L’amore del Cantico dei Cantici in un disegno.

Silvia è un’artista. Non ama molto raccontare di sé. Almeno non ama farlo con le parole. Esprime molto del suo mondo nell’arte: nei dipinti, nelle sculture, nei mosaici e in tante altre espressioni artistiche. Le sue opere sono molto belle soprattutto per la sensibilità e la maestria nell’uso del colore e la capacità di esprimere la sua femminilità. Io e Luisa conosciamo Silvia e suo marito Massimo da tanti anni. Abitiamo lo stesso quartiere, i nostri figli sono coetanei, frequentiamo la parrocchia e lo stesso gruppo famiglie. Sono una coppia bella. Una coppia che si è costruita nel tempo e nel tempo è diventata sempre più luminosa. Quando li abbiamo conosciuti erano sposati civilmente. Con il tempo si sono create le condizioni per sposarsi in chiesa e hanno deciso di farlo. Erano già sposati civilmente, avevano due figli ed erano già una bella coppia. Sentivano però il desiderio di includere nella loro relazione anche Gesù. Questa loro consapevolezza è qualcosa di bello, qualcosa che provoca stupore e ammirazione. Non tutti comprendono l’importanza del sacramento. Forse lo capisce meglio chi ha dovuto farne a meno. Per questo è stato per noi un grande onore quando ci hanno chiesto di far loro da testimoni di nozze. È stata una cerimonia molto semplice, ma molto bella. Erano presenti poche persone. Era però presente forte l’invitato principale: Gesù. È stata davvero una cerimonia in cui lo Spirito Santo soffiava forte. Silvia ha contribuito concretamente a questo libro. Ha offerto la sua arte, il suo mondo interiore, e ha dipinto un piccolo quadro dove si è lasciata trasportare dal testo del Cantico e dalle emozioni che il testo le ha provocato. Ne è nata un’opera bella, piena di colori come lei sa fare. Un’opera piena anche di significato, dove ogni particolare non è a caso, dove ogni forma richiama ad altro. Nell’ultima di copertina, potete trovarne una riproduzione, che vi invitiamo ad ammirare.

Lascio ora la parola a Silvia che in prima persona racconta perché ha dipinto così il Cantico dei Cantici.

Silvia

Disegnare è la mia forma preferita di preghiera e meditazione, il mio canale privilegiato per entrare in connessione con la verità scritta nel cuore di ogni uomo. Per questo motivo, quando prego, cerco di non influenzare con il giudizio ciò che sto realizzando, preferisco lasciar andare la matita o il pennello con fiducia e poi leggere e interpretare, ogni volta con stupore e gratitudine, quello che si è rivelato. Anche in questo caso, dopo aver riletto il Cantico dei Cantici e il contenuto del libro, ho provato a realizzare degli schizzi veloci e l’ispirazione ha portato alla luce questo disegno, che poi ho dipinto su una piccola tela lasciando che si arricchisse di ulteriori colori, sfumature e particolari. Racchiuso nel simbolo del cerchio, che contiene e protegge come l’anello nuziale, c’è l’Amore che unisce, feconda e rinnova la vita. L’ unione, nel segno dell’amore, genera e fa fiorire non solo la coppia, ma ha la missione di portare questa promessa di armonia vitale su tutta la Terra e il creato, elevando gli sposi verso l’infinito.

Così, l’unione del maschile e del femminile (due) dà vita ad un processo di moltiplicazione da cui nasce il simbolo dei cuori uniti nella Croce (quattro); dall’abbraccio reciproco si forma il simbolo dell’infinito (otto) che conduce nella parte esterna al coronamento di fiori di loto (sedici), intervallati da cuori (altri sedici) che rappresentano nuove vite.

Curiosamente, è lo stesso processo che avviene nello sviluppo dell’embrione: nei primi giorni di sviluppo, lo zigote si divide rapidamente, raddoppiando di volta in volta il suo numero di cellule, inizialmente chiamati blastomeri, mentre l’embrione in formazione prosegue il suo viaggio verso l’utero. Da una cellula si passa a due cellule, quindi a quattro, otto, 16 e 32. Allo stadio di 16 cellule si ha la cosiddetta morula, che entra nell’utero circa tre giorni dopo la fecondazione.

All’interno di questa realtà assiste e trae beneficio l’armonia di tutto il creato, visibile negli elementi della natura in cui i personaggi, anche se sospesi nel tempo per via della loro anima immortale, sono immersi: il sole e luna, che regolano il giorno e la notte, l’acqua e la terra, il fuoco e l’aria.

Un’unica realtà circolare che riporta al centro, dove risiede anche il punto centrale della Croce e dei cuori, e che contiene in sé l’eternità.

Dentro ognuno di noi è descritto da Dio l’intero universo.

Questa immagine sarà riprodotta sulla quarta di copertina del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore in uscita ad ottobre.

Antonio e Luisa

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La preghiera funziona se cambia il nostro cuore.

Mi capita spesso di ricevere richieste di consiglio o di aiuto. Persone che mi raccontano della loro sofferenza e mi dicono di pregare per la conversione del loro sposo o della loro sposa. Li faccio sempre ragionare su una cosa fondamentale. Cosa significa pregare per il nostro sposo o la mia sposa? Davvero crediamo che Dio possa, attraverso una magia, cambiare il cuore del nostro amato o della nostra amata? Non credo funzioni così. Dio non opera in questo modo. Lui non si impone. Lascia sempre che la prima mossa sia nostra, aspetta che siamo noi a desiderare il suo amore e a cercarlo. Certo una volta che noi apriamo la porta del nostro cuore poi lui fa miracoli. Ma la fatica di aprire il cuore dobbiamo farla noi. Allora cosa significa pregare per lui o per lei? Significa, prima di ogni altra cosa, renderci disponibili a farci strumento di Dio per la conversione dell’altro/a. Lui non va a Messa? Non crede? Nella preghiera chiediamo a Dio la grazia di essere capaci di mostrare la gioia e la pace che la relazione con Dio ci dona. Chiediamo di farci capaci di provocare nel nostro lui o nella nostra lei la nostalgia dell’amore di Dio.

Lui o lei è freddo/a, scostante, non ci mostra amore. Chiediamo a Dio la forza di amarlo/a con tutte le nostre forze, di essere accoglienti sempre, nonostante lui/lei non se lo meriti. Solo così potrà comprendere quanto è bello essere amati incondizionatamente e forse, a me è successo proprio così, sentirà il desiderio di aprirsi finalmente all’amore per ricambiare un dono tanto grande.

Abbiamo timore per i nostri figli? Per le loro scelte? Chiediamo a Dio di mostrare loro la pienezza della vita di chi è stato capace di una scelta radicale e definitiva. Che il matrimonio è meraviglioso nonostante i nostri limiti e i nostri difetti. Perchè è bellissimo volersi bene, ma è bello anche quando non si è capaci di farlo e si sa riconoscerlo e perdonarsi per ricominciare.

La preghiera è importante perchè ci aiuta non solo ad intercedere per le persone a cui vogliamo bene, ma, verità ancora più importante, ci aiuta a cambiare il nostro cuore affinchè Dio attraverso la nostra umanità possa condurre le persone che amiamo a Lui. La preghiera è renderci disponibili, metterci in gioco, farci strumento. La nostra preghiera può cambiare il cuore degli altri se cambia prima il nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La F.

La parola chiave con la lettera F è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia. L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove gli sposi vanno a Messa insieme tendono a fiorire molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto, tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La D.

Oggi voglio soffermarmi su una dote del corpo. La dolcezza. La dolcezza, al contrario di come comunemente si pensa, non è una dote dell’anima. Certo l’anima, il cosiddetto cuore, ne è la sorgente, ma poi è il corpo che la rende visibile, percepibile e trasmissibile. La dolcezza non ha nulla a che fare con il tenerume e il dolciume di certi atteggiamenti infantili. La dolcezza è l’amore che si fa accogliente, la dolcezza è l’io che si apre a un tu e si rende amabile per nutrire l’altro. La dolcezza è uno specchio che dice alla persona amata io ti voglio, ti desidero e ti appartengo.

