Sposi: magi in cammino

Come consuetudine all’approssimarsi dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore.

E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

(Luigi Pirandello)

La nostra società occidentale si sta lentamente (sempre meno lentamente) allontanando da Dio. Chi si allontana da Dio non si allontana da un concetto astratto. Si allontana da una relazione reale, si allontana dall’amore. E’ strano perchè l’amore sembra al contrario trovare un posto di rilievo nel nostro mondo. Tutti ne parlano, ma non è l’amore vero. La nostra società chiama amore quello che è solo una pulsione che ci porta a soddisfare le nostre voglie e ad usare chiunque possa essere utile a questo fine. Naturalmente gettando via chi non serve. La cultura dello scarto che Papa Francesco ha più volte condannato non si limita ai grandi temi etici ma è bellamente presente nella nostra vita di tutti i giorni. E’ presente nelle nostre relazioni sempre meno stabili e sempre più fluide. Una ricerca della felicità che è solo un’illusione, perchè la felicità è invece proprio nascosta nelle relazioni stabili, fedeli, dove ci si sacrifica l’uno per l’altra. Perchè proprio oggi questa riflessione un po’ malinconica? Perchè il tempo di Natale deve servire a darci la scossa. Domani è l’Epifania. Domani il Dio bambino si rivela al mondo. L’Epifania deve risvegliare in noi il desiderio di un amore diverso, di una vita diversa, di un matrimonio diverso. Il Natale ha portato Dio nel mondo. Ma se si ferma lì non serve a molto. Il Natale deve essere capace di farci fare il viaggio inverso, portare il mondo a Dio, portare il nostro mondo a Dio. Per questo si ricorda ogni anno. Noi abbiamo bisogno di farne memoria. Altrimenti il tempo che abbiamo su questa terra è davvero un tempo spietato e maledetto. Ogni anno che passa ci ricorda che il nostro tempo su questa terra è sempre di meno. E’ terribile una vita fatta di tempo che passa, di tempo che inesorabile scorre e ti condanna ad una morte sempre più vicina e prossima.

Il tempo è tremendo. Sant’Agostino diceva : Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro. Noi viviamo solo il presente, perchè il passato ormai è andato e il futuro non esiste, è solo qualcosa nella nostra testa, ma che ancora si deve concretizzare. Il presente non è che un attimo ed è già volato via, diventato passato. Quante volte ci è capitato di vivere una bel momento, di amore e di gioia, che però passa subito, ci sfugge dalle mani, lasciando magari il ricordo, ma nulla più. Pensiamo anche al matrimonio, può durare 20, 30, 40, 50, forse sessant’anni, ma poi finisce tutto, noi moriamo e della nostra unione non resta che la polvere dei nostri corpi e qualche fotografia. Eventualmente restano i nostri figli, se li abbiamo generati, ma anche loro destinati a divenire polvere nel giro di qualche decennio. Se non si trova qualcosa che supera tutto questo, siamo destinati a diventare cinici, a vivere alla giornata, a cercare distrazioni. Orazio scrive: cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani. Per chi non riconosce Gesù è ancora così. Gesù in quel Natale di circa 2000 anni fa è sceso sulla Terra per dare nuovo valore e significato al tempo. In Lui il tempo diviene qualcosa che si rispecchia nell’eterno. In Lui il tempo che passa assume il valore di un percorso per giungere a una vita ancora più piena, e non un semplice camminare verso il baratro del nulla. Ed è così che Gesù diventa il salvatore delle nostre vite, perchè salva il nostro tempo e lo riempie di eternità. Così anche il nostro matrimonio è destinato a finire su questa terra, ma la relazione tra me la mia sposa non finirà mai, neanche nell’eternità. Non sarà certamente come ora, ma il nostro amore non sarà cancellato. Mi fido della creatività di Dio. Ed ecco che i miei figli non sono nati per morire, ma per vivere per sempre. Solo così non dovremo accontentarci delle briciole, dei piaceri immediati che evaporano subito, ma la nostra vita può essere una continua preparazione ad un abbraccio eterno. L’abbraccio con Dio Padre che ci ha pensato e desiderato fin dall’inizio dei tempi. L’abbraccio con Dio Figlio che si è fatto come noi per salvarci. L’abbraccio con Dio Spirito Santo, che ha abitato il nostro matrimonio sacramento e che potremo gustare in pienezza e per sempre.

Potreste pensare che le parole che ho scritto siano solo le speranze e le illusioni di una persona spaventata dalla morte e dal nulla. Si è vero la morte mi fa paura, ma vi faccio rispondere da chi ha affrontato la morte. La Serva di Dio Chiara Corbella sapeva di avere pochi giorni di vita. Per lei la clessidra del tempo era ormai agli sgoccioli. Il marito Enrico in un’intervista raccontò: ho chiesto a Chiara: hai paura di morire?” “No”, mi ha risposto: “Ho paura del dolore, di vomitare, e di andare in Purgatorio”. Era concreta e cosciente dei suoi peccati e della sua pochezza. Chiara non era un’eroina, una superdonna. Aveva paura del dolore fisico e di andare in purgatorio, di essere separata (seppur temporaneamente) da Dio. Non aveva però paura di morire. Allora la poesia di Pirandello acquista davvero significato e diventa autentica vita vissuta. Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore

Antonio e Luisa

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Il bue e l’asinello scaldano anche la nostra famiglia?

Parliamo ancora di presepio. Vorrei soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili. Non possono mancare. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono il bue e l’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroviamo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano? Quella che sto per fare è una riflessione che non ho letto da nessuna parte. E’ un’intuizione che mi è venuta ascoltando l’omelia della Santa Messa nella notte di Natale. La famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura e alla trebbiatura. Il bue è colui che è preposto al lavoro più duro. Un animale che proprio nel suo essere capace di fatica e di sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Anche noi sposi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Lo siamo solo in potenza, però. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne serve per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui sia un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza!

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Sopportatevi a vicenda

Fratelli, rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza;
sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione.
E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti

Questo passo della seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Colossesi, mi permette di soffermarmi su una parola: sopportatevi.

Prendo spunto dal bellissimo libro di don Fabio Rosini “Solo l’amore crea”. Don Fabio fa una distinzione importante,  spiega la differenza tra tollerare e sopportare l’altro. Naturalmente è un discorso generale, ma che va benissimo inteso anche verso la mia sposa, che è la persona più prossima, quindi colei che maggiormente mi deve sopportare e che maggiormente io devo sopportare. Pensavo fossero due sinonimi, e nel senso comune effettivamente lo sono. Il significato originale è però molto diverso, e mi permette di poter fare alcune considerazioni. Considerazioni che rivolgo primariamente a me stesso, ma che penso possano essere utili a tutti.

Noi tolleriamo il nostro coniuge o lo sopportiamo/supportiamo? State attenti. E’ molto diverso. Molto diversa è la prospettiva e l’atteggiamento in cui ci poniamo. Dire e pensare che io tollero i difetti della mia sposa equivale ad elevarmi, a centrare l’attenzione su quanto io sia bravo. Ma pensa! Nonostante i difetti che ha, le voglio bene comunque, perchè sono io che riesco ad andare oltre la sua miseria. Un atteggiamento bruttissimo  che di amore non ha nulla. E’ solo un’autocelebrazione di me. E’ un giudizio implicito, quando va bene, che diventa esplicito quando non si tollera più. Perchè il tollerante prima o poi sbotta, perchè non riesce più ad accettare le mancanze dell’altro.

Noi dobbiamo invece, io devo invece, sopportare. Sopportare che ha la stessa etimologia e la stessa provenienza di supportare. Supportare: sub «sotto» e portare. Significa spostare l’attenzione da quanto siamo bravi noi a quanto ha bisogno lui/lei del nostro sostegno. Significa portare da sotto per sostenere l’altro, mettersi sotto, al servizio. I suoi difetti non sono da tollerare, ma da comprendere e accettare con pazienza e amore. Un esempio. Luisa è particolarmente disorganizzata. Quando ci sono tanti impegni da programmare e da incastrare nella giornata va in crisi. Questa cosa mi infastidiva parecchio. Tolleravo questo suo difetto e incapacità. Intervenivo io a sistemare e mettere in ordine la giornata, ma glielo facevo pesare. Mi sentivo bravo e non capivo come lei potesse essere così impedita. La tolleravo. Con il tempo ho compreso che lei è fatta così. Mi piace per quello che è. Ha tanti pregi che io non ho e i suoi difetti sono ben poca cosa rispetto alla ricchezza e bellezza che mi dona ogni giorno. Ho smesso di tollerare e ho cercato di sopportare. Sopportare con pazienza. Contento di poter esserle utile e poterle alleggerire la fatica della vita che è tanta. Alla fine l’amore è quello che San Paolo definisce con tanti aggettivi che lo qualificano. L’amore è paziente, benigno, non si vanta e non si gonfia e non manca di rispetto. Tutte parole che caratterizzano chi sopporta e non chi tollera. L’inno si chiude infatti con l’amore tutto sopporta.

