Dio si è fatto bambino per essere amato in una famiglia.

Diciamo la verità: Dio bambino è uno scandalo. E’ uno scandalo per ebrei, musulmani e ogni altra religione. Molto più facile immaginare modi straordinari per la nascita di un dio. Come Afrodite che nacque dalla spuma delle onde fecondate dai genitali di Urano che Crono aveva gettato in mare. Dio, il nostro Dio, no. Il nostro Dio si è incarnato. Dio, un bambino, un neonato, in una famiglia. Una famiglia, uno sposo e una sposa che hanno detto il loro si, hanno deciso di donarsi l’uno all’altra. Nella verginità a differenza di noi. Noi abbiamo bisogno di essere uno anche nel corpo per sperimentare l’amore di Dio ed essere fecondi. Loro no, Dio l’avevano già presente nella carne di quel bambino che ha scelto il loro amore sponsale come culla per crescere. Non importa se Gesù vide la luce in una mangiatoia, un luogo misero buio e freddo. Gesù trovo l’amore di un uomo e una donna che si amavano teneramente e nella verità, nel dono e nell’attenzione dell’uno verso l’altra, nella dolcezza e nella protezione. Gesù è nato bambino, si è formato da un ovulo di Maria fecondato misteriosamente e miracolosamente dallo Spirito Santo. Da quell’embrione, nel ventre di Maria, si è formato un bambino. Che miracolo e che bello. Dio bambino, Dio figlio di sua figlia. Gesù non è nato povero, Gesù era forse povero materialmente ma aveva già tanto, un papà e una mamma che si amavano e lo amavano. Gesù vuole abitare nella famiglia. Dio si è fatto bambino per essere amato. La famiglia è la più grande espressione della comunione e dell’amore. Ricordiamocelo. Dio non ci chiede un amore perfetto come quello divino, non ci chiede di salire a lui con le nostre forze. No, lui ci chiede semplicemente di amarci con ciò che siamo e allora sarà lui a scendere, ad abbassarsi. Dio si commuove del nostro amore e della nostra tenerezza reciproca perchè conosce che ci costa fatica, conosce le nostre imperfezioni, mancanze, peccati e nonostante ciò ci fidiamo di Lui e di noi, e perseverando continuiamo ad amarci e perdonarci e più ci perdoniamo e più ci amiamo, e più ci amiamo e più sarà facile perdonarci. Lui vuole il nostro impegno per farci felici insieme e allora lui scenderà sulla terra per entrare nella nostra relazione e lui, e non noi, compirà miracoli e farà di noi una luce nel mondo e per il mondo, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa.

Cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Ho trovato questa bellissima lettera del vescovo di Salerno per il Natale. Volevo condividerla con tutti voi.

Quando viaggio, mi piace fermarmi e guardare dall’alto i meravigliosi panorami della diocesi che il Signore mi ha affidato.  Ci sono delle zone dalle quali si può vedere lo spettacolo della natura e anche le opere che, nei secoli, l’uomo ha costruito per rendere più vivibile e bello il nostro territorio. E’ quello che dovrebbe fare il Vescovo: l’etimologia della parola, episkopos, significa proprio “colui che guarda dall’alto”. Quando è buio, si vedono le luci che illuminano le strade e l’interno delle case. Mi piace immaginare le famiglie che si ritrovano dopo una giornata di studio e di lavoro. Quali sentimenti, quali emozioni si condividono? Qual è l’atmosfera che si respira in casa? Energia, delusione, felicità, preoccupazione, condivisione, indifferenza? Se i sentimenti si potessero vedere, la diocesi si illuminerebbe di tanti colori.  C’è la soddisfazione per un figlio che ha superato un esame e si avvicina alla laurea. Che bel traguardo avere un figlio laureato! Ma questa gioia è accompagnata dalla preoccupazione: troverà lavoro? Ci sono le case in cui ciascuno trascorre la serata scorrendo lo schermo del proprio telefonino mentre il bimbo si è impossessato del tablet, come fa sempre. C’è la sposa che, invece di dormire, veglia e guarda il marito immerso nel sonno, chiedendosi se la ama ancora, visto che ormai lo sente distante, preso ogni giorno di più da se stesso e lontano da quelle attenzioni che aveva per lei qualche tempo prima. Una foto da sposi, con i volti raggianti, è sul comò, a pochi passi da loro. C’è la giovane coppia di sposi che ha iniziato da pochi giorni la vita nuziale. Si divertono  a preparare insieme la cena. Nel salone hanno solo la tv e un vecchio divano. Vicino alla parete ci sono gli scatoloni dei regali ricevuti: li svuoteranno in futuro, quando avranno i mobili. Ma il loro amore riempie tutto di bellezza e di speranza. C’è il marito che ha nascosto la lettera di preavviso di licenziamento perché non ha il coraggio di mostrarla. Prima ha taciuto per non rovinare il fine settimana: ieri la figlia compiva 15 anni, oggi il figlio più piccolo è così felice… Forse domani dirà la verità e sarà un brutto momento per tutti. C’è un neonato che piange, come fanno tutti i neonati. I genitori sono esausti, ma la gioia di occuparsi di lui, condividendo veglie e fatica, aiutandosi l’un l’altra, è una soddisfazione profonda che ripaga ogni difficoltà.  Se la gioia e il dolore hanno sempre accompagnato la vita familiare, dovrebbero essere proprio gli affetti a rendere meno pesanti le immancabili sofferenze e preoccupazioni. La coppia nasce per affrontare la vita insieme, scambiandosi amore, sostenendosi nelle fatiche. Ma a volte queste sono così pesanti che – anche in due, anche con tanto amore – non si riescono a sopportare. Papa Francesco – proprio in questi tempi in cui si dice che la famiglia è in crisi – ci parla di amore familiare e di felicità. “Amoris Laetitia” (la gioia dell’amore) è il titolo dell’esortazione apostolica che ci ha donato, dopo due lunghi lavori sinodali sulla famiglia. Nel testo, il Papa non nega le difficoltà che affronta oggi la famiglia, ma invita a guardare  avanti con fiducia: «(…) Malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa. Come risposta a questa aspirazione l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia.» (Amoris Laetitia, 1) Allora ci chiediamo: noi cristiani come possiamo contribuire a rendere più belle le relazioni familiari e più lieta la vita degli sposi? Come questi possono continuare o tornare a sperare nel futuro, a desiderare il concepimento di nuove vite? Come svegliarsi ogni mattina con il desiderio di riempire la giornata con qualcosa di interessante da costruire? Il Natale si avvicina e tutti contempleremo l’incarnazione del Signore. Incarnazione vuol  dire che Dio ha condiviso ciò che siamo e ciò che viviamo. Sensazioni, sentimenti, bisogni, tutto è bello perché Dio lo ha vissuto. La vita familiare è fatta di concretezza: tre pasti da preparare ogni giorno, letti da rifare, regali da scartare, pannolini da cambiare, feste di compleanno, vaccinazioni, cambi di stagione, film da vedere insieme, incontri con i docenti, assicurazione della macchina. È necessario e bello che la famiglia si dedichi alla cura di se stessa. E’ il compito principale di tutti e due gli sposi. Viene prima di ogni altra cosa e non può essere sostituito da altre attività pur significative, come il volontariato o l’apostolato in parrocchia. Avere cura della propria sposa o del proprio sposo, avere a cuore i sogni dell’altro, ricordare quanto si è promesso, è un percorso da vivere insieme. L’espressione “Sono stanco/a di essere solo/a  nel tirare la carretta” indica un modo di vivere la famiglia generoso ma sbagliato: si deve portare il peso in due. Ogni coppia deve evitare che gli anni passino senza impegnarsi nell’ascolto e nella comprensione dell’altro. E’ compito della Chiesa spiegare bene cos’è il matrimonio, cosa implica, come cambierà la vita una volta sposati. Dobbiamo essere sempre più preparati e aggiornati su questo tema, perché capire bene il matrimonio è importante per la sua riuscita, per la felicità. Non c’è una ricetta unica per tenere unite le coppie. Ci sono consigli, iniziative utili, percorsi efficaci di accompagnamento, che anche in diocesi sono attivi, ma la prima risorsa è la Grazia del sacramento. Nessuna coppia sposata nel Signore può dire, nelle difficoltà di relazione o nelle questioni educative: “Dio mio, Dio mio perché mi hai  abbandonato!” (Mc 15,34) Ogni coppia nasce in un modo diverso. È dolce ricordare come ci si è conosciuti e innamorati. Ma quella che può sembrare una scelta umana è un disegno di Dio. Ogni coppia è un’idea, un progetto del Creatore per la felicità dei partner. Dio ha voluto le coppie e Dio le conduce per mano custodendole per sempre. Sono convinto che «chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero», perché «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo.» (AL, 123) Gesù conosceva le difficoltà della coppia. Sapeva che può essere difficile rimanere fedeli ad una persona per tutta la vita. A motivo di questo, la legge di Mosè prevedeva il ripudio, il divorzio, che poteva decidere solo il marito. Gesù ristabilisce l’indissolubilità del matrimonio, ma non abbandona la coppia: la fortifica con la sua Grazia, quella Grazia che viene donata ogni volta che si celebra questo sacramento. In ogni celebrazione del matrimonio c’è tanto da guardare: location, vestiti, fiori. Tuttavia, la vera potenza del matrimonio è il fiume di Grazia che avvolge gli sposi e li accompagna per tutta la vita. La Grazia è l’amore di Gesù che fortifica quello degli sposi. «Molti – scrive il Papa – stimano la forza della grazia che sperimentano nella Riconciliazione sacramentale e nell’Eucaristia, che permette loro di sostenere le sfide del matrimonio e della famiglia.» (AL, 38) Cari sposi cristiani, siete forti! Avete la forza  per vivere sempre insieme, per educare bene i vostri figli, per essere felici e rendere felice chi vi sta accanto. Siete un tutt’uno con la Chiesa, che si fa vostra appassionata compagna di viaggio. A volte anche noi credenti – afferma Papa Francesco – “abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.” (AL, 36) La perfezione non esiste, siamo tutti in  cammino, fragili, con una dose di egoismo e di incapacità, di buona volontà e impegno. Sappiamo che non esistono le famiglie perfette proposte dalla pubblicità; chi si crede perfetto, in qualunque condizione sia – sposato, consacrato, vescovo – tende a giudicare con durezza la fragilità e il percorso di vita altrui. Fare così è davvero sbagliato! Tante coppie della nostra diocesi vivono insieme, si amano profondamente, alcune hanno anche messo al mondo dei figli, ma non sono sposate. Quando due persone si amano è bello, perché ogni atto d’amore vero ci fa sentire Dio più vicino. Io invito queste coppie a venire in Chiesa, ad incontrare i sacerdoti, a mostrarci la bellezza del loro amore e, chissà, un giorno, come molti stanno già facendo, a ricevere il sacramento del  matrimonio. Il Papa invita i credenti a guardare le coppie che si trovano in “situazione imperfetta” davanti al Magistero della Chiesa, così come le guarderebbe Gesù. “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni.” (AL, 79) C’è sempre una strada da percorrere per salvare ogni matrimonio. Si può ricucire il tessuto strappato, si può aggiustare ciò che si è rotto; ci sono specialisti che lo sanno fare bene, ma è compito di tutti noi favorire le unioni, portare unità, invitare al perdono, incoraggiare al sostegno. Lo chiedo soprattutto a chi ha alle spalle un’unione solida e a chi ha nel cuore un desiderio di amore e unità. Quanti nonni possono lavorare per l’unità delle giovani coppie e non – invece  – collaborare alla loro distruzione! Non lasciamo morire le nostre famiglie! Ogni anno nei giorni di festa di Natale pensiamo – e facciamo bene a farlo – a come addobbare gli ambienti e a cosa mettere da mangiare sulla tavola. Fermiamoci a pensare: cosa possiamo fare per rendere più unite le nostre famiglie? Come possiamo aiutarle, anche concretamente, a seconda delle nostre piccole o grandi possibilità? Proviamo a fare una lista scritta di piccole belle azioni: sarà un “menù” di felicità da diffondere, in cui più “portate” ci saranno, più bella sarà la festa. «L’indebolimento della fede e della pratica religiosa in alcune società ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro  difficoltà. (…) Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. […] Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni.» (AL, 43) Cari amici, è appena terminato il Giubileo della Misericordia. Continuiamo tutti a vivere la carità di cui abbiamo tanto parlato e che abbiamo cercato di attuare! Manteniamo e incrementiamo l’attenzione e l’aiuto concreto verso l’altro. Il Signore ammira chi dà, anche se è poco ma è tutto ciò che ha. Aiutiamo le famiglie, gli sposi, chi si occupa di un  familiare disabile, ammalato, molto anziano, chi educa i figli in questa società difficile, chi lotta per avere da mangiare. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, magari con poche risorse ma con tanta umanità. All’inizio della lettera parlavo dello sguardo del vostro Vescovo. Ora vorrei che sentiate su di voi ciò che conta davvero: lo sguardo di Gesù. Egli vi guarda con amore, vede nella vostra casa, ama la vostra gioia, ama ciò che siete e ha nelle sue mani la vita di tutti, soprattutto quella di chi è più fragile. Seguite i pastori verso la grotta della Natività, cercate Dio e troverete la vita. Cercate Dio e troverete la felicità!

