Non lasciamo che manchi l’olio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.
Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.”

Matteo 25, 1-13

Questa parabola è sicuramente interessante e anche un po’ stravagante. Perchè dieci vergini. Come è venuto in mente a Gesù di tirar fuori un esempio tanto bizzarro? In realtà un ebreo del tempo non avrebbe trovato nulla di strano. Bisogna infatti conoscere le usanze degli ebrei di quel tempo. Ci troviamo in un contesto sponsale. La sera delle nozze lo sposo raggiunge la casa dove la sposa lo sta attendendo nella stanza nuziale. La raggiunge accompagnato in corteo dai parenti e amici maschi che illuminano l’oscurità con le fiaccole. Raggiunta la casa saranno accolti da quelle che oggi chiameremmo damigelle. Ragazze vergini della famiglia della sposa. Quindi tutti insieme, uomini e donne, raggiungono l’alcova dove i due promessi consumeranno le nozze in intimità. Così avrà inizio la festa nuziale che durerà alcuni giorni.

Cosa può insegnare questa parabola a noi sposi? Semplicemente che il matrimonio va preparato. Significa che è importante mettere da parte l’olio. Il matrimonio è una relazione che ci chiede di amare senza risparmiarci. Una relazione, come ho avuto modo di dire tante volte, sacra, che appartiene a Dio e che manifesta attraverso gli sposi l’amore di Dio. Per questo è importante mettere da parte l’olio. Per non farci trovare impreparati. Certo c’è la Grazia di Dio che ci viene in aiuto, ma serve anche il nostro impegno e la nostra volontà.

Come possiamo fare quindi noi sposi per mettere da parte l’olio in piccoli vasetti che poi ci verranno utili durante gli anni di matrimonio? Dobbiamo imparare a donarci senza chiedere nulla in cambio, dobbiamo imparare a non essere teneri solo quando siamo appagati sessualmente, ma impare ad esserlo sempre, facendo diventare l’amore tenero un vero stile di vita. Dobbiamo imparare ad affidarci a Gesù nella preghiera. Dobbiamo imparare a non affidarci solo al sentimento e alla passione ma decidere ogni giorno di donarci l’un l’altra. Imparare insomma ad essere capaci di amore gratuito e incondizionato.

Solo così quando nel nostro matrimonio ci saranno periodi di tenebra non resteremo senza olio e potremo comunque illuminare la nostra vita alla luce dello Sposo, alla luce di Gesù. Questo ci permetterà di entrare nella stanza nuziale insieme allo Sposo e di non perderci nelle tenebre.

Antonio e Luisa

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La Genesi racconta come siamo fatti.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti.

Adamo ed Eva, come sapete, ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono, non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda.

Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora? Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che, di fronte all’amore di Dio, provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone.

Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio. Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo.

Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza, ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione.

E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito.

Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Innamorati fino alla fine

Il matrimonio è per tutta la vita. Quando ci sposiamo questa è una delle certezze del matrimonio cristiano. Ci sposiamo promettendoci il per sempre. Siamo altrettanto convinti però che possiamo restare innamorati l’uno dell’altra per tutta vita? Probabilmente il giorno delle nozze gli sposi ci credono altrimenti non avrebbero la forza di pronunciare il loro si. Poi, con il tempo, le convinzioni cambiano un po’. Tante coppie scoppiano e anche tra quelle che magari per la fede, per i figli o per chissà quale motivazione restano insieme sento dire che l’innamoramento passa, che resta l’amore. Questa affermazione è vera ma va spiegata. E’ facile fraintendere. Sembra quasi che ad un certo punto sia inevitabile che i sentimenti inizino a scemare fino a scomparire lasciando spazio al dono di sè. L’amore, nella sua dimensione passionale ed erotica, scompare per lasciar posto alla donazione reciproca. Come fosse un obbligo e un peso. Se va bene resta anche l’amicizia.

E’ davvero così? Credete davvero che Dio abbia pensato per noi soltanto questo? Che Dio abbia voluto togliere dalla nostra relazione quella che è la parte più piacevole. Come se alle nozze di Cana, finito il primo vino, Gesù avesse lasciato solo acqua nelle giare. Tanto, ciò che conta è dissetarsi. Il vino e la gioiosa ebrezza che provoca, sono in fin dei conti ingredienti non fondamentali. Così il sentimento e la passione. Se ne può fare a meno, ciò che conta è il donarsi per l’altro.

In realtà non è proprio così. L’innamoramento resta, deve restare tutta la vita. Cosa cambia allora? Cambia che non è più ciò su cui noi sposi fondiamo la relazione. La relazione sarà fondata sull’amore, cioè sulla scelta libera di ognuno di noi di mettere l’altro/a e il suo bene innanzi a noi stessi. Ciò non significa però che possiamo rinunciare ad essere innamorati. Come nelle nozze di Cana non si può rinunciare al vino.

Non c’è dubbio che l’innamoramento nel tempo cambia. Io sono diverso, mia moglie è diversa rispetto a come eravamo il giorno delle nostre nozze. Il sentimento e la passione cambiano con le diverse stagioni della nostra vita. Certo l’innamoramento non è qualcosa che si può mantenere se non viene curato. E’ come una piantina delicata. Bastano pochi giorni senza l’acqua della tenerezza e senza il sole della cura reciproca e la piantina può morire. A differenza della piantina, però, la relazione matrimoniale può risorgere. Basta mettersi d’impegno e ricominciare giorno dopo giorno a nutrirla. Si, è vero che non controlliamo completamente i nostri sentimenti, esistono per tutti, anche per me, periodi di aridità dove mi sento poco attratto da mia moglie. Il segreto è perseverare, continuo a prendermi cura di lei e ad essere tenero nei suoi confronti anche se non sempre mi viene spontaneo. Come un terreno arido. Va comunque preparato affinchè torni fertile non appena il clima tornerà favorevole. L’innamoramento è così. Non lo vedi, non lo senti ma se perseveri tornerà più forte di prima.

Lo dico e lo confermo anche oggi, anche adesso che sto scrivendo. Mi basta incrociare lo sguardo della mia sposa per sentirmi profondamente innamorato di lei. L’innamoramento non finisce mai se lo vogliamo, dobbiamo però impegnarci a fondo per non farlo finire. Dipende da noi!

Antonio e Luisa

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Ci sono tanti mendicanti d’amore

Oggi, portando il cane a fare una passeggiata, mi è successo di imbattermi in una signora anziana. Era davvero trasandata. Capelli lunghi, bianchi, arruffati. Andatura incerta, sguardo basso, ciabatte ai piedi. Vestita con degli stracci. Non voglio certo giudicarla, non la conosco. Non so il motivo di quella incuria. Non è questo che ora conta. Mi sono messo a riflettere. Osservandola per qualche istante, nel suo incedere lento e sgraziato, ho pensato quanto quel quadro che avevo di fronte fosse fuorviante.

Dietro quegli stracci e quella trasandatezza c’era una donna figlia di Re. Gesù sarebbe morto anche solo per lei, per la sua salvezza. Dietro quegli stracci c’era il vertice della Creazione. Un tramonto in riva al mare, un paesaggio di montagna, la Cappella Sistina valgono immensamente  meno di lei. Almeno agli occhi di Dio. Probabilmente spesso ci dimentichiamo di questo e ci lasciamo influenzare dalle apparenze. Una vita di miseria non può cancellare il sigillo regale che abbiamo sul braccio e sul cuore. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto? Perchè io ne vedo tante di persone che vivono miseramente come quella signora, trasandate che camminano incerte verso il futuro. Magari non esteriormente, magari sono uomini e donne che hanno tanto, che si vestono con abiti firmati e che hanno un conto in banca cospicuo. Sono però miseri dentro. Si sentono miseri. Vedo tanti ragazzi che svendono se stessi in rapporti occasionali per sentirsi amati, vedo donne e uomini sposati che vivono relazioni extraconiugali perchè non sanno trovare amore nel matrimonio. Vedo sempre più persone corrotte dalla pornografia e dalla prostituzione perchè sono sole o sentono la solitudine anche se hanno gente intorno. Matrimoni che saltano, matrimoni che proprio non si celebrano perchè ormai tanti hanno paura del definitivo e cercano di vivere alla giornata in relazioni fragili. Dicono che siamo una società di narcisisti. Incapaci di spostare lo sguardo dall’io al tu per diventare noi.

Quanta povertà! Sazi e disperati diceva il card. Biffi di Bologna. La Chiesa credo abbia questa grande missione. Non intendo solo il Papa e i vescovi. Anche noi siamo Chiesa. Anche noi abbiamo questa responsabilità grande. Con la nostra finitezza e imperfezione possiamo comunque testimoniare qualcosa di fondamentale. Attraverso la nostra vita possiamo far intravedere, a chi lo desidera, una bellezza. Certo con tutti i nostri limiti ma sappiamo che Dio spesso si serve dei più semplici e deboli per mostrarsi. Non a caso non ha scelto come suo popolo gli egiziani o i babilonesi, ma uno sconosciuto piccolo popolo di pastori seminomadi.