Alla fine i difetti dell’altro sono sempre gli stessi. Sta a noi decidere se tollerarli semplicemente, cosa che non ci aiuta né a crescere come persone né a crescere nella relazione, oppure ad amare davvero l’altro sopportando con pazienza ed amore i suoi lati meno amabili.

Antonio e Luisa

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Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

Antonio e Luisa

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Il piacere non è un prodotto di fattori ma il frutto di una pianta da curare

Alcuni giorni fa ho avuto il piacere di scambiare alcuni pensieri e riflessioni con Piergiorgio. Piergiorgio è un medico specializzato in sessuologia (non solo in questo). Mi ha riportato una frase del prof. José Noriega. Professore molto importante e conosciuto nell’ambito morale e familiare. Autore di numerose pubblicazioni e ordinario all’Istituto Giovanni Paolo II fino a pochi mesi fa. Cosa dice il professore? Semplicemente che il piacere è un frutto da far maturare e non un prodotto da ottenere. Detta così può non dire molto. In realtà dice tantissimo. Cercherò ora di elencare due riflessioni che possiamo trarre. Credo che siano fondamentali nella relazione di una coppia.

Il vino buono non è il primo ma quello più maturo.

Le nozze di Cana ci insegnano che l’amore più vero è quello che viene dopo. Anche l’amore più fisico ed erotico non fa eccezione. D’altronde cosa è l’amplesso fisico per noi sposi cristiani? E’ il noi che si fa carne. C’è un mondo intero che afferma che il sesso è trasgressione, che l’abitudine uccide la passione e il desiderio. Noi sposi cristiani testimoniamo che non è così. Fare l’amore sempre con la stessa persona, anno dopo anno, non stanca perchè è sempre diverso e sempre più bello. Come il vino delle nozze di Cana. Si perchè è vero che non si cambia partner e magari neanche il modo, ma cambia il nostro cuore che è ciò che più conta. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più saremo uniti e più sarà fonte di gioia e piacere. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. Più cresceremo in intimità ed unione nella nostra vita di coppia e nella nostra relazione sponsale e più la nostra unione fisica sarà ricca di gioia e piacere. Perchè in quell’amplesso non ci metteremo solo il nostro corpo ma tutto di noi, tutti i gesti di tenerezza che ci siamo scambiati, tutto i gesti di servizio che ci siamo donati, tutti gli sguardi e le parole di incoraggiamento. Tutti i perdoni e la misericordia che abbiamo ricevuto l’un l’altra. Capite bene come vivere l’amplesso in questo modo sia tutto un’altra cosa.

Il piacere va nutrito come una pianta. Conta molto il terreno in cui questa pianta è posta.

È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di un rapporto intimo. Bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Avere cura di questa dinamica significa trasformare il piacere da semplice orgasmo a culmine di un dialogo d’amore parlato al modo degli sposi: con la tenerezza. Il piacere viene arricchito di comunione di cuore e corpo. Tutta un’altra cosa.

Insomma c’è da far fatica. Il piacere non è il prodotto di tecniche amatorie. Lasciamo dire queste banalità agli altri. Noi sappiamo che non è così. Quelle bastano magari per un piacere solo superficiale e fisico. Il vero piacere è quello arricchito dalla relazione e che arriva fino al cuore. Per quello serve pazienza e una costante cura della nostra pianta, del nostro amore! Vale la pena impegnarsi!

Antonio e Luisa

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Il cammino di un matrimonio

Percorrendo una sorta di viaggio nel Cantico dei Cantici possiamo immergerci nel senso profondo della vita di coppia e di famiglia. Entriamo in punta di piedi nel terzo poema di questa meravigliosa opera ispirata che si può definire il Cantico del movimento. È giunto il momento in cui occorre muoversi, partire ma… per andare dove? Sarà un meraviglioso cammino nel profondo dell’intimità, dunque parleremo di unione coniugale ma, prima, occorre mettersi in guardia da almeno due “volpi”. «Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne perché le nostre vigne sono in fiore» (Ct 2,15). Le volpi piccoline rappresentano i nemici, i disturbatori. La prima volpe vuole disattendere che questa parola è per me, per me donna, moglie e per me uomo, marito. Non è per l’altro nel senso che “così finalmente comprendi come ti devi comportare”, ma è per me: non devo perderla questa parola, è una buona occasione per trasformare ciò che ho adesso.
La seconda volpe è la presa di coscienza che io non sono più avanti o più indietro di te, non sono spiritualmente più o meno bravo, non servo il Signore a 3000 Km e su 1000 altari ma, soprattutto, ti prendo la mano e cammino con te. Mi muoverò con te perché io ti ho scelto e parto da me per entrare pienamente nel NOI. Se vado più veloce ti aspetto perché, anche se ti precedo, voglio ascoltare il tuo passo e, se entriamo in questo, ogni matrimonio diventerà il matrimonio dei matrimoni, il Cantico dei Cantici, il cantico per eccellenza. Questo poema rappresenta una strada, come dicevamo, un movimento, che parte “da” e continua “verso”.

CHE COS’E’ CHE SALE DAL DESERTO

Il deserto è la solitudine da cui parto e salgo verso Gerusalemme, luogo di incontro e di gioia (verso l’apice della festa che è l’intimità, il monte della mirra). Il mio coniuge rompe definitivamente la mia solitudine. Sono sempre disposto ad accettare che non sono più solo? Ci sono coppie che ancora, dopo tanti anni di matrimonio pensano che “era meglio prima, quando ero solo”: un dramma! E nel paradosso della vita si compie l’altalena della nostra interiorità: cercare disperatamente l’anima gemella, per colmare la nostalgia della solitudine nel proprio amore innamorato e poi, detestare la non solitudine, che stringe la libertà e rifiutare il proprio amore rivelato. Ma il Re raggiungerà la sua Regina e piano piano cambierà il loro linguaggio: Non diranno più “facciamo l’amore” perché l’amore non si fa, piuttosto “si è”. Sapranno di essere l’amore, di essere quella cosa sola! Noi siamo l’amore. Nel movimento del Cantico parto con un padiglione nuziale, fatto di materiali pregiatissimi (legno del Libano) e di profumi incantevoli (cura della persona) e il viaggio non lo farò da sprovveduto ma con un valoroso esercito, con sessanta prodi con spade ed esperti nella guerra, contro i pericoli della notte (Ct 3,8). Il nostro matrimonio va protetto perché i pericoli sono tanti. La notte è notte, e quando è troppo buio davvero posso essere indifeso. Ci saranno molte volte in cui sarà messa a dura prova la relazione a due, ci saranno molte “notti” nei nostri matrimoni e dovremo essere pronti a contrastare ciò che può riportarci lontano, in quell’antica solitudine. Il fidanzamento è il cammino dei cuori ma il matrimonio è il cammino dei cuori e dei corpi, delle menti e delle volontà. Come mai ciò non sempre accade?Perché le coppie perdono la desiderata armonia?

COME SEI BELLA AMICA MIA, COME SEI BELLA

Il corpo femminile è un canto: Lo sguardo, la purezza degli occhi, il desiderio, l’attesa, la conoscenza, la sessualità. La sessualità è il linguaggio dell’amore o, meglio, dell’amare. Così come le parole che pronunciamo realizzano un discorso che prende un senso, piuttosto che un altro, allo stesso modo l’esprimere i gesti sessuali traduce il nostro modo
di amare. Per linguaggio sessuale certamente non intendiamo soltanto l’aspetto fisico, unitivo, ma tutto il modo di essere perché io sono tutto sessuato. Sono donna dalla punta dei capelli in poi. Sono uomo in tutto il mio essere. Perciò io parlo sessualmente da come
muovo le mani, da come ti guardo, da cosa ti dico, il tono della voce, la calma o la violenza con cui faccio tutte queste cose, la posizione che assumo, i miei vizi coscienti e incoscienti, il dito puntato, il silenzio ostinato… Ma come lo imparo questo linguaggio?
Sicuramente dalla nascita e questo è il senso del corpo nel tempo: neonato, bambino, adolescenza, giovinezza, età adulta, età matura. Impariamo da bambini e ci saranno situazioni più o meno gravi che condizioneranno il nostro linguaggio corporeo. Pensiamo a scuola con i coetanei, la trasmissione di notizie, che di volta in volta provengono dalle proprie realtà familiari. Ci sono figli che rimangono traumatizzati per aver visto quel film pornografico, nascosto magari tra i libri del mobile di casa, che poi li ha resi “fissati” con il sesso. Ci sono figli che non sono stati adeguatamente custoditi, ci sono quelli che, invece, iper protetti, aspettano il momento opportuno per rompere le riga e scatenare ribellioni mai conosciute. Ci sono anche figli sereni, cresciuti con il loro preciso senso di adeguatezza. Questa è comunque la realtà con cui dobbiamo fare i conti perché, alla sessualità, ci arriviamo da soli, con la nostra autoeducazione, con quella marea di errori che forse nessuno ci corregge, nascondendoci, nel prosieguo della vita, anche agli occhi di chi, guarda caso, è la persona con cui condividiamo l’incontro delle anime. Lo sposo e la sposa sono nudi l’uno difronte all’altro eppure, spesso, non si riesce a diventare trasparenti, nonostante ci presentiamo nella povertà più assoluta, la nudità da ogni rivestimento. Non riusciamo ad affidarci così tanto da ritenere l’altro lo scrigno della mia interiorità. Quanti problemi su questo, quanta fatica ad accettare il proprio corpo. Un conto è il pudore un conto è la vergogna. Così puoi arrivare a 20, 30, 40, 50 anni, essere magari un professionista affermato ed essere incapace di affettività e ciò condizionerà anche la vita relazionale, compresa quella lavorativa. Allora, tornando a quel linguaggio, come saremo in grado di far parlare il nostro amore? La chiamata della tua vita deve funzionare per poter avere buone relazioni con tutti. Abbiamo presente quel luogo comune, forse non tanto comune, di quei titolari di uffici che al lavoro sono dei comandanti incredibili ma che a casa “scodinzolano” obbedendo frustratamente agli ordini impartiti? Ci sono queste situazioni e non si vive nella pace! Qui e ora devo prendere coscienza delle mie difficoltà perché soltanto così potrò muovermi e finalmente sentirmi libero e me stesso. Spesso nella sessualità c’è un’inconsapevole violenza, nei modi e nei gesti e spesso il disagio provato non viene neppure reso manifesto, preferendo altresì astenersi dall’Unione coniugale sponsale sacra. S. Ambrogio, quando era Vescovo di Milano, parlava in modo fermo ai mariti che non trattavano con il dovuto riguardo la tenerezza offerta dalle mogli: “Tu marito metti da parte l’orgoglio e la rudezza dei modi quando tua moglie si avvicina con premura. Scaccia ogni irritazione quando lei, piena di tenerezza ti invita all’amore. Non sei un padrone ma uno sposo, non hai una serva ma una moglie. L’unione con tua moglie esige che dal tuo cuore esca ogni durezza”.

