Psicologia e fede fanno pace!

Solo il Signore Gesù Cristo ha potere di salvare la mia anima. La psicologia, come tutte le altre scienze che la nostra intelligenza di essere umani ha concepito, offre strumenti. Strumenti di cambiamento che riguardano la vita psichica: emozioni, pensieri e comportamenti. Vale la pena scrivere qualcosa su questo argomento perché c’è ancora troppa ignoranza in questo ambito. 

Avendo studiato in una università cattolica per me il connubio fra fede e scienza è naturale, le cose proprio non si possono separare, perché l’essere umano è una persona bio-psico-sociale aperto al trascendente. Significa che ho un corpo con la sua fisiologia e i suoi meccanismi biologici, una dimensione psichica fatta di equilibri emotivi, e sono relazione cioè sono inserita in un contesto sociale e relazionale che mi influenza e che io influenzo. Infine ho dentro di me una dimensione spirituale che riguarda la ricerca di senso e valori qualsiasi fede coltivo dentro di me.  

Se partiamo da questa visione dell’uomo è evidente che ogni dimensione influenza l’altra e tutte le dimensioni della persona vanno custodite. Spesso però negli ambienti cattolici succede che la pratica psicologica va in competizione con il cammino spirituale, come se fare un percorso psicologico svalutasse il cammino di fede. Niente di più falso e infecondo. Per curare una bronchite vai dal dottore, per curare una carie vai dal dentista, se hai la macchina rotta la porti dal meccanico, se hai un problema psicologico, emotivo puoi serenamente andare dallo psicologo.  

Lo puoi scegliere con cura e attenzione, perché i ciarlatani e gli incompetenti esistono pure nella nostra categoria. La prima informazione è questa: lo psicologo è laureato in psicologia, ha frequentato un percorso universitario e fatto un esame di abilitazione e può effettuare percorsi di consulenza psicologica su problematiche contingenti mantenendo il focus sul potenziamento delle risorse personali. Lo psicoterapeuta invece ha fatto una scuola ulteriore di quattro anni per specializzarsi sulla ristrutturazione della personalità nei casi più complessi in cui la sofferenza psicologica ha radici profonde e si manifesta con sintomi più complessi. Non abbiate paura di queste spiegazioni. Anche la mia personalità è stata ristrutturata ringraziando a Dio. Pensa se restavo uguale!! E’ una ristrutturazione che si fa insieme al terapeuta, siete una squadra, niente può essere fatto senza la tua volontà di cambiare. Lo psicoterapeuta non è un mago, non è onnipotente, ha solo strumenti che ti possono essere utili per stare meglio, per aggiustare quelle difficoltà umane che ti fanno soffrire. Fra te e lo psicoterapeuta c’è una porta di cui solo tu hai la chiave. Se apri puoi ricevere l’aiuto che desideri altrimenti no. A volte certe problematiche richiedono anni perché sono molto complesse, altre volte basta meno tempo. Dipende dalle situazioni. Certo è che se lo psicoterapeuta si rende conto che non ci sono miglioramenti nel tempo è tenuto a comunicarlo e farlo presente, valutare un invio e comunque stimolando il paziente ad essere attivo e indipendente. Come diceva la mia psicoterapeuta “se ci hai messo vent’anni a incasinarti la vita mica puoi metterci sei mesi a risolvere tutto!” e ci facevamo una bella risata, magari dopo un mio pianto di dolore. Occorre darci tempo e avere pazienza, e pregare Dio che ci faccia incontrare le persone giuste che ci aiutino a rifiorire. A volte di fronte a certe sofferenze della nostra vita sarebbe più facile se il Signore ci facesse un miracolo istantaneo. Ma la domanda è quale è il nostro bene?! Il mio bene è stato attraversare tutto quello che il Signore ha permesso, per diventare la donna che sono. Niente miracoli inspiegabili. Ho lottato con le unghie e coi denti per costruire e custodire la gioia a cui ero chiamata. Ho fatto innumerevoli percorsi psicologici, individuali, di coppia; ho convertito il mio cuore a Cristo, mi sono pentita dei miei peccati, sono stata perdonata, ascoltata e amata da preti che mi hanno aperto la porta del Paradiso qui sulla terra. Il Signore si è manifestato con dolcezza e gradualità, con amore e affetto, spesso anche attraverso tutti i professionisti che ho incontrato. Possa tu fare questa esperienza di guarigione spirituale e psichica. 

Claudia Viola (moglie, mamma e psicoterapeuta)

Non abbiamo che acqua o aceto.

Volevo riflettere oggi su una piccola verità nascosta che si può comprendere dalla Parola. Parlo del primo e dell’ultimo miracolo di Gesù nella sua vita terrena, nella sua presenza nella storia. Due miracoli compiuti durante un matrimonio. In entrambi i casi noi uomini non abbiamo saputo dargli che miseria. Nelle nozze di Cana gli sposi avevano finito il vino. La festa rischiava di finire. La gioia sarebbe evaporata. Gesù non ha chiesto che acqua. Da quell’acqua ha generato del vino delizioso. Un vino che dona una gioia che va oltre quella umana. Un vino molto più buono di quello che era appena finito.  Gesù non ha chiesto che acqua. Anzi ha chiesto qualcosa in più: che le giare fossero riempite. Questo cosa significa? Offrire la nostra natura umana, la nostra capacità di amare naturale, la nostra acqua, e fare la fatica di donargliela con il nostro impegno di ogni giorno. Il resto lo farà Lui. Trasformerà il nostro matrimonio in qualcosa di meraviglioso.

Ancora più incredibile è il secondo miracolo. Miracolo che avviene durante le nozze tra Cristo e la sua Chiesa. Miracolo che avviene sulla croce. Lì non solo non abbiamo saputo dargli neanche l’acqua. Gli abbiamo dato dell’aceto. Aceto che è vino avariato. Abbiamo dato lui il nostro amore inquinato e guastato dall’egoismo e dal peccato. Lui non solo se lo è preso, ma ne ha fatto sorgente di salvezza e di vita. L’acqua sorgente dello Spirito Santo e il sangue segno della vita. Sangue e acqua sgorgati dal suo costato trafitto.

Questa riflessione cosa ci dice? Che il matrimonio ha bisogno di Cristo. Che noi non abbiamo che acqua, quando ci vogliamo bene. Acqua che diventa aceto quando abbiamo una relazione segnata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dall’egoismo. Gesù si prende tutto e lo trasfigura con la sua Grazia e il suo amore. Così anche una relazione vissuta nell’amore vicendevole con Gesù diventa ancora più colma di gioia e di pienezza. Così anche una relazione malata e distrutta con lui può divenire via di salvezza e di pace.  Importante sottolineare come in entrambi i casi fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Gettate le reti…

image“Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.” (Matteo 5, 4-7)

Questa è la lettura del nostro matrimonio che mi è tornata alla mente qualche giorno fa e sulla quale voglio condividere qualche pensiero. Ho immaginato i pescatori distrutti e demoralizzati da una faticosa notte di lavoro che non ha portato frutto, prendere nuovamente il largo e gettare ancora le reti. Quante notti faticose senza raccogliere nulla si affrontano in un matrimonio, spesso esse portano a mollare reti e barche… Gli sposi più coraggiosi e fiduciosi sperimentano che queste notti, quelle più dure, ci purificano con le lacrime, ci chiariscono i pensieri mettendoci all’ascolto di noi stessi e dell’altro, ripensando alle parole che ci ha detto e riuscendo a leggere realmente qual era il messaggio, perché spesso tra le urla e la rabbia si nasconde il profondo desiderio di ognuno di noi di essere accolto, capito e amato e nei litigi, se siamo attenti, ci viene anche indicata la modalità per fare queste cose. Non dico sia, facile, è un lavoro faticoso che ci chiama a mettere da parte noi stessi ed ascoltare in profondità l’altro. Alla fine, all’alba, arriva Gesù con la sua Parola. Quale forza essa deve aver avuto! Credo ne abbia avuta molta per smuovere i poveri pescatori. La stessa forza smuove noi sposi a fare l’ennesimo viaggio, ma di giorno e con Lui sulla barca! Gesù ci conduce fuori dal nostro egoismo, perché si, purtroppo siamo profondamente egoisti, tendiamo a preservarci, ma Egli ci chiede di fidarci, di gettare le reti dalla parte destra, cioè fare una cosa mai fatta, una cosa nuova che porta alla pienezza!

Fare va bene, ma custodendo l’amore.

Oggi la liturgia propone il Vangelo con Maria e Marta. Marta che fa e Maria che ama.

A prima vista Maria sta antipatica. Come quella poveretta di Marta si sbatte di qua e di la. Lei non solo non fa nulla, ma si prende anche le lodi del Signore. Inconcepibile.

Vorrei dare una lettura moderna in chiave sponsale. Così si può comprendere meglio cosa intenda lodare Gesù in Maria e quale sia invece il grosso pericolo in cui può incorrere Marta.

Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Luisa certe sere appoggia la testa sul cuscino e già russa.

Noi abbiamo 4 figli, lavoriamo tutti e due ma cerchiamo sempre di non sottovalutare l’importanza di curare la nostra relazione e quella con Dio.

Ed ecco che ogni momento diventa buono. Cerco di trovare piccoli spazi durante la pausa pranzo per incontrare la mia sposa, solo io e lei come due amanti che però non tradiscono l’amore ma lo custodiscono. Giorni di ferie per ritrovarci io e lei a passeggiare come due fidanzatini. Quando posso l’accompagno al lavoro per trasformare quel tragitto in auto in momenti di dialogo d’amore o di preghiera di coppia. Ogni coppia poi trova la sua strada ma vi scongiuro non sottovalutate questo aspetto. Anche Gesù nel passo del Vangelo dove va ha trovare Maria e Marta riprende Marta. Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si da da fare ma intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare.

