Identikit come la Digos!

In questi giorni ancora freschi della notizia sconvolgente della Pasqua, la Chiesa ci fa leggere, come prima lettura della Messa, dei brani tratti dal Nuovo Testamento che sostituiscono quelli del Vecchio da cui di solito viene tratta la suddetta lettura. Ciò a significare, a confermare, la risurrezione di Gesù come evento a cui il Vecchio Testamento tendeva, Gesù infatti ci ricorda diverse volte che Lui è venuto per portare a compimento il Vecchio. In questo festoso giorno in cui la Chiesa celebra i due santi apostoli Filippo e Giacomo ci viene proposto questo brano:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1 Cor 15,1-8a ) : Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Ci sembra importante sottolineare la parte centrale in cui Paolo ci ricorda di aver tramesso quello che anche lui ha ricevuto. Ed in effetti è proprio questo il compito degli evangelizzatori, altrimenti non sarebbero definibili tali. Ma serve una patente speciale che attesti l’essere evangelizzatori o testimoni?

Ci sono alcune scuole per evangelizzatori, ma queste servono solamente per apprendere diverse tecniche di linguaggio umano, per conoscerle ed imparare a padroneggiarle, ma non saranno mai in grado di far diventare un ateo un evangelizzatore poiché la mera tecnica non basta se non si è incontrato Gesù. Quali sono dunque le caratteristiche di un buon evangelizzatore/testimone?

Non è nostra intenzione fare un trattato sull’argomento, ma vorremmo semplicemente tentare di abbozzare un identikit come quelli che divulgano i poliziotti della Digos per catturare il malvivente ricercato. Desideriamo innanzitutto tranquillizzare i nostri lettori che si staranno già chiedendo quale tipo di requisiti siano indispensabili per diventare un testimone/evangelizzatore: non sono necessarie specifiche abilità da palcoscenico, né da showman, né da speaker radiofonico, né da presentatore televisivo.

Il primo requisito è essere battezzato poiché è il Sacramento che ci ha catapultati nella vita eterna e ci ha strappati dalle grinfie sataniche. Poi di sicuro sarebbe meglio essere anche cresimati, poiché questo Sacramento ci rende abili alla testimonianza e ci infonde il coraggio del martirio, infatti martirio significa testimonianza. Cari sposi, per caso vi siete accorti che questi due Sacramenti sono indispensabili per il Sacramento del matrimonio? Ed è proprio la natura del matrimonio che li sottende entrambi. Infatti col Battesimo veniamo inabitati dalla Santissima Trinità e diventiamo sacerdoti, re e profeti, ma poi tutto ciò ha bisogno per così dire di una spinta in più, come quando le mamme spengono il forno perché le lasagne sono già pronte, ma se le vogliono perfette le devono rimettere nel forno spento ma ancora caldo affinché si formi quella crosticina che dona croccantezza ed un gusto unico al piatto… la Cresima assomiglia in qualche misura a quella crosticina delle lasagne.

Ed è proprio quella croccantezza della Cresima che rende il gusto dell’amore che ci scambiamo unico ed irripetibile dentro la relazione sponsale; l’evangelizzazione/testimonianza si deve toccare con mano dentro il matrimonio e poi si deve allargare come i cerchi concentrici dell’acqua verso tutte le altre realtà esterne alla coppia.

Continuiamo l’identikit: se non ho ricevuto niente da Cristo di chi sono testimone? S. Paolo ci avverte implicitamente quando dice di aver trasmesso ciò che ha ricevuto per primo. Come può uno sposo amare la propria sposa dell’amore di Cristo se per primo non ne fa esperienza? Come potrà una sposa amare con la tenerezza e la misericordia di Dio se prima non ne fa esperienza? Cari sposi, il primo luogo (dopo la liturgia sacramentale) dove incontrare Gesù risorto è la nostra casa, la nostra sponsalità, la nostra relazione. Dobbiamo impegnarci personalmente nel cammino di santità affinché possiamo donare al nostro consorte ciò che per primi abbiamo ricevuto da Cristo stesso, e nello stesso tempo dobbiamo dare spazio e tempo al nostro amato/a per poter crescere nell’esperienza personale di incontro con Lui.

Coraggio sposi, il tempo pasquale ci è propizio per questo incontro col risorto. La Digos del Cielo aspetta il nostro identikit !

Giorgio e Valentina.

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Il rapporto intimo tra bellezza e monotonia

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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“Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Quest’anno, con non poche difficoltà, mio marito ed io siamo arrivati al traguardo dei sei anni di matrimonio e, quasi ogni giorno, ci siamo chiesti, attraversando e vivendo le varie tempeste della vita pandemia compresa, specialmente io mi sono chiesta, quali fossero questi benedetti frutti che mi avevano affascinato al punto da scegliere questa parte di Vangelo da ascoltare proprio il giorno del nostro matrimonio. Io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.

Ricordo che scelsi questa Parola perchè mi sembrava un modo romantico per augurare agli sposi il classico “auguri e figli maschi“, ma nel tempo ho scoperto che avevo sbagliato nell’interpretazione! Negli anni mi sono resa conto che avevo scelto inconsapevolmente ,con il benestare del consorte, una vera chiamata vocazionale per il nostro matrimonio. Non è stato facile accorgersi piano piano, nel tempo, che tutto quello che avevamo immaginato per noi sarebbe stato stravolto dal Suo piano. Ovviamente ci siamo sposati con il sogno di una casa piena di bambini, di biberon, di biscotti plasmon spiaccicati sul sedile della macchina, e invece ci siamo ritrovati a vivere il dolore e la frustrazione di innumerevoli test di gravidanza negativi.

Non è stato semplice sostare in un eterno Giardino degli Ulivi chiedendosi perchè proprio a noi? Perchè ci hai scelti per rimanere senza figli? Fino a quando, tramite la preghiera, in particolare durante i turni di guardia per l’Adorazione Eucaristica, non imparammo a capovolgere la domanda: come possiamo aiutarti in quello che ci chiedi?

Ebbene si nel matrimonio si dialoga in tre, e cio che dice Lui va ascoltato. Ascoltare cio che dice Lui è stato un percorso paragonabile agli strapiombi di una pista nera in montagna, non è stato minimamente facile assecondare il Suo progetto perchè è stato un continuo domandarsi: dove ci sta portando? Saremo in grado? Durante una vacanza estiva con il nostro padre spirituale e alcune famiglie abbiamo trovato una traccia del Suo disegno, ma ancora non eravamo pienamente convinti di questo sogno pensato appositamente per noi, essere una coppia aperta si alla vita, ma in una maniera inaspettata: divenire una casa famiglia. E’ stato come ascoltare nelle orecchie “va e ripara la mia casa” di francescana memoria e in quel periodo quella frase era il nostro motto, eravamo in piena fase protocollo visite mediche per capire quale problema ci fosse di ostacolo a una gravidanza naturale. E’ stato un lunghissimo combattimento spirituale in quanto questo figlio naturale non ne voleva sapere di arrivare e, facendo un lavoro interiore aiutati dalla canzone “Come un Prodigio” di Debora Vezzani, abbiamo iniziato a comprendere, specialmente io, che un figlio è un dono e che i doni arrivano inaspettatamente e non su ordinazione in stile Amazon.

Il matrimonio è stato un percorso di conversione per me sotto ogni aspetto, ero andata all’altare convinta che male che vada tanto si va di Pma, e invece mi sono ritrovata insieme a mio marito a frequentare dei corsi di formazione per divenire una famiglia di sostegno per dei ragazzi di una casa famiglia di un nostro amico sacerdote. Ricordo che all’inizio andammo dicendoci “andiamo intanto ad ascoltare,” un pochino sul classico “Venite e vedrete“, decidemmo di proseguire e, senza neanche renderci, conto ci siamo ritrovati a scoprire questo mondo fatto di legami che durano nel tempo.

Abbiamo così scoperto che anche noi potevamo essere genitori, ma in una maniera speciale pensata per noi. Un’esperienza che come marito e moglie ci ha unito molto di più anche perchè ci siamo resi conto che, durante tutto il cammino, Dio ci ha sempre lasciato delle tracce segno della Sua presenza, segno che era veramente con noi che il Suo per sempre era veritiero. Ovviamente abbandonarsi al Suo progetto ha portato gioia e allegria cosa che era venuta a mancare. Anche per noi, come durante le Nozze di Cana, era finita la nostra gioia. Passare da famiglia sterile in un’ottica umana a feconda sotto lo sguardo di Dio è stato il centuplo per la nostra vita. Nell’ultimo anno abbiamo ottenuto anche un dono in più, non solo seguire i ragazzi che ci permette di accompagnare, ma di dedicarci alle coppie di giovani sposi che attraversano il dolore e la frustrazione che abbiamo vissuto noi in passato, per aiutarli a tenere accesa la luce della Speranza e trovare insieme la propria vocazione matrimoniale.

Simona e Andrea

“Perciò, chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere.”

“Sei solo un narcisista!” Davvero?


Questo blog è pieno di autori (e sicuramente anche lettori) che sono dei fidanzati o mariti straordinari, che mettono le loro dolci metà al centro delle loro attenzioni facendole sentire speciali. Oggi però mi rivolgo ai cosiddetti “disgraziati”. Ci avviciniamo al primo maggio 2022, perciò: giù la maschera!

Tanti di quelli che oggi sono rinati in questo senso hanno avuto in passato dei grossi problemi di egoismo (mi ci metto anch’io!). Certo, per fortuna c’è anche chi non ci si è mai trovato. Oggi però mi rivolgo a chi da anni si sente accusare di essere un “egoista”, “insensibile”…“narcisista”.
Sei davvero un narcisista?

Per chi non lo sapesse, il Disturbo Narcisistico di Personalità esiste davvero ed è presente nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali; non sono uno psicologo perciò non mi dilungo sull’aspetto patologico. Quello che interessa a te invece è che il narcisista patologico non prova sensi di colpa.
Perciò non si parla di te. Tu ci sguazzi da una vita nei sensi di colpa. Sono anni che nelle relazioni non fai altro che chiedere scusa per qualcosa che hai combinato. Torniamo al titolo dell’articolo (1 Corinzi 10,12).
Ti senti in colpa ma continui a dire che la responsabilità dei tuoi sbagli è dei tuoi genitori, di tua moglie, di Dio. Sei il re delle giustificazioni (anche perché hanno sempre giustificato qualsiasi cosa facessi) e non ti rendi conto di quale strada hai preso.

“La superbia precede la rovina,
e lo spirito altero precede la caduta.”

Proverbi 16,18


Pensi che stia cercando di metterti paura?
ESATTO!
Ogni singola volta in cui ho pensato di poter gestire da solo la mia vita invece di affidarmi all’Altissimo, puntualmente ho fatto stare male chi ho intorno.
So bene come ci si sente ad essere il “cattivo” della situazione, per questo ho strutturato il percorso di 8 settimane “padre, perdonati” con cui aiuto gli uomini che sono sempre stati etichettati e poi auto-identificati come egoisti, inaffidabili e narcisisti a prendere in mano la propria vita mettendo fine al circolo vizioso litigio/scuse/sensi di colpa/litigio che sta erodendo la loro relazione, trasformandola in un luogo felice in cui c’è spazio anche per la spensieratezza.


Voglio condividere il bene che ho ricevuto con tutti gli uomini che non si sentono bene nei loro atteggiamenti egoistici. Il Signore mi ha fatto Grazia del Suo aiuto e del Suo Amore e lo sta facendo anche a te. Apri gli occhi!

“[…]E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri,
perché Dio resiste ai superbi
ma dà grazia agli umili.
Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo; gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.”

1 Pietro 5,5-7

P.S. Ma quindi sei davvero un narcisista? Guarda il video completo di questo articolo per scoprirlo.

Kevin

Occhio al ruggito!

Ieri è stata la festa liturgica di S. Marco evangelista, e nella Messa ci è stata proposta come prima lettura questo brano :

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) : Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

Abbiamo tralasciato gli ultimi versetti perché vogliamo soffermarci su questa prima parte. E’ interessante notare come colui che parla agli altri di umiltà è lo stesso che, poco più di una settimana fa, ha estratto dal fodero la spada ed ha tagliato l’orecchio a Malco; vi ricordate la notte dell’Ultima Cena quando vengono nell’Orto degli Ulivi per catturare Gesù e Pietro lo difende con la foga della spada?

Vi siete mai chiesti come mai la madre Chiesa ci faccia ascoltare nei giorni della Passione il racconto della veemenza di Pietro nell’Orto degli Ulivi nel tentativo di difendere il Maestro, e dopo poche ore l’irruenza sembra aver lasciato il posto alla paura tanto che addirittura rinnegherà quello stesso Maestro, e solamente 9 giorni dopo sentiamo ancora questo Pietro che ci esorta tutti a rivestirci di umiltà?

Cosa è successo nel frattempo? Semplice: Gesù è risorto!

E le parole di san Pietro apostolo che leggiamo sono parole che arrivano non solo dopo la risurrezione del Maestro, ma anche dopo la Pentecoste e l’Ascensione del Signore. Verrebbe da chiedersi : che fine ha fatto quel Pietro raccontato nei vangeli della Passione? Come può parlarci di umiltà uno che non ha contato neanche fino a 2 per estrarre dal fodero la propria spada e colpire il servo Malco?