Attraverso il nostro matrimonio, vissuto nella fedeltà e alla presenza di Gesù, possiamo aiutare chi si sente più povero di noi a svestire gli abiti del mendicante e a rivestirsi di quelli regali di figlio di Dio. Basta poco. Basta vivere bene il nostro matrimonio. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole. Ecco le famiglie di oggi non hanno bisogno di maestri ma di testimoni. Qualcuno che sia sul loro stesso livello e possa mostrare loro che non solo ce la si può fare ma che sposarsi è bellissimo. Possiamo davvero risvegliare in chi ci è vicino la nostalgia di sperimentare l’amore vero e quindi di incontrare l’Amore stesso che è Dio. Coraggio non tiriamoci indietro. Siamo certamente inadeguati, ma Dio con gli inadeguati può fare grandi cose. Basta  affidare la nostra vita e il nostro matrimonio a Lui.

Antonio e Luisa

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Siamo nati per diventare santi

Noi cristiani spesso incorriamo in un grossolano errore. Crediamo che i santi siano persone eccezionali, siano, come dei supereroi, con poteri straordinari. Non so, forse ci fa comodo pensare così. Già, perchè mettere i santi su un piedistallo ci sgrava della responsabilità che anche noi abbiamo di diventarlo.

Il battesimo ci ha fatto santi. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva, da persona straordinaria qual era, che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte, invece, non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. Anche se magari il nostro coniuge ci ha abbandonato e ha violato il patto nuziale. Conosco tanti sposi abbandonati che nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio, hanno trovato pace e gioia. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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Caro sposo che ancora non conosco

Attraverso questa lettera mi sento di dare un consiglio e una buona parola per tutti/e coloro che soffrono perchè non trovano la persona giusta con cui sposarsi e costruire una famiglia in Gesù. E‘ una lettera frutto della fantasia. Mette però in evidenza qualcosa di importante. E’ una ragazza che scrive al suo futuro marito. Vale naturalmente anche invertendo i ruoli

Caro sposo,

non ti conosco ancora. Dicono che possiamo amare solo chi conosciamo ed è vero. Sono certa però che tu ci sei, da qualche parte, forse ti ho già incontrato, forse non ancora. Il mio cuore aspetta di essere risvegliato da te. Dio non sbaglia. Sono sicura che al momento giusto ti incontrerò. Forse non è ancora il momento. Forse non sono ancora pronta. Forse non sei pronto tu. Non devo avere fretta, non devo fare confronti con le mie amiche che magari hanno già una persona accanto. Dio mi ama in modo unico e originale, nel modo giusto per me. Chiedo a Dio di darmi la forza e l’intelletto necessari a non accontentarmi, svendendomi a chi non vuole costruire nulla con me, ma vuole solo usarmi.

Tu non sarai perfetto. Avrai difetti. Ci saranno parti di te che non mi piaceranno e, a volte, il tuo comportamento sarà irritante. Questo però non dovrà allontanarci. Devo smetterla di credere che l’uomo ideale esista. Quello perfetto che non sbaglia mai. Esiste solo nella mia fantasia e, finchè non me lo leverò dalla testa, non riuscirò a riconoscerti perchè non ne sarò capace. Tu sei una meraviglia anche se non sei perfetto.  Non cercherò di cambiarti per farti come io ti voglio. Ti chiedo solo di donarti a me per come sei e per come puoi. Con tutto te stesso. Io farò lo stesso con te. Sono sicura che questo ci consentirà di cominciare un percorso insieme che non ti farà diventare come io ti voglio, ma come Dio ti ha pensato. Anche io sarò sempre più donna e sempre più me stessa proprio grazie a te. Perchè conoscendoti in profondità, conoscerò sempre meglio anche chi sono io.  Lo capirò nella relazione, nei momenti di comunione e anche in quelli di conflitto, perchè nella differenza scoprirò la mia unicità.

Sarà confortante quando, nei momenti difficili della vita, tu sarai al mio fianco e mi sosterrai. Sarà ancora più bello, però, quando sarò io a donarti sostegno e amore quando sarai tu ad essere più fragile e nel bisogno, perchè contribuire alla tua gioia sarà la mia gioia.

Ti sto cercando non perchè sono povera. Non sono una mendicante d’amore. Ho capito che Dio mi ha voluto da sempre e lo sguardo che Gesù ha per me mi fa sentire preziosa e amata. Ti sto cercando perchè l’amore va condiviso, non va celato e nella condivisione sentirò ancor di più la pienezza e la bellezza di una vita spesa per donarsi agli altri.

Nell’attesa di abbracciarti ti affido a Gesù. Nel frattempo non ti aspetto passivamente. Non sto con le mani in mano. Mi sto preparando per accoglierti. Prego il Signore e attingo alla forza dei sacramenti. Soprattutto non nascondo tutto l’amore che ho dentro aspettando di donarlo a te. L’amore è come il talento della parabola. Se non viene investito affinchè dia frutto ci viene tolto. Così custodire l’amore per te significa donarlo agli altri. Donarlo alla mia famiglia, donarlo ai miei amici, alle persone che incontro. Donarlo anche a quel collega di lavoro che non sopporto avendo anche solo un sorriso o una buona parola per lui. Solo così saprò amarti quando ti incontrerò e per te sarà più facile riconoscermi tra tante.

Antonio e Luisa

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Amatevi con tutto ciò che siete!

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22, 34-40

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importante per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo di oggi dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Perdonare è consapevolezza di valere

Perdonare è segno di debolezza o di forza? Non è scontata la risposta. Può essere manifestazione di entrambe. Dipende da cosa intendiamo per perdono.

E’ un segno di debolezza quando il torto che abbiamo subito viene silenziato. Non esterniamo nulla o magari tiriamo fuori la questione, ma senza andare a fondo. Come quando c’è polvere in casa e non la raccogliamo. La scopiamo sotto il divano o sotto il tappeto. La polvere c’è ancora ma non si vede. La stanza è ancora sporca e malsana. Basta una finestra aperta e un po’ di vento per spargerla di nuovo. In realtà quel torto ci ha ferito profondamente e la ferita fa male. Anche perchè va a sommarsi a tanti altri che abbiamo già “perdonato”. La verità è che non abbiamo la forza di affrontare il problema con l’altro/a. Già, perchè turbare l’armonia della nostra casa? Abbiamo paura del confronto perchè può diventare conflitto. E il conflitto può portare a perdere quello che abbiamo. Ci stiamo solo illudendo. Prima o poi la polvere accumulata sarà così tanta che non riusciremo più a nasconderla ed esploderemo. Lasciando magari l’altro/a sorpreso dalla nostra reazione. Questo non è perdonare. Il perdono è qualcosa di molto diverso.

Il perdono è liberante. Il perdono non significa cancellare il torto che abbiamo subito. Il perdono vero permette però di guardare quel gesto, quelle parole, quell’atteggiamento sbagliati con la libertà di chi sa che l’altro/a non è perfetto e soprattutto che la nostra felicità e il nostro valore non dipendeno prevalentemente da lui/lei. Per questo essere cristiani aiuta tanto. Avere una relazione con Gesù ci permette di avere questo distacco dal male che l’altro/a ci può fare. Per quanto il suo gesto ci possa comunque toccare non potrà mai ferirci profondamente e mortalmente. Perchè noi siamo dei perdonati. E chi è perdonato può anche perdonare. La fragilità che diventa forza.

Chi perdona è consapevole del proprio valore e si sente figlio amato a prescindere da cosa gli altri ci possano fare o dire. Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. Una persona quindi che ha pregi e difetti, capace di farmi sentire amata e che commette errori. Come fare a perdonare così? A guardare il male subito con questo sguardo? Il segreto ce lo ha svelato il Santo Padre durante un’udienza del marzo scorso.

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Udienza Generale del 18 marzo 2020

Saper perdonare non significa però accettere il reiterare di certi comportamenti da parte dell’altro. Questo però è un altro discorso che ho già affrontato in passato (qui il link)

Antonio e Luisa

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Perchè un sacramento se il matrimonio esiste da sempre?

Perchè istituire il sacramento del matrimonio, se il matrimonio esiste da sempre? Il matrimonio esiste da sempre ma è stato riportato al suo significato originario da Gesù che lo ha reso indissolubile. E’ stato rinnovato e ricondotto alla verità. Per questo motivo il matrimonio indissolubile è un sacramento della Chiesa. Cerco di spiegarmi meglio. I sacramenti nascono con Gesù. Non esistevano prima della venuta di Cristo. Cosa sono? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù.

E’ vero che il matrimonio esisteva anche prima, ma non era indissolubile. Anche gli ebrei contemporanei di Gesù avevano la possibilità di ripudiare la moglie. Eppure la Chiesa afferma che il matrimonio indissolubile non è solo una legge da rispettare e magari subire, ma è la risposta a qualcosa che ci costituisce. E’ la risposta ad un desiderio che abbiamo nel cuore. Il matrimonio nasce con l’uomo. E’ raccontato già nella Genesi. Qualcosa quindi che anticipa la venuta di Cristo di millenni. Esiste da sempre. E’ proprio inscritto nel nostro essere sessuati maschio e femmina e nel nostro essere creature sociali e bisognose di relazione. Si potrebbe azzardare che Dio ci ha voluti così, diversi e complementari, proprio per farci sposare. Perchè la differenza diventasse alleanza e comunione. Potessimo sperimentare un amore così profondo e totale da essere una scintilla di quello divino.