Antonio e Luisa

Amare è non smettere di guardarsi.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza ma della assenza tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi prende. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora. Questo male è come un veleno che ti entra e ti avvelena il cuore. Diventi duro, incapace di guardare l’altro e di farti guardare. C’è solo un modo che ti permette di non perdere mai la capacità di guardare l’altro: la tenerezza. Finchè esisterà la tenerezza tra gli sposi. essi non saranno toccati da questa aridità. La tenerezza fatta di gesti, parole e attenzioni vicendevoli.

Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

Uno sguardo per dare e non per prendere

Ho finito il precedente articolo sulla fedeltà introducendo lo sguardo. Lo sguardo di una persona fedele è lo sguardo di Cristo sulla croce. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini. Mi ha aiutato un sacerdote paolino che, venuto nella nostra parrocchia alcuni giorni fa, ha fatto una lectio divina proprio su questo tema. Lo sguardo di Gesù. Cosa possiamo capire? Partiamo da un passo del Vangelo di Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [27]Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. Ne siamo consapevoli? Dobbiamo riuscire poco alla volta a decentrare il nostro sguardo. Solo così la stanchezza, l’ordinarietà della vita, gli impegni, lo stress e tutte queste “belle” cose che ci avvelenano la vita saranno disinnescate. Saremo felici di essere stanchi e di non reggerci in piedi dal sonno perchè vedremo che il nostro impegno serve a sollevare la fatica della nostra sposa e del nostro sposo. Vedremo che il nostro sonno mancato sarà ristoro per lei/lui. Mi commuovo a volte a guardare la mia sposa che cerca di fare mille cose. La scuola e la casa le risucchiano tutto. Lei ci tiene a presentare un pasto dignitoso ogni sera perchè pensa a noi prima che alla sua stanchezza. Anche io cerco, quando riesco, di accompagnarla a scuola o di andarla a prendere. Poco importa se poi resto immobilizzato nel traffico e devo recuperare il lavoro. Mi rende felice averle reso la vita più facile ed essere stato con lei da solo qualche minuto in più. Piccole cose, certo. Da queste piccole cose si costruisce però una meraviglia. Si costruisce una relazione che se affidata a Dio diventa luce.

Spesso, tante coppie, non hanno questo sguardo di Gesù. Tanti hanno lo sguardo di Adamo ed Eva.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». [2]Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, [3]ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». [4]Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! [5]Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». [6]Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. [7]Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Che diversità!! Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile.

Qui lo sguardo è incentrato su di sè. Lo sguardo serve per prendere. Lo sguardo serve per dar sfogo alle proprie pulsioni, desideri ed egoismi. Questo è lo sguardo che porta alla disarmonia. Questo sguardo porta ad accorgersi di essere nudi e vulnerabili. Per questo dobbiamo coprirci. Non per vergogna, ma perchè ormai il rapporto è diventato un dominio sull’altro e non un dono di sè. Tutto è distrutto e tutto è perduto. Sembra così. Gesù è morto su quella croce per darci l’opportunità di cambiare le cose. Attraverso la sua redenzione e il sacramento del matrimonio possiamo imparare a guardare come Gesù. Possiamo trasformare il nostro sguardo che prende nel suo sguardo che dà. Costa fatica, lavoro, cadute, ma se riusciamo il matrimonio diventerà una realtà meravigliosa e grande, esattamente quello che Dio vuole per noi.

Antonio e Luisa

La fedeltà nuziale in Cristo

Ho lanciato su facebook un post dove chiedevo: “Cosa significa essere fedeli nel matrimonio cristiano? C’è differenza tra il semplice non commettere adulterio e la fedeltà cristiana?”

Mi sono divertito e devo dire che è stato anche interessante leggere tante risposte (alla fine ho riportato le più significative). Molte le condivido altre risultano, secondo me, incomplete. Ora vi do la mia.

Partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perchè sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perchè è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Detto in uno slogan: “Per essere fedeli bisogna avere lo sguardo di chi dà e non di prende. ” Con il prossimo articolo spiegherò meglio cosa voglio dire.

Voglio concludere questa prima parte con le risposte al post più significative:

Costanza: Forse fedeltà Cristiana significa neanche con il pensiero

Francesca: La fedeltà cristiana è guidata dall’amore, dal rispetto e anche dalla consapevolezza della consacrazione a Dio che gli sposi hanno fatto il giorno del matrimonio… c’è una preziosità che non va infranta perché sacra.

Elina: Essere fedeli può anche significare che se sbagli devi saper risollevarti e rimetterti al tuo posto in cammino con l’aiuto e la comprensione di una sposa che capisce.siamo umano e gli sbagli si devono mettete in conto . Non esiste la perfezione esiste piuttosto la volontà di continuare a credere nel tuo matrimonio.allora si che il tuo matrimonio ha ancora un valore

Antonella: La fedeltà è una prerogativa di Dio nei nostri confronti. Il giorno del matrimonio promettiamo di essere fedeli sempre con la grazia che ci viene dal Sacramento o grazia di stato , con la consapevolezza di essere tutti degli infedeli . Se il matrimonio è a tre , sposi e Gesù Cristo c’è la speranza di vivere nella fedeltà astenendosi da rapporti con altri / altre ( scusate se mi permetto, ma un grande aiuto viene da un fidanzamento casto ) e il sapersi perdonare sempre da infedeltà con sguardi , parole , atteggiamenti…

GiulianaLa chiamata al matrimonio è prima di tutto chiamata alla fedeltà, indipendentemente dal credo. La fedeltà esige la castità; quindi ogni atteggiamento non casto nei confronti anche della stessa sposa comporta infedeltà.

ConcettaÈ non tradire la promessa fatta a Dio ovvero che prometti a Dio di esser fedele nel bene e nel male prima perchè ti ha affidato sua figlia, suo figlio e ora te ne prenderai cura per sempre.

DamianaBeh, per definizione, la fedeltà è tale sempre, tanto per i cristiani quanto per i laici…. o almeno dovrebbe esserlo! Dico “dovrebbe” perché purtroppo oggi c’è uno scontro netto tra la morale cristiana (l’unica, a mio avviso, ancora salda e validamente autorevole) e il pensiero libertino del mondo, che coinvolge tutta la sfera valoriale.. fedeltà compresa! E quindi da un lato vediamo un’amministrazione meramente giuridica delle relazioni (se mi tradisci ti sbatto direttamente fuori di casa per amor proprio, dignità e onore personale..), dall’altro invece c’è la proposta di uno sguardo che sappia andare oltre, misericordioso e compassionevole, veramente adulto e maturo, che sappia riconoscere la povertà propria e dell’altro, accettarla, e in maniera responsabile e consapevole, sappia tornare a sperare, costruire e puntare ancora una volta su quell’unione, con e per Amore! Fedeltà (cristiana) è saper aspettare, rinascere e ripartire; è quel dono che ci chiama a restare invece di scappare, e ci aiuta a fare verità dentro di noi e nelle nostre relazioni…..

FedericaUna volta ho letto questa frase:” la fedeltà e il nome dell’amore nel tempo” solo con la grazia di Cristo si può essere fedeli, nella gioia ( dove è più facile) , nel dolore e nella malattia dove è estremamente difficile. Il tempo cambia le cose e anche le persone. Il tempo ci forma e ci “sforma” . La fedeltà in Cristo ti dona ogni giorno gli occhi dell’amore accogliente, tutto nonostante.

AntoniettaIo accolgo te e prometto di esserti fedele
con la Grazia di Cristo( Con il Suo aiuto che è la Grazia del Sacramento. Ci si sposa in tre) nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia (sia quando le cose vanno bene, sia quando vanno male, sia quando non ti comporti come io mi aspetto sia quando il nostro rapporto
va a gonfie vele.)…diciamo il giorno del matrimonio.
Fedeltà significa prima di tutto fidarsi dell’altro, ma soprattutto dell’Altro,metterlo al primo posto e come una madre fa con il proprio bambino partorirlo, (il primo parto a cui Dio ci chiama è il coniuge.Vedi Adamo ed Eva.)
Si tradisce il coniuge in tanti modi: figlio, carriera, denaro, famiglia d’origine, internet, amici e via dicendo) Dio quando vide Adamo triste nel paradiso terrestre disse: ” Non è bene che l’uomo sia solo
gli voglio fare uno che gli corrisponda ( che risponda di lui, che gli stia di fronte e lo definisca, che gli risponda, se vogliamo entrare nel significato della parola originaria).
Per capire in fondo cosa significa essere fedeli basta guardare Gesù che ci ha scelti per amarci non ci ama perché siamo buoni, bravi, fedeli.
La fedeltà è scegliere di amare a braccia inchiodate, aperte, scoprendo il cuore, per continuare a dire “Io mi fido di te”

DamianaSì, a questo proposito vorrei aggiungere un’osservazione fatta da una biblista (della quale ora mi sfugge il nome..) in un incontro da lei tenuto nella mia parrocchia qualche anno fa: il vero verbo dell’amore non è “accogliere” (“io accolgo te…”) ma “consegnarsi” come Cristo in croce, cioè lasciarci amare dall’altro con i suoi mezzi, modi e limiti, nella vera libertà, accettando di essere feriti….. (ovviamente tutto nell’amore… non nel masochismo o fragilità che potrebbero portare a certi fatti di cronaca, purtroppo molto diffusi ultimamente) Solo a pensarci mi vengono i brividi per quanto è bella, alta e vera questa prospettiva!!! Af-fidarsi all’amore dell’altro e dell’Altro!!!

