Cosa resta della Pasqua il giorno dopo?

ll lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Pandemia e guerra torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

“Tu non sei qui”

“Tu non sei qui, sei risorto”. Sono le parole che un bravo Fabrizio Gifuni, interpretando Giovanni Battista Montini nella fiction “Paolo VI – Il Papa nella tempesta”, pronunciò a voce bassa e commossa mentre entrava nel Santo Sepolcro. Nella realtà, avvenne proprio che il 4 gennaio 1964 Papa Montini, primo Pontefice nella storia a viaggiare in Terra Santa, volle visitare il luogo testimone della Risurrezione di Gesù. Trovo molto belle quelle parole, le sento molto mie, credo che esprimano il nostro atteggiamento in questo giorno in cui mentalmente anche noi vorremmo sostare dinanzi a quella pietra marmorea su cui venne deposto il corso esanime di Cristo. Oggi siamo chiamati a fare esperienza che la Risurrezione è un evento, un fatto realmente accaduto. Non è una fiaba per bambini e men che meno un’illusione per alleviare la durezza della vita.

Ma la Risurrezione non è solo un momento storico, non è delimitata a quella mattina di aprile dell’anno 33. È un fatto che ci tocca diariamente e mi sono sempre chiesto cosa significhi per me oggi, 2022, che Cristo sia risorto allora. Devo dirvi che mi aiuta il meditare su una frase dell’Apocalisse dal sapore prettamente pasquale: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). Come a dire: la grazia della risurrezione è capace di rinnovare sempre la tua vita, di mantenere vivo l’amore per Cristo e i fratelli anche con il passare degli anni.

Questa verità, declinata per gli sposi, è estremamente bella e importante. Soprattutto in un mondo inzuppato di una visione romantica dell’amore, cioè intrappolato e prigioniero delle emozioni e in grossa difficoltà quando queste vengono meno o mutano nel tempo. Un amore spesso e volentieri narcisista e avido di possedere l’altro. Questo modo di amare è destinato ahimè alla tomba e a restarci. Invece l’amore vero, quello che cerca il dono di sé, quello che accoglie e custodisce, quello che cura e chiede appartenenza può essere sempre nuovo. Questo è il modo di amare di Cristo, che gli sposi ricevono in dono con il sacramento. Come direbbe Gabriel Marcel (1889-1973): “Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai” (G. Marcel, Tu non morirai, a cura di F. Riva e M. Pastrello, Casini, Roma 2006, p. 151), è proprio vero allora che l’amore umano, con la grazia del sacramento, diventa veramente sé stesso, diventa autentico e genuino, scrostato e ripulito da quelle pesanti mondanità.

Come è possibile allora, lo dico per averlo visto diverse volte, che il passare del tempo, per certi sposi, significhi l’aumento dell’amore? Per quale motivo può accadere che, nonostante il deperimento fisico e anche mentale, i coniugi possano maturare come coppia e diventare sempre più innamorati? Se pensiamo che un poeta medievale come Cecco Angiolieri (1260-1310) scriveva tanti secoli fa: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui” (Cecco Angiolieri, S’i’ fossi foco, Rime, Ed. Marti), a voler dire, ieri come oggi, che l’amore genuino sarebbe relegato solo alla gioventù e ai verdi anni.

La bella notizia invece è che l’amore sponsale, con la grazia di Cristo, è un amore sempre pasquale, un amore sempre tendente al nuovo, alla pienezza, un amore che punta alla Vita Eterna. È bello rileggere per intero un numero di Amoris Laetitia tutto incentrato sulla Risurrezione: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è una unione con Gesù abbandonato che può evitare una rottura. Le famiglie raggiungono a poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore». D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n° 317).

            Cari sposi, vi auguro, spero con tutto il cuore che voi sentiate e tocchiate con mano di “contenere” un amore risorto, un amore che è potenzialmente intramontabile e sempre giovane, non solo per merito vostro ma per dono di Dio. Vorrei tanto che ne siate sempre consapevoli e che questa certezza vi accompagni oggi che è Pasqua e ogni giorno della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Sento già le obiezioni di certuni: cosa ne sa un prete di queste cose? Cosa ne sa di cosa vuol dire stare accanto alla stessa persona tutta la vita? Stare accanto ad una persona imperfetta, piena di fragilità e contraddizioni, e per giunta che diventa sempre più vecchia e sfatta? Queste sono le obiezioni che hanno tanti giovani e non solo. Eppure io sono qui a testimoniare che padre Luca ha ragione, dice il vero. Per me è così. Sto accanto a mia moglie da più di vent’anni tra fidanzamento e matrimonio, per giunta lei ha otto anni più di me. Sono consapevole che altri vedono una donna non più giovane di 55 anni con tutti i segni del tempo sul corpo, eppure io vedo Luisa, la mia meravigliosa sposa, che diventa sempre più bella ai miei occhi, riempiti di tutti questi anni di amore che ci siamo donati. Non mi resta che augurare a tutti una Santa Pasqua di resurrezione e soprattutto auguro a tutti voi sposi che non perdiate mai la capacità di scorgere la bellezza nella persona che avete accanto. Lasciatemelo dire il simpatico e schietto Cecco Angiolieri, citato da padre Luca, non ha scelto il meglio, ha scelto di accontentarsi di fermarsi solo alla superficie seppur con la forma di un corpo bello e giovane. La vera bellezza, caro Cecco, viene dopo.

Dedicato alle coppie del Sabato Santo

Care coppie,

mi sembra un po’ strano scrivere di Sabato Santo, come se vi stessi distraendo mentre cercate di vivere il Triduo Sacro. Vi scrivo quasi sottovoce per non distogliervi dal clima di preghiera e raccoglimento propri di questi giorni.

Ogni pagina di questo blog cerca di aiutare chi è sposato a vivere al meglio la propria vocazione matrimoniale. Tuttavia, non dobbiamo mai e poi mai dimenticare tutti quei fratelli e sorelle nostri nel matrimonio ma che non stanno vivendo assieme per vari motivi, soprattutto per separazioni o divorzi o lutti. Grazie al percorso di Retrouvaille ho imparato a tenerli presenti nel mio cuore ogni volta che scrivo, in modo che ogni articolo potesse valere anche per loro. Confido di esserci riuscito. Ma oggi vorrei espressamente rivolgermi appunto a chi vive una ferita relazionale, in modo speciale a chi sembra non avere più speranza.

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Come mai? Perché “il Re dorme” (Omelia di un autore del II secolo) nel sepolcro e noi stiamo accompagnando Maria nel suo dolore profondo. Con lei accanto siamo silenti dinanzi alla tomba di Gesù, meditando e contemplando tutti i segni del suo Amore infinito. Il Sabato Santo per una coppia può anche simboleggiare il “non c’è più nulla da fare”, la fine di ogni sogno o speranza nella relazione, la morte reale o affettiva del legame di vita. La Buona Notizia è che Gesù ha una parola anche per tutti quelli che stanno sperimentando una situazione del genere.

Per questo vorrei riportare l’estratto di una storia vera di coppia, proprio una da Sabato Santo: “Ricordo Mauro e Tania, una giovane coppia che dopo alcuni anni di matrimonio, con il crescere dei figli, è precipitata in una quotidianità priva di attenzione re­ciproca. […] L’intimità era venuta me­no. Entrambi, anche se in tempi diversi, iniziarono re­lazioni extraconiugali, giustificando sé stessi con la ne­cessità di sentire comprensione almeno da qualcuno. […] Vennero a Retrouvaille, […] il processo di guarigione sembrava iniziato. Entrambi decisero, con tempi diversi, di chiudere le relazioni extramatrimonia­li. […] Rima­neva però la grande libertà della persona. […] E su quella libertà si giocava la volontà di proseguire una relazione o di non proseguirla, di impegnarsi lasciandosi alle spal­le anni di atteggiamenti sbagliati, di recriminazioni e indifferenza. […] Dopo qualche mese, Mauro decise di lasciare Tania. […] Come vivere questa nuova chiusura e rottura? Rimaneva solo il silenzio di fronte a un vuoto e un’as­senza che sembrava gridare con tutta la propria forza senza emettere realmente parole. Il non-senso della morte, il non-senso della fine di una relazione segnata dalla presenza di Dio e, dove quella presenza è ancora viva, il non senso di una tomba di fronte alla quale si può solo piangere, se ne hai la capacità” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, San Paolo, Milano, 2020, pp. 130-132).

Quanto dolore e sofferenza in questo silenzio di Sabato Santo, quanti Calvari hanno scalato così tante coppie per poi vedere morire in un modo analogo la loro relazione!

Torniamo quindi al silenzio, al non aver altro da dire perché le si è provate tutte ma la morte, l’egoismo, la disperazione, la chiusura sembrano avere vinto. Penso che la risposta venga sempre da Gesù. Oggi nell’Ufficio delle Letture noi sacerdoti leggiamo un testo tanto mirabile come antico e che prima ho citato appena, un’omelia di un personaggio di cui non conosciamo il nome e che nel II secolo tentava di spiegare cosa stesse facendo Gesù mentre “riposava” nel sepolcro.

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti, non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che, come servi, ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli»” (Da un’antica «Omelia sul Sabato Santo», [PG 43, 439. 451. 462-463]).

Il silenzio assordante che portate nel vostro cuore non è un deserto di solitudine ma il clima migliore per ascoltare Gesù. Vi auguro care coppie di poter fare vostra questa meravigliosa pagina e capire che il Signore, proprio dalle vostre ferite ancora sanguinanti, può compiere grandi cose.

Padre Luca Frontali

I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)

Siete nel dolore? Sentitevi figli amati!

Questo venerdì santo ci costringe a fare i conti con il dolore. Mi è piaciuta molto una riflessione di don Fabio Rosini. Parlando proprio della Passione di Gesù ha messo in evidenza qualcosa di importante. Gesù non è l’uomo che ha subito il supplizio peggiore. Ci sono stati condannarti che sono stati torturati ed hanno avuto una morte molto più lenta e dolorosa di Gesù. Cosa rende la sofferenza di Gesù così importante e diversa? E’ diversa per come è stata affrontata. Gesù ha affrontato tutto come un Figlio che si sente amato dal Padre. Un figlio amato. Tutto quello che ha sopportato lo ha fatto sostenuto dal Padre, dall’Amore che li lega in modo così perfetto e pieno. Tanto da renderli uno. Un Dio che è Trino e uno nello stesso tempo. Gesù si è preparato. Il Getsemani non è stato un momento inutile tra l’ultima cena e l’arresto. Il Getsemani è stato un momento fondamentale per Gesù, lo ha preparato ad affrontare tutto quello che è venuto dopo, lo ha aiutato a sopportare il tradimento dei suoi, cosa ancor più dolorosa della morte in croce e della fustigazione.

Il Venerdì Santo non ci deve spaventare. Ci deve aiutare a riflettere e a fare ordine nella nostra vita. Il dolore fa parte della vita. Vorremmo tutti farne a meno ed evitarlo ma non è possibile. Prima o poi ci toccherà affrontare situazioni dolorose. Allora Dio non ci ama? Se Dio permette che noi attraversiamo lutti, malattie, divisioni e litigi vuol dire che il nostro matrimonio è sbagliato e che che siamo da soli a lottare contro tutto e tutti? La nostra fede è tutta un’illusione? Il Venerdì Santo ci mette di fronte proprio a questa domanda! La resurrezione avviene solo dopo aver affrontato e superato questa prova.

In realtà, se crediamo al matrimonio perfetto, siamo completamente fuori strada. Dio non è il genio della lampada. Non basta strofinare la lampada con un rosario, con una devozione, con una Messa o con un pellegrinaggio per evitare ogni male e ogni sofferenza. Dio non è un mago o un prestigiatore. Dio è un Padre che ci accompagna passo dopo passo in ogni frangente della vita. Ci accompagna soprattutto in quelli più dolorosi dove non crediamo di potercela fare. Dio non ha evitato il supplizio a Gesù, ma Gesù attraverso il Suo abbandono al Padre ha reso quella morte feconda per Lui e per tutto il mondo. Ci ha salvati non perchè è morto ma per come è morto.

Questo è il segreto della nostra vita e del nostro matrimonio. Non potremo mai evitare il dolore, ma potremo affrontarlo da figli, ma per riuscirci dobbiamo prepararci. Come? In una relazione di preghiera e di intimità con Dio. PVa preparato con i sacramenti, va preparato con l’adorazione. Va preparato insomma nutrendo il nostro amore verso Dio e facendo esperienza del Suo per noi. Per sentirci figli amati dobbiamo conoscere il Padre e lasciarci amare da Lui.

Mi viene in mente un esempio luminoso dei nostri tempi. Chiara Corbella una giovane moglie e mamma morta prematuramente. Lei è passata attraverso il venerdì santo. Lei ha affrontato, con il marito Enrico, tanto dolore e ne è uscita fuori alla grande. E’ morta, ma è morta tra le braccia di Gesù. Dio non le ha tolto le prove. Gliene ha date molto più che a tanti altri. Eppure pregava, aveva una vita di fede, credeva moltissimo. Dio forse non l’amava? Molti hanno questa idea in fondo al cuore: se soffro Dio non mi ama. Invece Chiara mi piace tantissimo, proprio per quello che mi ha trasmesso con la sua testimonianza nelle prove. La sua vita è stata uno schiaffone in faccia che mi ha svegliato. Chiara non era una donna super, un’eroina dei fumetti. A detta di chi l’ha conosciuta era una giovane donna con le sue fragilità e paure. Ciò che l’ha resa straordinaria è come ha saputo trovare la forza che le mancava in Dio. E questo non si può improvvisare. Lo ha costruito giorno dopo giorno nella sua vita e nel suo matrimonio.

Chiara ha avuto la grazia, perchè per lei ed Enrico è stata una grazia, di concepire due bambini prima della nascita di Francesco. Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni sono morti subito dopo il parto per gravi patologie e malformazioni. Quanta sofferenza ha dovuto già sopportare prima della sua malattia che l’ha portata alla morte, eppure ne ha colto il senso e l’ha affrontata da figlia amata. Vi lascio come spunto di riflessione quanto chiara ha scritto in riferimento al figlio Davide Giovanni. Sono parole che squarciano un velo sulla nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una vera relazione d’amore. Chiara ci dice con questa riflessione in modo limpido cosa è l’amore e chi è Dio.

Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro, di abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia; ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che ave- vamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri (ha abbattuto l’ idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù). Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere, ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto, grazie a Davide; nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che derivava, dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio forse anche solo inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio senza aver paura di essere quella che sono.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Fa parte della vita. Chi riesce ad affrontare da figlio il Venerdì Santo poi però può risorgere. Può risorgere la vita e può risorgere anche un matrimonio che sembrava finito perchè il venerdì santo ci può aiutare a capire, come diceva sempre Chiara, che nulla ci appartiene ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Cominciò a lavare i piedi dell’amato/a

Dopo aver contemplato ieri la nostra storia matrimoniale in riferimento al tradimento di giuda, tradimento avvenuto nel cuore e manifestato attraverso il corpo con un bacio, eccoci al giovedì Santo. Siamo all’inizio del Triduo Pasquale. Questa giornata è associata ad un gesto in particolare. Un gesto ripreso dallo stesso Vangelo: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Oggi si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Ce lo ricorda la liturgia che nelle nostre chiese vede il parroco (di solito) inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente.

Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita.

Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento.

Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico.

Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Giuda e il suo bacio. Un tradimento sponsale.

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù.