Perchè allora istituire il sacramento del matrimonio? Non bastava il matrimonio come si era concepito fino ad allora? Evidentemente no. La risposta arriva da Gesù stesso.

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio»

Matteo 19, 3-9

Gesù non si è messo a dibattere con i farisei sul piano della legge. La legge del tempo consentiva il ripudio. I farisei avevano ragione. Gesù cambia prospettiva ed orizzonte. Gesù dice ai farisei di ascoltare il loro cuore e di leggervi la nostalgia, di amare ed essere amati per sempre, che lo abita. Lo ha detto ai fasrisei e lo dice anche oggi ad ognuno di noi. Si, la legge ci consente di divorziare e di cercare un’altra strada, però sappiamo che il nostro cuore desidera un amore radicale. Desidera essere capace di amare e di essere amato senza condizioni e senza limiti, neanche di tempo. Possiamo essere felici solo se saremo capaci di amare dando tutto di noi stessi.

Gesù conosce l’uomo, conosce la fragilità e la caducità che ci contraddistingue. Conosce quanto possa essere difficile per noi amare la persona che sposiamo per sempre. Per questo ci ha fatto un dono. Ci ha donato il sacramento del matrimonio. Durante la sua passione e morte si è offerto al Padre per noi. La Sua offerta ci ha reso capaci di vivere un amore sponsale che ci riporta all’armonia delle origini. Certo, serve la nostra volontà, la nostra fatica e il nostro sacrificio, ma ora sappiamo che amare per sempre ci è possibile.

Solo così possiamo comprendere la grandezza del nostro sacramento. Abbiamo già detto che per essere felici desideriamo amare ed essere amati totalmente, senza condizioni, senza limiti, senza merito. Non ne siamo però capaci. Gesù ci rende capaci e quindi ci permette di sperimentare un amore divino già su questa terra, grazie proprio al sacramento del matrimonio. Ecco a cosa serve il sacramento del matrimonio. Non ci viene chiesto di dare più di quello che possiamo dare, ma ci viene altresì chiesto di non risparmiarci. Se daremo tutto il resto lo farà Gesù e la Sua grazia.

Antonio e Luisa

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Noi siamo abituati a non accontentarci

In questi giorni di insicurezza, nei quali si assiste ad una crescita esponenziale dei contagi da Coronavirus, si susseguono i consigli dati dagli “esperti” per evitare il più possibile di entrare in contatto con il virus. Abbiamo scoperto che anche il sesso è diventato pericoloso. D’altronde presuppone vicinanza e contatto come nessun altra attività visto che c’è una compenetrazione dei corpi.

Ed ecco che arriva il genio. Potete trovare la notizia su diversi quotidiani. Si tratta di una sessuologa che ha stilato le regole per una sessualità sicura. No, non è il preservativo. Quello ormai è un consiglio da principianti. No nulla di tutto questo. Le regole anticovid sono quattro:

  • Igienizzarsi e igienizzare e la stanza
  • Areare i locali consentendo un ricambio di aria
  • Indossare la mascherina
  • Cercare di stare distanziati per quanto possibile

Ci sarebbe da ridere se non fosse che la dottoressa in questione è drammaticamente serie quando offre questi consigli illuminanti. Questi quattro punti hanno il merito di evidenziare quanto sia povera l’idea di incontro intimo e di sesso di tante persone e addirittura, come in questo caso, di chi è professionalmente occupato in questo ambito.

Capite cosa significa tutto questo? Il sesso viene ridotto ad un po’ di ginnastica, di solito piacevole per l’uomo, meno frequentemente piacevole per la donna. Infatti la dottoressa poi, nell’intervista video che ha rilasciato a Repubblica, ha fatto un esempio concreto di cosa intenda dire: privilegiare gli accarezzamenti, la stimolazione reciproca e il tutto, purtroppo, è necessario farlo con la mascherina.

Detto in altre parole, l’esperta consiglia la masturbazione reciproca, distanziati e con mascherina. Naturalmente niente baci. A meno che non si sia estremamente sicuri della salute propria e del partner. Il tutto diventa, di conseguenza, un mezzo per raggiungere l’orgasmo. Qualcosa di estremamente povero.

Noi sposi cristiani siamo molto fortunati. Abbiamo, o dovremmo avere, una considerazione molto più elevata e grande del sesso. Per noi è un gesto talmente bello e grande da essere addirittura sacro. Un gesto che è aperto alla vita ed è unitivo. Quindi sempre generativo. Generativo di amore, anche quando non si concepisce un bambino.

Attraverso l’incontro intimo noi facciamo un’esperienza concreta dell’unione profonda dei nostri cuori. Il rapporto diventa relazione, i corpi diventano linguaggio e il tutto diventa comunione. Cara dottoressa quello che lei ci propone è sinceramente una proposta molto misera rispetto ai nostri standard. Noi cristiani siamo abituati alla pienezza e alla bellezza. Non siamo solo alla ricerca di un po’ di piacere corporale e superficiale, ma di un piacere pieno che coinvolga sicuramente il corpo, ma che attraverso di esso possa arrivare fino nella profondità del nostro spirito. Noi siamo abituati a consumare il nostro rapporto. Non come lo intende tanta gente. Non deve essere inteso con l’etimologia cumsumere che significa appunto usare e portare a logorio, ma con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. Portare alla pienezza. Quindi nella sua accezione più nobile. Noi siamo abituati a non accontentarci, cara dottoressa. E se non saremo sicuri della nostra salute, vorrà dire che aspetteremo, perchè non possiamo accontentarci di qualcosa che non sia il tutto.

Antonio e Luisa

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Dio o io?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo 22, 15-21

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare è il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma nel matrimonio faccio da solo. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata solo da me, da quello che mi fa sentire. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà.

Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare valga la pena. Meglio cercare qualcosa di meglio. L’impegno, che una famiglia e una relazione comportano, supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. Quindi la soluzione è chiudere tutto e ricominciare. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione sull’altro/a. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Perchè quella persona che ho sposato non è che un mezzo per avere ciò che io voglio. E’ qualcuno da usare. Come una moneta che riporta l’effige di Cesare. Come le monete che venivano usate per pagare il tributo a Cesare.

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Come le monete che venivano offerte al Tempio. Quelle monete non riportavano l’effige di Cesare ma un segno che rappresentava Dio. Così il fine del mio matrimonio diventa Gesù, e la persona che ho accanto diventa preziosa. La nostra relazione, come la moneta data al tempio, diventa immagine di Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Lui con noi: piccoli sentieri per la coppia

Oggi un articolo un po’ diverso dal solito. Non si tratta del solito approfondimento ma è una promozione di un libro. Non l’ho ancora letto ma conosco chi lo ha scritto e per questo sono sicuro valga la pena di leggerlo. Gli autori sono davvero una coppia di sposi fuori dal comune. Si tratta di Giorgio e Cristina Epicoco. Molti di voi che ci seguono li conoscono bene. Sono molto attivi sul web e sui social. Abbiamo avuto il piacere di ospitarli durante una diretta video e di essere ospitati da Cristina a Perugia nella sua bellissima casa, o meglio, chiesa domestica. E’ davvero una piccola chiesa. C’è anche la cappella con il Santissimo. Chiesa dove, come novelli Aquila e Priscilla, i coniugi Epicoco ospitano tantissime coppie di fidanzati e sposi che hanno bisogno di una buona parola e di essere accompagnate.

Domenica 18 ottobre presenteranno il loro lavoro a Perugia. Per questo lascio la parola a Cristina che ci introdurrà in poche parole il suo libro edito da Tau Editrice.

Dopo il Noi, non poteva che esserci Lui con Noi, perché “senza…non possiamo far nulla”. Spesso, nel mezzo del cammin di nostra vita, ci ritroviamo davvero in una selva oscura e quando è buio, da soli, non riusciamo più ad accendere la luce e percorrere un passo dietro l’altro.

Ma quella mano, che mai ci ha abbandonato, dal giorno del concepimento e poi ancora dal proprio battesimo, è sempre pronta ad accompagnarci per varie strade, le più congeniali alla storia di ciascuno.

In questo libro, dettato dallo Spirito Santo e da tanta preghiera, vogliamo tracciare dei sentieri che possano riportare dinanzi la vera traiettoria, quella che ci condurrà alla meta gioiosa ma fatta di piccoli passi e poche pretese. È il tempo dell’attesa e dell’oggi che deve interessarci, quello in cui costruire la bellezza che ci è stata donata. La parola spetta sempre a Lui perché è una parola vera, viva ed efficace. Non mente, non confonde, non è un buonista, non ti fa apparire bene ciò che è male, ma ti istruisce, ti sazia, ti conforta, ti indirizza e ti risana. Ti compie!

Noi ci siamo fatti accompagnare per ridonare tutto il ricevuto e, nell’ottica della sua chiamata, vogliamo offrire a ciascuno di scoprire la propria vocazione. Certo lo facciamo come sposi ma può valere per tutti e per ciascuno ritrovare il sentiero giusto.