FedericaFedele alle promesse fatte sull’altare a Dio e al mio sposo. Fedele al progetto di famiglia secondo Cristo. Fedele nei pensieri e nelle azioni. Lontana da ogni tentazione, non solo legata all’erotismo. Per esempio fedele nel non trascurare per lavoro o altro le esigenze del mio sposo e della mia famiglia. Non cedere all’egoismo e alla cura esasperata di se stessi…

Antonio e Luisa.

Una risata ti salva la vita!

Un pomeriggio vagavo per una libreria in cerca di un libro interessante. DIO RIDE. Di Papa Francesco. E’ una racconta di molti degli interventi del Papa sulla gioia e l’humor nella fede del credente. “La severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé” (discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2014).  

L’umorismo è la possibilità di trovare il lato comico di qualcosa che sta succedendo. La risata è un processo in cui, in risposta a un certo stimolo che viene percepito come comico, si innesca un’esperienza di piacere. Attraverso una battuta divertente, possiamo creare uno spazio felice, in qualsiasi momento, qualsiasi cosa stia succedendo.  

A me questo ha salvato la vita. La mia famiglia d’origine è stata segnata da grosse difficoltà, fonte spesso di sofferenza e lacrime. Ma quando tutto sembrava insopportabile e incontenibile, la nostra capacità di prenderci in giro, di fare una battuta scherzosa, ci strappava quella risata fonte di forza ed energia per poter ricominciare e mai mollare nell’affrontare i problemi.  

Questa mia capacità di autoironia, ridere e scherzare, di saper tirar fuori una battuta anche nei momenti più duri l’ho desiderata e portata anche nel mio matrimonio. Se avessi dovuto affrontare con gravità e serietà tutte le nostre crisi e i nostri conflitti non avrei retto molto. Sicuramente sono molto seria sull’importanza che ha per me risolvere e affrontare i problemi nel modo giusto. Perché essere ironici non significa far finta di nulla o sminuire l’importanza di qualcosa che sta succedendo. E’ una questione di modalità. Perché se è vero che i problemi desidero affrontarli e superarli, sicuramente mi piace farlo anche sorridendo e mantenendo dentro di me uno spazio di gioia. L’esempio top di questo discorso è il film di Benigni “La vita è bella”: se è possibile strappare un sorriso di fronte ad un’orrida tragedia come quella del nazismo, forse posso farmi una risata di fronte ad un difetto ingestibile di mio marito, o di fronte alle incomprensioni.  

Farsi una risata aiuta a sdrammatizzare il momento, ad abbassare la rabbia o l’irritazione, aiuta a ridimensionare le emozioni negative per affrontare semmai con maggiore lucidità ciò che sta capitando. Durante il conflitto fare questo è difficile, se poi lo scontro è molto aspro fare una battuta sembra impossibile! Passata la turbolenza può essere più semplice, ma occorre predisporsi, essere flessibili, rispettosi e soprattutto lo devi scegliere. Puoi scegliere di tenere il muso e stare depresso o arrabbiato oppure provare a trovare un lato divertente nella situazione.  

Quando eravamo fidanzati con Roberto facevamo un percorso ad Assisi con un frate. Lui ci diceva che se trovavamo il modo di litigare per bene e fare pace come si deve, avevamo fatto tre quarti di strada verso un matrimonio felice. Problemi a litigare non ne avevamo perché litigavamo molto spesso. Un giorno ad un colloquio raccontiamo uno dei nostri scontri. Premesso che io sono una nanetta di 1,57 mt e mio marito e un watusso di 1,90 mt. Ci troviamo in cucina a casa sua e scoppia una lite furibonda non so perché. Siccome dalle mie “bassezze” non riesco a esprimermi come voglio, prendo una sedia, la metto davanti a lui, ci salgo su e comincio a dirgliene quattro!! Così sono alta qualche centimetro in più di lui. Di fronte a quel gesto Roberto scoppia in una risata e mi dice “tu sei matta scatenata! Ti amo sei la donna della mia vita”. Scoppio a ridere pure io che effettivamente non mi sto rendendo conto della comicità della situazione, e alla fine una lite furibonda si trasforma in un momento di intesa e complicità che stempera i nostri animi focosi. Il nostro padre spirituale si fa due risate e ci dice che sicuramente quella scena se la sarebbe rivenduta a qualche corso per fidanzati! Ci dice anche che siamo due tipi focosi, passionali e con due storie difficili alle spalle, ma la nostra simpatia e capacità di scherzare ci salverà tante volte. E così è stato. 

Nella vita a due ne succedono tante, ogni giorno. Forse se capita una sciocchezza, come le mutande lasciate in giro da tuo marito, o sull’isteria serale di tua moglie, una bella risata te la puoi fare! Perché non devi per forza dare peso a tutto e affrontare seriamente e gravemente ogni cosa. Le situazioni pesanti e serie vanno riconosciute, affrontate e se Dio vuole, risolte, ma diamoci il permesso di sorridere mentre lo facciamo perché la vita è un dono troppo prezioso per non esprimere la gioia della nostra esistenza. L’ironia è sapienza, la fede è festa del cuore, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. “La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere” (Evangelii Gaudium, 84) e questa gioia risiede nella splendida notizia che sei amato, desiderato e voluto da un Dio che da la sua vita per te. Così di fronte alle difficoltà della vita di coppia, di fronte ad una crisi, ai problemi con i tuoi figli o familiari, strappati un sorriso, perché non c’è buio e ombra in cui il Signore Gesù Cristo non sia li con te per starti accanto e sostenerti. Ieri, Oggi e per sempre sei amato. Dona questo amore con un sorriso. 

Claudia Viola (moglie, madre, psicoterapeuta di coppia)

L’anello nuziale: dolce giogo

La Parola di oggi afferma:

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Per riflettere su queste bellissime parole ripropongo un mio articolo di alcuni mesi fa.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Antonio e Luisa

Quale bicchiere berreste?

imageSono sicuro che la risposta di molti è il bicchiere a sinistra, un bel
bicchiere di acqua fresca quando si ha sete è la cosa migliore. Se invece vi dicessi che dal primo mattino, appena apriamo gli occhi ciò che ci viene automatico è trangugiare il bicchiere a destra? Spesso ci svegliamo pensando alla giornata che ci aspetta e partiamo con le preoccupazioni, con le recriminazioni, con il vittimismo. Tutto questo avvelena la nostra vita senza che ce ne accorgiamo, beviamo una cosa schifosa, cosa che non faremmo se fossimo coscienti del danno che ci arreca questo gesto. È più bello svegliarsi e lamentarsi o svegliarsi e lodare Dio, anche nella prova? Vi invito a scegliere, anche con fatica, di bere al mattino questo bicchiere di acqua fresca che è la Parola di Dio e lodarlo e benedirlo.
“Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca la sua lode sempre” Sal 33,2
“Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora,
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio.” Sal 49,23
E ancora: “A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.”
Sal 65,17

L’altra sera, mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote, ho avuto come un flash, don Nazzareno ci sottolineava la parola di Gesù che dice: “Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo.” (Mt, 15,17-18) Questo bicchiere di acqua sporca può anche rappresentare il nostro cuore! Un cuore torbido, appesantito dai detriti, sporcato dalla terra… ma il nostro cuore può essere il luogo per la sorgente di questa acqua fresca e limpida sempre pronta a dissetarci e darci la vita: “ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.” (Gv 4,14)
Sappiamo bene quanto poco tempo possiamo stare senza bere, allora chiediamo a Gesù di inondare il nostro cuore con la grazia del suo Santo Spirito, alla quale attingere ogni momento della giornata. In questo modo possiamo essere benedizione per gli altri, soprattutto per chi ci sta vicino!
Vi dono un versetto a me tanto caro, decisivo in una fase della mia vita: “Il cuore del re è un canale d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.” (Proverbi 21,1) Se questo canale si ostruisce, si buca, si interrompe, può arrivare acqua sporca, avvelenata o non arrivare per niente, quindi è importante vigilare sempre sul nostro cuore, altrimenti: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.” (Mt 15, 18) Purtroppo mi è successo di non vigilare su questo cuore e ne ho pagato le conseguenze, ma per grazia di Dio ho incontrato sul mio cammino persone che mi hanno teso la mano e mi hanno aiutato a rialzarmi, prima fra tutte la mia sposa. Quel periodo della mia vita mi ha insegnato molto, in particolare mi ha insegnato l’umiltà di riconoscersi creatura e di potersi rivolgere ad un creatore che è Padre.
Credo che gli sposi debbano ricordarsi a vicenda la gratitudine a Dio, al mattino possiamo essere per il nostro coniuge un bicchiere, magari anche piccolo, ma possibilmente non bucato, per portare questa acqua che diventa, per grazia di Cristo, sorgente di vita eterna.

Abbandonarsi come un bambino

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore. 