IL GIARDINO DEL CANTICO

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata (Ct 4,12). Magari, dopo pochi o tanti anni del tuo matrimonio, scopri qualcosa del tuo coniuge che mai avresti immaginato e tu impazzisci, ti cade tutto perché il tuo cuore vorrebbe perdonare, ma, puoi confidare totalmente nella fragilità di una persona? “Levati aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino, si effondano i suoi aromi” (Ct 4,16). Come farò a farti entrare nel giardino? Come riuscirci fratello mio, sposo? Come posso darti o ridarti le chiavi per aprirlo? Cos’ha il mio Diletto di diverso da me? Nulla se non la medesima povertà e allora ti darò le chiavi perché tu sei il mio diletto e, specchiandoti in me riconoscerai te stesso e mi farai conoscere in te come un’unica carne, un solo Spirito, una sola anima perché ad immagine di Dio. Ricostruisci con me la Trinità: questa
è la chiave. Per ogni cosa mi do e ti do il perdono. Non lo faremo da soli, cercheremo aiuto, ascolteremo una parola, anzi, la Parola. Dio viene a parlarti, così come sei e dovunque tu sei. Entra in dialogo e troverai la tua storia e proprio lá rinascerai. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi frutti squisiti (Ct 4,16). Il viaggio del Cantico, cioè del matrimonio, non si conclude mai, perché, mano nella mano si cammina, fianco a fianco ci si sostiene e, come diceva San Francesco di Sales, “come si impara a camminare camminando così si impara ad amare amando”! Buon viaggio a chi desidera davvero che il proprio matrimonio possa diventare il Cantico per eccellenza.

Cristina Righi

Articolo pubblicato sul periodico L’amore misericordioso del mese di Novembre

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Madre Speranza ci ha chiamato a Collevalenza

Ed eccoci arrivati al nostro meraviglioso giorno di grazia. Innanzitutto una prima Dio-incidenza della quale ci rendiamo conto, pur sapendolo ovviamente, solo il giorno stesso: il 16 giugno è l’anniversario della nascita in cielo di Enrichetta Beltrame Quattrocchi, l’ultima dei 4 figli dei Beati, che appunto conoscemmo e che ci dette mandato di essere responsabili a Perugia dell’A.Mar.Lui di cui sopra. Nonostante il lavoro, i saggi scolastici, gli spettacoli di fine anno gran parte delle coppie riescono a partecipare a questo ritiro e,
con una puntualità sorprendente, ci siamo ritrovati all’appello in 72 adulti e più di 30 bambini! Tutti abbiamo potuto sperimentare la grazia dell’immersione nelle vasche e, subito dopo, la meravigliosa catechesi che è partita dal Vangelo di Giovanni al capitolo 15, versetto 12. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato». Qui abbiamo parlato alle coppie attraverso le parole di don Mauro che hanno fatto riflettere su due pellegrinaggi. Uno al Santuario di Madre Speranza e l’altro nel Santuario del Sacramento del Matrimonio. Questo lo abbiamo potuto far penetrare nei cuori soltanto dopo aver riflettuto sul significato della discesa battesimale nell’immersione nelle vasche. Abbiamo visto che, così come esiste il BATTESIMO PERSONALE, arriviamo a vivere il BATTESIMO DEL NOI proprio, appunto, attraverso il matrimonio. Questo è anche il senso che raccontiamo nel nostro libro. Generare il Noi è come generare un figlio e questo figlio da curare e far crescere altro non è che il Sacramento stesso. Tutto ciò guarisce e compie miracoli se guardiamo dritti a quel CROCIFISSO che poi abbiamo tutti contemplato nella cappella del Santuario.
Ogni passo che abbiamo compiuto ha segnato un sigillo nel cuore di ogni coppia e di seguito riporteremo alcune testimonianze. Ascoltando Marina Berardi, che ci ha parlato con la sua profonda sapienza e dolcezza, nella Cappella del Crocifisso, mi ha colpito la storia di una coppia di cui non ricordo i nomi, il cui marito dopo non molto tempo dal matrimonio, affetto da un tumore grave ritorna alla casa del Padre. Marina raccontava della grande testimonianza e fede di questa donna rimasta vedova. La data del loro matrimonio è esattamente quella della mia nascita, il 17 aprile e ciò mi ha colpito perché in un tratto i miei occhi sono andati dritti in quelli della Beata Madre nel quadro appeso in cappella. È come se qualcosa si fosse mosso e in questi giorni a seguire sento una chiamata di cui potrò testimoniare più avanti se accadrà! Più ascoltavo e più vedevo la presenza reale dell’Amore Misericordioso verso ciascuno, anche perché Marina, senza sapere della catechesi vissuta qualche ora prima citava le stesse parole dette da noi alle coppie, a partire ad esempio dal passo del Vangelo citato sopra di Giovanni ed altro. Ma la cosa più importante è ciò che le coppie si sono portate via tornando nel loro ordinario quotidiano e, subito dopo, sono cominciati ad arrivarmi tanti messaggi…
Eccone alcuni:

“Ho capito che l’unica richiesta che faccio da tempo al Signore, prima o poi verrà realizzata. Ho capito che devo avere Cristo nel mio cuore e ho desiderato e desidero il Paradiso con tutta me stessa!” Grazie Madre Speranza
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“Quando le trivelle della nostra accoglienza si rompono e sembra che quell’acqua vitale non si trovi, per quanto scaviamo in profondità, Madre Speranza ci ricorda che il Signore ha detto È QUI! Il mio qui e ora è mia moglie, io mi sento amato da Dio e posso amare Ilaria solo se rimango in questo Amore più grande che io desidero”, scrive il marito ROBERTO.
•••
“Sento come se si fosse stappato qualcosa. Dopo il bagno, dove ho chiesto guarigione mia, di mio marito, dei miei figli e di tanti bambini malati per cui prego ho detto: oggi Madre ti darò tanto lavoro. Poi, alla Messa ho chiesto di essere Luce del Signore senza paura per poter amare chi mi ferisce, senza più lamentarmi delle grandi fatiche a cui sono chiamata. Vedevo sempre davanti a me il sorriso e le braccia aperte della Madre e subito dopo mi arriva un messaggio dal gruppo in cui preghiamo per questi bambini malati: Giovanni, che lotta contro un brutto male a seguito di trapianto di midollo, ricoverato per grosso problema ai polmoni, era stato appena dimesso e Angela, bambina con 3 forme tumorali diverse e 3 interventi subiti ha fatto una tac ed è completamente guarita! Grazie per averci portato a Collevalenza dalla Beata Madre Speranza!” -VALERIA E MATTEO-
•••
“Quando sono partita sabato mattina il mio cuore era pesante per la possibilità di perdere il lavoro e per mia madre che doveva fare una tac. Nel lavoro avrebbero preferito un’offerta che non mi avrebbe più inclusa in azienda. Mia mamma per la prima volta l’avevo affidata a mio fratello e mi sentivo molto in colpa. Tornando a casa, dopo questo bellissimo ritiro, ricevo 2 splendide notizie: Il lavoro, tutto come prima, quindi non lo avrei perduto. Mio fratello, che mai ha vissuto con mia madre un rapporto relazionale sereno, si era prodigato in un affettuoso tempo con lei portandola fuori a pranzo (mai accaduto) e stando accanto a lei con amore di figlio! Grazie davvero!”, -CLAUDIA-
•••
Questa che segue ha davvero del miracoloso perché, questa coppia, non è mai venuta insieme a vivere il nostro cammino se non, sporadicamente, la moglie da sola. In realtà il marito non sempre ha accettato la fede avendo sempre avuto un’opinione negativa della Chiesa e dei parroci. Loro sono di fede Ortodossa e hanno una bambina piccola. Lui ora si trova in stato di infermità fisica che lo ha costretto in sedia a rotelle. Dopo l’immersione nelle vasche già l’atteggiamento all’ascolto della catechesi era ben aperto e ciò che l’ha colpito è stato il sentirsi accolto come se ci fosse sempre stato. Sua moglie scrive questo:
“Mio marito non conosce neppure la preghiera del Padre Nostro e non si è mai confessato. Credo che ora sia cambiato tutto, anche se sono passati ancora pochi giorni. Ero stanca, non sapevo più dove sbattere la testa. Nostra figlia Anna ancora è piccina e io da sola devo gestire entrambi. Però sapevo che la spalla più importante non sono le persone ma è solo Lui, il Signore, in cui occorre credere sempre. Io porto una grande croce e mio marito ha soltanto noi e non mancano neppure i problemi economici. Quindi ho voluto che andassimo a questo ritiro. Così sabato, improvvisamente, mio marito sente per la prima volta nella sua vita di volersi confessare e io posso dire di aver visto un vero miracolo vedendolo oltretutto lacrimare più volte durante il percorso eucaristico. Rimango in attesa e in ascolto ringraziando in ginocchio la potente intercessione della Beata Madre Speranza”
-VERONICA FLORENTINA

