Sarete come Dio.

Vorrei condividere un mio pensiero che mi sembra essere molto attuale, anche riprendendo quello che Francesco ha detto pochi giorni fa alla Sacra Rota.

Tante coppie oggi si sposano sacramentalmente ma decidono, più o meno consapevolmente, di fare a meno di Dio nella loro vita e nella loro relazione. Tanti pensano che la sostanza del loro matrimonio, l’amore che li unisce, dipenda soltanto da loro. Molti pensano che la fonte del loro amore scaturisca esclusivamente dal loro cuore.  Tanti si fanno Dio, o peggio ancora, fanno l’altro/a Dio della loro vita. Si ripete la dinamica del peccato originale. Sarete come Dio. Potrete decidere cosa è bene e cosa è male. Non avrete bisogno di Dio perché vi basterete. Dio diventa spesso solo un limite, che non permette di vivere in libertà il matrimonio. Senza Dio tutto sembra essere più spontaneo e vero. Non si deve aderire per forza a un determinato stile di vita, a delle regole che non sempre ci sono chiare. Senza Dio nulla è precluso.

Queste sono tutte tentazioni che più o meno tutti abbiamo dovuto affrontare e spero sconfiggere. In tanti momenti del matrimonio e del fidanzamento Dio è sembrato essere un peso. Rapporti prematrimoniali, anticoncezionali, perdonare l’altro/a, mettersi al servizio dell’altro/a, essere aperti alla vita, rinunciare a qualcosa. Dio ci ha chiesto sempre tanto. Noi come i nostri progenitori ci troviamo davanti a un bivio: ascoltare Dio o farne a meno. Molti decidono di fare a meno di Dio. Si illudono di sentirsi così più  liberi, padroni della loro vita, delle loro scelte e sentimenti; ma succede qualcosa. Come Adamo ed Eva si scoprono nudi. Incominciano a provare vergogna. Fanno esperienza della povertà, della miseria che porta la condizione dell’uomo lontano da Dio. La nudità rappresenta la debolezza, il limite, la mortalità. Si sono ingannati, non sono diventati come Dio, la loro relazione invece di rafforzarsi è diventata più fragile. Si scopre la paura, si scopre la gelosia e si scopre che si può diventare oggetto per l’altro. L’identità personale di ognuno è sfigurata, perchè non guardiamo più l’altro, l’alterità della nostra vita, partendo dalla trascendenza di Dio, ma purtroppo dalla concupiscenza della carne e dalla fragilità dei sentimenti umani.

Non perdiamo mai la capacità di leggere la nostra storia alla presenza di Dio e il nostro sguardo sarà  sempre illuminato da quella presenza. Solo così potremo tornare a mostrare la nostra nudità all’altro senza paura di essere violati o feriti e il matrimonio non sarà meno libero ma veramente libero, non sarà meno spontaneo ma purificato dagli spontaneismi che spesso nascondono le nostre inclinazioni al male e sarà un’esperienza meravigliosa da vivere giorno dopo giorno antipasto dell’abbraccio eterno con Dio.

Antonio e Luisa.

I fidanzati devono rientrare nel mistero di Cristo.

Bellissimo il discorso di Papa Francesco all’Inaugurazione dell’anno giudiziario della sacra Rota. Molto interessante.

Oggi vorrei tornare sul tema del rapporto tra fede e matrimonio, in particolare sulle prospettive di fede insite nel contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale. San Giovanni Paolo II ha messo bene in luce, basandosi sull’insegnamento della Sacra Scrittura, «quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione […]. La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (Enc. Fides et ratio, 16). Pertanto, quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più «l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello “stolto”. Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1,7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di sé stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare “Dio non esiste” (cfr Sal 14[13],1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino» (ibid., 17).

Da parte sua, Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo Discorso a voi rivolto, ricordava che «solo aprendosi alla verità di Dio […] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo […]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane […], inclusa quella matrimoniale» (26 gennaio 2013, 2). È quanto mai necessario approfondire il rapporto fra amore e verità. «L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» (Enc. Lumen fidei, 27).

Non possiamo nasconderci che una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne. Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede.

Di fronte a questa situazione, occorre trovare validi rimedi. Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza. In questa circostanza, la missione redentrice di Gesù raggiunge l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita di amore. Questo momento diventa per tutta la comunità una straordinaria occasione di missione. Oggi più che mai, questa preparazione si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani. Sono, infatti, numerosi i giovani per i quali l’approssimarsi delle nozze costituisce l’occasione per incontrare di nuovo la fede da molto tempo relegata ai margini della loro vita; essi, per altro, si trovano in un momento particolare, caratterizzato spesso anche dalla disponibilità a rivedere e a cambiare l’orientamento dell’esistenza. Può essere, quindi, un tempo favorevole per rinnovare il proprio incontro con la persona di Gesù Cristo, con il messaggio del Vangelo e con la dottrina della Chiesa.

Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi.

In questo spirito, mi sento di ribadire la necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio. Accogliendo gli auspici dei Padri dell’ultimo Sinodo Ordinario, è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti.

Un secondo rimedio è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto. Si tratta di incoraggiarli a considerare i vari aspetti della loro quotidiana vita coppia, che è segno e strumento dell’amore di Dio, incarnato nella storia degli uomini. Faccio due esempi. Anzitutto, l’amore del quale la nuova famiglia vive ha la sua radice e fonte ultima nel mistero della Trinità, per cui essa porta questo sigillo nonostante le fatiche e le povertà con cui deve misurarsi nella propria vita quotidiana. Un altro esempio: la storia d’amore della coppia cristiana è parte della storia sacra, perché abitata da Dio e perché Dio non viene mai meno all’impegno che ha assunto con gli sposi nel giorno delle nozze; Egli infatti è «un Dio fedele e non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13).

La comunità cristiana è chiamata ad accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie, offrendo occasioni e strumenti adeguati – a partire dalla partecipazione alla Messa domenicale – per curare la vita spirituale sia all’interno della vita familiare, sia nell’ambito della programmazione pastorale in parrocchia o nelle aggregazioni. Spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini. Ma è proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza e un forte sostegno spirituale, anche nell’opera educativa dei figli, nei confronti dei quali sono i primi testimoni e portatori del dono della fede. Nel cammino di crescita umana e spirituale dei giovani sposi è auspicabile che vi siano dei gruppi di riferimento nei quali poter compiere un cammino di formazione permanente: attraverso l’ascolto della Parola, il confronto sulle tematiche che interessano la vita delle famiglie, la preghiera, la condivisione fraterna.

Questi due rimedi che ho indicato sono finalizzati a favorire un idoneo contesto di fede nel quale celebrare e vivere il matrimonio. Un aspetto così determinante per la solidità e verità del sacramento nuziale, richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014).

Lo Spirito Santo, che guida sempre e in tutto il Popolo santo di Dio, assista e sostenga quanti, sacerdoti e laici, si impegnano e si impegneranno in questo campo, affinché non perdano mai lo slancio e il coraggio di adoperarsi per la bellezza delle famiglie cristiane, nonostante le insidie rovinose della cultura dominante dell’effimero e del provvisorio.

Papa Francesco

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170121_anno-giudiziario-rota-romana.html

Amare per primi e sempre

Oggi mi sento di riprendere un articolo che ho condiviso dal sito Aleteia. Questo articolo raccontava la testimonianza di una donna che aveva capito come l’amore ha bisogno di essere donato senza condizioni e senza preoccuparsi che dall’altra parte non ci sia la stessa intensità. Questo articolo ha suscitato tante critiche ritenendo ingiusta la pretesa del matrimonio di amare sempre indipendentemente dalla risposta dell’altra persona. E’ giusto chiedere questo? Non è una questione da poco. Secondo me si gioca il significato più profondo del matrimonio. Cosa è il matrimonio se non il dono totale e incondizionato di sè all’altro/a. Quando mi sono sposato io ho promesso di accogliere la mia sposa qualsiasi cosa accada e senza porre nessuna condizione. Non ha importanza se lei corrisponda o non corrisponda quell’amore. Mi può creare sofferenza, dolore, abbandono ma non riguarda la mia promessa. Io ho donato tutto me stesso a lei e non intendo mancare la mia promessa. Il matrimonio abilita gli sposi, li consacra ad amare con l’amore di Gesù, amore che si manifesta nella sua pienezza più evidente sulla croce. Ecco il punto. Ecco quello ci chiede il sacramento del matrimonio. Padre Maurizio Botta quando incontra i fidanzati, mostra loro un crocefisso e chiede loro se sono pronti ad amare così perchè solo se si capisce questo si è pronti ad affrontare una vita insieme. Solo se si è pronti a questo, la Grazia di Dio potrà darci tutto ciò che ci serve per restare fedeli a una promessa che ci unisce per sempre. Nel matrimonio bisogna avere il coraggio di amare per primi a partire dalle piccole cose, dai piccoli gesti di ogni giorno. Bisogna avere il coraggio di non offenderci e chiuderci quando l’altro non ci accoglie e magari ci tratta male. E’ proprio in quel momento, quando è meno amabile,  che probabilmente ha più bisogno del nostro amore. Noi cerchiamo nella nostra vita di vivere questa dinamica di perdono reciproco e di comprensione delle nostre rispettive fragilità. Viviamo il matrimonio come occasione per dare il nostro meglio senza confrontare quanto diamo e riceviamo. Non siamo un sindacato che deve difendere i propri diritti ma siamo una comunione d’amore che deve spendersi l’uno verso l’altra ed è meraviglioso, sia quando si sperimenta l’amore misericordioso dell’altro che ci accoglie nella nostra povertà e fragilità, sia quando sperimentiamo la bellezza di accogliere l’altro nelle sue fragilità. Se il matrimonio non fosse questo ne farei tranquillamente a meno, se il matrimonio non mi chiedesse tutto non ne varrebbe la pena. Il matrimonio è meraviglioso perchè  radicale nelle sue richieste, ti chiede tutto e non ti assicura nulla perchè ci si deve confrontare giornalmente con la libertà dell’altro ma l’amore non può che essere un rischio o non è amore.

Antonio e Luisa

Convertirsi è incontrare Cristo

Le religioni sono un tentativo dell’uomo di mettersi in rapporto con la divinità. Per questo assumono dalle civiltà circostanti molti dei loro segni espressivi, simboli, temi, parabole ecc. con cui esprimono la loro ricerca. Perciò la storia delle religioni è anche la storia del loro legame con le diverse culture. Naturalmente anche il cristianesimo assumerà qualcuno di questi segni e simboli. Ma il cristianesimo è molto più di una religione: esso nasce dall’iniziativa divina di entrare in contatto con l’uomo e di rivelargli se stesso.

Il cardinal Martini rispondeva con queste parole a un lettore del corriere che chiedeva cosa fosse il cristianesimo e cosa avesse di diverso dalle altre religioni.

E’ vero, il cristianesimo non è una religione fatta di norme, regole e dogmi ma è essenzialmente un incontro con Dio fatto uomo, con il Cristo. Questa è l’essenza del cristianesimo e questo è quello che Gesù rimproverava ai farisei. Non possiamo essere cristiani senza incontrare il Cristo nella nostra vita.  Tutti abbiamo bisogno di questa esperienza per convertirci, per evolvere da una religione della tradizione a una relazione trascendente. Da un Gesù astratto e lontano a un Gesù che ti ama intimamente e che senti vicino e presente nella tua vita. Solo l’incontro con il Cristo permette di cambiare i propri orizzonti e prospettive. Io Cristo l’ho incontrato in un frate cappuccino, padre Raimondo. Ero un ragazzo pieno di confusione nella testa e nella vita, che non riusciva a trovare il proprio posto e un senso. Un ragazzo che non si amava e non era capace di amare. Padre Raimondo mi ha accolto e mi ha amato così.Lui ha creduto in me più di quanto avessi mai creduto io. La meraviglia e la sorpresa di trovare qualcuno che mi amasse quando io stesso non vedevo nulla di amabile in me. Ho percepito come lui fosse pronto a spendersi completamente per me. Ho fatto esperienza dell’amore gratuito e incondizionato di Cristo. Non solo, Padre Raimondo mi ha mostrato il progetto di Dio su di me, mi ha fatto capire, anche dandomi delle gran bastonate che dovevo cambiare e farlo subito, ma aggiungendo subito dopo con la sua dolcezza che non avrei affrontato la fatica da solo ma che lui mi avrebbe accompagnato, consigliato e sostenuto. Da quel momento tutto è cambiato, ho ripreso in mano la mia vita e ho fatto quelle scelte radicali di cui la nostra vita ha bisogno per essere vissuta in pienezza. Tutto questo per dire che la misericordia è questo, è accompagnare, è aiutare, è non lasciare soli, è mostrare un orizzonte infinito, è radicalità e grandezza perchè di questo l’uomo ha bisogno. Spero in una Chiesa, in sacerdoti, vescovi, educatori e genitori che sappiano fare questo. Che sappiano mostrare la bellezza e la grandezza della proposta cristiana aiutando le persone ha fare esperienza di Dio e nel contempo una Chiesa che sappia accogliere senza giudicare, che sappia accompagnare senza condannare, che sappia aspettare i tempi e rispettare le modalità e sensibilità di ognuno. Una Chiesa che sappia usare la Parola come balsamo che cura le ferite e se serve anche come frusta che sferza per svegliare chi è addormentato. La Provvidenza ha voluto che il nostro Papa fosse Francesco che sta cercando di cambiare la Chiesa proprio in questa direzione. Amoris Laetitia ne è la prova. Solo se ci sarà una Chiesa fatta di pastori capaci non solo di parlare di Gesù ma di far fare esperienza di Gesù allora tutto cambierà e anche i matrimoni e le nostre famiglie saranno più salde e forti, perchè con Gesù tutto cambia e tutto è possibile.

Concludo con una riflessione del gesuita padre Silvano Fausti:

Il vino nuovo non si mette in otri vecchi: ha bisogno di cuori nuovi, di carne e non di pietra – di persone libere che sanno amare e rischiare, non di persone paurose che si chiudono nelle loro sicurezze scambiate per verità. Una comunità, come una persona, è viva non se osserva delle leggi, ma se ha esperienza di grazia e cerca di vivere di questa.

Antonio e Luisa.

 

Il peso dell’ordinarietà.

Oggi il nostro parroco si è inventato un’altra splendida omelia. Una di quelle che ti fanno riflettere. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta di vita che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama weekend degli 883. Una canzone vecchia di quando da ragazzo mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste

sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno.

Vi linko il video della canzone.

Antonio e Luisa

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Divorzio: sacramento dell’adulterio.

Nel lontano 1974, l’allora card. Luciani Patriarca di Venezia, scrisse questa lettera rivolta ai fedeli del suo patriarcato durante l’accesa campagna referendaria volta a introdurre il divorzio nell’ordinamento legislativo italiano. Quella battaglia, come sapete, è stata persa, ma queste righe sono ancora attualissime perchè esprimono una verità che nessuna legge riuscirà mai a cancellare. Papa Giovanni Paolo I è ricordato come il Papa del sorriso, della dolcezza ma su un tema delicato come il divorzio la sua posizione è ferma e netta.

Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio: il “sacramento dell’adulterio”. Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’ amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’ altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’ uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.

Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta comprensione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio di Paolo Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”. Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto: non a lume di Vangelo, ma — penso — di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

Il matrimonio felice. Non capita per caso.

Ogni tanto anche su giornali come Repubblica si trovano articoli interessanti e che vale la pena approfondire. Uno di questi è l’articolo che ho linkato qui Matrimoni sempre più in crisi, ecco perché le coppie non durano Qesto articolo cerca di comprendere il perchè tanti matrimoni falliscono. E’ una visione parziale, per noi credenti, perchè considera solo gli aspetti sociali e psicologici e non religiosi ma è comunque molto interessante.

Le cause trovate non sono molte, la dinamica che porta all’insuccesso si ripete innumerevoli volte per innumerevoli coppie. Le cause coincidono con quei fattori che ogni uomo dovrebbe prendere in considerazione e affrontare prima di sposarsi.

1)L’amore non è un sentimento,

2)Ci sposiamo per completarci ed essere felici

3) Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni. Quante persone si sposano credendo che quello sia l’amore? Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasormazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro/a non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, e sbaglia, e si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Errore gigantesco. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

 

L’amore si irradia nel corpo

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli bianchi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Antonio e Luisa

Don Aldo Bertinetti su Amoris Laetitia

Sul bollettino del Santuario di Santa Rita è stata pubblicata un’intervista ad un nostro professore di morale, con cui sono legato da reciproca amicizia e che stimo molto. Tuttavia penso di dover intervenire su quello che ha scritto, anche con molta chiarezza, visto  che alla nostra età la “parresìa”, cioè il dire senza mezzi termini il proprio pensiero, deve essere ormai una regola costante… Premetto che “non sono teologo né figlio di teologi” (parafrasando un Profeta…), e quindi sono ben lontano da voler insegnare ad un professionista in un campo che non è il mio. Però, oltre ad aver altre competenze (come quelle psicologiche) che, pur essendo “esterne” a quelle morali, quest’ultime non ne possono non tenere conto, posso vantarmi di aver vissuto 50 anni di sacerdozio (e anche anni prima durante il seminario) negli ambiti pastorali più diversi e sempre in stretto contatto con le persone, tanto che posso affermare di sentire forte “l’odore delle pecore”, cosa non sempre così facile nei professori, non per colpa loro ma per evidenti limiti di tempo (anche se l’interessato ha sempre mantenuto l’impegno, che tutt’ora ha, di un servizio prezioso nel suddetto santuario). Detto ciò, mi sento di dover dire, con tutto il rispetto, che lo scritto pubblicato è un ottimo esempio di “teologia azzeccagarbugli”, che afferma tutto e nega tutto, senza distinguere i diversi livelli dei discorsi, tanto che alla fine chi legge è più disorientato di prima… Proprio per questo cerchiamo di distinguere appunti i livelli del discorso.