Come spiegare, allora, cosa è la dolcezza in un rapporto maturo e autentico? Ho trovato un mio vecchio articolo che esprime benissimo il concetto che voglio passare.

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli che iniziano ad imbiancarsi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo, ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Questa è la migliore immagine della dolcezza che ho trovato, e soprattutto sperimentato.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La C.

Con la lettera C potrei scrivere tantissime riflessioni. Ci sono moltissime parole chiave. Comunione, castità, carezze, comunità, compassione, condivisione, complicità e tante altre. Molte di queste le ho già trattate in altre riflessioni. Oggi mi soffermo sulla comunione.  Comunione perchè spesso è una parola sottovalutata nella coppia e incompresa nel suo reale significato. Comunione: non è semplice generosità.

Il matrimonio è una relazione privilegiata per maturare e crescere nella nostra chiamata all’amore. E’ la nostra vocazione. Dobbiamo essere capaci di diventare una comunione d’amore. Cosa significa? Voglio dire che non basta che io sia generoso con la mia sposa. Per quello è sufficiente il mio tempo, il mio fare, il mio dare. Non mi richiede un’apertura totale all’altro/a. E’ sempre qualcosa di unidirezionale. Qualcosa che non implica una mia apertura completa, un mio essere disarmato ed inerme. No, è qualcosa che al contrario può rendere l’altro/a dipendente e in posizione subordinata nei miei confronti. Il cosiddetto tappetino, che ha paura di perdere il suo sostegno. Qualcosa che nutre la vanagloria, l’ego e il possesso, non è amore. Non a caso questo pericolo coinvolge maggiormente l’uomo. L’uomo è portato a possedere. Ce lo dice il nostro corpo, come siamo fatti. La donna è naturalmente propensa ad accogliere, anche nel rapporto fisico. La donna accoglie dentro di sè un’alterità. Molto più impegnativo e coinvolgente l’intera persona e richiede tanta fiducia nell’altro.

La comunione è tutta un’altra cosa. Implica che si instauri una relazione profonda, alla pari. Significa essere pronti ad ammettere di aver bisogno dell’altro, di un donarsi e riceversi vicendevole che entra nelle profondità della nostra umanità. Significa sapersi riconoscere feriti e poveri. Entrare in comunione significa far cadere le barriere e le maschere, compresa quella della generosità, e significa mostrarsi così come si è. Per me non è stata una consapevolezza immediata. Ci sono voluti anni per imparare. Mi è costato l’impegno di superare blocchi e di rompere i legacci. Oggi è però meraviglioso, va sempre meglio. Una libertà di amare, di accogliere, di ricevere, di dare e di incontrare la mia sposa che è pienezza. La comunione è aprire il cuore senza paura di giudizio e con la volontà di essere uno. Non è così, forse, anche la comunione che noi viviamo con Cristo nell’Eucarestia?  Con Gesù c’è solo la mia povertà. Lui è la pienezza, ma la mia predisposizione deve essere la medesima. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio”:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. E’ più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati.

scrive ancora:

E’ richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi.(…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.”

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Un amore che apre all’eterno di Dio

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.
Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?
E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.
Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?
Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Parole come quelle del Vangelo di oggi mi hanno sempre messo in crisi. Non possono lasciare tranquilli. Sto costruendo la mia relazione con Gesù? Sono consapevole che tutto ciò che ho su questa terra non mi appartiene? Che posso perdere tutto, anche la mia vita, oggi stesso? Spesso preferiamo non pensare a queste cose. In realtà dovremmo. Non per piangerci addosso o per disperarci, ma per dare il giusto posto ad ogni cosa. Chi c’è al primo posto nella  mia vita? Perché se rispondo sinceramente, e al primo posto non c’é Dio non posso essere nella pace. Perché cercherò il senso della mia vita in quello che ho messo al posto di Dio. Quello sarà il mio idolo. Con una grande differenza! Dio dà la sua vita per noi. L’idolo chiede la nostra vita senza darci ciò che desideriamo nel profondo. Così l’idolo può essere il lavoro, il corpo, il sesso, la ricchezza ecc. Quanti sacrificano la propria vita, e non solo la propria, per uno di questi idoli? Per quanto mi riguarda non ho di questi problemi. Ho un idolo molto più subdolo: la mia sposa. Mettere al primo posto l’amore per la propria sposa può sembrare una scelta buona. In realtà anche lei può diventare un idolo e l’amore per lei essere distruttivo e non generativo. La mia sposa non può stare prima di Gesù altrimenti cercherò in lei ciò che può spegnere quella sete di eterno e di infinito che ho dentro. Naturalmente senza mai riuscirci. Anche per il solo fatto che lei è mortale e posso perderla in qualsiasi momento. In questo caso il matrimonio non dà la vita ma la toglie. Non si riesce a godere neanche  dei momenti belli perché ti assale la paura che tutto finisca. La caricherei di un peso che non può sostenere e di una responsabilità che non è giusto che lei si prenda. Per questo è importante mettere Gesù al primo posto. Solo così posso accogliere il dono della mia sposa con meraviglia senza paura di perderlo. Perché l’amore, che dono alla mia sposa e che da lei ricevo, ha il profumo dell’amore di Dio e apre ad un orizzonte di eternità.

Antonio e Luisa

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Mariti, a volte basta ascoltarle.

Ci sono pochi libri che possono fare davvero la differenza in un matrimonio. Per me ce ne sono due che spiccano su tutti. I cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman e Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere di John Gray. Cosa hanno di così speciale? Semplicemente ci aiutano a capire che siamo diversi, che uomo e donna sono diversi. Abbiamo diversi modi di amare e di sentirci amati. Oggi mi voglio soffermare su una dinamica molto comune che lascia l’uomo spesso spaesato e incapace di capire la sua sposa. Quanto scrivo lo potete leggere in modo più approfondito nel libro di John Gray. La donna, solitamente, non è capace di essere accogliente e amabile sempre allo stesso modo. Anche quando lo sposo le dedica tempo e attenzioni. Ci sono tante variabili personali, ormonali, fisiche, psicologiche, spirituali, ambientali, relazionali ecc. che fanno sì che nostra moglie non sia sempre la compagna amorevole che vorremmo. A volte si sente giù e non riesce ad amarci. L’uomo reagisce di solito male a questa situazione. E’ un po’ egocentrico e crede che la felicità o l’infelicità della sua sposa dipendano da lui. Noi maschi siamo un po’ così, ammettiamolo. In realtà non è per nulla detto che sia così, spesso non lo è. L’uomo cerca di aggiustare quindi la situazione per riavere la sua amorevole mogliettina. Naturalmente non riesce perchè non è lui che può aggiustare, ma semplicemente lei deve superare quel momento per tornare in alto. Quindi cosa fa il nostro eroe? Solitamente si offende e si rintana nella sua caverna (si isola) oppure elenca alla sua sposa tutti i motivi per cui dovrebbe essere felice di avere un marito come lui. Naturalmente peggiora la situazione. John Gray cosa ci dice invece? La donna ha bisogno di scendere nell’abisso del suo malessere, ha bisogno di toccare il fondo, come fosse un pozzo profondo, per poi tornare su. L’uomo può fare tanto, ma non nel modo che ho raccontato poche righe sopra. L’uomo può stare accanto alla sua donna, sostenendola ed ascoltandola, senza pretendere nulla da lei. Un amore incondizionato e anche difficile, ma che la fa sentire profondamente amata e capita. Io ho cercato di mettere in pratica questa modalità con Luisa e devo dire che ha dato i suoi frutti. Mi ha liberato dal sentirmi responsabile dei suoi momenti no e mi ha permesso di accostarmi a lei sapendo ciò che dovevo fare: ascoltarla, sostenerla e starle vicino. Null’altro. Niente fraintendimenti e sofferenze inutili.