Essere come bambini. Cosa significa? L’ho scoperto attraverso il nostro Francesco, il più piccolo dei nostri figli. E’ successo tutto nell’estate di due anni fa. Francesco aveva 6 anni. Eravamo al mare e si è fatto male. Fortunatamente nulla di grave. Abbiamo chiamato la croce rossa perchè non sapevamo dove portarlo e temevamo avesse qualcosa di rotto. Per farla breve è stato portato in un vicino pronto soccorso, non lontano da dove soggiornavamo. E’ stato curato e dimesso. Era sera tardi, in quel luogo periferico non c’erano persone, io ero a casa con gli altri figli e Luisa si è trovata sperduta, senza riuscire ad orientarsi per tornare a casa. Io cercavo, attraverso il telefono, di aiutarla a trovare un punto conosciuto, ma niente, non riusciva. Era abbastanza nel panico. Poi finalmente ha trovato la strada ed è arrivata a casa. Prima di dormire, mi ha guardato, e mi ha detto piangendo: “Ho capito cosa significa tornare come bambini”. Quello che caratterizza i bambini non è l’innocenza, la cosa più importante è l’abbandono. Francesco è sempre stato tranquillissimo. Io ero nel panico, lui no. A lui bastava tenere stretta la mia mano e si sentiva sicuro e protetto. Non temeva nulla perché si fidava di me. Era completamente abbandonato a me. Questo ci chiede Gesù. Ci chiede di fidarci come Francesco ha saputo fare con la sua mamma. Ben più sicura e forte è la sua mano. Anche quando siamo nella confusione e nella nebbia se continuiamo a stringere con forza la sua mano e ci abbandoniamo a lui non ci perderemo mai, ci saprà condurre a casa, alla sua casa dove c’è un Padre ad attenderci per un abbraccio eterno.

Antonio e Luisa

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Dov’è il mio posto?

Dov’è il mio posto? Proprio quello dove sei! Ogni giorno il nostro posto è accanto alle persone che amiamo e a quelle che amiamo meno, anche quelle proprio che non digeriamo. Il nostro posto, la nostra missione è nel quotidiano. Gesù era Dio, il suo posto era il trono dell’Onnipotente, il suo regno il Cielo, eppure ha accettato il suo posto. Ha accettato una grotta e una mangiatoia per nascere, quando lui era un Re e poteva avere tutto; ha accettato di sottostare per trent’anni della sua vita a due genitori, che si meravigliano loro stessi delle sue domande, quando era Lui Padre; ha accettato di essere giudicato, quando Lui era Giudice; ha accettato di essere condannato, deriso e umiliato da un potere effimero, quando Lui era l’Onnipotente. Ha accettato la morte in Croce, quando era Lui il Vincitore della morte.

A volte siamo portati a pensare che forse abbiamo tanti doni, che forse potremo servire ad altro, in altri posti, che le persone che ci circondano non ci meritano, ma il Signore dice che noi serviamo proprio lì dove ci ha messi. Madre Teresa con il suo Amore avrebbe forse fatto tanto bene in tanti posti di potere, ma lei ha servito il Signore proprio lì dove l’ha messa. E così tanti altri santi. Accogliamo con gioia dove Dio ci mette, è lì che dobbiamo mostrare la sua grandezza.

Non cerchiamo cose grandi, quando non siamo grandi nel piccolo. La costruzione della Chiesa è partita da poveri pescatori, da persone che nessuno avrebbe scelto per fondare neanche il comitato di classe. Se siete poveri, ignoranti, peccatori allora Gesù è venuto per fare cose grandi nella vostra Vita.

Se non vi sceglie per posti privilegiati, ma per essere servi ultimi, allora siete nel posto migliore, siete dove Lui è stato duemila anni prima. Se siete derisi e umiliati, se siete osteggiati e traditi, allora gioite ed esultate perché vi sta facendo dono di Se stesso. Se vi scartano, vi mettono da parte, anche nella Chiesa, ricordate che Lui è stato scartato e messo da parte da tutti i più saggi ed eruditi del tempo.

Se un giorno sarete in posti terreni più alti, scendete da essi e ponetevi come ultimi. Un buon capo è colui che gestisce il grande, preoccupandosi del piccolo. E’ colui che cura i dettagli, le relazioni con i piccoli, per poter servire al meglio nelle cose più grandi. Perché la grandezza si nasconderà sempre nei piccoli, negli umili e nei poveri: è in loro che si cela la sapienza di Dio. Lui si è fatto piccolo per mostrare la sua grandezza, povero per mostrare la sua ricchezza, umile per mostrare la sua sapienza.

Se state facendo discernimento, se volete capire Gesù cosa vi chiama ad essere, se la persona al vostro fianco è quella giusta, non è in questo articolo che troverete una risposta! Posso solamente dire che Gesù la strada l’ha già tracciata: “Ama il prossimo come te stesso, e seguimi perché sono la via, la verità e la vita”. Senza accorgervene la strada la starete già percorrendo, e alla fine di questo percorso avrete trovato voi stessi.

Mi è capitato in passato, nei convegni che organizzavo, di perdere l’attenzione per il quotidiano. Le cose che facevo erano belle e sante, però perdevo i dettagli. Invece nell’ultimo anno ho riscoperto quella attenzione per le piccole cose: un sorriso mentre guido nel traffico, l’ascoltare un amico, l’attenzione per le piccole problematiche di coppia (le donne hanno il potere della moltiplicazione… anche dei problemi), la preziosità dei silenzi, l’accorgermi delle tante “carezze di Dio” durante la giornata. Ed è qui che pian piano Dio mi sta dando il dono di riconoscerlo (perché non si smette mai di conoscerlo nuovamente). Non so dove vado, ma so che sarà Lui a guidarmi, se avrò l’attenzione di ascoltarlo e di vederlo nelle cose di tutti i giorni.

Pietre vive.

Una curiosità. Leggevo qualche giorno fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che possano sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Che bello che proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore.

Voglio finire con un commento sui fatti di questi ultimi giorni. Riguardo agli attacchi veri o presunti al Santo Padre. Guardiamo agli sposi pietre vive. Così deve essere la Chiesa di Gesù. Non deve essere costruita con mattoni tutti uguali. Non deve essere fatta di persone che pensano e agiscono tutte allo stesso modo. Ci sono sensibilità, pensieri, modalità e pastoralità diverse, anche opposte. E’ giusto così. la Chiesa di Gesù deve essere fatta di pietre vive. Guardiamo alla coppia di sposi a stiamo tranquilli. Da quella diversità può nascere una nuova e meravigliosa creazione di Dio, che nasce dalla volontà degli uomini e dalla Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

Rimproverare o amare?

Don Fabio Rosini mi piace molto. Mi piace il suo modo di predicare e di scrivere. Sto leggendo la sua ultima fatica “Solo l’amore crea”. Molto interessante e libro ricco di spunti per riflettere sulla propria vita e sul proprio matrimonio.

Benedetto XVI durante l’Angelus del 4 novembre 2012 disse:

Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore.

Don Fabio Rosini commenta queste parole scrivendo:

Abbiamo tutti bisogno di essere amorevolmente corretti, di qualcuno che si prenda cura di noi, di quella premura che sa dare una parola pacata: “Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1,20). L’uomo non cambia direzione perchè è stato rimproverato amaramente, ma perchè è stato aiutato a ritrovare la propria bellezza, la propria importanza autentica. Per avere tale premura ci vuole un modo di percepire, vedere, intendere il fratello che è sublime. E’ un’opera di misericordia. E’ vedere l’altro con gli occhi di Dio.

Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro/a? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio. Come tu mi desideri così tanto? Mi trovi così bello? Anche se io non sono perfetto? Anche se commetto tanti errori? Anche se io non mi amo così tanto e non mi so guardare con il tuo stesso sguardo?

Questo è lo sguardo che dobbiamo sempre posare sul nostro sposo o la nostra sposa. Questo è lo sguardo che lo può aiutare a migliorare e ad essere sempre più pienamente umano e realizzato. Siamo chiamati a questo. Siamo chiamati a rendere l’altro santo e per poterlo fare dobbiamo chiedere a Gesù di donarci questo sguardo l’uno per l’altra. Noi non ne siamo capaci, ma grazie al sacramento che ci unisce Dio può darci la forza che ci manca. Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo.

Antonio e Luisa

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Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina

“Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?
Ora, così dice il Signore degli eserciti: riflettete bene al vostro comportamento.
Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato.
Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene al vostro comportamento!
Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria.”

Oggi non mi ha colpito tanto il Vangelo quanto la prima lettura. Questo testo è preso dal Libro di Aggeo. Un libro per lo più sconosciuto alla gente comune. Con questo libro inizia l’ultimo periodo dei profeti. Quello post-esilio babilonese quando inizia la ricostruzione e la preparazione alla venuta del Messia, Gesù Cristo. Cosa ci dice questo libro e questo passaggio in particolare? Ci ricorda che senza Cristo non possiamo nulla. Possiamo tranquillamente trasporlo ai nostri giorni dove serve di nuovo una ricostruzione. Serve la ricostruzione del tempio. Tempio che sappiano non essere più un luogo fisico e geografico. Il tempio, la casa di Dio, siamo noi, è il nostro corpo, la nostra vita, la nostra storia. Per noi sposi c’è un luogo certo in  cui Cristo viene ad abitare ed è la nostra relazione, il nostro noi. La nostra unione è tabernacolo di Gesù. Dovremmo inchinarci davanti alla grandezza che ci rende uno, con lo stesso rispetto che useremmo davanti al Santissimo. Invece questa unione è disprezzata dalla società e dalla politica. Questa unione è sottovalutata, lasciata inaridire, non curata. Il nostro tesoro più importante viene lasciato morire e seccare come una pianta nel deserto. Siamo pronti a dare tutto per il lavoro, per i nostri interessi, per i nostri figli, ma non per la nostra relazione spesso data per scontata. Siamo pronti a distruggere tutto.  Dio è tremendo in questo passo. Ci dice che abbiamo tutto. Abbiamo da mangiare e da bere. Abbiamo vestiti. Abbiamo soldi. Abbiamo tutto quello che serve per essere felici. E’ proprio così? No, spesso ci manca la ricchezza più grande. Ci manca la presenza di Dio nella nostra vita e questo rende tutto il resto inutile. Abbiamo cibo e bevande che non sfamano e non dissetano. Abbiamo vestiti che non scaldano il cuore e abbiamo soldi che non possono comprare l’amore autentico che dà senso e pace. Saliamo sul monte, il monte della preghiera. Lasciamo tutte queste luci del mondo che ci accecano con luci false e piaceri superficiali, che non durano e non lasciano nulla se non desideri insoddisfatti. Saliamo sul monte nel silenzio, alla presenza di Dio e ricostruiamo la nostra unione. Ricostruiamo la sua casa. Guardiamoci, abbracciamoci, chiediamoci perdono, perdoniamoci e ricostruiamo quella casa. Dio non aspetta altro di tornare ad abitarla. Francesco, in preghiera davanti al crocefisso, ricevette una chiamata e una missione da parte del Signore: “Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. Così anche per noi. Quando siamo distanti e non ci troviamo. Quando abbiamo litigato e non parliamo. In quei momenti se ci mettiamo in ascolto di Dio lui ci dirà: Antonio (Luisa), va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina.

