Tra moglie e marito non metterci..la suocera

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Da diverse settimane insieme ad Antonio e Luisa di matrimoniocristiano.org e a Roberto e Claudia di amatiperamare.it stiamo portando avanti un programma dal titolo “3 Coppie 2.0″…

Nella diretta andata in onda martedì scorso abbiamo affrontato lo spinoso tema delle relazioni della coppia con le famiglie di origine.

Spesso queste relazioni, se non vissute in modo sano, possono diventare motivo di litigio nella coppia.

Noi di sposiesposedicristo.it abbiamo affrontato l’argomento partendo da un famoso versetto che si trova nella Genesi, un versetto tanto famoso quanto, ahimè, poco praticato nella concretezza: “…abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno una sola carne” (Genesi 2, 24).

Nella seconda parte del discorso, visto che siamo un po’ matti 😀 abbiamo raccontato una storiella che ci siamo inventati per parlare proprio di questo argomento 🙂
..è la nostra storiella che parla di Biancaneve, nani, crostate e suocere 😀

se volete leggerla è qui!

Buona lettura!!!

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e di un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 🙂

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LA SFIDA DI INVECCHIARE INSIEME (2 PARTE)

Riprendiamo il punto 319 di Amoris Laetitia e proseguiamo (qui la prima parte)

Colui che non si decide ad amare per sempre, è difficile che possa amare sinceramente un solo giorno».

Affermazione pesante. Come è possibile? Prima andava tutto bene. C’era passione, affetto, intimità, innamoramento, sentimento. Io l’amavo davvero! Come si può dire che non ci fosse amore? C’era intesa sessuale ed emozioni forti. L’amore c’era ed era anche travolgente. Quello semplicemente non è l’amore. L’amore, per noi cristiani, è mettere l’amato/a al centro. Ed ecco, che anche quando non sento nulla, non smetto di amare, perchè quello che conta non è ciò che sento io, ma il suo bene e la sua gioia. Quando ho vissuto momenti di aridità dove mi è costato fatica amare la mia sposa, lì dove ero spogliato di molte di quelle sensazioni ed emozioni che trascinano la relazione, lì ho cominciato ad amare davvero. Continuando a tenere la bussola indirizzata verso di lei. Gesù ha mostrato tutto il suo amore sulla croce, dove non c’era nulla di romantico e di emotivamente appagante, ma lì ci ha amato per il nostro bene, per la nostra salvezza. Poi c’è un grande paradosso. Quando riesci ad amare anche quando senti poco o nulla, perseverando, presto torneranno anche tutte le emozioni e sensazioni perdute. Se avete seguito fin qui il discorso capirete bene come ora l’affermazione iniziale sia comprensibile e condivisibile. Se quando vengono meno tutte quelle forze erotiche, sessuali, emozionali dell’attrazione e dell’innamoramento,  decidete che non vale più la pena continuare, perchè non amate più quella persona, significa semplicemente che non l’avete mai amata.

Ma questo non avrebbe significato spirituale se si trattasse solo di una legge vissuta con rassegnazione. E’ un’appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede (cfr Mt 5,28).

Questa è una verità che ho capito con il tempo. Il nostro padre spirituale diceva sempre di non dedicarsi alla pastorale familiare prima dei 10 anni di matrimonio perchè fino ad allora non avremmo capito cosa davvero il matrimonio fosse. E’ qualcosa che si impara vivendo e facendone esperienza. Davvero così. La proposta della Chiesa, la fedeltà, l’indissolubità non sono qualcosa da subire ma qualcosa da amare. Sono la corda che ci lega in cordata l’uno all’altra. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da Colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Ogni mattina quando ci si alza, si rinnova davanti a Dio questa decisione di fedeltà, accada quel che accada durante la giornata. E ciascuno, quando va a dormire, aspetta di alzarsi per continuare questa avventura, confidando nell’aiuto del Signore.

Cosa ci dice il Papa? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla. Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini.

Così, ogni coniuge è per l’altro segno e strumento della vicinanza del Signore, che non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

Che meraviglia! Se ci amiamo con lo stile di Gesù siamo capaci di questo, di mostrare Gesù all’altro. Dio mi rende Suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore a Luisa. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così. Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Antonio e Luisa

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La sfida di invecchiare insieme (1 parte)

Oggi torno a prendere spunto da Amori Laetitia di Papa Francesco. In particolare mi soffermo sull’ultima parte. Sul punto 319.

 Nel matrimonio si vive anche il senso di appartenere completamente a una sola persona. Gli sposi assumono la sfida e l’anelito di invecchiare e consumarsi insieme e così riflettono la fedeltà di Dio. Questa ferma decisione, che segna uno stile di vita, è una «esigenza interiore del patto d’amore coniugale»,[380] perché «colui che non si decide ad amare per sempre, è difficile che possa amare sinceramente un solo giorno».[381] Ma questo non avrebbe significato spirituale se si trattasse solo di una legge vissuta con rassegnazione. E’ un’appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede (cfr Mt 5,28). Ogni mattina quando ci si alza, si rinnova davanti a Dio questa decisione di fedeltà, accada quel che accada durante la giornata. E ciascuno, quando va a dormire, aspetta di alzarsi per continuare questa avventura, confidando nell’aiuto del Signore. Così, ogni coniuge è per l’altro segno e strumento della vicinanza del Signore, che non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Questo punto è bellissimo! Più rileggo questo ricchissimo documento e più riesco a comprenderne la grandezza. Ci sono diversi passaggi che meritano un approfondimento

Gli sposi assumono la sfida e l’anelito di invecchiare e consumarsi insieme e così riflettono la fedeltà di Dio.

Invecchiare insieme è una sfida. E’ vero! Non è facile. Il premio è però grande. Ne vale la pena. Spesso, nella nostra società disincantata e un po’ cinica, non si crede sia possibile amarsi tutta la vita. Sì, qualcuno ci riesce, ma si tratta di fortuna. No! Non è fortuna. E’ un lavoro quotidiano. Un lavoro fatto di tanta tenerezza e intimità, ma anche di cura, di perdoni, a volte di sofferenza e distanza. Sempre con la convinzione che la nostra vita si gioca in quella relazione. Primariamente in quella relazione. Così, nello sguardo fedele dell’altra persona, intravederemo lo sguardo fedele di Dio. Invecchiare e consumarsi. Bella anche questa immagine. Spendere il nostro tempo e contemporaneamente consumare, che in uno dei suoi significati non indica logorare ma, al contrario, portare a compimento. Crescere in età ed in pienezza verso la metà comune che è il paradiso e l’abbraccio con Gesù.

Questa ferma decisione, che segna uno stile di vita, è una «esigenza interiore del patto d’amore coniugale»

Questa è la strada per essere felici! La fedeltà matrimoniale è la via per vivere pienamente ciò che abbiamo nel cuore. Per essere davvero e fino in fondo uomo e donna.  Noi siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. In che modo? Dio è amore. Noi siamo creature che hanno impresso nel cuore un’unica modalità. Ciò non significa che Dio ci obbliga ad amare come Lui ci ama, ma che più sceglieremo liberamente di aderire e rispondere al Suo amore. Più ci ameremo tra noi sposi con il suo stile e più sfameremo quell’esigenza interiore che Dio stesso ha celato in noi. Più non saremo capaci di amare così e più la nostra vita sarà senza senso già su questa terra.

continua….

Antonio e Luisa

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E’ tardi , vogliamo dormire !

Nella prima Lettura odierna (At 16,22-34) ci viene proposto l’episodio in cui Paolo e Sila vengono incarcerati a Filippi durante la loro missione evangelizzatrice, ma succede che…….. : << …….Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?» >>

Ci sarebbero tanti spunti di riflessione , ma, come al solito, dobbiamo fare una scelta per necessità di spazio. Innanzitutto prima di essere gettati nella parte più interna del carcere, Paolo e Sila vengono maltratti e picchiati. Quindi, amici sposi, quando ci sembra di essere maltrattati ed emarginati dal mondo perchè osiamo evangelizzare….tranquilli ….non siamo nè i primi nè gli ultimi, siamo in buona compagnia e…….. la seconda parte che ci aspetta……lo so che è allettante, so che non state più nella pelle, so che non desiderate altro, ma sarà il carcere….,e la parte più interna del carcere, legati saldamente a grossi ceppi per evitare la nostra fuga. Magari non sarà un carcere fisico ma sarà un isolamento di amicizie, affetti, ecc……

Già molti di voi si staranno chiedendo dove si acquistano i biglietti per questa stazione di soggiorno non volontaria, vi manderemo il link prossimamente, non preoccupatevi….

Poi notiamo come Paolo e Sila si mettano a cantare inni a Dio in preghiera. E’ normale no? Noi avremmo fatto uguale, vero? Noi, sicuramente, al loro posto avremmo chiesto una chitarra e un microfono per poter eseguire un concerto di christian music per i compagni di carcere……ah…..non dimenticatevi una biro per gli autografi a fine concerto ! Vi ricordate quando tre settimane fa parlammo della necessità di rendere grazie sempre ed in ogni luogo ? Ecco, Paolo e Sila cantano inni a Dio invece di lamentarsi con Lui di questa situazione. Non sarà stato facile per loro, ma lo fanno lo stesso, magari qualche carcerato avrà inveito contro di loro : << E’ tardi , vogliamo dormire ….è mezzanotte . Basta con questi canti ! Siamo mica a Sanremo ! >> . Ecco, sposi, dobbiamo imitare Paolo e Sila senza tanti se e tanti ma.

E poi….la conversione del carceriere è solo la risposta di Dio alla lode di Paolo e Sila. Ma l’ultimo accento lo vogliamo mettere sulla risposta che si sente dare lo stesso carceriere e cioè : << Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio. >>. Capito sposi ? Si è convertito lui e di conseguenza tutti i suoi famigliari…..questo infonde una grande speranza ed entusiasmo anche in noi……la conversione è contagiosa !

Coraggio sposi, anche se qualcuno ci dirà che è mezzanotte ed è tardi per cantare inni….non disperiamo e poi lasciamo che Dio operi attraverso la nostra lode a Lui. Buon concerto a tutti !

Giorgio e Valentina.

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La terra santa è lo spazio del nostro matrimonio

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Questo brano è tratto dall’Esodo. C’è un concetto molto importante. Il concetto di terra santa, di luogo sacro, di luogo dove è presente Dio stesso.

Il nostro matrimonio è tutto questo. E’ terra santa e luogo sacro. L’ho capito quando mi sono sposato. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me. In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo. Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre le mie idee, il mio modo di pensare, la mia volontà. Quante volte ho pensato che lei dovesse essere come io volevo, o che dovesse comportarsi come io credevo. Questa è una delle tentazioni più pericolose, soprattutto all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva, non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

C’è un momento che ho avvertito forte questa verità. Anzi quattro momenti: il parto dei miei figli. Quando sono entrato in sala parto mi hanno fatto indossare i copriscarpe. Si tratta di quei sacchettini azzurri da mettere sopra le scarpe per non introdurre sporco. Ecco indossandoli mi sono sentito come Mosè quando si è tolto i calzari. Stavo calpestando un terreno sacro. Stavo calpestando il terreno dove la mia sposa stava dando alla luce il frutto del nostro amore. Un amore sacro e benedetto nel sacramento del matrimonio. Un amore diventato capace di renderci partecipi della creazione. Un amore davanti al quale non posso che inchinarmi e nel quale riconoscere qualcosa di grande che va oltre le mie capacità e la mia comprensione.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito ci insegna a pregare

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osservate i miei omandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Contestualizziamo il momento in cui Gesù afferma queste cose. E’ un momento molto importante. Siamo nel capitolo 14 di Giovanni. C’è appena stata l’ultima cena. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. C’è un’atmosfera molto intima.

Un momento di commiato. Gesù si prepara ad affrontare la sua Passione. Mi immagino Gesù guardare uno ad uno i suoi amici, posare su di loro il Suo sguardo carico di amore e forse anche un po’ malinconico. Questi sono i momenti in cui una persona apre il suo cuore e probabilmente anche Gesù, che è vero uomo, lo ha fatto. Ha aperto il cuore, ha parlato al cuore dei suoi discepoli, le persone che più di tutte, dopo sua madre, sono state a Lui vicino. In quel momento molto intimo, appena dopo aver mostrato la Sua regalità in modo concreto lavando i piedi ai suoi amici, ha confidato  cosa significa essere re. Gesù sta dicendo che per essere umili bisogna essere e sentirsi re.