Non c’è romanzo più bello che la Sacra Scrittura ed è proprio in questa che vi invitiamo a vivere questa avventura…

La vita è un cammino e nessuno è esente da inciampi o da cadute ma c’è una terapia, gratuita ed efficace, persino effervescente, perché sprizza vita da tutti i pori.

In questi sentieri vogliamo camminare insieme a voi e chissà mai se un giorno potremo incontrarci e raccontarci tante cose…

Buon viaggio cari amici e mille benedizioni a tutti!

Antonio e Luisa

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Amo davvero o sono un tappetino?

Una delle obiezioni più frequenti ai miei articoli che spesso raccontano di sacrificio e amore radicale è la seguente: L’amore non è sacrificio. L’amore non può essere in contrasto con la mia dignità di persona e con la mia autostima.

Sono d’accordo, ma solo in parte. Partiamo con il dire che la violenza e le relazioni tossiche non sono mai accettabili. Qui trattiamo storie di famiglie senza questo tipo di drammi, comunque tutte le famiglie sono fragili e con problematiche comuni. Anche quelle cosiddette normali. Come possiamo quindi non calpestare la nostra dignità e nel contempo amare l’altro come lo ama Gesù? Fino alla croce. Non è facile rispondere. La spiegazione non è tanto in ciò che facciamo o non facciamo, ma è importante comprendere perchè ci comportiamo in un determinato modo. Lo stesso atteggiamento può essere segno di dipendenza, ma può essere anche un vero atto di amore gratuito e meraviglioso. Detto in altri termini più diretti: qual è la differenza tra una donna o un uomo tappetino e invece una donna o un uomo capace di amare fino alla fine? Come si fa a comprendere se stiamo davvero amando oppure siamo dipendenti affettivamente dal nostro coniuge?

Credo che sia una questione decisiva. Noi siamo fatti per la libertà e non per la dipendenza. Siamo fatti per la comunione e non per farci come l’altro/a ci vuole, per farci cosa sua. L’amore è possibile quando la relazione è tra persone di pari dignità e valore. Spesso tante persone dipendenti camuffano questa loro fragilità chiamandola amore. Che però non è amore. L’amore è libero. E’ importante comprenderlo.

Torniamo alla domanda iniziale: perchè io decido di tollerare certi comportanti del mio coniuge? Mi pongo io in una posizione di inferiorità? E lui se ne approfitta? Se è così non va bene.

Come capirlo? Ve lo spiego con un esempio. Lo faccio al femminile, ma vale anche per gli uomini. Lui chiede a lei di andare a cena con quella coppia di amici che lei proprio non sopporta. Lui ci tiene tanto. Lei, anche se non vorrebbe, acconsente. La settimana dopo è lei che chiede al marito di accompagnarla al centro commerciale. Lui rifiuta dicendo che non ne ha voglia e che è stanco. La reazione di lei? Si arrabbia perchè lei invece aveva fatto quella cosa per lui anche se le era costata molto.

Cosa possiamo comprendere con questo esempio? Lei sta pretendendo dal marito che lui si comporti da schiavo come lo è stata lei. Che non eserciti la sua libertà di dire che non ne ha voglia. L’amore è un’altra cosa. Non fare le cose per forza. Potreste obiettare: ma lei l’ha fatto per amore, per lui. Sta amando suo marito sacrificandosi. Non è così! Se l’avesse fatto per amore non pretenderebbe di essere ricambiata allo stesso modo. L’amore è gratuito, non pesa quanto si dà e quanto si riceve. Sarebbe stata già ricompensata con la gioia che la sua scelta, che le è pesata, ha donato a suo marito.

Solo da persone libere possiamo fare una vera scelta. Scegliere di dire si e anche dire no. Perchè ciò che ci guida nella scelta non è la paura di generare conflitti e magari di perdere l’altro/a, ma è l’amore stesso, il bene. Così in situazioni più gravi dell’esempio che ho riportato, che è molto banale e comune, come possono essere i tradimenti, io da persona libera, posso nel discernimento decidere soluzioni diverse. Posso comprendere che è giusto separarsi per un po’. Che non significa metterlo/a alla porta, quella resta sempre aperta. Significa fargli/le assumere le sue responsabilità e significa mettere in evidenza come l’altro/a stia svalutando ciò che io sono.

Per noi cristiani è più semplice. Amare davvero il nostro coniuge significa farlo scendere dal piedistallo e mettere sul quel piedistallo Gesù. Ciò ci permette di essere capaci di dire no quando quello che l’altro/a ci chiede è in contrasto con la mia relazione con Gesù. Dire no può essere la soluzione migliore per me, per l’altro/a e anche per il matrimonio. Dire no a volte serve a mettere confini che servono a proteggere ciò che sono che è indispensabile per creare relazione e comunione. Dire no serve a chiedere all’altro/a di prendersi le sue responsabilità nella relazione.

Una volta che tutto ciò è chiaro posso amare fino alla fine. Anche facendo scelte di vero sacrificio per l’altro/a. Sono scelte libere e per questo scelte d’amore. Senza aver chiaro questa dinamica corro invece davvero il rischio di essere solo un tappetino e uno schiavo in una relazione di dipendenza dove non ci può essere vero amore. Corro il rischio di annientarmi o di scoppiare.

Argomento complicato e che non si può esaurire in poche righe. Spero però di avervi dato una base su cui riflettere. Ringrazio Claudia e Roberto di Amati per Amare che con le loro dirette facebook mi hanno aiutato a riflettere su questo tema tanto controverso e importante. Per approfondire cliccate e guardate il video loro insegnamento

Antonio e Luisa

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L’amore si impara facendone esperienza

Oggi vi racconto una favola. Un breve racconto per dire qualcosa sul matrimonio. E’ nato per caso. Cosa rispondere in modo semplice ai figli quando ti chiedono cosa sia la vocazione? E quando ti chiedono perchè ci si sposa? Ecco questa è la mia personale risposta.

C’era un principe di un antico regno. Un regno lontano. Questo principe era figlio di un re molto buono e saggio. Un giorno il re fece chiamare il figlio. Il giovane aveva da poco compiuto i vent’anni. Una volta soli il re si rivolse al figlio e gli chiese: Perchè, caro figlio mio, ti vedo insoddisfatto e  senza pace? Cosa tormenta il tuo cuore?

Il principe, sapendo di non poter nascondere ciò che custodiva nel cuore, rispose: Vedi Padre, tu mi hai dato tutto. Mi hai dato una famiglia. Ho amici fidati. Mi hai fatto studiare il mondo, la storia, la matematica e le leggi della fisica con i migliori insegnanti. Non mi hai mai fatto mancare nulla. Non c’è nulla che desidero che io non abbia già, eppure non ho la pace nel cuore. Non so quale sia il mio posto nel mondo e quale sia il senso della mia vita.

Il padre sorrise e accarezzando la testa del giovane gli diede un compito: Vuoi essere felice? Apri il tuo cuore ad una creatura simile a te ma diversa. Innamorati di una fanciulla e sposala. Non ho nessun altro consiglio da darti. Solo se farai quello che ti ho chiesto  ti dirò ciò che ancora non sai.

Il giovane restò confuso, ma suo padre non lo aveva mai ingannato e si mise alla ricerca della sua innamorata. Dopo un po’ tempo si innamorò davvero. Una ragazza gli rapì il cuore. Dopo un breve fidanzamento si sposarono con la benedizione dell’anziano re.  Il giorno seguente il principe si recò dal padre e voleva avere finalmente la risposta che cercava. Il re sorridendo disse: Calma figlio mio! Vuoi la risposta? Impegnati in questa tua nuova avventura nuziale. Impegnati a fondo ad essere sempre accogliente per la tua sposa. Impegnati per essere sempre pronto per servire lei e l’amore che hai promesso di donarle. Ci rivedremo tra dieci anni e ti darò la risposta che tanto desideri.

Il principe decise di seguire a fondo il consiglio del padre. A volte era semplice. Quando c’era la passione, la complicità e l’intimità tutto veniva naturale, senza fatica. Non sempre era così. A volte non era per nulla facile amare. A volte lei si comportava in modo irritante. Altre volte anche umiliante per lui. Quelle volte lui avrebbe voluto mollare tutto e andarsene. Invece decise di tenere duro e di rispondere solo con l’amore. Non lo fece per lei, ma per la promessa fatta al padre. Chiaro, a volte anche lui sbroccava, ma poi umilmente chiedeva scusa. Così per dieci anni. Tra alti e bassi. Ma più il tempo passava e più i bassi erano sempre meno e sempre meno bassi.

Al decimo anno il giovane, ormai diventato uomo e a sua volta padre,  si recò dal vecchio sovrano. Il padre lo accolse con uno sguardo divertito e furbo di chi sapeva già. Il figlio disse: Mio re non mi serve più la tua risposta. Ho capito da solo. Più facevo esperienza di matrimonio, di questa relazione così speciale, unica, totalizzante e senza fine e più capivo. Ho trovato risorse che non sapevo di avere, ho curato ferite che non credevo potessero essere guarite, ho conosciuto una parte di me che non avrei mai pensato di essere. Ho imparato che le sofferenze e le fatiche si alleggeriscono se vengono condivise. Ho sperimentato che le vittorie e le gioie sono ancora più grandi se condivise con chi si ama. Ho capito finalmente qual è il mio posto e perchè sono in questo mondo. Sai qual è la cosa più divertente e più inaspettata? Ho capito e sperimentato tutto questo quando ho smesso di occuparmi di me per spostare lo sguardo e l’attenzione su un’altra persona. Verso la mia amata sposa. Ora so che non dovevo cercare di fare qualcosa che ancora non avevo fatto, ma piuttosto cercare chi amare e darmi completamente a quella creatura. 

