La tentazione non va ascoltata!

Il Papa, durante la sua omelia a Santa Marta, ha affrontato il tema delle tentazioni. Ecco un breve passaggio di ciò che ha detto:

Il diavolo circuisce con il dialogo Le tentazioni portano a nasconderci dal Signore, rimanendo con la nostra “colpa”, col nostro ”peccato”, con la nostra “corruzione”. Partendo dall’odierna prima lettura dal Libro della Genesi, Papa Francesco si sofferma sulla tentazione di Adamo ed Eva, poi su quella di Gesù nel deserto. È il diavolo – spiega – che “si fa vedere in forma di serpente”: è “attraente” e con la sua astuzia cerca di “ingannare”, è “specialista” in questo, è il “padre della menzogna”, è un “bugiardo”. Sa quindi come ingannare e come “truffare” la gente. Lo fa con Eva: la fa “sentire bene”, spiega il Papa, e così comincia il “dialogo” e “passo dopo passo” Satana la porta dove vuole lui. Con Gesù è diverso, per il diavolo “finisce male”, ricorda Francesco. “Cerca di dialogare” con Cristo, perché “quando il diavolo circuisce una persona lo fa con il dialogo”: tenta di ingannarlo, ma Gesù non cede. Quindi il diavolo si rivela per quello che è, ma Gesù dà una risposta “che non è sua”, è quella della Parola di Dio, perché “col diavolo non si può dialogare”: si finisce come Adamo ed Eva, “nudi”:“Il diavolo è un mal pagatore, non paga bene! E’ un truffatore! Ti promette tutto e ti lascia nudo. Anche Gesù è finito nudo ma sulla croce, per obbedienza al Padre, un’altra strada. Il serpente, il diavolo è astuto: non si può dialogare col diavolo. Tutti noi sappiamo cosa sono le tentazioni, tutti sappiamo, perché tutti ne abbiamo. Tante tentazioni di vanità, di superbia, di cupidigia, di avarizia… Tante”.  (tratto da Avvenire).

E’ sorprendente come ci si ritrovi in queste parole. Almeno io ci sono dentro completamente. Se mi guardo indietro, nella mia vita matrimoniale, molte volte mi sono fatto raggirare da Satana. E avviene proprio come lo ha spiegato papa Francesco. Si inizia con poco, basta un torto presunto o reale ricevuto, una mancanza di attenzione, un tono di voce sbagliato. Con me Satana non faceva troppa fatica. Incominciavo quel dialogo interno sempre più o meno uguale: non mi considera abbastanza, perché non capisce che ne ho bisogno, non apprezza tutto quello che faccio, mi dà troppo per scontato, non si merita tutte le mie attenzioni, pretende troppo da me, lo sapeva che ero così e mille altri motivi. Tutte questi pensieri negativi se li tieni dentro ti intossicano. Bisogna avere la forza e la determinazione di buttarli fuori, per non lasciare spazio al diavolo che vuole dividere. Bisogna avere l’intelligenza e la capacità di non pretendere che l’altro/a capisca tutto ma parlarne in un dialogo franco e costruttivo. Può capitare di litigare, non tutti riescono a mantenere sempre il controllo e non è detto che sia sempre un male, ma non bisogna tenersi dentro la frustrazione e l’insoddisfazione. La preghiera è decisiva in questo. La preghiera non è una magia ma permette di spostare l’attenzione dal divisore, il diavolo, a colui che ci ha unito indissolubilmente, Gesù. La preghiera permette di tornare all’origine, di ricordare che quella persona che ti ha ferito, ti è stata donata da Dio perché in te potesse trovare un compagno di viaggio e che potesse accoglierla con tutte le sue fragilità. La preghiera ti offre un orizzonte non solo orizzontale ma ti permette di alzare gli occhi al cielo e di comprendere quanto piccola sia quella situazione che sta rischiando di rompere qualcosa nella relazione, in confronto alla bellezza di una vita insieme vissuta alla luce dell’eterno di Dio. La preghiera ti mostra la strada, ti cancella la nebbia che non permette di vedere l’unica via possibile che è quella del perdono. La preghiera rimette le cose al loro posto e davvero permette di cancellare il male subito e di aprire il cuore al perdono, rendendo quella situazione, di piccola o grande sofferenza, un’occasione per amare ancora di più e crescere nella relazione.

Antonio e Luisa

Fare l’amore o farsi amore?

Fare l’amore. E’ di uso comune usare questa accezione per indicare il rapporto sessuale tra due persone legate affettivamente. Come se l’amore fosse racchiuso nelle sensazioni ed emozioni che quel gesto così totalizzante fa sperimentare. Questo è il concetto che la nostra società ci presenta come modello unico di relazione o, almeno, l’unico che soddisfa. Ma è davvero così? I fidanzati vivono questo amore, tanto che quelli che decidono di vivere in castità sono visti dai coetanei con la  curiosità di chi non capisce e considerati quasi folcloristici. Il sentire diviene la realtà fondante che gestisce l’amore.  Un sentire sentimentale e corporeo diventa l’unico modo d’amare. Quando questo decade, non esiste più l’amore. Tanti fidanzati, e purtroppo anche tanti sposi, vanno in crisi perchè non sentono più nulla.Gli stessi cristiani dicono spesso degli sposi in crisi:  “Perchè devono stare insieme se non sentono più nulla?” Si dimentica, o peggio non si è mai compreso, che il sentire non è l’amore, ma un effetto dell’amore.

Questa visione dell’amore porta in sè diversi pericoli:

  • l’attrazione fisica è ridotta a quella sensuale. Ciò spiega il fallimento di tanti matrimoni. Solo l’attrazione fisica autentica è pilastro del matrimonio.  L’attrazione fisica autentica poggia sulla bellezza soggettiva , che abbraccia la totalità della persona, la dimensione fisica ed interiore. Questa bellezza implica la bellezza sensuale, ma non si riduce ad essa.
  • Il piacere sessuale è visto come amore e sua somma esperienza. L’amplesso fisico non è vissuto come momento di incontro e donazione degli sposi, ma come ricerca di piacere e di sensazioni fisiche. Tutto si riduce a un orgasmo. L’amore autentico viene svilito. La non comprensione di ciò genera crisi matrimoniali ed infedeltà.
  • L’esaltazione degli anticoncezionali e la svalutazione dei metodi naturali. La ricerca spasmodica del piacere non ammette limitazioni. Gli anticoncezionali sono visti come mezzo per separare l’amplesso fisico dalla procreazione e non avere così impedimenti alla ricerca del piacere, considerato indispensabile al benessere fisico e mentale.
  • La svalutazione delle doti corporee che esprimono l’amore matrimoniale: dolcezza, tenerezza e sentimento.   La dolcezza e la tenerezza sono doti corporee che spesso vengono sviluppate solo al fine di arrivare all’amplesso fisico. Questo modo di intenderle durante il fidanzamento influenza poi il matrimonio. Gli sposi sono spesso incapaci di vivere la tenerezza e l’attenzione tra loro se non in vista del rapporto fisico. Tutto ciò, alla lunga, rende questi gesti percepiti come falsi, causando incomprensioni e sofferenze. Senza contare che nel matrimonio esistono periodi in cui i rapporti sessuali sono più diradati e, se non si è imparato a vivere la dolcezza e tenerezza come modalità d’amare, si arriverà all’aridità e al deserto sentimentale tra gli sposi.

Cosa c’è di sbagliato in tutto ciò? Il centro delle attenzioni non è mai l’altro, ma sempre se stessi. I propri bisogni, le proprie pulsioni, la propria ricerca di sensazioni e di emozioni  sono il motore del rapporto. Tutto diventa importante solo in riferimento a questo.   Non si impara a spostare l’attenzione verso l’altro. Non si impara a FARSI AMORE. Farsi amore significa spostare l’attenzione sull’altro/a. Mettere al centro le sue esigenze e farne il centro delle nostre attenzioni e tenerezze.  Così, non solo potremo approfondire nel fidanzamento il dialogo e la conoscenza reciproca, ma impareremo e ci educheremo al dono e al sacrificio per il bene dell’altro. Perchè la vera prova d’amore non è lasciarsi trasportare dalla passione ma saperla dominare e saper aspettare. Aspettare che quel gesto così bello abbia un significato autentico, che quello che diciamo col corpo sia espressione dell’unione definitiva dei nostri cuori.  Solo così impareremo a donarci gratuitamente e non condizionando il nostro dono all’appagamento sessuale ed emotivo che riceviamo in cambio, capacità che risulterà determinante poi nel matrimonio.  Le persone che hanno vissuto un fidanzamento casto e non hanno avuto rapporti prima del matrimonio difficilmente falliscono dopo  perchè sono capaci di nutrire il rapporto in ogni situazione. Solo se impareremo a FARCI AMORE potremo FARE L’AMORE e non solo del sesso. Solo se impareremo a FARCI AMORE, il nostro FARE L’AMORE sarà espressione di un amore autentico e bellissimo con il quale sperimentare nella carne il dono di sè vissuto in ogni momento della vita.

Antonio e Luisa.

Il matrimonio è meraviglioso: diciamolo

Sono arrabbiato e deluso. Il matrimonio è ormai da tempo sotto attacco. E’ considerato un istituto vetusto che odora di naftalina. Un istituto che non rappresenta più le esigenze della nostra società, sempre più libera ed emancipata. Non è più tempo di legarsi per la vita. Oggi è il tempo del fluido. Siamo sempre più fluidi, siamo fluidi nel lavoro, siamo fluidi nelle relazioni, siamo fluidi anche nella nostra identità di uomo e di donna. Ci vogliono far credere che per essere felici non bisogna accontentarsi mai, bisogna sempre cercare qualcosa di più, qualcosa che possa riaccendere la passione e le emozioni. Lo stato non fa nulla per evitare tutto ciò e si comporta come una madre stolta, che incapace di educare il proprio figlio lo vizia saziandolo dei suoi capricci e pulsioni ma rendendolo così debole ed infelice. Delibera il divorzio sempre più breve perchè si possa tornare liberi (come se bastasse per cancellare le ferite),  ma senza offrire nulla per cercare di recuperare una relazione in crisi. Delibera il matrimonio gay perchè nessuno si senta escluso, ma non fa nulla per quelle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Ti offre l’aborto libero, anonimo  e gratuito ma non si impegna ad aiutare quelle mamme che non sanno come fare per gestire una gravidanza non attesa.  Ma non mi aspetto molto dal mio governo perchè ha dimostrato di non agire per il bene comune ma solo spinto da motivazioni ideologiche ed economiche. La delusione più grande è venuta da parte della Chiesa. Fortunatamente non dal Papa che è un dono del cielo per questi tempi, ma tanti vescovi e sacerdoti  si sono dimostrati miopi e ignoranti. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Non si può commettere un errore tanto banale quanto dannoso come disprezzare il matrimonio cristiano. Non si può, in nome della misericordia, cancellare il profondo significato di un sacramento che mostra Dio in un uomo e una donna uniti in modo indissolubile dalla Grazia. Come se a rendere tutti poveri chi lo è si potesse sentire meglio. Non si può. Se si riduce tutto a una relazione tra un uomo e una donna con un vago coinvolgimento di Dio come si fa a rendere il matrimonio affascinante? Perchè un ragazzo di oggi dovrebbe accettare di giocare tutto di sè, dovrebbe accettare di impegnarsi per la vita con un’altra persona, se non gli si prospetta qualcosa di grande, per cui valga la pena spendersi?  Oggi manca proprio questo: la grandezza e la bellezza. Quanti si accontentano di relazioni precarie, di relazioni condizionate, di relazioni senza orizzonte, senza una meta. Quanti si accontentano di relazioni in cui si è sempre sotto esame, dove magari si deve fingere di volere ciò che l’altro/a vuole, dove non si è liberi di essere ciò che si è ma solo quello che l’altro si aspetta per paura di perderlo. Quanti si accontentano di relazioni basate sull’egoismo dove si diventa strumento di piacere emotivo, affettivo e sessuale per l’altro/a. Almeno la Chiesa non perda la forza di dire sempre che si può amare in modo diverso, che si può amare veramente e pienamente e che per la coppia questo si può fare nel matrimonio. Matrimonio sacramento di Dio, anzi aggiungo sacramento perenne di Dio. Diciamolo che è perenne!!! Scommetto che non sapete neppure cosa significa. I sacramenti perenni sono solo due: l’Eucarestia e il Matrimonio. In tutti gli altri c’è presenza reale di Cristo durante il rito ma poi terminato ne permangono solo gli effetti della Grazia. Nell’Eucarestia e nel matrimonio non è così. La presenza reale di Cristo non termina mai, finchè non si consuma quel pane e quel vino e finchè gli sposi sono in vita. Non a caso il vescovo di Bergamo Beschi per far capire questa verità ad alcuni giovani sposi si è inginocchiato davanti a loro dicendo che in loro stava adorando Gesù come davanti al Santissimo Sacramento. Così si fa! Solo se si saprà tornare a far comprendere la grandezza e la bellezza di questo sacramento tanto svilito, solo allora il matrimonio tornerà a piacere. Perchè i giovani, molto più di quello che crediamo, sono pronti a spendersi senza risparmio, ma solo se gli si prospetta  un ideale meraviglioso e possibile, che possono ammirare in tante coppie che già lo vivono. Ecco perchè la decisione di qualche giorno fa della diocesi di Milano, di non far festeggiare la festa della famiglia alle coppie con il rinnovo delle promesse, è stata una scelta idiota. La bellezza va mostrata, perchè la fede si trasmette per contagio. Solo facendo ammirare l’amore vissuto di tante coppie felici nonostante tutte le difficoltà che ci sono, potremo sperare di suscitare il desiderio di vivere un amore altrettanto grande ai nostri giovani. In Amoris Laetitia il Papa scrive, tra le altre cose, che per contrastare la crisi odierna servono non solo sacerdoti preparati che sappiano accompagnare e spiegare, ma soprattutto coppie che sappiano parlare ai giovani con la loro testimonianza di vita. Questa estate Luisa ed io ci siamo, per l’ennesima volta, rinnovato le promesse matrimoniali. I nostri figli erano lì accanto a noi, come frutto visibile e concreto del nostro amore. Erano più emozionati di noi e sono sicuro che, non tanto quello che ci siamo detti, ma i nostri sguardi, la nostra emozione, anche le nostre lacrime hanno lasciato in loro questa certezza che l’amore è una cosa grande. Sono sicuro che l’insegnamento più grande che siamo riusciti a trasmettere loro, è l’amore che ci siamo donati,  come io ho amato la loro mamma e come la loro mamma ha amato me. Quando saranno più grandi, e il mondo gli offrirà una vita da mendicanti d’amore, spero e confido che avranno la consapevolezza di non svendersi, di volere di più, perchè l’amore vero, quello di Cristo, non è fantascienza ma è qualcosa che hanno sperimentato nella loro casa.

Antonio e Luisa.

Le parole della famiglia: permesso, grazie e scusa.

Proseguiamo con altri tre punti di Amoris Laetitia.

133. L’amore di amicizia unifica tutti gli aspetti della vita matrimoniale e aiuta i membri della famiglia ad andare avanti in tutte le sue fasi. Perciò i gesti che esprimono tale amore devono essere costantemente coltivati, senza avarizia, ricchi di parole generose. Nella famiglia «è necessario usare tre parole. Vorrei ripeterlo. Tre parole: permesso, grazie, scusa. Tre parole chiave!».[132] «Quando in una famiglia non si è invadenti e si chiede “permesso”, quando in una famiglia non si è egoisti e si impara a dire “grazie”, e quando in una famiglia uno si accorge che ha fatto una cosa brutta e sa chiedere “scusa”, in quella famiglia c’è pace e c’è gioia».[133] Non siamo avari nell’utilizzare queste parole, siamo generosi nel ripeterle giorno dopo giorno, perché «alcuni silenzi pesano, a volte anche in famiglia, tra marito e moglie, tra padri e figli, tra fratelli».[134] Invece le parole adatte, dette al momento giusto, proteggono e alimentano l’amore giorno dopo giorno.

134. Tutto questo si realizza in un cammino di permanente crescita. Questa forma così particolare di amore che è il matrimonio, è chiamata ad una costante maturazione, perché ad essa bisogna sempre applicare quello che san Tommaso d’Aquino diceva della carità: «La carità, in ragione della sua natura, non ha un limite di aumento, essendo essa una partecipazione dell’infinita carità, che è lo Spirito Santo. […] Nemmeno da parte del soggetto le si può porre un limite, poiché col crescere della carità, cresce sempre più anche la capacità di un aumento ulteriore ».[135] San Paolo esortava con forza: «Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti» (1 Ts 3,12); e aggiunge: «Riguardo all’amore fraterno […] vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più» (1 Ts 4,9-10). Ancora di più. L’amore matrimoniale non si custodisce prima di tutto parlando dell’indissolubilità come di un obbligo, o ripetendo una dottrina, ma fortificandolo grazie ad una crescita costante sotto l’impulso della grazia. L’amore che non cresce inizia a correre rischi, e possiamo crescere soltanto corrispondendo alla grazia divina mediante più atti di amore, con atti di affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più allegri. Il marito e la moglie «sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono».[136] Il dono dell’amore divino che si effonde sugli sposi è al tempo stesso un appello ad un costante sviluppo di questo regalo della grazia.

135. Non fanno bene alcune fantasie su un amore idilliaco e perfetto, privato in tal modo di ogni stimolo a crescere. Un’idea celestiale dell’amore terreno dimentica che il meglio è quello che non è stato ancora raggiunto, il vino maturato col tempo. Come hanno ricordato i Vescovi del Cile, «non esistono le famiglie perfette che ci propone la pubblicità ingannevole e consumistica. In esse non passano gli anni, non esistono le malattie, il dolore, la morte […]. La pubblicità consumistica mostra un’illusione che non ha nulla a che vedere con la realtà che devono affrontare giorno per giorno i padri e la madri di famiglia».[137] È più sano accettare con realismo i limiti, le sfide e le imperfezioni, e dare ascolto all’appello a crescere uniti, a far maturare l’amore e a coltivare la solidità dell’unione, accada quel che accada.