Tante altre sono state le manifestazioni di profonda grazia ricevute dalle Coppie e iportarle tutte renderebbe lunghissima questa riflessione. Ciò che possiamo constatare è che di ritiri ne abbiamo fatti tanti e altrove ma ciò che si riporta da questo Santuario è ben altro perché ti rimane stampato nel cuore il miracolo di sentirsi diversi. Noi pensiamo che è un bene grandissimo che le famiglie possano passare da questo luogo per effettuare poi il pellegrinaggio nel Santuario della propria chiamata perché la vita, come diceva Marina, parlandoci in cappella, possa decollare in questo aereo della salvezza laddove in cabina di pilotaggio si lasci fare all’unico PILOTA che può condurci senza mai precipitare ma sollevati da quelle Ali di Aquila verso l’eternità. E così siamo tornati ognuno nelle nostre case a vivere l’ordinario, quello che viveva la stessa Beata Madre, come mi ha detto Debora, una moglie delle nostre coppie che ha capito che la santità passa dal quotidiano delle faccende domestiche, ove, persino per ottenere l’olio per cucinare è necessario fidarsi e chiedere a Dio che non ci farà mancare nulla di ciò che è necessario. Ora, nella nostra cappellina A.Mar.Lui oltre il portachiavi, ha preso dimora il crocifisso di Madre Speranza perché lei, da sempre è presente qui e ci custodisce! Grazie Signore per il dono di Madre Speranza che si unisce alla Comunione dei Santi e fa festa in cielo per ogni creatura e famiglia che Dio ha desiderato e progettato. Che tutte le famiglie possano vivere ritiri spirituali meravigliosi come è successo a noi!
Amen

Cristina Righi

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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La chiave più importante della nostra casa porta l’immagine di Madre Speranza.

Ti accorgi sempre successivamente dell’importanza delle cose e quando scegli non sempre sei consapevole della profondità di ciò che accadrà. Scrivo questo guardando alla
chiave del cancellino della cappellina A.Mar.Lui, nella nostra chiesa domestica.
Quando iniziò il progetto di questa meravigliosa opera, cioè una cappella all’interno della nostra casa, pensai, quasi sovrappensiero, di mettere come portachiavi quello con l’immagine della Beata Madre Speranza, mentre, nel tabernacolo, ove è custodito il Santissimo Sacramento, vi è una piccola chiave con un bel mappo color oro. La nostra storia di coppia è una meravigliosa rinascita che ha rivisto Luce dopo un lungo periodo di tenebra e divisione e ora, grazie all’invito di un nostro amico professore, scrittore e bravissimo teologo, ma soprattutto marito e padre di tre bei maschietti, la si può trovare, la nostra storia, scritta nel neonato libro “NOI, STORIA DI UNA CHIESA DOMESTICA” edito da Tau editrice. Lui è Robert Cheaib a cui va ancora il nostro immenso grazie per essersi fatto strumento di un progetto grandissimo. Questo libro, che consideriamo un’opera di Dio, tesa a raggiungere più storie di vita possibili, vuole essere solo una testimonianza e una “narrazione teologica”, come l’ha definita don Carlo Rocchetta nella prefazione, di un vero miracolo laddove ci saremmo di sicuro lasciati e separati con grave riflesso anche verso i nostri splendidi quattro figli. Dio non ha permesso questa “rottura” e il nemico non ha prevalso e così, con le nostre due voci di coniugi, abbiamo dato corpo ad una storia “risorta” che sta viaggiando dal nord al sud, anche attraverso la nostra presenza laddove il Signore ci chiama a parlare in diretta! Questo è il motivo per cui facciamo accompagnamento alle coppie, per consegnare le armi spirituali a difesa di un nemico che vuole distruggere le famiglie progetto di Dio. Nel libro raccontiamo tutto, qui invece vogliamo parlarvi del cammino con le tante famiglie che il Signore ci mette a fianco e con cui, a braccetto con Gesù, procediamo! La cappellina di cui ho parlato all’inizio è dedicata alla prima coppia di sposi che la Chiesa ha beatificato e cioè i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, e ci è stata autorizzata dal nostro Vescovo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, a causa soprattutto della nostra missione di accoglienza e accompagnamento di tutte le coppie di sposi. Dalle giovani coppie ma soprattutto a quelle in difficoltà nella vita relazionale di coniugi e familiare. Come responsabili a Perugia dell’Associazione A.Mar.Lui (che opera a livello nazionale dal 2010) lo Spirito Santo non ha mancato il bersaglio e ci ha “soffiato” alle orecchie ciò che avremmo potuto fare. Partire innanzitutto dalla preghiera con tutti coloro che ci sarebbero stati inviati a casa e poi portare avanti un percorso di fede per accompagnarci di anno in anno. E così è nato, a casa nostra, dinanzi al Santissimo Sacramento e alla presenza dei sacerdoti che ci seguono nel cammino, un meraviglioso CENACOLO, chiamato DEI SANTI CONIUGI a cui convengono così tante coppie che spesso siamo anche 80 persone, comodamente sedute e abbandonate ad una preghiera guidata in particolare per la coppia. Il cenacolo è ogni 15 giorni dalle 21 alle 22. Al termine della preghiera le coppie ricevono sempre un segno particolare per riflettere e stimolare la ricezione della grazia. Ogni volta ci si ispira a dei Santi dei quali, tra l’altro, possediamo Reliquie di primo grado per grazia di Dio. Abbiamo con noi San G.Paolo II, i Santi Martin, i Beati Beltrame Quattrocchi (ovviamente), Santa Gianna Beretta Molla, Santa Gemma Galgani, la Beata Madre Speranza, la Beata Mattia di Matelica. Inoltre, una domenica al mese, secondo un tema stabilito all’inizio dell’anno, viviamo il cammino che si snoda attraverso la catechesi, la condivisione comune e l’accompagnamento personale curato anche dal sacerdote, nostro assistente spirituale che è don Mauro Angelini. Alla fine dell’anno si vive una giornata di ritiro spirituale ed eccoci al punto in questione. Non vi è stato alcun dubbio che quest’anno il ritiro dovessimo farlo al Santuario dell’Amore Misericordioso della Beata Madre Speranza a Collevalenza. Ci è balzato subito in mente e nel pensare ad una meta è arrivata questa, diritta nel cuore di tutti! Dobbiamo dire, anzi ,che una delle catechesi mensili del cammino è stata dedicata alla Madre anche perché, il nostro don Mauro, sta preparando una bellissima opera letteraria  proprio su di lei e gli è stato affidato questo incarico. Ciò è stato per noi un altro filo conduttore di questa testimonianza. La Madre è con noi, dall’inizio… nel portachiavi della porta più importante della cappellina, quella che protegge, e cioè, il cancello in ferro battuto! Per comodità decidiamo che il ritiro si farà nella giornata del 16 giugno 2018, ed, essendo un sabato, ciascuno avrebbe potuto immergersi nelle vasche del santuari. (Continua….)