Il re ascoltò con interesse e con voce che tradiva tutta la sua soddisfazione rispose: Bravo figlio mio. Hai compreso il segreto della vita. Non c’è nulla per cui sei al mondo se non l’amore. Avrei potuto dirtelo subito, ma non avresti compreso. Uno dei miei servitori più grandi Papa Giovanni Paolo II diceva al mondo che l’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare. E’ esattamente questo figlio mio. L’amore è quella realtà che si può imparare solo facendone esperienza. Il matrimonio è uno dei modi più belli per farla. Ora che hai capito posso lasciarti il mio regno. Tu sei nato figlio di re, ma solo imparando ad amare nel matrimonio sei diventato degno di ereditare tutto il mio regno.

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L’abito è un dono di Dio

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiediamo a Cristo, il nostro Re, di poter far parte della Sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le Sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e, come sposo fedele e generoso, si prenda cura della nostra famiglia.

Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione ci viene da fra Andrea che ci ricorda che all’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.

Non siamo noi a doverci comprare un abito adeguato a quel contesto regale. Non abbiamo scuse! Non possiamo dire che siamo troppo poveri per amare come Dio ci ama perchè è Dio stesso a darci l’abito fatto per noi. Con la Sua Grazia. Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno.

Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadiamo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Seconda parte.

In questo articolo proseguiamo l’analisi e la lettura in chiave sponsale del bellissimo testo della canzone Le poche cose che contano di Simone Cristicchi. Cliccate qui per la prima parte.

E’ la fatica e la forza di chi sa perdonare. E’ la fragilità che ti rende migliore. E’ l’umiltà di chi non ha mai smesso di imparare. Perdonare è una fatica ma perdonare è anche la nostra forza. Perdonare significa essere capaci di riconoscerci noi stessi bisognosi di perdono. Solo facendo questa fatica di riconoscerci poveri e bisognosi della misericordia di Dio saremo capaci di mostrare misericordia per chi come noi ne ha bisogno e la desidera.

Di chi sacrifica tutto in nome dell’amore. La fedeltà di chi crede che non è finita. La dignità di portare avanti la vita. Non c’è nulla che è più sacro del nostro amore. Solo Dio che ne è sorgente e fine. Il verbo sacrificare evoca una fatica e una sofferenza. In realtà sacrificare significa soprattutto rendere sacro, rendere di Dio. Rendere a Dio ciò che è suo. Il nostro amore nel matrimonio diventa suo. La nostra vita diventa sua. Ed è per questo che la fedeltà può davvero andare oltre la fine di un matrimonio, di una relazione. Quanti sposi continuano ad amare nonostante siano stati abbandonati. Ecco lì in quella scelta, in quella promessa d’amore mantenuta c’è tutta la dignità di chi va fino in fondo di chi sa che non è finita. Una scelta che porterà frutto in questa vita e anche nell’eternità di Dio.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Noi siamo il senso, la ragione, il motivo, la destinazione. Noi siamo il dubbio, l’incertezza, la verità, la consapevolezza. Noi siamo tutto e siamo niente. Siamo il futuro il passato e il presente. Il senso della nostra vita non è il matrimonio. Certo. Però il senso della nostra vita possiamo scoprirlo nel matrimonio. Il senso della nostra vita è l’amore, l’amore vissuto fino in fondo. Solo l’amore crea (cit. don Fabio Rosini), solo l’amore ci offre uno sguardo e un orizzonte eterno. Solo nell’amore possiamo trovare quelle scintille di luce che squarciano il buio del non senso. Quando ci sposiamo prendiamo tutto. Accogliamo il suo passato accogliendo i suoi pregi e i suoi difetti che si sono plasmati nella sua storia. Accogliamo il suo presente donandoci completamente e accogliamo il suo futuro perchè abbiamo promesso di amarla/o fino alla fine della nostra vita senza mettere condizioni o limiti.

Siamo una goccia nell’oceano del tempo. L’intero universo in un solo frammento. Siamo una goccia nell’oceano. Don Renzo Bonetti spiega così l’amore degli sposi. Una piccola goccia esprime bene l’amore che noi siamo capaci di dare. C’è il sacramento che ci permette di tuffarci nell’oceano dell’amore di Dio. Restiamo una piccola goccia ma acquistiamo la forza e la grandezza dell’oceano intero. In noi c’è l’amore di Dio. L’infinito nella finitezza di due creature.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Antonio e Luisa

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Le poche cose che contano. Prima parte.

Simone Cristicchi ne ha combinata un’altra. Ha composto un altro capolavoro. Sto parlando della splendida canzone Le poche cose che contano. Canzone scritta per la trasmissione in onda in questi giorni su TV2000 condotta dallo stesso Simone con don Luigi Verdi.

In questo articolo ho cercato di analizzare il testo del brano e di rileggerlo in chiave sponsale. E’ una meraviglia. Si percepisce tutta la profondità di questo artista che negli ultimi anni, trascorsi accanto a don Luigi, ha trovato una maturità e una capacità di raccontare la bellezza dell’amore che sono possibili solo a chi ha incontrato Gesù. Iniziamo, buon viaggio!

Ti sei mai guardato dentro? Ti sei mai chiesto del tuo desiderio profondo? La nostalgia che si nasconde dentro te. Che cosa ti abita? Il matrimonio prima di essere un istituto giuridico e religioso è proprio la risposta alla nostalgia che si nasconde dentro il nostro cuore. Noi siamo nati con un desiderio grande nel cuore. Desideriamo amare ed essere amati. Ma veramente. In modo radicale. Desideriamo trovare qualcuno che ci sia complementare con cui entrare in comunione e sperimentare un amore radicale e totale. Un amore che sia indissolubile, fedele ed esclusivo. Tanta sofferenza del nostro tempo è dovuta proprio all’incapacità di comprendere che il cuore dell’uomo (inteso maschio e femmina) desidera radicalità nell’amore. Le relazioni affettive del nostro tempo sono sempre più fluide e precarie. Tutto questo in nome di una libertà che in realtà è un’illusione e ci rende sempre più soli ed infelici.

E’ l’infinita pazienza di ricominciare. E’ il coraggio di scegliere da che parte stare. L’amore sponsale è proprio così. E’ un continuo ricominciare. Ricominciare quando ci si fa del male perchè il male non abbia l’ultima parola, e ricominciare quando le cose vanno bene perchè l’amore matrimoniale non ti permette di vivere di rendita, ma va rinnovato ogni giorno. Va nutrito affinchè non muoia. L’amore è anche il coraggio di scegliere sempre il bene. Quando pronunciamo il nostro sì stiamo facendo una scelta. Scegliamo di rispondere con il bene al male che l’altro/a può farci.

E’ una ferita che diventa feritoia. E’ una matita spezzata che colora ancora. Nel matrimonio non si può fare finta. Le nostre ferite vengono a galla. Ed è proprio in quel momento, quando ci mostriamo nudi senza difese che le nostre fragilità diventano feritoie. Le nostre ferite diventano occasione di essere amati anche nella nostra debolezza. Per chi lo ha sperimentato è una sensazione meravigliosa. Ci si sente amati senza paura di mostrarsi completamente. Perchè chi ci sta di fronte ci guarda non per giudicare ma per accoglierci così come siamo. Paradossalmente è proprio l’amore gratuito che può darci la forza di migliorarci e cambiare alcuni aspetti di noi.

La meraviglia negli occhi quando ti fermi a guardare. La sconfinata bellezza di un piccolo fiore. Fermiamoci a contemplare l’altro/a. Contempliamo la bellezza di ciò che siamo insieme. Riscopriamo la bellezza di ammirarci. Riscopriamo quella meraviglia che ci ha fatto innamorare. Quell’uomo o quella donna che abbiamo di fronte è una meraviglia. E’ facile dimenticarlo presi da tanti impegni e da tanti pensieri. Lui/lei è una meraviglia ed è una meraviglia anche il dono di sè che mi fa quotidianamente senza chiedere nulla in cambio e senza risparmiarsi.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

(continua)

Antonio e Luisa

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L’amore non possiede.

L’amore non possiede mai. Credo che questa sia una di quelle caratteristiche dell’amore che dovremmo aver sempre presente nella nostra relazione e nel nostro matrimonio.

Non serve arrivare a casi estermi di relazioni tossiche dove c’è dipendenza di uno nei confronti dell’altro/a. No, bastano anche le nostre relazioni normali, dove si cerca di volersi bene ma c’è comunque da fare i conti con il peccato, con il nostro egoismo e con le nostre fragilità.

Quante volte io stesso ho cercato di piegare Luisa alla mia volontà. Quante volte ho cercato di trasformarla come io volevo che fosse. Credo che sia una tentazione che abbiamo forte tutti. Rendere l’altro qualcosa di nostro, qualcosa che risponde al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, ai nostri desideri e bisogni.

Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Genesi 2, 23

Adamo sta dicendo esattamente che Eva è un’altra lui. Riconosce se stesso in Eva. Ma non è così. Adamo nella relazione scopre che Eva è differente da lui. Ed è attratto proprio da questa somiglianza certo, ma anche differenza. Eva ha ciò che a lui manca, e nella relazione con lei scopre davvero chi è lui. Si scopre pienamente se stesso. Lei non sarà mai completamente sua, Resterà sempre un mistero. Facciamo un passo indietro e leggiamo i versetti subito precedenti a quelli già citati:

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.  Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Genesi 2, 21-22

Bellissimo il modo in cui Dio crea la donna. L’uomo viene addormentato, Dio prende una costola e crea la donna da quella costola. Cerchiamo di comprendere alcune dinamiche. L’uomo è passivo. Non ha nessun ruolo. La donna non è creata secondo i desideri dell’uomo, ma secondo il desiderio di Dio. L’uomo non può farne cosa sua. L’uomo non conosce neanche come la donna è stata creata. Stava dormendo. Così come la donna non sa come è avvenuta la creazione dell’uomo. Perchè è importante sottolineare questo? Perchè nella mentalità ebraica conoscere a fondo come sono fatte le cose permette di dominarle. Sapere tutto di qualcosa ci permette di avere un dominio su di essa. Dio non vuole questo.

Quindi, Dio ci chiede di relazionarci profondamente con una persona che ci sia differente e complementare per accogliere il mistero dell’altro/a e non per dominarlo, Quando cerchiamo di dominare stiamo rendendo tutto più povero. Stiamo impoverendo la relazione dove non c’è più uno scambio, non c’è più un’accoglienza vicendevole. Stiamo impoverendo l’altro/a che non è più libero/a di essere se stesso/a, ma deve impersonare il nostro ideale. Stiamo impoverendo anche noi stessi perchè l’altra persona è portatrice di valori, di una storia, di una sensibilità, di atteggiamenti e modi di pensare diversi dai nostri, che possono aiutarci ad aprire i nostri orizzionti ed essere più ricchi attraverso lo sguardo dell’altro/a.

Proprio in questa dinamica fatta di conoscenza, relazione, comunione, che ci porta fuori da noi e ci obbliga a metterci in gioco, possiamo non solo amare, ma possiamo scoprire sempre più chi siamo. Come disse Papa Francesco rispondendo a una coppia di fidanzati nel 2014:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

Incontro con i fidanzati che si preparano al matrimonio, 14 febbraio 2014

Non è forse un compito meraviglioso?

Antonio e Luisa

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Falla ridere perchè…..

Uno dei pregi che le donne apprezzano di più in un uomo è proprio che sia capace di farle ridere. Io da uomo non credevo fosse così fondamentale. Invece pare proprio che sia così. Ci sono diversi studi che confermano questa affermazione. In particolare esiste uno studio canadese che attesta come l’umorismo sia determinante nella riuscita di una relazione. Quindi vale anche per il matrimonio.

C’è però una differenza sostanziale su cosa apprezzano uomini e donne. La donna è attratta e sta bene con un uomo che riesce a farla ridere. Perchè questo? Perchè spesso è ciò di cui le donne hanno bisogno. Le donne tendono ad essere pesanti, diciamolo. Non voglio generalizzare, ma sembra che sia spesso così. Le donne tendono ad estremizzare i problemi. Quando hanno accanto un uomo che è capace di alleggerire il loro cuore stanno meglio. Ridere fa star bene. La battuta giusta può aiutare tante donne a ridimensionare tanti problemi.

L’uomo apprezza l’umorismo in modo diverso. L’uomo apprezza l’umorismo della sua donna quando questa è capace di ridere alle sue battute e di capire il suo umorismo. L’uomo ha un umorismo attivo mentre la donna passivo. Anche in questo uomo e donna sono differenti e complementari e per questo attratti l’uno dall’altra.

Perchè l’uomo apprezza particolarmente quando la moglie ride del suo umorismo? Anche qui ci viene in aiuto una ricerca americana. La donna che ride da un messaggio chiaro al suo uomo. Sono accogliente verso di te. Mi piaci e provo attrazione per te. Credo che sia il messaggio più bello che un uomo possa ricevere dalla sua amata.

E’ importante un’ultima precisazione. Ci sono alcuni tipi di umorismo che la donna non ama La donna apprezza l’uomo che la fa ridere, non che ride di lei. Un conto è l’umorismo un altro il sarcasmo. Il primo nutre la relazione e la alleggerisce, il secondo la impoverisce e la distrugge. Un altro tipo di umorismo che non è apprezzato dalle donne è quello a sfondo sessuale.

Finisco con una considerazione personale. Luisa quando l’ho conosciuta era molto pesante. Vedeva spesso le difficoltà della vita e faceva fatica ad abbandonarsi ad un po’ di spensieratezza e leggerezza. Nonostante la sua fede e la sua capacità di amarmi che erano e sono davvero grandi, almeno ai miei occhi. Io credo di averle tra le altre cose donato un po’ di leggerezza. Da quando stiamo insieme lei ha beneficiato della mia leggerezza, delle mie battute, del mio modo di vedere la vita e i problemi. Ed io naturalmente ho imparato da lei ad essere un po’ meno superficiale su alcune questioni. Il matrimonio è questo. Si diventa ricchi l’uno con l’altro in una relazione che è scambio e comunione.

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Recuperiamo la bellezza dell’amore


E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?
Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.»

Matteo 21, 42-45

E’ importante contestualizzare il momento. Da un po’ di settimane ci troviamo nel mezzo della disputa tra i sacerdoti, rappresentati dai sadducei e dai capi del popolo, e il rabbinismo, rappresentato tra gli altri dai farisei. I rabbini sono coloro che impegnano la loro vita nello studio e nella trasmissione della Scrittura. Gesù naturalmente veniva associato dai suoi contemporanei a questa seconda categoria. Anche se Gesù non è catalogabile. Gesù sappiamo bene è anche sacerdote. Vive il suo sacerdozio proprio nel dono di se stesso per la nostra salvezza, lo vive nella sua passione e morte in croce. Gesù dai suoi discepoli era chiamato Rabbi, maestro mio. Addentriamoci ora nella parabola di questa domenica. Gesù enuncia la parabola dei vignaioli e di quel figlio del padrone che non viene accolto dai lavoratori della vigna, ma viene ucciso da essi.

Naturalmente Gesù sta parlando di se stesso e di quelle persone, che sono esponenti proprio delle due categorie influenti in quel tempo, che inveiscono contro di lui e tramano per la sua morte. Alla fine del Vangelo Gesù cita un salmo. Esattamente il Salmo 118 dal versetto 22 al 25:

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso. Dona, Signore, la tua salvezza,
dona, Signore, la vittoria!

In questa riflessione ho deciso di concentrarmi proprio su questo salmo. Aiutato da fra Andrea che mi ha offerto spunti molto interessanti e illuminanti. C’è una contrapposizione forte tra i due attori principali. Ci sono i costruttori e c’è Dio che recupera quanto scartato dai primi per farne la sua meraviglia e la nostra salvezza. I costruttori sono naturalmente immagine dei capi del popolo. Sono coloro che fanno le leggi. Coloro che costruiscono la società secondo il loro metro e i loro valori ( o disvalori), che evidentemente non sono quelli di Dio.

Se contestualizziamo questo salmo ai nostri giorni, i costruttori possono essere anche coloro che hanno definito l’istituto matrimoniale. Lo hanno spogliato, legge dopo legge, di tutta la sua struttura fondante. Il matrimonio è diventato qualcosa di fragile e di instabile. In nome del progresso e della libertà il matrimonio è stato spogliato della sua ricchezza e fortezza. E’ stata cancellata l’indissolubilità, è stata negata l’unicità dell’unione tra un uomo e una donna, anche la fedeltà è diventata qualcosa di poco importante. Un esponente politico della maggioranza l’ha definita un retaggio di una cultura sorpassata e vecchia.

La nostra società ha gettato tutto questo. Abbiamo nel tempo dilapidato un tesoro. Noi abbiamo dentro il desiderio di vivere un amore radicale. Un amore gratuito che duri per sempre e che sia fedele. Un amore solo con quella donna o solo quell’uomo. Non è un retaggio. E’ ciò che desideriamo proprio per come siamo fatti.

Tutte queste leggi sono state introdotte per renderci più liberi e felici, debbo dire che non mi sembra sia andata così. Viviamo in una società dove è sempre più difficile essere felici e dove c’è sempre più solitudine, ansia e mancanza di senso.

Gesù ci dice di recuperare quella pietra scartata dai costruttori e di renderla nostra testata d’angolo. La nostra ricchezza più grande. Solo recuperando il desiderio di un amore che sia davvero radicale e sperimentandolo nel matrimonio, che è l’unione più profonda che ci possa essere tra un uomo e una donna, possiamo ritrovare quella stabilità e quel senso che a tanti purtroppo manca. Solo impegnandoci a fondo nel vivere il nostro matrimonio in tutta la sua pienezza e verità, nella fedeltà, nell’indissolubilità e nell’unicità saremo davvero liberi e felici. Anzi Dio ci dice di più: saremo salvi. E’ la nostra strada per la santità e la gioia.