Luigi Moretti Arcivescovo.

Perdonati e amati.

E’ da qualche anno che io e Luisa abbiamo deciso almeno a Natale e Pasqua di partecipare alla liturgia penitenziale organizzata dalla nostra parrocchia. Lasciamo i bambini a casa con la nonna mentre restiamo soli nella nostra intimità di coppia per presentarci davanti a Gesù, insieme, come fossimo uno, come Lui ci vede. E’ un momento molto bello e che ci unisce tantissimo. Chiesa semivuota, pochissima gente (purtroppo) luci che brillano nella penombra e la luce più luminosa, Cristo Eucarestia che ci guarda dall’altare. Cristo che è lì sull’altare ma che è anche tra di noi, nel nostro amore, da quando il giorno delle nozze abbiamo preparato la tenda e Lui è venuto ad abitarla per sempre. Gesù sull’altare ma non come qualcuno che ci giudica ma con lo sguardo del padre misericordioso, di qualcuno che ci conosce bene e tifa per noi. Con lo sguardo di chi è commosso e felice di vederci lì, insieme con le nostre povertà e le nostre miserie. Commosso di vedere che siamo andati lì da Lui e Lui ci accoglie nel suo abbraccio. Lui che conosce tutto di noi, i nostri peccati, le nostre debolezze ma anche il nostro desiderio di una vita alla Sua presenza e spesa l’uno per l’altra. E’ bellissimo questo momento di coppia che si apre all’Eterno e all’Amore. Noi che ci teniamo per mano senza parlare, davanti a quella presenza che ci libera. Liberi di non aver paura, liberi di accoglierci, liberi di capire che siamo molto più dei nostri errori, liberi soprattutto di perdonarci nella nostra imperfezione perché forti dell’Amore che Lui ci offre per primo. Capaci di amarci perché amati, capaci di perdonarci perché perdonati Siamo pronti, uno dopo l’altra ci accostiamo al sacerdote e chiediamo perdono, chiediamo perdono a Dio per poter ricominciare. Un ultimo momento con l’Eucarestia, con il cuore pieno di gratitudine, e via si rientra nel mondo, consapevoli che Gesù ha scelto di abitare la nostra relazione con il sacramento del matrimonio e noi non abbiamo nessuna intenzione di mandarlo via.

Antonio e Luisa

Ho conservato la fede(ltà).

Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo – spiega il sito di informazione legale ‘Studio Cataldi’ – consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

(dal Messaggero del 15/12/2016)

La fedeltà. E’ davvero un concetto medioevale? E’ davvero qualcosa di cui possiamo fare a meno? Per me la fedeltà non è un obbligo. La fedeltà è sentirmi uomo. La fedeltà è dignità. La fedeltà è mantenere la parola. La fedeltà è non tradire. La fedeltà è dare il meglio. La fedeltà è non accontentarsi. La fedeltà è vincere le pulsioni. La fedeltà è amare a prescindere. Amare la mia sposa perché è lei, e non perché mi sta dando qualcosa. La fedeltà mi avvicina a Dio. La fedeltà è fondamenta dell’amore. La fedeltà mi fa sentire forte. La fedeltà è la casa dei miei bambini. La fedeltà non mi fa vergognare davanti a Dio. La fedeltà è luce per me, per la mia famiglia e per il mondo. La fedeltà fa il matrimonio. Io voglio un amore fedele. E’ il mio cuore a chiederlo perché solo in un amore così posso trovare nutrimento. Una relazione che non pretende la fedeltà non mi interessa, non vale niente. Una relazione senza fedeltà è disimpegno, è egoismo, è ipocrisia, promettendo l’amore vuole solo usare. Per questo ho voluto fortemente il sacramento del matrimonio. Perché è qualcosa di grande, di difficile, che a volta spaventa ma che davvero vale la pena. Un matrimonio senza fedeltà è una bugia. Un matrimonio senza fedeltà non fa per me. Cari deputati e cari senatori, io non voglio accontentarmi della povertà che mi offrite. Io sono più di ciò che voi volete farmi credere. Io sono capace di mantenere la mia promessa e mi impegnerò ogni giorno per renderlo possibile. Il vostro matrimonio potete ternervelo, io voglio il massimo, io voglio Dio. Io voglio arrivare alla fine dei miei giorni, guardare mia moglie, sorriderle e dirle come disse San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede(ltà).“.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è un amore redento.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato e sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

L’amore è verità.

Oggi ascoltavo il commento al vangelo di don Antonello Iapicca. Riesce sempre a provocarmi. C’è sempre una sua frase o anche solo una parola che mi cattura e mi apre a un’intima riflessione. Quando mi sono sposato, quando preparavo il matrimonio, i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi quel progetto d’amore prendere vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Quando ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele? Sinceramente no. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, a picchi ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo 14 anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perchè sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perchè ho promesso di amarla per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perchè attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perchè la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo o di una donna.

Antonio e Luisa

In contemplazione del matrimonio

Sono 50 anni che sono prete e il Signore mi ha fatto molte grazie. Una di quelle che ritengo fra la più grandi è quella di aver potuto conoscere, condividere concretamente in molti modi, e quindi appunto “contemplare” la bellezza e grandezza del matrimonio cristiano. 50 anni fa, appunto, ho fatto la mia scelta di celibato consacrato, e penso di poter affermare che l’ho fatta in piena coscienza e convinzione (sia pure con l’”incoscienza” e la poco consapevolezza che si ha da giovani, come capita anche per il matrimonio…). L’ho però continuamente rinnovata e approfondita nella mia vita (anche nei momenti più difficili) e la ritengo una grazia altissima.

Ma proprio questo mi ha permesso di guardare, con la libertà di chi ha un’altra vocazione,  al matrimonio e scoprirne tutta la sua bellezza. Ho avuto poi molte occasioni per vivere gomito a gomito con sposi e famiglie cristiane (nello scoutismo e con amici personali coi quali ho fatto anche vacanze insieme, ecc…) e ho capito che questi due carismi (il celibato consacrato e il matrimonio) sono davvero… complementari, nel senso che nella loro reciproca comunione e nello scambio dei reciproci doni si completano e si approfondiscono a vicenda: il consacrato ricorda agli sposati che l’Unico Vero Amore, a cui si deve tendere, è Gesù stesso, e lo sposato dimostra con la vita al consacrato che cosa voglia dire “amare nella concretezza” (perché egli non rischi il pericolo, come ha detto scherzosamente una volta il papa alle superiori mondiali delle suore, di diventare “zitello”).

Mi sento di affermare che, se il celibato, come tutte le consacrazioni particolari, sono grazie indispensabili e molto grandi per la Chiesa, essa si basa proprio essenzialmente sul carisma del Matrimonio, “Chiesa domestica”. Dio è Trinità, perciò Famiglia, e ha voluto proprio con la famiglia riprodurre una sua icona qui in terra: dalla famiglia cristiana, che vive nell’amore reciproco pieno (anche nelle piccole cose quotidiane) e quindi attua quello che dice Gesù in Mt 18,20: “Dove due o più… io [risorto e con la potenza dello Spirito Santo] sono in mezzo a loro”, nasce la Chiesa: la famiglia deve irradiare intorno a sé questa esperienza di “famiglia trinitaria”, formando poco per volta la Chiesa più grande, a incominciare dalla comunione con altre famiglie, con la comunità ecclesiale locale, su su fino a far diventare tutta la Chiesa “Famiglia”, per trasformare tutta l’umanità in un’unica famiglia.

Un grazie infinito dunque a tutti quelli che hanno risposto al carisma della vocazione al matrimonio e lo vivono in questo modo, nonostante tutte le difficoltà. Mi pare che l’esortazione apostolica del papa, “Amoris Laetitia”, al di là di alcuni particolari puramente pastorali che hanno (ingiustamente) sollevato tanto scalpore (come la misericordia verso i divorziati), nel suo contenuto centrale ridica e risottolinei in modo meraviglioso questa realtà.

Nella comunione reciproca profonda testimoniamo perciò l’Amore infinito della Famiglia di Dio, la Trinità, nel cui seno troveremo l’eterna beatitudine.

Don Aldo Bertinetti

Gioia nella coppia è frutto del sacramento.

Seconda parte del bellissimo articolo dell’amica Cristina Epicoco (prima parte qui)

Gli organi sessuali presi da soli non servirebbero a nulla

Pochi hanno riflettuto su un aspetto di tipo anatomico.
Ciascuno di noi possiede organi doppi: gli occhi sono due, le orecchie sono due, le narici, le braccia, le gambe, due piedi, la bocca in simmetria con la lingua… ma gli unici organi che sono mezzi, cioè la metà di uno, sono proprio gli organi sessuali perché presi da soli non servirebbero a nulla.
Realizzano il loro senso di realizzare la gioia nella coppia soltanto quando si uniscono, l’uno con l’altro per lo scopo ben preciso di donare la vita! E se Dio ha pensato per quella coppia non a figli nella carne, ma altra figliolanza ciò non toglie il primario aspetto unitivo della coppia chiamata al matrimonio!

 

sarete una sola carne, perché la vostra gioia sia piena

Ecco il contrasto con la pornografia. Se i due “mezzi organi” hanno il loro senso compiuto soltanto quando diventano Uno, che significato ha la mancata combinazione degli stessi?
In sostanza cosa può ricavarsi dalla schiavitù della pornografia o dell’autoerotismo?
Non certo la gioia!
Piuttosto un senso di chiusura in se stessi, tristezza per incapacità di relazione, istintività e dunque sentimento di colpa verso la propria persona.
Quante persone conosco, nell’accompagnamento spirituale, in piena sofferenza per la schiavitù di tali pesi e quanta gioia quando ridonano la libertà alla loro vita, soprattutto restituendo freschezza nuova in tantissimi matrimoni! Ritrovano la gioia nella coppia cioè quella gioia che Dio ha stabilito di donare alla coppia che si unisce nel suo nome.
I coniugi si uniscono perché ritrovano nell’altro la gioia che li attende ed è proprio lì che avviene la risposta esatta alla domanda del creatore:
«Sarete una sola carne, perché la vostra gioia sia piena».

quanta gioia nella coppia ma non solo…

L’atto sessuale diventa PREGHIERA perché in quella roccia, a cui i coniugi si appoggiano, possono domandare al Signore qualunque cosa:
“Signore, in questa comunione coniugale ti chiedo di aiutare mio marito, mia moglie nel suo lavoro, custodisci noi da ogni tentazione che possa compromettere la fedeltà, ti prego per i nostri figli, proteggili dai pericoli del mondo, donaci di essere due genitori sapienti. Sì Signore te lo chiedo ora che siamo una cosa sola, che celebriamo il SACRAMENTO in quanto sposi in Cristo… ”
Che ognuno possa personalizzare la propria preghiera (silenziosa ovviamente) per le necessità della famiglia!
Quante guarigioni e quanta gioia da tutto questo! Quanta gioia nella coppia, ma non solo…
Ecco perché il SACRAMENTO del matrimonio, ecco perché il SACRAMENTO dell’Eucaristia, ecco perché il SACRAMENTO del Sacerdozio: c’è una mensa per tutti affinché si possa fare sacro ogni gesto che si compie: il TALAMO dell’essere UNO e l’ALTARE dove UNO si immola per noi.

 

La gioia nasce dalla profondità di questi animi, dall’esercizio di donare la gioia per ridonare la vita.
La gioia di due sposi. La gioia nella coppia ma anche la gioia di un sacerdote che dona se stesso per la vita spirituale di molti.
Tutto nasce da un solo SI e tanti NO:
Io marito dico sì a mia moglie per dire no a tutte le altre!
Io sacerdote dico sì a Dio per dire no a tutte le altre!
Solo così si diventa dono per tutti!
La chiamata sia la nostra gioia!

LA GIOIA IN TUTTI

«Chiedi che la mia gioia si accresca nel cuore degli uomini» (Courtois)
Come possiamo allora trasmettere e diventare contagiosi nella gioia?
È la sorgente che genera la cascate delle acque.
Se attingiamo alla gioia noi potremo contagiarla.
La gioia, frutto dello Spirito Santo.
Il frutto va gustato, assaporato e chiesto incessantemente.

a chi chiedere?

Una persona di buon senso andrebbe in un negozio di ferramenta ad acquistare la carne?
Ecco….
perché allora non chiedere la gioia al rivenditore ufficiale?

Giovanni 15,1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto… 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli…11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Ecco il dispensatore, ecco Chi è la Gioia. Ecco perché questa parola è per tutti coloro che si fanno schiacciare dalle preoccupazioni della vita, dell’orgoglio, dell’ambizione, della sensualità, della gelosia, dell’invidia, della tristezza più profonda!

Attingi la gioia dal SACRAMENTO che vivi e porta al mondo intero non l’ottimismo ma la speranza!
La speranza è esattamente connessa alla gioia e di questo ne parleremo la prossima volta.
Buona gioia fratello e sorella,
Il Padre è Gioia
Il tuo Signore è Gioia
Il nostro Spirito è Gioia!

