Mi ha guardato e mi ha perdonato

Condivido la testimonianza di un lettore che vuole restare anonimo. E’ molto bella perchè mette in evidenza il potere redentivo dell’amore sponsale quando vissuto fino in fondo.

Ho tradito mia moglie e ho un matrimonio fantastico. Sento già il brusio scandalizzato. E’ così, ma va spiegata. Mi sono sposato ormai 25 anni fa. Mi sono sposato per amore. Volevo davvero bene a quella ragazza tanto solare e dolce. Con una fede grande in Gesù, a differenza mia che vivevo la fede in modo superficiale e immaturo. Mi piaceva e sinceramente volevo esserle fedele, amarla ed onorarla ogni giorno della mia vita. La mia promessa matrimoniale era sincera. Poi le cose cambiarono. Il lavoro, poi un bambino. Mi sentivo sempre preso da altro. Non c’era più tempo per mia moglie. Parlavamo poco, di solito per confrontarci su questioni pratiche di gestione familiare. Passi tu a prendere il bambino all’asilo? Vai a fare la spesa? Cose di questo tipo. Piano piano ho smesso di essere attratto da mia moglie. La vedevo più come una socia in affari. Non avevo tempo per guardarla. E poi litigavamo spesso. Non ero più capace di vedere quanto fosse bella. Lì successe. Conobbi l’altra. Come capita a tanti. Uscii a pranzo con i colleghi, come tante altre volte,  e lei si è aggiunse al tavolo. Era un’amica di una mia collega. Iniziammo a parlare. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Come non mi capitava più da tempo con mia moglie. Ci salutammo, ma lei mi restò dentro. Mi sentii  bene con una donna per la prima volta dopo tanto tempo. Il mio tradimento iniziò così. Non con il sesso, quello arrivò dopo. Non sono quel genere di uomo. Non vado in cerca di avventure. Quando si arriva al sesso è già troppo tardi per fermarsi, almeno per me lo fu. Per farla breve avemmo  una storia di alcuni mesi. Poi successe quello che temevo. Mia moglie scoprì la mia relazione extraconiugale. Non ero abbastanza furbo per non farmi beccare. Non fece scenate. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un misto di sofferenza e delusione. Non disse nulla. Passarono i giorni. Io non sapevo cosa fare. Non riuscivo a dimenticare quello sguardo. Dormivamo in stanze diverse. Lei andò  a dormire nella camera di nostro figlio. Poi un giorno mi chiamò, aveva uno sguardo diverso. Non lo so spiegare. Era lo sguardo di chi sapeva cosa fare. Ricordo benissimo ciò che mi disse. Poche parole ma che ho scolpite nel cuore:

Non possiamo far finta che non sia successo nulla. Non è solo colpa tua. Anche io non ho saputo starti vicino. Abbiamo due possibilità. Lasciarci oppure fidarci di Gesù. Io ti ho perdonato, ci sto provando almeno. Ci vorrà tempo ma ti chiedo di credere ancora al nostro matrimonio. Mettiamocela tutta per essere felici insieme.

Decisi di troncare completamente con l’altra e di riprovare con mia moglie. Perchè? Quello sguardo mi ha toccato dentro. Ho intravisto di nuovo quanto lei fosse bella e preziosa. E quanto io le stessi facendo male. Iniziarono mesi non facili. Era difficile per lei ritrovare intimità e fiducia in me, e anche per me non fu semplice. Da soli non ce l’avremmo mai fatta. Fortunatamente Gesù non ci abbandonò mai. Trovammo sacerdoti e percorsi di coppia che ci fecero pian piano riavvicinare. Così accadde il miracolo. Non riesco a definirlo in altro modo. Con il tempo e l’impegno recuperammo un desiderio l’uno verso l’altra che non avevamo da molti anni, che forse non avevamo mai avuto. Rividi la donna meravigliosa che avevo sposato. Molto più bella di quando la sposai. Anche sessualmente piano piano ci ritrovammo. E’ stato molto difficile all’inizio ma ne è valsa la pena. Anche il rapporto fisico è tornato ad essere un’esperienza meravigliosa dove posso abbracciare la mia sposa e donarmi a lei con la gratitudine di chi ha ricevuto tanto amore, di chi è stato perdonato quando non lo meritava.  Anche la mia fede è cresciuta e maturata. Finalmente ho incontrato anche io Gesù. L’ho incontrato quel giorno in cui la mia sposa mi ha guardato e mi ha perdonato. Lì ho fatto per la prima volta l’esperienza dell’amore misericordioso di Dio. Questo è l’amore che salva. Non riesco ancora a ricordare questa esperienza senza che una lacrima mi scenda dal volto.