Antonio e Luisa

L’intimità fisica che diventa sacramento (4 parte)

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Non posso che terminare con questi versetti del Cantico dei Cantico:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.

Antonio e Luisa

prima parte      L’intimità e la Messa

seconda parte  La parola è un volto che ci ama

terza parte       Il credo degli sposi

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Il Credo degli sposi (3 parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Concludiamo come al solito con un passo del Cantico dei Cantici:

Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
Il mio diletto è per me e io per lui.

Stiamo attenti alle piccole volpi. Le piccole volpi sono quei pericoli che non vediamo. Quei nostri piccoli errori che con il tempo distruggono la relazione. Le volpi sono il nostro dare per scontato l’altro/a e non nutrire di tenerezza il nostro amore. Le piccole volpi non si vedono, ma se non cacciate uccidono il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

 

prima parte      L’intimità e la Messa

seconda parte  La parola è un volto che ci ama

Dare per dare

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre pensare se ne valga la pena oppure no. In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore , ma una transazione commerciale. Un dare per avere. Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava. Questo è un rapporto con una prostituta non con una moglie. Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti,  quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia.  Perchè il matrimonio è così, è questo. Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza. Lei aveva bisogno e  io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

La giustizia di Dio

Le vie del Signore sono diverse dalle mie. I pensieri del Signore e i suoi disegni sovrastano la mia spiegazione degli eventi e dei fatti della mia vita. La mia storia di salvezza è nata su un’esperienza in cui, ciò che nella mia vita era disgrazia e sofferenza, si è trasformato in un’OCCASIONE. L’occasione per me di sentirmi voluta bene, sentirmi amata, sentire che quel dolore a cui non c’era spiegazione e che sembrava una condanna, in realtà era per me una benedizione. L’occasione di diventare una donna vera, adulta, pacificata e capace di amare. 

Nel mio matrimonio ci sono stati momenti veramente lunghi in cui le crisi di coppia vissute sembravano una disgrazia! Che avevo fatto di male per meritarmi un marito così egoista ed egocentrico?! Ma non avevo già sofferto abbastanza nella mia vita?! Perché anche queste rogne?!  Quell’8 dicembre hanno preso tutti una cantonata. me compresa! Nei primi anni del mio matrimonio ho covato tanta rabbia e un forte desiderio di vendetta: che anche lui soffrisse quello che pativo io! Questo odio camminava parallelamente al desiderio di scoprire il disegno di Dio per me, per noi come coppia, un ricamo di cui vedevo solo il rovescio e che avrei voluto tanto buttare via. Ho scelto di non gettare via nulla e di stare. Stare ad aspettare. E ho aspettato parecchio. Almeno 8 anni. Sono tantissimi 8 anni. 

Tuttavia desideravo che Dio mi facesse giustizia e pensavo che Roberto dovesse essere punito per quello che faceva. E anche quando fosse cambiato, avrebbe dovuto pagare per i suoi errori. C’era di fondo dentro di me l’idea che mentre lui si permetteva di pensare solo alle sue esigenze, io invece soffrivo subendo tutto ciò. Lui non mi mostrava la sofferenza che viveva dentro, e io non volevo vederla o accoglierla. Il peccato non è spassoso e ha il suo grosso prezzo esistenziale. Mio marito ha pagato il suo e io ho pagato il mio. Nella crisi e nel nostro peccato, quello che ci accomunava era la solitudine. Lui così centrato su di sè da non permettere a nessuno di volergli bene, nemmeno a Gesù. Io, chiusa nella delusione e nell’amarezza delle mie aspettative idilliache infrante, continuavo a pretendere costantemente che fosse Roberto a sanare e compensare le mie mancanze e se questo non avveniva, e credetemi che non avveniva per niente, rimanevo a bocca asciutta e non mi prendevo la responsabilità della mia “fame”, quella che può essere saziata solo dall’amore di Chi ci ha creati. Vivevo il matrimonio con quel rodimento di fegato e quell’invidia, senza sapere che invece ero libera di fare ciò che volevo. Ma non me lo permettevo perché dovevo essere la “buona” della situazione. Nel cuore non avevo la grazia di comprendere che stare lontano da Dio non è divertente, ne piacevole. Il mio cuore era al buio, perché in una parte non piccola di me vivevo il matrimonio come un obbligo a sopportare ed incassare, come mi avevano insegnato le mie nonne prima di me. Il mio non era dono d’amore gratuito, ma pretesa e rinfacci continui. Eppure mi sentivo nel giusto. Giusto. Giustizia. La mia giustizia era la sete di vendetta, alimentata da una rabbia spesso velata e indiretta, come solo noi femmine sappiamo fare, mettendo il muso e creando provocazioni e tensioni continue. Spesso esplodevo, di una violenza incontrollata che era peggio della rabbia passiva. Alla fine dei giochi il mio cuore era infelice. Perché cercavo la giustizia degli uomini, non quella di Dio. Questo l’ho capito alla mia terza figlia. Quando durante la gravidanza si stavano ripetendo le stesse dinamiche di egoismo e trascuratezza di mio marito. Mi sono detta: se la mia strada non ha funzionato, forse è giunto il momento di andare dove non so, per un sentiero che non so. Ho invocato il nome del Signore e ho chiesto veramente di fare giustizia nel mio matrimonio. Di portare quella pace e fecondità che desideravo da troppo tempo. La prima intuizione del cuore frutto della preghiera è stata questa: RIPARTI DA TE. E così ho fatto, cominciando a prendermi la responsabilità del mio valore e del mio diritto di riguardo e attenzioni. Ho smesso di pretendere ed esigere, tipo esattore delle tasse, perché non volevo più far dipendere da Roberto la pace del mio cuore. Ho cambiato il modo di trattarmi, ho costruito per me quel riguardo, quella gentilezza, quell’affetto che negli anni di matrimonio avevo dimenticato. In fin dei conti Roberto mi trattava come io mi trattavo. Seconda intuizione: SE NON TI SENTI AMATA NON PUOI DARE NESSUN AMORE. Così sono andata a dissetarmi alla fronte più preziosa e inesauribile che c’è, la mia RELAZIONE CON DIO. Perché è in questo spazio che riscopro chi sono, quanto sono voluta bene e desiderata, sempre e comunque. Ho scoperto che se mi sento profondamente amata e voluta bene, se sono consapevole di quanto sono unica e preziosa, non c’è fuoco che non posso attraversare! E mentre sono cambiata io e cambiato anche mio marito. Ma la vera giustizia di Dio per me non è stato il cambiamento di Roberto, per cui ringrazio Dio ogni giorno, ma la LIBERTA’ per il mio cuore, la cui pace non dipendeva più da un altro, da fatti esterni, ma era legata unicamente alla mia meravigliosa condizione di Figlia di Dio Amata da un Padre che non mi abbandona mai. La mia giustizia non è quella di Dio. Quella di Dio va molto oltre la legge del contrappasso. Perché il mio Dio è un Dio che va continuamente in cerca dei suoi figli e quando li trova e li incontra nel suo Amore, la Grazia è per quel figlio se il figlio la accoglie. La salvezza dell’amore e del perdono, è generosa e porta frutto di gioia, pace e amore. Avessi cercato questi frutti per me prima, piuttosto che giudicare chi avevo accanto! L’invidia e l’ira non mi permettevano di vedere a quale vita nuova ero chiamata. La giustizia di Dio è l’Amore sovrabbondante e fuori misura. Prenditi per te questo amore oggi e vedrai il tuo cuore rifiorire, le emozioni, i pensieri e le azioni cambiare.

Claudia Viola

La Parola è un volto che ci ama! (2 puntata)

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Concludiamo con il passo del Cantico dei Cantici, unione ideale tra la liturgia della Messa e la liturgia degli sposi.

Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

L’amplesso è il culmine, il punto più alto di una sinfonia d’amore che nasce nel cuore, cresce nel dialogo d’amore e ci fonde in uno nei corpi per sperimentare la Trinità. Così diventa vera liturgia sacra, quel modo d’amare che Dio ha voluto per noi

Antonio e Luisa

Continua…..

prima puntata L’intimità e la Messa

L’intimità e la Messa

Oggi ho pensato di riflettere partendo da un parallelismo. La liturgia della Santa Messa come confronto con la liturgia matrimoniale. La liturgia della grande Chiesa di Cristo con la liturgia della piccola chiesa di Cristo, la chiesa domestica, in particolare la coppia.