Tutto ciò è possibile perché nel frattempo è avvenuta una trasformazione di Pietro, si è convertito e lo Spirito Santo che è sceso su di lui nel giorno di Pentecoste ha reso mite un uomo irruento, ha reso umile un uomo forse un po’ superbo, ha reso prudente un imprudente, ha reso temperante un uomo un po’ sregolato. Ed è proprio quest’ultima virtù messa in luce in questo brano. Infatti è lo stesso Pietro che ci esorta alla sobrietà, cioè alla vigilanza su noi stessi, alla temperanza, la moderatezza, la morigeratezza; e se l’esortazione arriva proprio da lui che prima non padroneggiava su se stesso possiamo star tranquilli.

Chi meglio di altri ci può mettere in guardia da uno sbaglio se non colui che prima di noi lo ha commesso e non vuole che anche noi ripetiamo il suo sbaglio ?

Quando ci si imbatte in Gesù risorto niente più rimane come prima, tutto cambia, non c’è nulla della nostra umanità che non abbia bisogno della presenza di Gesù e che da essa non riceva nuova luce, nuovo slancio, nuovo vigore, nuova vita. Lo stesso Gesù, che è l’Agnello descritto nell’Apocalisse seduto sul trono, ce lo attesta con quella frase così perentoria : “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Cari sposi, non abbiate paura del Risorto, Egli fa nuove tutte le cose. Fa nuovo anche un matrimonio vecchio, guarisce un matrimonio malato, fa rinascere a nuova vita un matrimonio morto.

Seguendo il consiglio di S. Pietro dobbiamo riversare in Dio ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi. Se crediamo che ci ha creati Lui, se crediamo che ci ha fatti conoscere Lui l’uno all’altra, se crediamo che ci ha consacrati e consegnati Lui l’uno all’altra nel matrimonio, se crediamo che siamo Sua icona nel matrimonio, perché mai dovrebbe scordarsi di noi e lasciarci privi del Suo aiuto?

Certamente non può operare senza il nostro necessario contributo, per questo il nostro impegno di sposi deve essere quello di operare secondo l’esortazione di S. Pietro, e cioè dobbiamo restare sobri, dobbiamo vegliare. E’ un invito a vivere la virtù della temperanza, a vigilare su noi stessi innanzitutto, perché c’è un leone ruggente pronto a divorarci.

A noi, gente cresciuta tra il cemento e le fabbriche, sfugge un po’ l’immagine di un leone ruggente, ma dobbiamo considerare che gli uditori contemporanei di S. Pietro conoscevano molto bene il ruggito del leone, e quando l’apostolo paragona il diavolo ad un leone ruggente avranno forse sobbalzato un poco per la paura. Quando un leone ruggisce lo si sente da molto lontano, e se ci si imbatte in un ruggito a poca distanza non è infrequente sentire scombinarsi tutte le budella con una sensazione che mette i brividi ed il terrore ci blocca, ci si raggela il sangue. Queste sono solo alcune sensazioni che si provano con un ruggito, ma il diavolo è molto più di un leone in carne ed ossa. E per di più è come quel leone ruggente che però ha pure fame, non poteva capitarci di peggio; se già il ruggito ci terrorizza, sapere che potremmo essere la sua cena è il peggio che potrebbe capitarci.

La vigilanza da parte nostra è fondamentale affinché possiamo sentire il ruggito già da molto lontano. Quando due sposi vivono costantemente la preghiera, la rinuncia ed il sacrificio, restano in grazia di Dio, sanno regnare su se stessi, dominare il proprio corpo, non si abbassano alla cupidigia delle passioni, lottano contro la concupiscenza, allora restano sobri e possono vigilare su loro stessi sentendo il ruggito già da molto lontano e quindi possono cambiare strada per non farsi mangiare dal leone diabolico.

Coraggio sposi, abbiamo un nemico che è un mago dei travestimenti, ma se stiamo dalla parte di Gesù possiamo smascherare ogni suo tentativo di attacco per sbranarci… e se qualche coppia dovesse essere già caduta nella sua trappola, non abbia a temere poiché abbiamo Chi ci sa strappare dalle fauci di questo leone : Gesù, il Risorto! Coraggio famiglie, abbiano un nemico che è come un leone, ma abbiamo Gesù che è molto di più di un semplice domatore di leoni !

Giorgio e Valentina.

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Mostriamo le nostre ferite senza paura

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel Cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la succesiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Ieri padre Luca ha già proposto una bellissima riflessione e non voglio ripetere gli stessi concetti molto belli.

Quello che mi preme è invece riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel Cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perchè non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perchè quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sè stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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Sposi, apostoli della Misericordia divina

Cari sposi,

stiamo vivendo un tempo meraviglioso per la nostra fede. Infatti, il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte può anche essere il nostro. È davvero entusiasmante vedere come Gesù, una volta risorto, porti a compimento la sua missione con tre doni speciali, prima di lasciare spazio allo Spirito Santo.

In questo brano Gesù ci fa un primo invio del dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono anzitutto la pace (“Pace a voi”), poi il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e infine la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). Vorrei ora concentrarmi sui primi due.

Come scriveva P. Raymond Brown (1928-1998), nel suo “Commento al Vangelo spirituale”, quando Gesù dice «pace a voi» non sta usando solo una forma di buona educazione ma sta facendo un dono, un regalo agli apostoli. Cioè il Risorto porta la sua pace. Non qualsiasi “pace” ma quella, come scrive Paolo, che Egli ha posto tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20), quella che ha instaurato abbattendo ogni inimicizia (cfr. Ef 2, 14).

Come fa a fare questo? Appunto, Gesù dona la pace grazie all’invio dello Spirito. Vari esegeti parlano addirittura della “Pentecoste giovannea”, difatti Gesù “alitò” sui discepoli e il verbo usato è emphysao, che significa “insufflare, alitare”. È impiegato anteriormente per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo e della donna quando Dio immette in loro “un alito di vita” (Gen 2, 7). Impressionante! Senza la pace, non abbiamo vita, non possiamo vivere, in modo particolare tra uomo e donna…

Poi Gesù, in forza dello Spirito, concede ai discepoli di essere portatori di perdono. Prima di tutto tra di loro. Quanto avevano da perdonarsi a vicenda! Non avevano dimostrato infatti una grande lealtà al Maestro e nemmeno tra di loro. E poi, con quel dono, avrebbero potuto essere un segno di riconciliazione per altre persone. Lo vedremo poi, di lì a poco, quando Pietro, il giorno di Pentecoste, annuncia a tutti il perdono dei peccati (cfr. At 3, 19). Vedo chiaramente in tutto ciò un forte rimando a voi sposi, alla vostra vita, alla vostra missione. Se penso a vari passaggi del rito matrimoniale, in particolare la Quarta formula della benedizione nuziale vi trovo un forte legame a questo Vangelo. Dice infatti il rito: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”.

Ecco, voi sposi, dal giorno del Matrimonio, avete ricevuto una piccola Pentecoste su voi due, proprio come oggi la vediamo nel Cenacolo. E quello Spirito vi è stato donato perché sia fermento e lievito di perdono e misericordia reciproca. Non vi basta solo di fissare gli equilibri nella vostra relazione, non è sufficiente marcare i limiti della sopportazione. Gesù vuole che, con lo Spirito, i vostri cuori si dilatino a tal punto da essere apostoli della Misericordia divina, da brillare di luce per la qualità del vostro amore e del vostro perdono. In parole povere, Gesù vuole che voliate alto nel donarvi vicendevolmente la pace. Quanto ne ha bisogno il mondo di oggi!

Chiedete perciò ogni giorno una rinnovata Pentecoste su di voi, allenatevi spesso nell’invocare e “usare” lo Spirito perché i vostri cuori e le vostre menti siano sempre più generosi e magnanini nell’amarvi.

ANTONIO E LUISA

Alcuni di voi penseranno che padre Luca abbia esagerato. Come è possibile che noi sposi possiamo essere capaci di tanto. Essere capaci non solo di volerci bene e di curare la nostra relazione come, bene o male, succede a tutte le coppie che stanno insieme e che funzionano anche senza bisogno di un sacramento. Siamo capaci soprattutto di misericordia come quella di Gesù sulla croce. Il sacramento brilla non tanto quando tutto fila liscio. In quel caso basta il nostro povero amore di uomini e donne. Il sacramento rende una relazione profetica proprio quando le cose vanno male. Nel mio piccolo posso confermare di aver fatto esperienza dell’amore di Dio nella mia sposa. L’ho già raccontato tante volte. Quell’amore donato e immeritato mi ha toccato profondamente. Cari sposi non smettete mai di affidarvi a Dio e alla Sua misericordia per essere poi voi capaci di fare altrettanto. Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostro marito o nostra moglie.

Antonio e Luisa

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 33

Ed eccoci giunti al momento che fa, per così dire, da contorno al cuore di ogni S. Messa. Il “contorno” si chiama propriamente Preghiera Eucaristica nel cui centro, il cui cuore, è la consacrazione del pane e del vino, la riattualizzazione del sacrificio (incruento) di Gesù Cristo. Nelle ultime due versioni del Messale sono state aggiunte tre Preghiere Eucaristiche a quella che fino all’ultima riforma liturgica del 1969 era l’unica; chiamata Canone Romano o Preghiera Eucaristica I, essa continua ad essere l’unica presente nel Messale del rito antico (vetus ordo). E nella nostra disamina, seppur a grandi linee, ci atterremo proprio alla Preghiera Eucaristica I, che ci sembra la più ricca sotto tutti i punti di vista. Dopo questa brevissima ma doverosa nota storica cominciamo ad entrare in questa grande preghiera che siamo sicuri arricchirà la fede di tanti di noi, così come è stato per milioni di cristiani da oltre 500 anni. Non potremo passare in rassegna ogni singolo passaggio, ma cercheremo di fare emergere qualche punto chiave anche se non siamo dei professori di liturgia.

Questa Preghiera Eucaristica I comincia con una supplica al Padre (usando l’aggettivo clementissimo) affinché si degni di accettare e benedire l’offerta che Gli presentiamo, menzionando subito che tale offerta è un sacrificio puro e santo, e per ben due volte nella prima parte si definisce la Chiesa santa e cattolica, specificando che essa è custode della fede divina e cattolica trasmessa dagli apostoli. Sembrano argomenti scontati, pare ovvio che sia così… eppure da tanti secoli la Chiesa quotidianamente, ad ogni S. Messa fa recitare queste frasi perché conosce la natura umana, la quale si dimentica con più facilità delle grazie ricevute dal Signore piuttosto che il pin del bancomat o le password/credenziali per accendere i computers.

Cosa fanno le mamme tutti i giorni? Ricordano ai figli sempre le solite, stesse, identiche cose ogni santo giorno affinché prima o poi “ti entrino in quella zucca” si suol dire.

E la Chiesa che ci è madre fa lo stesso, e tutti i giorni ad ogni S. Messa sia feriale che festiva (almeno nel vetus ordo) ripete ai suoi figli che la fede che hanno ricevuto e devono custodire è santa, divina e cattolica. E semmai se ne dimenticassero, quello che sta per accadere è un sacrificio puro e santo; innanzitutto ricorda che è un sacrificio prima ancora di essere cena, mensa, incontro, rendimento di grazie ; puro perché lo compie nientedimeno che l’uomo per eccellenza, il più perfetto tra i nati da donna, Gesù; santo perché Egli è 100% uomo (tranne nel peccato) e 100% Dio in quanto Figlio di Dio, e chi è più santo di Dio visto che nell’acclamazione del Santo abbiamo appena cantato/recitato che il Signore è tre volte Santo? Se ci pensiamo bene usiamo questo tipo di espressione anche nel linguaggio comune quando vogliamo essere sicuri di una cosa, ad esempio : il papà chiede al figlio … “hai finito i compiti ?” si sente rispondere un banale “sì papà“, allora per sicurezza incalza con “tutti ?” e il bambino ancora ““, ma la conferma delle conferme arriva alla fine quando il genitore ribadisce “ma proprio tutti tutti tutti?“… come avrete notato anche noi usiamo ripetere 3 volte una parola per confermarla definitivamente ed irrevocabilmente, ed ecco perché proclamiamo che il Signore è Santo Santo Santo.

Facciamo notare come questa Preghiera Eucaristica fin dall’inizio si rivolga espressamente a Dio Padre, rivolgendosi a Lui con diverse espressioni di fede ma anche affettuose, la prima è “clementissimo”. E’ un’aggettivo declinato giustamente al superlativo poiché è rivolto a Dio, però racchiude in sé un’affettuosa fiducia, infatti si aggiunge subito che noi Lo supplichiamo, e per essere certi che accetti la nostra supplica si chiede che accetti la nostra offerta “per” Gesù, cioè attraverso Gesù, ricordandoGli che è Suo Figlio e nostro Signore. In questo modo il Padre si lascia commuovere non tanto dalla nostra fiduciosa/affettuosa supplica, quanto invece dalla menzione del Suo Figlio amato, è come se il Padre sia messo spalle al muro dall’intercessione del Suo Figlio… se fosse un dialogo tra due amici potrebbe essere di questo tono: “se non l’accetti per noi, accettalo almeno per il Tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, dai non puoi rifiutarcelo per Gesù“.