E’ importante perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Si è ad una cena insieme, già stare a tavola insieme ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere ed accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Siamo soci con capitale dell’1%

Qualche giorno fa la prima lettura che la Chiesa ci ha proposto era la seguente:

Dal libro della Gènesi (Gen 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

Faremo poche considerazioni sperando che possano esservi di aiuto in questo tempo prezioso della Settimana Santa. Se ci fermassimo a questa lettura non capiremmo le ragioni che hanno spinto la Chiesa a parlare di Abramo nei giorni in cui ci avviciniamo alla contemplazione della Passione del Signore Gesù. Ad una lettura superficiale sembrerebbero due eventi slegati tra loro, ma nel Vangelo sarà citato proprio Abramo, o meglio sarà la sua grandezza ad essere oggetto di disputa tra Gesù ed i Giudei che infatti ribattono a Gesù : <<[…] Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo ?>>. Quindi la grandezza di Abramo viene descritta per sommi capi nella prima lettura, cosicché da avere un metro di misura per valutare la grandezza di Gesù; se già Abramo ci appare così grande con le promesse connesse a lui, figuriamoci quanto più grande debba essere il Messia atteso da secoli e le promesse connesse a Lui. Abramo quindi è anche una prefigura dello stesso Messia. Ma dopo questa breve introduzione torniamo al nostro testo della Genesi.

Metteremo in rilievo solo qualche riflessione : la prostrazione di Abram e Dio che parla con lui, promesse di Dio, cambio del nome, alleanza/contratto bilaterale.

  • La prostrazione di Abram. Avrete notato come il fatto che Dio parli sia conseguenza dell’atto di adorazione di Abram, come a dire in modo implicito che la prima cosa da fare per imitare il grande Abram è quella di adorare Dio. Cari sposi, avete bisogno di parlare con Dio? avete bisogno di risposte da Lui? La prima e necessaria cosa da fare è adorare Dio come Abram, con il viso a terra, a significare che più in basso di così non si può andare; Abram ha espresso con il corpo ciò che c’era dentro il cuore: il Signore è il mio Dio e io sono il suo servo, lo adoro e mi umilio innanzi a Lui. Nella nostra cultura il prostrarsi è stato sostituito con lo stare in ginocchio, ma l’atteggiamento del cuore è lo stesso. Conseguentemente a questo atto di adorazione, non prima, Dio parla con Abram.
  • Promesse di Dio. Quando Dio comincia a fare promesse le spara grosse, diremmo noi, sembra di sentire le grandi promesse elettorali dei nostri politici in campagna elettorale, solo che c’è una grande e sostanziale differenza: Dio mantiene sempre le Sue promesse, non è mica quel politico che una volta eletto perde memoria delle promesse fatte agli elettori, no! Inoltre Dio non è nemmeno come quelle persone che prima di fare una promessa agli altri verificano se potranno mantenerla, facendo una statistica di convenienza con le proiezioni nel futuro, no! Dio fa le cose in grande, Dio è uno sprecone nelle promesse di bene, non bada a spese costi quel che costi… ed infatti Gli è costato l’unico Figlio! Cari sposi, perché ci attraggono molto di più le promesse pre-elettorali del politico di turno piuttosto che le promesse di Bene eterno di Dio?
  • Cambio del nome. Una delle prime cose che Dio compie subito è quella di cambiare nome ad Abram. Perché Abram significa “padre nobile” mentre Abramo “padre di una moltitudine“. Ma sappiamo come nel mondo semitico il nome di una persona racchiuda tutta la sua essenza, equivale quindi alla sua identità, alla sua missione, al suo compito nel mondo, non è semplicemente un suono atto a chiamarlo. Tant’è vero che il nome Gesù significa “Dio salva-Dio è salvezza“, infatti è il Salvatore; oppure pensiamo a Simone che riceve con il nuovo nome, Pietro, la missione di essere la pietra sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa. E così è anche per noi sposi, cioè? Con il sacramento nuziale noi riceviamo dal Signore una nuova missione, un nuovo compito nel mondo e nella Chiesa, una nuova identità: non siamo più due che semplicemente si amano e si piacciono, ma siamo icona di Cristo. E la nostra nuova realtà, il nostro NOI è come se fosse il nostro nuovo nome similmente ad Abram.
  • Alleanza. Da ultimo, come la ciliegina sulla torta, arrivano le condizioni del contratto, potremmo dire. Prima Dio le spara grosse le promesse, non bada a spese, mette l’acquolina in bocca ad Abram, come si suol dire promette mari e monti, sembra quasi di vedere i fuochi d’artificio tanto sono enormi le promesse, e c’è di più perché all’inizio non chiede subito una collaborazione attiva di Abram ma dice “la mia alleanza è con te” senza premettere un “solo se” oppure “a condizione che“. Perché Dio ci conosce bene e sa che a muoverci spesso è la convenienza, nel caso di Abramo la convenienza di vedere realizzate tutte le promesse di Dio, nel nostro caso potrebbero essere le promesse di un cuore sereno e di un matrimonio felice, nonché la promessa del Paradiso. Ebbene, anche a noi sposi, come ad Abramo, l’unica condizione “contrattuale” richiesta è quella di osservare la Sua alleanza, vale a dire le Sue leggi ed i suoi decreti, di generazione in generazione. Praticamente siamo in affari con Dio, solo che il socio di maggioranza è Lui con il 99% del capitale, a noi è richiesto solo l’1%. I nostri sforzi, cari sposi, sono ben poca cosa rispetto alla parte che fa la Grazia. A noi costa solo l’1% ma poi godremo del 101% già su questa terra.

Cari sposi, scegliete la convenienza di questa partnership con Dio!

Auguri di una Santa Pasqua !

Giorgio e Valentina.

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Quanti figli hai? Una domanda che riapre una ferita.

Ciao Livia, tu sei diventata ormai un volto e una penna conosciuti sui social e in ambito cristiano. Sei una donna e una moglie che racconta una sofferenza un po’ sommersa, ma sempre più presente nella Chiesa e non solo nella Chiesa. Tu racconti con ironia e con leggerezza il dolore della maternità agognata. Lo hai fatto con tanta ironia nei tuoi due libri pubblicati fino ad ora. Ironia non significa però che non ci sia sofferenza. Uno dei tuoi libri si intitola Quanti figli hai? Ecco, tu come suggerisci di rispondere a una domanda così, che mette il coltello nella piaga aprendo ancora di più una ferita che sanguina nel tuo cuore?

Le risposte ci sarebbero, ma non tutte ortodosse. Alcune addirittura ineleganti. Quindi finisci col tacere. Nei casi migliori accenni un sorriso e l’elenco di esternazioni trash lo pronunci con la bocca del tuo cervello che si spegne non appena sentite quelle due o tre parole tabù. Altrimenti, se il cuore fa prima del cervello, riempi di lacrime gli occhioni e provi a non lasciarti andare in un pianto scrosciante. Prendi il telefono, chiami la mamma, l’amica, la sorella e sfoghi la tua rabbia contro l’indelicatezza, il tuo sgomento dinanzi all’invadenza e possibilmente il tuo dolore per non aver potuto rispondere come tante: “ne ho uno, due, tre”. Di figli, s’intende. La domanda della lettrice di “Matrimonio Cristiano” è tosta. E nonostante i diversi anni di ripetizione della stessa, neppure io ho trovato la formula giusta per liquidare e mettere a tacere quelle bocche così facili al punto da aver deciso di dedicare un libro all’argomento (in realtà due).

I tuoi libri nascono quindi da un’esigenza di raccontare delle emozioni e un dolore. Il dolore delle aspettative disattese. Continuamente ricordate da quella fatidica domanda: quanti figli hai?

Perché una risposta breve o lunga o un discorso non sarebbe bastato a riempire il vuoto che la domanda “Quanti figli hai?” mi provocava. E’ nato proprio così il titolo del mio romanzo. Ed è scaturito dal dolore che provavo ogni qualvolta quell’interrogativo mi piombasse addosso. Tante volte non era certamente finalizzato ad aprire una ferita. Era solo un modo per rompere il ghiaccio tra conoscenti. Come poteva colui o colei che si accingeva a parlarmi sapere quale enorme macigno mi portavo dentro? Altre volte invece, ho dovuto appurare, l’argomento veniva aperto in modo consapevole. E la domanda non era così nitida, ma più vigliaccamente nascosta in una lunga parafrasi. Era quasi sempre frutto di curiosità. Sapere da chi dipendesse, sapere come affrontavamo e soprattutto scoprire perché non avessimo deciso di ricorrere ad una inseminazione o fecondazione dato che, oggi, è possibile arginare così il problema. E’ inspiegabile come si possa toccare un argomento così delicato, entrando a passi grandi, quasi violenti per soddisfare una curiosità becera.  Mi sono chiesta tante volte il senso di quel voler sapere. Nulla sarebbe cambiato a me, ma neppure a chi si caricava di un dolore. A volte immaginavo volessero saperne di più per pregare, ma per perorare una causa dinanzi al Signore occorre sapere i dettagli della faccenda? Decisamente non era questo il movente. Allora, per solidarizzare? Ma poi, mi rendevo conto che non appena saputo qualche dettaglio, cambiavano volentieri argomento e di voglia di accompagnarti nella salita ce n’era poca. La nostra società va di fretta. E sciupa ogni dialogo. Che tu risponda aprendo il cuore o inventandoti il motivone dell’anno, non sarai ascoltato. Non lo facciamo più neppure con noi stessi, purtroppo. Una domanda del genere, così intima, presupporrebbe una volontà di ascolto illimitata, una empatia totale, una parola e forse più di amorevole cura.

Cosa è cambiato in questi anni di matrimonio? Cosa hai capito? Cosa dici a chi ancora non è riuscita ad andare oltre il dolore ed è ancora immobilizzata da quello che non può avere o non può essere?

Allora, oggi, superata la fase “Quanti figli hai?” (ce ne sono altre di domande indigeste, però, sappilo!) ti suggerisco di sorridere e magari aggiungere che ti stai preparando. E ribaltare nel tuo cuore la domanda a Dio. La tua sofferenza, la preghiera, il vuoto che ti forgia, la consapevolezza che ne deriva, il mistero del dolore, l’incomprensione e la voglia di speranza sono infatti una preparazione alla tua, personale, unica, originale, maternità. Tra il tempo della tua richiesta al Signore e quello della Sua risposta, vivrai il tempo della fede che altro non è che il tempo dell’Attesa. Ma con la lettera maiuscola.

Livia Carandente

Puoi acquistare i suoi libri Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesiAncora non hai figli? Quando vorresti urlare ma ti limiti a sorridere

Mistero Pasquale, Mistero Nuziale

Cari sposi,

senza mezze parole vorrei entrare nel tema di questa Domenica delle Palme. Oggi comincia la Settimana Santa, i giorni più importanti di tutto l’anno liturgico. Per questo, vi invito ad assumere uno sguardo nuziale perché Gesù che sta per donare tutto di sé, sta per regalarSi a ognuno di noi per sempre.

Più che mai in questi giorni Gesù svela il suo volto di Sposo: finalmente è arrivata la sua “ora” fatidica. Rileggendo il Vangelo di Giovanni spesso ritorna questa parola, “l’ora” di Gesù. Ma di quale ora parliamo? L’ora di celebrare il suo Matrimonio mistico con l’umanità.

Ripensate alle vostre storie di amore, con quale trepidazione avete contato i giorni mancanti alla vostra data! Più di uno avrà tenuto il conto alla rovescia sul calendario, sul computer, sul cellulare…

Con un’intensità infinitamente maggiore, Gesù attende il momento di pronunciare il suo “sì” d’amore: un “sì” detto anzitutto fuori dal tempo, nell’eternità, quando dinanzi al Padre rispose “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Sal 39, 8); e poi un “sì” vissuto fino in fondo donandoci il Suo corpo. Perciò Gesù ha celebrato un vero matrimonio, perché ha pronunciato prima il consenso e poi ha vissuto la consumazione.

Ma c’è anche l’altra parte, la Sposa, da contemplare. Sarà successo pure a voi, nei vari momenti precedenti alla celebrazione, all’ora delle foto, durante il banchetto… che tanta gente si fermi a guardare la sposa, ad applaudirla, a farle gli auguri.

La Sposa, durate la Settimana Santa vive, per così dire, tutte le fasi della vita matrimoniale. Contempliamola così. Oggi, la Sposa vive la sua “romanza”, la fase idilliaca dell’amore, gli “osanna” e le acclamazioni trionfali a Gesù ricordano giusto quella fase del matrimonio. Ma poi subentra il grigiore della vita, il tran-tran, e quella delicatezza e affetto paiono svaniti per lasciare il posto al calcolo, al “do ut des”, come quando Giuda si scandalizza per lo “sperpero” di profumo donato a Gesù. Ma l’amore nuziale può scendere ancora più in basso. Può non capire più le parole e i gesti dello Sposo, un po’ come tutti gli apostoli durante la cena; può giungere a rinnegare l’amore di un tempo, come fece Pietro davanti alla portinaia; può fuggire e lasciare solo il coniuge nel momento del maggior bisogno, come fecero gli apostoli nel Getsemani; può usare i gesti di amore, la vita sessuale, come espressioni di un amore falso, come Giuda. E infine la Sposa può anche tradire lo Sposo…

Per favore, tentate di proiettare la vostra storia matrimoniale fino ad oggi su quanto vive Gesù e su come Lo trattato i suoi più intimi. Ne trarrete tantissima luce per la vostra vita coniugale.

Per concludere e per mostrare che quanto dico non è una mia invenzione, vi riporto un breve brano di un grande teologo che ha approfondito la Parola di Dio in chiave nuziale e noterete l’importanza, durante la Settimana Santa, di porvi da questo punto di vista: “Il mistero pasquale ha già ed è natura e carattere nuziale. La pienezza pasquale/pentecostale chiama ed esige la pienezza nuziale. […] La chiave ermeneutica di tutta la vicenda di Cristo è quella nuziale. Nel dramma di Cristo si svolge il dramma nuziale. Il mistero pasquale è in sé mistero nuziale: porta a piena realizzazione le persone ivi coinvolte e le apre alla fecondità (liberazione, libertà, salvezza eterna, comunione dell’umanità con Dio)” (G. Mazzanti, Mistero Pasquale. Mistero nuziale, EDB, Bologna 2002, pag. 15).

Cari sposi, è arrivata anche per voi la vostra “ora” in questi giorni santi. Accompagnate lo Sposo, come Sposa fedele. StateGli accanto in modo speciale per imparare da Lui ad amarvi con quella pienezza di amore che solo Dio può donarvi.

ANTONIO E LUISA

Mi pare di capire dalla riflessione di padre Luca che la croce non è stata l’ultima parola, è stato un momento però spartiacque. La resurrezione è dovuta passare da una morte. Cerchiamo di guardare così i momenti più difficili della nostra storia d’amore e del nostro matrimonio. Sono state delle occasioni sicuramente dolorose, ma dove abbiamo potuto sperimentare l’amore vero, quello che salva, quello che sa andare oltre la giustizia di questo mondo ed è capace di salire sulla croce come ha fatto Gesù. Approfittiamo di questa ultima settimana per contemplare la nostra storia, contemplarla proprio quando ha vissuto i momenti di crisi, dove siamo saliti sulla croce e ne siamo rinati più forti di prima. L’amore di Gesù non è giusto per i canoni del nostro mondo, ma è giustissimo per i Suoi canoni. Gesù dà tutto senza aspettarsi nulla. Siamo chiamati allo stesso amore. Forse non sarà giusto, ma è bellissimo così. Io non vorrei una relazione che non ti chiede tutto, non voglio accontentarmi della povertà delle relazioni fragili che offre il mondo.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 32

Vediamo ora di analizzare alcuni particolari sulle indicazioni del Messale circa l’acclamazione del “Santo” ed il suo contenuto. Partiamo col riferimento del Messale :

Alla fine (il sacerdote) congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce
insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

E’ inutile (e controproducente) negare la struttura dell’uomo, siccome siamo dotati anche di corpo, non possiamo far finta che esso non esista e che non abbia le sue esigenze solo perché questo ci costa fatica. Quando il Messale dà delle indicazioni, non vuole che i fedeli obbediscano tanto per farlo, ma desidera che essi aderiscano con una scelta, sicché i rituali esterni esprimano ciò che sta avvenendo dentro il cuore; ma è vero anche che se dentro il cuore non sta avvenendo niente, esso sia aiutato, corroborato, alimentato, confermato ed incoraggiato dal gesto esterno del corpo. Torneremo nelle puntate successive su questo argomento della preghiera del corpo, intanto ci soffermiamo sul momento del “Santo“.