Cristina Epicoco

Donare la gioia sia il segreto della tua felicità

«Donare la gioia: sia questo il segreto della tua felicità anche se nascostamente nelle cose più ordinarie» (Courtois)
Oggi mi è chiesto di donare la gioia. Voglio farlo soprattutto alle coppie che vivono il sacramento del matrimonio; ma anche a coloro che questa gioia non ce l’hanno perché anzi, spesso, ciò che si prova è la tristezza, l’inquietudine, l’amarezza, la delusione, il vittimismo, la depressione…

 ma cos’è la gioia?

È un sostantivo femminile che indica “lo stato o motivo di viva, completa, incontenibile soddisfazione”.
Si è soliti dire: una gioia piena, lacrime di gioia, sei la mia gioia.
Con essa si indica la felicità, il diletto, il gaudio, la letizia.
La gioia viene definita anche come l’aspetto festoso della natura e, infine come un gioiello.
Un prezioso lavoro di oreficeria, curato nei minimi particolari affinché ne risulti un’opera frutto del talento di un artigiano: il gioiello più bello!

Ebbene, se la gioia è quanto detto chiunque dovrebbe desiderare di possederla; e altrettanto agevolmente dovrebbe contenerla dato che, ciascuno, almeno egoisticamente, aspira sempre alle cose più belle!

come mai questa gioia tarda ad arrivare?

Perché molti uomini e donne sono tristi essendo invece creati per la gioia?
Andiamo per gradi…

LA GIOIA NELLA COPPIA

La coppia spesso si scontra nel paradosso della solitudine.
Si parte insieme perché non si è nati per stare da soli, ci si cerca, ci si vuole e poi, ci si lamenta perché, da soli, saremmo stati più liberi.
Allora ci si lascia, si abbandona colui che oltrepassa il proprio confine ma, essendo creati per la relazione, ci si re-incontra; magari in una seconda opzione dove, permanendo la naturale diversità, risorge il conflitto solitudine/non solitudine che scoppia nella tristezza, amarezza, infelicità, lontananza, nascondimento.

dove sarebbe potuta nascere la gioia?

La gioia non è l’allegria: la prima è profonda e risiede nel cuore, nell’intimo. Non è l’istinto di una risata, ma è qualcosa che dura nel tempo; deve durare perché è inscritta, è a immagine e somiglianza di Colui a cui noi somigliamo. È dentro al DNA. La gioia non è passeggera.
La coppia esiste perché Dio ha sublimato la creazione con l’aiuto che fosse simile.
Maschio e femmina Dio lo creò, perché i due saranno Uno!
Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28).

Prima siate fecondi nel NOI e poi collaborate al progetto di generare figli.
Saranno figli nella carne, forse lo saranno solo nello Spirito o potranno esserlo perché adottabili; insomma c’è posto per tutti, perché tutti abbiano la gioia!

la sessualità è una meravigliosa invenzione di Dio

Per la coppia è proprio Dio che si è “inventato” la sessualità, perché ha fatto sì che l’uomo e la donna si completassero totalmente, nel diventare quella “cosa sola” proprio nell’unione dell’uno con l’altra.
Se tutti comprendessero che la sessualità a cui è connesso il piacere è una meravigliosa invenzione di Dio Padre, ogni matrimonio ne avrebbe sempre ricevuto beneficio, perché esso è la fonte della gioia.

Ebbene sì, la coppia, unita sacramentalmente, cioè quella al centro della quale vi è Gesù Cristo, sperimenta la gioia nel sacrario dell’unione. E’ un continuo donare la gioia l’un l’altro.
Quando i due diventano uno, la sessualità fa sì che quell’essere maschio/femmina creato da Dio torni a ricreare quell’unità divina fatta ad immagine e somiglianza del Creatore.
Dio ha pensato ad una cosa piacevole (che altrimenti non avremmo “esercitato”) per completare coloro che ha elevato a co-creatori al suo posto. Nel generare figli collaboriamo alla creazione perché “creiamo” al posto e per conto di Dio.

continua…….

(Cristina Epicoco)

L’amore è paziente

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Proseguendo con la  lettura di Amoris Laetitia (dopo qualche mese di pausa), il punto 92 ha attratto la mia attenzione . Il Papa per approfondire l’amore umano si avvale dell’Inno all’amore di San Paolo. San Paolo che ci dice che l’amore è paziente.

Il Papa smaschera una realtà che caratterizza tanti rapporti matrimoniali. Il nostro sposo e la nostra sposa diventano sovente strumenti a nostra disposizione per soddisfare voglie, pulsioni, esigenze affettive e sessuali. Diventano nostri e devono comportarsi e agire come piace a noi. Se questo non avviene ci sentiamo defraudati di qualcosa di nostro, che ci è dovuto e riversiamo sul nostro coniuge il nostro malessere, la nostra rabbia e frustrazione. Ma è davvero questo un rapporto sano oppure è l’inizio di un rapporto malato che non può crescere e maturare. Il nostro coniuge è qualcosa di diverso da noi che non ci appartiene. La differenza diventa opportunità di amare. Opportunità di farsi dono, di servire e ci costringe a spostare l’attenzione da noi stessi all’altro. L’amore sponsale è una scuola severa difficile ma efficace. Se ci impegnamo ad amare così il nostro rapporto spicca il volo e noi stessi diventiamo persone migliori. Le differenze, i difetti, le fragilità del nostro sposo o sposa rischiano di diventare qualcosa che divide, che genera rancore e frustrazione. Invece se teniamo fede alla nostra promessa matrimoniale e teniamo lo sguardo fisso al crocefisso, tutte i difetti e fragilità del nostro coniuge non ci irritano più ma ci commuovono, proviamo compassione, perchè patire col nostro coniuge è via maestra per amare e unirsi a lui sempre più. Amare il nostro coniuge quando tutto va bene e ci soddisfa in tutto è seguire un sentimento, una pulsione, sentiamo che ci fa star bene, tutto è facile. Differente il discorso, quando l’incontro diventa scontro e allora amare diventa difficile, significa esercitare la nostra volontà e mettere a tacere il nostro orgoglio e il nostro egoismo. Io ho sentito fortemente l’amore di mia moglie proprio quando ero meno amabile ma nonostante ciò mi sentivo amato incondizionatamente. E’ una sensazione bellissima che riempie di gratitudine verso Dio e verso la persona amata.

Antonio e Luisa

Come Maria

Maria sposa. Maria sposa dello Spirito Santo. Ma ancora meglio, Maria sposa di Cristo.

Maria madre e sposa di Cristo. Così afferma don Bruno Forte, vescovo e teologo molto apprezzato. Maria sposa di Cristo perchè Maria è la Chiesa. Maria incarna tutto ciò che è Chiesa. Maria che non chiede nulla. Maria umile. Maria che non chiede ma si mette completamente a disposizione di Dio. Maria che attende e ascolta. Maria creatura perfetta non toccata dal peccato dei progenitori. Maria odiata da Satana. Satana che sa di essere meno di Dio ma non può invece accettare che una donna, una creatura non abbia mai ceduto alle sue tentazioni e alle sue insidie. Maria che non si domanda perchè proprio lei, ma chiede come poter essere serva del suo amato Dio. Maria indica la strada ad ogni moglie e ad ogni mamma. Maria che crede in ogni moglie e in ogni mamma. E ogni moglie e mamma che si affida come Maria al suo Signore compie meraviglie, rende di nuovo presente l’amore di Maria concretamente nel mondo, porta luce, amore e vita.

Come non pensare a Chiara Corbella. Chiara che come Maria ha accettato ogni figlio come dono di Dio per sè, per il suo sposo, per tutto il mondo. Chiara che non si è chiesta perchè i suoi due bambini avessero quelle malformazioni che rendevano loro la vita impossibile. Chiara ha visto in ognuno di loro un dono bellissimo, perfetto così, e quella mezzora in cui gli ha stretti tra le braccia prima di riconsegnarli al Padre, è stato per lei un momento di Grazia e di bellezza infinita. Alcune donne non vogliono figli. Dicono che questo mondo è troppo brutto, c’è troppa violenza per generare dei bambini. Queste donne si sono arrese, arrese alla paura, arrese allo scoraggiamento, arrese alla morte. Ogni bambino, come Gesù, è un dono. Un dono di Dio a tutto il mondo. Ogni figlio è vita, amore, speranza e luce.

Maria vera donna, vera moglie e vera madre diventi stella polare per ogni sposa. Non guardiamo a lei come ad una donna impossibile da imitare perchè troppo perfetta e bella.

Guardiamo a lei come colei che si è offerta completamente a Dio, si è abbandonata alla Sua volontà e che ha fatto dell’umiltà la propria veste. Ogni donna che riesce a mettere in pratica questo, come ha fatto Chiara, diviene come Maria e illumina la propria famiglia e il mondo intero con la luce di Dio.

Antonio e Luisa

I colori dell’amore

Perché è giusto e bello sposarsi in Chiesa?

Come prepararsi a un passo così importante?

Come farne tesoro per tutta la vita?

Proviamo a capirlo insieme.

Non si tratta di una semplice convenzione sociale,

ma del momento decisivo in cui sull’amore dei due

viene impresso il sigillo dell’amore eterno.

È il dono che potrà renderli capaci di amarsi fedelmente,

camminando uniti nella buona e nella cattiva sorte,

per costruire una nuova famiglia di figli di Dio.

È la sfida e la promessa di un amore

che sia ogni giorno nuovo

e che non abbia fine…

 

1. I colori dell’amore. Erano centinaia le coppie venute a celebrare col Vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda. Fu così che gli interrogativi dei fidanzati mi raggiunsero come “suoni colorati”: il rosso mi domandò come l’amore potesse essere sempre vivo. Il colore del sangue e del fuoco – risposi -, colore della vita che scorre e del calore che riscalda, ci aiuta a capire come la bellezza e la durata dell’amore siano legate alla vita che vi si investe, all’ardore con cui lo si vive e al prezzo che si è pronti a pagare per esso. Il bianco mi chiese chi potesse dare a una coppia, formata da creature fragili e limitate, la forza di un simile amore: mi venne naturale dire che come il bianco è il colore della luce, che tutto abbraccia facendo risaltare la forma di ogni cosa, così l’amore che ci avvolge e dà a ciascuno la consistenza dei propri doni e delle proprie capacità è l’amore di Dio. Presente Lui nel rapporto di coppia, invocata e accolta la Sua luce, non mancherà la forza di amare. Il giallo mi domandò se l’amore potesse essere eterno: il colore dell’oro, risposi, rimanda allo splendore di Dio, che solo può garantire l’eternità del dono reciproco fra i due. Più la coppia è unita a Lui, docile al Suo Spirito di santità, più l’amore è anticipo di eternità. L’azzurro mi chiese come può esprimersi al meglio l’amore nella vita di coppia: colore del cielo, continuamente cangiante, ma sempre abissalmente profondo, l’azzurro fa pensare a un rapporto sempre nuovo, che sa passare dalle nuvole al sole dorato, dai colori roventi dell’aurora e del tramonto a quelli del meriggio o della notte, senza perdere mai la profondità, cui attingere e da cui far scaturire la linfa del dono reciproco, radicato nell’amore eterno. Il verde mi domandò come si potesse guardare avanti con fiducia nella vita insieme: colore della speranza, dissi, contiene in sé la risposta. Un amore che non spera non è neanche amore: la speranza è l’amore proiettato in avanti, è la dilatazione del dono reciproco al tempo che verrà, ed è tanto più affidabile, quanto più è radicata nelle sorgenti eterne, che ci danno il coraggio e la forza di amare. Infine, il rosa mi chiese come vanno vissute le relazioni di coppia per crescere e perseverare nell’amore: colore della mitezza – risposi – indica da sé la risposta, che punta sul rispetto reciproco, sulla capacità di rapportarsi l’uno all’altro con la disponibilità ad ascoltarsi e comprendersi. Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere ed indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia, ma anche a come – per essere autentico – esso debba muoversi su alcune note di fondo, la profondità, la fedeltà, il ricorso ad un amore più grande, che non ci abbandonerà mai. Il settimo colore era la somma di tutti, il loro canto fermo, la loro armonia, più forte di ogni lacerazione: il colore della luce, quello di una vita unificata in tutti i suoi rapporti dall’amore…

2. I colori di Dio: il bianco della luce, il rosso della passione e l’oro dell’eternità. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge ed in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla Croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità. Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: “Quando ami non dire: ‘Ho Dio nel cuore’; dì piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’”. Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da Lui verso il futuro, che Egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella Croce e Risurrezione del Signore Gesù. È lì che la fede riconosce anzitutto la presenza del Padre, eterna sorgente dell’Amore, gratuità pura e assoluta, che amando dà inizio a ogni cosa e non smette di amare neanche di fronte al peccato degli uomini, fino a non risparmiare Suo Figlio e a consegnarlo per tutti noi. Accanto all’eterno Amante, la fede contempla sulla Croce il Figlio abbandonato per amore nostro, l’eterno Amato, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la Sua vita fra noi ci fa riconoscere e accogliere l’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede si apre infine all’opera dello Spirito Santo, che unisce l’uno all’altro nel vincolo dell’amore eterno ed insieme li apre al dono di questo stesso amore: estasi di Dio, lo Spirito viene a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo e irradiante. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: “In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore”. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (Sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci.

