Non annotiamo il male

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa

Una palestra per essere liberi

Il matrimonio mi ha cambiato, ha cambiato la mia relazione d’amore, ha cambiato lo sguardo sulla mia sposa e sulla mia vita. Il matrimonio è una palestra dove il coniuge e i figli sono diventati personal trainer esigenti, mi hanno chiesto esercizi continui per uscire da quello stato imprigionante in cui mi trovavo da sempre. Ho avuto la fortuna e la Grazia di avere un grande personal trainer. Mia moglie non ha mai forzato i carichi, ha sempre aspettato i miei tempi e non mi ha mai chiesto più di quello che comprendeva avrei potuto dare in quel momento. Anche e soprattutto nell’amore sponsale vale la regola di Chiara Corbella, quella dei piccoli passi possibili. A volte mi sentivo forte e ho provato a forzare i carichi, ad andare oltre ciò che potevo sopportar,e e nel giro di breve tempo sono caduto. Non bisogna aver fretta, il matrimonio è un percorso lungo, che dura tutta una vita (di solito!) e con piccoli passi, giorno dopo giorno, si possono raggiungere obiettivi impensabili all’inizio. Questi esercizi continui a cosa servono? Qual’è l’obiettivo che il dirigente della palestra (DIO) ha affidato al suo miglior personal trainer per me (la mia sposa)? L’obiettivo è liberarmi dai miei sentimenti. Don Luigi Epicoco in un intervento che ha fatto in una scuola disse qualcosa che mi colpì molto. Disse che i ragazzi spesso non hanno dei sentimenti ma sono quei sentimenti. Questo è profondamente vero. Anche il parlare comune è condizionato da questo modo di pensare. Sono arrabbiato, sono deluso, sono attratto, sono affamato, sono innamorato.

Cosa significa questo? Significa che le sensazioni, le emozioni e i sentimenti che proviamo in un determinato momento sono così forti da fagocitarci, da identificarci completamente in ciò che sentiamo. Invece il matrimonio ti aiuta ad uscire da questa logica. Il matrimonio ti dice che puoi amare sempre. Puoi provare rabbia, delusione, frustrazione, aridità, ma con la Grazia del sacramento e la tua palestra quotidiana, sarai capace di sopportarne il peso, di non farti schiacciare e di fare sempre la scelta giusta. Riuscirai con sempre meno fatica (piccoli passi possibili) a mantenere sempre fede a quella promessa, perchè noi non siamo i nostri sentimenti, noi siamo uomini e donne capaci di amare come Dio anche se siamo fragili e abbiamo sentimenti che a volte vorrebbero  condurci da tutt’altra parte.

Infine voglio rinraziare il mio grande personal trainer che con tanto amore e fiducia mi sta allenando ormai da quindici anni e se sono migliorato tanto molto del merito è suo.

Antonio e Luisa

Lo sguardo che salva: solennità dell’Ascensione del Signore

Domenica abbiamo celebrato la solennità dell’Ascensione del Signore, soltanto uno dei nostri quattro figli si è dovuto recare alla Messa perché noi, insieme agli altri, abbiamo celebrato ieri nel pomeriggio, essendo stati padrini del nostro quarantaduesimo figlioccio di battesimo. Così Gabriele, è stato accompagnato per poi essere ritirato alla fine della celebrazione.

Prima di uscire da casa lui stesso mi ha detto: «mamma, ma tu ti fidi che io vada veramente in chiesa o magari fingo di andare alla messa?».

Questa domanda, è stata una buona occasione di insegnamento per entrambi.

Nel poco tempo del tragitto ho detto a Gabriele.Caro figlio mio, tu chi pensi rimarrebbe più male da questa fiducia tradita?

Voi cosa avreste risposto?

Perché nel fargli la domanda, io stessa, avrei pensato a Gesù, così come lo ha pensato Gabriele.

Subito dopo ho capito, invece, che l’unica a dispiacersi sarei stata io, l’umana della situazione. Certo, perché vedevo davanti a me quanto mi cuocesse la bugia e la presa in giro e quanto poco potere di controllo avrei avuto non essendo stata presente con lui.

Quando mio figlio è sceso dall’auto, proprio davanti alla chiesa, gli ho detto:«Gabri, che Dio ti benedica e apriti all’ascolto»

Da quel momento non potevo sapere se lui sarebbe o meno entrato in parrocchia per vivere, al modo di un quindicenne, la Santa Messa.

Fra me e me rimeditavo l’ascensione e il suo significato.

Pensavo quanto fosse importante il rapporto verticale con il Signore e quanto, guardare in alto,fosse necessario per poterci guardare in orizzontale, cioè tra di noi. Allora ho chiesto a Gesù chi fosse più dispiaciuto di un evento del genere, cioè di una fiducia che viene tradita dal comportamento altrui. Logicamente questo esempio di mio figlio va oltre, si estende a tutte le volte che nelle relazioni umane ci sia apre alla menzogna. Far credere all’altro che fai una cosa e invece ti comporterai in maniera totalmente diversa.
“Uomini di Galilea,
perché fissate nel cielo lo sguardo?
Come l’avete visto salire al cielo,
così il Signore ritornerà”. Alleluia. (At 1,11)

E allora ho preso ad esempio l’antifona di oggi e ho pensato allo sguardo.

È vero Signore, tu ci hai creato perché fossimo nella verità e la tua gioia risiede nella possibilità che noi abbiamo di essere veri ed autentici . Però spesso non ci riusciamo, accipicchia, addirittura facciamo anche il male che non vorremmo ma tu, salendo al cielo ci hai lasciato lo sguardo.

Il tuo sguardo lo hai mostrato agli apostoli che ti hanno visto con i loro occhi, eppure Pietro ha mentito quando si è trovato alle strette, ma tu, guardandolo, lo hai amato, tanto che al momento opportuno lui pianse amaramente, ma poi lo hai reso Roccia della Chiesa.

 ascensione di gesù al cielo

Spesso gli apostoli si guardavano sbigottiti non sapendo cosa fare o cosa credere, ma Tu gli hai raccontato parabole perché ascoltando vedessero.

Hai trasformato l’acqua in vino perché gli sposi di Cana, vedendo, capissero che, senza di te la festa non sarebbe andata avanti.

Hai moltiplicato i cinque pani e i due pesci perché vedendo, tutti si sarebbero anche saziati, perché Tu Signore Intervieni nei quotidiani bisogni.

Salendo al cielo, oggi, come quel giorno sul monte con i tuoi undici, hai promesso che saresti stato con loro fino alla fine del mondo e cosa hai lasciato?

I loro occhi e l’incrocio dei loro sguardi, su ciò che avevano vissuto e su ciò che avrebbero visto in futuro.

Così sono tornata al mio Gabri e quando sono andata a riprenderlo lui stesso mi ha detto. Cara mamma, oggi c’erano le prime comunioni e la Chiesa era piena, ma una cosa me la ricordo: Gesù ha potere su tutto! In effetti ho capito che aveva ascoltato il Vangelo, ma una cosa l’ho imparata questa mattina.

Gesù non sarebbe rimasto poi tanto male se lui non fosse andato alla messa perché lo sguardo, con cui lo avrebbe attraversato sarebbe stato quello che doveva giungere a me per sapere come guardarlo. Così ho cercato di amarlo, in qualunque caso, raccontando a Gabriele il prezzo della libertà e la gioia della verità, ringraziandolo di avermi fatto lui quella domanda , perché, come tutti sappiamo, la menzogna ci inquieta prima ancora che la mettiamo in atto.

Che lo sguardo sull’altro sia l’occasione per aiutarlo ad essere sempre migliore!

 

Cristina Righi

articolo originale scritto per il blog di Annalisa Colzi

Sono uomo e preferisco i metodi naturali

Vi propongo una testimonianza che ho scritto per il blog monte di venere.  Ringrazio Maria Dolores per avermela chiesta e suggerisco di visitare il suo blog e la sua pagina facebook perchè è molto interessante e cerca di presentare una sessualità sana e autentica così.

 

Sono sempre alla ricerca di uomini che vogliano raccontare cosa ne pensano dei metodi naturali, soprattutto di quelli che ne hanno fatto esperienza diretta, perchè credo che offrano un punto di vista meno conosciuto e straordinariamente interessante. Ho incontrato Antonio, che è sposato da 15 anni, e lo ringrazio di cuore.

Quando gli ho chiesto se preferisse uno pseudonimo mi ha risposto così:

Io ne parlo liberamente perché non c’è nulla di male. L’amore carnale ed erotico è qualcosa di bello, non qualcosa di cui vergognarsi.

Poi ci ha regalato un bel racconto.