Antonio e Luisa

Il limite alla Grazia è nel nostro cuore di sposi.

Il villaggio ai piedi del castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del castellano che leggeva un proclama nella piazza. 

“Il nostro signore beneamato invita tutti i suoi buoni fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda però a tutti un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”

L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietrofront e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi. “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!” – “Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!” – “Io un ditale!” – “Io una botte!”

Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.

“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione. Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”. Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!

“Ah! Se avessi portato più acqua”.

Quella che avete appena letto è una bellissima favola di Bruno Ferrero. Potete trovarla nel libro 365 piccole storie per l’anima. E’ una bellissima metafora di quello che Dio compie nel sacramento del matrimonio. Almeno questa è la mia lettura. Ricorda un episodio della vita di Gesù: le nozze di Cana. Gesù nel matrimonio non compie nessun miracolo senza il nostro impegno. Ha trasformato l’acqua in vino solo dopo che i servitori hanno riempito le giare. Non ha fatto tutto lui. Così è il nostro matrimonio. Lo è all’inizio quando ci sposiamo. In quel momento Dio riversa, attraverso lo Spirito Santo, il Suo Amore nei nostri cuori, per farci capaci di amare come lui. Non può, però, mettere più monete d’oro (Grazia) di quelle che noi possiamo contenere. Il nostro cuore può essere piccolo come un ditale o grande come una botte. Dipende solo da noi. Dipende da come ci siamo preparati nella nostra vita e nel fidanzamento per ricevere la Grazia di Dio nel sacramento. Dipende da quanto abbiamo combattuto l’egoismo attraverso la castità, dipende da quanto siamo riusciti a farci servo l’uno dell’altra. Dipende da quanto siamo stati capaci di spostare l’attenzione da noi all’amato/a. Questa storia non si ferma al giorno del matrimonio. Noi siamo sacramento perenne. Ciò significa che, finchè siamo in vita, nella nostra relazione c’è la reale presenza di Gesù, come nell’Eucarestia (seppur in modo diverso). Ciò significa che la favola non finisce così. Chi è entrato con un ditale alla festa del suo matrimonio può imparare, durante la vita insieme al suo sposo o alla sua sposa, a donarsi, a farsi servo, a farsi tenerezza, a farsi amorevole presenza. Tutto questo trasforma nel tempo il suo cuore da ditale a botte, e Dio non aspetta altro che un cuore più grande per colmarlo del Suo Spirito. Forza! Il matrimonio è un cammino che non finisce mai. E’ un cammino che ci può aiutare ad avere un cuore sempre più grande per accogliere sempre di più Gesù e i suoi doni dentro di noi.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La fortezza.

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La giustizia.

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

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Le virtù nel matrimonio. La prudenza.

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La speranza.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti.  Il sacerdote scrive:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserirla in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva aperta all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La carità.

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. Introduzione.

La virtù è, detto in parole molto semplici, la capacità che abbiamo di sviluppare in pienezza le doti umane positive che ci caratterizzano. Sviluppando le virtù diventiamo sempre più aderenti ad una vita pienamente umana e libera. Il contrario esatto dei vizi che imprigionano e rendono schiavi. Virtù che, il catechismo ci insegna, si dividono in cardinali (o virtù umane) e teologali (virtù che si riferiscono direttamente a Dio). Detto in altre parole le virtù cardinali possono essere perfezionate attraverso l’intelligenza e la volontà di ogni persona. Le virtù teologali ci sono irraggiungibili e sono dono del Creatore attraverso la Grazia (date attraverso il battesimo e perfezionate durante una vita di fede).

Le virtù teologali sono:

  1. Fede. La virtù dell’essere. Attraverso la fede ci apriamo all’amore di Dio. Accogliamo l’amore di Dio in noi stessi. Realizziamo di essere amati da Dio. Nel matrimonio accogliamo l’amore di Dio nell’accoglienza del nostro coniuge.
  2. Carità. La virtù dell’agire. Attraverso la carità rispondiamo all’amore di Dio. Corrispondiamo al suo amore nell’agire. Come? Amando il nostro coniuge.
  3. Speranza. La virtù dell’avere. Attraverso la speranza abbiamo la vita eterna. Prendiamo coscienza che dalla fede e dalla carità nasce un orizzonte nuovo, un orizzonte eterno ed infinito che conduce a Colui che è Amore Infinito. La speranza nel matrimonio è proprio quella virtù che lo proietta in una prospettiva divina. L’amore sponsale che per sua natura è totale, fedele e indissolubile diventa immagine dell’amore di Dio e lascia intravedere agli sposi la trascendenza dell’amore divino.

Esistono poi le virtù cardinali:

  1. Prudenza. La virtù della collaborazione. La Prudenza è la prima delle Virtù Cardinali. Grazie ad essa il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, è capace di discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male e trova la luce e la forza per conseguire la propria salvezza.E’ la prudenza quella virtù che guida ogni istante il nostro cammino di sposi oltre che di individui. La virtù fondamenta della nostra impalcatura, il collante tra le altre, e la bussola del nostro camminare insieme.
  2. La giustizia consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. Giustizia e matrimonio sembrano a volte in contrasto. In effetti non è così. Semplicemente nella promessa matrimoniale ci siamo impegnati ad un amore gratuito e senza condizione l’uno con l’altra. Amore totale in anima e corpo. Questa promessa a volte ci chiede tanto, ci chiede una fedeltà che ci appare ingiusta, ma in realtà stiamo agendo secondo giustizia. Stiamo dando al coniuge e a Dio ciò che gli è dovuto. Magari che il nostro coniuge non merita, ma che gli è dovuto.
  3. La fortezza assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza nel matrimonio è sostenuta dalla Grazia. La Grazia sacramentale propria del matrimonio. Dio si è impegnato di darci tutti gli aiuti necessari per salvare il nostro matrimonio e per santificarci in esso. A noi è chiesto di metterci tutto ciò che abbiamo. La nostra forza, volontà, intelligenza e cuore. Questa è la fortezza necessaria per superare ogni avversità con l’aiuto di Dio, ma sempre con la nostra partecipazione attiva.
  4. Temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”. La temperanza è una virtù che va educata. Attraverso la temperanza gli sposi prendono possesso del proprio spirito e del proprio corpo. Attraverso la temperanza ci si educa ad amare nella Verità. Ci si libera dalle pulsioni della lussuria. Con la temperanza possiamo finalmente farci dono l’uno con l’altra anche nel rapporto fisico. Come possiamo donare altrimenti il nostro corpo se non lo possediamo, ma al contrario, siamo posseduti da istinti, pulsioni che ci rendono schiavi del piacere fine a se stesso?

Nei prossimi articoli approfondiremo ognuna delle sette virtù.

Antonio e Luisa

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Maria ci insegna che amare è più importante di fare.

In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;
Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,
ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Il commento di seguito non è mio, ma del buon Marco Chiavini che ringrazio.

Questa pagina del Vangelo mi ha sempre colpito, soprattutto immaginandomi Maria seduta ai piedi di Gesù, completamente assorbita dall’ascoltare Nostro Signore.

In questi giorni ho riflettuto calando le due figure delle sorelle nella coppia, mi spiego meglio: molto spesso i coniugi sono molto indaffarati a gestire i figli, la casa, tutte occupazioni legittime, ma il problema nasce quando tutto ciò prende il sopravvento, quando diventa pre-occupazione. Ci viene molto facile essere la Marta della situazione. Purtroppo ci sono situazioni in cui si fa fatica a lasciare il comando della barca a Gesù, penso ad esempio alle famiglie in cui si vive una situazione di disabilità, ma tante altre piccolezze meno degne della nostra attenzione ci assorbono e perdiamo di vista “la parte migliore”, trascuriamo quello che Cristina Epicoco chiama il primo figlio della coppia, cioè il “noi”. Anche i discorsi tra coniugi diventano un elenco o un riepilogo delle cose da sbrigare, non lasciando spazio ad un dialogo vero e costruttivo.