In questi tre capitoli ci sono due concetti che, secondo me, vanno approfonditi. Il primo riguarda le tre parole permesso, grazie e scusa. Papa Francesco lo ha ricordato in diverse occasioni. Esistono tre parole, che se usate abitualmente, permettono alla coppia di vivere unita e di superare le difficoltà: permesso grazie  e scusa. Sembra che il Papa stia semplificando troppo quello che è il rapporto d’amore tra due sposi. Non è così. Dietro quelle tre parole si nasconde un significato decisivo nel matrimonio. L’altro non è cosa nostra. L’altro è un dono, l’altro è un incontro, un’opportunità, a volte anche uno scontro. Dicendo permesso, riconosciamo l’altro come qualcuno diverso da noi, come un mistero che richiede tutto il nostro rispetto quando ci avviciniamo. L’altro ha una storia, un corpo, un cuore, un’anima che attraverso il matrimonio ci vuole donare. Noi dobbiamo toglierci i calzari quando entriamo nella sua vita, nella sua anima e nel suo corpo, perchè è terreno sacro. Rispettare l’alterità per incontrare e non rubare, per abbracciare e non soffocare, per amare e non possedere. Grazie è la parola del dono ricevuto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Scusa è la parola di chi vuole ricominciare. La parola di chi si riconosce fragile e limitato, ma che non smette di avere fiducia nel perdono di Dio e dell’altro. Scusa è il primo passo per ricominciare. Scusa è la parola che permette di mettere l’altro prima di te. Scusa è la parola di chi ha nostalgia della bellezza perduta col suo agire. Il Papa con tre semplici parole ha riassunto sapientemente il matrimonio nella sua essenza relazionale. Da queste tre parole, con la Grazia di Dio, si può partire per costruire qualcosa di meraviglioso.

Il secondo concetto riguarda la Grazia del matrimonio.  Il matrimonio non è una magia, che ci garantisce che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato e sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

 

Sposarsi è molto più che convivere.

131. Voglio dire ai giovani che nulla di tutto questo viene pregiudicato quando l’amore assume la modalità dell’istituzione matrimoniale. L’unione trova in tale istituzione il modo di incanalare la sua stabilità e la sua crescita reale e concreta. E’ vero che l’amore è molto di più di un consenso esterno o di una forma di contratto matrimoniale, ma è altrettanto certo che la decisione di dare al matrimonio una configurazione visibile nella società con determinati impegni, manifesta la sua rilevanza: mostra la serietà dell’identificazione con l’altro, indica un superamento dell’individualismo adolescenziale, ed esprime la ferma decisione di appartenersi l’un l’altro. Sposarsi è un modo di esprimere che realmente si è abbandonato il nido materno per tessere altri legami forti e assumere una nuova responsabilità di fronte ad un’altra persona. Questo vale molto di più di una mera associazione spontanea per la mutua gratificazione, che sarebbe una privatizzazione del matrimonio. Il matrimonio come istituzione sociale è protezione e strumento per l’impegno reciproco, per la maturazione dell’amore, perché la decisione per l’altro cresca in solidità, concretezza e profondità, e al tempo stesso perché possa compiere la sua missione nella società. Perciò il matrimonio va oltre ogni moda passeggera e persiste. La sua essenza è radicata nella natura stessa della persona umana e del suo carattere sociale. Implica una serie di obblighi, che scaturiscono però dall’amore stesso, da un amore tanto determinato e generoso che è capace di rischiare il futuro.

132. Scegliere il matrimonio in questo modo esprime la decisione reale ed effettiva di trasformare due strade in un’unica strada, accada quel che accada e nonostante qualsiasi sfida. A causa della serietà di questo impegno pubblico di amore, non può essere una decisione affrettata, ma per la stessa ragione non la si può rimandare indefinitamente. Impegnarsi con un altro in modo esclusivo e definitivo comporta sempre una quota di rischio e di scommessa audace. Il rifiuto di assumere tale impegno è egoistico, interessato, meschino, non riesce a riconoscere i diritti dell’altro e non arriva mai a presentarlo alla società come degno di essere amato incondizionatamente. D’altra parte, quelli che sono veramente innamorati, tendono a manifestare agli altri il loro amore. L’amore concretizzato in un matrimonio contratto davanti agli altri, con tutti gli obblighi che derivano da questa istituzionalizzazione, è manifestazione e protezione di un “sì” che si dà senza riserve e senza restrizioni. Quel “sì” significa dire all’altro che potrà sempre fidarsi, che non sarà abbandonato se perderà attrattiva, se avrà difficoltà o se si offriranno nuove possibilità di piacere o di interessi egoistici.

Il Papa va controcorrente anche in questo caso. Questi due capitoli servono a Francesco per dirci che sposarsi non è imprigionarsi in una relazione che poi è difficile rompere ma è ciò a cui il nostro cuore e quello della persona amata anelano per potersi sentire accolti e potersi donare in modo totale. L’amore matrimoniale esprime completamente quelle che sono le esigenze del nostro cuore per amare in pienezza e incondizionatamente.

Queste caratteristiche, non a caso, sono quelle che vengono prese in considerazione nelle cause di nullità, per verificare che il consenso matrimoniale sia stato libero, veritiero e consapevole.

Pensateci bene, siate sinceri fino in fondo,  e ditevi se voi non desiderate che il vostro amore sponsale e la vostra relazione abbiano queste caratteristiche:

  1. FEDELTA’: ci doniamo al nostro sposo nella buona e nella cattiva sorte, escludendo tutti gli altri. Dobbiamo essere coerenti al dono, che è totale e per sempre, come Gesù che è stato fedele fino ad andare in croce.
  2. UNICITA’: un solo uomo e una sola donna. Questa esigenza scaturisce direttamente dal dono totale degli sposi, che investono tutto il loro essere: anima, cuore e corpo.
  3. INDISSOLUBILITA’: l’amore coniugale fonde gli sposi in modo definitivo  in un noi.
  4. FECONDITA’: il rapporto sessuale è l’assenso del corpo all’unione dei cuori. E’ l’esperienza sensibile della fusione degli amanti. Si è fecondi anche quando non si riesce a concepire un bambino, perchè l’atto aperto alla vita genera sempre amore.
  5. SOCIALITA’: l’impegno va preso davanti alla comunità e lo stato deve difendere e tutelare questa istituzione naturale, cellula primaria di ogni società.

Questo amore, questa modalità di amare è oggettivamente superiore ad ogni altro tipo di unione o convivenza perchè ci chiede di più e ci da di più. Ci chiede di essere coerenti con la nostra promessa, ci chiede di amare gratuitamente e senza condizione. Chi non desidera essere amato così? Chi non desidera essere capace di amare così? Chi si accontenta della convivenza, raccontandosi che così è davvero una scelta libera non dettata da nessun impegno contrattuale o sociale, prima ancora che sacramentale, è una persona che ha paura di mettersi in gioco fino in fondo, una persona che non è capace di amare veramente, è una persona che si vuole lasciare libera una via di fuga. Le statistiche sono impietose su questo punto. La percentuale di divorzi delle coppie che hanno prima convissuto è molto più alta di chi non lo ha fatto. Non è un semplice caso è questione di maturità, coraggio e consapevolezza di sè e del dono di sè. Benedetto XVI ebbe a dire su questo: Care famiglie, siate coraggiose! Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio! Mostrate con la vostra testimonianza di vita che è possibile amare, come Cristo, senza riserve, che non bisogna aver timore di impegnarsi per un’altra persona!

Il matrimonio non è una passeggiata. Amare per sempre e senza condizioni è difficile ma è qualcosa che cambia la vita, che permette veramente di fare esperienza di Dio e di abbandonarsi alla Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Quanto maggiore è stato il pericolo nella battaglia, tanto più intensa è la gioia nel trionfo

130. Per altro verso, la gioia si rinnova nel dolore. Come diceva sant’Agostino, «quanto maggiore è stato il pericolo nella battaglia, tanto più intensa è la gioia nel trionfo».[131] Dopo aver sofferto e combattuto uniti, i coniugi possono sperimentare che ne è valsa la pena, perché hanno ottenuto qualcosa di buono, hanno imparato qualcosa insieme, o perché possono maggiormente apprezzare quello che hanno. Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso.

Il Papa, in questo capitolo che ho deciso di tenere separato dagli altri, esprime un concetto profondamente cristiano. La coppia e la famiglia cristiana si costruiscono e si consolidano anche e soprattutto nei momenti difficili. La vita e anche la relazione di coppia non sono film o pubblicità. La famiglia del mulino bianco dove tutti sono sempre sorridenti, spensierati e senza stanchezza sul volto non esiste. E’ un concetto falso, figlio delle nostre aspettative e desideri puerili e superficiali. La famiglia è luogo di gioia, di gioia vera. Quella gioia che scaturisce dalla fatica, dalle incomprensioni, dallo stress, dalla consapevolezza di essere fragili e non perfetti. Strano vero? Invece è più semplice di quello che voi possiate pensare. La nostre fragilità e imperfezioni, i nostri peccati e sbagli sono in realtà importanti. Sono importanti perchè  ci permettono di sperimentare un amore vero orizzontale. Faremo esperienza di gratuità, di perdono, di solidarietà, di vicinanza, di condivisione, di calore umano che solo chi è fragile e ne è consapevole riesce ad accogliere e ad accetare. Poi facciamo esperienza di un  amore verticale, dell’amore di Dio. La Grazia. Quando le difficoltà sembrano insuperabili, la fatica è pesante e non vediamo vie d’uscita, ricordiamoci del nostro sacramento. Dio, il giorno delle nozze, ha fatto una promessa a noi sposi: non ci avrebbe fatto mai mancare il Suo aiuto per superare ogni difficoltà e consentirci di portare così in salvo la nostra vita e la nostra relazione. Ricordiamocene e chiediamo questa Grazia. Solo se la chiederemo nella preghiera e con il nostro abbandono, Dio potrà fare grandi cose. Una famiglia è bella non perchè è perfetta, ma perchè nonostante tutto riesce ad andare avanti con fiducia, amore e speranza. Che belle che sono quelle famiglie che nella tempesta non hanno perso l’unità. Che testimonianza luminosa per tutta la Chiesa. Vi allego un video preparato da due cari amici, prendendo come base il bellissimo corto “Il circo della farfalla”, che riassume benissimo tutto questo discorso. Perdete qualche minuto per guardarlo; ne vale la pena.

Antonio e Luisa.

Sperare significa saper aspettare oltre il buio.

Sperare….Siamo soliti usare questa parola con quel senso umano, a volte quasi sconfitto, di un’attesa positiva su qualcosa che già in anticipo non crediamo possa realizzarsi.

Attaccati continuamente dal nostro passato e paurosi verso un futuro sconosciuto, siamo spesso sfiduciati sul fatto che la vita possa avere esiti di speranza e questo ce la fa vedere sempre scaramanticamente.

Qualcuno collega la speranza a qualche amuleto e di fronte a certe frasi tipo: “Come stai?”, segue: “Benaccio speriamo”, accompagnato dal contatto con qualche cornetto o ferro di cavallo (nascostamente custodito in saccoccia).

Spesso nel sostenere un’attività che possa essere un esame, un lavoro, un incarico particolare ricevuto si è soliti dire: “Speriamo bene!!!”.

Intrisi di speranza

Che meraviglia però essere uomini e donne intrisi di SPERANZA.

Il dizionario dice che la speranza è l’attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento gradito o favorevole. Ogni essere umano, in qualsiasi relazione sia posto, spera sempre. Ciò che è vero è che la speranza ha sempre a che fare con la chiamata.

Sei assunto? Speri che il lavoro sia a tempo indeterminato, che ci sia uno stipendio consono, che ci siano buoni colleghi, che il datore di lavoro sia perlomeno amabile. Stai diventando prete? Speri in una parrocchia accettabile, in fedeli rispondenti e anime obbedienti. Stai per sposarti? Quante speranze, troppe per poter elencarle, avendo a che fare con due mondi diversissimi: il maschio e la femmina.

Ma tutti, proprio tutti, di fronte a ciò in cui sono chiamati sperano! La speranza spesso è disattesa, e sovente è non desiderato ciò che segue a quanto si è sperato. Perché questo accade? Perché nello sperare non sappiamo aspettare. La speranza cammina a braccetto con l’attendere. Se non so aspettare non posso sperare!

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto…» (Rm 4,18).

Abramo sperando divenne. Abramo credette.

Ecco cosa dicevamo poco sopra. Legati al passato e paurosi del futuro non andiamo verso, non camminiamo fiduciosi. Lo sradicamento, l’uscire dalla propria terra, ci annienta e fa vacillare i nostri passi disegnando la speranza con contorni sfumati. Una donna spera di diventare mamma, di avere un figlio.

 

La speranza nell’attesa

La speranza sta nell’aspettare. Se il figlio non arriverà quella speranza sarà delusa ma se avrà imparato ad aspettare vedrà quel figlio in ciò che sarà riconosciuto come tale. Figlio sarà ciò che in lei è generazione perché l’attesa rende leggibile la speranza. Se non sarà un figlio nella carne quella donna avrà la certezza che altro avrà generato la speranza.

Se da bambino non sei stato molto ascoltato e magari ti è stato chiesto di compiacere e di darti da fare, crescendo cercherai ascoltatori e, nella maggior parte dei casi, non li troverai. Così la speranza sarà disattesa e, dietro un’illusione (provocata dal diritto di aver ciò che ci è mancato) seguirà una ovvia delusione. La speranza va oltre. Essa cammina avanti rispetto ai nostri desideri, come quando Abramo, desiderando il figlio, pensò che la soluzione migliore, consigliato tra l’altro dalla propria moglie Sara, fosse quella di unirsi con la schiava Agar.

Ma il Signore lascia la libertà nello sperare. Lui, il nostro Dio, benedirà ugualmente quel figlio di nome Ismaele, ma farà comprendere ad Abramo che, se lui avesse ASPETTATO, Isacco sarebbe arrivato. Perché SPERANZA vuol dire CERTEZZA.

 

Sperare significa…

Sperare significa essere certi che dinanzi alla propria vocazione qualunque cosa sarà il meglio per la propria vita.

Sperare significa che se non avrò ottenuto ciò che avevo desiderato era perché il mio bene non sarebbe stato quello.

Sperare significa non forzare, non violentare il corso degli eventi ma… aspettare!

Sperare significa confrontarsi con la verità e non con la caparbietà, la presunzione, il sentirsi in diritto di questo o di quello.

E se sei nella prova, in una difficoltà pazzesca da affrontare, laddove non riesci a vedere una luce ma solo buio, buio e buio… spera e attendi perché il tuo deserto fiorirà!

“Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore”.

Il Signore é buono e non può donarmi e consegnarmi cose cattive. Ecco dov’è la mia speranza perché per il Signore l’oggi è pieno di giorni! (Sal 27,13-14)

Cristina Epicoco

Uno sguardo di meraviglia

Proseguiamo la riflessione di Amoris Laetitia  con i capitoli 128 e 129.

128. L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele e proteste che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano.

129. La gioia di tale amore contemplativo va coltivata. Dal momento che siamo fatti per amare, sappiamo che non esiste gioia maggiore che nel condividere un bene: «Regala e accetta regali, e divertiti» (Sir 14,16). Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: «Come delizierai gli angeli!». È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui.

Questi due capitoli di Amoris Laetitia sono incentrati sullo sguardo. Mi hanno fatto tornare alla mente alcuni passaggi del Cantico dei Cantici dove, attraverso uno sguardo non contaminato ed educato, i protagonisti riescono a contemplare tutta la bellezza della persona amata, la bellezza del corpo trasfigurato dalla dolcezza, dalla tenerezza e da tutte le doti dello spirito, rendendo sublime il desiderio dell’uno verso l’altra e inebriante l’attrazione erotica

Il Cantico dei Cantici ci presenta quindi,  il desiderio d’amore, che poggia sulla contemplazione della propria amata e del proprio amato. Il Cantico non racconta una storia lineare dove c’è un inizio e una fine, ma è un continuo ripetersi, un ciclo che ricomincia innumerevoli volte. L’attesa, il desiderio, l’incontro, lo scambio di tenerezze, carezze, profumi, la contemplazione l’uno dell’altra e, infine, l’appagamento totalizzante dell’amplesso fisico. Sembra tutto giunto al culmine, invece nel Cantico non c’è un lieto fine assoluto, ma dopo ogni incontro d’amore c’è la perdita di quanto sperimentato  e la sua nuova ricerca, perché l’assenza ci rende tristi, incompleti e non realizzati. Questo ciclo si ripete all’infinito , questa è la storia di ognuno di noi, una dinamica che possiamo  vivere nella nostra vita se solo riusciamo a incarnare un amore puro e casto (che nel matrimonio non significa astinenza). Il Cantico ci ricorda che l’amore e il desiderio non sono realtà che possiamo possedere ma vanno nutrite e perfezionate sempre di più.

Come evitare di perdere di vista il nostro amato o la nostra amata? Come evitare di non meravigliarci più della bellezza della nostra sposa e del nostro sposo? Come essere capaci di chiamare incantevole colei che Dio ci ha donato, anche dopo anni di matrimonio e un corpo che non è più nel fiore della giovinezza?

Dobbiamo seguire la strada del Cantico. Dobbiamo lavorare su un duplice aspetto. Renderci amorevoli verso il nostro coniuge e mantenere uno sguardo puro. Quest’ultimo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo evitare la pornografia diretta e indiretta. L’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di accessi a siti web porno. Ma non basta, anche siti di informazioni seri come Repubblica e Corriere, per citare i più famosi, sono pieni di gallerie fotografiche di modelle quasi totalmente scoperte. Corpi perfetti, giovani e spesso ritoccati con il mouse o con il bisturi. Nutrirci quotidianamente di immagini così,  conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio.

Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà  ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare  e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona.

Altro fattore determinante è rendersi amabili, imparare a parlare il linguaggio d’amore del nostro sposo o della nostra sposa. Il Papa ne parlerà più approfonditamente nel proseguo del documento ma è bene farne un accenno. Parole di stima e d’amore, gesti di tenerezza, regali, momenti speciali o gesti di servizio possono nutrire il nostro sguardo che non sarà più oggettivo ma soggettivo cioè, influenzato e perfezionato da questo stile di volersi bene degli sposi. Una vera e propria gara a donarsi attenzioni, uno stile che mette l’altro al centro e soprattutto che permette di non perdersi di vista. Senza questa corte continua, che non finisce mai, si rischia seriamente di non guardarsi più, presi da mille impegni e preoccupazioni ci si ritrova presto estranei incapaci di riconoscere la persona di cui ci siamo innamorati rendendo le relazioni tristi e desolanti.

Le parole magiche sono sguardo puro e rendersi amabili; la grazia di Dio farà il resto.

Antonio e Luisa.

Dal piacere all’amore

Proseguiamo con la lettura di Amoris Laetitia.

126. Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. Quando la ricerca del piacere è ossessiva, rinchiude in un solo ambito e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore.[127] La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: «prestandosi un mutuo aiuto e servizio».[128]

127. L’amore di amicizia si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro.[129] La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà. L’amore per l’altro implica tale gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, che esiste al di là dei miei bisogni. Questo mi permette di ricercare il suo bene anche quando so che non può essere mio o quando è diventato fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso. Perciò, «dall’amore per cui a uno è gradita un’altra persona dipende il fatto che le dia qualcosa gratis».[130]

Il Papa cosa vuole dire con questi due capitoli? Vuole dirci che dobbiamo fare un salto di qualità nel nostro modo di vivere il matrimonio. Il matrimonio è vissuto da molti giovani come una ricerca di piacere, tutto funziona finchè la relazione ci serve a stare bene. Una relazione basata sui sentimenti, le emozioni e il piacere. Una relazione vissuta di pancia, dove non serve impegno e sacrificio. La fatica è avvertita come fine dell’amore e non come momento in cui il rapporto matura e cresce e ci rende persone migliori, più capaci di amare. L’amore è solo spontaneismo e passione, non certo sacrificio. Questo, probabilmente è dovuto alla mancanza di educazione affettiva .Il fidanzamento e le relazioni  prima del matrimonio sono vissute senza castità. La castità insegna ad aspettare, a rispettare l’altra persona, a mettere al centro della relazione il dialogo e anche a fare fatica, a non seguire necessariamente i nostri istinti. Senza castità, tutto diventa secondario, o comunque,  sempre finalizzato al rapporto sessuale. I gesti di tenerezza e di dolcezza hanno sempre questo fine ultimo. Il piacere. Ci si illude di voler bene all’altra persona ma non è così. Voler il bene significa spostare l’attenzione verso l’altro/a, significa amare in modo autentico, significa non far dipendere il nostro amore da quello che l’altro/a fa o non fa. Invece nel fidanzamento spesso impariamo a vivere l’amore in modo condizionato all’appagamento sessuale ed emotivo. Il matrimonio chiede un amore non condizionato. Il matrimonio richiede un cammino di perfezionamento e maturazione. Il matrimonio è fatto sopratutto di vita ordinaria, di impegni, di bambini, di stress. Questo significa che la nostra vita deve per forza essere una vita al servizio e di servizio. Le nostre esigenze passano in secondo piano, semplicemente perchè ci sono cose più importanti come una famiglia da curare e gestire. La vita ordinaria spesso manda in crisi. Ci si sente prigionieri di una vita che ti opprime. La vita familiare ti chiede una vera conversione. Conversione perchè devi cambiare orizzonte e prospettiva. Quando riesci però tutto cambia. Se riesci a mettere lo/la sposo/a al centro della tua vita e delle tue attenzioni non ci sarà momento della vita, dolore e difficoltà dove non potrai amare o essere amato, consolare o essere consolato, perdonare o essere perdonato, indipendentemente dal piacere che provi a farlo. In qualsiasi situazione l’amore autentico così costruito sarà nutrimento e sostegno.Il piacere non sarà più il motore del nostro matrimonio ma lo diventeranno la gioia e la pace che potremo sperimentare in ogni momento della vita, bello o brutto, donandoci e spendendoci per il bene della nostra famiglia.Questo penso si possa rappresentare con il miracolo delle nozze di Cana. Con il nostro impegno, riempiendo le giare di ciò che abbiamo, che è semplice acqua, e la grazia di Dio che trasforma la nostra acqua in vino, potremo davvero sperimentare la vera gioia.

Riuscire a spostare l’attenzione verso l’altro significa aprire lo sguardo alla sacralità dell’altro che non possiamo scorgere finchè siamo ripiegati su di noi.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Nella relazione con la tua sposa ti devi togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da te.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

A scrivere queste parole mi commuovo perchè penso a lei, al suo mistero, alla sua bellezza e mi sento indegno. Indegno di un dono così grande e non posso che lodare Dio e ringraziarlo per avermela messa accanto durante il mio cammino della mia vita.

Antonio e Luisa

Sposi: amici e amanti.

Proseguendo con Amoris Laetitia, ho letto e meditato i punti 123-124-125.

123. Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia».[122] E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. Siamo sinceri e riconosciamo i segni della realtà: chi è innamorato non progetta che tale relazione possa essere solo per un periodo di tempo, chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero; coloro che accompagnano la celebrazione di un’unione piena d’amore, anche se fragile, sperano che possa durare nel tempo; i figli non solo desiderano che i loro genitori si amino, ma anche che siano fedeli e rimangano sempre uniti. Questi e altri segni mostrano che nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo. L’unione che si cristallizza nella promessa matrimoniale per sempre, è più che una formalità sociale o una tradizione, perché si radica nelle inclinazioni spontanee della persona umana; e, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto: […] nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio» (Ml 2,14.15.16).

124. Un amore debole o malato, incapace di accettare il matrimonio come una sfida che richiede di lottare, di rinascere, di reinventarsi e ricominciare sempre di nuovo fino alla morte, non è in grado di sostenere un livello alto di impegno. Cede alla cultura del provvisorio, che impedisce un processo costante di crescita. Però «promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata».[123] Perché tale amore possa attraversare tutte le prove e mantenersi fedele nonostante tutto, si richiede il dono della grazia che lo fortifichi e lo elevi. Come diceva san Roberto Bellarmino, «il fatto che un uomo e una donna si uniscano in un legame esclusivo e indissolubile, in modo che non possano separarsi, quali che siano le difficoltà, e persino quando si sia persa la speranza della prole, questo non può avvenire senza un grande mistero».[124]

125. Il matrimonio, inoltre, è un’amicizia che comprende le note proprie della passione, ma sempre orientata verso un’unione via via più stabile e intensa. Perché «non è stato istituito soltanto per la procreazione», ma affinché l’amore reciproco «abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità»[125]. Questa peculiare amicizia tra un uomo e una donna acquista un carattere totalizzante che si dà unicamente nell’unione coniugale. Proprio perché è totalizzante questa unione è anche esclusiva, fedele e aperta alla generazione. Si condivide ogni cosa, compresa la sessualità, sempre nel reciproco rispetto. Il Concilio Vaticano II lo ha affermato dicendo che «un tale amore, unendo assieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di sé stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi».[126]

Il Papa colloca l’amore sponsale appena al di sotto di quello verso Dio, che è la sorgente e nutrimento per ogni relazione umana. Lo definisce anche come amore di amicizia, seppur un’amicizia molto particolare, perché ne ricomprende le caratteristiche. Gesù stesso chiama ognuno di noi amico, intendendo qualcosa di grande. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi”. Amicizia è un concetto altissimo. Amicizia è voler il bene dell’altro, è intimità,è tenerezza e stabilità. L’amore sponsale aggiunge a tutto questo l’indissolubilità. Il nostro sposo/a perché il matrimonio sia costruito su basi solide deve essere il nostro migliore amico e non solo la persona che ci attrae e con cui condividiamo l’intimità sessuale. Il linguaggio degli sposi è fatto di dialogo e tenerezza. Nel nostro sposo/a è importante trovare una persona con la quale condividere i nostri pensieri, paure, preoccupazioni e gioie, con la certezza di essere accolti e non giudicati, sostenuti e non feriti. Il matrimonio diventa luogo dove mostrarci per ciò che siamo, senza paura di mostrare le nostre debolezze perchè certi che saremo amati per ciò che siamo e non per ciò che facciamo. Il matrimonio presuppone una relazione complessa, un amore che sia espressione della passione e dell’amicizia, dell’eros e dell’Agape. Eros (l’amore carnale passionale) e Agape (l’amore oblativo di servizio e donazione) diventano due espressioni dello stesso amore e la crescita dell’uno perfeziona l’altro in un circolo virtuoso che porta gli sposi a maturare e accrescere il loro amore sponsale.

L’amore sponsale cristiano è una sfida perché difficile. Un amore che ti chiede tutto ma che è il solo capace di farti sperimentare scintille di eternità e di infinito non può che essere una sfida, una battaglia da vincere e un premio da conquistare.

Una sfida che non è possibile vincere senza la convinzione che ci sia un disegno più grande, una forza che ci sostiene, che per noi sposi cristiani viene da Gesù. Solo la Grazia può permettere di realizzare un progetto che sarebbe irraggiungibile con le fragilità e le ferite che tutti ci portiamo dietro. Senza la Grazia, c’è il concreto pericolo di non restare saldi e di abbandonarsi alla cultura del provvisorio, tipica del nostro tempo che ci impedisce di realizzare completamente il progetto di Dio per noi e di non vivere mai veramente in pienezza la nostra umanità che è stata creata per un amore radicale, totale e infinito. Siamo immagine di Dio, ricordiamolo.

Antonio e Luisa

Sposi: negativo di Dio da sviluppare

Sto approfondendo Amoris Laetitia con molta calma. Oggi riprendo i punti 120-121-122.

120. L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi,[115] santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È «un’unione affettiva»,[116] spirituale e oblativa, che però raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica, benché sia in grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero. Il Papa Pio XI ha insegnato che tale amore permea tutti i doveri della vita coniugale e «tiene come il primato della nobiltà».[117] Infatti, tale amore forte, versato dallo Spirito Santo, è il riflesso dell’Alleanza indistruttibile tra Cristo e l’umanità, culminata nella dedizione sino alla fine, sulla croce: «Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale».[118]

121. Il matrimonio è un segno prezioso, perché «quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza».[119] Questo comporta conseguenze molto concrete e quotidiane, perché gli sposi, «in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei».[120]

122. Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio».[121]

L’amore sponsale è un amore completo. E’ un amore che comprende la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica. Amore che comprende entrambe queste componenti ma capace di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si dovessero indebolire, perché si fonda sulla volontà delle persone e sulla Grazia di Dio. L’amore sponsale è il riflesso dell’amore di Cristo, che non ha avuto come punto più alto un momento piacevole, bensì la croce. L’amore di Gesù per tutti noi ha raggiunto il punto più alto nella sua morte in croce.

Dobbiamo, quindi, levarci dalla testa che l’amore sia un sentimento da assecondare, l’amore è morire per l’altro, l’amore è farsi piccolo per fare grande l’altro, l’amore è abbassare per innalzare,l’amore è anche e soprattutto sacriificio. Il Papa continua ricordandoci che Dio ci consacra, per esprimere la profezia del suo amore. Consacrare significa rendere sacro, e in questo caso particolare, attraverso il battesimo (che ci rende profeti sacerdoti e re) e poi  più specificatamente nel matrimonio, Dio rende la nostra relazione sua. Attraverso la Grazia perfeziona il nostro amore umano e ne fa qualcosa di meraviglioso, tanto da far esclamare a San Paolo: “Mistero grande”.  Qui, il Papa fa una puntualizzazione importantissima; nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano con la celebrazione del matrimonio un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, con la Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto un santo padre cappuccino faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiare ed Enrico e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di questa determinazione a sviluppare sempre più l’immagine di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Sarete come Dio.

Vorrei condividere un mio pensiero che mi sembra essere molto attuale, anche riprendendo quello che Francesco ha detto pochi giorni fa alla Sacra Rota.

Tante coppie oggi si sposano sacramentalmente ma decidono, più o meno consapevolmente, di fare a meno di Dio nella loro vita e nella loro relazione. Tanti pensano che la sostanza del loro matrimonio, l’amore che li unisce, dipenda soltanto da loro. Molti pensano che la fonte del loro amore scaturisca esclusivamente dal loro cuore.  Tanti si fanno Dio, o peggio ancora, fanno l’altro/a Dio della loro vita. Si ripete la dinamica del peccato originale. Sarete come Dio. Potrete decidere cosa è bene e cosa è male. Non avrete bisogno di Dio perché vi basterete. Dio diventa spesso solo un limite, che non permette di vivere in libertà il matrimonio. Senza Dio tutto sembra essere più spontaneo e vero. Non si deve aderire per forza a un determinato stile di vita, a delle regole che non sempre ci sono chiare. Senza Dio nulla è precluso.

Queste sono tutte tentazioni che più o meno tutti abbiamo dovuto affrontare e spero sconfiggere. In tanti momenti del matrimonio e del fidanzamento Dio è sembrato essere un peso. Rapporti prematrimoniali, anticoncezionali, perdonare l’altro/a, mettersi al servizio dell’altro/a, essere aperti alla vita, rinunciare a qualcosa. Dio ci ha chiesto sempre tanto. Noi come i nostri progenitori ci troviamo davanti a un bivio: ascoltare Dio o farne a meno. Molti decidono di fare a meno di Dio. Si illudono di sentirsi così più  liberi, padroni della loro vita, delle loro scelte e sentimenti; ma succede qualcosa. Come Adamo ed Eva si scoprono nudi. Incominciano a provare vergogna. Fanno esperienza della povertà, della miseria che porta la condizione dell’uomo lontano da Dio. La nudità rappresenta la debolezza, il limite, la mortalità. Si sono ingannati, non sono diventati come Dio, la loro relazione invece di rafforzarsi è diventata più fragile. Si scopre la paura, si scopre la gelosia e si scopre che si può diventare oggetto per l’altro. L’identità personale di ognuno è sfigurata, perchè non guardiamo più l’altro, l’alterità della nostra vita, partendo dalla trascendenza di Dio, ma purtroppo dalla concupiscenza della carne e dalla fragilità dei sentimenti umani.

Non perdiamo mai la capacità di leggere la nostra storia alla presenza di Dio e il nostro sguardo sarà  sempre illuminato da quella presenza. Solo così potremo tornare a mostrare la nostra nudità all’altro senza paura di essere violati o feriti e il matrimonio non sarà meno libero ma veramente libero, non sarà meno spontaneo ma purificato dagli spontaneismi che spesso nascondono le nostre inclinazioni al male e sarà un’esperienza meravigliosa da vivere giorno dopo giorno antipasto dell’abbraccio eterno con Dio.

Antonio e Luisa.

I fidanzati devono rientrare nel mistero di Cristo.

Bellissimo il discorso di Papa Francesco all’Inaugurazione dell’anno giudiziario della sacra Rota. Molto interessante.

Oggi vorrei tornare sul tema del rapporto tra fede e matrimonio, in particolare sulle prospettive di fede insite nel contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale. San Giovanni Paolo II ha messo bene in luce, basandosi sull’insegnamento della Sacra Scrittura, «quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione […]. La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (Enc. Fides et ratio, 16). Pertanto, quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più «l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello “stolto”. Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1,7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di sé stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare “Dio non esiste” (cfr Sal 14[13],1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino» (ibid., 17).

Da parte sua, Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo Discorso a voi rivolto, ricordava che «solo aprendosi alla verità di Dio […] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo […]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane […], inclusa quella matrimoniale» (26 gennaio 2013, 2). È quanto mai necessario approfondire il rapporto fra amore e verità. «L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» (Enc. Lumen fidei, 27).

Non possiamo nasconderci che una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne. Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede.

Di fronte a questa situazione, occorre trovare validi rimedi. Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza. In questa circostanza, la missione redentrice di Gesù raggiunge l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita di amore. Questo momento diventa per tutta la comunità una straordinaria occasione di missione. Oggi più che mai, questa preparazione si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani. Sono, infatti, numerosi i giovani per i quali l’approssimarsi delle nozze costituisce l’occasione per incontrare di nuovo la fede da molto tempo relegata ai margini della loro vita; essi, per altro, si trovano in un momento particolare, caratterizzato spesso anche dalla disponibilità a rivedere e a cambiare l’orientamento dell’esistenza. Può essere, quindi, un tempo favorevole per rinnovare il proprio incontro con la persona di Gesù Cristo, con il messaggio del Vangelo e con la dottrina della Chiesa.

Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi.

In questo spirito, mi sento di ribadire la necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio. Accogliendo gli auspici dei Padri dell’ultimo Sinodo Ordinario, è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti.

Un secondo rimedio è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto. Si tratta di incoraggiarli a considerare i vari aspetti della loro quotidiana vita coppia, che è segno e strumento dell’amore di Dio, incarnato nella storia degli uomini. Faccio due esempi. Anzitutto, l’amore del quale la nuova famiglia vive ha la sua radice e fonte ultima nel mistero della Trinità, per cui essa porta questo sigillo nonostante le fatiche e le povertà con cui deve misurarsi nella propria vita quotidiana. Un altro esempio: la storia d’amore della coppia cristiana è parte della storia sacra, perché abitata da Dio e perché Dio non viene mai meno all’impegno che ha assunto con gli sposi nel giorno delle nozze; Egli infatti è «un Dio fedele e non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13).

La comunità cristiana è chiamata ad accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie, offrendo occasioni e strumenti adeguati – a partire dalla partecipazione alla Messa domenicale – per curare la vita spirituale sia all’interno della vita familiare, sia nell’ambito della programmazione pastorale in parrocchia o nelle aggregazioni. Spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini. Ma è proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza e un forte sostegno spirituale, anche nell’opera educativa dei figli, nei confronti dei quali sono i primi testimoni e portatori del dono della fede. Nel cammino di crescita umana e spirituale dei giovani sposi è auspicabile che vi siano dei gruppi di riferimento nei quali poter compiere un cammino di formazione permanente: attraverso l’ascolto della Parola, il confronto sulle tematiche che interessano la vita delle famiglie, la preghiera, la condivisione fraterna.

Questi due rimedi che ho indicato sono finalizzati a favorire un idoneo contesto di fede nel quale celebrare e vivere il matrimonio. Un aspetto così determinante per la solidità e verità del sacramento nuziale, richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014).

Lo Spirito Santo, che guida sempre e in tutto il Popolo santo di Dio, assista e sostenga quanti, sacerdoti e laici, si impegnano e si impegneranno in questo campo, affinché non perdano mai lo slancio e il coraggio di adoperarsi per la bellezza delle famiglie cristiane, nonostante le insidie rovinose della cultura dominante dell’effimero e del provvisorio.

Papa Francesco

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170121_anno-giudiziario-rota-romana.html

Amare per primi e sempre

Oggi mi sento di riprendere un articolo che ho condiviso dal sito Aleteia. Questo articolo raccontava la testimonianza di una donna che aveva capito come l’amore ha bisogno di essere donato senza condizioni e senza preoccuparsi che dall’altra parte non ci sia la stessa intensità. Questo articolo ha suscitato tante critiche ritenendo ingiusta la pretesa del matrimonio di amare sempre indipendentemente dalla risposta dell’altra persona. E’ giusto chiedere questo? Non è una questione da poco. Secondo me si gioca il significato più profondo del matrimonio. Cosa è il matrimonio se non il dono totale e incondizionato di sè all’altro/a. Quando mi sono sposato io ho promesso di accogliere la mia sposa qualsiasi cosa accada e senza porre nessuna condizione. Non ha importanza se lei corrisponda o non corrisponda quell’amore. Mi può creare sofferenza, dolore, abbandono ma non riguarda la mia promessa. Io ho donato tutto me stesso a lei e non intendo mancare la mia promessa. Il matrimonio abilita gli sposi, li consacra ad amare con l’amore di Gesù, amore che si manifesta nella sua pienezza più evidente sulla croce. Ecco il punto. Ecco quello ci chiede il sacramento del matrimonio. Padre Maurizio Botta quando incontra i fidanzati, mostra loro un crocefisso e chiede loro se sono pronti ad amare così perchè solo se si capisce questo si è pronti ad affrontare una vita insieme. Solo se si è pronti a questo, la Grazia di Dio potrà darci tutto ciò che ci serve per restare fedeli a una promessa che ci unisce per sempre. Nel matrimonio bisogna avere il coraggio di amare per primi a partire dalle piccole cose, dai piccoli gesti di ogni giorno. Bisogna avere il coraggio di non offenderci e chiuderci quando l’altro non ci accoglie e magari ci tratta male. E’ proprio in quel momento, quando è meno amabile,  che probabilmente ha più bisogno del nostro amore. Noi cerchiamo nella nostra vita di vivere questa dinamica di perdono reciproco e di comprensione delle nostre rispettive fragilità. Viviamo il matrimonio come occasione per dare il nostro meglio senza confrontare quanto diamo e riceviamo. Non siamo un sindacato che deve difendere i propri diritti ma siamo una comunione d’amore che deve spendersi l’uno verso l’altra ed è meraviglioso, sia quando si sperimenta l’amore misericordioso dell’altro che ci accoglie nella nostra povertà e fragilità, sia quando sperimentiamo la bellezza di accogliere l’altro nelle sue fragilità. Se il matrimonio non fosse questo ne farei tranquillamente a meno, se il matrimonio non mi chiedesse tutto non ne varrebbe la pena. Il matrimonio è meraviglioso perchè  radicale nelle sue richieste, ti chiede tutto e non ti assicura nulla perchè ci si deve confrontare giornalmente con la libertà dell’altro ma l’amore non può che essere un rischio o non è amore.