LIVELLO DOGMATICO: cioè delle verità di fede assolute, che non si possono in alcun modo discutere (quelle contenute in particolare nella Sacra Scrittura, nel Credo ma anche, secondo la fede cattolica, nella Tradizione con la “maiuscola”). E’ assolutamente chiaro che su queste cose il papa non solo non contraddice nulla ma anzi riafferma con forza alcune di esse, che riguardano in particolare il tema trattato: nello specifico con estrema chiarezza l’unicità e l’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Questo è ribadito, non solo da lui stesso in più punti della Esortazione Amoris Laetitia e in altri suoi interventi successivi, ma anche da alcuni cardinali come Coccopalmerio e lo stesso Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede, che ha risposto ai dubbi sollevati da quattro cardinali, e in specifico dal card. Burke, che continua in modo sottile a suggerire la possibilità che il papa stia cadendo verso qualche forma di eresia (!). Il papa, nel discorso all’apertura del Convegno Ecclesiale della diocesi di Roma (16/6/16), dice: “Per la vostra tranquillità, devo dirvi che tutto quello che è scritto nell’Esortazione – e riprendo le parole di un grande teologo che è stato segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Schönborn, che l’ha presentata – tutto è tomista, dall’inizio alla fine. E’ la dottrina sicura. Ma noi vogliamo tante volte, che la dottrina sicura abbia quella sicurezza matematica che non esiste, né con il lassismo di manica larga né con la rigidità”.

LIVELLO MORALE: innanzitutto mi permetto di ricordare che in tal ambito non esiste nulla di dogmatico in senso assoluto, SE NON DUE SOLE AFFERMAZIONI di Gesù: quella del Comandamento Nuovo e quella del “Siate perfetti come il Padre Vostro che è nei Cieli”. Gesù stesso infatti ha sempre evitato di definire in qualche modo delle soluzioni concrete: pensiamo all’episodio dell’adultera (nel suddetto discorso del papa al Convegno della diocesi di Roma: “Ha mancato verso la legge, Gesù, in quel caso…. «Donna, nessuno ti ha condannato? Neppure io». La morale qual è? Era di lapidarla. Ma Gesù manca, ha mancato verso la morale…”); o alla domanda se era dovere pagare le tasse a Cesare… Certo anche in campo morale ci sono delle verità che ormai, per la tradizione del pensiero della Chiesa (ma qui non uso appositamente la maiuscola…) possono ritenersi “certe e definitive”. Ma ricordiamoci che anche queste verità sono molto poche e talmente alte e ampie da non potersi usare immediatamente come delle norme concrete, quanto piuttosto come delle méte a cui guardare costantemente (e senza che siano mutate o abbassate) perché verso di esse deve essere sempre orientato il nostro “CAMMINO” (concetto  molto caro al papa, su cui basa tutte le sue indicazioni). In pratica, possiamo dire che il Signore non ci giudichi in base al punto in cui siamo arrivati ma alla tensione che abbiamo a continuare a crescere: altrimenti non si capirebbe il termine a cui tendere (la perfezione di Dio, oggettivamente e ontologicamente impossibile da raggiungere) e il discorso che le prostitute e gli scribi possono essere più in alto nei cieli di molti “giusti”. Inoltre il papa ha recentemente ricordato che (sempre nel Vangelo e quindi con valore assoluto di fede) Gesù dice che al giudizio finale, Mt 25, non ci chiederà né quante messe o preghiere abbiamo fatto, “neppure quanto abbiamo osservato i 10 Comandamenti o se eravamo sposati regolari o irregolari, o se eravamo omosessuali”… ma SOLO se “quando ero affamato, nudo, ecc…. mi avete aiutato.., perché in ciascuno di questi piccoli C’ERO IO”. Quindi tutte le norme morali devo essere relative, certo assolutamente necessarie e da osservare, ma non prese come degli assoluti, ma come strumenti di CAMMINO appunto, dei segnali del percorso, dei “paracarri”… da “interpretare” nella vita di ciascuno secondo la propria coscienza e quindi da continuamente riadattare alla storia e all’epoca in cui si vive, e anche alla concreta vita di ogni persona. Altrimenti ci mettiamo (come sovente ricorda lo stesso papa) sullo stesso piano dei Farisei (cfr il suo discorso sopra citato). E per questo che il papa afferma, con insolita durezza, che “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta «irregolare» vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. […] E’ meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno ad una legge o a una norma universale. Pertanto un pastore non può sentirsi soddisfatto applicando solo leggi morali a quelli che vivono situazioni «irregolari», come se fossero pietre che si lanciano contro le persone” (con evidente riferimento all’episodio dell’adultera…).

LIVELLO GIURIDICO: le leggi sono leggi, anch’esse indispensabili per ogni vita sociale (anche nella Chiesa), ma da vedere, ancor più delle norme morali, in modo relativo (nel senso sopra detto). E su questo basti così…

LIVELLO PASTORALE: Inizio con alcune citazioni, sempre da quel discorso alla diocesi di Roma che ho sopra segnalato: “E come aiuta dare volto ai temi! E come aiuta ad accorgersi che dietro alle carte c’è un volto, come aiuta! Ci libera dall’affrettarci per ottenere conclusioni ben formulate ma molte volte carenti di vita, ci libera dal parlare in astratto, per poterci avvicinare e impegnarci con persone concrete. Ci protegge da ideologicizzare le fede mediante sistemi ben architettati ma che ignorano la Grazia. Tante volte diventiamo pelagiani! E questo si può fare soltanto in un clima di fede. E’ la fede che ci spinge a non stancarci di cercare la presenza di Dio nei cambiamenti della storia…. Nulla è paragonabile al realismo evangelico, che non si ferma alla descrizione delle situazioni, delle problematiche – meno ancora del peccato – ma che va sempre oltre e riesce a vedere dietro ad ogni volto, ogni storia, ogni situazione, un’opportunità, una possibilità…. E questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita. Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che «grano e zizzania» crescono assieme, e il miglior grano – in questa vita – sarà sempre mescolato con un po’ di zizzania. [NB Quelle che seguono sono citazioni dirette della Esortazione Apostolica –NdR] «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione… Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada… capace di assumere la logica della compassione verso le persone fragili ed evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti»”. Credo che le parole del papa possano essere prese come la migliore definizione di che cosa debba essere la pastorale!

E’ dunque in base ai discorsi fatti sopra che bisogna interpretare la possibilità che il papa ha dato di una riammissione dei divorziati ai sacramenti. Ma andiamo per ordine.

1 – Il papa non solo non contraddice nessuna verità di fede, ma neanche va contro ai grandi principi morali, anzi addirittura non muta nulla neppure da un punto di vista canonico. Infatti le norme che riguardano i divorziati nel Codice sono rimaste tali e quali: anche la dichiarazione di “stato di irregolarità” (che popolarmente viene definito come “scomunica”) NON è stata abolita e resta valida, fino appunto ad un’eventuale assoluzione.

2 – Prima di affrontare con chiarezza qual è il tipo di “permesso” enunciato dal papa, anticipiamo il discorso – sottolineato dal nostro professore – che comunque deve restare valida la richiesta, per poter ottenere i benefici suddetti, di “vivere come fratello e sorella”, cioè evitando ogni rapporto sessuale. Mi si permetta una battuta birichina: perché, alla fin fine, tutto poi viene sempre ad essere condizionato, nella nostra ottica classica cattolica, dall’uso che si fa delle parti intime?… Chiusa la battuta, il papa non fa alcun accenno a questo discorso. Anzi, sembra presupporre il contrario, dal momento che, sia pure solo per accenno e senza approfondire tale situazione, parla persino di valutare il cammino dei conviventi. E certamente, siccome egli sente profondamente “l’odore della pecore”, certamente non immagina che essi si trovino a letto alla sera solo per recitare il rosario… Dall’Esortazione: “Da qui si ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile. Nella prospettiva della PEDAGOGIA DIVINA, la Chiesa li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro, a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] La Chiesa non manca di valorizzare gli elementi positivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio. […] Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino”.

Non solo, ma nella prima bellissima parte, quella più generale sull’amore umano, egli ricorda che la sacralità della coppia esiste già in sé, nascendo dalla stessa creazione (e quindi cita il Genesi), tanto che ricorda (Codice di Diritto alla mano!) che quando una coppia, da qualsiasi situazione di altre religioni, tradizioni, ecc. provenga, chiede il Battesimo, “non deve essere più celebrato per loro il rito del sacramento del matrimonio, perché col Battesimo stesso la loro unione di prima, se aveva le caratteristiche volute dal Creatore (unicità e indissolubilità), diventa automaticamente sacramento.

Tutto ciò certo non nega che la continenza in alcuni casi possa essere proposta come un ideale di vita di alto valore, come ricorda il card. Müller e ribadiscono i vescovi della regione pastorale di Buenos Aires nel loro documento “Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris Laetitia”, documento esplicitamente approvato dal papa che riconosce che “non ci sono altre interpretazioni” e che noi citeremo nuovamente più avanti. Ma questo suona appunto come una proposta di alto livello ascetico, e non come una richiesta assoluta e incondizionata per concedere la riammissione ai sacramenti. Fosse così, si dovrebbe dire che allora nulla è cambiato: anche prima, se i divorziati e simili si impegnavano a tale astinenza piena, potevano essere riammessi ai sacramenti (sia pure con procedura allora considerata eccezionale, e con la condizione che riconoscessero comunque il loro stato di irregolarità e non ci fosse pericolo di scandalo – queste due ultime cose peraltro ribadite anche ora).

Analogamente il papa non dimentica “le persone divorziate e non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, che vanno incoraggiate e aiutate in questa loro scelta che ha un grande significato”.

Ma si può dare l’assoluzione a persone che vivono in una situazione di “peccato oggettivo” e non possono garantire che “non lo faranno più”?  Qui faccio due citazioni: un passaggio del nostro stesso professore che dice: “Seguendo gli accreditati criteri interpretativi, tra l’interpretazione che crea più problemi e quella che ne crea di meno, o non ne crea affatto, bisogna scegliere l’interpretazione meno problematica” (dottrina già di sant’Alfonso Maria de Liguori…). Ma cito anche una lezione a cui abbiamo assistito io e il suddetto professore, mentre facevamo il corso di morale durante il convitto nel primo anno di sacerdozio, lezione tenuta da un suo parente, esimio moralista, che rispondendo ad una domanda se si poteva assolvere un ragazzo che si accusava di praticare la masturbazione ma non si sentiva di promettere appunto “di non farlo mai più”, disse che bisognava chiedergli di impegnarsi il più possibile a “crescere”, ma dopo di che dargli e ridargli volentieri l’assoluzione, che non era un  regalo per gli eroi, ma un aiuto appunto per camminare sempre meglio nella Grazia.

3 – Ricordiamo ancora, per completezza, altre due cose che dice il papa. La prima è quella che in ogni caso di matrimonio fallito bisognerebbe indagare se non rientra nei casi di matrimonio “nullo”. Egli infatti sottolinea (in concordanza con quello che pensano i preti quando devono celebrare un matrimonio) che molti di essi non sono sacramento (al di là di altre motivazioni che possono comunque inficiarne la validità) perché non esiste negli sposi una fede vera e cosciente, talvolta neppure nel Signore e nella Chiesa, ma in particolare nel significato del matrimonio come sacramento con tutti gli annessi e connessi. Questo li rende appunto invalidi da un punto di vista sacramentale. Per questo egli ha già radicalmente riformato la procedura per la richiesta di nullità, rendendola molto più semplice  e veloce (tanto da concedere ai vescovi, nei casi che non fosse possibile la normale procedura “giuridica”, ma essi si rendessero certi in coscienza che tale matrimonio non era valido, di dichiararlo loro stessi senza ulteriore procedimenti). Tuttavia, naturalmente, come ha ricordato in uno degli ultimi discorsi fatti ai membri del Tribunale Centrale (la “Sacra Rota”), che non bisogna certamente pensare a questa strada per semplificare i discorsi, tanto da farla diventare una specie di “divorzio cristiano”: infatti si tratta di riconoscere l’eventualità che il matrimonio, al di là della celebrazione compiuta,  non sia effettivamente mai avvenuto (per gli svariati motivi possibili), ma non di “annullare” un matrimonio che invece era davvero valido, cosa assolutamente impossibile ora come prima.

Inoltre il papa ricorda che il sacramento del Matrimonio deve essere vissuto come una vera e propria vocazione, e quindi richiede una lunga e seria preparazione già a monte (fin dalla prima giovinezza) e poi nel periodo immediatamente precedente, in modo che avvenga un vero e sicuro discernimento, non solo verso la chiamata a tale vocazione, ma anche in particolare verso il fatto che il partner con cui ci si vuole legare sia veramente quello pensato da Dio per la propria vita.

4 – E arrivando finalmente a quanto concesso dal papa, citiamo nuovamente i vescovi suddetti: “Non conviene parlare di «permesso» per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore, che deve essere personale e pastorale… Dunque il sacerdote accoglie il penitente, lo ascolta attentamente e gli mostra il volto materno della Chiesa, mentre accetta la sua retta intenzione e il suo buon proposito di collocare la vita intera alla luce del Vangelo e di praticare la carità… Se si giunge a riconoscere che, in quel caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris Laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconcilazione e dell’Eucarestia…. Non bisogna pertanto intendere tale possibilità come un accesso illimitato ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione lo giustificasse: si propone piuttosto un discernimento che distingua adeguatamente ogni caso e non si chiude, ma rimane sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più pura”.

5 – Concludendo, si tratta dunque di riconoscere se la coppia ha compiuto e sta compiendo un vero CAMMINO di fede e di carità (dice il papa: “un graduale sviluppo della capacità di amare”) e, in base al punto raggiunto di tale cammino, rilevato in coscienza nel dialogo fra la coppia e il pastore, egli può “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale POSSANO già ESSERE SUPERATE in quel singolo caso”, compresa la possibilità di ritornare ai sacramenti.

 

6 – In sintesi, la più grande novità dell’Esortazione (che è in realtà un ritorno al genuino messaggio evangelico), come ha scritto in un articolo un teologo subito dopo la sua pubblicazione) è il fatto che il papa abbia nuovamente messo il discorso della COSCIENZA prima e al di sopra di quello della legge, superando il fariseismo dei “buoni”, così combattuto da Gesù stesso e stroncato negli scritti di san Paolo. Citando letteralmente: “Non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali e neppure pretendere d’imporre norme con la forza dell’autorità… Il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica… Piuttosto bisogna presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia… Soprattutto bisogna presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione, […] dando spazio alla COSCIENZA dei fedeli: siamo chiamati a formare le coscienze, NON A PRETENDERE DI SOSTITUIRLE”, ricordando che esistono DIVERSI MODI DI INTERPRETARE alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. […] Non esistono le famiglie perfette”.  E ancora: “La COSCIENZA delle persone deve essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del pastore. Ma questa coscienza può anche riconoscere con sincerità e onestà che PER IL MOMENTO LA PROPRIA VITA, COSÌ COM’È, È L’UNICA RISPOSTA GENEROSA CHE SI PUÒ OFFRIRE A DIO, E SCOPRIRE CON UNA CERTA SICUREZZA MORALE CHE QUELLA È LA DONAZIONE CHE DIO STESSO STA RICHIEDENDO IN MEZZO ALLA COMPLESSITÀ CONCRETA DEI LIMITI… Ricordiamo che la CARITÀ FRATERNA è la prima legge del cristiano, perché (1 Pt 4,8) «la carità copre una moltitudine di peccati»”. [NB Il maiuscolo è nostro e non nel testo originale – NdR].

Don Aldo Bertinetti

Dall’utero a Lutero.

Questa relazione è bellissima. Un po’ lunga ma si legge tutta d’un fiato. Si percepisce come sia autenticamente vera.

 

(Cella di Noceto, 29-31 ottobre 2016). La relazione aveva ad oggetto «Humanae vitae ed Evangelium vitae: siamo tornati all’anno zero? Riflessioni da un’esperienza dentro la pastorale» ed è stata tenuta alla presenza del cardinale Carlo Caffarra.

Flora Gualdani

Buonasera a tutti, ringrazio gli organizzatori di questo bel corso. Per me è un onore parlare di fronte ad alcuni miei maestri, primo tra tutti Sua Eminenza il cardinale Caffarra. E’ da lui, insieme al professor Sgreccia, anch’esso oggi cardinale, che ho imparato nei primi anni ’80 all’Università Cattolica del Sacro Cuore i fondamentali di quello che diremo in questi tre giorni. Iniziamo con una lode a Gesù per averci riuniti qui. Diciamo insieme: Alleluja! Lode e gloria a Te, Signore Gesù.

Mentre Sua Eminenza ci parlerà dal punto di vista più alto della Chiesa e della teologia, io vi dirò qualcosa dalla mia postazione ostetrica che sta più in basso, sul piano della pastorale: tra i bordi delle strade, le corsie degli ospedali e le sacrestie. Vi racconterò come vedo la situazione delle encicliche Evangelium vitae ed Humanae vitae, come le ho viste trattate ed attuate in mezzo secolo di esperienza.

Questa parte fondamentale della dottrina della Chiesa sta vivendo una situazione difficile. Ed è un capitolo che porta con sé altri pezzi di Magistero come Familiaris consortio, Donum vitae e Veritatis splendor.

