Ragione e sentimento. E le emozioni?

Nei miei articoli ho spesso scritto come in una relazione sponsale sia fondamentale seguire la ragione e la volontà. Spesso le emozioni ci possono condurre al disastro. Quante famiglie si sono distrutte perchè moglie o marito hanno seguito le emozioni del momento e hanno agito secondo quelle emozioni e non secondo ragione. Hanno messo il loro sentire innanzi alla ragione. Hanno fatto la scelta facile e non la scelta giusta.

Non rinnegando nulla di quanto ho scritto fino ad ora credo però sia importante fare una precisazione. I sentimenti non sono il male assoluto. I sentimenti sono importanti e hanno un posto di rilievo nella nostra vita e nelle nostre scelte. Vanno ascoltati e vanno vissuti senza che siano repressi, perchè sono parte di noi. Le nostre scelte però vanno equilibrate con la ragione. Ragione e sentimento permettono di fare la scelta giusta. Questo vale in ogni ambito, vale nel discernimento per capire la volontà di Dio, e vale anche nella nostra vita sponsale dove si manifesta maggiormente la nostra vocazione all’amore.

Per fare chiarezza è doverosa un’ulteriore precisazione. Emozione e sentimento sono la stessa cosa? In realtà non lo sono. Il sentimento si costruisce con il tempo e resta. E’ qualcosa che è difficile da modificare una volta che si è generato verso una persona. Può essere il sentimento di antipatia verso qualcuno con cui non mi trovo. Può essere il sentimento di riconoscenza verso chi mi ha fatto del bene. Può essere il sentimento d’amore verso chi decide di vivere la sua vita accanto a me nel matrimonio.

L’emozione è una sensazione molto più estemporanea e che è soggetta a continui sbalzi. Come un fuoco di paglia. E’ emozione, ad esempio, la rabbia verso il collega di lavoro che mi ha messo in cattiva luce con il capo. Così è anche per ciò che sentiamo con l’amore! C’è il momento dell’innamoramento dove l’emozione è fortissima. Dove c’è attrazione, c’è passione, c’è il desiderio di essere sempre con lui/lei e di essere parte di lui/lei completamente. Di essere nei suoi pensieri e nel suo corpo. Quella è l’emozione. Con il tempo, con il matrimonio, con gli impegni, con l’età che cambia (prendiamo atto che le emozioni che viviamo da adolescenti non sono le stesse di un’età matura), difficilmente vivremo ancora quei momenti così totalizzanti di passione. Sicuramente non sarà la normalità. Ci saranno ancora momenti o periodi più lunghi di forte passione, ma ci saranno anche momenti di aridità dove si farà fatica a sentire l’emozione nel cuore. Non passerà mai invece il sentimento. Il sentimento è quella consapevolezza di bene e di bello che abbiano nello stare vicino l’uno all’altra. Quella consapevolezza di fare la cosa giusta nel donarci vicendevolmente anche quando costa un po’ di fatica. Quella consapevolezza che accarezza il nostro cuore e che ci fa stare bene quando con la nostra presenza, il nostro agire, le nostre parole siamo riusciti a rendere l’altro/a felice. Il sentimento dell’amore è la gioia di spenderci per il bene dell’altro/a.

Il sentimento di noi sposi cresce con gli anni di matrimonio, perchè cresce la nostra storia insieme, crescono le volte in cui abbiamo condiviso gioie e i dolori, cresce la riconoscenza per i perdoni ricevuti. Per questo dopo anni di matrimonio posso dire sinceramente e convintamente che l’amore per mia moglie è molto più forte, più vero e più grande di quando l’ho conosciuta. Non provo le stesse emozioni incredibili che provavo quando, fidanzati da poco, la carezzavo, la baciavo, la abbracciavo. Provo però molto più amore.

Capite cosa intendo per equilibrio tra volontà e sentimenti, tra ragione e sentimenti? La volontà mi permette, facendo la cosa giusta, di nutrire i miei sentimenti e in un certo modo anche i suoi. I sentimenti mi permettono invece di arricchire di bellezza, di gioia e di pienezza, la mia scelta di fare il bene, di donarmi a lei. La volontà aiuta i sentimenti a crescere e i sentimenti aiutano la volontà a non appesantire la nostra vita.

Robert Cheaib per spiegare bene questo concetto ricorre ad Immanuel Kant che scrisse: Le emozioni sono come una piena che rompe una diga. I sentimenti sono invece una corrente profonda che scava sempre più il letto del fiume.

Quindi, concludendo, facciamo chiarezza nel nostro matrimonio. Godiamo delle emozioni positive, dell’attrazione, del desiderio che proviamo verso l’altro/a quando si fanno sentire nel nostro cuore. Non facciamone però un dramma quando proviamo aridità emozionale. Può succedere in un matrimonio. Ciò che conta sono le nostre scelte, scelte ponderate nell’equilibrio tra ragione e sentimento. Riusciremo così a comprendere la scelta giusta da fare, senza farci deviare dalle emozioni del momento. In questo modo anche le emozioni torneranno perchè saranno nutrite da un amore autentico e consapevole.

Antonio e Luisa

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Finalmente t’ho visto!

La liturgia oggi ci propone il Vangelo che racconta la presentazione al tempio di Gesù bambino ; e descrive, tra le altre, la figura di un anziano : Simeone, il quale, aveva chiesto al Signore di non morire prima di aver visto il Messia tanto atteso, e Dio glielo aveva concesso. Finalmente lo prende in braccio e prorompe in una preghiera che è diventato un cantico con cui la Liturgia ci fa pregare ogni sera prima di addormentarci :

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Innanzitutto dobbiamo essere grati alla Parola di Dio perché non risparmia di presentarci come modelli di vita persone di ogni età, come a dire che la santità è per tutti ; inoltre ci insegna che non c’è un’età giusta per convertirsi, per cambiare vita, per lodare il Signore, per ringraziarlo ed adorarlo, per accoglierlo nel proprio cuore, nella propria vita, nella propria quotidianità.

Ci siamo mai chiesti qual è l’età migliore per convertirsi ?

Incontriamo molte persone che dichiarano di fare i conti con Dio solo nel momento della morte. Come a dire che adesso vogliono disporre della vita secondo i propri desideri (i desideri della carne) ….. goditela fino in fondo finché puoi….. se non lo fai adesso che sei giovane ….. non lasciarti scappare l’occasione di provare questo o quello…… io nella vita voglio provare di tutto……. Spesso io rispondo : visto che vuoi provare di tutto perché non provi a convertirti e a credere al Vangelo ?

Cari sposi, non lasciamoci scappare neanche un giorno senza convertirci e credere al Vangelo, sapete qual è il momento migliore per convertirsi, per far entrare Gesù nella propria vita ?

Aspettate a fare una ricerca su Google, fermi dove siete , non cercate lo smartphone per chiamare subito la vostra vecchia catechista di quando eravate bambini, non aprite la Bibbia, non correte subito alla vostra fornitissima libreria di testi spirituali……. è una risposta così disarmante nella sua semplicità.

Il momento giusto e perfetto per convertirsi è OGGI, è ADESSO …… appena avete finito di leggere questo articolo un po’ balordo, anzi mentre lo state leggendo, perché nessuno di noi sapeva con certezza che si sarebbe svegliato oggi e questo giorno potrebbe essere l’ultimo treno per il Paradiso….. non dobbiamo aspettarci di diventare vecchi per vedere la salvezza.

Molte coppie ci dicono : il Signore si è dimenticato di noi….. dice di essere misericordioso ma poi non si fa vivo nella nostra vita……. il nostro matrimonio è tormentato da tante prove…… la nostra famiglia ha sempre un sacco di problemi….. finito un problema non fai in tempo a tirare un sospiro di sollievo che se ne presenta subito un altro. Una prova chiara e inconfutabile della misericordia di Dio è il fatto che stamattina ci siamo svegliati, quindi il Signore ci dà un’altra, l’ennesima possibilità di convertirci anche oggi, non sappiamo se domani ci userà ancora misericordia.

Cari fidanzati in cammino, cari sposi novelli, cari sposi avanti negli anni di matrimonio, cari sposi che siete ormai nonni : dobbiamo imparare dal vecchio Simeone a vedere la salvezza di Dio nell’oggi della nostra quotidianità.

Se impariamo a vivere così, ogni nostro gesto di amore in famiglia prenderà il sapore dell’eternità, della salvezza fatta carne ; allora i nostri occhi si apriranno e potremo pregare ogni sera , prima di addormentarci, con le parole e la serenità di Simeone perché “ anche oggi i miei occhi hanno visto la tua salvezza “.

Sposi, prima di addormentarci stasera, guardiamoci negli occhi e ringraziamo il nostro coniuge per i gesti di amore che ci hanno fatto sentire vicina la salvezza.

Buon Natale.

Giorgio e Valentina.

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L’amore matrimoniale in tre parole

Il Papa, durante l’Angelus di ieri, ha informato di aver istituito un anno intero dedicato alla famiglia dove si approfondirà l’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Esattamente a cinque anni dalla sua pubblicazione nel marzo del 2016. Un anno che sarà importantissimo per noi famiglie cristiane e per la Chiesa tutta. Il Papa ha introdotto questa iniziativa ribadendo uno dei suoi cavalli di battaglia. Le tre parole fondamentali da imparare ed usare in coppia ed in famiglia sono: permesso, grazie, scusa.

Perchè sono parole così importanti? Perchè il Papa ci tiene così tanto da avercele ricordate già innumerevoli altre volte? Proverò a dare una breve risposta. Dietro queste tre parole si nasconde un significato decisivo nel matrimonio. L’altro/a non è cosa nostra. L’altro/a è un dono, l’altro/a è un incontro, un’opportunità, a volte anche uno scontro. Queste tre parole sono necessarie per riconoscere nella persona amata qualcuno che non ci appartiene, per riconoscere un mistero che non è posto a nostro uso e consumo, ma che merita di essere approcciato sempre con rispetto e cura. Anche, e direi soprattutto, dopo anni di matrimonio, quando è cresciuta l’intimità e la conoscenza reciproca.

Dicendo permesso, riconosciamo l’altro come qualcuno diverso da noi, riconosciamo il mistero che lo abita e che richiede tutto il nostro rispetto quando ci avviciniamo. L’altro/a ha una storia, un corpo, un cuore e un’anima che, attraverso il matrimonio, ci vuole donare. L’amore ci chiede di togliere i nostri calzari quando entriamo nella vita dell’amato/a, nella profondità della sua anima e nel suo corpo, perchè quello è terreno sacro. Rispettare l’alterità per accogliere e non per rubare, per abbracciare e non per soffocare, per amare e non per possedere. Don Salvatore Franco, in un suo articolo scritto per questo blog, ebbe a scrivere una riflessione molto bella. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro/a prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro/a per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

Grazie è la parola del dono ricevuto. Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno/a che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro/a. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro/a come prezioso/a e unico/a. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro/a, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro/a. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Negli anni settanta il film Love Story è diventato un vero e proprio cult. Un film che ha fatto piangere una generazione di donne. Un film che ha fatto grandi danni a quella stessa generazione. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace. Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare. Scusa è la parola di chi vuole ricominciare. La parola di chi si riconosce fragile e limitato, ma che non smette di avere fiducia nel perdono di Dio e dell’altro/a. Scusa è il primo passo per ricominciare. Scusa è la parola che permette di mettere l’altro/a prima di me. Scusa è la parola di chi ha nostalgia della bellezza perduta col suo agire. Scusa è la parola di chi sa che nella relazione matrimoniale non sarà mai perfetto, ma sa anche che ciò che conta non è l’errore ma credere che l’amore avrà sempre l’ultima parola.

Il Papa con tre semplici parole ha riassunto sapientemente il matrimonio nella sua essenza relazionale. Da queste tre parole, con la Grazia di Dio, si può partire per costruire qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Restituiamo a Dio i nostri figli.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Vangelo di Luca 2, 22-24

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra orbita e trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa, che è terribile. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la responsabilità della nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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La nostra famiglia è scaldata dal bue e dall’asinello

Mi sono fermato a contemplare il presepe. In particolare ha deciso di soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili anche se di secondo piano rispetta alla Famiglia Santa. Fanno da cornice nella capanna. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono quella del bue e quella dell’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroveremo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano?

La Santa famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Anche le nostre famiglie lo sono. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura. Il bue fa il lavoro più duro. Un animale che proprio per la sua forza e per la sua sopportazione della fatica e del sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Non è forse un’immagine bellissima di noi sposi? Anche noi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Peròà lo siamo solo in potenza. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne servirà per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui fosse un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto Se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza! La santità del matrimonio spesso non chiede gesta straordinarie ed eroiche. La santità sta nel nascondimento di una vita ordinaria fatta di tanti piccoli gesti di tenerezza, di cura e di servizio per l’altro/a e per chiunque bussi alla nostra porta.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Vince chi si fida


..di Cristiano Racco ed Eleonora Costa:

Amare è soprattutto una questione di spazio.

L’ho capito con lucida chiarezza questo Natale, osservando i personaggi del mio piccolo presepe camminare parecchio, incontrarsi, turbarsi, contrariarsi e infine ritrovarsi nell’unico spazio lasciato loro: una gelida e spoglia grotta.

