne ha dati tanti. Lo scorso anno siamo stati in pellegrinaggio alla Basilica di Sant’Antonio da Padova a cui mia moglie è molto devota, essendo la nonna, che l’ha cresciuta, di origini padovane. Recandoci alla basilica in pellegrinaggio avevamo deciso di confessarci, comunicarci e recitare il Santo Rosario in basilica. Ci siamo confessati e il sacerdote ci ha data la preghiera dei genitori che avevano perso un figlio, nel leggere la preghiera ci siamo accorti con stupore che era stata scritta proprio l’8 aprile 2018, il giorno della nascita della nostra Olga. Due anni fa siamo stati per il compleanno di mia moglie in vacanza in Trentino, abbiamo alloggiato in un residence e chiedendo alla proprietaria dei luoghi belli da visitare, la donna ci ha indicato la passeggiata tra i boschi che dal lago di Tovel porta al Santuario di San Romedio a cui, ci dice la signora, tante coppie si rivolgono nel desiderio di un figlio. Per fare la propria richiesta di intercessione al santo occorre percorrere tutta la scalinata del santuario, che è lunga, visto che il santuario è costituito da cinque  piccole chiesette costruite una sopra l’altra, e occorre chiaramente chiedere la sua intercessione con fede. Non conoscevamo questo santo, ne tanto meno eravamo a conoscenza che aiutasse coppie nel desiderio di diventare genitori, percorrendo la scalinata abbiamo visto appesi sulle mura tantissimi fiocchi nascita. Un altro santo che non abbiamo cercato, ma ci è venuto in aiuto come segno della presenza di Dio al nostro fianco.

(A) Ho ricevuto più volte risposte chiare dal Signore Gesù quando gli chiedevo se era sua intenzione donarci un altro figlio, ma ero talmente rinchiusa nella mia negatività che non me ne ero mai accorta. Il giorno che ho scoperto di essere incinta ho ricevuto per “coincidenza” divina, per così dire, il nastro benedetto sulle sacre mura della Santa Casa di Loreto. Lo avevo richiesto, nel mio desiderio di maternità, dopo aver letto un articolo che parlava di questa tradizione cristiana portata avanti dalle monache passioniste di Loreto. Il nastro arriva con una preghiera che gli sposi possono recitare insieme. La gravidanza di Pietro è stata una gravidanza altamente a rischio, sono stata costretta a letto fin dal iniziò della gestazione, ho avuto una minaccia di parto prematuro a 28 settimane e abbiamo rischiato che il piccolo venisse intubato e alimentato artificialmente in terapia intensiva neonatale. Mio marito, quando sono tornata a casa, è stato poi costretto a chiedere un’aspettativa dal lavoro, poiché avevo bisogno di qualcuno che potesse assistermi continuamente e non abbiamo parenti o familiari vicini, per altro, con la pandemia COVID era meglio non far entrare altre persone in casa nostra. Arrivata al terzo di mese di gravidanza, poco prima di andare a fare la visita con il chirurgo che avrebbe dovuto eseguire per me l’intervento di cerchiaggio (in via precauzionale), che serve a ridurre il rischio di parto prematuro, mi sono recata nella chiesetta della clinica Mangiagalli, per rivolgere a Gesù e Maria la mia preghiera. Ho visto che c’era un cestino dove si poteva pescare un bigliettino con un passo del Vangelo. Mentre pescavo il bigliettino ho pensato: ”quanto desidero questo figlio, ma ho veramente tanta paura di perderlo, fa Signore che possa nascere sano e forte”. Il passo del Vangelo era: ”se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Gv. 14,14). Il giorno che sono stata ricoverata in ospedale per l’intervento di cerchiaggio mi sentivo sola, triste e preoccupata, eravamo in pieno lock down, non potevo vedere mio marito perché i familiari non entravano nei raparti, lo salutavo dalla finestra dell’ospedale, ma quanto avrei voluto un suo abbraccio…….. La prima sera di ricovero, mentre stavo recitando il Santo Rosario in diretta da Lourdes, allungo il braccio per accendere la luce sopra al letto e cade un Santino che era rimasto incastrato con una preghiera della mamma in attesa di un figlio e l’immagine di Maria bambina. Non so se era li perché il sacerdote che passava nelle stanze lo aveva dato a una mamma che non aveva fede e lo aveva lasciato lì, o se era di una mamma che lo aveva dimenticata tornando a casa, sta di fatto che sono stata immensamente grata a Maria Santissima di avermela fatta trovare. L’ho recitata tutti i giorni che sono stata ricoverata e andando via avrei voluto portare con me quel santino, ma ho pensato che non ne avevo il diritto, che un’altra mamma avrebbe potuto sentirsi sola, abbandonata e aver bisogno di recitare quella preghiera per mettersi nelle mani della nostra mamma celeste.

(R) Adesso guardiamo il nostro Pietro e pensiamo che Gesù veramente ci ama di un amore infinito perché ci ha fatti incontrare Lui, ci ha uniti nel matrimonio sacramento dopo averci donato una figlia che è, e sarà, sempre il nostro angelo in Cielo. Come ci hanno detto dei nostri amici, noi abbiamo partorito Olga nella carne e lei ci ha partorito nella fede. Prima  che Alessandra restasse incinta un amico ci invitò a pregare Giovanni Paolo II perché Padre Raimondo Bardelli invitava le coppie nel desiderio di un figlio a farlo. Ricordo che una sera abbiamo recitato una preghiera a questo grande papa e santo e nei giorni successivi mia moglie mi ha fatto leggere un articolo dove si parlava della mamma di Giovanni Paolo II, Emilia Kaczorowska, e che prima di mettere al mondo il nostro amato santo e papa aveva avuto una bambina di nome Olga, morta subito dopo il parto come la nostra e la gravidanza del suo secondogenito Karol Wojtyla era stata per lei una gravidanza a rischio che l’aveva costretta a letto. A nostro figlio Pietro insegneremo questo, che tutti i santi sono suoi amici e lo accompagneranno per tutta vita e che non bisogna pregare per chiedere segni, ma che comunque Gesù che ci ama immensamente e che ci conosce più di noi stessi, quando ci vede confusi e che brancoliamo nel buio ce li manda come se fossero dei cartelli stradali che ci indicano la direzione in mezzo alla nebbia.