Cristina Righi

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La mia forza viene dal suo sguardo

Come è possibile essere consapevoli della propria debolezza, della propria inadeguatezza, della propria fragilità e nel contempo sentire di essere forte. Abbastanza forte da portare in salvo la tua vita? Alla fine il cristiano è così. In realtà io mi sento debole anche da prima della conversione. C’è però una grande differenza tra prima ed ora. Prima non concludevo nulla. La vita mi spaventava, ogni impegno mi pesava. Passavo il tempo a sentirmi meno degli altri, c’era sempre qualcuno più bello, più bravo, più brillante. Qualcuno che era sempre più di me. Io mi sentivo sempre il mediocre, quello che sta in mezzo e che non viene notato da nessuno. Ero pieno di invidia e di risentimento verso chi era più di me. Gli invidiavo la vita e le qualità che possedeva. Ero in uno stato davvero penoso. Perchè scrivo queste cose? Perchè vedo tanta gente intorno a me che è nello stesso stato. Tanti giovani lo sono. Si può uscirne! Si può! Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo. Smettere di invidiare le altre persone che sono più di noi. Ce ne saranno sempre. Alzare lo sguardo riconoscendoci miseri. La nostra miseria non deve essere qualcosa che ci blocca e che ci incattivisce. Questo accade quando il nostro sguardo è miope. Quando non arriva fino a Dio. La nostra miseria può essere quella leva che ci aiuta ad alzare lo sguardo, a cercare Dio. A riconoscerci bisognosi di Lui e del Suo amore. Allora tutto cambia. Lui ti guarda con lo sguardo di uno sposo innamorato. Tu che sei una sposa infedele. Come in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

E’ proprio così. Prendere coscienza delle proprie miserie, dei propri fallimenti, dei propri errori e delle proprie imperfezioni e poi alzare lo sguardo e incontrare quello di un Dio che ti ama nonostante quello che sei in quel momento, nonostante tu stesso non ti ami. Questo cambia tutto. Capisci che Dio ti ama di un amore unico. Capisci che ti ama perchè sei tu e non perchè meriti quell’amore. Capisci che la tua stessa vita è un dono che ti ha fatto Lui. Capisci che è sempre stato con te, ma che per farsi presente ha atteso che tu lo cercassi, per non essere invadente. Davvero ti ama dell’amore di uno sposo fedele e premuroso. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Io ho ritrovato quello sguardo in Luisa. In lei mi sento forte perchè lei mi guarda con lo sguardo di Cristo. Lei mi ama perchè sono io senza che io debba dimostrarle nulla. Luisa mi ha reso più uomo, un uomo migliore, non chiedendomi nulla, semplicemente amandomi.

Come disse Costanza Miriano: L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Ecco è proprio così. Io apparentemente non sono diverso da prima. Le mie fragilità ancora ci sono. Lo sguardo di Dio e lo sguardo della mia sposa mi danno però una forza e una determinazione che non pensavo di avere. Davvero comincio anche io a pensare di essere una meraviglia. Dio lo pensa perchè io non dovrei? E tu? Sai di essere meravigliosa/o?

Antonio e Luisa

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Siamo poveri della nostra ricchezza!

(English Español)

San Francesco era un rivoluzionario. Per questo mi piace. Lo era nel vero senso della parola. Non un fricchettone figlio dei fiori come vuole presentarlo una certa cultura figlia del sessantotto, ma un vero rivoluzionario del Vangelo. Un profeta che ha mostrato chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo. Uno che si è preso sulle spalle la Chiesa in un momento molto difficile e l’ha portata in salvo. Un vero strumento di Dio. La cosa bella è che lui non voleva fare altro che vivere il Vangelo nella sua vita, non pensava certo di diventare un’icona planetaria, tutt’ora feconda e meravigliosa. Stavo seguendo distrattamente una trasmissione su Rai Storia quando hanno intervistato un frate francescano che riguardo a Francesco ha detto una frase che mi ha colpito dritto al cuore: Francesco era ricco della sua povertà. E’ una frase che sembra costruita su una contraddizione. Come si fa ad essere ricchi della povertà? San Francesco lo era. Lo era non perchè la povertà può renderti ricco, ma perchè la povertà fa spazio a chi ti può rendere ricco. La povertà esteriore, la povertà nel vestire, nel mangiare, la povertà di chi non possedeva nulla era solo una parte della povertà di Francesco. Non serve essere povero se poi invidi chi è ricco. Non serve essere misero se questo ti rende miserabile. Francesco è stato capace di avere un cuore povero. Questo è ciò che più conta. Un cuore vuoto, o meglio che lui ha svuotato di se stesso, che può essere riempito di Dio, dell’amore che non passa e che tutto sana e che tutto spiega. Invece noi non siamo così. Noi non siamo capaci di svuotare il nostro cuore per fare posto. Per fare posto a Dio e per fare posto al nostro sposo o alla nostra sposa. E’ facile capire che è così. Siamo sempre pronti a rivendicare torti subiti, veri o presunti. Siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che l’altro dovrebbe fare o non dovrebbe fare. Sempre pronti a mettere le nostre esigenze davanti all’altro/a. Tanti litigi sono frutto di due persone che non hanno fatto posto, ma hanno ancora il cuore pieno di se stesse. Così non funziona. Così costruiamo relazioni deboli, fondate non sull’amore ma sul bisogno che abbiamo dell’altro/a per stare bene, per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Siamo sempre noi al centro della relazione. L’altro diventa mezzo per e non destinatario del nostro amore. L’altro/a diventa una cosa in nostro possesso come l’ultimo modello di Iphone. Certo non è proprio così ma il senso è quello. Quella cosa mi serve per stare bene, per stare meglio. Questa è la nostra povertà. Siamo poveri perchè siamo ricchi, il nostro cuore è pieno di noi e non c’è posto per Dio, per l’altro/a e, di conseguenza, per l’amore. San Francesco era ricco della sua povertà, noi, spesso, siamo poveri della nostra ricchezza. Impariamo da Francesco. Facciamo posto e la nostra vita e il nostro matrimonio diventeranno la nostra ricchezza più grande.

Antonio e Luisa

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I figli sono un noi che si fa carne!

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E’ appena stato pubblicato uno studio americano. Uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, tossicodipendente o incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un/una figlio/a possono affrontare. Perchè il divorzio è così devastante? I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano e pensano tutt’ora che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web:

Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Antonio e Luisa

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Amatevi come compagni di viaggio!

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E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de I promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, fosse limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il Cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

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Cosa siamo disposti a sacrificare (rendere sacro)?

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Quanto ci costa la nostra fede? Cosa e quanto siamo disposti a sacrificare per Dio? Sacrificare nel vera accezione del termine. Cosa siamo disposti a rendere sacro? E’ vero, ci sono cristiani che arrivano a dare la vita in tante parti del mondo, ma non noi in occidente (almeno per ora). Ci sono musulmani che accettano tanti precetti e divieti. Che non mangiano determinati cibi, che non bevono alcolici, che digiunano durante il mese di Ramadan. Noi non siamo spesso capaci neanche di rispettare il digiuno quaresimale. Luisa racconta come sia rimasta edificata da una sua alunna marocchina che in estate, durante l’esame di terza media, non ha bevuto e mangiato e non si è mai lamentata di nulla. Noi non ne siamo più capaci. Neanche di queste piccole rinunce. Ci siamo rammolliti. Certo c’è sempre il rischio che una religiosità fatta di regole e precetti si trasformi in qualcosa di solo esteriore, qualcosa da fare per sentirsi a posto senza cambiare il cuore. Resta la domanda che ho fatto all’inizio: noi che fatica siamo disposti a fare per Dio? Siamo capaci di “pagare” qualcosa o vogliamo una fede a costo zero? Una fede a costo zero probabilmente vale ciò che costa, cioè nulla. Anche la nostra fede in realtà, se ci pensiamo bene, ci “impone” delle rinunce. Non le ricordiamo perchè non le vogliamo ricordare, ma ci sono. Me ne vengono in mente due in particolare. Due rinunce che toccano due ambiti molto simili. Una, l’ho già accennata, è il il digiuno quaresimale. L’altra riguarda il sesso. La castità! Aiuto che parola fuori moda! Castità prima del matrimonio (astinenza) e castità dopo il matrimonio (vivere l’amplesso nella verità dell’amore). Vivere cioè una sessualità che sia espressione di amore autentico e non di una semplice pulsione da soddisfare, che magari imbellettiamo di amore. Due rinunce, il cibo e il sesso, che non sono fini a se stesse. Attraverso queste richieste Dio Padre e Madre Chiesa vogliono educare i suoi figli, ognuno di noi. Educarci per farci persone consapevoli, pienamente umane e capaci di essere re e regine della nostra vita e delle nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo? Come possiamo donare la nostra sessualità e il nostro corpo, se noi stessi non li governiamo ma li subiamo? Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa per Lui, ma di sacrificare qualcosa, cioè di renderla sua. La nostra sessualità sacrificata diventa qualcosa di davvero meraviglioso, perchè vissuta alla luce dell’amore pieno e vero. Così la castità non sarà qualcosa di castrante ma diventerà educante. Facendo fatica possiamo davvero imparare a mettere al centro l’altro/a e il suo bene e non il nostro ego e le nostre voglie. Allora l’astinenza dai rapporti prima del matrimonio diventerà canale per esprimere tutto il nostro desiderio e l’attrazione verso l’altro/a in gesti di tenerezza disinteressati e gratuiti, che diventeranno poi importantissimi durante il matrimonio. L’uomo (riguarda più l’uomo questo pericolo) che non si abitua ad esercitare la tenerezza fuori dal contesto sessuale poi nel matrimonio farà altrettanto, facendo presto sentire la sua sposa usata. Il deserto sessuale fa presto ad arrivare (come accade per tante coppie sposate). La castità prematrimoniale è la vera prova d’amore. Tanti giovani chiedono la prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, facciamo l’amore. La mia sposa mi ha chiesto un’altra prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, aspettiamo il matrimonio. Vi assicuro che mi è costato tantissimo, ma non me ne sono mai pentito. Chi pratica la castità è disposto a rinunciare al suo desiderio fortissimo di unirsi sessualmente all’altro/a per qualcosa di più grande. Sta dicendo all’altro io ti voglio tutto/a, non voglio solo il tuo corpo. O tutto o niente. L’amore è così. Almeno quello vero. Quando saremo uno nel cuore, quando ti avrò dato tutta la mia vita nel per sempre del matrimonio allora vorrò anche il tuo corpo perchè solo allora sarò degno di un dono tanto prezioso. Solo allora entrerò nel mio giardino come un re, come una regina e non come un ladro che prende qualcosa che non gli appartiene. Dio non ci chiede una fatica sterile, se lui chiede per sè qualche cosa di nostro è per restituircela ancora più grande e più bella. Così è la castità. Prende la nostra sessualità e la rende un modo per sentirci persone piene, per sentirci completamente amati e per fare esperienza di paradiso. Molti fanno sesso, pochi fanno l’amore, gli sposi cristiani riattualizzano un sacramento. Non è la stessa cosa. Fidatevi.