Il Messale indica : […] conclude il prefazio cantando o proclamando. Ciò significa che ci sono sì due opzioni, ma la prima è sempre da preferire, non è stata scritta per prima a caso, non è un libro di poesie o di prosa che segue le relative regole, no ! Il Messale è stato scritto come se fosse una guida passo passo.

Ed infatti subito dopo la parola “proclamando” segue il testo in italiano. Ma bisogna notare che subito dopo il testo italiano segue quello originale in latino preceduto dall’indicazione : Oppure in canto: […]. Questo significa che se viene proclamato va bene in italiano, ma se viene cantato (che è la prima e migliore opzione) sia eseguito in latino.

Facciamo subito una piccola digressione circa il “Sanctus” in latino. Noi non abbiamo studiato la lingua latina in maniera approfondita con gli studi scolastici, ma ciò non toglie nulla alla preghiera, non è necessario capire tutto fino in fondo per aderirvi con la fede. Ad esempio: tutti i cristiani credono nel dogma della Santissima Trinità senza capirlo fino in fondo a causa dei limiti umani, ciononostante credono in questa grande verità e non è loro impedito un profondo e serio cammino di ascesi cristiana, perché il non-capire fino in fondo non è di ostacolo alla fede. Anzi, questo non-capire dovrebbe suscitare un senso di profondo stupore di fronte a realtà più grandi della nostra limitatezza e finitezza umana, realtà che ci sovrastano, ci trascendono, ci superano ma non per questo meno vere o meno reali.

Questo testo latino ha un particolare significato che sfugge nella traduzione italiana e riguarda la parola “Sábaoth“: è un termine ebraico e la sua traduzione corretta è “eserciti” mentre nella traduzione italiana si è preferito optare per “universo” ; non conosciamo bene i motivi che hanno spinto ad ufficializzare l’attuale versione italiana, siamo certi però che inneggiare al “Dio degli eserciti” oppure “Dio delle schiere celesti” colora questo canto di un connotato militare non indifferente. Sapere di essere di fronte al Signore (inteso come capo/comandante) di un esercito di combattenti infonde una certa carica di orgoglio, di appartenenza, anche perché oltre alle schiere celesti ci sono le schiere militanti, ovvero noi che con la Cresima siamo diventati soldati di Cristo.

Cari sposi, siamo soldati di Cristo, ma per combattere contro chi ?

Il canto del “Sanctus” è per noi l’inno che gli eserciti cantano fieramente prima della battaglia per incutere timore agli avversari, ed i nostri avversari sono i diavoli con le loro tentazioni.

Dobbiamo cantarlo con ardore per farli tremare di paura !

Da una parte c’è Satana col suo esercito di diavoli/demoni e dall’altra c’è Cristo vittorioso con la Madonna Regina ed il glorioso S. Giuseppe, attorniati dal doppio (rispetto ai diavoli) delle milizie angeliche celesti capitanate da S. Michele arcangelo, ai quali si aggiungono le schiere innumerevoli dei beati, dei martiri, dei vergini, dei santi, ed infine ci siamo anche noi Chiesa militante.

Gli sposi hanno un ruolo importante in questa grande coralità, poiché quando canta anche solo uno dei due sposi, è come se cantasse anche l’altro giacché siamo un corpo solo.

Coraggio sposi , non importa avere l’intonazione degna di un Grammy Awards, basta l’ardore della fede e la fierezza di aver deciso in quale schieramento militare… ovviamente dalla parte del Vincitore !

Giorgio e Valentina.

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Cosa cambia la preghiera nel mio matrimonio?

La preghiera è per me sempre stata difficile. Ho capito tante cose sul matrimonio, sul perchè di determinate scelte che la Chiesa ci chiede di fare, sull’amore, sull’indissolubilità, sulla castità. Insomma ho abbracciato la modalità cristiana perchè ho fatto esperienza di come sia la più bella e la più completa. L’amore cristiano è il solo amore che a mio parere sia davvero autentico perchè costruito sul modo stesso di Gesù di viverlo e di esserlo. Ma la preghiera a cosa serve? Pregare cosa cambia nella nostra vita? Sono domande importanti da porsi perchè altrimenti si rischia di dedicare sempre meno tempo ed energie a questa attività.

La nostra società ci educa all’importanza del fare, del dare risultati, del dare concretezza al nostro amore. L’amore va sicuramente concretizzato con le opere. Su questo siamo d’accordo. La preghiera è tempo sottratto a qualcosa di più importante? Al posto di pregare potremmo ad esempio dedicarci maggiormente al servizio per l’altro. Vengono questi pensieri ogni tanto. Almeno a me vengono. Già il tempo libero che abbiamo non è molto. La famiglia e il lavoro richiedono tantissimo in termini di tempo e di impegno. Eppure c’è un brano del Vangelo che ci mette in guardia su questo aspetto. Ricordate Marta e Maria? Marta che si dà continuamente da fare senza fermarsi mai, senza darsi un attimo per contemplare e godere della presenza fisica di Gesù, e poi invece c’è Maria che sembra fare un po’ la furba. Sembra scantonare le faccende domestiche per sedersi con Gesù. Invece Gesù loda Maria e sgrida bonariamente Marta. Mi immedesimo un po’ in Marta. Cerco di fare tanto, anche attraverso questo blog, e poi devo anche mettermi lì a dire il rosario o le lodi? Non ho tempo. Cosa cambia in fondo?

In questi anni ho avuto diverse risposte a questa domanda. Mi ha colpito moltissimo un aneddoto riguardante madre Teresa. Madre Teresa si occupava dei più poveri e ne aveva di lavoro da fare. Eppure chiedeva a sè stessa e alle sue suore di dedicare almeno un’ora al giorno per l’Adorazione. Un’ora “buttata” dove avrebbero potuto fare tante altre cose più utili ed importanti. Perchè chiedeva questo? Perchè, diceva la santa suora, non si può aiutare i poveri se si è più poveri di loro. A me questa frase mi ha sempre toccato. Cosa mi vuole dire? Cosa dice alla mia vita?

La preghiera è importante. Non è importante che sia spontanea e che mi faccia sentire chissà quale trasporto, passione e sentimento. Come dico sempre l’amore è prima di ogni altra cosa una scelta. Vale per la nostra relazione sponsale ma vale anche per il nostro amore verso Dio. Pregare significa curare la mia relazione con Gesù, significa amarlo, significa conoscerlo, significa entrare nel Suo mondo, significa corteggiarlo, significa sentirlo presente e parte della mia vita.

Cambia tutto poi nella mia relazione con Luisa. Solo curando la preghiera e quindi la mia relazione con Gesù sarò poi pronto ad amarla. Ad amarla quando è ricca e riesce a darmi tanto in tenerezza, cura, parole, gesti e amore in genere, ma anche quando è povera e non riesce a darmi nulla. Solo curando la mia preghiera, come dice madre Teresa, potrò in quei casi in cui Luisa sarà povera e mendicante, donare comunque il mio amore perchè non sarò povero e mendicante quanto lei, ma sarò pieno della mia relazione con Gesù.

Cari sposi, la preghiera può in apparenza sembrare sterile ed inutile. Non è così. Cambia sempre il cuore quando è costante. Se vogliamo amare sempre di più nostro moglie o nostro marito, impegniamoci a trovare del tempo di qualità non solo per la coppia ma anche per la preghiera. E non fa nulla se ci costa fatica e ci pesa. Gesù apprezza comunque e noi entreremo sempre di più in relazione con chi ci ama in modo perfetto ed infinito.

Antonio e Luisa

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Si può amare senza passione?

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

La risposta sembra scontata ed ovvia. Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Insomma, mettere il bene dell’altro al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? Forse l’altro? No! Solo in apparenza sembra essere l’altro al centro di tutto. In realtà al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. L’amore è scelta, l’amore è andare oltre il sentire, l’amore non può finire, al massimo posso decidere io di farlo finire se non più supportato dal sentimento. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona.

Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ad aprirci all’altro, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio è sempre fecondo, se lo desideriamo.

Scegliersi è il passaggio più complesso. Ma una volta afferrato il coraggio che ci spinge con fiducia, e timore anche, a pronunciare quel sì, tutto ciò che ne deriva è fecondo, se lo desideriamo. Questo è, a mio confinato e limitato parere, il segreto del matrimonio.

Anzitutto, si parte in uno più un altro e si diventa tutt’uno che mi pare già tanto. Un miracolo, stando alle leggi matematiche (di cui mai ho capito granchè, ma ai conti basilari ci arrivo); un miracolo per sottrazione sembrerebbe. Da due a uno. Ed è un po’ così; perché ci si riduce, sposandosi. Si riducono le pretese, per assecondare quelle dell’altro, si ridimensionano le richieste per poter dare spazio a quelle di chi amiamo, si stringono i propri campi di affermazione per imparare ad ascoltare chi ci sta dinanzi.

Ma in quel tutt’uno non si perde se stessi. Tutt’altro. Non si riduce la personalità ad esempio, che invece si forgia ed è ampiamente illuminata dall’esperienza della condivisione. Si potenzia la propria indole perché si impara dallo sposo/a ad avere una visione allargata dell’esercizio del vivere insieme; si coltiva la meravigliosa e rischiosa possibilità di abbandonarsi a qualcuno, sentendosi curati, medicati, amati. Da due ad uno, ma un uno più forte, un uno che è completo (o quasi) nella sua pienezza. Un uno che racchiude sogni doppi, idee molteplici, sentimenti estesi. Un uno che ha la forza di due.

E, per i cristiani, quelli un po’ folli che si lasciano guidare dalla fede, quell’uno è un tre. Perché al centro c’è Chi realmente tira avanti la baracca.  Quanta matematica sta venendo fuori. Un eccesso per me che mi blocco ai calcoli con le decine! Dunque basta numeri e proviamo a dare una risposta alla lettrice del blog “Matrimonio Cristiano” che domandava, parafrasando, come riempire il tempo di un matrimonio senza figli, come fecondarlo. Di getto verrebbe da rispondere: “vivendolo”. Perché con un chiasso che inizi all’alba, tra vagiti e capricci, o nella pace di una casa più quieta, la giornata può essere ricca.

Però, la conosco bene la sensazione di non agguantare bene quel tempo che scorre. Di non saperlo investire di sufficiente consapevolezza, forse perché la mente e ancora prima il cuore, sono in attesa. L’attesa di un sogno che tarda a concretizzarsi. La speranza di vederlo un piccolino correre tra i mobili, generandoti l’ansia. E poi, contestualmente, sentire nell’aria lo sgradevole odore del fallimento. I pensieri che ti spingono a domandarti se l’altro sia stata la scelta giusta, se con qualcun altro avresti potuto ricevere la gioia della maternità/paternità, se il matrimonio che vivete è “sufficiente”. E’ una fase, temo. E va abitata. Ci si deve sedere in quello scantinato dei pensieri tristi. E prenderli a pugni, uno per volta. Qualche volta ci si alza vincitori ma altre volte, invece, resti a terra. Come su un ring.

Poi però, ti giri e c’è qualcuno che quel pugno in faccia te lo medica. E ti ricorda con chi hai deciso di scommettere in questa vita, abbracciato a chi. “Nella gioia e nel dolore…” non era un ritornello. Ma perché il dolore? E perché i figli non arrivano proprio a noi? Poi magari incontri coppie che ne hanno tanti e non li hanno desiderati o amati, o non si sono dedicati. Ammettiamolo, resta uno di quei misteri per cui impazzire o fidarsi. Di nuovo. Stringendosi in tre, aggrappati a Chi la casa la fa sorgere sulla roccia. Perché se è vero che ci ama, che ha voluto quel progetto matrimoniale, se Lo abbiamo invitato alle nostre nozze certi, anche noi, che il vino sarebbe finito magari non al ricevimento come a Cana, ma poco dopo o anche più in là, ebbene un senso al disegno scritto per noi e con noi dovrà esserci. Meno manifesto, più intricato, ma ugualmente meraviglioso, originale, sorprendente.

Dobbiamo solo predisporci all’ accoglienza del cuore, dello spirito, oltre che della carne. Percorrere una strada differente da quella che siamo abituati a vedere, per dare il nostro contributo d’amore, di apertura, di insegnamento e affidabilità a chi ne avrà bisogno, ai piccoli; in età, fragilità, in amore ricevuto. Donarsi a chi attraverserà il nostro percorso unico, nei modi in cui solo noi siamo capaci di fare, nel nostro esser tutt’uno. Ma indipendentemente dalla sfida genitoriale o parentale o di qualsivoglia genere, la vocazione primaria resta mantenere quel tutt’uno in vita. Col cinema, con lo stadio, con i libri. Con le confidenze, il dialogo, la preghiera. Con le risate, le lacrime, le insoddisfazioni. Con le vacanze, i desideri, i sogni. Con i litigi. Con le scelte illogiche incomprese ai più. E le incoerenze, e le apparenti distanze. Fino alla pace, quella che ci ricorda che è l’alba di un nuovo giorno. Donato. Da vivere. Ancora tutt’uno.

Livia Carandente

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Pensate di farla franca?

Vi riportiamo solo qualche stralcio della (lunga) prima lettura della Liturgia di qualche giorno fa.

Dal libro della Sapienza ( Sap 2,1a.12–22 ) << Dicono gli empi fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. […] È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. […] e si vanta di avere Dio per padre. […] Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, […] Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile. >>

Abbiamo scelto poche frasi ma vi invitiamo sempre ad una lettura completa per avere un quadro d’insieme. Cercheremo di mettere a fuoco solo un paio di argomenti che ci aiutino a vivere meglio la nostra vocazione matrimoniale.

Anzitutto c’è un binomio antico e sempre attuale ma del quale spesso ce ne dimentichiamo : fede e ragione. Qualcuno tempo fa ce lo ha ricordato, qualcuno che onoriamo e veneriamo come santo, qualcuno del cui nome molti si riempiono la bocca e pochi ne imitano le virtù e ne seguono il magistero: Karol Wojtyla meglio noto col nome di papa S. Giovanni Paolo II. Nella bellissima enciclica  Fides et Ratio c’è un incipit che si condensa in una metafora meravigliosa: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Come a dire che l’una va in simbiosi con l’altra, non si può volare senza un’ala, con la fede si perde anche la ragione, e per rendersene conto basta osservare i recenti avvenimenti che tutti ben conosciamo.

Ma è un fenomeno antico come l’uomo stesso, infatti il brano citato comincia proprio dicendo che l’empio sragiona, cioè chi non ha fede sragiona pur di portare acqua al proprio mulino. Cari sposi, stiamo sempre con le antenne ben drizzate per captare le onde radio della fede, non lasciamoci circuire con vani ragionamenti empi, del tipo : ” che c’è di male ?… se tanto non sentite più attrazione l’uno per l’altra va bene così… si vede che era destino che finisse così… hai diritto a rifarti un’altra vita… l’importante è che tu te la senta… in fondo non hai mica ucciso nessuno… adesso devi pensare un po’ a te stesso/a… ” e via di questo passo.

Questi NON sono ragionamenti, sono sragionamenti !

Sono pensieri empi che si vestono di pensiero intelligente, di ragionamenti etici/morali/adulti, sono i pensieri di coloro che si autoproclamano cattolici adulti. Ma i cattolici adulti nella fede sono dei credenti al 100%, non sono dei creduloni pronti a credere a chiunque apra a proposito e a sproposito la bocca.