Mi piacerebbe chiedere a Gesù di bussarmi sulla spalla ogni tanto e dirmi: “Marco Marco tu ti preoccupi e agiti per molte cose…”, così mi distoglierei dalle occupazioni quotidiane, non mi porterei il lavoro a casa, che a volte occupa la mia mente, distoglierei la mia attenzione dallo smartphone che sembra diventato indispensabile anche quando sono in casa e sarei più attento, disponibile e amabile per mia moglie e i miei figli.

Marco

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Non ne abbiamo più neanche una goccia!

Ieri Luisa mi ha dettato, come sempre accade, la lista della spesa. Di solito tra noi funziona così. Le telefono, le chiedo cosa manca e poi quando esco dal lavoro mi fermo al supermercato. Come al solito, però, accade un’altra cosa: mi perdo la lista o la dimentico chissà dove, così mi devo arrangiare cercando di ricordare a spanne quello che mi ha dettato. Di conseguenza, non avendo neanche un gran memoria, dimentico sempre di comprare qualcosa. Nulla di grave, lei lo sa e non se la prende neanche più. E’ la nostra famiglia che è così, un po’ approssimativa in tante cose. Tanto che mia suocera continua a ribadire che siamo due spostati (un po’ matti) che si sono trovati e sposati. A me va bene così, non potrei convivere con una maniaca dell’ordine e della perfezione. Io che, quando abitavo da solo, avevo bucce di banana negli armadi (non sto scherzando, è capitato). Sto divagando. Dunque torno a casa e mi accorgo di essermi dimenticato il latte. Il commento di Luisa è stato: Non ne abbiamo più neanche una goccia. Lo ha detto in modo rassegnato, non irritato. Come a dire: lo so che sei così, ma ti amo e prendo anche questo di te. Lì per lì ho fatto spallucce e ho pensato: potranno bere il tè per una volta. Poi però mi sono sentito un po’ in difetto. Non ero stato capace di amarla fino in fondo. Se il latte fosse stato per me non me ne sarei scordato. Così stamattina mi sono alzato di buon ora e, dopo aver portato fuori il cane, sono andato nella vicina panetteria e ho comprato un litro di latte. Non ci crederete, mi sono sentito bene. Ho lasciato il latte sul tavolo e sono corso al lavoro. Luisa dormiva ancora. Sapere che anche quella mattina Luisa avrebbe trovato il latte sul tavolo e avrebbe potuto fare la sua colazione nel modo che piace a lei mi ha reso felice. Credo che il succo dell’amore matrimoniale sia tutto qui. Una piccola cosa, un gesto normale in una vita fatta di tanti gesti normali. Una vita ordinaria. Gesti che hanno, però, un profumo e un sapore che riempiono il cuore. Perché tra gli sposi accade qualcosa di veramente grande. Luisa prende dimora nel mio cuore e io nel suo. Quindi fare felice lei nelle piccole cose è nutrimento per il mio cuore. Il matrimonio è una grande scuola per imparare ad amare. Farsi prossimi spesso rimane una bella parola, ma nel matrimonio acquista un senso che dà sapore a tutta la vita. La vita matrimoniale è meravigliosa perché non servono grandi momenti per sentirsi vivi, ma ogni momento può essere un piccolo tassello per rendere bella e non sprecata una vita intera.

Antonio e Luisa

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La famiglia come rifugio di montagna

Sono una siciliana atipica, perché odio il caldo, il mare mi distrugge e le mie vacanze rigeneranti sono in montagna. In questi giorni regalati in Valtellina, non solo mi sto godendo il fresco, il profumo intenso di alberi e prati, ma anche l’intimità e il calore di famiglie con cui camminare insieme verso il GUSTO DELL’AMORE.

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A fare da collante Don Roberto Secchi, un sacerdote giovane e simpatico, che nella mia fantasia immaginavo grasso, pelato, vecchio e noioso, responsabile della Pastorale Familiare per la diocesi di Como. Prima di cominciare i nostri interventi come relatori, il Don (…lo chiamiamo tutti così) fa il masterchef della Bibbia, guidandoci sul significato dei cibi e dei banchetti nella Parola. Quando parla sentenzia. Il don non si rende conto di quanto è bravo e capace, e di quanta passione e intensità mette in ogni suo intervento. E comincia così. Quanto la mia famiglia è tavola imbandita per le persone che mi circondano e che incontro. Con quale cura e attenzione preparo la tavola per i miei figli, per mio marito. E non si tratta solo della tavola materiale, dei cibi cucinati, ma di ingredienti come l’accoglienza, lo spazio e il calore emotivo per ciascuno. L’altra pomeriggio ho sbottato con mio figlio grande lamentandomi che mentre gli altri bambini delle altre famiglie collaboravano al laboratorio, i miei figli si facevano beatamente gli affari loro. Lui mi guarda e affonda il colpo: “mamma il mondo non è perfetto come lo vuoi tu!”. Figlio 1 madre 0. Quanto spesso le mie aspettative, i miei schemi, il mio bisogno di controllare, diventano gli ingredienti principali della relazione con la mia famiglia, di quel banchetto che diventa solo una rigida porta stretta. Ma non è la porta stretta che porta al paradiso. È la strettoia che chiude la relazione con l’altro quando non è come voglio io. Che spazio do alla personalità di cui ogni figlio, ogni membro della mia famiglia è portatore, e che lo può portare a dire si o dire no a cose che per me magari sono importanti e per loro secondarie. Fosse anche il loro rapporto con Dio, su cui ho aspettative altissime, che loro però hanno il diritto di scoprire, digerire e scegliere, in un incontro personale che possono avere in base alla loro età, e a partire dalla loro libertà e dal modello che io gli offro. Che tavola imbandisco per la mia famiglia. Per i miei genitori. I miei suoceri. Le mie cognate. I miei nipoti. Gli occhi del don brillano quando predica e ci parla dritto al cuore. Possano le vostre famiglie essere come rifugi di montagna, che sono luoghi di passaggio, di ristoro, tra un’impervia salita e una discesa. Possa la mia e la tua famiglia avere sempre un posto vuoto a tavola, apparecchiato per chiunque ha bisogno di conforto, appoggio, sostegno, consiglio. Famiglie aperte che camminano insieme, il cui cibo in sovrabbondanza non è solo per me, ma posso condividerlo con chi mi è prossimo.

Claudia e Roberto Reis

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Il matrimonio è riscegliersi sempre!