Abbiamo imparato nel bene e nel male a iniziare sempre le nostre preghiere con grazie e quindi grazie a voi che avete dedicato qualche minuto delle vostre giornate a leggerci.

Riccardo e Alessandra

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Il corpo esprime l’amore! Il verbo si fece carne.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. (Gv 1,14)

Il Vangelo di oggi è qualcosa di meraviglioso, ma complicato da comprendere. Mi fermo ad una sola frase. Una frase che ci dice tantissimo. Gesù è vero Dio ed è vero uomo. Dio si è fatto carne. La nostra fede è unica per questa carnalità di Dio! Solo noi cristiani crediamo in un Dio così. Non solo trino, quindi un Dio che è relazione, ma una delle tre Persone divine si è fatta addirittura uomo. Relazione e incarnazione sono le due caratteristiche del nostro Dio che lo rendono diverso da quello di tutte le altre religioni.

Ricapitoliamo, perchè questa cosa è decisiva per capire anche come siamo fatti noi. Dio è amore. Dio può essere amore proprio perchè non è solo. E’ un Dio trino. Le tre Persone della Santissima Trinità possono amarsi proprio perchè sono in relazione tra di loro. Un Dio solo non potrebbe essere amore. Dio si è fatto carne, si è fatto come noi! Si è fatto corpo.

Il corpo acquista un significato grandissimo. Ce lo dice l’incarnazione stessa. Dio è sceso tra noi e ha preso un corpo per amarci. Dio è amore e il corpo può significare quell’amore. Significare cioè rendere concreto e visibile. Sta a noi decidere se dare al nostro corpo quel significato tanto grande e tanto bello oppure se farne una cosa come tutte le altre. Appunto farne una cosa. Non c’è una via di mezzo, una zona grigia. Il nostro corpo e quello delle persone con cui abbiamo rapporti, possono essere amore o diventare una cosa. San Giovanni Paolo II in una delle sue famose catechesi sulla Teologia del Corpo ebbe a dire:

Il corpo nella sua mascolinità e femminilità, è “dal principio” chiamato a diventare manifestazione dello spirito. Lo diviene anche mediante l’unione coniugale dell’uomo e della donna, quando si uniscono in modo da formare «una sola carne

da Uomo e donna lo creò

Capite come questa dimensione, questo atteggiamento, questo stile di vita, dia al nostro corpo e alle nostre relazioni un significato elevatissimo? Capite anche come non possa esistere amore autentico senza che esista una aderenza tra cuore (anima) e corpo? Mi riferisco in particolare alla sessualità e a come la viviamo. Questa aderenza tra cuore e corpo ha un nome ben preciso. Si chiama castità!

Papa Francesco ha espresso questa verità con chiarezza nel 2018 incontrando un gruppo di giovani:

La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio. Tutti e due, non solo Adamo o solo Eva, ma tutt’e due – ensemble – tutt’e due. E Gesù va oltre, e dice: per questo l’uomo, e anche la donna, lascerà suo padre e sua madre e si uniranno e saranno… una sola persona?…, una sola identità?…, una sola fede di matrimonio?… Una sola carne: questa è la grandezza della sessualità. E si deve parlare della sessualità così. E si deve vivere la sessualità così, in questa dimensione: dell’amore tra uomo e donna per tutta la vita. 

Quando viviamo la nostra sessualità per esprimere l’amore che abbiamo nel cuore attraverso l’incontro intimo tra un uomo e una donna, che si sono promessi l’uno all’altra per sempre, stiamo facendo esperienza di Dio, del Suo Amore. Quando invece usiamo il nostro corpo per vivere esperienze di piacere disgiunte da questo modo radicale e appassionato (come dice il papa) di amare stiamo facendo peccato nel suo significato più vero. Peccato dal greco hamartia cioè mancare il bersaglio. Stiamo cioè rinunciando a fare centro, e dare così pienezza e soddisfazione alla nostalgia di amare ed essere amati fino in fondo che ci costituisce, per accontentarci di briciole. Come infatti conferma papa Francesco nel proseguo del suo discorso:

 È vero che le nostre debolezze, le nostre cadute spirituali, ci portano a usare la sessualità al di fuori di questa strada tanto bella, dell’amore tra l’uomo e la donna. Ma sono cadute, come tutti i peccati. La bugia, l’ira, la gola… Sono peccati: peccati capitali. Ma questa non è la sessualità dell’amore: è la sessualità “cosificata”, staccata dall’amore e usata per divertimento. È interessante come la sessualità sia il punto più bello della creazione, nel senso che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male. 

Questo modo di vivere la sessualità falso non può che entrarci dentro e toccare la nostra anima, ferirci profondamente, farci sentire usati e non amati. Quando tocchiamo il corpo di una persona stiamo toccando tutta la persona, non solo un involucro. Tutto ciò che viviamo attraverso il corpo tocca profondamente il nostro cuore. Lo riempie di amore, se quel gesto vissuto attraverso il corpo è vero, lo svuota d’amore se quel gesto è falso. C’è una corrente spiritualista all’interno della Chiesa che non ha recepito questa funzione fondamentale del corpo e continua a ritenere che ciò che conta sia l’amore delle anime (intendono quello spirituale ed oblativo). Si vogliono bene, non fanno nulla di male. Per questo alcuni sacerdoti tendono a sottovalutare tante espressioni “d’amore” false del corpo. Rapporti prematrimoniali, masturbazione e così via diventano espressioni accettate perchè l’importante è che siano spinte dall’amore. Quale amore? Verrebbe da chiedere. Non certo quello espresso da papa Francesco nel suo discorso. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima.

Sta a noi scegliere se trattare il nostro corpo e quello della persona che diciamo di amare con l’atteggimento e la verità di chi vuole amare oppure se tradire l’amore per usare l’altro/a e nel contempo anche noi stessi. Rinunciare a tutto per avere solo poche briciole di piacere e di vita che non sfamano il nostro cuore che desidera molto di più. A noi la scelta!

Antonio e Luisa

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Cambiare è un po’ morire. Anche nel matrimonio.

Ringraziamo il nostro parroco, don Claudio, per la sua omelia che ci ha proposto durante la Messa del primo giorno del 2021. Le sue riflessioni non sono mai banali e anche in questo caso ci ha offerto una prospettiva molto interessante e bella sul significato di un anno che finisce ed uno nuovo che comincia.