Cercherò di fare una specie di anamnesi raccontandovi alcune informazioni, un excursus di episodi e sintomi con cui sono giunta ad una mia diagnosi del problema, e poi vi esporrò alcune linee della terapia che secondo me è necessaria per risollevare questa parte basilare della dottrina.

L’ambulatorio ostetrico è un confessionale speciale, e dopo cinquant’anni mi sono fatta alcune convinzioni precise, ascoltando il cuore e la vita concreta di tante donne. Ad una certa età ti accorgi che con l’esperienza cresce anche la capacità di sintesi e di visione delle cose: è un pò come vedere le realtà dall’alto, dall’oblò di un aereo. Siccome io e il cardinale Caffarra siamo coetanei, può darsi che certe nostre osservazioni siano coincidenti.

DUE PREMESSE IMPORTANTI

Premetto: tutto quello che vi racconterò non è per fare polemica né per giudicare nessuno ma è un’osservazione leale del periodo storico in cui ci troviamo a navigare. Se non prendiamo atto onestamente della realtà dei fatti che ci riguardano, non possiamo muoverci per migliorare la pastorale.

Inoltre, alcune cose che racconterò, anche con dolore, sono frutto di un profondo amore che nutro per la Chiesa cattolica. Ho dato tutta la mia vita e consumato i miei beni per amore della Chiesa. E’ per amore della Chiesa che abbandonai in anticipo la mia amata professione ospedaliera all’inizio degli anni ‘90. Avevo davanti le mie due grandi passioni: l’ostetricia e la pastorale della vita nascente. Ad un certo punto scelsi di servire quella che vedevo messa peggio cioè la Chiesa. Il vescovo di Bangkok, durante la guerra in Cambogia, voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato, dove stava emergendo il degrado morale e la povertà culturale su questi temi.

Il mio piccolo “ospedale da campo” l’avevo già aperto ai tempi del Concilio, nel 1964, tirando su Casa Betlemme e usando il balsamo potente della misericordia. Ne ho parlato lo scorso giugno al convegno “Bioetica, Miseria e Misericordia” organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/07/bioetica-miseria-e-misericordia-lopera-di-casa-betlemme/).

Avevo anche fatto la mia esperienza di “Chiesa in uscita”, incontro alle periferie esistenziali cioè in mezzo alle guerre e ai disastri, negli angoli più poveri della terra: India e Bangladesh, Africa e Cina, dall’Irpinia terremotata all’inferno della Cambogia, poi la Bosnia Erzegovina ai tempi dello stupro etnico.

Cercando di rimanere sempre attenta ai segni dei tempi, ad un certo punto mi accorsi che era urgente aprire un altro reparto nell’ospedale da campo: il reparto della formazione, per aiutare la Chiesa a trasmettere il messaggio dell’Humanae vitae. Per prepararmi frequentai gli ambienti universitari romani a scuola dai giganti, i miei maestri tra scienza e fede. Le loro lezioni le ho riportate a Casa Betlemme che è diventata così una scuola di vita dove sono passati in tanti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati.

E’ un luogo dove la morale si è incarnata e la teoria è diventata prassi. Diverse giovani coppie si sono appassionate di quest’enciclica e sono diventate collaboratrici dell’opera. Alcune sono qua e le ringrazio.

Vi racconto quale fu l’episodio che mi convinse a prendere il treno per Roma, ad andare a scuola dai giganti. Eravamo nell’81 ai tempi del referendum sulla legge 194. Ci fu un convegno della Chiesa aretina dove un ginecologo abortista intervenne interpellando i responsabili. Domandò cosa avesse da proporre la chiesa come alternativa all’aborto. C’era la risposta dell’Humanae vitae ma quella risposta nessuno seppe darla. Mi turbò la gravità di questa omissione. Ma io non ero abbastanza preparata per fare supplenza. Così presi il treno per Roma e andai al Policlinico Gemelli dove incontrai figure come il genetista Jérôme Lejeune, la ginecologa Anna Cappella e la psichiatra Wanda Połtawska.

LA QUESTIONE DELL’OBBEDIENZA: DALL’UTERO A LUTERO

Dopo la firma dell’Humanae Vitae si scatenò quello che sappiamo contro Paolo VI e la sua enciclica: il bioeticista Renzo Puccetti ci ha scritto un magnifico trattato (I veleni della contraccezione, ed. Studio Domenicano, Bologna 2013) e stasera nello spettacolo dopo cena ripasseremo alcuni passaggi. All’epoca ero ancora giovane e non riuscivo a comprendere il perché di quella guerra contro l’enciclica. Così, con quella dose d’incoscienza e spirito d’avventura che mi hanno sempre aiutato, presi la mia fiat cinquecento ed andai a Roma a suonare il campanello di Padre Häring, una delle grandi menti che guidava la resistenza internazionale contro l’Humanae vitae. Lo stesso feci a Firenze con don Enrico Chiavacci. Era l’altro illustre teologo moralista che si opponeva a Paolo VI. Entrambi mi ribadirono la bontà della loro tesi. Tra noi ci fu un vivace scambio di idee, faccia a faccia.

Quando mi fui preparata alla scuola dei giganti, come dicevo, feci tesoro delle loro lezioni per aprire a Casa Betlemme il reparto formazione. All’inizio pensavo – ingenuamente – che la mia diocesi avrebbe accolto a braccia aperte questo specifico servizio pastorale, una scuola sull’Humanae vitae. Invece con i miei pastori, nel fare obbedienza, ho dovuto esercitare tanta paziente umiltà, tipicamente femminile. Ci sono voluti quarant’anni per avere la prima approvazione ufficiale di questa opera. Finché accogli le ragazze madri e fai – gratis – una meritoria opera sociale, ti battono le mani e ti danno premi. Quando invece parlavo di morale e del no alla contraccezione, la cosa si faceva complicata. Compresi che se volevo la libertà di parola dovevo parlare in casa mia. E spalancai le porte.

Con tutti i miei vescovi c’è stato un buon rapporto, ma ad un certo punto li ho interrogati sulla loro posizione di fronte all’Humanae vitae. Volevo capire francamente da che parte stavano. Un primo vescovo mi disse che dovevo lasciar perdere con questi insegnamenti «…perché gli sposi lo sanno da sé come fare in camera da letto». Un altro vescovo mi ordinò (alzando la voce) di smettere di andare in giro ad insegnare queste cose, e mi proibì anche di riunire i giovani a casa mia per fare corsi. Si spinse oltre e mi disse: «finché io sarò vescovo, tu non sarai mai espressione della Chiesa». Chiesi spiegazione di cosa non andasse nel mio apostolato ma non ebbi risposta. Feci obbedienza e gli dissi: «Eccellenza, farò quello che mi chiede: stia sicuro che appena torno a casa mi attacco al telefono e disdico tutti gli appuntamenti in diocesi». All’epoca ero ancora pressoché da sola e giravo le quattro vallate aretine, più volte a settimana, per tenere incontri: una fatica da follia. «Per quanto invece riguarda i giovani a casa mia, Eccellenza, le dico che la mia casa se l’è sudata il mio babbo da emigrante, e la bocca me l’ha regalata la mia mamma! Per cui lì sono libera di riunire chi voglio». Per due anni, facendo obbedienza, non andai più in giro a parlare, ma a casa mia gridavo a squarciagola, e i giovani si affascinavano. Poi un vecchio prete mi convinse a riprendere il microfono con questa riflessione: «ma se ogni volta che vai a Roma ai congressi internazionali il Papa vi esorta a proseguire in questo apostolato e poi il vescovo te lo vieta, tu a chi devi dare retta?». In fondo era quello che facevo in ospedale: se un primario e un assistente hanno vedute diverse, io obbedisco al primario. E così ricominciai a parlare in giro.

Un altro vescovo ancora, che mi stimava, mi consigliò di non insistere sull’Humanae vitae, dicendomi: «Vedi Flora, tanto appena muore Giovanni Paolo II, vedrai che queste cose finiranno». Riuscii soltanto a balbettare: «Ma Eccellenza, è la dottrina!». Devo dire che, tra tutte, questa fu la mazzata più forte che ho ricevuto. Il tono era delicato e suadente, ma nella sostanza era come se mi avesse detto: hai sprecato inutilmente la tua vita. Uscii da quel colloquio disorientata, stordita. Per rimanere in piedi di fronte a certe coltellate, ti inginocchi in adorazione silenziosa. E poi riparti.

Un importante sacerdote, educatore e professore di teologia mi spiegò: «Vedi Flora, la morale che insegni tu (quella dell’Humanae vitae) è una morale vecchia, perché guarda al singolo atto». Lui educava i giovani citando Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”. Anche i responsabili della pastorale familiare una volta mi rimproverarono così: «mica pretenderai che tutte le coppie usino i metodi naturali!». Risposi: «quello che pretendo è che tutte le coppie sappiano davvero cosa sono i metodi naturali, il loro reale valore scientifico ed umano, la loro praticabilità».

Poco tempo fa un alto prelato mi disse che questa proposta è “di nicchia”, per poche coppie speciali. Un’altra delle obiezioni che ho ricevuto recentemente dal mondo ecclesiastico sull’Humanae vitae è che sarebbe stata scritta in “un altro contesto storico”, e quindi sarebbe superata. Siamo cioè nella linea di quei pensatori cattolici alla moda che affermano che l’uomo è cambiato, la sessualità è cambiata e quindi sarebbe la dottrina che va adeguata. E non viceversa.

Dopo quarant’anni di cammino in mezzo a queste prove, alla fine è arrivato un vescovo che invece si è presentato a Casa Betlemme ad ascoltare. Si metteva in prima fila a prendere appunti, mettendomi in imbarazzo. Aveva capito l’importanza di questo apostolato, ne vedeva i frutti. Ogni anno portava i suoi giovani sacerdoti da noi per una giornata di formazione su teologia del corpo e Humanae vitae. Nel Natale 2005 volle riconoscere Casa Betlemme come associazione pubblica di fedeli, cioè opera non più mia ma della Chiesa e ci disse: «voi adesso potete andare anche a New York a parlare, e il vostro annuncio sarà a nome della Chiesa». Quel vescovo poi è diventato cardinale e si chiama Bassetti. Il nostro caro Gualtiero.

Un ultimo cenno sull’obbedienza: il fondatore di questa fraternità Francescana, Padre Pancrazio Gaudioso, definisce l’obbedienza “la prima delle virtù”. Una decina d’anni fa mi rimproverò pubblicamente: sapeva che da un paio d’anni avevo smesso di andare in giro a formare i suoi novizi su questi temi. Fu molto severo. Io gli spiegavo che, in questo apostolato, il mio timore era anche di dover affrontare le obiezioni autorevoli dei teologi. E lui mi rispose sorridendo: «sono loro che devono aver paura di te!». Feci obbedienza e ricominciai.

Vi ho fatto questa lunga carrellata non per criticare i miei pastori ma, al contrario, per testimoniare quanto è stata feconda l’obbedienza verso di loro. Quanto più costa fatica, tanto più porta frutto. Il fuoco amico è quello che fa più male. Ma c’è sempre la forza dello Spirito Santo che ti sostiene. La pastorale la fanno i pastori e quindi – ripete la Madonna – dobbiamo pregare per loro. Però dobbiamo anche tenere gli occhi aperti, vigilare. E non temere. Io prego ogni mattina per ognuno dei miei sette vescovi. Li ringrazio per le cose che, a modo loro, mi hanno fatto comprendere. Perché certe cose le capisci soltanto se le patisci. A volte mi è sembrato di aver vissuto l’effetto della palla: più la schiacci in basso e più rimbalza in alto.

UN’ALTRA DERIVA: L’ANGELISMO.

Un’altra deriva che ho incontrato nella pastorale la definirei “angelismo”. Tanto agli sposi che ai consacrati spiego che Dio non ci ha dato le ali ma i genitali. Ai consacrati ripeto che sarebbero degli illusi se pensassero che portare un abito, pur prezioso, li preserva dalla concupiscenza.

Con gli sposati capita invece questo. Un primo esempio. Ho frequentato Medugorje fin dai primi tempi. Mi sono resa conto di quanto sia importante ciò che raccomanda la Chiesa su questo luogo speciale di pellegrinaggio: l’accompagnamento pastorale. Ho notato che tanta gente torna infatti con un grande entusiasmo spirituale ma non incarna la propria conversione dalla cintola in giù, nelle scelte della vita morale. Magari continuano a portare la spirale o ad assumere la pillola: per ignoranza, perché non sanno. Così anni fa mi recai dal parroco di Medugorje proponendogli un servizio pastorale con cui aiutare i pellegrini a conoscere il Vangelo della vita. Sono sempre più convinta che è un annuncio fondamentale da portare nei grandi luoghi della fede, dove transita tanta gente. Il parroco era interessato ma mi dirottò dal vescovo di Mostar e così feci, spiegandogli la mia proposta. Dal tenore severo della sua risposta compresi che i tempi non erano maturi. E feci obbedienza.

Un secondo esempio. Agli sposi ricordo che l’utilizzo dei metodi naturali non è di per sé una garanzia di santità coniugale (se usati quale chiusura alla vita), come nemmeno il mettere sù una famiglia numerosa è sinonimo di santità: una famiglia numerosa è auspicabile, ma la perfezione degli sposi cristiani non sta nel numero di figli. Anche uno può essere troppo di fronte a certe situazioni cliniche gravi (l’eroismo non è obbligatorio), oppure – per altri – tre figli potrebbero essere espressione di egoismo.

“Procreazione responsabile” significa cioè apertura ragionevole alla vita, ma apertura: con i metodi naturali che non sono una tecnica cattolica per non fare figli ma uno stile di vita fatto di conoscenza di sé ed esercizio della virtù per amore nella reciproca fedeltà, lasciando a Dio l’ultima parola. E’ quello che ha scritto Paolo VI nell’Humanae vitae al n. 31: le leggi della trasmissione della vita, inscritte nella nostra natura, vanno rispettate con amore & intelligenza. In questo documento, Paolo VI in fondo non ha fatto altro che riproporre in chiave moderna un antico comando biblico: non disperdere il seme ovvero non dividere l’atto. Quindi non si tratta di un’invenzione dei pontefici moderni.

Ho incontrato invece certi ambienti cattolici dove usare l’intelligenza e la ragione viene purtroppo considerato un peccato (un po’ come sosteneva Lutero). Tempo fa una coppia venne a criticare l’uso dei metodi naturali dicendomi che loro non avevano bisogno di imparare la disciplina della continenza, cioè i metodi naturali, perché avrebbero accolto tutti i figli che Dio gli avrebbe mandato. Intenzione perfetta! Io però mi permisi di osservare che anche loro, prima o poi (e per motivi vari) dovranno fare i conti con la castità, il cui esercizio non si improvvisa. Infatti ho conosciuto coppie che hanno avuto tre o quattro gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (l’equivoco sulla “fecondità ad oltranza” fu sottolineato da Giovanni Paolo II anche durante l’Angelus del 17.7.1994), e poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità. Ad un certo punto la donna entra nella paura di un’altra gravidanza e comincia a vivere male l’intimità coniugale, l’uomo si sente rifiutato e cerca i surrogati. E’ una situazione pericolosa perché la coppia può scoppiare.

Di solito a quel punto possono accadere due cose al confessionale: o il prete manda la coppia da noi ad imparare i metodi naturali. Però è una chiamata un po’ tardiva, perché ci troviamo davanti coppie terrorizzate, il cui unico obiettivo è evitare assolutamente un’altra gravidanza. E faranno molta più fatica a fidarsi e così a imparare bene.

Oppure il prete benedice la loro contraccezione usando la logica del proporzionalismo: «Vi siete già aperti abbastanza alla vita, adesso siete giustificati ad usare la pillola o altro». Da noi in Toscana c’è un detto: “poggio e buca fa pari”. Traduce bene il proporzionalismo, concetto che il Magistero – come sappiamo – ha dichiarato contrario alla morale cattolica.

LA DISINFORMAZIONE E I SUOI DANNI PASTORALI

Uno dei problemi di fondo è la disinformazione su questo capitolo. Un’ignoranza grave di cui ho toccato con mano i danni fuori e dentro le sacrestie (Cfr. Flora Gualdani, Occidente, procreazione e Islam. Testimonianza per il Sinodo sulla famiglia. Parte II, ed. ilmiolibro 2015). Abbiamo un magistero chiaro ed approfondito su matrimonio, famiglia e trasmissione della vita. San Giovanni Paolo II ha prodotto, già da prima del Concilio, un insegnamento magnifico e sterminato per aiutarci a comprendere l’amore umano e la teologia del corpo. Qualcuno ha affermato che quelle riflessioni di Wojtyla su questo campo sono come l’Everest che svetta sopra tante colline. Eppure negli ambienti cattolici, anche ad alti livelli, le sue centoventinove catechesi sull’amore umano sembrano qualcosa di sconosciuto. Il biografo Weigel dice che questo insegnamento giovanpaolino è «una bomba ad orologeria» che, quando finalmente verrà scoperta in tutta la sua grandezza, esploderà producendo effetti spettacolari (Cit. in Y. Semen, La sessualità secondo Giovanni Paolo II, ed. San Paolo, Milano 2005).

Il Santo Padre era particolarmente attento a questo fronte bioetico che considerava fondamentale per la famiglia. Dopo ogni congresso internazionale ci riceveva per informarsi sui progressi sia della scienza che della pastorale a livello mondiale. Così mi è capitato a volte di trovarmi, insieme alle mie maestre, faccia a faccia con san Giovanni Paolo II. Una sera, superando tutti gli appuntamenti in agenda, volle riceverci prima di cena nel suo appartamento.