Da ultimo evidenziamo come l’offerta sia anzitutto a favore della Chiesa, ma non si smette di “ricordare” al Padre che la Chiesa è Sua, che è santa e che è cattolica. Sembrano parole riempitive ma in realtà sono fondamentali in quanto studiate una ad una, e dietro ad ognuna c’è una realtà grande. Sacerdote e fedeli si sentono ripetere tutti i giorni che la Chiesa non appartiene agli uomini ma è Sua, parole che ci liberano da ogni tentativo di possesso/potere, ma sono anche parole liberanti nel senso che qualunque disastro gli uomini compiano la Chiesa è Sua, è Lui che ne tiene il timone. Poi si attesta che la Chiesa è santa, non perché al suo interno non vi siano peccatori, ma perché il capo è Lui che è santo santo santo. Ed infine si ribadisce che la Chiesa è cattolica, il che ci dovrebbe tenere al riparo da deviazioni dottrinali e dovrebbe ricordare al sacerdote celebrante che è stato ordinato ministro della Chiesa cattolica, la cui dottrina deve insegnare e la cui fede deve celebrare, fede che ininterrottamente ed integralmente è arrivata a noi dagli apostoli.

Riportiamo a piè pagina la prima parte commentata oggi:

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice) : Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, (congiunge le mani e dice) : di accettare (traccia un unico segno di croce sul pane e sul calice, dicendo) : e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo. (Allargando le braccia, continua) : noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace, la protegga, la raduni e la governi su tutta la terra in unione con il tuo servo il nostro papa N., il nostro vescovo N. [con me indegno tuo servo] e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli apostoli.

Giorgio e Valentina.

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Come l’argilla è nelle mani del vasaio

Cosa significa farsi santi nel matrimonio? Ci deve pure essere una strada accessibile a tutti se abbiamo scelto questa vocazione. Oppure, come credono molti, il matrimonio è per pochi visto che circa metà dei matrimoni salta? Bisogna avere doti e talenti fuori dal comune? La risposta mi è arrivata da don Fabio Rosini. Don Fabio è davvero una persona straordinaria. Riesce come pochi a raccontare come siamo fatti e a cosa anela il nostro cuore.

Don Fabio ha detto qualcosa che sembra ovvio, e magari per voi che leggete lo è, ma per me è stata una rivelazione. Non mi si è mai mostrato così chiaramente il senso del matrimonio. La santità non dipende da qualcosa che dobbiamo fare noi, non siamo noi a dover essere bravi. La santità ci vede in un certo senso come parte passiva. Cosa intendo dire? Detto così sembra la furbata di quello che non vuole impegnarsi. No, il nostro personale impegno resta. Quello che don Fabio dice è che la nostra santità è opera di Dio. E’ Lui quello che vuole compiere meraviglie in noi e con noi. Noi dobbiamo semplicemente essere docili alla Sua azione.

Questo ci libera dal sentirci inadeguati. Ci libera dal dire che noi non ce la faremo mai, che non siamo abbastanza bravi, determinati, capaci. Non serve esserlo. Per sposarci non ci è chiesto di essere super in niente. Ci è chiesto semplicemente di fidarci, di affidarci e di abbandonarci. La santità nel matrimonio dipende dal nostro abbandono a Dio. Dio che attraverso il sacramento del matrimonio ci plasma e ci rende sempre più uomoni e donne pienamente realizzati nel progetto che Lui ha pensato per noi e con noi.

Concretamente il matrimonio ci mette di fronte a tante situazioni belle e brutte. Abbiamo affrontato momenti di gioia e di amore dato e ricevuto dove abbiamo sperimentato la comunione e il piacere della relazione. Abbiamo affrontato anche periodi e momenti caratterizzati dalla difficoltà, dalla sofferenza e magari ci siamo feriti l’un l’altro con il nostro atteggiamento, le nostre parole e le nostre azioni. Questi sono tutti momenti di crisi. Crisi è un termine che deriva dal latino e dal greco e che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una decisione: possiamo scegliere di abbandonarci alla grazia e cercare nella relazione con Dio la forza per scegliere il bene e il perdono, oppure possiamo scegliere di dare spazio al nostro io con tutte le rivendicazioni che ne conseguono. Rivendicazioni che poi si trasformano in quella che noi chiamiamo giustizia ma si tratta di vendetta.

Il matrimonio è una continua scelta. Più sapremo abbandonarci a Dio e più saremo capaci di decentrare lo sguardo, di farci dono, di perdonare, di ricominciare, di crescere, di vedere il bello. Insomma di avere lo sguardo di Dio, lo sguardo capace di salvare. Un perdono dato gratuitamente senza che l’altro abbia fatto nulla per meritarlo tante volte salva noi stessi e l’altra persona. Apre il nostro cuore all’amore gratuito e il suo cuore all’amore riconoscente. Ci apre a Dio.

Quando siamo capaci di questo non siamo noi che siamo bravi e che abbiamo chissà quale merito. Si un merito l’abbiamo ed è quello di esserci fidati ed avere offerto la nostra vita a Gesù. Il resto lo può fare solo Lui. E’ Lui che può prendere il nostro poco e farne tanto. E’ sempre Lui che può prendere la relazione di due poveretti che hanno davvero poco da offrire e farne un’opera bellissima. Un’immagine che può rendere l’idea la troviamo in Geremia: Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele. Noi siamo quel vaso ed è Dio che nel matrimonio, se lo permettiamo, ci plasma e ci rende un’opera d’arte, ci fa santi. La santità degli sposi è questa. Non cerchiamo scuse dicendo che non siamo abbastanza, se lo vogliamo noi possiamo essere quello sguardo di Dio per la persona che abbiamo accanto, per i nostri figli e per il mondo intero.

Permettetemi un’ultima riflessione che credo importante. Il matrimonio riuscito non è sempre quello dove i due sposi si amano fino alla fine dei loro giorni terreni. Certo, desideriamo tutti un matrimonio così, ma un matrimonio riuscito è anche quello della persona che è stata abbandonata, e in quel dolore ha scelto di restare fedele, e in quella fedeltà si è lasciata plasmare e amare dal vasaio, da Dio. Io ne conosco di persone così e sono davvero delle persone meravigliose plasmate dall’intreccio tra il dolore e l’amore.

Antonio e Luisa

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Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus che era raccontato nel Vangelo di ieri. Cosa sappiamo di queste persone? In realtà molto poco. Erano originari di Emmaus e ci stavano tornando. Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle Maria presenti sotto la croce (Maria di Cleofa o Cleopa). In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia, ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto da poco. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Non ci potevano credere. Eppure avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze. Una nuova fortissima delusione per loro. Era tutto finito. Tornavano alla vita di prima che avevano lasciato per seguire Gesù. Una vita che non dava loro il senso e la pienezza che aveva invece sperimentato con il Cristo.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione, ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non riescono più a scorgere quella meraviglia che sono come persone e anche come coppia di sposi. Non scorgono più la meraviglia dell’essere un noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi, ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù, e i due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

Cosa sono gli atti impuri nel matrimonio? Accontentarsi delle briciole

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che mi è arrivata direttamente sul blog. Una domanda che si fanno in tanti e a cui spesso viene data una risposta superficiale o dogmatica. La domanda arrivata è stata: chiedo scusa volevo sapere quali sono i peccati impuri nel matrimonio? Cerco di interpretare la richiesta e la riscrivo con: quando un atto è impuro e quindi contrario all’amore e quando invece è un vero gesto di amore?

La questione si potrebbe affrontare facendo un elenco di pratiche moralmente buone e altre che non lo sono. Sarebbe però un modo troppo semplice e superficiale di affrontare la questione. Un tempo si faceva così. Sono convinto che un elenco possa magari dare un’idea generale ma poi non basta, è importante comprendere il senso dell’atto coniugale, la sua pienezza, i suoi frutti. Guardando alla grandezza del sesso e la sua finalità ultima allora si hanno le coordinate perchè ognuno possa fare la propria scelta consapevole e motivata. Il peccato che mi interessa mettere in evidenza non è tanto quello religioso (che pure c’è ma non sono io a doverlo giudicare), ma quello umano e relazionale : è un peccato che gli sposi sprechino l’occasione di un’esperienza meravigliosa che è la sessualità nel matrimonio impoverendo tutto con gesti appunto impuri. Atti dove non c’è trasparenza, dove non c’è verità tra quanto il corpo esprime e quanto abbiamo nel cuore.

Non è solo un elenco ma una vera scelta di vita. Io non sono il vostro confessore che può dirvi questo sì e questo no. Quello che mi sento di poter condividere è altro. Mi sento di parlare come uno sposo tra gli sposi che cerca di trovare la strada più bella e appagante anche in questo ambito. Qui si tratta di andare al cuore della sessualità. Noi siamo uomini e donne dotati di un corpo sessuato e che manifestano l’amore attraverso di esso. Uomini e donne differenti e complementari anche nel corpo. Uomini e donne sessuati proprio perchè l’incontro fisico di queste due alterità potesse essere nel contempo unitivo e procreativo. Dio ha scelto questo modo non solo per permettere la procreazione ma anche perchè potessimo fare esperienza di Trinità. Dio che è costituito da tre Persone che sono così unite tra loro da essere uno. Tre e una nel contempo. Cosa che noi sposi possiamo sperimentare e replicare proprio nel corpo attraverso l’amplesso. Siamo due ma uno nello stesso tempo. Lo sposo si sente nella sposa e la sposa nello sposo. Non solo nel corpo ma anche nei cuori. Quindi cosa si può fare? Come possiamo rendere concreto il nostro amore nel corpo? Con quali gesti? L’abbiamo detto, sono atti puri quelli che permettono tutta questa bellezza. Per questo serve l’apertura alla vita (seme depositato in vagina) e la comunione delle due persone attraverso il corpo. Apertura alla vita non significa ricercare un figlio ad ogni rapporto. Lo spiego meglio in questo articolo.

La sessualità non è genitalità. Ogni volta che ricerchiamo un rapporto intimo è importante partecipi tutta la persona. Non esiste il rapporto intimo puro dove al centro di tutto ci sono solo i genitali maschili o femminili. L’incontro intimo è partecipazione di tutta la persona, il coinvolgimento di tutto, corpo, sguardo, cuore. Insomma non ci può essere rapporto bello dove tutto si concentra solo sui genitali. Perchè? Manca di sicuro la comunione e spesso anche l’apertura alla vita. Capite come ogni gesto vada letto in questa consapevolezza di cosa sia l’amore erotico?

Ogni gesto va letto alla luce di questo significato umano e cristiano che viene dato al corpo e all’amore. Ogni volta quindi che vogliamo comprendere se un determinato modo di vivere la sessualità sia buono e bello oppure sia dettato da egoismo e dall’impulso di usare l’altro dobbiamo confrontarlo con queste due caratteristiche entrambe necessarie. Ora avete gli strumenti per comprendere se un determinato atto sia puro oppure non lo sia.

Il Cantico dei Cantici esalta i preliminari. Il nostro padre spirituale ci raccontava come alcuni sposi andassero da lui a confessare di essersi abbandonati al piacere dei preliminari. Lui rispondeva sempre che il peccato da confessare sarebbe stato quello di non averli fatti. Non c’è nulla di male nell’assaporare e fare esperienza del corpo dell’altro durante la preparazione dell’amplesso. Non esistono parti del corpo meno degne di altre. Tutto il corpo dell’altro è bellezza. L’amore ci chiede solo che siano gesti che non urtino la sensibilità e la dignità dell’altro, che ci si guardi (come potrebbe esserci comunione altrimenti) e che siano tutti gesti preparatori all’amplesso dove avverrà poi il rapporto completo. Il resto è tutto lasciato al desiderio e alla fantasia dei due sposi che anzi sono chiamati a perfezionare questo momento nel tempo. E’ un vero talento da perfezionare per entrare sempre più in comunione e godere del piacere che ne deriva. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Se volete approfondire Luisa ed io abbiamo scritto il libro Sposi sacerdoti dell’amore. Il Cantico dei Cantici letto da due sposi per gli sposi dove approfondiamo proprio la bellezza della contemplazione reciproca e la bellezza di un amore erotico vissuto in questo modo. E’ amare da Dio perchè è quello che Lui ha voluto per noi facendoci così con un corpo e sessuati.

Alla luce di quanto ho scritto fino ad ora si può comprendere come non sia adeguato fare un semplice elenco. Lo stesso atto può essere gesto d’amore o modo per usare l’altro. Faccio un esempio. La stimolazione orale dei genitali. Quando è offerta all’altro durante i preliminari, sempre sia gradita ad entrambi e non forzata, non è moralmente sbagliata. Il Cantico dei Cantici ci aiuta proprio a comprendere come tutto il corpo dell’amato/a sia bello e degno. Non c’è nulla di male in questo gesto, ma in un contesto di preparazione poi alla comunione completa dell’amplesso. Diventa gesto moralmente sbagliato quando vissuto fine a se stesso (dove è la comunione? dove è l’apertura alla vita?)

Anche l’amplesso vissuto in modo completo tra due sposi può invece essere un atto impuro. Come è possibile? San Giovanni Paolo II parla di adulterio del cuore. Quando viviamo l’amplesso per realizzare fantasie pornografiche e usiamo l’altro per il mero piacere fisico senza cercare la comunione stiamo compiendo un atto impuro anche se è un gesto sacro e sacramentale.

Quindi per concludere lasciatemi dire che non è importante fare un elenco ma è importante preparare il cuore e accostarsi sessualmente a nostro marito e a nostra moglie con purezza cioè con il desiderio di vivere un momento di vera comunione, di dono reciproco e di amore autentico. Questo non perchè ce lo dice la Chiesa ma perchè possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa. Scegliamo questa modalità perchè è più bella e perchè non vogliamo accontentarci di un semplice orgasmo.