La regalità, quella vera, ti conduce al servizio e non ad usare le persone che hai vicino. Fra Andrea evidenzia una tentazione che forse ha sfiorato Gesù in quei momenti. Sta lasciando i suoi amici, la Sua missione terrena sta volgendo al termine, e teme nel cuore di non aver fatto abbastanza per loro. Poi però si risponde da solo. Non li lascia soli. Lascia il Suo Spirito. Lo Spirito Santo. E lo chiama il Paraclito. Dal verbo greco parakaleo che significa chiamare, insistere, esortare, supplicare, consolare o essere consolato, incoraggiare. Tutte azioni che lo Spirito Santo esercita in noi, o meglio in un cuore aperto ad accoglierlo.

Ecco lo Spirito vi insegnerà a pregare. Insegnare non nel senso di trasmettere concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo. Veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore. Ad accettare le scelte che le persone che amiamo, siano esse figli, marito, moglie, decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù, i comandamenti della Sua sposa la Chiesa, non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imarare a pregare con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  nella nostra vita di ogni giorno.

Posiamo dire si alla vita, posiamo dire si a una sessualità casta senza contraccettivi. Possiamo dire si alla fedeltà anche quando costa fatica. Possiamo dire si mettendoci al servizio dell’amore, servendo nostro marito nostra moglie.

Sembrano tutte costrizioni ma in realtà più impariamo ad amarci con questo stile e più troveremo nel dono reciproco la gioia e la pienezza di vita.

Antonio e Luisa

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La forza di dire NO

Saper DIRE DI NO dà la possibilità alla persona di mettere un confine con l’altro su cose spiacevoli, di esprimere i propri bisogni e le proprie esigenze.

Sembra una procedura egoistica in contrasto con i principali dettami della fede cristiana, che invece annuncia in lungo e in largo che l’amore è dono di sé, mettere davanti a sé l’altro. Facciamo chiarezza su questo punto, spesso controverso: per donarti ti devi possedere, per rinunciare a te stesso devi prima avere chiaro chi sei (identità profonda) perché Cristo ha scelto LIBERAMENTE di donarsi, nessuno gli ha tolto la vita, lui ha deciso di regalarla. C’è un tempo per dire di no e c’è un tempo per dire si. Ogni passo può essere fatto al momento giusto nel bene di noi stessi e delle nostre relazioni. Perciò la domanda più importante da farti per discernere quando dire si e dire no è: qual è il BENE in questa situazione per me e per l’altro? La risposta spesso è molto complicata e preferiamo categorie e letture estreme e nette, bianco o nero, dentro o fuori, piuttosto che fare i conti complicati, col divenire della nostra storia passata e presente. Ma facciamo un passo per volta. La rabbia è l’emozione che da la forza di dire no. Emozione sana, che aiuta a crescere, la rabbia è quell’energia che ti segnala che sta capitando qualcosa di spiacevole di più o meno grave: un abuso ai tuoi bisogni, al tuo confine, al tuo valore. La rabbia serve per proteggerti, difenderti, differenziarti, separarti dall’altro diventando sempre più autenticamente te stesso e questo è ciò che ti permette di conoscerti e farti conoscere dall’altro. Non ha niente a che vedere col passare la giornata a sbraitare e fare l’isterica. Non significa passare ogni cosa al setaccio strettissimo del tuo filtro in cui non ti va mai bene niente. La rabbia repressa non va bene. Essere perennemente nervoso e irritato non va bene. Se incassi, ingoi, subisci e fai finta di non sentire quello che senti prima o poi esploderai, magari con qualche azione impulsiva e sproporzionata, oppure somatizzerai e ti ammalerai, perché ciò che la bocca non dice il corpo lo urla. Se invece ti senti sempre teso e irritato vuol dire che il volume della tua rabbia è troppo alto, niente ti va giù, tutto ti urta e reagisci sempre in modo negativo. C’è qualcosa che non va. Starti accanto può diventare un incubo perchè non esisti solo tu. Come vedi emergono due polarità: in quella in cui non dici mai di no e non ti arrabbi mai, tu non esisti. In quella in cui ti arrabbi sempre, esisti solo tu. Che fare allora? Bisogna fare verità e fare un checkup di come gestisci questa emozione: sei consapevole o neghi? Reprimi o ti fai travolgere? Quali sono i temi caldi che ti toccano di più? Come sono collegati alla tua storia di vita e alla tua famiglia d’origine? Quando sei consapevole di sentirti arrabbiato, il passaggio successivo è accorgerti di cosa ti ha fatto arrabbiare (stimolo), verificare se l’emozione è appropriata o sproporzionata, esprimere in modo assertivo ciò che senti e desideri: “Non mi piace quando urli e ti chiedo di smettere”; “mi sento furiosa quando picchi i bambini senza un motivo”; “mi sento veramente irritato quando invadi il mio spazio personale”; “non mi piace sentirmi obbligato a mangiare tutte le domeniche a casa tua mamma”… e via discorrendo. Come puoi vedere si tratta dire di NO. La comunicazione è molto importante e può avere varie intensità a seconda della situazione: ci sono volte in cui è necessario alzare la voce, ma la cosa importante è essere padrone di ciò che stai scegliendo di dire o fare, piuttosto che agire impulsivamente. Più ti conosci, ti accetti, ti accogli, ti ami, esprimi dove stai, meno dipendi dall’altro, pretendendo che l’altro cambi come vuoi tu o facendo le cose per influenzare l’altro, per ricattarlo. Solo se ti possiedi davvero puoi donarti. Questo passaggio è fondamentale in tutte le relazioni. Perché poterti arrabbiare e dire no non significa costringere l’altro ad essere come vuoi tu, ma a poter esprimere la tua identità, assumendoti la responsabilità di cosa ti piace o non ti piace e poterlo comunicare e prendere posizione. Facciamo due esempi: con la famiglia d’origine e nella relazione di coppia. Se la tua famiglia d’origine è molto invadente (cioè le cose vanno fatte come dicono loro, quando dicono loro e non accettano differenze) saper dire di no è il mezzo con cui tagli il cordone ombelicale della dipendenza e ti impegni seriamente a costruire te stesso in quello che sei non in ciò che loro si aspettano. Questo passaggio ti aiuta a rigenerare la relazione e nella misura in cui trovi davvero te stesso e rafforzi il centro della tua identità, puoi a momento opportuno prenderti cura di loro ed esserci per loro come hanno bisogno, non per dipendenza o obbligo, ma per scelta d’amore. La differenza fra obbligo e scelta d’amore non sta nel fatto che non ti costa o che non soffri più, ma che tu per te ci sei, sei presente a te stesso e responsabile, sei libero, e ti senti al posto giusto a fare la cosa giusta per il bene di entrambe le parti. Quanto questo è più vero nel matrimonio. L’ho capito a mie spese grazie a Dio, senza farmi affossare dallo stereotipo della moglie cattolica che tutto sopporta indiscriminatamente senza discernere il bene. Nel mio matrimonio il bene della nostra relazione è stato che io urlassi un forte NO. Fermo, chiaro, libero, responsabile e centrato. Non il “no” di una pazza furiosa che sbrocca solo perché ne ha incassate troppe. Quando quel no esprime la tua identità, diventa il confine di quello spazio sacro che ti permette di ricordarti chi sei, chi sei tu per Dio. Figlio Amato. In modo direttamente proporzionale a questi bellissimi e sofferti no, oggi posso dire SI a tante cose nel mio matrimonio che prima mi sentivo solo obbligata ad ingoiare e oggi invece scelgo liberamente di tenere. Anche con la mia famiglia d’origine. Se ci sono stati momenti in cui potevo solo scappare, ora voglio restare. Se ci sono momenti in cui ho respinto, oggi accolgo. Nella misura in cui quei NO servivano a trovare me stessa, oggi spalancano le porte a tantissimi SI, che sono sicura cresceranno con i fatti della vita in cui il Signore mi chiamerà a gesti di amore forti e veri in cui sarò invitata a rinunciare a me stessa per quell’amore. E con la grazia di Cristo vorrò farlo, perché mi appartengo e mi posseggo. E voglio concludere con la Parola di Dio: Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. […] Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo.

Possa tu avere la forza di dire NO a suo tempo, per dire SI nel tempo giusto. A lode e Gloria di Dio, e per rivelare la meraviglia del Suo Amore.

Claudia Viola

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La passione delle pazienze

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Era tanto che volevamo farlo…era da tanto tempo che volevamo pubblicare questa bellissima poesia di Madeleine Delbrêl (1904-1964) poetessa, mistica ed assistente sociale francese.

Oggi l’abbiamo fatto.

E’ una poesia, ma è anche una riflessione lucida.

Buona lettura:

+++

“La passione delle pazienze”

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo

scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di

ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostro pazienze, in ranghi serrati o in

fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

+++

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Una bellissima imperfezione

Dove c’è Gesù c’è la capacità di benedire, di dire bene. Questo vale sempre. Vale ancor di più nella coppia, dove la relazione è più stretta e più decisiva. Cosa voglio dire? Semplicemente che un cristiano si sente un bellissimo imperfetto. E’ proprio questa consapevolezza che consente ad un marito o ad una moglie di vedere bellissima anche l’imperfezione dell’altra/o. Solo così siamo in grado di amare davvero. Pensate un po’. Se mi sentissi perfetto non sarei capace di accettare i limiti di Luisa. Sentirei, non solo di meritarmi tutto il suo amore, ma sentirei che è lei che non si merita il mio. Diventerei presto insofferente verso i suoi errori veri o presunti, le sue mancanze vere o presunte e, presto o tardi, diventerei insofferente verso la mia sposa. Non la sopporterei più. Non sarei capace di ringraziare per tutto ciò che di buono fa per me, ma solo di evidenziarne gli errori. Questo capita spesso nelle relazioni dove non si è in grado di ammettere i propri errori e i propri limiti. E’ vero anche che se non mi sentissi bellissimo non sarei capace di amare Luisa. Mi sentirei sempre meno di lei. Sentirei di non meritare il suo amore. Sarei sempre in tensione ed in ansia. Sarei roso dal timore di perdere la mia sposa. Dalla paura che lei trovi qualcuno migliore di me, più bello, più capace, più affascinante. Quante persone soffrono e quante coppie saltano per questo. Già, perchè chi non ama se stesso non sa amare neanche gli altri. Non crede che l’altro/a possa davvero trovarla bello/a e desiderabile. E’ una persona che rischia di diventare dipendente affettivamente e non libera di amare. Come si fa allora? Devo riconoscermi bello, anzi bellissimo, e nel contempo essere capace di riconoscermi imperfetto e pieno di limiti. Riconoscere che faccio errori e che ho parti oscure. Sembra impossibile eppure si può. Serve uno sguardo. Lo sguardo di Cristo. Uno sguardo benedicente. Mi ha guardato e mi ha visto una meraviglia. Sono l’amato e, nonostante tutti i miei limiti e le mie mancanze, sono per lui così bello e prezioso tanto da dare la vita per me. Lui, nonostante tutto, mi benedice, parla bene di me. Questo sguardo cambia tutto. Solo avendo sperimentato questo sguardo, quello che cambia la vita, mi sono sentito pronto ad accogliere la mia sposa, con la libertà di chi ama. Mi sento abbastanza imperfetto da riconoscere e accogliere l’imperfezione di Luisa, e mi sento tanto bello da non mendicare il suo amore. Certo è un cammino, ma l’amore è così. Non è un sentimento che si accende e si spegne per cause misteriose e imponderabile. Amare è un atto di volontà e di libertà. Più mi sentirò guardato e amato da Gesù e più sarò desideroso di accogliere tutto di lei, della mia sposa, e sarò libero dalla paura di perderla e di non essere abbastanza per lei. Solo così la relazione diventa dono reciproco di due persone amate e non l’incontro di due povertà che cercano di usare l’altro per soddisfare la sete del cuore e la fame del corpo.

Antonio e Luisa

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Mi ha guardato e mi ha perdonato

Condivido la testimonianza di un lettore che vuole restare anonimo. E’ molto bella perchè mette in evidenza il potere redentivo dell’amore sponsale quando vissuto fino in fondo.