Nel 1996 spiegò che «è ormai maturo il momento in cui ogni parrocchia e ogni struttura di consulenza della famiglia e alla difesa della vita possano avere a disposizione personale capace di educare i coniugi all’uso dei metodi naturali. E per questa ragione raccomando particolarmente ai Vescovi, ai parroci e ai responsabili della pastorale di accogliere e favorire questo prezioso servizio» (P. Pellicanò, Giovanni Paolo II. Mandato d’amore, ed. San Paolo, Milano 2012).

Dobbiamo domandarci: come sono state recepite le raccomandazioni pastorali di san Giovanni Paolo II? Vi ho accennato qualche episodio della mia esperienza con i pastori. Una volta una coppia venne da me disorientata perché un monsignore aveva detto loro di usare tranquillamente la spirale. Io risposi così: andate dal monsignore e ditegli (a nome mio) che gli aborti della vostra spirale saranno scritti in cielo nel suo registro, non nel vostro. Poi la coppia venne a seguire un laboratorio e alla fine mi ringraziò con queste parole: «Ci hai insegnato a spostare una montagna con la punta del mignolo!». E come loro, tanti altri sono tornati felici a ringraziare. Alcuni per aver raggiunto, con i metodi naturali, la gravidanza desiderata.

Oppure capita di trovare parroci che arruolano, come guide dei fidanzati, coppie di conviventi. Negli ultimi anni la disinformazione si è purtroppo allargata anche sulla questione della PMA. Una sera mi telefonò un frate chiedendo indicazioni su una “provetta cattolica” a cui voleva indirizzare una brava coppia di sposi che stavano soffrendo per l’infertilità. Troppe volte coloro che hanno la grave responsabilità di orientare gli sposi al confessionale, non sono abbastanza preparati e non conoscono, per esempio, le ragioni per cui il Magistero dice sempre no alla fecondazione extracorporea, eterologa od omologa che sia.

La stessa cosa vale per le donne consacrate. Una giovane madre superiora, intellettualmente preparata e monaca di clausura, alla fine di un corso che aveva voluto che io tenessi nel suo monastero, si era resa conto che la propria disinformazione in materia era tanto grave da averla portata a spingere le coppie verso la fecondazione artificiale e ad assumere contraccettivi, senza che lei ne conoscesse i danni. Era convinta di fare opera di carità verso la sofferenza di quelle coppie. La superiora uscì sconvolta di dolore nel prendere coscienza della sua ignoranza: le sue lacrime erano interminabili nel colloquio personale che facemmo. Si meravigliava, piangendo, che nel suo percorso formativo nessuno le avesse spiegato certe cose. Ma anche quella ferita è diventata feconda. Dopo il corso, quelle monache hanno scoperto un nuovo impegno vocazionale, cioè portare tutti questi drammi nella loro preghiera e dare consigli giusti.

Fin dagli anni ’80 ho cercato di portare la teologia del corpo e l’Humanae vitae dentro i conventi e i monasteri, e posso testimoniarvi quanto sia importante la formazione specifica in questo vangelo della sessualità per qualunque donna, prima ancora che per la coppia.

Un anno fa ho tenuto a Roma un corso ad un gruppo di suore cinesi, su invito di don Rocco Huang della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. Sono rimaste completamente affascinate dalla teologia del corpo, tradotta in una vita di consacrazione verginale. La prossima settimana tornerò nella capitale per la seconda edizione di questo corso. Dove parteciperanno stavolta anche sacerdoti della Chiesa sotterranea cinese.

Un’altra annotazione sulla situazione pastorale dell’Humanae vitae è dunque questa: si tratta di un vangelo della sessualità che viene ancora rifiutato e deriso dalla nostra cultura occidentale mentre viene riconosciuto con entusiasmo dai popoli lontani e poveri. Pensiamo a quello che di grande ha fatto Madre Teresa nelle bidonville di Calcutta (cfr. D. Zanelli e M. Bicchiega, Madre Teresa e il fertility day, http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/09/madre-teresa-e-il-fertility-day/), oppure a quello che è successo nella Cina comunista grazie ai Billings (cfr. Mondo e Missione, ottobre 2004).

Sul fronte sanitario, si incontrano purtroppo medici cattolici che quando gli dici dei metodi naturali ti parlano ancora dell’Ogino-Knaus. Medici cattolici e farmacisti che svolgono benemerita attività pastorale, mentre benedicono la pillola del giorno dopo e la contraccezione in genere. Che non parlano dell’abortività, più o meno elevata, di tutta la contraccezione farmacologica.

Trovare un medico che rimane fedele al Magistero e non prescrive la pillola estroprogestinica è cosa rarissima. Ci sarebbe da discutere se certa ignoranza sia colpevole o voluta. Ma non vogliamo giudicare le persone. Su questo punto ho perso per strada, nei decenni, diversi bravi collaboratori medici. Perché qui “cade l’asino”: nell’obbedienza alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda che brucia. E’ il concetto del martirio.

IL MARTIRIO DELLE IDEE E DEL CUORE

Da diversi anni ripeto ai miei collaboratori di prepararsi a quello che definisco il martirio delle idee e del cuore. Il martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, spesso sarete chiamati a trovare il coraggio di rinunciare alla carriera, imparare ad accettare forme di isolamento e tribolazione nel vostro ambito professionale. Molti di voi l’avranno sicuramente già sperimentato. Il martirio del cuore significa che per rimanere fermi nella vostra posizione, dovrete accettare di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana. Del resto Gesù stesso ha precisato che è venuto, con il suo annuncio esigente, a portare divisione anche all’interno delle famiglie.

Per quanto mi riguarda, potrei raccontarvi tanti episodi in cui mi sono trovata a combattere per difendere il vangelo della vita nella mia professione, dentro le corsie degli ospedali. Scontri verbali, a volte durissimi. Quando arrivò la legge 194, in ospedale capirono presto quale era la mia posizione e un gruppo di ardenti volontarie femministe venne ad intimarmi dicendo che non dovevo intrattenermi con le donne che erano in lista per abortire. Era successo infatti che qualche donna, dopo il colloquio con me, era scesa dal lettino di preanestesia ed era tornata a casa. Fecero togliere il crocifisso dalla camera d’attesa ma non era sufficiente: vollero chiamare anche l’imbianchino perché nella parete era rimasta l’ombra del Crocifisso.

Era un clima pesante dove più volte, a fine turno, mi sono ritrovata le gomme dell’auto bucate. O quel giorno in cui l’anestesista mi afferrò infuriato scaraventandomi sopra un lettino: rischiai molto perché il lettino aveva le ruote ed era in cima alle scale del reparto.

Ho passato tutta la vita accanto ai ginecologi dentro i reparti di ostetricia. Diversi di loro inizialmente aderirono all’applicazione di quella legge mortifera perciò infame. Era una legge “voluta dal popolo”: e quindi, ubriacati dall’ideologia del ‘68, loro non si sentivano personalmente responsabili di tutto quel sangue innocente. Con il tempo però alcuni di loro, chi prima e chi dopo, sono entrati in crisi e alla fine hanno preferito cambiare strada: qualcuno l’ho visto cambiare ospedale, qualcun altro cambiare specializzazione. Il sangue caldo che cola sui guanti di lattice è qualcosa che ustiona l’anima oltre che la pelle. Chi invece ha continuato a fare gli aborti, l’ho visto farlo sempre più malvolentieri. Tanto che, nella preparazione degli orari di turno, quando facevano il calendario mensile, ognuno cercava il modo di evitare le mattine dedicate alle IVG. Esattamente lo stato d’animo opposto che provavamo all’uscita dalla sala parto, con il bimbo in braccio, a condividere la gioia delle famiglie. Gioia che permane ancora dopo mezzo secolo quando le incontro per strada.

In certe circostanze ho sentito il dovere morale e professionale di scontrarmi (talvolta in modo molto forte) con i ginecologi abortisti, anche se erano i miei primari. Quando li rimproveravo energicamente, richiamandoli alle loro gravissime responsabilità, sentivo che gli toccavo la coscienza e che gli facevo del bene. Ero il loro tormento. Mi davano ragione, ma mancava loro il coraggio di disobbedire alle “alte protezioni” che avevano alle spalle. Capivo la loro debolezza, perché quel coraggio può venire soltanto dalla forza della fede. A quarant’anni di distanza, devo dire con stupore che ho incontrato lungo i decenni molta più stima professionale (e personale) proprio da parte di quei ginecologi con cui mi ero scontrata apertamente in reparto, piuttosto che da parte di quelli cattolici che avrebbero dovuto sostenermi ma preferivano il dialogo tiepido e conciliante.

Nel difendere il Vangelo della vita si incontrano obiezioni severe ed altre più sottili, mitragliate da cui fai più fatica a difenderti. Su questo punto vi invito a portare sempre con voi una frase profetica scritta da san Giovanni Paolo II nel 1984: «la fedeltà a questi due documenti (Humanae vitae e Familiaris consortio) deve essere spesso pagata a caro prezzo: si è spesso derisi, accusati di incomprensione, di durezza e altro ancora. E’ la sorte di ogni testimone della verità, come ben sappiamo. Con semplice ed umile fermezza siate fedeli al magistero della Chiesa in un punto di così decisiva importanza per i destini dell’uomo» (Discorso ad un centinaio di sacerdoti partecipanti ad un seminario su Humanae vitae e procreazione responsabile, L’Osservatore Romano 2 marzo 1984).

Per quanto mi riguarda, essere accusati di durezza è una cosa che vivo ormai da decenni e non mi fa più né caldo né freddo. Ho notato che, quando la verità che andiamo ad annunciare è dura e alcuni non la vogliono ascoltare, spesso aggirano il problema dicendo che sono dure le persone. Quando c’era Giovanni Paolo II, dalle mie parti dicevano che ero “papista”. Oggi so di essere classificata tra quelli “intransigenti” e “integralisti”. Noi, per l’esattezza, vogliamo essere semplicemente integrali cioè fedeli alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda. I marchi e i cartelli che mi porto sulla schiena saranno smeraldi e schegge di diamante a decoro del vestito da sposa con cui un giorno mi presenterò davanti a Gesù.

LA DIAGNOSI SULL’HUMANAE VITAE

Dopo questo excursus sulla mia esperienza pastorale dentro l’Humanae vitae e il Vangelo della vita, vi sintetizzo la mia personale diagnosi del problema in otto punti.

Punto primo. La resistenza contro l’enciclica di Paolo VI e contro gli approfondimenti di Giovanni Paolo II ha purtroppo dato i suoi frutti. E’ da quella resistenza teologica e pastorale che siamo arrivati alla mentalità relativista che oggi va per la maggiore anche dentro le comunità cattoliche: “Credo in Dio ma la morale a modo mio”. Una mentalità cattoprotestante focalizzata sulla morale sessuale. Renzo Puccetti traduce così: «nel grande ospedale da campo che è la Chiesa sembra proprio che l’intero padiglione della clinica morale sia stato chiuso, o peggio, sia stato demolito piazzando le cariche ai pilastri portanti della coscienza e del peccato. Non solo la terapia, ma persino la profilassi è svanita […]» (Prefazione a M. Bicchiega, La Regolazione Naturale della Fertilità: una frontiera della bioetica tra scienza, fede e cultura, Tesi di licenza presso Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Gregorio X” di Arezzo, collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ed. youcanprint 2015, Premio Achille Dedè).

Punto secondo. La “mancata recezione” dell’Humanae vitae è una questione da ribaltare. In certe facoltà teologiche s’insegna che l’Humanae vitae è da considerare fallita perché non è stata recepita. Ma dobbiamo chiederci: perché il popolo di Dio non l’ha recepita? L’esperienza di Casa Betlemme, come vi ho detto, è la dimostrazione che – se si vuole – questa enciclica può diventare vita vissuta. Qui faccio rispondere altri due grandi miei maestri, i medici australiani coniugi Billings, i primi due laici che furono ammessi a partecipare ad un sinodo (dedicato alla famiglia, nel 1980): «Non è la prima volta, nella storia della Chiesa Cattolica, che una crisi all’interno della Chiesa stessa è stata sanata dallo Spirito Santo, che agisce attraverso i laici. Alcuni vescovi, più sacerdoti ed un largo numero di teologi, hanno mancato di informare i cattolici sull’insegnamento ufficiale della Chiesa o hanno dato consigli contrari all’insegnamento della Chiesa mascherandoli come “soluzioni pastorali”» (Lyn e John Billings, Due vite per la vita, ed. San Paolo, Milano 1998, p. 141).

Punto terzo. La contraccezione è una proposta vecchia e il futuro è dei metodi naturali. Quando si dice che Paolo VI con l’Humanae vitae è stato profetico, dobbiamo fare attenzione. Alcuni tendono soltanto a sottolineare che la profezia è stata nel coraggio di porsi contro la politica mondiale antinatalista e neomalthusiana. Ma dobbiamo sottolineare anche l’altra faccia della profezia: nel bel mezzo del ‘68 e davanti alla celebrazione dell’arrivo della pillola (io c’ero ed era come un isterismo di massa), Paolo VI affermò solennemente l’inadeguatezza della soluzione contraccettiva alla questione della “procreazione responsabile” e alla felicità degli sposi. E la storia gli ha già dato ragione. Dal mio ambulatorio posso confermare: la contraccezione è una proposta vecchia, il futuro è dei Metodi naturali (www.confederazionemetodinaturali.it). Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione. I metodi naturali sono la strada autentica per costruire famiglie solide in una società dell’amore liquido. E anche la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza.

Non rassegniamoci da perdenti. E preghiamo – tra l‘altro – perché l’ONU non accetti di dichiarare il 28 settembre la giornata mondiale “dell’aborto sicuro”.

Punto quarto. E’ l’epoca del peccato contro il Creatore. Lo scorso 27 luglio Papa Francesco, incontrando in Polonia i vescovi a porte chiuse, ha affermato di essere d’accordo col suo predecessore Benedetto XVI quando diceva: «Questa è l’epoca del peccato contro il Creatore». Il riferimento era al gender ma io mi permetto di allargare lo sguardo. L’umanità sta accellerando il suo più grave divorzio da Dio. L’uomo si sta staccando sempre più dal progetto originario di Dio sulla famiglia, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, prima con la contraccezione e poi con la tecnologia riproduttiva. Superando le leggi della sua natura, l’uomo si illude di essere libero e di costruire felicità. Ma è il peccato più vecchio del mondo.

Un tempo la vita umana era sacra, intangibile. Oggi invece è sacro l’aborto, è diventato un “diritto umano fondamentale”. Ormai il fronte bioetico si è spostato sull’abortività della contraccezione e sull’inizio della vita. Si allentano le difese della coscienza e si smarrisce il senso del male, che diventa un bene senza pentimenti.

Il figlio era una benedizione e un dono. Oggi è diventato o un errore da evitare, oppure un diritto a tutti i costi. Nella dittatura del desiderio.

Il figlio nasceva da un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Oggi invece sta diventando un bel prodotto commissionato ad un laboratorio, sottoposto a severi controlli di qualità, con procedure di selezione e di scarto.

Il pancione a luna piena di una donna, era un tabernacolo e un mistero: oggi è diventato un contratto d’affitto. E presto ci stamperanno sopra un codice a barre per evitare scambi di provette.

La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana: oggi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno. Fuorché il bambino.

Adesso ci troviamo nel momento storico cruciale in cui si cerca di convincere la gente a normalizzare tutto questo. Si dice che è in corso una rivoluzione copernicana, dove noi cattolici siamo considerati “i medioevali”. Si dice che è tutto “oblativo”, che affittare l’utero sarà un dono, come lo sarà donare sperma o ovuli: “…per aiutare chi soffre”. E così la dottrina della Chiesa cattolica appare sempre più come un fastidioso intralcio al progresso, cercano di confinarla in un angolo. La Chiesa è sotto assedio. E la gente fatica a comprendere le nostre ragioni: le ragioni del bene dell’uomo.

Casa Betlemme nacque da un’intuizione nel 1964 mentre mi trovavo in Terra Santa, dentro la grotta di Betlemme. A Roma c’erano i lavori del Concilio Vaticano II. Dentro quella grotta mi resi conto che un giorno la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica. E che il terzo millennio sarebbe dovuto tornare a genuflettersi davanti al Creatore: al Dio Bambino.

Punto quinto. Ci si è dimenticati che l’uomo è sempre educabile perché redento da Cristo. Questo è un problema fondamentale su cui san Giovanni Paolo II insisteva molto. Ci siamo dimenticati che con l’evento cosmico ed eterno dell’Incarnazione per la Redenzione, Cristo ci ha donato la Grazia. E Wojtyla tuonò verso i teologi e pastori che stavano montando la resistenza anche contro di lui. Fu un lungo discorso severo e profetico, che è datato 2 marzo 1984 ma sembra scritto per oggi. Lo riprese per intero anche al n. 103 della Veritatis splendor e quindi ce lo dobbiamo rileggere perché è fondamentale: «Sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato graduato alle, si dice, concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere. Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l’uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all’imperfezione dell’atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell’atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell’uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito». La nostra «carità pastorale verso gli sposi», spiegava, «consiste nell’essere sempre disponibili ad offrire loro il perdono dei peccati, attraverso il Sacramento della penitenza, non nello sminuire ai loro occhi la grandezza e la dignità del loro amore coniugale […]. Di questo sguardo più profondo della nostra anima sacerdotale hanno bisogno gli sposi, ha bisogno tutta la Chiesa». Era il periodo in cui san Giovanni Paolo II parlava anche della “legge della gradualità”, cioè del cammino graduale che però non vuol dire “gradualità della legge”, come se l’insegnamento della Chiesa fosse un bell’ideale astratto adatto solo per poche coppie speciali. In questo modo la sana dottrina finirebbe in vetrina, verrebbe elegantemente messa in bacheca con la tecnica dell’imbalsamazione: si lascia intatto l’esterno, ma svuotandola dentro, con le mani abili degli “adattamenti pastorali”.