Per approfondire vi consiglio questi testi:

  1. L’ecologia dell’amore
  2. Sposi sacerdoti dell’amore
  3. L’amore sponsale (a breve sarà pubblicata nuova edizione)
  4. La mistica dell’intimità nuziale

Antonio e Luisa

Quando il gioco si fa duro…

Prendiamo in esame la prima lettura che ci è stata proposta il Giovedì Santo, ne riportiamo solo alcune frasi :

Dal libro dell’Èsodo (Es 12,1-8.11-14) In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [..]. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. […]
».

E’ una pagina abbastanza conosciuta grazie anche ai celebri film kolossal che trattano il tema del grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma proprio per questo spesso viene declassificato ad evento che ha, se non del miracoloso, almeno del mitico e quindi non ascrivibile a fatto storico. Ed invece è un fatto realmente accaduto, non è un’invenzione di qualche fantasioso scrittore di miti e leggende, ed ha qualcosa da dire ancora a noi dopo circa tremila anni, e soprattutto a noi sposi.

Innanzitutto ogni famiglia si deve procurare un agnello maschio, puro, senza macchia, senza difetto… non vi viene in mente nessuno con queste caratteristiche? Naturalmente Gesù è quel nuovo agnello (Agnello di Dio) maschio, puro in quanto anche vero Dio, senza difetto nella sua perfetta umanità, né macchia alcuna di peccato nemmeno del peccato originale naturalmente.

Ma come fa ogni famiglia a “procurarsi” Gesù?

Sicuramente i due sposi (nel sacramento del matrimonio) sono la presenza di Gesù nel mondo e quindi anche nel focolare domestico, ma questa presenza reale ha bisogno di essere continuamente alimentata, rivitalizzata, vissuta ed incrementata da una vita di grazia, da una vita sacramentale molto attiva, soprattutto grazie al costante e frequente nutrimento della Santissima Eucaristia da parte dei due sposi, unito all’accostamento abituale alla Confessione.

E’ con questa vita di Grazia che i due sposi “segnano” gli stipiti della porta della propria casa, sia della casa di mattoni che della casa del loro cuore, la casa che è il loro matrimonio. Dobbiamo “segnare” gli stipiti della porta di ingresso perché per essa si entra nella casa ; dobbiamo quindi custodire e blindare la porta del nostro cuore col sangue del nuovo agnello pasquale, che è Gesù, perché altrimenti per essa può entrare il demonio e fare razzia di tutte le grazie del Signore; e se dovesse passare anche l’angelo dell’ira del Signore, vedendo la porta del nostro cuore imbrattata dal sangue del Suo Figlio, allora si muoverà a compassione di noi e ci userà misericordia.

E se per disgrazia noi sposi dovessimo perdere appunto lo stato di grazia, dobbiamo correre al confessionale col cuore contrito perché la nostra porta del cuore è senza “segno del sangue”, è sguarnita, è come incustodita, non è blindata dal sangue di Gesù e quindi è facile preda.

Ma poi perché il Signore ordina di mangiare l’agnello con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi? Perché il popolo doveva essere già pronto per la partenza… adesso ci direbbe di preparare già i bagagli, mettere in auto le valigie, i trolley pronti all’uso, le chiavi già nella serratura, tenere il motore già acceso… abbiamo capito, ma perché tutta ‘sta fretta?

E’ la fretta tipica di chi non vede l’ora di abbandonare il proprio Egitto che lo tiene schiavo, i propri peccati, i propri vizi, per poi incamminarsi subito verso la Terra Promessa, la terra di Grazia del Signore, la terra dove il nostro matrimonio è icona reale e viva dell’Amore di Dio, quella terra dove ogni nostro bisogno trova appagamento pieno, la vera e ultima Terra Promessa sarà il Paradiso.

Coraggio allora sposi, non lasciamoci cadere le braccia ! Si dice che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare ; ed in questo tempo molto duro e difficile sia politicamente che socialmente, sia culturalmente che spiritualmente, noi sposi dobbiamo essere quei duri che non mollano, ma che cominciano a giocare.

Coraggio sposi, “giochiamo” al gioco di chi imbratta meglio la porta della propria casa, facciamo a gara con le altre coppie nella gara a chi segna meglio i propri stipiti, gareggiamo nella santità!

Giorgio e Valentina.

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 Cosa resta della Pasqua il giorno dopo?

ll lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Pandemia e guerra torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

Dedicato alle coppie del Sabato Santo

Care coppie,

mi sembra un po’ strano scrivere di Sabato Santo, come se vi stessi distraendo mentre cercate di vivere il Triduo Sacro. Vi scrivo quasi sottovoce per non distogliervi dal clima di preghiera e raccoglimento propri di questi giorni.

Ogni pagina di questo blog cerca di aiutare chi è sposato a vivere al meglio la propria vocazione matrimoniale. Tuttavia, non dobbiamo mai e poi mai dimenticare tutti quei fratelli e sorelle nostri nel matrimonio ma che non stanno vivendo assieme per vari motivi, soprattutto per separazioni o divorzi o lutti. Grazie al percorso di Retrouvaille ho imparato a tenerli presenti nel mio cuore ogni volta che scrivo, in modo che ogni articolo potesse valere anche per loro. Confido di esserci riuscito. Ma oggi vorrei espressamente rivolgermi appunto a chi vive una ferita relazionale, in modo speciale a chi sembra non avere più speranza.

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Come mai? Perché “il Re dorme” (Omelia di un autore del II secolo) nel sepolcro e noi stiamo accompagnando Maria nel suo dolore profondo. Con lei accanto siamo silenti dinanzi alla tomba di Gesù, meditando e contemplando tutti i segni del suo Amore infinito. Il Sabato Santo per una coppia può anche simboleggiare il “non c’è più nulla da fare”, la fine di ogni sogno o speranza nella relazione, la morte reale o affettiva del legame di vita. La Buona Notizia è che Gesù ha una parola anche per tutti quelli che stanno sperimentando una situazione del genere.

Per questo vorrei riportare l’estratto di una storia vera di coppia, proprio una da Sabato Santo: “Ricordo Mauro e Tania, una giovane coppia che dopo alcuni anni di matrimonio, con il crescere dei figli, è precipitata in una quotidianità priva di attenzione re­ciproca. […] L’intimità era venuta me­no. Entrambi, anche se in tempi diversi, iniziarono re­lazioni extraconiugali, giustificando sé stessi con la ne­cessità di sentire comprensione almeno da qualcuno. […] Vennero a Retrouvaille, […] il processo di guarigione sembrava iniziato. Entrambi decisero, con tempi diversi, di chiudere le relazioni extramatrimonia­li. […] Rima­neva però la grande libertà della persona. […] E su quella libertà si giocava la volontà di proseguire una relazione o di non proseguirla, di impegnarsi lasciandosi alle spal­le anni di atteggiamenti sbagliati, di recriminazioni e indifferenza. […] Dopo qualche mese, Mauro decise di lasciare Tania. […] Come vivere questa nuova chiusura e rottura? Rimaneva solo il silenzio di fronte a un vuoto e un’as­senza che sembrava gridare con tutta la propria forza senza emettere realmente parole. Il non-senso della morte, il non-senso della fine di una relazione segnata dalla presenza di Dio e, dove quella presenza è ancora viva, il non senso di una tomba di fronte alla quale si può solo piangere, se ne hai la capacità” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, San Paolo, Milano, 2020, pp. 130-132).

Quanto dolore e sofferenza in questo silenzio di Sabato Santo, quanti Calvari hanno scalato così tante coppie per poi vedere morire in un modo analogo la loro relazione!

Torniamo quindi al silenzio, al non aver altro da dire perché le si è provate tutte ma la morte, l’egoismo, la disperazione, la chiusura sembrano avere vinto. Penso che la risposta venga sempre da Gesù. Oggi nell’Ufficio delle Letture noi sacerdoti leggiamo un testo tanto mirabile come antico e che prima ho citato appena, un’omelia di un personaggio di cui non conosciamo il nome e che nel II secolo tentava di spiegare cosa stesse facendo Gesù mentre “riposava” nel sepolcro.

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti, non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che, come servi, ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli»” (Da un’antica «Omelia sul Sabato Santo», [PG 43, 439. 451. 462-463]).

Il silenzio assordante che portate nel vostro cuore non è un deserto di solitudine ma il clima migliore per ascoltare Gesù. Vi auguro care coppie di poter fare vostra questa meravigliosa pagina e capire che il Signore, proprio dalle vostre ferite ancora sanguinanti, può compiere grandi cose.

Padre Luca Frontali

I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)

Siete nel dolore? Sentitevi figli amati!

Questo venerdì santo ci costringe a fare i conti con il dolore. Mi è piaciuta molto una riflessione di don Fabio Rosini. Parlando proprio della Passione di Gesù ha messo in evidenza qualcosa di importante. Gesù non è l’uomo che ha subito il supplizio peggiore. Ci sono stati condannarti che sono stati torturati ed hanno avuto una morte molto più lenta e dolorosa di Gesù. Cosa rende la sofferenza di Gesù così importante e diversa? E’ diversa per come è stata affrontata. Gesù ha affrontato tutto come un Figlio che si sente amato dal Padre. Un figlio amato. Tutto quello che ha sopportato lo ha fatto sostenuto dal Padre, dall’Amore che li lega in modo così perfetto e pieno. Tanto da renderli uno. Un Dio che è Trino e uno nello stesso tempo. Gesù si è preparato. Il Getsemani non è stato un momento inutile tra l’ultima cena e l’arresto. Il Getsemani è stato un momento fondamentale per Gesù, lo ha preparato ad affrontare tutto quello che è venuto dopo, lo ha aiutato a sopportare il tradimento dei suoi, cosa ancor più dolorosa della morte in croce e della fustigazione.

Il Venerdì Santo non ci deve spaventare. Ci deve aiutare a riflettere e a fare ordine nella nostra vita. Il dolore fa parte della vita. Vorremmo tutti farne a meno ed evitarlo ma non è possibile. Prima o poi ci toccherà affrontare situazioni dolorose. Allora Dio non ci ama? Se Dio permette che noi attraversiamo lutti, malattie, divisioni e litigi vuol dire che il nostro matrimonio è sbagliato e che che siamo da soli a lottare contro tutto e tutti? La nostra fede è tutta un’illusione? Il Venerdì Santo ci mette di fronte proprio a questa domanda! La resurrezione avviene solo dopo aver affrontato e superato questa prova.

In realtà, se crediamo al matrimonio perfetto, siamo completamente fuori strada. Dio non è il genio della lampada. Non basta strofinare la lampada con un rosario, con una devozione, con una Messa o con un pellegrinaggio per evitare ogni male e ogni sofferenza. Dio non è un mago o un prestigiatore. Dio è un Padre che ci accompagna passo dopo passo in ogni frangente della vita. Ci accompagna soprattutto in quelli più dolorosi dove non crediamo di potercela fare. Dio non ha evitato il supplizio a Gesù, ma Gesù attraverso il Suo abbandono al Padre ha reso quella morte feconda per Lui e per tutto il mondo. Ci ha salvati non perchè è morto ma per come è morto.

Questo è il segreto della nostra vita e del nostro matrimonio. Non potremo mai evitare il dolore, ma potremo affrontarlo da figli, ma per riuscirci dobbiamo prepararci. Come? In una relazione di preghiera e di intimità con Dio. PVa preparato con i sacramenti, va preparato con l’adorazione. Va preparato insomma nutrendo il nostro amore verso Dio e facendo esperienza del Suo per noi. Per sentirci figli amati dobbiamo conoscere il Padre e lasciarci amare da Lui.

Mi viene in mente un esempio luminoso dei nostri tempi. Chiara Corbella una giovane moglie e mamma morta prematuramente. Lei è passata attraverso il venerdì santo. Lei ha affrontato, con il marito Enrico, tanto dolore e ne è uscita fuori alla grande. E’ morta, ma è morta tra le braccia di Gesù. Dio non le ha tolto le prove. Gliene ha date molto più che a tanti altri. Eppure pregava, aveva una vita di fede, credeva moltissimo. Dio forse non l’amava? Molti hanno questa idea in fondo al cuore: se soffro Dio non mi ama. Invece Chiara mi piace tantissimo, proprio per quello che mi ha trasmesso con la sua testimonianza nelle prove. La sua vita è stata uno schiaffone in faccia che mi ha svegliato. Chiara non era una donna super, un’eroina dei fumetti. A detta di chi l’ha conosciuta era una giovane donna con le sue fragilità e paure. Ciò che l’ha resa straordinaria è come ha saputo trovare la forza che le mancava in Dio. E questo non si può improvvisare. Lo ha costruito giorno dopo giorno nella sua vita e nel suo matrimonio.

Chiara ha avuto la grazia, perchè per lei ed Enrico è stata una grazia, di concepire due bambini prima della nascita di Francesco. Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni sono morti subito dopo il parto per gravi patologie e malformazioni. Quanta sofferenza ha dovuto già sopportare prima della sua malattia che l’ha portata alla morte, eppure ne ha colto il senso e l’ha affrontata da figlia amata. Vi lascio come spunto di riflessione quanto chiara ha scritto in riferimento al figlio Davide Giovanni. Sono parole che squarciano un velo sulla nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una vera relazione d’amore. Chiara ci dice con questa riflessione in modo limpido cosa è l’amore e chi è Dio.

Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro, di abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia; ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che ave- vamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri (ha abbattuto l’ idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù). Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere, ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto, grazie a Davide; nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che derivava, dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio forse anche solo inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio senza aver paura di essere quella che sono.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Fa parte della vita. Chi riesce ad affrontare da figlio il Venerdì Santo poi però può risorgere. Può risorgere la vita e può risorgere anche un matrimonio che sembrava finito perchè il venerdì santo ci può aiutare a capire, come diceva sempre Chiara, che nulla ci appartiene ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Cominciò a lavare i piedi dell’amato/a

Dopo aver contemplato ieri la nostra storia matrimoniale in riferimento al tradimento di giuda, tradimento avvenuto nel cuore e manifestato attraverso il corpo con un bacio, eccoci al giovedì Santo. Siamo all’inizio del Triduo Pasquale. Questa giornata è associata ad un gesto in particolare. Un gesto ripreso dallo stesso Vangelo: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Oggi si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Ce lo ricorda la liturgia che nelle nostre chiese vede il parroco (di solito) inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente.

Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita.

Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento.

Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico.

Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Giuda e il suo bacio. Un tradimento sponsale.

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù.

E’ importante perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Si è ad una cena insieme, già stare a tavola insieme ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere ed accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Siamo soci con capitale dell’1%

Qualche giorno fa la prima lettura che la Chiesa ci ha proposto era la seguente:

Dal libro della Gènesi (Gen 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

Faremo poche considerazioni sperando che possano esservi di aiuto in questo tempo prezioso della Settimana Santa. Se ci fermassimo a questa lettura non capiremmo le ragioni che hanno spinto la Chiesa a parlare di Abramo nei giorni in cui ci avviciniamo alla contemplazione della Passione del Signore Gesù. Ad una lettura superficiale sembrerebbero due eventi slegati tra loro, ma nel Vangelo sarà citato proprio Abramo, o meglio sarà la sua grandezza ad essere oggetto di disputa tra Gesù ed i Giudei che infatti ribattono a Gesù : <<[…] Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo ?>>. Quindi la grandezza di Abramo viene descritta per sommi capi nella prima lettura, cosicché da avere un metro di misura per valutare la grandezza di Gesù; se già Abramo ci appare così grande con le promesse connesse a lui, figuriamoci quanto più grande debba essere il Messia atteso da secoli e le promesse connesse a Lui. Abramo quindi è anche una prefigura dello stesso Messia. Ma dopo questa breve introduzione torniamo al nostro testo della Genesi.

Metteremo in rilievo solo qualche riflessione : la prostrazione di Abram e Dio che parla con lui, promesse di Dio, cambio del nome, alleanza/contratto bilaterale.

  • La prostrazione di Abram. Avrete notato come il fatto che Dio parli sia conseguenza dell’atto di adorazione di Abram, come a dire in modo implicito che la prima cosa da fare per imitare il grande Abram è quella di adorare Dio. Cari sposi, avete bisogno di parlare con Dio? avete bisogno di risposte da Lui? La prima e necessaria cosa da fare è adorare Dio come Abram, con il viso a terra, a significare che più in basso di così non si può andare; Abram ha espresso con il corpo ciò che c’era dentro il cuore: il Signore è il mio Dio e io sono il suo servo, lo adoro e mi umilio innanzi a Lui. Nella nostra cultura il prostrarsi è stato sostituito con lo stare in ginocchio, ma l’atteggiamento del cuore è lo stesso. Conseguentemente a questo atto di adorazione, non prima, Dio parla con Abram.
  • Promesse di Dio. Quando Dio comincia a fare promesse le spara grosse, diremmo noi, sembra di sentire le grandi promesse elettorali dei nostri politici in campagna elettorale, solo che c’è una grande e sostanziale differenza: Dio mantiene sempre le Sue promesse, non è mica quel politico che una volta eletto perde memoria delle promesse fatte agli elettori, no! Inoltre Dio non è nemmeno come quelle persone che prima di fare una promessa agli altri verificano se potranno mantenerla, facendo una statistica di convenienza con le proiezioni nel futuro, no! Dio fa le cose in grande, Dio è uno sprecone nelle promesse di bene, non bada a spese costi quel che costi… ed infatti Gli è costato l’unico Figlio! Cari sposi, perché ci attraggono molto di più le promesse pre-elettorali del politico di turno piuttosto che le promesse di Bene eterno di Dio?
  • Cambio del nome. Una delle prime cose che Dio compie subito è quella di cambiare nome ad Abram. Perché Abram significa “padre nobile” mentre Abramo “padre di una moltitudine“. Ma sappiamo come nel mondo semitico il nome di una persona racchiuda tutta la sua essenza, equivale quindi alla sua identità, alla sua missione, al suo compito nel mondo, non è semplicemente un suono atto a chiamarlo. Tant’è vero che il nome Gesù significa “Dio salva-Dio è salvezza“, infatti è il Salvatore; oppure pensiamo a Simone che riceve con il nuovo nome, Pietro, la missione di essere la pietra sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa. E così è anche per noi sposi, cioè? Con il sacramento nuziale noi riceviamo dal Signore una nuova missione, un nuovo compito nel mondo e nella Chiesa, una nuova identità: non siamo più due che semplicemente si amano e si piacciono, ma siamo icona di Cristo. E la nostra nuova realtà, il nostro NOI è come se fosse il nostro nuovo nome similmente ad Abram.
  • Alleanza. Da ultimo, come la ciliegina sulla torta, arrivano le condizioni del contratto, potremmo dire. Prima Dio le spara grosse le promesse, non bada a spese, mette l’acquolina in bocca ad Abram, come si suol dire promette mari e monti, sembra quasi di vedere i fuochi d’artificio tanto sono enormi le promesse, e c’è di più perché all’inizio non chiede subito una collaborazione attiva di Abram ma dice “la mia alleanza è con te” senza premettere un “solo se” oppure “a condizione che“. Perché Dio ci conosce bene e sa che a muoverci spesso è la convenienza, nel caso di Abramo la convenienza di vedere realizzate tutte le promesse di Dio, nel nostro caso potrebbero essere le promesse di un cuore sereno e di un matrimonio felice, nonché la promessa del Paradiso. Ebbene, anche a noi sposi, come ad Abramo, l’unica condizione “contrattuale” richiesta è quella di osservare la Sua alleanza, vale a dire le Sue leggi ed i suoi decreti, di generazione in generazione. Praticamente siamo in affari con Dio, solo che il socio di maggioranza è Lui con il 99% del capitale, a noi è richiesto solo l’1%. I nostri sforzi, cari sposi, sono ben poca cosa rispetto alla parte che fa la Grazia. A noi costa solo l’1% ma poi godremo del 101% già su questa terra.

Cari sposi, scegliete la convenienza di questa partnership con Dio!

Auguri di una Santa Pasqua !

Giorgio e Valentina.

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Quanti figli hai? Una domanda che riapre una ferita.

Ciao Livia, tu sei diventata ormai un volto e una penna conosciuti sui social e in ambito cristiano. Sei una donna e una moglie che racconta una sofferenza un po’ sommersa, ma sempre più presente nella Chiesa e non solo nella Chiesa. Tu racconti con ironia e con leggerezza il dolore della maternità agognata. Lo hai fatto con tanta ironia nei tuoi due libri pubblicati fino ad ora. Ironia non significa però che non ci sia sofferenza. Uno dei tuoi libri si intitola Quanti figli hai? Ecco, tu come suggerisci di rispondere a una domanda così, che mette il coltello nella piaga aprendo ancora di più una ferita che sanguina nel tuo cuore?

Le risposte ci sarebbero, ma non tutte ortodosse. Alcune addirittura ineleganti. Quindi finisci col tacere. Nei casi migliori accenni un sorriso e l’elenco di esternazioni trash lo pronunci con la bocca del tuo cervello che si spegne non appena sentite quelle due o tre parole tabù. Altrimenti, se il cuore fa prima del cervello, riempi di lacrime gli occhioni e provi a non lasciarti andare in un pianto scrosciante. Prendi il telefono, chiami la mamma, l’amica, la sorella e sfoghi la tua rabbia contro l’indelicatezza, il tuo sgomento dinanzi all’invadenza e possibilmente il tuo dolore per non aver potuto rispondere come tante: “ne ho uno, due, tre”. Di figli, s’intende. La domanda della lettrice di “Matrimonio Cristiano” è tosta. E nonostante i diversi anni di ripetizione della stessa, neppure io ho trovato la formula giusta per liquidare e mettere a tacere quelle bocche così facili al punto da aver deciso di dedicare un libro all’argomento (in realtà due).

I tuoi libri nascono quindi da un’esigenza di raccontare delle emozioni e un dolore. Il dolore delle aspettative disattese. Continuamente ricordate da quella fatidica domanda: quanti figli hai?

Perché una risposta breve o lunga o un discorso non sarebbe bastato a riempire il vuoto che la domanda “Quanti figli hai?” mi provocava. E’ nato proprio così il titolo del mio romanzo. Ed è scaturito dal dolore che provavo ogni qualvolta quell’interrogativo mi piombasse addosso. Tante volte non era certamente finalizzato ad aprire una ferita. Era solo un modo per rompere il ghiaccio tra conoscenti. Come poteva colui o colei che si accingeva a parlarmi sapere quale enorme macigno mi portavo dentro? Altre volte invece, ho dovuto appurare, l’argomento veniva aperto in modo consapevole. E la domanda non era così nitida, ma più vigliaccamente nascosta in una lunga parafrasi. Era quasi sempre frutto di curiosità. Sapere da chi dipendesse, sapere come affrontavamo e soprattutto scoprire perché non avessimo deciso di ricorrere ad una inseminazione o fecondazione dato che, oggi, è possibile arginare così il problema. E’ inspiegabile come si possa toccare un argomento così delicato, entrando a passi grandi, quasi violenti per soddisfare una curiosità becera.  Mi sono chiesta tante volte il senso di quel voler sapere. Nulla sarebbe cambiato a me, ma neppure a chi si caricava di un dolore. A volte immaginavo volessero saperne di più per pregare, ma per perorare una causa dinanzi al Signore occorre sapere i dettagli della faccenda? Decisamente non era questo il movente. Allora, per solidarizzare? Ma poi, mi rendevo conto che non appena saputo qualche dettaglio, cambiavano volentieri argomento e di voglia di accompagnarti nella salita ce n’era poca. La nostra società va di fretta. E sciupa ogni dialogo. Che tu risponda aprendo il cuore o inventandoti il motivone dell’anno, non sarai ascoltato. Non lo facciamo più neppure con noi stessi, purtroppo. Una domanda del genere, così intima, presupporrebbe una volontà di ascolto illimitata, una empatia totale, una parola e forse più di amorevole cura.

Cosa è cambiato in questi anni di matrimonio? Cosa hai capito? Cosa dici a chi ancora non è riuscita ad andare oltre il dolore ed è ancora immobilizzata da quello che non può avere o non può essere?

Allora, oggi, superata la fase “Quanti figli hai?” (ce ne sono altre di domande indigeste, però, sappilo!) ti suggerisco di sorridere e magari aggiungere che ti stai preparando. E ribaltare nel tuo cuore la domanda a Dio. La tua sofferenza, la preghiera, il vuoto che ti forgia, la consapevolezza che ne deriva, il mistero del dolore, l’incomprensione e la voglia di speranza sono infatti una preparazione alla tua, personale, unica, originale, maternità. Tra il tempo della tua richiesta al Signore e quello della Sua risposta, vivrai il tempo della fede che altro non è che il tempo dell’Attesa. Ma con la lettera maiuscola.

Livia Carandente

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Mistero Pasquale, Mistero Nuziale

Cari sposi,

senza mezze parole vorrei entrare nel tema di questa Domenica delle Palme. Oggi comincia la Settimana Santa, i giorni più importanti di tutto l’anno liturgico. Per questo, vi invito ad assumere uno sguardo nuziale perché Gesù che sta per donare tutto di sé, sta per regalarSi a ognuno di noi per sempre.

Più che mai in questi giorni Gesù svela il suo volto di Sposo: finalmente è arrivata la sua “ora” fatidica. Rileggendo il Vangelo di Giovanni spesso ritorna questa parola, “l’ora” di Gesù. Ma di quale ora parliamo? L’ora di celebrare il suo Matrimonio mistico con l’umanità.

Ripensate alle vostre storie di amore, con quale trepidazione avete contato i giorni mancanti alla vostra data! Più di uno avrà tenuto il conto alla rovescia sul calendario, sul computer, sul cellulare…

Con un’intensità infinitamente maggiore, Gesù attende il momento di pronunciare il suo “sì” d’amore: un “sì” detto anzitutto fuori dal tempo, nell’eternità, quando dinanzi al Padre rispose “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Sal 39, 8); e poi un “sì” vissuto fino in fondo donandoci il Suo corpo. Perciò Gesù ha celebrato un vero matrimonio, perché ha pronunciato prima il consenso e poi ha vissuto la consumazione.

Ma c’è anche l’altra parte, la Sposa, da contemplare. Sarà successo pure a voi, nei vari momenti precedenti alla celebrazione, all’ora delle foto, durante il banchetto… che tanta gente si fermi a guardare la sposa, ad applaudirla, a farle gli auguri.