Antonio e Luisa

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Mi raccontate la fatica, io vedo la vostra forza

Oggi voglio dedicare questo articolo alle tante persone che mi contattano. Credo di ricevere almeno una mail o un messaggio privato ogni giorno. Spesso sono richieste di aiuto. Mi rendo conto che Luisa ed io siamo diventati familiari per tanti di voi. Sentite il desiderio di aprirvi anche solo per raccontare la vostra fatica e il vostro dolore.

Io rimango spesso spiazzato, mi sento davvero piccolo innanzi a tanta forza che leggo dalle vostre storie e dalla fede che traspare limpida dalle vostre parole. Dite che fate fatica. Dite che sentite di sentirvi deboli e incapaci di trovare una soluzione. Mi raccontate della vostra vita. Delle vostre vite. Ogni famiglia è davvero un piccolo diamante. Nessuna è uguale ad un’altra. Ogni famiglia è unica e ogni coppia è qualcosa di irripetibile, è come una tessera di un puzzle che insieme a tutte le altre può mostrare chi è Dio e come Dio ama.

Ho letto storie di famiglie alle prese con la disabilità, con il lutto, con la malattia, con l’infertilità, con il tradimento. Altre che non sono più capaci di fare l’amore. Ho davvero sentito il dolore e la fatica di tutte queste persone. Eppure proprio nella loro fragilità ho sperimentato la loro grande forza. Gente che non si arrende. Che non si arrende davanti a nulla. Gente che proprio nella sua debolezza ha scoperto la forza della fede.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

2 Corinzi 12, 9-10

Dobbiamo uscire da questa mentalità, che un po’ ci influenza, dove la famiglia baciata dalla Grazia di Dio è quella che non ha pecche e dove tutto sembra essere perfetto. Ogni famiglia, ogni coppia, ogni persona, se guardata non da un occhio esterno ma dall’interno ha delle pecche, ha delle imperfezioni, ha delle difficoltà e delle fragilità. La famiglia baciata dalla Grazia è quella che riesce a trasformare quelle imperfezioni in occasioni d’amore.

Dio non ci ha creato perfetti, almeno per come noi intendiamo la perfezione, non ci ha creato immortali, dobbiamo affrontare la morte anche se non sarà la fine, e non ci ha creato immuni da sofferenza ed errori. Ci ha creato liberi e nella libertà capaci di amare. Ecco, quando riusciamo ad essere liberi e nel contempo a farci dono al nostro sposo o alla nostra sposa, ai nostri figli e a tutte le persone a cui apriamo la porta di casa, ecco che lì alberga la Grazia, lì c’è la presenza di Dio, lì c’è una famiglia perfetta, perchè nella sua imperfezione riesce a testimoniare Dio stesso, amando e perdonando come Dio fa con ognuno di noi.

Grazie! Io non ho che qualche parola di conforto per voi. Voi invece mi donate molto di più. Mi donate la vostra forza che nasce proprio dalla vostra fatica.

Come disse Nick Vujcic, attore e motivatore cristiano a cui mancano braccia e gambe (nella foto in copertina con la famiglia) , quando ci manca qualcosa abbiamo due possibilità: scegliere di essere arrabbiati con Dio per quello che ci manca o essere grati per ciò che abbiamo. Scegliamo sempre la seconda possibilità, scegliamo la gratitudine.

Antonio e Luisa

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Beati voi che siete una famiglia

Questa bellisima riflessione sembra riconducibile a mons. Lucio Sovarito, vescovo emerito di Rovigo scomparso poco più di un anno fa. L’ho trovata per caso sul web e ho deciso di condividerla perchè è davvero meravigliosa.

Beati voi che siete una famiglia!

Beati perché siete la culla dell’amore, dove ci si ama, dove, se vivete l’uno per l’altro, diventate una sola carne. Beati perché fate sprigionare l’amore che unisce: voi siete il luogo in cui si impara fin da piccoli a vivere relazioni gratuite, a diventare “dono” l’uno per l’altro. Beati perché fate sbocciare la vita e date un futuro alla società. Voi siete il luogo naturale dove avviene la procreazione delle nuove vite e dove i figli possono crescere sereni e ricevere una educazione equilibrata.

Beati perché fate crescere le persone: formate la loro personalità, le aiutate a crescere come “esseri in relazione”, le educate nella vita affettiva e nella socialità. Beati perché educate i figli: trasmettete loro i valori essenziali della convivenza civile, quali la dignità della persona, la fiducia reciproca, il buon uso della libertà, il dialogo, la solidarietà.

Beati perché consolate il vecchio e il malato; siete l’unico ambiente in grado di offrire un’accoglienza ricca di calore al bambino e al malato, al disabile e al vecchio. Beati perché siete il “soggetto sociale” intermedio,che garantisce il giusto rapporto tra il singolo e la società, e aiutate le persone a non scivolare nell’individualismo che isola e a non lasciarsi assorbire dal collettivismo che schiaccia. Beati perché siete la cellula della società. Da voi dipende il futuro della persona e della società. Se muoiono le famiglie, muore la società. Se le famiglie sono sane, è sana anche la società. Beati perché garantite la sopravvivenza della società, contribuite all’edificazione della convivenza civile, promuovete la solidarietà sociale,date un contributo originale al mondo della scuola, del lavoro, dell’economia e della politica.

E per le famiglie che hanno consacrato il loro amore con il sacramento del matrimonio, aggiungo: beati voi, che siete famiglie cristiane! Beati perché siete un “Vangelo vivo”: in cui si può “leggere” il volto di Dio-Trinità, il suo amore per l’umanità, l’amore paziente, eccedente, gratuito di Cristo per la Chiesa.

Beati perché siete le “cellule” vitali delle parrocchie, costruite la Chiesa e fate crescere la parrocchia come “famiglia di famiglie”.

Beati perché avete il dono di poter testimoniare, annunciare e comunicare l’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa. Attraverso i vostri gesti di amore, di perdono, di accoglienza e di solidarietà, Cristo stesso accoglie, perdona e ama.

Beati perché siete la “piccola Chiesa”, in cui l’annuncio del Vangelo può essere da tutti vissuto e verificato in maniera semplice e spontanea. Beati perché avete la possibilità di portare il Vangelo nel contesto della vita di tutti i giorni, soprattutto nelle situazioni vitali di gioia e dolore, di speranza e attesa, dove si ripropongono i grandi interrogativi sulla vita.

Beati perché potete trasformare la vostra gioia di essere sposi in preghiera di lode e di ringraziamento e con essa potete affrontare i momenti del dolore e della sofferenza.

Antonio e Luisa

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Avete fatto il vaccino per il vostro amore?

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale.

Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere.

Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa. 

Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual è? Dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

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Il vino è per la gioia non per l’ubriachezza.

In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

Matteo 21, 28-32

Anche questa domenica il Vangelo ci presenta l’immagine della vigna. La vigna che è il regno di Dio, la vigna che è la nostra relazione sponsale, dove dovrebbe regnare Dio e dove ognuno di noi dovrebbe incontrare Gesù.

Fra Andrea ci offre una prospettiva originale da cui partire per riflettere su di noi e sul nostro matrimonio. La vigna produce l’uva e con l’uva si fa il vino. Il vino non è necessario per vivere, però è importante. Il Vangelo ci dice che anche ciò che non è necessario ed urgente può essere comunque importante. Il vino non è necessario ma è importante per fare una festa, per avere la gioia, per sperimentare nel nostro matrimonio la bellezza.

A me viene in mente l’eros. L’amore più carnale, erotico, passionale. L’amore che non è solo dovere ma diventa piacere. Il piacere di donarsi e di accogliersi. Il vino però detiene altre due caratteristiche che possono essere associate all’eros: è capace di allietare il nostro cuore, se consumato in modo adeguato e controllato, oppure può appesantirlo con il vizio dell’ubriachezza. Con l’eccesso e con la dipendenza.

Ecco l’Eros, pur essendo una manifestazione buona e bella dell’amore, può renderci come il figlio che non vuole andare a lavorare nella vigna (ma che poi ci va). Perchè magari siamo appesantiti dal vizio. Il vizio non è solo contravvenire ad una regola morale o ad un ordine morale, non è solo vestirsi con stracci. Il vizio è una tentazione che tocca le nostre ferite più nascoste. Il vizio è quel diavoletto che ti dice all’orecchio: tu non sei felice, non hai un posto nel mondo, sei un buono a nulla. Solo io posso renderti felice. Abbandonati a me.

Il vizio (in questo caso riguarda l’ambito sessuale, ma può valere per tanti altri comportamenti negativi) ci insinua che la nostra gioia non è nel donarci nella vigna al nostro sposo o alla nostra sposa, ma è abbandonarci al piacere fine a se stesso. Il piacere diventa così un anestetico e non una componente dell’amore e della comunione.