Mio marito, ogni giorno, si fermava ad osservare un po’ smarrito i cambi di ambientazione. Alla fine, però, lo ha divertito la mia costanza nel ripercorrere la storia della salvezza attraverso gli spostamenti di quelle statuine dal volto paffutello e sorridente.

Eppure, nei loro panni, non credo noi saremmo capaci di grandi sorrisi.

Pensiamoci un attimo: un uomo e una donna, innamorati, sposi promessi, pieni di desideri e progetti per una vita insieme, si vedono sconvolgere i piani da una proposta imprevista da parte di Dio.

Una proposta assolutamente folle.

Ho ripensato a quando io e mio marito (soprattutto io), abbiamo dato di matto ad ogni rovesciamento dei nostri piani mentre preparavamo la celebrazione del nostro matrimonio: per diversi motivi abbiamo dovuto cambiare luogo e orario nonostante gli inviti fossero già stati stampati e consegnati (dimenticando poi di avvisare qualche invitato del cambiamento che c’era stato) e siamo stati costretti a condividere la chiesa e gli ornamenti floreali (non proprio di nostro gusto) con una coppia che si sarebbe sposata lì mezz’ora dopo di noi.

Siamo rimasti entrambi senza lavoro a qualche giorno dalle nozze…che detto così sembra meno complicato di come in realtà è stato…

Abbiamo litigato per lavori di falegnameria fatti con l’aiuto di suoceri non troppo attenti ai dettagli e tracce di impregnante che ancora resistono sul pavimento della nostra cucina.

Abbiamo fatto i conti con le povertà della nostra storia personale e con il dover rinunciare alle nostre preziosissime idee e alla tanto ricercata perfezione.

Per grazia (non certamente per bravura) non siamo rimasti intrappolati nelle divergenze e nelle reciproche posizioni ed abbiamo lasciato una fessura, un minuscolo spazio all’altro coniuge, e con questi piccoli spazi aperti nel nostro cuore Dio ha operato ed opera.

Ci siamo accorti che le cose più piccole, come ad esempio l’organizzazione delle cose pratiche di una famiglia, sono state una scuola di amore, comunione e dialogo, un tempo essenziale per imparare ad uscire da noi stessi e fare spazio all’altro e a Dio.

Sì, perché le cose realizzate con 4 mani sono belle, ma con 6 mani (considerando che nel matrimonio sacramento anche Cristo ci aggiunge le Sue) i risultati sono davvero prodigiosi.

Con Dio al centro della nostra coppia ogni imprevisto si è trasformato in bellezza e così continua ad essere tutt’oggi, anche davanti alle cose grandi e pesanti della vita, quelle cose che ti piegano le ginocchia e svuotano gli occhi.

Ma torniamo al nostro bel presepe e agli spostamenti che ho fatto fare alle statuine attenendomi ai brani del Vangelo.

Ho visto Maria per giorni, nel giardino di casa sua, sorridere in silenzio dopo la visita dell’angelo.

Dio ha parlato al suo cuore in maniera personalissima, offrendole solo una piccola sfumatura di quella grande storia di salvezza, e lei, nonostante non avesse avuto grandi spiegazioni in merito, nonostante nulla di ciò che aveva sognato come sposa si sarebbe realizzato come lei sperava, ha detto sì, ha fatto talmente tanto spazio dentro di sé da accogliere un’altra vita.

Ho visto Giuseppe parlare per ore con il suo cavallo di gesso, accanto alla legna accatastata, deluso e indeciso sul da farsi.

Anche al suo cuore Dio ha parlato dando altri colori, altri dettagli.

Giuseppe e Maria, nello spazio che lasciano, scoprono come essere sposi, scoprono come essere padre e madre, e nella paternità e maternità capiscono come essere figli e si scoprono profondamente amati.

La Famiglia di Nazareth ci ha ricordato quanto Dio si diverta a camminare con noi sposi, come nella comunione sia più facile ascoltare la Sua voce e comprendere ciò che ha da dirci (visto che a ogni sposo rivela solo una sfumatura), a quanta ricchezza ci sia nella nostra vocazione.

Ci ricorda che se lasciamo a Dio uno “spazio di manovra” per operare, Lui non ha paura. Lui opera. Opera sempre, qualunque sia quello spazio… anche se piccolo, freddo e sporco. Quello spazio gli basta per salvarti.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Una passeggiata insieme per prepararci al Natale

Tra poche ore sarà Natale. Come ci siamo preparati? Qualcuno avrà pregato di più, qualcuno avrà recitato la novena, qualcuno avrà fatto adorazione davanti al Santissimo. Ci sono tanti modi per preparare il nostro cuore alla nascita di Gesù che si rinnoverà anche quest’anno. Eppure credo non sia sufficiente. Almeno per me non lo è stato. Mancava qualcosa. Mancava un po’ di tempo per me e Luisa, solo nostro. Sembra strano dirlo proprio quest’anno, proprio quest’anno dove abbiamo trascorso molto tempo chiusi in casa per la quarantena. Eppure, a pensarci bene, tempo per noi non ce ne è stato molto. I figli erano sempre in giro per casa, e non c’è stato molto spazio per avere un tempo solo nostro.

Per questo abbiamo deciso, ieri 23 dicembre e ultimo giorno di libertà di movimento prima della clausura decretata dal solito DPCM, di uscire a passeggio per il centro di Bergamo, solo io e lei, come non succedeva da qualche settimana. Nulla, durante questo Avvento, è riuscito ad aprire il mio cuore come quelle tre ore trascorse insieme a Luisa. Tenersi per mano, parlare di noi, del nostro amore, di quanto fosse bello stare insieme. Passeggiare senza fretta e senza meta in mezzo a tante persone affaccendate nella ricerca dell’ultimo regalo. Guardarsi ancora e riscoprirsi ancora innamorati. Credo che quei momenti passati insieme siano stati la miglior preparazione per il nostro Natale. Sono stati preghiera! Riconoscendo la bellezza di essere lì insieme, mano nella mano, anche dopo diciotto anni di matrimonio, abbiamo preparato il cuore al Natale come meglio non potevamo fare.

La meraviglia di cui abbiamo fatto esperienza nello stare insieme ci ha permesso di riconoscere la meraviglia che opera nella nostra vita attraverso la Grazia. Abbiamo riconosciuto quanto, attraverso l’altro/a, Dio si faccia presente e sia amore concreto e visibile per noi. Abbiamo riconosciuto l’uno nello sguardo dell’altra quella scintilla divina che rende la nostra vita densa di significato e di senso, e per questo bella.

Dedicando quel tempo solo a noi abbiamo permesso che il nostro cuore si scrostasse da tutte quelle preoccupazioni, incombenze e impegni che caratterizzano la nostra quotidianità come quella di tutte le famiglie. La nostra passeggiata ci ha aiutato a svestire i panni di Marta e ad indossare quelli di Maria. Ricordate le due sorelle di Lazzaro? Ecco, noi spesso siamo come Marta. Tante cose da fare. Senza alzare gli occhi per contemplare lo Sposo. Riscoprirci belli serve proprio a contemplare, attraverso il nostro amore, Lui che è l’Amore. Cosa ci può essere di meglio di questo per prepararsi al Natale?

Cari sposi, nella vostra preparazione, non dimenticate di dedicare del tempo anche alla vostra coppia, al vostro amore. Non è meno preghiera. Non è meno importante che alzare lo sguardo direttamente a Gesù. Gesù non è solo nei Cieli ma è nel vostro amore. Gesù è presente sacramentalmente nella vostra relazione e non chiede altro di poter nuovamente nascere lì, nel vostro noi, per permettere a voi di sperimentare attraverso il vostro matrimonio e il vostro amore, limitato e imperfetto, quello che è il Suo amore infinito e perfetto. Solo così sarà davvero Natale.

Antonio e Luisa

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È Natale ogni volta che sorridi all’altro/a

Si avvicina il Natale. Mancano ormai pochi giorni, poche ore. Il nostro cuore attende la nascita di quel bambino così piccolo ma nel contempo così potente e decisivo per noi. Perchè Dio è così. Preferisce farsi presente con discrezione, senza far rumore. Non vuole il nostro timore e la nostra paura, vuole il nostro amore come lo anelano gli occhi di un neonato che guarda la mamma. Eppure può essere tutti i giorni per noi Natale. Se non cerchiamo di far nascere Gesù tutti i giorni nell’ intimità della nostra casa il Natale rischia di diventare una festa fatta di luci e colori ma che non tocca il cuore.

Possiamo suscitare la presenza di Dio ogni giorno nel nostro matrimonio. Possiamo rendere concreto e vivo Gesù tra noi ogniqualvolta siamo capaci di donarci l’un l’altra. Lo spiega bene Santa Teresa di Calcutta in una bellissima poesia e preghiera che ha scritto proprio per dare voce a questa verità. Vale per tutti. Per ogni persona che ci è prossima, ma, come ho più volte scritto, il nostro prossimo più prossimo è proprio la persona che abbiamo sposato e vive accanto a noi.

È Natale
(Madre Teresa di Calcutta)
È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

Capite? E’ Natale ogni volta che io sorrido alla mia sposa per farle sentire quanto io sia felice di averla accanto. Per farle sentire come io desideri accoglierla nella mia vita, ieri quando ho pronunciato il mio sì, e ancor di più oggi che ho la grazia di averla ancora vicino a me.

E’ Natale ogni volta che decido di aiutarla e sostenerla quando ne ha bisogno. Non le servono le mie critiche e le mie lamentazioni. Non le serve neache il mio giudizio spietato. Ha bisogno di essere accolta anche quando sbaglia e anche quando non è amabile. Soprattutto in quei momenti. Non significa accettare il male che mi può aver fatto, ma significa non identificarla con il suo errore. Lo sguardo che ha anche Gesù per ognuno di noi. Lo sguardo che aiuta una persona a risorgere dai suoi errori.

E’ Natale ogni volta scelgo di dedicarle del tempo per ascoltarla in silenzio perchè so che per lei è importante condividere con me i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, le sue gioie e tutto ciò sente nel cuore di bello o di meno bello.

E’ Natale ogni volta che decidiamo di donare l’amore che nasce nella nostra relazione per dare la vita. Dare la vita ai nostri figli, ma dare anche la vita agli altri, a chiunque ci si faccia prossimo. Vita intesa come il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro ascolto. Possiamo donarla a tutti coloro che hanno bisogno di conforto e sostegno. Ci sono molti modi per farlo. Accudire i genitori anziani, il servizio in parrocchia, il volontariato, aiutare i poveri, sostenere chi è nella sofferenza e tantissimi altri. Solo l’amore donato è amore non sprecato.

E’ Natale ogni volta che sappiamo riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità e la nostra caducità. E’ importante riconoscerci bisognosi di Dio e del Suo amore. E’ importante sentirci comunque belli e amati da Dio. E’ importante per poter così accogliere anche l’incompiutezza del nostro coniuge e rispondere alle sue fragilità con il nostro sguardo di meraviglia che gli/le fa percepire tutta la sua preziosità.

E’ Natale tra poche ore, ma lo sarà davvero solo se abbiamo cercato, ogni giorno della nostra vita e della nostra vita insieme, di far nascere Gesù nella nostra casa e nel nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Quanta fretta, ma dove corri?

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-45) :

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Soffermarsi a meditare su questi brani del Vangelo di Luca è veramente commovente. Sono brani , questo come quello dell’Annunciazione, che trasudano di genuinità, sono freschi nella loro semplicità ed essenzialità, squarci di vita familiare in cui ci si può immergere senza accorgersi che il tempo passa. Luca è un tipo preciso, quasi pignolo, e quindi nel riportare questi avvenimenti ha tralasciato di raccontare particolari che distolgano l’attenzione dal quadro principale. Ne ripercorreremo solo alcuni spunti che ci aiuteranno nel nostro cammino , ricordando ai lettori che se vogliono approfondire questi testi basta cercare tra i Padri e Dottori della Chiesa e vi troveranno fonti per crescere nella fede.

Avete mai notato che Maria imita subito l’Arcangelo Gabriele? L’evangelista non ha ancora finito di descrivere l’Annunciazione che già comincia con questo brano. Come se avesse fretta di andare al sodo e proseguire la narrazione. Non si sofferma a descrivere come Maria abbia raccontato tutto l’accaduto al fidanzato Giuseppe , o altro. No, non è necessario ai fini del Vangelo. Mette in evidenza che Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa.

Pensando alla scena, ci si può immaginare i parenti dei due novelli sposi, che bombardano Maria di domande del tipo : Dove vai con tutta questa fretta? Fermati almeno per il brindisi e il taglio della torta, facciamo almeno un selfie con te e Giuseppe…. quanta fretta, ma dove corri? (Viene in mente la famosa canzone di Bennato). Maria si alzò, ma perché riporta così l’evangelista? Forse prima era seduta?