Perché il matrimonio è superiore a qualsiasi altro tipo di relazione? Oggi non voglio parlare di sacramento. Voglio limitarmi ad un piano strettamente umano e naturale. Un discorso che credo vada bene per tutti. Nel matrimonio c’è una promessa solenne. Nel matrimonio si promette un amore fedele e indissolubile. Almeno questo è il significato per chi prende con la giusta serietà e consapevolezza ciò che sta promettendo. Non si promette di amare fino a quando tutto fila liscio, si promette di farlo sempre. Una promessa che cambierà tutto. Nulla sarà più come prima. Come si fa a promettere di amare sempre? E se l’amore passa? L’amore non passa mai. Può passare il sentimento, può passare la passione, può passare l’innamoramento, può passare l’intesa, ma l’amore non passa mai. Semplicemente perché l’amore è prevalentemente un atto di volontà. L’amore è mettere il bene dell’altro al centro dei miei pensieri e delle mie azioni. Serve il sentimento per questo? No! Certo è meglio che ci sia, ma non è indispensabile. Cosa significa concretamente? Che nella coppia ci sono periodi di aridità, di difficoltà, di lontananza, di incomprensione, di conflitto. Insomma periodi in cui amare l’altro/a non è semplice, costa fatica e grande forza di volontà. E’ questa promessa che rende il matrimonio l’unica relazione di coppia dove si può intravedere l’amore vero, quello cristiano. Significa alzarsi la mattina e riscegliere la persona che abbiamo accanto, questo quando ci appare come la più meravigliosa, ma anche quando ci urta la sua presenza. Significa risceglierla quando mostra la sua parte peggiore, le sue fragilità, le sue contraddizioni. Significa risceglierla quando c’è passione, ma anche quando c’è il deserto. Metterla sempre al centro e agire per il suo bene. Può sembrare una richiesta ingiusta e forzata, ma forse perché la vedete solo dalla parte di chi deve fare la fatica di amare. Invece guardatela dall’altra parte. Dalla parte della persona che viene messa al centro sempre, anche quando non se lo merita, anche quando l’altro fa fatica. E’ liberante. Essere amati sempre e comunque. L’innamoramento e la passione vanno e vengono, hanno alti e bassi durante tutta la vita matrimoniale insieme, ma se l’amore resta sempre e comunque, tutto il resto non preoccupa perché si recupera. Diceva un sacerdote: Se vostro marito o vostra moglie vi dice che non vi ama più significa che non vi ha mai davvero amato. Credo sia proprio così.

Antonio e Luisa

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L’amore non è una regola ma sete di pienezza.

Mosè parlo al popolo dicendo: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; ti convertitirai al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te.
Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.”

Oggi mi ha colpito molto la prima lettura. E’ un testo tratto dal Deuteronomio. Mosè sta dicendo ciò che è determinante per la nostra vita. La Legge non è qualcosa di calato dall’alto. La Legge l’abbiamo scritta dentro, nel cuore. Anche nel matrimonio è così. Non è una questione di morale o di regole ammuffite che non sono più al passo con i tempi. Pensare questo è un’illusione che ci porterà sempre fuori strada e a vivere una vita che non è pienamente vissuta. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di una relazione che duri per sempre e che ci chieda di dare tutto. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di essere amati senza condizioni, solo per quello che siamo, senza l’obbligo di dimostrare nulla. Noi abbiamo nel cuore un desiderio di un amore che sia radicale e fedele. Noi abbiamo nel cuore il desiderio di poterci aprire completamente ad un’altra persona, di mostrarci con tutte le nostre fragilità e debolezze senza per questo temere il giudizio. Abbiamo nel cuore il desiderio di non dover essere sempre perfetti e di poter anche sbagliare trovando nell’altro/a uno sguardo che vada oltre quell’errore e continui a vederci belli/e. Vi rimane il desiderio e la nostalgia di un amore così se non l’avete e provate gratitudine se, invece, l’avete. La Legge di Dio è questa. Essenzialmente questa. E’ ciò che serve per vivere una relazione che sia piena. Una relazione che mostri in filigrana la relazione d’amore che unisce le Persone della Santa Trinità. La Legge è Dio che ci insegna come lui ama affinché noi possiamo avere una guida per provarci a nostra volta. La Legge di Dio non è stata data per la prima volta a Mosè durante l’Esodo. La Legge di Dio è dentro di noi ed esiste da quando esiste l’uomo. E’ l’amore di Dio che si fa Padre e ci educa ad essere degli uomini e delle donne con una vita autentica e piena. Quante volte avrei fatto diversamente, avrei seguito strade diverse. Fortunatamente ho ascoltato Dio e non ho fatto di testa mia. Il mio matrimonio è felice grazie a Dio e nonostante me.

Antonio e Luisa

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In amore non è importante essere spontanei ma autentici.

Spesso quando affronto il tema della corte continua mi viene mossa un’obiezione. Mi capita di scrivere che un gesto d’amore rivolto alla mia sposa non debba per forza piacermi. Alcuni mi rispondono che, se l’intenzione di compiere un determinato gesto non nasce spontaneamente, è falso. Siete davvero convinti di questo? Tutto ciò che è spontaneo è buono? Tutto ciò che non lo è invece no? Una donna si immagina l’uomo spontaneo come l’uomo perfetto. Quello a cui non deve chiedere mai nulla perchè attraverso l’amore lui capisce e anticipa ogni suo pensiero e desiderio. E oltretutto trae anche piacere dall’assecondare quel desiderio. Mi spiace care donne, ma quello non è un uomo spontaneo, quello è un clone fatto a vostra immagine e somiglianza. Se l’uomo fosse davvero spontaneo forse non vi piacerebbe così tanto. Perchè terrebbe atteggiamenti lontani dalla vostra sensibilità. In amore bisogna essere autentici, non per forza spontanei. Autentici cosa significa? Semplicemente esprimere attraverso il corpo ciò che si ha nel cuore. Se ho nel cuore l’amore per la mia sposa il mio corpo deve esprimerlo. Altrimenti resta lettera morta. Come? Nel modo che piace a lei. Essere autentici a volte non è per nulla spontaneo. Spesso non è spontaneo. Perché siamo diversi, molto diversi. Faccio un esempio concreto. La mia sposa si sente amata quando è incoraggiata. Parla il linguaggio delle parole di incoraggiamento per chi conosce il libro I cinque linguaggi dell’amore. Lei ci tiene tantissimo ad essere elogiata quando cucina bene. Io lo so. Ancora oggi dopo 17 anni faccio fatica a ricordarmi di dirle quanto è brava e quanto è buono ciò che ha cucinato. E’ davvero buono, ma non ci penso. Me lo impongo. Non è spontaneo per nulla. A me non interesserebbe e per questo non ci penso. So che, però, lei ci tiene, la amo e se voglio dimostrarle il mio amore devo farlo. E’ per questo un gesto falso? Secondo me no. E’ un gesto lontano dal mio modo di sentire, ma l’importante è che tocchi la sua di sensibilità, non la mia. Così per tanti altri gesti e atteggiamenti. Anche fare l’amore può essere a volte non spontaneo. Non per questo non è un gesto di autentico amore. Ci sono periodi di calo di desiderio dovuti a tantissimi motivi. Resta comunque un gesto autentico se vissuto per rendere felice l’altro. Mi è successo alcune volte di capire che la mia sposa stava facendo fatica a donarsi. Sia bene inteso senza nessuna costrizione o ricatto morale. Un gesto d’amore gratuito. I primi anni di matrimonio ci restavo male. Oggi non più anzi apprezzo molto la sua volontà di mettermi al centro del suo amore anche se le costa un po’ di fatica.

Antonio e Luisa

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Dare di più quando lei non può darti nulla.

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no. In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore , ma una transazione commerciale. Un dare per avere. Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava. Questo è un rapporto con una prostituta non con una moglie. Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo. Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza. Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

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La coppia perfetta è fatta da due imperfezioni.

Emis Killa , un rapper italiano abbastanza conosciuto, in uno dei suoi brani più famosi Parole di ghiaccio scrive: non esiste coppia perfetta perchè nessuno è perfetto da solo. Non sono d’accordo. E’ vero proprio il contrario. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a, semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione. Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo. E’ bellissimo potersi mostrare con tutte le nostre debolezze e fragilità ed essere comunque amati. Non ha prezzo. Non dovermi meritare il suo amore, ma sapere di averlo incondizionatamente. E’ una realtà davvero grande che fa del matrimonio, almeno per chi cerca di viverlo così, una relazione liberante e che permette di migliorarsi proprio perché non si è obbligati a farlo. Semplicemente si sceglie di cambiare per gratitudine e per restituire parte di quell’amore ricevuto gratuitamente.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così. Come ha scritto Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino: Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!

Antonio e Luisa

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L’università dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore? Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio. Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più. Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci. L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

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Il corpo non è per tutti!