3. Immersi nei colori del Dio amore. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’essere è, nel più profondo, amore e l’uomo è fatto per amare. Tutto è immerso nei colori dell’amore eterno e vive in essi: e quando il nostro cuore si apre nella fede a questo amore, proclamato e donato nella Parola di Dio e nei Sacramenti, ecco che diventa possibile anche alla nostra fragilità la gratuità di un amore sempre nuovo. È il miracolo della carità, che nel rapporto di coppia è tanto necessaria per non rinunciare mai a prendere l’iniziativa del dono e del perdono verso l’altro e per camminare uniti nelle piccole e grandi scelte della vita. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15,12). “Siano in noi una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21). Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno. La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella Croce e Risurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel Suo santo nome, può fondare famiglie, che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in Chiesa!

4. L’alleanza nuziale e il colore del cielo. Il sacramento del matrimonio è l’alleanza definitiva fra un uomo e una donna, benedetta nel nome della Trinità, davanti alla Chiesa. Esso si fonda sul disegno divino per il quale l’uomo e la donna sono costituiti in un’unità originaria, radice della loro pari dignità e della loro vocazione alla reciprocità: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (2,24). Quest’unione è simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. nel profeta Osea i capitoli 1-3 o il Cantico dei Cantici), definitiva come lo è la fedeltà dell’Eterno: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Matteo 19,6). Nell’amore dei due, incondizionato e totale, è l’amore di Cristo per la Chiesa che viene a comunicarsi ed esprimersi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Efesini 5,31s). Perciò, la fede riconosce nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i coniugi un vincolo sacro, di cui essi stessi sono ministri. Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita. Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da Lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno “di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita”, di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard).

5. Lo stile dell’amore: il verde della speranza e il rosa della tenerezza. Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni. Lo testimonia la Sposa del Cantico dei Cantici, meraviglioso inno all’amore: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore” (8,6). Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra. L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella?

6. La tavolozza dell’amore e gli altri colori. Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione. Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezzee le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale. Gli stessi colori “di transizione”, tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?” La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: “Dio sarà il nome di famiglia”. La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo, anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno.

7. La somma di tutti i colori. È la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio. È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!” (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da Lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della Sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro. Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso del dialogo e del dono senza fine, che unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato o donerai la vita, grazie perché li hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te. Aiutali a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno, e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, che è rispetto, attenzione, cura e giustizia verso ogni persona. Benedici il loro amore, mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre nuova, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Te lo chiediamo per Cristo, Sposo della Chiesa, nello Spirito dell’eterna alleanza nuziale, confidando nell’intercessione di Maria, la Sposa delle nozze eterne. Amen.

8. Decalogo dell’Amore coniugale e familiare. Questo decalogo, che ho scritto anni fa insieme ad alcune coppie e che ha aiutato tante di esse a verificarsi sull’amore e a viverne i colori, meravigliosi e talvolta difficili, potrà servire anche a Te / a Voi due come semplice guida a fare un esame di coscienza, che spero sia opportuno e proficuo. Te / Ve lo offro come un mio piccolo dono d’amore:

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero

2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro

3. Prendi sempre l’iniziativa di perdonare e di donare

4. Sii trasparente con l’altro e ringraziala/o della sua trasparenza con te

5. Ascolta sempre l’altro, senza trovare alibi per chiuderTi o evadere da lui/lei

6. Rispetta i figli come persone libere

7. Dà ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo/alla tua sposa

8. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli e sappi discuterne con loro

9. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande

10. Sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza di Lui.

(don Btuno Forte)

Ci si sposa per amore, ma ci salva la misericordia

Solo “la misericordia di Dio per gli uomini e degli uomini tra di loro può salvare la cosa più preziosa e più fragile che c’è, in questo momento, nel mondo, il matrimonio e la famiglia”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che nella parte finale della predica della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa nella basilica vaticana, ha spiegato che “avviene nel matrimonio qualcosa di simile a quello che è avvenuto nei rapporti tra Dio e l’umanità, che la Bibbia descrive, appunto, con l’immagine di uno sposalizio”, e cioè che “all’inizio di tutto c’è l’amore, non la misericordia. Questa interviene soltanto in seguito al peccato dell’uomo”. “Anche nel matrimonio, all’inizio non c’è la misericordia, ma l’amore”, l’analogia di Cantalamessa: “Non ci si sposa per misericordia, ma per amore. Ma dopo anni, o mesi, di vita insieme, emergono i limiti reciproci, i problemi di salute, di finanze, dei figli; interviene la routine che spegne ogni gioia”. “Quello che può salvare un matrimonio dallo scivolare in una china senza risalita – ha assicurato il religioso – è la misericordia, intesa nel senso pregnante della Bibbia, e cioè non solo come perdono reciproco, ma come un rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità”. “La misericordia fa sì che all’eros si aggiunga l’agape, all’amore di ricerca quello di donazione e di con-passione”, ha affermato Cantalamessa, che si è chiesto: “Dio si impietosisce dell’uomo: non dovrebbero marito e moglie impietosirsi l’uno dell’altro? E non dovremmo, noi che viviamo in comunità, impietosirci gli uni degli altri, anziché giudicarci?”.

(Raniero Cantalamessa)

La fiamma dell’amore di Dio

Cosa è un sacramento? Cosa significa che due sposi sono immagine dell’amore di Dio. Immagine presente nella loro relazione d’amore sponsale. Vi porto un esempio di due cari amici. Giancarlo e Maria (che se leggono saluto caramente). Un sacramento è segno di una realtà altra che però è presente, reale concreta ed efficace.

Prendiamo il sole e prendiamo una candela accesa. La fiamma della candela è segno del sole. Attraverso la fiamma della candela possiamo vedere e capire, anche se molto limitatamente, qualcosa del sole. E’ un segno efficace, perché ne percepiamo la luce e se ci avviciniamo ne sentiamo il calore fino a scottarci.

Il sole è Dio naturalmente e noi sposi siamo la candela accesa. Dio è presente nel nostro amore.  Siamo la fiamma del Signore e chi si avvicina a noi dovrebbe sentire il calore di Dio. Papa Francesco ha espresso questa verità con la sua consueta semplicità ed acutezza:

..gli sposi, in forza del sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa.

Siamo consapevoli di essere quella candela?

Antonio e Luisa

 

La castità 2)L’amore sponsale non si astiene

Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

 

LA TENEREZZA COME ORIZZONTE BIBLICO-TEOLOGICO DELL’AMORE CONIUGALE.

 

La sezione biblico-teologica dellì’esortazione muove da un’affermazione tanto semplice quanto essenziale e densa di contenuto.

“Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: LA TENEREZZA” (Amoris Laetitia 28).

L’affermazione è decisiva ed è paradigmatica per la lettura dell’intero documento di papa Francesco.

1.1.         “Tenerezza”, non “tenerume”

L’esortazione AL auspica che si riscopra la tenerezza come attitudine decisiva per la buona riuscita della relazione nuziale; “una virtù – dice AL – piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali”.

Un testo che richiama da vicino quanto diceva Giovanni Paolo II: ”Il nostro tempo è tanto carico di tensione quanto avaro di tenerezza”.

Da notare che si parla di “tenerezza”, non di “tenerume”.

I dizionari definiscono

  • la “tenerezza” come un sentimento di “soave commozione”, di “affetto dolce e delicato”, di “attenzione amorevole”;
  • per contro, qualificano il “tenerume” come un “atteggiamento svenevole”, un “eccesso di sentimentalismo”, di “smancerie” o di “falsa tenerezza”.

La differenza balza agli occhi ed è essenziale per quanto ci interessa; è sufficiente uno specchietto comparativo.[1]

TENEREZZA                                              TENERUME                

Sul piano dell’essere                                  Sul piano dell’avere

                 Verso il tu                                                    Verso se stessi

                   Fortezza                                                            Debolezza

                 Creatività                                                          Passività

               Responsabilità                                                 Superficialità

 

La tenerezza appartiene all’esperienza dell’essere e si realizza come apertura al tu, in una dimensione di scambio oblativo, di accoglienza, di dono, di condivisione amabile.

Il tenerume dice, al contrario, ripiegamento sull’io, ed è prevalentemente egocentrico, captativo, con una ricerca dell’altro più per il proprio tornaconto che per lui stesso.

La tenerezza si coniuga con la fortezza ed è creativa; il tenerume è sinonimo di passività. Nel primo caso, domina l’etica della responsabilità; nel secondo, la superficialità, il livello delle sole emozioni, “giocando” con i sentimenti, non rispettando l’altro o addirittura strumentalizzandolo.

Questo dunque il primo dato da tener presente: l’Amoris Laetitia parla di “tenerezza”, non di “tenerume”:

  • tenerezza è un “sentimento forte”, che tocca le corde profonde della persona e la coinvolge nella totalità del suo essere e del porsi “in relazione
  • la tenerezza non è un sentimento debole”, non è un sentimentalismo vuoto, orientato a creare dipendenze o dominio, e non relazioni libere e liberanti.

Papa Francesco stesso, nel discorso inaugurale del 19 marzo del 2013, ebbe a proclamare:

“Non dobbiamo avere paura della tenerezza! (…). Nei vangeli, san Giuseppe

appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”.[2]

 

1.2.         La tenerezza dell’abbraccio di Dio

 

Entro questo recupero della categoria di “tenerezza”, tipico del pontificato di Francesco, l’Amoris Laetitia introduce la parte biblica con la bellissima espressione: la tenerezza dell’abbraccio di Dio, facendo riferimento ai testi scritturistici che più da vicino lo evocano (nn. 27-30).

Il primo testo che viene indicato è il Salmo 103:

“Com’è tenero un padre verso i figli, così è tenero il Signore verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103,13-14).

La tenerezza di Dio è un amore paterno e materno, e non viene meno e non si stanca mai di noi.

La condizione d’Israele è come quelladi un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

L’immagine del “padre” si coniuga infatti, nel linguaggio biblico, con quella della “madre”.

L’Amoris Laetitia rimanda alSal 27,10:

“Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.

Isaia 66,12b-13, come nota il documento di papa Francesco, fa esplicita allusione al seno, alle ginocchia e alle carezze della madre per indicare la tenera vicinanza del Signore al suo popolo:

“Voi sarete allattati e portati in braccio; sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”.

L’esortazione ricorda la delicata intimità descritta da Osea:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato…

A Èfraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano…
Io li traevo con legami di bontà con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”
(Os 11,1.3-4).

Il testo unisce, in mirabile sintesi, la metafora di Dio-Padre con quella di Dio-Madre, Lo stesso tema proclama Isaia:

“Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua tenerezza? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, sei nostro padre; da sempre ti chiami nostro redentore” (Is 63,15-16).

L’espressione “fremito delle viscere” rappresenta un’espressione idiomatica che indica la sede delle emozioni più forti e serve a unire i tratti della maternità con quelli della paternità.

Un paradosso, se vogliamo, ma tale è il mistero di Dio: un connubio, il più alto che possa esistere tra la forza del padre e la dolcezza della madre.

“Sion ha detto:‘ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se alcune di loro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti ame” (Is 49,14-16).

I testi potrebbero essere moltiplicati.[3]

Un dato appare chiaro in ogni caso: la tenerezza di Dio nella Bibbia rimanda al suo grembo; un grembo amante che ci porta in sé come una mamma porta il figlio in sé. La stessa terminologia ebraica lo evoca:

  • rḥm, rimanda alle viscere materne;
  • raḥªmîm, un plurale d’intensità, indica un forte sentire interiore, un amore viscerale;
  • reḥem corrisponde all’utero della madre.[4]

Dunque, “tenerezza”, nella Bibbia, evoca il sentirsi nel grembo di Dio come un figlio nel grembo di sua madre.

Una percezione biblica del volto paterno-materno di Dio, splendidamente riassunta da Clemente Alessandrino:

Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre; ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile”.[5]

1.3.         La croce come il grande abbraccio divino

 

Il n.29 dell’AL passa dal Primo Testamento al Nuovo, evocando come la tenerezza di Dio raggiunga il suo massimo vertice nell’evento della croce.

Anche se questa prospettiva non risulta particolarmente sviluppata, è certo che risiede in essa la novità assoluta della figura di Cristo.

Il Crocifisso, disteso sulla croce, con le braccia spalancate e le palme aperte, in un’autodedizione totale di sé al Padre e di perdono/accoglienza rivolto a tutti, compresi i carnefici, dice a tutti che la tenerezza è un abbraccio di Dio-Trinità.

Spiega con notevole afflato spirituale Anselm Grün:

Le braccia spalancate di Gesù sulla croce dicono a ognuno di noi:‘Sei stato amato in modo completo e assoluto. Ti vengo incontro anche quando ti allontani da me. Sono al tuo fianco quando sei tu a portare la croce. Tengo le braccia aperte per abbracciarti. Ti aspetto finché ti getterai nelle mie braccia. Sei libero. Non pretendo nulla da te; ma puoi contare su di me. Il mio cuore è aperto per te. Ti ci puoi rifugiare con tutto te stesso”.[6]

1.4.         La coppia e la famiglia: immagine di Dio Trinità-di-Amore

 

Alla prospettiva della croce, l’AL collega la rivelazione del mistero di Dio-Trinità-di-Amore. In effetti la croce è questa rivelazione:

–         il Padre dona il suo Figlio per amore,

–         il Figlio si dona per amore al Padre in sostituzione vicaria per tutti,

–         lo Spirito Santo è donato dal Padre e dal Figlio alla Chiesa e al mondo.