No… è un modo per dire che Maria prese questa decisione in modo risoluto. Non è esplicitata la motivazione di tale decisione però possiamo immaginarne qualcuna , non per far dire al Vangelo ciò che non dice, ma per entrare nella scena come se fossimo lì…… potremmo banalmente ipotizzare che Maria avesse voluto verificare la veridicità delle parole dell’Arcangelo Gabriele…. oppure che fosse legata affettivamente ad Elisabetta e non vedesse l’ora di incontrarla per raccontarle tutto…. oppure voleva semplicemente aiutare nei servizi e nelle faccende domestiche la cugina in età avanzata col pancione…. oppure voleva partorire lontano da Nazaret…. insomma non è importante quale sia la versione, importante è invece il fatto che Maria “si alzò“, cioè che prese una decisione e che “andò in fretta“.

Quasi come volesse imitare l’Arcangelo Gabriele…. lei era appena stata visitata e quindi per imitazione va anch’essa a fare una visita.

Cari sposi, anche a noi è accaduto il giorno della nostra “annunciazione”. Sapete quando? Il giorno in cui il nostro matrimonio è divenuto sacramento. Cioè? Aspettate care spose a sentirvi già delle Madonne…. insomma in quel giorno il Signore ci ha annunciato che aveva bisogno di noi due, insieme, un solo corpo, un solo cuore, una sola anima, per “partorire” Gesù nel mondo…. eh? Sì, così come Maria è stata la prima culla di Gesù per farlo entrare nella storia umana, così desidera che noi, sì, proprio noi, siamo delle culle per far nascere nuovamente Gesù nella storia umana….. certamente in una maniera diversa da Maria, la Vergine Immacolata…. non possiamo paragonarci a Lei, ma possiamo però imitarla. E così noi, col sacramento siamo diventati dei segni sensibili ed efficaci della presenza di Cristo nel mondo…. per dirla in maniera sentimentale e poetica è come se avesse trasformato noi due nel “nuovo utero” (spirituale) in cui Gesù cresce.

E’ semplicemente affascinante, incredibile, bellissimo, super… ma nello stesso tempo gravoso. Eh… già, perchè imitare Maria significa prendere questa benedetta decisione in modo risoluto, alzarsi (cioè non stare fermi sui nostri comodissimi divani), fare la fatica di andare in una regione montuosa (quindi non facile) e andare a fare visita agli altri che aspettano Gesù nel proprio cuore, anche se non sanno di averne bisogno, e farlo in fretta…… ma attenzione…. non è la fretta che conosciamo noi … non è la frenesia delle nostre vite moderne…… nooooo…… è la fretta di compiere la volontà di Dio…… è la fretta di portare Gesù agli altri……. è la fretta che il Regno di Dio si compia nelle nostre vite……. che il Verbo diventi carne nella nostra storia, nel nostro matrimonio.

Coraggio sposi, il matrimonio sacramento è un’avventura meravigliosa e affascinante.

Il regno di Dio è vicinisssssssimo…… Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina.

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Una casa costruita con il cedro.

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda». Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan: «Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

Secondo libro di Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16.

La liturgia di ieri, quarta domenica di Avvento, ci ha proposto il Vangelo dell’Annunciazione secondo Luca. Un Vangelo bellissimo e denso di significato. Questo può aver distolto la nostra attenzione dalla prima lettura. Prima lettura che invece merita anch’essa un approfondimento e una riflessione.

Re Davide ha ormai il controllo del popolo d’ Israele. E’ re, governa con autorità e fermezza, abita in una casa fatta di cedro.  La maestosità del cedro nella Bibbia è simbolo di fermezza, di stabilità, di protezione ma, nella polivalenza del simbolo, indica pure l’orgoglio, l’arroganza e la pericolosità. E’ importante questa premessa perchè anche il Tempio di Gerusalemme edificato poi da Salomone è costruito certamente di pietra ma anche con legno di cedro. Proprio a significare tutto questo.

Torniamo al passo biblico in esame. Re Davide si accorge che l’Arca dell’Allenza, che è presenza di Dio tra il Suo popolo, è custodita in una semplice e povera (in confronto alla sua casa di cedro) tenda, solo dopo aver sistemato tutte le sue faccende e dopo che ha ottenuto il pieno controllo del popolo. Volge lo sguardo da sè a Dio solo in un secondo momento, quando ha già ottenuto tutto ciò che voleva. Capite che così non funziona? Capite che c’è qualcosa di stonato in tutto questo? Re Davide dall’alto della sua potenza si accorge, bontà sua, che Dio abita ancora in una tenda. Allora decide di costruire a Dio una casa più dignitosa.

Dio non è permaloso e non è geloso. E’ Lui che ha innalzato Davide a capo del Suo popolo scegliendolo tra i figli di Iesse. Eppure risponde quasi piccato. In realtà Dio non ha bisogno delle nostre case, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri sacrifici ed olocausti. Siamo noi ad averne bisogno, per non dimenticare mai che alla base della nostra vita e di ciò che di buono siamo riusciti ad operare e costruire non c’è solo la nostra capacità e i nostri talenti, ma c’è Lui. Ci ricorda, attraverso questo brano biblico, che senza di Lui non siamo che canne al vento e tutto ciò che costruiamo può distruggersi come castello di sabbia. Davide si è dimenticato che la sua potenza non viene da se stesso ma viene da Dio che gliel’ha data.

Così tante volte siamo noi sposi. Facciamo la nostra vita, operiamo le nostre scelte, otteniamo le nostre vittorie, costruiamo la nostra famiglia senza accorgersi che Dio è lì in una tenda che aspetta che ci ricordiamo di Lui. Aspetta che ci ricordiamo che Lui è sempre stato al nostro fianco in ogni giorno della nostra vita e, che se facciamo qualcosa di buono è perchè ci abbiamo sicuramente messo del nostro, ma è Lui che ha fatto la gran parte del lavoro. A Lui va la nostra lode.

Io ho fatto esperienza di tutto questo il marzo scorso quando mi sono ammalato di Covid. Sono state tre settimane lunghe e difficili dove mi sono sentito completamente debole, incapace di essere utile alla mia famiglia, anzi bisognoso di cure e di affetto. Mi sono sentito completamente impotente e questo mi è servito tanto per capire come io fossi davvero poca cosa senza il sostegno di Dio e dei miei familiari che in quel momento erano suoi strumenti.

Spesso ci accorgiamo di Dio quando le cose vanno molto bene e allora Dio diventa quasi un talismano che serve a non perdere ciò che abbiamo. Oppure ci ricordiamo di Dio quando le cose vanno malissimo e abbiamo toccato il fondo sbattendo il sedere a terra e non abbiamo che Lui a cui aggrapparci. In entrambi i casi è dura poi risorgere. Gesù non è l’ultima scelta di chi non ha altro e non è tantomeno un talismano. Gesù è una persona che vuole intrecciare con noi una relazione d’amore per darci forza e sostegno con la sua misericordiosa e amorevole presenza.

Antonio e Luisa

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Che donna Maria!

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Non siamo onnipotenti! Per fortuna.

Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta. Non parliamo della suocera perfetta…. Esistiamo noi, peccatori. 

Papa Francesco

A volte, diciamolo pure, noi sposi crediamo di essere onnipotenti. Se poi siamo anche genitori la situazione peggiora in modo esponenziale. Questo è un peccato! E’ un peccato che può fare tanto male a noi stessi, all’altro/a e, di conseguenza, alla relazione. Non solo crediamo di essere onnipotenti ma, cosa ancor più grave, pretendiamo che anche l’altro/a lo sia.

Cosa vuol dire che ci crediamo onnipotenti? Non certamente che pensiamo di poter cambiare l’acqua in vino, poter ridare la vista ai ciechi, poter camminare sull’acqua o saper moltiplicare i pani e i pesci. Nulla di tutto questo. Non siamo storditi fino a questo punto. Il pericolo che si cela dietro questa illusione di onnipotenza è pensare di riuscire a fare tutto e farlo bene.

Potrei fare mille esempi. Luisa stessa per anni ha sofferto di questa sua incapacità. Mi riferisco in particolare alla grande fatica che ha fatto e, per certi versi continua a fare, nel trovare un equilibrio tra il suo lavoro di insegnante e il suo essere moglie e madre. Fare tutto perfettamente non era, e tutt’ora non è, umanamente possibile. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

In questi anni abbiamo raccolto le confidenze di tante coppie. Più di una volta c’è capitato di imbatterci in una dinamica abbastanza comune. Nasce il primo figlio. La mamma è completamente presa da questa nuova avventura. Dorme poco, ha mille comprensibili preoccupazioni e mille dubbi. Non riesce a stare dietro a tutto come faceva prima. La casa non è più ordinata come era prima. Il marito le vuole molto bene. Però devono ancora capire di non essere onnipotenti. Lui lavora tutto il giorno e quando torna a casa si lamenta e si arrabbia per il disordine che trova o per la cena che non è ancora pronta. Cosa aveva da fare dopotutto sua moglie? Accudire il bambino e curare la casa. Basta organizzarsi. Lui arrabbiato, lei che si sente non capita, visto che ha fatto quello che ha potuto e che le è costato anche fatica. Musi lunghi, silenzi e distanza. Ci manca solo che lui ricordi a lei come sua madre abbia tirato su 2 o 3 figli senza dimenticarsi di curare la casa e il marito e il disastro è completo. Capite quale pericolo si cela dietro la nostra illusione di essere onnipotenti? Uno dei momenti più belli di una coppia, che è fare esperienza di essere genitori, può diventare un periodo di sofferenza per incomprensioni e irritazioni che si potrebbero facilmente evitare. Godetevi la relazione, l’amore, i figli, la famiglia anche se non è tutto perfetto. Godetevelo proprio perchè non è tutto perfetto. Solo così nella nostra inadeguatezza c’è spazio per accogliere la nostra fragilità e per riscoprire il mistero dell’amore gratuito di chi ci vede meravigliosi nonostante abbiamo limiti e difetti. Questo è l’amore, questa è la famiglia. Come dice Bruno Ferrero Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta. E viceversa naturalmente. Buona imperfetta vita ma proprio per questo vera e meravigliosa

Antonio e Luisa

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Il Natale dei poveri

…di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”...

Questo 2020 ci ha piegato e ad alcuni di noi li ha piagati. Non occorre stare a far l’elenco delle cose che sono cambiate.

Ora arriva Natale.

Le festività sono dolci come il miele quando sei giovane, ma bruciano come quando ti tagli un polpastrello con un foglio di carta, quando le fatiche relazionali e la vita ti hanno portato via le persone care.

Come alcuni di voi sanno, io e Filomena abbiamo vissuto per strada per un certo periodo della nostra vita; abbiamo condiviso molti dei nostri giorni e delle nostre notti con i barboni, gli ubriaconi, le prostitute e chiamateli come volete tanto per noi sono solo fratelli e sorelle…

Abbiamo condiviso anche il Natale.

Per strada vivi un Natale diverso per forza di cose. Mentre gli altri si affrettano ad impomatarsi, tu sei lì con i soliti vestiti sporchi addosso…ma il cuore…beh…possiamo dirvi che il cuore il Natale lo avvertiva.

Ricordo che qualche giorno prima del Natale 2012 ricevetti una mail da un frate che conoscevo e a cui volevo bene. Entrai in un internet point per aprire la posta e lessi la sua lettera…poche parole in cui mi diceva che non capiva il mio stare per strada a Natale. Gli risposi con affetto che per strada stavo condividendo la vita con i poveri che somigliavano tanto ai pastori…a quei pastori che nel Vangelo sono i primi a ricevere l’annuncio degli Angeli sulla nascita di Gesù.

Ero dunque un privilegiato.

E, stranamente, quando la vita mi ha messo all’angolo per assestarmi due cazzotti in faccia, a volte mi sono sentito un privilegiato…mi è capitato di essere nella sofferenza, ma anche di aver sentito di avere Gesù accanto.

Questa sensazione stranamente la vivevo anche quando ero lontano dalla Chiesa. La sensazione, che oggi pian piano sta diventando una certezza, che Gesù mi vuol bene e che niente e nessuno potrà strappare me dal Suo cuore…beh…questo mi scalda più di un termosifone di ghisa, più di un camino acceso e tutto addobbato per le feste, più di una persona che mi dice: “ti amo”.

Sapere che Gesù mi ama, supera anche la dolcezza di sapermi amato dai miei genitori, da mia moglie, dalle mie figlie. Questo, mi rendo conto, non lo dicono tutti…molti non lo hanno sperimentato…molti non lo vogliono sperimentare perché hanno paura…a molti, poi, semplicemente non interessa.

Venendo a noi, al Natale che stiamo per vivere, alla situazione in cui festeggeremo quest’anno il Natale del Signore 2020…vi voglio dire una cosa…forse siamo privilegiati.

Non abbiamo tanto zucchero a velo sulle nostre bocche, non abbiamo tanti “babbi natali” appesi ai balconi…ma nella povertà e nella mite tristezza di questo momento “in DO minore”…possiamo fare esperienza di cosa sia il Natale.

Natale è Gesù che viene a mantenere la promessa divina di donarci “un cuore nuovo, uno spirito nuovo”(cfr. Isaia).

Il Natale lo aspetti quando sei povero, quando “non ti resta che piangere”, quando hai perso tutto o quasi, quando scopri di essere bisognoso.