Per noi, come pensiamo per tutti, è finito un anno particolarmente difficile ma crediamo anche molto fecondo. Ogni fine dell’anno nasce nel cuore delle persone il desiderio di festeggiare. Anche quest’anno, seppur in tono minore, non sono mancati i botti e i fuochi. Abbiamo questo desiderio di vita, di andare avanti. Una festa ricca di senso se letta nella prospettiva cristiana, spesso piena di una “gioia” disperata se lasciata solo nella povertà delle nostre vite materiali. Questo perchè abbiamo nel cuore sentimenti ed emozioni contrastanti. Un anno che finisce è, per certi versi, un’esperienza di morte. Ci lascia un senso di morte. Perchè ciò che è accaduto nel 2020 resta nel 2020. E’ come se una parte della nostra vita non ci fosse più, fosse relegata nel nostro passato. Non c’è più il 2020 con le sue lacrime e le sue sofferenze, con le sue esperienze belle cariche di gioia, con i suoi momenti di amore e di relazione vera. E’ come se si voltasse pagina. Come un foglio di calendario strappato per fare posto a quello nuovo.

Non è vero che sperimentiamo la morte solo quando chiudiamo gli occhi per l’ultima volta. Facciamo esperienza di morte fin da bambini. Quando dalle medie passiamo alle superiori, quando finisce una storia d’amore, quando cambiamo un lavoro. Anche quando finisce una vacanza e torniamo a casa. E…quando ci sposiamo. Già, quando ci sposiamo muore il nostro io vecchio per dare spazio a quello nuovo. Soffermiamoci proprio su questo significato matrimoniale che è quello che più ci rappresenta. Per far nascere il nostro essere marito o moglie, padre o madre, è necessario che muoia ciò che siamo stati fino a quel momento. Come un chicco di grano che deve morire per dare frutto. Ne portiamo i frutti, le esperienze, la storia ma diventiamo altro.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà.

Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non è sempre facile farlo! Le statistiche sono chiare in questo. Molte coppie di sposi saltano perchè la coppia non riesce a costruire questi confini e a staccarsi dalla famiglia di origine. Ci vengono in mente diversi casi in cui abbiamo raccolto direttamente la testimonianza di persone in crisi per queste dinamiche. Ne riporto uno molto emblematico. Una coppia che ha sofferto molto per l’opposizione dei genitori di uno dei due sposi al loro desiderio di aprirsi alla vita. Genitori arrivati a minacciare di abbandonare al loro destino la coppia e di non volerne più sapere nulla di loro se lei fosse rimasta incinta ancora. Vi rendete conto che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo?

La decisione di una coppia di aprirsi alla vita con il terzo o quarto figlio può essere motivo di grandi frizioni e litigi con i genitori che non comprendono questo desiderio di generare vita abbandonandosi alla fiducia e all’amore di Dio. Genitori che leggono questa scelta non alla luce della fede ma come irresponsabilità. Ormai una coppia che vive il matrimonio alla luce del Vangelo e della fede è spesso incompresa anche dalle persone più vicine e care. Noi stessi abbiamo scandalizzato i nostri familiari con la nascita di Francesco, il nostro quarto figlio. Ci davano dei fanatici a cui era stato fatto il lavaggio del cervello. Come i talebani per intenderci. Questo non può esistere. Sicuramente quei genitori avevano tutte le migliori intenzioni ma la coppia non può e non deve lasciarsi influenzare. La decisione spetta solo ai due sposi, che nel discernimento e nella preghiera possono comprendere quale sia la volontà di Dio.

Questo significa uccidere l’uomo (o la donna) vecchio per fare spazio a quello nuovo. Questo significa uccidere il figlio e far nascere lo sposo e il padre (o la sposa e la madre).

Attenzione. Noi cambiamo, non i nostri genitori. Ciò significa che il lavoro spetta a noi. I nostri genitori con i loro consigli e le loro intromissioni inopportune in decisioni che non gli competono stanno facendo ciò che richiede il loro essere genitori. Possono farlo bene o male, ma stanno impersonando il loro ruolo corretto. Siamo noi che dovremo essere capaci di dare il giusto peso alle loro parole. Solo riconoscendoci sposi prima che figli salveremo la nostra famiglia. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24).

Quest’anno auguriamo a tutti di riuscire ad essere sempre più sposi e sempre meno figli. Ne va della vostra felicità.

Antonio e Luisa

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Mio marito mi fa sentire usata.

Alcune settimane fa abbiamo letto un commento sotto un nostro articolo pubblicato su facebook. Ce lo siamo appuntato perchè crediamo che sia un problema sommerso che riguarda molte coppie. La domanda, formulata da una donna sposata, era esattamente questa:

In una coppia, se il marito lascia vincere l’istinto e finisce per usare la moglie, e di conseguenza la fa sentire usata, cosa si deve fare? Se non c’è il desiderio di entrambi ma solo l’istinto di uno, mi chiedo se devo usare misericordia.

Non abbiamo risposto subito a questa domanda. Non è facile rispondere quando abbiamo di fronte una persona che ci racconta la sua sofferenza, figuriamoci in un articolo dove forzatamente bisogna dare una risposta molto generale e generica. Si rischia così di renderla anche una risposta superficiale, perchè sappiamo tutti che ogni coppia ha una sua unicità e complessità.

Alla fine abbiamo comunque deciso di rispondere pubblicamente, attraverso un articolo, perchè sappiamo che queste sono domande che spesso le persone si tengono dentro e sappiamo anche che queste dinamiche malate nei rapporti di coppia possono dare tanta sofferenza. Crediamo che per una donna sentirsi usata e non amata dal proprio uomo sia una delle sensazioni più umilianti e che fanno più male. Daremo dei consigli che crediamo vadano bene per tutti. Sono, crediamo, aspetti necessari in ogni relazione sponsale.