La Sposa, durate la Settimana Santa vive, per così dire, tutte le fasi della vita matrimoniale. Contempliamola così. Oggi, la Sposa vive la sua “romanza”, la fase idilliaca dell’amore, gli “osanna” e le acclamazioni trionfali a Gesù ricordano giusto quella fase del matrimonio. Ma poi subentra il grigiore della vita, il tran-tran, e quella delicatezza e affetto paiono svaniti per lasciare il posto al calcolo, al “do ut des”, come quando Giuda si scandalizza per lo “sperpero” di profumo donato a Gesù. Ma l’amore nuziale può scendere ancora più in basso. Può non capire più le parole e i gesti dello Sposo, un po’ come tutti gli apostoli durante la cena; può giungere a rinnegare l’amore di un tempo, come fece Pietro davanti alla portinaia; può fuggire e lasciare solo il coniuge nel momento del maggior bisogno, come fecero gli apostoli nel Getsemani; può usare i gesti di amore, la vita sessuale, come espressioni di un amore falso, come Giuda. E infine la Sposa può anche tradire lo Sposo…

Per favore, tentate di proiettare la vostra storia matrimoniale fino ad oggi su quanto vive Gesù e su come Lo trattato i suoi più intimi. Ne trarrete tantissima luce per la vostra vita coniugale.

Per concludere e per mostrare che quanto dico non è una mia invenzione, vi riporto un breve brano di un grande teologo che ha approfondito la Parola di Dio in chiave nuziale e noterete l’importanza, durante la Settimana Santa, di porvi da questo punto di vista: “Il mistero pasquale ha già ed è natura e carattere nuziale. La pienezza pasquale/pentecostale chiama ed esige la pienezza nuziale. […] La chiave ermeneutica di tutta la vicenda di Cristo è quella nuziale. Nel dramma di Cristo si svolge il dramma nuziale. Il mistero pasquale è in sé mistero nuziale: porta a piena realizzazione le persone ivi coinvolte e le apre alla fecondità (liberazione, libertà, salvezza eterna, comunione dell’umanità con Dio)” (G. Mazzanti, Mistero Pasquale. Mistero nuziale, EDB, Bologna 2002, pag. 15).

Cari sposi, è arrivata anche per voi la vostra “ora” in questi giorni santi. Accompagnate lo Sposo, come Sposa fedele. StateGli accanto in modo speciale per imparare da Lui ad amarvi con quella pienezza di amore che solo Dio può donarvi.

ANTONIO E LUISA

Mi pare di capire dalla riflessione di padre Luca che la croce non è stata l’ultima parola, è stato un momento però spartiacque. La resurrezione è dovuta passare da una morte. Cerchiamo di guardare così i momenti più difficili della nostra storia d’amore e del nostro matrimonio. Sono state delle occasioni sicuramente dolorose, ma dove abbiamo potuto sperimentare l’amore vero, quello che salva, quello che sa andare oltre la giustizia di questo mondo ed è capace di salire sulla croce come ha fatto Gesù. Approfittiamo di questa ultima settimana per contemplare la nostra storia, contemplarla proprio quando ha vissuto i momenti di crisi, dove siamo saliti sulla croce e ne siamo rinati più forti di prima. L’amore di Gesù non è giusto per i canoni del nostro mondo, ma è giustissimo per i Suoi canoni. Gesù dà tutto senza aspettarsi nulla. Siamo chiamati allo stesso amore. Forse non sarà giusto, ma è bellissimo così. Io non vorrei una relazione che non ti chiede tutto, non voglio accontentarmi della povertà delle relazioni fragili che offre il mondo.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 32

Vediamo ora di analizzare alcuni particolari sulle indicazioni del Messale circa l’acclamazione del “Santo” ed il suo contenuto. Partiamo col riferimento del Messale :

Alla fine (il sacerdote) congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce
insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

E’ inutile (e controproducente) negare la struttura dell’uomo, siccome siamo dotati anche di corpo, non possiamo far finta che esso non esista e che non abbia le sue esigenze solo perché questo ci costa fatica. Quando il Messale dà delle indicazioni, non vuole che i fedeli obbediscano tanto per farlo, ma desidera che essi aderiscano con una scelta, sicché i rituali esterni esprimano ciò che sta avvenendo dentro il cuore; ma è vero anche che se dentro il cuore non sta avvenendo niente, esso sia aiutato, corroborato, alimentato, confermato ed incoraggiato dal gesto esterno del corpo. Torneremo nelle puntate successive su questo argomento della preghiera del corpo, intanto ci soffermiamo sul momento del “Santo“.

Il Messale indica : […] conclude il prefazio cantando o proclamando. Ciò significa che ci sono sì due opzioni, ma la prima è sempre da preferire, non è stata scritta per prima a caso, non è un libro di poesie o di prosa che segue le relative regole, no ! Il Messale è stato scritto come se fosse una guida passo passo.

Ed infatti subito dopo la parola “proclamando” segue il testo in italiano. Ma bisogna notare che subito dopo il testo italiano segue quello originale in latino preceduto dall’indicazione : Oppure in canto: […]. Questo significa che se viene proclamato va bene in italiano, ma se viene cantato (che è la prima e migliore opzione) sia eseguito in latino.

Facciamo subito una piccola digressione circa il “Sanctus” in latino. Noi non abbiamo studiato la lingua latina in maniera approfondita con gli studi scolastici, ma ciò non toglie nulla alla preghiera, non è necessario capire tutto fino in fondo per aderirvi con la fede. Ad esempio: tutti i cristiani credono nel dogma della Santissima Trinità senza capirlo fino in fondo a causa dei limiti umani, ciononostante credono in questa grande verità e non è loro impedito un profondo e serio cammino di ascesi cristiana, perché il non-capire fino in fondo non è di ostacolo alla fede. Anzi, questo non-capire dovrebbe suscitare un senso di profondo stupore di fronte a realtà più grandi della nostra limitatezza e finitezza umana, realtà che ci sovrastano, ci trascendono, ci superano ma non per questo meno vere o meno reali.

Questo testo latino ha un particolare significato che sfugge nella traduzione italiana e riguarda la parola “Sábaoth“: è un termine ebraico e la sua traduzione corretta è “eserciti” mentre nella traduzione italiana si è preferito optare per “universo” ; non conosciamo bene i motivi che hanno spinto ad ufficializzare l’attuale versione italiana, siamo certi però che inneggiare al “Dio degli eserciti” oppure “Dio delle schiere celesti” colora questo canto di un connotato militare non indifferente. Sapere di essere di fronte al Signore (inteso come capo/comandante) di un esercito di combattenti infonde una certa carica di orgoglio, di appartenenza, anche perché oltre alle schiere celesti ci sono le schiere militanti, ovvero noi che con la Cresima siamo diventati soldati di Cristo.

Cari sposi, siamo soldati di Cristo, ma per combattere contro chi ?

Il canto del “Sanctus” è per noi l’inno che gli eserciti cantano fieramente prima della battaglia per incutere timore agli avversari, ed i nostri avversari sono i diavoli con le loro tentazioni.

Dobbiamo cantarlo con ardore per farli tremare di paura !

Da una parte c’è Satana col suo esercito di diavoli/demoni e dall’altra c’è Cristo vittorioso con la Madonna Regina ed il glorioso S. Giuseppe, attorniati dal doppio (rispetto ai diavoli) delle milizie angeliche celesti capitanate da S. Michele arcangelo, ai quali si aggiungono le schiere innumerevoli dei beati, dei martiri, dei vergini, dei santi, ed infine ci siamo anche noi Chiesa militante.

Gli sposi hanno un ruolo importante in questa grande coralità, poiché quando canta anche solo uno dei due sposi, è come se cantasse anche l’altro giacché siamo un corpo solo.

Coraggio sposi , non importa avere l’intonazione degna di un Grammy Awards, basta l’ardore della fede e la fierezza di aver deciso in quale schieramento militare… ovviamente dalla parte del Vincitore !

Giorgio e Valentina.

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Cosa cambia la preghiera nel mio matrimonio?

La preghiera è per me sempre stata difficile. Ho capito tante cose sul matrimonio, sul perchè di determinate scelte che la Chiesa ci chiede di fare, sull’amore, sull’indissolubilità, sulla castità. Insomma ho abbracciato la modalità cristiana perchè ho fatto esperienza di come sia la più bella e la più completa. L’amore cristiano è il solo amore che a mio parere sia davvero autentico perchè costruito sul modo stesso di Gesù di viverlo e di esserlo. Ma la preghiera a cosa serve? Pregare cosa cambia nella nostra vita? Sono domande importanti da porsi perchè altrimenti si rischia di dedicare sempre meno tempo ed energie a questa attività.

La nostra società ci educa all’importanza del fare, del dare risultati, del dare concretezza al nostro amore. L’amore va sicuramente concretizzato con le opere. Su questo siamo d’accordo. La preghiera è tempo sottratto a qualcosa di più importante? Al posto di pregare potremmo ad esempio dedicarci maggiormente al servizio per l’altro. Vengono questi pensieri ogni tanto. Almeno a me vengono. Già il tempo libero che abbiamo non è molto. La famiglia e il lavoro richiedono tantissimo in termini di tempo e di impegno. Eppure c’è un brano del Vangelo che ci mette in guardia su questo aspetto. Ricordate Marta e Maria? Marta che si dà continuamente da fare senza fermarsi mai, senza darsi un attimo per contemplare e godere della presenza fisica di Gesù, e poi invece c’è Maria che sembra fare un po’ la furba. Sembra scantonare le faccende domestiche per sedersi con Gesù. Invece Gesù loda Maria e sgrida bonariamente Marta. Mi immedesimo un po’ in Marta. Cerco di fare tanto, anche attraverso questo blog, e poi devo anche mettermi lì a dire il rosario o le lodi? Non ho tempo. Cosa cambia in fondo?

In questi anni ho avuto diverse risposte a questa domanda. Mi ha colpito moltissimo un aneddoto riguardante madre Teresa. Madre Teresa si occupava dei più poveri e ne aveva di lavoro da fare. Eppure chiedeva a sè stessa e alle sue suore di dedicare almeno un’ora al giorno per l’Adorazione. Un’ora “buttata” dove avrebbero potuto fare tante altre cose più utili ed importanti. Perchè chiedeva questo? Perchè, diceva la santa suora, non si può aiutare i poveri se si è più poveri di loro. A me questa frase mi ha sempre toccato. Cosa mi vuole dire? Cosa dice alla mia vita?

La preghiera è importante. Non è importante che sia spontanea e che mi faccia sentire chissà quale trasporto, passione e sentimento. Come dico sempre l’amore è prima di ogni altra cosa una scelta. Vale per la nostra relazione sponsale ma vale anche per il nostro amore verso Dio. Pregare significa curare la mia relazione con Gesù, significa amarlo, significa conoscerlo, significa entrare nel Suo mondo, significa corteggiarlo, significa sentirlo presente e parte della mia vita.

Cambia tutto poi nella mia relazione con Luisa. Solo curando la preghiera e quindi la mia relazione con Gesù sarò poi pronto ad amarla. Ad amarla quando è ricca e riesce a darmi tanto in tenerezza, cura, parole, gesti e amore in genere, ma anche quando è povera e non riesce a darmi nulla. Solo curando la mia preghiera, come dice madre Teresa, potrò in quei casi in cui Luisa sarà povera e mendicante, donare comunque il mio amore perchè non sarò povero e mendicante quanto lei, ma sarò pieno della mia relazione con Gesù.

Cari sposi, la preghiera può in apparenza sembrare sterile ed inutile. Non è così. Cambia sempre il cuore quando è costante. Se vogliamo amare sempre di più nostro moglie o nostro marito, impegniamoci a trovare del tempo di qualità non solo per la coppia ma anche per la preghiera. E non fa nulla se ci costa fatica e ci pesa. Gesù apprezza comunque e noi entreremo sempre di più in relazione con chi ci ama in modo perfetto ed infinito.

Antonio e Luisa

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Si può amare senza passione?

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

La risposta sembra scontata ed ovvia. Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Insomma, mettere il bene dell’altro al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? Forse l’altro? No! Solo in apparenza sembra essere l’altro al centro di tutto. In realtà al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. L’amore è scelta, l’amore è andare oltre il sentire, l’amore non può finire, al massimo posso decidere io di farlo finire se non più supportato dal sentimento. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona.

Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ad aprirci all’altro, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio è sempre fecondo, se lo desideriamo.

Scegliersi è il passaggio più complesso. Ma una volta afferrato il coraggio che ci spinge con fiducia, e timore anche, a pronunciare quel sì, tutto ciò che ne deriva è fecondo, se lo desideriamo. Questo è, a mio confinato e limitato parere, il segreto del matrimonio.

Anzitutto, si parte in uno più un altro e si diventa tutt’uno che mi pare già tanto. Un miracolo, stando alle leggi matematiche (di cui mai ho capito granchè, ma ai conti basilari ci arrivo); un miracolo per sottrazione sembrerebbe. Da due a uno. Ed è un po’ così; perché ci si riduce, sposandosi. Si riducono le pretese, per assecondare quelle dell’altro, si ridimensionano le richieste per poter dare spazio a quelle di chi amiamo, si stringono i propri campi di affermazione per imparare ad ascoltare chi ci sta dinanzi.

Ma in quel tutt’uno non si perde se stessi. Tutt’altro. Non si riduce la personalità ad esempio, che invece si forgia ed è ampiamente illuminata dall’esperienza della condivisione. Si potenzia la propria indole perché si impara dallo sposo/a ad avere una visione allargata dell’esercizio del vivere insieme; si coltiva la meravigliosa e rischiosa possibilità di abbandonarsi a qualcuno, sentendosi curati, medicati, amati. Da due ad uno, ma un uno più forte, un uno che è completo (o quasi) nella sua pienezza. Un uno che racchiude sogni doppi, idee molteplici, sentimenti estesi. Un uno che ha la forza di due.