Gli sposi col sacramento del matrimonio sono fedeli fino a che morte non li separi e difendono la vita dal suo naturale sorgere al suo naturale tramonto costi quel che costi. A Gesù essere fedele al Padre è costato la vita terrena, e gli sposi cristiani sanno che la vita terrena è solo una piccola parte, quella vera ed eterna è in Paradiso.

Parliamo di questo “costi quel che costi” perché ci introduce al secondo argomento che propone il brano del libro della Sapienza : la persecuzione. Il brano si mette in chiara connessione con tutto ciò che ha subìto Gesù nella Passione, che è il giusto per eccellenza. Ma il giusto di cui parla il brano è anche il cristiano che non è un credulone e che vive la propria fede sulla propria pelle: è uno sposo che non si vergogna di fare il digiuno a pane e acqua il venerdì di Quaresima in mensa coi colleghi ; è una sposa che si veste con pudore; è uno sposo che non usa volgarità e parolacce nel proprio linguaggio; è una sposa che non parla mai male del proprio marito con le amiche/colleghe; è uno sposo che non usa modi e parole equivoche con le altre donne; è una sposa che non accetta complimenti dagli altri uomini con secondi fini… l’elenco è incompleto ma sufficiente.

Cari sposi, una vita giusta attira le persecuzioni degli empi, perché essa è un costante, il più delle volte anche silenzioso, richiamo alla loro coscienza. Ma ascoltare la propria coscienza è faticoso e soprattutto quando non ci approva diventa molto fastidioso. Ed è così che l’empio, eliminando il giusto, pensa di eliminare il fastidioso tarlo della propria coscienza.

Cari sposi, abbiamo ancora gli ultimi giorni di questa Quaresima per convertirci. Coraggio, avanti con fiducia, la grazia del sacramento del matrimonio è lì pronta a sostenerci.

Giorgio e Valentina.

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Colomba di pace!

Amare sì ma che cosa vuol dire? Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace perché?

È oramai tempo di bilanci, i contabili, i commercialisti stanno per approcciarsi a chiudere quelli dell’anno passato. Per chi fa la dichiarazione del 730 è tempo di preparare i documenti, gli scontrini, le spese sostenute.

Per un cristiano il tempo del bilancio arriva con l’avvicinarsi della Pasqua. Con il termine della quaresima, tempo di preparazione, tempo di redenzione, tempo di misericordia. Tempo di prova, di assenza di quel canto di gioia che tra non molto verrà gridato nelle chiese. Tempo di silenzio che verrà interrotto dal suono delle campane, dei campanelli, della gioia.

Sta arrivando un’altra Pasqua, sta finendo la quaresima 2022, te ne sei accorto? Forse la pandemia prima, la guerra poi, i rincari di gas e luce hanno tolto l’attenzione al tempo speciale che erano e sono ancora questi giorni. Nessuno ne parla, se non il prete in chiesa la domenica, come puoi ricordarti che si è in quaresima? Come puoi ricordarti dei buoni prepositi che un mese fa ti eri preso?

Eppure eccola lì, segnata sul calendario con un giorno in più di festa. Eppure eccola lì attesa da tanti per staccare dal lavoro. Eppure eccola lì con la scuola che chiude e ci obbliga ad incastrare i bambini tra un nonno e una babysitter.

Pasqua è giorno di pace, Pasqua è simboleggiata dalla colomba, e dal ramo di ulivo. Colomba che vola e colomba anche in tavola che non manca in ogni casa. Quale lavoro hai fatto in questa quaresima per la pace?

La tua famiglia è in pace, o rimane quel muro oltre il quale nascondersi da quel parente, dal quale ci si sporge ogni tanto per sparare colpi di cattiveria?

Siamo partiti in questo mini ciclo di guerra e pace alcuni lunedì fa, dal creare un parallelo, con quanto sta avvenendo nel conflitto Russo Ucraino e quanto avviene in casa nostra tra moglie e marito. Abbiamo visto che ciò che sta avvenendo tra due potenze internazionali, lo viviamo anche nelle nostre case, la pace è qualcosa che creiamo fin da piccoli, che impariamo a costruire fin da dentro i legami più stretti familiari. La pace la si costruisce tra fratelli, tra padri e figli, tra coniugi. È da lì che nasce la nostra missione di pace, la nostra educazione alla pace. Ci aspettiamo tutti la pace, perché la guerra ci fa paura, ma siamo davvero costruttori di pace o siamo spesso tentati dalla divisione?

Lunedì 21 marzo sottolineavamo che spesso parliamo linguaggi differenti fra moglie e marito, e che esistono delle differenze che ci portano a non percepire l’errore che ha causato il conflitto allo stesso modo. Ognuno ha una sua tara sulla bilancia degli sbagli, ognuno ha un suo linguaggio del perdono e dell’amore. Abbiamo poi evidenziamo come bisogna imparare a scendere dai nostri pilastri di orgoglio, e imparare a chiedere scusa, mostrandoci umili ed imparando ad accettare e accogliere i nostri limiti, che non ci rendono onniscienti. Il nostro maestro, è l’unico che sta in alto sul suo vessillo che è la croce; è da lì che impariamo ad amare, a perdonare e guardando a Lui a lasciarci perdonare. Spesso non ci lasciamo perdonare, non lasciamo che la grazia del perdono ci possa raggiungere.

Lunedì 27 marzo abbiamo poi parlato della confessione, ricordandoci che non confesso il male che ho compiuto ma la mia NON risposta all’amore ricevuto. Confessarsi è sentirsi amati, è lasciarsi amare, è accorgerci che c’è qualcuno che ha dato la vita per noi. Entro in confessionale come entrassi nel tunnel dell’autolavaggio dell’amore, come se facessi il pieno di energia d’amore, per chi gioca ancora ai videogame. La sfida bella è tornare a casa e spenderlo quel barattolo di amore che abbiamo appena guadagnato, spenderlo perché spendendolo non finirà ma si auto-produrrà. L’amore lo perdo solo se lo trattengo lasciando che nel mio possesso trovi spazio il peccato, l’orgoglio, il potere. Quando una coppia non sta tanto dialogando, fatica a capirsi, ad amarsi bisogna andare nel confessionale, a ricaricarci d’amore.

Ripartiamo da qui oggi, per concludere il nostro ciclo di guerra e pace, volendo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, è arrivato il momento di riconciliarci. Il momento di accorgerci che la colomba che ha invaso le corsie del supermercato, che è già pronta a casa per essere tagliata, deve spingerci a fare di più verso la pace, verso l’amore.

Ci torna alla mente una frase che riguarda San Francesco e il lupo di Gubbio “non esistono lupi cattivi, ma soltanto lupi non amati.”

Il primo errore che compiamo quando qualcuno sbaglia, è etichettarlo e metterlo alla gogna per quanto ha fatto! Chiamarlo Lupo cattivo. Di fronte ad uno sbaglio fatichiamo a comprendere come si è generato quell’errore, e soprattutto non andiamo più a visualizzare l’altro per il bene che è!

L’errore ha sempre con sé una causa che lo ha generato. Spesso le tante cose da fare quotidiane che una moglie o un marito vivono, i pensieri, gli imprevisti sono causa di errori che in una situazione normale non si sarebbero verificati. Di fronte a questo riaffermiamo che lui non è il suo errore.

La causa dell’errore spesso è la non fiducia, il non amore. Di fronte agli sbagli dell’altro bisogna riuscire ad amarlo di più, non ad incolparlo di più. Spesso è un non amore che genera l’errore nell’altro, una non fiducia, una non tranquillità psicoaffettiva. Da questo punto di vista riaffermiamo che non esistono lupi cattivi, ma solo lupi non amati.

L’errore spesso nasconde il bene. Se tu disegni un puntino nero su un foglio tutto bianco, dove il puntino nero è l’errore e il bianco i gesti di bene, quando guarderai il foglio vedrai il puntino nero e non tutto il bene che lo circonda. Questo succede quando tuo marito arriva tardi la sera e prima ancora di sapere il bene che si cela dietro al ritardo lo si colpevolizza. Oppure succede quando tua moglie sbaglia quella semplice azione, quel gesto, ma non sai le altre 142 azioni giuste che ha fatto per te e per i figli durante tutta la giornata.

Se vogliamo uscire dal conflitto, non dobbiamo giudicare l’altro come fosse l’errore, dobbiamo amare di più l’altro, e dobbiamo cambiare la nostra prospettiva cercando di vedere il foglio bianco sul quale è disegnato il pallino nero.

Dobbiamo avere uno sguardo diverso, che sa vedere il bene. Ti accorgi mai di cosa fa l’altro per te ogni giorno? I gesti piccoli passano sempre nell’indifferenza quotidiana soprattutto con il passare degli anni, ma hanno un valore enorme. Sono loro che dipingono il bianco del nostro foglio. Tanti puntini piccoli bianchi fanno una pagina bianca! Non serve una grande azione per amare, ma fare piccoli passi possibili.

Cos’è la Pasqua se non la vittoria della vita sulla morte. La rinascita della gioia, della felicità, dell’amore! La vittoria del bianco sul nero. Ribaltiamo la prospettiva, possiamo vedere gli spazi bianchi del foglio e da lì far entrare la luce, la salvezza, e sbiancare tutto o possiamo vedere gli spazi di colore scuro, di azioni sbagliate e rimanere piegati su quelli, colpevolizzandoci, colpevolizzando. Non vivendo la misericordia di Dio, non camminando verso la croce ma incontro all’albero di fichi come ha fatto Giuda.

Scrive Papa Francesco nella lettera Patris corde: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.” Il maligno evidenzierà sempre il nostro male, e farà così accrescere sempre i nostri conflitti.

Quella lavatrice per il nostro foglio, che è il confessionale, a nulla serve se non sono in grado di tornare a casa e vedere il bello di mia moglie e amarla di più! Parte da qua la pace, dal vedere e vivere l’amore! Quella guerra che vedi in televisione che vuoi vedere finire, nasce dai gesti di non amore che da sempre viviamo. Devo trasformare il mio sguardo e il mio cuore uscendo dal confessionale, perché sia testimone di luce, di amore, di bellezza, di bianco.

Noi ci siamo attributi il nomignolo “cercatori di bellezza” perché anche nella fatica vogliamo imparare a vedere la bellezza della vita che nasce, non possiamo mai dimenticarlo. Il Signore è luce nella nostra vita a volte buia. Provate ad accendere un solo fiammifero in una stanza buia, tutto potrà essere visto, le forme acquisteranno il loro spazio. Non serve un faro potente, basta un fiammifero, per accorgerci di quanto sta attorno a noi. Sta a noi poi non far spegnere quel fiammifero che è Gesù ed alimentarlo, e lasciare che ci guidi, perché possiamo aprire poi le finestre della luce nella nostra stanza del cuore.

Se rimarrà del grigio sul nostro foglio, non sarà un male, tu guarda sempre alla luce, al bene, al bello, quel puntino nero sarà lo stesso importante quale strumento di memoria e di attenzione. Il peccato, l’errore, il litigio è ciò che ci fa tornare limitati, normali, umili, carnali peccatori. È salvifico il peccato, sennò peccheremmo di creder di esser come Dio. Dobbiamo tendere a Dio e non voler essere Dio.

Scrive San Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9).

Avere un pallino nero sul foglio bianco ci permette di stare attenti sempre! Di sforzarci ad amare di più perché quel pallino non cresca, ma ci aiuti a tendere alla santità. Vi salutiamo, augurandovi di poter camminare questi ultimi giorni di quaresima, guardando al bello, alla bellezza che è strumento che ci può salvare dal vedere il peccato nell’altro. Che ci può aiutare ad entrare nel confessionale pentiti dell’amore non amato (vedi articolo precedente), che ci può aiutare a guardare alla bellezza che è l’altro anche se è diverso in tutto da me (abbiamo linguaggi diversi. Bellissimo!), che ci può aiutare a non iniziare una guerra, un litigio perché di fronte alla bellezza non si può guerreggiare, ma solo lasciarsi amare, e ringraziare.

Un caro saluto a tutti, un abbraccio

Buon ultimo giro verso la Pasqua, verso l’Amore!

Vinca la vita, l’amore, la pace in ogni famiglia

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Il perché della tua fedeltà coniugale

Oggi il Vangelo ci mette davanti un matrimonio altamente imperfetto, un matrimonio ferito, una relazione in crisi.

Non sappiamo la genesi di come quelle due persone siano arrivate ad andare a letto assieme, ma da che mondo è mondo queste cose ahimè avvengono. Erano consci delle conseguenze previste, se scoperti, difatti: “Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte” (Dt 22, 23.24). Ma, a quanto risulta, nemmeno tale sorte ha limitato la loro passione ed entrambi sono caduti…

A me colpisce come si pone Gesù davanti a questa situazione, come reagisce, come si comporta. Tutti dettagli che svelano il suo Cuore, stracolmo di amore. Sono aspetti che dicono tanto, per voi sposi, al vostro modo di amarvi. Come del resto lo dicono a me sacerdote su come vivo la mia donazione.

Vorrei attirare la vostra attenzione su 3 gesti di Gesù:

  • Gesù non si scandalizza, contrariamente a quello che fanno le persone attorno a Lui. In effetti sapeva dall’eternità che queste due persone avrebbero mancato di rispetto al proprio matrimonio e nel fondo avrebbero offeso Lui. Proprio per questo, quando sai che qualcuno ti ha leso e poi te lo mettono davanti, probabilmente la rabbia è maggiore. Invece Gesù dimostra solo calma, dominio di sé, pace interiore ed esteriore.
  • Gesù non fa moralismi davanti ai miei peccati. Occhio! In nessun momento Gesù le dice: “ma dai! Cosa vuoi che sia! Mica sarai la prima a fare robe del genere…”. Gesù non ha le maniche larghe, come tanti oggi vorrebbero dipingerlo, il peccato è una brutta cosa che fa male. Ma Gesù non è duro, non peggiora il suo stato di animo, già di per sé prostrato a terra.
  • Gesù la tratta con estrema dolcezza. Una “chicca” che evidenzia quanto sia buono e delicato è proprio il chinarsi fino al suo livello. Lei era lì, buttata a terra, seminuda, tremante, terrorizzata e Gesù scende al suo livello parlandole con delicatezza.

Mi chiedo se voi coniugi sapete trattarvi così davanti alle vostre piccole o grandi infedeltà. Come del resto me lo chiedo pure io se tratto così i miei confratelli o le persone che il Signore mi mette davanti.

Ma che sta cercando di fare Gesù con questa donna? Fare la bella figura davanti a chi voleva accusarlo? Sono sicuro che Lui la stesse aspettando per svelare anzitutto a lei e poi a ciascuno di noi, in primis gli sposi, la novità del suo amore.

Gesù le sta dicendo che la fedeltà è più importante del tradimento. Sembra banale? A me pare proprio di no. Per esperienza personale vedo che spesso basta una scivolata nel matrimonio per correre dall’avvocato a firmare per il divorzio…Invece Gesù le esprime anzitutto il perdono e grazie ad esso può dirle poi: “sii fedele”. Capiamo queste parole alla luce della prima lettura di Isaia perché pare che Gesù lo stia riferendo a questa donna: “Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche! Ecco, io faccio in te una cosa nuova”. La fedeltà suppone il perdono, non si può essere fedeli senza essere perdonati e perdonare a nostra volta. La novità di questo messaggio, quindi, è che con Gesù, con la sua forza, con la sua grazia, si può sempre ripartire nel matrimonio. Lui è il “Fedele” (Ap 19, 11) e Lui con la sua fedeltà e misericordia vi consente, cari sposi, di rinnovare costantemente la vostra relazione, il vostro “sì”, pronunciato dinanzi all’altare.