Lode a Dio

Antonio e Luisa

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Con uno sguardo possiamo donare vita o toglierla

Prendo spunto anche oggi dal commento al Vangelo di fra Andrea (trovate il video in fondo a questo articolo) . Andrea ci offre diversi spunti di riflessione. Mi soffermo su due.

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?

Filippo chiede a Gesù di mostrargli il Padre. Come? Non ha ancora compreso? Gesù sembra quasi sconsolato nel rispondere: chi ha visto me ha visto il Padre.

Nell’amore è così. E’ così tra Gesù e i suoi discepoli ed è così tra noi sposi. Non possiamo pretendere nulla dall’altro. Non possiamo pretendere che l’altro creda in noi, che l’altro riesca a capire chi siamo, cosa desideriamo, quanto valiamo. Io non posso pretendere che Luisa riconosca chi sono e quanto valgo. Certo mi ha sposato e qualcosa deve aver intravisto di bello, ma non posso pretendere nulla. Tutto in amore è solo dono. Non posso forzarla ad amarmi e a capirmi. Soprattutto non posso obbligarla ad amarmi come voglio io. Anche Gesù si è trovato in questa distanza con i suoi discepoli. Gesù però, nonostante i discepoli non comprendano il Suo amore come dovrebbero, dice qualcosa che ci mostra il suo modo di amare in modo davvero unico e autentico. Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. Non importa come l’altro risponde al nostro amore. Noi sposi siamo chiamati a rispondere come Gesù. Tu cara sposa, caro sposo, sei con me, sei nel mio cuore.

Un’altra riflessione viene proprio dall’amore di Gesù, dal suo sguardo verso i suoi discepoli, verso ognuno di loro. Lo sguardo di Cristo è qualcosa che tocca nell’intimo. Non solo i discepoli. Ci sono innumerevoli episodi dove Gesù tocca il cuore di qualcuno. Tantissimi. Ecco nel linguaggio semitico questo era traducibile come ha toccato loro il sangue. Ha ridato loro la vita. Quanto questo atteggiamento di Gesù ci interpella come sposi! Anche noi possiamo avere lo sguardo di Cristo che tocca il sangue del nostro coniuge oppure avere l’atteggiamento opposto di quello che ferisce, che fa perdere sangue e vita alla persona amata. E’ tutto una questione di sguardo. Sguardo di misericordia o sguardo giudicante. Sguardo d’amore o sguardo di possesso. Sguardo accogliente o sguardo respingente. Sguardo tenero o sguardo incurante. Sguardo empatico o sguardo insofferente. Possiamo davvero, con il nostro sguardo, aiutare la persona che amiamo a riprendere vita o al contrario toglierle un altro po’ di vita. Sta a noi scegliere che sguardo avere. Per questo Gesù anche nel nostro matrimonio può essere via, verità e vita. Gesù ci può indicare attraverso il suo sguardo la via per, a nostra volta, guardare nella verità dell’amore l’amato/a ed aiutarlo così a guarire le sue ferite, che sono punti di morte, e ritrovare la pienezza della vita.