Antonio e Luisa

Convertirsi è incontrare Cristo

Le religioni sono un tentativo dell’uomo di mettersi in rapporto con la divinità. Per questo assumono dalle civiltà circostanti molti dei loro segni espressivi, simboli, temi, parabole ecc. con cui esprimono la loro ricerca. Perciò la storia delle religioni è anche la storia del loro legame con le diverse culture. Naturalmente anche il cristianesimo assumerà qualcuno di questi segni e simboli. Ma il cristianesimo è molto più di una religione: esso nasce dall’iniziativa divina di entrare in contatto con l’uomo e di rivelargli se stesso.

Il cardinal Martini rispondeva con queste parole a un lettore del corriere che chiedeva cosa fosse il cristianesimo e cosa avesse di diverso dalle altre religioni.

E’ vero, il cristianesimo non è una religione fatta di norme, regole e dogmi ma è essenzialmente un incontro con Dio fatto uomo, con il Cristo. Questa è l’essenza del cristianesimo e questo è quello che Gesù rimproverava ai farisei. Non possiamo essere cristiani senza incontrare il Cristo nella nostra vita.  Tutti abbiamo bisogno di questa esperienza per convertirci, per evolvere da una religione della tradizione a una relazione trascendente. Da un Gesù astratto e lontano a un Gesù che ti ama intimamente e che senti vicino e presente nella tua vita. Solo l’incontro con il Cristo permette di cambiare i propri orizzonti e prospettive. Io Cristo l’ho incontrato in un frate cappuccino, padre Raimondo. Ero un ragazzo pieno di confusione nella testa e nella vita, che non riusciva a trovare il proprio posto e un senso. Un ragazzo che non si amava e non era capace di amare. Padre Raimondo mi ha accolto e mi ha amato così.Lui ha creduto in me più di quanto avessi mai creduto io. La meraviglia e la sorpresa di trovare qualcuno che mi amasse quando io stesso non vedevo nulla di amabile in me. Ho percepito come lui fosse pronto a spendersi completamente per me. Ho fatto esperienza dell’amore gratuito e incondizionato di Cristo. Non solo, Padre Raimondo mi ha mostrato il progetto di Dio su di me, mi ha fatto capire, anche dandomi delle gran bastonate che dovevo cambiare e farlo subito, ma aggiungendo subito dopo con la sua dolcezza che non avrei affrontato la fatica da solo ma che lui mi avrebbe accompagnato, consigliato e sostenuto. Da quel momento tutto è cambiato, ho ripreso in mano la mia vita e ho fatto quelle scelte radicali di cui la nostra vita ha bisogno per essere vissuta in pienezza. Tutto questo per dire che la misericordia è questo, è accompagnare, è aiutare, è non lasciare soli, è mostrare un orizzonte infinito, è radicalità e grandezza perchè di questo l’uomo ha bisogno. Spero in una Chiesa, in sacerdoti, vescovi, educatori e genitori che sappiano fare questo. Che sappiano mostrare la bellezza e la grandezza della proposta cristiana aiutando le persone ha fare esperienza di Dio e nel contempo una Chiesa che sappia accogliere senza giudicare, che sappia accompagnare senza condannare, che sappia aspettare i tempi e rispettare le modalità e sensibilità di ognuno. Una Chiesa che sappia usare la Parola come balsamo che cura le ferite e se serve anche come frusta che sferza per svegliare chi è addormentato. La Provvidenza ha voluto che il nostro Papa fosse Francesco che sta cercando di cambiare la Chiesa proprio in questa direzione. Amoris Laetitia ne è la prova. Solo se ci sarà una Chiesa fatta di pastori capaci non solo di parlare di Gesù ma di far fare esperienza di Gesù allora tutto cambierà e anche i matrimoni e le nostre famiglie saranno più salde e forti, perchè con Gesù tutto cambia e tutto è possibile.

Concludo con una riflessione del gesuita padre Silvano Fausti:

Il vino nuovo non si mette in otri vecchi: ha bisogno di cuori nuovi, di carne e non di pietra – di persone libere che sanno amare e rischiare, non di persone paurose che si chiudono nelle loro sicurezze scambiate per verità. Una comunità, come una persona, è viva non se osserva delle leggi, ma se ha esperienza di grazia e cerca di vivere di questa.

Antonio e Luisa.

 

L’amore ha bisogno dell’infinito

Qualche giorno fa ho seguito la bellissima trasmissione “Beati voi” su TV2000. Veramente fatta bene. Tutto girava intorno alla figura di Santa Rita e tra i tanti spunti mi ha colpito particolarmente l’intervista a un grande portiere del passato, Giovanni Galli. Galli, molto credente, ha dovuto affrontare un grave lutto. Quindici anni fa il figlio diciassettenne morì a seguito di un incidente in motorino. Giovanni non si è lasciato vincere dalla disperazione grazie alla sua fede e alla sua famiglia. Giovanni non nega il dolore che dice l’accompagnerà tutta la vita ma mostra come nell’affidamento a Dio e nella speranza della vita eterna si possano affrontare tutte le prove di questa vita. Tutto ciò è possibile perchè il suo amore che necessita di infinito, non è assolutizzato in una persona, nella moglie o nei figli, che può lasciarci e morire ma trova concretezza nell’Amore, in colui che è l’amore e l’amore infinito. Mi viene in mente un passaggio della Bottega dell’orefice,  opera teatrale scritta da Karol Wojtyla:

Voglio dire che la gente si lascia trascinare dall’amore come se fosse un assoluto, anche se mancano le misure dell’assoluto. La gente segue la propria illusione, senza cercare d’innestare questo Amore nell’Amore che ha una tale misura. Non hanno neanche il sospetto  di questa necessità perchè sono accecati non tanto dalla forza del sentimento quanto dalla mancanza d’umiltà. E’ una mancanza d’umiltà verso quello che dovrebbe essere l’amore nella sua vera essenza.

Prendetevi qualche minuto per ascoltare l’intervista, ne vale davvero la pena.

Antonio e Luisa

 

Famiglia ritrova la tua ricchezza!

Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d’amore che il Verbo di Dio fa all’umanità assumendo la natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna, fin dalla loro creazione (cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce.

Questo è un passaggio di Familiaris Consortio, in particolare il punto 13. Mi piace leggere e approfondire questo documento della Chiesa. In Familiaris Consortio, come in uno splendido dipinto, San Giovanni Paolo II rappresenta mirabilmente la bellezza e grandezza del sacramento del matrimonio. Tutto il documento è interessante ma vi sono alcuni pensieri che sono di un fascino meraviglioso.  In queste 10 righe che ho deciso di condividere c’è racchiusa la sostanza del matrimonio. C’è la conferma che il matrimonio è così grande ma anche così sconosciuto. Quanti leggendo queste righe ne capiscano il senso? Quanti hanno davvero letto questo documento e queste righe? Penso molto pochi. Giovanni Paolo II non nega che il matrimonio sia in crisi, che la persona umana come tale sia smarrita. Nel suo tempo e ancor di più nel nostro. Divisioni, egoismo, incapacità, corruzione del corpo e dello spirito sono un carico pesante ma che appare sempre più normale e quasi naturale. I matrimoni felici che durano sono una realtà per pochi, per quei pochi che sono fortunati e riescono a trovare un’alchimia che permette loro di mantenere in equilibrio la loro relazione. Giovanni Paolo II dice, anzi scrive, perchè resti indelebile, che non è così. Che il matrimonio è un dono di Dio immenso.  C’è proprio scritto, leggetelo e rileggetelo, che la rivelazione del matrimonio più vera e il sacrificio di Cristo per tutti noi,  per la sua Chiesa. Un amore così grande da morire per far vivere l’amato, prendere su di sè tutto il male per liberare l’amato. San Giovanni Paolo II ci dice che noi siamo fatti per amare così. Il matrimonio ci abilità ad amare così. Perchè Gesù prima con il battesimo e poi con il matrimonio ci lava dal peccato originale. Il peccato originale è come un virus informatico. Un virus che sconvolge tutto l’ordine dei dati del nostro pc. Il nostro pc non fa più ciò per cui è stato progettato e prodotto ma fa ciò che il virus gli dice. Gli crea un disordine, o meglio un nuovo ordine. Così il male agisce in noi. Gesù è il nostro antivirus che riporta l’ordine originario, rimette insieme i pezzi, i file e corregge gli errori. E così noi torniamo capaci di fare ciò per cui siamo stati creati, per amare in verità, totalità e indissolubilità. Ciò non toglie la fatica, gli errori, le cadute ma Karol ci rassicura. Non temete lo Spirito Santo se troverà in voi cuori aperti non vi farà mancare il sostegno per rialzarvi e per ricominciare.

Gli sposi cristiani sono come un ricco avaro. Hanno ricchezze in abbondanza ma vivono come straccioni. Spesso non sanno neppure di essere ricchi e si accontentano delle briciole vivendo una relazione spenta e triste. Dio non vuole questo. Dio ci ha dato tutto per essere risplendenti di Lui e della Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Parlate ai ragazzi di cose grandi

Non si può sperare in una società più giusta se non si parte dalla verità: noi siamo mendicanti. Noi siamo feriti dal peccato originale. Noi siamo destinati a morire, e con questo dobbiamo fare i conti. Perché c’è una speranza. Dicono che uno sia risorto, e possiamo decidere se scommetterci su tutto, oppure no. Ma non si può proporre un cristianesimo a base di concertini o di concorsi sul presepe più bello, un cristianesimo che assomiglia al mondo migliore che vogliono tutti, con in più Cristo, così, come accessorio, una specie di ciliegina sulla torta. La Chiesa tornerà a sedurre – magari pochi, pochissimi, il piccolo gregge, d’altra parte il lievito è un pizzico rispetto alla farina – quando avrà il coraggio di dire che i nostri matrimoni sono diversi, che la nostra ecologia è diversa, che la nostra giustizia è diversa, perché noi supplichiamo a Dio la grazia di mantenerci giusti, ecologisti e sposati solo perché abbiamo incontrato Cristo. E allora sembriamo sposati come gli altri, mettiamo le bottiglie nella differenziata come gli altri, ma per noi tutto parte da un incontro che cambia le cose in modo sostanziale.

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di Costanza Miriano

È cominciata la preparazione al prossimo Sinodo dei vescovi (ottobre 2018), che sarà sul tema dei giovani e del discernimento vocazionale. Ho letto il documento preparatorio, ho letto la lettera del Papa, ho assistito alla conferenza stampa di presentazione, ma più che in qualità di giornalista vorrei dire qualche cosa ai nostri pastori in qualità di mamma di giovani, e anche da ex giovane che ha fatto, pur se a tentoni, il suo cammino di discernimento vocazionale, con catechismo, corsi e direttori spirituali.

Ho notato nel documento, e nel questionario lanciato (che presto sarà online) un grande e sincero desiderio di ascoltare i giovani, di capire cosa è nel loro cuore. Mi è sembrato di cogliere un tentativo di entrare in sintonia, di ascoltare, di seguire. È bello, davvero, ma c’è un rischio. Non penso che ci sia tanto bisogno di ascoltare, se inteso come tentativo di…

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Il peso dell’ordinarietà.

Oggi il nostro parroco si è inventato un’altra splendida omelia. Una di quelle che ti fanno riflettere. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta di vita che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama weekend degli 883. Una canzone vecchia di quando da ragazzo mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste

sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno.

Vi linko il video della canzone.

Antonio e Luisa

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Divorzio: sacramento dell’adulterio.

Nel lontano 1974, l’allora card. Luciani Patriarca di Venezia, scrisse questa lettera rivolta ai fedeli del suo patriarcato durante l’accesa campagna referendaria volta a introdurre il divorzio nell’ordinamento legislativo italiano. Quella battaglia, come sapete, è stata persa, ma queste righe sono ancora attualissime perchè esprimono una verità che nessuna legge riuscirà mai a cancellare. Papa Giovanni Paolo I è ricordato come il Papa del sorriso, della dolcezza ma su un tema delicato come il divorzio la sua posizione è ferma e netta.

Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio: il “sacramento dell’adulterio”. Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’ amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’ altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’ uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.

Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta comprensione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio di Paolo Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”. Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto: non a lume di Vangelo, ma — penso — di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

Ti amo (poesia di Marina G.)

Pensando all’ amore, ho scritto questa poesia che vuole delineare brevemente ma in modo efficace, gli aspetti di quell’ “amore” che si accontenta di essere umano, di quell’ “amore” che non si può definire tale. Conclude però con una preghiera all’Amato che ci può insegnare ad amare. Questo Amato può essere Dio o la persona che ha ricevuto in dono l’amore di Dio. Le ultime parole sono di speranza: lascio la libera interpretazione. Spero vi piaccia

Ti amo, ma con negligenza,

Ti amo, ma senza sforzi,

Ti amo, se ciò non duole,

L’abulia mi sovrasta quando t’amo.

Se come io t’amo definisce l’amore,

Allora l’amore è fannullone,

Torbido è l’amore e l’accidia è la sua essenza.

Facile sarebbe amare e io ne sarei il principe.

Il turbamento mi avvolga quando ti nomino amore.

L’imbarazzo mi consumi quando dico t’amo.

Il pentimento mi bussi al cuore quando inetto pretendo di saperti amare.

Insegnami ad amare tu che nel silenzio te ne stai a guardarmi.

Insegnami ad amare tu che dell’amore hai fatto virtù.

Insegnami ad amare tu che sei l’amore.

Ti amo,

Pronuncio queste parole nel silenzio del cuore, e torno a vivere

Marina G.

Il matrimonio felice. Non capita per caso.

Ogni tanto anche su giornali come Repubblica si trovano articoli interessanti e che vale la pena approfondire. Uno di questi è l’articolo che ho linkato qui Matrimoni sempre più in crisi, ecco perché le coppie non durano Qesto articolo cerca di comprendere il perchè tanti matrimoni falliscono. E’ una visione parziale, per noi credenti, perchè considera solo gli aspetti sociali e psicologici e non religiosi ma è comunque molto interessante.

Le cause trovate non sono molte, la dinamica che porta all’insuccesso si ripete innumerevoli volte per innumerevoli coppie. Le cause coincidono con quei fattori che ogni uomo dovrebbe prendere in considerazione e affrontare prima di sposarsi.

1)L’amore non è un sentimento,

2)Ci sposiamo per completarci ed essere felici

3) Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni. Quante persone si sposano credendo che quello sia l’amore? Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasormazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro/a non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, e sbaglia, e si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Errore gigantesco. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

 

Caro Saviano…cercati un cuore.

L’aborto non è omicidio. Abortire è un diritto spesso negato in Italia e alcune forze politiche si pongono il problema di garantirlo.
La direzione di strutture sanitarie, di dipartimenti o la presiedenza di policlinici sono ruoli incompatibili con l’obiezione di coscienza. Altrove in Europa, gli obiettori non possono essere ginecologi, ma dentisti, cardiologi, ortopedici.
Eppure, quello che mi colpisce ogni volta che affronto sui social questo argomento, è la violenza dei tanti che non comprendono che l’aborto è un diritto acquisito da difendere a tutti i costi. Non si è obbligati a praticarlo, non è un incentivo a concepire per poi pentirsene. Vi invito a studiare cosa accade in Brasile, alle morti dovute agli aborti clandestini, dal momento che è illegale se non in casi rari e difficili da dimostrare.
E la mia speranza è che in questo luogo si possa ragionare insieme, andare oltre le proprie personalissime convinzioni per provare a capire cosa sia più giusto per tutti.
E infine quello scarto, quella crescita individuale, che poi diventa collettiva, nel mette da parte non ciò che pensiamo e in cui crediamo, ma le nostre esperienze personali (“se accadesse a me…”, “io non permetterei che…”) a vantaggio di ciò che ci rende davvero consapevoli.

(Roberto Saviano)

Caro Saviano…hai mai visto il risultato di un aborto?

Hai mai visto le immagini di quella poltiglia di braccia spezzate piedi tagliati piccole teste schiacciate ?

O giri la testa quando ti capitano certe immagini perché tanto non sono cose che ti riguardano?

E allora partiamo da quella poltiglia e parliamo di aborto. Ci sono medici obiettori, e alcuni di loro, un tempo, sono stati medici abortisti, medici che hanno odiato tutta la vita il ritrovarsi tra le mani quella poltiglia di membra umane, ci sono infermieri che hanno pianto ogni giorno mentre gettavano nei rifiuti quello che restava di quei bambini. E ci sono donne che si sono disperate, annientate, pentite tutta la vita di quel maledetto giorno nel quale, per convinzione di altri, per ideali vuoti, per mancanza di coraggio hanno ucciso i propri figli.

L’aborto non è un problema politico, l’aborto è un problema di cuore. E un cuore o ce l’hai o non ce l’hai. E le mamme un cuore ce l’hanno sempre, e se non l’hanno avuto prima lo hanno ritrovato il giorno dell’aborto del proprio figlio.

Ti parlo da ragazza madre, piccola, abbandonata, che ha accolto una figlia stupenda che ogni giorno parla, cammina, corre e sorride ed è la luce della mia vita e di tutti quelli che la incontrano.

Oggi sono un’operatrice volontaria del CAV, i Centri Aiuto alla Vita, e spesso sono negli ospedali la mattina presto a parlare con le donne, disperate, che aspettano l’appuntamento per abortire. E ti posso dire che ho visto solo lacrime, dolore e disperazione, e tanti motivi e tante ragioni suggerite da altri.