Cercherò con questa breve testimonianza di raccontare qualcosa della mia esperienza relativa all’uso dei metodi naturali per la regolazione della fertilità (sintotermico). Spesso si pensa che la rilevazione dei dati e la gestione della situazione ricada completamente sulla donna. Non è completamente vero, infatti la donna ha bisogno dell’appoggio, del sostegno, o meglio della complicità del marito. La scelta condivisa e accettata da entrambi è condizione necessaria per non fallire e per non generare tensioni e divisioni all’interno della coppia. Non voglio essere ipocrita, all’inizio questi metodi li ho profondamente odiati. Abbiamo fatto l’errore di scegliere questa modalità di vivere la nostra intimità solo quando eravamo già sposati. Un consiglio che mi sento di dare alle donne è di impararli prima, eviterete tante paure e litigate con vostro marito. Luisa li ha imparati dopo che abbiamo avuto il nostro primo figlio. Ne sono arrivati in successione altri 3 nel giro di pochi anni. Allattamento e nuove gravidanze hanno reso la comprensione dei segnali da parte di Luisa molto difficile. Eravamo seguiti da un’insegnante molto brava e paziente. Quando eravamo da lei tutto sembrava facile, poi a casa non si capiva niente. I giorni verdi, quelli sicuri per evitare la gravidanza, erano sempre troppo pochi e la cosa che più mi distruggeva era l’incertezza. Fino all’ultimo avevo paura che Luisa mi chiamasse dal bagno e mi mostrasse il muco trasparente e filante: era la fine dei miei progetti per quella sera. Ciò mi rendeva nervoso e rancoroso verso di lei, colpevole, a mio avviso, di essere incapace e troppo ansiosa e rigida nell’applicazione dei metodi. Sono iniziati mesi duri, di tensione forte tra di noi, fino a che la nostra guida spirituale ci ha consigliato di usare il preservativo, per non compromettere il nostro rapporto. Finalmente liberi. Non avevo più l’assillo e la preoccupazione dell’incertezza e Luisa non aveva più il peso di dover scegliere tra rischiare una gravidanza o litigare con me. Quindi tutto bene? No, per nulla. Abbiamo vissuto la peggior aridità della nostra relazione. La nostra intimità, liberata e svuotata della sua fecondità non era più capace di unirci. Fecondità ed unità non sono scindibili ma dall’una dipende anche l’altra. Ce ne siamo resi conto e ce lo siamo detti, perché fortunatamente il dialogo tra noi non è mai mancato. Non era più un gesto che esprimeva la nostra profonda unione dei cuori ma sempre più spesso era usare Luisa per il mio piacere che dal gesto scaturiva. Come se con l’abbandono dei metodi naturali io avessi abbandonato anche l’apertura verso lei e mi fossi ripiegato su di me e sul mio appagamento. È frustrante poi per un uomo riprendersi il suo sacchettino e buttarlo via. Non c’è una vera accoglienza . Non ci si sente davvero in comunione ma c’è quel sottile strato di lattice che divide e la tua sposa non accoglie né te né il tuo seme. Può sembrare nulla, ma psicologicamente se un uomo ci pensa non è indifferente e poi forse ancora più dannoso il dopo: il momento dell’assimilazione del piacere in cui ci si abbandona nell’abbraccio con la propria sposa e si vive quell’Unione dei cuori oltre che della carne .

Unione mistica, per dirla con le parole dell’ Amoris Laetitia…

Questo momento è rovinato perché devi state sull’attenti. Forse queste differenze si notano solo quando non si è concentrati solo su di sé ma si cerca una comunione, un’incontro con la propria sposa, ma ti assicuro che tutto cambia. È molto più pieno e tutta la persona è appagata in profondità senza mezzi anticoncezionali, quando è vissuto in modo ecologico.

Decidemmo allora di tornare ai metodi naturali, ma questa volta con una convinzione e determinazione ben diversa, consapevoli che solo attraverso quel modo di vivere la nostra intimità avremmo potuto progredire anche nel nostro amore aprendoci sempre più all’altro/a. Quello che un tempo era motivo di insoddisfazione e frustrazione per me, cioè l’impossibilità di avere un rapporto con la mia sposa ogni momento che io lo desiderassi, divenne occasione per educarmi a una tenerezza non per forza condizionata ad avere un amplesso. Iniziai a parlare maggiormente il linguaggio d’amore degli sposi, fatto di dolcezza, ascolto, tenerezza e attenzione. Luisa si è sentita profondamente amata e accolta, e anche lei ha acquisito da questo mio nuovo atteggiamento forza e sicurezza nel comprendere i segni del suo corpo, rendendomi sempre partecipe della scelta finale. Tutto è diventato meraviglioso, abbiamo cercato ed avuto un altro bambino che ora ha otto anni, e nonostante il passare degli anni, il desiderio reciproco non è mai venuto meno, anzi è sempre fortissimo, sicuramente anche grazie alla scelta che abbiamo fatto. I metodi naturali ti obbligano a cambiare. Siamo abituati a credere che il rapporto fisico sia qualcosa di spontaneo, la naturale conseguenza del trasporto emotivo ed erotico dei nostri sentimenti: questa modalità può essere vera nei primi tempi del matrimonio dove non ci sono figli e gli impegni lasciano comunque tanto tempo alla coppia. Dopo non funziona più. I tanti impegni, i figli, la casa e il lavoro ti svuotano e quando finalmente si è soli, di solito ad ore assurde della notte, l’unico desiderio che avvertiamo non è verso l’altro/a  ma verso il cuscino. I metodi naturali non sono semplici metodi per avere o non avere figli, come possono essere gli anticoncezionali, ma ti conducono verso l’altro/a. Ti educano a sviluppare una serie di gesti affettuosi e teneri che non si concludono per forza con un rapporto fisico. Tutta la vita insieme può diventare una corte continua e quando finalmente il semaforo è verde non è mai un gesto che è vissuto in modo isolato,  ma come culmine di un dialogo amoroso che dura tutto il giorno e tutti i giorni. Ho profondamente odiato i metodi naturali, ma oggi devo ammettere che scegliere di usarli ha contribuito in modo importante alla felicità e alla riuscita del mio matrimonio.

Per voi, donne!

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In foto, Madonna della Carbonara, conservata nella cattedrale di Viterbo, protettrice dei giovani sposi e delle famiglie cristiane.

Gesù era l’unico rabbì ebreo che aveva al seguito donne e bambini. A questo non avevo mai prestato attenzione, nonostante la consapevolezza della grande importanza che Gesù dà alla figura femminile e ai fanciulli.

Perché Gesù permetteva alle donne di seguirlo? Innanzitutto perché il suo messaggio è universale e riguarda la persona nella sua totalità, a prescindere dal genere maschile e femminile o dall’età. Partendo dalla Genesi, vediamo che la donna per il Dio Creatore ha pari dignità rispetto all’uomo perché essa è carne della sua carne e osso delle sue ossa, ma ci è voluto Gesù per restituire questa dignità profonda alla donna, solo nel cristianesimo essa riacquista la giusta considerazione. Purtroppo il femminismo è stato una grande menzogna, che paradossalmente ha reso la donna schiava del dover essere a tutti i costi come l’uomo, snaturando se stessa. Io vedo donne felici quando generano vita tutti i giorni, portando calore e sorriso nella propria casa, mettendosi a servizio dei membri della famiglia.

Nella relazione uomo donna si realizza il disegno di salvezza dell’umanità perché gli sposi sono chiamati a generare la vita, ma non solo, sono chiamati ad essere immagine dell’amore trinitario. Dobbiamo considerare anche che la vita non si genera solo fisicamente ed ecco allora che consacrati e consacrate spesso collaborano per accogliere gli ultimi dando vita ad opere splendide, immagine anch’esse dell’amore trinitario.
Guardando al Nuovo Testamento ci sono diverse occasioni in cui sono protagoniste le donne, mi piace sottolineare il fatto che il messaggio della Resurrezione di Cristo viene affidata ad esse, la prima apparizione del Risorto avviene sotto gli occhi di Maria di Magdala, ma è soprattutto in Maria di Nazareth che si realizza in pieno la figura femminile, Ella si fa spazio, accoglienza, con il suo sì a Dio, genera, anche nella carne, il Salvatore. Tutte voi, care donne, siete chiamate ad accogliere e generare Cristo nel vostro cuore, avendo come modello e Madre Maria! Lo generate quando dite sì alla vostra vocazione, lo generate quando vi consumate per essa, lo generate quando vi spendete per la vostra famiglia o la vostra comunità. Auguro a tutte voi donne di trovare sempre conforto, ascolto e ristoro dalla fatica, nell’abbraccio del vostro sposo di carne e in quello dello Sposo che attende tutti nei Sacramenti.

P.s. Ovviamente anche noi maschi siamo chiamati a generare Cristo in noi per portarLo agli altri, nella nostra specificità di essere uomini, ma questo mio pensiero di oggi è rivolto alle donne, perché guardo a mia moglie che si sta spendendo tra lavoro, tirocinio e famiglia e vuole essere per lei e per tutte le donne, amiche, mogli, madri e consacrate un grazie e un incoraggiamento a tenere sempre lo sguardo fisso su Gesù.

Elogio dell’imperfezione.

Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre.. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

Il superfluo che dona senso al necessario.

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale. Visto anche le loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  In fondo vi lascio il riferimento del testo. Il libro mi ha attratto in particolare per Chagal e per quel suo modo onirico e mistico di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi voglio proporre un quadro famosissimo. Si tratta di Campo di Marte di Chagal. Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori che possono piacere o meno non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa in più e vedremo come a noi profani si possa aprire un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro. La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta è posta al centro al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. Loro sono dentro, ne fanno parte ma sono posti in alto rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, quella sofferenza o quel guaio ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Guardiamo ora la coppia in primo piano, è unita ed è diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come contornati da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Il bianco della donna è la purezza il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma sono capaci, nonostante questo di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste.

L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

Il superfluo, la preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Antonio e Luisa

I colori della carne di Maria Grazia Prandino e Umberto Bovani edito da Ancora

Myriam di Qaraqoush

Questa è un’intervista che risale a più di due anni fa. Siamo in Iraq e i cristiani del luogo, in questo caso della cittadina di Qaraqoush, sono dovuti fuggire, hanno dovuto abbandonare le loro terre dove erano presenti da millenni, perchè l’ISIS era ormai giunta alle porte della loro città, e rimanere avrebbe significato quasi sicuramente la scelta tra morte o conversione.  Perchè riporto ora questa intervista? Cosa può dire a noi occidentali una bambina?  Perchè in due giorni sono capitati due drammatici attentati, uno in Inghilterra e uno in Egitto. Tanti morti ma due modi completamente diversi di reagire. Da una parte incredulità e paura, dall’altra completo abbandono a Dio nonostante la sofferenza e il dolore. Questa bambina è eccezionale. Nonostante la situazione in cui si trova il suo viso esprime una pace e una speranza incredibili basate su solide certezze. Dalle sue parole e dal suo volto traspare una fiducia incrollabile in Dio,  che Dio c’è ed è lì con loro, anche se tutto ciò che le è successo porterebbe a pensare il contrario.