Siamo in estate e fa molto caldo. E’ proprio necessario che le donne vadano in giro mezze nude, perché hanno caldo? Almeno in città. Mi rendo conto che sto affrontando una questione insidiosa e facilmente criticabile. Non mi interessa. Dico sempre quello che penso. Basta andare in giro per le strade di una città qualunque. Scrivo in questo articolo quello che direi a mia figlia. Un articolo quindi che racconta di un padre che non vuole fare il bacchettone, ma proteggere e custodire la bellezza.  Ragazze e anche tante donne mature in giro con pantaloncini sempre più corti che mostrano spesso parte dei glutei, top che sono reggiseni, magliette e canottiere scollatissime. Agli uomini che le guardano resta davvero poco spazio per la fantasia. Gli uomini, invece, pur soffrendo il caldo, devono mantenere un certo decoro, soprattutto al lavoro e durante le cerimonie. Gli invitati maschi ai matrimoni hanno sempre camicia, cravatta, giacca, pantaloni lunghi, calzini e scarpe chiuse. Solo durante il pranzo, è permesso loro di togliersi la giacca e la cravatta. Le invitate, per contro, sono appunto mezze nude.

Alcune donne sembrano non sapere che l’uomo si eccita con la vista. Mettere in mostra tutta la propria “mercanzia” significa volersi far guardare, salvo poi indignarsi se qualcuno lo fa davvero. Ammetto che anche io faccio fatica, quando mi imbatto in certe donne, a mantenere uno sguardo casto, meglio guardare altrove. C’è una sessuologa americana che in modo molto ironico dice:

Gli uomini pensano che più grande sia il seno di una donna più lei sia stupida, in realtà più grande è il seno di una donna più gli uomini diventano stupidi.

Dovete sapere che quando si entra in chiesa è richiesto un abbigliamento consono non solo per una questione di rispetto del luogo. C’è anche un’altra motivazione forse meno conosciuta. La donna scollata distrae gli uomini e anche il sacerdote stesso. Un sacerdote nostro amico, prima di ogni celebrazione importante come comunioni e cresime, raccomanda sempre con molta umiltà di avvisare madrine e parenti di vestirsi in modo adeguato. Sono un uomo e certi abbigliamenti durante la Messa mi distraggono e infastidiscono dice.

Il pudore non è qualcosa da sfigate e complessate. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito o nostra moglie anche se ancora non li conosciamo. Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio va in otri nuovi

Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano

Il Vangelo di oggi mi riporta ad un’omelia di Papa Francesco. L‘omelia del 21 gennaio 2019 a Santa Marta. Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla luce della nostra imperfezione ed inadeguatezza. Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato. Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti, con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così. Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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Ascoltarla è prendersi cura di lei.

C’è un vizio che noi maschi non sappiamo di avere, ma che può dare parecchio fastidio alla nostra sposa. Crediamo di poter risolvere tutti i suoi problemi. Crediamo di avere una lucidità di analisi, un pragmatismo, una concretezza e una elasticità che le donne non hanno. Oddio, sull’elasticità e la concretezza spesso è così, ma non è questo il punto. Il punto è un altro. La nostra sposa ci pone diverse questioni e problemi, che noi possiamo ritenere più o meno importanti. La maggior parte delle volte le consideriamo inezie, diciamo la verità. Non è neanche questo il punto. Il punto è che noi non ascoltiamo. Anzi ascoltiamo il minimo necessario per credere di aver capito il problema e poi cerchiamo una soluzione. Una volta trovata la diciamo e se non la troviamo ci disinteressiamo di quanto nostra moglie ci sta dicendo troncando la discussione o facendo finta di ascoltare, ma pensando ad altro, magari alla formazione della nostra squadra del fantacalcio. In ogni caso non la soddisfiamo, anche quando proponiamo una soluzione. Perché spesso non è quello che vuole. E’ quello che vorremmo noi quando abbiamo un problema, ma non lei, non la donna. Lei vuole prima di tutto essere ascoltata. Per lei è fondamentale, la fa sentire preziosa ed importante. L’aiuta a scaricarsi del problema condividendolo con noi. La cosa bella è che non devo quasi mai trovare la soluzione. La ascolto, le rispondo ogni tanto, in modo da farle capire che sto seguendo, e alla fine trova lei la soluzione. Luisa dice sempre che il mio atteggiamento che più la fa sentire amata è proprio questo: che la ascolto tanto. Più di tante altre cose. Tante volte Luisa mi ha detto: di questa cosa ne parlo solo con te. All’inizio pensavo: che rompimento di scatole. Sempre le solite cose! Ogni tanto potresti anche dirle a qualcun’altro. Oggi no, oggi lo considero un privilegio. Lei mi considera importante. Lei vuole aprirsi senza maschere con me. E’ una cosa meravigliosa. Ci ho messo un po’ a capirlo, e anche ora Luisa ogni tanto mi mette alla prova, chiedendomi di ripetere quello che ha appena detto. Forse è deformazione professionale, essendo lei un’insegnante, ma credo che sia più nella natura della donna in quanto tale. Sono diventato bravissimo, non mi coglie mai impreparato. Con il tempo ho imparato ad ascoltarla pensando ad altro. No, scherzo naturalmente. Ho imparato che per lei è importante e che se le voglio bene, ascoltarla è il minimo che posso fare. Altrimenti di che amore stiamo parlando? C’è un solo caso che la mossa migliore è fuggire o cambiare subito discorso: quando mi chiede se quel vestito la fa grassa. E’ un trabocchetto senza uscita. Qualsiasi risposta sarebbe sbagliata. Quindi meglio fuggire spostando l’attenzione su come stia bene con quella pettinatura o sul fatto che siamo in estate e quindi fa caldo. Un’ultima riflessione. Ascoltare vostra moglie è un afrodisiaco perfetto. Credetemi. Non avrà più mal di testa alla sera. Già perchè sentendosi accolta e amata avrà desiderio di donarsi a sua volta. Spesso non è lei che non ha desiderio, siamo noi uomini che non sappiamo accenderlo. Il suo desiderio passa anche dall’ascolto che noi le offriamo.

Antonio e Luisa

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L’amore nei posti strani: il frigo!

Ok lo ammetto, il titolo suona buffo a dir poco, ma non voglio scrivere un elogio dell’erotismo gastronomico o una retrospettiva su 9 settimane e ½, piuttosto testimoniare che la nostra quotidianità può essere piena di piccoli gesti d’amore e che questi di solito, chissà perché, avvengono in posti particolari. Posti diversi, come diversi sono i tipi di amore: amicizia, filiale, genitoriale, fraterno, sponsale e se ci sono posti in cui si può trovare un solo tipo di amore, come può essere un banco di scuola o il talamo nuziale, ce ne sono altri meno “specializzati”, nei quali l’amore trova più di un’espressione. Che ci si creda o no il frigorifero è un posto in cui si trovano tantissimi tipi d’amore.

L’amore genitoriale e filiale

Nella mia esperienza gli esempi di amore attorno al frigo vengono da lontano: mi tornano a mente i miei genitori negli anni in cui io e i miei fratelli eravamo adolescenti e con un appetito da lupi, loro erano orgogliosi nel vederci mangiare e insieme preoccupati di sfamarci. Già allora vedevo in questa premura un chiarissimo esempio di amore da parte dei miei ed il frigorifero era il luogo in cui passava sia il loro amore di genitori che la nostra gratitudine filiale; questo scambio avveniva con un ritmo scandito dall’arrivo della spesa: il frigo si riempiva e ben presto si svuotava, con una specie di alternanza tra abbondanza e carestia che somigliava alle stagioni. Poco a poco diventò una specie di punto nevralgico della casa: non si passava lì davanti senza una “consultazione”: si apriva, si contemplava il contenuto e si calcolava cosa era più opportuno mangiare a quell’ora (naturalmente non c’erano ore in cui non fosse opportuno mangiare qualcosa). Era anche una specie di cartina tornasole di come andavano le cose in casa, si poteva infatti capire dal contenuto se qualcuno non stava bene, se avevamo bisogno di metterci un po’ a dieta, o se le cose andavano a meraviglia. Era diventato un luogo di scambio amorevole tra genitori e figli, quindi un luogo importante e degno di rispetto (forse non ce ne siamo mai accorti ma quando si diceva “Frigo” si sentiva quasi la lettera maiuscola!).