Ho tradito mia moglie e ho un matrimonio fantastico. Sento già il brusio scandalizzato. E’ così, ma va spiegata. Mi sono sposato ormai 25 anni fa. Mi sono sposato per amore. Volevo davvero bene a quella ragazza tanto solare e dolce. Con una fede grande in Gesù, a differenza mia che vivevo la fede in modo superficiale e immaturo. Mi piaceva e sinceramente volevo esserle fedele, amarla ed onorarla ogni giorno della mia vita. La mia promessa matrimoniale era sincera. Poi le cose cambiarono. Il lavoro, poi un bambino. Mi sentivo sempre preso da altro. Non c’era più tempo per mia moglie. Parlavamo poco, di solito per confrontarci su questioni pratiche di gestione familiare. Passi tu a prendere il bambino all’asilo? Vai a fare la spesa? Cose di questo tipo. Piano piano ho smesso di essere attratto da mia moglie. La vedevo più come una socia in affari. Non avevo tempo per guardarla. E poi litigavamo spesso. Non ero più capace di vedere quanto fosse bella. Lì successe. Conobbi l’altra. Come capita a tanti. Uscii a pranzo con i colleghi, come tante altre volte,  e lei si è aggiunse al tavolo. Era un’amica di una mia collega. Iniziammo a parlare. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Come non mi capitava più da tempo con mia moglie. Ci salutammo, ma lei mi restò dentro. Mi sentii  bene con una donna per la prima volta dopo tanto tempo. Il mio tradimento iniziò così. Non con il sesso, quello arrivò dopo. Non sono quel genere di uomo. Non vado in cerca di avventure. Quando si arriva al sesso è già troppo tardi per fermarsi, almeno per me lo fu. Per farla breve avemmo  una storia di alcuni mesi. Poi successe quello che temevo. Mia moglie scoprì la mia relazione extraconiugale. Non ero abbastanza furbo per non farmi beccare. Non fece scenate. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un misto di sofferenza e delusione. Non disse nulla. Passarono i giorni. Io non sapevo cosa fare. Non riuscivo a dimenticare quello sguardo. Dormivamo in stanze diverse. Lei andò  a dormire nella camera di nostro figlio. Poi un giorno mi chiamò, aveva uno sguardo diverso. Non lo so spiegare. Era lo sguardo di chi sapeva cosa fare. Ricordo benissimo ciò che mi disse. Poche parole ma che ho scolpite nel cuore:

Non possiamo far finta che non sia successo nulla. Non è solo colpa tua. Anche io non ho saputo starti vicino. Abbiamo due possibilità. Lasciarci oppure fidarci di Gesù. Io ti ho perdonato, ci sto provando almeno. Ci vorrà tempo ma ti chiedo di credere ancora al nostro matrimonio. Mettiamocela tutta per essere felici insieme.

Decisi di troncare completamente con l’altra e di riprovare con mia moglie. Perchè? Quello sguardo mi ha toccato dentro. Ho intravisto di nuovo quanto lei fosse bella e preziosa. E quanto io le stessi facendo male. Iniziarono mesi non facili. Era difficile per lei ritrovare intimità e fiducia in me, e anche per me non fu semplice. Da soli non ce l’avremmo mai fatta. Fortunatamente Gesù non ci abbandonò mai. Trovammo sacerdoti e percorsi di coppia che ci fecero pian piano riavvicinare. Così accadde il miracolo. Non riesco a definirlo in altro modo. Con il tempo e l’impegno recuperammo un desiderio l’uno verso l’altra che non avevamo da molti anni, che forse non avevamo mai avuto. Rividi la donna meravigliosa che avevo sposato. Molto più bella di quando la sposai. Anche sessualmente piano piano ci ritrovammo. E’ stato molto difficile all’inizio ma ne è valsa la pena. Anche il rapporto fisico è tornato ad essere un’esperienza meravigliosa dove posso abbracciare la mia sposa e donarmi a lei con la gratitudine di chi ha ricevuto tanto amore, di chi è stato perdonato quando non lo meritava.  Anche la mia fede è cresciuta e maturata. Finalmente ho incontrato anche io Gesù. L’ho incontrato quel giorno in cui la mia sposa mi ha guardato e mi ha perdonato. Lì ho fatto per la prima volta l’esperienza dell’amore misericordioso di Dio. Questo è l’amore che salva. Non riesco ancora a ricordare questa esperienza senza che una lacrima mi scenda dal volto.

Lode a Dio

Antonio e Luisa

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Sai che c’é ? Che siamo narratori !

Avete presente quello stato d’animo meraviglioso di quando ci siamo ritrovati, ormai genitori, a leggere una storia ai nostri bimbi ? Sono ricordi indelebili sia per chi legge e sia per chi ascolta. Per chi legge, perché ricorda le delicate sensazioni che ha provato da piccolo, ma anche per chi ascolta, perché sta costruendo un mondo di fantasia accompagnato e custodito dalla voce di chi lo ama.

Chiedevo sempre a mia nonna quella storia che tanto faceva volare la mia fantasia, e lei arricchiva la narrazione con particolari diversi ogni volta finché non cominciava a biascicare………allorché partiva la mia gomitata nel tentativo di svegliare la nonna…..che tenerezza. Oppure…… chi di noi non ha mai chiesto al nonno di raccontare per l’ennesima volta di quando, da giovane, aveva combinato quella marachella o di come uscì incolume da quell’evento tumultuoso……..che fascino !

Non possiamo nascondere che queste esperienze sono molto importanti per la costruzione psicologico/affettiva della nostra personalità. Tralasciando in queste poche righe di argomentare le motivazioni che le scienze umane spiegano altrove ci addentriamo nel vivo del nostro discorso. La prima lettura di oggi dice così verso la fine parlando di Paolo e Barnaba : << Appena arrivati, (ad Antiochia) riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. >> ; ed il Salmo 114 sembra farle eco : << ….ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno.>>.

Dobbiamo re-imparare (anche se non abbiamo più figli piccoli) ad usare questa potente arma umana di narrare la nostra storia. Quale storia ? La storia di noi due sposi, dalla prima infatuazione al primo timido bacio, dall’inizio del fidanzamento alla scoperta di un disegno di Dio Padre su noi due…….davvero?….sì….studiato e preparato in esclusiva per noi due fin dall’eternità. E dobbiamo ricordarcelo spesso a vicenda l’uno con l’altra e poi narrare ai figli, recuperando il significato originale e vero del ricordo, e cioé di riportare al cuore. Tutto qui ? Noooooo………questo è solo l’inizio ! Poi dobbiamo imparare a raccontare con entusiasmo le meraviglie che Dio opera ed ha operato in noi, alle persone che incontriamo fuori casa. Avete presente quando pensiamo alla tal persona che ogni volta che apre bocca parla solo del Milan o della Juve ? Ecco…..dovrebbero pensare così anche di noi…..quello/a lì ogni volta che apre bocca narra le imprese del suo Dio nel suo matrimonio.

Chissà se a qualche giovane/meno giovane che ci sente venga la nostalgia di un amore unico, indissolubile, totale, fedele e fecondo ? E se per caso vi dovessero chiedere : come mai ogni volta parli entusiasta del tuo matrimonio ? (risposta) Sai che c’è ? Che siamo narratori !

Giorgio e Valentina.

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Non solo che finisca presto, ma che finisca bene #2

Riprendiamo questo augurio che era al centro di un nostro precedente articolo (che trovate qui) per una nuova riflessione relativa a questi tempi di pandemia.

Qualche giorno fa abbiamo fatto una lunga e piacevole chiacchierata Skype con un amico sacerdote e ci siamo scambiati varie considerazioni su cosa ci sta insegnando questo periodo di quarantena. In particolare, abbiamo riflettuto insieme sulla situazione delle parrocchie e sulle reazioni dei preti.

Ci ha colpito in particolare una sua frase, perché crediamo sia per certi versi emblematica di quanto è emerso in questo periodo. A suo dire questa situazione ha fatto verità, smascherando un certo clericalismo e facendo emergere i parroci per come sono stati formati, ovvero come funzionari del sacro.

Ci raccontava di aver sentito molti confratelli angosciati per il fatto che le persone si stanno disabituando ad andare a messa, delusi e amareggiati per la bassa audience ottenuta dai loro tentativi di celebrazione in streaming, preoccupati per i risvolti economici dovuti alla mancanza di introiti provenienti dalle offerte, in pena per le opere parrocchiali bloccate: oratori e dopo scuola chiusi, impossibilità di terminare l’anno catechistico.

Tutti in una grande agitazione e alle prese con la difficoltà di “ricollocarsi” in questa emergenza in cui, tutte le attività che di solito ruotano intorno a loro e li fanno sentire importanti, si sono improvvisamente bloccate, tutti ansiosi di tornare il prima possibile alla normalità, quasi che la loro fosse una delle tante “professioni” interdette dall’esercizio in questi tempi di lockdown.

È  un quadro che appare piuttosto sconfortante, e viene da chiedersi: possibile che in questo tempo di prova il Signore non volesse insegnare null’altro che agitazione e scoraggiamento?

Tutte queste preoccupazioni sono certamente legittime, ma quando diventano le uniche a sovrastano tutto il resto, allora forse è segno che qualcosa non va. A ben vedere, queste inquietudini rivelano come il sacerdozio sia ancora sentito più come un ruolo che come una missione a servizio della comunità, e come anche la vita parrocchiale, al di là dei tanti proclami, sia ancora percepita non come una realtà famigliare, bensì come una specie di centro servizi che deve garantire prestazioni ai propri utenti, una specie di Srl che deve curare la soddisfazione dei propri clienti.

Certo non è mai corretto generalizzare, perché indubbiamente ci sono anche sacerdoti che hanno reagito con grande creatività, mettendosi in ascolto dello Spirito, ma avendo ascoltato anche altre esperienze simili, temiamo che questa situazione non sia affatto rara in giro per l’Italia.

Probabilmente anche a tanti di noi sarà capitato, in questa fase, di vedere preti improvvisarsi youtuber e altri avventurarsi in dirette facebook degne di Paperissima, tutto per poter offrire il servizio di diretta streaming della messa domenicale e quotidiana quasi non ci fossero altre opportunità.

Sappiamo però che la Liturgia Eucaristica è un’esperienza da vivere in prima persona, guardarla in HD dal proprio divano è meglio di niente, ma la cosa non è nemmeno lontanamente paragonabile al parteciparvi fisicamente insieme a tutta la comunità. Allora ci chiediamo: perché investire tempo, energie e mezzi per moltiplicare le dirette e tentare di tenere in piedi lo status quo, invece di lasciarsi interrogare e rinnovare da queste nuove circostanze? Tutto questo, non rischia forse di essere un versare vino vecchio in otri nuovi? In fondo, a garantire la trasmissione di una messa ben curata in TV e sul web ci sono già le diocesi, che per altro hanno a disposizione mezzi certamente più all’avanguardia, nonché il papa.

Conosciamo la centralità del Mistero Eucaristico e il suo essere fonte e culmine della vita cristiana, ma spesso dimentichiamo che il suo fine, come esplicitato nella preghiera eucaristica, è che possiamo divenire tutti «un solo corpo» in Cristo. La liturgia non è per celebrare sé stessa, ma è perché possiamo essere, come direbbe San Paolo, «corpo di Cristo e sue membra», ovvero una comunità di persone unite dall’amore, in cui l’unità è superiore ai conflitti.

Questo tempo ci ha volenti o nolenti privato della dimensione del culto, ma non ci ha tolto l’essere corpo di Cristo e l’essere membra gli uni degli altri.

Allora, pensando ai sacerdoti, ci chiediamo: se a causa delle restrizioni, non è possibile distribuire il corpo di Cristo nell’ostia consacrata, perché non uscire da una prospettiva sacrale e cultuale per restituire valore al corpo di Cristo costituito dalla comunità dei fedeli per cui Cristo ha dato la sua vita?

Non potrebbe essere proprio questo, il più grande “successo pastorale” degli ultimi tempi? Che i fedeli, in questa particolare circostanza, invece di tirare i remi in barca aspettando la ripresa o accontentandosi di servizi virtuali a domicilio, inizino ad esercitare il loro sacerdozio battesimale come protagonisti della loro vita di fede?

Perché non aiutare le famiglie a prendere coscienza del loro essere chiesa domestica, indicando loro nuove modalità per vivere la fede e la preghiera tra le mura di casa?

Perché non farsi un poco da parte per aiutare i fedeli a sentirsi parte di una Chiesa più grande, incoraggiandoli a raccogliersi attorno al vescovo, almeno per ascoltare la Messa domenicale?

Perché non scendere dal piedistallo del proprio ruolo e iniziare a personalizzare i rapporti con le persone, facendosi presenti con gesti semplici? Una telefonata per sapere come va, un messaggio per far sapere che sono ricordate, piccole attenzioni che costruiscono unità.

Perché non riscoprire il valore del servizio concreto alle persone in quanto «corpo di Cristo»?  Quel servizio che viene richiamato ogni giovedì santo col gesto simbolico della lavanda dei piedi, perché non incarnarlo al di fuori degli schemi del culto, portando magari la spesa agli anziani o interessandosi a chi vive difficoltà concrete?

Sono spunti di riflessione, domande certamente scomode, e non le poniamo, sia chiaro, per fare un processo ai sacerdoti. Noi stessi, come sposi e come laici, su questi punti abbiamo ancora tanto da imparare e da crescere per essere veramente «corpo di Cristo» e dare vita alle Sue parole: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,35) Crediamo però che per ciascuno di noi sia arrivato il tempo propizio per un esame di coscienza generale su come siamo stati abituati a vivere il nostro essere Chiesa nella realtà parrocchiale.