Dalla croce nasce la Chiesa, comunità riunita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito (LG 9), e sgorga la famiglia, comunione trinitaria di persone.

Spiega l’AL:

“La Parola di Dio affida la famiglia nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli, perché formino una comunione di persone a immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (n.29).

E aggiunge:

“È nella famiglia, Chiesa domestica, che matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità! (AL 71;121)

Una prospettiva, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento.

Il Dio in cui crediamo non è un Io-Solo, un Solitario, ma una Comunione di Tre-che-sono-Uno.

Il monoteismo cristiano, da questo punto di vista, è radicalmente diverso dal monoteismo ebraico o da quello islamico. L’unico Dio in cui crediamo

  • non è un Io-Solo,
  • ma un Io-Noi, un Dio-comunione, dall’eternità e per l’eternità.

Tre persone, un unico e medesimo Dio-Amore (1Gv 4,8.16).

I due, uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza dell’Uni-Trinità di Dio.

È un grande merito di Giovanni Paolo II aver posto in evidenza questa trinitaria. L’AL lo cita esplicitamente:

“Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi‘ umano; di quel ‘noi’ che è formato anzitutto dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina” (LF 6).

Un “noi” umano, uomo e donna, che sono chiamati ad aprirsi al terzo da loro, e. in quanto tali, rappresentano la manifestazione più perfetta – nella nostra condizione storica – della comunione trinitaria.

Come affermava M. Blondel: “Quando i due diventano uno, sono tre”.[7]

Già a livello creaturale, la comunità coniugale rappresenta il massimo riflesso dell’eterna comunione trinitaria:

–         scaturisce, come da sorgente, da Dio-Trinità-di-Amore,

–         si plasma su Dio-Trinità-di-Amore,

–         e va verso la beatitudine di Dio Trinità-di-Amore.

Sta in questo dato l’assoluta grandezza di ogni comunità familiare, come osservava ancora Giovanni Paolo

“Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in Lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina.

Il sacramento delle nozze non fa che portare a pienezza questa imago Dei,

–         rendendo gli sposi partecipi dell’essere stesso di Dio-Trinità-di amore,

–         con una partecipazione nuova, specifica, che compie e perfeziona l’immagine trinitaria già impressa in loro a livello naturale,

–         e conferisce alla comunione degli sposi una nuova effusione di grazia, rendendola dimora di Dio-Trinità, dove i genitori sono i primi maestri della fede per i loro figli.

In forza del sacramento delle nozze, infatti, la famiglia cristiana non è soltanto un’icona esterna della Trinità, ma la Trinità stessa inabita in essa in una forma reale e misteriosa che solo la fede permette di cogliere. Il modello trinitario non rimane esteriore alla sua immagine, ma diviene interiormente presente in essa.[9]

         Ed ecco che la famiglia, icona di Dio-Trinità, diventa dimora di Dio-Trinità.

Lo Spirito Santo è donato agli sposi perché essi siano capaci, insieme ai figli, di edificarsi in rapporto all’ esemplarità trinitaria (FC 13).

Lo Spirito, infatti, è l’Amore-comunione che, nello scambio eterno tra il Padre e il Figlio, chiude il circolo dell’unità trinitaria:

  • il Padre è l’eterno-Amante,
  • il Figlio è l’eterno-Amato,
  • lo Spirito è l’eterno-Amore comune del Padre e del Figlio.[10]

Lo Spirito Santo – spiega lo stesso Agostino – ci fa pensare all’Amore comune con cui si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio”.[11]

“Amore comune”, lo Spirito Santo è l’Amore-comunione che attua la pienezza dell’Uni-Noi trinitario nella famiglia.

Il “soffio dello Spirito”, che vivifica in permanenza la Chiesa, è in grado di orientare la famiglia in questa direzione, ma si richiede che i coniugi si aprano alla sua azione e lo lascino operare nel loro cuore.

“Il matrimonio è un segno prezioso, perché quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore.

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (n.121).

 

Questo dunque l’orizzonte bilico-teologico dell’AL che fonda la comunità familiare come parabola vivente di Dio-Tenerezza.

Don Carlo Rocchetta

La castità è meravigliosa

Cosa mi ha dato la scelta della castità? Mi ha dato tanto, molto più di ciò che credevo quando presi questa decisione. Non è stata una scelta facile. Le tentazioni ci sono state  e hanno picchiato forte. E’ difficile, soprattutto nell’età giovanile, riuscire a fermarsi e non andare oltre.  Le sensazioni e le emozioni sono fortissime e serve davvero una grande forza di volontà e una motivazione profonda. Ho avuto la fortuna di aver incrociato nel mio cammino un frate cappuccino, quando ero ancora molto giovane, che mi ha condotto per mano e mi ha fatto comprendere l’importanza dell’attesa, l’importanza di legare quel gesto a una persona sola, quella a cui avrei promesso un amore per sempre. Mi ha fatto comprendere la profondità del gesto sessuale e il suo significato più vero. Cuore e corpo, anima e carne, due parti dello stesso amore, indivisibili l’una dall’altra, così unite che per poterci amare concretamente Dio stesso si è dovuto fare carne.  Anche nella Bibbia l’amore carnale tra uomo e donna è celebrato e reso degno :dell’amore di Dio. Eccone un breve estratto dal terzo Canto:

Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Questi versi poetici sono sublimi, sono di un impatto sensoriale incredibile e spiegano benissimo, secondo me, la bellezza dell’incontro d’amore tra due innamorati che hanno saputo aspettare. C’è un universo di colori e profumi. Colori, profumi, sensazioni, emozioni che ubriacano e inebriano tanto sono meravigliosi. Meravigliosi. totalizzanti e coinvolgenti. Latte e miele, che nel linguaggio biblico indicano la pienezza dell’amore carnale.  Il nardo è l’essenza che Maria versa sui piedi di Gesù, provocando lo sdegno di Giuda. Il nardo è profumo da re. Perché nel nostro amore diveniamo re e regina, l’uno per l’altra. La nostra regina che è un giardino chiuso per tutti, ma non per il suo re. Giardino pieno di tutte le meraviglie. Chiuso per tutti ma non per il suo re.  Re che cerca solo quel giardino, quello della sua regina, perchè solo in quel giardino troverà ciò che più è bello, ciò che è per lui e solo per lui. Alla fine la castità non è altro che custodire gelosamente quel giardino, custodirlo e curarlo. Questa è la castità e ringrazio Dio di aver permesso a me e alla mia sposa di essere riusciti a proteggere tutto questo e di essere stati capaci di accoglierci come re e regina, come il solo re e la sola regina.

Antonio e Luisa

Due Papi, due lettere, lo stesso Spirito.

Sento spesso contrapporre il magistero di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI e ancor più marcatamente con quello di San Giovanni Paolo II. Basta! Non è giusto, La Chiesa non è riducibile a un uomo per quanto santo possa essere. Il cammino della Chiesa in questo nostro mondo è guidato dallo Spirito Santo che riesce nonostante le nostre tante miserie a sostenerla. Chiesa sposa di Cristo. Ho sentito ultimamente Mons Paglia affermare che Amoris Laetitia sostituisce Familiaris Consortio. Nulla di più sbagliato. Amoris Laetitia integra Familiaris Consortio, la arricchisce e la rende attuale. Non si può capire Amoris Laetitia se non la si legge alla luce di Familiaris Consortio e se non si è compreso quanto Giovanni Paolo II ci ha sapientemente insegnato con la sua lettera apostolica del 1981. San Giovanni Paolo II non ha soltanto spiegato la dottrina della Chiesa in modo chiaro e netto ma ha approfondito le verità più profonde dell’essere umano, della sessualità e del matrimonio.

Quanto scritto da Giovanni Paolo non può passare come dice Paglia, semplicemente perchè la verità non passa mai, la verità è vera sempre, l’uomo è sempre lo stesso, cambiano le società, le relazioni, le abitudini e gli usi ma l’uomo anela sempre a una relazione unica indissolubile e feconda. Questo ci insegna Giovanni Paolo II in tutto il suo magistero. Papa Francesco non è venuto a cambiare una virgola di quanto ha detto e scritto il suo santo predecessore ma ha aggiunto il suo carisma, quello della misericordia. Non che il nostro amato Karol non ne avesse ma Francesco ha intuito che il momento storico è tale che la misericordia, il balsamo del perdono e dell’accoglienza devono essere anteposti alla verità. Non perchè la verità sia meno importante ma perchè nel nostro mondo non è comprensibile se non dopo un accompagnamento misericordioso. La verità detta senza misericordia non è verità. La misericordia è la porta per arrivare alla verità. Papa Francesco non vuole arrendersi al mondo ma vuole parlare al mondo, e il linguaggio della misericordia  è il solo che può fare breccia in tanti cuori induriti dal peccato. Solo dopo, quando la persona avrà un cuore aperto dalla misericordia compassionevole della Chiesa e dal perdono sarà pronta a riempirlo di verità. Papa Francesco non cancella San Giovanni Paolo II ma al contrario offre a tutti, la possibilità  di conoscere la ricchezza della verità del cuore, del corpo, della sessualità e del matrimonio. Papa Francesco e San Giovanni Paolo II, due persone completamente diverse, due modi completamente diversi di essere Papa ma lo stesso Spirito di Dio che li riempie, li usa, li plasma e li guida.

Antonio e Luisa

Dobbiamo dare tutto.

In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro.
Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli
e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti.
Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Il vangelo di oggi mi interroga e mi mette molto in crisi. Cosa ci vuole dire Gesù? Gesù ci dice che nella nostra vita e nel nostro matrimonio, dobbiamo essere come quella vedova.

Dare il superfluo non cambia la vita e la nostra relazione. Nella nostra famiglia dobbiamo dare tutto ciò che abbiamo a Dio. Andare a Messa e partecipare alla vita della comunità non basta. Gesù ci chiede di più. Gesù ci chiede di donare a Lui le scelte importanti della nostra famiglia, i dolori, le gioie, i nostri figli. Ci chiede di trasformare la nostra vita in una liturgia continua e la nostra famiglia in una piccola chiesa domestica. Gesù ci chiede di metterlo al centro. Dare il superfluo non ci aiuta a crescere e a cambiare la nostra vita. Solo dando tutto ciò che abbiamo, ci accorgeremo che non restiamo vuoti ma nascosto da tutte le nostre preoccupazioni, idee, egoismi e peccati c’è la presenza di Dio, che è la sola cosa che riesce a dare pienezza e a far apprezzare tutto il resto. Gesù, attraverso quella povera vedova, ci chiede di aver fede e di abbandonarci a Lui, non importa se tutto ciò che abbiamo nella nostra vita sono pochi spiccioli. Non importa se il nostro matrimonio è fragile, imperfetto, abitato dal peccato, dai contrasti, dai litigi. A lui non importa. Se diamo tutto ciò che abbiamo a lui basterà e da quel poco che siamo riusciti a dare. trarrà grandi frutti per noi, per i nostri figli e per tutte le persone che incontreremo.

Antonio e Luisa.

L’amore è come un oceano

L’amore cosa è? Quante bugie su questa parola. L’amore confuso con l’innamoramento. L’amore confuso con la passione. L’amore confuso con le farfalle allo stomaco. L’amore che ci rende marionette incapaci di scegliere le nostre azioni e decidere della nostra vita.

L’amore non è nulla di tutto questo o, meglio, tutte questi sensazioni e sentimenti possono essere la superficie dell’amore, ma non lo rappresentano nel profondo. L’amore non è una forza che ci travolge e ci sconvolge. L’amore è un’azione, un camminare, un fare. L’amore è sacrificio, bisogna dirlo ai nostri ragazzi. L’amore non è qualcosa che capita, ma è qualcosa che scegliamo ogni giorno. L’amore non rende gli uomini e le donne smidollati, eterni ragazzi schiavi delle proprie emozioni e sensazioni. L’amore è radicale. L’amore è fedeltà. L’amore è perdere tutto per trovare il senso delle cose e della vita.  L’amore è rispondere a una chiamata che abbiamo dentro. L’amore significa a volte andare contro i sentimenti e contro i nostri desideri e pulsioni. L’amore, per essere vero, tende alla verità e al bene. L’amore è rispettoso del proprio corpo e di quello altrui. L’amore è più forte di pulsioni, desideri ed emozioni. L’amore è mezzo e fine per tutti. L’amore è vero solo quando è casto. Casto, puro, sincero, autentico, pieno, sono tutti modi di esprimere la stessa realtà. L’amore omosessuale diventa casto, quando non cerca il dono nel corpo, non cerca la genitorialità, ma si spende per gli altri nell’amicizia e nella prossimità. L’uomo sposato che lascia la famiglia per un’altra donna, non sta seguendo l’amore. I fidanzati che hanno rapporti, non si stanno amando. Non chiamiamo amore ciò che non lo è. Non facciamoci ingannare.