Come quei pastori, come quei barboni per strada, come tutti i poveri, come gli ammalati, come gli allettati da anni attaccati ad un respiratore, come tutti i bambini nelle guerre, come tutti gli abbandonati

In queste situazioni puoi fare esperienze terribili…o, dall’altra parte, iniziare ad aprirti al trascendente, ad aprirti al fatto certo che Gesù ti è vicino. E viene a nascere per te. Proprio per te che piangi.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

35 minuti al giorno? No, alla settimana!

Spulciando tra le varie notizie e curiosità pubblicate sul web ho trovato qualcosa di molto interessante. E’ un articolo di Repubblica dal titolo Crisi di coppia? 8 appuntamenti per salvare una relazione. Lasciando perdere i consigli che i due psicologi propongono, che possono essere più o meno condivisibili, quello che mi preme mettere in evidenza è un’altra cosa. Uno studio dell’Università della California ha svelato che le coppie sposate (studio su un campione di coppie di sposi di diverse età seguite per 13 anni) dialogano per una media di 35 minuti a settimana. Una quantità di tempo risibile se confrontato con i dati sull’uso di smartphone. Il 50% delle persone italiane che hanno uno smartphone lo usano per più di 5 ore al giorno. Una differenza enorme accentuata dal fatto che molti di quei 35 minuti di dialogo sono utilizzati per affrontare argomenti di tipo organizzativo e contingente (spese, impegni, riparazioni ecc.). Nel ménage familiare non c’è tempo per il dialogo di coppia profondo. Non ci si guarda più con occhi di meraviglia. Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”: Due sposi,  prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Ecco, la mancanza di dialogo esprime spesso una mancanza di interesse per l’altro/a. Come in un piano inclinato gli sposi stanno scivolando verso l’indifferenza. Prima di arrivare alla fatidica frase Non ti amo più ci sono tanti piccoli step. La mancanza di dialogo dovrebbe essere un campanello d’allarme, invece è spesso visto e accettato come qualcosa di inevitabile. Presi da tanti pensieri e impegni non c’è tempo per queste inezie da fidanzatini.  Il Papa in Amoris Laetitia ci dice che non è così: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità. Capita, ad esempio, che alcuni giorni decido di entrare più tardi al lavoro e accompagno Luisa alla sua scuola. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. E’ un momento di intimità molto bello che ci permette di iniziare la giornata con tanta pace e tanta gioia.

Antonio e Luisa

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Check-up del tuo fidanzamento in 5 punti

Abbiamo parlato da poco di fidanzamento, a proposito della castità, ma vogliamo tornare sull’argomento per una giovane amica che qualche tempo fa ci ha condiviso le fatiche che sta vivendo nella relazione con il suo ragazzo. Sono entrambi bravi ragazzi, hanno poco più di vent’anni, si vogliono bene e ragionano già di matrimonio, ma si stanno scontrando con le loro differenti sensibilità e attese e con la fisiologica fatica di armonizzarle.

Come andare incontro all’altro pur rimanendo sé stessi?

Se amare è mettere l’altro al primo posto, perché non mi sento la prima cosa per lui?

Come continuare ad amare senza rivendicazioni quando l’altro pare preso solo dalle sue cose?

Ascoltandola e vedendo le sue sincere lacrime, ci si è allargato il cuore e abbiamo rivisto in loro anche molte nostre difficoltà relazionali vissute durante il fidanzamento (ed anche dopo a dire il vero).

Difficoltà oggi in larga parte superate ma, come spesso accade, a caldo risulta complicato ricostruire i passaggi che ci hanno aiutato a cambiare prospettiva e a maturare e quindi, benché vorresti trovare la parola giusta da donare, ti ritrovi semplicemente ad offrire un po’ di ascolto fraterno.

Ora però, a mente fredda, qualche ispirazione ci è venuta, e quindi vogliamo provare di buttare giù alcuni pensieri sperando che questa amica (e non solo lei) possa trovare qualche spunto utile. Cinque pensieri essenziali per un piccolo check up del proprio fidanzamento.

1 – Amarsi non fa rima col capirsi al volo

Come prima cosa crediamo che occorra sfatare il mito dell’amore come intesa perfetta. Nel nostro immaginario è purtroppo viva (in modo più o meno consapevole) l’idea che aver trovato l’amore significhi aver trovato qualcuno con cui ci si capisce al volo, qualcuno capace di comprendermi, di anticipare i miei bisogni, di saziare la sete del mio cuore, il tutto in modo spontaneo, quasi che le parole siano un di più.

Purtroppo, o meglio per fortuna, non è così. Ne parlavamo anche commentando la canzone vedi cara di Guccini: come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Il fatto che ci innamoriamo di una persona e che questa persona ricambi il nostro amore è un dono grandioso, ma non possiamo pensare che questa esperienza ci eviti l’incontro-scontro tra le due libertà in gioco. Ognuno di noi si trova di fronte all’altro con tutto il proprio bagaglio di storia famigliare, di ferite, paure, attese, capacità e desideri che necessariamente non può coincidere con quello dell’altro.

2 – È nella differenza il segreto della creatività

È proprio la differenza insita nel maschile e nel femminile e nelle diverse personalità che si nasconde il segreto di una relazione creativa e appassionante. È nella relazione con l’altro che mi conosco, e scopro sempre più profondamente i mei doni e i miei limiti, e tanti aspetti che non conoscevo di me, o su cui avevo una prospettiva parziale o distorta.

È sempre molto pericoloso entrare in una relazione presumendo di avere già capito tutto, di sapere già cosa è giusto e cosa non lo è senza permettere all’altro di scalfire le nostre convinzioni. Credo sia il tipico difetto dei “bravi ragazzi”, quelli impegnati, quelli osannati perché sempre brillanti, diligenti e disponibili. Lo dico per esperienza personale, io (Tommy) ero uno di questi “bravi ragazzi” e all’inizio del nostro fidanzamento ho fatto molto soffrire Giulia per il mio atteggiamento presuntuoso: ero convinto di essere il solo a sapere cosa fosse giusto per noi.

Solo quando qualcuno ci ha aiutato a capire un po’ meglio il dono nascosto nella nostra differenza, ho potuto iniziare ad aprire gli occhi su questa mia povertà. È stata una crisi feconda perché ho progressivamente capito che insieme è più bello e che al di là della mia e della sua prospettiva, ce n’era una nuova, più ampia e più vera: la nostra.

3 – È la meta a determinare il cammino

Altro elemento chiave è il significato che si sceglie di dare al tempo del fidanzamento. Oggi è largamente diffusa l’idea che avere il ragazzo o la ragazza significhi avere finalmente qualcuno che arriva a colmare la mia solitudine, qualcuno con cui “on demand” posso condividere le mie passioni e fare cose: vacanze, viaggi, serate, esperienze, sesso ecc. Insomma, una specie di app da attivare al bisogno.

Si tratta però di un equivoco drammatico, perché l’epicentro del fidanzamento non sono “io”, ma siamo “noi”: c’è una relazione da costruire! Il fidanzamento non è un comodo parcheggio, ma un cammino avventuroso da percorrere in due e, come per ogni cammino che si rispetti, è la meta a determinare il sentiero da percorrere e l’attrezzatura da portare.  È un po’ come quando vai a camminare in montagna e vuoi arrivare in vetta a 3000 metri: sai che devi portarti una certa attrezzatura e sai che devi scegliere la difficoltà del sentiero in base alle tue capacità.

La meta, il fine, del fidanzamento è il matrimonio. Lo so, può sembrare una cosa all’antica, ma a ben vedere c’è poco da girarci introno: nessuno inizia una storia d’amore pensando ad una data di scadenza, quando due si amano davvero, il desiderio è arrivare a condividere tutta la vita (per approfondire il matrimonio come vocazione potete leggere l’articolo: una valigia per due). Solo tenendo gli occhi fissi su questo orizzonte è possibile camminare senza perdere l’orientamento.

C’è però un altro elemento essenziale di questo cammino che non va sottovalutato: occorre trovare un compagno di viaggio, una guida. È ingenuo pensare che bastiamo noi due… serve qualcuno più esperto di noi, più avanti di noi nel cammino capace di darci le giuste dritte: un padre spirituale, una coppia di amici… Qualcuno che non essendo, come noi, coinvolto nelle dinamiche della relazione possa parlarci con franchezza per il nostro bene, sostenerci e correggerci.

4 – Camminare è per conoscersi

Se il fidanzamento è mettersi in cammino verso il matrimonio, allora più che “fare cose”, diventa cruciale avere a cuore il desiderio di conoscersi reciprocamente sempre più a fondo e di capire se effettivamente siamo chiamati a questo. È quindi un tempo prezioso ed insostituibile di verifica e di conoscenza, un cammino da fare senza paure, senza fretta, ma da percorrere con convinzione. E bisogna anche mettere in conto la possibilità che le nostre strade ad un certo punto si possano separare. Un conto però è comprenderlo a vent’anni quando ci si è volutamente dati un tempo per farlo, un altro conto è accorgersene a quaranta quando magari ci sono già in ballo dei figli e tanto altro.  

È per questo, che non sarebbero da contemplate frasi del tipo: «so che di questo con lui non posso parlare», oppure «di queste cose parleremo quando saremo sposati», o ancora «quando saremo sposati sarà diverso… ». Se non si investe in questo tempo, se non lo si sfrutta per confrontarsi su tutto (cose comode e meno comode) se non si parla di come ci si immagina la vita famigliare, i figli… se non si condividono in questa fase le aspettative sulla vita, sul lavoro, sulle relazioni, ecc… quando si pensa di farlo? Allora forse, converrebbe passare meno serate a sciropparsi serie tv e dedicare più di tempo al dialogo, magari aiutati da un buon libro o a fare insieme esperienze di crescita.

Certo il conoscersi è un processo che non potrà mai dirsi del tutto concluso: non si cesserà mai di conoscere più a fondo l’altro e se stessi anche dopo il matrimonio… ma partire bene, al momento giusto è fondamentale.

5 – Conoscersi è per amarsi

Giovanni Paolo II diceva che «L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare». Si, l’amore è qualcosa da imparare perché anche quando le nostre intenzioni sono sincere, dobbiamo inevitabilmente scontrarci con due pesanti macigni: da un lato il fatto che istintivamente siamo tutti centrati su noi stessi e non ci viene spontaneo mettere davanti un’altra persona, dall’altro il fatto che per comunicare l’amore occorre sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di qualcun altro radicalmente diverso da noi e la cosa non è affatto scontata.

Amare è un’arte a cui lasciarsi iniziare, perché non basta provare un certo sentimento per qualcuno, per poter dire di amarlo. L’amore è concreto, è fattivo, si coinvolge con l’altro… che i sentimenti ci siano è quasi ovvio, se no neanche ci si sarebbe imbarcati in una storia, molto meno ovvio è riuscire a comunicarsi l’amore.

Io posso scriverti decine di messaggini appassionati con emoticon e cuoricini, posso comporre per te dediche strappalacrime da postare sui social, ma se poi se non trovo il tempo per stare con te, per farti sentire importante, per interessarmi alla tua vita e farti spazio nella mia, ecc.… come posso dire di amarti?

Il fidanzamento è quasi un corso di lingue. Occorre l’umiltà di imparare il linguaggio dell’altro, cosa lo fa sentire amato e cosa no. È un po’ come quando facciamo un regalo a qualcuno e dobbiamo lasciare da parte i nostri gusti per provare di indovinare le attese del festeggiato al fine di trovare qualcosa che lo renda felice… lo stesso è con i linguaggi dell’amore. Ed è straordinario quando l’altro riesce a balbettare qualcosa per noi nella nostra “lingua”.

Ecco qui 5 pensieri o poco più… nessuna pretesa di esaurire l’argomento, solo il vivo desiderio che tra essi possa nascondersi una scintilla per la vita di questa cara amica e non solo.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/12/check-up-del-tuo-fidanzamento-in-5-punti/

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Non te lo dico !

Riportiamo il Vangelo di ieri nel giorno di S- Giovanni della croce :

Dal Vangelo secondo Matteo 21, 23-27
In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

E’ proprio un tipo sorprendente Gesù, infatti anche questa volta stupisce tutti, perché non dà mai risposte scontate e men che meno compie azioni scontate. Ma perchè i capi e gli anziani del popolo pongono la domanda a trabocchetto solo a Gesù? Non potevano rivolgere la stessa domanda agli altri rabbini che insegnavano nel tempio? Cos’è che dà fastidio dell’insegnamento di Gesù?

In effetti c’è qualcosa nell’insegnamento di Gesù che lo contraddistingue, che lo rende speciale rispetto agli altri rabbini che insegnavano nel tempio. Noi, che veniamo dopo duemila anni, sappiamo che a parlare non è un rabbino come altri, e nemmeno un rabbino più dotto o più santo di altri, ma è la Parola di Dio fatta carne, la seconda persona della Santissima Trinità.

Ma…. Gesù non andava in giro con la patente di Figlio di Dio, non aveva un passaporto con il timbro del Regno dei cieli, sulla sua carta d’identità non c’era la dicitura Figlio di Dio nel riquadro “segni particolari”…. quindi chi lo ascolta pensa di aver a che fare con un semplice uomo, certamente molto dotto e sapiente, ma insomma sempre di uomo si tratta… un rabbino un po’ più istruito e carismatico forse…. però avvertono una particolarità, quale ?