Sembra ormai ufficiale che tra una decina di giorni, potremo tornare a celebrare l’Eucaristia comunitaria, la speranza è che possiamo arrivarci con uno sguardo sempre più libero dal clericalismo, così che all’interno delle pietre dell’edificio chiesa ci siano le «pietre vive» di una comunità che si ama e non impiegati e clienti di una Srl guidata da un amministratore delegato.

La Chiesa, ci ha ripetuto più volte papa Francesco, «è e deve essere la famiglia di Dio»: solo aprendoci a questo mistero e liberandoci da tutte le derive da “centro servizi” a cui siamo stati abitati, tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/05/non-solo-che-finisca-presto-ma-che-finisca-bene-2/

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Con uno sguardo possiamo donare vita o toglierla

Prendo spunto anche oggi dal commento al Vangelo di fra Andrea (trovate il video in fondo a questo articolo) . Andrea ci offre diversi spunti di riflessione. Mi soffermo su due.

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?

Filippo chiede a Gesù di mostrargli il Padre. Come? Non ha ancora compreso? Gesù sembra quasi sconsolato nel rispondere: chi ha visto me ha visto il Padre.

Nell’amore è così. E’ così tra Gesù e i suoi discepoli ed è così tra noi sposi. Non possiamo pretendere nulla dall’altro. Non possiamo pretendere che l’altro creda in noi, che l’altro riesca a capire chi siamo, cosa desideriamo, quanto valiamo. Io non posso pretendere che Luisa riconosca chi sono e quanto valgo. Certo mi ha sposato e qualcosa deve aver intravisto di bello, ma non posso pretendere nulla. Tutto in amore è solo dono. Non posso forzarla ad amarmi e a capirmi. Soprattutto non posso obbligarla ad amarmi come voglio io. Anche Gesù si è trovato in questa distanza con i suoi discepoli. Gesù però, nonostante i discepoli non comprendano il Suo amore come dovrebbero, dice qualcosa che ci mostra il suo modo di amare in modo davvero unico e autentico. Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. Non importa come l’altro risponde al nostro amore. Noi sposi siamo chiamati a rispondere come Gesù. Tu cara sposa, caro sposo, sei con me, sei nel mio cuore.

Un’altra riflessione viene proprio dall’amore di Gesù, dal suo sguardo verso i suoi discepoli, verso ognuno di loro. Lo sguardo di Cristo è qualcosa che tocca nell’intimo. Non solo i discepoli. Ci sono innumerevoli episodi dove Gesù tocca il cuore di qualcuno. Tantissimi. Ecco nel linguaggio semitico questo era traducibile come ha toccato loro il sangue. Ha ridato loro la vita. Quanto questo atteggiamento di Gesù ci interpella come sposi! Anche noi possiamo avere lo sguardo di Cristo che tocca il sangue del nostro coniuge oppure avere l’atteggiamento opposto di quello che ferisce, che fa perdere sangue e vita alla persona amata. E’ tutto una questione di sguardo. Sguardo di misericordia o sguardo giudicante. Sguardo d’amore o sguardo di possesso. Sguardo accogliente o sguardo respingente. Sguardo tenero o sguardo incurante. Sguardo empatico o sguardo insofferente. Possiamo davvero, con il nostro sguardo, aiutare la persona che amiamo a riprendere vita o al contrario toglierle un altro po’ di vita. Sta a noi scegliere che sguardo avere. Per questo Gesù anche nel nostro matrimonio può essere via, verità e vita. Gesù ci può indicare attraverso il suo sguardo la via per, a nostra volta, guardare nella verità dell’amore l’amato/a ed aiutarlo così a guarire le sue ferite, che sono punti di morte, e ritrovare la pienezza della vita.

Antonio e Luisa con fra Andrea

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo soffia, soffia, soffia

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Abbiamo da poco celebrato la Pasqua e in questo tempo siamo accompagnati verso la Pentecoste.

Qualche giorno fa qui a Crotone soffiava un forte vento anche se la primavera è inoltrata.

Strana cosa il vento.

Nelle città di mare come la nostra a volte soffia molto forte e crea vortici di polvere e cartacce. Un bel pasticcio per i netturbini.

Anche adesso c’è vento e allora ho ripensato a quando ci siamo sposati e ai regali che ci hanno fatto:

Tappeti, scope…ma nessuno ci ha regalato salsicciotti para spifferi.

Forse i nostri amici e parenti si sono sentiti un po’ a disagio quando hanno pensato (sono sicuro che almeno lo hanno pensato)…di regalarci una scorta di salsicciotti para-spifferi: da quelli che si mettono stesi sotto le porte a quelli da apporre sotto le finestre.

Ti chiedo: “Come mai, amico e parente, mi regali oggetti per pulire (le scope) e per nascondere (i tappeti)…ma poi non pensi al vento che quando inizia a soffiare fa alzare tutta quella polvere che io e mia moglie quotidianamente e metodicamente celiamo sotto i tappeti?”

Noi siamo molto abituati a mettere tutto sotto il tappeto…ma devi regalarmi un para-spifferi che non renda vano il mio e nostro lavoro certosino.

Eppure il prete che ci ha sposati qualcosa ci aveva accennato circa questo Vento di tramontana che soffia nella vita dei Cristiani.

Massssìì!!! Ora ricordo!

Il giorno del nostro matrimonio col nostro “SI” abbiamo spalancato la finestra del nostro cuoricino alla Santissima Trinità…

Il che vale a dire che oltre alle prime due Persone (garbate) della Santissima Trinità (il Padre e il Figlio…sono davvero due Persone Divine “a modo”)…la terza Persona della Trinità…è un po’ meno a modo.

Questa Persona non fa altro che soffiare…ed è Ella stessa “Soffio”“Alito”“Vento”…che non sai da dove viene e dove va! 

Ed è così che da quel giorno noi cerchiamo continuamente e accuratamente di posizionare ogni minimo granellino di polvere, ogni cartaccia, ogni sacchetto di plastica e anche qualche cane sotto al tappeto della nostra casa…

…ma questa Terza Persona della Trinità soffia…soffia….soffia e ci scapiglia, ci strucca, ci mette innanzi agli occhi tutto quel disordine che a fatica cerchiamo di tenere nascosto.

Capita che spesso durante la giornata inizio a dirmi: “ma quanto sono bravo, ma quanto sono bello, ma quanto sono simpatico” e poi arriva Lui che soffia e si alzano i tappeti ed esce fuori tutta la schifezza che ho nascosto compreso un povero netturbino che rotea travolto dal turbinio delle Sante correnti.

Ed è di nuovo tutto da rifare…ma poi – per grazia – ricordo ancora le parole del prete che ci ha sposati, il quale dice che se vuoi liberarti di tutta la spazzatura non devi nasconderla, ma devi buttarla via!

Spesso lo Spirito Santo ci mette davanti agli occhi le nostre polveri sottili e tossiche certamente non per farci deprimere ma per capire che abbiamo molto da buttar via…molto di cui liberarci…molto di cui possiamo fare a meno: i peccati.

E possiamo fare questo senza paura…possiamo andare dalla seconda Persona della Trinità -che opera nei sacerdoti- e dirgli: “Guarda, amico mio, ho tutta questa spazzatura che sotto i tappeti non ci vuole stare…e poi spesso sulle dune di sacchetti che faccio girare per casa ci inciampa mia moglie e sulle cartacce ci scivolano le mie figlie…ora – caro Gesù – consegno tutto a te!!!”

E allora vedrai che la tua casa tornerà a brillare e ringrazierai tutti quegli amici e parenti che non ti hanno mai regalato un para-spifferi contro lo Spirito Santo…e grazie a loro, Lui (che non è molto garbato, ma sicuramente è un tipo simpatico) soffia dove vuole e ti rende una persona ogni giorno più viva, più bella, più santa!!!

“Vieni Santo Spirito, vieni!!!”

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La castità ci ha preparato al matrimonio (2 parte)

Se volete leggere la prima parte cliccate qui

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Fisicamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Ebbene sì. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è l’uomo che può chiederla alla donna, ma è la donna che non solo può ma deve chiederla al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la bestia che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse anche che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro una; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

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La castità ci ha preparato al matrimonio. (Prima parte)

Antonio: avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Da pochi giorni stavo con Luisa. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla, ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimento grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose, ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo capriccio e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva, ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irritazione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no.  Non perchè fosse meglio delle altre. Lei si sentiva amata. Amata da Dio. Questa è la differenza. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità.

Luisa: Prima di sposarmi, un’amica mi chiese: Come fai a sposare un uomo che non conosci sessualmente? E se non andasse bene per te? E se non ti piacesse come fa l’amore? E se ci fossero brutte sorprese? Questa obiezione alla castità prematrimoniale sembra ragionevole. In realtà, si basa su un presupposto sbagliato. Il presupposto sbagliato è questo: ogni individuo avrebbe determinate caratteristiche immutabili anche per quanto riguarda il comportamento sessuale. Invece, il rapporto sessuale è il frutto, appunto, di un rapporto, di una relazione; si procede insieme, s’impara insieme, ci si mette in ascolto dell’altro/a, si rispetta la sensibilità dell’altro/a, ci si accoglie e ci si dona. Mi ricordo di un film di successo “Il favoloso mondo di Amélie”, una commedia romantica. Attenzione ai film romantici: fanno un sacco di danni! Insomma, Amélie ha alcuni rapporti sessuali con uomini diversi e non prova alcun piacere. Finalmente arriva l’uomo giusto e, come d’incanto, anche il rapporto fisico è perfetto. Non è così! Anche con l’uomo giusto, quello che si sposa, quello con cui si passa tutta la vita, s’intraprende un cammino, non va sempre tutto bene. La cosa bella è che il matrimonio è indissolubile: si può provare, sbagliare, migliorare, regredire, progredire, nella certezza che quell’uomo resterà per sempre. Purtroppo per le ragazze di oggi, i ragazzi, chi più chi meno (anche indirettamente) sono andati a scuola di pornografia e (quasi) tutti, ragazzi e ragazze, sono convinti che l’amore si debba fare più o meno come nei video pornografici. Quindi, anche le ragazze si adeguano, pensando che non ci sia altro da fare se non consumare rapporti veloci e violenti senza dolcezza, tenerezza e sentimento. Dolcezza, tenerezza e sentimento si sprecano invece nei nomignoli, nei regalini, nelle frasi tratte dai Baci Perugina. Al contrario, la castità prematrimoniale è proprio diventare esperti di dolcezza, tenerezza e sentimento, tramite sguardi, baci e carezze. Sono le ragazze che devono insistere su baci e carezze dal collo in su. Il ragazzo se ne andrà? Siete proprio sicure? Se ne andrà il ragazzo sbagliato, ma quello giusto no.

Antonio e Luisa

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Quando ho finito piango e lo abbraccio

Il giorno dopo una videoconferenza in collegamento con Piergiorgio (un medico sessuologo che collabora anche con il nostro blog) mi arriva questa domanda da una amica. Mi incuriosisce, non è la prima che sento che mi racconta di avere una reazione apparentemente strana al termine del rapporto fisico con il marito. Ho raccolto questa confidenza sempre da donne. Forse riguarda più la loro sensibilità o forse perchè per loro è più difficile abbandonarsi e accogliere dentro di sè il marito. Questa amica mi scrive: Dopo aver fatto l’amore io sento sempre il bisogno di piangere e piango abbracciata a mio marito.

Lei pensava ci fosse qualche problema, qualcosa da sistemare nella sua sessualità. In realtà lei vive il rapporto intimo come dovrebbe essere per tutti. Purtroppo, secondo la mia esperienza, il suo caso non è la normalità e questo la fa sentire strana. Per di più senza il coraggio di parlarne. Fortunatamente questa volta lo ha fatto. Ne ha parlato con me. Sapevo già cosa rispondere, ma ho girato la domanda a Piergiorgio. Il quale mi ha dato una risposta meravigliosa che vi riporto integralmente.