Punto sesto. E’ calata la fede? Il sesto grande problema è che quando aumenta la paura dell’impopolarità e non si ha più il coraggio di annunciare al mondo certe cose scomode, io credo che sia calata la nostra fede. La mia diagnosi è che c’è in gioco drammaticamente proprio la nostra fede. E’ la mancanza di fede che ci fa cadere nel grave peccato di omissione nell’annuncio. Anche Caterina da Siena era severa quando diceva che «a forza di tacere il mondo è guasto, e la Sposa di Cristo è impallidita».

Punto settimo. La discesa della misericordia chiede il riconoscimento del peccato e il pentimento. Il primo grande dono della misericordia è il pentimento, cioè il riconoscimento del peccato, in modo che il Cuore sanguinante di Cristo possa cancellare quella miseria. Ma insieme al pentimento occorre la volontà di cambiare: solo allora la potenza del sacramento della confessione cancella il peccato. Ma se manca la coscienza del peccato, cioè il pentimento – che è un atto d’amore – manca la base dove far “atterrare” la misericordia di Dio. Oggi osserviamo un pericoloso rischio: somministrare con un certo buonismo una versione un po’ accomodante di misericordia che dimentica il fulcro cioè la gravità del peccato. Il peccato è una realtà tanto grave che soltanto Colui che è offeso (cioè Dio) può cancellarlo. E, per ripararlo, è dovuto venire Lui personalmente e farsi inchiodare.

In conclusione io credo che, nel Vangelo della vita, uno dei compiti più importanti che ci è richiesto è quello di portare la gente a sperimentare la misericordia infinita di Dio, ma dopo aver spiegato – con la nostra voce e la nostra vita – tutte le ragioni per cui comportamenti come adulterio, aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, saranno sempre un peccato agli occhi del Creatore. Sono atti “intrinsecamente cattivi”. Nessuna moda, né maggioranze o trascorrere del tempo, li potrà mai configurare diversamente. Cosa diversa, invece, è il grado di colpevolezza personale, che solo Dio vede. Giovanni Paolo II, da uomo intelligente e grande santo, aveva già previsto questo pericoloso scivolamento e vi ha dedicato un’intera enciclica: «Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita» (Veritatis splendor n. 120).

Punto ottavo. Dalla disinformazione alla confusione. Da qualche anno vado ripetendo una mia preoccupazione: se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Oggi sono in molti a sostenere che il popolo di Dio stia soffrendo di un certo disorientamento.

Un cattoprogressismo dall’ignoranza dottrinale dolosa, produce giustificazioni consolatorie. Cliniche per la fecondazione artificiale dove potete trovare il quadro di Padre Pio, oppure coppie che vanno in pellegrinaggio (accompagnate dal parroco) a raccomandarsi alla Madonna per il buon esito del ciclo di fivet. Di tutta l’enciclica Evangelium vitae io vorrei sottolineare oggi soltanto una frase: «nell’annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere l’ostilità e l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo» (Evangelium vitae n. 82).

Un altro sintomo assai significativo della febbre alta e dello sbandamento: fino a qualche anno fa ogni tanto veniva pubblicata una lettera aperta di teologi e associazioni che si ponevano apertamente in posizione critica e contestavano la Dottrina. Tutti conoscete la famosa lettera dei sessantatre teologi italiani che nel 1989 si accodarono alla cosiddetta Dichiarazione di Colonia, firmata da numerosi e influenti teologi mitteleuropei, sempre su ispirazione di Padre Häring, in dissenso al magistero di Giovanni Paolo II specialmente sulla morale sessuale. Oggi il quadro si è talmente ribaltato che ottanta personalità cattoliche (cardinali, vescovi e studiosi) hanno firmato una “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina”. E le firme sono salite ad oltre seimila. La lettera è stata firmata significativamente il 29 agosto 2016, festa della decapitazione di san Giovanni Battista, martirizzato per avere sostenuto la verità del matrimonio. E tra i primi firmatari c’è il cardinale Caffarra. Sua Eminenza dice che in tempi di confusione o di buio dobbiamo tenere acceso come navigatore di bordo il Catechismo della Chiesa cattolica.

LA TERAPIA

Per concludere, vi espongo la terapia urgente per la cura dei due grandi “decapitati”: il primo e il sesto comandamento. Che riguardano il primato di Dio e la purezza della vita. Decapitati questi, anche gli altri crollano. Occorrono tre linee di azione.

Primo. La Chiesa è chiamata a compiere le opere misericordia corporale insieme a quelle di misericordia spirituale tra cui c’è “istruire gli ignoranti”. Di fronte a tanta diffusa ignoranza su questo capitolo della dottrina, credo che oggi si tratti di una delle più urgenti opere di misericordia. Significa formare formatori e annunciare il Vangelo della vita portando tra la gente tre materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo e procreazione responsabile con i metodi naturali per la regolazione della fertilità. A Casa Betlemme conduciamo questo tipo di apostolato moderno e itinerante, con uno stile che cerca di trasmettere un messaggio di profonda armonia tra scienza e fede. Istruire gli ignoranti significa fare cultura cioè studiare, scrivere e pubblicare, sfornare continuamente articoli e libri come fate voi: per contrastare la menzogna. Tertulliano affermava che un giorno «l’inchiostro degli scrittori sarà prezioso come il sangue dei martiri».

Secondo. Promuovere, vivendola, la parola castità. E’ la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. E’ virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata. C’è chi sostiene che “qualche cornetto ravviva il matrimonio”, e che “qualche vizietto” non danneggia la vocazione e non distoglie dall’apostolato. Invece è proprio la mancanza di castità che porta allo sfascio le famiglie, e ha portato tanti sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Sappiamo di non essere naturalmente casti perché la nostra natura umana, ferita dal peccato, tende alla concupiscenza. Servono la disciplina e la Grazia: la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera. La castità ci matura come persone e ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Eppure non si sente mai parlare della grande ricchezza della verginità. Oggi non si crede più al suo valore, si considera una cosa inutile e disumana.

Anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine. Sulla comunione ai divorziati si discute infatti sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone la fedeltà al sacramento dopo il tradimento. Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità.

Terza pista da seguire nella terapia: la collaborazione fraterna e la rete tra realtà che vivono questo tipo di apostolato nella pastorale. La verità la puoi mitragliare ma non la gambizzi. Lo Spirito Santo non ha paura delle contestazioni e con la sua fantasia suscita lungo i secoli realtà e risposte adatte al momento storico. Le fa nascere e le fa incontrare. E’ il caso dell’opera Casa Betlemme e dell’associazione Vita è. Sono entrambe una risposta ai bisogni dei nostri giorni, e stanno collaborando. Quando l’allora vescovo Bassetti nel 2006, in una visita “Ad limina” dei vescovi italiani, parlò a Benedetto XVI di Casa Betlemme, il Papa gli disse: «Queste sono persone che vivono la Veritatis splendor». Il pontefice spiegava che dobbiamo avere «il coraggio di creare oasi e grandi terreni di cultura cattolica dove si vive il Disegno del Creatore» (Colloquio con i giovani, Roma 6 aprile 2006). Oasi come quelle di Casa Betlemme o come la Fraternità Francescana di Betania, pensata da Padre Pancrazio. La nostra collaborazione sarà una cosa sempre più preziosa per questi tempi difficili. Sta scritto dentro una visione profetica che il filosofo Maritain confidò all’amico Paolo VI: «saranno soprattutto i laici cristiani “semplici”, con la loro vita familiare e di lavoro, con la loro amicizia, la loro cultura e spiritualità, a rendere presente il Vangelo nel mondo futuro. Se nei secoli antichi furono i monasteri a tener vivo il seme del cristianesimo e della cultura in un mondo ostile e imbarbarito, domani saranno le famiglie e le piccole comunità di laici cristiani a costruire una costellazione di focolari per mantener viva la fiamma della fede e della preghiera. Nel migliore dei casi questi focolai di luce spirituale dispersi nel mondo diverranno un giorno come il fermento che farà lievitare tutta la pasta. Nel peggiore dei casi costituiranno una diaspora più o meno perseguitata, grazie alla quale la presenza di Gesù e del suo amore dimorerà, malgrado tutto, in un mondo apostata» (lettera del 14 marzo 1965).

In questa nostra amicizia dobbiamo sempre mettere al primo posto la preghiera, anche comunitaria, per non scivolare nell’intellettualismo o nell’attivismo. Perché per stare in piedi bisogna rimanere in ginocchio. Affidandoci alla protezione e alla strategia sapiente di Maria: la Perfetta Regista della storia e di ogni storia, la Madre Regina.

Concludo riassumendo la terapia con una mia ricetta semplice che fa bene a tutti. Davanti alla malattia delle 3S cioè soldi, sesso e successo, si risponde con la terapia delle 3P: povertà, purezza, piccolezza. Il tutto con una dose sempre abbondante di preghiera. Il risultato è assicurato, non ci sono controindicazioni e non ha effetti collaterali.

Grazie. Alleluja!

FONTE: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/12/dallutero-a-lutero/

La vera amicizia fa a gara nello stimarsi a vicenda.

Una nuova bellissima riflessione di Cristina Epicoco.  Grazie Cristina.

 

L’amore è la volontà di accogliere l’altro così come è, decidendo di amarlo per fondersi in quell’alterità affinché sia generato un noi.
L’amore non pretende, ma esige di trarre il meglio dalla meraviglia che già l’altro è ai propri occhi, portando all’esterno ciò che interiormente sorge come un talento.

ma dell’amico ne vogliamo parlare?

Più scrivo e meno è facile perché, ad esempio, io non ho avuto la cosiddetta amica del cuore o amica preferita che, spesso, invece è anelata da ogni fanciullo.
Per molti, altresì, l’amicizia, può essere stata fonte di sofferenza perché, alcuni trovavano, anche a prezzo di affamate conquiste, l’amico del cuore, mentre altri ne rimanevano sprovvisti tanto da “accattonare” amicizie magari non desiderate, piuttosto che rimanere senza!
Spesso i primi amici sono quelli che hanno prodotto le ferite della vita perché, da loro, partivano le peggiori critiche, le sfide e la necessità di essere un giullare per attrarre le simpatie. Una specie di elemosina d’amore nel corredo amicale presente.

 

I nostri quattro figli hanno spesso sperimentato questo “sgomitare” alla ricerca d’attenzione nel periodo scolastico tanto che, sovente, mi veniva riferito dai docenti, di un comportamento “clownesco” nei confronti dei compagni.
Spesso mi sono anche domandata quanti clowns ci potessero essere in una classe tenendo presente la necessaria contagiosa emulazione tra gli adolescenti.
In realtà ciò veniva confermato dagli stessi professori che concludevano nella generica affermazione «sono tutti uguali questi ragazzi».
Come mai in sostanza, tanti di noi, hanno dovuto essere “pagliacci” per poter attrarre amici? E’ questa la vera amicizia?

è faticoso stringere amicizie

Si definisce l’amicizia come il “reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri e dei caratteri e da una prolungata consuetudine”.
L’amicizia si fa.
L’amicizia si stringe.
L’amicizia si costruisce.
L’amicizia si guasta.
L’amicizia si rompe.
Il primo vero rapporto da costruire, dopo quello naturale coi genitori e coi fratelli è proprio l’amicizia.
È faticoso stringere amicizie.
Quante volte noi adulti abbiamo avuto, per i nostri figli, la preoccupazione delle amicizie giuste o sbagliate, sane o delinquenziali. Conosco abitudini meridionali in cui la prima domanda che si pone, riguardo ad una nuova conoscenza è: “di chi è figlio?” come dire “da quale famiglia viene l’amico che frequenti?”.
Spesso infatti l’uomo, per risolvere sbrigativamente la faccenda dell’amicizia, ha preferito affermare che il cane è il miglior amico dell’uomo.

un amico fedele è una protezione potente

Che fatica l’amicizia! Che fatica vivere una vera amicizia!
Eppure c’è un amico speciale, davvero l’amico del cuore di ciascuno di noi, che afferma con autorevolezza:
«Un amico fedele è una protezione potente. Chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore. Un amico fedele é un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore. Chi teme il Signore è costante nella sua amicizia perché, come uno è così sarà il suo amico…» (Sir.6,14 ss).

dai tuoi amici guardati

E ancora, in un piccolo passo indietro, Gesù, il nostro Amico degli amici, parla del nemico, piuttosto che dell’amico e addirittura di un amico che si tramuta in nemico.
Cerchiamo di capire cosa vuol dirci Gesù!
Se andiamo ai versetti dal 5 al 13 del medesimo capitolo del Siracide si recita:
«Una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti.
Siano in molti coloro che vivono in pace con te ma i tuoi consiglieri uno su mille.
Se intendi farti un amico, mettilo alla prova; e non fidarti subito di lui.
C’è infatti chi è amico quando gli fa comodo ma non resiste nel giorno della tua sventura.
Nella tua fortuna sarà come un altro te stesso, e parlerà liberamente con i tuoi familiari. Ma se sarai umiliato si ergerà contro di te e dalla tua presenza si nasconderà.
Tieniti lontano dei tuoi nemici, e dai tuoi amici guardati».

chi è l’amico per me?

Molti nostri “amici” Santi stringevano bellissimi rapporti tra loro, di vera amicizia. Sentiamo cosa diceva San Gregorio Nazianzeno del suo amico San Basilio:
«Ci muoveva lo stesso desiderio di ottenere ciò che c’è di più desiderabile: la scienza.
Non avevamo invidia, ma valorizzavamo l’emulazione. Entrambi lottavamo, non per vedere chi raggiungeva il primo posto, ma per cederlo all’altro. Ciascuno considerava la gloria dell’altro come propria».

 

Ecco allora alcune domande che dobbiamo porci:
Chi è l’amico per me?
Che amico sono io per l’altro?
Ho una bocca amabile?
Ci sono bocche amabili verso di me?

Dice ancora un grande Santo:
“Ama tutti gli uomini con un grande amore di carità cristiana, ma non stringere amicizia se non con quelle persone la convivenza con le quali possa darti beneficio, e quanto più perfette sono queste relazioni, tanto più perfetta sarà la tua amicizia”.
“Al mondo è necessario che coloro che si dedicano alla pratica della virtù si uniscano con una santa amicizia, per esortarsi a vicenda e mantenersi in questi santi esercizi” (San Francesco di Sales).

taglia ciò che ci nuoce

Come vediamo, i nostri amici Santi non erano certo dei buonisti, anzi, severamente è come se ci dicessero: “taglia ciò che ti nuoce!”.
Ecco allora ciò che muove tutto: la carità!
Solo l’affettività cercata con carità, e dico cercata perché dobbiamo chiederla, potrà muovere l’amicizia e tutto ciò che deriva da essa.
I nemici ci saranno, di tutti i generi, ma dovremo intenderli come i nostri pensieri di “inimicizia”.
Quando mi chiederò che tipo di amico sono per l’altro dovrò necessariamente partire dai miei pensieri.
Se avrò sentimenti ed emozioni amicali, i miei saranno veri amici e la mia sarà vera amicizia!
Se avrò sentimenti ed emozioni d’inimicizia i miei saranno i nemici!
E viceversa, ovvio che vale anche per gli altri!

0ccorre essere amici prima che sposi?

Così, vorrei concludere con la sponsalità.
Occorre essere amici prima che sposi?
Certo che sì! Perché tutto ciò che ha a che fare con l’alterità e con l’affettività, dunque qualsiasi relazione, passa prima per un rapporto amicale.

Dice Papa Francesco nell’Amoris Laetitia al n.120:
“La carità ė l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del Sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa che però raccoglie in se la tenerezza dell’AMICIZIA e la passione erotica, benché sia in grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero”.

E infine al n.127:
“L’amore di AMICIZIA si chiama CARITÀ quando si coglie e si apprezza l’alto valore dell’altro”.

Questo accade nel matrimonio.

Che amico sono io per te, fratello che il Signore ha messo sulla mia strada?
Che amico sono io per te sposo o sposa della mia vita?

Cristina Epicoco

Gli sposi come Magi in cammino.

Il cammino dei magi è una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della mia/nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

1)I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re.“Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia ma non si devono ridurre tutto solo all’emozione. Vivere alla giornata senza progettare e programmare. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, vedere in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che, così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare; anzi, vediamo che essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che dovevano raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle nostre aspirazioni. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e alla fine nell’abbraccio eterno con Lui.

 

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta, il Salvatore. Seguirono la stella che hanno con fiducia e costanza guardato lungo tutto il viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparizione della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5)I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione il lutto ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora  6) sperimenteremo la vera gioia.
Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.
Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa.

 

Che cosa cercate?

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Ho voluto scegliere come immagine di questa riflessione il matrimonio di Chiara ed Enrico Petrillo. L’ho scelta perché la loro vita incarna perfettamente il passo di Vangelo della liturgia di ieri. Discepoli di Gesù. Lo hanno seguito fino al fondo della sofferenza e della malattia senza rimanerne delusi, ma sentendosi sempre amati.