Spesso l’uomo non è educato ad amare. Cosa vogliamo dire? Spesso l’uomo usa la moglie, ma non in modo consapevole. Crede sinceramente di amarla. In realtà l’uomo è diverso dalla donna anche in questo. L’uomo fatica a curare la relazione. Fatica a corteggiare la sua sposa durante la giornata. Si dimentica di tante cose, preso com’è dal lavoro o da altri interessi e incombenze. L’uomo vuole bene alla sua sposa e crede non serva continuare a mostrarlo. Se ne ricorda, guarda caso, quando desidera avere intimità con lei. Per l’uomo questa è la normalità. Per la donna è invece inconcepibile. Voi direte: sì ma da fidanzato e nei primi tempi di matrimonio non era così. E’ vero. C’era però quella fase dell’innamoramento che assolutizzava la relazione come la parte più importante della vita e gli impegni e le responsabilità erano indubbiamente minori. Non c’erano figli ad esempio. Cosa fare in questo caso? Dialogare tanto! Far capire a vostro marito come voi abbiate bisogno di sentirvi ancora al centro del suo amore attraverso gesti concreti. Piccoli gesti che piacciono a voi. Può essere la passeggiata da soli, un abbraccio la mattina, una telefonata, un piccolo regalo di tanto in tanto. Anche vostro marito, quando si accorgerà che fare l’amore diventerà più bello e coinvolgente anche per lui, sarà incentivato a corteggiarvi sempre di più e sempre meglio.

Attenzione alla pornografia. Guardando la pornografia avviene una trasformazione dell’approccio alla sessualità che è molto evidente. Il sesso diventa qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti.

Parlate con lui. Il rapporto fisico riguarda entrambi. E’ un argomento di cui parlare con l’altro/a. Dire cosa piace e cosa non piace del comportamento dell’altro/a. Dire cosa si desidera, cosa vorremmo che l’altro/a facesse o evitasse di fare. Il rapporto fisico non è il prodotto di tecniche da applicare. Non è qualcosa che si impara e che va bene per tutti. Il rapporto fisico è per l’appunto un rapporto cioè una relazione, dove attraverso il corpo si vive un’esperienza di comunione che investe tutta la persona fin nella parte più intima che è l’anima. Per questo è importante parlarne e far capire a vostro marito che se non cambia atteggiamento rischia di accontentarsi delle briciole di piacere, di un piacere che si ferma al corpo perchè non riesce ad entrare in vera comunione con voi. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più saremo uniti e più sarà fonte di gioia e piacere. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. Più cresceremo in intimità ed unione nella nostra vita di coppia e nella nostra relazione sponsale e più la nostra unione fisica sarà ricca di gioia e piacere. Perchè in quell’amplesso non ci metteremo solo il nostro corpo ma tutto di noi, tutti i gesti di tenerezza che ci siamo scambiati, tutto i gesti di servizio che ci siamo donati, tutti gli sguardi e le parole di incoraggiamento. Tutti i perdoni e la misericordia che abbiamo ricevuto l’un l’altra. Capite bene come vivere l’amplesso in questo modo sia tutto un’altra cosa.

E se lui ancora non capisce? Se non vuole mettersi in discussione? E’ giusto accontentarlo così? Anche se vi sentite usate? Anche se per voi non è un momento bello ma qualcosa da sopportare? Torniamo quindi alla domanda iniziale ed io e Luisa proveremo a darvi una risposta. Verrebbe naturale dire di no. Non vi diciamo però nè sì nè no. Una risposta secca è possibile solo in un accompagnamento dove, conoscendo la situazione, si può anche consigliare un atteggiamento da seguire. Ci sentiamo di dire solo questo: se vi sentite come la sposa che ci ha scritto non sottovalutate la situazione. Vivere la sessualità in questo modo malato vi allontanerà sempre più da vostro marito e presto o tardi non sarà più un’eventualità ma una certezza. Non avrete più desiderio di fare l’amore con lui. Il deserto sessuale è alle porte e con esso tutta la vostra relazione sarà più povera ed incompleta.

Antonio e Luisa

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Ragione e sentimento. E le emozioni?

Nei miei articoli ho spesso scritto come in una relazione sponsale sia fondamentale seguire la ragione e la volontà. Spesso le emozioni ci possono condurre al disastro. Quante famiglie si sono distrutte perchè moglie o marito hanno seguito le emozioni del momento e hanno agito secondo quelle emozioni e non secondo ragione. Hanno messo il loro sentire innanzi alla ragione. Hanno fatto la scelta facile e non la scelta giusta.

Non rinnegando nulla di quanto ho scritto fino ad ora credo però sia importante fare una precisazione. I sentimenti non sono il male assoluto. I sentimenti sono importanti e hanno un posto di rilievo nella nostra vita e nelle nostre scelte. Vanno ascoltati e vanno vissuti senza che siano repressi, perchè sono parte di noi. Le nostre scelte però vanno equilibrate con la ragione. Ragione e sentimento permettono di fare la scelta giusta. Questo vale in ogni ambito, vale nel discernimento per capire la volontà di Dio, e vale anche nella nostra vita sponsale dove si manifesta maggiormente la nostra vocazione all’amore.

Per fare chiarezza è doverosa un’ulteriore precisazione. Emozione e sentimento sono la stessa cosa? In realtà non lo sono. Il sentimento si costruisce con il tempo e resta. E’ qualcosa che è difficile da modificare una volta che si è generato verso una persona. Può essere il sentimento di antipatia verso qualcuno con cui non mi trovo. Può essere il sentimento di riconoscenza verso chi mi ha fatto del bene. Può essere il sentimento d’amore verso chi decide di vivere la sua vita accanto a me nel matrimonio.

L’emozione è una sensazione molto più estemporanea e che è soggetta a continui sbalzi. Come un fuoco di paglia. E’ emozione, ad esempio, la rabbia verso il collega di lavoro che mi ha messo in cattiva luce con il capo. Così è anche per ciò che sentiamo con l’amore! C’è il momento dell’innamoramento dove l’emozione è fortissima. Dove c’è attrazione, c’è passione, c’è il desiderio di essere sempre con lui/lei e di essere parte di lui/lei completamente. Di essere nei suoi pensieri e nel suo corpo. Quella è l’emozione. Con il tempo, con il matrimonio, con gli impegni, con l’età che cambia (prendiamo atto che le emozioni che viviamo da adolescenti non sono le stesse di un’età matura), difficilmente vivremo ancora quei momenti così totalizzanti di passione. Sicuramente non sarà la normalità. Ci saranno ancora momenti o periodi più lunghi di forte passione, ma ci saranno anche momenti di aridità dove si farà fatica a sentire l’emozione nel cuore. Non passerà mai invece il sentimento. Il sentimento è quella consapevolezza di bene e di bello che abbiano nello stare vicino l’uno all’altra. Quella consapevolezza di fare la cosa giusta nel donarci vicendevolmente anche quando costa un po’ di fatica. Quella consapevolezza che accarezza il nostro cuore e che ci fa stare bene quando con la nostra presenza, il nostro agire, le nostre parole siamo riusciti a rendere l’altro/a felice. Il sentimento dell’amore è la gioia di spenderci per il bene dell’altro/a.