Questa domanda mi ha commosso – inizia Piergiorgio. C’è un canto che eleviamo spesso nella mia comunità di preghiera. Il canto Abbracciami del Rinnovamento nello Spirito. Quando intono le parole di questo canto io spesso piango, piango come un bambino, perchè sperimento proprio l’abbraccio con il Signore che sento vero, quindi ti volevo dire che la domanda che mi hai girato mi ha fatto venire in mente proprio questo. Le lacrime di quella donna sono di commozione. Quando avviene l’orgasmo durante un rapporto sessuale tra due sposi che si amano davvero in modo autentico c’è, soprattutto per la donna, un momento fortissimo di abbandono e tenerezza verso il marito. C’è tutto in questa reazione. C’è sicuramente una causa fisica, ormonale. L’orgasmo libera l’ossitocina, che provoca piacere e senso di appagamento. Provoca anche una sensazione di attaccamento e quindi la commozione per queste forti sensazioni. Tra due sposi che si amano non c’è solo però la causa ormonale, ma c’è tutta la persona che partecipa a quel piacere dettato non solo dalla sensazione fisica dell’orgasmo, ma dalla consapevolezza di una unione fisica, vissuta nella carne, che è segno e manifestazione di una unione più profonda, psichica e spirituale. Unione dei cuori. Bellissimo. Lo Spirito Santo c’è nella relazione di ogni coppia sposata e diventa ancora più visibile e operante quando queste due persone diventano una sola carne. In quel momento si è in tre. Si realizza la Santissima Trinità e questo porta alle lacrime di gioia.

Capito perchè i cattolici lo fanno meglio? Per tanti l’orgasmo è il massimo del piacere che va ricercato nei modi più diversi, sperimentando ogni trasgressione. Per gli sposi cristiani l’orgasmo non è che una parte piccola di un piacere che viene non solo dalle sensazioni fisiche e fisiologiche, ma dall’unione che si fa così forte e intensa tanto da far loro sperimentare l’amore trinitario di Dio. Certo una piccola fiammella del fuoco infinito ed eterno che è Dio, ma che è già un’esperienza meravigliosa e indimenticabile.

Antonio e Luisa

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Matrimonio d’interesse

Sappiamo tutti che nelle cose mondane l’apparenza viene presentata come se fosse la sostanza, pretendono di farci credere che quelli che fino a ieri erano magari nemici, improvvisamente diventano amici, anzi no, amiconi…..ma noi siamo sempre stati rispettosi della loro autonomia…..la pensavamo diversamente su alcune questioni……ora invece i nostri target coincidono…….le priorità che abbiamo sono le stesse….abbiamo i medesimi obiettivi…..abbiamo trovato un accordo……seguiamo delle linee guida comuni…….eccetera………et voilà ! ecco fatto il matrimonio d’interesse.

Ed è così in tanti campi : nella finanza, nell’economia, nel mercato industriale, nella politica, nella cooperazione sociale, ed altri ambiti dell’umano vivere compreso quello morale e ….perfino nel matrimonio ! Abbiamo forse in mente quel baldo giovane che sposa l’anziana ricca e famosa, o viceversa, lei giovane top model e lui di 35 anni più vecchio però ricco sfondato. Inutile andare oltre anche perché ci siete già andati voi col pensiero mentre leggevate poche righe or sono ! Quindi, bando alle ciance, ed entriamo nel vivo del nostro tema.

Settimana scorsa vi abbiamo confessato che il nostro è un matrimonio combinato ( dal Cielo )…beh , che dire , questa settimana vogliamo svelarvi anche che è un matrimonio d’interesse. E via col gossip ! Qualcuno starà già cercando di telefonare per chiederci che differenza d’età abbiamo……..Sì, Giorgio sembra giovane ma in realtà ha già 74 anni ma non li dimostra………non sapevo che Valentina fosse ricca sfondata…….eh, cari amici…quante cose che si scoprono ! Anche per noi ad un certo punto del cammino di conoscenza reciproca i target coincidevano, le priorità erano le stesse, gli obiettivi erano i medesimi, avevamo delle linee guida comuni…..vediamoli insieme.

Infatti…..il target comune abbiamo compreso che è la santità, e cioè ognuno di noi vuole, con tutte le proprie forze, diventare santo, con l’aiuto della Grazia cercando di praticare tutte quelle virtù che ci rendono veri Figli del Padre; ed ognuno di noi si sforza di non ostacolare questo percorso dell’altro, anzi cerca di facilitarlo.

La priorità è voler rendere felice l’altro e non pretendere che lui/lei sia obbligato a rendermi felice; noi ci siamo impegnati a essere fedeli all’altro, amarlo/a e onorarlo/a tutti i giorni sacrificandoci in prima persona affinché lei/lui sia felice anche oggi. Se la priorità nel matrimonio è essere felici, si è perdenti in partenza perché l’altro/a è umano, quindi fallace, e presto o tardi, poco o tanto, prima o poi mi deluderà; ma se io sposo l’altro per renderlo/a felice, ecco che ogni giorno sarà una nuova sfida a renderlo/a felice.

L’obiettivo è aiutare l’altro a diventare santo, anche io faccio parte di tutte le sue forze……lo ripeto….leggere lentamente…… io faccio parte di tutte le sue forze……se è vero, come è vero, che siamo un corpo solo, un’anima sola, un solo cuore è così !

Le linee guida comuni sono diventate il Magistero della Chiesa, l’insegnamento di Padre Bardelli e di altri sacerdoti, la vita sacramentale attiva.

Ebbene sì, anche oggi l’animale mai sazio del gossip è stato alimentato con delle succulenti notizie dal mondo degli sposi nel matrimonio cristiano.

Coraggio sposi, il cammino è arduo ma non siamo soli !

Giorgio e Valentina.

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La misericordia di Dio è come un grembo di donna.

Solitamente è Antonio che scrive gli articoli. Questa volta no. La maternità credo che sia qualcosa che gli uomini possono solo intuire e non comprendere fino in fondo. Fino in fondo forse neanche noi donne lo comprendiamo. Noi lo viviamo direttamente mentre i nostri mariti attraverso di noi. Non è solo questo. Uomo e donna sono intrinsecamente diversi. Basta guardare il nostro corpo. Noi donne siamo fatte, è il corpo che ce lo dice, per accogliere dentro di noi. La nostra maternità è accogliere la vita. Vita che non è solo biologica. Serve infatti poi una premessa per non generare malintesi. Una donna che non può generare vita biologica può essere altrettanto madre, se non di più, di chi la genera. E’ un discorso che riprenderò dopo. Dicevo che il nostro corpo è diverso. Il nostro DNA è diverso. Non avere quel cromosoma y fa una differenza enorme. Pensateci! Il nostro corpo è fatto per accogliere. Quando riattualizzo il mio sacramento, quando ho un rapporto intimo con mio marito, sono io che accolgo. Lui entra fisicamente in me. Non io in lui. Questo rende tutto più complicato per noi donne. Serve un abbandono e una fiducia completa nel nostro amato. Accogliere dentro di me lui e il suo seme implica un coinvolgimento non solo del mio corpo, ma di tutto. Del mio spirito e della mia sfera psicologica. Per questo forse il rapporto fisico ha un significato molto più importante per noi donne rispetto agli uomini. Non finisce qui. Noi donne abbiamo un utero. Gli uomini no. Giovanni Paolo I ha definito Dio come padre e madre. Ecco l’utero esprime proprio la maternità di Dio. Come? Uno degli aggettivi con cui viene definito Dio nella Bibbia è misericordioso. Nella traduzione latina misericordia rimanda al cuore. Significa portare nel cuore. In ebraico no. La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. E’ l’utero. Noi donne, più degli uomini, esprimiamo questa caratteristica di Dio. Noi esprimiamo la misericordia di Dio. Siamo capaci, quando viviamo pienamente la nostra maternità, di generare nuovamente nostro marito. Sappiamo accoglierlo per quello che è, sappiamo vedere in lui la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo. Questa accoglienza ci rende vere donne. Questo significa essere madri feconde.

QUINDI UNA DONNA NON E’ MADRE QUANDO NON E’ FECONDA NON QUANDO NON E’ FERTILE

Io sono contentissima e grata a Dio per avermi dato una famiglia numerosa, ma sono certa, proprio per quanto ho scritto fino ad ora, che anche se non avessi avuto la grazia di concepire avrei potuto esercitare la mia maternità, la mia fecondità in tanti altri modi. Chi secondo me ha espresso molto bene cosa sia la maternità feconda quando non si può generare una nuova vita è don Carlo Rocchetta. Don Carlo ha trovato ben tre modalità nelle quali vivere la maternità che costituisce noi donne all’interno del matrimonio, oltre il concepimento e la crescita di uno o più figli biologici.

Noi donne possiamo generare la presenza di Dio in nostro marito. Amarlo come Dio lo ama. Essere capaci di accoglierlo per quello che è.

Possiamo poi generare nostro marito come persona amata. Generare il noi. Il primo figlio della coppia è la coppia stessa, il noi che diventa carne. Significa che la santità di nostro marito diventa il nostro scopo. Permettere che nostro marito prenda posto nel nostro cuore e che il suo bene sia per noi più importante di noi stesse. Mi viene spesso in mente Efesini 5. Quella riflessione di Paolo che sembra tanto indigesta oggi. Donna sottomessa all’uomo. Credo invece che sia importante viverla. Io non sono sottomessa ad Antonio. Mi sono sottomessa all’amore che ho per Antonio. Questo sì. Ho cercato di farmi serva per amore. Di mettere lui innanzi a me. Vi assicuro che ho già avuto il centuplo in questa vita. Già perchè poi Efesini 5 continua con E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Questo viene dopo. Sono sicura che non sia un caso. Se oggi ho accanto un marito che mi ama, mi rispetta e cerca, con tutte le sue e mie fragilità e cadute, di volermi bene con tutto se stesso, è proprio perchè ho cercato ogni giorno di sottomettermi all’amore. Di accoglierlo sempre. Non sempre sono riuscita come avrei voluto, ma la volontà c’è sempre stata.

Possiamo infine generare la coppia come comunità in missione. Questa è la più facile delle tre da comprendere. Quando una donna non può essere madre biologica può essere madre d’amore. L’amore che nasce all’interno della coppia può diventare nutrimento per tanti. Con tante modalità diverse. Con l’adozione, con l’affido, con i servizi in parrocchia, con il volontariato, ecc.

Insomma la fecondità va oltre la fertilità. La fertilità è generare vita biologica mentre la fecondità è generare vita amore. Generare la presenza di Dio, che è amore, nel mondo. Gesù il Salvatore, colui che ha salvato e redento il mondo, si è incarnato grazie a Maria. Maria che con il suo sì ha accolto dentro di sè Dio stesso. Che meraviglia Maria. Che meraviglia ogni donna che diventa madre e rinnova questa bellissima immagine nel tempo e nella storia. Che con il suo amore accogliente e fiducioso rinnova la nascita di Gesù nel mondo anche oggi.

Luisa

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Non sono un brigante ma lo sposo di mia moglie.

Da questa domenica non saremo più solo Luisa ed io a scrivere il commento al Vangelo, ma beneficeremo dell’aiuto e della preparazione di fra Andrea Valori. Un commento scritto a sei mani, arricchito dal diverso stato di vita e vocazione che ognuno di noi ha scelto e vive. Oggi la liturgia ci propone il Vangelo del Buon Pastore. Fra Andrea ci invita a riflettere su diversi aspetti. Noi ci focalizziamo solo su uno di questi diversi punti. Sulla porta. Gesù è la porta. Cosa vuol dire? Leggiamo il passo del Vangelo di Giovanni:

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Chi sono i falsi pastori, i briganti, i lestofanti? Non sono solo, come verrebbe naturale pensare, persone al di fuori della coppia. Non è detto. Il ladro potrebbe essere anche parte della coppia. Cosa ruba il ladro? Cosa può rubarci il nostro coniuge quando si comporta da ladro e non entra dalla porta di Gesù, ma si arrampica ed entra così nel recinto della nostra vita? Ci ruba il coraggio di essere noi stessi. Magari sono io che rubo alla mia sposa il coraggio di diventare pienamente la donna che può diventare, di credere nella meraviglia che è e magari ne faccio cosa mia. Io sono convinto di questo. Se non avessi incontrato Gesù, quindi se non fossi entrato nella vita di mia moglie attraverso la porta che Lui mi ha mostrato, non sarei stato capace di amarla. Avrei cercato di farla mia, avrei cercato di farla diventare ad immagine e somiglianza di come io volevo che fosse. Perchè quando non riconosciamo che abbiamo in noi l’immagine del Creatore, non la riconosciamo neanche nella persona che abbiamo sposato e cerchiamo di trasformarla come noi vogliamo. Invece passare per la porta del Buon Pastore significa riconoscerci figli. Significa che riconosco nella mia sposa una figlia di Dio e il mio compito non è di farla diventare come io voglio, ma come Lui desidera che sua figlia diventi. Che diventi pienamente donna. Con il mio sguardo, con la mia voce e con il mio amore posso aiutarla ad amare ciò che è. Non è meraviglioso? La cosa bella è, che se mi abbandono all’amore e non al possesso, lei diventa veramente bellissima, molto più di quanto avrei potuto sperare. Quindi cari sposi non entrate come ladri nella vita l’uno dell’altra, ma entrate dalla porta di Gesù e Lui, attraverso quella porta vi mostrerà un orizzonte eterno. Vedrete nella vostra sposa e nel vostro sposo quella meraviglia che può venire solo da una persona realizzata nella volontà di Dio.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Di seguito il commento al Vangelo di fra Andrea da cui abbiamo preso spunto

L’amore vero è cavalleresco non romantico.

