Il matrimonio è un amore trasfigurato!

Nei nostri articoli abbiamo più volte ricordato come la Chiesa affermi che matrimonio ed Eucarestia hanno molto in comune. Entrambi questi sacramenti producono come frutto la reale presenza di Gesù. In modo permanente e perenne. Fino a quando il pane e il vino non vengono consumati e fino a quando gli sposi sono in vita. C’è però una differenza che ho sempre trovato difficile spiegare. Ho letto pochi giorni fa una riflessione che mi ha davvero illuminato. Una riflessione di padre Mauri. Padre Mauri è uno dei precursori della moderna spiritualità matrimoniale, che poi è stata approfondita e acquisita dalla Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II e la bellissima Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II. Padre Mauri affermò in una sua catechesi:

Il matrimonio è l’incarnazione sacramentale di un Mistero, il mistero delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa, una fede illuminata crede che la celebrazione produce una mistica trasigurazione degli sposi.

Capite la differenza? Gli sposi, in virtù della reale presenza di Gesù in loro, nella loro relazione, vengono trasfigurati. Il pane e il vino, attraverso la transustanziazione, non sono più pane e vino ma mutano sostanzialmente nel sangue e nel corpo di Gesù. Noi sposi no. Io resto Antonio, Luisa resta Luisa, ma il sacramento del matrimonio ci trasfigura. Certo serve l’apertura del nostro cuore.

E’ un concetto incredibile. Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio.

Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano.

Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio. Quante famiglie riescono a sostenere sofferenze e lutti che potrebbero annientare chiunque. E che amore trasfigurato riescono a mostrare quelle che nonostante la sofferenza ne vengono fuori più forti e unite di prima.

Quanti sposi vengono abbandonati dal coniuge. Eppure riescono a non odiarlo e anzi a pregare e offrire la loro sofferenza per la salvezza di chi li ha abbandonati.

Quanti sposi non riescono ad avere dei bambini eppure riescono a rendere il loro matrimonio fecondo donando tutto il loro amore a chi ne ha bisogno in mille modi diversi. Non è forse un amore trasfigurato?

Ecco cari sposi ora guardatevi e ammirate l’uno nell’altra la bellezza di una vita donata e che diventa via di salvezza per voi e per il mondo intero. Cari sposi guardatevi e ammirate la bellezza di Dio nel vostro amore.

Antonio e Luisa

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Senza per sempre non c’è matrimonio

Una delle caratteristiche del matrimonio cristiano che più mi affascina ed è, ai miei occhi, la più grande è l’indissolubilità, cioè il-per-sempre. Non che la fedeltà, l’unicità, la fecondità e la socialità siano meno importanti, ma l’indissolubilità è qualcosa che davvero mostra l’amore di Dio.

L’indissolubilità spaventa, sembra una richiesta troppo difficile, sembra una catena che può imprigionare. E’ davvero così? Ci sono solo ombre? Oppure la luce che si sprigiona dalla decisione di amare per sempre è così brillante da dissipare anche le ombre? In altre parole, varrebbe la pena di rinunciare al per-sempre solo perchè potrebbe essere faticoso da confermare giorno dopo giorno? Sono domande importanti. Domande da porsi.

La Chiesa non vuole imprigionarci in dogmi o richieste assurde. La Chiesa ha a cuore il nostro cuore. La Chiesa desidera mostrarci la verità di Cristo. La Chiesa ci offre la possibilità di amarci in pienezza. In pienezza, non tirando al ribasso. Non dobbiamo accontentarci di un amore che non chiede tutto, perchè alla fine dei conti chi ama con il braccino corto, tirandosi indietro, non ama davvero.

Una delle basi dell’amore è la gratuità. Tutti i pedagogisti sono concordi nel dire che i nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati sempre. Perchè sono loro e non perchè si comportano bene, sono bravi a scuola e non fanno guai. Siete d’accordo? Ecco lo stesso vale nel matrimonio. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Ecco perchè quando incontriamo Dio la nostra vita svolta. Gesù ci sa guardare così. Ci ama nonostante conosca le nostre parti peggiori e non se ne vergogna ma ci guarda come le persone più belle del mondo.

L’indissolubilità è proprio questo. Replicare in una relazione umana questo sguardo divino. Sapere che Luisa per me ci sarà sempre qualsiasi cosa io possa fare è davvero qualcosa che riempie il cuore. Paradossalmente sapere che lei ci sarà comunque non mi porta ad approfittarmene, ma il suo amore donato per sempre mi aiuta a tirar fuori il mio meglio e mi dà la forza di combattere e smussare i miei lati meno belli. Giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, sguardo dopo sguardo.

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro/a non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati.

Antonio e Luisa

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Piccolo resto.. Non avere paura!

«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

In tempi di CORONAVIRUS mi piace partire da questa parola. La modalità con cui Dio opera nelle vite e nel mondo parte sempre da piccole cose. Questa parola, ad esempio, fa riferimento ad un minuscolo granellino di senapa capace addirittura di sradicare un gelso dalle proprie radici terrene e trapiantarlo nei fondali del mare.

Questo granellino potrebbe essere la nostra fede, semmai credessimo e ci sforzassimo di tendere a ciò. Del resto il Signore non ci sta chiedendo di avere fede come la montagna dell’Everest ma esattamente il contrario, Lui parte sempre dal piccolo, Lui non ci chiede mai ciò che non potremmo dare, Lui vorrebbe solo un piccolo granellino di senapa.

E noi fatichiamo a darglielo perché spesso non sappiamo neppure dove trovarlo. Se anche lo trovassimo forse non sapremmo riconoscerlo. Come questo minuscolo virus che nessuno ancora sa da dove sia partito, come sia partito e soprattutto…..perché è partito? Non bastava tutto ciò di “male” che già abbiamo?

Diverso tempo fa ho ascoltato una persona che, ad un certo punto della sua veneranda età, è stata colpita da una malattia. Avendo avuto la “disgrazia” di incappare nella sottoscritta ho offerto a lei l’unica arma che conosco per sconfiggere il male: GESÙ CRISTO! Questa persona non ha mai voluto fare esperienza di Dio nella sua esistenza, anzi lo ha sempre contrastato, sebbene non lo conosca, come colui da cui prendere le debite distanze. Solo che l’essere umano, nel momento in cui sta per affogare, si rivolgerebbe a chiunque purché possa trovar il minimo respiro e così, in extremis, non avendo risposta alcuna da altri “oracoli” già consultati, mi chiese aiuto sfogando la sua disperazione.

Le dissi ovviamente che avremmo potuto fare tante cose a patto di cominciare una relazione personale col nostro più grande AMICO che non aspettava altro di poter intessere questa “amicizia” e proposi, intanto, una profonda confessione e una preghiera di guarigione sulla malattia in questione. Questo sarebbe stato soltanto l’inizio di un rapporto amicale, così come quando due persone qualsivoglia desiderano conoscersi. Poi doveva iniziare tutto ciò che comporta l’affidarsi.

Chi mi ha già sentito parlare sa, che dico sempre, che Gesù Cristo, appunto come un amico, più lo frequenti e più lo conosci e più lo conosci e più potrà entrare nel tuo cuore e operare in te ciò che di più profondo possa realizzarsi, soprattutto la cosa più importante: LA TUA SALVEZZA, PER SEMPRE!

Dopo la preghiera di guarigione occorreva tutto il resto e soprattutto entrare in amicizia con Gesù, nutrirsi di LUI e confidare che, facendo sempre la sua volontà, potesse comunque iniziare una relazione d’aiuto. Una qualsivoglia preghiera di guarigione e poi niente più è come un atto magico qualunque. Dio non può salvarti senza di te, ci insegna il grande S.AGOSTINO!

Ma la bellezza di Dio è la libertà con cui ci tratta e mai ci obbligherebbe a seguirlo per forza. Così, dopo un po’ di tempo, quando la malattia non è passata, quella persona se l’è presa di più con il Padre Eterno, inquietandosi di non essere stato ancora guarito…. Eppure ciò che ci viene chiesto è semplicemente un granellino di senapa.

Ecco cosa può fare un minuscolissimo prodotto della natura che Dio ha fatto per noi ma spesso ne rimaniamo insensibili e vorremmo che tutto fosse affidato ad altri e basta. Un minuscolo virus è stato capace di annientarci in tutti i sensi, ma un minuscolo granellino di senape avrebbe il potere di agire ed ascoltare ogni singola richiesta e potrebbe regalarci la cosa più importante: LA FEDE!

In nome della paura obbediamo ai comandi, anche per evitare le relative contravvenzioni, ma in nome della fiducia non siamo interessati a seguire l’Uomo di Galilea. Se Dio chiedesse a ciascuno di noi di abbandonare il rapporto con il peccato per liberare tutto il mondo lo faremmo? Eppure in tempo di coronavirus è aumentato, ad esempio l’uso degli strumenti pornografici, i siti, gli adulteri, lo spaccio di sostanze stupefacenti….lo stiamo sentendo da tutti i telegiornali. Tra l’altro i Tg trasmettono ciò che vogliono….pensate a quante altre cose nascoste nelle tenebre che non abbiamo saputo.

Vorrebbero persino cambiare il progetto originario voluto dal CREATORE perché, in realtà, l’odio è per LUI. Ciò che disturba è esattamente il progetto generativo della VITA. Se Dio ha voluto sin dall’inizio che due differentissime persone, l’uomo e la donna, diventassero una sola carne e per suo dono fossero capaci di generare vite su vite….chi sei tu creatura che vuoi tanto tenacemente opporti a questo meraviglioso progetto? Da chi sei ingannato per contrastare l’AMORE ONNIPOTENTE? Perché vuoi sostituire tutto con il tuo “laboratorio”?

Tutti hanno (giustamente) paura di morire di Covid-19. Non tutti però si indignano di tutto l’altro male di cui l’uomo si sta facendo portatore.

Tutti indossano mascherine, spesso anche quando non dovrebbero. Non tutti indossano le armi della fede per convertire il proprio cuore.

Tutti mangiano ( o quasi). Pochi digiunano (per offerta di salvezza).

Tutti rispondono in modo ideologico Pochi danno la loro vita per il bene dell’umanità.

Tutti… Pochi….

E rimarrà quel piccolo resto che, trovando un minuscolo granellino di senapa, lo agguanterà, lo guarderà e urlerà al gelso del peccato del mondo «Spostatiiiii»!

Aumenta la nostra fede Signore Gesù e liberaci dal peccato che ci opprime, ci annienta, opacizza le coscienze e si ripercuote sui più deboli!

Piccolo resto non avere paura, Dio è con te e ti offre il suo prezioso GRANELLINO DI SENAPA!

Cristina.

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Alla mia sposa

Mi hai donato tutto.
La tua tenerezza
per sentire l’amore.
La tua fragilità
per imparare ad essere responsabile.
La tua imperfezione
perché io la possa amare.
La tua inadeguatezza
perché la mia non mi sia troppo pesante.
La tua fortezza
per non sentirmi mai debole.
La tua femminilità
che mi stupisce e mi sorprende sempre.
La tua fecondità
per dare carne e vita al nostro amore.
I tuoi giorni
per dare senso ai miei.
Il tuo sguardo
per allargare il mio orizzonte.
Le tue sofferenze
perché possa consolarle.
Le tue parole
perché possa ascoltarle.
Il tuo perdono
per sentirmi rigenerato.
I tuoi sguardi
per sentirmi desiderato.
Il tuo abbandono
per sentirmi disarmato.
Il tuo corpo,  i tuoi baci e la tua anima
per sentirmi parte di te.
Tutto di te
per fare esperienza di Dio in una sua creatura.

Antonio

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Gesù a Betania: difendere la coscienza dell’amato/a (2 parte)

Cominciamo da come entra Marta nel binomio dialogico Maria-Gesù: “Allora si fece avanti” v.40. L’espressione che racconta l’intervento di Marta è articolata attraverso il verbo epistasa al participio aoristo, il quale indica una priorità dell’azione di Marta sulla scena, in cui si pone come predominante. Questa predominanza assume i toni dell’imponenza, epistasa significa letteralmente imporre.

Marta si impone sulla coscienza di Maria e sul suo intimo dialogo col Signore, autoconsegnandosi una potestà che nessuno, se non Dio stesso, può avere. L’imporsi di Marta sfocia, poi, nel suo rivolgersi a Gesù con un vocativo kyrie o Signore! Marta si rivolge verso Gesù con una certa solennità: Signore[1], ma Chi nella Scrittura chiama e dona una vocazione è Dio e non l’uomo.

Marta si sta mettendo al posto di Dio, quasi decidendo come Gesù, il Signore, debba essere nei confronti di Maria, come Maria debba essere nei confronti di Gesù; cerca di gestire il sacro che c’è tra l’uomo e Dio, inscatolandolo nella paura di non riuscire a far tutto e di non poter controllare la situazione. Spesso nella coppia questo abuso di potere relazionale si materializza nella dinamica del ricatto e ancor peggio nel ricatto psicologico: “Non t’importa nulla-non ti importa nulla di me!”.

Questa espressione succitata è il rimporvero che Marta fa a Gesù, nel greco si usa verbo melo cioè darsi pensiero, legato dall’accadico malaku che significa “prendere una decisione”.

Colei che a Betania era la padrona di casa, decide a posto di colei che cerca un intimità col Signore, Marta pecca di misericordia perché è convinta di sapere qual è la cosa giusta, non capisce che uno dei più grandi atti d’amore è consentire a chi ami di scegliere, fare delle scelte che forse non condividi, ma rimanere un porto sicuro per chi ami, senza condizionamenti da il vangelo ci mette in guardia  “Dille dunque che mi aiuti”.

In Marta emerge un altro condizionamento presente a Betania nel ministero protettivo verso la coscienza: la paura.

 E’ palese la paura di lasciare libertà di scegliere, la quale presuppone la paura di lasciare libertà di sbagliare, ma che è principio di ogni cammino di coscienza[2] anche e soprattutto all’interno della vita del singolo all’interno della coppia. Marta, nella sua paura, non solo vuole avere tutto sotto controllo, ma ha bisogno di decidere su cosa e su come Maria sta facendo. Questo è grave, soprattutto, perché in quel momento l’oggetto in questione non è un pasto da cucinare, ma è il rapporto dialogante tra la coscienza redimente di Cristo e la coscienza bisognosa di amore particolare di Maria. 

L’aggressione-invasione che Marta opera sta nel voler controllare il rapporto tra Gesù e Maria e tutto ciò che ne è intimamente connesso. Questo abuso può avvenire per tutti coloro che esercitano che prima di esercitare un autorevolezza data dall’amore, impostano un autorità data da diritti che non hanno. Spesso il tarlo della coppia è la mancanza di dialogo, la difficoltà di affrontare questioni spinose che riguardano, il rapporto, la sessualità o l’educazione, si crede che l’altro debba aprirsi a tutti i costi e che il non riuscire a manifestare i propri pensieri sia una colpa. Nulla di più sbagliato, poiché l’apertura d’animo e di coscienza dei propri dubbi, difficoltà, rancori e desideri, sono da considerare doni da accogliere con umiltà e non pagamenti da strappare con supponente e arrogante presunzione.

Altra aggressione invasiva che notiamo a Betania è introdotta dall’evangelista, descrivendo le parole di Marta verso il Maestro: “Dille dunque che mi aiuti”.    Marta interviene verso Gesù e Maria proprio mentre i due stanno parlando e cerca di interrompere quell’azione, ordinando a Gesù di dare inizio ad altra. Appare quasi che l’aiuto richiesto sia un pretesto al fine di interrompere quel colloquio tra Maria e Gesù, che è Maestro e Parola allo stesso tempo. Il dialogo a tre si sviluppa attraverso un intervento indiretto da parte di Marta, verso Maria che la sorella però ascolta rimanendo in silenzio immobile.

Potremmo dirci: “Ma perche non l’ha presa da parte chiedendole semplicemente una mano?”. Tale modalità, un po’ grossolana, quando viene usata nelle relazioni intime, crea nella coscienza, il terrore dell’ aut aut “se fai questo vai bene, se non fai questo non vai bene”, facendo leva sul senso di colpa e sullo scrupolo di avere un rapporto con Dio diverso da come l’altro vorrebbe.

Marta non sembra saper aspettare i tempi di Dio, ma nonostante ciò Maria non risponde, né si “sottomette”: si difende, non lasciando entrare la sorella nella sua relazione con il Signore. Il delirio decisionale e controllante di Marta sfocia nel dover decidere con chi la coscienza della sorella debba interfacciarsi, nel controllare di cosa si parli e con chi: “tu non devi parlare con lei, lei non deve parlare con te!” Gesù difende la libertà e la coscienza di Maria, compiendo un atto di misericordia verso Marta impedendole di compiere il più efferato dei crimini: ferire la coscienza.

Ogni sposo e sposa ha insito nella sua vocazione carismatica il dono di poter difendere la coscienza di chi ama a volte proteggendola proprio dalla persona stessa, invischiata purtroppo nel facile inganno di credere di non saper amare abbastanza e sentire per questo il senso di colpa che puo essere lenito da un semplice sguardo che ti ascolta.


[1] Cf. M. Crimella, Con me in Paradiso, p. 41.

[2] Cf. Amoris Letitia 305.

Fra Andrea

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Sposi: attenti alla zizzania!

In quel tempo, Gesù espose alla folla una parola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.

In questa domenica, la liturgia ci offre la parabola della zizzania. Domenica scorsa ci ha offerto quella del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre. In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro/a, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perchè non è perfetta, non è come noi credavamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto.

La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. E’ non riuscire più a vedere i pregi dell’altro/a, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro/a per quanto di buono l’altro/a fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica.

Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione, (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è potremmo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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L’intimità ha bisogno del suo tempo

Ci sono tanti libri e tanti esperti che ci raccontano come uomo e donna siano diversi. Sono diversi non solo nel corpo. Sono diversi nella psiche, nella sensibilità, nel modo di vivere anche la sessualità. Lo dice la scienza. Con il tempo e con questa attività di blogger improvvisati (che però sta diventando un secondo lavoro) abbiamo raccolto le confidenze di tante persone. Uomini e donne che hanno trovato in noi qualcuno a cui confidare problemi e preoccupazioni. Questo articolo è una risposta molto sintetica e generale ad un problema che abbiamo riscontrato essere comune a tanti.

Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla diversità uomo-donna. Uomo e donna hanno difficoltà a comprendere come l’altro/a viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo diverso da lui/lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari.

L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno.

Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo.

Cosa fare allora? Se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea.

Se sarete capaci di mettere l’altro/a al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà una intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

Antonio e Luisa

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (2 parte)


Intanto, da dietro, una donna si accostò a Gesù e toccò l’orlo del suo mantello. Da dodici anni questa donna perdeva sangue; ma aveva pensato: ‘Se riesco anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita’.

Matteo 9, 20-21

Di che mantello di tratta, e di che lembo si tratta? Di norma il pio israelita, così come Gesù era, indossava gli abiti della preghiera, abiti rituali che avevano il compito di far presente al credente il bisogno di segni che lo preparassero all’incontro con Dio. Già in Nm 15 vi sono dettagliate descrizioni su come il tallit, il mantello rituale, dovesse essere fabbricato.

Soffermiamoci su due aspetti che riguardano il passo evangelico. Ognuno di questi mantelli aveva delle frange, quelle frange di cui si beavano i farisei nella loro purità e che anche Gesù portava con eleganza del tutto diversa. Durante la preghiera l’israelita era solito rivestirsi di questo mantello e impugnare le frange della parte superiore del tallit con la mano sinistra. Questo gesto rievocava il nome innominabile di Dio JHWH, poiché, secondo la scuola rabbinica di Shammai, le due frange avevano sedici fili e dieci nodi e questo equivaleva al valore numerico proprio del nome di Dio.

La donna tocca l’orlo del mantello, il titz, cioè le frange; Gesù sente uscire da Lui una forza, sente che qualcuno ha chiamato in causa un nome che non ha bisogno di essere nominato per essere vero, vivo ed efficace. Gesù dice: “Chi mi ha toccato, chi mi ha trafitto: chi ha pregato!?” Pregare, infatti, significa gridare il nome di Dio, non recitare formule o orazioni, ma stringere in mano ciò che si ha di Lui, cioè che rimane della propria vita, il proprio dolore, la propria gioia, le proprie lacrime non ancora sconfitte dalla rassegnazione; pregare è scegliere di provare il Tutto per Tutto, affidando la propria vita ad un Altro, dichiarandolo Signore della propria vita.

Questo ulteriore aspetto del vangelo illumina il concetto di sponsalità, troppe volte confuso o incastrato in quello della maritalità. Secondo alcune scuole rabbiniche il precetto delle frange di Dt 22 è seguito dal precetto del prendere moglie, per tale motivo il tallit è stato codificato anche come abito nuziale dello sposo. Analizzando il passo dell’emorroissa nulla riporta ad una maritalità tra Gesù e la donna, così come non può esserci tra Gesù e nessuna donna, nonostante ciò che qualche romanzata e bislacca ipotesi può avanzare. Salta, però, all’occhio che le frange e il mantello sembrano essere il punto di contatto, il veicolo con cui si instaura un rapporto tra Gesù e la donna e si fonda una relazione nuova tra la donna e se stessa. In quel momento la donna riconosce Gesù come sposo della sua umanità ferita, sposo della sua fede agli sgoccioli, suo sposo perché suo Signore e suo Tutto: la sua verità, Colui che con la Sua vita le dice: “Tu sei salvata!”

Ecco il gene della sponsalità: essere signore donando a chi si ha accanto la signoria di essere salvato e amato.


Ba’al in ebraico è usato per esprimere il significato di padrone, sposo, signore. Da notare che JHWH viene letto Adonai che ha il medesimo significato di Signore attribuito a Dio e non più ad un idolo. Gesù dona signoria alla donna, lo si desume da ciò che l’emorroissa dice dopo essere diventata colei che è la Salvata: “venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”(Mc 5,33).
Il vangelo siriaco usa la parola šərārā-verità, che esprime anche il concetto di sanità e fermezza. Questa donna è investita della Signoria sponsale di Cristo, ormai è solida nella verità di se stessa, è sana nel parlare di ciò che è, nel suo relazionarsi, dice bene di sé! E’ sposa dell’amore!

Ogni uomo e ogni donna, ogni marito e ogni moglie che vivono una crisi del loro rapporto possono ritrovare il proprio elemento sponsale che genera in loro e tra di loro la Signoria di Cristo, rendendoli “signore” e “signora” l’uno dell’altra, senza paura, ma con il coraggio di aver bisogno di Dio e di chi si ha accanto.

Ecco l’abito della preghiera: attingere alla forza della misericordia per avere il coraggio di stringere tra le mani ciò che si ama, gridare il nome che riconosce la nostra voce e chiedere, nel nostro bisogno, che avvenga secondo lo sguardo amorevole di chi ci guarda. Gesù sposo e Signore!

Fra Andrea

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L’abito della preghiera è la forza della misericordia: giocarsi il Tutto per Tutto! (1 parte)

Molti sono i tentavi di riprendere per i capelli situazioni già perse, spesso consideriamo l’ultima spiaggia dei percorsi di recupero, si affollano nella nostra mente mille dubbi misti a domande: forse se avessi cambiato atteggiamento, forse se non avessi parlato in quel modo, forse se me ne fossi accorto/a prima. Pensiamo anche che rivolgendoci al terapeuta o al sacerdote di turno le cose possano cambiare, che la nostra vita nella coppia possa essere guarita, che le nostre sofferenze possano finire e l’ombra inesorabile e avanzante del fallimento possa veder sgretolarsi la mannaia che porta in mano. Cerchiamo e dobbiamo provarle tutte perché amiamo, ma oltre a provarle tutte, il vangelo ci invita a provare il Tutto: preghiamo e facciamo pregare, perché la preghiera può guarire anche dopo tanti anni, anche quando le abbiamo provate tutte con scarsi risultati.
Ma cosa significa pregare?!


Nel vangelo di Luca al capitolo 8 si narra di una donna che, affetta da croniche perdite di sangue, aveva investito molti beni in cure mediche senza migliorare le cose, anzi peggiorandole, secondo la versione degli altri evangelisti. Questa donna per dodici anni aveva speso tutto!
L’evangelista dà un tocco d’interiorità nel descrivere colei che soffriva. Ella aveva speso tutto, ma non semplicemente investendo una somma di denaro. Luca esprime un giudizio su quanto questa donna aveva fatto usando il verbo prosanalisko che vuole dire sperperare, dissipare. Luca ci parla del giudizio che forse la comunità, la famiglia, aveva di lei e al quale, per quella donna, era tragicamente facile credere. Un giudizio spietato, quando si è vittima di una malattia che ti rende impuro: sei maledetto. Maledetto perché nessuno crede che tu stia male, perchè vieni considerato un peso o, soprattutto, perché è Dio che dice che sei fuori! (cf. Lv 15,25)

Quando si è malati spesso si diventa anche pericolosi e colpevoli di aver speso tutto senza aver ottenuto alcun risultato. Questa realtà magari non si verifica davanti a malattie eclatanti, doveve curare il malato fa quasi chic. Tali aberrazioni si innescano davanti a infermità caratteriali, malesseri esistenziali: dubbi, critiche rendono il malato non qualcuno da accudire, ma una cellula tumorale da epurare per salvare la totalità del corpo, della famiglia, della coppia, del gruppo o della comunità.

La protagonista di questo brano rappresenta veramente ogni persona, ogni coppia e ogni famiglia lacerata da dodici anni, simbolo della totalità del popolo con cui Dio ha stretto alleanza, patto fatto di sconfitte, di perdita graduale del proprio valore, della propria dignità. Pensiamo per un attimo a quelle coppie dove un figlio che non arriva diventa la ragione della separazione, dove gli anni di alleanza diventano anni di tradimento, dove il flusso di sangue della negazione dell’altro non è fluente ma chiazzato, meno visibile ma non meno letale, poiché alla fine non si ha più niente di bello da condividere, non c’è più nessuno che si interessi a noi e la nostra bellezza, ciò che eravamo, il nostro entusiasmo viene gettato nella spazzatura in favore della ragione di stato, in favore di una facciata che sia chiama abitudine o solamente amore dipendente. Quella donna aveva dissipato tutto, era colpevole di averci creduto fino alla fine, di aver sperato che qualcuno si sarebbe accorto di lei dicendole che il suo dono era importante, ma quel qualcuno non era mai arrivato, per dodici anni. Nel popolo non si trovò nessuno in grado di salvare chi appartenesse al popolo; anche nella coppia o nella famiglia, spesso anche nella persona, non esiste quel “qualcuno” che possa salvare ciò che fa parte di loro.

Tale tremenda realtà ci lascia impietriti davanti alla truce assurdità che possono essere le nostre relazioni. Possiamo prendere un “io” magnifico e farlo diventare cimelio da pattumiera, ma la forza della grazia e la grandezza dell’Alleanza custodiscono l’incustodito: la donna compie due gesti fortissimi. Nonostante tutto quello che è successo, nonostante gli anni e ciò che quegli anni simboleggiano, nonostante ciò che gli uomini dicono di lei, continua a credere nel bene, continua a non rassegnarsi ad una alleanza vista come una prigione, ma rinnova l’Alleanza come luogo di fiducia capace di superare ed essere più grande di chi ha stipulato quel patto.

Quella donna va da Gesù! Lo tocca! Lo tocca, poiché crede ell’indissolubilità dell’amore, un Amore che si lascia toccare, che si lascia rompere, tagliare, sfilacciare, ma come una corda intrecciata con più fili, con un’anima di acciaio, che le consente di reggere l’urto dell’usura. L’alleanza può essere violata, l’amore può essere tradito, ma rimane sempre indissolubile, perché più grande del nostro cuore, più forte di una condanna, più coriaceo di qualsiasi violenza. L’emorroissa, dopo averle provate tutte, prova il Tutto: prega!

Continua…….

Fra Andrea Valori

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Se non ci desideriamo allo stesso modo?

Cosa accade quando uno dei due ha più desiderio di unirsi all’altro/a? Sono questioni che sembrano secondarie e poco importanti, ma non è così. Ricordiamo che stiamo parlando di amore e in particolare di sesso e il sesso, in un rapporto di coppia, non è mai un argomento trascurabile. Innesca sempre delle dinamiche che è bene conoscere per non soffrire.

Partiamo da un’ evidenza: chi ha più desiderio è sempre disponibile chi ne ha meno non è sempre disponibile. Quindi chi decide quando fare l’amore è sempre quello che lo desidera meno. Claudia (nell’ultima diretta) ha ben spiegato che, a volte, la mancanza di desiderio nasconde una volontà di voler controllare la relazione da un punto di vista emotivo e psicologico, ancor prima che fisico.

Quindi è bene farsi queste domande all’interno della coppia. Perchè io ho meno desiderio di te? E’ importante comprenderlo proprio per disinnescare dinamiche sbagliate dove l’amore c’entra poco e il sesso diventa un modo per avere il controllo sull’altro/a. Attenzione! Non sempre sono atteggiamenti consapevoli. Per questo è basilare affrontare il problema. Naturalmente questa è solo una delle possibili cause. Una, però, delle meno conosciute, ma delle più comuni.

Ci sono tante altre possibili cause. Ci sono persone che fanno fatica a lasciarsi andare al piacere e al godimento. Che sono più concentrate sul dovere. Magari che sono state educate in maniera molto rigida e repressa. Ci sono persone ferite. Chi è ferito fa una gran fatica ad abbandonarsi perchè perde il controllo. E nella sessualità, quando ci si abbandona davvero, si perde davvero il controllo. Quindi attenzione a giudicare se stessi o l’altro/a quando c’è carenza di desiderio. Il desiderio non è qualcosa di cui abbiamo il pieno controllo.

Anche io ho sofferto i primi anni di matrimonio per questo. Avevo, ed ho tuttora, molto più desiderio di Luisa. Ci stavo male. Luisa era molto rigida e incapace di abbandonarsi. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il suo sincero desiderio di avere desiderio. Scusate il gioco di parole. Questo mi ha fatto sentire profondamente amato. Perchè sapevo che lei desiderava davvero vivere bene anche la sessualità con me.

E’ stato un cammino. Liberare la nostra relazione dai confronti tra me e lei ci ha permesso di fare grandi passi avanti. Io ho imparato a corteggiarla sempre meglio per attirarla a me. Ho imparato ad apprezzare il suo impegno ad abbandonarsi. Anche lei si è progressivamente abbandonata. Si è abbandonata perchè si è sentita amata e si è sempre più fidata. Il matrimonio è stata la carta vincente. Una relazione in cui si mette tutto. Per questo il matrimonio è una continua crescita nell’amore. Anche nell’amore fisico.

Antonio e Luisa

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Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Emis Killa , un rapper italiano abbastanza conosciuto, in uno dei suoi brani più famosi Parole di ghiaccio scrive: non esiste coppia perfetta perchè nessuno è perfetto da solo. Non sono d’accordo. E’ vero proprio il contrario. La coppia può essere perfetta proprio perchè siamo imperfetti.

Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a, semplicemente si basta. 

Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo. E’ bellissimo potersi mostrare con tutte le nostre debolezze e fragilità ed essere comunque amati. Non ha prezzo. Non dovermi meritare il suo amore, ma sapere di averlo incondizionatamente. E’ una realtà davvero grande che fa del matrimonio, almeno per chi cerca di viverlo così, una relazione liberante e che permette di migliorarsi proprio perché non si è obbligati a farlo. Semplicemente si sceglie di cambiare per gratitudine e per restituire parte di quell’amore ricevuto gratuitamente.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così. Come ha scritto Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino: Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Antonio e Luisa

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Il triangolo dell’amore

Durante l’ultima diretta della domenica, quelle dove dialoghiamo con esperti o testimoni della vita matrimoniale, ho riscoperto la teoria di Sternberg, che già conoscevo, ma che avevo un po’ dimenticato. Marco Scarmagnani, consulente familiare, l’ha accennata durante il suo intervento, peraltro molto interessante, vi lascio il link. Questa teoria è molto semplice e concreta ed è sintetizzata graficamente da un triangolo.

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In ognuno dei tre vertici ci sono altrettante caratteristiche della relazione matrimoniale. Tre componenti complementari e imprescindibili in ogni rapporto sponsale. Queste tre componenti sono: Impegno, intimità e passione. Come potete constatare nulla di nuovo. Sono le tre componenti dell’amore che troviamo anche nelle Sacre Scritture. L’Eros, l’Agape e la Philia.

Perchè è importante riprodurre graficamente questo triangolo e colocare il punto dove si trova la nostra relazione? Perchè è un modo molto semplice e immediato per capire lo stato di salute del nostro matrimonio.

Facciamo qualche esempio. Se collochiamo la nostra relazione nel vertice della passione siamo a livello di trombamici (per capirci). C’è solo attrazione fisica e sessuale. In un matrimonio è difficile che la nostra relazione sia collocata in quel punto, ma nel fidanzamento può accadere. In questo caso è bene riflettere sul fatto che forse stiamo perdendo tempo in una relazione senza futuro.

Se collochiamo invece la nostra relazione sul vertice dell’intimità e dell’amicizia, siamo come fratello e sorella. Ci vogliamo bene, dialoghiamo, ci conosciamo ma non ci desideriamo. Questo è un problema, perchè il corpo non è una componente di cui possiamo fare a meno. Se viviamo il nostro matrimonio in questo modo, non sarà mai un’unione completa e soprattutto feconda. Feconda nel senso più ampio del termine. Ci possono essere momenti in cui il nostro amore è così, ma devono essere delle fasi transitorie. Quando arriva un figlio può succedere. Poi però è bene riequilibrare oppure rischiamo che presto o tardi l’amore morirà o, nella migliore delle ipotesi, diventeremo come due persone che si fanno compagnia fino alla morte.

Se collochiamo infine la nostra relazione sul vertice dell’impegno diventa tutto pesante. Fare le cose perchè dobbiamo. Comportarci in un determinato modo perchè abbiamo promesso di farlo. Si ok la lealtà e la fedeltà sono delle ottime qualità e quindi sono qualcosa da perseverare. Perchè, però, privarci del piacere e della gioia dell’amore? Rischiamo davvero di venire schiacciati dal senso del dovere. Guardate che è possibile ritrovare la passione e l’intimità. Basta avere pazienza, parlare la tenerezza e metterci tutta la volontà.

Quindi ora disegnate il vostro triangolo e fate un gioco. Marito e moglie collocate dove secondo voi si trova la vostra relazione. Ognuno metta il suo puntino sul triangolo e poi parlatene, con sincerità e desiderio di migliorare le cose. Perchè nell’amore non basta uno di questi componenti, ma serve l’equilibrio dei tre. Solo così sarete felici e vivrete nella pienezza una relazione meravigliosa, nostante tutte le imperfezioni e fragilità che vi caratterizzano. Una relazione che profuma di eterno.

Antonio e Luisa

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Non per scartare ma per includere!

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Matteo 10, 37-39

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Dirette 3 coppie 2.0. La castità (prima parte)

Oggi presenteremo attraverso questo blog quanto scaturito dalla diretta che noi di Matrimonio Cristiano, con le altre due coppie di Amati per Amare e Sposi&Spose di Cristo, abbiamo dedicato ad un altro tema fondamentale: la castità. Prevalentemente vissuta nel fidanzamento ma non solo.

I primi ad intervenire sono Pietro e Filomena. Loro hanno sicuramente un punto di vista originale. Un punto di vista formatosi dalla loro storia spiritualmente travagliata. Hanno pensato entrambi alla consacrazione reliosa prima di indirizzarsi verso il matrimonio e la loro vocazione autentica.

In particolare Filomena ha vissuto 13 anni di castità come religiosa. Filomena ha capito di aver compreso cosa davvero fosse la castità dopo il matrimonio, quando è diventata madre per la prima volta. La castità del cuore si riflette molto ed è evidente nel rapporto tra madre e figlio. Castità è verità. Ciò influenza moltissimo i rapporti con i nostri figli. Avere un atteggiamento possessivo verso i figli non è casto. Impedisce loro di imparare ad amare. Questo accade spesso. Addirittura nella mia esperienza mi capita di incontrare madri che fanno fatica ad accettare che i loro figli amino il padre e viceversa. Sono gelose. Lo vorrebbero tutto per sè.

Amare nella verità il proprio figlio significa non solo accettare, ma essere felici che il figlio senta la necessità di staccarsi da lei. Di essere una persona diversa da lei, che non è completamente fagocitato e dipendente. Ne va della felicità del bambino e del futuro adulto. Per la madre si tratta di un sacrificio a volte, ma un sacrificio necessario per farsi piccola e lasciare spazio all’uomo o alla donna che sta prendendo forma in quel bambino o in quella bambina.

Non si tratta di un distacco fisico naturalmente, ma soprattutto emotivo e affettivo. Accettare che il figlio possa amare altre persone senza coinvolgerla in quella relazione. Se la madre ha un rapporto casto la madre è felice di non essere più la protagonista della vita del figlio, ma facendosi da parte permette a lui di diventare protagonista della propria vita. Un protagonista libero, maturo e per questo capace di amare.

La castità non è quindi solo un atteggiamento e una modalità che riguarda i fidanzati, ma riguarda tutte le relazioni affettive. Per tutti la castità non è il rifiuto dell’altro, che nel fidanzamento si concretizza nel rifiutare l’altro nell’incontro intimo, ma piuttosto consentire all’altro di creare quello spazio mentale e spirituale con il quale riesca ad amare davvero nella verità e nella libertà. Perchè ciò possa avvenire serve anche un rispetto fisico, un rispetto del corpo dell’altro. Non esiste nulla che sia solo spirituale quando si parla di uomo. Noi siamo si spirito ma anche corpo e quanto succede ad una parte di noi ha conseguenze anche sull’altra.

Pietro e Filomena hanno deciso di partire dal rapporto madre-figlio, una relazione da cui tutti siamo passati e di cui abbiamo fatto esperienza proprio per evidenziare come la castità non sia qualcosa che riguarda solo l’ambito sessuale ma è molto di più. Il cuore della castità è proprio nel cuore dell’uomo. Un atteggiamento che ci accompagna tutta la vita. Un atteggiamento che ci apre ad una vita felice, perchè una vita felice non può prescindere dalla castità. Essere casti, lasciare uno spazio di libertà all’altro non solo consente all’altro di fare esperienza di Dio ma lo permette anche a noi, che facendoci da parte, rispettando la sacralità dell’altra persona, sappiamo non farci dio ma comprendiamo di avere noi stessi bisogno di Dio.

Nel prossimo articolo ci sarà modo si addentrarci maggiormente nell’aspetto sessuale. Questa premessa è stata però una meravigliosa introduzione.

Antonio e Luisa

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Noi valiamo il sangue di Cristo.

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

Matteo 10, 27-32

Il Vangelo di questa domenica è bellissimo. Indigesto, perchè Gesù ci indica una via che non vorremmo percorrere, ma colmo di speranza, perchè Gesù ci dimostra una volta di più che ci ama e ci desidera immensamente, con tutto se stesso, tanto da dare tutto di sè per la nostra salvezza.

Gesù ci avverte. Abbiate paura non di coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma di ciò che può uccidere il vostro spirito e il vostro corpo. Cosa significa questo avvertimento? Semplicemente che ci possono essere persone che ci uccidono con le loro parole, con i loro gesti, con i loro atteggiamenti. Anche il nostro coniuge lo può fare. Quante volte noi sposi ci feriamo l’un l’altra. Quante volte le nostre parole diventano lame che penetrano la carne della persona che abbiamo promesso di amare e onorare ogni giorno della nostra vita. Quanta indifferenza, quanto orgoglio, quanta superbia, quanto egoismo.

Gesù ci sta dicendo che è vero che nostro marito o nostra moglie possono ucciderci nel corpo, ma l’importante non è questo. Noi lo sappiamo che l’altro/a è imperfetto, ha limiti e parti spigolose, lo sappiamo che può farci del male e sappiamo che lo farà. Lo ha già fatto tante volte. Non esiste la coppia perfetta dove non si sbaglia mai e ci si ama in modo completo e impeccabile. Sappiamo bene che la coppia perfetta non è quella che non sbaglia, ma quella che è capace di trasformare ogni errore in occasione di perdono e di resurrezione.

Gesù ci sta dicendo che non è pericoloso il male che ci possiamo fare l’un l’altra, ma il male subito diventa pericoloso quando penetra in profondità e il dolore, come un veleno, ci uccide dentro. E’ pericoloso quando lasciamo che il dolore ci cambi, non ci permetta più di essere noi stessi, di vivere in pienezza la nostra vita. Lasciamo che il dolore ci impedisca, insomma, di camminare verso una vita che sia sempre più autentica. Tantissime persone non riescono ad uscire da quel dolore che le uccide dentro.

Come fare? Gesù ci dà anche la soluzione. Nessuno potrà ucciderci nello spirito se il nostro spirito appartiene a Gesù. Se ci siamo sentiti guardati e amati da Gesù nessuno potrà mai farci sentire fuori posto o sbagliati, nessuno potrà distruggere la nostra autostima e consapevolezza di quanto valiamo. Nessuno, neanche nostro marito, neanche nostra moglie. Per questo è importante sposarsi non come mendicanti che cercano amore e considerazione, ma come re o regina che desiderano condividere e restituire l’amore che Dio ha per loro. Come re o regine che sanno di valere il sangue di Cristo.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Ora tocca alla famiglia!

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”

Ora tocca alla Famiglia!

Nel Vangelo molte sono le figure che ci somigliano poiché noi somigliamo loro, diverse sono le icone che ci indicano quanto Gesù sia innamorato del paradosso umano e quanto sia legato ad esso da ciò che pervade la sua persona: conoscere e vivere ciò che conosce e vive chi si ama. Il Signore è veramente sposo dell’amore umano, sposo che invita l’amico alle nozze così come invita ogni famiglia ad essere partecipe dell’amore che egli ha, della misericordia con cui egli vuole curare e delle cecità da sanare: “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore .Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.  Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato“”. Lc  4,18-21

Ecco l’invito alle nozze e ogni coppia può essere quel rotolo, quell’annuncio che grida ad altre famiglie, ad altre coppie: “Oggi si è compiuto ciò che tu speravi, oggi puoi ricominciare a credere in lui, a credere in lei!”

Spesso sentiamo iniziare le letture evangeliche della Messa con questa introduzione: “In quel tempo”. Tale semitismo non indica tanto lo spazio temporale, quanto la sostanza, cioè che ciò di cui si narra è accaduto.

In Lc 7,36 accade che un fariseo invita Gesù a pranzo, un pranzo conviviale, in cui si rende onore all’ospite e alla cultura dell’accogliere, un pasto che ha in sé una sua liturgia domestica di cui l’ospite è il celebrante e il celebrato. Ad un tratto, mentre tutti sono seduti, anzi distesi, intorno al tavolo delle portate, entra in scena una donna, epitetata, dalle fonti a cui attinge Luca, in modo raccapricciante.

La donna non era una prostituta, ma secondo la versione originale del Vangelo, lei era il peccato della città. E’ tremendo essere considerati il peccato di qualcuno, cioè il suo peggiore errore, fallimento, sciagura. Questo può avvenire in ogni relazione tanto stretta quanto spinosa, quando non ci si rende conto che chiedere perdono per avere indotto l’altro al male e per aver creato le condizioni del peccato  è veramente la base di un amore che crede nel valore della persona. Come ci sono legami più forti del sangue, così ci sono realtà più forti del peccato e questa donna, nell’oggi dell’eternità, ci fa da maestra.

Come si comporta? Porta con sé un vaso di unguento, si mette dietro, presso i piedi del Signore, scoppia in pianto, bagna con le sue lacrime i piedi del Signore e inizia ad asciugarli con i suoi capelli, li bacia e li unge.

Scoppia in pianto! Dal successivo dialogo tra Gesù e il fariseo si comprende una parte rituale dell’accoglienza, cioè dare all’ospite un catino per lavare i piedi, mentre a metà del pasto i servi passavano per dare emollienti ai piedi degli ospiti con unguenti, in modo non solo da pulirli ma anche da idratarli, visto che la base dei profumi era l’olio e non l’alcool. La  narrazione del dialogo vede Gesù che lamenta la mancanza di questi gesti e attenzioni da parte del fariseo che lo aveva invitato e, dunque, se ne può desumere cosa avesse visto quella donna: due piedi non lavati. Lei scoppia in pianto, il testo greco usa il verbo brecho che indica l’irrompere di una pioggia, il frastuono di un temporale che diluvia: bellissimo!

La pioggia di lacrime viene dal vedere che il Signore, il maestro, colui di cui aveva sentito parlare, era sporco, nessuno l’aveva lavato, era diventato per lei uno specchio, anche lei si sentiva sporca e senza nessuno che si sporcasse per lavarla: è proprio così, per purificare bisogna accettare di sporcarsi le mani e per quella donna nessuno aveva deciso che sporcarsi le mani con lei ne valesse veramente la pena, ma Gesù sì ! Lei scoppia in pianto. Quel pianto è forte, lava il peccato e il senso di colpa, perché trova qualcuno che comunica questa notizia: tu puoi amare ancora, il male che hai fatto non ti rende inutile, quello che dicono di te, che sei il male, è falso, perché sei un bene e io mi faccio lavare i piedi da te!

Inizia ad asciugargli i piedi con i suoi capelli!

I capelli sono tutto per una donna, sono la sua femminilità, la sua bellezza, la sua capacità di indurre a guardare la sua bellezza per poter essere amata per quello che è, ma i capelli possono diventare anche avvenenza violenta, seduzione provocante. I capelli possono significare ciò che una donna sceglie di essere!

Nel Cantico dei Cantici, o anche secondo una traduzione del semitismo il Cantico più bello, i capelli della donna vengono detti belli poiché scendono come un gregge scende e, quindi, avvolge i monti donando alle alture del Gaalad un colore e una sfumatura, essendo ornamento che si fa sostanza.

I capelli di quella donna scendono sui piedi del Signore, li adornano compiendo un atto sponsale: Mio è Gaalad (cf. sal 108). La donna prende su di sé i piedi di Gesù, li accoglie con i suoi capelli, pronuncia un consenso verso il Signore e accoglie Colui che si lascia amare da lei.

Il fariseo è capace di dire tra sé “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”. Dice questo perché crede di conoscere quella donna, Gesù invece che non la conosce, ma sa che nessuno può essere definito un male, lascia che la persona si faccia conoscere e compie l’ennesimo “sì ” sponsale verso l’umanità:

“Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo . 47 Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”. 48 Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”. 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”. 50 Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.

Ma egli disse! Ora tocca alla famiglia dire ad altre famiglie, tocca alla coppia compiere l’annuncio che salva: “Tu non sei il Peccato della tua vita, Ti sono perdonati i tuoi peccati, la tua fede ti ha salvato, va in pace”!

Padre Andrea Valori

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Preghiera semplice degli sposi (seconda parte)

Ecco la seconda parte della preghiera (qui la prima)

Dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. In noi non c’è disperazione. Tante volte c’è però scoraggiamento e un po’ di tristezza. Aiutaci ad essere sostegno l’uno per l’altra. Con le parole, certo. Ancor di più con la nostra presenza. Quando il nostro amato o la nostra amata non sente la presenza e la vicinanza di Gesù, che possa scorgerla in noi, nella nostra fede, nel nostro sguardo e nella nostra vicinanza.

Dove è tristezza, ch’io porti la gioia. Signore fai che la nostra presenza sia calore e luce l’uno per l’altra. Quando l’altro/a non riesce a sorridere, fai che noi gli/le regaliamo il nostro sorriso. Quando l’altro/a non riesce ad essere tenero/a, per la pesantezza e le preoccupazioni che si porta dentro, fai che noi possiamo essere ancora più teneri verso di lui/lei, anche se lui/lei non riesce a darci nulla in quel momento.

Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce. Signore, con la Tua Grazia e con il Tuo amore, aiutaci ad essere testimoni nel mondo di un amore fedele e senza riserve. In un mondo sempre più scoraggiato e cinico, dove le persone sono sempre meno capaci di credere al per sempre, aiutaci ad essere una piccola luce, immagine del Tuo grande fuoco d’amore.

Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto: Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Gesù nostro, con il tuo esempio sulla croce ci hai mostrato come amarci. Hai compreso i tuoi persecutori chiedendo a Dio di perdonarli, anche se loro non hanno voluto comprenderti. Lì sulla croce hai ancora pensato agli altri prima che a te. Hai affidato Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. Sempre uno sguardo verso chi ti sta vicino. Aiutaci ad avere lo stesso atteggiamento tra di noi.

Poichè: Se è: Dando, che si riceve: Perdonando che si è perdonati; Aiutaci a non seguire il nostro egoismo. Aiutaci a comprendere che la vera felicità non è qualcosa che possiamo trovare concentrandoci su di noi, che non possiamo trovare cercando nell’altro/a di colmare quelle carenze affettive e sessuali che ci mancano. Così non saremo mai felici perchè l’altro/a non potrà mai darci tutto quello di cui abbiamo bisogno. Solo donandoci possiamo fare esperienza di un amore autentico, solo nel dono riusciremo ad aprire il nostro cuore a Te che sei vera gioia e senso di tutto.

Morendo che si risuscita a Vita Eterna. Solo morendo a noi stessi, al nostro egoismo, al nostro modo di pensare e vedere le cose, possiamo davvero fare esperienza di un amore tra di noi che sia già un anticipo di eternità e possiamo prepararci all’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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Preghiera semplice degli sposi (prima parte)

C’è una preghiera che mi piace tantissimo. Un po’ perchè scritta da San Francesco (in realtà sembra solo attribuita erroneamente al santo. Trattasi in realtà di una preghiera scritta nel ‘900), un po’ perchè si chiama semplice, un po’ perchè è proprio bella. Tocca i punti giusti. Offre la prospettiva autentica dell’amore che non è altro che prendersi cura dell’altro cambiando se stessi. E’ la legge universale dell’amore tanto che è citata anche da un uomo che cristiano non è: Se vuoi cambiare il mondocomincia con il migliorare te stesso” (Gandhi).

E’ bello cercare di incarnare la preghiera semplice di San Francesco anche nella coppia di sposi, tra me e la mia sposa,  tra voi che leggete. Analizziamo la preghiera insieme e approfondiamo la bellezza del suo testo

Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Posso essere felice non cercando il mio benessere facendo di mio marito o di mia moglie lo strumento che deve rendermi felice. No! Signore fa di me la persona che attraverso il dono di sè può aiutare l’altro/a a sentirsi amato/a e a realizzare il Tuo progetto su di lui/lei

Dove è odio, fa ch’io porti amore. L’odio fortunatamente non c’è tra noi. C’è però incomprensione. Quante volte non ci capiamo, quante volte, anche involontariamente ci facciamo del male. Dacci signore la sensibilità per comprendere il cuore della mia sposa, del mio sposo, affinchè l’incomprensione non ci allontani ma sia occasione per imparare, proprio dai nostri errori, a conoscerci meglio per amarci sempre meglio.

Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Succede di essere feriti. Signore fa che le nostre ferite non siano motivo di rabbia e di rancore. Aiutaci a sanarle alla luce del Tuo Amore e a consentire che attraverso il male ricevuto noi possiamo restituire il bene più grande: aiutaci ad amarci con il Tuo amore misericordioso e incondizionato.

Dove è discordia, ch’io porti la fede. Quante volte anteponiamo le nostre ragioni all’amore. Signore aiutaci a comprendere che aver ragione non serve se poi ciò porta disordine e distrugge la pace tra noi. Aiutaci a guardare a Te, al Tuo amore, e aiutaci ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio rispetto alle nostre limitate ragioni.

Dove è l’errore, ch’io porti la Verità. Signore Gesù sbagliamo tante volte. Aiutaci a comprendere quali sono i nostri errori dell’uno verso l’altra. Aiutaci anche a farci strumento l’uno per l’altra. Che ognuno sia per l’altro/a uno sguardo che lo aiuti a correggere i suoi errori. Uno sguardo che sia sempre di misericordia, mai giudicante.

Antonio e Luisa

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Il Corpus Domini. Lo Sposo ama così tanto da farsi mangiare.

Oggi è la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Arriva subito dopo quella in cui si ricorda la Trinità. Domenica scorsa abbiamo ricordato Dio amore, Dio tre persone, ma un’unica sostanza, un unico amore. Dio come relazione intima e perfetta tra tre persone. Dio che non potrebbe essere che così. Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Dopo aver approfondito tutto questo, oggi ricordiamo che una di quelle Persone si è incarnata, che Dio si è fatto uomo. Non solo 2000 anni fa, ma si rende presente anche oggi in ogni consacrazione. Nell’ostia e nel vino consacrati c’è la reale presenza di Cristo. Cristo che si fa carne. Cristo ci ha amato così tanto da scegliere questa modalità particolare per rendersi presente. Gesù desidera così tanto essere uno con noi che ha scelto di farsi mangiare.

Fedeli di altre religioni non comprendono tutto questo. Ci deridono e forse ci biasimano. Per loro è inconcepibile un Dio così, che si fa piccolo, che si fa carne, che muore per noi e che addirittura si lascia mangiare. Noi abbiamo la grazia di averlo incontrato. Crediamo che tutto questo sia possibile perchè ci siamo sentiti amati e desiderati da Lui. Abbiamo incontrato un Dio che non ci ha imposto la sua signoria. Gesù è mio Signore perchè desidero con tutto il cuore che lo sia. Mi ha conquistato con il suo amore. Mi ha conquistato dando tutto per me. Mi ha conquistato quando non ha mai smesso di aspettarmi, anche quando io rivolgevo lo sguardo ad altro. Lui è il mio Signore perchè gli ho donato il mio cuore dopo che lui mi ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio.

Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata. Anche me e anche voi che leggete. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così dobbiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo.

Non ci dicono questo? Beato quello sposo (quella sposa) che riesce a vivere questo amore, con questa attenzione, questa dedizione e questa cura verso l’altro. Chi riesce è una persona che ha capito cosa davvero conta nella vita, ha capito cosa sia il matrimonio e si sta preparando al meglio ad incontrare quel Gesù che non desidera altro che accoglierlo in un abbraccio nuziale che durerà per sempre.

Matrimonio ed Eucarestia sono due realtà imprescindibili una dall’altra. Almeno per noi cattolici. Sono sacramenti dell’alleanza. Attingendo all’Eucarestia, all’alleanza d’amore tra Gesù e noi, possiamo trovare forza, vita e amore per realizzare al meglio la nostra relazione sponsale. Guardando a come noi sposi ci amiamo (o dovremmo amarci), all’alleanza nuziale  tra un uomo e una donna, il mondo può capire qualcosa di più del mistero dell’Eucarestia. La festa del Corpus Domini è, in fin dei conti, un anniversario di nozze.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (3 parte)

Abbiamo terminato il precedente articolo sul più bello. (Cliccate qui per leggere le prime due parti 1 2) Se l’altro non capisce che c’è un problema? Se non vuole fare nulla per arginare la famiglia di origine? E’ sicuramente un comportamento che genera una ferita nella coppia e nel coniuge che si vede non sostenuto. A volte si sente addirittura amato meno dei suoceri. C’è davvero una sensazione di tradimento. Essere messi dopo quando dovremmo essere al centro dell’amore del nostro sposo o della nostra sposa ci fa stare male.

L’errore più grande che in questi casi si può commettere è mettersi in competizione. Purtroppo è anche la reazione più immediata ed impulsiva. E’ importante, quindi, da un lato spronare l’altro/a, non far finta di niente. Il problema c’è e va affrontato. Senza però fare la guerra. Mettersi in competizione fa sentire l’altro in mezzo a due fuochi e se è dipendente, non autonomo dalla famiglia di origine, reagisce male. C’è un acuirsi delle tensioni. Se il nostro coniuge è dipendente non funziona. Non è riuscito ancora ad elaborare i confini e dare un ultimatum lo distrugge.

Cosa fare allora? C’è la via più difficile ma l’unica che può dare risultati. Corteggiare l’altro/a. Amarlo ancora di più. La modalità di Dio. Chi è lontano o è schiavo lo ama ancora di più per liberarlo e riattirarlo a sè. Corteggiare anche la famiglia di origine in alcuni casi può essere risolutivo. Non significa adulare ed essere ipocriti, ma deporre le armi. Mostrare di avere una predisposizione positiva e non competitiva. Di non essere un pericolo per il loro “bambino” o per la loro “bambina”

Lo sappiamo è una strada difficile e piena di incognite, dove serve pazienza ed equilibrio. Se avete questo problema ricordate però che avete scelto voi di sposare vostro marito o vostra moglie. Avete preso tutto di lui/lei. Avete preso il pacchetto completo e ora non potete lamentarvi che non è quello che volevate. Non serve. E’ ora di rimboccarsi le maniche e amare più che potete l’altro/a. Per portare in salvo il vostro matrimonio, per liberare lui/lei dalla sua schiavitù e per sanare le vostre ferite. Chiedete la forza a Gesù. Nel sacramento c’è tutta la Grazia necessaria per farcela.

Antonio e Luisa

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (1 parte)

In questo periodo Luisa ed io, con gli amici di Sposi&Spose di Cristo e Amati per Amare, stiamo organizzando delle dirette facebook su vari argomenti inerenti il rapporto di coppia e la famiglia in genere. Ne sta uscendo qualcosa di bello e soprattutto di molto utile. Tante persone ci hanno scritto per approfondire i diversi temi delle serate o semplicemente ringraziare. Per questo abbiamo deciso di mettere nero su bianco i punti principali scaturiti durante le dirette.

In questo articolo ci occupiamo di famiglia d’origine. Grazia o tormento? Croce o delizia? E’ davvero così. La famiglia di origine può essere quel quid in più che sostiene la coppia e la nuova famiglia che si è formata, oppure può essere un fattore disgregante e distruttivo. Oggi parliamo dei problemi causati dalla famiglia di origine senza dimenticare però che spesso i suoceri sono una risorsa e persone meravigliose.

In genesi troviamo scritto  Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2, 24) Dio ci chiama all’autonomia. Per formare davvero una nuova famiglia abbiamo bisogno di abbandonare padre e madre. Come a dire che per unirci davvero tra di noi sposi dobbiamo tagliare il cordone con i nostri genitori. Non significa che non ci saremo più per loro. L’amore resta e forse sarà anche più forte data la lontananza. Però muta. Dobbiamo però essere capaci di metterlo al posto giusto. Non è corretto infatti dire che ameremo di più nostra moglie o nostro marito rispetto a loro, ma che la relazione sponsale viene prima di tutte le altre relazioni. Fare classifiche dell’amore significa già entrare in competizione, invece è importante comprendere che i due rapporti sono su piani differenti. Non in competizione.

Solo così, rendendosi indipendenti, gli sposi potranno davvero onorare i genitori, non come membra ancora dipendenti da essi affettivamente e psicologicamente, ma come uomini e donne liberi e maturi che proprio perchè emotivamente autonomi possono relazionarsi e prendersi cura nel modo giusto di loro.

Cosa fare quindi quando i genitori di uno dei due sposi o di entrambi non vogliono o non sono in grado di stare al loro posto? Diciamo subito che è fondamentale intervenire. Purtroppo tante separazioni sono causate spesso da problemi irrisolti con le famiglie di origine. Claudia (Amati per Amare) dice che serve un processo di desatelizzazione. Processo che inizia già nell’adolescenza ma che è fondamentale mettere in atto quando ci si sposa. Significa smettere di orbitare intorno alla famiglia di origine e avere la forza di staccarsi e di trovare una nuova orbita. Diversa e indipendente. Quando ci si sposa il centro dell’orbita diventa la nuova famiglia. E’ il noi della coppia.

Ci sono due dimensioni da prendere in esame. La dimensione interpesonale. Come coppia come ci poniamo con le famiglie di origine? Poi c’è la dimensione intrapsichica cioè quanto tendiamo a replicare comportamenti e dinamiche della nostra famiglia di origine in quella nuova. Anche comportamenti magari negativi e sbagliati. Nei litigi tra noi coppia spesso non c’è solo il nostro coniuge ma c’è anche la presenza ingombrante di nostro padre o nostra madre. Ci portiamo la nostra storia. Ci portiamo i nostri legami emotivi irrisolti. Litighiamo con lui/lei ma stiamo litigando anche con nostro padre o nostra madre.

Nel prossimo articolo approfondiremo la prima dimensione. Cosa fare quando la famiglia di origine rischia di essere invadente e di creare tensioni che con il tempo possono dividerci? Seguiteci e lo scoprirete.

Antonio e Luisa

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La Trinità? Come due sposi che si amano.

Questa domenica si festeggia la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua. Si festeggia la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente all’altro/a in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

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Commento al Vangelo di fra Andrea Valori

Amare l’altro/a significa dire anche di no.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Lo Spirito Santo scende sugli apostoli. Cosa è lo Spirito Santo? Anzi, chi è lo Spirito Santo? Sappiamo essere la terza persona della Santissima Trinità. Lo Spirito Santo è Dio ma, a differenza di Gesù, non ha un corpo. Qui è un soffio di Dio. Lo Spirito Santo abita il nostro corpo e la nostra persona, quando noi apriamo il cuore a Dio. Fra Andrea ci rammenta l’episodio di Giona, quello della balena.

Lo Spirito Santo compare due volte. La prima mentre Giona scappa da Dio, dalla presenza di Dio. Dio gli ha chiesto di recarsi a Ninive per ammonire gli abitanti di quella città, dediti al peccato. Giona non lo fa e scappa in direzione opposta. Giona ha paura. Dio manda allora, un forte vento, una tempesta per fermarlo. Giona forse non vuole farsi carico di salvare la vita a qualcuno. Perchè per salvare la vita a qualcuno devi magari dire che sta sbagliando. Correre quindi il rischio che quel qualcuno abbia qualcosa contro di te. Poi da lì Giona viene gettato in mare, mangiato da un grande pesce ecc ecc. Non è importante ora il proseguo. Fermiamoci qui.

Questa spiegazione di fra Andrea è davvero molto concreta. Posso facilmente associarla a qualcosa che mi è successo in questi giorni. In questa settimana ho ricevuto ben due confidenze da persone che vorrebbero vivere la castità nel fidanzamento, ma l’altra persona non comprende e, per questo, hanno paura di litigare. Magari addirittura di perdere quella persona. La risposta è semplice. Dio sta chiedendo a quelle due persone di dargli voce per dire qualcosa di bello e prezioso al loro fidanzato o fidanzata. Lo Spirito Santo è così. Il soffio dello Spirito ha due caratteristiche. Uccide la paura e permette, a chi lo accoglie, di parlare la lingua nativa delle persone. E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? (Atti 2, 8).

Parlare la lingua nativa significa parlare al cuore dell’altro/a. Parlare alla sua nostalgia di una relazione che sia autentica. Ad un amore pieno. La castità è proprio questo. Vivere in pienezza e verità l’amore. L’altro può rifiutare, è vero. Il mondo dice tutt’altro e probabilmente è stato educato a tutt’altro. Può però ascoltare il cuore e cominciare a scorgere la bellezza della persona che ha accanto. Per me è stato così. Luisa mi ha fatto comprendere tante cose attraverso i suoi no. Certo per essere credibile Luisa ha cercato di attingere più possibile alla fonte. Allo Spirito Santo. Preghiera e sacramenti. Ha cercato di amarmi con tutta la tenerezza e la dolcezza di cui era capace. Ha vinto. Anzi, abbiamo vinto. Ho scorto in lei una bellezza mai vista prima e mi ha conquistato.

La castità è solo un esempio. Ci sono tantissime occasioni in una relazione in cui possiamo essere voce di Dio l’uno per l’altra. Amare significa scegliere sempre il bene per sè e per l’altro. Mai scendere a compromessi solo perchè l’altro/a ce lo chiede. Anche a costo di litigare. Solo così potremo essere via di salvezza l’uno per l’altra e amarci nella libertà che solo il bene e fare la volontà di Dio possono dare.

Antonio e Luisa

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Avete conflitti? Rallegratevene.

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali.

Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ segno di due persone diverse, con idee diverse che si pongono sullo stesso piano, con pari dignità. Due persone che si guardano negli occhi. Il conflitto è spesso causa di tensione e anche di sofferenza a volte. E’ però una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via. Quante volte anche io e Luisa siamo partiti con due idee e ne abbiamo trovato insieme una diversa.

Spesso però il conflitto non si affronta. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere. Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Quindi il problema non è avere conflitti, ma non affrontarli o affrontarli nel modo sbagliato.

Antonio e Luisa

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Non desidero fare l’amore con mio marito. Sono sbagliata?

Abbiamo ricevuto una domanda. Rispondiamo pubblicamente perchè crediamo possa essere di aiuto a tanti. Si può migliorare la nostra relazione intima solo se riusciamo a comprendere le cause che non ci permettono di vivere questo gesto in pienezza.

Ciao Antonio e Luisa, vi seguo da alcuni mesi e sono molto scossa da alcuni vostri articoli. In particolare quando raccontate il sesso in quel modo così bello. Devo dire che provo un po’ di invidia e di tristezza. Per me non è così. Non trovo piacere nel rapporto fisico con mio marito e cerco di rimandarlo più possibile. Sono forse sbagliata? Sono una cattiva moglie?

Carissima, non sei sbagliata e non sei una cattiva moglie. L’amplesso è un gesto che è parte di una relazione. Per cui quando non funziona la causa è da cercare non in una persona, ma nella relazione stessa, alla quale prendete parte in due. Quello che tu racconti non è inconsueto, è qualcosa che accade spesso in una coppia di sposi. Senza andare a cercare le responsabilità bisogna però trovare le cause. Non per giudicare l’altro o giudicarsi, ma per porre rimedio. Non è mai troppo tardi.

Perchè una donna non prova desiderio? Cercherò ora di riportare le principali cause, le più comuni, sperando di poterti essere d’aiuto.

  1. La donna non si sente amata. A letto è molto difficile far finta. Se ci sono problemi è davvero la cartina al tornasole di tutta la relazione. La donna ha bisogno di vivere il gesto sessuale come culmine di un corteggiamento continuo da parte del suo uomo. Il matrimonio spesso porta con il tempo un rilassamento tra i due sposi. Ormai sono sposati non serve curare la relazione. Ci si dà per scontati. E’ strano questo. Siamo nell’epoca del divorzio breve eppure mentalmente diamo per scontato l’altro. E’ facilissimo cadere in questa dinamica. Non va assolutamente bene. Come dice Papa Francesco, il matrimonio è come una pianta, va curata ogni giorno. Altrimenti secca e muore. Così è la nostra relazione. Se la donna si sente desiderata dal marito solo quando questo vuole consumare un rapporto, beh non proverà nessun desiderio di accontentarlo
  2. Marito e moglie non sanno fare l’amore. Vi sembra strano? Vi viene da ridere? Eppure è così. In una società ipersessualizzata, dove tutto parla di sesso, sono sempre meno le persone che hanno una conoscenza adeguata dell’anatomia e della fisiologia del corpo dell’uomo e della donna. La pornografia diventa strumento di educazione sessuale per moltissimi giovani che cercano di replicare ciò che vedono nei video pornografici. Ecco, quella è macelleria, non c’entra nulla con una sessualità sana. Quanti sanno ad esempio che la vagina di una donna può essere profonda non più di 10/11 cm, quando è eccitata? E’ importante saperlo visto che il pene dell’uomo solitamente è più lungo e, a differenza di ciò che insegna la pornografia, farlo entrare tutto porta alla donna assenza di piacere se non addirittura dolore. Quanti sanno che la donna necessita dei preliminari per lubrificarsi e permettere al suo organo sessuale di essere pronto ad accogliere? Quanti sanno che il rapporto vissuto in modo violento e aggressivo di solito non permette alla donna di provare alcun piacere? Purtroppo molti, troppi, non sanno fare l’amore. Non solo, di solito, quando ciò accade la donna si accusa di essere responsabile, di essere frigida e incapace. Quanti danni fa la pornografia!
  3. Spesso non è mancanza di desiderio ma solo stanchezza! Questo riguarda uomo e donna. Forse riguarda un po’ di più la donna. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio trova compimento in questa vita ma l’amore resta in eterno

Domenica scorsa abbiamo ricordato l’ Ascensione di Gesù. Gesù torna al Padre con tutta la sua umanità. Non torna solo come Dio, torna anche come uomo. Capite quanto è importante questo avvenimento? C’è da fare festa! E’ una delle domeniche più importanti.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Antonio e Luisa

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La donna è la casa dell’uomo (Genesi 2 seconda parte)

Riprendiamo la riflessione su Genesi 2. La prima parte (clicca qui per leggerla) terminava con l’affermazione che la donna essendo stata creata dall’uomo è della stessa pasta dell’uomo. Hanno pari dignità. Non vale meno.

Dirò di più! Il torace da cui viene prelevata la costola è la parte nobile dell’uomo, dove c’è il cuore. La donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo. Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finchè il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta.

Pensate che i beduini del medio oriente usano un modo di dire molto indicativo. Quando dicono di una persona è la mia costola, vogliono dire che quella persona è il loro vero amico. Non è così anche per noi sposi. Luisa non è per me solo moglie e amante ma e anche la mia migliore amica. Colei di cui ho più fiducia e a cui posso mostrarmi in libertà per quello che sono senza timore di essere giudicato o ferito (almeno non lo fa volontariamente)

Un rabbino ebreo ha detto una grande verità sulla donna: Dio non ha creato la donna dalla testa dell’uomo perchè fosse la sua dominatrice, non l’ha fatta dal piede perchè fosse la sua schiava, ma dalla costola perchè gli sia compagna di pari dignità e sia vicina al suo cuore. La donna è nata da una costola che sta un po’ più in basso del braccio per essere protetta e vicino al cuore per essere amata.

Il testo biblico sta evocando la meravigliosa dignità della donna e la profonda comunione che uomo e donna possono raggiungere e vivere in una relazione autentica. Bellissimi i versetti dove Dio conduce la donna all’uomo. Come un padre conduce la sposa all’altare per affidarla allo sposo. Questo è il significato profondo del matrimonio. Dio mi ha affidato Luisa, la Sua figlia prediletta affinchè io la potessi amare. E in quella relazione fossi capace di donare il mio cuore alla mia sposa e lei lo custodisse dentro di sè per essere una sola creatura, nella differenza delle nostre persone, ma nell’unità dello stesso amore che ci lega e ci fonde l’uno all’altra.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna.

La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Antonio e Luisa (sulla base delle catechesi tratte da Meghillah

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Finalmente lo riconoscono

In quel tempo, gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Matteo 28, 16-20

Finalmente lo riconoscono. Finalmente i discepoli, le persone che sono state più vicine a Lui, lo riconoscono per chi davvero è. Riconoscono Gesù, il loro Salvatore. Non tutti subito. C’è ancora chi dubita. Gesù ha sempre una grande pazienza e rispetto per ogni persona, e non forza nessuno a riconoscerlo. Però quando questo avviene ne è profondamente felice. Tutte le persone desiderano essere riconoscioute per quello che sono. Essere riconosciute ed amate per quello che sono.

Per questo il matrimonio è la risposta più completa ed autentica al desiderio del nostro cuore di essere riconosciuti ed amati per quello che siamo e non per quello che facciamo. Senza doverci sempre meritare l’amore dell’altro. Senza doverci nascondere dietro maschere per paura di essere giudicati ed emarginati. Senza dover essere sempre all’altezza della situazione. Liberi di mostrare le nostre fragilità.

Che bello quando il tuo sposo ti chiede quello che tu desideri che ti sia chiesto, che bello quando la tua sposa ti chiede di perfezionare e manifestare i tuoi talenti, e lei ne è affascinata e rassicurata. Questo è dono di Dio. Dono del sacramento del matrimonio. Essere riconosciuti per quelli che si è.

C’è un’altra riflessione molto importante. Decisiva per noi sposi. Gesù se ne va. Lascia i suoi amici. Li lascia affinchè loro possano percorrere la loro strada. Non diventino dipendenti da Lui. Devono lasciare Gesù uomo per ritrovarlo in Dio. Gesù dice che il suo Spirito non ci lascerà mai. Dobbiamo però incontrarlo nella libertà di essere noi stessi, non nella paura di perdere qualcuno o qualcosa. Quanto questo è importante, anche nel nostro matrimonio. Infatti la paura di perdere l’altra persona spesso ci porta ad annullarci. Spesso ci porta ad essere dipendenti da lui o da lei. E allora smettiamo di cercare Dio, l’unico in grado di vederci belli/e sempre, e mendichiamo amore da una creatura che come noi è imperfetta e non potrà mai amarci con la pienezza e la libertà che desideriamo.

E’ un cammino da percorrere insieme, sposo e sposa, con la consapevolezza che l’altro/a non potrà mai amarci in modo infinito e perfetto come vorremmo, ma anche con la certezza che, con il passare del tempo, l’impegno costante e la Grazia del sacramento, ci potremo sempre più avvicinare al modo di amare di Dio e a sentirci amati dall’altro come Dio ci ama.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Classificazione: 1 su 5.

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Una bellissima imperfezione

Dove c’è Gesù c’è la capacità di benedire, di dire bene. Questo vale sempre. Vale ancor di più nella coppia, dove la relazione è più stretta e più decisiva. Cosa voglio dire? Semplicemente che un cristiano si sente un bellissimo imperfetto. E’ proprio questa consapevolezza che consente ad un marito o ad una moglie di vedere bellissima anche l’imperfezione dell’altra/o. Solo così siamo in grado di amare davvero. Pensate un po’. Se mi sentissi perfetto non sarei capace di accettare i limiti di Luisa. Sentirei, non solo di meritarmi tutto il suo amore, ma sentirei che è lei che non si merita il mio. Diventerei presto insofferente verso i suoi errori veri o presunti, le sue mancanze vere o presunte e, presto o tardi, diventerei insofferente verso la mia sposa. Non la sopporterei più. Non sarei capace di ringraziare per tutto ciò che di buono fa per me, ma solo di evidenziarne gli errori. Questo capita spesso nelle relazioni dove non si è in grado di ammettere i propri errori e i propri limiti. E’ vero anche che se non mi sentissi bellissimo non sarei capace di amare Luisa. Mi sentirei sempre meno di lei. Sentirei di non meritare il suo amore. Sarei sempre in tensione ed in ansia. Sarei roso dal timore di perdere la mia sposa. Dalla paura che lei trovi qualcuno migliore di me, più bello, più capace, più affascinante. Quante persone soffrono e quante coppie saltano per questo. Già, perchè chi non ama se stesso non sa amare neanche gli altri. Non crede che l’altro/a possa davvero trovarla bello/a e desiderabile. E’ una persona che rischia di diventare dipendente affettivamente e non libera di amare. Come si fa allora? Devo riconoscermi bello, anzi bellissimo, e nel contempo essere capace di riconoscermi imperfetto e pieno di limiti. Riconoscere che faccio errori e che ho parti oscure. Sembra impossibile eppure si può. Serve uno sguardo. Lo sguardo di Cristo. Uno sguardo benedicente. Mi ha guardato e mi ha visto una meraviglia. Sono l’amato e, nonostante tutti i miei limiti e le mie mancanze, sono per lui così bello e prezioso tanto da dare la vita per me. Lui, nonostante tutto, mi benedice, parla bene di me. Questo sguardo cambia tutto. Solo avendo sperimentato questo sguardo, quello che cambia la vita, mi sono sentito pronto ad accogliere la mia sposa, con la libertà di chi ama. Mi sento abbastanza imperfetto da riconoscere e accogliere l’imperfezione di Luisa, e mi sento tanto bello da non mendicare il suo amore. Certo è un cammino, ma l’amore è così. Non è un sentimento che si accende e si spegne per cause misteriose e imponderabile. Amare è un atto di volontà e di libertà. Più mi sentirò guardato e amato da Gesù e più sarò desideroso di accogliere tutto di lei, della mia sposa, e sarò libero dalla paura di perderla e di non essere abbastanza per lei. Solo così la relazione diventa dono reciproco di due persone amate e non l’incontro di due povertà che cercano di usare l’altro per soddisfare la sete del cuore e la fame del corpo.

Antonio e Luisa

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Mi ha guardato e mi ha perdonato

Condivido la testimonianza di un lettore che vuole restare anonimo. E’ molto bella perchè mette in evidenza il potere redentivo dell’amore sponsale quando vissuto fino in fondo.

Ho tradito mia moglie e ho un matrimonio fantastico. Sento già il brusio scandalizzato. E’ così, ma va spiegata. Mi sono sposato ormai 25 anni fa. Mi sono sposato per amore. Volevo davvero bene a quella ragazza tanto solare e dolce. Con una fede grande in Gesù, a differenza mia che vivevo la fede in modo superficiale e immaturo. Mi piaceva e sinceramente volevo esserle fedele, amarla ed onorarla ogni giorno della mia vita. La mia promessa matrimoniale era sincera. Poi le cose cambiarono. Il lavoro, poi un bambino. Mi sentivo sempre preso da altro. Non c’era più tempo per mia moglie. Parlavamo poco, di solito per confrontarci su questioni pratiche di gestione familiare. Passi tu a prendere il bambino all’asilo? Vai a fare la spesa? Cose di questo tipo. Piano piano ho smesso di essere attratto da mia moglie. La vedevo più come una socia in affari. Non avevo tempo per guardarla. E poi litigavamo spesso. Non ero più capace di vedere quanto fosse bella. Lì successe. Conobbi l’altra. Come capita a tanti. Uscii a pranzo con i colleghi, come tante altre volte,  e lei si è aggiunse al tavolo. Era un’amica di una mia collega. Iniziammo a parlare. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Come non mi capitava più da tempo con mia moglie. Ci salutammo, ma lei mi restò dentro. Mi sentii  bene con una donna per la prima volta dopo tanto tempo. Il mio tradimento iniziò così. Non con il sesso, quello arrivò dopo. Non sono quel genere di uomo. Non vado in cerca di avventure. Quando si arriva al sesso è già troppo tardi per fermarsi, almeno per me lo fu. Per farla breve avemmo  una storia di alcuni mesi. Poi successe quello che temevo. Mia moglie scoprì la mia relazione extraconiugale. Non ero abbastanza furbo per non farmi beccare. Non fece scenate. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un misto di sofferenza e delusione. Non disse nulla. Passarono i giorni. Io non sapevo cosa fare. Non riuscivo a dimenticare quello sguardo. Dormivamo in stanze diverse. Lei andò  a dormire nella camera di nostro figlio. Poi un giorno mi chiamò, aveva uno sguardo diverso. Non lo so spiegare. Era lo sguardo di chi sapeva cosa fare. Ricordo benissimo ciò che mi disse. Poche parole ma che ho scolpite nel cuore:

Non possiamo far finta che non sia successo nulla. Non è solo colpa tua. Anche io non ho saputo starti vicino. Abbiamo due possibilità. Lasciarci oppure fidarci di Gesù. Io ti ho perdonato, ci sto provando almeno. Ci vorrà tempo ma ti chiedo di credere ancora al nostro matrimonio. Mettiamocela tutta per essere felici insieme.

Decisi di troncare completamente con l’altra e di riprovare con mia moglie. Perchè? Quello sguardo mi ha toccato dentro. Ho intravisto di nuovo quanto lei fosse bella e preziosa. E quanto io le stessi facendo male. Iniziarono mesi non facili. Era difficile per lei ritrovare intimità e fiducia in me, e anche per me non fu semplice. Da soli non ce l’avremmo mai fatta. Fortunatamente Gesù non ci abbandonò mai. Trovammo sacerdoti e percorsi di coppia che ci fecero pian piano riavvicinare. Così accadde il miracolo. Non riesco a definirlo in altro modo. Con il tempo e l’impegno recuperammo un desiderio l’uno verso l’altra che non avevamo da molti anni, che forse non avevamo mai avuto. Rividi la donna meravigliosa che avevo sposato. Molto più bella di quando la sposai. Anche sessualmente piano piano ci ritrovammo. E’ stato molto difficile all’inizio ma ne è valsa la pena. Anche il rapporto fisico è tornato ad essere un’esperienza meravigliosa dove posso abbracciare la mia sposa e donarmi a lei con la gratitudine di chi ha ricevuto tanto amore, di chi è stato perdonato quando non lo meritava.  Anche la mia fede è cresciuta e maturata. Finalmente ho incontrato anche io Gesù. L’ho incontrato quel giorno in cui la mia sposa mi ha guardato e mi ha perdonato. Lì ho fatto per la prima volta l’esperienza dell’amore misericordioso di Dio. Questo è l’amore che salva. Non riesco ancora a ricordare questa esperienza senza che una lacrima mi scenda dal volto.

Lode a Dio

Antonio e Luisa

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