Antonio e Luisa

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Un amore eterno. Ma in paradiso?

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

Antonio e Luisa

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Uno sguardo sempre per ricostruire, non per distruggere di più

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Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e a provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto. Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Come due pattinatori

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Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno chi siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto, ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

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Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei

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Quella che vi racconto oggi è la storia di un amore grande. Tanto grande che sembra irreale, impossibile, un amore di quelli raccontati nei film. In effetti ricorda molto la trama di un film che Luisa ed io abbiamo guardato insieme: Le pagine della nostra vita. Un film che ci era piaciuto molto perchè faceva leva proprio sulla nostra nostalgia di vivere quel tipo di amore. Eravamo sposati da pochi anni e stavamo assaporando e scoprendo pian piano la meraviglia dell’unione sponsale fatta di totalità e gratuità. In quel film c’è una frase che mi aveva colpito in modo particolare. Lei, anziana e malata di Alzheimer, lui che le restava accanto giorno dopo giorno e le raccontava, attraverso le pagine di un diario, la loro storia d’amore. Ai figli che gli chiedevano il perchè di quella sua insistenza nello stare accanto alla moglie che non lo riconosceva lui rispondeva con l’affermazione più bella e più vera che potesse dare: Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei. Un film bello, che ha avuto molto successo e che probabilmente avete visto anche voi. Navigando in rete, stavo cercavo informazioni per un incontro che devo preparare con Luisa, ho trovato la storia vera di Jack e Phyllis Potter. Una coppia di anziani sposi inglesi. Jack incontrò Phyllis durante la seconda guerra mondiale, nel 1941. Jack aveva l’abitudine di tenere un diario e ha sempre annotato un pensiero ogni giorno. Quella sera del 1941, quando incontrò Phyllis, scrisse sul suo diario: È stato un pomeriggio fantastico. Ho ballato con una ragazza meravigliosa. Spero di rivederti. Non solo si rividero ma si sposarono e la loro vita insieme, il loro amore, le loro gioie, i loro dolori, trovarono posto nelle pagine del diario di Jack. Negli ultimi anni Phyllis ha cominciato a perdere la memoria, a non riconoscere più l’uomo che le è stato accanto per più di settant’anni. Jack non si è però perso d’animo. Ha preso il suo diario e ha scelto di continuare ad amare la sua sposa, anche se lei non può restituirgli nulla se non una presenza spesso assente. Jack Potter ogni giorno legge quelle pagine alla moglie, che spesso non riesce neanche a riconoscerlo, per mantenere vivi i loro ricordi, lottando contro la malattia.
Un amore senza tempo e senza confini. Che continua a vivere nelle parole di quest’uomo innamorato, che conferma quotidianamente il suo amore per la donna della sua vita. Proprio come succede nei film d’amore. Proprio come nel film Jack non smette di donarsi alla sua Phyllis perchè, anche se lei non lo riconosce più,  lui sa benissimo chi è lei. Lei è colei a cui ha promesso amore per sempre, amore incondizionato e gratuito. Questo è l’amore sponsale: difficile ma meraviglioso.

Antonio e Luisa

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L’amore illumina le tenebre della guerra

Oggi è il 4 novembre. Una data importante. Poco più di cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa venti anni. Gente semplice. Molti erano contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere messi in atto dai governanti del tempo. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un marito capace di un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?

Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.

Concludo con una recente canzone interpretata da Elisa che racconta esattamente questo grande amore. L’amore durante la Grande Guerra.

Antonio e Luisa

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Oggi la salvezza è entrata in questa casa

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(Luca 19, 1-10)

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergogniamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso colui/colei che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

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Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Il talamo nuziale è un recinto sacro

Il talamo nuziale è sacro. L’ho già scritto altre volte, tante altre volte, ma lo ripeto perchè è una realtà poco conosciuta e poco evidenziata. Cercherò di affrontare questo argomento da un’altra prospettiva. C’era, e in parte ancora c’è, una tradizione nel nostro Paese. Una tradizione diffusa soprattutto nel centro sud. Quella di preparare il letto dove i novelli sposi avrebbero passato la prima notte di nozze. Ora si è trasformato tutto in qualcosa di goliardico e spesso anche di cattivo gusto. E’ diventato tutto uno scherzo ma è importante risalire alla fonte per comprendere come in principio c’era qualcosa di tutt’altro che goliardico e stupido. C’era una liturgia, un cerimoniale anche per questa consuetudine. Dovevano essere preposte due giovani donne vergini. A controllare e dirigere il tutto c’erano le donne sposate. In testa le due madri dei futuri sposi. Era importante anche la scelta delle lenzuola. Era d’obbligo fossero bianche e anch’esse vergini, mai utilizzate prima. Come a voler evidenziare come fosse importante che quel gesto così importante fosse riservato solo per una persona: per il marito o per la moglie. Lenzuola bianche per simboleggiare l’importanza di custodire il proprio corpo e la propria intimità solo per quell’uomo o solo per quella donna. Una volta fatto il letto una bambina saliva sul letto e saltava. Un gesto per augurare alla coppia fecondità. Il compito delle donne finiva lì. Completavano l’opera gli uomini (fino a quel momento era loro proibito entrare in camera) che lasciavano sul talamo liquori, soldi, riso e altri prodotti. Il tutto per augurare prosperità e ricchezza. Diventava davvero un rito comunitario. Non mancava infine la benedizione del talamo da parte del sacerdote.  La Chiesa non ha mai sottovalutato questo aspetto, tanto che fino a qualche anno fa era prevista la benedizione da parte del sacerdote del talamo nuziale. Questo gesto aveva un significato molto bello e importante. Il presbitero benedicendo la camera nuziale riconosceva quel luogo come sacer (luogo che appartiene a Dio), quindi sacro. Quello è il luogo dove si completa il rito del matrimonio. Rito che comincia in chiesa con lo scambio delle promesse e si conclude sull’altare del talamo nuziale dove quelle promesse si concretizzano nel dono totale di sè all’altro/a nell’amplesso fisico. Quello è il luogo dove marito e moglie unendo i lori cuori e i loro corpi rinnovano il sacramento delle nozze e, aprendosi così alla vita e all’amore, riattualizzano la presenza di Cristo nella loro unione. Tutta questa attenzione era per il talamo nuziale. Per i nostri avi era naturale pensare al talamo nuziale come luogo sacro. Senza tante catechesi. Il talamo nuziale è il nostro sacer. Sacer deriva dal verbo secare che non significava altro che segare, tagliare.  Sacrato significava ritagliato. Sacer era un quadrato di terra sulla cima di un monte riservato all’uso di Dio. I nostri antenati pensavano che Dio (o gli dei)  abitasse in Cielo. Un po’ come diciamo anche noi. Il cielo era il luogo dove Dio abitava e la montagna, di conseguenza, il luogo più vicino a Dio. Una delle coniugazioni latine  di sacer è sacrum. Da sacrum giungiamo facilmente al nostro termine sacro. Sacro era qualcosa, quindi, di riservato a Dio. Questo significato è stato assunto anche nel cristianesimo ed ora fa parte della  nostra religiosità. Anche per noi cristiani è sacro ciò che è riservato a Dio, è per Dio, appartiene a Dio. Il talamo nuziale è sacro. E’ il nostro sacer. Il nostro recinto dove l’amore donato attraverso il corpo nell’incontro intimo diventa di Dio. Facciamo esperienza di Dio. Diventa vero e proprio sacramento. Sono esagerato? Non credo. Le nostre tradizioni ci dicono che è proprio così. Forse dovremmo riscoprirle.