E, per i cristiani, quelli un po’ folli che si lasciano guidare dalla fede, quell’uno è un tre. Perché al centro c’è Chi realmente tira avanti la baracca.  Quanta matematica sta venendo fuori. Un eccesso per me che mi blocco ai calcoli con le decine! Dunque basta numeri e proviamo a dare una risposta alla lettrice del blog “Matrimonio Cristiano” che domandava, parafrasando, come riempire il tempo di un matrimonio senza figli, come fecondarlo. Di getto verrebbe da rispondere: “vivendolo”. Perché con un chiasso che inizi all’alba, tra vagiti e capricci, o nella pace di una casa più quieta, la giornata può essere ricca.

Però, la conosco bene la sensazione di non agguantare bene quel tempo che scorre. Di non saperlo investire di sufficiente consapevolezza, forse perché la mente e ancora prima il cuore, sono in attesa. L’attesa di un sogno che tarda a concretizzarsi. La speranza di vederlo un piccolino correre tra i mobili, generandoti l’ansia. E poi, contestualmente, sentire nell’aria lo sgradevole odore del fallimento. I pensieri che ti spingono a domandarti se l’altro sia stata la scelta giusta, se con qualcun altro avresti potuto ricevere la gioia della maternità/paternità, se il matrimonio che vivete è “sufficiente”. E’ una fase, temo. E va abitata. Ci si deve sedere in quello scantinato dei pensieri tristi. E prenderli a pugni, uno per volta. Qualche volta ci si alza vincitori ma altre volte, invece, resti a terra. Come su un ring.

Poi però, ti giri e c’è qualcuno che quel pugno in faccia te lo medica. E ti ricorda con chi hai deciso di scommettere in questa vita, abbracciato a chi. “Nella gioia e nel dolore…” non era un ritornello. Ma perché il dolore? E perché i figli non arrivano proprio a noi? Poi magari incontri coppie che ne hanno tanti e non li hanno desiderati o amati, o non si sono dedicati. Ammettiamolo, resta uno di quei misteri per cui impazzire o fidarsi. Di nuovo. Stringendosi in tre, aggrappati a Chi la casa la fa sorgere sulla roccia. Perché se è vero che ci ama, che ha voluto quel progetto matrimoniale, se Lo abbiamo invitato alle nostre nozze certi, anche noi, che il vino sarebbe finito magari non al ricevimento come a Cana, ma poco dopo o anche più in là, ebbene un senso al disegno scritto per noi e con noi dovrà esserci. Meno manifesto, più intricato, ma ugualmente meraviglioso, originale, sorprendente.

Dobbiamo solo predisporci all’ accoglienza del cuore, dello spirito, oltre che della carne. Percorrere una strada differente da quella che siamo abituati a vedere, per dare il nostro contributo d’amore, di apertura, di insegnamento e affidabilità a chi ne avrà bisogno, ai piccoli; in età, fragilità, in amore ricevuto. Donarsi a chi attraverserà il nostro percorso unico, nei modi in cui solo noi siamo capaci di fare, nel nostro esser tutt’uno. Ma indipendentemente dalla sfida genitoriale o parentale o di qualsivoglia genere, la vocazione primaria resta mantenere quel tutt’uno in vita. Col cinema, con lo stadio, con i libri. Con le confidenze, il dialogo, la preghiera. Con le risate, le lacrime, le insoddisfazioni. Con le vacanze, i desideri, i sogni. Con i litigi. Con le scelte illogiche incomprese ai più. E le incoerenze, e le apparenti distanze. Fino alla pace, quella che ci ricorda che è l’alba di un nuovo giorno. Donato. Da vivere. Ancora tutt’uno.

Livia Carandente

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Pensate di farla franca?

Vi riportiamo solo qualche stralcio della (lunga) prima lettura della Liturgia di qualche giorno fa.

Dal libro della Sapienza ( Sap 2,1a.12–22 ) << Dicono gli empi fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. […] È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. […] e si vanta di avere Dio per padre. […] Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, […] Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile. >>

Abbiamo scelto poche frasi ma vi invitiamo sempre ad una lettura completa per avere un quadro d’insieme. Cercheremo di mettere a fuoco solo un paio di argomenti che ci aiutino a vivere meglio la nostra vocazione matrimoniale.

Anzitutto c’è un binomio antico e sempre attuale ma del quale spesso ce ne dimentichiamo : fede e ragione. Qualcuno tempo fa ce lo ha ricordato, qualcuno che onoriamo e veneriamo come santo, qualcuno del cui nome molti si riempiono la bocca e pochi ne imitano le virtù e ne seguono il magistero: Karol Wojtyla meglio noto col nome di papa S. Giovanni Paolo II. Nella bellissima enciclica  Fides et Ratio c’è un incipit che si condensa in una metafora meravigliosa: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Come a dire che l’una va in simbiosi con l’altra, non si può volare senza un’ala, con la fede si perde anche la ragione, e per rendersene conto basta osservare i recenti avvenimenti che tutti ben conosciamo.

Ma è un fenomeno antico come l’uomo stesso, infatti il brano citato comincia proprio dicendo che l’empio sragiona, cioè chi non ha fede sragiona pur di portare acqua al proprio mulino. Cari sposi, stiamo sempre con le antenne ben drizzate per captare le onde radio della fede, non lasciamoci circuire con vani ragionamenti empi, del tipo : ” che c’è di male ?… se tanto non sentite più attrazione l’uno per l’altra va bene così… si vede che era destino che finisse così… hai diritto a rifarti un’altra vita… l’importante è che tu te la senta… in fondo non hai mica ucciso nessuno… adesso devi pensare un po’ a te stesso/a… ” e via di questo passo.

Questi NON sono ragionamenti, sono sragionamenti !

Sono pensieri empi che si vestono di pensiero intelligente, di ragionamenti etici/morali/adulti, sono i pensieri di coloro che si autoproclamano cattolici adulti. Ma i cattolici adulti nella fede sono dei credenti al 100%, non sono dei creduloni pronti a credere a chiunque apra a proposito e a sproposito la bocca.

Gli sposi col sacramento del matrimonio sono fedeli fino a che morte non li separi e difendono la vita dal suo naturale sorgere al suo naturale tramonto costi quel che costi. A Gesù essere fedele al Padre è costato la vita terrena, e gli sposi cristiani sanno che la vita terrena è solo una piccola parte, quella vera ed eterna è in Paradiso.

Parliamo di questo “costi quel che costi” perché ci introduce al secondo argomento che propone il brano del libro della Sapienza : la persecuzione. Il brano si mette in chiara connessione con tutto ciò che ha subìto Gesù nella Passione, che è il giusto per eccellenza. Ma il giusto di cui parla il brano è anche il cristiano che non è un credulone e che vive la propria fede sulla propria pelle: è uno sposo che non si vergogna di fare il digiuno a pane e acqua il venerdì di Quaresima in mensa coi colleghi ; è una sposa che si veste con pudore; è uno sposo che non usa volgarità e parolacce nel proprio linguaggio; è una sposa che non parla mai male del proprio marito con le amiche/colleghe; è uno sposo che non usa modi e parole equivoche con le altre donne; è una sposa che non accetta complimenti dagli altri uomini con secondi fini… l’elenco è incompleto ma sufficiente.

Cari sposi, una vita giusta attira le persecuzioni degli empi, perché essa è un costante, il più delle volte anche silenzioso, richiamo alla loro coscienza. Ma ascoltare la propria coscienza è faticoso e soprattutto quando non ci approva diventa molto fastidioso. Ed è così che l’empio, eliminando il giusto, pensa di eliminare il fastidioso tarlo della propria coscienza.

Cari sposi, abbiamo ancora gli ultimi giorni di questa Quaresima per convertirci. Coraggio, avanti con fiducia, la grazia del sacramento del matrimonio è lì pronta a sostenerci.

Giorgio e Valentina.

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Colomba di pace!

Amare sì ma che cosa vuol dire? Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace perché?

È oramai tempo di bilanci, i contabili, i commercialisti stanno per approcciarsi a chiudere quelli dell’anno passato. Per chi fa la dichiarazione del 730 è tempo di preparare i documenti, gli scontrini, le spese sostenute.

Per un cristiano il tempo del bilancio arriva con l’avvicinarsi della Pasqua. Con il termine della quaresima, tempo di preparazione, tempo di redenzione, tempo di misericordia. Tempo di prova, di assenza di quel canto di gioia che tra non molto verrà gridato nelle chiese. Tempo di silenzio che verrà interrotto dal suono delle campane, dei campanelli, della gioia.

Sta arrivando un’altra Pasqua, sta finendo la quaresima 2022, te ne sei accorto? Forse la pandemia prima, la guerra poi, i rincari di gas e luce hanno tolto l’attenzione al tempo speciale che erano e sono ancora questi giorni. Nessuno ne parla, se non il prete in chiesa la domenica, come puoi ricordarti che si è in quaresima? Come puoi ricordarti dei buoni prepositi che un mese fa ti eri preso?

Eppure eccola lì, segnata sul calendario con un giorno in più di festa. Eppure eccola lì attesa da tanti per staccare dal lavoro. Eppure eccola lì con la scuola che chiude e ci obbliga ad incastrare i bambini tra un nonno e una babysitter.

Pasqua è giorno di pace, Pasqua è simboleggiata dalla colomba, e dal ramo di ulivo. Colomba che vola e colomba anche in tavola che non manca in ogni casa. Quale lavoro hai fatto in questa quaresima per la pace?

La tua famiglia è in pace, o rimane quel muro oltre il quale nascondersi da quel parente, dal quale ci si sporge ogni tanto per sparare colpi di cattiveria?

Siamo partiti in questo mini ciclo di guerra e pace alcuni lunedì fa, dal creare un parallelo, con quanto sta avvenendo nel conflitto Russo Ucraino e quanto avviene in casa nostra tra moglie e marito. Abbiamo visto che ciò che sta avvenendo tra due potenze internazionali, lo viviamo anche nelle nostre case, la pace è qualcosa che creiamo fin da piccoli, che impariamo a costruire fin da dentro i legami più stretti familiari. La pace la si costruisce tra fratelli, tra padri e figli, tra coniugi. È da lì che nasce la nostra missione di pace, la nostra educazione alla pace. Ci aspettiamo tutti la pace, perché la guerra ci fa paura, ma siamo davvero costruttori di pace o siamo spesso tentati dalla divisione?

Lunedì 21 marzo sottolineavamo che spesso parliamo linguaggi differenti fra moglie e marito, e che esistono delle differenze che ci portano a non percepire l’errore che ha causato il conflitto allo stesso modo. Ognuno ha una sua tara sulla bilancia degli sbagli, ognuno ha un suo linguaggio del perdono e dell’amore. Abbiamo poi evidenziamo come bisogna imparare a scendere dai nostri pilastri di orgoglio, e imparare a chiedere scusa, mostrandoci umili ed imparando ad accettare e accogliere i nostri limiti, che non ci rendono onniscienti. Il nostro maestro, è l’unico che sta in alto sul suo vessillo che è la croce; è da lì che impariamo ad amare, a perdonare e guardando a Lui a lasciarci perdonare. Spesso non ci lasciamo perdonare, non lasciamo che la grazia del perdono ci possa raggiungere.

Lunedì 27 marzo abbiamo poi parlato della confessione, ricordandoci che non confesso il male che ho compiuto ma la mia NON risposta all’amore ricevuto. Confessarsi è sentirsi amati, è lasciarsi amare, è accorgerci che c’è qualcuno che ha dato la vita per noi. Entro in confessionale come entrassi nel tunnel dell’autolavaggio dell’amore, come se facessi il pieno di energia d’amore, per chi gioca ancora ai videogame. La sfida bella è tornare a casa e spenderlo quel barattolo di amore che abbiamo appena guadagnato, spenderlo perché spendendolo non finirà ma si auto-produrrà. L’amore lo perdo solo se lo trattengo lasciando che nel mio possesso trovi spazio il peccato, l’orgoglio, il potere. Quando una coppia non sta tanto dialogando, fatica a capirsi, ad amarsi bisogna andare nel confessionale, a ricaricarci d’amore.

Ripartiamo da qui oggi, per concludere il nostro ciclo di guerra e pace, volendo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, è arrivato il momento di riconciliarci. Il momento di accorgerci che la colomba che ha invaso le corsie del supermercato, che è già pronta a casa per essere tagliata, deve spingerci a fare di più verso la pace, verso l’amore.

Ci torna alla mente una frase che riguarda San Francesco e il lupo di Gubbio “non esistono lupi cattivi, ma soltanto lupi non amati.”

Il primo errore che compiamo quando qualcuno sbaglia, è etichettarlo e metterlo alla gogna per quanto ha fatto! Chiamarlo Lupo cattivo. Di fronte ad uno sbaglio fatichiamo a comprendere come si è generato quell’errore, e soprattutto non andiamo più a visualizzare l’altro per il bene che è!

L’errore ha sempre con sé una causa che lo ha generato. Spesso le tante cose da fare quotidiane che una moglie o un marito vivono, i pensieri, gli imprevisti sono causa di errori che in una situazione normale non si sarebbero verificati. Di fronte a questo riaffermiamo che lui non è il suo errore.

La causa dell’errore spesso è la non fiducia, il non amore. Di fronte agli sbagli dell’altro bisogna riuscire ad amarlo di più, non ad incolparlo di più. Spesso è un non amore che genera l’errore nell’altro, una non fiducia, una non tranquillità psicoaffettiva. Da questo punto di vista riaffermiamo che non esistono lupi cattivi, ma solo lupi non amati.