L’intimità degli sposi è rinnovazione e riattualizzazione del sacramento del matrimonio come la Messa e l’Eucarestia lo sono del sacrificio di Cristo, della sua passione e della sua morte. Sono entrambi sacramenti perenni. Come l’Eucarestia mantiene dopo la transustanziazione la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino. Quella particola è corpo di Cristo e quel vino è sangue di Cristo. Lo saranno finché quell’ostia e quel vino non verranno consumati. Così per gli sposi. Nella loro relazione c’è la presenza reale di Cristo, non nello sposo e non nella sposa, ma nella loro relazione, nel noi che si è generato e che è divenuto luogo sacro e tabernacolo di Gesù.

Questa è  una riflessione personale che penso possa essere interessante e provocante. La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Questo primo momento si può immaginare con il primo poema del Cantico dei Cantici:

M’introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.
[6]Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.
[7]Dimmi, o amore dell’anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

Non guardare i miei difetti, che conosco e riconosco, amami per quella/o che sono. Mi introduca il re/la regina nelle sue stanze. Accoglimi e amami nella mia miseria. So che tu non mi giudicherai, ma che trovi in me una bellezza che io non riesco a scorgere se non nel tuo sguardo. Saremo un cuor solo e un’anima sola.

Continua….

Antonio e Luisa

 

 

 

 

Non temere: seguilo così come sei, spogliandoti di quello che hai!

Siamo abituati a pensare, a volte, da retaggi culturali o per errati consigli o ancora per nostri pensieri sbagliati in merito, che per seguire Gesù bisogna prima entrare in un esclusivo Fan club. Nulla di più errato, Gesù dice di seguirlo ORA, così come siamo: lascia quello che stai facendo, lascia quello che pensi sul tuo conto o quello che gli altri pensano sul tuo o ancora quello che tu pensi su Gesù, vai e seguilo!

Seguilo con le tue fragilità, con le tue cadute, con le tue paure, con i tuoi dubbi. Non aspettare di chiamarlo Rabbi/Maestro, lo chiamavano anche i farisei, eppure non l’hanno mai seguito. Si può seguire qualcuno strisciando, zoppicando, camminando. Non potrai però mai seguire qualcuno se rimani fermo.

Sentivo qualche giorno fa, da una catechesi di Don Fabio Rosini: “Rimane fermo colui sul quale agiscono più forze”. E faceva anche alcune similitudini. In fisica ad esempio un oggetto è fermo, perché su di lui agiscono due o più forze pari e contrarie. Un oggetto su un tavolo è fermo, perché su di lui agisce la forza peso (forza gravitazionale) e la forza vincolante del tavolo, entrambe si annullano e lo spostamento è pari a zero. Un altro esempio è quello del tiro alla fune, si rimane completamente fermi, quando le forze da una parte e dall’altra si equiparano.

Ora immaginate la nostra vita come un tiro alla fune, e in mezzo alla fune ci fossimo noi, e le forze che ci tirano da una parte e dall’altra sono il lavoro, lo studio, la famiglia, le relazioni, qualsiasi obiettivo che ci siamo prefissati. Più siamo legati a tutto, più siamo ricchi, più non riusciamo a muoverci, perché tutte queste forze saranno pari e contrarie. Per muoverci dobbiamo lasciare andar via un po’ di zavorra. Immaginiamo anche alla mongolfiera, quando spicca il volo? Quando lascia un po’ di zavorra a terra, e li pian piano inizia a librarsi verso il cielo.

Sempre Don Fabio Rosini diceva, che il peggior nemico del consiglio, del discernimento è l’avidità. Più siamo avidi, più vogliamo tenere tutto, più quel tutto ci soffoca, e ci tiene immobili dove siamo. Per spiccare il volo dobbiamo iniziare ad abbandonare qualcosa.

Magari dobbiamo abbandonare il lavoro che facevamo, ma che forse ci soffocava, non ci portava serenità nella vita; forse quello studio, al quale eravamo affezionati, perché il mondo ci dice che “la carta” è importante; oppure quella relazione, alla quale siamo legati, perché ci portava sicurezza, stabilità e quindi immobilismo. Ovviamente da domani non è che lasciamo tutto e diventiamo novelli San Francesco, non sto dicendo questo, anche perché la scelta di San Francesco non è legata alla povertà in se, San Francesco poteva rimanere ricco e seguire Gesù, la sua scelta radicale è un esempio. Lui non ha lasciato solamente tutto ciò che era materiale, ma si è spogliato prima di se stesso. La ricchezza di cui ci parla il vangelo non è solo quella materiale, ma quella a cui noi diamo un’importanza tale, da sostituire Dio nella nostra vita. Possiamo essere ricchi anche possedendo una sola penna, oppure possedendo una relazione, o anche un progetto buono: quella penna, quella relazione, quel progetto diventeranno il nostro Dio!

Se ad esempio io fossi più legato alla mia dolce metà, la possederei, diventerebbe il mio Dio, ma Gesù dice lascia tutto e seguimi, non perché se vengo chiamato al matrimonio, debbo lasciare Dora per seguire Gesù, ma perché Gesù mi dice di lasciare Dora a Lui. In un rapporto costante, in cui io mi spoglio dei doni che Dio mi fa (anche la nostra dolce metà, i nostri figli, le relazioni sono dono), posso vivere un rapporto sempre più sincero e vero con l’Altro e con gli altri.

In questo rapporto mettiamoci veramente di tutto. Ad esempio, per una sacerdote può essere la gestione di una parrocchia, tanto vuole che vada tutto così bene, che inizia a possedere la parrocchia, le relazioni con i parrocchiani si assottigliano, diventa un amministratore di un’azienda, in cui viene a mancare il contatto. Oppure un progetto buono e santo, può diventare motivo di possesso, per esempio per me può essere il libro “Meteo di Coppia”, tanto voglio portare questa storia di Speranza agli altri, che inizio a possedere il dono di cui Dio mi ha fatto, e non riesco più a vedere alle relazioni che instauro attraverso questo dono, inizierei quindi a possedere il dono, e non rimetterlo ogni giorno nelle mani di Gesù.

Diceva un santo che se un progetto viene da Dio o Dio vuole che lo porti avanti, ogni giorno chiedigli di distruggerlo, oppure che quel progetto lo porti avanti un altro. Se nel tuo cuore hai qualche tipo di resistenza nel fare questa preghiera, allora chiedi a Dio di liberarti da questa paura del possesso. Ogni tipo di possesso è sempre legato a una paura di voler lasciare andare… Erroneamente possiamo pensare di esserci guadagnato quel qualcosa, con la fatica e con il sudore, che a primo acchito può pur sembrare, ma che se ritorniamo indietro, e vediamo tutte le Dio-incidenze, capiamo che è stato tutto dono. Ma non scoraggiatevi se avete paura, perché anche io ogni giorno ho paura, ma ogni giorno Gesù mi viene a liberare da esse, perché possa sempre più fidarmi della sua guida premurosa di Padre.

Infine anche il peccato può diventare motivo di immobilismo, la paura di seguire perché non siamo degni, una cosa che ho pensato tante volte: “Signore cado troppe volte, non riesco a seguirti” e lui veramente, con una santa pazienza, che mi ripeteva: “Se cadi è perché mi segui, chi è fermo non rischia di cadere”.

La preghiera della coppia

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci a messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

Voglio essere trasgressivo

La trasgressione è spesso associata al peccato, all’andare oltre e all’esagerare. Trasgredire è fare qualcosa di vietato che la maggioranza non capisce e biasima. E’ davvero così? Partiamo dal significato che tutti possono trovare sul dizionario di questa parola.

Trasgressione: Deviazione dal comportamento accettato o imposto dalla maggioranza.

Chi sono i veri trasgressivi oggi? Verrebbe da pensare che lo siano coloro che vivono una sessualità completamente “libera” e aperta ad ogni deviazione. Quindi lo sono coloro che fanno sesso di gruppo, i masochisti, gli scambisti, coloro che prediligono i trans, oppure semplicemente lo scambio di coppia che ormai sembra essere una normale fuga dall’abitudine di una relazione stantia e sempre uguale. Perché scrivo questo? Perché ho letto su varie testate di informazione la notizia che era in partenza da Venezia la crociera del sesso, alcuni hanno apostrofato questa nave come la “trombo-nave”. Prendendo testualmente dall’articolo del corriere (cliccate qui per leggerlo) il programma non lascia dubbi interpretativi: «intrattenimento provocatorio progettato appositamente per coppie, piccanti notti a tema, feste in piscina, sale giochi private e spazi comuni per scambi di coppia».