L’autorità che emana il suo dire, il suo parlare, il suo operare, la sua persona insomma.

E’ proprio così, tra le tante “voci” che anche oggi “parlano” , l’unica che dà fastidio è quella di Gesù. E come parla Gesù al mondo d’oggi ? Attraverso la sua Chiesa certamente, ma in particolare per la evangelizzazione del mondo lavorativo, familiare, educativo ?

Cari sposi, noi siamo nel mondo quella “voce che parla” nel nome di Gesù, al posto di Gesù…. perchè il nostro sacramento ci ha resi profeti, testimoni, segni sensibili ed efficaci della grazia di Cristo…. è un po’ come se ci avesse investito della carica di suoi “alter ego”, suoi ambasciatori nel mondo, in sua vece quindi.

Se le nostre vite sono permeate da Gesù, quando il mondo entra in contatto con noi sposi, ecco che si comporta alla stregua di quei capi e anziani del popolo descritti nel brano evangelico di cui sopra…. già, perchè Gesù dava fastidio allora e continua a farlo oggi. Il mondo è infastidito dalla Verità, perchè il principe di questo mondo è il Diavolo. E noi come dobbiamo comportarci quando veniamo interpellati dal mondo in merito all’autorità con cui noi testimoniamo ?

Vi diamo due compiti questa settimana, cari sposi :

1 – fare un’esame di coscienza della nostra vita/del nostro matrimonio per verificare quanto la nostra vita è permeata dalla fede in Gesù. Più la nostra vita combacia con la vita di Gesù , e più questa nostra vita avrà l’autorità di Gesù.

2 – Prima di rispondere alle domande a trabocchetto del mondo d’oggi è necessario riflettere, infatti Gesù stesso ci insegna che non tutte le domande meritano una risposta.

Coraggio sposi, che il Regno di Dio è vicinissimo.

Giorgio e Valentina.

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Pregare e ringraziare per non spegnere l’amore

Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 5,16-24.

Oggi ho voluto riprendere la seconda lettura della liturgia di ieri. Merita una riflessione e un approfondimento perchè può dire tantissimo a noi sposi che cerchiamo di vivere bene il nostro matrimonio. Sono poche raccomandazioni ma fondamentali.

Pregate incessantemente. Dovremmo pregare tutto il giorno? E poi chi lavora? Chi porta i figli a scuola? Chi pulisce e mette in ordine la casa? In realtà possiamo fare tutte queste cose pregando. Pregando, cioè offrendole a Dio. E’ preghiera quando accompagno i miei figli a scuola per amore. E’ preghiera quando abbraccio la mia sposa per amore, è preghiera quando pulisco casa e vado al supermercato per amore. E’ preghiera quando lavoro per garantire alla mia famiglia una vita dignitosa. Ogni volta che decido di donarmi nel quotidiano per amore sto alzando la mia preghiera a Dio. Tutto cambia! La fatica resta ma ogni attività, offerta per amore e non subita per dovere, diventa meno pesante e più bella.

In ogni cosa rendete grazie. Ringraziare cambia la prospettiva. Aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Imparare a ringraziare ci aiuta a comprendere che nulla ci è dovuto ma tutto è un dono. E’ un dono l’unione fisica con la mia sposa, sono un dono i figli, è un dono tornare a casa e trovare il mio piatto preferito, è un dono il mio lavoro, è un dono avere una casa e degli amici. Tutto è dono, nulla è dovuto. Solo così saremo capaci di apprezzare ogni gesto senza darlo per scontato, e riusciremo ancora a stupirci della bellezza di essere insieme anche dopo anni di matrimonio.

Non spegnete lo spirito. Lo Spirito è dentro di noi. Lo Spirito è nella nostra relazione consacrata dal sacramento del matrimonio. Ciò non significa che non si possa spegnere. Come? Semplicemente non seguendo le due precedenti indicazioni. Non pregare nella nostra vita di ogni giorno, non fare per amore ma per dovere ci uccide piano piano, giorno dopo giorno. Il peso della famiglia, degli impegni e della vita diventerà presto insostenibile e ci allontaneremo sempre di più dal nostro coniuge. Stessa cosa ci accade se non impariamo a ringraziare. Se pensiamo che tutto ci è dovuto e che ci meritiamo l’amore e la cura dell’altro/a perchè noi facciamo tanto e siamo tanto belli e tanto bravi. Inizieremo a pensare che l’altro/a sia troppo poco per noi, che noi meritiamo di meglio e che quindi quella relazione non è più degna di noi. Capite come il nostro atteggiamento possa fare la differenza in una relazione?

Cari sposi non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Solo così saremo capaci di aprire il nostro cuore allo Spirito Santo e saremo capaci di donarci all’altro/a e di accogliere il suo dono per noi con tutti i nostri e suoi limiti.

Antonio e Luisa

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Gesù ci vuole testimoni del Suo amore!

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete,
uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Giovanni 1,6-8.19-28.

Chi è Giovanni Battista? Subisce un vero e proprio interrogatorio da parte dei sacerdoti e dei leviti giunti appositamente da Gerusalemme. Probabilmente la sua fama era grande e il suo nome era giunto fino a lì. Giovanni non si sottrae alle richieste dei suoi interlocutori. Dice di non essere il Messia tanto atteso. Afferma anche di non essere nè il profeta nè Elia. Perchè proprio questi due accostamenti? Perchè erano due figure, entrambe attese, che avrebbero dovuto precedere, secondo le Scritture, l’avvento del Messia. Elia, il cui ritorno era previsto prima di quello del Messia. L’ultimo profeta, ultimo e definitivo che Mosè aveva promesso in Deut 18, 15-18: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli, in mezzo a te, un profeta come me

Giovanni Battista, ce lo dice il Vangelo stesso, è un testimone. Cosa significa essere testimone di Cristo? Ce lo fa comprendere bene un altro versetto del Vangelo della liturgia odiena: Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Giovanni Battista è testimone con la sua vita. Con le sue parole, con le sue scelte, con i suoi atteggiamenti, con le sue azioni e con tutto ciò che caratterizza la sua umanità, Giovanni è capace di spostare l’attenzione di chi lo incontra e si relaziona con lui da se stesso ad un’altra persona. Una persona che sta in mezzo a noi ma che noi spesso non conosciamo. Si tratta naturalmente di Gesù, il vero Cristo, il Messia.

Capite la grandezza di Giovanni? E’ la stessa a cui siamo chiamati anche noi sposi. Certo con tutti gli errori che possiamo commetere, con il peccato che caratterizza la nostra vita e con tutte le nostre miserie e fragilità. Possiamo però farlo. Possiamo testimoniare la presenza di Dio. Possiamo renderlo presente nel mondo, in particolare nel nostro piccolo mondo in cui viviamo. Possiamo farlo, prima di tutto, nella nostra famiglia.

Siamo testimoni per l’altro/a quando lo/la perdoniamo, quando lo/la guardiamo con occhi capaci di non giudicare, quando lo/la accogliamo, quando ci doniamo e accogliamo il nostro dono reciproco. Siamo testimoni con i nostri figli quando mostriamo loro le meraviglie che Dio ha compiuto in noi, quando siamo capaci di guardarci con occhi di meraviglia. Per i figli non c’è nulla di più bello che osservare i genitori che si vogliono bene. Loro sono il frutto di quell’amore. Siamo testimoni quando riusciamo a mettere Gesù al centro della famiglia. Siamo testimoni con il mondo che ci circonda quando raccontiamo con la nostra vita che un amore indissolubile che dura tutta la vita non solo è possibile ma è bellissimo. Possiamo essere testimoni in tanti altri modi. Modi che sono per noi e non per altre famiglie. Modi solo nostri. Siamo testimoni nel nostro essere uomo e donna, Antonio e Luisa, nella nostra unicità, con la nostre storie personali e di coppia che sono diverse da quelle di tutte le altre famiglie.

Il sacramento del matrimonio è una consacrazione proprio perchè ci permette di testimoniare in una relazione umana, l’amore di Dio. Avanti tutta! Essere testimoni a volte è difficile ma è l’unico modo che abbiamo per vivere una vita piena e ricca di senso.

Antonio e Luisa

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Cosa (non) mi è piaciuto di DOC

C’è un momento che è solo mio e di Maria. E’ la mia terza figlia ed è l’unica femmina di casa, oltre a me. Il sabato sera è solo nostro. I ragazzi sono fuori o giocano con la play. Il mio maritino è indaffarato in cucina a preparare la pizza per tutti e Maria ed io in camera sul lettone con la copertina a guardare serie tv. Rigorosamente on demand, perchè durante la settimana non c’è tempo per guardare la tv. Negli ultimi mesi ci siamo appassionate a una serie veramente ben fatta e che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Si tratta dell’ormai celeberrima DOC Nelle tue mani.

Non starò qui a raccontare la trama o a recensire questa serie. Trama appassionante, non ci si annoia, personaggi costruiti molto bene. Trovate in rete tanti articoli e tante analisi sicuramente molto più accurate e interessanti di quanto potrei scrivere io. Quello che mi interessa è altro. Vorrei mettere in evidenza un’idea completamente sbagliata e pericolosa che traspare anche da una serie ben fatta e carica di positività come DOC. Un’idea che già le commedie romantiche americane e inglesi portano avanti da decenni. Un’idea che illude e confonde generazioni di donne.

In queste fiction la storia si dipana su due livelli paralleli. C’è la storia dei pazienti che si esaurisce nella puntata e la storia dei protagonisti, in questo caso i medici del reparto, che mantiene un filo narrativo durante tutta la serie. Narrazione che riguarda soprattutto le relazioni e le storie d’amore di questi personaggi principali.

Storie d’amore appassionate e cariche di desiderio e sentimenti. C’è qualcosa in queste storie che non mi convince. Al primo bacio dei due innamorati segue immediatamente il rapporto sessuale, finiscono subito a letto. Questo può anche accadere. Ciò che mi lascia perplessa è che il risultato di questa intimità è sempre positivo. Entrambi sono sempre molto soddisfatti e lo raccontano come un’esperienza meravigliosa. Sempre.

Mi vengono in mente il dottor Lorenzo Lazzarini e la dottoressa Giulia Giordano. Lorenzo è innamorato di Giulia, ma lei ama il dottor Andrea Fanti (Luca Argentero). Nel frattempo, per riempire quel vuoto affettivo, Lorenzo vive numerosissime storie occasionali fatte di sesso e nulla più. In una delle puntate, finalmente i due escono, si baciano e la scena successiva sono già sotto le coperte. Un’esperienza bellissima per entrambi che dà il coraggio a Lorenzo di dichiarare a Giulia tutto il suo amore per lei, ma la dottoressa, dispiaciuta, gli riconferma che ama Andrea.

La storia di Giulia con Andrea (quello prima dell’amnesia) comincia al primo appuntamento, a casa di lui: finiscono sul divano prima di cena, mentre il sugo brucia sul fuoco. Poi, Andrea (quello dopo la pallottola in testa) ha un rapporto sessuale con la ex moglie, che sta con un altro. Ovviamente sono rapporti bellissimi per entrambi i partner. Basta il sentimento e l’attrazione fisica e tutto funziona alla perfezione.

Anche la storia tra il dottor Gabriel Kidane e la dottoressa Elisa Russo è un amore immediatamente consumato, che porta a una convivenza senza tante cerimonie, come qualcosa di ovvio, di scontato: provano un forte sentimento l’uno per l’altra, sono molto soddisfatti dei loro rapporti sessuali (cartina al tornasole dell’amore vero in tutti i film romantici americani e inglesi) e, quindi, cominciano a vivere insieme. Lui, però, decide di tornare a casa, in Etiopia.

La dottoressa Alba Patrizi e il dottor Riccardo Bonvegna fanno fatica a dichiarsi l’amore che provano da tempo, perché ognuno ha i suoi blocchi, che una volta superati, portano immediatamente a un rapporto sessuale, ovviamente soddisfacente per entrambi. Se così non fosse, non sarebbe amore. Vi ricordate i film romantici con Hugh Grant? Per esempio, “Quattro matrimoni e un funerale”, dove lui va a letto con Andie McDowell poco prima che lei si sposi con un altro. Grandi sentimenti e perfetta intesa sessuale: il vero amore!

Secondo la mia esperienza personale e anche quella di altre persone, il rapporto sessuale, anche se accompagnato da sentimenti profondi e dal sacro vincolo del matrimonio (che davanti a Dio e alla società comporta un impegno reciproco di fedeltà, esclusività, indissolubilità e apertura alla vita), può non essere sempre soddisfacente, soprattutto all’inizio. A volte non è facile donarsi totalmente all’altro e accogliere il suo dono totale. E’ necessario parlarsi, aprirsi, ascoltarsi, capirsi, cercarsi, provare, tentare, sbagliare, ricominciare. E’ un cammino fatto di alti e bassi. Non è sempre tutto perfetto, come vogliono farci intendere i film.