Quante donne si sono rovinate dietro l’idea dell’amore romantico. Quante relazioni distrutte in nome dell’amore romantico. Anche noi ne conosciamo più di una di queste situazioni. Amiche che hanno gettato alle ortiche relazioni stabili e ben avviate, in alcuni casi anche con la presenza di figli, perchè non sentivano abbastanza. Perchè continuavano a pensare che l’amore avrebbe dovuto essere altro. Non una vita ordinaria accanto ad un uomo con tanti pregi ma anche tanti difetti, ma una vita sempre al massimo, fatta di un eterno amore che somiglia di più alle cotte adolescenziali che ad una relazione matura. Donne educate fin da bambine a desiderare un amore romantico. Favole, libri e infine film. Mi viene in mente un caso emblematico. Un classico del romanticismo come il film I ponti di Madison County. Vi rendete conto dell’assurdità? Lei passa una vita accanto a suo marito e pensa per tutta quella vita a due giorni che ha passato con un uomo di cui non ha saputo più nulla. Certo era Clint Eastwood e posso capire, ma la storia non regge comunque. E gli uomini? Anche loro non sono messi meglio. Amici miei che sono soli a 40 anni suonati perchè hanno passato gli ultimi vent’anni ad aspettare la velina bionda di Striscia che però fosse anche devota e servizievole come la loro mamma. Normale che la stiano ancora cercando. Non la troveranno mai. Purtroppo intanto hanno perso l’occasione di incontrare e conoscere la donna della loro vita. Una donna vera.

Naturalmente non è per tutti così. Quello che voglio dire è che l’amore autentico non è quello romantico bensì quello cavalleresco. Che differenza c’è? La differenza è sostanziale. L’amore romantico si fonda sull’ego. L’amore romantico non è gratuito e soprattutto non è incondizionato. Ti amo finchè ne ho voglia, finchè mi fai stare bene, finchè non trovo chi mi fa stare meglio di te. E’ un amore impetuoso come un mare in tempesta, ma che in un attimo può diventare un deserto relazionale. E’ questo che volete donne? Essere sempre sulle spine? Vivere nella paura di non essere più abbastanza per lui? Non credo. Voi, se ci pensate bene, desiderate l’amore cavalleresco. Desiderate un uomo che vi guardi, vi scelga tra tutte le altre perchè siete proprio voi,  e vi prometta che ci sarà sempre. E ci sarà! Un uomo che è disposto a donarsi completamente a voi. Un uomo che sappia mettere il vostro bene davanti al suo. Un uomo che sappia trarre la sua felicità dal contribuire alla vostra e che sappia andare oltre l’amore romantico. Insomma un uomo capace di amarvi sempre, che voi lo meritiate o meno. Un uomo fedele e d’onore. Voi desiderate questo. La donna è così. Per questo soffre tanto. Cerca l’amore romantico e non comprende quello che davvero conta. Magari butta il tesoro della vita perchè non lo riconosce.

Donne, dipende da voi. Voi dite che non ci sono uomini così. Che non ci sono uomini cavalieri. Don Maurizio Botta afferma che dipende da voi donne. Tornate ad essere donne, tornate a custodire la vostra preziosità, a non concedervi se non a chi è capace di amarvi davvero. Spesso l’uomo chiede la prova d’amore: se mi ami facciamo l’amore. Ribaltate la situazione. Siete voi che dovete chiedere la prova d’amore. Siete voi che potete chiedere al vostro uomo di fare un sacrificio per voi. E’ lui che vi deve conquistare! Voi siete belle, siete una meraviglia, siete preziose. Solo se voi vi sentite così,  lui saprà riconoscere in voi la meraviglia che siete. Solo così si sentirà un cavaliere desideroso di farsi dono per la sua dama e non un ladro che vuole prendere qualcosa che non è per lui.

Antonio e Luisa

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PER UN SANTO DISCERNIMENTO ALLA LUCE DELLO SPIRITO

Quando un popolo o uomo passa nel fuoco della prova, è lì che viene provata anche la sua fede, è lì che viene svelato il suo cuore. Una luce se è vera luce brilla più nelle tenebre; così un cristiano, se è vero discepolo di Cristo, brilla più nel momento della prova.

Oggi assistiamo a tanti profeti e “saggi teologi”, ma pochi sono quelli che annunciano la Verità del Cristo. Oggi le emozioni sono diventate il criterio fondamentale del discernimento. A ogni emozione corrisponde un pensiero, che si tramuta in decisione. Questo porta alla confusione e allo smarrimento, perché il nostro cuore è bombardato da emozioni durante l’arco di tutta la giornata.

Il discernimento delle emozioni si fa alla luce della Parola, del Vangelo. Si fa alla luce dell’insegnamento che Cristo ci ha donato tramite la millenaria storia della Chiesa e dei Santi. Si fa alla luce della nostra coscienza illuminata dallo Spirito Santo. Tutti e tre i criteri sono fondamentali per un sano discernimento e valutazione delle nostre emozioni. Le emozioni non sono negative in sé, ma le decisioni che possiamo prendere in base a esse possono portarci fuori strada.

Come dicevo in apertura, se il cuore del cristiano è illuminato dalla luce dello Spirito, si vede veramente durante una prova, e questa epidemia sta svelando molto dei nostri cuori. Ci facciamo prendere dalle emozioni? Diciamo e scriviamo la prima cosa che queste emozioni ci suscitano? O facciamo decantare tutto alla luce dello Spirito Santo?

Il proliferare di falsi profeti è frutto di una preghiera e una meditazione sempre più rada e di una sempre meno presenza dello Spirito Santo. Oggi si “studia molto”, ma si prega poco e questo non permette allo Spirito di illuminare e soffiare dove lui vuole.

Una preghiera rada e un bombardamento continuo di emozioni porta il proliferare di due tipi di cancri del cristianesimo: il fideismo e il materialismo. Il fideismo dove si pensa che tutto si possa risolvere con la preghiera e con l’intervento di Dio, il materialismo che invece si affida alle soluzioni puramente umane per risolvere qualsiasi problema.

Se leggiamo il Vangelo troviamo Gesù che richiede sempre il nostro piccolo intervento. A Pietro e agli altri discepoli dice di gettare le reti, e subito dopo permette il miracolo della pesca miracolosa. In un altro episodio famoso, Gesù chiede di mettere ai discepoli i loro 5 pani e 2 pesci, che subito dopo moltiplicherà sfamando 5000 persone. Per pagare le tasse dice a Pietro di andare a pescare un grosso pesce, di aprirlo e prendere la moneta che troverà al suo interno. L’uomo viene reso partecipe nel piano di salvezza. Il fideismo e il materialismo sono due facce della stessa moneta, che portano fuori strada e al proliferare di falsi profeti nella Chiesa.

Così anche sul tema delle messe sospese durante questa Epidemia assistiamo a tanti pensieri contrapposti. C’è la fazione del “tanto si prega anche da casa, non serve l’eucarestia” (atteggiamento materialista), poi c’è la fazione “ma riapriamo tutto senza nessun criterio, tanto Dio ci proteggerà” (pensiero fideistico), poi c’è la fazione del “sarà la preghiera a liberarci dal coronavirus, aspettiamo che questa accada e poi riapriamo le chiese” (anche questo un atteggiamento fideistico). La prudenza è una virtù cristiana, ci dobbiamo impegnare per assicurare le dovute disposizioni di sicurezza per la riapertura delle chiese (i nostri 5 pani e 2 pesci) e poi mettere tutto nelle mani del Padre, che agirà dove noi non riusciamo. Perché ricordiamoci che neanche le massime disposizioni di sicurezza possono azzerare il pericolo di contagio. Un atteggiamento materialista, senza una disposizione di affidamento a Dio è controproducente umanamente e spiritualmente parlando.

Sperando e pregando che chi ha potere decisionale venga illuminato dalla luce dello Spirito Santo, affidiamoci in questo primo giorno di Maggio alla santa protezione di Maria, tabernacolo della Trinità e guida sicura verso un santo discernimento.

Concludo con una parola che oggi dopo la preghiera mattutina lo Spirito Santo ha ispirato: Siracide 10 (1,5)

“Un politico saggio educa il suo popolo

e governa in modo intelligente e costruttivo.

Come è il capo di stato, tali sono i suoi ministri,

e come è chi comanda una città, tali saranno

tutti i cittadini.

Un sovrano ignorante porta il popolo alla rovina;

e una comunità per fare progressi ha bisogno di

governanti intelligenti.

Ora il Signore ha potere su tutta la terra,

e quando vuole fa sorgere l’uomo adatto.

Il successo di un uomo dipende dal Signore.

Egli fa risplendere la sua gloria nel legislatore”

Un aiuto che gli sia simile, ma senza barba

..di Pietro Antonicelli, Sposi&Spose di Cristo..


Oggi 1 Maggio, san Giuseppe artigiano e festa del lavoro.

Siamo a costretti a casa con le figlie che gironzolano. Mi dice mia moglie: “Mammamia…la casa è un delirio! Approfittiamo per fare un po’ di pulizie?”

(Ma non era un giorno di festa???)


Molti mariti per partito preso si sarebbero fatti prendere da un attacco di allergia piuttosto che iniziare, nel bello di una mattinata qualunque, un attacco all’acaro selvaggio (Che poi che avrà di male questo povero acaro per subire le nostre ire casalinghe???)


Dopo aver pensato alle sorti del povero acaro, penso alla Genesi:
“Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».” (Genesi 2,18) E dopo queste parole Dio conduce all’uomo “ogni sorta di bestie selvatiche”…beh.


Effettivamente tra l’uomo e le bestie selvatiche -soprattutto con l’orango-tango- una certa somiglianza c’è, e non è solo quella fisica.
Entrambi sporcano e si battono il petto per mostrare la forza bruta che li abita…e poi il pelo. Vuoi mettere che il pelo anziché concentrarlo sulla testa lo spargi per tutto il corpo! Beh, sicuramente somiglianza c’è.


Ma se all’uomo gli metti vicino una donna, quello magari si emancipa, si mette a scrivere articoli sui blog e poi ogni tanto passa l’aspirapolvere in casa.


E’ il suono dell’aspirapolvere che inizialmente lo attrae, quel rombo di potenza che parte all’accensione del suddetto elettrodomestico lo carica di virile entusiasmo.
Poi magari inizia a scoprire com’è bello e rude strofinare energicamente i piatti con spugnette virilmente abrasive che graffiano più di una pasta lavamani.


E vedi questo essere delle caverne che vicino ad una moglie inizia anche a lavarsi…e (alcuni…decisamente sfigati) addirittura si radono il volto.
E il Signore Dio sta li a guardare…e si accorge che questo essere che è la donna che ha messo al fianco dell’uomo fa essere l’uomo una creatura migliore, meno somigliante ad una grande bertuccia (che per carità, ha il suo fascino).


E il Signore Dio è ancora più contento quando vede che questi due si vogliono bene e si aiutano a vicenda nella pulizia della caverna che abitano, nella cura della prole e di ogni altro peluche che abita con loro…


Che poi a pensarci la santità passa proprio da qui, dal collaborare, dall’essere “complici nel bene”, dal riconoscere, accogliere e integrare quelle differenze con l’altro che sono necessarie per l’arricchimento del sé.


“Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».


Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2,21-24)
…li ha fatti simili.

Capaci – se lo vogliono – di amare l’altro, di tagliare col passato infantile e di diventare uomini e donne simili a Dio.
Ma la donna con meno barba. 🙂

+++

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Come trasformare la quarantena da Inferno a Paradiso

Ormai siamo in quarantena da molte settimane. Chiusi in casa con i nostri figli. Un tempo sicuramente unico che speriamo non si ripeterà. Abbiamo una grande occasione in questo periodo. Abbiamo tanto tanto tempo. Poi in realtà troviamo tante altre attività anche in casa, ma comunque abbiamo sicuramente più tempo di prima.  Abbiamo l’opportunità di diventare sposi migliori o di tirare fuori il peggio di noi. La clausura è così. Non lasciandoci altre valvole di sfogo siamo “costretti” a giocarci tutto nella relazione. Non possiamo far finta. Per questo tanti giornali hanno lanciato l’allarme. Allarme che la coppia possa scoppiare. Sembra che in Cina, secondo i media locali, gli sportelli dell’anagrafe siano intasati da una richiesta di separazioni e divorzi senza precedenti. Il coronavirus ha ucciso anche tanti matrimoni. Ricordate che dipende da noi. Dipende da noi se questa quarantena ci può rendere sposi più affiatati e uniti oppure sposi sull’orlo di una crisi di nervi che si vorrebbero prendere e buttare dalla finestra. Dipende da noi. Volevamo, per questo, dare alcuni spunti che riteniamo importanti. Che lo sono stati per noi.