E’ questa la trasgressione? Oppure questa è solo l’avanguardia di una “cultura” edonistica e del piacere fine a se stesso in cui tutti ci stiamo incamminando? Certo questi fanno notizia perché sono più avanti della media, ma quella è la strada che noi occidentali abbiamo imboccato. Non siamo la società forse del “carpe diem”? Del godi finché puoi? Di ogni lasciata è persa? Non veniamo educati fin da piccoli a incentrare tutti gli sforzi su quello che sentiamo e quello che desideriamo? Se poi questo desiderio si incontra con quello di un altro va bene, è l’ottimale. Nascono le relazioni. Due egoismi che si usano, ognuno per trovare quello che cerca e non per donarsi all’altro. La trasgressione oggi non è la trombo-nave. Oggi trasgredire è uscire da sé, farsi piccoli per innalzare un’altra persona. Trasgredire è sacrificarsi per il bene di un altro. Trasgredire è mettere non l’io al centro, ma Dio e quindi l’altro/a. Così trasgredire significa essere fedeli alla promessa fatta il giorno del matrimonio anche quando costa fatica. Trasgredire significa rinunciare ad aspirazioni e desideri personali quando questi sono in contrasto con le esigenze della famiglia. Trasgredire oggi significa avere rapporti solo con la moglie o con il marito perché il piacere si scopre venire dall’unione sempre più intima dei cuori. Nel Vangelo c’è scritto che l’amore fa nuove tutte le cose. E’ proprio così. Io sono trasgressivo e per questo non sono dissacrante. Perché trasgressione non si accoppia sempre con la profanazione. Oggi per restare fedeli a Dio e alla promessa si deve essere trasgressivi. Ed è bellissimo esserlo perché ci si scopre liberi. Diceva il mio padre spirituale: “Il piacere più lo cerchi e più non lo trovi”. Frase verissima perché il piacere fine a se stesso è un’illusione che si consuma in fretta e non lascia che il deserto dentro il cuore. Il piacere vero è quello che viene dal dono e dall’apertura all’altro. Proprio perché non cerchi il tuo piacere, ma il suo, proprio per questo otterrai un piacere che difficilmente chi non vive questo tipo di relazione può sperimentare. Il piacere come dono di Dio per una relazione fondata sull’amore e non sull’egoismo. Siate trasgressivi, il mondo ha bisogno di persone trasgressive. Domenica abbiamo festeggiato gli anniversari di matrimonio in parrocchia. Noi festeggiavamo i 15 anni. Con noi c’erano tante coppie che festeggiavano i 60, i 55 e i 50. Erano lì a dire ancora il loro sì e a ringraziare Dio per quel dono. Quelli sono i veri trasgressivi.

Antonio e Luisa

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Indegni e fragili

In quel tempo, Gesù quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro.
Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.
Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano,
perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto;
per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito.
Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa».
All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».
E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Anche oggi la Parola è straordinaria. Il centurione siamo noi. Noi che comandiamo le centurie della nostra vita, le nostre scelte, le nostre aspirazioni, i valori su cui fondare la nostra relazione e il nostro matrimonio. Il centurione improvvisamente si trova in difficoltà, sperimenta l’impotenza. Lui, abituato a comandare e ad essere ascoltato immediatamente, questa volta non può nulla. Non siamo così anche noi? Io lo sono tantissimo. Cerco di avere sempre tutto sotto controllo. I conti, gli impegni, i bambini, il lavoro e tutto ciò che fa parte del mio mondo, della mia vita. Cerco, mi rendo conto a volte, di controllare anche la mia sposa. Faccio fatica di indole ad affidarmi alla provvidenza e a far fronte agli imprevisti. Gli imprevisti però arrivano, possono essere bastonate più o meno forti, ma ti colpiscono quando meno te lo aspetti. Cosa salva il centurione? Riconoscere di non aver tutto sotto controllo. Di non essere il Signore della propria vita. Che il Signore non può essere lui e che in certe occasione deve riconoscersi impotente e affidarsi al vero Signore. Gesù resta profondamente colpito dal centurione, come lo resta di noi quando ci mettiamo nelle sue mani e accettiamo quello che ci accade, quel momento difficile, consapevoli che se anche noi non capiamo Lui sapra trarre del bene e della consolazione. Il centurione si riconosce indegno. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. La FEDE nel matrimonio è accogliere l’amore di Dio nel nostro coniuge. Quanta superbia invece dimostriamo verso il nostro sposo e la nostra sposa. Sempre pronti ad evidenziarne i difetti e le incapacità, che tutti abbiamo ed incapaci di accogliere invece le critiche quando sono rivolte a noi. Spesso siamo umili solo a parole e ipocriti e superbi nei fatti. Gesù non è fiero di noi perchè siamo perfetti e pari a Lui, non lo saremo mai, ma perchè siamo capaci di riconoscerci bisognosi del suo amore e lui non vede l’ora di donarcelo gratuitamente attraverso colui o colei che ci ha messo al fianco perchè potesse prestare un corpo per manifestare il suo amore.

Vorrei concludere con una riflessione di Chiara Corbella che ha dovuto accompagnare due bimbi appena nati al Padre prima che le venisse chiesta la vita.

Chiara ed Enrico hanno chiamato il secondo figlio Davide. Perchè? Ce lo spiega lei con le sue parole.

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli ch non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Chiara nella sua increbile semplicità e santità ci ha mostrato cosa significa abbandonare le sicurezze per abbandonarsi a Dio, l’unico Signore della vita e della storia.

Antonio e Luisa

Fare memoria dell’amore

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore.

Il Vangelo di oggi è meraviglioso, come sempre. E’ una parola che provoca in particolare noi sposi cristiani. Abbiamo avuto già altre occasioni, anche molto recenti, di fermarci sull’importanza del perdono. Su come sia importante cancellare subito il rancore dal nostro cuore sciogliendolo in un abbraccio, in una carezza o in una parola di incoraggiamento. Oggi voglio soffermarmi su un altro aspetto che non abbiamo approfondito con la giusta attenzione. Nella riflessione di qualche giorno fa ho scritto di come sia importante sperimentare il perdono di  Gesù per avere la forza e la determinazione di perdonare sempre ed amare per primi il nostro coniuge. Questo è anche il senso di questo Vangelo. Mi voglio soffermare invece su un altro aspetto. Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro/a? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato/a nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza. Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro/a in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui lui/lei non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Antonio e Luisa

Costruire sulla roccia

Oggi Gesù nel Vangelo che la liturgia ci offre risponde alla domanda che tanti si fanno. Perchè tanti matrimoni anche tra cristiani falliscono?

La risposta di Gesù è diretta e senza possibilità di fraintendimenti.

Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:
è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande».

Oggi siamo attratti dalla spiritualità della Chiesa, dall’impegno sociale a favore degli ultimi e dei deboli. Siamo attratti da alcuni sacerdoti che hanno carisma e sanno affascinare. E’ solo però un fuoco di paglia. Al primo alito di vento tutto crolla. Gesù dice in un altro passo:

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti;

Gesù non lo dice come il bambino capriccioso, ma come colui che amando per primo ci ha fornito gli strumenti per essere felici, la bussola per non perderci e il faro per non farci brancolare nel buio quando arrivano le tenebre. Gesù ci dice che ci ha amato per primi e se vogliamo rispondere al suo amore dobbiamo accogliere il suo progetto su di noi. Non vuole per lui riti vuoti, sacrifici falsi e preghiere svogliate che sanno di superstizione. Gesù vuole sacrifici veri, vuole che sappiamo rendere sacrificio la nostra vita e il nostro matrimonio. Sacrificio non inteso come soffernza, ma come offerta per rendere qualcosa di nostro suo, per rendere il nostro matrimonio sacro. Ed ecco che alla luce di questo è tutto chiaro. Ho sacrificato i rapporti prematrimoniali con la mia sposa per qualcosa di più grande. Gli ho sacrificati per rispettarla e non usarla, per discernere il mio futuro con lei senza gli annebbiamenti del sesso che possono farci sbagliare. Gli ho sacrificati per educarmi a saper aspettare e a trasformare la mia carica erotica in gesti di tenerezza che mi sono tornati tanto utili nel matrimonio. Gli ho sacrificati per farle capire che lei era così preziosa per me che avrei accettato tutto di lei solo quando le avessi promesso tutto di me. Nel matrimonio non abbiamo accettato il compromesso degli anticoncezionali se non per un periodo di circa un anno dove abbiamo ceduto per nostra debolezza ed è stato il più brutto ed arido di tutta la nostra vita di coppia. La scelta degli anticoncezionali è perdente per un motivo ben preciso. La volontà di ricercare il piacere e quindi la mentalità dell’egoismo prevale sul desiderio di unirsi con la propria sposa. Pur di usarla si vuole mutilarla di una parte importante: la sua fecondità che è fondamento del suo essere donna. Non diventa più un dono totale e un accoglimento di un dono totale, ma diventa l’ipocrisia dell’amore. Diventa l’egoismo che si veste d’amore. Con i metodi naturali non avviene questo. Il marito accettandoli dice alla propria sposa. Ti voglio tutta o niente. Sono disposto ad aspettare perchè sei bellissima nella tua interezza di donna feconda e non voglio eliminare nulla di te. Sei meravigliosa e offro la mia attesa con tutta la difficoltà che comporta a Dio per rinfraziarlo di avermi donato te o mia diletta. Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo. Questo significa costruire sulla roccia. Così anche durante le tempeste sono sicuro di non crollare.