Il sentimento di noi sposi cresce con gli anni di matrimonio, perchè cresce la nostra storia insieme, crescono le volte in cui abbiamo condiviso gioie e i dolori, cresce la riconoscenza per i perdoni ricevuti. Per questo dopo anni di matrimonio posso dire sinceramente e convintamente che l’amore per mia moglie è molto più forte, più vero e più grande di quando l’ho conosciuta. Non provo le stesse emozioni incredibili che provavo quando, fidanzati da poco, la carezzavo, la baciavo, la abbracciavo. Provo però molto più amore.

Capite cosa intendo per equilibrio tra volontà e sentimenti, tra ragione e sentimenti? La volontà mi permette, facendo la cosa giusta, di nutrire i miei sentimenti e in un certo modo anche i suoi. I sentimenti mi permettono invece di arricchire di bellezza, di gioia e di pienezza, la mia scelta di fare il bene, di donarmi a lei. La volontà aiuta i sentimenti a crescere e i sentimenti aiutano la volontà a non appesantire la nostra vita.

Robert Cheaib per spiegare bene questo concetto ricorre ad Immanuel Kant che scrisse: Le emozioni sono come una piena che rompe una diga. I sentimenti sono invece una corrente profonda che scava sempre più il letto del fiume.

Quindi, concludendo, facciamo chiarezza nel nostro matrimonio. Godiamo delle emozioni positive, dell’attrazione, del desiderio che proviamo verso l’altro/a quando si fanno sentire nel nostro cuore. Non facciamone però un dramma quando proviamo aridità emozionale. Può succedere in un matrimonio. Ciò che conta sono le nostre scelte, scelte ponderate nell’equilibrio tra ragione e sentimento. Riusciremo così a comprendere la scelta giusta da fare, senza farci deviare dalle emozioni del momento. In questo modo anche le emozioni torneranno perchè saranno nutrite da un amore autentico e consapevole.

Antonio e Luisa

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L’amore matrimoniale in tre parole

Il Papa, durante l’Angelus di ieri, ha informato di aver istituito un anno intero dedicato alla famiglia dove si approfondirà l’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Esattamente a cinque anni dalla sua pubblicazione nel marzo del 2016. Un anno che sarà importantissimo per noi famiglie cristiane e per la Chiesa tutta. Il Papa ha introdotto questa iniziativa ribadendo uno dei suoi cavalli di battaglia. Le tre parole fondamentali da imparare ed usare in coppia ed in famiglia sono: permesso, grazie, scusa.

Perchè sono parole così importanti? Perchè il Papa ci tiene così tanto da avercele ricordate già innumerevoli altre volte? Proverò a dare una breve risposta. Dietro queste tre parole si nasconde un significato decisivo nel matrimonio. L’altro/a non è cosa nostra. L’altro/a è un dono, l’altro/a è un incontro, un’opportunità, a volte anche uno scontro. Queste tre parole sono necessarie per riconoscere nella persona amata qualcuno che non ci appartiene, per riconoscere un mistero che non è posto a nostro uso e consumo, ma che merita di essere approcciato sempre con rispetto e cura. Anche, e direi soprattutto, dopo anni di matrimonio, quando è cresciuta l’intimità e la conoscenza reciproca.

Dicendo permesso, riconosciamo l’altro come qualcuno diverso da noi, riconosciamo il mistero che lo abita e che richiede tutto il nostro rispetto quando ci avviciniamo. L’altro/a ha una storia, un corpo, un cuore e un’anima che, attraverso il matrimonio, ci vuole donare. L’amore ci chiede di togliere i nostri calzari quando entriamo nella vita dell’amato/a, nella profondità della sua anima e nel suo corpo, perchè quello è terreno sacro. Rispettare l’alterità per accogliere e non per rubare, per abbracciare e non per soffocare, per amare e non per possedere. Don Salvatore Franco, in un suo articolo scritto per questo blog, ebbe a scrivere una riflessione molto bella. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro/a prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro/a per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

Grazie è la parola del dono ricevuto. Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno/a che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro/a. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro/a come prezioso/a e unico/a. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro/a, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro/a. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Negli anni settanta il film Love Story è diventato un vero e proprio cult. Un film che ha fatto piangere una generazione di donne. Un film che ha fatto grandi danni a quella stessa generazione. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace. Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare. Scusa è la parola di chi vuole ricominciare. La parola di chi si riconosce fragile e limitato, ma che non smette di avere fiducia nel perdono di Dio e dell’altro/a. Scusa è il primo passo per ricominciare. Scusa è la parola che permette di mettere l’altro/a prima di me. Scusa è la parola di chi ha nostalgia della bellezza perduta col suo agire. Scusa è la parola di chi sa che nella relazione matrimoniale non sarà mai perfetto, ma sa anche che ciò che conta non è l’errore ma credere che l’amore avrà sempre l’ultima parola.

Il Papa con tre semplici parole ha riassunto sapientemente il matrimonio nella sua essenza relazionale. Da queste tre parole, con la Grazia di Dio, si può partire per costruire qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Restituiamo a Dio i nostri figli.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Vangelo di Luca 2, 22-24

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra orbita e trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa, che è terribile. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la responsabilità della nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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La nostra famiglia è scaldata dal bue e dall’asinello

Mi sono fermato a contemplare il presepe. In particolare ha deciso di soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili anche se di secondo piano rispetta alla Famiglia Santa. Fanno da cornice nella capanna. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono quella del bue e quella dell’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroveremo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano?

La Santa famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Anche le nostre famiglie lo sono. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura. Il bue fa il lavoro più duro. Un animale che proprio per la sua forza e per la sua sopportazione della fatica e del sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Non è forse un’immagine bellissima di noi sposi? Anche noi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Peròà lo siamo solo in potenza. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne servirà per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui fosse un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto Se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza! La santità del matrimonio spesso non chiede gesta straordinarie ed eroiche. La santità sta nel nascondimento di una vita ordinaria fatta di tanti piccoli gesti di tenerezza, di cura e di servizio per l’altro/a e per chiunque bussi alla nostra porta.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Una passeggiata insieme per prepararci al Natale

Tra poche ore sarà Natale. Come ci siamo preparati? Qualcuno avrà pregato di più, qualcuno avrà recitato la novena, qualcuno avrà fatto adorazione davanti al Santissimo. Ci sono tanti modi per preparare il nostro cuore alla nascita di Gesù che si rinnoverà anche quest’anno. Eppure credo non sia sufficiente. Almeno per me non lo è stato. Mancava qualcosa. Mancava un po’ di tempo per me e Luisa, solo nostro. Sembra strano dirlo proprio quest’anno, proprio quest’anno dove abbiamo trascorso molto tempo chiusi in casa per la quarantena. Eppure, a pensarci bene, tempo per noi non ce ne è stato molto. I figli erano sempre in giro per casa, e non c’è stato molto spazio per avere un tempo solo nostro.