Nel cinema l’amore è rappresentato spesso, soprattutto nel cinema italiano, come qualcosa di fluido e gli amanti come persone impotenti a questa forza che le spinge spesso verso la rovina. Una delle rappresentazioni più vere dell’amore che mi viene in mente è invece interpretata da Sylvester Stallone in Rocky. Adriana e Rocky sono una coppia vera e la loro storia d’amore fa da sfondo a tutta la storia sportiva di Rocky. Un amore forte, che passa attraverso tutte le stagioni dell’amore, attraverso la povertà e la ricchezza, attraverso l’incomprensione, il dolore e la gioia, ma non viene mai messo in discussione, anzi, è sempre una roccia alla quale aggrapparsi, una fonte inesauribile di forza e determinazione.

L’amore è come un oceano. In superficie può essere anche tempestoso e impetuoso, con onde che sommergono e distruggono. Queste sono i sentimenti, le passioni e le pulsioni. Poi nelle sue profondità è molto diverso. Il tutto è regolato dalle correnti, quelle correnti sono la nostra volontà. Solo se non ci lasceremo travolgere dalle onde in superficie e riusciremo a scendere in profondità, quelle correnti ci porteranno a destinazione, a trovare il senso e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa.

 

Il Matrimonio Perfetto, il Sacrificio Perfetto.

Qualcuno potrebbe pensare che la formula esatta per un matrimonio perfetto è che i due coniugi siano perfetti..no..non è così. Il matrimonio perfetto è fatto da due creature imperfette che si uniscono a Dio per raggiungere la Perfezione. Ma cos’è una vita coniugale perfetta? È per caso una vita fatta esclusivamente di gioie, divertimenti e soddisfacimento di piaceri personali? No! Raggiungere la Perfezione nel matrimonio vuol dire acquisire la capacità di donarsi pienamente e senza riserve all’altro, negando totalmente la propria persona e i propri desideri, sopportando con pazienza e in silenzio le delusioni che quotidianamente si ricevono! Viene da pensare che solo attraverso il dono della Santità si possa fare ciò. Certo, da soli, esclusivamente con le nostre forze, non lo possiamo fare, ed ecco che Dio, quel Dio che il giorno del nostro matrimonio non era né un ospite né un testimone bensì il protagonista insieme a noi sposi, ci viene in aiuto. E come? Come si può avere e dare amore senza attingere alla fonte di Amore per eccellenza? Sì, il cibo di vita eterna è anche l’elisir di un Matrimonio Eterno! E meditando il Sacrificio Perfetto pensi che sei fatto a Sua immagine e somiglianza e come Lui si è donato per i suoi figli tu puoi donarti per la famiglia che Lui ti ha donato. Sì, perché quel giorno, dinanzi ad un suo apostolo, ti ha affidato una missione, ti ha reso strumento di vita. Allora mi chiedo, perché mandare tutto in aria, chi siamo noi per stravolgere i disegni di Dio e sottrarci alla sua Volontà? Se non demordiamo, se ci affidiamo a Lui, se ogni giorno facciamo in modo che sia presente nelle nostre vite, accogliendo prima di ogni cosa i suoi progetti d’Amore, i figli che Dio vorrà donarci che a volte se superano il numero prestabilito vengono classificati come errori, se lasciamo, quindi, che Dio diriga la nostra vita matrimoniale, allora gli ostacoli diventeranno grazie, le sofferenze dolci sacrifici da offrire e le sue Benedizioni saranno infinite! Come Gesù, insieme a Maria Ss., percorreremo la strada del nostro Matrimonio come Lui ha percorso la strada del Calvario, e con Lui cadremo e ci rialzeremo..l’ultimo traguardo sarà quindi la vita eterna, la santità nel Matrimonio, il Matrimonio Perfetto

Sara.

Togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Questa frase dell’esodo mi ha sempre impressionato. Non ho mai capito bene il perchè. Sentivo pur senza comprendere che insegnava qualcosa di grande. Poi mi sono sposato è ho capito. Nella relazione con la tua sposa ti devi togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

Antonio e Luisa

Ci sarà chiesto molto

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più

Del Vangelo di ieri mi ha colpito soprattutto questa affermazione di Gesù.

Quanti doni mi ha dato. Ma il dono più grande è senz’altro la mia famiglia, la mia sposa e i miei figli. Questa frase mi fa davvero tremare i polsi. La mia famiglia non è solo un dono grandissimo per rendere la mia vita piena e vera. La mia famiglia è una responsabilità, la mia famiglia è un’opportunità. Attraverso la mia sposa, sono certo di questo, si gioca la mia vita. Gesù me l’ha donata non perchè io potessi usarla a mio piacimento ma perchè insieme potessimo giungere a Lui. Me l’ha donata perchè io imparassi ad amare e a farmi amare. Me l’ha donata perchè io imparassi ad uscire da me. Imparassi a vivere in lei, perchè i suoi desideri fossero i miei. E’ difficile, mi chiedi molto Gesù, spesso sbaglio e non riesco, ma ho la consapevolezza che mi hai dato molto. Sta a me dimostrare che non hai sprecato i tuoi doni. Sta a me, con il tuo aiuto e alla tua presenza, prendere quel molto e rispondere con tutto il mio impegno e la mia volontà alla fiducia che hai riposto in me. L’unica cosa che conta è l’amore, aiutami a non dimenticarlo mai, aiutami a non perdermi.

Antonio e Luisa.

Lasciati amare da me!

Oggi condivido con tutti voi una testimonianza. Una testimonianza semplice, una testimonianza di un matrimonio fallito, una testimonianza che dovrebbe raccontare di dolore e risentimento verso Dio e verso il mondo. Invece il dolore c’è, non è cancellato, ma è superato dalla fede e dalla speranza. Questa testimonianza scritta con un linguaggio semplice e confidenziale trasmette proprio questo. Una grande fede e speranza in Dio, che nonostante i nostri errori e il nostro libero arbitrio continua ad amarci sempre senza posa. Grazie Chiara, oggi ci hai insegnato qualcosa e ci hai mostrato la grandezza del matrimonio. Fedele fino alla croce nella certezza che Dio non  ci abbandona mai.

Ecco la testimonianza di Chiara, l’ho lasciata così come mi è arrivata, perchè anche la premessa iniziale è bella e utile.

 

Allora ..veniamo a noi..quello che mi chiedi è “woooow”! Una cosa grande per me, scrivere un articolo, anche perché l’argomento è davvero vasto (e parlo della mia esperienza) sono 4 anni di dolore, deserto, discernimento, purificazione molto lunghi che mi hanno condotto alla gioia. Posso, se sei d’accordo, provare a tirare giù le situazioni più importanti e ciò che hanno significato nella mia esperienza. Quello che volevo passare nel post è che Dio vuole sempre fare una storia con noi ed anche quando ci mettiamo in situazioni difficili perché siamo stati distanti, perché non siamo stati al suo cospetto, lo abbiamo tenuto fuori dalle nostre scelte..quando noi gridiamo a Lui, ovunque siamo finiti, Lui ci viene a prendere..e ci conduce sulla sua strada. Questo vale per chiunque gli apra il cuore. Nei figli è tutto vero che non fanno l’esperienza “più giusta” cristianamente parlando ma, se avviene che almeno uno dei due genitori fa spazio a Dio nel suo cuore e si appella alla Misericordia di Dio per mezzo del sangue di Cristo, vedono questo e vivono il Vangelo (“Io sono come luce venuta nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” Gv 12,46-48). In che modo si vive il Vangelo? Innanzi tutto nello stringere una nuova alleanza che comporta la fedeltà alla promessa, la riconciliazione mediante il sangue di Cristo quindi essere consapevoli di essere stati riscattati con il Suo sangue (i sacramenti) e infine seguire e mettere in pratica l’Amore al nemico attraverso l’ascolto della parola e la preghiera..in guerra ci si va ben muniti. Eh sì, l’ex coniuge è un vero e proprio nemico ancora più forte di quando si è in una coppia conflittuale, perché la legge che dovrebbe tutelare, in realtà separa e permette ancora meno il dialogo per non parlare delle famiglie di origine, degli amici o dei nuovi compagni..tutto sembra concorrere a separare sempre di più. I figli vivranno una scissione vera e propria perchè vedranno due “verità” (i bambini tendono a “normalizzare” qualsiasi realtà e a dare per vero tutto ciò che vivono. Vallo a spiegare ad una bimba di 3 anni chi è il vero Dio, ma ho fiducia che lo capirà molto presto) e quindi a confusione. Di queste due verità solo in una si sentono “in pace” allora il compito è di rimanere aggrappati alla croce perché solo nella croce c’è la risurrezione, solo nella morte c’è la Vita Eterna. Nella pratica significa morire nella carne e fare spazio allo Spirito di Dio. Questo donarsi giorno dopo giorno, cercando il dialogo, lottando contro la tentazione della distruzione dell’altro (che poi è distruzione di se stessi), a gli occhi di un bambino è dare testimonianza che si può amare in quella situazione, che se un matrimonio (umano) è finito, con Dio l’amore non finisce! E si cresce..e cresce il seme dell’amore. Una domanda che mi ha posto mia figlia è stata:” perché te e papà non vi amate più e papà ama un’altra?” Bella domanda mi veniva da rispondere..pensandoci su e pregandoci ancora più su mi ha fatto riflettere che l’amore non è roba nostra è roba di Dio, noi “scimmiottiamo” un amore ma altro non è che assecondare istinti e passioni che durano il tempo che impiega un fiammifero per bruciare. Che Dio è discreto e ti lascia LIBERO, non ti chiede nulla in cambio, anzi ti vorrebbe dare, ma spesso siamo noi a rifiutare il Suo Amore. Per cui se un figlio dice il suo “No” Dio lo rispetta.. Amare è anche rispettare. Quanti “No” ho detto a Dio..! E lui non si è mai arreso con me, per niente! Anzi mi ha corteggiata, mi ha dato giorno dopo giorno ciò che pensavo fosse la mia felicità fino a quando sono stata io a chiedergli “Cosa posso fare per dimostrarti il mio amore per te?” E Lui ha risposto chiaro:”Lasciati amare da me! Ho grandi progetti per te, non avere paura!” Se ha corteggiato così me, cosa mi dovrebbe far pensare che non desideri lo stesso anche per il padre di mia figlia? E per mia figlia? Per cui essere in Cristo significa agire nel bene, significa chi è stato amato per primo, dia l’esempio. Ora dove mi condurrà questa strada lo scoprirò man mano che la percorro. Ad oggi il Signore ha usato misericordia con me ed ha fatto verità nella mia vita: di fatto il mio matrimonio cristiano non è mai stato in essere e anche questo dovrò, negli anni, trovare il modo di spiegarlo a mia figlia. E non ultimo in me comprendere cosa sia un matrimonio cristiano e continuare a lavorare sulle mie ferite che, può sembrare strano, ma questo “amore al nemico” è parecchio curativo..! Fa più bene a me!  Inoltre, se noi genitori abbiamo un briciolo di fede, sappiamo che i nostri figli sono di Dio. Per cui se Dio vorrà con Nicole fare una storia grande lo farà..purché lei dica il suo “Si” (personalmente spero che lo dica forte e chiaro da subito e non come il mio nel tempo..). Come prevenire un “non matrimonio”? (E qui sarò un pò critica ma banale ) Se un sacerdote per essere pronto a ricevere questo sacramento necessita di un percorso lungo oltre 5 anni di discernimento, preghiera e parola, come può chi si avvicina al sacramento del matrimonio essere pronto con 14 incontri? Spesso i pretendenti sposi pensano di essere vicini a Dio ma frequentemente non è così.. Purtroppo! Mi rendo conto che non è possibile avere corsi prematrimoniali più lunghi perché molti vengono anche contro voglia ma credo sia fondamentale puntare sul discernimento, concentrare l’attenzione dei giovani a comprendere a che punto sono e ci vuole molta intuizione dei sacerdoti e catechisti per comprendere se quei giovani sono nella Verità oppure no. Spero di aver dato una testimonianza chiara. Ti ringrazio.

Chiara

Le beatitudini degli sposi

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

 

La lebbra che distrugge l’amore

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza,
alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce;
e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?
Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse:
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Il vangelo di ieri mi ha colpito molto. Parla di lebbrosi. Esattamente come mi sentivo io quando ero lontano. Mi fermavo a distanza da Dio, ero attratto da Lui ma avevo la mia lebbra che mi induceva a non avvicinarmi. La mia lebbra non era nel corpo ma nel cuore. Ognuno ha la sua di lebbra. Anche nel rapporto di coppia. Può essere la lussuria e la pornografia che distruggono l’amore, il lavoro che prende il posto di Dio, l’accidia che ci fa lamentare sempre di tutto e cancella i colori della vita, la superbia che ci rende incapaci di sentirci figli del Padre. Ognuno ha la sua lebbra. Dio vorrebbe avvicinarsi, ma noi lo teniamo a distanza, non ci sentiamo degni nel profondo di noi. Poi lui ti guarda,  poggia su di te quello sguardo colmo di compassione. Allora ti  abbandoni e implori di essere guarito, ti riconosci finalmente bisognoso della misericordia di Dio. La tua vita è malata, il tuo corpo e il tuo cuore sono malati. E allora succede il miracolo. Nella siituazione difficile che stai vivendo, nel tuo matrimonio, nella tua debolezza, nella tua miseria  entra Cristo che sana e cura. Ti chiede di avere fede in lui e di metterti in cammino, confidando nella Sua Grazia che sana e guarisce. Non siamo, però,  ancora salvi. Siamo sanati, ma non salvi.  Per essere salvi dobbiamo voltarci e tornare indietro per ringraziare e lodare Dio. Solo desiderando Dio nella nostra vita e ringraziando di tutto ciò che ci dona ci riconosceremo figli di un Padre. Solo quando ci ricorderemo di Gesù non solo nel momento delle difficoltà, ma anche per lodarlo e rendergli gloria, il nostro amore per Lui sarà autentico e non solo finalizzato ai nostri bisogni e desideri.