  • ABBIATE RIGUARDO RIGUARDATEVI L’UN L’ALTRA

 Avere riguardo. Perchè? Perchè solo così posso comprendere davvero se le mie azioni, i miei atteggiamenti, le mie parole, i miei gesti e tutto il modo che ho di stare con la mia sposa sono giusti per lei. Guardarla e poi riguardarla. Amare è conoscere sempre di più l’altra persona, i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, la sua alterità che è certamente un mistero, ma che poco alla volta si disvela in una meravigliosa scoperta. Amare non significa rinunciare al mio mondo, ma arricchirlo del suo. Per questo devo essere capace di avere riguardo. Di riguardare. Guardare una prima volta per capire come amarlo/a, in cosa aiutarlo/a, di cosa ha bisogno. Guardarla per comprenderne le sofferenze, le difficoltà e per condividerne le gioie. Non basta. Chi ha davvero riguardo non si ferma a questo, che è già tanto sia chiaro. Chi ha riguardo guarda una seconda volta per comprendere se quello che ha detto o fatto ha trasmesso amore, se è stato donato nel modo e nella sensibilità gradita all’altro. Perchè non basta amare, ma l’amore dato deve essere percepito dall’altro e lo può essere solo se offerto con un linguaggio parlato dall’altro.

  • PER AMARE NON E’ NECESSARIO ESSERE SPONTANEI

Tutto ciò che è spontaneo è buono? Il resto invece no? La donna in particolare si immagina l’uomo spontaneo come l’uomo perfetto. Quello a cui non deve chiedere mai nulla perchè attraverso l’amore lui capisce e anticipa ogni suo pensiero e desiderio. Oltretutto trae anche piacere dall’assecondare quel desiderio. Mi spiace care donne, ma quello non è un uomo spontaneo, quello è un clone fatto a vostra immagine e somiglianza. Se l’uomo fosse davvero spontaneo forse non vi piacerebbe così tanto. In amore bisogna essere autentici, non per forza spontanei. Autentici cosa significa? Semplicemente esprimere attraverso il corpo ciò che si ha nel cuore. Essere autentici a volte non è per nulla spontaneo. Spesso non è spontaneo. Perché siamo diversi, molto diversi. Faccio un esempio concreto. La mia sposa ama essere rassicurata e apprezzata. Io, anche se la amo e la stimo tantissimo, mi devo sforzare di farle complimenti perché a me non viene spontaneo. E’ per questo un gesto falso? Secondo me no. E’ un gesto lontano dal mio modo di sentire, ma l’importante è che tocchi la sua di sensibilità, non la mia.

  • DAI SUOI DIFETTI AI MIEI

Luisa è molto di più del suo atteggiamento e dei suoi difetti. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?  Io ringrazio Luisa perché non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico. Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei. Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

  • AMO PER PRIMO. E SARO’ RIAMATO

A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto (Don Carlo Rocchetta)  Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

  • PREGATE INSIEME

Alla fine della giornata, nell’intimità della vostra camera, abbracciatevi e aprite il cuore l’uno all’altra. Non state più parlando solo alla vostra sposa, al vostro sposo, ma a Gesù attraverso la vostra sposa e il vostro sposo. Chiedete perdono per i vostri peccati, raccontate le vostre difficoltà, i vostri limiti. Raccontate anche le cose belle, ringraziate Dio per il dono dell’altro/a e di tutte i doni che ogni giorno vi offre. Raccontate tutto e ascoltate tutto dall’altro. Quando vi racconterà di avervi ferito con il suo comportamento, il suo parlare, le sue azioni e le sue omissioni, chiedete a Dio di avere la forza di perdonare. Aprite il cuore e abbracciatevi. Come il padre misericordioso ha perdonato il figlio, così voi abbracciatevi e accoglietevi con tutte le fragilità che avete.

Antonio e Luisa

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Non solo che finisca presto, ma che finisca bene

«Non solo che finisca presto, ma che finisca bene», questo l’augurio che ci ha fatto qualche giorno fa un amico prete in relazione all’attuale situazione coronavirus. Un augurio che ci ha suscitato diverse riflessioni e che ci pare abbia anche alcuni punti di contatto col vangelo dei discepoli di Emmaus che ci accompagna questa domenica.

Conosciamo tutti il brano dei discepoli di Emmaus, questa coppia in cammino verso un paese poco distante da Gerusalemme. Essi stanno vivendo una grande angoscia, sono tesi, delusi e spaventati e discutono animatamente dei fatti accaduti a Gesù. Non capiscono come mai sia potuto andare tutto storto: si aspettavano un esito diverso, ma le cose sono inspiegabilmente precipitate. Discutono cercando di trovare le cause, di individuare i responsabili, di capire come sia potuto accadere.

Questa situazione pare in qualche modo accostabile a ciò che stiamo vivendo come cristiani in questa pandemia, con l’annessa quarantena. Non ci spieghiamo come sia potuto succedere,  come siamo arrivati ad una situazione così complicata e difficile da accettare sotto tanti aspetti. Perché da quasi due mesi tutto si è fermato e siamo barricati in casa?  E soprattutto perché il divieto di partecipare alla Messa? Possibile che non  esistano altre soluzioni? E allora ci tormentiamo: c’è chi si dispera, chi vede maledizioni divine, chi attacca le istituzioni per far ripartire le cose, chi urla al complotto. Certamente è una prova, percepiamo che ci è stato tolto qualcosa di vitale, ma un po’ come i due di Emmaus rischiamo di non accorgerci che il Signore Gesù è vivo e cammina con noi.

Nel brano, mentre i discepoli sono nel pieno delle loro lamentazioni, lo sconosciuto che cammina con loro (Gesù) gli chiede su cosa stiano discutendo. Lui che è stato il protagonista di quei fatti, si prende del forestiero, dell’ignorante e si fa raccontare il loro punto di vista. Poi per fortuna, ad un tratto, le recriminazioni si interrompono e finalmente, in quel breve attimo di silenzio, Gesù può prendere la parola:  spiega loro che anche quello che non comprendono può rivelarsi come mistero di salvezza, se guardato dalla giusta prospettiva, dalla Sua prospettiva. Ed ecco che finalmente la Sua parola inizia a scaldare i loro cuori confusi e turbati.

Ritornando a noi e alla nostra quarantena, vogliamo domandarci: abbiamo permesso a Gesù di parlarci, di spiegarci cosa si riferisce a Lui nella situazione che stiamo vivendo? Ci siamo accorti della sua presenza tra noi nell’ordinarietà del nostro difficile cammino quotidiano? Oppure abbiamo dato spazio solo alle nostre  frustrazioni e alle nostre lamentele?

Per fortuna Cristo è molto meno forestiero di noi nelle situazioni della nostra vita. Forse, se per un attimo cessassimo di lamentarci, potremmo metterci in ascolto di ciò che ci vuole dire.

In ogni caso, se glielo chiediamo, resta con noi. Gesù infatti, si ferma ad Emmaus con i due discepoli, entra in casa, cena con loro e si manifesta ai loro occhi. Qui essi possono finalmente riconoscerlo nello spezzare il pane. Questo riconoscimento però, non appare legato al solo momento eucaristico, ma rappresenta il compimento di un processo più lungo iniziato durante il cammino. Per la strada infatti, hanno camminato con lui, lo hanno ascoltato, si sono lasciati condurre fuori dai loro schemi e infine lo hanno invitato ad entrare nella loro casa.

Questa mensa di Emmaus, richiama certamente la Liturgia Eucaristica che tanto ci sta mancando in questi giorni di quarantena. Allora possiamo chiederci: quando torneremo di nuovo a partecipare alla Messa saremo in grado di riconoscerlo? Saremo in grado di riconoscerlo se lungo la strada della quarantena non siamo entrati in un rapporto personale con Lui?

Tante volte ci è capitato di partecipare allo spezzare del pane, senza che i nostri occhi fossero in grado di riconoscerlo, presente nella nostra vita.

L’augurio è che questa volta, quando torneremo a Messa, non sia così! Possa, questa attesa, scaldare il nostro cuore, così che possiamo presentarci alla prossima Liturgia Eucaristica pronti a fare memoria delle parole che ci ha detto, dei passi fatti insieme, delle nuove prospettive che ci ha aperto in questo tempo. Pronti ad offrire su quell’altare tutta la concretezza della nostra vita. Così la nostra Eucarestia tornerà ad essere un dono vitale che ci unisce sempre più intimamente a Cristo e ai fratelli.

Ci auguriamo che la riapertura al pubblico delle Messe sia ormai vicina, non lasciamoci quindi scappare questo ultimo periodo di quarantena, per riscoprire la Sua presenza nel nostro cammino quotidiano. Lo ripetiamo, lui è molto meno forestiero di quanto crediamo in ogni situazione della nostra vita.

Solo così tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/04/non-solo-che-finisca-presto-ma-che-finisca-bene/

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Matrimonio combinato !

Non avremmo mai pensato che un giorno avremmo dovuto confessare la verità sul nostro matrimonio………si sa anche nelle migliori famiglie ci sono gli scheletri negli armadi ……vabbé….. ma ormai non possiamo più tacere e far finta di niente…..ebbene sì, facciamo finalmente outing : il nostro è un matrimonio combinato !

Avete presente le belle storie/favole che si raccontano nei film romantici……..sì…. quelli dove l’erede al trono deve sposarsi entro il compimento del 21esimo compleanno con una donna di sangue reale altrimenti….addio corona ? Esattamente !

Ma veniamo al dunque: spesso si vede l’opera di convincimento della Regina Madre nei confronti del proprio figlio affinché quest’ultimo si sposi con la principessa che gli è stata predestinata fin da quando è nato, ed è un continuo elogio delle doti e virtù della promessa sposa. Non passi inosservato il conforto e il sostegno del Re Padre che racconta al principe di come il proprio matrimonio sia stato un buon matrimonio benché combinato anch’esso. E guarda caso in queste storie c’è sempre il parente reale che aspira al trono e congegna inganni e sotterfugi di vario tipo per costringere il principe a sposare la propria figlia e non quella scelta dai Reali genitori.

Qualcuno che ci conosce bene si starà chiedendo di che tipo di stupefacenti abbiamo fatto uso in questa settimana…..forse gli amici si staranno già allarmando chiedendosi da quanti giorni siamo chiusi in casa e non abbiamo fatto il ricambio dell’aria……ma….se avete la pazienza di continuare la lettura scoprirete che nella storia basta cambiare i nomi e……oplà !….il gioco è fatto.

Dunque i due giovani promessi sposi che manco si conoscono è lampante che siamo noi due…..o, meglio, vista la gioventù avanzata, eravamo noi !

La Regina Madre è la Madonna che ci ha aiutato nel cammino di conoscenza reciproca e fidanzamento (non che ora sia in panchina come riserva)……come ci ha aiutato? Donandoci una vista capace di far risaltare le doti dell’altro preservandone la virtù. E ci ha fatto intuire che l’altro/a era pensata fin dall’eternità per me….sì solo per me !!!

Nel frattempo non passi inosservato il sostegno e il conforto del Re Padre che è DIO PADRE, il quale ci ha raccontato che il suo matrimonio con l’umanità in Gesù è stato un matrimonio combinato , ma ben riuscito ! E ci ha chiesto di realizzarlo nelle nostre vite, di essere suoi ambasciatori attraverso la nostra testimonianza al mondo di un amore fedele, incondizionato, fecondo, indissolubile ed esclusivo.

Ci saranno già i soliti che stanno facendo la scommessa su chi sia il parente reale invidioso…..ma è il Diavolo, il quale vuole usurpare il trono del Re legittimo. Ed i suoi inganni e sotterfugi sono la mentalità di questo mondo….ma cosa ti sposi a fare ? Sei troppo giovane ….sei senza un lavoro (Valentina aveva appena perso il lavoro quando decidemmo di sposarci)….la convivenza è la stessa cosa….non penserete di avere figli, ve la dovete godere fin che potete…..ecc…

E vissero…..no, no, anzi e viviamo felici e contenti del nostro matrimonio combinato dal Cielo !!!

Coraggio sposi e fidanzati, che il bello deve ancora venire.

Giorgio e Valentina.