Per questo abbiamo deciso, ieri 23 dicembre e ultimo giorno di libertà di movimento prima della clausura decretata dal solito DPCM, di uscire a passeggio per il centro di Bergamo, solo io e lei, come non succedeva da qualche settimana. Nulla, durante questo Avvento, è riuscito ad aprire il mio cuore come quelle tre ore trascorse insieme a Luisa. Tenersi per mano, parlare di noi, del nostro amore, di quanto fosse bello stare insieme. Passeggiare senza fretta e senza meta in mezzo a tante persone affaccendate nella ricerca dell’ultimo regalo. Guardarsi ancora e riscoprirsi ancora innamorati. Credo che quei momenti passati insieme siano stati la miglior preparazione per il nostro Natale. Sono stati preghiera! Riconoscendo la bellezza di essere lì insieme, mano nella mano, anche dopo diciotto anni di matrimonio, abbiamo preparato il cuore al Natale come meglio non potevamo fare.

La meraviglia di cui abbiamo fatto esperienza nello stare insieme ci ha permesso di riconoscere la meraviglia che opera nella nostra vita attraverso la Grazia. Abbiamo riconosciuto quanto, attraverso l’altro/a, Dio si faccia presente e sia amore concreto e visibile per noi. Abbiamo riconosciuto l’uno nello sguardo dell’altra quella scintilla divina che rende la nostra vita densa di significato e di senso, e per questo bella.

Dedicando quel tempo solo a noi abbiamo permesso che il nostro cuore si scrostasse da tutte quelle preoccupazioni, incombenze e impegni che caratterizzano la nostra quotidianità come quella di tutte le famiglie. La nostra passeggiata ci ha aiutato a svestire i panni di Marta e ad indossare quelli di Maria. Ricordate le due sorelle di Lazzaro? Ecco, noi spesso siamo come Marta. Tante cose da fare. Senza alzare gli occhi per contemplare lo Sposo. Riscoprirci belli serve proprio a contemplare, attraverso il nostro amore, Lui che è l’Amore. Cosa ci può essere di meglio di questo per prepararsi al Natale?

Cari sposi, nella vostra preparazione, non dimenticate di dedicare del tempo anche alla vostra coppia, al vostro amore. Non è meno preghiera. Non è meno importante che alzare lo sguardo direttamente a Gesù. Gesù non è solo nei Cieli ma è nel vostro amore. Gesù è presente sacramentalmente nella vostra relazione e non chiede altro di poter nuovamente nascere lì, nel vostro noi, per permettere a voi di sperimentare attraverso il vostro matrimonio e il vostro amore, limitato e imperfetto, quello che è il Suo amore infinito e perfetto. Solo così sarà davvero Natale.

Antonio e Luisa

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È Natale ogni volta che sorridi all’altro/a

Si avvicina il Natale. Mancano ormai pochi giorni, poche ore. Il nostro cuore attende la nascita di quel bambino così piccolo ma nel contempo così potente e decisivo per noi. Perchè Dio è così. Preferisce farsi presente con discrezione, senza far rumore. Non vuole il nostro timore e la nostra paura, vuole il nostro amore come lo anelano gli occhi di un neonato che guarda la mamma. Eppure può essere tutti i giorni per noi Natale. Se non cerchiamo di far nascere Gesù tutti i giorni nell’ intimità della nostra casa il Natale rischia di diventare una festa fatta di luci e colori ma che non tocca il cuore.

Possiamo suscitare la presenza di Dio ogni giorno nel nostro matrimonio. Possiamo rendere concreto e vivo Gesù tra noi ogniqualvolta siamo capaci di donarci l’un l’altra. Lo spiega bene Santa Teresa di Calcutta in una bellissima poesia e preghiera che ha scritto proprio per dare voce a questa verità. Vale per tutti. Per ogni persona che ci è prossima, ma, come ho più volte scritto, il nostro prossimo più prossimo è proprio la persona che abbiamo sposato e vive accanto a noi.

È Natale
(Madre Teresa di Calcutta)
È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

Capite? E’ Natale ogni volta che io sorrido alla mia sposa per farle sentire quanto io sia felice di averla accanto. Per farle sentire come io desideri accoglierla nella mia vita, ieri quando ho pronunciato il mio sì, e ancor di più oggi che ho la grazia di averla ancora vicino a me.

E’ Natale ogni volta che decido di aiutarla e sostenerla quando ne ha bisogno. Non le servono le mie critiche e le mie lamentazioni. Non le serve neache il mio giudizio spietato. Ha bisogno di essere accolta anche quando sbaglia e anche quando non è amabile. Soprattutto in quei momenti. Non significa accettare il male che mi può aver fatto, ma significa non identificarla con il suo errore. Lo sguardo che ha anche Gesù per ognuno di noi. Lo sguardo che aiuta una persona a risorgere dai suoi errori.

E’ Natale ogni volta scelgo di dedicarle del tempo per ascoltarla in silenzio perchè so che per lei è importante condividere con me i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, le sue gioie e tutto ciò sente nel cuore di bello o di meno bello.

E’ Natale ogni volta che decidiamo di donare l’amore che nasce nella nostra relazione per dare la vita. Dare la vita ai nostri figli, ma dare anche la vita agli altri, a chiunque ci si faccia prossimo. Vita intesa come il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro ascolto. Possiamo donarla a tutti coloro che hanno bisogno di conforto e sostegno. Ci sono molti modi per farlo. Accudire i genitori anziani, il servizio in parrocchia, il volontariato, aiutare i poveri, sostenere chi è nella sofferenza e tantissimi altri. Solo l’amore donato è amore non sprecato.