Rendiamo gloria ogni giorno a Dio per tutto ciò che ci dona e vedremo ancora il suo sguardo d’amore che si posa su di noi, lo vedremo attraverso lo sguardo del nostro sposo o della nostra sposa. Così ogni mattina ci sentiremo sanati e salvati nonostante tutte le difficoltà della vita.

Antonio e Luisa

Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te.

 

Ci sono giorni in cui ci si sveglia al mattino e tutto sembra impossibile ad essere felicemente affrontato.
Appare che ogni cosa vada a rotoli nella storia a cui si è chiamati, soprattutto e sovente quando questo è un matrimonio.

due persone così diverse tra loro

Certo perché, la cosa più ardua da vivere è la relazione tra due persone così diverse tra loro, così libere di manifestare la propria verità ma che costantemente si imbattono nel doversi o volersi amare.
Una cosa è il dovere e l’altra è il volere.
In questa differenza del nostro essere gioca tutta un’esistenza e, da questa, tantissime scelte, nel bene e nel male.

il piano verticale

Esistono due piani dove orientare la chiave di volta della soddisfazione di una buona relazione.
C’è un piano verticale, che volge verso l’alto, che ci fa guardare oltre il nostro IO e ci conduce verso DIO.
L’autore di un libro meraviglioso, G.Courtois, che si intitola «Quando il maestro parla al cuore» scrive (pag.119 del citato testo):
“Più comprenderai che sono Io ad agire negli altri, attraverso ciò che ti ispiro di dire loro, più la tua influenza su di essi si intensificherà e tu vedrai diminuire l’opinione che hai di te stesso. Penserai…non è il frutto del mio sforzo personale, Gesù era in me. Il merito e la gloria tornano a Lui”.

matrimonio

il piano orizzontale

Ma chi veramente crede e mette in pratica questo quando il piano della vita concreta non funziona bene?
Abbiamo detto che c’è un piano verticale, quello che guarda in alto e che consente di vedere quell’Uno, cioè Dio. Poi c’è un piano orizzontale , quello delle relazioni umane che ci fa vedere i tanti, cioè tutti i figli di Dio, i nostri fratelli.

Il disegno che esce dai due piani è una splendida croce.
Ciò che implica gioie e sofferenze è proprio quell’incontro dell’ IO col TU.
Io e te siamo i protagonisti, in questa terra, della dimensione orizzontale ed è qui che si gioca tutto il nostro essere.

sono stanco, non ce la faccio più

Da tempo mi é dato di «accompagnare» le coppie e le persone in difficoltà di vita, soprattutto nel matrimonio.
In genere ciò che prevale quando le cose non funzionano bene é questa affermazione:
“Sono stanco, non ce la faccio più” spesso accompagnata anche da “le ho provate tutte, l’ho detto 5000 volte ma ora basta!”
Così, nel tempo, smarrendo la strada del piano orizzontale non si riesce più neppure a guardare verso l’alto, in verticale.
Questo ci porta a perdere il posto privilegiato della croce perché ….”chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua…”, dice il Signore.

Prendere la croce è essere dentro quel disegno: guardo verso Dio, sento Dio in me, guardo te con gli occhi di Dio.

l’eucarestia, il cuore a cuore con l’amico speciale

Come faccio a sentire Dio in me?
Non posso conoscere qualcuno se non lo frequento.

Gesù , che è persona, mi aspetta tutti i giorni per nutrirmi, riempirmi mente e cuore di Lui e più lo frequento e più lo conosco e più lo conosco più voglio frequentarlo.
Sto parlando dell’eucaristia, il cuore a cuore con l’amico speciale.

A Lui posso chiedere e ottenere ciò che è davvero utile per me: la morale dipende dal sacramento che si vive.
Se nella mia vita scelgo la schiavitù (soldi,pornografia,menzogna e chi più ne ha più ne metta) la mia sarà una morale da schiavo. Se invece scelgo la verità (ordine, sessualità come dono, soldi come strumento, beni da condividere e chi più ne ha metta pure) la mia sarà una morale da libero.

cancellare dal vocabolario “sono stanco”

Quando il mio sguardo è sul piano verticale e va verso l’alto non baderò più al risultato da ottenere perché i miei bisogni diventano mediati invece che immediati.
Bisogna aspettare ma occorre darsi da fare!

Allora dovrò cancellare dal mio vocabolario il “sono stanco”.
Non si tratta certamente della stanchezza fisica, quella c’è, ma si tratta altresì dello scoraggiamento, del “non ce la posso fare”, del non riuscire ad arrivare sino in fondo, dell’impedimento che una situazione da combattere sia lasciata alla bandiera bianca dell’arresa e, spesso, preferire la fuga.

fallire il matrimonio

Tu non sei stanco, tu puoi lottare, tu puoi essere un guerriero perché Dio sta al tuo fianco “come un prode valoroso“, come dice il profeta Ezechiele: lasciati sedurre, dal tuo Signore.

Dio non permetterà che tu possa lasciare incompiuta l’impresa più gioiosa che Lui stesso lo ha desiderato per te: non lascerà fallire il matrimonio!

Lui ti sosterrà sino alla fine se lotterai con le giuste armi, quelle non convenzionali, quelle che guariscono il tuo cuore e ti permettono di benedire il tuo nemico che spesso, guarda caso, è chi ti sta difronte… il tuo stesso coniuge, i tuoi figli, i tuoi genitori… per non parlare degli altri esseri umani.

tu puoi condonare quel debito

Ricorda che se tu subisci un torto, chi lo commette contro di te pecca contro il Signore perché è Lui il padrone della tua vita, dunque chi viene colpito è innanzitutto Dio e qui hai due possibilità. La prima è portare risentimento appropriandoti della tua vita e negando l’esistenza all’altro. La seconda é capire che la tua vita appartiene al tuo Creatore e così, in nome e per conto di Dio tu puoi condonare quel debito, cioè perdonare, perché così ti sarai riguadagnato un fratello e sarai nella pace totale.

Ecco i due piani, ecco perché puoi portare la croce attraverso cui, guardando in alto, potrai guardare accanto a te con gli occhi di Dio. Ricorda, Dio stesso lo ha desiderato e non lascerà fallire il matrimonio!

Credi tu?

Caro fratello tu non sei stanco perché mentre combatti sei tenuto in braccio e il più delle volte cammini senza neppure poggiare i piedi sulla terra, e neanche te ne accorgi.

Così, se questa mattina ti sei svegliato scoraggiato, questa notte potrai essere più fiducioso e il giorno di domani sarà nuovo e tu saprai affrontarlo, impedendo di far fallire il matrimonio.
Credi tu?
Possiamo farcela insieme!

Cristina Righi Epicoco

Sorgente: Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te – Annalisa Colzi

Il matrimonio secondo Kasper (prima riflessione)

Sto leggendo il libro del cardinal Kasper “Il matrimonio cristiano”, per cercare di comprendere il punto di vista di questo teologo molto apprezzato da Francesco e che ha ricoperto un ruolo di primo piano nel recente Sinodo sulla famiglia.

Kasper parte analizzando le società umane. Scrive che il matrimonio è presente in tutti i tempi e in tutte le culture, ma che è concepito e vissuto in modi molto diversi tra loro. Non esiste, quindi, secondo lui, un ordine naturale ben definito, ma questa istituzione, pur essendo naturale, ha bisogno di essere trasformata e formata dalla determinazione culturale di ogni popolo nel tempo e nella geografia. Secondo il teologo, non esiste il matrimonio vero e autentico valido per tutti, ma ogni popolo ha concepito l’unione uomo donna da un’elaborazione culturale complessa.

Secondo Kasper  non esiste un’unica natura immutabile, ma esiste una natura che deve prendere forma nella coscienza e libertà umana.

Questo mi lascia molto perplesso. C’è qualcosa di stonato in questa sua riflessione.

Sono d’accordo con lui che il matrimonio è stato molto diversificato nella storia e nelle diverse civiltà e popolazioni. Questo è indubbio. Ma quello che non condivido  è il ruolo della cultura.  La cultura è influenzata da innumerevoli fattori, spesso non concernenti le esigenze dell’uomo e con tutt’altre motivazioni. Continua Kasper dicendo che la natura è affidata alla libertà dell’uomo perchè la plasmi e le dia consistenza e forma . Sappiamo bene che l’uomo è libero solo quando si conforma alla volontà di Dio e non viceversa. In caso disattenda la volontà di Dio, non esercita la libertà ma il libero arbitrio, che è un’altra cosa. Giovanni Paolo II ebbe a dire nel 1986:

Solamente la libertà che si sottomette alla Verità conduce la persona umana al suo vero bene. Il bene della persona è di essere nella Verità e di fare la Verità.

Continua il santo :

Chiamato, perché persona, alla comunione immediata con Dio: destinatario, perché persona, di una Provvidenza del tutto singolare l’uomo porta scritta nel suo cuore una legge  che non è lui a darsi, ma che esprime le immutabili esigenze del suo essere personale creato da Dio, finalizzato a Dio e in se stesso dotato di una dignità infinitamente superiore a quella delle cose.

Il matrimonio pensato da Dio è quello tra uomo e donna, fedele, indissolubile e unico. E’ scritto chiaramente nella scrittura e nel cuore di ogni persona. Ci possono essere innumerevoli modalità di pensare il matrimonio, ma quella che soddisfa tutte le esigenze del cuore umano, o meglio della natura umana, è soltanto una. Dio ci ha creato a Sua immagine anche e soprattutto nella capacità di amare. L’amore di Dio ha determinate caratteristiche immutabili e fisse. Noi abbiamo il desiderio originario di amare ed essere amati così. Qualsiasi sia la nostra cultura e religione. Mi spiace dissentire da Kasper ma questa sua visione mi appare come una forzatura non accettabile.  Fortunatamente Papa Francesco, non ha sposato questa tesi, ma pur prendendo quando di buono c’è nella teologia di Kasper (soprattutto sulla teologia della misericordia), ha ribadito il concetto del sacramento del matrimonio, che poggia sul matrimonio naturale. La libertà rimanda alle origini. Ecco quello che Papa Francesco scrive in Amoris Laetitia:

63 «Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cfr Mc 10,1-12). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cfr Ef 5,21-32), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa.

Sappiamo bene che il peccato influenza pesantemente la nostra vita e la natura stessa del creato necessita di redenzione, perché corrotta dal peccato originale. Solo tornando alle origini attraverso Cristo e i suoi sacramenti, potremo vivere in pienezza il nostro matrimonio. Per questo la natura è immutabile. Questo è quello che la Chiesa ci ha sempre insegnato e che Kasper sembra essersi dimenticato.

Forse però Kasper intendeva dire proprio questo. Da gran teologo e filosofo qual’è, ha tracciato la via per recuperare il significato più profondo del matrimonio, che non può più passare attraverso il dato naturale, perchè non più comprensibile. Kasper divide la natura dalla creazione. Kasper ci vuole dire che la natura umana è così indefinita e diversa in ogni persona e in ogni civiltà proprio perché, in seguito al peccato, si è persa la conoscenza dell’ordine che la governa. A causa del peccato noi uomini viviamo nel disordine e nella disarmonia. Allora la cultura dona una chiave di lettura per decifrare i nostri bisogni più profondi. Ma la cultura è umana e quindi anch’essa imperfetta. Ed è per questo che Kasper va oltre il dato naturale e culturale e dice che la pienezza la possiamo trovare non nella natura,  ma nell’origine della creazione. Com’è possibile tornare alle origini per noi poveri peccatori e esseri imperfetti e fragili? Attraverso Gesù Cristo e la sua redenzione. Non so se Kasper intendesse arrivare a questo, ma questo è ciò che ha ispirato in me la lettura della sua opera e con questa declinazione il suo diventa un discorso non solo accettabile ma forse anche profetico.

Voi cosa ne pensate?

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti in Cristo.

Tutti noi battezzati siamo sacerdoti (vedere il precedente articolo Sposi sacerdoti nel dono di sè). Abbiamo il sacerdozio comune di Cristo (da non confondere con il sacerdozio ordinato). Come vivere il sacerdozio nel nostro matrimonio?