Io genitore mi sento profondamente interrogato e provocato da questa bambina. Io sono riuscito a trasmettere ai miei figli la stessa fede incrollabile? Ci sto almeno provando? Perchè non ci riesco? Sinceramente io mi pongo tutte queste domande. Purtroppo le risposte che mi do non sono confortanti. No, non sono capace di essere altrettanto educatore nei confronti dei miei figli, perchè io stesso non ho quella fede incrollabile. Non solo, il mondo, la nostra vita, mi porta a ritenere più urgenti e importanti altre cose: la scuola,sviluppare  i talenti sportivi, artistici e musicali, e  perchè la nostra società è altamente competitiva ed è normale avere il timore di non attrezzare a suffucienza i nostri ragazzi. Salvo poi, quando arrivano le prove, non per forza un attentato, ma anche una malattia, un lutto, una crisi economica, rendersi conto di non aver fornito loro l’unica cosa che in questi casi può dare forza, tenacia e speranza: la fede in Dio, uno sguardo che permette di andare oltre il momento specifico e di perdersi in un orizzonte di amore eterno. Questa è la differenza che noto tra i nostri giovani, che hanno tutto il superfluo ma non hanno il necessario, e i ragazzi dell’Iraq, della Siria, dell’Egitto e di tanti altri luoghi dove non hanno nulla di superfluo ma hanno Dio con loro. Questa è la differenza tra una fede tiepida e stanca come la nostra, che non costa nulla, e una fede messa alla prova fino all’estremo, che può arrivare a richiedere la vita e il martirio. Guardo Myriam con meraviglia e stupore, perchè è di una bellezza quasi sconosciuta nel nostro occidente, e chiedo a Dio di darmi la forza di poter trasmettere ai miei figli quella stesso modo di guardare alla vita e a Dio, almeno in piccola parte, perchè so di essere indegno e fragile, ma confido nel sacramento del matrimonio che mi ha consacrato a prendermi cura dei miei figli per portarli al vero Padre.

Antonio e Luisa

Se non avete mai ascoltato l’intervista non potete perderla.

Ish e Ishàh sono diversi.

Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

Questo è un passo conosciutissimo della Genesi. L’uomo finalmente trova nella donna una compagna che può sanare, almeno in parte, quella solitudine ancestrale che si porta dentro. Nient’altro nella creazione può farlo. Analizzando il testo e cercando di rifletterci sopra mi ha subito interessato un passaggio: la condusse all’uomo.

La relazione uomo e donna è un mistero che coinvolge direttamente Dio. Non è l’uomo a prendere l’iniziativa e neanche la donna ma è Dio stesso che conoscendo il cuore umano con le sue inclinazioni, i suoi vuoti, i suoi desideri conduce l’uno verso l’altra perchè nella relazione sponsale possano riempire quel vuoto di relazione e di amore e fare esperienza di Dio stesso che è origine e meta di ogni uomo.

In un altro passaggio c’è una dinamica che ci può insegnare tanto: La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Letto così non ha molto senso, perchè si deve chiamare donna se deriva dall’uomo? In realtà il dilemma è presto risolto. Nell’originale l’uomo è chiamato אִשׁ, ish e la donna invece אִשָּׁה, ishàh. L’uomo non vede la differenza ma vede nella donna un altro sè.  Infatti dice anche: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

In questa esclamazione dell’uomo si manifesta un grande pericolo che riguarda tutti noi. L’uomo non menziona Dio ma si focalizza solo sulla donna. L’attrazione verso di lei e il desiderio che inebria la sua mente e il suo cuore lo rendono incapace di comprendere l’importanza che sia stato Dio a condurla a lui. Pensa di conoscere già tutto e di non aver bisogno di imparare nulla. La donna è un altro sè e lui sa già cosa lei pensa, cosa lei vuole, cosa lei percepisce e come lo percepisce. Non vede in lei un’alterità ma un completamento di sè commettendo così un grande errore, solo riconoscendo la diversità dell’altra si può generare una vera unione, un’alleanza di vita e di amore.

Il rischio grande che ci portiamo dentro è proprio questo, riflettere e trasporre i nostri desideri, il nostro modo di pensare e di agire, le nostre necessita ed attitudini e i nostri interessi e sensibilità sull’altro. Così facendo non lo stiamo rispettando, non lo stiamo incontrando, non lo stiamo accogliendo, ma lo stiamo fagocitando, lo stiamo possedendo.

La soluzione ci viene data dal proseguo. Il narratore, quasi a voler mettere freno all’uomo, prosegue: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 

La spiegazione a questo passaggio la traggo da un libro di Curtaz:

Perciò: non ha alcun senso dal punto di vista grammaticale e logico! Trova senso solo se vuole porre rimedio a quanto scritto sopra.

l’uomo lascerà suo padre e sua madre: per incontrare l’altro si deve essere capaci di abbandonare la propria famiglia, intesa come avere il coraggio di abbandonare la propria idea di famiglia, la proiezione di rapporto uomo/donna ideale. Si deve ammettere di non conoscere l’altro, bisogna sapersi mettere in ascolto e rispettare il mistero racchiuso nell’altro.

e si unirà: verbo che indica l’alleanza, la ricerca, l’alterità e la diversità. Non ha capito tutto dell’altro e deve andare oltre, sempre oltre. L’incontro non è che l’inizio di un percorso che non finirà ma si perfezionerà giorno dopo giorno in una conoscenza sempre più profonda ma mai esauriente ed esaustiva.

e saranno una stessa carne: La carne nella Bibbia indica la parte fragile, riconosceranno quindi la loro fragilità , il proprio limite, ammettendo di non sapere, si apriranno alla disponibilità di generare nuova vita, sia affettivamente (nella relazione) sia geneticamente (un figlio).

L’uomo è portato a prendere possesso della propria sposa (e viceversa), solo se la si saprà accogliere come dono di Dio si potrà aprire la relazione alla meraviglia e al mistero di una alterità che ci completa in una relazione piena e appagante.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

 

Il salto della fede.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore.

Non siete capaci di portarne il peso. Il peso, già il peso del matrimonio. Ricordo ancora come fosse ieri quell’ultima notte prima del mio matrimonio. Un vortice di sentimenti e di pensieri che mi riempivano il cuore e il cervello. Sapevo che era la cosa giusta, amavo la mia, ormai prossima, sposa ma sentivo un peso enorme. Stavo per dire un sì che mi avrebbe impegnato anima, spirito, corpo, tempo, impegno, sudore. Stavo consegnando la mia vita a un’altra persona. Era un salto nel buio. Qualcosa di non comprensibile. Avevo  la paura che comporta una scelta senza ritorno. Nulla sarebbe stato più come prima.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Lui è arrivato, eccome se è arrivato, come un vento che ha spazzato i miei dubbi e un fuoco che ha incendiato il mio cuore. Non riuscivo a vedere lontano e, come in una mattina di nebbia così comune dalle mie parti, procedevo con cautela, sempre con la paura di sbattere il muso o di cadere in un fosso. Pian piano la nebbia si è diradata e il sole ha illuminato tutto, la paura è passata,  finalmente riuscivo a vedere lontano.

Il sole mi scaldava la pelle e il cuore e la luce illuminava i colori della mia esistenza. Lo Spirito mi aveva mostrato la bellezza del matrimonio non con visioni miracolistiche, ma  semplicemente facendomela sperimentare giorno dopo giorno, nella mia vita ordinaria fatta di normalità, ma per questo non abitata da un amore meno intenso e autentico. Solo quando ho provato a darmi senza riserve alla mia sposa accogliendo la pienezza e la felicità che mi è tornata indietro, ho capito. Non c’è davvero nulla di più bello e appagante che donare tutto di me per la mia sposa. Certo, mi sono dovuto fidare, fare il salto nel buio, dire il mio sì, e l’ho fatto. Ne ho ricevuto in cambio la chiave per comprendere il senso della vita ed entrare nel mistero di Dio, nella logica d’amore di Dio.  Se non avessi avuto il coraggio di buttarmi in questa avventura avrei vissuto una vita a metà, non sarei riuscito a riempire il cuore e la vita, sarei invecchiato nella continua ricerca di qualcosa che non avrei mai trovato, perchè avrei continuato a camminare nella nebbia non riuscendo a vedere nulla oltre me, oltre le mie esigenze, oltre il mio egoismo. C’è un film che esprime benissimo questo concetto. vi lascio il video sotto. Fare il salto per raggiungere il Santo Graal, cioè la capacità di poter aprire il nostro cuore e renderlo luogo dove custodire Cristo.

Antonio e Luisa

 

Pensieri e gesti

Non vorrei risultare scontato e banale, ma in questi giorni mi sono trovato a riflettere su quanto tempo passiamo “fuori” casa, su quanto ci spendiamo nel mondo, poi una volta rientrati mettiamo i motori al minimo e perdiamo di vista le relazioni più importanti, che lasciamo avanzare quasi per inerzia, cioè quelle col coniuge e con i figli.

Ci si saluta in fretta prima di uscire la mattina, per poi rivedersi la sera, con i figli che ti assalgono e devi prenotare il turno per parlare con tua moglie, specialmente i miei pargoli che in questo periodo la vedono poco, ci si attaccano con voracità e tu tenti invano di preservarla. Poi una volta messi a letto i bimbi, si crolla entrambi o ci si assenta difronte ad un libro o ad uno smartphone.

Con i figli, all’improvviso ci troviamo davanti adolescenti che ci sfidano (non è ancora il mio caso, ma sento tanti racconti), i quali stentiamo a riconoscere.

Credo che il danno più grande lo abbia fatto la rivoluzione femminista, lo dico senza remore, perché ha portato fuori di casa la moglie e la madre, che deve dividersi tra lavoro, casa e figli senza avere il modo di spendersi a fondo per la famiglia, con gioia. Indubbiamente c’è anche chi trova un discreto equilibrio e riesce a destreggiarsi tra gli allenamenti e la cena, ma comunque questa società iper produttiva riesce a far sentire in colpa chi fatica a trovare un equilibrio tra famiglia, casa e lavoro. Personalmente stento a credere che la maggior parte delle donne non abbia il desiderio di occuparsi in pieno dei figli e della casa, questo posso affermarlo per esperienza diretta, molte mie colleghe manifestano spesso questa esigenza. Io sostengo che quello che fa la donna in casa ha un valore inestimabile, non parlo solo di faccende domestiche, ma della serenità e della vita che può generare ogni giorno quando è messa nelle condizioni ottimali per farlo.