L’aborto non paga mai, sicuramente non paga la donna, né il bambino e mi sconvolge che un uomo come te possa parlare di questo. Esistono famiglie che non aiutano, esistono uomini che scappano, esiste una società che condanna.
Ma esistono i Centri aiuti alla Vita che aiutano la donna, durante tutta la gravidanza con sostegno economico e morale, poi fino al compimento dei due anni del bambino, esistono incentivi statali per le nascite, esistono incentivi comunali che aiutano le ragazze madri.

Esiste tanto, e poi esistono le persone senza un cuore che, come te, che parlano e giudicano e convincono le persone che ridurre in poltiglia un bambino è giusto.

Magari cercalo in questa poltiglia un cuore…..ti farà bene.

B.

fonte http://www.stelledivita.org/2017/01/11/caro-saviano-cercati-un-cuore1/

L’amore si irradia nel corpo

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli bianchi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Antonio e Luisa

Don Aldo Bertinetti su Amoris Laetitia

Sul bollettino del Santuario di Santa Rita è stata pubblicata un’intervista ad un nostro professore di morale, con cui sono legato da reciproca amicizia e che stimo molto. Tuttavia penso di dover intervenire su quello che ha scritto, anche con molta chiarezza, visto  che alla nostra età la “parresìa”, cioè il dire senza mezzi termini il proprio pensiero, deve essere ormai una regola costante… Premetto che “non sono teologo né figlio di teologi” (parafrasando un Profeta…), e quindi sono ben lontano da voler insegnare ad un professionista in un campo che non è il mio. Però, oltre ad aver altre competenze (come quelle psicologiche) che, pur essendo “esterne” a quelle morali, quest’ultime non ne possono non tenere conto, posso vantarmi di aver vissuto 50 anni di sacerdozio (e anche anni prima durante il seminario) negli ambiti pastorali più diversi e sempre in stretto contatto con le persone, tanto che posso affermare di sentire forte “l’odore delle pecore”, cosa non sempre così facile nei professori, non per colpa loro ma per evidenti limiti di tempo (anche se l’interessato ha sempre mantenuto l’impegno, che tutt’ora ha, di un servizio prezioso nel suddetto santuario). Detto ciò, mi sento di dover dire, con tutto il rispetto, che lo scritto pubblicato è un ottimo esempio di “teologia azzeccagarbugli”, che afferma tutto e nega tutto, senza distinguere i diversi livelli dei discorsi, tanto che alla fine chi legge è più disorientato di prima… Proprio per questo cerchiamo di distinguere appunti i livelli del discorso.

LIVELLO DOGMATICO: cioè delle verità di fede assolute, che non si possono in alcun modo discutere (quelle contenute in particolare nella Sacra Scrittura, nel Credo ma anche, secondo la fede cattolica, nella Tradizione con la “maiuscola”). E’ assolutamente chiaro che su queste cose il papa non solo non contraddice nulla ma anzi riafferma con forza alcune di esse, che riguardano in particolare il tema trattato: nello specifico con estrema chiarezza l’unicità e l’indissolubilità del sacramento del matrimonio. Questo è ribadito, non solo da lui stesso in più punti della Esortazione Amoris Laetitia e in altri suoi interventi successivi, ma anche da alcuni cardinali come Coccopalmerio e lo stesso Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede, che ha risposto ai dubbi sollevati da quattro cardinali, e in specifico dal card. Burke, che continua in modo sottile a suggerire la possibilità che il papa stia cadendo verso qualche forma di eresia (!). Il papa, nel discorso all’apertura del Convegno Ecclesiale della diocesi di Roma (16/6/16), dice: “Per la vostra tranquillità, devo dirvi che tutto quello che è scritto nell’Esortazione – e riprendo le parole di un grande teologo che è stato segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Schönborn, che l’ha presentata – tutto è tomista, dall’inizio alla fine. E’ la dottrina sicura. Ma noi vogliamo tante volte, che la dottrina sicura abbia quella sicurezza matematica che non esiste, né con il lassismo di manica larga né con la rigidità”.

LIVELLO MORALE: innanzitutto mi permetto di ricordare che in tal ambito non esiste nulla di dogmatico in senso assoluto, SE NON DUE SOLE AFFERMAZIONI di Gesù: quella del Comandamento Nuovo e quella del “Siate perfetti come il Padre Vostro che è nei Cieli”. Gesù stesso infatti ha sempre evitato di definire in qualche modo delle soluzioni concrete: pensiamo all’episodio dell’adultera (nel suddetto discorso del papa al Convegno della diocesi di Roma: “Ha mancato verso la legge, Gesù, in quel caso…. «Donna, nessuno ti ha condannato? Neppure io». La morale qual è? Era di lapidarla. Ma Gesù manca, ha mancato verso la morale…”); o alla domanda se era dovere pagare le tasse a Cesare… Certo anche in campo morale ci sono delle verità che ormai, per la tradizione del pensiero della Chiesa (ma qui non uso appositamente la maiuscola…) possono ritenersi “certe e definitive”. Ma ricordiamoci che anche queste verità sono molto poche e talmente alte e ampie da non potersi usare immediatamente come delle norme concrete, quanto piuttosto come delle méte a cui guardare costantemente (e senza che siano mutate o abbassate) perché verso di esse deve essere sempre orientato il nostro “CAMMINO” (concetto  molto caro al papa, su cui basa tutte le sue indicazioni). In pratica, possiamo dire che il Signore non ci giudichi in base al punto in cui siamo arrivati ma alla tensione che abbiamo a continuare a crescere: altrimenti non si capirebbe il termine a cui tendere (la perfezione di Dio, oggettivamente e ontologicamente impossibile da raggiungere) e il discorso che le prostitute e gli scribi possono essere più in alto nei cieli di molti “giusti”. Inoltre il papa ha recentemente ricordato che (sempre nel Vangelo e quindi con valore assoluto di fede) Gesù dice che al giudizio finale, Mt 25, non ci chiederà né quante messe o preghiere abbiamo fatto, “neppure quanto abbiamo osservato i 10 Comandamenti o se eravamo sposati regolari o irregolari, o se eravamo omosessuali”… ma SOLO se “quando ero affamato, nudo, ecc…. mi avete aiutato.., perché in ciascuno di questi piccoli C’ERO IO”. Quindi tutte le norme morali devo essere relative, certo assolutamente necessarie e da osservare, ma non prese come degli assoluti, ma come strumenti di CAMMINO appunto, dei segnali del percorso, dei “paracarri”… da “interpretare” nella vita di ciascuno secondo la propria coscienza e quindi da continuamente riadattare alla storia e all’epoca in cui si vive, e anche alla concreta vita di ogni persona. Altrimenti ci mettiamo (come sovente ricorda lo stesso papa) sullo stesso piano dei Farisei (cfr il suo discorso sopra citato). E per questo che il papa afferma, con insolita durezza, che “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta «irregolare» vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. […] E’ meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno ad una legge o a una norma universale. Pertanto un pastore non può sentirsi soddisfatto applicando solo leggi morali a quelli che vivono situazioni «irregolari», come se fossero pietre che si lanciano contro le persone” (con evidente riferimento all’episodio dell’adultera…).

LIVELLO GIURIDICO: le leggi sono leggi, anch’esse indispensabili per ogni vita sociale (anche nella Chiesa), ma da vedere, ancor più delle norme morali, in modo relativo (nel senso sopra detto). E su questo basti così…

LIVELLO PASTORALE: Inizio con alcune citazioni, sempre da quel discorso alla diocesi di Roma che ho sopra segnalato: “E come aiuta dare volto ai temi! E come aiuta ad accorgersi che dietro alle carte c’è un volto, come aiuta! Ci libera dall’affrettarci per ottenere conclusioni ben formulate ma molte volte carenti di vita, ci libera dal parlare in astratto, per poterci avvicinare e impegnarci con persone concrete. Ci protegge da ideologicizzare le fede mediante sistemi ben architettati ma che ignorano la Grazia. Tante volte diventiamo pelagiani! E questo si può fare soltanto in un clima di fede. E’ la fede che ci spinge a non stancarci di cercare la presenza di Dio nei cambiamenti della storia…. Nulla è paragonabile al realismo evangelico, che non si ferma alla descrizione delle situazioni, delle problematiche – meno ancora del peccato – ma che va sempre oltre e riesce a vedere dietro ad ogni volto, ogni storia, ogni situazione, un’opportunità, una possibilità…. E questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita. Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che «grano e zizzania» crescono assieme, e il miglior grano – in questa vita – sarà sempre mescolato con un po’ di zizzania. [NB Quelle che seguono sono citazioni dirette della Esortazione Apostolica –NdR] «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione… Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada… capace di assumere la logica della compassione verso le persone fragili ed evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti»”. Credo che le parole del papa possano essere prese come la migliore definizione di che cosa debba essere la pastorale!

E’ dunque in base ai discorsi fatti sopra che bisogna interpretare la possibilità che il papa ha dato di una riammissione dei divorziati ai sacramenti. Ma andiamo per ordine.

1 – Il papa non solo non contraddice nessuna verità di fede, ma neanche va contro ai grandi principi morali, anzi addirittura non muta nulla neppure da un punto di vista canonico. Infatti le norme che riguardano i divorziati nel Codice sono rimaste tali e quali: anche la dichiarazione di “stato di irregolarità” (che popolarmente viene definito come “scomunica”) NON è stata abolita e resta valida, fino appunto ad un’eventuale assoluzione.

2 – Prima di affrontare con chiarezza qual è il tipo di “permesso” enunciato dal papa, anticipiamo il discorso – sottolineato dal nostro professore – che comunque deve restare valida la richiesta, per poter ottenere i benefici suddetti, di “vivere come fratello e sorella”, cioè evitando ogni rapporto sessuale. Mi si permetta una battuta birichina: perché, alla fin fine, tutto poi viene sempre ad essere condizionato, nella nostra ottica classica cattolica, dall’uso che si fa delle parti intime?… Chiusa la battuta, il papa non fa alcun accenno a questo discorso. Anzi, sembra presupporre il contrario, dal momento che, sia pure solo per accenno e senza approfondire tale situazione, parla persino di valutare il cammino dei conviventi. E certamente, siccome egli sente profondamente “l’odore della pecore”, certamente non immagina che essi si trovino a letto alla sera solo per recitare il rosario… Dall’Esortazione: “Da qui si ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile. Nella prospettiva della PEDAGOGIA DIVINA, la Chiesa li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro, a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] La Chiesa non manca di valorizzare gli elementi positivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio. […] Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino”.

Non solo, ma nella prima bellissima parte, quella più generale sull’amore umano, egli ricorda che la sacralità della coppia esiste già in sé, nascendo dalla stessa creazione (e quindi cita il Genesi), tanto che ricorda (Codice di Diritto alla mano!) che quando una coppia, da qualsiasi situazione di altre religioni, tradizioni, ecc. provenga, chiede il Battesimo, “non deve essere più celebrato per loro il rito del sacramento del matrimonio, perché col Battesimo stesso la loro unione di prima, se aveva le caratteristiche volute dal Creatore (unicità e indissolubilità), diventa automaticamente sacramento.

Tutto ciò certo non nega che la continenza in alcuni casi possa essere proposta come un ideale di vita di alto valore, come ricorda il card. Müller e ribadiscono i vescovi della regione pastorale di Buenos Aires nel loro documento “Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris Laetitia”, documento esplicitamente approvato dal papa che riconosce che “non ci sono altre interpretazioni” e che noi citeremo nuovamente più avanti. Ma questo suona appunto come una proposta di alto livello ascetico, e non come una richiesta assoluta e incondizionata per concedere la riammissione ai sacramenti. Fosse così, si dovrebbe dire che allora nulla è cambiato: anche prima, se i divorziati e simili si impegnavano a tale astinenza piena, potevano essere riammessi ai sacramenti (sia pure con procedura allora considerata eccezionale, e con la condizione che riconoscessero comunque il loro stato di irregolarità e non ci fosse pericolo di scandalo – queste due ultime cose peraltro ribadite anche ora).

Analogamente il papa non dimentica “le persone divorziate e non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, che vanno incoraggiate e aiutate in questa loro scelta che ha un grande significato”.

Ma si può dare l’assoluzione a persone che vivono in una situazione di “peccato oggettivo” e non possono garantire che “non lo faranno più”?  Qui faccio due citazioni: un passaggio del nostro stesso professore che dice: “Seguendo gli accreditati criteri interpretativi, tra l’interpretazione che crea più problemi e quella che ne crea di meno, o non ne crea affatto, bisogna scegliere l’interpretazione meno problematica” (dottrina già di sant’Alfonso Maria de Liguori…). Ma cito anche una lezione a cui abbiamo assistito io e il suddetto professore, mentre facevamo il corso di morale durante il convitto nel primo anno di sacerdozio, lezione tenuta da un suo parente, esimio moralista, che rispondendo ad una domanda se si poteva assolvere un ragazzo che si accusava di praticare la masturbazione ma non si sentiva di promettere appunto “di non farlo mai più”, disse che bisognava chiedergli di impegnarsi il più possibile a “crescere”, ma dopo di che dargli e ridargli volentieri l’assoluzione, che non era un  regalo per gli eroi, ma un aiuto appunto per camminare sempre meglio nella Grazia.

3 – Ricordiamo ancora, per completezza, altre due cose che dice il papa. La prima è quella che in ogni caso di matrimonio fallito bisognerebbe indagare se non rientra nei casi di matrimonio “nullo”. Egli infatti sottolinea (in concordanza con quello che pensano i preti quando devono celebrare un matrimonio) che molti di essi non sono sacramento (al di là di altre motivazioni che possono comunque inficiarne la validità) perché non esiste negli sposi una fede vera e cosciente, talvolta neppure nel Signore e nella Chiesa, ma in particolare nel significato del matrimonio come sacramento con tutti gli annessi e connessi. Questo li rende appunto invalidi da un punto di vista sacramentale. Per questo egli ha già radicalmente riformato la procedura per la richiesta di nullità, rendendola molto più semplice  e veloce (tanto da concedere ai vescovi, nei casi che non fosse possibile la normale procedura “giuridica”, ma essi si rendessero certi in coscienza che tale matrimonio non era valido, di dichiararlo loro stessi senza ulteriore procedimenti). Tuttavia, naturalmente, come ha ricordato in uno degli ultimi discorsi fatti ai membri del Tribunale Centrale (la “Sacra Rota”), che non bisogna certamente pensare a questa strada per semplificare i discorsi, tanto da farla diventare una specie di “divorzio cristiano”: infatti si tratta di riconoscere l’eventualità che il matrimonio, al di là della celebrazione compiuta,  non sia effettivamente mai avvenuto (per gli svariati motivi possibili), ma non di “annullare” un matrimonio che invece era davvero valido, cosa assolutamente impossibile ora come prima.

Inoltre il papa ricorda che il sacramento del Matrimonio deve essere vissuto come una vera e propria vocazione, e quindi richiede una lunga e seria preparazione già a monte (fin dalla prima giovinezza) e poi nel periodo immediatamente precedente, in modo che avvenga un vero e sicuro discernimento, non solo verso la chiamata a tale vocazione, ma anche in particolare verso il fatto che il partner con cui ci si vuole legare sia veramente quello pensato da Dio per la propria vita.

4 – E arrivando finalmente a quanto concesso dal papa, citiamo nuovamente i vescovi suddetti: “Non conviene parlare di «permesso» per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore, che deve essere personale e pastorale… Dunque il sacerdote accoglie il penitente, lo ascolta attentamente e gli mostra il volto materno della Chiesa, mentre accetta la sua retta intenzione e il suo buon proposito di collocare la vita intera alla luce del Vangelo e di praticare la carità… Se si giunge a riconoscere che, in quel caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris Laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconcilazione e dell’Eucarestia…. Non bisogna pertanto intendere tale possibilità come un accesso illimitato ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione lo giustificasse: si propone piuttosto un discernimento che distingua adeguatamente ogni caso e non si chiude, ma rimane sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più pura”.

5 – Concludendo, si tratta dunque di riconoscere se la coppia ha compiuto e sta compiendo un vero CAMMINO di fede e di carità (dice il papa: “un graduale sviluppo della capacità di amare”) e, in base al punto raggiunto di tale cammino, rilevato in coscienza nel dialogo fra la coppia e il pastore, egli può “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale POSSANO già ESSERE SUPERATE in quel singolo caso”, compresa la possibilità di ritornare ai sacramenti.

 

6 – In sintesi, la più grande novità dell’Esortazione (che è in realtà un ritorno al genuino messaggio evangelico), come ha scritto in un articolo un teologo subito dopo la sua pubblicazione) è il fatto che il papa abbia nuovamente messo il discorso della COSCIENZA prima e al di sopra di quello della legge, superando il fariseismo dei “buoni”, così combattuto da Gesù stesso e stroncato negli scritti di san Paolo. Citando letteralmente: “Non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali e neppure pretendere d’imporre norme con la forza dell’autorità… Il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica… Piuttosto bisogna presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia… Soprattutto bisogna presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione, […] dando spazio alla COSCIENZA dei fedeli: siamo chiamati a formare le coscienze, NON A PRETENDERE DI SOSTITUIRLE”, ricordando che esistono DIVERSI MODI DI INTERPRETARE alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. […] Non esistono le famiglie perfette”.  E ancora: “La COSCIENZA delle persone deve essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del pastore. Ma questa coscienza può anche riconoscere con sincerità e onestà che PER IL MOMENTO LA PROPRIA VITA, COSÌ COM’È, È L’UNICA RISPOSTA GENEROSA CHE SI PUÒ OFFRIRE A DIO, E SCOPRIRE CON UNA CERTA SICUREZZA MORALE CHE QUELLA È LA DONAZIONE CHE DIO STESSO STA RICHIEDENDO IN MEZZO ALLA COMPLESSITÀ CONCRETA DEI LIMITI… Ricordiamo che la CARITÀ FRATERNA è la prima legge del cristiano, perché (1 Pt 4,8) «la carità copre una moltitudine di peccati»”. [NB Il maiuscolo è nostro e non nel testo originale – NdR].

Don Aldo Bertinetti

Dall’utero a Lutero.

Questa relazione è bellissima. Un po’ lunga ma si legge tutta d’un fiato. Si percepisce come sia autenticamente vera.

 

(Cella di Noceto, 29-31 ottobre 2016). La relazione aveva ad oggetto «Humanae vitae ed Evangelium vitae: siamo tornati all’anno zero? Riflessioni da un’esperienza dentro la pastorale» ed è stata tenuta alla presenza del cardinale Carlo Caffarra.