L’amore tra fidanzati

Questo processo di elezione del frigo a luogo importante avvenne da sé, senza che ne avessi una chiara coscienza, me ne accorsi solo più tardi, quando vidi per la prima volta in TV una serie americana in cui un ospite viene invitato in casa, entra in cucina e senza neanche chiedere il permesso apre il frigo e si prende da bere! Rimasi a bocca aperta, per me era la violazione di uno spazio riservato, quasi intimo, l’accesso al frigo era una concessione riservata a pochi! Concessione che ho ottenuto in un altro importante episodio: il fidanzamento con Valeria, provvidenza e grazia che ha permesso alla mia vita di realizzarsi appieno. Tutto avvenne il 12 aprile del 2001, Giovedì Santo e fu un giorno speciale sotto tanti punti di vista, per me fu anche l’inizio di un riavvicinamento alla fede vissuta e oltre ai dettagli di cronaca più importanti, avvenne un fatto secondario che riguarda un frigo, il suo frigo: dopo il primo bacio l’accompagnai a casa sua, dove lei viveva da sola, comprammo qualcosa per la cena e mi fece accomodare in cucina. Si doveva cucinare per il nostro primo tête-à-tête e chiesi il permesso di aprire il frigo per prendere il necessario, al che mi rispose: <Fai pure ma non c’è niente>, ed io, felicissimo del grande privilegio accordato, aprii il frigo e con enorme stupore vidi che lì non c’era niente davvero! In quel momento le farfalle che avevo nello stomaco si fermarono un attimo… e poi ripresero a volare e a ridere tutte assieme! Ero troppo felice e innamorato, neanche un frigo vuoto poteva farmi scendere dal paradiso, anzi, avevo trovato anche un modo in cui potevo esprimere il mio amore, un vuoto da riempire!

L’amicizia

Nove anni fa una signora della parrocchia, di nome Maria, affrontò una terribile malattia che la portò presto tra le braccia del Padre. Non ho avuto modo di conoscerla bene ma ha lasciato a tutti una testimonianza travolgente: un libretto in cui ha messo citazioni della Scrittura, fotografie candide e intense, il tutto arricchito con parole di una profondità e serenità meravigliose, insomma una piccola opera d’arte dalla quale è emersa una fede incrollabile, una ricchezza di spirito da regina e una leggerezza soave come la coscienza pulita. In questo libretto lei stessa ripercorreva la storia della sua malattia, dando valore ad ogni piccolo gesto concreto d’amore che vedeva intorno a sé. Tra le tante frasi del libretto eccone una che mi rimase impressa: “cortei di amici si presentano con pasti pronti con cui riempono il frigo per alleggerire la logistica familiare: mai frigorifero emanò più calore!”

L’amore sponsale

Sono passati anni di matrimonio e in casa adesso c’è una nuova cucciolata di lupetti affamati e il frigo ne sa qualcosa, anzi, il frigo ne sa abbastanza di tutta la famiglia: all’esterno è pieno di calamite sulle quali si può leggere tanto di noi: viaggi, bollette, preghiere, disegni, un grafico con l’indicazione di quanto è stato “buono” ogni membro della famiglia e altri magneti di cui non ricordo niente. Anche all’interno continua a passare tanto amore, tra genitori e figli in primo luogo ma anche tra moglie e marito. Un piccolo aneddoto di pochi giorni fa all’ora di cena: Valeria doveva accompagnare la primogenita al saggio di ginnastica ritmica, era già un po’ tardi perciò apparecchia a corsa e va al frigo per prendere qualcosa da consumare in poco tempo. Nella fretta le si rovescia il contenitore in cui produce lo yogurt e il latte si sparge per tutto il “f.r.i.g.o.r.i.f.e.r.o.” (in certi momenti, chissà perché, anche l’amichevole “Frigo” torna ad essere un oggetto freddo…), naturalmente i vicini hanno improvvisamente udito una rapida e accorata catechesi su quanto possono essere fastidiose le coincidenze della vita ma dopo qualche istante è cambiato tutto: io le dico <Non ti preoccupare, ci penso io> e lei, calmandosi, va a tavola e me lo lascia fare!

Non conoscendoci devo spiegare perché questo gesto ha una portata storica: la produzione dello yogurt è una cosa sua, personalissima, dalla quale trae soddisfazione e gratificazione, quindi c’è come un confine invisibile ed invalicabile tra il resto del frigo e l’angolo in cui si trova lo yogurt, inoltre nella cura e nella produzione di qualunque alimento vivo, ad esempio anche il pane fatto con il lievito madre, lei torna a rendere vivo e attuale il suo ruolo di madre e custode della vita, quindi è normale che gli oggetti e gli spazi dedicati a queste cose vengano considerati importanti ed personali. Il fatto che mi abbia permesso di rimediare non è stato solo un atto premuroso da parte mia, ma soprattutto un gesto magnifico da parte sua, perché che con questo solo gesto si è nuovamente rivelata nella sua femminilità, che è tenerezza accogliente e contemporaneamente ha confermato il suo sì a me nella mia mascolinità, che è sentimento e trasporto verso di lei. In piccolo, nei gesti quotidiani, si è ricreata la dinamica naturale dell’amore sponsale.

Questo piccolo avvenimento è stato importante, come tanti nella nostra vita insieme, perché ha celebrato il nostro amore e insieme lo ha alimentato. È importante sapere che si possono trovare tante occasioni e tanti posti dove possiamo fare piccoli, meravigliosi gesti d’amore e se certi posti sembrano strani, come un frigo, questo non ci impedisca di farli, nessuno ha mai rischiato di farsi male trasformando un posto strano in un luogo d’amore.

Ranieri e Valeria

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Amarsi come all’inizio è un fallimento

Il 29 giugno abbiamo festeggiato  il nostro diciassettesimo anniversario di matrimonio. Una data che in tutti questi anni ci ha trovato sempre insieme con il desiderio di ringraziare Dio per il miracolo che ha compiuto nelle nostre vite. Quindi tanta riconoscenza verso Dio, ma non solo. Riconoscenza verso l’altro/a. Per un altro anno ci siamo amati certo, ma cosa significa in concreto? Non è sempre facile volerci bene. A volte, anzi spesso, non è semplice. Significa ascoltare lamentele quando si è stanchi, significa sopportarsi e passare sopra tante cose. Significa semplicemente accogliere l’altro/a. Accoglierlo quando è fantastico nei suoi pregi e nella sua parte migliore e accoglierlo quando non è per nulla fantastico, nelle sue fragilità e debolezze, nelle sue asperità e nelle sue ombre. Perchè farlo? Perchè stare insieme è meraviglioso nonostante tutto questo. E’ meraviglioso perchè forse dovremmo leggere il nostro matrimonio da un’altra prospettiva. Non dalla persona che deve sopportare, ma da persona che è sopportata. Nel matrimonio non c’è, almeno non dovrebbe esserci, finzione. Sono libero di essere io, senza maschere, con tutte le mie stranezze e le mie fragilità. Sono libero perchè sono accolto dalla mia sposa senza dover mostrare ciò che non sono. Ed è meraviglioso. Sentirsi accolto così è davvero qualcosa che riempie il cuore e dona forza e pace. Per questo quando sento qualcuno dire che si ama come il primo giorno penso che qualcosa in quella coppia non funziona. Amarsi come il primo giorno è una sconfitta. E’ come quel servitore del Vangelo che sotterra il talento e non lo fa fruttare. Oggi, dopo diciassette anni, amo la mia sposa molto più di quanto l’amavo il giorno delle nozze. La amo di più proprio in virtù delle nostre imperfezioni e debolezze. Anni di vita insieme, di perdoni reciproci, di accoglienza reciproca ci hanno regalato una relazione libera, senza finzioni basata sull’amorevole sostegno e mai sul giudizio e sulla condanna. Questo non ha prezzo. Certo il nostro amore non è andato sempre verso l’alto, ci sono stati momenti di alti e bassi, ma i bassi con il tempo diventano sempre meno bassi e gli alti sempre più alti. E’ un circolo d’amore che non si chiude mai perché ogni giro, ogni giorno,  ci troveremo un po’ più in alto nel cammino verso l’abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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La nostra testimonianza a Fidenza

Vi proponiamo di seguito la testimonianza che abbiamo condiviso non più di dieci giorni fa con un gruppo di famiglie di Fidenza.