ANTONIO E LUISA

Eh già! Come sempre padre Luca ha colto nel segno. Leggendo il suo commento ho pensato alla mia storia con Luisa. Sapete quando il nostro amore ha fatto un salto di qualità? Quando siamo stati capaci di perdono e di amore incondizionato e immeritato. Perchè è quando sei povero e non hai nulla da dare che ti accorgi di quanto sia bello e grande l’amore dell’altro. E’ lì, quando non lo meriti, che l’amore salva e cambia il cuore. Il matrimonio è luogo privilegiato per perdonarsi e ricominciare. Il matrimonio è il luogo dell’amore che non fa calcoli ma si dà completamente.

(Anche) le famiglie imperfette (spesso) producono santi

Pensa un po’. Potessi scegliere, ti sarebbe garbato restare orfano di padre a 18 anni? Con tutta una vita davanti senza la guida paterna? Ma questo è nulla: che ne pensi se anche ti venisse tolta pure tua mamma quando ne hai solo 9 e sei un bambino bisognoso del calore materno? Ma almeno rimarresti con i tuoi fratelli. Bene, ci stai a perdere pure loro? Tipo tuo fratello maggiore ai 12, nella fase in cui vorresti tanto un modello di vita davanti a te? E magari non aver mai conosciuto la tua sorellina perché venuta meno prima che tu nascessi? Per finire con il botto, rifiliamoci l’uccisione di vari dei tuoi migliori amici per motivi razziali.

Tragico, vero? Povera creatura, così giovane e già sola davanti a un mondo crudele e con il cuore a pezzi!

Eppure, ti sto parlando di Karol Wojtyła, e tutto questo macabro elenco gli è realmente accaduto. Chi di noi sarebbe rimasto “normale” sotto i colpi di una vita così spietata? Quale senso di pessimismo, amarezza, se non addirittura disagio psicologico, non avremmo potuto sviluppare? Di certo, avresti pensato proprio a Papa Giovanni Paolo II, se non te l’avessero detto?

Oggi ricorre il suo 17° anniversario di morte, una data che tutti noi che eravamo lì a Roma ricorderemo a vita. Ma la mia menzione è soprattutto dovuta al fatto che è stato, a tutti gli effetti, il Papa del matrimonio e della famiglia.

I suoi documenti su questi temi sono un pilastro inamovibile nel Magistero della Chiesa: l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio del 1980, le Catechesi sull’amore umano, meglio conosciute come la Teologia del Corpo, pronunciate dal 1979 al 1984, la Lettera alle Famiglie del 1994, l’aver sdoganato le canonizzazioni di sposi (i coniugi Beltrame-Quattrocchi) e tantissimi riferimenti continui, durante i viaggi apostolici, le udienze e i discorsi per incoraggiare gli sposi e le famiglie nel proprio cammino di vita cristiana.

Per gli accaniti lettori segnalo a questo riguardo un ottimo libro, una miscellanea di quanto il Papa polacco ha espresso su questi temi: “Familia Via Ecclesiae”.

Quello che ritengo importante sottolineare, alla luce della mia esperienza personale e pastorale, che tanta grazia e bellezza che ha restituito alla coppia e al matrimonio, non gli provenivano da un contesto familiare ottimale, ma come abbiamo visto, tutto il contrario. Come è possibile questo?

Detto in altri termini, applicandolo alla vita di ciascuno di noi, in particolare per voi sposi, come è possibile generare legami e relazioni sane, se alle spalle ci sono tante, a volte troppe, fragilità? E il loro segno è ben visibile? Siamo condannati forse a formare famiglie di serie B? Figli di un Dio minore?

Domande che, in un modo o nell’altro, esplicite o meno, sono sorte in questi termini in tante persone che ho incontrato. Penso che il vissuto di San Giovanni Paolo II ci possa illuminare in due sensi, uno più spirituale e uno più umano.

Per prima cosa, qui si vede chiaramente come la Grazia di Dio porta a pienezza anche un’umanità ferita e privata di dimensioni molto importanti. “Nulla è impossibile a Dio”, disse l’Angelo a Maria, proprio in riferimento alla mancanza dell’intervento paterno nella nascita di Gesù. Non è una pia idea, un principio astratto. Nel Papa polacco vediamo ancora una volta i meravigliosi effetti della Grazia. Perciò, se nella tua vita riscontri mancanze o privazioni simili e questo ti abbatte e ti demoralizza, pensa che non sei mai solo, che il Signore può tranquillamente fare uso delle tue ferite per fare cose grandi. In secondo luogo, Giovanni Paolo II, a modo suo, ha messo in pratica quando Dio chiede a ogni coppia, da Adamo ed Eva in poi, cioè di “lasciare padre e madre”. Lasciare non è menefreghismo, dimenticanza, indifferenza. È capire che il Signore ti chiama a vivere il presente, a lavorare sull’adesso e non alienarsi nel proprio passato, bello o meno bello esso sia stato. Vedendo la sua vita, si nota una persona dinamica, operosa, attiva, protesa a costruire qualcosa di grande e bello.

Finisco, care coppie, esortandovi a guardare al Papa come a un modello davvero a portata di mano, un grande uomo, un grande sacerdote, un Santo che ha incarnato nella sua vocazione la sponsalità in questo modo. Da lì potete attingere anche voi per vivere in pienezza la vostra nuzialità.

Padre Luca Frontali

Ultima fermata: l’altro è bello finchè è bello il suo corpo?

Da qualche settimana sta andando in onda, su Canale 5 e in prima serata, una nuova trasmissione intitolata Ultima Fermata. Di cosa tratta? In ogni puntata partecipano tre coppie in crisi per i più svariati motivi. Queste coppie raccontano la propria storia e cercano di affrontare i problemi con l’aiuto di terapeuti professionisti, in modo da uscire da quell’esperienza televisiva con un percorso condiviso per ritrovarsi o con la decisione di una definitiva separazione se non si trova nulla su cui costruire una ripresa della relazione.

Ammetto di non aver seguito prima questo programma perchè non guardo molta TV e perchè questa spettacolarizzazione di problemi e sofferenze al solo fine commerciale e per catturare ascolti mi sembra davvero fuori luogo e un po’ triste. Stamattina, però, è stata ripresa da tante testate on line la storia di una di queste coppie. Tali Giorgio e Stefania. Mi ha incuriosito il motivo della loro difficoltà e sono andato a guardare quel pezzo di trasmissione. I due non riuscivano ad accordarsi sulla decisione di avere figli. Lei si sentiva pronta mentre lui no. Tra le obiezioni di Giorgio ce n’è una in particolare che merita un approfondimento. Ecco ciò che ha detto il protagonista di questa storia:

Anche vedere il cambiamento della donna, anche di quello sono terrorizzato. Ho paura del cambiamento fisico di mia moglie, ho sempre pensato: “Come faccio ad andare a letto con una così. Come faccio ad avvicinarmi?”

Capite la povertà che c’è dietro queste affermazioni? Il problema è che non è la prima volta che le sento. L’altro è visto come un corpo. L’altro è bello finchè è bello il suo corpo. Quando è bello? Quando risponde ai canoni che abbiamo in testa e che sono abbondantemente influenzati dall’ideale culturale e sociale del nostro tempo. Quindi un corpo sformato dalla gravidanza non può più essere attraente. E poi? Quando il corpo non sarà più giovane, quando ci saranno i segni del tempo? Non sarà più attraente. Il messaggio che passa è questo: come faccio ad andare a letto con mia moglie che ha un corpo sfatto o vecchio? Il matrimonio dura tutta la vita. Come la mettiamo?

Il problema è che tanti giovani sono cresciuti e crescono con queste idee in testa. Onestamente anche mia moglie aveva un po’ paura di questo. Quando abbiamo deciso di sposarci ho dovuto rassicurarla. Lei ha otto anni più di me. Era impaurita da questa differenza di età. Addirittura un mio amico si è sentito in dovere, alcuni giorni prima del matrimonio, di provare a farmi cambiare idea. A suo dire mia moglie era troppo vecchia per me e me ne sarei pentito con il tempo. A suo dire mi sarei trovato con una vecchietta accanto. Adesso ci faccio una risata con Luisa ma al tempo lui era davvero preoccupato per me.

Non gli ho dato retta e mi sono fidato di me, di Luisa e di Dio. Nel fidanzamento ero sì attratto dal suo corpo, ma intravedevo una bellezza che andava oltre. La bellezza di una donna è molto di più di un corpo. Sì il corpo è importante, ma poi con il tempo lo diventa sempre di meno. Cerco di spiegarmi meglio. Quando mi sono innamorato di Luisa una grande parte dell’attrazione che lei esercitava su di me dipendeva dal corpo, perchè il corpo era la parte di lei che potevo vedere, conoscere ed apprezzare. All’inizio lei era il suo corpo ed era quello quello che mi attirava. Però poi le cose cambiano. La relazione cresce. Quando si vive accanto per tanti anni il fascino non è più solo corporeo. L’attrazione è sempre più influenzata da tutta la persona che abbiamo accanto. Vediamo sempre il corpo ma quel corpo viene arricchito da tanto altro. Il corpo diventa sempre più una porta di accesso, diventa la parte accessibile e visibile di una meraviglia molto più completa e profonda.

Nel 2002 quando Luisa ed io ci siamo sposati avevo 27 anni e lei ne aveva 35. Fate voi i conti. Lei ora ha passato i cinquanta mentre io sono ancora abbondantemente al di sotto. Eppure mia moglie mi piace più ora di prima. Non sono impazzito e ci vedo ancora bene. Le gravidanze e il tempo hanno lasciato segni visibili, eppure è meravigliosa. E’ l’amore che rende tutto più bello. Capite bene che anche tutto l’amore che noi doniamo al nostro coniuge diventa bellezza che trasfigura il nostro corpo e lo rende bello. Almeno ai suoi occhi. Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non si può comprendere questa logica se non facendo esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare. Io quando guardo mia moglie non vedo quella che vedono gli altri, vedo le sue carezze, vedo i nostri momenti di intimità, vedo quel suo prendersi cura, vedo quella sua accoglienza premurosa. Vedo Luisa in una completezza che la rende unica. Questo è un po’ il segreto del matrimonio.

Tornando al programma televisivo mi sento di dire a Giorgio che non ha davvero capito nulla dell’amore. Io ricordo le gravidanze di Luisa e di come in quei periodi fosse davvero ancora più bella perchè sprigionava una femminilità e un amore che la illuminavano. E chi se ne frega che aveva messo su chili ed era un po’ gonfia. Era stupenda come solo una mamma in attesa sa essere.

Antonio e Luisa

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Non la riconosco più!

Ogni tanto dovremmo porci la domanda: quanto conosco la persona che ho accanto, la persona che condivide la vita con me? Non è una domanda banale e non è banale neanche la risposta. Io dopo vent’anni di matrimonio dovrei rispondere si senza pensarci troppo. Eppure non è scontato che sia così.

La Luisa che ho accanto oggi è molto diversa da quella che sposai nel giugno del 2002. La Luisa che ho accanto è cambiata moltissimo, è cambiata fisicamente ma è cambiata nel modo di relazionarsi con me, è cambiata in alcune sue convinzioni, è cambiata nei desideri e nelle esigenze. E’ cambiata in alcune sue sensibilità. Insomma non è la stessa persona che ho sposato.

E’ normale che sia così, non voglio farne un problema. Può però diventare un problema quando smettiamo di osservarci, quando smettiamo di ascoltarci, quando smettiamo di prestare attenzione alle conseguenze sull’altro di ciò che facciamo o diciamo. Smettiamo perchè pensiamo erroneamente di sapere già tutto dell’altro. Che brutto quando l’altro non ci provoca mai meraviglia e stupore. Che bello invece quando ci lasciamo stupire anche dopo tanti anni di matrimonio.

L’altro è davvero un mistero che ci si svela giorno dopo giorno, ma che giorno dopo giorno cambia e non resta mai lo stesso. Cambia lui/lei e di conseguenza cambia la nostra relazione che va ricalibrata. Cambiamenti continui seppur impercettibili, ma che alla lunga diventano molto evidenti. Io, oggi che ho 46 anni, sono molto diverso da vent’anni fa e così mia moglie. Per questo è bello scoprire la mia nuova Luisa, giorno per giorno, per questo è importante farlo, per non trovarmi poi in casa con una sconosciuta.

Succede sempre più spesso che tante coppie saltano dopo venti e più anni di matrimonio. Perchè saltano? Perchè i due hanno fatto per anni i genitori, non si sono più guardati veramente, si sono dati per scontati, e poi, andati via i figli, si sono scoperti due sconosciuti. Non si riconoscevano più. Non avevano più nulla da dirsi. Ne conosco di queste storie. Alcune anche personalmente, persone che ci hanno contattato in questi anni di nostra presenza sui social.

Cosa fare? La risposta è sempre la stessa! Prendetevi tempo per voi. Tempo di qualità per parlare, ma non delle solite programmazioni e organizzazioni familiari, parlate di voi, di quello che vi piace, di quello che vi fa soffrire, delle preoccupazioni, delle gioie e dell’amore che vi lega. E’ importante dirvi quanto vi volete bene. Va certamente dimostrato ma è bellissimo anche sentirselo dire. Non perdete occasione di farlo. Fate almeno una volta al mese qualcosa che vi piace, fatelo voi da soli, senza nessun altro, senza neanche i figli. Riscopritevi sposi novelli ogni tanto, rinnovate il vostro essere sposi. Un week end romantico in hotel o in una SPA. Non è tempo buttato ma investito per ciò che più conta, la vostra vocazione. Fate una cenetta in intimità o anche solo la colazione al bar seduti al tavolino. Trovate insomma il vostro modo per contemplare ciò che siete.

Per me è bellissimo scoprire la mia Luisa, sempre la stessa ma sempre nuova. Scopritelo anche voi e il vostro matrimonio sarà più bello e più pieno!

Antonio e Luisa

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Che mistero nell’unione intima di un uomo ed una donna

Uomo e donna sono uno spettacolo. Come canta Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi io e te. Siamo il vertice della creazione. Non solo l’uomo, non solo la donna, ma l’uomo e la donna insieme. Perchè in quella relazione c’è l’immagine più vera di Dio stesso. Non nell’uomo, non nella donna, ma nella relazione. Davvero Dio ci ha creato come solo Dio avrebbe saputo fare. Siamo meravigliosi non solo in quanto persone, ma ancor di più come coppia in una relazione sponsale che davvero è affascinante e misteriosa. Il nostro corpo non è un limite ma un’opportunità immensa.

Mentre scrivo ho qui accanto Luisa. La guardo e non posso non pensare quanto sia diversa da me, quanto sia proprio all’opposto da me per tante cose, ed è proprio questo che la rende così attraente. Il matrimonio è una sfida, una sfida che ci chiede di entrare sempre più in profondità in un mistero, nel mistero di una donna che è qualcosa di totalmente altro rispetto ad un uomo, nel mistero di una relazione che ci chiede una comunione non solo di cuore ma anche di corpo. Che bello ma anche come è difficile e quanti errori si fanno. Errori che nascono proprio dalla sicurezza che abbiamo di conoscere l’altro e cosa piace all’altro. L’errore di relazionarci come se l’altro fosse un altro noi, nel modo che piace a noi.

Se ci pensate bene il rapporto intimo tra gli sposi è davvero l’incontro tra due persone che sono distanti anni luce l’uno dall’altra. Hanno necessità diverse, stimoli diversi, impulsi diversi. Sono però accumunati dallo stesso desiderio di essere uno. Hanno lo stesso desiderio di comunione, e per realizzarlo è importante che imparino a dialogare. Ad aprirsi l’un l’altra per amarlo/a come l’altro/a desidera. Per conoscerlo/a profondamente.