Nel vangelo si parla di due discepoli di Giovanni il Battista. Due come Chiara ed Enrico, come noi sposi tutti. Due persone che non si accontentano della povertà che offre loro la cultura dominante dell’epoca, di ogni epoca, della nostra epoca. Chiara ed Enrico , come noi e come tante altre coppie di fidanzati, cercavano di più. Cercavano qualcosa che potesse valere il loro impegno, la loro dedizione e la loro vita. Cercavano una vocazione e non solo una relazione. Non cercavano di saziare un bisogno, ma di rispondere a un amore già dato. Un’unione che andasse quindi oltre le sabbie mobili dei sentimenti e che chiedesse di mettere in gioco la parte migliore di loro. Loro, noi tutti come quei due discepoli, alla ricerca di qualcosa a cui neanche sappiamo dare un nome. E poi passa Gesù, il suo sguardo si posa su di noi. Una consapevolezza ci scalda il cuore. E’ bellissimo il dialogo tra i discepoli e Gesù. Gesù chiede loro cosa stiano cercando. Loro non rispondono, perché non lo sanno ma vogliono stare con Lui. Non vogliono solo stare con Lui, ma vogliono conoscere la sua intimità, dove vive, cosa fa. Vogliono far parte della Sua vita perché la Sua vita può riempire la loro. Quello che cercano lo hanno trovato, sanno che quell’incontro li cambierà e aprirà loro una nuova via, nella verità e nella gioia, nonostante il futuro sia incerto e non sappiano dove andranno e cosa faranno, ma l’unica cosa che conta è stare con Gesù.

Questo passo del vangelo riguarda tutti noi, ogni cristiano, ogni coppia di fidanzati e di sposi. Incontrare e seguire Cristo è la sola cosa che conta e da cui dipenderà la felicità e la santità del nostro matrimonio. Gesù non ci propone una strada sicura, una via comoda, una casa lussuosa, Gesù ci propone di seguirlo, di metterci in cammino, di attraversare deserti, di fare fatica, di attraversare sofferenza e crisi, e anche di non capire sempre tutto, ma ci assicura che insieme a lui raggiungeremo la nostra meta e non perderemo mai la strada, perché lui è la nostra bussola e guida. Esattamente come Chiara che non si è persa ed Enrico che l’ha accompagnata finché ha potuto. Chiara ha seguito Gesù fino alla fine, salendo in croce con lui e per questo risorgerà con Lui. Termino con una citazione  di Chiara che riassume benissimo tutto in poche righe:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Antonio e Luisa

La famiglia è la ricchezza

Il 2016 è finito. Cosa mi resta di questo anno? Gioia, rabbia, rassegnazione, rinascita, dolore, meraviglia, speranza, forza e malattia. Ogni persona, e io non faccio eccezione, sperimenta tutto questo nel corso di un anno. Avere una famiglia è poter condividere tutto. Condividere le cose belle e quelle brutte. Ogni gioia condivisa è più vera, ogni successo ha più senso. Ogni momento, anche il più semplice, vissuto in famiglia ha un calore davvero bello che dà sostanza al giorno. La famiglia permette di moltiplicare la gioia e di dividere il carico della sofferenza e del dolore. Un anno volato via in un attimo, tanto sono state le cose da fare, ma mai sprecato. Un anno meraviglioso e di meraviglia. La meraviglia di vedere i propri figli fiorire giorno dopo giorno, la meraviglia dei loro sorrisi, domande, pianti, delusioni e successi. La meraviglia di vederli diventare grandi e sempre meno bisognosi della nostra guida, ma non del nostro sostegno. Per finire un altro anno di matrimonio, un altro anno che ci ha reso ancora più uno, ancora più l’uno per l’altra e l’uno nell’altra. Lei, che continua a dirmi che un giorno mi stancherò, che sta diventando vecchia ed io, invece,  che non mi stanco mai e mi  sembra sempre più bella e io sempre meno meritevole di tanto.  Nel Cantico dei Cantici si dice che l’amore è forte come la morte ed è proprio così. Non mi stanco mai perchè l’amore è meraviglia, l’amore è bellezza, l’amore è verità. L’amore è più forte della morte perchè supera la morte che abbiamo tutti dentro, la morte del peccato e del vuoto, del non senso e della banalità. Il suo amore, con tutte le imperfezioni e le povertà che tutti abbiamo, mi ha mostrato l’Amore, l’amore della mia sposa  mi ha mostrato il volto dello sposo, di Gesù. Sento spesso dire che il matrimonio è la tomba dell’amore. Non è così, l’amore cresce, cresce giorno dopo giorno. Non smette mai di crescere. Se non cresce decresce. L’amore non è mai fermo, ma sempre mutevole. Più sarò capace di amare la mia sposa e più sarà anche il 2017 un anno non sprecato ma vissuto appieno. Grazie Dio per questo 2016 e ti affido la mia vita e la mia famiglia per l’anno appena iniziato.Dio fammi capace di sedurla per 365 volte, una per ogni giorno; Dio fammi capace di sceglierla per 365 volte, una per ogni giorno; Dio fammi capace di amarla sempre più, ogni giorno più del precedente e meno del successivo.

Se non condivido la tua vita, la mia si complica.

Se non ti cammino accanto, mi affatico.

Se non ti comprendo, mi confondo.

Se ti ferisco, mi sento lacerato.

Se ti escludo, perdo le mie radici.

Se ti trascuro, mi sento ingiusto.

Se non percorro la tua strada, smarrisco la mia.

Ti ascolto e mi ritrovo più saggio.

Ti ringrazio e divento più ricco.

Ti parlo e guarisco le mie ferite.

Ho fiducia in te e cresce la mia speranza.

Ti accarezzo e mi sento appagato.

Mi consegno a te e mi sento protetto.

Ti stimo e sento di valere.

Ti guardo con purezza e comprendo ciò che è sacro.

Ti sono fedele e mi sento genitore affidabile.

Cerco la tua anima e trovo la mia.

Cerco di essere più degno per te e mi sento degno di Dio.

Prego per te e Dio mi sorride.

(di autore sconosciuto)

Antonio e Luisa

In Dio tutto è possibile

Una bella testimonianza dalla veglia per il Sinodo nel 2014.

Antonella e Nicola di Tivoli, dopo essere stati separati per sei anni hanno ritrovato l’unità e sono tornati a vivere insieme. Nicola: Siamo Nicola ed Antonella veniamo da Roma, siamo sposati da 15 anni; abbiamo due figli: Paolo di quattordici anni e Sara di undici. Ho conosciuto Antonella sul luogo di lavoro e mi ha subito colpito per la sua bellezza e in seguito per la sua disponibilità ad ascoltarmi. Con lei ero felicissimo. Antonella era bella, dolce, sensibile. A lei avevo aperto il mio cuore, con lei mi sentivo amato e compreso. Intuivo che sarebbe stata la donna della mia vita. Trascorrevamo moltissimo tempo insieme sia a lavoro sia fuori, condividevamo tutto e la nostra vita era aperta l’uno per l’altra, stavamo gettando le basi per un amore bello in cui Dio ne era la fonte e l’origine. Nel giorno della celebrazione delle nostre nozze, ringraziai il Signore per il dono di Antonella convinto che niente e nessuno ci potesse separare; immaginavo una vita piena di felicità e gioia con una bella famiglia. Antonella: Nel periodo del nostro fidanzamento, apprezzavo il carattere di Nicola giocoso e gioioso. Con lui mi sentivo rilassata, allegra ed apprezzata, più ci conoscevamo, più pensavo che poteva essere la persona che da tanto aspettavo. Con Nicola al mio fianco, mi sentivo amata e tra noi era tutto perfetto; nonostante le diversità caratteriali, erano molte le cose che ci accomunavano ed anche la fede in Gesù era condivisa ed era un punto di forza. Facevamo progetti per il futuro così decidemmo di sposarci e grazie a Dio il mio sogno si realizzava.Nicola: Purtroppo però l’inizio del matrimonio non è coinciso con le mie aspettative, facevo fatica a comunicare i miei sentimenti, mi chiudevo sempre di più in me stesso. Nonostante la gioia della nascita del nostro primo figlio, mi sentivo poco capito e considerato da Antonella; spesso diventavo ostile con lei ed il mio egoismo diventava sempre più marcato; non era proprio il matrimonio che mi immaginavo. Mi sentivo sempre più solo, e neanche la nascita di nostra figlia, che fu per me un’ulteriore gioia grande, portò la serenità che speravo tra me ed Antonella. Mi sentivo infelice, non amato e criticato e addossavo tutte le colpe a lei ed al Signore, allontanandomi anche dalla fede. Io ed Antonella non ci parlavamo più, lei era il bersaglio di tutto il mio malessere, i litigi anche se pochi erano molto animati; per me lei era la causa di tutti i miei mali, parlavamo solo di cose tecniche; lei prendeva tutte le decisioni perché io ero apatico e svogliato e non partecipavo alla vita familiare. Quello che mi mancava lo iniziai a cercare fuori dal contesto familiare, iniziai a tradirla prima in maniera occasionale, dopo stabilendo una relazione extra coniugale fissa con un altra donna. Mi sentivo fallito nel progetto del matrimonio, ostile e rabbioso nei confronti di mia moglie e provavo anche sensi di colpa per i tradimenti. In famiglia mi isolavo e la percepivo come una cosa opprimente da cui volevo fuggire. Fu cosi che dopo quasi otto anni di matrimonio, chiesi la separazione, prima di fatto, poi legalmente e lasciai la mia casa. Antonella: Già dopo poco tempo dal nostro matrimonio, la nostra vita non era come avevo sognato, io ero molto concentrata sui figli, quando litigavamo mi sentivo sola ed in colpa, non mi curavo di ciò che Nicola viveva, pensavo solo ai miei bisogni e davo tutto per scontato. Mi rendevo conto che il mio matrimonio si stava incrinando; ero sempre meno affettuosa e sempre più fredda con lui; non avevo amicizie, convinta che io e lui potessimo bastare a tutto. Avrei voluto chiedere aiuto ma non l’ho fatto! Cresceva in me la convinzione che fosse tutta colpa mia. La distanza tra noi aumentava, mi sentivo persa, mi sentivo una cattiva moglie ed una madre scarsa. Nicola: Il periodo della separazione fu un crogiolo di sentimenti: mi sentivo pieno di rabbia e di rancore verso mia moglie a cui imputavo tutte le colpe del fallimento del matrimonio, ma provavo anche un forte senso di colpa sia nei suoi confronti che verso i nostri due figli. Infatti, proprio per loro, non ho mai voluto spezzare definitivamente il legame con Antonella, cercando di essere presente e assumendomi le mie responsabilità di padre. Nei nostri lunghissimi sei anni di separazione, ho vissuto forti sentimenti di solitudine e profonda tristezza; mi sentivo apatico ed avevo pensieri di morte. E’ stato in questo periodo che ho riscoperto Antonella. Lei, gratuitamente, mi stava vicino e con lei, Nostro Signore attraverso la preghiera e l’Eucarestia domenicale. Capii che l’amore che cercavo soltanto mia moglie me lo poteva dare ed ero io che lo avevo rifiutato e mi ero allontanato. Infatti Antonella nonostante tutto il male che le avevo fatto era sempre stata li ad aspettarmi, fedele al nostro Amore e a Gesù sposo fedele della nostra relazione; Antonella continuava a volermi bene, a starmi vicino nel momento più basso della mia vita. Mi sono sentito aiutato, considerato, amato, mi sono sentito pienamente realizzato con lei. Dopo qualche tempo, le ho chiesto di poter provare a rimettere in piedi il nostro matrimonio, ammettendo tutti i miei errori in totale onestà e sincerità. Di fronte al suo sì, mi sono sentito felice e fiducioso verso Nostro Signore che mi mostrava attraverso mia moglie, la Sua misericordia. Consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta a ricostruire la nostra relazione, decidemmo di partecipare al programma Retrouvaille, e quello fu l’inizio della nostra risurrezione. Antonella: Ci siamo separati, dopo che ho scoperto la relazione di Nicola con un’altra donna, anche se era difficile accettare il fatto che fosse finita, avevo il terrore che anche i miei figli potessero abbandonarmi. La rabbia ed il dolore che provavo mi facevano dire che era tutto finito. L’Amore di Dio per me, mi ha dato la forza di andare avanti in quei lunghissimi anni della nostra separazione. Quando Nicola mi ha chiesto di riprovare a ridare una speranza alla nostra relazione mi sentivo molto titubante ed incerta. Avevo tanta paura di soffrire di nuovo. Ma ho preso la decisione di affidarmi all’Amore di Dio e da lì tutto è ricominciato. Nicola: Lo scorso Natale è stato per me il più bello della mia vita, finalmente siamo tornati a vivere insieme dopo tanti anni di separazione e lontananza, finalmente unito ad Antonella e alla mia famiglia. Oggi mi sento confermato ed affermato nella mia vocazione di sposo; mi sento pienamente felice. Sono consapevole delle difficoltà quotidiane e dei miei limiti, ma con l’aiuto di Nostro Signore, cerco di prendermi cura di Antonella e della nostra relazione ogni giorno.Antonella: Adesso la nostra vita è completamente rinata! Con il percorso di ricostruzione del nostro matrimonio rinasceva nel mio cuore la Speranza ed adesso posso dire che quell’Amore non era mai finito! Era solo sepolto. Ci eravamo persi ed ora grazie a Dio ci siamo ritrovati. Adesso i nostri problemi possono essere vissuti in modo diverso, posso condividere con Nicola il mio intimo e farmi conoscere da lui. Adesso ho fiducia che con l’Amore di Dio e la nostra volontà riusciremo nel cammino. Ho imparato a perdonare Nicola e me stessa. Quando abbiamo deciso di tornare a vivere insieme è stata una festa per tutti! Nicola: Ci stiamo impegnando insieme per cercare di dare speranza ad altre coppie e questo ci dà la possibilità di attuare concretamente quella che è la missione del matrimonio; allargare il Regno di Dio e poter testimoniare con la nostra vita che: Nicola e Antonella insieme: “IN DIO TUTTO E’ POSSIBILE, E IL “PER SEMPRE” IN LUI E’ RECUPERABILE”.

Caro Papà

Questa lettera l’ho trovata nel sito di Mimmo Armiento.
Vi consiglio di visitarlo. Ingannevole come l’amore è un progetto meraviglioso.
www.ingannevolecomelamore.it
Caro papà,
non è facile per me trovare le parole giuste per cominciare a scrivere una lettera come questa.
Mi lascio portare da quello che suscita dentro di me la parola “papà”. Una parola che mi dice sicurezza, protezione, generosità, impegno quotidiano, spirito di sacrificio per la famiglia. E questo tu me lo hai insegnato e soprattutto me lo hai trasmesso con il tuo esempio e con la tua vita. Di tutto ciò – e mentre scrivo questo piango come un bimbo – non posso che ringraziarti…

Certo, guardando il passato ammetto che avrei desiderato che ci fossimo donati più tempo l’uno per l’altro, solo per noi, tra uomo e uomo, ad esempio nel gioco, nel fare una camminata in montagna o anche nel dire una semplice preghiera insieme.
Avrei desiderato che ci fosse stata più confidenza tra noi. Avrei desiderato che non ci fossero state a volte quelle sfuriate in famiglia, con me, con mamma, che mi hanno creato in qualche modo delle ferite, che mi hanno per così dire bloccato nel rapporto con te. Ma sono consapevole, caro papà, che non si nasce genitori, lo si impara, lo si diventa pian piano.
Come io, d’altronde, pian piano sto cercando di imparare ad essere un figlio: figlio tuo, ma anche figlio infinitamente amato da Dio. Per questo ti chiedo scusa per tutte le volte in cui non sono stato capace di essere figlio.

E adesso, caro papà, appunto come figlio e come uomo desidero parlare di quello che è avvenuto l’ultimo giorno che sono stato a casa. Quello che è avvenuto, papà, mi fa male, mi fa un grande male. E’ stato per me rivivere quello che ho scoperto qualche tempo fa. Ricordi? Di fronte a quella relazione extra-coniugale che ti avevo messo di fronte. Tu alla fine mi avevi risposto: “Anche se fosse, non sono cavoli tuoi”. No, papà, i “cavoli” sono anche i miei, perché il furto non lo stai facendo solo a mamma ma lo stai facendo anche a me, a tutti noi…
In questo momento per me è come se quel “castello” di fiducia che pian piano avevo cercato di ricostruire in questi anni mi sia in qualche modo crollato addosso…

Detto questo, caro papà, mi piacerebbe ricominciare con te. Mi piacerebbe che, come tu vorresti sentirti orgoglioso di me presentandomi ai tuoi amici, anche io possa sentirmi orgoglioso di te presentandoti come mio padre. Però per far questo bisogna togliere il male dalla nostra vita. Ed io allora ti chiedo: “accetti di chiudere questa relazione?”. Per me significa la possibilità di avere un padre di cui essere orgoglioso. Quello che mi blocca nei tuoi confronti è questo. Tutto il resto si può resettare.

Proprio in questi giorni, caro papà, mi è capitata tra le mani una frase con la quale desidero anche concludere questa lettera:
“La cosa più importante che un uomo possa fare per i propri figli è amare la loro madre”.

Un abbraccio e con affetto,
Tuo figlio.

Cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Ho trovato questa bellissima lettera del vescovo di Salerno per il Natale. Volevo condividerla con tutti voi.