Luisa

Siamo sposati da 17 anni e abbiamo 5 figli (Pietro di 16 anni, Tommaso di 14, Maria di 12, Francesco di 10 e Giò, vissuto poche settimane dal concepimento). La nostra coppia è partita male, talmente male che qualcuno, dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci ha detto: «Se ce l’avete fatta voi, ce la può fare chiunque». Ed ecco perché siamo qui, oggi: se ce l’abbiamo fatta noi, ce la può fare chiunque.

Che cosa ci ha salvato da noi stessi, dalla nostra miseria? Ci ha salvato il sesto comandamento, il sesto comandamento inteso BENE. Invece di dire NON COMMETTERE ATTI IMPURI, si può dire: SII CASTO! Tutti siamo chiamati alla castità. I coniugi, ovviamente, sono chiamati alla castità coniugale. Che cos’è la CASTITÀ CONIUGALE? Non è astinenza dai rapporti sessuali. Ripeto, non è astinenza dai rapporti sessuali. Castità coniugale significa vivere bene il rapporto sessuale, ma non solo, significa anche migliorarlo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa innanzitutto conoscere l’anatomia e la fisiologia dell’apparato riproduttore maschile e femminile. A grandi linee, ovviamente, niente di approfondito. Qualcuno potrebbe obiettare: mio nonno e mia nonna non conoscevano l’anatomia e la fisiologia, però, hanno fatto diversi figli e sono stati insieme una vita felicemente. Certo! Però, loro non erano andati a scuola di pornografia. Noi e i nostri figli, invece, sì. Questo non vuol dire che tutti guardiamo video pornografici. Però, è vero che le informazioni sul sesso che circolano provengono dalla pornografia. Nel libro facciamo alcuni esempi al riguardo.

Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa, inoltre, accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Mi riferisco ai metodi naturali o di regolazione della fertilità. La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Antonio

Diciamo pure che i metodi naturali li ho sempre digeriti poco. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Sembrava tutto ok. Mi ero fatto il mio programma per la sera poi d’improvviso quando io ero già nel letto mi chiamava dal bagno. Avevo già capito. Addio progetti per quella sera. Doccia fredda e a nanna. Magari voltato dall’altra parte senza guardarla. Insomma Io mi sono innervosito e ho iniziato ad accusarla e  ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altrochè se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. C’è un pericolo grande che ha toccato soprattutto me all’interno della nostra storia matrimoniale. Io ho avuto sempre una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia io mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Luisa

Due sacerdoti ci hanno autorizzato a usare il profilattico e l’abbiamo usato per circa due anni nei periodi a rischio di gravidanza. Un terzo sacerdote, al quale ci siamo rivolti, ci ha detto che nessun sacerdote può dare un’autorizzazione del genere. Non sapevamo che cosa fare. Nel frattempo, due amici dell’Intercomunione, Giancarlo e Maria, ci hanno chiesto di affiancarli nella conduzione di un corso per fidanzati, affidandoci l’argomento della castità, che per i fidanzati significa astinenza dai rapporti sessuali. Ci siamo sentiti ipocriti a invitare qualcuno a far fatica, quando noi non eravamo disposti a fare fatica. Giancarlo e Maria ci hanno aiutato a tornare ai metodi naturali e di questo gli siamo molto grati.

Antonio

Alla fine l’ha spuntata lei. O meglio l’abbiamo spuntata insieme. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore

Luisa

Che differenza c’è, quindi, tra metodi contraccettivi e metodi naturali, concretamente? Noi abbiamo sentito distanza tra di noi, una certa aridità e, tornado ai metodi naturali, ci siamo ritrovati più vicini, più intimi, più solidali, più disponibili l’uno verso l’altra, più aperti alla vita. Quindi ci siamo aperti alla vita e sono rimasta incinta, ma Giò non ce l’ha fatta. Io avevo già 47 anni, per cui il concepimento di Giò è stato miracoloso. È vero che lui o lei non è qui con noi, ma c’è, la sua anima è in Cielo e speriamo di abbracciarlo un giorno. Siamo cristiani e crediamo nel Dio vivente che resusciterà i nostri corpi alla fine dei tempi.

Prima ho detto che la castità coniugale ci ha salvati da noi stessi, dalla nostra miseria. Io avevo una visione spiritualista del matrimonio, della vita di coppia. Pensavo, cioè, che nel rapporto di coppia fosse importante soprattutto andare d’accordo, armonizzare i caratteri, condividere gli interessi e i progetti. Ritenevo che il rapporto sessuale fosse sì importante, ma fino ad un certo punto, non lo consideravo certo la manifestazione più alta dell’amore sensibile tra marito e moglie. Se mi avessero chiesto se era più importante l’anima oppure il corpo, avrei risposto immediatamente: l’anima! Se ad Antonio avessero fatto la stessa domanda, avrebbe risposto altrettanto immediatamente: il corpo! Queste due posizioni ci avrebbero portato ben presto a un conflitto che forse sarebbe finito con una separazione. Il Signore ha visto che eravamo entrambi completamente fuori strada e ci ha condotto da Padre Raimondo Bardelli, il quale ci ha fatto capire che entrambi avevamo bisogno di conversione, di purificazione, di intraprendere un serio cammino di castità. Io dovevo lentamente scoprire la gioia dell’abbandonarmi a mio marito. Una donna si abbandona solo quando si fida completamente di un uomo, quando sa che quell’uomo che ha promesso davanti a Dio e a tutti di non lasciarla, davvero non la lascerà mai. Il matrimonio è bello proprio perché è indissolubile. L’indissolubilità ci libera dalla trappola della performance, permette di sbagliare e di riprovare, nella certezza che non è importante il risultato, ma è importante cercarsi, avvicinarsi, guardarsi, toccarsi, accarezzarsi, desiderarsi, abbracciarsi, accogliersi. Siamo sempre di fretta, di corsa, viviamo tutti una vita piena di impegni che ci separano fisicamente ed emotivamente dal marito o dalla moglie. Per questo è importante creare le occasioni per incontrarsi, un po’ come fanno gli amanti che devono organizzarsi, programmare gli incontri, scegliere il momento più opportuno.

Inoltre, spiritualisti e materialisti dimenticano che il rapporto sessuale è un gesto sacro, scelto da Dio Padre per creare nuovi figli, pensato da Dio Padre perché gli sposi sperimentino, assaporino, gustino la gioia di donarsi. Il rapporto sessuale non va né sporcato con la lussuria e l’egoismo né sottovaluto o addirittura disprezzato. Il sogno di Dio è che noi ci amiamo come gli sposi del Cantico dei Cantici.

Infine, all’interno del matrimonio ogni rapporto sessuale vissuto castamente riattualizza il sacramento del matrimonio

Antonio e Luisa

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