Inoltre, questi dottori e queste dottoresse (così competenti, così preoccupati per i malati fino all’abnegazione, così responsabili) sembrano ignorare che durante un rapporto sessuale possono concepire un figlio o una figlia. Finiscono a letto o sul divano senza preavviso, travolti dalla passione, quindi, non usano i metodi naturali. Le dottoresse prendono sempre la pillola, anche se non hanno una storia d’amore consolidata? I dottori hanno sempre a portata di mano un preservativo (della serie: non si sa mai)? La fiction non accenna alla contraccezione. Eh, già, rovinerebbe l’incanto dell’amore romantico, che si nutre solo di sentimenti e attrazione fisica. E le malattie sessualmente trasmissibili? I dottori e le dottoresse, che finiscono nel letto o sul divano spensieratamente, sanno che il virus dell’HIV ha ucciso nel primo semestre dell’anno in corso 712 mila persone (il doppio rispetto al covid 19)?

Mi direte che è solo un film. Appunto, è solo un film. L’amore, quello vero non quello romantico, è fatto di rinuncia, di attesa, di responsabilità. Il desiderio non è in contrasto con il dominio di sé, anzi, solo chi è padrone di se stesso può donarsi all’altro, sapendo che in un periodo fertile si può concepire un figlio, non solo un figlio dell’uomo, ma un figlio di Dio.

Luisa con Antonio

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“Nasce Gesù, dove lo metto?”

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Carissimi, oggi vi proponiamo una nostra piccola meditazione sul Natale del Signore Gesù, sperando di farvi dono gradito.

Buona lettura e buona riflessione!!!

+++

Qualche giorno fa è nato il quarto bebè di una coppia di nostri amici. Siamo molto felici per loro per questo grande dono che hanno ricevuto.

Ci raccontavano che era da più di un mese che stavano risistemando casa. Vivono in un appartamento e i metri quadri sono sempre molto pochi per chi ha tre figli…figuriamoci per chi ne ha quattro.

Hanno spostato mobili e figli…la terzogenita ora è in camera con i fratelli più grandi e i giocattoli sono stati ammassati in un armadio per fare spazio al fasciatoio e a tutto il resto che servirà per il nuovo arrivato.

Siamo fatti così…quando c’è una nascita in casa…facciamo spazio.

Anche quando sappiamo che verrà a trovarci una persona cara – sperando che non venga all’improvviso altrimenti la parte moglie della coppia potrebbe subire un attacco di cuore – facciamo spazio tra i giocattoli, la polvere e le figlie sul pavimento e cerchiamo di far trovare almeno una sedia che sia sgombra dai vestiti per farla accomodare in un luogo abbastanza decente.

Alla notizia di un ospite facciamo spazio. E’ così. Ed è positivo che sia così.
Anche il grembo materno per accogliere la vita fa spazio affinché quella vita possa crescere.

Tutto questo fare posto ci fa pensare al Natale.

In qualche modo in questi giorni noi cristiani stiamo pensando a Gesù che è nato.
Detta così sembra una situazione dolce e piena di miele (o di zucchero a velo…buono per il Pandoro)…ma a pensarci il panico dovrebbe prenderci un po’ a tutti.

Nasce Gesù: benissimo…che bello. Ma dove lo metto?

Allora eccoci tutti affaccendati a pensare alla culletta in cartapesta da preparata nel presepe…o, i più temerari, hanno addirittura iniziato un lungo esame di coscienza per fare spazio a Gesù che viene, si sa…a nascere nei cuori.
Facciamo spazio…noi…poveri illusi…

Ci sei rimasto maluccio eh…ti immaginavi già con le alucce e l’aureola sulla testa mentre dicevi a Gesù bambino:

“Vieni carissimo Gesù Bambino…vieni…ti ho preparato una culla da paura!!! C’ha pure il riscaldamento nel materassino…guarda che comfort che trovi nel mio cuore appena lucidato e confessato!!! Posso offrirti un biberon?”

E ci rimani ancora peggio quando vedi questo Gesù bambino che si butta giù dalla culla di sughero cinese e va ad adagiarsi sul pavimento di quella stanza di casa tua che chiudi sempre accuratamente quando arrivano gli ospiti.

In quella stanza c’è il delirio e ti vergogni…ma lui pare che voglia stare lì.

“Ma quindi non va bene confessarsi per il Natale?”

Certamente che bisogna confessarsi ed arrivare pronti a questo incontro…ma spesso crediamo che Gesù venga a farci visita solo se siamo buoni (un po’ come fa babbo natale).

..Dunque…se Gesù viene indipendentemente se me lo merito o meno…sorge spontanea una domanda:


Nasce Gesù: dove lo trovo?”

Prendiamo il Vangelo e leggiamo:


“Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’ era posto nell’alloggio. In quella stessa regione c’erano anche alcuni pastori. Essi passavano la notte all’aperto per fare la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi ebbero una grande paura. L’angelo disse: ‘Non temete! Io vi porto una bella notizia che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi per voi, nella città di Davide, è nato il Salvatore, il Cristo, il Signore. Lo riconoscerete così: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia’.
  

(LUCA 2,1-14)


Maria dà alla luce il suo primogenito, lo avvolge in fasce e lo pone in una mangiatoia, perché non c’è posto per loro nell’alloggio; e gli angeli annunziano ai pastori che la mangiatoia è il segno per riconoscere il Messia.

Maria “adagia” Gesù in una mangiatoia: il bambino è accudito, ma viene posto in luogo improprio.

Una mangiatoia dunque.

Non sappiamo se avete mai visto una vera mangiatoia. Spesso fanno davvero schifo. Puzzano, sono un ricettacolo di insetti, bave di animali, sporcizia.

Ma i Pastori che arriveranno hanno ricevuto queste strane indicazioni dall’Angelo: il Bambino sta in un luogo in cui solitamente si mette il cibo.

Sappiamo bene che la prima necessità di un neonato è di essere accudito e nutrito: questo bimbo invece è al posto dell’alimento. Infatti quando sarà più grandicello dirà: «il mio corpo è vero cibo».

Ma torniamo a noi…
Dicevamo che tu hai preparato a Gesù una camera a cinque stelle nell’albergo del tuo cuore e Lui sceglie ancora una volta di andare a ficcarsi in quello spazio sporco e disordinato…e sai perché?

Perché tu in quell’albergo di lusso non ci abiti e dopo cinque minuti di contemplazione beata del bambinello…tra le luci intermittenti e le zampogne…ti rompi le scatole e vai via.

E magari andando via ti fermi a mangiare in una bettola e fai quello che fai solitamente: litigare con tua moglie, alzare la voce con i tuoi figli, maledire la signora che abita al piano di sopra che quando torna a casa non si toglie i tacchi…

In altre parole tu abiti solitamente nella bettola più squallida…tu abiti tendenzialmente in relazioni abbastanza ferite.
Ma è lì, proprio in quella tua mangiatoia sporca e piena di insetti e batteri che Gesù vuole stare…affinché tu la smetta di nutrirti di cibo avariato ed inizi a nutrirti di Lui…che è vero cibo e vera bevanda.

Ora magari inizi a pensare: che belle queste parole…ma io sono 40 anni che vado in Chiesa, che mi confesso affinché i miei appetiti non abbiano più potere su di me…affinché possa essere una persona guarita che non divora gli altri ma che si fa pane per gli altri…e invece sembra di stare al punto di partenza!!


E mentre la pubblicità del panettone dice che a Natale siamo tutti più buoni tu ti ritrovi più cattivo e ancora una volta urli contro il cielo:

“Gesù dove sei???!!! Perché non mi aiuti!!!!! Sei nato, ma non sei nato a casa mia!!!


Ma il punto non è che Gesù non nasce a casa tua…forse sei tu che lo stai cercando nel posto sbagliato!


Hai mai pensato che il tuo sposo malandato e maleodorante è, in realtà, la mangiatoia in cui Gesù si fa trovare????!!!!

Hai mai pensato che la tua sposa che dorme accanto a te…con i suoi logorroici sentimenti che tanto ti snervano…sia proprio lei quella mangiatoia in cui Gesù si fa trovare?

Anche tu come i pastori sei invitato a riconoscere in quella mangiatoia la presenza del Signore Gesù, il Signore della storia che viene a guarirti, a perdonarti, a donarti un cuore grande che sappia accogliere, a salvarti…anche attraverso le fatiche dovute al tuo sposo o le mancanze della tua sposa.

In quella mangiatoia che è la relazione con il tuo coniuge tu puoi fare l’incontro con Gesù che nasce per te!


E allora non nella culla di cartapesta, non nell’albergo dolce e pulito del tuo cuore, ma nel tuo Matrimonio proprio così com’è tu puoi incontrare Gesù…

Non nel Matrimonio perfetto (che non esiste)…ma in tutti i matrimoni cristiani…anche in quelli in cui uno dei due è andato via per seguire i propri istinti…o uno dei è andato via perché è stato tradito…anche lì c’è Gesù!!!

…e sai perché?

E il Verbo si fece carne” sentiamo a Natale nel Vangelo di Giovanni…Natale è Dio che si incarna, diventa uomo per farsi incontrare…grazie al Matrimonio Sacramento tu puoi incontrarlo nella carne, nella persona del tuo sposo.

E se vivi un matrimonio gravemente ferito? Si!!! Anche li lo trovi!

Tu incontri Cristo che soffre insieme a te! Se il tuo coniuge è fuggito e tu resti fedele al Sacramento ricevuto, tu Gesù lo incontri perché Gesù non tradisce mai e se glieLo chiedi saprà come consolare il tuo cuore che resta fedele a quel si” che hai detto innanzitutto al Lui!!!

Oggi, in qualsiasi stato si trovi il tuo Matrimonio, tu puoi incontrare Cristo perché da quando siete sposati Cristo abita SEMPRE SEMPRE SEMPRE SEMPRE in mezzo a voi due…e questo non perché lo meritiate, ma perché Cristo per Sua Volontà si dona a voi con tutto sé stesso!

Allora il vostro matrimonio è veramente quella mangiatoia in cui Cristo si fa trovare per farsi dono per voi.

…e allora: Gesù Nasce…e tu lo hai trovato! Questo non risolve i tuoi problemi? Forse no…ma ora sai di non essere più solo.

Buon Natale!!!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Fidanzamento casto o bigotto?

Qualche sera fa abbiamo avuto il piacere di passare una serata con gli amici di CattOnerD e siamo stati talmente bene che ci sembrava di essere seduti insieme nello stesso pub per bere e chiacchierare in compagnia.  Il tema era la castità e ne abbiamo parlato in modo libero e spontaneo.

Grazie anche alle interazioni col pubblico prima, durante e dopo la diretta, abbiamo colto come questo tema sia tutt’altro che fuori moda, ma susciti ancora tanti interrogativi e curiosità.

Abbiamo pensato allora di raccogliere qui qualche idea che ci è particolarmente cara, sperando di essere più ordinati e chiari nell’esposizione, e anche un po’ più sintetici, dal momento che la diretta è durata più di due ore e non è detto che tutti abbiano voglia e tempo di riguardarsela (peccato perché c’è da divertirsi ma soprattutto c’è una chicca finale che non vi potete perdere!).

Inizieremo innanzitutto dal dire che cosa NON è la castità.

La castità non è il patentino del bravo cattolico, non è arrivare illibati al matrimonio, non è svalutare la sessualità e il piacere, e non è nemmeno un banale “astenersi”.

Ovvero, detto in altre parole, se abbiamo inteso finora la castità come una regola da applicare o come una “negazione” di una parte di noi, non siamo sulla strada giusta, anzi.

Ce ne siamo accorti anche noi che da fidanzati abbiamo cercato di seguire il “vademecum del perfetto fidanzamento cattolico” e quindi magari sì, se vogliamo guardare alla castità con uno sguardo superficiale, possiamo dire di essere riusciti ad arrivare al matrimonio con la spunta più o meno verde in merito a questo punto, peccato che avessimo capito poco o nulla del suo vero significato.

Conoscevamo e condividevamo le ragioni razionali per cui valeva la pena aspettare il matrimonio per donarsi totalmente (perché se no ti leghi e non sei libero di capire se è la persona per te, perché solo nel matrimonio ti giochi realmente la vita, ecc…), e abbiamo quindi cercato di fare del nostro meglio per stare nelle regole. Questo però ci faceva sentire “a posto”, “bravini”, innescando in noi un certo senso di superiorità e facendoci perdere di vista che il cuore della castità non è tanto rimandare il dono di sé nel corpo, quanto imparare con gradualità a donarsi totalmente senza maschere e ad accogliere totalmente l’altro per come è.

Ed è così che ci siamo ritrovati sposati con il pedigree in ordine, ma ancora molto immaturi, chiusi su noi stessi e carichi di pretese verso l’altro. E ci infastidiva vedere accanto a noi coppie probabilmente meno scrupolose sul piano sessuale, eppure molto più capaci di amarsi e rispettarsi di noi.

Insomma, non avevamo capito la cosa più importante, ovvero che la castità non è sottrattiva ma additiva: non è per privarci di qualcosa ma per aprirci a qualcosa di più grande, di più pieno, di più bello.

La castità in questo senso è l’arte di imparare ad amare nella verità: se non serve ad insegnarci ad amare non serve a nulla.