Flora Gualdani

Buonasera a tutti, ringrazio gli organizzatori di questo bel corso. Per me è un onore parlare di fronte ad alcuni miei maestri, primo tra tutti Sua Eminenza il cardinale Caffarra. E’ da lui, insieme al professor Sgreccia, anch’esso oggi cardinale, che ho imparato nei primi anni ’80 all’Università Cattolica del Sacro Cuore i fondamentali di quello che diremo in questi tre giorni. Iniziamo con una lode a Gesù per averci riuniti qui. Diciamo insieme: Alleluja! Lode e gloria a Te, Signore Gesù.

Mentre Sua Eminenza ci parlerà dal punto di vista più alto della Chiesa e della teologia, io vi dirò qualcosa dalla mia postazione ostetrica che sta più in basso, sul piano della pastorale: tra i bordi delle strade, le corsie degli ospedali e le sacrestie. Vi racconterò come vedo la situazione delle encicliche Evangelium vitae ed Humanae vitae, come le ho viste trattate ed attuate in mezzo secolo di esperienza.

Questa parte fondamentale della dottrina della Chiesa sta vivendo una situazione difficile. Ed è un capitolo che porta con sé altri pezzi di Magistero come Familiaris consortio, Donum vitae e Veritatis splendor.

Cercherò di fare una specie di anamnesi raccontandovi alcune informazioni, un excursus di episodi e sintomi con cui sono giunta ad una mia diagnosi del problema, e poi vi esporrò alcune linee della terapia che secondo me è necessaria per risollevare questa parte basilare della dottrina.

L’ambulatorio ostetrico è un confessionale speciale, e dopo cinquant’anni mi sono fatta alcune convinzioni precise, ascoltando il cuore e la vita concreta di tante donne. Ad una certa età ti accorgi che con l’esperienza cresce anche la capacità di sintesi e di visione delle cose: è un pò come vedere le realtà dall’alto, dall’oblò di un aereo. Siccome io e il cardinale Caffarra siamo coetanei, può darsi che certe nostre osservazioni siano coincidenti.

DUE PREMESSE IMPORTANTI

Premetto: tutto quello che vi racconterò non è per fare polemica né per giudicare nessuno ma è un’osservazione leale del periodo storico in cui ci troviamo a navigare. Se non prendiamo atto onestamente della realtà dei fatti che ci riguardano, non possiamo muoverci per migliorare la pastorale.

Inoltre, alcune cose che racconterò, anche con dolore, sono frutto di un profondo amore che nutro per la Chiesa cattolica. Ho dato tutta la mia vita e consumato i miei beni per amore della Chiesa. E’ per amore della Chiesa che abbandonai in anticipo la mia amata professione ospedaliera all’inizio degli anni ‘90. Avevo davanti le mie due grandi passioni: l’ostetricia e la pastorale della vita nascente. Ad un certo punto scelsi di servire quella che vedevo messa peggio cioè la Chiesa. Il vescovo di Bangkok, durante la guerra in Cambogia, voleva che rimanessi e aprissi una casa là. Ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato, dove stava emergendo il degrado morale e la povertà culturale su questi temi.

Il mio piccolo “ospedale da campo” l’avevo già aperto ai tempi del Concilio, nel 1964, tirando su Casa Betlemme e usando il balsamo potente della misericordia. Ne ho parlato lo scorso giugno al convegno “Bioetica, Miseria e Misericordia” organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/07/bioetica-miseria-e-misericordia-lopera-di-casa-betlemme/).

Avevo anche fatto la mia esperienza di “Chiesa in uscita”, incontro alle periferie esistenziali cioè in mezzo alle guerre e ai disastri, negli angoli più poveri della terra: India e Bangladesh, Africa e Cina, dall’Irpinia terremotata all’inferno della Cambogia, poi la Bosnia Erzegovina ai tempi dello stupro etnico.

Cercando di rimanere sempre attenta ai segni dei tempi, ad un certo punto mi accorsi che era urgente aprire un altro reparto nell’ospedale da campo: il reparto della formazione, per aiutare la Chiesa a trasmettere il messaggio dell’Humanae vitae. Per prepararmi frequentai gli ambienti universitari romani a scuola dai giganti, i miei maestri tra scienza e fede. Le loro lezioni le ho riportate a Casa Betlemme che è diventata così una scuola di vita dove sono passati in tanti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati.

E’ un luogo dove la morale si è incarnata e la teoria è diventata prassi. Diverse giovani coppie si sono appassionate di quest’enciclica e sono diventate collaboratrici dell’opera. Alcune sono qua e le ringrazio.

Vi racconto quale fu l’episodio che mi convinse a prendere il treno per Roma, ad andare a scuola dai giganti. Eravamo nell’81 ai tempi del referendum sulla legge 194. Ci fu un convegno della Chiesa aretina dove un ginecologo abortista intervenne interpellando i responsabili. Domandò cosa avesse da proporre la chiesa come alternativa all’aborto. C’era la risposta dell’Humanae vitae ma quella risposta nessuno seppe darla. Mi turbò la gravità di questa omissione. Ma io non ero abbastanza preparata per fare supplenza. Così presi il treno per Roma e andai al Policlinico Gemelli dove incontrai figure come il genetista Jérôme Lejeune, la ginecologa Anna Cappella e la psichiatra Wanda Połtawska.

LA QUESTIONE DELL’OBBEDIENZA: DALL’UTERO A LUTERO

Dopo la firma dell’Humanae Vitae si scatenò quello che sappiamo contro Paolo VI e la sua enciclica: il bioeticista Renzo Puccetti ci ha scritto un magnifico trattato (I veleni della contraccezione, ed. Studio Domenicano, Bologna 2013) e stasera nello spettacolo dopo cena ripasseremo alcuni passaggi. All’epoca ero ancora giovane e non riuscivo a comprendere il perché di quella guerra contro l’enciclica. Così, con quella dose d’incoscienza e spirito d’avventura che mi hanno sempre aiutato, presi la mia fiat cinquecento ed andai a Roma a suonare il campanello di Padre Häring, una delle grandi menti che guidava la resistenza internazionale contro l’Humanae vitae. Lo stesso feci a Firenze con don Enrico Chiavacci. Era l’altro illustre teologo moralista che si opponeva a Paolo VI. Entrambi mi ribadirono la bontà della loro tesi. Tra noi ci fu un vivace scambio di idee, faccia a faccia.

Quando mi fui preparata alla scuola dei giganti, come dicevo, feci tesoro delle loro lezioni per aprire a Casa Betlemme il reparto formazione. All’inizio pensavo – ingenuamente – che la mia diocesi avrebbe accolto a braccia aperte questo specifico servizio pastorale, una scuola sull’Humanae vitae. Invece con i miei pastori, nel fare obbedienza, ho dovuto esercitare tanta paziente umiltà, tipicamente femminile. Ci sono voluti quarant’anni per avere la prima approvazione ufficiale di questa opera. Finché accogli le ragazze madri e fai – gratis – una meritoria opera sociale, ti battono le mani e ti danno premi. Quando invece parlavo di morale e del no alla contraccezione, la cosa si faceva complicata. Compresi che se volevo la libertà di parola dovevo parlare in casa mia. E spalancai le porte.

Con tutti i miei vescovi c’è stato un buon rapporto, ma ad un certo punto li ho interrogati sulla loro posizione di fronte all’Humanae vitae. Volevo capire francamente da che parte stavano. Un primo vescovo mi disse che dovevo lasciar perdere con questi insegnamenti «…perché gli sposi lo sanno da sé come fare in camera da letto». Un altro vescovo mi ordinò (alzando la voce) di smettere di andare in giro ad insegnare queste cose, e mi proibì anche di riunire i giovani a casa mia per fare corsi. Si spinse oltre e mi disse: «finché io sarò vescovo, tu non sarai mai espressione della Chiesa». Chiesi spiegazione di cosa non andasse nel mio apostolato ma non ebbi risposta. Feci obbedienza e gli dissi: «Eccellenza, farò quello che mi chiede: stia sicuro che appena torno a casa mi attacco al telefono e disdico tutti gli appuntamenti in diocesi». All’epoca ero ancora pressoché da sola e giravo le quattro vallate aretine, più volte a settimana, per tenere incontri: una fatica da follia. «Per quanto invece riguarda i giovani a casa mia, Eccellenza, le dico che la mia casa se l’è sudata il mio babbo da emigrante, e la bocca me l’ha regalata la mia mamma! Per cui lì sono libera di riunire chi voglio». Per due anni, facendo obbedienza, non andai più in giro a parlare, ma a casa mia gridavo a squarciagola, e i giovani si affascinavano. Poi un vecchio prete mi convinse a riprendere il microfono con questa riflessione: «ma se ogni volta che vai a Roma ai congressi internazionali il Papa vi esorta a proseguire in questo apostolato e poi il vescovo te lo vieta, tu a chi devi dare retta?». In fondo era quello che facevo in ospedale: se un primario e un assistente hanno vedute diverse, io obbedisco al primario. E così ricominciai a parlare in giro.

Un altro vescovo ancora, che mi stimava, mi consigliò di non insistere sull’Humanae vitae, dicendomi: «Vedi Flora, tanto appena muore Giovanni Paolo II, vedrai che queste cose finiranno». Riuscii soltanto a balbettare: «Ma Eccellenza, è la dottrina!». Devo dire che, tra tutte, questa fu la mazzata più forte che ho ricevuto. Il tono era delicato e suadente, ma nella sostanza era come se mi avesse detto: hai sprecato inutilmente la tua vita. Uscii da quel colloquio disorientata, stordita. Per rimanere in piedi di fronte a certe coltellate, ti inginocchi in adorazione silenziosa. E poi riparti.

Un importante sacerdote, educatore e professore di teologia mi spiegò: «Vedi Flora, la morale che insegni tu (quella dell’Humanae vitae) è una morale vecchia, perché guarda al singolo atto». Lui educava i giovani citando Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”. Anche i responsabili della pastorale familiare una volta mi rimproverarono così: «mica pretenderai che tutte le coppie usino i metodi naturali!». Risposi: «quello che pretendo è che tutte le coppie sappiano davvero cosa sono i metodi naturali, il loro reale valore scientifico ed umano, la loro praticabilità».

Poco tempo fa un alto prelato mi disse che questa proposta è “di nicchia”, per poche coppie speciali. Un’altra delle obiezioni che ho ricevuto recentemente dal mondo ecclesiastico sull’Humanae vitae è che sarebbe stata scritta in “un altro contesto storico”, e quindi sarebbe superata. Siamo cioè nella linea di quei pensatori cattolici alla moda che affermano che l’uomo è cambiato, la sessualità è cambiata e quindi sarebbe la dottrina che va adeguata. E non viceversa.

Dopo quarant’anni di cammino in mezzo a queste prove, alla fine è arrivato un vescovo che invece si è presentato a Casa Betlemme ad ascoltare. Si metteva in prima fila a prendere appunti, mettendomi in imbarazzo. Aveva capito l’importanza di questo apostolato, ne vedeva i frutti. Ogni anno portava i suoi giovani sacerdoti da noi per una giornata di formazione su teologia del corpo e Humanae vitae. Nel Natale 2005 volle riconoscere Casa Betlemme come associazione pubblica di fedeli, cioè opera non più mia ma della Chiesa e ci disse: «voi adesso potete andare anche a New York a parlare, e il vostro annuncio sarà a nome della Chiesa». Quel vescovo poi è diventato cardinale e si chiama Bassetti. Il nostro caro Gualtiero.

Un ultimo cenno sull’obbedienza: il fondatore di questa fraternità Francescana, Padre Pancrazio Gaudioso, definisce l’obbedienza “la prima delle virtù”. Una decina d’anni fa mi rimproverò pubblicamente: sapeva che da un paio d’anni avevo smesso di andare in giro a formare i suoi novizi su questi temi. Fu molto severo. Io gli spiegavo che, in questo apostolato, il mio timore era anche di dover affrontare le obiezioni autorevoli dei teologi. E lui mi rispose sorridendo: «sono loro che devono aver paura di te!». Feci obbedienza e ricominciai.

Vi ho fatto questa lunga carrellata non per criticare i miei pastori ma, al contrario, per testimoniare quanto è stata feconda l’obbedienza verso di loro. Quanto più costa fatica, tanto più porta frutto. Il fuoco amico è quello che fa più male. Ma c’è sempre la forza dello Spirito Santo che ti sostiene. La pastorale la fanno i pastori e quindi – ripete la Madonna – dobbiamo pregare per loro. Però dobbiamo anche tenere gli occhi aperti, vigilare. E non temere. Io prego ogni mattina per ognuno dei miei sette vescovi. Li ringrazio per le cose che, a modo loro, mi hanno fatto comprendere. Perché certe cose le capisci soltanto se le patisci. A volte mi è sembrato di aver vissuto l’effetto della palla: più la schiacci in basso e più rimbalza in alto.

UN’ALTRA DERIVA: L’ANGELISMO.

Un’altra deriva che ho incontrato nella pastorale la definirei “angelismo”. Tanto agli sposi che ai consacrati spiego che Dio non ci ha dato le ali ma i genitali. Ai consacrati ripeto che sarebbero degli illusi se pensassero che portare un abito, pur prezioso, li preserva dalla concupiscenza.

Con gli sposati capita invece questo. Un primo esempio. Ho frequentato Medugorje fin dai primi tempi. Mi sono resa conto di quanto sia importante ciò che raccomanda la Chiesa su questo luogo speciale di pellegrinaggio: l’accompagnamento pastorale. Ho notato che tanta gente torna infatti con un grande entusiasmo spirituale ma non incarna la propria conversione dalla cintola in giù, nelle scelte della vita morale. Magari continuano a portare la spirale o ad assumere la pillola: per ignoranza, perché non sanno. Così anni fa mi recai dal parroco di Medugorje proponendogli un servizio pastorale con cui aiutare i pellegrini a conoscere il Vangelo della vita. Sono sempre più convinta che è un annuncio fondamentale da portare nei grandi luoghi della fede, dove transita tanta gente. Il parroco era interessato ma mi dirottò dal vescovo di Mostar e così feci, spiegandogli la mia proposta. Dal tenore severo della sua risposta compresi che i tempi non erano maturi. E feci obbedienza.

Un secondo esempio. Agli sposi ricordo che l’utilizzo dei metodi naturali non è di per sé una garanzia di santità coniugale (se usati quale chiusura alla vita), come nemmeno il mettere sù una famiglia numerosa è sinonimo di santità: una famiglia numerosa è auspicabile, ma la perfezione degli sposi cristiani non sta nel numero di figli. Anche uno può essere troppo di fronte a certe situazioni cliniche gravi (l’eroismo non è obbligatorio), oppure – per altri – tre figli potrebbero essere espressione di egoismo.

“Procreazione responsabile” significa cioè apertura ragionevole alla vita, ma apertura: con i metodi naturali che non sono una tecnica cattolica per non fare figli ma uno stile di vita fatto di conoscenza di sé ed esercizio della virtù per amore nella reciproca fedeltà, lasciando a Dio l’ultima parola. E’ quello che ha scritto Paolo VI nell’Humanae vitae al n. 31: le leggi della trasmissione della vita, inscritte nella nostra natura, vanno rispettate con amore & intelligenza. In questo documento, Paolo VI in fondo non ha fatto altro che riproporre in chiave moderna un antico comando biblico: non disperdere il seme ovvero non dividere l’atto. Quindi non si tratta di un’invenzione dei pontefici moderni.

Ho incontrato invece certi ambienti cattolici dove usare l’intelligenza e la ragione viene purtroppo considerato un peccato (un po’ come sosteneva Lutero). Tempo fa una coppia venne a criticare l’uso dei metodi naturali dicendomi che loro non avevano bisogno di imparare la disciplina della continenza, cioè i metodi naturali, perché avrebbero accolto tutti i figli che Dio gli avrebbe mandato. Intenzione perfetta! Io però mi permisi di osservare che anche loro, prima o poi (e per motivi vari) dovranno fare i conti con la castità, il cui esercizio non si improvvisa. Infatti ho conosciuto coppie che hanno avuto tre o quattro gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (l’equivoco sulla “fecondità ad oltranza” fu sottolineato da Giovanni Paolo II anche durante l’Angelus del 17.7.1994), e poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità. Ad un certo punto la donna entra nella paura di un’altra gravidanza e comincia a vivere male l’intimità coniugale, l’uomo si sente rifiutato e cerca i surrogati. E’ una situazione pericolosa perché la coppia può scoppiare.

Di solito a quel punto possono accadere due cose al confessionale: o il prete manda la coppia da noi ad imparare i metodi naturali. Però è una chiamata un po’ tardiva, perché ci troviamo davanti coppie terrorizzate, il cui unico obiettivo è evitare assolutamente un’altra gravidanza. E faranno molta più fatica a fidarsi e così a imparare bene.

Oppure il prete benedice la loro contraccezione usando la logica del proporzionalismo: «Vi siete già aperti abbastanza alla vita, adesso siete giustificati ad usare la pillola o altro». Da noi in Toscana c’è un detto: “poggio e buca fa pari”. Traduce bene il proporzionalismo, concetto che il Magistero – come sappiamo – ha dichiarato contrario alla morale cattolica.

LA DISINFORMAZIONE E I SUOI DANNI PASTORALI

Uno dei problemi di fondo è la disinformazione su questo capitolo. Un’ignoranza grave di cui ho toccato con mano i danni fuori e dentro le sacrestie (Cfr. Flora Gualdani, Occidente, procreazione e Islam. Testimonianza per il Sinodo sulla famiglia. Parte II, ed. ilmiolibro 2015). Abbiamo un magistero chiaro ed approfondito su matrimonio, famiglia e trasmissione della vita. San Giovanni Paolo II ha prodotto, già da prima del Concilio, un insegnamento magnifico e sterminato per aiutarci a comprendere l’amore umano e la teologia del corpo. Qualcuno ha affermato che quelle riflessioni di Wojtyla su questo campo sono come l’Everest che svetta sopra tante colline. Eppure negli ambienti cattolici, anche ad alti livelli, le sue centoventinove catechesi sull’amore umano sembrano qualcosa di sconosciuto. Il biografo Weigel dice che questo insegnamento giovanpaolino è «una bomba ad orologeria» che, quando finalmente verrà scoperta in tutta la sua grandezza, esploderà producendo effetti spettacolari (Cit. in Y. Semen, La sessualità secondo Giovanni Paolo II, ed. San Paolo, Milano 2005).

Il Santo Padre era particolarmente attento a questo fronte bioetico che considerava fondamentale per la famiglia. Dopo ogni congresso internazionale ci riceveva per informarsi sui progressi sia della scienza che della pastorale a livello mondiale. Così mi è capitato a volte di trovarmi, insieme alle mie maestre, faccia a faccia con san Giovanni Paolo II. Una sera, superando tutti gli appuntamenti in agenda, volle riceverci prima di cena nel suo appartamento.