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L’adultero offre un amore contraffatto.

Circa un anno fa Papa Francesco, durante le catechesi del mercoledì, ha affrontato il sesto comandamento. Lo ha affrontato come solo lui sa fare. Senza moralismo ma partendo dal cuore dell’uomo. Chi è il lussurioso e chi è l’adultero? Colui che vive il sesso in modo disordinato? E’ solo questo? Il Papa non lo crede (neanche io). Ecco cosa scrive:

Ricordiamoci che il cammino della maturazione umana è il percorso stesso dell’amore che va dal ricevere cura alla capacità di offrire cura, dal ricevere la vita alla capacità di dare la vita. Diventare uomini e donne adulti vuol dire arrivare a vivere l’attitudine sponsale e genitoriale, che si manifesta nelle varie situazioni della vita come la capacità di prendere su di sé il peso di qualcun altro e amarlo senza ambiguità. È quindi un’attitudine globale della persona che sa assumere la realtà e sa entrare in una relazione profonda con gli altri.  Chi è dunque l’adultero, il lussurioso, l’infedele? È una persona immatura, che tiene per sé la propria vita e interpreta le situazioni in base al proprio benessere e al proprio appagamento. Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in dure: è un bel cammino, è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo. (Udienza generale 31 ottobre 2018)

Il Papa, parlando del sesto comandamento, dice molto di più rispetto ad una semplice regola morale e sessuale. Il lussurioso e l’adultero, nel matrimonio, è colui/colei che non è capace di decentrare lo sguardo dal sè al noi. Non è capace di farsi dono. Non si sposa per donarsi ma per prendere. Sia chiaro che farsi dono è un cammino che si impara nel tempo, ma il desiderio e la volontà di percorre questa strada ci devono essere. Tutto il resto viene di conseguenza. Anche i peccati sessuali. L’amore della persona lussuriosa e adultera non è amore. E’ solo egoismo che viene mascherato d’amore. Adultero è colui/colei che adultera. Sinonimi di adulterare sono contraffare e falsificare. L’adultero è come uno di quei venditori che offrono merce di grandi marche ma a basso costo, perchè in realtà è merce contraffatta e di scarsa qualità. Così è il suo amore. Il suo amore, in apparenza, sembra di grande valore, in realtà vale molto poco. Il contrario di amore è commercio. L’adultero è un commerciante d’amore. Dà un valore al suo amare. Tutti noi rischiamo di essere adulteri. Ci chiediamo Ne vale la pena? Ci riempiamo vicendevolmente il vuoto del nostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siamo noi al centro. Sono io al centro. Cristo ci salva anche da questo. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. L’adultero non lo ha capito e non lo fa mentre chi ama davvero è capace di questo. Come dice il Papa, adulterio e lussuria sono, prima di tutto, un atteggiamento del cuore che si manifesta nel corpo. L’adulterio sessuale non è che la punta dell’iceberg di una povertà estrema di un cuore che non è capace di donarsi. Non è capace perchè è troppo povero per farlo e allora cerca di prendere e rubare dagli altri.

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La preghiera è dire ti amo allo Sposo

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore. Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via. Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale. Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo. Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie. La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

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Il cuore si scalda con un amore tenero.

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide ha avuto tante donne. Regine, concubine e semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva un momento in cui Davide si sente solo. Ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta. E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile. Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici. Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 44 anni e le forze non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa. Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati.

Antonio e Luisa

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Siamo deboli ma non siamo soli!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
«C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno.
In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno,
poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».
E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto.
E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?
Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il Vangelo di oggi è un po’ più difficile del solito da declinare in chiave sponsale. Diventa più semplice ed intuibile se lo si legge alla luce della prima lettura della liturgia di oggi:

Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek.
Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.
Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.

Cosa ci possono dire queste due Parole lette una alla luce dell’altra? A me sono arrivate forti e chiare due riflessioni.

  1. Chi si reca dal giudice è una vedova. Questo ha un significato simbolico molto chiaro. La vedova, al tempo di Gesù, era debole. Era tra le più deboli. Senza un marito non aveva riconoscimento sociale. Spesso non aveva diritto neanche ad ereditare i beni del marito defunto. Era destinata ad una vita ai margini. Una vita povera e misera. Ecco, spesso per essere capaci di pregare, di pregare davvero, ci si deve sentire come la vedova. Deboli e consapevoli della nostra inadeguatezza. Solo allora saremo capaci di aprire il cuore a Dio. Solo allora faremo spazio a Dio togliendo almeno un po’ del nostro io.
  2. Non dobbiamo dimenticare che non siamo da soli. Spesso tutto ci sembra così difficile che anche la preghiera diventa un grande peso. Non ci crediamo, siamo sconsolati e afflitti. Non riusciamo più a mantenere le braccia al cielo. Avremmo voglia di lasciarci andare. Non dimentichiamo che siamo parte di una grande famiglia che è la Chiesa dove ci si sostiene gli uni gli altri. Siamo parte anche di una chiesa più piccola, la nostra piccola chiesa domestica: la nostra famiglia. Quando non ce la facciamo possiamo contare non solo sull’aiuto materiale, psicologico ed emotivo dei nostri cari. Possiamo contare sulla loro preghiera di intercessione. Preghiera che diventa ancora più forte quando lo sposo prega per la sposa e viceversa. Gli sposi sono uniti in un cuore solo, la preghiera dell’una/o diventa forza potente per l’altro/a. Quando vediamo il nostro coniuge sofferente per qualche situazione cerchiamo di aiutarlo in tutti i modi possibili. Non dimentichiamo di pregare per lui/lei. Abbiamo questa grande opportunità. Crediamoci e usiamola.

Antonio e Luisa

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Piccole Resurrezioni Quotidiane

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Dopo aver parlato qualche settimana fa dei Piccoli Perdoni Quotidiani

oggi desideriamo scrivere due righe sulle “Piccole Resurrezioni Quotidiane”.

Anche qui sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo alla Resurrezione pensiamo alla Pasqua o alla Domenica, giorno in cui celebriamo la Resurrezione del Signore Gesù Cristo.

“Resurrezione”, poi, la si lega all’idea della morte del nostro corpo; quindi ad una realtà che sarà un giorno chissà quando. “Resurrezioneci fa pensare più alla vita eterna più che alla nostra vita di tutti i giorni.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove nelle piccole ombre del quotidiano più che nelle luci della gloria…più tra le ferite e i sanguinamenti che tra le guarigioni, più nelle piccole morti che nella vita.

Risorgere deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi.

Quindi ci vogliono le “resurrezioni”…piccole resurrezioni quotidiane.

Ma come si fa?

Certo, non possiamo risorgere solo perché lo vogliamo…nelle nostre mani non c’è la possibilità di guarirci, di distruggere la morte. Dunque?

Dunque c’è bisogno dell’intervento di Colui che ha saputo trovare la via d’uscita anche dal sepolcro, di Colui che le tenebre più profonde non hanno potuto avvolgere.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che si è fatto bucare le mani per donare ancora di più, si è fatto inchiodare i piedi per camminare ancora di più verso il prossimo, si è fatto trafiggere il cuore per poter amare di più.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che è Il Risorto.

Lui ti insegnerà a risorgere quando tuo marito ti sotterrerà con una battutina così innocua ma che a te sfracella il cuore, Lui ti insegnerà a risorgere quando tua moglie farà di te una polpetta quando farà il paragone tra il tuo fisico con quello delle star di hollywood, Lui ti insegnerà a risorgere quando tra le mura domestiche ci sarà più odio che amore, Lui ti insegnerà a risorgere quando ti sentirai tradito dalla persona più cara per te, Lui ti insegnerà a trovare la strada per uscire vivo dagli incidenti mortali delle nostre relazioni umane di ogni giorno.

Qual è la strada? La strada che Gesù ti indica è quella del suo Cuore.

Va’ da Gesù, torna da Gesù.

Il Suo Preziosissimo Sangue ti laverà quando andrai a confessare le tue miserie, il Suo Sacratissimo Corpo ti darà vigore nuovo quando sfinito ti accosterai all’Eucarestia.

Gesù è li. Ti aspetta con le braccia spalancate e ti soffia nel cuore il Suo Santo Spirito e non avrai più sete e non avrai più fame e le tue ferite serviranno a far passare più luce nella tua famiglia e nel mondo in cui viviamo.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia su Cristo.

E’ Lui che può rimettervi in piedi, può ridarvi vita…può farvi risorgere già qui ed ora.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si nutre di Cristo.