Quando viaggio, mi piace fermarmi e guardare dall’alto i meravigliosi panorami della diocesi che il Signore mi ha affidato.  Ci sono delle zone dalle quali si può vedere lo spettacolo della natura e anche le opere che, nei secoli, l’uomo ha costruito per rendere più vivibile e bello il nostro territorio. E’ quello che dovrebbe fare il Vescovo: l’etimologia della parola, episkopos, significa proprio “colui che guarda dall’alto”. Quando è buio, si vedono le luci che illuminano le strade e l’interno delle case. Mi piace immaginare le famiglie che si ritrovano dopo una giornata di studio e di lavoro. Quali sentimenti, quali emozioni si condividono? Qual è l’atmosfera che si respira in casa? Energia, delusione, felicità, preoccupazione, condivisione, indifferenza? Se i sentimenti si potessero vedere, la diocesi si illuminerebbe di tanti colori.  C’è la soddisfazione per un figlio che ha superato un esame e si avvicina alla laurea. Che bel traguardo avere un figlio laureato! Ma questa gioia è accompagnata dalla preoccupazione: troverà lavoro? Ci sono le case in cui ciascuno trascorre la serata scorrendo lo schermo del proprio telefonino mentre il bimbo si è impossessato del tablet, come fa sempre. C’è la sposa che, invece di dormire, veglia e guarda il marito immerso nel sonno, chiedendosi se la ama ancora, visto che ormai lo sente distante, preso ogni giorno di più da se stesso e lontano da quelle attenzioni che aveva per lei qualche tempo prima. Una foto da sposi, con i volti raggianti, è sul comò, a pochi passi da loro. C’è la giovane coppia di sposi che ha iniziato da pochi giorni la vita nuziale. Si divertono  a preparare insieme la cena. Nel salone hanno solo la tv e un vecchio divano. Vicino alla parete ci sono gli scatoloni dei regali ricevuti: li svuoteranno in futuro, quando avranno i mobili. Ma il loro amore riempie tutto di bellezza e di speranza. C’è il marito che ha nascosto la lettera di preavviso di licenziamento perché non ha il coraggio di mostrarla. Prima ha taciuto per non rovinare il fine settimana: ieri la figlia compiva 15 anni, oggi il figlio più piccolo è così felice… Forse domani dirà la verità e sarà un brutto momento per tutti. C’è un neonato che piange, come fanno tutti i neonati. I genitori sono esausti, ma la gioia di occuparsi di lui, condividendo veglie e fatica, aiutandosi l’un l’altra, è una soddisfazione profonda che ripaga ogni difficoltà.  Se la gioia e il dolore hanno sempre accompagnato la vita familiare, dovrebbero essere proprio gli affetti a rendere meno pesanti le immancabili sofferenze e preoccupazioni. La coppia nasce per affrontare la vita insieme, scambiandosi amore, sostenendosi nelle fatiche. Ma a volte queste sono così pesanti che – anche in due, anche con tanto amore – non si riescono a sopportare. Papa Francesco – proprio in questi tempi in cui si dice che la famiglia è in crisi – ci parla di amore familiare e di felicità. “Amoris Laetitia” (la gioia dell’amore) è il titolo dell’esortazione apostolica che ci ha donato, dopo due lunghi lavori sinodali sulla famiglia. Nel testo, il Papa non nega le difficoltà che affronta oggi la famiglia, ma invita a guardare  avanti con fiducia: «(…) Malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa. Come risposta a questa aspirazione l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia.» (Amoris Laetitia, 1) Allora ci chiediamo: noi cristiani come possiamo contribuire a rendere più belle le relazioni familiari e più lieta la vita degli sposi? Come questi possono continuare o tornare a sperare nel futuro, a desiderare il concepimento di nuove vite? Come svegliarsi ogni mattina con il desiderio di riempire la giornata con qualcosa di interessante da costruire? Il Natale si avvicina e tutti contempleremo l’incarnazione del Signore. Incarnazione vuol  dire che Dio ha condiviso ciò che siamo e ciò che viviamo. Sensazioni, sentimenti, bisogni, tutto è bello perché Dio lo ha vissuto. La vita familiare è fatta di concretezza: tre pasti da preparare ogni giorno, letti da rifare, regali da scartare, pannolini da cambiare, feste di compleanno, vaccinazioni, cambi di stagione, film da vedere insieme, incontri con i docenti, assicurazione della macchina. È necessario e bello che la famiglia si dedichi alla cura di se stessa. E’ il compito principale di tutti e due gli sposi. Viene prima di ogni altra cosa e non può essere sostituito da altre attività pur significative, come il volontariato o l’apostolato in parrocchia. Avere cura della propria sposa o del proprio sposo, avere a cuore i sogni dell’altro, ricordare quanto si è promesso, è un percorso da vivere insieme. L’espressione “Sono stanco/a di essere solo/a  nel tirare la carretta” indica un modo di vivere la famiglia generoso ma sbagliato: si deve portare il peso in due. Ogni coppia deve evitare che gli anni passino senza impegnarsi nell’ascolto e nella comprensione dell’altro. E’ compito della Chiesa spiegare bene cos’è il matrimonio, cosa implica, come cambierà la vita una volta sposati. Dobbiamo essere sempre più preparati e aggiornati su questo tema, perché capire bene il matrimonio è importante per la sua riuscita, per la felicità. Non c’è una ricetta unica per tenere unite le coppie. Ci sono consigli, iniziative utili, percorsi efficaci di accompagnamento, che anche in diocesi sono attivi, ma la prima risorsa è la Grazia del sacramento. Nessuna coppia sposata nel Signore può dire, nelle difficoltà di relazione o nelle questioni educative: “Dio mio, Dio mio perché mi hai  abbandonato!” (Mc 15,34) Ogni coppia nasce in un modo diverso. È dolce ricordare come ci si è conosciuti e innamorati. Ma quella che può sembrare una scelta umana è un disegno di Dio. Ogni coppia è un’idea, un progetto del Creatore per la felicità dei partner. Dio ha voluto le coppie e Dio le conduce per mano custodendole per sempre. Sono convinto che «chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero», perché «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo.» (AL, 123) Gesù conosceva le difficoltà della coppia. Sapeva che può essere difficile rimanere fedeli ad una persona per tutta la vita. A motivo di questo, la legge di Mosè prevedeva il ripudio, il divorzio, che poteva decidere solo il marito. Gesù ristabilisce l’indissolubilità del matrimonio, ma non abbandona la coppia: la fortifica con la sua Grazia, quella Grazia che viene donata ogni volta che si celebra questo sacramento. In ogni celebrazione del matrimonio c’è tanto da guardare: location, vestiti, fiori. Tuttavia, la vera potenza del matrimonio è il fiume di Grazia che avvolge gli sposi e li accompagna per tutta la vita. La Grazia è l’amore di Gesù che fortifica quello degli sposi. «Molti – scrive il Papa – stimano la forza della grazia che sperimentano nella Riconciliazione sacramentale e nell’Eucaristia, che permette loro di sostenere le sfide del matrimonio e della famiglia.» (AL, 38) Cari sposi cristiani, siete forti! Avete la forza  per vivere sempre insieme, per educare bene i vostri figli, per essere felici e rendere felice chi vi sta accanto. Siete un tutt’uno con la Chiesa, che si fa vostra appassionata compagna di viaggio. A volte anche noi credenti – afferma Papa Francesco – “abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.” (AL, 36) La perfezione non esiste, siamo tutti in  cammino, fragili, con una dose di egoismo e di incapacità, di buona volontà e impegno. Sappiamo che non esistono le famiglie perfette proposte dalla pubblicità; chi si crede perfetto, in qualunque condizione sia – sposato, consacrato, vescovo – tende a giudicare con durezza la fragilità e il percorso di vita altrui. Fare così è davvero sbagliato! Tante coppie della nostra diocesi vivono insieme, si amano profondamente, alcune hanno anche messo al mondo dei figli, ma non sono sposate. Quando due persone si amano è bello, perché ogni atto d’amore vero ci fa sentire Dio più vicino. Io invito queste coppie a venire in Chiesa, ad incontrare i sacerdoti, a mostrarci la bellezza del loro amore e, chissà, un giorno, come molti stanno già facendo, a ricevere il sacramento del  matrimonio. Il Papa invita i credenti a guardare le coppie che si trovano in “situazione imperfetta” davanti al Magistero della Chiesa, così come le guarderebbe Gesù. “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni.” (AL, 79) C’è sempre una strada da percorrere per salvare ogni matrimonio. Si può ricucire il tessuto strappato, si può aggiustare ciò che si è rotto; ci sono specialisti che lo sanno fare bene, ma è compito di tutti noi favorire le unioni, portare unità, invitare al perdono, incoraggiare al sostegno. Lo chiedo soprattutto a chi ha alle spalle un’unione solida e a chi ha nel cuore un desiderio di amore e unità. Quanti nonni possono lavorare per l’unità delle giovani coppie e non – invece  – collaborare alla loro distruzione! Non lasciamo morire le nostre famiglie! Ogni anno nei giorni di festa di Natale pensiamo – e facciamo bene a farlo – a come addobbare gli ambienti e a cosa mettere da mangiare sulla tavola. Fermiamoci a pensare: cosa possiamo fare per rendere più unite le nostre famiglie? Come possiamo aiutarle, anche concretamente, a seconda delle nostre piccole o grandi possibilità? Proviamo a fare una lista scritta di piccole belle azioni: sarà un “menù” di felicità da diffondere, in cui più “portate” ci saranno, più bella sarà la festa. «L’indebolimento della fede e della pratica religiosa in alcune società ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro  difficoltà. (…) Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. […] Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni.» (AL, 43) Cari amici, è appena terminato il Giubileo della Misericordia. Continuiamo tutti a vivere la carità di cui abbiamo tanto parlato e che abbiamo cercato di attuare! Manteniamo e incrementiamo l’attenzione e l’aiuto concreto verso l’altro. Il Signore ammira chi dà, anche se è poco ma è tutto ciò che ha. Aiutiamo le famiglie, gli sposi, chi si occupa di un  familiare disabile, ammalato, molto anziano, chi educa i figli in questa società difficile, chi lotta per avere da mangiare. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, magari con poche risorse ma con tanta umanità. All’inizio della lettera parlavo dello sguardo del vostro Vescovo. Ora vorrei che sentiate su di voi ciò che conta davvero: lo sguardo di Gesù. Egli vi guarda con amore, vede nella vostra casa, ama la vostra gioia, ama ciò che siete e ha nelle sue mani la vita di tutti, soprattutto quella di chi è più fragile. Seguite i pastori verso la grotta della Natività, cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Luigi Moretti Arcivescovo.

Perdonati e amati.

E’ da qualche anno che io e Luisa abbiamo deciso almeno a Natale e Pasqua di partecipare alla liturgia penitenziale organizzata dalla nostra parrocchia. Lasciamo i bambini a casa con la nonna mentre restiamo soli nella nostra intimità di coppia per presentarci davanti a Gesù, insieme, come fossimo uno, come Lui ci vede. E’ un momento molto bello e che ci unisce tantissimo. Chiesa semivuota, pochissima gente (purtroppo) luci che brillano nella penombra e la luce più luminosa, Cristo Eucarestia che ci guarda dall’altare. Cristo che è lì sull’altare ma che è anche tra di noi, nel nostro amore, da quando il giorno delle nozze abbiamo preparato la tenda e Lui è venuto ad abitarla per sempre. Gesù sull’altare ma non come qualcuno che ci giudica ma con lo sguardo del padre misericordioso, di qualcuno che ci conosce bene e tifa per noi. Con lo sguardo di chi è commosso e felice di vederci lì, insieme con le nostre povertà e le nostre miserie. Commosso di vedere che siamo andati lì da Lui e Lui ci accoglie nel suo abbraccio. Lui che conosce tutto di noi, i nostri peccati, le nostre debolezze ma anche il nostro desiderio di una vita alla Sua presenza e spesa l’uno per l’altra. E’ bellissimo questo momento di coppia che si apre all’Eterno e all’Amore. Noi che ci teniamo per mano senza parlare, davanti a quella presenza che ci libera. Liberi di non aver paura, liberi di accoglierci, liberi di capire che siamo molto più dei nostri errori, liberi soprattutto di perdonarci nella nostra imperfezione perché forti dell’Amore che Lui ci offre per primo. Capaci di amarci perché amati, capaci di perdonarci perché perdonati Siamo pronti, uno dopo l’altra ci accostiamo al sacerdote e chiediamo perdono, chiediamo perdono a Dio per poter ricominciare. Un ultimo momento con l’Eucarestia, con il cuore pieno di gratitudine, e via si rientra nel mondo, consapevoli che Gesù ha scelto di abitare la nostra relazione con il sacramento del matrimonio e noi non abbiamo nessuna intenzione di mandarlo via.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è un amore redento.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato e sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

L’amore è verità.

Oggi ascoltavo il commento al vangelo di don Antonello Iapicca. Riesce sempre a provocarmi. C’è sempre una sua frase o anche solo una parola che mi cattura e mi apre a un’intima riflessione. Quando mi sono sposato, quando preparavo il matrimonio, i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi quel progetto d’amore prendere vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Quando ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele? Sinceramente no. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, a picchi ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo 14 anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perchè sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perchè ho promesso di amarla per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perchè attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perchè la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo o di una donna.

Antonio e Luisa

In contemplazione del matrimonio

Sono 50 anni che sono prete e il Signore mi ha fatto molte grazie. Una di quelle che ritengo fra la più grandi è quella di aver potuto conoscere, condividere concretamente in molti modi, e quindi appunto “contemplare” la bellezza e grandezza del matrimonio cristiano. 50 anni fa, appunto, ho fatto la mia scelta di celibato consacrato, e penso di poter affermare che l’ho fatta in piena coscienza e convinzione (sia pure con l’”incoscienza” e la poco consapevolezza che si ha da giovani, come capita anche per il matrimonio…). L’ho però continuamente rinnovata e approfondita nella mia vita (anche nei momenti più difficili) e la ritengo una grazia altissima.

Ma proprio questo mi ha permesso di guardare, con la libertà di chi ha un’altra vocazione,  al matrimonio e scoprirne tutta la sua bellezza. Ho avuto poi molte occasioni per vivere gomito a gomito con sposi e famiglie cristiane (nello scoutismo e con amici personali coi quali ho fatto anche vacanze insieme, ecc…) e ho capito che questi due carismi (il celibato consacrato e il matrimonio) sono davvero… complementari, nel senso che nella loro reciproca comunione e nello scambio dei reciproci doni si completano e si approfondiscono a vicenda: il consacrato ricorda agli sposati che l’Unico Vero Amore, a cui si deve tendere, è Gesù stesso, e lo sposato dimostra con la vita al consacrato che cosa voglia dire “amare nella concretezza” (perché egli non rischi il pericolo, come ha detto scherzosamente una volta il papa alle superiori mondiali delle suore, di diventare “zitello”).

Mi sento di affermare che, se il celibato, come tutte le consacrazioni particolari, sono grazie indispensabili e molto grandi per la Chiesa, essa si basa proprio essenzialmente sul carisma del Matrimonio, “Chiesa domestica”. Dio è Trinità, perciò Famiglia, e ha voluto proprio con la famiglia riprodurre una sua icona qui in terra: dalla famiglia cristiana, che vive nell’amore reciproco pieno (anche nelle piccole cose quotidiane) e quindi attua quello che dice Gesù in Mt 18,20: “Dove due o più… io [risorto e con la potenza dello Spirito Santo] sono in mezzo a loro”, nasce la Chiesa: la famiglia deve irradiare intorno a sé questa esperienza di “famiglia trinitaria”, formando poco per volta la Chiesa più grande, a incominciare dalla comunione con altre famiglie, con la comunità ecclesiale locale, su su fino a far diventare tutta la Chiesa “Famiglia”, per trasformare tutta l’umanità in un’unica famiglia.

Un grazie infinito dunque a tutti quelli che hanno risposto al carisma della vocazione al matrimonio e lo vivono in questo modo, nonostante tutte le difficoltà. Mi pare che l’esortazione apostolica del papa, “Amoris Laetitia”, al di là di alcuni particolari puramente pastorali che hanno (ingiustamente) sollevato tanto scalpore (come la misericordia verso i divorziati), nel suo contenuto centrale ridica e risottolinei in modo meraviglioso questa realtà.

Nella comunione reciproca profonda testimoniamo perciò l’Amore infinito della Famiglia di Dio, la Trinità, nel cui seno troveremo l’eterna beatitudine.

Don Aldo Bertinetti

Come Maria

Maria sposa. Maria sposa dello Spirito Santo. Ma ancora meglio, Maria sposa di Cristo.

Maria madre e sposa di Cristo. Così afferma don Bruno Forte, vescovo e teologo molto apprezzato. Maria sposa di Cristo perchè Maria è la Chiesa. Maria incarna tutto ciò che è Chiesa. Maria che non chiede nulla. Maria umile. Maria che non chiede ma si mette completamente a disposizione di Dio. Maria che attende e ascolta. Maria creatura perfetta non toccata dal peccato dei progenitori. Maria odiata da Satana. Satana che sa di essere meno di Dio ma non può invece accettare che una donna, una creatura non abbia mai ceduto alle sue tentazioni e alle sue insidie. Maria che non si domanda perchè proprio lei, ma chiede come poter essere serva del suo amato Dio. Maria indica la strada ad ogni moglie e ad ogni mamma. Maria che crede in ogni moglie e in ogni mamma. E ogni moglie e mamma che si affida come Maria al suo Signore compie meraviglie, rende di nuovo presente l’amore di Maria concretamente nel mondo, porta luce, amore e vita.

Come non pensare a Chiara Corbella. Chiara che come Maria ha accettato ogni figlio come dono di Dio per sè, per il suo sposo, per tutto il mondo. Chiara che non si è chiesta perchè i suoi due bambini avessero quelle malformazioni che rendevano loro la vita impossibile. Chiara ha visto in ognuno di loro un dono bellissimo, perfetto così, e quella mezzora in cui gli ha stretti tra le braccia prima di riconsegnarli al Padre, è stato per lei un momento di Grazia e di bellezza infinita. Alcune donne non vogliono figli. Dicono che questo mondo è troppo brutto, c’è troppa violenza per generare dei bambini. Queste donne si sono arrese, arrese alla paura, arrese allo scoraggiamento, arrese alla morte. Ogni bambino, come Gesù, è un dono. Un dono di Dio a tutto il mondo. Ogni figlio è vita, amore, speranza e luce.