A che serve arrivare al matrimonio senza aver “consumato”, quando lui non disdegna sbirciatine più o meno prolungate a pornografia o simili, e quando lei si compiace delle attenzioni del collega? L’ipotetica coppia in questione forse metterà il “bollino castità” sulla tessera del bravo cattolico, ma non si può certo dire che ne abbia compreso il senso.

Ma anche la giovane coppietta che si impegna a non avere rapporti prematrimoniali, ma guarda al matrimonio come all’outlet del piacere in cui soddisfare ogni fantasia erotica, non pare essersi troppo sintonizzata sul mistero della castità.

Allo stesso modo anche la coppia che sceglie la castità (leggi astensione dai rapporti) perché fornisce un comodo alibi per non affrontare i loro problemi e le loro paure riguardanti la sessualità, non sta certo vivendo un fidanzamento casto.

Ciò che vogliamo dire è che non basta seguire determinate regole per essere casti. Per quanto tenaci ed intransigenti, non sarà il rispettare una regola che ci insegnerà ad amare. Le regole possono essere un ausilio, ma non dobbiamo dimenticare che in noi amare non è una cosa che viene spontanea. La nostra sessualità (e con essa la nostra capacità di amare) è ferita dagli effetti del peccato originale, ovvero dalla concupiscenzaIn ognuno di noi, piaccia o meno, c’è come un’inclinazione a prendere più che a donare, a mettere davanti noi stessi prima degli altri, un’inclinazione che ci porta ad avere uno sguardo frammentato sull’altro.

Comprendiamo quindi che il problema vero non è tanto fare o non fare sesso prima del matrimonio, il problema vero è il nostro cuore (e quindi il nostro sguardo, i nostri pensieri ecc..) che ha un profondo bisogno di redenzione, di guarigione, di essere progressivamente liberato e purificato.

In questo senso, la castità non è solo un obiettivo da coltivare con le proprie scelte e con il proprio impegno, ma è soprattutto un dono di Dioun dono da chiedere e da accogliere.

La castità allora è un cammino che dura tutta la vita, dove si intrecciano la nostra volontà e le nostre decisioni da una parte, e l’accoglienza della vita nuova dall’altra, la vita redenta che Cristo è venuto a portarci affinché un po’ alla volta il nostro cuore sia purificato, il nostro sguardo sia limpido, il nostro donarci sia sincero, il nostro amare sia “integro” e possiamo desiderare niente meno che il bene.

Oggi possiamo dirlo: riguardo alla castità non ci hanno convinto i ragionamenti, non ci hanno convinto le motivazioni per quanto comprensibili e “laiche”… riguardo alla castità, e oltretutto quando eravamo già sposati, ci hanno convinti la bellezza e la pienezza, quelle che abbiamo trovato nella teologia del corpo.

La castità infatti, svincolata da un discorso più ampio su chi sono io, che significato attribuisco alla mia sessualità, al mio corpo e alla mia vita, rischia di essere fatalmente fraintesa.

Insomma, la castità è un cammino che forse non finiremo mai di percorrere del tutto, quel cammino da cui però ciascuno di noi, qualsiasi sia il suo stato di vita, può sempre ripartire per imparare ad orientare il proprio desiderio sessuale verso l’autentica dignità della persona e la verità dell’amore, fino a dire: “Sono tutto per te”, “Sono tutta per te”, fino ad essere totalmente donato, anima e corpo.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/12/fidanzamento-casto-o-bigotto/

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Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

E’ vero che un matrimonio è sempre un fallimento quando la relazione finisce e gli sposi si separano? Sembra una domanda stupida. La risposta sembra scontata. Il matrimonio non può che essere un fallimento se ci si separa. E’ la fine! Ma è davvero così? Per entrambi gli sposi?

Certo, tutti ci auguriamo un matrimonio felice, una relazione che sia per noi appagante, un coniuge che sappia capirci, amarci e sappia accogliere anche le nostre fragilità. Io stesso sarei un bugiardo se affermassi il contrario. Questo però non è il parametro con il quale valutare se il nostro matrimonio sia una vittoria o una sconfitta. Il criterio principale con il quale valutare il nostro matrimonio è verificare quanto questa relazione ci abbia portato nella braccia di Gesù. Quanto questa relazione ci abbia aiutato a perfezionare e a rendere sempre più profonda la nostra relazione con Gesù. Quanto questa relazione ci abbia insegnato a farci dono per l’altro/a e ad amare gratuitamente e incondizionatamente.

Questo mi permette di pensare e di dire che anche un matrimonio, che in apparenza sembra fallito, può non esserlo, se chi è stato/a abbandonato/a non chiude il cuore a Dio, ma al contrario si affida ancor di più a Lui. Si affida a Gesù che è fedele, che è perfetto, che è capace di un amore infinito. Perchè vi scrivo queste cose? Ho ricevuto una mail con una poesia. Una poesia d’amore che una donna abbandonata dedica a suo marito. Dedica soprattutto a Gesù. Questo è il senso del testo che potrete leggere e meditare. Una poesia che contiene un significato grandioso. L’amore di Dio è più forte di ogni male e il matrimonio non è solo per noi, ma è Suo, è di Dio. Anche attraverso una storia finita si può raccontare al mondo come Lui ama. Una donna che nell’abbandono si è scoperta capace di amare nonostante tutto, di perdonare nonostante tutto, sentendo, in questo modo, la presenza amorevole e commossa di Dio.

Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

Sorda alla riconciliazione

è la nostra divisione

alla crisi coniugale non cerca soluzione

non lascia spazio dei cuori la conversione.

La usa per vivere una nuova dimensione

libero da una soffocante prigione

bene è per i figli che l’ unione finisce

Il tuo io e quel mondo senza Dio

te lo suggerisce.

E così andato via da lei è

ormai il tuo amore

mente e cuore miei

intrisi di rabbia e dolore.

A fatica mi avvicino allo specchio

spero vedere qualcuno intorno

neppure riflesso è il mio contorno

vedo soltanto una scartata pietra

mi sembra che arretra

quasi la invidio

non può avere il cuore ferito.

Che sia lei a raccontarmi la sua storia

Io non riesco a proferire alcuna parola

quella pietra scartata mi fa tremare

eppure la voce di Dio

mi torna a far sperare.

Mi dona la sua pace

innanzi a Lui il dolore tace

il divorzio da te voluto

valore alcuno ha per l ‘Assoluto.

Il progetto sponsale

per noi e con noi da Lui ideato

la Sua legge non vuole frantumato.

Vivo sempre è il Sacramento

possa anche tu averne giovamento.

Mi riguardo allo specchio

vedo il mio riflesso di

figlia di Dio

cosa che mi aiuta a decentrarmi dal mioio.

La Sua benevolenza porta

coraggio e pazienza

per la tua assenza.

Ed ecco perche ‘ posso dirti grazie:

il dolore che mi hai dato

giorno per giorno mi ha trasformato

dal mio Gesù mi sono lasciata trovare

in cambio dell’ amore che a me noi vuoi dare

il mio Gesu ‘ mi insegna a per te pregare.

Antonio e Luisa

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L’ombra dell’Altissimo

Oggi la Chiesa Cattolica solennemente celebra la grandiosa festa dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Senza timore di far “concorrenza” alle già numerose prediche sul tema dell’Immacolata, vi invitiamo a cercare materiale sulla Madonna iniziando dal famoso scritto di S.Luigi Maria Grignion de Montfort “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine”.

Oggi a Messa viene proposto il conosciutissimo brano dell’Annunciazione dal Vangelo di Luca, ne estrapoliamo solo un frammento : << […] Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. […] >>.

Sappiamo poi com’è andata a finire, vero? Lei ha accettato, e da lì la Salvezza è entrata nel mondo. La nostra attenzione oggi vuole concentrarsi sull’ombra dell’Altissimo. Lo sappiamo che è un particolare , ma Luca è un evangelista attento, misura le parole, è un medico ed è preciso anche nel riportare fatti, persone, parole ed avvenimenti.

Perchè usa l’immagine dell’ombra? Pensiamo ….. quando solitamente cerchiamo l’ombra noi? Oppure….. quando ci sentiamo un po’ in ombra?

Nelle giornate soleggiate, calde e afose, spesso cerchiamo riparo all’ombra di un grande albero con tante fronde…. anche se in realtà quando non ce la facciamo più va bene anche l’esile ombra di un Tronchetto della Felicità. L’ombra di un grande albero ci assicura riparo dalla calura, dalla cottura lenta e dolorosa del sole estivo; l’ombra ci dona un po’ di refrigerio, ci dà modo di riposare, di rifocillarci, di fermarci un attimo per ripristinare la circolazione cerebrale e riprendere il cammino con maggior presenza e vigilanza su noi stessi.

Dobbiamo trasportare tutti questi benefici anche su un’altra ombra molto più importante di quella di un albero…. l’ombra dell’Altissimo… infatti Gabriele (l’arcangelo) parla di quell’ombra. Quindi dobbiamo imitare Maria che imparò e ci insegna a stare all’ombra dell’Altissimo, è lì che Maria trovò riparo, rifugio, trovò riposo dalle fatiche della vita, refrigerio dall’arsura della morte……. ma fermiamoci anche a pensare cosa ha potuto fare in Maria solo l’ombra dell’Altissimo…… è bastata la sua ombra per operare il miracolo dell’Incarnazione.

Cari sposi , quando siamo affaticati e oppressi, delusi, stanchi, svogliati e tribolati …. ripariamoci all’ombra dell’Altissimo come ha saputo starci Maria…… credete che l’Altissimo abbia smesso di operare miracoli ?

Inoltre , succede a volte che ci sentiamo un po’ in ombra…. cioè non siamo al centro dell’attenzione oppure non riceviamo le attenzioni/cure che ci aspettavamo. Riportiamo anche stavolta il tutto nella dimensione spirituale : se c’è una che ha saputo restare un po’ in ombra è proprio la Vergine Maria. Ha saputo restare in ombra, e di questo non si è mai lamentata né si è sentita defraudata della propria dignità, perché? Perchè al centro ha messo Dio, suo Figlio. E così continua a fare tuttora. L’immacolata Vergine Maria è la strada sicura per Gesù, se Gesù se l’è scelta come Madre, chi siamo noi per pensare di essere superiori a Gesù, e poter quindi fare a meno di Maria ?

Cari sposi, consacratevi al Cuore Immacolato di Maria e metterete il vostro amore/sacramento nella cassaforte più sicura che ci sia.

Coraggio, che il Regno di Dio è vicinissimo.

Giorgio e Valentina.

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Benedetta crisi! (una volta superata)

Mi sento in crisi! Il mio matrimonio è in crisi! Quante volte abbiamo sentito amici e amiche raccontarci di essere in crisi? Eppure la crisi è necessaria in un rapporto lungo come quello matrimoniale. E’ una relazione che dura tutta la vita. La crisi, lo dice il significato stesso della parola, è un’opportunità. La parola italiana deriva infatti dal greco krisis che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una scelta! Anche quella matrimoniale. Possiamo scegliere se abbandonare e dichiarare fallimento oppure rilanciare con un aumento di capitale. Ho usato un’immagine aziendale. Il nostro matrimonio è la nostra azienda in cui abbiamo investito tutto e il capitale è l’amore, l’impegno, la perseveranza.

Nella nostra storia personale, Luisa ed io abbiamo rafforzato il nostro matrimonio proprio attraversando le crisi che in questi diciotto anni abbiamo dovuto affrontare. Fin dal fidanzamento. Già perchè il nostro è stato l’incontro tra due mondi completamente opposti. Io, da materialista qual ero, cercavo in lei una persona che potesse soddisfarmi emotivamente e sessualmente senza pensare troppo a lungo termine. Lei, spiritualista e un po’ complessata, era incapace di aprirsi completamente ad un uomo. La nostra prima crisi è arrivata dopo poche settimane. Abbiamo scelto di rilanciare, di metterci in gioco. Io ho cercato di comprendere le sue ragioni e la sua sensibilità. Lei di aprirsi pian piano ad un’altra persona senza tutte quelle barriere che di solito era abituata a mettere per difendersi. Abbiamo fatto il nostro primo gradino. Il primo salto di qualità. Un fidanzamento casto ma ricco di dialogo e di tenerezza.

Ci siamo sposati e, immediatamente, sono arrivati anche i figli, il primo figlio dopo 10 mesi dalle nozze e a distanza di altri 18 mesi il secondo. Con il secondo figlio la nostra nuova crisi. Io sono andato in crisi. Mi sono sentito investito della responsabilità di una famiglia e di due bambini piccoli troppo in fretta. I successivi sono stati mesi di freddezza, nervosismo e mugugni. Ero spesso fuori casa per recuperare un po’ della mia libertà perduta (così la pensavo). In questo caso è stata Luisa a fare il primo rilancio. Mi ha amato nonostante io non fossi amabile e questo suo atteggiamento e questo suo amore donato senza ricevere nulla da me mi hanno dato la forza di rilanciare a mia volta. Quel periodo così difficile è stato, grazie a Luisa, molto fecondo. Ci ha permesso di mettere un ulteriore e importantissimo tassello nella nostra storia d’amore.