Ed è così che si impara a vivere di “piccole resurrezioni quotidiane”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Gli sposi fedeli evangelizzano un mondo assetato di amore e fedeltà.

La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce «dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale (Esortazione Apostolica EVANGELII GAUDIUM di Papa Francesco)

Cosa significa questo punto affrontato dal Santo Padre nella sua esortazione apostolica dedicata alla gioia del Vangelo, alla nuova evangelizzazione, nuova nei modi e nella prospettiva? Come trasmettere la fede oggi? Papa Francesco dedica una riflessione anche al matrimonio. Esattamente al punto 66. Il Papa ci sta dicendo che il matrimonio è una testimonianza meravigliosa. Non solo quando le cosa vanno bene. In questo caso la coppia di sposi cristiani, paradossalmente, non si differenzia molto da chi non è sposato sacramentalmente. Soprattutto quando le cose diventano difficili. E’ lì che la coppia di sposi in Cristo può dare una testimonianza meravigliosa. Può mostrare la grandezza e la profezia della fedeltà, può rendere nuovamente attuale la fedeltà di Cristo, può rendere concreto il sacrificio della croce, che è stato il massimo dono d’amore di Gesù per ognuno di noi. La croce è fuori moda. La croce è scandalosa. Il mondo di oggi la respinge. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù. Ho letto da qualche parte che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce. Il cuore segno del sentimento e la croce segno della volontà. Gesù non sarebbe mai salito su quella croce per sentimento. Lo ha fatto per volontà. Per fare la volontà del Padre e per salvare tutti noi. Allora non è amore il suo? Oppure è l’Amore? Cosa ci insegna la croce? Ho pensato di mettere a confronto l’idea del mondo con l’idea di Dio sull’amore e sul matrimonio. Due concetti molto distanti tra loro.

Il mondo dice che l’amore è solo passione e sentimento. Dio dice che passione e sentimento sono cosa buona, ma l’amore diventa pieno e autentico quando riesce ad andare oltre ed è capace di sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se desiderato da entrambi. Dio dice che il sesso è benedetto quando è espressione di un’unione sponsale. Una sola carne segno di un cuore solo.

Il mondo dice che basta l’amore e non serve sposarsi. Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste. Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che lui/lei deve meritarsi il tuo amore. Dio ti dice che è davvero amore solo quando è gratuito ed immeritato.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti rende schiavo e ti impedisce di essere felice. Dio ti dice che solo accogliendo la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che sarai felice se farai di te il centro. Dio ti chiede di fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai trovare anche il centro della tua gioia.

Il mondo dice che l’amore per sempre non esiste. Dio vi dice: “Cari sposi: mostrate al mondo che si sbaglia. Mostrate che amarsi per sempre è possibile ed è anche un’esperienza meravigliosa”

Questa è la gioia del Vangelo. Testimoniare questo senza moralismo, con la nostra vita, diventa l’evangelizzazione più potente che ci possa essere perchè ogni persona desidera amare ed essere amata così, anche se non ci crede, anche se non lo sa, anche se è ormai disillusa e si accontenta delle briciole d’amore che trova nel mondo.

Antonio e Luisa

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Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi.

Sabato mattina ho ricevuto una notifica sul telefono. Livia mi ha contattato via messanger per propormi la lettura del suo libro. Non la conoscevo e non conoscevo il  libro da lei scritto  Quanti figli hai?. Di solito prendo sempre molto sul serio quando ricevo richieste di questo tipo. Credo, infatti, che possa essere sempre uno scambio arricchente anche per me. Così è stato. Ammetto che inizialmente sono stato scettico sul titolo del libro. Mi sono chiesto cosa c’entrassi io con l’argomento, io che sono papà di quattro figli di cui il primo concepito dopo solo un mese di matrimonio. Praticamente in luna di miele. Invece ho iniziato la lettura, più per dovere, per la promessa fatta all’autrice, che per l’interesse che il titolo e l’argomento suscitavano in me. Invece la testimonianza di Livia, perchè di testimonianza si tratta, mi ha catturato. L’ho finito in mezza giornata. Un po’ perchè è breve, un po’ perchè è scritto molto bene, è fluido e semplice, ma credo soprattutto per come l’autrice ha saputo raccontarsi e raccontare le sue emozioni, le sue debolezze, la sua lotta, la sua fatica nell’affrontare la sofferenza. Il tutto centrato nella sua relazione sponsale. Per certi versi mi sono riconosciuto. Le domande inopportune e le battute che non fanno ridere di conoscenti ed amici ci sono anche per noi che abbiamo avuto l’insolenza e l’incoscienza di mettere al mondo 4 figli.   Il marito sembra un comprimario, appare spesso ma in apparenza con un ruolo secondario. In realtà non è così. Il marito è protagonista con lei. Perchè sono una carne sola e un cuore solo e nella relazione tra di loro hanno trovato la strada per non perdersi. Chi legge il libro fino alla fine lo percepisce chiaramente.  C’è un altro protagonista solo accennato in alcuni passaggi. E’ Dio. E’ solo accennato ma è una presenza che accompagna Livia e suo marito in tutta la loro vita e indirizza le loro scelte. C’è un passaggio secondo me fondamentale: quando viene loro proposta la fecondazione. La maternità è un dono, non si può forzare oppure smette di essere ciò che è, un dono che nasce dell’amore di papà e mamma, e diventa semplicemente un prodotto biologico. Il figlio non ci appartiene.

L’indomani gli occhi sono gonfi ma indosso la migliore
delle immagini per non darla vinta a chi come quel
medico punta sulle scelte semplici. Non siamo merce. La
vita non è un business e per quanto questo desiderio sia
grande, felice e giusto, non va venduto così. 

C’è un’altra riflessione che questo libro mi ha provocato e che mi ha colpito profondamente. Questo libro è il racconto di una persona che nella prova inizia ad amare davvero. Si comprende come il dolore, dovuto alla difficoltà di concepire, abbia condotto i due sposi ad abbandonarsi docilmente al progetto di Dio sulla loro vita e sul loro matrimonio. Ho appena terminato di scrivere un testo sul Cantico dei Cantici. C’è un passaggio che mi ricorda molto quanto viene raccontato in questo libro.

Mi hanno incontrata le guardie di ronda per la città;
mi hanno percossa, mi hanno ferita,
mi hanno strappato di dosso il mantello
le guardie delle mura.

Vi chiederete cosa c’entrano questi versetti del Cantico con il dolore raccontato da Livia. C’entrano tantissimo. Livia ha raccontato la sua storia con ironia e strappando anche qualche sorriso, ma la sua è stata una storia caratterizzata da un dolore forte, che traspare tutto da quanto ho letto nel suo libro. Dolore dovuto a quel mantello. Il mantello sono tutte le nostre certezze e desideri che riponiamo nel nostro matrimonio. Noi sappiamo come deve essere il nostro matrimonio. Sappiamo cosa ci deve essere per essere felici. Abbiamo aspettative e progetti. Ecco tutte queste convinzioni sono come le guardie della città. Guardie poste a difesa del matrimonio perfetto che ci siamo costruiti nella testa. Quelle stesse guardie, che avevamo posto come custodi della nostra vita e che ci davano quel senso di sicurezza di cui avevamo bisogno, ci picchiano e ci fanno male. Ci strappano di dosso il mantello. Le guardie ci strappano quel mantello. Restiamo al freddo. Il nostro matrimonio non è come lo volevamo. In questo caso c’è la sofferenza per la mancanza del figlio, ma ci possono essere tante altre situazioni diverse, ma altrettanto difficili.  Sicuramente ci si ritrova  sconvolti e impreparati. L’amore non si basa su queste sicurezze. La notte dell’anima può distruggerci e allontanarci, ma può anche aiutarci ad amare davvero l’altra persona e ad abbandonarsi a Dio e alla relazione sponsale. Ci può aiutare a rivestire la nostra relazione di un altro mantello. Un mantello nuovo. Rivestirci del mantello di Cristo. Amarci come Lui, con la Sua Grazia. Amarci nonostante tutto. Amarci gratuitamente, anche quando ci sembra che ciò che ci manca sia tantissimo. In realtà l’importante è riuscire a comprendere che il matrimonio può essere fecondo anche quando non è fertile. Che la fecondità del matrimonio sta proprio nel capire che ciò che è fondamentale è generare amore nel dono reciproco dentro la coppia che diventa seme di speranza da donare a tutta la comunità. Livia è riuscita a vincere. E’ riuscita a rivestirsi di Cristo. Livia e suo marito sono riusciti a fare quel salto di qualità di chi non focalizza lo sguardo su quello che non ha ma porta a frutto i tantissimi talenti che Dio gli ha donato. Dio li ha benedetti dando loro ciò di cui avevano bisogno e poi li ha benedetti un’altra volta dando loro ciò che desideravano. Alla fine Livia ha concepito. Quindi buona lettura e avanti tutta che Gesù non ci abbandona mai.

L’autrice è disponibile a intervenire a incontri e a presentare il libro. Se vi piacerebbe invitarla potete contattarla qui  Potete acquistare il libro qui

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