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“Lo straordinario” con Luigi e Maria

Riflessione del consigliere spirituale dell’associazione Intercomunione delle famiglie don Emilio Lonzi. Qui il link all’articolo originale pubblicato sul sito dell’associazione.

Più volte in questo periodo a noi sacerdoti viene chiesta una “parola” di conforto, una parola che possa alimentare la speranza e affievolire quella paura che, latente, turba tanti momenti delle nostre giornate…

Ma le parole o meglio la “Parola” è già stata pronunciata: l’ha pronunciata il nostro Padre celeste e… pronunciandola “…si è fatta carne” ed essa stessa ha parlato, continuando a “creare” realtà di Fede, di Speranza e di Carità nelle nostre anime e nei nostri cuori.

Tante ne potrei citare di queste Parole Divine e preziose, da: “Non abbiate paura Sono Io” a “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo!”
Queste, riascoltiamole con attenzione, per non farci vivere lo sconforto della solitudine e la paura di un domani incerto e pericoloso!!!
Inoltre oggi non c’è molto da aggiungere alle migliaia di parole pronunciate con Sapienza e Fede da tante persone capaci ed ispirate a partire da Papa Francesco, Vescovi, Sacerdoti e cultori della storia e della vita come dono.

Voglio comunicarvi allora un’avventura che ho immaginato di condividere con Luigi e Maria Quattrocchi i quali, sappiamo bene, hanno avuto come punto di forza della loro santità, “la quotidianità”, rendendo “straordinario l’ordinario”.

Ma ora che invece stiamo vivendo nello straordinario? Come rendere questa straordinarietà ordinarietà con la Santità coniugale che con il Sacramento del Matrimonio ogni coppia ha ricevuto?
Li voglio immaginare oggi, in questo contesto di immobilità fisica nel “noi restiamo a casa!”

Quello che scrivo dovreste ora immaginarlo e provare a viverlo realmente, fatelo diventare “percorso di santità”, al tempo del corona virus, con Luigi e Maria!!

Sappiamo bene che ogni mattina, prima del buongiorno, partecipavano all’Eucarestia e questa esperienza dava senso e significato a tutta la loro giornata, ora come avrebbero fatto?

Come ogni coppia, Luigi avrebbe potuto dire ogni mattina a Maria: “Amore mio ecco il mio corpo donato a te” e Maria avrebbe potuto dire a sua volta: “Ecco il mio corpo donato a te”, le parole della Consacrazione e in un bacio che dolcemente e amorevolmente sfiora le labbra l’uno dell’altro fare Eucarestia, essere cioè “Rendimento di grazie” l’uno per l’altra.

Dopo un bacio sarebbero stati Eucarestia nel dirsi gioiosamente: “Buongiorno amore mio”.

Poi allo svegliarsi dei figli si può essere Eucarestia accogliendoli con il “Buongiorno” e vista la convivenza forzata si potrebbe essere Eucarestia con la colazione tutti insieme! Eucarestia è “rendimento di grazie” e la si può vivere in ogni istante con il corpo che diventa dono offerto a… te!!!

Le varie attività della mattina, se pur con un po’ di confusione, studio, lavoro e faccende casalinghe.

Che ricchezza!!!

Così il pranzo, esperienza dimenticata da tempo, nel ritrovare la famiglia riunita allo stesso orario, che meraviglia riscoprire dialoghi, battute, vita vissuta! Tra le tante battute ironiche: “Sono rimasto a casa con i miei familiari però non sono poi tanto male…”

E così nel pomeriggio (o anche al mattino) qualche momento di preghiera tra le mille proposte dei mezzi di comunicazione che ci fanno capire che in fondo l’edificio Chiesa è chiuso ma la Chiesa, Corpo di Cristo è aperta al mondo e ai cuori di chiunque voglia!!!

Si potrebbe riscoprire quella dimensione di Chiesa domestica “Domus Ecclesie” dove e quando tutto ebbe inizio… Famiglia: “Grande Chiesa” non più “Piccola”, ma Grande, Vera Autentica Reale!!!

Si tutta la giornata potrebbe diventare una esperienza Eucarestia e nei momenti di tensione, certamente verificatisi… che meraviglia anche l’Atto Penitenziale, un chiedere scusa non solo a Dio che misericordiosamente perdona, chiedere scusa al coniuge, o ai figli, o ai genitori o… a te stesso si: “sei capace di perdonarti???”

Che scuola questo tempo, che modello che sono ancora oggi Luigi e Maria!

E… arrivata la sera dopo cena ognuno si ritira un po’ in sé stesso, un esame di coscienza un po’ di svago e un meritato riposo e Luigi e Maria si ritrovano in quel dolce abbraccio che dice “Grazie di esistere per me”, in quell’abbraccio che oggi e per sempre dice Amore!!!

Amore gratitudine, Amore offerto e ricevuto…

Amore Eucaristico, Amore per sempre!!!

Don Emilio

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Gli sposi in cammino come i discepoli di Emmaus

Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».

Il Vangelo di oggi mi provoca alcune considerazioni. La resurrezione fa paura. La resurrezione fa paura perché va contro ogni logica del mondo. Abitiamo un mondo disilluso, dove non esiste la pienezza, ma esistono le briciole. Prendi quelle finchè puoi. Questo vale in tutto, ma ancor maggiormente nelle relazioni affettive. Prendi quello che ti capita, ma non ti illudere. Durerà poco, sicuramente non per sempre. Non vedete quanta miseria nelle nostre famiglie. Litigi, separazioni, ripicche, tensioni e tanto altro. Come facciamo a credere alla resurrezione? Come facciamo a credere che lì, proprio in quella relazione così imperfetta, posso trovare Cristo e la pienezza. Quanti lo pensano?

Invece il Vangelo di oggi ci dice che la resurrezione c’è ed è possibile anche per ognuno di noi. E’ possibile per le nostre famiglie. Mettere Cristo al centro è il segreto. Possiamo perdonarci e ricominciare giorno dopo giorno. Quando abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita, quando abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e del suo amore, nulla è impossibile. Qualsiasi cosa possa accadere tra noi sposi non potrà mai spezzare la nostra unione. Io ho poche certezze. Una di queste è che quando Luisa ed io ci siamo scambiati la promessa, Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi. Fa parte della squadra. E ci chiede una cosa. Ci chiede di restituire l’amore che lui ci ha dato, attraverso il nostro coniuge. Vuole essere riamato nel nostro coniuge. Così quando io devo perdonare, devo ingoiare bocconi amari, devo guarire ferite e sofferenze che la persona che ho sposato mi ha provocato, devo guardare il crocefisso e dire: ti sto restituendo qualcosa del tuo grande dono. Da qui parte la resurrezione. Per noi è stato così. Tanto mi è stato perdonato quando non meritavo nulla da parte della mia sposa. La gratuità del suo perdono è stata devastante. Ha distrutto tutte le mie difese e mi ha aperto alla bellezza. Il suo dono mi ha aperto al desiderio di farmi io stesso dono per lei. La nostra è una piccola testimonianza. Questa è la resurrezione. Esistono tante storie di resurrezioni, tante coppie che si sono fatte strumento di Grazia. Coppie che erano segnate dalla divisione e dalla sofferenza. Coppie che sono state capaci di rialzarsi, di cambiare e di aprirsi a Dio. Coppie che sono diventate luce. Le persone che le guardano restano ammirate. Come è possibile? Non sembrano più quelli di qualche tempo fa? Cosa è successo? Coppie che escono dalla logica del mondo per dire che la separazione non è che un’illusione e un inganno. Dio ci chiede di ricostruire la sua casa. Esattamente come disse a San Francesco quasi mille anni fa. La sua casa che noi sappiamo essere il nostro matrimonio. Non dobbiamo aver paura, lui ci darà tutto per riuscire a farlo. Quando poi la resurrezione sarà compiuta, attraverso la nostra gioia, si potrà vedere, come in filigrana, la sua presenza. La coppia sarà immagine di Dio. La coppia, proprio perchè fragile ed imperfetta, mostrerà la grandezza di Dio. Perchè si vedrà da dove partita. Si vedrà la differenza tra la povertà dell’inizio e l’abbondanza che avrà raggiunto, con tanta fatica. Quando sento dire che è questione solo di fortuna, quando due sposi restano insieme, mi viene da sorridere. Non è fortuna, ma lavoro di volontà e abbandono a Cristo. Non c’è altro.

Antonio e Luisa

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Quello che Dio dice di me … Quella è la verità

Una trilogia sicuramente non basta per documentare l’inspiegabile della fede in un evento che, indistintamente, ha cambiato di fatto la storia dell’umanità: la risurrezione del Signore Gesù.

No, poche righe non bastano, non bastano neanche per spiegare cosa c’è dietro un cuore ferito, nelle parole di qualcuno che soffre, nell’amore non amato e nell’amore amato da una carne e un sangue che si fanno carezza, parola rassicurante e sostegno inamovibile. Anche Giovanni alla fine del suo vangelo scrive: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”. Gv 21,15

Già, il mondo non basta per contenere la storia di Cristo, ma il mondo è anche troppo minuto per contenere il vissuto di ciascuno di noi, perciò, ogni vissuto è così prezioso.

C’è però forse un cuore, una vita, una donna che può aiutarci a riassumere l’uno e il molteplice ed è l’apostola degli apostoli, colei che la Chiesa canta nel victimae paschali, implorandola di dirci cosa ha visto con gli occhi delle sue lacrime e cosa ha sentito con l’ascolto delle parole del maestro: “ Dic nobis Maria quid vidisti in via?

Maria di Magdala.

Questa figura evangelica ci fa capire quanto quello che dicono gli altri, quando ci equivocano con etichette, sia compromettente per la nostra identità. Fin dall’antichità è stata associata, forse per omonimia, a Maria di Betania, poi confusa con l’adultera o la prostituta e, anche oggi, una certa cinematografia la sovrappone a colei che fu consegnata dai capi del popolo al giudizio legiferante del Signore Gesù.

Ma cosa dicono i vangeli di Maria di Magdala?

Lc 8,2 è molto chiaro: Maria di Magdala era semplicemente una donna guarita, una donna dalla quale erano usciti sette spiriti cattivi. Già l’identità di questa celebre testimone del Risorto inizia a scremarsi da ogni contaminazione, per darci la sua vera profondità e ricchezza! I demoni erano sette. Sette era il numero della sazietà, tanto che il giorno in cui Dio trova la Sua pienezza nel vedere la creazione, decidendo di godersi il Suo riposo, la Sua sazietà, è proprio il settimo giorno. Questo può significare che in quella donna abitava non la creazione, ma la distruzione, non la sazietà, ma la fame, non il riposo, ma l’ansia di non essere amata.

Il numero sette è anche importante per un altro fatto. In ebraico il “settimo” è “shbi’im” e ha la stessa radice del verbo giurare/promettere ni-sheba’”. Da questo possiamo desumere la grande guarigione operata dal Signore Gesù, la Sua opera di salvezza in Maria: le ha ridonato una promessa, le ha dato un’altra volta la dignità di “giurare” su se stessa, cioè di credere in se stessa, di dirsi che è bella, che è forte e fragile, di essere sicura perché ha fatto tutto il possibile e anche l’impossibile. Questa è la guarigione del NOI, che passa attraverso la salvezza dell’IO, un IO su cui nessuno può mettere le mani, di cui nessuno ha il diritto di usurpare la dignità, perché quei sette demoni sono stati spazzati via facendo posto ai sette doni dello Spirito di Dio.

La Maddalena, però, dovrà affrontare un ultimo nemico, un’ultima prova, davanti a quel sepolcro vuoto, in quel mattino freddo e desolato delle stradine tortuose di una Gerusalemme che dorme mentre dovrebbe essere sveglia.

Maria piange! Piange perché ciò che rimaneva del suo Signore non c’è più! Ma è lo stesso Signore che le fa quella domanda liberante e sanante: “Perché piangi?” La donna risponde con la voce di tutte le donne che avrebbero voluto fare di più e non ce l’hanno fatta o che hanno dato tutto, ma quel tutto non è bastato. Maria sembra essere tornata nell’insicurezza di chi si crede sola e incompiuta, ma Gesù la chiama per nome e le rifà quella promessa, le rifà quel giuramento: “Non piangere, perché tu sei la mia sazietà, la mia gioia. Tu sei il mio giuramento. Io so che tu mi ami.” In quel momento Maria risorge, perché non c’è forza più grande che sapere e sentirsi dire da chi amiamo che sa che l’amiamo con tutto il cuore.

Questo è il vangelo, questo è l’annuncio che la Chiesa ha bisogno di sentirsi dire dalla Maddalena: Lui ti ama e Lui sa che lo ami.

Che il Signore risorto aiuti ogni IO ad essere apostolo per sé e nel NOI di questo strepitoso annuncio.

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