Questa seconda crisi poteva essere fatale e invece ci ha unito ancora di più. Abbiamo vinto una delle più grandi sfide che tutte le coppie devono, prima o poi, affrontare. C’è un momento in cui ogni sposa/o deve lasciar cadere, deve liberarsi, del sogno che aveva dentro di sè dell’amato/a. Questo è un momento che appartiene alla storia concreta di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro/a sia ciò che non è. E’ importante superare questo momento cruciale. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste.

Queste sono le due crisi più grandi che noi abbiamo affrontato. Ce ne sono state tante altre più brevi e meno profonde. La vita matrimoniale è costellata di tanto amore ma anche di fatica e di un continuo lavoro personale e di coppia volto a riequilibrare sempre la relazione. Non ci può essere bellezza senza crisi. Sappiamo che ne avremo tante altre. Invecchiare insieme significa accogliere l’altra persona che cambia, il corpo che sfiorisce, la menopausa e tutto quello che di bello e di brutto in una vita può accadere. Siamo pronti alla sfida perchè il matrimonio è difficile ma è meraviglioso e ci permette di guardare il Tabernacolo e di dire a Gesù: stiamo dando tutto il resto fallo tu!

Antonio e Luisa

Re, sacerdoti e profeti del nostro matrimonio

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Marco 1, 1-8

Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui perchè in comunione con Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Lasciare per essere una sola carne!

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24).

Non so se ci avete mai fatto caso. In questo breve versetto della Genesi c’è tutto quello che è il progetto matrimoniale. Non solo! Ci sono anche, elencate in buon ordine, le tappe necessarie a vivere un matrimonio sano. Un matrimonio come Dio lo desidera per noi. Una relazione piena e profonda. Una relazione libera e liberante.

Possiamo trovare tre verbi e tutti al futuro. Per evidenziare come un matrimonio riuscito sia frutto di un impegno e di un cammino. Qualcosa che si ottiene nel tempo.

Lascerà suo padre e sua madre. Questo è il primo passaggio. E’ un passaggio fondamentale. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Si unirà a sua moglie. Non basta preparare il terreno con la desatelizzazione. Serve a questo punto la disponibilità ad aprirsi. Il problema spesso non è accogliere l’altro. Farlo, paradossalmente, non è così faticoso e difficile. Il problema è farci accogliere dall’altra persona. Per farci accogliere dobbiamo spogliarci e mostrarci con tutte le nostre fragilità, le nostre debolezze, le nostre imperfezioni, le nostre ferite. Capite che non è semplice. Si prova paura. Un po’ come, quando dopo la caduta, Adamo ed Eva si coprirono perchè provarono vergogna. Perchè lo sguardo dell’altro/a, che è specchio del nostro, non è uno sguardo che rassicura, ma che, in un certo senso, viola. E’ importante non pretendere nulla dall’altro/a. Possiamo educarci ad avere uno sguardo che sia di meraviglia sempre. Riconoscere nell’altro/a un dono prezioso ricevuto e non qualcosa da usare e possedere. Solo così, con il tempo sarà possibile una vera unione tra gli sposi. La paura e la rigidità sarà sempre di meno e aumenteranno comunione e intimità nella coppia.

I due saranno una sola carne. Viene subito in mente l’unione fisica. Una sola carne. Non sbagliamo se pensiamo all’intimità degli sposi. L’amplesso, che ci fa sperimentare la consapevolezza di essere uno attraverso il corpo, è però immagine di qualcosa di molto più ampio e profondo. Una sola carne significa che l’altro/a dimora in noi. E’ un rimando neanche troppo nascosto all’Eucarestia. Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così possiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo.

Questo è il sogno d’amore di Dio per noi. Questo è il significato del matrimonio. Tutto questo però, per essere realizzabile, passa da tre verbi: lasciare…unirsi….essere. Avanti tutta la strada è tracciata, non dobbiamo che seguirla e sperimenteremo qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

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La Preghiera: istruzioni per…

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Durante il passato LockDown insieme alle altre due coppie di #Influencer dell’#Amore, abbiamo avviato un ciclo di dirette dal titolo “3 Coppie 2.0”.

Tra i temi che abbiamo affrontato, con un buon riscontro da parte di tante persone che ci hanno seguito, c’è stato anche il tema della Preghiera.

Ecco qui un estratto del nostro intervento:

+++

Per poter parlare di preghiera, vogliamo guardare a Gesù.

Nel Vangelo vediamo che gli interventi di Gesù sulla preghiera sono veramente tanti e diversi.

Spaziano dal contenuto della preghiera cristiana, alla necessità che sia fatta con il cuore e non solo con le labbra, o di viverla nell’unità ed umiltà.

Tra le varie Sue indicazioni troviamo l’invito alla preghiera incessante, di pregare sempre, senza stancarsi mai.

Se gli altri aspetti sono più chiari, sulla “preghiera continua” possono nascere delle perplessità: cosa vuol dire pregare sempre senza stancarsi mai?

Il punto da comprendere è questo: la preghiera nasce quando ci si fida di Dio, ci si fida del fatto che il Signore ascolta certamente le nostre preghiere.

La parabola del giudice disonesto (Luca 18,1-8) dice in soldoni: se un giudice che non ha riguardo di nessuno arriva ad aiutare la vedova che lo stressa…immagina Dio, che invece ti ama, quanto si prende cura di te ed ascolta quello che gli dici.

Ad esempio: un bambino chiede continuamente cose ai suoi genitori perché si fida di essere ascoltato. Se non si fida del genitore, difficilmente chiede qualcosa.

Quindi la preghiera incessante nasce da qui: dalla fiducia che io ho nel Signore.

Se so che mi ama, allora gli parlerò e gli aprirò il mio cuore.

Ma come possiamo pregare senza stancarci e con la fiducia del bambino che si rivolge ai suoi genitori? Come possiamo sapere che Dio ci ama?

La preghiera è innanzitutto relazione, dialogo con il Signore.

Ogni relazione ed ogni dialogo nascono da un incontro: non posso parlare e dialogare con qualcuno se non l’ho incontrato.

Uno dei luoghi per incontrarlo, ad esempio, è la Parola di Dio. La Chiesa ci dice che la Bibbia è Parola Creatrice…nella Bibbia infatti non troviamo fredde informazioni, ma è Dio stesso che parla proprio a te che leggi, e quella Parola, se la accogli, può trasformare il tuo cuore!

E’ cosa ti dice questa Parola di Dio? Ti dice che sei figlio amato, desiderato, custodito.

Sei un diadema regale nella mano di Dio (cfr. Isaia 62, 3)

…proprio tu, così come sei, con i tuoi peccati, i tuoi difetti, i tuoi pregi.

Chi permette alla Parola di Dio di entrare nel nostro cuore e di trasformarlo? Questa è la prerogativa dello Spirito Santo, terza persona della SS Trinità.

Ma questa Trinità dove opera? Dove posso trovarla?

E’ proprio lì, nella tua giornata, nella tua casa, nella tua famiglia, nelle tue relazioni, anche in quelle faticose che ti sembrano un disastro.

La Trinità è già all’opera…come dice una preghiera eucaristica (nella Messa), lo Sprito Santo “fa vivere e santifica l’Universo”…dunque la Sua opera è concreta, è visibile, tocca a noi saperla vedere e riconoscere.

La preghiera dunque è relazione con la SS Trinità.

Entrando in relazione con la SS. Trinità io inizio a scoprirmi amato, imparo a chiedere con la fiducia di figlio e posso vedere come lo Spirito Santo è all’opera nella mia vita.

Con la preghiera allora ho la possibilità di godere di tutto questo. Come abbiamo già detto Dio già ti ama…già opera nella tua vita…e con la preghiera tu puoi farne eseperienza!

Ma tutto questo cosa produce nella tua vita, nella vita di coppia e nelle relazioni in generale?

La relazione con Dio ti insegnerà ad amare…amare sempre di più come Lui stesso ti ama. A donarti, a donare la tua vita senza riserve così come vedrai fare a Lui ogni volta che si dona a te.

Ciò che conta nella vita è amare e lasciarsi amare

CHIARA CORBELLA PETRILLO

…ed è proprio questo che si impara a fare nella preghiera.

Godere della relazione con Dio e del Suo amore ci aiuta a nutrirci di Lui e non più delle persone: quante volte ci siamo ritrovati a chiedere felicità e vita  a chi ci sta affianco.

Ma una persona, che sia ad esempio nostro padre o nostra madre, nostro marito o nostra moglie, o siano nostri figli…una persona non può darci questa pienezza che cerchiamo…poiché solo Dio può colmare in abbondanza questo grandissimo bisogno di vita vera che abbiamo.

Allora come possiamo pregare incessantemente senza stancarci?

Possiamo farlo vivendo il nostro quotidiano rimanendo nella relazione fiduciosa con il Signore. Quindi la preghiera dà la forma e prende la forma della nostra vita quotidiana.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Meravigliarsi di Gesù contemplando il nostro matrimonio (2 parte)

Proseguiamo con la riflessione iniziata con l’articolo di ieri (cliccate qui per leggerlo). Dopo il legame coniugale cristiano approfondiamo le successive tre settimane con altrettanti doni meravigliosi.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Come rendere concreto questo dono? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale, già presente negli sposi, rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore.

Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita, nel matrimonio, che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. E’ il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Meravigliarsi di Gesù contemplando il nostro matrimonio (1 parte)

Ogni sacramento ha come dono comune a tutti gli altri l’effusione dello Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza, in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni che Dio ha riversato nel cuore degli sposi, per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona. Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere.

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo. San Giovanni Paolo II descrive questo dono al punto n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché, gli sposi, seppur uniti dal sacramento restano due persone con la propria individualità. Prendo in prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire questo concetto ci disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità può diventare la santità della mia sposa. Posso far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite.

Mi vengono in mente tanti volti, Anna, Ettore, Giuseppe, Paola e poi tanti altri ancora. Anna, in particolare, mi scrisse un messaggio che mi commosse profondamente: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Antonio e Luisa

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Agenzia interinale?

La liturgia di ieri ci ha presentato la festa di S.Andrea, leggiamo la narrazione della sua chiamata secondo la versione di Matteo :

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Vogliamo mettere in evidenza solo due passaggi : “Gesù disse loro” e “venite… vi farò…“.

Gesù era considerato un profeta, un rabbino, un maestro (non era ancora stato riconosciuto come Figlio di Dio, il Messia)….. e quindi la gente si aspettava che, come tradizione voleva, fossero i discepoli a scegliersi il maestro di vita e non il contrario.

Gesù è anticonformista anche in questo. Perchè? Non sarebbe stato più semplice e comodo continuare a fare il predicatore/maestro aspettando che i discepoli arrivassero da soli? Non poteva ingaggiare una di quelle società interinali per la selezione del personale, che potesse sbrigare tutta la parte di colloqui individuali?

Niente di tutto questo. Perché per Gesù non siamo una massa informe da indottrinare….no, Gesù scruta nel profondo ciascuno di noi, ci conosce nell’intimo e sa che possiamo realizzarci, e dare il meglio di noi stessi, nella sua azienda di famiglia: il famoso “Regno dei cieli”. Non avete mai visto la pubblicità? Non sarete così disinformati speriamo!

Gesù è un maestro che non aspetta dei discepoli a cui infondere la propria dottrina/stile di vita, ma è un maestro che cerca dei discepoli con cui intessere un rapporto di amore esclusivo ed escludente. Quindi cari sposi, Gesù ci ha scelti nella Chiesa Cattolica, attraverso il sacramento del matrimonio, per essere testimoni del suo amore nella Chiesa Cattolica e fuori di essa.

Inoltre, Gesù si rivolge a questi due fratelli con due verbi : “venite” e “vi farò”. E’ come se Gesù dicesse: fidatevi di me, costruite un rapporto con me, diventate miei discepoli, e poi vi farò diventare “altro” da ciò che siete.

Quindi Gesù, quando chiama, ci chiama così come siamo. Ci chiama conoscendo benissimo i nostri limiti, le nostre paure, le nostre incertezze, i nostri peccati, le nostre fragilità, la nostra inadeguatezza, eppure…. ci chiama….. venite dietro a me. Venite adesso… così come siete…. io vi conosco nel profondo. Sposi carissimi, non abbiate paura di decidervi per Gesù (che è Dio) così come siete ora, senza se e senza ma. Fidatevi di Dio!

Infatti, Gesù dice prima “venite” e poi “vi farò” ….sembra scontato e logico: come faccio ad imparare cose nuove se prima non vado a scuola? Il ragionamento non fa una grinza, ma…….. vogliamo darvi una prospettiva diversa… e cioè …. non siamo noi a diventare chissaché, ma è Lui che ci farà diventare….infatti il verbo è “vi farò ” e non “diventerete”. Sembra quasi che la parte più gravosa del discepolato la faccia il Maestro… infatti Lui ci farà diventare ciò che avrà già pensato per noi….. a noi solo il compito di lasciarci modellare, plasmare.

Cari sposi, smettiamola di pretendere di insegnare a Gesù che rotta deve prendere la nostra vita, il nostro matrimonio….. lasciamoci modellare… e per chi fosse interessato ad essere assunto nell’azienda “Regno dei Cieli” andare in ufficio direttamente dal Capo.

Coraggio sposi, le assunzioni sono a tempo indeterminato.

Giorgio e Valentina.

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