E’ Natale ogni volta che sappiamo riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità e la nostra caducità. E’ importante riconoscerci bisognosi di Dio e del Suo amore. E’ importante sentirci comunque belli e amati da Dio. E’ importante per poter così accogliere anche l’incompiutezza del nostro coniuge e rispondere alle sue fragilità con il nostro sguardo di meraviglia che gli/le fa percepire tutta la sua preziosità.

E’ Natale tra poche ore, ma lo sarà davvero solo se abbiamo cercato, ogni giorno della nostra vita e della nostra vita insieme, di far nascere Gesù nella nostra casa e nel nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Una casa costruita con il cedro.

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda». Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan: «Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

Secondo libro di Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16.

La liturgia di ieri, quarta domenica di Avvento, ci ha proposto il Vangelo dell’Annunciazione secondo Luca. Un Vangelo bellissimo e denso di significato. Questo può aver distolto la nostra attenzione dalla prima lettura. Prima lettura che invece merita anch’essa un approfondimento e una riflessione.

Re Davide ha ormai il controllo del popolo d’ Israele. E’ re, governa con autorità e fermezza, abita in una casa fatta di cedro.  La maestosità del cedro nella Bibbia è simbolo di fermezza, di stabilità, di protezione ma, nella polivalenza del simbolo, indica pure l’orgoglio, l’arroganza e la pericolosità. E’ importante questa premessa perchè anche il Tempio di Gerusalemme edificato poi da Salomone è costruito certamente di pietra ma anche con legno di cedro. Proprio a significare tutto questo.

Torniamo al passo biblico in esame. Re Davide si accorge che l’Arca dell’Allenza, che è presenza di Dio tra il Suo popolo, è custodita in una semplice e povera (in confronto alla sua casa di cedro) tenda, solo dopo aver sistemato tutte le sue faccende e dopo che ha ottenuto il pieno controllo del popolo. Volge lo sguardo da sè a Dio solo in un secondo momento, quando ha già ottenuto tutto ciò che voleva. Capite che così non funziona? Capite che c’è qualcosa di stonato in tutto questo? Re Davide dall’alto della sua potenza si accorge, bontà sua, che Dio abita ancora in una tenda. Allora decide di costruire a Dio una casa più dignitosa.

Dio non è permaloso e non è geloso. E’ Lui che ha innalzato Davide a capo del Suo popolo scegliendolo tra i figli di Iesse. Eppure risponde quasi piccato. In realtà Dio non ha bisogno delle nostre case, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri sacrifici ed olocausti. Siamo noi ad averne bisogno, per non dimenticare mai che alla base della nostra vita e di ciò che di buono siamo riusciti ad operare e costruire non c’è solo la nostra capacità e i nostri talenti, ma c’è Lui. Ci ricorda, attraverso questo brano biblico, che senza di Lui non siamo che canne al vento e tutto ciò che costruiamo può distruggersi come castello di sabbia. Davide si è dimenticato che la sua potenza non viene da se stesso ma viene da Dio che gliel’ha data.

Così tante volte siamo noi sposi. Facciamo la nostra vita, operiamo le nostre scelte, otteniamo le nostre vittorie, costruiamo la nostra famiglia senza accorgersi che Dio è lì in una tenda che aspetta che ci ricordiamo di Lui. Aspetta che ci ricordiamo che Lui è sempre stato al nostro fianco in ogni giorno della nostra vita e, che se facciamo qualcosa di buono è perchè ci abbiamo sicuramente messo del nostro, ma è Lui che ha fatto la gran parte del lavoro. A Lui va la nostra lode.

Io ho fatto esperienza di tutto questo il marzo scorso quando mi sono ammalato di Covid. Sono state tre settimane lunghe e difficili dove mi sono sentito completamente debole, incapace di essere utile alla mia famiglia, anzi bisognoso di cure e di affetto. Mi sono sentito completamente impotente e questo mi è servito tanto per capire come io fossi davvero poca cosa senza il sostegno di Dio e dei miei familiari che in quel momento erano suoi strumenti.

Spesso ci accorgiamo di Dio quando le cose vanno molto bene e allora Dio diventa quasi un talismano che serve a non perdere ciò che abbiamo. Oppure ci ricordiamo di Dio quando le cose vanno malissimo e abbiamo toccato il fondo sbattendo il sedere a terra e non abbiamo che Lui a cui aggrapparci. In entrambi i casi è dura poi risorgere. Gesù non è l’ultima scelta di chi non ha altro e non è tantomeno un talismano. Gesù è una persona che vuole intrecciare con noi una relazione d’amore per darci forza e sostegno con la sua misericordiosa e amorevole presenza.

Antonio e Luisa

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Che donna Maria!

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Non siamo onnipotenti! Per fortuna.

Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta. Non parliamo della suocera perfetta…. Esistiamo noi, peccatori. 

Papa Francesco

A volte, diciamolo pure, noi sposi crediamo di essere onnipotenti. Se poi siamo anche genitori la situazione peggiora in modo esponenziale. Questo è un peccato! E’ un peccato che può fare tanto male a noi stessi, all’altro/a e, di conseguenza, alla relazione. Non solo crediamo di essere onnipotenti ma, cosa ancor più grave, pretendiamo che anche l’altro/a lo sia.

Cosa vuol dire che ci crediamo onnipotenti? Non certamente che pensiamo di poter cambiare l’acqua in vino, poter ridare la vista ai ciechi, poter camminare sull’acqua o saper moltiplicare i pani e i pesci. Nulla di tutto questo. Non siamo storditi fino a questo punto. Il pericolo che si cela dietro questa illusione di onnipotenza è pensare di riuscire a fare tutto e farlo bene.