Quale può essere la chiave per far fronte a questa routine veloce che sembra trascinarci via? Innanzitutto penso che si possa tirare un bel sospiro la domenica a Messa, perché rinnoviamo la nostra fiducia in Colui che guida la nostra vita. Dal nostro canto possiamo sforzarci a fare dei “piccoli passi possibili”, come diceva Chiara Corbella. Per me questi piccoli passi sono dei piccoli gesti che fanno sentire il coniuge amato, piccoli segni che corrispondano al suo linguaggio, per essere tramite dell’amore di Dio. Credo sia fondamentale anche ritagliarsi degli spazi da vivere come coppia, una mia amica, dopo aver passato una sera a cena con il proprio marito dopo tanto tempo, mi ha detto: “ho ritrovato mio marito, abbiamo riso e passato una bella serata”. Anche una semplice cena può aiutare a ri-guardare l’altro, a guardarlo di nuovo con quegli occhi che desiderano vedere il bello, per poter ripartire nella vita di tutti i giorni, senza dare per scontato chi ci sta vicino.

Un abito ricco di valore.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te. Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

La speranza nutre la fede e la carità

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

muro

Lettera di Dio allo sposo

Ho deciso di pubblicare una lettera che da un po’ di tempo circola sul web. Non so chi sia l’autore, a lui va però il mio ringraziamento. La conoscerete già tutti, ma mi piace ricordarla perché esprime benissimo la verità del matrimonio.

La creatura che hai al tuo fianco, emozionata, è mia.

Io l’ho creata.
Io le ho voluto bene da sempre,

ancor prima di te e ancor più di te.
Per lei non ho esitato a dare la mia vita.
Ho dei grandi progetti per lei. Te la affido.
La prendi dalle mie mani e ne diventi responsabile.

Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato.

Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza;
è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore;

è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità e la sua intelligenza
e tutte le qualità belle che hai trovato in lei.
Devi impegnarti a rispondere ai suoi bisogni, ai suoi desideri.
Ha bisogno di serenità e di gioia, di affetto e di tenerezza,
di piacere e di divertimento, di accoglienza e di dialogo,
di rapporti umani, di soddisfazione nel lavoro e di tante altre cose.

Ma ricorda che ha bisogno soprattutto di Me

e di tutto ciò che aiuta e favorisce questo incontro con Me:
la pace del cuore, la purezza dello spirito, la preghiera, la parola,

il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia Vita.
Sono Io e non tu il principio e il fine di tutta la sua vita.
Facciamo un patto tra noi: la ameremo insieme.
Io la amo da sempre.

Sono Io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.

Volevo affidarla a qualcuno che se ne prendesse cura, ma volevo anche
che lei arricchisse con la sua bellezza e la sue qualità la tua vita.

Per questo ho fatto nascere nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti “Eccola, te la affido”.
E quando tu le hai detto:
“Prometto di esserti fedele, di amarti e di rispettarti per tutta la vita”,
è stato come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita
e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla.

Dobbiamo però metterci d’accordo.

Non è possibile che tu la ami in un modo e io in un altro.
Devi avere per lei un amore simile al mio,

devi desiderare per lei le stesse cose che io desidero.
Non puoi immaginare nulla di più bello e gioioso per lei.
Ti farò capire poco alla volta quale sia il modo di amare,
e ti svelerò quale vita ho sognato e voluto per questa creatura.
Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto.
Pensavi che questa creatura fosse tutta e solo tua,
e ora invece hai l’impressione che Io ti chieda di spartirla con me.
Non è così.
Al contrario, Io sono colui che ti aiuta ad amarla appassionatamente.
Per questo desidero che nel tuo piccolo amore ci sia il mio grande amore.

E’ questo il mio dono di nozze: un supplemento di amore

che trasforma il tuo amore di creatura
e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella persona che ami.

Sono parole per te misteriose, ma le capirai un poco alla volta.
Ti assicuro che non ti lascerò mai solo in questa impresa.
Io sarò sempre con te
e farò di te lo strumento del Mio amore, della mia tenerezza.
Continuerò ad amare la mia creatura attraverso i tuoi gesti
d’amore, di attenzione, di impegno, di perdono, di dedizione.
Se vi amerete in questo modo, la vostra coppia diventerà come una
fortezza che le tempeste della vita non riusciranno mai ad abbattere.
Un amore costruito sulla Mia Parola è come una casa
costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla.

Ricordatelo, perché molti si illudono di poter fare a meno di me,

ma se Io non sono con voi nell’edificare la casa della vostra vita
e del vostro amore, vi affaticherete invano.

Se vi amerete in questo modo diverrete forza anche per gli altri.
Oggi si crede poco nell’amore vero, quello che dura per sempre,
e che offre la propria vita all’amato.
Si cercano più emozioni amorose che l’Amore.
Se voi saprete amarvi come Io vi amo,
con una fedeltà che non viene mai meno,
sarete una speranza per tutti,
perché vedranno che l’amore è una cosa possibile!

Il matrimonio è esattamente questo. Consiste nel non dimenticare mai la meraviglia e la bellezza dell’essere dono di Dio l’uno per l’altra. E ancor di più, il matrimonio mi responsabilizza e mi riempie di gratitudine perché Dio mi ha scelto per essere mediatore del Suo amore, mi rende capace di amare come Lui per manifestarsi alla mia sposa attraverso di me con tutta la sua tenerezza, le sue attenzioni, la sua misericordia e il suo amore gratuito e incondizionato. Attraverso il mio amore, la mia sposa deve sentirsi amata in modo unico e personale. Io sposo devo concretizzare nella mia vita e nel dono alla mia sposa il Vangelo. La mia sposa deve poter fare esperienza di Dio e della Sua Parola nella sua storia e nella sua carne attraverso di me che sono mediatore tra lei e Dio; lo sono senza nessun merito particolare, ma perchè consacrato da Dio per questo. Consacrato, reso sacro, reso di Dio, e quindi anche  reso capace da Dio. Certo è facile, ed è capitato anche a me, sentirsi come Davide contro Golia, contro tutti i miei peccati e le mie fragilità, che mi sono sembrate, in alcuni momenti, cime insormontabili. Poi però, ricordo di non essere solo, ma di essere il prescelto di Dio per amare quella creatura. Certo continuerò a sbagliare, ma non ne faccio un dramma, e neanche la mia sposa lo fa. Chiedo scusa a lei e a Dio e ricomincio, perchè amare come Dio è la sola cosa che può renderci felici e realizzati, già da questa terra.

Antonio e Luisa

La carità nel matrimonio

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

La virtù della fede tra gli sposi

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Due vocazioni che si completano.

La vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico e tenero da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

Elogio della differenza

Spesso molte cose accadono senza che tu ne comprendi la differenza, quella che cambia il significato delle cose, quella differenza secondo cui quello che un domani sarà è completamente distinto da ciò che ora è. La capacità di capirne la differenza è una consapevolezza sacra!
Succede infatti di vivere degli eventi importantissimi della propria vita come se fossero la stessa medesima cosa, come se addirittura i termini di significato così diversi diventassero improvvisamente sinonimi. Tutto origina da questa omonimia menzognera delle parole e degli accadimenti.
Il fidanzamento può essere sinonimo di matrimonio?
Il seminarista è lo stesso di un sacerdote ordinato?
Può guidare una macchina chi non ha la patente?
Il digiuno è la stessa cosa di un giorno in cui mangi?
La convivenza è uguale al Matrimonio Sacramento?
L’anello fedina è l’anello fede?
La sessualità di due coniugi che si uniscono perché ricreano quell’essere divino che…..”maschio femmina LO creò”, quindi diventano una sola carne nel nome di Gesù Cristo è la stessa medesima cosa di una sessualità vissuta da maschio e femmina  che ancora non sono un progetto e che non unendosi nel nome di Gesù si uniscono nel nome di qualcun altro?
Io e Giorgio, fidanzati per sette anni senza comprendere la differenza delle cose!
Stavamo benissimo insieme, condividevamo tutto, compresa naturalmente l’intimità, ci mancherebbe altro, due fidanzati che si amano, che fanno viaggi insieme, che ritengono a giusta ragione che la cosa importante è essere felici, fare le cose che piacciono…..insomma vivevamo da sposati senza ancora esserlo, usurpavamo il diritto di una parola, matrimonio, inserendola dentro al termine fidanzamento. Compivamo  con il corpo gesti che non ci appartenevano…..La grande menzogna!!!!Magari qualcuno ce l’avesse annunciato, dunque eravamo davvero nella tenebra…..e il peccato come  ci sguazza volentieri!!!
È come se un sacerdote non ancora ordinato  tale si adoperasse con fervore a celebrare messa, a confessare, a fare insomma il prete…..sarebbe un bugiardo: esattamente come chi vive il fidanzamento come un matrimonio……è un bugiardo!
Avevamo preparato in questo modo il terreno per il futuro matrimonio e, quando decidemmo di sposarci, giungemmo con tale “coltivazione” a condividere le due diversissime umanità.
Arrivo poi un tempo in cui  non ci sentimmo gratificati e insoddisfatti così, nel bisogno egoistico della felicità, cominciammo interiormente a navigare il mare della divisione. Quel naturale passaggio dall’innamoramento all’amore non lo facemmo perché ancora incapaci di comprendere il valore della differenza.
L’innamoramento , nell’uomo e nella donna , è una pulsione che provoca una varietà di sentimenti e di comportamenti caratterizzati dal forte coinvolgimento emotivo verso un’altra persona , che, a seconda dei casi, è associata a un’intensa attrazione sessuale.
Tra le numerose decisioni , dimentichiamo la più importante, quella che dovrebbe avere la priorità….L’amore…..AMARE È UNA DECISIONE!!
In realtà c’è differenza…..
Il FIDANZATO è un promesso in matrimonio. Ė la promessa di fiducia fatta dall’uno all’altra per un futuro impegno di un GIÁ e non ancora per sempre. Da qui la FEDINA.
Il MARITO  è un uomo sposato in relazione a sua moglie ed è un impegno presente di alleanza per sempre. Da qui la FEDE. Ancora non stiamo parlando di sacramento.
Il MATRIMONIO è il MATER MUNUS, cioè il compito della donna madre di custodire ed accogliere essendo il fondamento (la sottomissione di San Paolo) della vocazione.
Il PATRIMONIO è il PATER MUNUS, cioè il compito dell’ uomo padre di guidare, procacciare sostentamento, essere il navigatore satellitare della vocazione.
Il CONIUGE, da CUM IUGUM è colui che cammina col giogo che, visto dall’alto ha la forma di croce ed è il cammino della coppia dove l’uno necessariamente aspetta i passi dell’altro perché il giogo non ti permetterebbe di camminare con ambiguità chilometriche e ciascuno conosce perfettamente chi c’è al centro dei due.
Il COMPAGNO, da CUM PANIS è colui con cui divido il pane, sperimento la convivialitá ed è un impegno libero, semplice condivisione
La CONVIVENZA è vivere con. È un patto a volte solo verbale e di fatto altre volte sancito dinanzi al primo cittadino. Può essere anche una bellissima famiglia, può anche durare tantissimo ma non rappresenta la grande novità!!
Il MATRIMONIO SACRAMENTO è la grande novità…..quella che ci permette e ci regala il dono più ambito e sconosciuto: LO STUPORE!!
La grande differenza è che il Matrimonio Sacramento è CHIESA DOMESTICA…..che meraviglia!!! Due esseri poveri e fragili come gli umani possono compiere GESTI LITURGICI:
Si uniscono sessualmente nel nome di Gesù Cristo ed è l’unica forma di non privatizzazione della sessualità perché tutta la comunità conosce che quella coppia diventerà UNA SOLA CARNE  e deve essere così perché questo è molto piaciuto al Creatore e, se LUI vorrà, nasceranno futuri cittadini per il mondo. Qui si celebra il sacramento del matrimonio perché la prima cosa che la coppia deve generare è il NOI.
Possono benedirsi i coniugi  di buon mattino e in ogni momento della giornata perché, già con il battesimo sono Re, Sacerdoti e Profeti ma in più, gli sposi, sono CONSACRATI e possono impartire benedizioni per loro e per i propri figli.
Loro sicuramente pregano prima dei pasti e ricevono l’eucaristia l’uno per l’altro per ricolmare di grazia ogni necessità della famiglia.
LA GRANDE DIFFERENZA……ESSERE CHIESA DOMESTICA….CHE SPETTACOLO e che libertà interiore!!!
Così io e Giorgio, navigando il mare della divisione facemmo  prevalere, addirittura per  11 anni di infelicità, il grande nemico, il tentatore che ci fece credere, come alla coppia modello ISH E ISSHÁ,  a cui il mondo continua ad ispirarsi, che la menzogna avrebbe avuto la meglio ai fini della nostra felicità e noi ci siamo caduti. Del resto eravamo partiti male perché l’area fabbricabile ( il fidanzamento) per costruire la casa sulla roccia (il matrimonio con Gesu) non aveva nè il tetto (lo Spirito Santo) nè tanto meno le fondamenta del NOI cementato della coppia. Anche quando ci sposammo in chiesa, dopo 3 anni di matrimonio civile, non avevamo ancora capito la differenza, doveva passare ancora del tempo.
Così peccato su peccato, accusa sui difetti e dito puntato è  poi finalmente arrivato il nostro grande riscatto contro il nemico ma questo bisogna deciderlo con tutte le forze!!! Abbiamo riconosciuto quel GESÙ che si era inchinato dinnanzi al nostro si. Avevamo dimenticato DIO ma lui mai si dimentica di noi!!!
In forza del battesimo tu, essere umano meraviglioso, hai la certezza che ovunque ti troverai e in qualunque condizione sarai DIO verrá sempre a cercarti, Lui ascolterà il grido sordo del tuo cuore ed infatti…….il Signore ha risorto il nostro noi!!
Eccoli gli occhi nuovi per comprendere il VALORE DELLA DIFFERENZA!!!
Noi, che ci saremmo separati, siamo oggi sposati da 25 anni, abbiamo 4 figli, siamo madre e padre spirituale di moltissime coppie giovani, di coppie “anziane” in serissime difficoltà, siamo padrini  di battesimo di 30 bambini, distribuiamo cerotti per le ferite della vita, siamo al fianco e accompagniamo la cura della RELAZIONE . Insomma siamo in pieno a servizio della famiglia contagiosi al massimo e dispensatori di gioia, di  quella  speranza che è certezza, contro ogni scoraggiamento e tristezza.
Tutto questo può accadere solo se costantemente fai memoria della tua resurrezione. Si è innanzitutto poveri per arricchirsi. Ecco l’altra grande differenza!!!
Scoprire la POVERTÀ per ARRICCHIRE. Tutto parte da me. Sono io che rendo ricco e felice l’altro.
Scoprire la DIFFERENZA fa nascere il senso della CHIAMATA.
Cosa è mio marito per me?
È la mia parte maschile!
Cosa sono io moglie per lui?
La sua parte femminile.
È il dono che mi è stato consegnato con tutta la sua storia: se non amo la sua storia e non ci entro con tutta me stessa non potrò mai decidere di AMARE.
Se non generiamo il Noi della coppia non saremo generatori di figli nel vero senso della parola.
Io non voglio  te secondo i miei gusti meschini ma amandoti nella tua storia ti vedrò sempre speciale perché è il mio sguardo che cambia davanti alla tua  povertà…..e mi diventi ricco, ricchissimo!
Mio  marito era un taciturno? Un distratto? Una persona poco affettiva?
Cosa ho fatto io per arricchirlo?
Credo qualcosa abbia fatto, per essere oggi la miglior coppia….
Sedici anni or sono, al tempo della nostra rinascita, annunciavamo che un grande nemico avrebbe contrastato questa preziosissima cellula che è la famiglia…..allora in pochi ci si credeva (noi eravamo reazionari perché la mentalità del “che c’è di male” contagiava anche molti cattolici)ma noi abbiamo iniziato subito la nostra buona battaglia a cui oggi invece molti hanno dovuto aderire, a giudicare dallo smascheramento che il nemico sta operando!
Noi però lavoriamo sulla carne, sulle ferite delle singole famiglie…..e la nostra casa ne accoglie tanti, davvero un piccolo ospedale da campo. L’abbiamo chiamata OASI NEL DESERTO NEVÈ MIDBAR.
Si rinasce???
Solo se si desidera comprendere la DIFFERENZA!
Solo io posso arricchire il povero che ho davanti.
Maschio e femmina lo creò, tu sei prezioso ai miei occhi, io ti amo.
Ecco dove sta la grande differenza!!!!!
Per scrivere a Cristina: cristinarighi1@virgilio.it

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

Consacrati per costruire ponti.

Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Su una cosa punta in particolare, essendo in questo profeta; insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani. Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello. Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di Papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Concetto ripreso e fatto proprio dal Concilio vaticano II nella “Lumen gentium” . Ripreso poi anche dai due grandi documenti dedicati alla famiglia: Familiaris Consortio e Amoris Laetitia. Giovanni Paolo II afferma nel primo:

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino («Summa Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica»

Concetto molto simile a quello espresso poi da papa Francesco al punto 88 di Amoris Laetitia:

L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Vi lascio con le parole che San Giovanni Paolo II ha donato alle famiglie neocatecumenali (grande esempio)  in partenza per le missioni nel 1988. Non sono neocatecumenale e nel 1988 avevo 14 anni, ma quelle parole sono attualissime e valgono per tutte le famiglie cristiane:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Ho voluto concludere con questo bellissimo incoraggiamento di San Giovanni Paolo perchè diventi un nostro impegno costante, in ogni situazione e momento della vita per poterci realizzare nella nostra chiamata e risposta all’amore e per poter essere luce in un mondo sempre più nell’ombra e nel caos.

Antonio e Luisa

Riconsegnarli al Padre

Domenica scorsa ho vissuto la cresima di mio figlio Tommaso e domani vivrò la comunione di mio figlio Francesco. Mi rendo conto del significato di questi due sacramenti? Mi rendo conto della Grazia che entrerà nel cuore dei miei ragazzi? E’ importante fermarsi e pensare ogni tanto all’importanza di tutto questo. Pensare a quanto io sia capace di riconoscere la presenza di Dio nella mia famiglia, e quanto invece, senta il carico e il peso di tutto sulle mie spalle. Questi momenti sono speciali anche per noi genitori. E’ un momento in cui riconsegnamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine non siamo noi, la loro felicità non dipende da quanto sapremo dargli , dalla formazione scolastica, dalla cultura sportiva e tutte le belle cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli. Tutte cose bellissime e importanti ma che acquistano il loro reale valore  quando lette alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro l’amore di Dio e favorire la loro crescita in una fede consapevole potremo dire di essere riusciti a dare loro gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutini perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. La comunione e la cresima dei nostri figli sono momenti bellissimi in cui riconoscendo che non siamo noi l’origine (pur non facendo mancare il nostro impegno), li affidiamo a Lui che tutto può e tutto sa.  Possiamo così mettere ai piedi della croce tutte le insicurezze, le paure, il peso di un futuro che ci appare incerto e difficile. Possiamo mettere anche tutte le nostre inadeguatezze, fragilità ed errori che commettiamo nei confronti dei nostri ragazzi. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda a un orizzonte eterno e a un amore infinito.

Antonio e Luisa

Perchè il Gaver?

Oggi voglio condividere una piccola testimonianza che le sorelle della Tenda di Dio ci hanno chiesto per i corsi che organizzano presso il Villaggio Paolo VI al Gaver, località montana collocata a 1500 metri di altezza tra le provincie di Bergamo e Brescia.  Post originale su www.evangelizzazione.org

Vi allego in fondo il link per scaricare le locandine e per trovare tutte le informazioni necessarie ad iscriversi.

Perché il Gaver? Perché passare una settimana intera di meritato riposo dopo un anno di lavoro in montagna per un ritiro di famiglie dove ci fanno lavorare ancora, mettendoci in discussione?

Per chi non c’è mai stato trovare le motivazioni non è semplice. Proveremo a raccontare in breve perché noi andiamo e non pensiamo che sia tempo sprecato.