Vi siete mai chiesti perchè nella Bibbia il verbo conoscere viene spesso associato all’atto sessuale? Perchè l’atto coniugale descrive la pienezza della conoscenza. Dio ci “conosce” come uno sposo e noi dobbiamo “conoscerlo” come la Sua sposa che accoglie completamente il suo sposo. Si capisce, allora, che il culmine della conoscenza è l’intimità, dove tutto è comune e dove la prevalenza è quella dell’amore. Ecco noi sposi, proprio nell’amplesso, siamo così in intimità da vivere una piena comunione. Siamo una carne e un cuore solo. Siamo immagine della Trinità.

Guardate anche solo come siamo fatti. Fisicamente e sessualmente. Gli organi genitali maschili fuoriescono quasi completamente dal corpo. Le donne al contrario possiedono organi genitali che sono quasi completamente all’interno del corpo. Il corpo parla. Il corpo ci dice chi siamo. L’uomo si sente realizzato in una relazione quando riesce ad uscire da sè stesso, dal suo egoismo, dal suo individualismo. E in questo suo uscire si scopre pienamente uomo. Non a caso nella famosa lettere agli Efesini San Paolo scrive: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Concretamente significa morire a noi stessi per donarci completamente all’amata, esattamente come Gesù si è dato totalmente per noi. La donna al contrario desidera accogliere in sè l’uomo per sentirsi amata e realizzata e scoprirsi pienamente donna. San Paolo infatti scrive: le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore. La donna, che vuole avere tutto sotto controllo, ha bisogno di abbandonarsi nella piena fiducia verso l’amato per vivere una vera comunione nella vita e nel rapporto intimo. Capite quale profondità c’è dietro le parole di San Paolo? Non è la semplice tiritera maschilista e patriarcale di una società arretrata e lontanissima dalla nostra. Sì, il linguaggio usato da San Paolo, oggi andrebbe rivisto e adattato alla nostra sensibilità ma il significato profondo è ancora attuale e verissmo, perchè parla di come siamo fatti.

Uomo e donna sono diversissimi anche in ciò che li stimola sessualmente. L’uomo ha fretta. L’uomo non ama i preliminari. Andrebbe subito al sodo. Gli basta guardare e toccare il corpo dell’amata per partire a mille. La donna no. Desidera essere corteggiata anche nel rapporto. Desidera essere al centro delle attenzioni del marito e solo così riesce ad abbandonarsi a lui.

Capite come siamo diversi? Ed è bellissimo così. Già perchè la relazione diventa attenzione per l’altro/a. Diventa cura e rispetto delle rispettive sensibilità. E alla fine diventa comunione del corpo e anche dei cuori. L’errore più grossolano e fatale che possiamo fare è piegare l’altro al nostro modo e alla nostra sensibilità di vivere l’intimità. E’ bello invece imparare, con il dialogo e con l’osservazione, ciò che l’altro desidera per crescere sempre più in piacere e in comunione, perchè gioia e comunione vanno di pari passo, crescono insieme.

Il sesso nel matrimonio non è per nulla un gesto che sporca. E’ voluto da Dio perchè eleva la relazione. Permette di assaporare la comunione e la relazione in pienezza facendone esperienza nel corpo e educa il cuore dei due sposi. I due sposi, proprio attraverso l’unione intima, acquisiscono uno sguardo diverso. Sempre più attento all’altro/a prima che a sè.

Come capire se vivete il vostro rapporto con questo atteggiamento? Semplice dopo tanti anni di matrimonio avrete ancora voglia di fare l’amore perchè dell’amore autentico non ci si stanca mai. Dell’egoismo invece ci si stanca presto.

Antonio e Luisa

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Non fare i T-Rex !

Riportiamo uno stralcio della prima lettura di oggi :

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 47,1-9.12) : In quei giorni [l’angelo] mi condusse all’ingresso del tempio [del Signore] e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. Quell’uomo avanzò verso oriente e […] Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Aràba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».

Come avrete certamente intuito la lettura è molto più lunga perché fa una descrizione meticolosa della scena tra l’angelo e l’uomo, addirittura riportando le misure del megatorrente, ma quello che ci interessa maggiormente è la spiegazione dell’angelo che troviamo sopracitata.

A questa lettura fa eco il Vangelo che narra la guarigione, dopo 38 anni di sofferenza, del paralitico nella piscina di Betzatà ad opera naturalmente di Gesù; sulla stessa onda (non a caso si parla di acqua) l’Antifona cita Isaia (55,1): O voi tutti assetati, venite all’acqua; voi che non avete denaro, venite e dissetatevi con gioia.

Ci sono alcuni particolari che dobbiamo tener presenti perché ci aiutano nella comprensione del significato più profondo e lo faremo naturalmente alla luce del Vangelo, alla luce di Gesù, altrimenti l’Antico Testamento resterebbe per molti versi incomprensibile.

  • Notiamo dapprima come in questa visione di Ezechiele, si parli di questo prodigioso evento acquoso che parte dal tempio e non dal mercato o dal cinema, a significare che è dal Signore che arriva l’acqua salvifica, e il Signore lo si incontra nel tempio e da lì sgorga la salvezza e lì ne troviamo la sorgente ; sì, cari sposi, se vogliamo incontrare il Signore è nel tempio che dobbiamo andare, alla sorgente di acqua che zampilla, cioè dobbiamo andare a Messa dove incontriamo la sorgente di cui nutrirci che è Gesù.
  • Poi si noti come il tempio fosse rivolto ad oriente e l’acqua fluisca proprio verso oriente, cioè verso il sorgere del sole, e c’è ora un nuovo sole che è sorto da un nuovo oriente, abbiamo un sole vivo che è Gesù stesso e non tramonterà mai perché è risorto per l’eternità.
  • Le misure del megatorrente sono esagerate, 1000 cubiti misurati 4 volte almeno, come a dire che la Grazia che dona il Signore è esagerata, è fuori misura, è oltre ogni nostra aspettativa, è sovrabbondante, perché il Signore non è un tirchio ; e qua abbiamo da imparare come sposi a non misurare i nostri gesti d’amore, non dobbiamo fare come i T-Rex che avevano le braccine corte, dobbiamo esagerare in amore ad imitazione dell’amore del Signore Gesù. Gli sposi devono esagerare con abbracci e baci teneri e parole seducenti, senza dimenticare di fare con slancio i piccoli lavori di casa, verso le proprie spose senza cadere nel ridicolo o ritornare alla fase adolescenziale. Dall’altra parte le spose devono esagerare con i complimenti e la riconoscenza nonché con i gesti affettuosi di contatto fisico che tanto piacciono ai maschi, senza dimenticare di farli sentire unici grazie ai loro piatti preferiti.
  • E là dove giungerà il torrente tutto rivivrà dice l’angelo ad Ezechiele. Sì, cari sposi, se lasciamo che il torrente d’acqua viva della Grazia del Signore ci travolga, allora tutto rivivrà. Molti sposi si chiedono come/cosa fare per ravvivare il loro amore, il loro matrimonio, la loro relazione, la qualità dei loro gesti… ebbene, non c’è rimedio migliore della Grazia del Signore che, unita ai nostri piccoli sforzi, compie il miracolo di risuscitare ciò che era morto. Sentite che il vostro rapporto è come morto? Potete risuscitarlo con la Grazia. Certo non devono mancare gli aiuti umani uniti ai nostri sforzi di coppia, ma vi ricordate le dimensioni del megatorrente? Gigantesco, sproporzionato rispetto alla terra circostante, come a dire che il nostro apporto è necessario, doveroso, operoso, imprescindibile, ma la parte più consistente la fa la Grazia di questa acqua viva che è Gesù stesso.

Coraggio sposi, il vostro matrimonio tornerà più rigoglioso ed abbondante di frutti rispetto a prima solo se cresce sulle sponde di questo megatorrente di Grazia.

Giorgio e Valentina.

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Perdono e confessione, quegli sconosciuti!

Litigare sì è importante ma far pace è ancor più importante! Saper perdonare e lasciarsi perdonare ed amare dev’essere il pilastro della nostra esistenza.

Terzo appuntamento dei lunedì di guerra e pace. Dopo aver fatto la guerra, aver “capito dalla televisione” come si esce dal conflitto, aver compreso che abbiamo e parliamo linguaggi di amore e perdono differenti, è arrivato il momento di riconciliarci. Oggi vogliamo fare un focus sul bene, sulla bellezza che è racchiusa nell’altro, soffermandoci sulla confessione, importantissima in questo tempo liturgico quale è la quaresima, volendo così concludere il nostro trittico di guerra e pace con la riconciliazione tra marito e moglie. Tra sposi.

La confessione non è un raccontare qualcosa che si è sbagliato e sentirsi così assolti. Come fosse un pagare le tasse: tu le paghi, l’altro incassa e siamo contenti. Non è uno scaricare pacchi puzzolenti che abbiamo sulle spalle. La confessione è dialogare con un altro e riconoscere che si è compiuta un’azione, un gesto, si è detto una parola contraria a quel che è l’amore di Dio. La confessione è un riconoscere lo sbaglio che si è fatto e porlo nelle mani di qualcun’altro affinché lo trasformi con il suo amore. O ancora meglio potremmo dire che è riconoscere l’amore che il Padre mi dona nonostante il mio errore.

Proviamo a fare un esempio: ho rubato una caramella alla nonna. Primo passo per accostarsi alla confessione è riconoscere che ho fatto un gesto che non andava fatto, sbagliato. Secondo passo vado a confessare l’errore che ho compiuto. Non vado a “pagare la tassa”, ma confesso il mio peccato al sacerdote che mi assolverà spiritualmente dall’errore. Che vuol dire? In primis se confesso l’errore ad un altro vuol dire che sto ammettendo a me stesso e ad un altro che ho sbagliato, e il ripetersi di questa azione genera nella coscienza umana una risposta che aiuta a non peccare più, se si avverte veramente un senso di colpa per quanto si è fatto. Se uno è ripetitivo nell’errore è come se continuasse a sbattere contro il muro, dopo un po’ dovrebbe smetterla se vive un vero dolore, un vero senso di colpa, e se è anche aiutato da un altro a non andare più contro quel muro. Un altro che non è solo un sacerdote, una persona qualunque o un professionista della psiche, ma è un sacerdote che agisce in Persona Cristi e mi assolve, ovvero cosa mi dice: va non peccare più IL TUO PECCATO LO SCONTO IO Per TE. Cristo ci ama così, dicendoti ti amo, prendendosi i nostri peccati. Accogliendo su di sé il male dell’uomo. Questo è straordinario e cambia, trasforma, cura.

Quale vigile o poliziotto o forza dell’ordine se il ladro gli confessa il furto, risponde, vai pure sconto io la pena per te? È l’amore che riceviamo che ci trasforma! È il pentimento che ci spinge a confessarti, il dolore che provi nell’aver compiuto quell’azione che ti porta nel confessionale, ma è l’amore che trovi dentro che ti rilancia a non peccare più. È sapere che qualcuno ti sta amando nonostante il tuo gesto. È imparare a non rubare più la caramella alla nonna, perché Gesù mi ama, e ferisco lui rubandola non me stesso o non solo la nonna. È sentirsi amati che non ti fa peccare. È sentirsi amati che ti fa vivere il pentimento se sbagli. Di fronte a qualcuno che mi ama così, come posso io fare questa cosa? La confessione allora è una rinascita, un purificarsi perché ci si riaccosta ad un Padre più grande che ci ama! Che bello!

Gli amici frati ci hanno sempre insegnato a dire 3 motivi per cui ringraziamo prima di confessarci. A dichiarare del bene che riceviamo per cui ci sentiamo amati e per cui quindi ci troviamo pentiti per quanto fatto e da cui ripartire da assolti. La confessione ci deve rilanciare nell’amore. Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ben vengano quei sani litigi che ci fanno crescere e scoprire vulnerabili e umili, per quello che siamo davvero, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. Il litigio è sano se mi fa vedere l’amore che non ho dato e l’amore che ho ricevuto, se mi mostra l’altro per come ama e io per come non ho amato. È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. Ma il non amore, volendo quindi gareggiare nell’amore (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto.

Nella confessione, non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco! Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’Eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Che bello che senza volerlo abbiamo iniziato 2 lunedì fa questo ciclo di incontri su guerra e pace, perdono e confessione e giusto venerdì anche il papà Francy ci ha guidato ad una penitenziale spiegando il valore della confessione, e anche la sacra scrittura nel tempo di quaresima ci guida al pentimento. Lo Spirito soffia verso la Pasqua.

Questo è il momento allora per lasciarci amare, per accorgerci di quanto amore ci circonda. Come rispondiamo a questo amore? Che direzione ha preso la nostra vita?

Vi salutiamo con le parole di Geremia, dandovi appuntamento a lunedì prossimo per concludere questo ciclo. “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona quaresima, buona confessione!

A presto

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Siate sposi prodighi!

Cari sposi,

ditemi se questo Vangelo non è tra i più noti e conosciuti! Una pagina di Bibbia che ha penetrato anche la cultura laica, per esempio, in letteratura con André Gide o nella pittura con James Tissot o Giorgio de Chirico.

Anche in questo caso, il Vangelo ha un forte senso nuziale, benché in apparenza riguardi solo i rapporti tra genitori e figli. Guardiamo anzitutto a quei due ragazzi: il maggiore, a prima vista maturo e responsabile, e il minore, in piena rivolta adolescenziale. Tanto da venir fuori con un’iniziativa tipicamente da chi non pensa alle conseguenze delle proprie azioni, come spesso abbiamo fatto pure noi in quegli anni…

Chi ha letto il libro di Henry Nouwen, “L’abbraccio benedicente” sa bene l’implicanza e il senso di quella richiesta. Non si trattava solo di chiedere un bel po’ di soldini ma tutt’altro. Non voglio tuttavia spoilerare e vi lascio il piacere di scoprirlo.

Il figlio poi torna pentito e si trova da un lato il Padre che lo ha sempre aspettato e non si è mai dimenticato di lui e dall’altro il fratello maggiore che lo scredita e lo disprezza. Da qui si evince che il figlio minore, sebbene sia uscito di casa, in realtà ha sempre avuto suo Padre nel cuore; mentre il maggiore, tanto factotum e servizievole, a ben vedere si è sempre comportato non da figlio amato ma da servo.

A questo punto ci chiediamo: ma chi è in verità questo Padre? Il Padre è colui che mi svela la mia identità e dignità più profonda. Vi siete chiesto, immagino, molto spesso: chi sono io davvero? Non basta rispondere con la carta di identità in mano o andando a rileggere i titoli di studi o i master ottenuti. Chi mi dice chi sono? Chi mi svela la verità su me stesso? Solo il Padre è capace di fare questo. In questo si vede la nostra origine trinitaria, perché la nostra identità è sempre legata alla relazione con gli altri, non è mai una autoproduzione volontaria.

E quindi, cari sposi, eccovi qua: voi siete su una strada meravigliosa, perché con il sacramento del matrimonio voi potete essere quel volto paterno l’uno per l’altro. So che sembra qualcosa di molto strano, mischiare la relazione sponsale con quella paterna, ma è proprio così.

Come sposi, il vostro amore cresce se vi aiutate a riconoscere di essere figli dello stesso Padre, di avere la stessa origine, la vostra unità inizia proprio dall’essere figli dello stesso Padre, è un’unità di Spirito davvero profonda. Se ci pensate, è per questo che nel Cantico dei Cantici lo sposo chiama la sposa per ben 7 volte “sorella” come anche del resto accade nel Libro di Tobia. Voglio amarti con lo stesso amore che il Padre ha per te e che Lui ha per me, voglio mostrarti che mi sento amata da Dio e mi riconosco figlia prediletta.

Se questo non accade è perché non ci si vede come figli amati, come figli prediletti, perché non ci fidiamo del Padre. E allora che succede? Abbonda la disistima di sé stessi o idee spurie con cui ci si vede finendo per proiettarle sul coniuge. Alla fine, non lo vedrò più come un prediletto dello stesso Padre ma solo una personcina piena di difetti e che mi infastidisce alquanto.