Maria vera donna, vera moglie e vera madre diventi stella polare per ogni sposa. Non guardiamo a lei come ad una donna impossibile da imitare perchè troppo perfetta e bella.

Guardiamo a lei come colei che si è offerta completamente a Dio, si è abbandonata alla Sua volontà e che ha fatto dell’umiltà la propria veste. Ogni donna che riesce a mettere in pratica questo, come ha fatto Chiara, diviene come Maria e illumina la propria famiglia e il mondo intero con la luce di Dio.

Antonio e Luisa

I colori dell’amore

Perché è giusto e bello sposarsi in Chiesa?

Come prepararsi a un passo così importante?

Come farne tesoro per tutta la vita?

Proviamo a capirlo insieme.

Non si tratta di una semplice convenzione sociale,

ma del momento decisivo in cui sull’amore dei due

viene impresso il sigillo dell’amore eterno.

È il dono che potrà renderli capaci di amarsi fedelmente,

camminando uniti nella buona e nella cattiva sorte,

per costruire una nuova famiglia di figli di Dio.

È la sfida e la promessa di un amore

che sia ogni giorno nuovo

e che non abbia fine…

 

1. I colori dell’amore. Erano centinaia le coppie venute a celebrare col Vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda. Fu così che gli interrogativi dei fidanzati mi raggiunsero come “suoni colorati”: il rosso mi domandò come l’amore potesse essere sempre vivo. Il colore del sangue e del fuoco – risposi -, colore della vita che scorre e del calore che riscalda, ci aiuta a capire come la bellezza e la durata dell’amore siano legate alla vita che vi si investe, all’ardore con cui lo si vive e al prezzo che si è pronti a pagare per esso. Il bianco mi chiese chi potesse dare a una coppia, formata da creature fragili e limitate, la forza di un simile amore: mi venne naturale dire che come il bianco è il colore della luce, che tutto abbraccia facendo risaltare la forma di ogni cosa, così l’amore che ci avvolge e dà a ciascuno la consistenza dei propri doni e delle proprie capacità è l’amore di Dio. Presente Lui nel rapporto di coppia, invocata e accolta la Sua luce, non mancherà la forza di amare. Il giallo mi domandò se l’amore potesse essere eterno: il colore dell’oro, risposi, rimanda allo splendore di Dio, che solo può garantire l’eternità del dono reciproco fra i due. Più la coppia è unita a Lui, docile al Suo Spirito di santità, più l’amore è anticipo di eternità. L’azzurro mi chiese come può esprimersi al meglio l’amore nella vita di coppia: colore del cielo, continuamente cangiante, ma sempre abissalmente profondo, l’azzurro fa pensare a un rapporto sempre nuovo, che sa passare dalle nuvole al sole dorato, dai colori roventi dell’aurora e del tramonto a quelli del meriggio o della notte, senza perdere mai la profondità, cui attingere e da cui far scaturire la linfa del dono reciproco, radicato nell’amore eterno. Il verde mi domandò come si potesse guardare avanti con fiducia nella vita insieme: colore della speranza, dissi, contiene in sé la risposta. Un amore che non spera non è neanche amore: la speranza è l’amore proiettato in avanti, è la dilatazione del dono reciproco al tempo che verrà, ed è tanto più affidabile, quanto più è radicata nelle sorgenti eterne, che ci danno il coraggio e la forza di amare. Infine, il rosa mi chiese come vanno vissute le relazioni di coppia per crescere e perseverare nell’amore: colore della mitezza – risposi – indica da sé la risposta, che punta sul rispetto reciproco, sulla capacità di rapportarsi l’uno all’altro con la disponibilità ad ascoltarsi e comprendersi. Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere ed indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia, ma anche a come – per essere autentico – esso debba muoversi su alcune note di fondo, la profondità, la fedeltà, il ricorso ad un amore più grande, che non ci abbandonerà mai. Il settimo colore era la somma di tutti, il loro canto fermo, la loro armonia, più forte di ogni lacerazione: il colore della luce, quello di una vita unificata in tutti i suoi rapporti dall’amore…

2. I colori di Dio: il bianco della luce, il rosso della passione e l’oro dell’eternità. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge ed in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla Croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità. Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: “Quando ami non dire: ‘Ho Dio nel cuore’; dì piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’”. Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da Lui verso il futuro, che Egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella Croce e Risurrezione del Signore Gesù. È lì che la fede riconosce anzitutto la presenza del Padre, eterna sorgente dell’Amore, gratuità pura e assoluta, che amando dà inizio a ogni cosa e non smette di amare neanche di fronte al peccato degli uomini, fino a non risparmiare Suo Figlio e a consegnarlo per tutti noi. Accanto all’eterno Amante, la fede contempla sulla Croce il Figlio abbandonato per amore nostro, l’eterno Amato, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la Sua vita fra noi ci fa riconoscere e accogliere l’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede si apre infine all’opera dello Spirito Santo, che unisce l’uno all’altro nel vincolo dell’amore eterno ed insieme li apre al dono di questo stesso amore: estasi di Dio, lo Spirito viene a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo e irradiante. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: “In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore”. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (Sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci.

3. Immersi nei colori del Dio amore. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’essere è, nel più profondo, amore e l’uomo è fatto per amare. Tutto è immerso nei colori dell’amore eterno e vive in essi: e quando il nostro cuore si apre nella fede a questo amore, proclamato e donato nella Parola di Dio e nei Sacramenti, ecco che diventa possibile anche alla nostra fragilità la gratuità di un amore sempre nuovo. È il miracolo della carità, che nel rapporto di coppia è tanto necessaria per non rinunciare mai a prendere l’iniziativa del dono e del perdono verso l’altro e per camminare uniti nelle piccole e grandi scelte della vita. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15,12). “Siano in noi una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21). Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno. La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella Croce e Risurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel Suo santo nome, può fondare famiglie, che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in Chiesa!

4. L’alleanza nuziale e il colore del cielo. Il sacramento del matrimonio è l’alleanza definitiva fra un uomo e una donna, benedetta nel nome della Trinità, davanti alla Chiesa. Esso si fonda sul disegno divino per il quale l’uomo e la donna sono costituiti in un’unità originaria, radice della loro pari dignità e della loro vocazione alla reciprocità: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (2,24). Quest’unione è simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. nel profeta Osea i capitoli 1-3 o il Cantico dei Cantici), definitiva come lo è la fedeltà dell’Eterno: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Matteo 19,6). Nell’amore dei due, incondizionato e totale, è l’amore di Cristo per la Chiesa che viene a comunicarsi ed esprimersi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Efesini 5,31s). Perciò, la fede riconosce nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i coniugi un vincolo sacro, di cui essi stessi sono ministri. Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita. Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da Lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno “di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita”, di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard).

5. Lo stile dell’amore: il verde della speranza e il rosa della tenerezza. Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni. Lo testimonia la Sposa del Cantico dei Cantici, meraviglioso inno all’amore: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore” (8,6). Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra. L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella?

6. La tavolozza dell’amore e gli altri colori. Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione. Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezzee le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale. Gli stessi colori “di transizione”, tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?” La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: “Dio sarà il nome di famiglia”. La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo, anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno.

7. La somma di tutti i colori. È la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio. È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!” (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da Lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della Sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro. Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso del dialogo e del dono senza fine, che unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato o donerai la vita, grazie perché li hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te. Aiutali a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno, e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, che è rispetto, attenzione, cura e giustizia verso ogni persona. Benedici il loro amore, mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre nuova, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Te lo chiediamo per Cristo, Sposo della Chiesa, nello Spirito dell’eterna alleanza nuziale, confidando nell’intercessione di Maria, la Sposa delle nozze eterne. Amen.

8. Decalogo dell’Amore coniugale e familiare. Questo decalogo, che ho scritto anni fa insieme ad alcune coppie e che ha aiutato tante di esse a verificarsi sull’amore e a viverne i colori, meravigliosi e talvolta difficili, potrà servire anche a Te / a Voi due come semplice guida a fare un esame di coscienza, che spero sia opportuno e proficuo. Te / Ve lo offro come un mio piccolo dono d’amore:

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero

2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro

3. Prendi sempre l’iniziativa di perdonare e di donare

4. Sii trasparente con l’altro e ringraziala/o della sua trasparenza con te

5. Ascolta sempre l’altro, senza trovare alibi per chiuderTi o evadere da lui/lei

6. Rispetta i figli come persone libere

7. Dà ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo/alla tua sposa

8. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli e sappi discuterne con loro

9. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande

10. Sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza di Lui.

(don Btuno Forte)

Ci si sposa per amore, ma ci salva la misericordia

Solo “la misericordia di Dio per gli uomini e degli uomini tra di loro può salvare la cosa più preziosa e più fragile che c’è, in questo momento, nel mondo, il matrimonio e la famiglia”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che nella parte finale della predica della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa nella basilica vaticana, ha spiegato che “avviene nel matrimonio qualcosa di simile a quello che è avvenuto nei rapporti tra Dio e l’umanità, che la Bibbia descrive, appunto, con l’immagine di uno sposalizio”, e cioè che “all’inizio di tutto c’è l’amore, non la misericordia. Questa interviene soltanto in seguito al peccato dell’uomo”. “Anche nel matrimonio, all’inizio non c’è la misericordia, ma l’amore”, l’analogia di Cantalamessa: “Non ci si sposa per misericordia, ma per amore. Ma dopo anni, o mesi, di vita insieme, emergono i limiti reciproci, i problemi di salute, di finanze, dei figli; interviene la routine che spegne ogni gioia”. “Quello che può salvare un matrimonio dallo scivolare in una china senza risalita – ha assicurato il religioso – è la misericordia, intesa nel senso pregnante della Bibbia, e cioè non solo come perdono reciproco, ma come un rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità”. “La misericordia fa sì che all’eros si aggiunga l’agape, all’amore di ricerca quello di donazione e di con-passione”, ha affermato Cantalamessa, che si è chiesto: “Dio si impietosisce dell’uomo: non dovrebbero marito e moglie impietosirsi l’uno dell’altro? E non dovremmo, noi che viviamo in comunità, impietosirci gli uni degli altri, anziché giudicarci?”.

(Raniero Cantalamessa)

La fiamma dell’amore di Dio

Cosa è un sacramento? Cosa significa che due sposi sono immagine dell’amore di Dio. Immagine presente nella loro relazione d’amore sponsale. Vi porto un esempio di due cari amici. Giancarlo e Maria (che se leggono saluto caramente). Un sacramento è segno di una realtà altra che però è presente, reale concreta ed efficace.

Prendiamo il sole e prendiamo una candela accesa. La fiamma della candela è segno del sole. Attraverso la fiamma della candela possiamo vedere e capire, anche se molto limitatamente, qualcosa del sole. E’ un segno efficace, perché ne percepiamo la luce e se ci avviciniamo ne sentiamo il calore fino a scottarci.

Il sole è Dio naturalmente e noi sposi siamo la candela accesa. Dio è presente nel nostro amore.  Siamo la fiamma del Signore e chi si avvicina a noi dovrebbe sentire il calore di Dio. Papa Francesco ha espresso questa verità con la sua consueta semplicità ed acutezza:

..gli sposi, in forza del sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa.

Siamo consapevoli di essere quella candela?

Antonio e Luisa

 

Gesù viene ad abitare il nostro amore

L’Avvento. L’Avvento è tempo di attesa e di preparazione. Si attende l’amore e la vita che viene ad abitare la nostra storia. L’Avvento è tempo per noi di fermarci un attimo a pensare, pensare a quando la nostra vita era in attesa. In attesa di trovare il senso nella vocazione al matrimonio. In attesa di incontrare quella donna o quell’uomo con cui costruire la nostra famiglia e la nostra via verso la pienezza dell’amore nell’abbraccio di Cristo. Un’attesa che non è stata passiva, ma un’attesa che ci ha permesso di prepararci all’incontro con l’altro/a. Incontro che è diventato relazione. Relazione che è diventata sacramento. Sacramento che è culla di Gesù. Percvhé nel matrimonio Gesù prende dimora nel nostro amore e ne diviene custode e garante. L’Avvento è un tempo privilegiato per fermarsi, bisogna trovare il tempo di fermarsi, e per contemplare. Per contemplare le meraviglie che Gesù ha compiuto in noi e nel nostro matrimonio. Gesù che nasce ogni giorno nella nostra relazione, ogni mattina che, appena aperti gli occhi al giorno, ci scegliamo nuovamente. La nostra nostra promessa diventa nuovamente culla come il giorno delle nozze. Non preoccupiamoci se ciò che possiamo offrire non è che miseria e povertà. Gesù è nato in una mangiatoia ma ne ha fatto dimora di Re. Così può essere il nostro matrimonio. Prepariamo la culla al Bambinello con la nostra fedele volontà e lui farà della nostra miseria la sua casa, ne farà qualcosa di prezioso ed unico, ne farà un amore trasparente, attraverso di noi si vedrà Lui.

Antonio e Luisa

La castità 2)L’amore sponsale non si astiene

Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

 

Io sono per te e tu per me

Riflessione tratta da un blog che consiglio di visitare

 

La bellezza dello sposo e la sposa sono un inno alla gioia dell’ amore, alla freschezza dello sguardo e all’ammirazione che abbiamo l’uno per l’altra. L’amore di due sposi pur sempre bello e premuroso può avvolte anche zoppicare, nei vari problemi quotidiani ma è pur sempre amore che diventa segno tangibile e immagine dell’amore di Dio. […]

via Io sono per te e tu per me — La Famiglia, Chiesa domestica

La castità. 1) Castità uguale regalità

Oggi parte un mini ciclo. Ho deciso di fare alcuni riflessioni sulla castità matrimoniale, divise in più puntate, in modo da approfondire al meglio (al mio meglio) questo importante concetto e tradurlo in uno stile di vita e gesti concreti.

Noi siamo re. Gesù con il battesimo ci ha reso uno con Lui e ci ha reso partecipi del suo essere Sacerdote, Profeta e Re. La nostra dimensione regale si esercita anche nel dominare le nostre pulsioni, i nostri desideri e la nostra concupiscenza e indirizzare la nostra vita, le nostra azioni,le nostre parole e i nostri gesti verso il bene nostro e del prossimo. La castità è esattamente questo. Vivere il nostro matrimonio e il nostro amore nella pienezza e nella verità, viverli da re, come Gesù re e servo dell’amore e non da schiavi dei nostri istinti e del nostro egoismo.

La castità coniugale consiste nel vivere con tutto il proprio essere la crescita dell’amore sponsale, impegnandosi in modo pratico e costante ad esprimerlo con atti d’amore corporei moralmente giusti e conformi alla sensibilità dell’amato/a.

E’ un modo di essere esistenziale, che abbraccia la totalità della persona: cuore e corpo, sentimenti ed emozioni, trasformandola in amore sponsale attivo, rispettoso della verità dell’amore, dell’ecologia del corpo, e della sensibilità degli sposi.

La castità coniugale, nel suo costante esercizio, consente agli sposi di maturare nell’amore e di esprimersi amore sempre più intensamente, in modo tale che esso diventi reale profezia dell’amore divino.

Il pontificio consiglio per la famiglia così si esprime:

Ciò comporta che essi (gli sposi n.d.r) siano coscienti che nel loro amore è presente l’amore di Dio, perciò, anche la loro donazione sessuale dovrà essere vissuta nel rispetto di Dio e del suo disegno d’amore, con fedeltà, onore e generosità, verso il coniuge e verso la vita che può sorgere dal loro gesto d’amore…. Perciò il cristiano nel matrimonio è chiamato a vivere tale donazione all’interno della propria relazione personale con Dio, quale espressione della sua fede e del suo amore per Dio e quindi con la fedeltà e la generosa fecondità che contraddistinguono l’amore divino.

La castità è un dono dello Spirito Santo di cui Dio ci ha colmato in abbondanza. La castità è un dono di Dio da perfezionare e migliorare nella nostra relazione per essere sempre più amore l’uno per l’altra. Giovanni Paolo II durante un udienza ebbe a dire:

Così dunque l’ordine interiore della convivenza coniugale, che consente alle manifestazioni affettive di svilupparsi secondo la loro giusta proporzione e significato, è frutto non solo delle virtù in cui i coniugi si esercitano, ma anche dei doni dello Spirito Santo con cui collaborano.

La castità ci è donata nel matrimonio, spetta a noi, rivestirci di essa e mostrarci come Re alla nostra sposa o al nostro sposo.

Antonio e Luisa

Un vestito da indossare.

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Questo breve passo della lettera di San Paolo ai Romani faceva parte della liturgia di domenica scorsa. prima di Avvento. Una parola mi è rimasta particolarmente impressa nella mente: Rivestitevi di Gesù. Gesù come abito. Gesù come corazza. Gesù come abitudine. Abitudine è una parola che deriva direttamente da abito. Solo se ci rivestiamo di Cristo, solo se Cristo diventa un modo d’agire, solo se diventa una predisposizione del nostro animo, solo se diventa uno stile di vita, solo se diventa il nostro orizzonte nelle scelte di ogni giorno, solo se diventa appunto abitudine nella nostra vita, allora può essere anche corazza che difende le nostre scelte e la nostra vita nei momenti di difficoltà, di aridità, di buio.

Essere vestiti di Cristo significa servire ed amare. Se ci impegniamo a farlo quando è facile, se diventa un’abitudine, avremo le difese per non perderci quando la vita si fa difficile e le scelte dolorose e impegnative.

Abituiamoci ad amare per saperlo fare anche quando sembra impossibile, Cristo è con noi, Cristo è il nostro abito perchè abita la nostra vita, il nostro corpo e la nostra anima.

Antonio e Luisa