Siamo Antonio e Luisa sposati da 15 anni, abitiamo a Bergamo e Dio ci ha donato 4 meravigliosi ragazzi. Abbiamo una vita piena e felice. Come tutte le famiglie, in particolare quelle numerose, la nostra ordinarietà è caratterizzata da corse frenetiche e stress quotidiano per riuscire a fare tutto. Tutto questo rischia, però, di farci perdere di vista l’essenza del nostro amore che non è semplicemente fare, fare e fare, ma essere dono per l’altro/a attraverso quel fare. Altrimenti tutto rischia di essere troppo pesante e ciò che doveva liberarci, l’amore sponsale, ci imprigiona. Come fare? Naturalmente cerchiamo di nutrire la nostra relazione d’amore con un’attenzione tenera dell’uno verso l’altra, ma non basta. Una volta all’anno abbiamo bisogno di fermarci e salire sul nostro monte Tabor per contemplare Gesù trasfigurato presente nella nostra unione matrimoniale.

Il Gaver è un luogo benedetto. Lì riusciamo, attraverso delle persone straordinarie, a metterci in ascolto, uno di fronte all’altra e, attraverso la riflessione guidata e il silenzio, riusciamo a vedere di nuovo, con chiarezza, ciò che si era un poco perso, cioè che la nostra vita insieme è qualcosa di meraviglioso, che l’amore vicendevole e verso Gesù riempie il cuore e che attraverso la nostra vita frenetica passano fiumi di Grazia. Una settimana di Grazia in cui riflettiamo sul nostro amore e sul nostro matrimonio, che è molto più di quello che io e Luisa, nella nostra povertà, avremmo costruito da soli. L’architetto è soltanto Lui, Gesù. Come nella trasfigurazione, al Gaver facciamo esperienza di Gesù che si mostra con Elia e Mosè. Elia, la profezia, e Mosè, la legge. Perché non potremmo mai comprendere la grandezza di Gesù e la sua bellezza divina presente nella nostra relazione, senza la forza della profezia delle famiglie che vivono il loro sacramento come reale presenza di Cristo nel mondo, e senza la legge, che ci indica la strada per non perderci e restare sempre uniti a Gesù, che è nostra forza e nostra sorgente di vita e di amore.

Antonio e Luisa

Depliant

Informazioni 

Resta con noi Signore perché si fa sera

Seconda parte. Per la prima parte clicca qui

“Resta con noi Signore” e noi l’abbiamo riconosciuto nello spezzare il pane

Resta con noi, ormai si fa sera e il giorno volge al declino…

Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (21).

Ecco la delusione! La speranza era così tanto legata ad una propria visuale che l’assenza o il silenzio di un Dio, che non attende ai desideri proiettati, fa sorgere una ovvia reazione di scoraggiamento.

I due discepoli sposi sono in un momento difficile, critico e stanno addirittura discutendo dell’ipotesi di separarsi. Non riescono più a sostenersi, sono diventati un peso l’uno per l’altra. Sono infastiditi di tutto, non c’e più molto da dirsi o da fare.

«Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo» (22-23).

Lui è Vivo. Gesù c’è. Sta camminando accanto a loro, ma essi non l’hanno riconosciuto.

Quanta strada ha già fatto con loro

Quante parole, sguardi e suggerimenti ha cercato di dare loro.

«Stolti e tardi di cuore nel credere alla Parola dei profeti» (25).

Ma quando con fervore “il forestiero” insistette per raccontare ciò che sta scritto, i due sposi non potevano più distaccarsi da Lui: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (29).

resta con noi Signore ormai si fa sera

Signore ti prego non ci lasciare, non ci abbandonare. Siamo finiti senza di te. Siamo sordi e muti alla verità che ci illumina e andiamo verso la notte, piena di pericoli e di insidie.

Signore, eravamo ad un passo dal baratro se non ci avessi affiancato, se non ci avessi tu parlato per primo e non avessi continuato a passeggiare nella nostra diffidenza.

Signore resta con noi. Ora sì che i nostri occhi sono aperti, dopo tutto questo tempo di lontananza da te.

Sì, Signore, ora siamo di nuovo a cena con te

Erano anni che non celebravamo l’Eucaristia, che non ti aprivamo il cuore nella riconciliazione.

Ora Signore vogliamo farlo perché solo Tu ci fai ardere forte il cuore nel petto (32).

Eccoci di nuovo missionari, riaperti al significato del nostro essere sposi, chiamati, vocati al matrimonio.

Torniamo di corsa a Gerusalemme, a casa nostra, a dire ai nostri figli che non l’abbiamo data vinta al nemico.

Noi non ci separeremo perché il Signore è con noi. Non ci ha lasciato soli nella notte. L’abbiamo riconosciuto.

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (34).

Simone sei tu, coppia discepola e sposa.

Fermati a cena e resta con Lui.

(fine)

Cristina

articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

“Non tramonti il sole sopra la vostra ira”

Alcune volte mi è capitato di addormentarmi arrabbiato, soprattutto per delle banalità, nei confronti di mia moglie. Credetemi, ne ho sempre pagato il prezzo. Innanzitutto la fatica a prendere sonno, poi il sonno stesso agitato, con sogni in cui la fanno da padrone rabbia e risentimento. Il risultato è un risveglio ben più amaro e se la giornata non svolta, cioè se non affido quella giornata a Cristo, rischio di essere scontroso con chi mi capita a tiro senza alcun motivo e alla fine accumulo soltanto amarezza per aver sprecato una giornata. Tutto questo per una sciocchezza la sera prima. Credo che l’invito che San Paolo fa agli Efesini al capitolo 4, versetto 26, sia importante non solo per evitare di passare giornate brutte, ma ancor di più per impedire che nel nostro cuore si accumuli risentimento che poi diventa sempre più grande fino ad esplodere in un momento inopportuno, portandoci a dire cose che magari non vorremmo.

Anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di fare pace, lo ha fatto nel messaggio ai fidanzati che si preparavano al matrimonio, in Piazza San Pietro il 14 febbraio 2014, e lo fa in modo molto “paterno”, ricordandoci che noi per primi siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono di Gesù:

Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra famiglia. E’ abituale litigare tra gli sposi, ma sempre c’è qualcosa, avevamo litigato… Forse vi siete arrabbiati, forse è volato un piatto, ma per favore ricordate questo: mai finire la giornata senza fare la pace! Mai, mai, mai! Questo è un segreto, un segreto per conservare l’amore e per fare la pace. Non è necessario fare un bel discorso… Talvolta un gesto così e… è fatta la pace. Mai finire… perché se tu finisci la giornata senza fare la pace, quello che hai dentro, il giorno dopo è freddo e duro ed è più difficile fare la pace. Ricordate bene: mai finire la giornata senza fare la pace! Se impariamo a chiederci scusa e a perdonarci a vicenda, il matrimonio durerà, andrà avanti.

Mi piace sottolineare ciò che dice del giorno dopo: “quello che hai dentro è freddo e duro ed è più difficile fare la pace”. Questa frase rispecchia ciò che provo quando mi capita di lasciare che la rabbia prenda il sopravvento, almeno io tendo a lasciar correre per evitare lo scontro, proprio perché non mi piace litigare, anzi inizialmente, nel fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, avevo paura del litigio, perché temevo che mi allontanasse da mia moglie, ma dentro stavo male e accumulavo, accumulavo finché non arrivavo a sbottare in momenti e con i modi sbagliati. Col tempo ho capito l’importanza di dire le cose all’altro, di fargli/le presente ciò che ci ferisce, perché l’altro non è nel nostro cuore e nella nostra testa e ha bisogno di tempo per imparare il nostro linguaggio e la nostra sensibilità, ha bisogno di capire dove può aver sbagliato, come inconsapevolmente ci ha ferito. Infatti l’esortazione si conclude invitandoci ad essere: “…benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.” (v. 32), dico quindi a me stesso per primo: ascolta la Parola, Marco!

I due sposi di Emmaus in cammino

In cammino, ma sordi al grido dell’altro

«Ed ecco, in quello stesso giorno, due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto (13-14)».

Di che cosa stavano realmente parlando i due discepoli sposi in cammino?

Erano forse delusi da qualche cosa che riguardava la loro vita?

È come se i due fossero scoraggiati, non pienamente felici e incapaci di sostenersi a vicenda.

Così, cammin facendo e parlando, «Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?» (15-17).

Immaginiamo cosa accadesse se, con il proprio coniuge camminassimo per strada, discutendo animatamente o chiacchierando e si avvicinasse un “estraneo” ad impicciarsi dei fatti nostri.

Non credo che ci fermeremmo col volto triste, come continua Luca nel racconto, mettendoci a parlare come niente fosse con il forestiero.

in cammino con Gesù risorto

Immagino che cercheremmo di allontanarlo senza rivolgere troppa attenzione o forse penseremmo ad un pazzo che vuole intromettersi forse per rapinarci o comunque scocciarci.

Insomma, quando due sposi vivono momenti difficili non è sempre facile che un terzo possa “mettersi in mezzo a loro” senza intromettersi.

Tu solo sei così forestiero?

Del resto, semmai fosse stato quel Gesù che i medesimi sposi avessero invitato al loro matrimonio, il giorno della celebrazione, dopo tanto, non si sarebbero ricordati della sua esistenza a meno che lo avessero frequentato regolarmente, cioè non lo avrebbero appunto riconosciuto.

In ogni caso c’è un tempo, nel mezzo del cammin di nostra vita, in cui ci si trova a discutere su questo o quel problema. Magari, nella discussione, si è talmente avviluppati in se stessi e sordi al grido dell’altro che si diventa dimissionari, cioè si esce dalla missione primaria, che nasce nel matrimonio e si pensa di essere soli cavandosela soltanto con le proprie forze.

Gesù diventa il grande estraneo: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (18).

La tristezza dei due sposi discepoli è proprio questa domanda: essere così disillusi da considerare Gesù un forestiero, uno che non sa né può conoscere i fatti di quel territorio, di quella storia, di quella casa, di quelle vite.