Antonio e Luisa

Consacrati ad essere educatori

Oggi mi sento di riflettere sul nostro ruolo di genitori. Pensavo a tutto il baccano mediatico della questione vaccini. I miei figli sono tutti vaccinati, anzi ci vacciniamo tutti, ogni anno, anche contro l’influenza di stagione. Non è questo il punto. Quello che mi chiedo e a cui non riesco a dare una risposta certa è quanto lo stato possa escludere la famiglia su determinate scelte relative ai figli. Mi ha spaventato un giornalista del Corriere (almeno penso fosse il Corriere) che scriveva in sostanza che i bambini devono capire che la volontà dello stato viene prima di quella dei genitori. Mi spaventa questa cosa. Mi spaventa e mi ricorda i miei studi, mi ricorda la Hitlerjugend, mi ricorda i balilla. Tutti i regimi scippavano i figli ai genitori perchè la gioventù credesse, parlasse, si comportasse allo stesso modo e fosse docile al governo del momento. Mi accorgo che cercano di fare la stessa cosa oggi, nella nostra democratica Italia inserita nella ancor più democratica Europa. Cercano in tutti i modo di distruggere la famiglia, unica struttura sociale e antropologica che si frappone fra lo stato e l’individuo. Cercano di aumentare il tempo scolastico anche al pomeriggio e, come da ultime novità introdotte dall’ex ministro dell’istruzione Giannini, ed ora allo studio di fattibilità, cercano di prendersi i nostri figli anche in estate. Con la persuasione di quelli che vogliono aiutare i genitori ci scippano il nostro ruolo educativo. Ed ecco che a scuola ci sono miriadi di educazioni e di esperti che plasmano la testa dei nostri figli senza che noi ci opponiamo, anzi ringraziamo  perchè qualcuno ci sgrava di un impegno. Educazione alla cittadinanza, all’affettività, al rispetto, alla diversità, alla parità di genere e non so quante altre educazioni esistono. Quanti di noi si informano realmente dei contenuti? Quanti si informano sulla reale provenienza degli esperti? Non va bene così. Il Papa nel 2015 in udienza ebbe a dire:

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo!

Ci rendiamo conto? Ci stiamo facendo escludere dall’educazione dei nostri figli  ringraziamo pure lo stato. E’ normale tutto questo? Noi sposi e genitori cristiani in virtù del battesimo siamo re, profeti e sacerdoti. In virtù del battesimo acquistiamo, grazie al sacrificio di Cristo. la regalità di Cristo. In virtù del matrimonio questa regalità diventa missione educativa nei confronti dei figli. Dio affida a me padre e alla mia sposa madre quel suo figlio, affinchè noi gli insegniamo ad essere un vero uomo e una vera donna. Affinchè lo aiutiamo ad incontrare Gesù nella sua vita e ad innamorarsi dell’amore. Affinchè possa essere pronto a vivere una vita piena. Siamo consacrati anche per questo. E’ una missione che è nostro impegno e nostro dovere. Se abdichiamo e lasciamo allo stato il nostro ruolo e compito stiamo disobbedendo a Dio ed al suo progetto sulla nostra famiglia.

Oggi sono i vaccini, domani potrebbe essere il gender, dopodomani chissà cos’altro. Svegliamoci!! Riappropriamoci dell’educazione, che è nostro compito. La scuola come la parrocchia o altre realtà possono essere dei validi supporti, ma nulla di più.

Antonio e Luisa

Di seguito un nostro vecchio video sull’argomento

Dietro le tempeste a volte si cela l’arcobaleno

Scrivevo tempo fa che bisogna avere il coraggio di mostrarsi fragili, perché è nella fragilità che il Signore mostra la sua potenza. E rincaro dicendovi che neanche dobbiamo scoraggiarci se a volte proviamo paura davanti alle prove della vita, il Signore non solo ci ha donato la fortezza nella nostra fragilità, ma anche il coraggio nella nostra paura. Durante la tempesta, Pietro e gli apostoli si mostrano fragili, ma Gesù dona a Pietro la forza per affrontare il mare in tempesta. Nonostante la forza della fede, che riesce addirittura a farlo camminare sulle acque, Pietro teme e inizia ad affondare, ma non si scoraggia, e ancora chiede aiuto: “Signore salvami”, e Gesù ancora una volta gli offre la sua mano.

Il Signore conosce le nostre fragilità e le nostre paure, e durante le tempeste ci viene incontro, camminando su di esse, per mostrarci che le tempeste, le onde, le dobbiamo cavalcare, dobbiamo sfruttarle per il nostro cammino. E se in quel cammino affondiamo, presi dalle nostre paure, non dobbiamo temere, perché c’è sempre Lui a prenderci per mano.

Tante volte vediamo i santi come monoliti senza fragilità e paure, ma sono sicuro che loro non sono stati da meno di Pietro. Tante volte saranno caduti nelle loro fragilità e tante volte avranno temuto di affondare. Non sono santi per la loro incrollabile fede, ma perché nonostante la fede scricchiolasse, si sono fidati della mano salvifica di Cristo. Hanno sempre chiesto aiuto nelle difficoltà, hanno sempre implorato misericordia nelle cadute. Hanno compreso che i bisognosi, i beati del Vangelo, sono coloro che, spogliati dei loro vestiti, messi a nudo nelle loro fragilità e paure, elemosinano Gesù.

La santità è un cammino fatto di cadute, di paure, di prove, chi segue Cristo non è esente. Le tempeste accrescono la nostra umiltà e la nostra fede in Cristo, se sappiamo nel momento di maggior prova, aggrapparci a Lui.

Vorrei raccontarvi un fatto accadutomi, senza il quale oggi la mia vita sarebbe diversa. Era un Settembre di un paio di anni fa, la mia ex fidanzata mi aveva appena lasciato, e a distanza di qualche mese dovevo tornare a Roma per un esame, dopo aver lasciato tutto (amici, lavoro, studio, l’amore). Ero distrutto dal punto di vista emotivo, e i miei pensieri, prima della partenza, balenavano alla storia di amore appena conclusa. Ricalcare quei posti, dove ero stato felice con lei, mi faceva impazzire. Nonostante il Signore mi offrisse la forza per ricominciare, avevo tanta paura. Il giorno prima di partire, dissi a mia madre: “Non ce la faccio, mi sembra di impazzire, rinuncio ad andare”.

La mattina della partenza, feci una preghiera al Signore: “Gesù se tu vuoi che vada a Roma, manda un angelo a prendermi”. Arrivato al Pullman, preso da una forte paura, dissi a mia madre di andarsene. Stavo per stracciare il biglietto, quando una Signora mi bussò all’improvviso al finestrino. Trasalii, abbassai il finestrino e chiesi cosa fosse successo, la Signora mi disse se gentilmente potevo portare un pacco alla figlia a Roma. In quel momento, preso alla sprovvista, le dissi Sì, e senza rendermi conto scesi dalla macchina, caricai la mia valigia e il suo pacco, e poi salii sul Pullman. Ero sconvolto e piangevo, stavo malissimo, avevo una paura matta di andare…. poi mi ritornò la preghiera del mattino… e capii, capii che il Signore mi aveva risposto, e mi aveva mandato il suo angelo!

Mi fidai e andai a Roma, feci l’esame, passai lo scritto, ma non l’orale, dove feci scena muta tanto stavo male, non riuscivo a pronunciare una sola parola. Presi il bus di ritorno, per andare alla casa del mio amico, e li persi tutta la borsa con gli appunti dell’esame. I pensieri di Agnese continuavano a balenarmi nella testa, e ancora una volta implorai il Signore di aiutarmi e di mostrarmi la sua via, di mostrarmi dove potessi essere più utile nella sua Chiesa. E sentii nel cuore: “Vieni da me Daniele e ti indicherò la strada”, non me lo feci ripetere due volte e mi fiondai nella Chiesa del mio Padre Spirituale, Don Elio. Arrivato in Chiesa trovai, Don Elio e altri giovani che facevano adorazione, mi fermai a pregare. Finita l’adorazione stavo meglio e stavo per andarmene a casa, quando il Don mi fermò chiedendomi se volessi rimanere per una pizza, perché voleva mostrarci una cosa. Io stavo ancora scosso ed ero stanco per la giornata, e gli dissi che volevo tornare a casa a dormire. Chiamai il mio amico, dove alloggiavo, ma lui mi rispose che il mezzo aveva fatto ritardo e che sarebbe tornato più tardi (a posteriori posso dire che siano benedetti i mezzi di Roma e i loro ritardi, forse sono l’unico al mondo a ringraziarli). Non sapendo cosa altro fare, accettai l’invito. Don Elio ci mostrò un nuovo metodo di evangelizzazione: “Il metodo Alpha”. Vi dico solamente che mi innamorai di questo nuovo metodo, e mi feci tutte le cene a Roma (si tratta infatti di dieci cene con talk e discussione, per parlare di Gesù a tutti, in modo semplice e leggero). Per farvi capire quanto mi aveva preso questo metodo, che per fare le cene a volte andavo e ritornavo da Roma a Bari nello stesso giorno (12 ore di viaggio).

Perché vi racconto tutto questo? Perché senza questo metodo non avrei mai conosciuto la ragazza della mia vita. Lei, Dora, la conobbi nel viaggio che feci a Londra, dove ci fu il raduno mondiale di tutti coloro che si occupano nei vari Paesi di Alpha. Ma questa è un’altra storia…

Se un giorno avrete paura e vi sentirete fragili, non scoraggiatevi, la paura e la fragilità fa parte di noi, ma il Signore è venuto a vincere le nostre fragilità e a renderci uomini coraggiosi. Confidate in Lui, e chiedete il suo aiuto, non ve lo negherà mai! E’ chissà che dietro le tempeste non si celi un bellissimo arcobaleno…

Beati…..

Oggi voglio riflettere sul Vangelo che ci propone la Chiesa.

In quel tempo, Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

Beati, viene ripetuta più volte questa parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Sono coloro che camminano alla presenza del Signore, del Dio della vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa?  Che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che generano con noi stessi. Possiamo riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci co la Sua Grazia e di riempire quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Così sarà tutto molto più semplice anche se il dolore non passa, ma sarà consolato dall’amore di Dio che è fedele e non tradisce mai. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto viene richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa