Senza sacramenti? Riscopriamo il matrimonio.

Oggi mi riallaccio al discorso iniziato ieri. Siamo senza sacramenti ormai dall’inizio della Quaresima. Alcuni di noi hanno fatto in tempo a prendere le ceneri, altri come noi in Lombardia no. E’ un tempo di prova sicuramente. Un tempo che va vissuto senza disperarsi. Però siamo senza sacramenti! Come fare? Proprio in questo periodo che ne avremmo più bisogno. Nessuna polemica verso i nostri Vescovi che hanno preso questa decisione. Anzi in questi giorni sto facendo esperienza della grande fede dei nostri pastori che cercano mille modi per stare vicino al gregge. Ho ascoltato suppliche meravigliose cariche di autentica fede da parte del nostro vescovo. Sto riscoprendo dei sacerdoti meravigliosi. Nessuna polemica quindi, ma una grande opportunità. Abbiamo l’occasione, noi laici sposati, di riscoprire il nostro sacramento. Il nostro padre spirituale padre Raimondo ci diceva sempre che avrebbe voluto vedere la stessa devozione che gli sposi hanno davanti al Santissimo Sacramento anche nella loro vita quotidiana. Perchè non c’è differenza. L’ostia consacrata contiene la presenza reale di Cristo esattamente come la contiene la coppia di sposi. Noi siamo sacramento perenne esattamente come l’Eucarestia. L’ostia e il vino consacrati  contengono Gesù fino a quando non vengono consumati. Così gli sposi. Fino a quando sono vivi entrambi la loro relazione è tabernacolo di Gesù. Gesù ha posto la sua tenda nella relazione degli sposi. Lo sappiamo noi? Ne siamo consapevoli? Lo sapete che mettervi in ginocchio uno di fronte all’altro e pregare equivale a fare adorazione? Non ci credete? Il nostro vescovo Mons. Beschi durante un incontro con gli sposi fece esattamente questo gesto. Si inginocchiò davanti a loro per evidenziare come nella loro relazione sponsale ci fosse la reale presenza di Gesù.  Il nostro amore di sposi è quindi tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà che è una duità che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile.  Ecco abbiamo questa grande opportunità. Sfruttiamo queste settimane senza sacramenti per riscoprire il nostro matrimonio. Matrimonio che è sacramento e non vale meno degli altri. Impegniamoci a fondo per viverlo in pienezza nella cura e tenerezza reciproca e la nostra casa sarà piena della presenza di Gesù.

Antonio e Luisa

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Una quaresima più vera.

Siamo ancora chiusi in casa. Ora che sto un po’ meglio sto iniziando ad assaporare questi momenti. Questi giorni. Giorni scadenzati dalle lezioni on line dei figli, ognuno collegato con l’insegnante di turno. Si, c’è un po’ di difficoltà a gestire questa scuola da casa, ma nel complesso c’è meno frenesia e meno impegni. Ho l’opportunità di fermarmi e gustare la bellezza della mia famiglia. E’ bello rendersi conto che la ricchezza più grande che possiedo è tutta qui con me, dentro queste quattro mura. Questa quarantena forzata ci conduce a uno stile di vita per certi versi monastico. C’è più tempo per pregare, c’è più tempo per pensare a Dio, ma non solo. C’è più tempo per noi, per me e per Luisa, c’è tempo per scambiarsi uno sguardo, un sorriso. C’è tempo per scambiarsi pensieri, paure, speranze. C’è tempo per fermarsi a guardare la bellezza della mia sposa, il suo atteggiamento. E’ il tempo della tenerezza. E’ strano che proprio in questo periodo che non ci può essere intimità tra noi, ci sia comunque una tenerezza e un’unità che riempie il cuore. Merito sicuramente della castità e di come mi abbia insegnato a vivere la tenerezza senza legarla al sesso. E’ strano come Eucarestia e matrimonio in questo periodo non siano sacramenti a cui possiamo accedere per trovare forza e speranza. Già perchè l’incontro intimo tra sposo e sposa è riattualizzazione del sacramento del matrimonio, lo rende di nuovo attuale, esattamente come l’Eucarestia è rinnovazione incruenta, ma reale del sacrificio di Gesù. Entrambi portano un’effusione di Spirito Santo. Siamo senza sacramenti, ma non siamo senza Gesù. La consapevolezza mi viene proprio dalla clausura a cui sono obbligato. Clausura che mi impedisce di fare tante cose, ma che forse mi dà una grande opportunità: quella di riappropriarmi della bellezza. Riappropriarmi della presenza di Gesù nella mia piccola chiesa domestica. Posso fare esperienza di Lui non nei sacramenti, come siamo abituati, ma nell’amore. Negli sguardi, nelle piccole attenzioni, nelle carezze, nell’ascolto, nel desiderio di sollevare l’altro/a da preoccupazioni e paure. Sono sicuro che questi giorni mi stanno facendo vivere una quaresima vera, più vera di tante altre che ho vissuto, perchè sto tornando all’essenziale, all’amore. Credo che questo periodo di deserto non sarà infecondo. Sarà molto fecondo. Porterà nel mio cuore il desiderio sempre più grande di ritrovare Gesù nell’Eucarestia e di ritrovare la mia sposa nell’incontro dei corpi. E’ così ne sono sicuro, questi giorni mi permetteranno di togliere un po’ di polvere dal cuore. Mi permetteranno di essere capace di comprendere maggiormente e con più consapevolezza la bellezza e la grandezza dell’Eucarestia e dell’intimità con la mia sposa. Due realtà che sembrano distanti e che sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, ma che sono in verità molto vicine. Entrambe raccontano dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

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360 tonnellate d’oro

Oggi la liturgia ci propone il Vangelo di Matteo che narra di quella volta in cui Pietro domandò a Gesù : << …..«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.>> e prosegue Gesù raccontando la famosa parabola del re che condona al servo diecimila talenti e questi, però, a sua volta non condona ad un suo debitore cento denari.

La risposta di Gesù è talmente esplicita che anche una persona dura di comprendonio la capirebbe, addirittura un duro di cuore capirebbe che con questa risposta Gesù sta insegnando a perdonare sempre senza conteggi, anche se poi, magari, decide di non seguire il Maestro ma di seguire la durezza del proprio cuore.

Ma allora…..perché Gesù risponde in merito alle volte in cui bisogna perdonare e continua (con un affondo sul perdono) con una parabola che non racconta del numero di volte in cui uno perdona un altro ma di cosa gli viene perdonato oppure no ? Racconta non di QUANTE VOLTE perdona ma di COSA perdona !!!! Magari Gesù si è confuso con le unità di misura ? Ci si aspetterebbe una parabola che con metafore e altre immagini riproponga però lo stesso tema delle volte in cui il perdono viene donato/ricevuto……e invece NO.

Questa parabola parla di un re (Dio) che perdona un debito di diecimila talenti al suo servo, corrispondente a circa 60.000.000 di stipendi quotidiani pari a circa 200.000 anni di lavoro…..contate bene gli zeri !!! un talento = 36 Kg di metallo prezioso…..10000 talenti = 360 tonnellate di oro/argento !!!!

E questo servo (cioè ognuno di noi) invece non perdona ad un suo debitore la modesta cifra di 100 denari = cento giornate di lavoro. Si capisce ora la sproporzione tra le parti ? Non c’è paragone. Ovviamente Gesù ha volutamente esagerato per farci entrare in una logica che fatichiamo a vivere. E’ una parolina latina che conosciamo tutti : GRATIS !!! O se vogliamo dirla alla maniera moderna : per Amore…..la A maiuscola non è un errore di battitura.

Dio ci perdona (se sinceramente pentiti) qualsiasi peccato, ma prima di accordarci il suo perdono non fa il conteggio delle volte che abbiamo peccato né la grandezza dei nostri peccati, vuole solo il cuore contrito che chiede pietà (con le dovute disposizioni che la Chiesa insegna),… e noi ? Pensiamoci……..certo non siamo Dio…… però come sposi siamo chiamati ad imitare Gesù l’uno/a verso l’altro/a per farlo diventare carne, cioè vita concreta. Persone che si raccontano a noi così si esprimono ………..io perdono ma non dimentico……..sono sempre io che perdono per primo/a……..o frasi simili che comunque denotano che all’interno della coppia il perdono non è tale perché non è gratis. Se non è Per-Dono è Per-Calcolo, ma se calcoliamo allora misuriamo, ma la misura dell’Amore non è forse non avere misura ?

Quando ci accorgeremo delle nostre 360 tonnellate d’oro che il re ci condona gratuitamente, il nostro cuore sarà riconoscente e non potrà far altro che perdonare al nostro coniuge i suoi 100 denari.

Coraggio sposi, rendiamo carne il perdono di Dio !!!!

Giorgio e Valentina

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E’ quando sono debole che assaporo l’amore

Sono a casa come tutti. Io, a differenza di altri, convivo anche con questo virus. Sono malato da più di due settimane. Non è facile: febbre, tosse, difficoltà respiratoria. Insomma l’ho preso abbastanza forte. Non mi lamento, ci sono persone che stanno molto peggio di me. Quello che voglio raccontare non è questo. Di gente che si lamenta ci sono già i giornali pieni e non serve che io vi deprima ancora di più con la mia storia. Voglio raccontare invece l’amore, la forza più grande che esista. Ciò che mi ha dato la forza di affrontare questi giorni non è stata la mia fede. Come al solito mi sono dimostrato un uomo di poca fede. E’ stato l’amore della mia sposa. Si è presa carico di tutto in casa. Non solo, mi ha servito con un amore così grande che è stato per me davvero una sorgente di forza e di energia. Non avevo voglia di pregare e lei lo ha fatto anche per me. La coroncina della Divina Misericordia e il rosario non sono mai mancati. Ogni giorno. Questi giorni non sono stati facili, ancora non ne sono fuori, ma sono stati giorni di grazia, dove una volta di più ho sperimentato l’amore, l’amore gratuito, incondizionato, l’amore che si fa servizio, che si fa carezza e sorriso. L’amore che, quando mi sono sposato, speravo e desideravo di poter sperimentare nella mia vita. Grazie a Dio lo sperimento ogni giorno, ma in queste occasioni dove sono debole e non ho nulla da dare, lo sperimento con una forza che mi lascia commosso. Non posso che fermarmi e contemplare l’amore di Dio attraverso l’amore della mia sposa. Questi giorni non avevo voglia di cercare Dio ma, grazie alla mia sposa, l’ho sentito vicino come non mai. Il Vangelo di ieri ci ha raccontato della samaritana al pozzo. Ecco nel matrimonio si può bere quell’acqua di cui parla Gesù! L’acqua che disseta per sempre. L’acqua dell’amore di due creature imperfette ma che diventano, per Grazia, capaci di essere sorgente dell’amore di Dio, l’uno per l’altra, per i figli e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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L’amore come un gallo al mattino

Quando si parla di matrimonio, di relazione affettiva sponsale, c’è un pittore che probabilmente si è interessato più di altri a questa realtà. Chagall ha dimostrato un grande interesse  per l’amore, e per il matrimonio in particolare.

L’immagine di questa opera esprime benissimo tutta la ricchezza dell’amore. Un amore tenero e che, attraverso il colore e la vivacità della scena, esprime benissimo la vita che si genera attraverso un amore fecondo. Vita e amore come un unico e indivisibile binomio. Dall’amore nasce sempre la vita, sia essa una nuova creatura oppure l’aumento dell’amore stesso tra gli sposi.  Chagall ha uno stile inconfondibile. Come sempre sogno e realtà si mescolano in un flusso continuo e armonioso. In questa opera ci sono tantissimi simbolismi. Iniziamo dai due sposi. Si abbracciano teneramente. Lei, vestita di bianco, indica tutta la purezza di una relazione autentica, vissuta alla luce della verità e del dono totale. Lui le tiene teneramente la mano e, nel contempo, sembra carezzarle il grembo, come ad evidenziare la fecondità del loro amore. Amore che deve essere custodito e protetto. Sembra che tra i due ci sia un intruso. Un gallo enorme. Perchè lo ha inserito in una posizione tanto centrale e con dimensioni uguali, se non superiori, a quelle degli sposi? Il gallo simboleggia la luce. Il gallo canta all’alba. Il gallo rappresenta il giorno che sconfigge la notte. Il loro amore sarà mezzo attraverso cui questi due sposi riusciranno a sconfiggere le tenebre, ad abbracciare la bellezza, la verità, la pienezza. Noi diamo un nome a tutto questo: Cristo. Il loro amore è via per incontrare Cristo. La loro unione è quindi presagio di vita, espressa anche dal bambino disegnato accanto a loro. Le immagini si proiettano su di un luminoso sfondo, non solo personale, ma della società intera, concretizzata nel villaggio sottostante. Dell’impegno assunto di vivere semplicemente insieme, danzando il loro amore, fa fede la tenda che si intravede nel quadro. Sappiamo bene il significato della tenda. La tenda rappresenta la presenza di Dio e la volontà di formare una nuova famiglia e una nuova casa. Famiglia custodita e protetta da quel Dio che ha benedetto e voluto quell’unione amorosa. Non solo. C’è un significato molto più grande. La tenda è segno della presenza reale di Cristo. Prima che fosse posta nel Tempio di Gerusalemme, l’Arca dell’Alleanza era custodita in una tenda. Tenda che veniva chiamata tabernacolo. Questa coppia è tabernacolo di Dio. Un sole fiammeggiante trasmette speranza e colore, mentre il violino esprime la sinfonia della vita vissuta nella fedeltà e nel dono reciproco.

Chagall si è formato in un ambiente impregnato della cultura giudaica e nell’ortodossia cristiana. Conosceva bene il valore teologico spirituale e mistico delle icone. Le opere d’arte di Chagall sono vere icone. Esprimono benissimo tutte quelle realtà profonde e trascendenti di esperienze comuni e naturali come può essere il matrimonio.

Fermatevi! Ammirate questa icona. State ammirando ciò che siete, o che potreste essere.

Antonio e Luisa

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Gli sposi incarnano il padre misericordioso.

Il Vangelo di questo sabato di quaresima è uno dei più conosciuti di tutto. Viene raccontata infatti la parabola del figliol prodigo o padre misericordioso, come preferite voi chiamarla.  Questo insegnamento di Gesù dice tanto, soprattutto a noi sposi che siamo chiamati a realizzare nella nostra relazione sponsale l’amore di Dio. Noi siamo chiamati, ed abilitati a farlo con la Grazia del sacramento, ad amare come descritto in questo Vangelo. Non abbiamo scuse. Questa è la nostra strada per la santità. Certo possiamo decidere diversamente, possiamo avere mille attenuanti e mille ragioni, ma la strada è questa. Ognuno poi faccia le proprie scelte.

Il Padre è straordinario. Non impone la propria autorità. Ama il figlio. Lascia partire il figlio, con il cuore addolorato e ferito. L’amore non trattiene, lascia andare. L’amore si dona e non si impone. Il figlio parte, senza rimpianti e rimorsi. Finalmente libero di soddisfare i suoi desideri, pulsioni e piaceri. Non pensa più al padre. Ha altro per la testa. Pensa solo a se stesso e a divertirsi. Poi la fortuna gli volta le spalle. Si ritrova solo e senza soldi. E’ costretto a mendicare e ad accontentarsi dei lavori più umili. Allora pensa al padre. Non pensa al padre con pentimento. Pensa al padre e alla sua casa come possibilità per stare meglio. E’ ancora l’egoismo a guidarlo. Nel frattempo il padre non lo ha cercato, ha sempre rispettato la volontà del figlio, perchè l’amore è sempre rispettoso dei modi, dei tempi e della volontà dell’altro. Non lo ha cercato, ma lo ha atteso. Lo vede che era ancora lontano perchè lo aspettava. Gli corre incontro e non vuole pentimento, scuse o riparazione. Gli mette le mani al collo e lo abbraccia. Mi piace pensare che il vero pentimento del figlio avvenga in questo preciso istante. Lui, indegno e senza nulla da restituire se non se stesso, viene amato teneramente e profondamente. Questo è il Padre. Questo è Dio.

Ora vi racconto una storia vera, che non è altro che la concretizzazione nell’amore matrimoniale di questa parabola. Padre Serafino Tognetti racconta quanto accaduto ad una donna di sua conoscenza. Non so se è tutto corretto quello che scriverò perchè vado a memoria, ma il senso è chiaro. Questa persona si sposa e con il marito parte in viaggio di nozze. Il marito la tradisce e la lascia durante il viaggio di nozze. Il marito, tornati a casa, se ne va. Cambia città. Lei per anni non ne sa nulla. Dopo un po’ di tempo, il marito torna. Lei lo accoglie in casa. Iniziano il vero matrimonio. Dopo cinque anni però il marito se ne va un’altra volta. Va a vivere con un’altra donna, più giovane, in un’altra città. Lei continua la sua vita. Nel frattempo ha avuto un figlio, forse due (non ricordo bene), nei pochi anni vissuti accanto al marito. Questo significa che non solo l’aveva riaccolto nella sua casa, ma anche nel suo letto. Grande fiducia, fede e abbandono. Resta fedele al matrimonio. In età matura, dopo molti anni, viene a sapere, attraverso l’ospedale dove era ricoverato, che il marito era gravemente malato ed era solo, senza nessuno che gli volesse bene. La donna con cui viveva l’aveva abbandonato al suo destino. Lei non ci pensò un attimo. Si recò subito dal marito. Passarono giorni in cui lei si prese cura del suo sposo con tanta amorevolezza e tenerezza. Lo sposo, dopo alcuni mesi, morì. Morì, però, solo dopo essersi riappacificato con lei e con Dio. Solo dopo aver chiesto perdono a lei e a Dio.

Questo è l’amore di Dio. Questa persona è considerata pazza dal mondo. Chi glielo ha fatto fare? Si meritava un calcio nel sedere quel marito. Quanti lo pensano? Anche io lo pensavo. Poi nel mio matrimonio, facendo esperienza di cosa sia il matrimonio, ho cominciato a capire. Ora lo capisco e prego Dio di essere capace di fare altrettanto se fosse necessario.

Questa sposa ha solo fatto quello che ha promesso il giorno delle nozze. Lo ha amato, nel modo che ha potuto, tutti i giorni della sua vita. Questo ha salvato lei e probabilmente ha permesso che anche il marito potesse giungere alla salvezza e alla vita eterna in Gesù.

Antonio e Luisa

“Un aiuto che gli sia simile..ma senza barba”

..di Pietro Antonicelli, Sposi&Spose di Cristo..

Siamo in Quaresima e costretti a casa con le figlie che gironzolano. Mi dice mia moglie: “Mammamia…la casa è un delirio! Approfittiamo per fare un po’ di pulizie?”

Molti mariti per partito preso si sarebbero fatti prendere da un attacco di coronavirus fulminante piuttosto che iniziare, nel bello di una mattinata qualunque, un attacco all’acaro selvaggio.

Io no…perchè…perchè…

E penso alla Genesi:

“Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».” (Genesi 2,18) E dopo queste parole Dio conduce all’uomo “ogni sorta di bestie selvatiche”…beh.

Effettivamente tra l’uomo e le bestie selvatiche -soprattutto con l’orango-tango- una certa somiglianza c’è, e non è solo quella fisica.

Entrambi sporcano e si battono il petto per mostrare la forza bruta che li abita…e poi il pelo. Vuoi mettere che il pelo anziché concentrarlo sulla testa lo spargi per tutto il corpo! Beh, sicuramente somiglianza c’è.

Ma se all’uomo gli metti vicino una donna, quello magari si emancipa, si mette a scrivere articoli sui blog e poi ogni tanto passa l’aspirapolvere in casa.

E’ il suono dell’aspirapolvere che inizialmente lo attrae, quel rombo di potenza che parte all’accensione del suddetto elettrodomestico lo carica di virile entusiasmo.

Poi magari inizia a scoprire com’è bello e rude strofinare energicamente i piatti con spugnette virilmente abrasive che graffiano più di una pasta lavamani.

E vedi questo essere delle caverne che vicino ad una moglie inizia anche a lavarsi…e (alcuni…decisamente sfigati) addirittura si radono il volto.

E il Signore Dio sta li a guardare…e si accorge che questo essere che è la donna che ha messo al fianco dell’uomo fa essere l’uomo una creatura migliore, meno somigliante ad una grande bertuccia (che per carità, ha il suo fascino).

E il Signore Dio è ancora più contento quando vede che questi due si vogliono bene e si aiutano a vicenda nella pulizia della caverna che abitano, nella cura della prole e di ogni altro peluche che abita con loro…

Che poi a pensarci la santità passa proprio da qui, dal collaborare, dall’essere “complici nel bene”, dal riconoscere, accogliere e integrare quelle differenze con l’altro che sono necessarie per l’arricchimento del sé.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2,21-24)

…li ha fatti simili. Capaci – se lo vogliono – di amare l’altro, di tagliare col passato infantile e di diventare uomini e donne simili a Dio.

Ma la donna con meno barba. 🙂

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Passione o amore?

Passione è spesso associata ad amore. La passione è quasi più forte dell’amore. La passione è amore all’ennesima potenza. La passione è l’amore dei fidanzati e degli amanti. L’amore è più roba da sposati. E’ qualcosa che ha perso la sua forza dirompente e si trascina negli anni e nell’abitudine. Il matrimonio è la tomba dell’amore. Si intende naturalmente l’amore passionale. Quanti credono che questo luogo comune sia vero? Troppi, probabilmente. Vediamo di fare un po’ d’ordine. Passione ed amore non possono essere scissi. Sono due facce della stessa medaglia o, come scrive padre Raniero Cantalemessa, due valve della stessa conchiglia, che custodisce la perla più preziosa della nostra vita: la nostra somiglianza con Dio che è amore nella relazione. L’eros, la passione, necessita dell’agape, dell’amore di donazione e di volontà, per essere indirizzato al bene, all’incontro e al dono di sè. A sua volta, l’agape necessità dell’eros per non essere semplicemente un sacrificio, ma una realtà che possa soddisfare e farci pregustare sulla terra un anticipo di cielo, di paradiso. Una delle immagini che più possono raccontarci il paradiso su questa terra penso sia proprio l’abbraccio d’amore tra uno sposo e una sposa. Seppur solo per un momento, si avverte la consapevolezza di avere tutto, che tutto il senso è in quell’abbraccio, tutto ciò che non ne fa parte è superfluo, non serve. Non a caso il paradiso è descritto come un abbraccio tra lo sposo Gesù e la sua sposa la Chiesa, cioè ognuno di noi. Concludendo vorrei testimoniare, prima che affermare, che passione ed amore non sono che due espressioni dello stesso amore. Non è vero che la passione con il tempo finisce per lasciare posto ad altro. Semplicemente nel matrimonio la passione può essere governata, educata e anche aspettata. Nel matrimonio la passione non è più quella forza misteriosa che ti spinge a destra e a sinistra quasi fossi una marionetta con dei fili invisibili. Nel matrimonio la passione è gestita e capita. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di servizio, di ascolto, di vicinanza e di intimità che gli sposi si scambiano in modo gratuito e incondizionato diventa benzina che alimenta la passione e non permette che muoia. E’ molto bello e calzante una riflessione di Christiane Singer, la quale dice:

Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua mpazienza: Come, stai ancora dormendo?

L’amore coniugale si costruisce; è opera di pazienza e di durata, di perseveranza e di lenta crescita. La passione, invece, sorge, colpisce e polverizza il tempo.

Capite il matrimonio che grandezza che racchiude? Permette di scoprire il segreto e il mistero della passione. Permette di far sì, che crescendo nell’amore di dono, anche la passione possa essere nutrita e governata e, che quindi, non scompaia mai, e anche se dovesse perdersi, sappiamo come recuperarla senza darci per finiti.

Antonio e Luisa

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Coronavirus e altri contagi (spirituali)

Chi l’avrebbe mai detto, eppure viviamo i tempi del coronavirus e in questi giorni di allarme contagi, le nostre vite e le nostre abitudini stanno mutando drasticamente.

Come è già stato fatto notare da qualcuno, questa situazione ci costringe, volenti o nolenti, a scontrarci con la nostra fragilità intrinseca, con il limite e con la debolezza, aspetti che ci appartengono in quanto esseri umani ma che molto volentieri “dimentichiamo”.

Certo tutti gli agi e le comodità in cui viviamo ci hanno allontanato ancora di più da queste dimensioni legate alla nostra precarietà, mentre ai tempi dei nostri nonni, tra influenza spagnola, guerre mondiali e ristrettezze economiche, era decisamente più improbabile dare per scontati la salute, il benessere, e una vita lunga e tranquilla.

Ma oltre ad offrirci l’opportunità di uno sguardo più disilluso sulla nostra condizione, e anche più grato per il grande dono della vita, credo che l’attuale emergenza sia anche in grado di regalarci un altro piccolo risvolto positivo, almeno come spunto di riflessione.

Ci siamo presto accorti di come il pericolo del contagio abbia modificato il nostro modo di vivere i rapporti sociali: evitare luoghi di aggregazione, attenzione alla respirazione, all’igiene, al toccare cose e persone. Come sappiamo, le linee guida per garantire la sicurezza prescrivono di evitare baci, abbracci e strette di mano, impongono almeno un metro di distanza dalle altre persone, stravolgendo così la fisionomia dei nostri rapporti, privandoci della parte più fisica, calorosa ed umana delle nostre relazioni.

Improvvisamente siamo diventati tutti molto attenti a controllare quei gesti che possono da un lato esporci al contagio e dall’altro nuocere potenzialmente agli altri. Il nostro corpo in quanto soggetto a rischio e potenziale fonte di contagio è stato, possiamo dire, come imbavagliato, inibito, eppure, allo stesso tempo, custodito.

La teologia del corpo ci insegna come ogni persona sia una unità inscindibile di corpo e spirito, di “ciccia” e interiorità, e come questa verità antropologica renda la nostra corporeità portatrice di grandi insegnamenti spirituali.

Credo che anche in questa situazione, questo nostro corpo, da un lato fragile e vulnerabile, dall’altro potenziale diffusore di contagio, possa offrirci un’importante lezione spirituale.

Infatti, se in questi giorni abbiamo scoperto di poter essere portatori inconsapevoli di un pericoloso virus e di poter nuocere a chi ci sta intorno attraverso innocenti gesti quotidiani,  ciò che invece continuiamo a trascurare è il fatto che esistono anche altri elementi nocivi di cui possiamo essere portatori inconsapevoli, elementi spiritualmente nocivi che possono contagiare chi ci sta intorno.

Basti pensare alle volte in cui ci ritroviamo portatori di rancore verso qualcosa o qualcuno. Non di rado questa rabbia che proviamo, invece di essere regolata ed utilizzata in modo costruttivo, finisce per sfogarsi sul primo malcapitato che involontariamente ci irrita, oppure va a cercare consenso accendendo anche la rabbia altrui.

Ma pensiamo anche a tutti quei giudizi interiori sugli altri che custodiamo gelosamente per difenderci o per sentirci migliori di loro, e pensiamo a quanto facilmente questi giudizi interiori si tramutino in atteggiamenti e parole capaci di diffondere disprezzo e cattiveria.

E ancora, soffermiamoci un istante su sentimenti come la tristezza, il pessimismo e e la paura, che certamente non possiamo fare a meno di sperimentare, ma con cui di frequente finiamo per stringere pericolose alleanze. Quante volte le nostre parole finiscono per veicolare questi stati d’animo che, come virus pericolosi, possono tramutarsi in altrettante infezioni a contatto con le persone più fragili.

Gesù nel vangelo ci ricorda come inesorabilmente è ciò che esce dal nostro cuore che può contaminare l’uomo (cfr. Mc 7,18-23) 

A ben vedere, basterebbe davvero una piccola parte dell’attenzione che ognuno di noi oggi sta scrupolosamente avendo per fermare la diffusione del coronavirus, per non esporre chi ci sta intorno al contagio dei tanti “virus interiori” di cui ci troviamo spesso ad essere portatori.

Se imparassimo a contenere le parole come stiamo contenendo starnuti e colpi di tosse, se fossimo attenti ad una certa igiene interiore come siamo attenti all’igiene delle nostre mani, davvero tante nostre relazioni andrebbero incontro ad una guarigione.

Credo ci sia un insegnamento da cogliere anche sul fronte della nostra personale incolumità. Perché se è vero che a volte siamo noi ad essere diffusori più o meno inconsapevoli di questi “virus spirituali”, è pur vero che altre volte siamo noi a ritrovarci vittime di questo contagio.

Ciascuno di noi ha certamente sperimentato come in alcune situazioni il malessere altrui sia in grado di propagarsi anche su di noi. Ricordo molto bene che alcuni anni fa, mi accorsi di come alcune conversazioni con colleghi particolarmente critici e lamentosi avessero finito per “contagiare” anche il mio approccio lavorativo. Purtroppo, tutte le patologie spirituali a cui accennavamo poco sopra sono in grado in un certo modo di infettare anche noi. Ecco perché occorrerebbe anche qui una certa precauzione.

Se usassimo un pizzico della premura con cui oggi ci stiamo proteggendo dal contagio del coronavirus per custodirci anche da questi focolai di infezione spirituale, ne trarremo tutti un grande beneficio.

Alle volte diventa una sacrosanta precauzione saper dare un confine a chi ci sta accanto, prendere le distanze da certi atteggiamenti, imparare ad “igienizzare” certi sfoghi con la giusta dose di ironia…

Custodirci e custodire dal contagio di ciò che nuoce alla nostra vita interiore è una cosa per la quale non riceveremo mai istruzioni a domicilio, né vedremo prime pagine dei giornali o servizi dedicati nei TG, ma rappresenta un significativo stimolo che questi tempi di coronavirus ci stanno offrendo, attraverso la mediazione del nostro corpo e della sua preziosa fragilità. 

L’augurio è quindi che il nostro senso di responsabilità possa, in questo complicato contesto, allargare i propri orizzonti. A tutti buon cammino di prevenzione da ogni forma di contagio.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/03/coronavirus-e-altri-contagi/

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Dove vai ? Boh ?

La prima lettura di Domenica scorsa è stata molto interessante e la riportiamo per intero data la sua brevità: <<In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore. >>.

Nella Bibbia spesso le figure da cui dobbiamo prendere esempio sono raccontate come se fossero dei robot senza sentimenti; la finale di questo brano è praticamente uguale alla finale del brano che racconta l’Annunciazione, infatti i due episodi hanno tantissimo in comune, ricordate? << Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei >>.

La Parola di Dio non si sofferma a raccontare gli stati d’animi delle persone coinvolte come farebbero i romanzi, non si sofferma a scandagliare le turbe psicologiche dell’uno o dell’altro, niente di tutto ciò; l’unica cosa che viene messa in risalto è che hanno eseguito senza indugi quello il Signore aveva loro ordinato. E’ sufficiente ? A noi sembra più che sufficiente. Questo è il particolare che ci ha stupito di questa Domenica: l’obbedienza di Abramo, senza se e senza ma. Certo per capire meglio e attualizzarlo nella nostra vita dobbiamo per un attimo immaginarci la scena…….vattene….come vattene ? siamo qui da tre generazioni….e vabbé dai…ma per dove ?…Abramo lo dice ai familiari… preparare il viaggio che si parte….scusa per dove ? boh ? il Signore ha detto che me lo indicherà.

Lo indicherà dopo, così come l’Angelo non ha detto tutto ciò che sarebbe successo alla Vergine Santissima, così come al passaggio del Mar Rosso prima hanno dovuto rassettare le tende e metter i piedi in acqua, così come Abramo fino all’ultimo pensava di dover sacrificare il figlio Isacco, eccetera.

Ecco, sposi, il Signore ci chiede questo: se vogliamo stare con Lui non dobbiamo fare come gli ingegneri/ragionieri che si mettono a fare mille calcoli prima di partire con un progetto per avere un quadro chiaro e preciso nei minimi dettagli. Il Signore ci chiede di fidarci di Lui e basta. Se Lui è Colui che ci ha creati vuol dire che ci ha voluti e quindi ci ama.

Sposi carissimi, dobbiamo fare nostro questo atteggiamento di Abram, e come Lui obbedire al Signore….non capisco tutto……non importa se lo ordina il Signore e la sua Chiesa bisogna obbedire. Il primo disastro (peccato originale) è accaduto perché l’uomo ha disobbedito, quindi per fare bene bisogna semplicemente obbedire alle leggi di Dio e della sua Chiesa. Nel nostro specifico ci rivolgiamo a quelle che riguardano la nostra castità matrimoniale e quindi tutta la nostra sessualità maschile e femminile. Anche noi all’inizio non sapevamo dove il Signore ci avrebbe voluto portare, ma adesso, dopo tanti anni di cammino nella castità matrimoniale, non possiamo che essere grati e riconoscenti al Signore…la terra che stiamo vivendo non è paragonabile col terriccio da cui eravamo partiti…..i frutti deliziosi che gustiamo ora hanno il sapore della tenerezza di Dio……….e poi………….IL BELLO DEVE ANCORA VENIRE. Coraggio sposi !

Giorgio e Valentina.

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Eucaristia e matrimonio

Ci soffermiamo un attimo, ora, al momento in cui partecipiamo alla celebrazione dell’Eucarestia. Da soli o anche in coppia. Vivere l’Eucarestia da sposi non è la stessa cosa che viverla da singoli. Ci sono realtà e finalità diverse che intervengono. La finalità ultima è sempre rispondere all’amore dello Sposo, di Gesù. Quando sono sposato cosa cambia? La risposta d’amore che io do a Gesù passa attraverso la mia sposa. La risposta di Luisa passa attraverso Antonio e viceversa. Quindi quando io mi nutro della presenza viva e reale di Gesù, Lui mi dà quella Grazia, quella presenza rinnovata di sè, affinchè la mia risposta d’amore possa essere ancora più perfetta. Affinché, quindi, io possa amare sempre più profondamente e autenticamente la mia sposa. Non si scappa da questo. Io non posso rispondere all’amore di Cristo se non attraverso la mia sposa. Principalmente attraverso di lei. Il nostro cammino verso il Cielo non è più in solitudine, ma andiamo a mani unite. Non possiamo prescindere da questo. E’ compito della sposa portare a Cristo lo sposo e viceversa. Che non significa costringere o ricattare l’altro ad andare a Messa. Non si ottiene nulla se non il peggiorare le cose. Significa aspettare l’altro se è più indietro. Significa pregare per lui/lei e amarlo concretamente e teneramente di più affinchè vedendo l’amore con cui l’amate possa desiderare di incontrare il vostro Cristo.

A me è successo. Posso testimoniarlo. Ho davvero desiderato Cristo quando ho visto il miracolo che aveva compiuto nella mia sposa. Anche io volevo essere come lei, amarla come lei mi amava. Non si fa proselitismo, ma si contagia per amore e con amore.

La Messa diventa quindi nutrimento per amare di più Gesù in Luisa. Se non comprendo questo sto perdendo tempo.

Mi capita spesso, dopo aver assunto l’Eucarestia, di inginocchiarmi e prendere la mano della mia sposa. E’ un gesto spontaneo. Ha un duplice significato, almeno per me. Significa dire a Cristo: Voglio sempre essere più uno con lei, saldaci sempre più con il tuo Santo Spirito. Significa dire a lei: ti ho affidata a chi ti ama più di me.  

La grandezza del matrimonio non finisce mai di sorprendermi e stupirmi.

Gesù, da quell’attimo importantissimo della nostra vita, in cui ci ha donato l’uno all’altra , ci ama non più solo come Antonio e Luisa, ma ci ama come coppia, e noi a nostra volta ricambiamo il suo amore amandolo insieme, con un solo cuore, nutrendoci di Lui e di noi,  nutrendo l’amore per Lui con il nostro amore sponsale e il nostro amore sponsale con l’amore per Lui.

In questo contesto la mia preghiera, il mio partecipare all’Eucarestia, il mio aprirmi a Gesù diventa salvifico e fonte di grazia e di forza anche per la mia sposa.

In quante situazioni di suo scoraggiamento e sconforto  l’ho affidata nelle mani di Gesù partecipando alla Santa Messa. Noi battezzati siamo tutti legati  gli uni agli altri come i tralci alla vite, ma gli sposi di più. Ricordiamocelo.

Antonio e Luisa

L’amore va trasfigurato

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».
Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Oggi il Vangelo ci propone la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di quaresima. La quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto. Non vale solo per la persona, vale anche per la coppia. Noi abbiamo bisogno di fare spazio nel nostro cuore per aprirci di nuovo alla meraviglia che siamo. Si perchè la coppia di sposi è una meraviglia. Se non siamo più capaci di scorgere questa meraviglia forse è davvero giunto il momento di salire sul monte. Lo so! La nostra vita è un casino. Figli piccoli o figli grandi, lavoro, impegni, scadenze, burocrazia. Non c’è tempo! E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non ci credo che non si possa trovare un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi. Fermarsi per raccontarsi quanto per noi sia importante la presenza dell’altro/a. Fermarsi per pregare insieme. Fermarsi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro/a e il suo sguardo che si posa su di noi. Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno se necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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Lo stesso giogo

Coniuge. Questa parola ha un significato importante che mi piace molto e indica bene ciò che siamo o che dovremmo essere. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Portare lo stesso giogo.  Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Lo sposo e la sposa uniti dal giogo non si guardano negli occhi, ma per procedere devono guardare avanti, guardale l’obiettivo, la meta. Sicuramente ci sarà chi dei due tirerà di più, chi avrà più forza, più fede e più convinzione, ma questa è la cosa bella che tra due sposi va bene anche così. Non si deve per forza dividere lo sforzo a metà ma chi è più forte sarà lieto di donarsi completamente mentre chi è più debole e tira meno, a sua volta, per amore, cercherà di darsi totalmente per tirare più forte e non essere di peso all’altro. Naturalmente non siamo soli, c’è chi conduce il carretto della nostra vita. Il conducente è naturalmente Gesù al quale ci affidiamo ogni giorno, il quale ci conduce con amorevole pazienza. Gesù è un conducente strano, non sta seduto sul carretto ad aspettare che noi lo portiamo ma scende e spinge il carretto con molta più forza di quanta ne mettiamo noi. Condivide con noi tutte le cose belle e brutte che incontriamo lungo la strada e quando per noi si fa dura e ci sentiamo impantanati in strade fangose, lui con la sua forza ci spinge fuori e ci aiuta a ricominciare a camminare, perché fermarsi vuol dire morire e invece noi vogliamo con tutto il cuore giungere alla nostra meta che è la vita eterna e l’abbraccio con Colui che ci ha condotto fino a se stesso.

C’è un’altra importante considerazione da fare. Essere legati allo stesso giogo ci rende per forza di cose partecipi della vita dell’altro. I suoi inciampi rischiano di far cadere anche noi. C’era una frase scritta da don Giussani che mi è rimasta impressa. Adesso non ricordo le parole esatte, ma il senso era chiarissimo: la santità passa dall’impegnarmi a fondo affinchè il mio coniuge trovi la sua santità. Non posso dire che ciò che riguarda la mia sposa non sia anche affare mio. Siamo legati allo stesso giogo quindi quando lei inciamperà dovrò sostenere il suo peso per non cadere a mia volta. I suoi errori, le sue fragilità, le sue mancanze d’amore non saranno motivo per rompere il giogo, ma al contrario saranno occasioni per sostenerla e amarla proprio attraverso quel giogo che è il mio amore fedele che le ho promesso.

Vi lascio con le parole di Tertulliano come augurio di sperimentare la bellezza di camminare insieme, legati allo stesso giogo, giorno dopo giorno:

Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»  

Antonio e Luisa

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Piccole Resurrezioni Quotidiane

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Siamo in Quaresima, ed oggi è anche Venerdì. In Italia impazza il CoronaVirus e noi siamo qui a trastullarci pensando alla Resurrezione.

Già…ma è davvero così? Parlare di Resurrezione in questo momento equivale a parlare di “aria fritta” o è parlare di qualcosa di profondamente vero?

A voi le considerazioni…intanto oggi siamo qui e riflettiamo sulle

“Piccole Resurrezioni Quotidiane”.

Quando parliamo o semplicemente pensiamo alla Resurrezione pensiamo alla Pasqua o alla Domenica, giorno in cui celebriamo la Resurrezione del Signore Gesù Cristo.

La “Resurrezione”, spesso, la leghiamo all’idea della morte del nostro corpo; quindi ad una realtà che sarà un giorno chissà quando. “Resurrezione” ci fa pensare più alla vita eterna più che alla nostra vita di tutti i giorni.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove nelle piccole ombre del quotidiano più che nelle luci della gloria…più tra le ferite e i sanguinamenti che tra le guarigioni, più nelle piccole morti che nella vita.

Ma quello del “Risorgere” deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi.

Quindi ci vogliono le “resurrezioni”…piccole resurrezioni quotidiane.

Voi direte ora: “Si, bravi, ma come si fa?”.

Certo, non possiamo risorgere solo perché lo vogliamo…nelle nostre mani non c’è la possibilità di guarirci, di distruggere la morte. Dunque?

Dunque c’è bisogno dell’intervento di Colui che ha saputo trovare la via d’uscita anche dal sepolcro, di Colui che le tenebre più profonde non hanno potuto avvolgere.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che si è fatto bucare le mani per donare ancora di più, si è fatto inchiodare i piedi per camminare ancora di più verso il prossimo, si è fatto trafiggere il cuore per poter amare di più.

C’è bisogno dell’intervento di Colui che è Il Risorto.

Lui ti insegnerà a risorgere quando tuo marito ti sotterrerà con una battutina innocua ma che a te sfracella il cuore;

Lui ti insegnerà a risorgere quando tua moglie farà di te una polpetta quando guardando un film farà il paragone tra il tuo fisico con quello delle star di Hollywood; 

Lui ti insegnerà a risorgere quando tra le mura domestiche ci sarà più odio che amore;

 Lui ti insegnerà a risorgere quando ti sentirai tradito dalla persona più cara per te;

Lui ti insegnerà a trovare la strada per uscire vivo dagli incidenti mortali delle tue relazioni umane di ogni giorno.

Qual è la strada?

La strada che Gesù ti indica è quella del suo Cuore.

Va’ da Gesù, torna da Gesù.

Il Suo Preziosissimo Sangue ti laverà quando andrai a confessare le tue miserie, il Suo Sacratissimo Corpo ti darà vigore nuovo quando sfinito ti accosterai all’Eucarestia.

E se non puoi ricevere l’Eucarestia e non puoi ricevere l’assoluzione?

Nessuno ti impedisce di fermarti a meditare la Parola di Dio, nessuno ti impedisce di fare adorazione eucaristica, nessuno ti impedisce di pregare col cuore!!!

Gesù è lì. Ti aspetta con le braccia spalancate e ti soffia nel cuore il Suo Santo Spirito e non avrai più sete e non avrai più fame e le tue ferite serviranno a far passare più luce nella tua famiglia e nel mondo in cui viviamo.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia su Cristo.

E se la tua famiglia è distrutta e siete separati?

Non disperare!!! C’è un percorso di fede anche per te! Gesù non abbandona nessuno e – anche se molti non lo sanno – anche la Chiesa è casa tua!!!

Va’ da Cristo! E’ Lui che può rimetterti in piedi, può ridarti vita…può farti risorgere già qui ed ora.

Frequentando Cristo, stando vicino a Lui…imparerai a vivere di “piccole resurrezioni quotidiane”.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

OB-AUDIRE E IMPERFEZIONE

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Le scuole sono chiuse e noi insegnanti, educatori ma anche i nostri alunni, dai bambini ai ragazzi più grandi, viviamo un inaspettato momento di riposo e di studio sospeso. Molte mamme chiedono, quasi con disperazione che le scuole riaprano, ma si legge quanto è misto il desiderio di stare insieme. Dentro alla difficoltà di una vicinanza che ti sbilancia perché toglie equilibrio e terreno saldo.

Tutti sotto lo stesso tetto senza scappatoie, si sta come in confini fragili dove si è esposti. L’odore dell’altro che più si fa vicino più è imperfetto. E più lo è, più è vivo perché non si lascia dire (non lo fanno i figli, non lo fanno gli sposi) secondo quanto pensiamo di aver capito. Capire, dal latino capere, è tutto ciò che muore perché non vogliamo veramente saperlo (assaporarlo) ma prendere per afferrarlo.

Quanto più una famiglia, un matrimonio – lo spazio dei coniugi cioè coloro che stanno sotto lo stesso legame – respira questa imperfezione tanto più si lascia ispirare con obbedienza per vivere. Credo che spesso dimentichiamo, ciechi e sordi ma parlanti, che lo Spirito proprio perché Santo non chiede reverenza ma domanda ascolto.

Una famiglia ispirata, una coppia ispirata è realtà di persone che prendono e traggono fiato, quell’aria buona per vivere. Per vivere in pienezza se pensiamo alla vita eterna come a ciò che se anche si consuma si rivela sotto altre forme.

L’ascolto dunque, nelle relazioni più importanti, penso debba poggiare su un’obbedienza che è ascoltare ciò che ho davanti. Questo figlio, questo marito, questo fratello che mi stanno contro quasi avversari. Sempre dal latino “ad-versus”  come lo era probabilmente Eva per Adamo e reciproco: un aiuto che mi sia rivolto per mantenere la diversità.

Non è bene quindi essere soli perché non è bene rischiare che, senza relazioni libere, stiamo lontani da Chi ci salva. Dove sei dunque? Tu marito? E tu moglie? Tu figlio mio? E tu figlia mia?

Questo non per farci immagini simili, come spesso accade tra familiari, di sacrificare al nostro egoismo l’altro per una forma di paura che decade nel controllo e nella sfiducia. Siamo in realtà, ognuno di noi, compartecipi di quanto possiamo chiedere ancora di poter diventare. Per andare avanti senza chiusure. Semplicemente vivi.

 

Federica

Quaresima: storie di fioretti e fallimenti

Di solito l’arrivo della quaresima tende a suscitare in molti di noi sinceri slanci di miglioramento.

Ricordo che da piccolo questo era il periodo dei celebri “fioretti”. Sia in famiglia, sia al catechismo scattava un imperativo: bisogna fare qualche sacrificio per Gesù!

I fioretti normalmente potevano assumere due connotazioni: una negativa, ovvero le rinunce, e una propositiva, i buoni propositi. Sul fronte rinunce, ricordo molteplici approcci: rinuncia a guardare la TV, rinuncia ai dolciumi, rinuncia alla carne di venerdì e la rinuncia per me sempre più ostica… quella alla nutella!

Accanto alle rinunce, ero sollecitato ad inserire anche la parte più costruttiva: i buoni propositi. Qualche preghierina in più, non litigare con le sorelle, cercare di stare attento a messa, aiutare mamma ad apparecchiare, e via dicendo.

Se mi guardo indietro, devo constatare che da bambino, l’idea che mi ero fatto della quaresima era quella di un periodo veramente triste.

Crescendo, in me aveva prevalso un’ impostazione volontarista. Per cui negli anni delle superiori e dell’università la quaresima era diventata un tempo privilegiato per rimettersi in carreggiata nella vita di fede, una specie di training, di preparazione atletica in cui stringere i denti per poi vivere bene il resto dell’anno… Era finito il tempo dei banali fioretti da bambino, bisognava avventurarsi in qualcosa di più originale e articolato. Non più una banale rinuncia alla nutella, ma fare qualcosa di serio per essere bravi cristiani e piacere a Gesù.

Iniziava così l’epoca dei grandi propositi, la mia fantasia si sbizzarriva per cercare di trovare qualcosa di valido per mettere a frutto quel tempo: leggere una pagina di vangelo tutte le sere, non parlar male degli altri, dire le lodi ogni mattina, una messa extra infra-settimana, leggere un libro edificante, non usare internet per 40 lunghi giorni… Grandi propositi a cui corrispondevano sempre sistematici fallimenti.

Ricordo un episodio emblematico: mi ero proposto di digiunare a pane e acqua tutta una giornata fino a cena. Riuscito a superare eroicamente il pranzo con un solo pacchetto di cracker, a metà pomeriggio il morso della fame mi spinse in cucina. Volevo concedermi un altro pacchetto di cracker, ma poi mi dissi “i miei hanno comprato il pane, meglio mangiare un po’ di quello perché se avanza è un peccato”. Aprendo il sacchetto vidi che all’interno c’era anche una fragrante rosetta…  ve la faccio breve, intorno alle 17 stavo pasteggiando con un buon panino al salame.

Così, normalmente, capitolavano uno dopo l’altro i miei fioretti. E io passavo da sentimenti di grande compiacimento interiore se per due o tre giorni riuscivo ad essere costante, a delusione e sfiducia non appena fallivo il bersaglio.

Tutto era per me una ascesi volontarista, un perfezionamento, una specie di autoaffermazione religiosa in cui Gesù era poco più di una “scusa” camuffata sullo sfondo.

Per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre questo orizzonte, e le parole che ascoltavo in proposito erano sempre su quel tenore: chi diceva che Gesù ha sofferto per noi e quindi anche noi dobbiamo soffrire, chi diceva che la quaresima è un esercizio di rinuncia a sé perché Gesù ci ha detto che dobbiamo rinnegare noi stessi, chi ancora sosteneva che solo mortificando il corpo col digiuno e la preghiera si espiano i peccati, e così via…  Incontravo sempre frasi fatte, scollegate tra loro e non riuscivo a trovare un senso autentico a questo insieme di mortificazioni, per cui ho passato anche alcune quaresime in cui i buoni propositi erano praticamente azzerati per evitare la frustrazione del fallimento. Vivevo una fede fatta di comportamenti, norme e precetti, ma senza alcuna profondità relazionale.

Credo che molto spesso nei nostri ambienti cattolici si rischi di ripetere questo cliché. Un cristianesimo trasformato in etica esigente che vuole guadagnarsi la salvezza attraverso impegno, coerenza ed abnegazione: una malintesa concezione della sofferenza, un certo disprezzo del corpo, l’idea che Gesù voglia da noi qualcosa, che sia affetto da una specie di strano sadismo per cui è contento se anche noi soffriamo. Insomma, il pensiero che ci sia una specie di “tassa da pagare” per essere cristiani o per garantirsi i favori di Dio.

Tutto questo ci stanca, ci prosciuga, ci demoralizza perché manca una autentica prospettiva di relazione figliale con Dio. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista che nel battesimo siamo figli di Dio, che il cuore di tutto è la relazione con il Padre e che Cristo da noi non vuole nulla, ma soltanto che ci apriamo all’amore di Dio.

La Liturgia che scandisce il tempo della Chiesa ci guida attraverso periodi di preparazione e momenti di compimento. La quaresima è quel tempo favorevole che ci prepara alla Pasqua. Ma in questa preparazione, l’iniziativa non è, come spesso pensiamo, nostra: “mi devo preparare”.

L’iniziativa è l’indistruttibile voglia che Dio ha di incontrarci ancora nel profondo del nostro cuore. Il Padre rivolge a noi la sua Parola, e la sua Parola il primo giorno della quaresima si sofferma sulle tre forme attraverso cui Dio si propone di incontrarci in questo tempo. (cfr. Mt 6,1-6.16-18)

Elemosinapreghiera e digiuno non sono precetti da assolvere, ma esperienza di unione con il Signore.

La preghiera che è relazione per eccellenza, dialogo cuore a cuore con il Padre, è posta come ponte unificante tra l’elemosina e il digiuno, che si ritrovano come atti profondamente connessi tra loro.

Digiuno ed elemosina sono infatti chiamati ad essere espressione di questa relazione. Il digiuno è multiforme rinuncia a ciò che appaga i nostri sensi e se vissuto nella relazione diventa partecipazione all’amore pasquale di Cristo. Infatti, ci fa sperimentare una piccola morte a noi stessi, al nostro individualismo, affinché possiamo aprirci al passaggio dell’elemosina, il passaggio all’amore donato, ovvero del dono di ciò a cui abbiamo rinunciato.

Esempio pratico: io digiuno da una pizza per donare i 20€ che ho risparmiato a chi ne ha bisogno, rinuncio ad un’ora di TV per donare quel tempo a qualcuno… il digiuno diviene così trampolino per passare da una vita di possesso ad una vita di dono.

La Pasqua d’altronde è proprio questo, è rivelazione dell’amore di Dio nella storia attraverso la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

La quaresima ci prepara a questo grande passaggio dalla morte alla vita, attraverso piccole morti e piccole risurrezioni quotidiane nelle quali il Padre desidera sempre più svelarsi a noi. Piccole “pasque” in cui ritrovarci sempre più figli.

Fissiamo allora lo sguardo su ciò che veramente conta: lasciamoci riconciliare con il Padre, sapendo che di tutto ciò che è vissuto da figli in Cristo, nulla è da buttare, né i nostri fioretti né i nostri fallimenti.

Buona quaresima.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/02/quaresima-storie-di-fioretti-e-fallimenti/

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L’albero da un’altra prospettiva

Nella liturgia di domenica scorsa, la prima di Quaresima, la Chiesa ci propone come prima Lettura la disobbedienza di Adamo ed Eva col famoso serpente. Come al solito ci lasciamo guidare solo da un particolare. <<….Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.>>

Ci sono biblioteche intere che approfondiscono questi primi capitoli della Bibbia e non saremo certo noi ad apportare chissà quale approfondimento al Magistero della Chiesa, vogliamo solo mettere in luce un atteggiamento di Eva. Prima che il serpente entri in scena non si accenna nulla circa le preferenze di Eva verso questo o quell’altro albero. Perché ?

Avete notato che solo dopo che Eva si è messa a dialogare col serpente ( mai dialogare con Satana ! ), quell’albero famoso diventa agli occhi di Eva buono da mangiare ? E prima ? Non aveva fame ? Non solo…..diventa gradevole agli occhi, ma prima non l’aveva mai notato ? Ma non era mica in mezzo al giardino ? Probabilmente ad Eva non piaceva passeggiare in centro……..e ancora….desiderabile per acquistare saggezza, e prima non desiderava la saggezza ?

Eh…già, come avrete intuito tutto questo cambiamento di prospettiva avviene solamente dopo, e solo dopo, che nel cuore di Eva si è fatto strada il velenoso pensiero del dubbio su Dio, astutamente instillato dall’antico tentatore. Infatti non serve chissà quale terrificante azione per peccare, basta il pensiero. Notiamo come Eva, prima dell’incontro nefasto col rettile, non si sia posta il problema della prelibatezza di quell’albero, perchè ? Banalmente si risponderebbe che c’erano altre centinaia, forse migliaia, di alberi, ma no; il punto è che prima si fidava di Dio e quindi non si poneva il problema di uno su migliaia di alberi……siccome Dio mi vuole bene e Lui ha deciso così, per me questo è sufficiente.

Ma poi diventa anche gradevole agli occhi…..eh certo….ma scusate, ma prima Eva aveva le fette di salame sugli occhi o l’albero diventava invisibile quando gli passava accanto Eva ? Non è che l’albero fosse fornito del mantello dell’invisibilità di Harry Potter ? Ma poi…..guarda caso diventa gradevole…..o meglio…..il dubbio sull’amore di Dio mi fa pensare che Lui non mi ami poi così tanto visto che mi tiene nascosto un così bell’albero !! Ma dove ? Eva…svegliati…guarda che l’albero non è cambiato, era lì anche prima e potevi ammirarlo insieme ad “ogni sorta di alberi graditi alla vista” (vedi Genesi qualche versetto prima) !

Ed infine diventa desiderabile per acquistare saggezza….l’unica saggezza che ne è derivata è che hanno inventato la treccia/cintura con le foglie di fico….potevano diventare ricchi vendendo questo accessorio fashion molto eco-sostenibile………….. Ma veniamo a noi sposi.

Carissimi sposi, non è importante se nella nostra coppia il primo che cede alla tentazione è lui oppure lei, la cosa che ci deve far alzare le antenne è il fatto che Eva abbia fatto cascare pure Adamo e racconta Genesi che si aprirono gli occhi di tutti e due……proprio così, cascato uno trascina giù pure l’altro, e questo è un piccolo accenno (già nei primi capitoli della Bibbia) alla meravigliosa realtà di essere sposi in Dio; siamo un corpo solo, un cuor solo e un’anima sola. Se la mia anima non è limpida, che cosa riverserà nell’anima della mia sposa ? Se il mio cuore dubita dell’amore di Dio, che cosa riverserà nel cuore del mio sposo ? Se il mio corpo vive l’impurità, come potrà dirsi pura la nostra unione dei corpi ?

Coraggio che il Regno di Dio è vicino.

Giorgio e Valentina.

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Curo tante coppie distrutte dalla pornografia

Oggi proseguiamo l’intervista con il dott. Piergiorgio Casaccia (qui la prima parte), medico specializzato in sessuologia che collabora con il nostro blog da alcuni mesi.

Piergiorgio tu affermi che un problema sessuale, come può essere la pornografia, non riguarda solo uno dei due partner ma entrambi. Certo, chi ha un problema va aiutato, ma non basta. Anche l’altro/a è una persona che è stata ferita dal comportamento del coniuge. Il rapporto tra i due va ristabilito in un clima di amore, complicità e fiducia. Cosa ci puoi dire?

Questione molto interessante, provo a risponderti. Nelle coppie che ho seguito, spesso c’era l’uomo che era inquinato dalla pornografia. Bisognava ricostruire il rapporto di coppia. Bisognava ricostruire il matrimonio. Prima di tutto sfatiamo un mito. Non sono solo gli uomini che consumano pornografia, ma spesso sono donne. In un terzo dei casi circa. Conseguenza tristissima è che l’uso di pornografia spesso è causa di divorzio. Uno studio degli avvocati americani pubblicato nel 2010 evidenzia come il 57% dei divorzi è dovuto direttamente o indirettamente all’uso di pornografia. E’ uno studio importante che fa capire come la pornografia incida profondamente sul rapporto di coppia. Poniamoci nei panni della moglie. Cosa prova una donna che scopre che il marito fa uso di materiale pornografico? Ovviamente si sente tradita. Viene a crollare completamente la fiducia. E’ come un tradimento vero e proprio anche se la società non lo percepisce così. Il tradimento provoca rabbia. Passato il primo momento di rabbia si possono avere diverse reazioni. Una reazione può essere di mettersi in competizione con quelle donne dei video. I due sposi iniziano a vivere quindi una sessualità disordinata. Una sessualità che cerca di replicare quanto mostrato nei video pornografici. E’ una sfida persa in partenza. Nei video ci sono attrici sempre giovani, sempre nuove, rifatte e ritoccate per eccitare l’uomo. Inizia quindi una vita sessuale frustrante per la donna e disordinata per l’uomo. Una sessualità fatta di rapporti anali, orali, con altre persone. Si arriva allo scambio di coppia. Un disfacimento completo. Ciò che resta alla donna è un profondo dolore, una profonda tristezza. Una impossibilità a competere. Puoi capire quindi come sia complicato poi ricostruire tutta la relazione. Anche qualora l’uomo smetta di fruire di pornografia il lavoro è solo all’inizio. Devo aiutarli a ricostruire tutto. Bisogna ricostruire sulle ceneri dove la fiducia è distrutta ed entrambi sono molto feriti. E’ un vero e proprio disturbo da post trauma. Questo è quello che posso raccontare attraverso il lavoro di terapeuta e medico. Non è facile. Ogni volta ho a che fare con i sensi di colpa del marito e le accuse della moglie per il dolore che continua ad avere. Io sono un medico credente e penso che certe situazioni solo il Signore può sanarle e ricostruire un rapporto. Solo sperimentando un amore grande e incondizionato i due possono riuscire a perdonarsi e a perdonare l’altro/a. Proprio ieri ho ascoltato una coppia che mi ha contattato attraverso il vostro blog matrimoniocristiano,org, che seguo in modo remoto attraverso skype. Vengo contattato spesso attraverso il vostro blog. Credo sia uno dei frutti belli della nostra collaborazione. Proprio ieri, come in tutte le sedute con i miei pazienti, abbiamo iniziato con un’invocazione allo Spirito Santo e abbiamo terminato affidando a Maria tutto il percorso terapeutico di recupero. Questo per dirti che in ogni consulenza sessuologica se non c’è l’affidamento a Colui che tutto può non se ne esce nonostante quello che posso fare o dire io. Io ci metto tutta la mia professionalità ma il miracolo lo fa il Signore. E’ lui che salva.

Piergiorgio la tua risposta mi ha provocato un’altra domanda. La battaglia della nostra società contro la violenza di genere resterà qualcosa di ipocrita e irraggiungibile fino a quando non si comincerà ad opporsi seriamente all’industria pornografica e alla “cultura” che ne consegue. Sei d’accordo?

Antonio io diverse volte ho affrontato l’argomento della violenza di genere. Io sono convinto che la pornografia sia alla base della violenza. La pornografia istiga a possedere l’altro/a e non ad amarlo/a e rispettarlo/a. Per questo vengo guardato come visionario e sognatore. Se non come cattolico integralista. Difficilmente vengo preso sul serio quando affermo questa connessione tra pornografia e violenza sulle donne. Alla base di tutto, ripeto, c’è la mancanza di rispetto per la persona umana. La si considera un oggetto con cui si può fare qualsiasi cosa. Quindi sì! La pornografia è alla base della violenza di genere dove si usa l’altro/a e si getta quando non serve più.

Antonio e Luisa con Piergiorgio

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Amare è caricarsi dei suoi pesi.

Ci sono due parole nella Bibbia. Sono molto simili, hanno infatti la stessa radice. Hanno cioè le stesse consonanti. Cambiano le vocali. A seconda della vocalizzazione applicata in lingua ebraica, la radice [KVD] (o KBD) assume diversi significati, quali:

Kavòd = onore, gloria
Kavèd = pesante

Questo mi permette di fare una riflessione sponsale. Quando io onoro, rendo gloria al mio matrimonio? Quando assumo i pesi dell’altro/a. Quando sono felice di poterlo fare per rendere la vita della mia sposa più leggera. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando a mia sposa, e attraverso di lei anche Dio.

Antonio e Luisa.

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Dio, il tessitore della nostra vita.

Certo che la Bibbia è un libro straordinario. Si è vero, per noi, che siamo cristiani, è il libro sacro ed è normale che lo riteniamo straordinario. Credo però di poter dire che per chiunque lo prenda in mano, e riesca a leggerlo andando oltre uno sguardo superficiale, si possa aprire un mondo affascinante. Anche per chi non crede. Certo bisogna andare oltre. Per andare oltre servono gli strumenti. Alcuni mesi fa ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere fr. Andrea Valori. Fr. Andrea è un religioso della Fraternità Francescana di Betania. In questi anni vive nel convento di Roma e sta approfondendo i suoi studi biblici. Ha una grande passione per la Scrittura e guida i pellegrini in Terra Santa. Fr. Andrea è quella persona che davvero ti può aprire lo scrigno della Parola. Padre Andrea riesce a guidarti oltre la superficie. Con lui sono riuscito ad immergermi nella profondita della Bibbia come non avevo ancora sperimentato. Certo ho fatto solo una piccola immersione, neanche tanto in profondità, ma mi è bastata per restare a bocca aperta dalla bellezza che ho intravisto e dalla meraviglia che ho percepito. Padre Andrea ha realizzato un piccolo testo, semplice e accessibile a tutti, dove mette a disposizione dei lettori alcune sue profonde riflessioni. Sono parte degli esercizi spirituali che propone ai pellegrini. Direttamente lì, sui luoghi santi del nostro credo. Lo fa in modo originale. La storia d’Israele è come un intreccio complesso che Dio ha operato lungo tutta la storia. Dio è il più grande e più bravo dei tessitori. Fr. Andrea presenta diverse interessanti riflessioni partendo proprio dai tantissimi e diversi tessuti presenti nelle pagine della Bibbia. Nella quarta di copertina Padre Andrea lo specifica bene:

La vita di ognuno è un panno lacerato da domande e giudizi, da spietate sicurezze e superficiali verità, dove dare tutto per scontato ferisce più di una lama. Dio promette un tessuto forte, lo restituisce trapunto e forgiato dall’intreccio dell’Amore con l’amore. Una donna toccò il Suo mantello e fu guarita. L’Umanità è sanata riconoscendo che è bello essere salvati da Colui che emana potenza tenue e dolce di fronte al Mio dolore sofferente: Gesù Cristo il Figlio del Dio-Tessitore.

Fra Andrea riesce a regalare delle piccole perle partendo da semplici parole. Come la tenda. Confezionata di tessuto, per l’appunto. La tenda è tantissime cose.

Ci troviamo nel deserto della Giordania, nei pressi del golfo di Aqaba, in quella località che oggi è chiamata Wadi Rum e che molto tempo fa ospitò la ripresa del cammino del popolo d’Israele come è narrato da Libro dei Numeri: “Partirono da Ezion-Gheber e si accamparono nel deserto di Sin, cioè a Kades” (Nm 33, 6)

Siamo nel deserto, la notte fa freddo. L’oscurità ci avvolge. Una notte nel deserto è un’esperienza unica, da fare. Adesso possiamo solo immaginarla. La tenda ha tanti e grandi significati per gli abitanti di quella terra. La troviamo fin dall’inizio, dalla Genesi. Fra Andrea esaminando sia la grafia, cioè i caratteri semitici che compongono la parola, sia il contesto e la cultura da cui proviene, ci dà alcuni spunti molto interessanti. Ed ecco che scopro, attraverso il testo, che la parola ebraica originale אוהל (ohel) è formata da una delle consonanti del nome di Dio ה (he). Una lettera associata al femminile che nella cultura del tempo era segno di incompitezza. Non commettiamo l’errore di giudicare con i nostri canoni. Prendiamola così. Quindi la tenda è dove abitavano i patriarchi. Che insegnamento possiamo trarre noi? Che Dio si rende presente proprio quando ci sentiamo precari, insicuri, incompleti e incompiuti. Che la nostra debolezza diventa la nostra forza, la nostra sicurezza. E’ lì che Dio si fa presente.

Dio abita nelle nostre precarietà, nelle steppe fatte di dubbio. Dio lascia che il suo nome sia nominato da chi balbetta ed è costretto a tartagliare lettera per lettera rischiando di essere sommerso dagli scherni, perchè ciò che dice non si capisce. Dio, però, dimora lì, anzi ancora di più: Dio è proprio questa sicurezza nella precarietà insensata della nostra vita

Questo è solo un piccolo passaggio del libro, ma che rende evidente la profondità di comprensione in cui fra Andrea può aiutarci ad entrare. Io l’ho trovato molto liberante e anche emozionante. Credo che sia una lettura adatta a tutti. Non escluvimante per gli sposi, ma gli sposi, leggendo insieme queste pagine, possono riflettere sulla bellezza della loro relazione abitata da Dio. Una tenda per l’appunto. Precaria e soggetta alle folate di vento. Ma proprio per questo ci permette di fare esperienza del Dio vivente. Fare esperienza di essere tabernacolo proprio in quanto sposi uniti da un sacramento.

Qui potete acquistare il libro

Antonio e Luisa.

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“Il mondo dalla finestra? Un’opportunità”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

E’ appena iniziata la Quaresima 2020.

Non stiamo qui a ripetere cose che già sappiamo su questo momento storico e su questo virus.

Il mondo ci invita a stare in casa, a evitare luoghi affollati e quant’altro.

Una Quaresima alla finestra.

In questi giorni abbiamo più tempo forzatamente per star a casa e guardare dalla finestra…nello stesso tempo siamo molto più collegati sui social a guardarci a distanza. Ma nonostante tutto a guardarci. Seppur con sospetto…seppur con diffidenza. Ci guardiamo.

Dalla finestra di casa nostra riusciamo a vedere una chiesa di Crotone. Abbiamo saputo che in alcune regioni del Nord Italia la Santa Messa è stata sospesa.

Molti si stanno lamentando di quanto deciso dallo stato e dai Vescovi…dimenticando che il lamento offusca la Fede.

E se tutto questo fosse un’opportunità?

Già, se tutto questo fosse il modo opportuno per vivere bene quello che stiamo per vivere, se fosse il piede giusto con cui partire per questo viaggio di conversione?

Secondo il nostro piccolo e modestissimo parere (sempre molto, molto discutibile) siamo nella posizione giusta. Siamo proprio come i corridori che aspettano lo start dell’inizio gara.

Sapete qual è la posizione in cui i velocisti attendono? No, non attendono in piedi…attendono il colpo di partenza in una posizione che li aiuti ad avere uno scatto maggiore: occhi a terra…attendono quasi in ginocchio.

Anche noi, quest’anno, siamo partiti da questa posizione: con l’umore basso, con lo sguardo a terra e in ginocchio.

E’ bastato poco a bloccare la nostra presunzione umana.

E’ bastato poco.

Mi ricordo che fino a due settimane fa vedevo in giro tanta gente sicura di sé. Soprattutto tra noi cristiani. Non parlo degli atei o di altri…parliamo di noi.

Persone piene di spocchia spirituale, che volevano spostare le montagne con la loro fede…eccoci qui. Ed ora?

Ora siamo all’inizio di questa Quaresima, di questo tempo favorevole. Partiamo dal basso, partiamo dalla terra come i poveri. Già, i poveri – che sono la maggioranza nel mondo – vivono quasi ogni anno la Quaresima in questo modo.

Ci sono popolazioni che vedono un prete una volta l’anno…ci sono fratelli che quando vanno a messa rischiano di saltare in aria.

Ora tocca a noi un po’ di “terra”. Possiamo maledire questo momento o benedirlo. Benedirlo perché se lo desideriamo ci aiuterà a vivere una Quaresima con meno cenere esteriore sulla testa ma con un cuore più umile…un cuore che grida dal profondo: “Oh Dio, vieni a salvarmi…”.

Una Quaresima in cui possiamo digiunare dal nostro sentirci migliori degli altri e cercare di comprendere che la misericordia è necessaria più di un vaccino anti virus.

Una Quaresima che per noi sposi può essere un punto di ripartenza anche in famiglia poiché date le disposizioni legislative, per forza di cose forse trascorreremo maggiormente con i nostri familiari, con nostra moglie o con nostro marito…tempo in cui vedremo maggiormente i nostri figli gironzolare per casa.

E se questo fosse il tempo opportuno per approfittare per parlare di più, per curare maggiormente le nostre relazioni matrimoniali. 

Già! Approfittiamo di questo tempo per condividere le pulizie di casa, per guardare tutti insieme un film, per farci quattro risate insieme.

Siamo all’inizio della Quaresima 2020…facciamo di questo tempo una possibilità di felicità maggiore. Un tempo per “dirigere i nostri passi sulla via della Pace”…un tempo per andare davvero incontro a Cristo.

Buon cammino a tutti!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Consigli per migliorare la vita amorosa. Primo: nella coppia dedicatevi del tempo

È incredibile quante coppie sostengano di non avere tempo per loro, o confondono il tempo di coppia con il tempo che passano insieme ai bambini. Ribadiamolo ancora una volta: il tempo con i bambini è importantissimo ma si chiama “tempo di famiglia”. Il tempo di coppia è invece un tempo di qualità che i due partner si dedicano. Ricapitolando – tolti il lavoro e le funzioni vitali (mangiare, dormire, ecc) – i tempi si dovrebbero suddividere in:

  1. Tempi di famiglia: sono quelli finalizzati a far star bene i figli e accrescere il senso di comunione in famiglia
  2. Tempi di coppia: quelli che servono affinchè la coppia si rigeneri
  3. Tempi personali: da dedicare alle proprie passioni per portare novità agli altri membri della famiglia.

Ovviamente – in base alla fase del ciclo di vita nella quale siete – dovrete dedicare più o meno tempo alla famiglia, ma i tempi di coppia non devono mai mancare ed in questo pezzo ci dedichiamo a questi. Se la prima domanda che vi viene in mente è: “Tempi di coppia? Per fare che cosa?” allora significa che ne avete proprio bisogno. Perdonatemi, ma poi non stupitevi se non vi dedicate tempo e vi sentite come estranei. È matematico.
Importante:  tempi di coppia non esistono, quindi bisogna crearli appositamente, agenda alla mano. Soprattutto se ci sono bambini piccoli può sembrare un’impresa epica ma non scoraggiatevi, potete contare nell’ordine nell’aiuto di:

  1. Nonni
  2. Sorelle o fratelli
  3. Amici
  4. Famiglie dei compagni di classe dei figli
  5. Baby-sitter

Se vi spaventa l’aspetto economico considerate che:

  • Un regalo ad un’amica che vi tiene i figli una sera costa meno di una baby-sitter
  • Una baby-sitter costa meno di un consulente di coppia
  • Un consulente di coppia costa meno di una avvocato…

Ci rimane da rispondere alla domanda “Per fare che cosa?”. La risposta è piuttosto semplice: fate qualcosa che vi fa stare bene insieme.
Ecco alcuni suggerimenti non esaustivi:

  • Cinema
  • Teatro
  • Cenetta romantica
  • Pizza
  • Passeggiata
  • Sport insieme
  • Gita
  • Mostre d’arte
  • Volontariato
  • Laboratori per coppie

Se nessuna di queste combacia (deve piacere ad entrambi) andate avanti con l’elenco fin che non ne trovate una che stia bene a tutti e due. Attenzione! Nel tempo i vostri interessi possono cambiare. Anziché scoraggiarvi godete questa ulteriore possibilità di crescere e di conoscervi reciprocamente.
L’uscita di coppia deve essere qualcosa di speciale: prendetevi il tempo per prepararvi, sia fisicamente che psicologicamente, e predisponetevi a passare un bel momento nel quale – obbligatorio – non si parla di problemi nè di figli.
Non preoccupatevi se le prime volte litigate, vuol dire che non siete abituati.
In ogni caso siate simpatici come gli amici e dolci come gli amanti.
Toccarsi, darsi la mano, abbracciarsi mentre si cammina. Vedetelo come una sorta di carburante per i momenti in cui dovrete tornare alla vita ordinaria.
Un’altro scoglio che spesso mi viene presentato è: ma perché devo sempre proporre io?
Allora, posto che quando c’è una reciprocità nell’iniziativa la coppia gode di maggior salute, in attesa di questo tandem ideale non fate i bambini! La regole è: chi ha più iniziativa, proponga, e l’altro si impegni a non ostacolare. Non fatevi scoraggiare da partner apatici o lamentosi, superate con uno slancio, e chiedete entusiastica collaborazione.
In fondo si tratta di passare del tempo insieme, a fare qualcosa di bello. Ne uscirete arricchiti e rigenerati.

Pubblicato con il permesso dell’autore Marco Scarmagnani.

Qui l’articolo originale su www.semprenews.it

 

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La quaresima non è tristezza ma elevazione.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace. Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori,. per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo, che seppur lodevole, non ci cambia veramente, e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo. Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace. Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci, e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo. Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore, ma solo di usarci. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito, ad avere giorni di digiuno e giorni in cui si mangia solo pane, mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità. La quaresima, come già scritto, non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa.

Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa.

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Tu parla che io intanto….

Il Vangelo di Marco oggi ci offre alcuni spunti per guardarci con verità dentro il cuore. Gesù annuncia ai discepoli la sua Passione ma stiamo attenti a cosa succede : << «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Anche questa volta i discepoli e i Dodici non è che facciano una bella figura, eppure Gesù continua con pazienza a spiegare loro. Avete notato che i discepoli, non capendo, e avendo timore di interrogarlo, fanno finta di niente e cominciano a discutere di altro ? E’ plausibile pensare che stessero già borbottando in precedenza tra di loro su chi fosse il più grande, poi Gesù li ha interrotti spoilerando la Passione…….attimo di suspence…….ok, Gesù l’hai detto, devi aggiungere altro ?………tu hai capito Pietro ? non molto, e tu Giacomo ? mmmh…..chiedi a Giuda…..chi, io? scusate ero distratto, stavo contando i soldi in cassa…….figuriamoci se ne azzeccano una questi qua !

Comunque sia andata davvero, sta di fatto che non comprendono e invece di cercare di approfondire con i mezzi a loro disposizione, che fanno ? Scelgono la via più facile ma anche la meno fruttuosa : ……vabbè dai, tanto non è la prima e non sarà l’ultima volta che non capiamo Gesù……..piuttosto…. dove eravamo rimasti col discorso del più grande ?

Fermiamoci un istante ad attualizzare nella coppia : quante volte il nostro coniuge ci parla aprendo il proprio cuore ? E noi, chissà quante volte non lo capiamo fino in fondo, ma piuttosto di tentare di comprenderlo, che è faticoso, scegliamo la via più facile del tipo: sì, certo che hai ragione…..mmh…sì, dimmi…continua , ma veloce, perché tra 15 minuti comincia la Champions !!! Ma quale NOI stiamo costruendo così ?

Inoltre, Gesù sembra fare lo gnorri : come se non lo sapesse di cosa stessero discutendo per la strada…….certo che lo sapeva, ma voleva che fossero loro stessi a smascherarsi e invece loro non colgono neanche questo tentativo di Gesù di aiutarli ad essere almeno sinceri, ma capiscono di aver discusso di una cosa futile e tacciono sperando che Gesù sia così ingenuo da non accorgersene. ( tra l’altro questa domanda di Gesù assomiglia a quella che Dio Padre rivolge a Caino nella Genesi : dov’é tuo fratello Abele ? ) Quante volte anche tra gli sposi c’é questo atteggiamento di sotterfugio, di mancanza di fiducia nell’altro, di mancata consegna di tutto me stesso nel cuore dell’altro…..faccio lo gnorri sperando che lui/lei non se ne accorga, e quando vengo scoperto….fischietto. Ma quando siamo dall’altra parte dobbiamo fare come Gesù che si siede, cioè con calma, rilassato, e con tranquillità far sentire l’altro compreso nei suoi timori prima che lei/lui comprenda me.

Ce la possiamo fare ! Buona Quaresima !

Giorgio e Valentina.

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Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo sposo.

Durante la Santa Messa di ieri, il nostro parroco ci ha aiutato a riflettere su un passaggio della prima lettura. Siamo nel Levitico. Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Domenica abbiamo ascoltato una di queste. Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permeto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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La legge del taglione può condurre all’amore?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle ».
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Il Vangelo di questa domenica mi permette alcune riflessioni, credo importanti. La prima domanda che sorge è: perchè Dio ha permesso una legge come quella de taglione? E’ davvero una legge barbara. Se tu mi fai qualcosa di male io ho il diritto di farti altrettanto. Non solo ho il diritto, ma ho il diritto divino di farlo. E’ scritto nero su bianco. E’ parola di Dio. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro. (Levitico 24, 19-20). Come è possibile che Dio prescriva una legge tanto incomprensibile? Una legge spietata ai nostri occhi. Invece proprio questa legge, con la sua progressione ed evoluzione che possiamo trovare nel Nuovo Testamento, ci racconta chi è Dio. Come? Dio è un Padre e come un papà paziente e misericordioso non pretende tutto subito. Il Suo popolo non avrebbe capito. Allora ha cominciato a domandare qualcosa che gli israeliti avrebbero potuto capire. In un mondo dove il più forte spesso prevaricava il più debole, e dove le vendette erano spropositate rispetto all’offesa subita, Dio incomincia a mettere dei paletti. Ti ha rubato una pecora? Non ti è lecito sterminare lui e tutta la sua famiglia, ma riprenditi la tua pecora e prendine una a lui. Compreso cosa c’è dietro la legge del taglione? Non una legittimazione della violenza da parte di Dio, ma un cercare di porre limite alla violenza e alla vendetta. Dio ha così, poco per volta, attraverso tutti i suoi profeti, preparato il popolo eletto ad accogliere la verità, la Sua volontà. Quella espressa e incarnata da Gesù. Ciò che dice Gesù non contrasta quello che è scritto nel Levitico, ma lo perfeziona e lo porta a compimento. Ecco questa modalità pedagogica di Dio può esserci di aiuto per affrontare la quaresima che sta per cominciare. Attraverso il Vangelo di oggi possiamo comprendere meglio anche le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia. Al punto 122 parla di gradualità:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»

C’è una gradualità, si arriva alle vette dell’amore a piccoli passi. Piccoli passi possibili, citando un concetto caro a Chiara Corbella. Dobbiamo innanzittutto essere coscienti di essere chiamati a questo e poi impegnarci in una vita di dono e accoglienza dell’uno verso l’altra. Dobbiamo lasciare agire lo Spirito Santo che è maestro. Non dobbiamo spaventarci, anche se vediamo la povertà del nostro amore. Gradualmente continueremo a crescere e se mai dovessimo affrontare situazioni complicate e cariche di sofferenza dobbiamo avere la certezza che se metteremo la nostra forza e la nostra volontà, Dio farà miracoli con quel poco che potremo dare. Non siamo soli, Gesù è con noi nei momenti belli e, a maggior ragione, in quelli dolorosi perchè abbiamo più bisogno del suo aiuto. Non vergognamoci di dare i nostri pochi pani e pochi pesci. Attraverso quella miseria Gesù ha già sfamato una moltitudine di persone. A noi non chiede più di ciò che possiamo dare, il di più lo mette Lui. Voglio terminare con una parola di Chiara che spiega così il significato di piccoli passi possibili:

Per arrivare al Signore non devi correre né camminare troppo piano: devi avere un passo costante, continuo e soprattutto sul presente; perché la stanchezza viene se pensi al passato e al futuro, mentre se cammini pensando soltanto al piccolo passo possibile che tu ora puoi fare, a un certo punto arrivi alla meta e dici: “Sono già arrivata! Incredibile, Signore, ti ringrazio!”

Antonio e Luisa

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“Io, bullizzato”

..di Pietro Antonicelli, “Sposi&Spose di Cristo”..

Carissimi amici,

oggi andiamo un po’ “fuori tema”…

Spero che quello che ho scritto arrivi ai ragazzi…l’ho scritto per loro…mi sono fatto “violenza” perché non è facile mettere “in piazza” cose così personali…ma se è arrivato al cuore anche solo di un giovane, allora ne è valsa la pena.

Voglio condividere un pezzo della mia storia personale perché qualche giorno fa, il mio paese di origine, ha vissuto un grave lutto. Un ragazzo di 21 anni, che non conoscevo personalmente, si è tolto la vita.

Pare che, dai commenti che leggo su facebook dei miei compaesani, il ragazzo sia stato vittima di bullismo. Non bullismo scolastico, ma bullismo in paese.

Già. Esiste anche un bullismo che ti segue fuori dalle aule e ti rincorre, e ti prende a calci anche per le vie. Oggi sappiamo che esiste anche il bullismo social, il “cyber-bullismo” che fa pensare a qualcosa di futuristico…ma è un problema vecchio quanto il mondo.

Il sottoscritto conosce bene questa piaga. Sono anche io dello stesso paese di questo ragazzo che ha posto fine alla sua vita. Anche io, come lui, ho vissuto sulla mia pelle questo martirio.

Dopo aver avuto una bellissima esperienza scolastica e umana con i compagni di scuola alle elementari mi sono ritrovato alle medie con lo stesso entusiasmo. Ma il mio sorriso di bambino di 11 anni fu presto spento da chi nella mia classe vedeva il sorriso e il buonumore, la gentilezza e la voglia di voler bene come una breccia per entrare e fare “scasso”.

Alle medie ero anche altre persone. Ero Pietro Antonicelli, ma ero anche “il figlio dell’avvocato”, “il nipote del professore”…infatti mio nonno era stato per diversi anni un insegnante nella stessa scuola ed era andato in pensione l’estate prima che io iniziassi il mio cammino alle scuole medie.

La Scuola D’Annunzio per la precisione. Mi viene da essere molto preciso nei dettagli poiché precisi e nitidi sono alcuni ricordi di quel periodo. I più brutti purtroppo.

Ero nel corso C.

3 anni di inferno.

Il mio cognome non era facilmente “storpiabile”…mentre quello di mio nonno si prestava bene alle prese in giro e agli insulti.

Pizzarelli era il suo cognome e a Palagianello, il mio paese, tutti sappiamo che il gioco è stato facile anche per chi non ha molta fantasia con le parole. Fu così che “Pizzarone” diventò il mio soprannome e volendo spiegare il significato ai non compaesani posso dire che il termine indica: persona poco sveglia, poco scaltra, poco capace di fare qualsiasi cosa, poco in tutto. Il suo simile più conosciuto è il volgare “Co…one”.

Eccomi. Oltre ad essere il figlio ed il nipote di qualcuno ero anche e soprattutto definito e chiamato così. “Pizzarone”.

Per rincarare la dose insultavano anche mio nonno e mia madre.

Ero questo secondo loro, o almeno, i miei persecutori dicevano questo di me: “Pietro sei un Pizzarone”. E in dialetto le parole facevano ancora più male.

I problemi iniziarono quando anche io iniziai a crederci. Quando anche io iniziai a credere di non valere nulla proprio come dicevano loro a tutti, anche al di fuori della classe; così alcuni che mi trovavano in giro per il paese o fuori da scuola si sentivano in diritto di potermi insultare e chiamare con crudele godimento “P’zzarò”, darmi uno schiaffo, togliermi il cappello e buttarlo per strada e quant’altro.

Iniziai a diventare più chiuso e più vulnerabile. Bastava poco per farmi piangere perché mi sentivo sempre teso e in guardia per difendermi da quella spinta, da quella battuta, da quelle parole che in me generavano un grande dolore e negli altri invece tante risate.

Le lacrime che a volte mi scendevano anche in classe aumentavano la crudeltà dei miei persecutori. Come gli squali che sentono l’odore del sangue, loro rispondevano con maggiore cattiveria alle mie lacrime.

Mi dicevano che ero debole, che ero una femminuccia. Ed io iniziai a crederci. E ci ho creduto…ed ancora, una piccola parte di me ci crede.

Già, perché alla fine il problema grande del cosiddetto bullismo è che pian piano gli anni passano. Chi ti insultava non c’è più…chi ti perseguitava cresce e magari con qualcuno ci diventi anche amico come è capitato a me…ma nella tua testa inizi a perseguitarti da solo.

E se ad un certo punto non c’è più nessuno che ti insulta lo fai da solo. Smetti di credere in te stesso, nelle tue qualità positive e credi davvero a quella menzogna: “SEI UN PIZZARONE”! …te lo dici da solo e ci credi.

Allora cresci credendo di non essere degno di essere una persona, che gli altri siano più intelligenti di te, che se non sai fare a botte non vali nulla, ecc.ecc…

Ed è così che, anche se sono passati tanti anni, hai paura di fare qualche brutta figura con gli altri, che qualcuno possa venire alle spalle a darti una botta sulla testa e che tu, come all’epoca, rimarrai li a piangere per la rabbia e a non saperti difendere.

Di tutta questa situazione non ne ho mai parlato con i miei genitori, anche se loro forse avevano intuito qualcosa. Non ne ho mai parlato perché mi vergognavo troppo. E oggi ancora ne provo vergogna ma ho deciso di condividere questa parte della mia storia perché spero possa essere di aiuto a qualcuno che come me è stato “bullizzato”…qualcuno che come me ha iniziato a credere di essere un nulla.

Fratello, sorella che stai leggendo…io dico a te: non è vero.

Se vuoi te lo riscrivo meglio: NON – E’ – VERO.

NON E’ VERO!

Non credere alle menzogne che hanno detto su di te! Non crederci!

Non sei così! Non sei una caccola, non sei un grassone, non sei una troia, non sei un brufolo, non sei una cozza, non sei un imbecille, non sei un “trimone”, non sei uno stupido, non sei un c…one

Fai questa prova: guardati allo specchio e dì: “Io non sono quello che dicono!”; e se riesci a ricordare la parola precisa che ti dicevano o ti dicono ripetila come faccio io adesso!

“Io Pietro, non sono un pizzarone!”

Tu ed io siamo persone degne di vivere, degne di amare, degne di essere amate!!!

Siamo persone belle e piene di difetti come tutti…e questo va bene!

Siamo persone che possono vivere e godersi la vita come tutti!!!

Guardati allo specchio e ripeti al tuo cuore:

“Io sono bello/a…quello che dicono su di me mi fa male e non è vero…io valgo…voglio volermi bene…ho dei sentimenti e non voglio odiare nessuno…neanche chi mi ha ferito…perché oggi anche grazie a loro…io so che le bugie su di me non valgono niente…che sono ciò che sono…e vado bene così.”

Coraggio, ce la puoi fare! Che il tuo cuore possa trovare pace!

Tuo fratello, Pietro.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Hai usato proprio tutte le tue forze?

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire adesso basta. Non sopporto più il comportamento dell’altro/a. Ho tollerato abbastanza. Se ne approfitta. Tutto l’impegno che ci metto e lui/lei non capisce e continua a commettere sempre gli stessi errori. Ho tollerato abbastanza, ora la misura è colma. Anche noi cristiani quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. E’ proprio questo modo di pensare che non funziona. Perchè significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Come fare? Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli e riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. E li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Guardare pornografia uccide la tenerezza

Oggi ho la possibilità di offrirvi un articolo, credo, molto interessante. Ringrazio l’amico Piergiorgio Casaccia, medico e sessuologo, che ha trovato il tempo di rispondere ad alcune mie domande. Piergiorgio collabora da tempo con il nostro blog. Si occupa di offrire un servizio di aiuto alle coppie per quanto riguarda l’ambito sessuale. Un ambito in cui le coppie spesso trovano grandi problemi. Qui il link alla pagina con una breve presentazione delle competenze di Piergiorgio e l’indirizzo per mettersi in contatto con lui. Dopo questa breve introduzione partiamo con le domande.

Buongiorno Piergiorgio. Grazie per la tua disponibilità. Tu sei un medico. Hai conseguito un master in sessuologia. Quindi hai una preparazione e una competenza che ti permettono di affrontare la sessualità umana non come un credente comune, ma come un uomo di scienza. La fruizione di materiale pornografico porta a numerose conseguenze negative senza che per forza il fruitore ne diventi dipendente. Una di queste non l’avevo mai presa in considerazione. Tu affermi che molti tuoi pazienti non sono più capaci di vivere l’intimità con la moglie in modo tenero. Che provano piacere solo nel farlo in modo aggressivo. Quasi violento. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questo “frutto malato” della pornografia?

Caro Antonio, l’uomo non è più capace di avere rapporti teneri con la propria donna. Il marito non riesce ad avere più rapporti teneri con la propria moglie. In genere vale per tutti. Questo accade perchè la donna è vista come un oggetto per il proprio appagamento sessuale. Perché ricercare la tenerezza (è il linguaggio dell’amore ndr) quando l’unico scopo è trarre un piacere sessuale? La donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti. Se invece vedi in quella persona l’occasione che il Signore ti ha dato per arrivare a Lui, allora cambia tutto. Allora sì che c’è la tenerezza. Allora sì che c’è il dono. Accogli il suo dono e ti dai totalmente a lei. Allora c’è una reciprocità, non c’è soltano uno sfruttamento dell’altro per il soddisfacimento di un impulso sessuale. Questo è quello che io cerco di ricostruire nelle coppie che si affidano a me. Riportare la coppia alla castità. L’uomo deve tornare ad essere virtuoso. Deve tornare a rimettere insieme i pezzi di tutto quello che ha. I pezzi della sua relazione, deve rivedere il suo amore verso quella donna. Deve capire che la sessualità è solo un aspetto della relazione, ma non l’unico. Quando c’è un incontro intimo non si vive solo quell’aspetto ma tutto l’amore. Si vive la tenerezza, la simpatia per l’amata. Si vive anche la dimensione religiosa, che è fondamentale in una coppia.

Antonio e Luisa con Piergiorgio

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Il cuore non ci appartiene più!

Una notizia apparsa sui siti di informazione martedì sera mi ha colpito. Nel novarese, una donna di 84 anni si è accasciata per un malore ed è morta durante la funzione funebre per il marito. E’ morta di crepacuore. Non ha retto alla separazione da quell’uomo che aveva sposato nel 1958. Sessantadue anni fa. Una vita. Il cuore non ce l’ha fatta. Il cuore non è solo muscolo. Nella Bibbia la parola cuore viene riportata circa 1000 volte. Uno dei significati più importanti che viene data a questa parola non è nè quello medico nè quello più romantico che ne fa il luogo dove nascono i sentimenti. Il cuore nel nostro Libro Sacro è spesso associato al ricordo. Significa fare memoria. Nella Bibbia il cuore e la memoria sono legati. Anche per noi è così. Non per nulla la parola ricordare presenta un etimologia molto chiara. Deriva infatti dal latino: re- indietro cor cuore. Richiamare in cuore. Strano vero? Anche per i nostri progenitori il luogo del ricordo non era la testa ma il cuore. Quindi, tornando alla nostra storia, il luogo dei ricordi dell’anziana sposa, il suo cuore, non ha retto. E’ scoppiato. E non è un caso isolato. Ho approfondito la questione e ho scoperto dei dati interessanti. Uno studio specifico è stato condotto dagli inglesi alcuni anni fa. Uno studio con un campione molto ampio. Lo studio considera oltre 114 mila persone di età 60-89 anni seguite per sette anni. In questo tempo un terzo dei volontari, a parte quanti sono deceduti, è rimasto vedovo. E qualcuno non ha retto il dolore della perdita morendo a sua volta entro i 30 giorni successivi al lutto. In quel mese il rischio di morte era risultato doppio, nei coniugi superstiti, rispetto a quanti erano ancora in coppia.

Quanto è accaduto all’anziana vedova è qualcosa che richiama in modo specifico la vocazione matrimoniale. Mettimi come sigillo sul tuo cuore. Lui è dentro di lei. In lei è ancora vivo. Lo può trovare nel suo cuore. Lo ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. Lo ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. Lo ritrova, ma non riesce più a toccarlo, a vederlo. E questo è straziante. Non riesce più a sentirlo. Lui c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi.

Il luogo della memoria, il cuore che custodiva una bellezza così grande, è proprio quello che ha smesso di funzionare, che non ce l’ha fatta. L’amore sponsale, quando nutrito e custodito per una vita intera, trasforma il nostro cuore davvero in qualcosa che non ci appartiene più. Non è più nostro, ma appartiene all’amato/a. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20) e ci ripeteva queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi non dovete dire così, ma non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altro.>>

Ecco il cuore non ci appartiene più. Nel nostro cuore non c’è più la nostra presenza ma quella del nostro coniuge. Così, a volte, succede che quando muore la persona con cui abbiamo condiviso la vita, muore anche il nostro cuore. Termino con le parole di padre Ennio, religioso domenicano, che conosceva la coppia: Si amavano molto, li conoscevo bene. Erano una coppia così solida e innamorata che li citavo come esempio. Anche con questo epilogo non è una storia triste, ma di grande amore.

L’amore in questo caso, ne sono sicuro, è stato più forte della morte.

Antonio e Luisa

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