In sostanza è come se prima, sposandosi, si invita a nozze il Signore e poi, camminando, si pensa che Lui non può avere il minimo spazio in quel matrimonio. Anzi lo si considera un perdente, un fallito, da essere incapace di sostenere, liberare, salvare il patatrac a cui si è arrivati!

(prima parte)

Cristina

articolo pubblicato per il blog di Annalisa Colzi (www.annalisacolzi.it)

LA PERFETTA LETIZIA E IL MATRIMONIO

Un giorno Frate Leone chiese a Francesco cosa fosse la Perfetta Letizia. Francesco comincia e illustra la questione.

Immagina che tutti frati minori in ogni dove, fossero esempio di santità e laboriosità; immagina che un frate minore faccia miracoli sorprendenti finanche resuscitare un morto di quattro giorni; immagina che un frate abbia tutti i doni e i carismi possibili e conoscesse tutte le lingue e le scienze, potendo scrutare l’intimo del cuore degli uomini; immagina addirittura che un frate riesca a convertire tutti gli uomini della terra. Niente di tutto questo è Perfetta Letizia. Cosa è allora la Perfetta Letizia?

 

“San Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca ma che il Signore vuole tutto questo per metterci alla prova, allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi perché afflitti, continueremo a bussare e il frate portinaio adirato uscirà e ci tratterà come dei gaglioffi importuni, vili e ladri, ci spingerà e ci sgriderà dicendoci: andate via, fatevi ospitare da altri perché qui non mangerete né vi faremo dormire. Se a tutto questo noi sopporteremo con pazienza, allegria e buon umore, allora caro frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dio il frate portinaio perché ci faccia entrare. E questi furioso per cotanta molesta insistenza si riprometterebbe di darci una sonora lezione, anzi uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi. Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia.”

 

Quante volte nel tuo matrimonio ti ritrovi come in queste scene descritte da San Francesco. Quante volte il tuo partner ti insulta, ti svaluta, ti sgrida, non comprende il tuo bisogno di essere sostenuto, soccorso e sfamato d’amore. Quante volte nel tuo matrimonio sei chiamato ad affrontare prove dure in cui l’altro ti sfida, si oppone, si chiude. A volte si tratta di prove piccole e quotidiane, altre volte di sofferenze indicibili che non ti senti neanche di raccontare ai tuoi amici. Ma Francesco ci da una chiave bellissima per custodire la nostra gioia anche nei momenti più penosi. Non si tratta di far finta che i problemi non ci siano. Non si tratta di sottomettersi e umiliarsi. O di permettere al partner di far del male a te e alla tua famiglia. Ma si tratta di proteggere uno spazio sacro dentro di te che ha dei confini prestabiliti. Confini forti. Muri di cinta. E la sentinella che protegge quei muri è Gesù Cristo che ti ama di un amore infinito, inesauribile e incondizionato. Custodisci nel tuo cuore l’Amore che Dio ha per te. Dio ti dice chi sei e quanto vali. Quando alimenti e custodisci questo spazio interiore puoi ascoltare la voce del Signore che ti dice che sei L’amato, che sei desiderato e voluto, che Dio si commuove per te e che cammina con te sempre, fino a qualsiasi abisso e oscurità, che non devi temere perché Lui è con te sempre. Quando credi a queste parole e ti fai definire dall’Amore di Dio, la tua identità di uomo, di donna non dipendono più da ciò che l’altro fa o non fa. Gli insulti di tuo marito non possono dire chi sei. I tradimenti di tua moglie ti feriscono, ti amareggiano, ma non hanno il potere di definire la tua identità. Quando tu puoi credere sempre che sei l’Amato di Dio, porti dentro di te la gioia e la pace perfetta che ti permettono di portare quei pesi e quelle croci che il Signore permette nella tua vita. Allora il cammino per affrontare e risolvere i problemi diventa più dolce, meno pungente. Perché non siamo soli. Gesù cammina con noi e ci porta in braccio. San Francesco ha potuto tenere grandi sofferenze perché l’Amore che lo nutriva era più forte del dolore. Questa è la storia dei Santi, a cui non è stato tolto il dolore della prova, ma è stata aggiunta la dolcezza dell’Amore.

Il sogno di Dio per gli sposi è che l’amore duri tutta la vita. Il Signore ci faccia la grazia a tutti di affrontare le esperienze più difficili del nostro matrimonio con GIOIA PERFETTA, per essere testimoni del Suo Amore e cogliere l’occasione di scoprire che dietro ogni situazione di morte c’è una promessa di vita.

Claudia e Roberto

www.amatiperamare.it

 

Una “menorah” delle nozze

Il sacramento del matrimonio Una “menorah” delle nozze (Chieti, Fidanzati, 14 Gennaio 2011) + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

Fonte testo originale: www.ufficiofamiglia-diocesichieti.it/assets/il-sacramento-del-matrimonio—una-menorah-delle-nozze—mons.-bruno-forte.pdf

Sette luci, come sul candelabro che arde nel santuario di Dio, secondo la tradizione ebraica. Sette luci perché l’amore arda sempre nei cuori degli sposi cristiani e illumini le possibili notti del tempo e del cuore, aprendole alla bellezza di Dio. 1. Nessun uomo è un’isola (Thomas Merton). Nel disegno di Dio l’uomo e la donna rivelano una unità originaria, che è la radice incancellabile della loro pari dignità di persone umane e della loro costitutiva vocazione alla reciprocità: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Siamo fatti per amare e la nostra vita non si realizzerà che amando. Essere è amare! Il vincolo nuziale realizza la reciprocità fra l’uomo e la donna in una forma così alta e profonda, da essere spesso richiamato dall’Antico Testamento come simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. Os 1-3; Ger 2 e 3; Ez 16 e 23; Is 54 e 62; e il Cantico dei Cantici). “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21s). Gesù a sua volta parla dell’alleanza matrimoniale come di un dono e di un impegno definitivo, come lo è la fedeltà dell’Eterno che in esso si esprime: «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”» (Mt 19,3-6). Gesù crede nell’amore eterno e scommette su questa possibilità altissima del cuore umano. E noi? 2. Alleanza salvifica e alleanza nuziale. La Bibbia è la storia dell’alleanza d’amore fra Dio e il Suo popolo. Alleanza (“berit” in ebraico) significa un patto indissolubile, che nasce dal reciproco destinarsi e donarsi dei sue. La Chiesa origini ha visto nel vincolo nuziale il segno vivo dell’alleanza d’amore nuziale Dio e il Suo popolo, fra Cristo e la Chiesa: «L’uomo lascerà suo padre e sua e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è 2 grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,31s). Perciò la reciprocità dei coniugi è chiamata a riflettere l’amore fedele e totale con cui il Signore ama la Chiesa (cf. Ef 5,21-33; Col 3,18s) e deve tendere alla crescita comune nella fede e nell’alleanza con Dio (cf. 1 Pt 3,1-7). Il matrimonio cristiano è alleanza sacramentale: in esso Dio Trinità si fa presente col Suo amore eterno e fedele, e i due diventano icona viva e irradiante del Signore e del Suo amore per gli uomini. Questa visione altissima ed esigente del matrimonio non impedisce alla Chiesa nascente di affermare il valore grande della verginità vissuta come segno del Regno, capace di profonde e vaste relazioni di reciprocità nella comunione con Dio e con gli altri (cf. 1 Cor 7). Nel matrimonio e nella verginità consacrata si esprimono due vocazioni che vengono dall’Eterno e conducono a celebrarne la gloria con tutta la vita. Su queste basi la fede della Chiesa ha riconosciuto nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i due coniugi un’alleanza sacramentale, di cui gli stessi sposi sono ministri, e che comunica ai due la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Sua Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio, non solo nell’atto della celebrazione, ma anche in ogni istante della vita coniugale. Gli sposi uniti nel vincolo sacramentale sono segno vivo e presenza del Dio amore, la Trinità divina. 3. Consacrati a Dio nell’unità dei due. Il sacramento del matrimonio pone gli sposi in una relazione nuova e vivificante con ciascuna delle Persone divine. In rapporto al Padre il matrimonio si presenta come l’atto col quale gli sposi si consacrano insieme a Dio e vengono accolti da Lui, che li ha chiamati alla donazione reciproca. Ciascuno dei due realizza nel matrimonio la vocazione universale alla santità: essere di Dio e per Dio! Risplende in questo segno sacramentale la dignità della creatura, chiamata a rispondere liberamente alla gratuita vocazione dell’Eterno. Nel reciproco sì degli sposi risuona il sì che essi dicono a Dio Padre nella fede e nell’amore. La reciprocità in cui l’alleanza nuziale si esprime è, dunque, segno efficace della reciprocità che Dio chiede e dona alle creature. Nel vincolo dei due, donato al tempo stesso ed accolto dal Padre, viene a riflettersi lo stesso vincolo che egli ha voluto col suo popolo. L’amore dei due è segno e testimonianza dell’amore divino! La fedeltà di Dio alle sue promesse e all’alleanza stretta con l’uomo è garanzia della fedeltà eterna, chiesta e donata ai due. Sulla base di questa certezza di fede gli sposi nello scegliersi reciprocamente possono promettersi la fedeltà per sempre «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», con l’impegno senza ritorno «di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita». Dio è la fonte e il garante di un amore fedele per sempre. 4. Alleati in Cristo, con e per la Chiesa Se in relazione al Padre il matrimonio è segno sacramentale dell’unità degli sposi con Dio nel tempo e per 3 l’eternità, in rapporto al Figlio il vincolo nuziale è segno dell’alleanza indissolubile fra Cristo e la Chiesa ed è dono efficace di grazia in ordine all’unità piena dei due. Ecco perché gli sposi vivono in pieno la loro relazione d’amore se la vivono imitando Cristo nel dono totale di sé l’uno all’altra, insieme ai figli e a tutta la Chiesa. Il matrimonio è un vero ministero, cioè un servizio necessario e prezioso all’utilità comune del popolo di Dio. In questa luce si comprende anche perché la comunione coniugale sia fine proprio del sacramento: essa rende visibile l’unione di Cristo con la Chiesa e ne è nutrita e vivificata. «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, per il quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa e vi partecipano (cf. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 11). Due sposi che si amano fedelmente sono un dono meraviglioso a tutta la famiglia dei figli di Dio! Si comprende allora perché, accanto alla comunione dei due, l’apertura alla procreazione sia così essenziale al matrimonio: in essa si esprime la volontà di donazione e di offerta di sé, che gli sposi vivono nell’aprirsi al dono dei figli. La destinazione reciproca di sé dell’uno all’altra, totale e senza riserve, necessaria per edificare nella storia l’unità piena dei due, che è fondamento della famiglia, si unisce al dono d’amore che si attua nel generare e crescere i figli, oltre che nell’impegno a servire insieme la comunità e soprattutto i più poveri nella carità, che imita e rende presente la carità di Cristo. Sotto questo tre aspetti, il cammino della fedeltà fra i due è impegno dovuto a tutti, testimonianza preziosa per la crescita e la santificazione della comunità intera. Perciò ai due è chiesto di non far mai intristire l’amore nell’assenza del dialogo e della generosità reciproca, e di prendere sempre di nuovo l’iniziativa di andare verso l’altro, anche quando l’altro non facesse altrettanto, appunto come Cristo ha amato la Chiesa e ama ciascuno di noi. 5. Un amore che è compagnia e profezia del Regno di Dio Infine, in rapporto allo Spirito Santo l’evento sacramentale del matrimonio si pone come segno e strumento del regno di Dio, presente in mistero e promesso nella pienezza della gloria. Lo Spirito è colui che nel mistero trinitario è vincolo dell’eterno amore e apertura del dono ad altri: analogamente, la sua azione sugli sposi fa sì che essi approfondiscano il patto del consenso umano con la grazia che radica nella stessa unità divina il loro amore ed al tempo stesso arricchisce e potenzia la naturale tendenza dell’amore coniugale alla diffusione di sé nella procreazione. Nell’incontro coniugale, aperto alla fecondità in maniera responsabile, gli sposi sono l’uno per l’altra veicolo del dono dello Spirito Santo, sacramento vivo dell’incontro con Cristo, costruzione del Regno nascosto nella storia e anticipazione della patria dove Dio sarà tutto in tutti. «Dal matrimonio procede 4 famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo sono elevati col battesimo allo stato di figli di Dio, per perpetuare attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede e favorire la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale» (Lumen Gentium 11). Inoltre, l’azione dello spirito nel cuore degli sposi li aiuta e vivere la loro unità nella libertà e nella pace, aperti al generoso dono di sé ad altri, senza che la carità verso chi ha bisogno comprometta l’unità dei due. Libertà e unità stanno insieme, frutto del dono dello spirito. Perciò la Chiesa invoca sugli sposi la benedizione di Dio, perché «nel vincolo da Lui consacrato condividano i doni del Suo amore, diventino l’uno per l’altra segno della Sua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola, con l’affetto e con le opere edifichino la loro casa e alla scuola del Vangelo preparino i loro figli a diventare membri della Chiesa». Nel rapporto coniugale si costruisce il presente e il domani della Chiesa e del Regno futuro. 6. Pregare per gli sposi – Gli sposi in preghiera Il legame con la Trinità, suggellato nel sacramento del matrimonio, fa degli sposi un’immagine viva dell’eterno amore e nutre in essi e attraverso di essi nella comunità ecclesiale lo spirito del dialogo e della solidarietà. Consapevole della grandezza di questo dono e di questa missione e insieme esperta delle resistenze dell’egoismo e della paura di amare, che ne rendono a volte faticosa la realizzazione fedele, la Chiesa si impegna ad aiutare gli sposi nel loro cammino, invocando per essi incessantemente la ricchezza delle benedizioni divine: «Ti lodino, Signore, nella gioia; ti cerchino nella sofferenza; godano della tua amicizia nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano testimoni del tuo Vangelo». La più alta espressione della reciprocità degli umani – la reciproca donazione degli sposi nella profondità del cuore e nella unione sessuale, che la manifesta e la realizza come evento di grazia – esige però che siano anche gli stessi sposi a chiedere a Dio di essere fedeli alla loro vocazione. La preghiera nella vita di coppia (ad esempio all’inizio e alla fine della giornata e prima dei pasti), la fedeltà all’eucaristia domenicale vissuta possibilmente insieme e in pienezza, è via per far risplendere nella vita della coppia e nel cuore dei due l’intensità e la bellezza con cui la Trinità abita i giorni dell’uomo e fa di essi anticipo e promessa della Gloria futura. 7. Preghiamo allora perché i fidanzati si preparino con piena consapevolezza al matrimonio sacramento e gli sposi lo vivano in tutta la sua ricchezza: Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso fra noi del dialogo e del dono senza fine, unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai 5 loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato la vita, grazie perché hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te… Aiuta gli sposi a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, e che è rispetto, attenzione, solidarietà e giustizia verso ogni persona umana. Benedici nel Tuo Spirito l’amore degli sposi uniti in Te: mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre antica e sempre nuova, arricchiscilo col dono dei figli, segno del Tuo e del loro amore, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Amen.