Perciò, cari sposi, questo Vangelo vi sprona ad aiutarvi nella preghiera, nelle parole, nei gesti, che siete figli dello stesso Padre e in Lui troverete sempre la Fonte inestinguibile per nutrire quel desiderio infinto di amare ed essere amati.

ANTONIO E LUISA

Quanto è vera la riflessione di padre Luca. Io ho trovato il Padre nella mia sposa, in Luisa. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. 

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 31

Ed eccoci giunti al momento tanto temuto dai demoni. Se qualcuno stesse pensando ad una preghiera di esorcismo si sentirà deluso, perché invece oggi tratteremo il canto/acclamazione del “Santo“. Abbiamo già anticipato come questa acclamazione unisca le nostre umili voci al coro di tutti gli angeli e di tutti i santi, vedremo ora di addentrarci piano piano in questo magnifico momento.

Partiamo dal testo e dalle indicazioni del Messale :

Alla fine [il sacerdote] congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Il testo è un misto di due visioni avute da Isaia e da S. Giovanni, rispettivamente descritte nei primi 6 versetti del capitolo 6 del libro di Isaia e nel libro dell’Apocalisse al capitolo 4 versetti dall’1 al 10. Sono due visioni una più magnifica dell’altra, ed ognuna mette in luce alcuni particolari dell’adorazione e glorificazione di Dio in Paradiso. Sono immagini talmente ricche e suggestive che un po’ suscitano la “santa invidia” per i due sant’uomini ai quali è stato concesso di vedere queste realtà celesti.

I due racconti delle visioni hanno particolari comuni che hanno tanto da dirci: in primo luogo c’è un trono sul quale è assiso il Signore, intorno poi ci sono tanti esseri viventi che cantano la gloria e la maestà di Dio Re, innumerevoli angeli (serafini in Isaia) e una schiera di santi (24 vegliardi in candide vesti nell’Apocalisse). Le descrizioni degli esseri viventi e del trono sono diverse ma hanno in comune la volontà di descrivere lo splendore della visione.

Motivi redazionali uniti ai nostri grandi limiti ci impongono di non dilungarci troppo, ma ci sarebbe tanto da approfondire, perciò ci scuserete se non riusciremo ad essere esaustivi, vorremmo quantomeno suscitarvi quella sensazione di acquolina in bocca.

Come abbiamo già accennato nella puntata precedente, gli innumerevoli angeli descritti da Isaia li troviamo nominati nel Prefazio, mentre i 24 vegliardi dell’Apocalisse li troviamo nella preghiera che segue l’acclamazione del “Santo”, almeno nella sua forma cosiddetta Canone Romano (Preghiera Eucaristica I) che da oltre 500 anni rafforza la fede dei cattolici, infatti troviamo l’elenco di 24 santi martiri: la spiritualità cristiana ha visto nei martiri i 24 vegliardi descritti da S. Giovanni nell’Apocalisse, i quali hanno le vesti candide come segno di purezza oltre ad una corona d’oro a simboleggiare la corona del martirio. Ma 24 è un numero che ricorre altre volte nelle Scritture, infatti altri studiosi vedono questi 24 vegliardi come i 24 ordini sacerdotali descritti nel Primo libro delle Cronache, ma anche le 12 tribù di Israele unite ai 12 Apostoli… aldilà di queste disquisizioni ciò che a noi importa è che il “Santo” è come la cerniera tra il nostro mondo e la realtà celeste.

In quel momento è come se si squarciassero i cieli e tutta la corte celeste scendesse lì dove siamo noi a Messa per cantare insieme a noi la gloria del Signore Dio, ci sono tutte le schiere di angeli e tutti i santi che ci hanno preceduto in Paradiso. Figuratevi se in un contesto del genere i demoni se ne stanno lì a guardare come nulla fosse a braccia conserte, assolutamente no! Ed infatti tremano di paura, se la fanno sotto, e si nascondono o se la danno a gambe levate.

Immaginate di andare allo stadio per guardare la finale di una partita di calcio tra le due squadre acerrime rivali, magari il famoso derby d’Italia tra Inter e Juventus: mentre prendete posto nel vostro comparto vi accorgete di essere nella curva dei rivali, e come se non bastasse avete indossato la maglia della vostra squadra del cuore, per cui non potete far finta di niente e cominciano a tremarvi le gambe mentre tutti i tifosi intorno a voi cominciano a cantare l’inno della propria squadra. Ai demoni succede qualcosa di simile quando c’è il momento del “Santo” poiché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato e per di più sono in minoranza.

Noi, quindi, dovremmo cantare orgogliosamente il “Santo” come quei tifosi che ripetono a squarciagola il proprio inno per far tremare di paura i tifosi avversari, e tanto potente è la loro voce da far tremare tutto lo stadio. Similmente noi dobbiamo unire le nostre voci alle innumerevoli schiere celesti così da far scappare tutti i demoni fino all’ultimo, e, nello stesso tempo, mentre recitiamo o cantiamo il “Santo” la nostra fede si rinsalda e si rinforza in quel Re a cui acclamiamo, a cui diamo gloria.

Care famiglie, non abbiate paura nel far sentire la vostra voce in chiesa domani, ne trarrà vantaggio la vostra fede; e qualora non sapeste come pregare nelle vostre case, soprattutto con i bambini piccoli, cantate insieme il “Santo” con gioia ma con fierezza, magari davanti ad un bel crocifisso. Coraggio sposi, una famiglia che canta con fede, prega due volte.

Giorgio e Valentina.

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Perchè un matrimonio finisce?

E’ inutile negarlo: sposarsi in Chiesa non mette al sicuro da un fallimento nella relazione matrimoniale. Quante separazioni e quanti divorzi anche tra chi ha scelto il sacramento piuttosto che un matrimonio civile o una convivenza. Ci sarebbero milioni di cose da dire sulla consapevolezza che tanti sposi hanno maturato al momento delle nozze, ma non è questo il centro del mio articolo di oggi.

Oggi voglio trattare delle cause che si innescano nella relazione e che se indivuduate per tempo possono evitare una rottura definitiva tra i due sposi. Sarebbe bello che il giorno del nostro matrimonio si concludesse la cerimonia come nei film della Disney ma non funziona così. E vissero felici e contenti è una missione che dobbiamo cercare di perseguire ogni giorno con il nostro impegno e con tutta la nostra volontà.

1 Pigrizia

Era un problema più del passato che di oggi, ma ancora adesso è una mentalità che si può insinuare nell’atteggimento dei due sposi. Quando si era fidanzati si faceva di tutto per far piacere all’altro. Si usciva quando si era stanchi, si andava a teatro o a fare shopping. Si andava a fare al tifo alla sua partita di calcetto. Si faceva di tutto per compiacere l’altro. Dopo il matrimonio piano piano si smette di farlo. La relazione e l’altro vengono dati per scontati, ormai ci sono e sono nostri. Magari ci si trascura anche nell’aspetto e nel corpo. Ecco questi atteggiamenti sono sbagliatissimi. Certo nel matrimonio ci sono molte più responsabilità, più impegni, spesso ci sono i figli, ma tutto questo non può essere una giustificazione alla nostra pigrizia! Mai dare la persona amata per scontata. Non ci appartiene mai! Dobbiamo impegnarci ad essere sempre amabili, cioè ad essere attraenti! Non significa che l’altro non ci ami comunque ma non è detto che lo faccia. L’amore gratuito e incondizionato fa parte del matrimonio ma può essere un obiettivo da raggiungere e non un dato acquisito subito.

2 Egoismo

L’egoismo fa un po’ parte di noi. C’è la tendenza, anche e soprattutto nelle relazioni affettive, a mettere al centro di tutto noi stessi e i nostri bisogni e desideri. Il matrimonio per funzionare deve educarci a smussare questo egocentrismo e a spingerci ad aprirci sempre di più verso l’altro e verso i suoi bisogni. Solo così il matrimonio può funzionare. Anche l’innamoramento, se ci pensiamo, non è sempre amore. L’innamoramento in realtà è molto egoista. Al centro dell’innamoramento non c’è l’altro ma ciò che l’altro ci fa provare. Il centro siamo noi. Nel matrimonio serve l’amore cioè l’impegno a donarci completamente per il bene dell’altro. Tutta un’altra cosa!

3 Corte continua

Di soliro questo problema va a braccetto con la pigrizia. La nostra relazione è come giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio. Quindi prendiamoci cura della nostra relazione con piccoli gesti, ma quotidiani. Tenerezza, attenzione, ascolto. Basta poco: una telefonata, un sorriso, uno sguardo, un abbraccio, un bacio, un incoraggiamento, un complimento, ecc. ecc. Potrei proseguire per ore. Sono tutti mattoncini che saldano la nostra relazione.

4 I figli

I figli sono pezzi di cuore, come si dice a Napoli, ma sono anche un grande pericolo per la coppia. Se non si presta attenzione possono diventare totalizzanti, possono occupare tutti i nostri pensieri e richiedere tutte le nostre energie. Smettere di essere sposi per fare solo i genitori è l’errore più grande che possiamo fare. Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, ma anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro. Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

5 Dialogo

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità.

Antonio e Luisa

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Giuseppe sceglie Maria ad occhi aperti

Mi sono messo a rileggere le catechesi del Papa dedicate alla figura di San Giuseppe. Tutte davvero molto belle e tutte ricche di spunti di riflessione. San Giuseppe un uomo davvero uomo che può insegnare molto su come dovrebbe essere uno sposo con la propria sposa. Riprendo un passaggio che mi ha colpito particolarmente.

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso la nostra vita non è come ce la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo. E si deve passare dall’innamoramento all’amore maturo. Voi novelli sposi, pensate bene a questo. La prima fase è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Ma proprio quando l’innamoramento con le sue aspettative sembra finire, lì può cominciare l’amore vero. Amare infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre. Ecco perché Giuseppe ci dà una lezione importante, sceglie Maria “a occhi aperti”. E possiamo dire con tutti i rischi. Pensate, nel Vangelo di Giovanni, un rimprovero che fanno i dottori della legge a Gesù è questo: “Noi non siamo figli che provengono di là”, in riferimento alla prostituzione. Ma perché questi sapevano come Maria è rimasta incinta e volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo. E il rischio di Giuseppe ci dà questa lezione: prende la vita come viene. Dio è intervenuto lì? La prendo. E Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo del Signore: Dice infatti il Vangelo: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). 

(Dalla catechesi di Papa Francesco dell’udienza generale del 1 dicembre 2021)

Giuseppe concretizza nel suo comportamento e nel suo atteggiamento l’amore. Lo rende concreto! Giuseppe, è bene ricordarlo, non era quel vecchietto con il bastone che si prende cura di Maria e del suo bambino. Giuseppe era un uomo pieno di energia e vigoria. Un uomo lavoratore nel pieno delle forze. Un uomo che aveva progetti e desideri. Aveva una sua idea di famiglia che si era formata nella cultura e con le abitudini del suo tempo. Desiderava probabilmente una ragazza con cui sposarsi e costruire una famiglia. Mi piace credere che avesse scelto Maria in quanto innamorato di quella giovane donna, sicuramente bella di aspetto e di cuore. Insomma, c’erano tutti i presupposti per immaginarsi un certo tipo di matrimonio. Eppure, succede qualcosa di completamente imprevisto e imprevedibile. Quella ragazza tanto religiosa e pudica si ritrova incinta. E non di lui, che l’ha sempre rispettata e mai violata. Proprio lei! Cosi piena di virtù e di fede. Per Giuseppe deve essere stata una mazzata incredibile. Mi immagino il suo smarrimento. Non ci avrà capito più nulla. Avrà messo in dubbio tutto. Sarà entrato in crisi e avrà dubitato di conoscere davvero Maria, la sua promessa sposa. Come era possibile che proprio Maria l’avesse offeso e ferito in quel modo? Non erano sposati ma era come se lo fossero. Si erano promessi.

Giuseppe ha la forza di non cedere ai sentimenti e allo scoraggiamento. Non ha perso la lucidità e il buon senso. Ha deciso, perchè è stata una scelta, di mettersi in ascolto di Dio. Spesso nella Bibbia Dio parla attraverso i sogni. Giuseppe alla fine ha vinto, non ha perso la fede anche se le cose sono andate molto diversamente dalle sue attese e previsioni. Ha deciso di accogliere Maria con tutta la sua storia, per quello che era e non per quello che lui si aspettava che fosse. Ed è lì che trova la verità della vita e della sua vocazione. Nell’accogliere Maria con tutta la sua storia ha accolto Dio stesso. Un Dio bambino che salverà il mondo.

Noi siamo capaci di fare altrettanto? Il segreto è tutto lì. Amare quella persona che abbiamo accanto. Amare lei, amare la sua storia, amarla per come è. Amarla per quello che ci può dare. Amarla in modo gratuito ed incondizionato. Perchè il matrimonio non è, e non sarà mai, esattamente come noi ci aspettiamo. L’altro non è mai quello che noi crediamo che sia. L’altro non sarà mai quell’ideale che noi abbiamo in testa. Abbiamo accanto una persona che è e che sarà sempre un mistero, che non conosceremo mai del tutto e che non si comporterà sempre nel modo che noi vorremmo. Questo non significa che non vada bene. Dobbiamo solo fare quel salto di qualità che ogni vera storia d’amore richiede. Uscire dall’idea che abbiamo ed entrare nella vita reale. La nostra vita è adesso, la nostra vità è così con tutte le cose belle ma anche brutte. Impariamo a donarci completamente adesso senza aspettare ed aspettarci che tutto sia come noi lo vogliamo e davvero costruiremo anche noi una relazione feconda e abitata, come per Maria e Giuseppe, da Dio stesso. Perchè la vera ricchezza del matrimonio non posso darla io a Luisa e Luisa non può darla a me. La vera ricchezza viene solo da Dio e Dio lo troviamo quando siamo capaci di aprire il cuore nell’amore incondizionato reciproco.

Antonio e Luisa

Offrire a Gesù per non farci avvelenare il cuore.

In una coppia ci sono dei momenti in cui l’altro diventa un “nemico”. Spesso il nostro comportamento non è ineccepibile. Mostriamo ancora i segni delle nostre ferite e del peccato che ci abita. Succede quindi che possiamo comportarci male e generare sofferenza nella persona amata. Non dovrebbe accadere, ma in una relazione lunga come di solito è quella matrimoniale succede e anche spesso. Sbagliamo innumerevoli volte e non per questo il nostro matrimonio non può essere comunque una bellissima avventura. Fa semplicemetne parte del nostro essere figli di Adamo e della sua caduta.

Certo ci sono atteggiamenti ed azioni che hanno gravità diverse. Non voglio mettere tutti i comportamenti sullo stesso piano. Ovviamente un tradimento è molto più devastante di una semplice parola detta fuori posto. Sono però tutti momenti che generano una frattura nella relazione. Frattura che può essere più o meno estesa e profonda.

Perchè questo articolo? Perchè quando l’altro ci provoca una sofferenza, non solo grande ma anche piccola, siamo spinti a reagire, a rispondere con la stessa moneta, oppure a chiuderci in un rancoroso silenzio. Invece c’è una terza via: la via cristiana. Qual è? La preghiera di intercessione. Io l’ho imparata nel tempo e con la guida di sacerdoti più saggi di me.