Nel 1996 spiegò che «è ormai maturo il momento in cui ogni parrocchia e ogni struttura di consulenza della famiglia e alla difesa della vita possano avere a disposizione personale capace di educare i coniugi all’uso dei metodi naturali. E per questa ragione raccomando particolarmente ai Vescovi, ai parroci e ai responsabili della pastorale di accogliere e favorire questo prezioso servizio» (P. Pellicanò, Giovanni Paolo II. Mandato d’amore, ed. San Paolo, Milano 2012).

Dobbiamo domandarci: come sono state recepite le raccomandazioni pastorali di san Giovanni Paolo II? Vi ho accennato qualche episodio della mia esperienza con i pastori. Una volta una coppia venne da me disorientata perché un monsignore aveva detto loro di usare tranquillamente la spirale. Io risposi così: andate dal monsignore e ditegli (a nome mio) che gli aborti della vostra spirale saranno scritti in cielo nel suo registro, non nel vostro. Poi la coppia venne a seguire un laboratorio e alla fine mi ringraziò con queste parole: «Ci hai insegnato a spostare una montagna con la punta del mignolo!». E come loro, tanti altri sono tornati felici a ringraziare. Alcuni per aver raggiunto, con i metodi naturali, la gravidanza desiderata.

Oppure capita di trovare parroci che arruolano, come guide dei fidanzati, coppie di conviventi. Negli ultimi anni la disinformazione si è purtroppo allargata anche sulla questione della PMA. Una sera mi telefonò un frate chiedendo indicazioni su una “provetta cattolica” a cui voleva indirizzare una brava coppia di sposi che stavano soffrendo per l’infertilità. Troppe volte coloro che hanno la grave responsabilità di orientare gli sposi al confessionale, non sono abbastanza preparati e non conoscono, per esempio, le ragioni per cui il Magistero dice sempre no alla fecondazione extracorporea, eterologa od omologa che sia.

La stessa cosa vale per le donne consacrate. Una giovane madre superiora, intellettualmente preparata e monaca di clausura, alla fine di un corso che aveva voluto che io tenessi nel suo monastero, si era resa conto che la propria disinformazione in materia era tanto grave da averla portata a spingere le coppie verso la fecondazione artificiale e ad assumere contraccettivi, senza che lei ne conoscesse i danni. Era convinta di fare opera di carità verso la sofferenza di quelle coppie. La superiora uscì sconvolta di dolore nel prendere coscienza della sua ignoranza: le sue lacrime erano interminabili nel colloquio personale che facemmo. Si meravigliava, piangendo, che nel suo percorso formativo nessuno le avesse spiegato certe cose. Ma anche quella ferita è diventata feconda. Dopo il corso, quelle monache hanno scoperto un nuovo impegno vocazionale, cioè portare tutti questi drammi nella loro preghiera e dare consigli giusti.

Fin dagli anni ’80 ho cercato di portare la teologia del corpo e l’Humanae vitae dentro i conventi e i monasteri, e posso testimoniarvi quanto sia importante la formazione specifica in questo vangelo della sessualità per qualunque donna, prima ancora che per la coppia.

Un anno fa ho tenuto a Roma un corso ad un gruppo di suore cinesi, su invito di don Rocco Huang della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. Sono rimaste completamente affascinate dalla teologia del corpo, tradotta in una vita di consacrazione verginale. La prossima settimana tornerò nella capitale per la seconda edizione di questo corso. Dove parteciperanno stavolta anche sacerdoti della Chiesa sotterranea cinese.

Un’altra annotazione sulla situazione pastorale dell’Humanae vitae è dunque questa: si tratta di un vangelo della sessualità che viene ancora rifiutato e deriso dalla nostra cultura occidentale mentre viene riconosciuto con entusiasmo dai popoli lontani e poveri. Pensiamo a quello che di grande ha fatto Madre Teresa nelle bidonville di Calcutta (cfr. D. Zanelli e M. Bicchiega, Madre Teresa e il fertility day, http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/09/madre-teresa-e-il-fertility-day/), oppure a quello che è successo nella Cina comunista grazie ai Billings (cfr. Mondo e Missione, ottobre 2004).

Sul fronte sanitario, si incontrano purtroppo medici cattolici che quando gli dici dei metodi naturali ti parlano ancora dell’Ogino-Knaus. Medici cattolici e farmacisti che svolgono benemerita attività pastorale, mentre benedicono la pillola del giorno dopo e la contraccezione in genere. Che non parlano dell’abortività, più o meno elevata, di tutta la contraccezione farmacologica.

Trovare un medico che rimane fedele al Magistero e non prescrive la pillola estroprogestinica è cosa rarissima. Ci sarebbe da discutere se certa ignoranza sia colpevole o voluta. Ma non vogliamo giudicare le persone. Su questo punto ho perso per strada, nei decenni, diversi bravi collaboratori medici. Perché qui “cade l’asino”: nell’obbedienza alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda che brucia. E’ il concetto del martirio.

IL MARTIRIO DELLE IDEE E DEL CUORE

Da diversi anni ripeto ai miei collaboratori di prepararsi a quello che definisco il martirio delle idee e del cuore. Il martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, spesso sarete chiamati a trovare il coraggio di rinunciare alla carriera, imparare ad accettare forme di isolamento e tribolazione nel vostro ambito professionale. Molti di voi l’avranno sicuramente già sperimentato. Il martirio del cuore significa che per rimanere fermi nella vostra posizione, dovrete accettare di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana. Del resto Gesù stesso ha precisato che è venuto, con il suo annuncio esigente, a portare divisione anche all’interno delle famiglie.

Per quanto mi riguarda, potrei raccontarvi tanti episodi in cui mi sono trovata a combattere per difendere il vangelo della vita nella mia professione, dentro le corsie degli ospedali. Scontri verbali, a volte durissimi. Quando arrivò la legge 194, in ospedale capirono presto quale era la mia posizione e un gruppo di ardenti volontarie femministe venne ad intimarmi dicendo che non dovevo intrattenermi con le donne che erano in lista per abortire. Era successo infatti che qualche donna, dopo il colloquio con me, era scesa dal lettino di preanestesia ed era tornata a casa. Fecero togliere il crocifisso dalla camera d’attesa ma non era sufficiente: vollero chiamare anche l’imbianchino perché nella parete era rimasta l’ombra del Crocifisso.

Era un clima pesante dove più volte, a fine turno, mi sono ritrovata le gomme dell’auto bucate. O quel giorno in cui l’anestesista mi afferrò infuriato scaraventandomi sopra un lettino: rischiai molto perché il lettino aveva le ruote ed era in cima alle scale del reparto.

Ho passato tutta la vita accanto ai ginecologi dentro i reparti di ostetricia. Diversi di loro inizialmente aderirono all’applicazione di quella legge mortifera perciò infame. Era una legge “voluta dal popolo”: e quindi, ubriacati dall’ideologia del ‘68, loro non si sentivano personalmente responsabili di tutto quel sangue innocente. Con il tempo però alcuni di loro, chi prima e chi dopo, sono entrati in crisi e alla fine hanno preferito cambiare strada: qualcuno l’ho visto cambiare ospedale, qualcun altro cambiare specializzazione. Il sangue caldo che cola sui guanti di lattice è qualcosa che ustiona l’anima oltre che la pelle. Chi invece ha continuato a fare gli aborti, l’ho visto farlo sempre più malvolentieri. Tanto che, nella preparazione degli orari di turno, quando facevano il calendario mensile, ognuno cercava il modo di evitare le mattine dedicate alle IVG. Esattamente lo stato d’animo opposto che provavamo all’uscita dalla sala parto, con il bimbo in braccio, a condividere la gioia delle famiglie. Gioia che permane ancora dopo mezzo secolo quando le incontro per strada.

In certe circostanze ho sentito il dovere morale e professionale di scontrarmi (talvolta in modo molto forte) con i ginecologi abortisti, anche se erano i miei primari. Quando li rimproveravo energicamente, richiamandoli alle loro gravissime responsabilità, sentivo che gli toccavo la coscienza e che gli facevo del bene. Ero il loro tormento. Mi davano ragione, ma mancava loro il coraggio di disobbedire alle “alte protezioni” che avevano alle spalle. Capivo la loro debolezza, perché quel coraggio può venire soltanto dalla forza della fede. A quarant’anni di distanza, devo dire con stupore che ho incontrato lungo i decenni molta più stima professionale (e personale) proprio da parte di quei ginecologi con cui mi ero scontrata apertamente in reparto, piuttosto che da parte di quelli cattolici che avrebbero dovuto sostenermi ma preferivano il dialogo tiepido e conciliante.

Nel difendere il Vangelo della vita si incontrano obiezioni severe ed altre più sottili, mitragliate da cui fai più fatica a difenderti. Su questo punto vi invito a portare sempre con voi una frase profetica scritta da san Giovanni Paolo II nel 1984: «la fedeltà a questi due documenti (Humanae vitae e Familiaris consortio) deve essere spesso pagata a caro prezzo: si è spesso derisi, accusati di incomprensione, di durezza e altro ancora. E’ la sorte di ogni testimone della verità, come ben sappiamo. Con semplice ed umile fermezza siate fedeli al magistero della Chiesa in un punto di così decisiva importanza per i destini dell’uomo» (Discorso ad un centinaio di sacerdoti partecipanti ad un seminario su Humanae vitae e procreazione responsabile, L’Osservatore Romano 2 marzo 1984).

Per quanto mi riguarda, essere accusati di durezza è una cosa che vivo ormai da decenni e non mi fa più né caldo né freddo. Ho notato che, quando la verità che andiamo ad annunciare è dura e alcuni non la vogliono ascoltare, spesso aggirano il problema dicendo che sono dure le persone. Quando c’era Giovanni Paolo II, dalle mie parti dicevano che ero “papista”. Oggi so di essere classificata tra quelli “intransigenti” e “integralisti”. Noi, per l’esattezza, vogliamo essere semplicemente integrali cioè fedeli alla verità tutta intera, anche a quella parte più scomoda. I marchi e i cartelli che mi porto sulla schiena saranno smeraldi e schegge di diamante a decoro del vestito da sposa con cui un giorno mi presenterò davanti a Gesù.

LA DIAGNOSI SULL’HUMANAE VITAE

Dopo questo excursus sulla mia esperienza pastorale dentro l’Humanae vitae e il Vangelo della vita, vi sintetizzo la mia personale diagnosi del problema in otto punti.

Punto primo. La resistenza contro l’enciclica di Paolo VI e contro gli approfondimenti di Giovanni Paolo II ha purtroppo dato i suoi frutti. E’ da quella resistenza teologica e pastorale che siamo arrivati alla mentalità relativista che oggi va per la maggiore anche dentro le comunità cattoliche: “Credo in Dio ma la morale a modo mio”. Una mentalità cattoprotestante focalizzata sulla morale sessuale. Renzo Puccetti traduce così: «nel grande ospedale da campo che è la Chiesa sembra proprio che l’intero padiglione della clinica morale sia stato chiuso, o peggio, sia stato demolito piazzando le cariche ai pilastri portanti della coscienza e del peccato. Non solo la terapia, ma persino la profilassi è svanita […]» (Prefazione a M. Bicchiega, La Regolazione Naturale della Fertilità: una frontiera della bioetica tra scienza, fede e cultura, Tesi di licenza presso Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Gregorio X” di Arezzo, collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ed. youcanprint 2015, Premio Achille Dedè).

Punto secondo. La “mancata recezione” dell’Humanae vitae è una questione da ribaltare. In certe facoltà teologiche s’insegna che l’Humanae vitae è da considerare fallita perché non è stata recepita. Ma dobbiamo chiederci: perché il popolo di Dio non l’ha recepita? L’esperienza di Casa Betlemme, come vi ho detto, è la dimostrazione che – se si vuole – questa enciclica può diventare vita vissuta. Qui faccio rispondere altri due grandi miei maestri, i medici australiani coniugi Billings, i primi due laici che furono ammessi a partecipare ad un sinodo (dedicato alla famiglia, nel 1980): «Non è la prima volta, nella storia della Chiesa Cattolica, che una crisi all’interno della Chiesa stessa è stata sanata dallo Spirito Santo, che agisce attraverso i laici. Alcuni vescovi, più sacerdoti ed un largo numero di teologi, hanno mancato di informare i cattolici sull’insegnamento ufficiale della Chiesa o hanno dato consigli contrari all’insegnamento della Chiesa mascherandoli come “soluzioni pastorali”» (Lyn e John Billings, Due vite per la vita, ed. San Paolo, Milano 1998, p. 141).

Punto terzo. La contraccezione è una proposta vecchia e il futuro è dei metodi naturali. Quando si dice che Paolo VI con l’Humanae vitae è stato profetico, dobbiamo fare attenzione. Alcuni tendono soltanto a sottolineare che la profezia è stata nel coraggio di porsi contro la politica mondiale antinatalista e neomalthusiana. Ma dobbiamo sottolineare anche l’altra faccia della profezia: nel bel mezzo del ‘68 e davanti alla celebrazione dell’arrivo della pillola (io c’ero ed era come un isterismo di massa), Paolo VI affermò solennemente l’inadeguatezza della soluzione contraccettiva alla questione della “procreazione responsabile” e alla felicità degli sposi. E la storia gli ha già dato ragione. Dal mio ambulatorio posso confermare: la contraccezione è una proposta vecchia, il futuro è dei Metodi naturali (www.confederazionemetodinaturali.it). Ne va della qualità dell’amore e della qualità della generazione. I metodi naturali sono la strada autentica per costruire famiglie solide in una società dell’amore liquido. E anche la provetta non ha futuro. Perché la natura non tollera a lungo la violenza.

Non rassegniamoci da perdenti. E preghiamo – tra l‘altro – perché l’ONU non accetti di dichiarare il 28 settembre la giornata mondiale “dell’aborto sicuro”.

Punto quarto. E’ l’epoca del peccato contro il Creatore. Lo scorso 27 luglio Papa Francesco, incontrando in Polonia i vescovi a porte chiuse, ha affermato di essere d’accordo col suo predecessore Benedetto XVI quando diceva: «Questa è l’epoca del peccato contro il Creatore». Il riferimento era al gender ma io mi permetto di allargare lo sguardo. L’umanità sta accellerando il suo più grave divorzio da Dio. L’uomo si sta staccando sempre più dal progetto originario di Dio sulla famiglia, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, prima con la contraccezione e poi con la tecnologia riproduttiva. Superando le leggi della sua natura, l’uomo si illude di essere libero e di costruire felicità. Ma è il peccato più vecchio del mondo.

Un tempo la vita umana era sacra, intangibile. Oggi invece è sacro l’aborto, è diventato un “diritto umano fondamentale”. Ormai il fronte bioetico si è spostato sull’abortività della contraccezione e sull’inizio della vita. Si allentano le difese della coscienza e si smarrisce il senso del male, che diventa un bene senza pentimenti.

Il figlio era una benedizione e un dono. Oggi è diventato o un errore da evitare, oppure un diritto a tutti i costi. Nella dittatura del desiderio.

Il figlio nasceva da un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Oggi invece sta diventando un bel prodotto commissionato ad un laboratorio, sottoposto a severi controlli di qualità, con procedure di selezione e di scarto.

Il pancione a luna piena di una donna, era un tabernacolo e un mistero: oggi è diventato un contratto d’affitto. E presto ci stamperanno sopra un codice a barre per evitare scambi di provette.

La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana: oggi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno. Fuorché il bambino.

Adesso ci troviamo nel momento storico cruciale in cui si cerca di convincere la gente a normalizzare tutto questo. Si dice che è in corso una rivoluzione copernicana, dove noi cattolici siamo considerati “i medioevali”. Si dice che è tutto “oblativo”, che affittare l’utero sarà un dono, come lo sarà donare sperma o ovuli: “…per aiutare chi soffre”. E così la dottrina della Chiesa cattolica appare sempre più come un fastidioso intralcio al progresso, cercano di confinarla in un angolo. La Chiesa è sotto assedio. E la gente fatica a comprendere le nostre ragioni: le ragioni del bene dell’uomo.

Casa Betlemme nacque da un’intuizione nel 1964 mentre mi trovavo in Terra Santa, dentro la grotta di Betlemme. A Roma c’erano i lavori del Concilio Vaticano II. Dentro quella grotta mi resi conto che un giorno la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica. E che il terzo millennio sarebbe dovuto tornare a genuflettersi davanti al Creatore: al Dio Bambino.

Punto quinto. Ci si è dimenticati che l’uomo è sempre educabile perché redento da Cristo. Questo è un problema fondamentale su cui san Giovanni Paolo II insisteva molto. Ci siamo dimenticati che con l’evento cosmico ed eterno dell’Incarnazione per la Redenzione, Cristo ci ha donato la Grazia. E Wojtyla tuonò verso i teologi e pastori che stavano montando la resistenza anche contro di lui. Fu un lungo discorso severo e profetico, che è datato 2 marzo 1984 ma sembra scritto per oggi. Lo riprese per intero anche al n. 103 della Veritatis splendor e quindi ce lo dobbiamo rileggere perché è fondamentale: «Sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato graduato alle, si dice, concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere. Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l’uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all’imperfezione dell’atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell’atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell’uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito». La nostra «carità pastorale verso gli sposi», spiegava, «consiste nell’essere sempre disponibili ad offrire loro il perdono dei peccati, attraverso il Sacramento della penitenza, non nello sminuire ai loro occhi la grandezza e la dignità del loro amore coniugale […]. Di questo sguardo più profondo della nostra anima sacerdotale hanno bisogno gli sposi, ha bisogno tutta la Chiesa». Era il periodo in cui san Giovanni Paolo II parlava anche della “legge della gradualità”, cioè del cammino graduale che però non vuol dire “gradualità della legge”, come se l’insegnamento della Chiesa fosse un bell’ideale astratto adatto solo per poche coppie speciali. In questo modo la sana dottrina finirebbe in vetrina, verrebbe elegantemente messa in bacheca con la tecnica dell’imbalsamazione: si lascia intatto l’esterno, ma svuotandola dentro, con le mani abili degli “adattamenti pastorali”.

Punto sesto. E’ calata la fede? Il sesto grande problema è che quando aumenta la paura dell’impopolarità e non si ha più il coraggio di annunciare al mondo certe cose scomode, io credo che sia calata la nostra fede. La mia diagnosi è che c’è in gioco drammaticamente proprio la nostra fede. E’ la mancanza di fede che ci fa cadere nel grave peccato di omissione nell’annuncio. Anche Caterina da Siena era severa quando diceva che «a forza di tacere il mondo è guasto, e la Sposa di Cristo è impallidita».