Protendere e non pretendere.

Papa Francesco in una famosa udienza evidenziò come le tre parole per andare d’accordo in famiglia fossero: permesso, grazie e scusa. Aveva pienamente ragione. Vorrei fermarmi sulla seconda, sul grazie. Ecco cosa disse:

diciamo “grazie” per l’amore, quante volte al giorno dici grazie a tua moglie e tu a tuo marito, quanti giorni passano senza dire grazie; 

L’amore, la gratitudine, l’affetto non sono un qualcosa che deve restare dentro di noi. Non serve a nulla essere grati, riconoscenti, innamorati l’uno dell’altra se non ce lo lo mostriamo. Sempre pronti a rimarcare gli errori e gli sbagli dell’altro, i difetti e i vizi, ma spesso diamo per scontati i gesti belli di servizio e di dono che riceviamo ogni giorno dal nostro sposo o dalla nostra sposa. Non è scontato, noi non possiamo pretendere nulla dall’altro/a, e anche se ha promesso di amarci sempre, è comunque una sua libera scelta che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo pretendere nulla e ogni volta che lei/lui si spende per noi, per la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri figli, non lo sta facendo perchè noi abbiamo dei diritti su di lui/lei ma perchè in libertà vuole donarsi e farsi nostra. Non è qualcuno che ci appartiene e che possiamo afferrare, ma un’alterità libera che si protende verso di noi e che noi possiamo accogliere con meraviglia e gratitudine. Non è quindi un nostro pretendere ma un suo protendere. La radice è la stessa ma cambia il prefisso. Pretendere ha come prefisso pre, indica qualcosa che viene prima e sopra l’altro/a. Viene da noi e resta in noi, anche se rivolto all’altro. Con la pretesa non c’è rispetto e apertura ma solo egoismo. L’amore non può essere pretesa perchè non sarebbe più libero. Anche Dio non pretende il nostro amore ma è tutto proteso verso di noi per attirarci a Lui. Ecco anche noi sposi dobbiamo fare così. Quando invece si è protesi verso l’altro/a c’è il prefisso pro, che indica a essere a favore dell’altro/a, andare verso l’altro/a, sporgersi, uscire dal proprio io e spostare il baricentro verso l’altro/a. Tutto cambia, lo capite? Notiamole queste cose e ringraziamo nostra moglie o nostro marito per quello che liberamente fa per noi. Diciamo  grazie per come ci accoglie, per come ci serve, per come si dona, per come ci sorride e ci abbraccia, per come ci perdona. Abbracciamolo/a e diciamo il nostro grazie. Farlo serve a noi per non smettere di meravigliarci che una persona ci offra tutto di sè, anima, corpo, tempo ed energia, e servirà a lui/lei che si sentirà accolto/a e apprezzato/a dalla persona che più conta. Alla fine della giornata, quando si è finalmente soli nel talamo nuziale, altare della coppia, sarebbe bello chiedere scusa per le proprie mancanze e ringraziare per tutto ciò che l’altro/a ha fatto per noi durante la giornata. Sembra poco ma è importantissimo per nutrire il nostro rapporto sponsale, è importantissimo per il nostro ben-essere e per nutrire sentimenti positivi l’uno verso l’altra.

Antonio e Luisa

Non siamo cristiani da copertina

Qualche giorno fa Papa Francesco mi ha fatto sorridere e riflettere nel suo discorso ai novizi: “dicendo che c’è bisogno di giovani gioiosi e non di giovani con faccia da immaginetta”

Dobbiamo abbandonare le nostre parvenze, buttare giù le maschere e presentarci agli altri per quello che siamo. I santi non erano uomini perfetti, ma miseri peccatori che hanno riconosciuto la misericordia di Dio.

Basta quindi con i cristiani da copertine patinate, bellissime a vedersi, ma nelle cui pagine interne si nascondono scheletri e scandali. Non sono le virtù che possediamo (qualità per le quali dobbiamo essere grati a Dio), ne le nostre eroiche imprese a parlare di Dio… Ma è Dio che parla agli altri, attraverso le nostre ferite, gli sbagli, le cadute: “Guarda Daniele quante volte cade, guarda la sua miseria, guarda le sue ferite, ma nonostante tutto è lì che combatte, che si rialza, perché lo amo oltre ogni limite e gli dono la grazia di resuscitare ogni volta dalle ceneri del suo peccato”.

Non esiste la perfezione nell’uomo e non esistono uomini buoni o cattivi, ma esistono peccatori. La differenza tra un santo e un non santo, non sta in quante volte cade, ma in quante volte si rialza. Il santo è un peccatore che è caduto mille volte e milleuno volte ha accettato di afferrare la mano di Gesù per rialzarsi.

Abbandoniamo le nostre ipocrisie, le nostre sicurezze, le nostre dolci parole, ma che nascondono l’amaro del giudizio. Abbassiamo i muri della legge, dietro i quali ci nascondiamo per paura di mostrare le nostre fragilità e miserie. Non siamo in questo mondo per vincere qualcosa, ma per perdere tutto, per spogliarci dei nostri bei vestiti, e rimanere nudi (senza foglie di fico a nascondere le nostre miserie), perché perdendoci, che ritroveremo noi stessi.