Quando ci sentiamo feriti da quanto nostro marito/nostra moglie ha detto o fatto fermiamoci. Ciò non significa che non ci abbia fatto male, ma blocchiamo ogni reazione impulsiva. Ascoltiamo la sofferenza che abbiamo nel cuore. Ascoltiamola, diamole un nome e poi offriamola a Gesù. Offriamo la nostra piccola o grande sofferenza a Dio. Questo cambia tutto. Non ci sentiremo più da soli, non ci sentiremo incompresi. Ci sentiremo amati e sentiremo di stare amando il nostro coniuge nel modo che ci riesce. Quando l’altro ci ha fatto soffrire magari non siamo in vena di parole romantiche e di abbracci, non subito almeno, ma saremo sempre capaci di pregare per lui o per lei.

Questo è già un piccolo miracolo che ci permette di non farci avvelenare dal male. Offrire la nostra sofferenza per l’altro, per il bene dell’altro è già un antidoto al male. Non permette che il nostro cuore ne sia avvelenato. E’ il primo passo per poi essere capaci di perdonare e di ricominciare sanando quella frattura che si frapposta tra noi e il nostro coniuge. Per un perdono immediato quando il male ricevuto non è troppo grande e per cominciare un percorso di resurrezione quando non è possibile rimarginare la ferita che ci è stata inferta immediatamente.

Pregate per il vostro sposo e per la vostra sposa. Fatelo sempre. Quando le cose vanno bene per ringraziare Dio e quando le cose vanno male per consentire al bene di essere sempre più grande di ogni sbaglio e di ogni peccato. Gesù è morto proprio per questo, non dimentichiamolo e il matrimonio, come ogni sacramento, è arricchito della forza redentiva e salvifica del sacrificio di Cristo.

Antonio e Luisa

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Urgenza, allarme in corso !

Martedì della seconda settimana di Quaresima la Chiesa ci propone questa lettura dal Capitolo 1 del libro del profeta Isaia :

(Is 1,10.16-20) Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma ; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato».

Probabilmente ad Isaia piaceva molto la neve perché la cita più volte nel suo libro, ma cerchiamo innanzitutto di contestualizzare il testo: siamo intorno all’anno 720 a.C. e l’impero assiro sta facendo piazza pulita intorno a sé, ha già preso il Regno del Nord (Samaria) e si annunciano tribolazioni anche per il Regno di Giuda finora risparmiato, nel frattempo Isaia mette in guardia il suo popolo affinché non smarrisca la fede/fiducia in quel Dio che lo fece uscire dall’Egitto con mano potente; ma ora questo popolo eletto è minacciato dalla spada assira ed ecco probabilmente spiegato il riferimento alla spada sul finale.

Isaia presenta al popolo di Israele la conversione come mezzo per scongiurare la devastante invasione assira, ed infatti lo mette in guardia sulle gravi conseguenze che comporterebbe il non desistere dalla sua condotta malvagia facendo riferimento alle famose Sodoma e Gomorra.

Potrebbe apparire ad una prima istanza un linguaggio duro ed incomprensibile, adatto a gente abituata a parole dirette, poche ciance. Ed in effetti è proprio così, ma perché Isaia non la prende larga? Perché in gioco c’è la salvezza di un popolo, e il castigo per la sua condotta è già alle porte servendosi della spada assira. Non c’è tempo per le ciance, non c’è tempo per prenderla larga.

Per capire bene questo appello di Isaia basta cambiare i nomi attualizzandoli, ed il gioco è fatto. Al posto del popolo di Israele leggiamo “popolo italiano”, ancora meglio se “popolo cattolico”, e più precisamente “popolo degli sposi” ; al posto della spada assira leggiamo la spada del peccato, la morte eterna, l’Inferno. Stiamo esagerando? No, semplicemente vogliamo aiutarvi ad entrare nella dinamica di questa urgenza; Isaia sembra aver fretta di avvisare il popolo, la spada assira è alle porte, non c’è tempo per troppi giri di parole, solo poche frasi chiare e perentorie.

Ma qual è la nuova urgenza per noi?

La C O N V E R S I O N E!

Sì, cari sposi, la nostra conversione ( o con il suo sinonimo evangelico “penitenza” ) è urgente più della emergenza politica e sociale attuale; nulla è più urgente della nostra conversione personale e di coppia, poiché le emergenze di questo mondo si aggiustano nella misura in qui procede la nostra conversione, altrimenti saranno solo rimedi umani, certamente necessari, doverosi e nobili, ma solo umani.

Il pericolo è dietro l’angolo, e qual è? La nostra perdizione eterna.

Non lo diciamo per spaventare né per fare terrorismo spirituale ad alcuno, ma è una possibilità reale che non possiamo tacere, specialmente in questo tempo in cui il male viene presentato come bene ed il bene viene additato come male. La spada del peccato è alle porte, ma la sua lama ferisce più in profondità di quella assira giacché colpisce l’anima separandoci da Dio.

Ma esiste una via d’uscita, un proverbio dice “Finché c’è vita c’è speranza”, già ma quale speranza? La speranza di convertirsi, di pentirsi dei propri peccati, abbiamo questa possibilità fino all’ultimo respiro. Ed è commovente l’immagine misericordiosa di Dio presentata da Isaia, sembrano parole uscite dalle viscere materne, da chi sente l’appartenenza del figlio con un cordone ombelicale perenne, smontando l’immagine (erronea e falsata) di un dio dell’Antico Testamento troppo severo, tutto regole e punizioni.

Ma quando mai si è sentito un dio parlare all’uomo con parole così accorate, quasi supplicandolo di tornare da lui? Come se Dio si sentisse un po’ più solo senza l’uomo. Succede a volte anche tra noi sposi: pur di non perdere l’altro uno dei due è disposto a scendere a compromessi, similmente il Signore pare voler dire questo quando esclama: “Su, venite e discutiamo…”, non si esprimerebbe così se non fosse misericordioso e desideroso di averci con Lui in Paradiso.

E poi quella stupenda immagine dei peccati rossi scarlatto che diventano bianchi come la neve… spesso da casa nostra si vedono le Alpi innevate, ed ogni volta che le ammiriamo ci viene in mente questo versetto di Isaia… in effetti probabilmente non esiste un colore in natura più bianco di quello della neve.. così Isaia usa quest’immagine poetica per dire che Dio è sempre pronto a perdonare i nostri peccati trasformando la nostra anima da rosso scarlatto a bianco che più bianco non si può… non c’è detersivo che tenga… chi ha orecchie per intendere intenda!

Coraggio sposi, è giunta l’ora urgente di mettere mano alla più grande opera che un uomo possa compiere : la propria conversione e la conversione di coppia. Noi ce la mettiamo tutta, ma poi la Grazia fa la parte più consistente.

Cari sposi, cominciate a pregare ogni giorno insieme con questa preghiera di Geremia : “Convertici Signore, e noi ci convertiremo “.

Allarme conversione attivato !

Giorgio e Valentina.

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5 linguaggi del perdono

Riprendiamo da dove vi avevamo lasciato lunedì scorso a parlare di guerra in famiglia. Per parlare di altri aspetti che ci aiutano ad uscire dalla guerra con il nostro marito, con la nostra moglie ma anche con il prossimo.

Il primo aspetto, che vogliamo oggi considerare, è la richiesta di perdono-chiedere scusa. Per smorzare un conflitto è normale che occorra il perdono, che occorra saper chiedere scusa, soprattutto in un ambiente familiare, in un ambiante che si frequenta abitualmente, con persone che si conoscono molto bene. Il nostro problema è che più cerchiamo di chiarire, di spiegarci, di scusarci, di dialogare sull’accaduto è più buttiamo benzina sul fuoco! Forse anche a voi capita così.

Questo accade perché ci sono delle differenze fra il mondo maschile ed il mondo femminile, come sapete, e citiamo anche questa volta un Libro da leggere “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere” (di John Gray), ci sono delle differenze fra marito e moglie, nei vostri modi di essere, nelle differenze caratteriali, nei diversi linguaggi di amore, e anche nei diversi linguaggi di perdono che abbiamo. Vi facciamo due esempi: il linguaggio di amore di Ste è racchiuso nei piccoli gesti, nelle attenzioni, e quindi si sente amato quando Anna gli fa trovare un dolce pronto, una torta o la casa ordinata. Per Anna il linguaggio di amore principale è passare del tempo speciale insieme.

Abbiamo due linguaggi di amore differenti, ma abbiamo due linguaggi anche di perdono differenti. Ognuno ad un errore può rispondere a suo modo, e l’altro può percepire in modo diverso sia la gravità dell’errore che il modo di chiedere scusa. Facciamo un esempio molto semplice: tu sei fermo allo stop in auto e tua moglie arriva da dietro e ti tampona. Scendete dalla macchina e lei ti dice:

A. scusa, non l’ho fatto apposta.

B. scusa, sono mortificata. So di aver sbagliato. Ti chiedo perdono.

C. scusa, è tutta colpa mia.

D. scusa, ho sbagliato. Ma non ti preoccupare ci penso io con le auto e il carrozziere.

Forse ce ne sarebbero altre di risposte, quello che è certo è che non tutte sortiscono lo stesso effetto su chi ha subito il torto. Anna usa spesso con me la risposta A, per lei c’è stato il tamponamento, è dispiaciuta e mi ha chiesto scusa nel suo linguaggio. Ste ad una simile richiesta di scuse “Non l’ho fatto apposta!” si arrabbia ancor più, perché gli risponde: “Ci credo che non l’hai fatto apposta! Chi tampona la gente per volontà?” Il linguaggio del perdono di Ste è la risposta D.

Capite che esistono dei linguaggi diversi di chiedere scusa, e seppur uno ce la metta tutta per scusarsi e per attenuare un conflitto, a volte usa delle parole che lo accendono. Che bellezza queste nostre differenze! Che bellezza questi linguaggi diversi di dirsi l’amore! Tutto questo ci spinge ogni giorno a conoscere di più dell’altro, dell’uomo o della donna che a cui anni fa ho giurato amore e fedeltà.

L’amore è ricerca continua dell’amore. L’amore non si dirà mai arrivato, né sull’altare, né da innamorati, né dopo 50 anni di matrimonio.

Un’altra differenza che sta alla base del chiedere scusa è legata al peso che si dà ad un errore. Quello che per te può essere uno sbaglio da tragedia greca, per me è una mancanza di poco conto, che non ha conseguenze, o che è facilmente risolvibile. Avendo gli errori pesi diversi sulla mia bilancia e sulla tua rispondiamo con scuse di pari peso, non tenendo conto della tara dell’altro.

Solo conoscendo il linguaggio del perdono dell’altro possiamo riuscire a gestire diversamente il conflitto migliorando il rapporto interpersonale con l’altro, accettando le scuse e donandogli il nostro perdono. La persona umana ha insita in sè una sorprendente capacità di perdonare, di voler porre rimedio agli sbagli compiuti.

Qualcosa dentro di noi vuole sempre la riconciliazione. L’uomo quando subisce un torto chiede giustizia e riconciliazione. Ma se la giustizia porta un senso di soddisfazione, la riconciliazione va oltre, costruisce legami, aiuta a crescere, riappacifica il cuore. Gesù ci insegna spesso nelle pagine di Vangelo “misericordia io voglio non sacrificio” Mt 9,13. Cosa vuoi tu da chi ti ha ferito?

All’interno dell’ambito familiare i conflitti nascono perché non siamo stati abituati a chiedere scusa e a perdonare. L’orgoglio ci rende ciechi e non ci fa riconoscere lo sbaglio, e non ci fa inginocchiare ai piedi dell’altro per amarlo e per perdonarlo tutto! Per cancellare il peccato e, lavandogli i piedi, rigenerarlo nell’amore.

Per poter amare così, fino in fondo, dobbiamo guardare ancora a Lui, Maestro di vita. A colui che si è inginocchiato a lavare i piedi a chi lo ha tradito, a chi lo ha rinnegato, a chi è scappato nel momento del bisogno. Tu sapresti lavare i piedi al tuo sposo dopo uno di questi eventi? La quaresima arriva al suo apice nel Triduo Pasquale, che si apre con l’ultima cena e la lavanda dei piedi. Lì ti aspetta tua moglie, lì devi aspettare tuo marito per dirgli “Ti Amo”, “Amo tutto di te” anche se ci sono stati quell’errore, quello sbaglio, quella guerra, quei torti casalinghi.

Il perdono è dono d’amore che noi facciamo agli altri, ma che possiamo fare ad un altro solo se ci lasciamo perdonare da Dio. Solo chi si lascia perdonare sa perdonare fino in fondo. Se pensi di non sbagliare mai come puoi accogliere l’errore dell’altro? Se non ti lasci amare come puoi amare? Se non riconosci che la tua vita è un dono, la bellezza che ti circonda ti è donata, la pace è un dono, come puoi per-donare gli altri?

Il perdono è un dono che facciamo ad un altro, ma che facciamo in primis anche a noi che abbiamo ricevuto il torto. Perdonando l’altro facciamo pace con il nostro cuore. Spesso si resta nervosi, non si dorme la notte, ci si rode il fegato, si distrugge il corpo, si va a far yoga, e a trovare mille distrazioni e hobby per non voler guardare in faccia il peccato e perdonarlo. Per non voler guardare in faccia il fratello che ci ha fatto il male e non voler riconciliarci con lui. La sofferenza del non perdono, l’ira, la cattiveria ha effetti negativi anche sul nostro corpo. Perdonare è fare del bene a noi, al nostro cuore, al nostro corpo!

Non andate a letto se prima non vi siete chiariti, se non avete fatto pace, se non avete chiesto scusa! Edificate il vostro corpo, il vostro cuore, non distruggetelo con la rabbia accumulata. Una bellissima immagine ci viene suggerita da un libro che vi invitiamo ad appuntarvi, “I cinque linguaggi del perdono” di Gary Champan: una sincera richiesta di scusa mitiga anche i sensi di colpa. Immaginate che la vostra coscienza sia un recipiente da venti litri assicurato sulla vostra schiena. Tutte le volte in cui commettere un torto ai danni di un’altra persona, è come se versaste quattro litri di liquidi nella vostra coscienza. Dopo tre o tratto torti, la vostra coscienza di riempirebbe e voi avvertite il peso. Una coscienza oberata lascia l’individuo pieno di sensi di colpa e vergogna. L’unico modo per svuotare in modo efficace la coscienza consiste nel chiedere perdono a Dio e alla persona che avete offeso.

Perdono, ecco allora l’altra parola che ci viene suggerita nel nostro viaggio tra guerra e pace. Ci torneremo lunedì prossimo, donandovi uno spunto per la confessione. Concludiamo con un’ultima riflessione, come lunedì scorso, sottolineando che il perdono è una grazia che riceviamo gratuita ed infinita da Dio ma SE LO VOGLIAMO. E così lo doniamo all’altro se lo vogliamo. Il perdono se agisce senza la volontà dell’altro di riceverlo, non è riconciliante. il perdono di Dio è incondizionato e arriva sempre, ma l’altro devo riconoscersi pentito per farsi raggiungere.

Gesù sa di cosa abbiamo bisogno, sennò non sarebbe Dio, ma di fronte al bisogno umano domanda: cosa vuoi che io faccia per te? Non vedi che è cieco? Non vedi che Lazzaro è morto? Non vedi che è posseduto dal male? Gesù ci invita a fare un passo verso di Lui, a riconoscerlo. Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno, gli dice il ladrone sulla croce. Davvero costui era il figlio di Dio, dice il centurione. È da una nostra professione di fede che agisce la sua grazia.

Giuda non ha accettato il perdono, non ha riconosciuto che era Dio, non si è fatto abitare da quella grazia e, rispetto a Pietro e ai dodici, sappiamo che fine ha fatto. L’unico che non si è fatto abitare dal bene, l’unico rimasto schiavo del male, della guerra, del non perdono, del non chiedere scusa, l’unico ad essere morto quando la vita ha vinto.

Ci fermiamo. Torneremo lunedì prossimo a parlare di perdono e confessione.

Buona giornata

Non dimenticatevi questa sera di Scoprire quale linguaggio del perdono abita nel vostro sposo!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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