L’unico vero, unico e sommo sacerdote è Gesù che fa da mediatore tra gli uomini e Dio. Lo fa donando tutto se stesso sulla croce. Nel sacrificio della croce Gesù è offerente e offerta. Gesù dà tutta la sua vita per la nostra salvezza. Quella di Gesù non è però, un’offerta solo di riparazione di tutto il peccato dell’umanità, ma è prima di ogni altra cosa un gesto d’amore. Sulla croce ci sta amando.  Non c’è gesto più grande compiuto da Dio per noi di questo.  Non c’è un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici, è quanto troviamo scritto anche nel Vangelo. Quali sono le caratteristiche di questo amore? E’un amore totale. Meglio, è  un amore sponsale. Gesù in quel momento manifesta il suo desiderio di unirsi sponsalmente (in maniera totale, definitiva e indissolubile) all’umanità, a ciascuno di noi. Stabilisce la nuova alleanza, patto d’amore indistruttibile e per sempre.  Gesù offre la sua vita, versa il suo sangue e dona il suo corpo per portarci a Lui e quando rispondiamo accogliendo questo suo dono ecco che nasce la Chiesa. Chiesa sposa di Cristo.  Capite ora, come questa realtà sia strettamente collegata al sacramento del matrimonio. San Paolo in Efesini ci mostra questa stretta connessione. Il mistero del matrimonio, della relazione tra un uomo e una donna sono immagine del rapporto tra Dio e la sua Chiesa. Voi mariti (ma vale anche per le mogli) dovete amare le vostre mogli come Dio ha amato la sua Chiesa. Come l’ha amata? Dando la sua vita.   Quando riflettiamo sul matrimonio riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce. Quando riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce, stiamo riflettendo anche sul matrimonio sacramento. L’uno richiama l’altro. Capite che mistero grande? Io no faccio una grande fatica, è una realtà troppo immensa e bella per la piccolezza di ciò che sono. Ma così è, e non posso che lodare Dio per questo.

Facciamo un passo avanti. In virtù del battesimo, come già detto,  diventiamo sacerdoti, o meglio siamo abilitati ad essere sacerdoti. Come esercitare il nostro sacerdozio? Nel dono. Tutti i gesti che compiamo nella nostra vita, se offerti come gesti d’amore a Gesù, sono gesti sacerdotali. Le nostre fatiche, le opere, le parole e i gesti offerti a Gesù sono tutti gesti sacerdotali. In quel momento siamo mediatori, mostriamo Dio a chi ci è vicino. Nel sacramento del matrimonio lo Spirito Santo agisce sui nostri doni battesimali e quindi, anche sul nostro sacerdozio comune.  Il sacerdozio sarà vissuto d’ora in poi con modalità e finalità nuove, proprie del matrimonio. Il matrimonio è  questo, vivere la nostra dimensione sacerdotale, donandoci totalmente al nostro sposo o la nostra sposa. Ecco sono tuo. Mi offro per te. Dono la mia vita a te. Con quale modalità sono chiamato a farlo? Alla maniera di Gesù. La mia santità matrimoniale e vocazione matrimoniale si gioca esattamente su questo aspetto. La capacità di amare la nostra sposa o il nostro sposo come Cristo. Il mio dono deve essere sempre più perfetto. Tanto più viviamo questo, tanto più diventiamo santi, perché rispondiamo alla nostra chiamata. Vivendo questo amore, diveniamo una luce meravigliosa per noi, per i nostri figli e per tutti. Tutti hanno nostalgia di questo nel cuore. Una coppia che rifulge di luce e d’amore suscita in chi la incontra meraviglia, stupore, incanto e nostalgia di poterla vivere a sua volta. La dimensione sacerdotale del nostro matrimonio ci porta a vivere sempre di più questo amore totale, indissolubile e unico. Papa Francesco al numero 75 di Amoris Laetitia scrive:

Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano,[70] i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. Il loro consenso e l’unione dei corpi sono gli strumenti dell’azione divina che li rende una sola carne.

Gli sposi possono essere ministri solo in virtù del battesimo, che gli abilita a donarsi l’uno all’altro in un sacramento.  Senza dono totale di sé, espresso con le parole e il corpo nell’amplesso fisico non ci può essere sacramento del matrimonio. Questi sono i famosi casi di nullità del sacramento. Il matrimonio è nullo se c’è vizio nel consenso o nell’intimità coniugale. Se manca uno o l’altro manca il dono totale. Ora si capisce come certe regole non siano invenzioni della Chiesa, ma rientrano tutte nella logica del battesimo. Cristo prende dimora stabile in noi, nel nostro amore. Si forma una nuova Chiesa. Piccola Chiesa domestica. La Chiesa infatti cosa è? E’ Cristo insieme alle sue membra. Lui è il capo e noi le membra. Gesù si offre e noi accettiamo la sua offerta. Cosa accade nel matrimonio? Lo sposo in cui abita Cristo si offre alla sua sposa e viceversa.  Sorge una nuova Chiesa. Cristo in quel momento si sta donando alla sposa nel corpo e nelle parole dello sposo. Cristo si sta donando allo sposo nei gesti e nelle parole della sposa. Da quel momento gli sposi divengono sacramento perenne. Diventano offerenti e offerta. Il sacramento sappiamo essere un insieme di gesti e parole che rendono presente Dio e manifestano la presenza di Dio. Gli sposi amandosi rendono presente Dio in ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altro. Capite ora cosa intende il Papa quando ammonisce sul divorzio. Capite ora come il divorzio sporca l’immagine di Dio? Intuite che realtà grande è il vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

Accompagnare all’amore vero

Amoris Laetitia non è l’esortazione che consente ai divorziati risposati di comunicarsi, è molto di più. I giornali si sono focalizzati su quell’unico punto controverso, tralasciando il cuore di Amoris Laetitia. I vescovi del Sinodo non si sono incontrati per demolire il matrimonio, ma al contrario per restituirgli la giusta dignità e considerazione in un mondo che sembra aver perso il senso di questo sacramento tanto grande da elevare l’amore di due creature imperfette a profezia dell’amore di Dio in sé stesso e per il suo popolo.

I vescovi sanno che le nuove generazioni non si sposano per tanti motivi economici e sociali, ma la verità è che non ne sentono più il bisogno. Vedono il matrimonio come un impegno che non è necessario. Vogliono vivere l’amore senza promettere amore sempre ogni giorno della vita. Si illudono così di essere più liberi di scegliere di amare non per imposizione, ma per libera scelta. La Chiesa ha questa grande responsabilità. Non ha fatto nulla per impedire questa distruzione del significato del matrimonio, risultando spesso passiva nel corso di questa evoluzione, o meglio, disgregazione sociale susseguente al 1968.

Io ho partecipato al corso fidanzati nel 2001 organizzato dalla mia parrocchia.  Si è svolto nell’arco di 2-3 mesi e mi ha impegnato con la mia fidanzata una sera alla settimana. Si sono susseguiti il parroco, coppie di sposi, moralisti, psicologi e non mi ricordo chi altro. Appunto non ricordo. Non mi è stato detto nulla che mi abbia sorpreso, che mi abbia affascinato e neanche solo incuriosito. Non mi è rimasto nulla se non l’esempio luminoso della coppia che ci seguiva, che senza dire nulla ma solo con il loro modo di vivere l’amore mi ha colpito molto e ancora oggi sono un esempio per me e per il mio matrimonio.

Cosa mi ha fatto innamorare del matrimonio? Un corso che feci della durata di una settimana in montagna dove un frate senza tanti fronzoli ci ha rivelato e mostrato la realtà meravigliosa del matrimonio. Ricordo tutto di quel corso. Ricordo la bellezza di scoprirmi così prezioso e la grandezza della consapevolezza di ciò che avrei celebrato da lì a poco. Ho scoperto cosa è l’amore e che ho sempre chiamato con la parola amore quello che non lo è.

E’ bastato poco per salvarmi. Non c’è stato bisogno di esperti e sacerdoti che parlano di tutto tranne che del nucleo dell’unione matrimoniale. Tutto questo per evidenziare come Amoris Laetitia abbia fatto centro. Il Papa chiede di rivedere l’accompagnamento dei fidanzati che deve diventare un periodo fecondo e di crescita e non solo un cartellino da timbrare a 10-12 serate obbligatorie e noiose.

Da Amoris Laetitia, la diocesi di Roma (diocesi del Papa),  ha preso subito spunto per rivedere tutto il proprio percorso e facendo ammenda degli errori e superficialità del passato. Vi riporto il punto 3 della relazione conclusiva del cardinal Vallini a chiusura del convegno diocesano.

Finalmente si incomincia a prendere atto che non si può più restare a guardare, che è ora di rimboccarsi le maniche e di vincere questa sfida, importante per la felicità delle nuove generazioni e per il futuro stesso della Sposa di Cristo.

 Relazione del Cardinale Vicario alla giornata conclusiva del Convegno Diocesano | Vicariatus Urbis

3. Accogliere e accompagnare verso il matrimonio
Dai Laboratori è emerso ripetutamente che è da ripensare a fondo la preparazione al matrimonio , superando la prassi del cosiddetto “corso per i fidanzati”, insufficiente e da molti piuttosto sopportato (una sorta di tassa da pagare per poter celebrare il sacramento).
A questo importante tema pastorale AL dedica ben 12 numeri (nn. 205-216) e ne parla come di una “iniziazione al sacramento del matrimonio” (AL, 207), una specie di catecumenato che accompagni alla scoperta della fede per giungere alla comprensione del mistero santo delle nozze. Cosa possiamo prevedere al riguardo?

1) Dobbiamo essere realisti, accettando ancora un itinerario breve per chi non è disposto ad un itinerario lungo, sapendo però che una dozzina di incontri non bastano a riaccendere la fede e sperando in un possibile rapporto che continui dopo. La parrocchia offra, con il metodo del dialogo, un cammino su alcuni temi fondamentali: vita di fede, esperienza sacramentale, appartenenza alla Chiesa, la famiglia nel progetto di Dio, le motivazioni per l’amore matrimoniale, la famiglia vive di Dio, i ruoli nella coppia, la generazione e l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine. Utilmente si proponga anche un ritiro spirituale, come già è praticato. Non dimentichiamo che la preparazione è una occasione speciale per riprendere i contatti con la Chiesa e un cammino di fede.

2) Ma la sfida che vogliano affrontare – all’inizio pensiamo a livello di prefetture, non di parrocchie – è di proporre un itinerario diocesano lungo, che duri almeno due anni, cominci all’inizio del fidanzamento o quando la coppia di conviventi si orienta al matrimonio. Dovrebbe essere un itinerario di accompagnamento che abbia le seguenti tappe:

– Accompagnare vuol dire innanzitutto camminare insieme con i nubendi, perché “scoprano la via migliore per superare le difficoltà che incontrano sul loro cammino” (AL, 200). E’ necessario entrare in relazione, una relazione empatica, con ciascuna coppia, affinché si senta destinataria di cura e della preoccupazione della Madre-Chiesa. A queste persone non serve sentirsi dire dal primo icontro qual è la dottrina della Chiesa o le norme canoniche sul matrimonio – che spesso potrebbero riceverle come divieti o proibizioni – hanno bisogno di camminare insieme, di incontrare testimoni che tocchino il cuore.

– In secondo luogo, accompagnare vuol dire aprire la mente e il cuore all’intelligenza della fede, come fece Gesù con i due discepoli di Emmaus (Cf. Lc 24, 13-33). Dobbiamo annunziare loro il Vangelo per creare un legame con la persona di Gesù Cristo, che guarda ciascuna coppia con amore e tenerezza, con pazienza e misericordia: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). Dobbiamo fare come ha fatto Gesù con la samaritana: “rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua mente e guidarla alla gioia piena del Vangelo”. Il nostro obiettivo è realizzare ciò che con grande lucidità ha scritto Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est, n. 1: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”.

– Accompagnare vuol dire far comprendere e sperimentare l’amore vero, vivere insieme alla persona amata, dialogare e trasmettere convinzioni, comunicare la gioia di stare insieme nel Signore, favorire lo sviluppo della maturità affettiva, così importante per la libera scelta della vita matrimoniale . In una parola, far scoprire la forza salvifica del sacramento del matrimonio . E’ evidente che questo cammino richiede tempo e disponibilità da parte nostra e dei nubendi; dunque è un periodo di catecumenato;

– E’ stato suggerito anche di chiedere agli sposi il luogo della loro residenza per poterlo comunicare al nuovo parroco e di organizzare, all’inizio dell’anno, nella parrocchia di arrivo una “festa dell’accoglienza” delle nuove famiglie.

Alcune note di metodo:
– è necessario dare all’itinerario un taglio esistenziale, di condivisione comunitaria; evitare lo schema delle lezioni frontali ;
– decisive saranno le coppie che accompagnano i nubendi;
– ogni coppia deve sentirsi protagonista del cammino, e non al seguito di un sacerdote o di un animatore;
– focalizzare la formazione principalmente sulla relazione di coppia. Evidentemente non per mettere in secondo piano il sacramento, ma per far capire che il sacramento del matrimonio ha a che fare con la relazione di coppia per conoscere e crescere nella propria relazione in Dio. Il nostro compito – dice Amoris laetitia – è “far crescere l’amore”, “renderlo normale”, rinforzarlo, facendo in modo che i due diventino protagonisti e competenti della propria relazione. Ciò non vuol dire lavorare prima sul piano umano e poi su quello spirituale. Gli animatori devono avere bene in mente che il centro è il sacramento, la vita spirituale degli sposi, e devono impastare ogni incontro come tappe di un cammino di vita nello Spirito;
– scopo ultimo dell’itinerario è servire la coppia, perché giunga a “prendersi per mano” in modo serio e a sentirsi dentro la comunità ecclesiale, come nella propria famiglia di fede.

Antonio e Luisa

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