Punto settimo. La discesa della misericordia chiede il riconoscimento del peccato e il pentimento. Il primo grande dono della misericordia è il pentimento, cioè il riconoscimento del peccato, in modo che il Cuore sanguinante di Cristo possa cancellare quella miseria. Ma insieme al pentimento occorre la volontà di cambiare: solo allora la potenza del sacramento della confessione cancella il peccato. Ma se manca la coscienza del peccato, cioè il pentimento – che è un atto d’amore – manca la base dove far “atterrare” la misericordia di Dio. Oggi osserviamo un pericoloso rischio: somministrare con un certo buonismo una versione un po’ accomodante di misericordia che dimentica il fulcro cioè la gravità del peccato. Il peccato è una realtà tanto grave che soltanto Colui che è offeso (cioè Dio) può cancellarlo. E, per ripararlo, è dovuto venire Lui personalmente e farsi inchiodare.

In conclusione io credo che, nel Vangelo della vita, uno dei compiti più importanti che ci è richiesto è quello di portare la gente a sperimentare la misericordia infinita di Dio, ma dopo aver spiegato – con la nostra voce e la nostra vita – tutte le ragioni per cui comportamenti come adulterio, aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, saranno sempre un peccato agli occhi del Creatore. Sono atti “intrinsecamente cattivi”. Nessuna moda, né maggioranze o trascorrere del tempo, li potrà mai configurare diversamente. Cosa diversa, invece, è il grado di colpevolezza personale, che solo Dio vede. Giovanni Paolo II, da uomo intelligente e grande santo, aveva già previsto questo pericoloso scivolamento e vi ha dedicato un’intera enciclica: «Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita» (Veritatis splendor n. 120).

Punto ottavo. Dalla disinformazione alla confusione. Da qualche anno vado ripetendo una mia preoccupazione: se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Oggi sono in molti a sostenere che il popolo di Dio stia soffrendo di un certo disorientamento.

Un cattoprogressismo dall’ignoranza dottrinale dolosa, produce giustificazioni consolatorie. Cliniche per la fecondazione artificiale dove potete trovare il quadro di Padre Pio, oppure coppie che vanno in pellegrinaggio (accompagnate dal parroco) a raccomandarsi alla Madonna per il buon esito del ciclo di fivet. Di tutta l’enciclica Evangelium vitae io vorrei sottolineare oggi soltanto una frase: «nell’annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere l’ostilità e l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo» (Evangelium vitae n. 82).

Un altro sintomo assai significativo della febbre alta e dello sbandamento: fino a qualche anno fa ogni tanto veniva pubblicata una lettera aperta di teologi e associazioni che si ponevano apertamente in posizione critica e contestavano la Dottrina. Tutti conoscete la famosa lettera dei sessantatre teologi italiani che nel 1989 si accodarono alla cosiddetta Dichiarazione di Colonia, firmata da numerosi e influenti teologi mitteleuropei, sempre su ispirazione di Padre Häring, in dissenso al magistero di Giovanni Paolo II specialmente sulla morale sessuale. Oggi il quadro si è talmente ribaltato che ottanta personalità cattoliche (cardinali, vescovi e studiosi) hanno firmato una “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina”. E le firme sono salite ad oltre seimila. La lettera è stata firmata significativamente il 29 agosto 2016, festa della decapitazione di san Giovanni Battista, martirizzato per avere sostenuto la verità del matrimonio. E tra i primi firmatari c’è il cardinale Caffarra. Sua Eminenza dice che in tempi di confusione o di buio dobbiamo tenere acceso come navigatore di bordo il Catechismo della Chiesa cattolica.

LA TERAPIA

Per concludere, vi espongo la terapia urgente per la cura dei due grandi “decapitati”: il primo e il sesto comandamento. Che riguardano il primato di Dio e la purezza della vita. Decapitati questi, anche gli altri crollano. Occorrono tre linee di azione.

Primo. La Chiesa è chiamata a compiere le opere misericordia corporale insieme a quelle di misericordia spirituale tra cui c’è “istruire gli ignoranti”. Di fronte a tanta diffusa ignoranza su questo capitolo della dottrina, credo che oggi si tratti di una delle più urgenti opere di misericordia. Significa formare formatori e annunciare il Vangelo della vita portando tra la gente tre materie: alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo e procreazione responsabile con i metodi naturali per la regolazione della fertilità. A Casa Betlemme conduciamo questo tipo di apostolato moderno e itinerante, con uno stile che cerca di trasmettere un messaggio di profonda armonia tra scienza e fede. Istruire gli ignoranti significa fare cultura cioè studiare, scrivere e pubblicare, sfornare continuamente articoli e libri come fate voi: per contrastare la menzogna. Tertulliano affermava che un giorno «l’inchiostro degli scrittori sarà prezioso come il sangue dei martiri».

Secondo. Promuovere, vivendola, la parola castità. E’ la parola chiave, parola profetica in questa società decadente fatta di melma e di sangue. E’ virtù non banale ma basilare per ogni vocazione: per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata. C’è chi sostiene che “qualche cornetto ravviva il matrimonio”, e che “qualche vizietto” non danneggia la vocazione e non distoglie dall’apostolato. Invece è proprio la mancanza di castità che porta allo sfascio le famiglie, e ha portato tanti sacerdoti a sfregiare il volto della Chiesa. Sappiamo di non essere naturalmente casti perché la nostra natura umana, ferita dal peccato, tende alla concupiscenza. Servono la disciplina e la Grazia: la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera. La castità ci matura come persone e ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Eppure non si sente mai parlare della grande ricchezza della verginità. Oggi non si crede più al suo valore, si considera una cosa inutile e disumana.

Anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine. Sulla comunione ai divorziati si discute infatti sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone la fedeltà al sacramento dopo il tradimento. Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità.

Terza pista da seguire nella terapia: la collaborazione fraterna e la rete tra realtà che vivono questo tipo di apostolato nella pastorale. La verità la puoi mitragliare ma non la gambizzi. Lo Spirito Santo non ha paura delle contestazioni e con la sua fantasia suscita lungo i secoli realtà e risposte adatte al momento storico. Le fa nascere e le fa incontrare. E’ il caso dell’opera Casa Betlemme e dell’associazione Vita è. Sono entrambe una risposta ai bisogni dei nostri giorni, e stanno collaborando. Quando l’allora vescovo Bassetti nel 2006, in una visita “Ad limina” dei vescovi italiani, parlò a Benedetto XVI di Casa Betlemme, il Papa gli disse: «Queste sono persone che vivono la Veritatis splendor». Il pontefice spiegava che dobbiamo avere «il coraggio di creare oasi e grandi terreni di cultura cattolica dove si vive il Disegno del Creatore» (Colloquio con i giovani, Roma 6 aprile 2006). Oasi come quelle di Casa Betlemme o come la Fraternità Francescana di Betania, pensata da Padre Pancrazio. La nostra collaborazione sarà una cosa sempre più preziosa per questi tempi difficili. Sta scritto dentro una visione profetica che il filosofo Maritain confidò all’amico Paolo VI: «saranno soprattutto i laici cristiani “semplici”, con la loro vita familiare e di lavoro, con la loro amicizia, la loro cultura e spiritualità, a rendere presente il Vangelo nel mondo futuro. Se nei secoli antichi furono i monasteri a tener vivo il seme del cristianesimo e della cultura in un mondo ostile e imbarbarito, domani saranno le famiglie e le piccole comunità di laici cristiani a costruire una costellazione di focolari per mantener viva la fiamma della fede e della preghiera. Nel migliore dei casi questi focolai di luce spirituale dispersi nel mondo diverranno un giorno come il fermento che farà lievitare tutta la pasta. Nel peggiore dei casi costituiranno una diaspora più o meno perseguitata, grazie alla quale la presenza di Gesù e del suo amore dimorerà, malgrado tutto, in un mondo apostata» (lettera del 14 marzo 1965).

In questa nostra amicizia dobbiamo sempre mettere al primo posto la preghiera, anche comunitaria, per non scivolare nell’intellettualismo o nell’attivismo. Perché per stare in piedi bisogna rimanere in ginocchio. Affidandoci alla protezione e alla strategia sapiente di Maria: la Perfetta Regista della storia e di ogni storia, la Madre Regina.

Concludo riassumendo la terapia con una mia ricetta semplice che fa bene a tutti. Davanti alla malattia delle 3S cioè soldi, sesso e successo, si risponde con la terapia delle 3P: povertà, purezza, piccolezza. Il tutto con una dose sempre abbondante di preghiera. Il risultato è assicurato, non ci sono controindicazioni e non ha effetti collaterali.

Grazie. Alleluja!

FONTE: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/12/dallutero-a-lutero/

La vera amicizia fa a gara nello stimarsi a vicenda.

Una nuova bellissima riflessione di Cristina Epicoco.  Grazie Cristina.

 

L’amore è la volontà di accogliere l’altro così come è, decidendo di amarlo per fondersi in quell’alterità affinché sia generato un noi.
L’amore non pretende, ma esige di trarre il meglio dalla meraviglia che già l’altro è ai propri occhi, portando all’esterno ciò che interiormente sorge come un talento.

ma dell’amico ne vogliamo parlare?

Più scrivo e meno è facile perché, ad esempio, io non ho avuto la cosiddetta amica del cuore o amica preferita che, spesso, invece è anelata da ogni fanciullo.
Per molti, altresì, l’amicizia, può essere stata fonte di sofferenza perché, alcuni trovavano, anche a prezzo di affamate conquiste, l’amico del cuore, mentre altri ne rimanevano sprovvisti tanto da “accattonare” amicizie magari non desiderate, piuttosto che rimanere senza!
Spesso i primi amici sono quelli che hanno prodotto le ferite della vita perché, da loro, partivano le peggiori critiche, le sfide e la necessità di essere un giullare per attrarre le simpatie. Una specie di elemosina d’amore nel corredo amicale presente.

 

I nostri quattro figli hanno spesso sperimentato questo “sgomitare” alla ricerca d’attenzione nel periodo scolastico tanto che, sovente, mi veniva riferito dai docenti, di un comportamento “clownesco” nei confronti dei compagni.
Spesso mi sono anche domandata quanti clowns ci potessero essere in una classe tenendo presente la necessaria contagiosa emulazione tra gli adolescenti.
In realtà ciò veniva confermato dagli stessi professori che concludevano nella generica affermazione «sono tutti uguali questi ragazzi».
Come mai in sostanza, tanti di noi, hanno dovuto essere “pagliacci” per poter attrarre amici? E’ questa la vera amicizia?

è faticoso stringere amicizie

Si definisce l’amicizia come il “reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri e dei caratteri e da una prolungata consuetudine”.
L’amicizia si fa.
L’amicizia si stringe.
L’amicizia si costruisce.
L’amicizia si guasta.
L’amicizia si rompe.
Il primo vero rapporto da costruire, dopo quello naturale coi genitori e coi fratelli è proprio l’amicizia.
È faticoso stringere amicizie.
Quante volte noi adulti abbiamo avuto, per i nostri figli, la preoccupazione delle amicizie giuste o sbagliate, sane o delinquenziali. Conosco abitudini meridionali in cui la prima domanda che si pone, riguardo ad una nuova conoscenza è: “di chi è figlio?” come dire “da quale famiglia viene l’amico che frequenti?”.
Spesso infatti l’uomo, per risolvere sbrigativamente la faccenda dell’amicizia, ha preferito affermare che il cane è il miglior amico dell’uomo.

un amico fedele è una protezione potente

Che fatica l’amicizia! Che fatica vivere una vera amicizia!
Eppure c’è un amico speciale, davvero l’amico del cuore di ciascuno di noi, che afferma con autorevolezza:
«Un amico fedele è una protezione potente. Chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore. Un amico fedele é un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore. Chi teme il Signore è costante nella sua amicizia perché, come uno è così sarà il suo amico…» (Sir.6,14 ss).

dai tuoi amici guardati

E ancora, in un piccolo passo indietro, Gesù, il nostro Amico degli amici, parla del nemico, piuttosto che dell’amico e addirittura di un amico che si tramuta in nemico.
Cerchiamo di capire cosa vuol dirci Gesù!
Se andiamo ai versetti dal 5 al 13 del medesimo capitolo del Siracide si recita:
«Una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti.
Siano in molti coloro che vivono in pace con te ma i tuoi consiglieri uno su mille.
Se intendi farti un amico, mettilo alla prova; e non fidarti subito di lui.
C’è infatti chi è amico quando gli fa comodo ma non resiste nel giorno della tua sventura.
Nella tua fortuna sarà come un altro te stesso, e parlerà liberamente con i tuoi familiari. Ma se sarai umiliato si ergerà contro di te e dalla tua presenza si nasconderà.
Tieniti lontano dei tuoi nemici, e dai tuoi amici guardati».

chi è l’amico per me?

Molti nostri “amici” Santi stringevano bellissimi rapporti tra loro, di vera amicizia. Sentiamo cosa diceva San Gregorio Nazianzeno del suo amico San Basilio:
«Ci muoveva lo stesso desiderio di ottenere ciò che c’è di più desiderabile: la scienza.
Non avevamo invidia, ma valorizzavamo l’emulazione. Entrambi lottavamo, non per vedere chi raggiungeva il primo posto, ma per cederlo all’altro. Ciascuno considerava la gloria dell’altro come propria».

 

Ecco allora alcune domande che dobbiamo porci:
Chi è l’amico per me?
Che amico sono io per l’altro?
Ho una bocca amabile?
Ci sono bocche amabili verso di me?

Dice ancora un grande Santo:
“Ama tutti gli uomini con un grande amore di carità cristiana, ma non stringere amicizia se non con quelle persone la convivenza con le quali possa darti beneficio, e quanto più perfette sono queste relazioni, tanto più perfetta sarà la tua amicizia”.
“Al mondo è necessario che coloro che si dedicano alla pratica della virtù si uniscano con una santa amicizia, per esortarsi a vicenda e mantenersi in questi santi esercizi” (San Francesco di Sales).

taglia ciò che ci nuoce

Come vediamo, i nostri amici Santi non erano certo dei buonisti, anzi, severamente è come se ci dicessero: “taglia ciò che ti nuoce!”.
Ecco allora ciò che muove tutto: la carità!
Solo l’affettività cercata con carità, e dico cercata perché dobbiamo chiederla, potrà muovere l’amicizia e tutto ciò che deriva da essa.
I nemici ci saranno, di tutti i generi, ma dovremo intenderli come i nostri pensieri di “inimicizia”.
Quando mi chiederò che tipo di amico sono per l’altro dovrò necessariamente partire dai miei pensieri.
Se avrò sentimenti ed emozioni amicali, i miei saranno veri amici e la mia sarà vera amicizia!
Se avrò sentimenti ed emozioni d’inimicizia i miei saranno i nemici!
E viceversa, ovvio che vale anche per gli altri!

0ccorre essere amici prima che sposi?

Così, vorrei concludere con la sponsalità.
Occorre essere amici prima che sposi?
Certo che sì! Perché tutto ciò che ha a che fare con l’alterità e con l’affettività, dunque qualsiasi relazione, passa prima per un rapporto amicale.

Dice Papa Francesco nell’Amoris Laetitia al n.120:
“La carità ė l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del Sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa che però raccoglie in se la tenerezza dell’AMICIZIA e la passione erotica, benché sia in grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero”.

E infine al n.127:
“L’amore di AMICIZIA si chiama CARITÀ quando si coglie e si apprezza l’alto valore dell’altro”.

Questo accade nel matrimonio.

Che amico sono io per te, fratello che il Signore ha messo sulla mia strada?
Che amico sono io per te sposo o sposa della mia vita?

Cristina Epicoco

Gli sposi come Magi in cammino.

Il cammino dei magi è una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della mia/nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

1)I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re.“Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia ma non si devono ridurre tutto solo all’emozione. Vivere alla giornata senza progettare e programmare. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, vedere in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che, così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare; anzi, vediamo che essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che dovevano raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle nostre aspirazioni. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e alla fine nell’abbraccio eterno con Lui.

 

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta, il Salvatore. Seguirono la stella che hanno con fiducia e costanza guardato lungo tutto il viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparizione della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5)I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione il lutto ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora  6) sperimenteremo la vera gioia.
Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.
Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa.

 

Che cosa cercate?

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Ho voluto scegliere come immagine di questa riflessione il matrimonio di Chiara ed Enrico Petrillo. L’ho scelta perché la loro vita incarna perfettamente il passo di Vangelo della liturgia di ieri. Discepoli di Gesù. Lo hanno seguito fino al fondo della sofferenza e della malattia senza rimanerne delusi, ma sentendosi sempre amati.

Nel vangelo si parla di due discepoli di Giovanni il Battista. Due come Chiara ed Enrico, come noi sposi tutti. Due persone che non si accontentano della povertà che offre loro la cultura dominante dell’epoca, di ogni epoca, della nostra epoca. Chiara ed Enrico , come noi e come tante altre coppie di fidanzati, cercavano di più. Cercavano qualcosa che potesse valere il loro impegno, la loro dedizione e la loro vita. Cercavano una vocazione e non solo una relazione. Non cercavano di saziare un bisogno, ma di rispondere a un amore già dato. Un’unione che andasse quindi oltre le sabbie mobili dei sentimenti e che chiedesse di mettere in gioco la parte migliore di loro. Loro, noi tutti come quei due discepoli, alla ricerca di qualcosa a cui neanche sappiamo dare un nome. E poi passa Gesù, il suo sguardo si posa su di noi. Una consapevolezza ci scalda il cuore. E’ bellissimo il dialogo tra i discepoli e Gesù. Gesù chiede loro cosa stiano cercando. Loro non rispondono, perché non lo sanno ma vogliono stare con Lui. Non vogliono solo stare con Lui, ma vogliono conoscere la sua intimità, dove vive, cosa fa. Vogliono far parte della Sua vita perché la Sua vita può riempire la loro. Quello che cercano lo hanno trovato, sanno che quell’incontro li cambierà e aprirà loro una nuova via, nella verità e nella gioia, nonostante il futuro sia incerto e non sappiano dove andranno e cosa faranno, ma l’unica cosa che conta è stare con Gesù.

Questo passo del vangelo riguarda tutti noi, ogni cristiano, ogni coppia di fidanzati e di sposi. Incontrare e seguire Cristo è la sola cosa che conta e da cui dipenderà la felicità e la santità del nostro matrimonio. Gesù non ci propone una strada sicura, una via comoda, una casa lussuosa, Gesù ci propone di seguirlo, di metterci in cammino, di attraversare deserti, di fare fatica, di attraversare sofferenza e crisi, e anche di non capire sempre tutto, ma ci assicura che insieme a lui raggiungeremo la nostra meta e non perderemo mai la strada, perché lui è la nostra bussola e guida. Esattamente come Chiara che non si è persa ed Enrico che l’ha accompagnata finché ha potuto. Chiara ha seguito Gesù fino alla fine, salendo in croce con lui e per questo risorgerà con Lui. Termino con una citazione  di Chiara che riassume benissimo tutto in poche righe:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Antonio e Luisa