L’errore spesso nasconde il bene. Se tu disegni un puntino nero su un foglio tutto bianco, dove il puntino nero è l’errore e il bianco i gesti di bene, quando guarderai il foglio vedrai il puntino nero e non tutto il bene che lo circonda. Questo succede quando tuo marito arriva tardi la sera e prima ancora di sapere il bene che si cela dietro al ritardo lo si colpevolizza. Oppure succede quando tua moglie sbaglia quella semplice azione, quel gesto, ma non sai le altre 142 azioni giuste che ha fatto per te e per i figli durante tutta la giornata.

Se vogliamo uscire dal conflitto, non dobbiamo giudicare l’altro come fosse l’errore, dobbiamo amare di più l’altro, e dobbiamo cambiare la nostra prospettiva cercando di vedere il foglio bianco sul quale è disegnato il pallino nero.

Dobbiamo avere uno sguardo diverso, che sa vedere il bene. Ti accorgi mai di cosa fa l’altro per te ogni giorno? I gesti piccoli passano sempre nell’indifferenza quotidiana soprattutto con il passare degli anni, ma hanno un valore enorme. Sono loro che dipingono il bianco del nostro foglio. Tanti puntini piccoli bianchi fanno una pagina bianca! Non serve una grande azione per amare, ma fare piccoli passi possibili.

Cos’è la Pasqua se non la vittoria della vita sulla morte. La rinascita della gioia, della felicità, dell’amore! La vittoria del bianco sul nero. Ribaltiamo la prospettiva, possiamo vedere gli spazi bianchi del foglio e da lì far entrare la luce, la salvezza, e sbiancare tutto o possiamo vedere gli spazi di colore scuro, di azioni sbagliate e rimanere piegati su quelli, colpevolizzandoci, colpevolizzando. Non vivendo la misericordia di Dio, non camminando verso la croce ma incontro all’albero di fichi come ha fatto Giuda.

Scrive Papa Francesco nella lettera Patris corde: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.” Il maligno evidenzierà sempre il nostro male, e farà così accrescere sempre i nostri conflitti.

Quella lavatrice per il nostro foglio, che è il confessionale, a nulla serve se non sono in grado di tornare a casa e vedere il bello di mia moglie e amarla di più! Parte da qua la pace, dal vedere e vivere l’amore! Quella guerra che vedi in televisione che vuoi vedere finire, nasce dai gesti di non amore che da sempre viviamo. Devo trasformare il mio sguardo e il mio cuore uscendo dal confessionale, perché sia testimone di luce, di amore, di bellezza, di bianco.

Noi ci siamo attributi il nomignolo “cercatori di bellezza” perché anche nella fatica vogliamo imparare a vedere la bellezza della vita che nasce, non possiamo mai dimenticarlo. Il Signore è luce nella nostra vita a volte buia. Provate ad accendere un solo fiammifero in una stanza buia, tutto potrà essere visto, le forme acquisteranno il loro spazio. Non serve un faro potente, basta un fiammifero, per accorgerci di quanto sta attorno a noi. Sta a noi poi non far spegnere quel fiammifero che è Gesù ed alimentarlo, e lasciare che ci guidi, perché possiamo aprire poi le finestre della luce nella nostra stanza del cuore.

Se rimarrà del grigio sul nostro foglio, non sarà un male, tu guarda sempre alla luce, al bene, al bello, quel puntino nero sarà lo stesso importante quale strumento di memoria e di attenzione. Il peccato, l’errore, il litigio è ciò che ci fa tornare limitati, normali, umili, carnali peccatori. È salvifico il peccato, sennò peccheremmo di creder di esser come Dio. Dobbiamo tendere a Dio e non voler essere Dio.

Scrive San Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9).

Avere un pallino nero sul foglio bianco ci permette di stare attenti sempre! Di sforzarci ad amare di più perché quel pallino non cresca, ma ci aiuti a tendere alla santità. Vi salutiamo, augurandovi di poter camminare questi ultimi giorni di quaresima, guardando al bello, alla bellezza che è strumento che ci può salvare dal vedere il peccato nell’altro. Che ci può aiutare ad entrare nel confessionale pentiti dell’amore non amato (vedi articolo precedente), che ci può aiutare a guardare alla bellezza che è l’altro anche se è diverso in tutto da me (abbiamo linguaggi diversi. Bellissimo!), che ci può aiutare a non iniziare una guerra, un litigio perché di fronte alla bellezza non si può guerreggiare, ma solo lasciarsi amare, e ringraziare.

Un caro saluto a tutti, un abbraccio

Buon ultimo giro verso la Pasqua, verso l’Amore!

Vinca la vita, l’amore, la pace in ogni famiglia

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Il perché della tua fedeltà coniugale

Oggi il Vangelo ci mette davanti un matrimonio altamente imperfetto, un matrimonio ferito, una relazione in crisi.

Non sappiamo la genesi di come quelle due persone siano arrivate ad andare a letto assieme, ma da che mondo è mondo queste cose ahimè avvengono. Erano consci delle conseguenze previste, se scoperti, difatti: “Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte” (Dt 22, 23.24). Ma, a quanto risulta, nemmeno tale sorte ha limitato la loro passione ed entrambi sono caduti…

A me colpisce come si pone Gesù davanti a questa situazione, come reagisce, come si comporta. Tutti dettagli che svelano il suo Cuore, stracolmo di amore. Sono aspetti che dicono tanto, per voi sposi, al vostro modo di amarvi. Come del resto lo dicono a me sacerdote su come vivo la mia donazione.

Vorrei attirare la vostra attenzione su 3 gesti di Gesù:

  • Gesù non si scandalizza, contrariamente a quello che fanno le persone attorno a Lui. In effetti sapeva dall’eternità che queste due persone avrebbero mancato di rispetto al proprio matrimonio e nel fondo avrebbero offeso Lui. Proprio per questo, quando sai che qualcuno ti ha leso e poi te lo mettono davanti, probabilmente la rabbia è maggiore. Invece Gesù dimostra solo calma, dominio di sé, pace interiore ed esteriore.
  • Gesù non fa moralismi davanti ai miei peccati. Occhio! In nessun momento Gesù le dice: “ma dai! Cosa vuoi che sia! Mica sarai la prima a fare robe del genere…”. Gesù non ha le maniche larghe, come tanti oggi vorrebbero dipingerlo, il peccato è una brutta cosa che fa male. Ma Gesù non è duro, non peggiora il suo stato di animo, già di per sé prostrato a terra.
  • Gesù la tratta con estrema dolcezza. Una “chicca” che evidenzia quanto sia buono e delicato è proprio il chinarsi fino al suo livello. Lei era lì, buttata a terra, seminuda, tremante, terrorizzata e Gesù scende al suo livello parlandole con delicatezza.

Mi chiedo se voi coniugi sapete trattarvi così davanti alle vostre piccole o grandi infedeltà. Come del resto me lo chiedo pure io se tratto così i miei confratelli o le persone che il Signore mi mette davanti.

Ma che sta cercando di fare Gesù con questa donna? Fare la bella figura davanti a chi voleva accusarlo? Sono sicuro che Lui la stesse aspettando per svelare anzitutto a lei e poi a ciascuno di noi, in primis gli sposi, la novità del suo amore.

Gesù le sta dicendo che la fedeltà è più importante del tradimento. Sembra banale? A me pare proprio di no. Per esperienza personale vedo che spesso basta una scivolata nel matrimonio per correre dall’avvocato a firmare per il divorzio…Invece Gesù le esprime anzitutto il perdono e grazie ad esso può dirle poi: “sii fedele”. Capiamo queste parole alla luce della prima lettura di Isaia perché pare che Gesù lo stia riferendo a questa donna: “Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche! Ecco, io faccio in te una cosa nuova”. La fedeltà suppone il perdono, non si può essere fedeli senza essere perdonati e perdonare a nostra volta. La novità di questo messaggio, quindi, è che con Gesù, con la sua forza, con la sua grazia, si può sempre ripartire nel matrimonio. Lui è il “Fedele” (Ap 19, 11) e Lui con la sua fedeltà e misericordia vi consente, cari sposi, di rinnovare costantemente la vostra relazione, il vostro “sì”, pronunciato dinanzi all’altare.

ANTONIO E LUISA

Eh già! Come sempre padre Luca ha colto nel segno. Leggendo il suo commento ho pensato alla mia storia con Luisa. Sapete quando il nostro amore ha fatto un salto di qualità? Quando siamo stati capaci di perdono e di amore incondizionato e immeritato. Perchè è quando sei povero e non hai nulla da dare che ti accorgi di quanto sia bello e grande l’amore dell’altro. E’ lì, quando non lo meriti, che l’amore salva e cambia il cuore. Il matrimonio è luogo privilegiato per perdonarsi e ricominciare. Il matrimonio è il luogo dell’amore che non fa calcoli ma si dà completamente.

(Anche) le famiglie imperfette (spesso) producono santi

Pensa un po’. Potessi scegliere, ti sarebbe garbato restare orfano di padre a 18 anni? Con tutta una vita davanti senza la guida paterna? Ma questo è nulla: che ne pensi se anche ti venisse tolta pure tua mamma quando ne hai solo 9 e sei un bambino bisognoso del calore materno? Ma almeno rimarresti con i tuoi fratelli. Bene, ci stai a perdere pure loro? Tipo tuo fratello maggiore ai 12, nella fase in cui vorresti tanto un modello di vita davanti a te? E magari non aver mai conosciuto la tua sorellina perché venuta meno prima che tu nascessi? Per finire con il botto, rifiliamoci l’uccisione di vari dei tuoi migliori amici per motivi razziali.

Tragico, vero? Povera creatura, così giovane e già sola davanti a un mondo crudele e con il cuore a pezzi!

Eppure, ti sto parlando di Karol Wojtyła, e tutto questo macabro elenco gli è realmente accaduto. Chi di noi sarebbe rimasto “normale” sotto i colpi di una vita così spietata? Quale senso di pessimismo, amarezza, se non addirittura disagio psicologico, non avremmo potuto sviluppare? Di certo, avresti pensato proprio a Papa Giovanni Paolo II, se non te l’avessero detto?

Oggi ricorre il suo 17° anniversario di morte, una data che tutti noi che eravamo lì a Roma ricorderemo a vita. Ma la mia menzione è soprattutto dovuta al fatto che è stato, a tutti gli effetti, il Papa del matrimonio e della famiglia.

I suoi documenti su questi temi sono un pilastro inamovibile nel Magistero della Chiesa: l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio del 1980, le Catechesi sull’amore umano, meglio conosciute come la Teologia del Corpo, pronunciate dal 1979 al 1984, la Lettera alle Famiglie del 1994, l’aver sdoganato le canonizzazioni di sposi (i coniugi Beltrame-Quattrocchi) e tantissimi riferimenti continui, durante i viaggi apostolici, le udienze e i discorsi per incoraggiare gli sposi e le famiglie nel proprio cammino di vita cristiana.

Per gli accaniti lettori segnalo a questo riguardo un ottimo libro, una miscellanea di quanto il Papa polacco ha espresso su questi temi: “Familia Via Ecclesiae”.

Quello che ritengo importante sottolineare, alla luce della mia esperienza personale e pastorale, che tanta grazia e bellezza che ha restituito alla coppia e al matrimonio, non gli provenivano da un contesto familiare ottimale, ma come abbiamo visto, tutto il contrario. Come è possibile questo?

Detto in altri termini, applicandolo alla vita di ciascuno di noi, in particolare per voi sposi, come è possibile generare legami e relazioni sane, se alle spalle ci sono tante, a volte troppe, fragilità? E il loro segno è ben visibile? Siamo condannati forse a formare famiglie di serie B? Figli di un Dio minore?

Domande che, in un modo o nell’altro, esplicite o meno, sono sorte in questi termini in tante persone che ho incontrato. Penso che il vissuto di San Giovanni Paolo II ci possa illuminare in due sensi, uno più spirituale e uno più umano.

Per prima cosa, qui si vede chiaramente come la Grazia di Dio porta a pienezza anche un’umanità ferita e privata di dimensioni molto importanti. “Nulla è impossibile a Dio”, disse l’Angelo a Maria, proprio in riferimento alla mancanza dell’intervento paterno nella nascita di Gesù. Non è una pia idea, un principio astratto. Nel Papa polacco vediamo ancora una volta i meravigliosi effetti della Grazia. Perciò, se nella tua vita riscontri mancanze o privazioni simili e questo ti abbatte e ti demoralizza, pensa che non sei mai solo, che il Signore può tranquillamente fare uso delle tue ferite per fare cose grandi. In secondo luogo, Giovanni Paolo II, a modo suo, ha messo in pratica quando Dio chiede a ogni coppia, da Adamo ed Eva in poi, cioè di “lasciare padre e madre”. Lasciare non è menefreghismo, dimenticanza, indifferenza. È capire che il Signore ti chiama a vivere il presente, a lavorare sull’adesso e non alienarsi nel proprio passato, bello o meno bello esso sia stato. Vedendo la sua vita, si nota una persona dinamica, operosa, attiva, protesa a costruire qualcosa di grande e bello.

Finisco, care coppie, esortandovi a guardare al Papa come a un modello davvero a portata di mano, un grande uomo, un grande sacerdote, un Santo che ha incarnato nella sua vocazione la sponsalità in questo modo. Da lì potete attingere anche voi per vivere in pienezza la vostra nuzialità.

Padre Luca Frontali