Potrei fare mille esempi. Luisa stessa per anni ha sofferto di questa sua incapacità. Mi riferisco in particolare alla grande fatica che ha fatto e, per certi versi continua a fare, nel trovare un equilibrio tra il suo lavoro di insegnante e il suo essere moglie e madre. Fare tutto perfettamente non era, e tutt’ora non è, umanamente possibile. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

In questi anni abbiamo raccolto le confidenze di tante coppie. Più di una volta c’è capitato di imbatterci in una dinamica abbastanza comune. Nasce il primo figlio. La mamma è completamente presa da questa nuova avventura. Dorme poco, ha mille comprensibili preoccupazioni e mille dubbi. Non riesce a stare dietro a tutto come faceva prima. La casa non è più ordinata come era prima. Il marito le vuole molto bene. Però devono ancora capire di non essere onnipotenti. Lui lavora tutto il giorno e quando torna a casa si lamenta e si arrabbia per il disordine che trova o per la cena che non è ancora pronta. Cosa aveva da fare dopotutto sua moglie? Accudire il bambino e curare la casa. Basta organizzarsi. Lui arrabbiato, lei che si sente non capita, visto che ha fatto quello che ha potuto e che le è costato anche fatica. Musi lunghi, silenzi e distanza. Ci manca solo che lui ricordi a lei come sua madre abbia tirato su 2 o 3 figli senza dimenticarsi di curare la casa e il marito e il disastro è completo. Capite quale pericolo si cela dietro la nostra illusione di essere onnipotenti? Uno dei momenti più belli di una coppia, che è fare esperienza di essere genitori, può diventare un periodo di sofferenza per incomprensioni e irritazioni che si potrebbero facilmente evitare. Godetevi la relazione, l’amore, i figli, la famiglia anche se non è tutto perfetto. Godetevelo proprio perchè non è tutto perfetto. Solo così nella nostra inadeguatezza c’è spazio per accogliere la nostra fragilità e per riscoprire il mistero dell’amore gratuito di chi ci vede meravigliosi nonostante abbiamo limiti e difetti. Questo è l’amore, questa è la famiglia. Come dice Bruno Ferrero Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta. E viceversa naturalmente. Buona imperfetta vita ma proprio per questo vera e meravigliosa

Antonio e Luisa

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35 minuti al giorno? No, alla settimana!

Spulciando tra le varie notizie e curiosità pubblicate sul web ho trovato qualcosa di molto interessante. E’ un articolo di Repubblica dal titolo Crisi di coppia? 8 appuntamenti per salvare una relazione. Lasciando perdere i consigli che i due psicologi propongono, che possono essere più o meno condivisibili, quello che mi preme mettere in evidenza è un’altra cosa. Uno studio dell’Università della California ha svelato che le coppie sposate (studio su un campione di coppie di sposi di diverse età seguite per 13 anni) dialogano per una media di 35 minuti a settimana. Una quantità di tempo risibile se confrontato con i dati sull’uso di smartphone. Il 50% delle persone italiane che hanno uno smartphone lo usano per più di 5 ore al giorno. Una differenza enorme accentuata dal fatto che molti di quei 35 minuti di dialogo sono utilizzati per affrontare argomenti di tipo organizzativo e contingente (spese, impegni, riparazioni ecc.). Nel ménage familiare non c’è tempo per il dialogo di coppia profondo. Non ci si guarda più con occhi di meraviglia. Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”: Due sposi,  prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Ecco, la mancanza di dialogo esprime spesso una mancanza di interesse per l’altro/a. Come in un piano inclinato gli sposi stanno scivolando verso l’indifferenza. Prima di arrivare alla fatidica frase Non ti amo più ci sono tanti piccoli step. La mancanza di dialogo dovrebbe essere un campanello d’allarme, invece è spesso visto e accettato come qualcosa di inevitabile. Presi da tanti pensieri e impegni non c’è tempo per queste inezie da fidanzatini.  Il Papa in Amoris Laetitia ci dice che non è così: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità. Capita, ad esempio, che alcuni giorni decido di entrare più tardi al lavoro e accompagno Luisa alla sua scuola. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. E’ un momento di intimità molto bello che ci permette di iniziare la giornata con tanta pace e tanta gioia.

Antonio e Luisa

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Pregare e ringraziare per non spegnere l’amore

Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 5,16-24.

Oggi ho voluto riprendere la seconda lettura della liturgia di ieri. Merita una riflessione e un approfondimento perchè può dire tantissimo a noi sposi che cerchiamo di vivere bene il nostro matrimonio. Sono poche raccomandazioni ma fondamentali.

Pregate incessantemente. Dovremmo pregare tutto il giorno? E poi chi lavora? Chi porta i figli a scuola? Chi pulisce e mette in ordine la casa? In realtà possiamo fare tutte queste cose pregando. Pregando, cioè offrendole a Dio. E’ preghiera quando accompagno i miei figli a scuola per amore. E’ preghiera quando abbraccio la mia sposa per amore, è preghiera quando pulisco casa e vado al supermercato per amore. E’ preghiera quando lavoro per garantire alla mia famiglia una vita dignitosa. Ogni volta che decido di donarmi nel quotidiano per amore sto alzando la mia preghiera a Dio. Tutto cambia! La fatica resta ma ogni attività, offerta per amore e non subita per dovere, diventa meno pesante e più bella.

In ogni cosa rendete grazie. Ringraziare cambia la prospettiva. Aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Imparare a ringraziare ci aiuta a comprendere che nulla ci è dovuto ma tutto è un dono. E’ un dono l’unione fisica con la mia sposa, sono un dono i figli, è un dono tornare a casa e trovare il mio piatto preferito, è un dono il mio lavoro, è un dono avere una casa e degli amici. Tutto è dono, nulla è dovuto. Solo così saremo capaci di apprezzare ogni gesto senza darlo per scontato, e riusciremo ancora a stupirci della bellezza di essere insieme anche dopo anni di matrimonio.

Non spegnete lo spirito. Lo Spirito è dentro di noi. Lo Spirito è nella nostra relazione consacrata dal sacramento del matrimonio. Ciò non significa che non si possa spegnere. Come? Semplicemente non seguendo le due precedenti indicazioni. Non pregare nella nostra vita di ogni giorno, non fare per amore ma per dovere ci uccide piano piano, giorno dopo giorno. Il peso della famiglia, degli impegni e della vita diventerà presto insostenibile e ci allontaneremo sempre di più dal nostro coniuge. Stessa cosa ci accade se non impariamo a ringraziare. Se pensiamo che tutto ci è dovuto e che ci meritiamo l’amore e la cura dell’altro/a perchè noi facciamo tanto e siamo tanto belli e tanto bravi. Inizieremo a pensare che l’altro/a sia troppo poco per noi, che noi meritiamo di meglio e che quindi quella relazione non è più degna di noi. Capite come il nostro atteggiamento possa fare la differenza in una relazione?

Cari sposi non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Solo così saremo capaci di aprire il nostro cuore allo Spirito Santo e saremo capaci di donarci all’altro/a e di accogliere il suo dono per noi con tutti i nostri e suoi limiti.

Antonio e Luisa

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