Può essere il piacere sessuale come può essere anche il lavoro, il successo, addirittura i follower su instagram o facebook. Il vizio va guardato negli occhi e affrontato. Riconosciuto come tale e combattutto. E’ importante fare come fa il figlio che prima, appesantito, dice di no, dice di non voler scendere nella vigna. Poi però il Vangelo ci dice che il figlio si pente e torna indietro. Il verbo utilizzato in lingua originale non significa soltanto tornare indietro, ma vuol dire tornare al punto da cui si è partiti. Risalire dove il vizio ebbe origine. Il figlio torna ad essere puro, guarito.

Il matrimonio è questo. E’ la nostra grande occasione di tornare alle origini della nostra capacità di amare. Eliminare non solo il vizio ma anche le ferite che lo hanno generato. Sta a noi, con l’aiuto di Dio, scendere nel profondo della nostra vigna, della nostra relazione e all’interno di essa riscoprirci quell’uomo e quella donna che siamo ma che forse non siamo mai stati in grado di essere.

Antonio e Luisa

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Aquila e Priscilla. Per amore. Solo per amore.

Aquila e Priscilla sono una coppia di sposi. Prima di tutto sono una coppia di sposi. Aquila e Priscilla sono due personaggi citati molte volte negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo. Sono infatti molto vicini proprio all’apostolo Paolo. Sono molto amati e stimati dallo stesso apostolo che ha sempre parole di riconoscenza verso di loro.

Perchè sono così importanti? Sono, credo di poter dire, qualcosa di unico nella Bibbia, almeno nel Nuovo Testamento. Non esiste Aquila senza Priscilla e non esiste Priscilla senza Aquila. Sono sempre citati insieme, come fossero un’unica persona. In realtà sono davvero un cuore solo . Due persone distinte, certo, ma che sono così unite nell’amore verso Gesù che sembrano amarLo con un solo cuore.

Questo è un po’ il significato e anche il frutto del matrimonio. L’amore diventa come fuoco che fonde il cuore dell’uno e dell’altra e all’unisono, i due cuori, amano Cristo e i fratelli.

Ciò che rende la testimonianza di Aquila e Priscilla tanto bella non è tanto il fare, il mettersi a disposizione e l’aprire la loro casa a Paolo e ai cristiani di Efeso, trasformandola in una vera chiesa. Una delle prime chiese. Ciò che rende la loro testimonianza verace e bella è proprio il fatto che, prima che mettessero a disposizione la loro abitazione come chiesa, loro stessi divennero Chiesa. Loro stessi nella loro relazione riuscirono a riprodurre, in piccolo naturalmente, l’amore di Gesù per ognuno di noi.

La loro relazione sponsale traboccava così tanto di amore che divenne generativa. Non riuscivano a contenere solo per loro quell’amore tanto grande che sperimentavano nel dono reciproco e nella presenza di Gesù tra loro, ma sentirono forte la necessità di fare uscire tutto l’amore e tutto il bene. Sentirono il bisogno di aprire la loro casa e di mettersi al servizio dei fratelli. Il loro prima che un servizio è stato un soddisfare un desiderio del cuore. Non un dovere ma un onore.

Ne conosco tantissime di coppie che, come Aquila e Priscilla, si mettono al servizio dei fratelli per amore. Solo per amore. Si chiamano Cristina e Giorgio, Pietro e Filomena, Claudia e Roberto, solo per citare i nostri amici del blog, ma ci sono tantissimi altri.

Credo che nella grande Chiesa di Cristo non possano mancare la testimonianza di coppie feconde e credo che ognuno di noi, sposi cristiani, se davvero vive un matrimonio autentico, senta nel profondo il desiderio di restituire qualcosa della bellezza e della gratuità che ogni giorno riceve attraverso l’amore del coniuge e di Dio.

L’amore è sempre fecondo ed è salvezza per noi e per gli altri.

Antonio e Luisa

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Dove guardi? Non sono in Cielo ma nella persona che hai accanto.

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si perché Gesù vuole essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. Ringraziarlo e rendere grazia per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui/lei e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli. D’altronde Giovanni nella sua prima lettera ha scritto: Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Il nostro coniuge è lì proprio per dare carne e un volto all’amore. Approfittiamone!

Antonio e Luisa

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Ci amiamo come il primo giorno? Grazie a Dio no!

Ci sono tante persone che, per enfatizzare quanto si vogliano ancora bene dopo tanti anni passati insieme, affermano: ci amiamo come il primo giorno!

Io ho sempre trovato questo modo di descrivere la pienezza di una relazione come stonato. Il primo giorno io amavo Luisa molto meno di come la amo oggi. E’ normale che sia così. Il nostro padre spirituale ci diceva sempre che l’amore non è qualcosa di statico. Non è qualcosa che dobbiamo cercare di cristallizzare e custodire così com’è, come in una teca. Il nostro amore è quanto di più vivo (o morto, se non curato) ci possa essere. Muta continuamente. Come un albero. Da un giorno all’altro sembra lo stesso, ma se lo si osserva per periodi lunghi si notano delle differenze enormi.

E’ normale che sia così perchè l’amore non ha vita propria, la relazione non ha vita propria, ma si nutre attraverso i due sposi. Attraverso i gesti, la vita, le attenzioni, il tempo, la cura, il perdono, gli scontri, i litigi, dei due sposi.

L’amore si nutre della vita dei due sposi. Esattamente come i bambini che crescono nel grembo di una mamma. D’altronde l’amore non è forse una forza generativa? Non è forse vita?

Così accade che in una vita insieme, due persone che, nonostante i loro limiti, si impegnano giorno dopo giorno a farsi prossimi all’altro/a e dono l’una per l’altro, diventano sempre più capaci di amarsi. Diventano sempre più comunione, sempre più un cuore solo. Il loro cuore diventa sempre più grande e capace.

Non solo accade questo. Accade anche che i loro cuori si riempiono di tutto l’amore che sono stati capaci di donarsi nella loro relazione. Come un forziere che si riempie del bene donato. Non so voi, io ricordo tantissimi episodi e gesti in cui Luisa mi ha fatto sentire profondamente amato, e queste sono perle che restano per la vita e che arricchiscono il nostro matrimonio e mi permettono di guardarla con uno sguardo pieno di questo bene ricevuto. Come uno di quei filtri della fotocamera del mio smartphone che mi permettono di rendere più bella la persona che riprendo.

In sintesi giorno dopo giorno diventiamo sempre più capaci di amarci. Per questo il massimo della mia capacità di amare Luisa nel 2002, quando ci siamo sposati, era molto meno di ciò che posso fare oggi.

Per questo mi sentirei di fare un augurio diverso alle persone che si vogliono bene. Non direi loro amatevi come il primo giorno ma direi amatevi come se fosse il vostro ultimo giorno insieme, dando tutto, non risparmiando nulla. Sono sicuro che chi ama in questo modo è capace di un amore molto più profondo e grande.

Un’ultima considerazione. Anche il rapporto intimo diventa sempre più bello e sempre più profondo con il tempo. Già, perchè ciò che rinnova davvero quel gesto non è cambiare il modo o il partner, ma è l’amore degli sposi che giorno dopo giorno è sempre più profondo, più grande e più maturo. Come il vino delle nozze di Cana. Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono (Gv 2, 10)

Antonio e Luisa

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Ti voglio benedire ogni giorno

Ieri, durante l’omelia, il nostro parroco ci ha fatto riflettere sul nostro matrimonio partendo da una prospettiva molto interessante. È partito dalle parole del Salmo, che naturalmente sono rivolte a Dio, però possono calzare anche per il nostro sposo o la nostra sposa. Quando un matrimonio è vissuto con Gesù presente, quando c’è desiderio di donarsi all’altro/a, quando c’è quella comunione che fa di noi sposi anche fratelli e sorelle nella fede, lì è davvero possibile fare esperienza di Gesù nell’altro/a. Sentirsi amati da Gesù attraverso l’altro/a e accogliere Gesù accogliendo l’altro/a. Il Salmo in questione recita:

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome, Signore, in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Non è forse vero che io desidero benedire Luisa ogni mattina che la trovo accanto a me? Benedico lei e benedico Gesù per avermela donata. Grande è il nostro matrimonio. Grande perchè mi permette di fare un’esperienza d’amore incondizionato e gratuito che è meravigliosa. Una bellezza che può venire solo da Dio. Una bellezza che non si può misurare. Nulla su questa terra può valere di più.

Paziente è la mia sposa, sempre pronta a sopportare i miei errori. Non mi giudica e comprende le mie difficoltà e fragilità. Misericordiosa la mia sposa che tutto mi perdona. Perdona davvero. Rigenerante è la sua tenerezza, che mi permette di capire un po’ di più l’amore con il quale Dio mi ama.

Sono sicuro che quanto ho scritto non sia un’esperienza solo nostra. Credo che tanti sposi potrebbero tetimoniare lo stesso amore. Non significa che siamo perfetti. Gli errori ci sono e sono anche tanti, ma ciò che rimane, ciò che è più forte, non è l’errore ma è l’amore. Sempre pronti a ricominciare, sempre pronti a chiedere e a dare perdono. Sempre pronti a meravigliarsi della bellezza del matrimonio e di come due persone tanto imperfette possano volersi bene in questo modo, con lo stile di Gesù.

Antonio e Luisa

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