Antonio e Luisa con fra Andrea

Antonio e Luisa

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La castità ci ha preparato al matrimonio (2 parte)

Se volete leggere la prima parte cliccate qui

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Fisicamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Ebbene sì. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è l’uomo che può chiederla alla donna, ma è la donna che non solo può ma deve chiederla al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la bestia che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse anche che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro una; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

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La castità ci ha preparato al matrimonio. (Prima parte)

Antonio: avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Da pochi giorni stavo con Luisa. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla, ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimento grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose, ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo capriccio e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva, ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irritazione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no.  Non perchè fosse meglio delle altre. Lei si sentiva amata. Amata da Dio. Questa è la differenza. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità.

Luisa: Prima di sposarmi, un’amica mi chiese: Come fai a sposare un uomo che non conosci sessualmente? E se non andasse bene per te? E se non ti piacesse come fa l’amore? E se ci fossero brutte sorprese? Questa obiezione alla castità prematrimoniale sembra ragionevole. In realtà, si basa su un presupposto sbagliato. Il presupposto sbagliato è questo: ogni individuo avrebbe determinate caratteristiche immutabili anche per quanto riguarda il comportamento sessuale. Invece, il rapporto sessuale è il frutto, appunto, di un rapporto, di una relazione; si procede insieme, s’impara insieme, ci si mette in ascolto dell’altro/a, si rispetta la sensibilità dell’altro/a, ci si accoglie e ci si dona. Mi ricordo di un film di successo “Il favoloso mondo di Amélie”, una commedia romantica. Attenzione ai film romantici: fanno un sacco di danni! Insomma, Amélie ha alcuni rapporti sessuali con uomini diversi e non prova alcun piacere. Finalmente arriva l’uomo giusto e, come d’incanto, anche il rapporto fisico è perfetto. Non è così! Anche con l’uomo giusto, quello che si sposa, quello con cui si passa tutta la vita, s’intraprende un cammino, non va sempre tutto bene. La cosa bella è che il matrimonio è indissolubile: si può provare, sbagliare, migliorare, regredire, progredire, nella certezza che quell’uomo resterà per sempre. Purtroppo per le ragazze di oggi, i ragazzi, chi più chi meno (anche indirettamente) sono andati a scuola di pornografia e (quasi) tutti, ragazzi e ragazze, sono convinti che l’amore si debba fare più o meno come nei video pornografici. Quindi, anche le ragazze si adeguano, pensando che non ci sia altro da fare se non consumare rapporti veloci e violenti senza dolcezza, tenerezza e sentimento. Dolcezza, tenerezza e sentimento si sprecano invece nei nomignoli, nei regalini, nelle frasi tratte dai Baci Perugina. Al contrario, la castità prematrimoniale è proprio diventare esperti di dolcezza, tenerezza e sentimento, tramite sguardi, baci e carezze. Sono le ragazze che devono insistere su baci e carezze dal collo in su. Il ragazzo se ne andrà? Siete proprio sicure? Se ne andrà il ragazzo sbagliato, ma quello giusto no.

Antonio e Luisa

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Quando ho finito piango e lo abbraccio

Il giorno dopo una videoconferenza in collegamento con Piergiorgio (un medico sessuologo che collabora anche con il nostro blog) mi arriva questa domanda da una amica. Mi incuriosisce, non è la prima che sento che mi racconta di avere una reazione apparentemente strana al termine del rapporto fisico con il marito. Ho raccolto questa confidenza sempre da donne. Forse riguarda più la loro sensibilità o forse perchè per loro è più difficile abbandonarsi e accogliere dentro di sè il marito. Questa amica mi scrive: Dopo aver fatto l’amore io sento sempre il bisogno di piangere e piango abbracciata a mio marito.

Lei pensava ci fosse qualche problema, qualcosa da sistemare nella sua sessualità. In realtà lei vive il rapporto intimo come dovrebbe essere per tutti. Purtroppo, secondo la mia esperienza, il suo caso non è la normalità e questo la fa sentire strana. Per di più senza il coraggio di parlarne. Fortunatamente questa volta lo ha fatto. Ne ha parlato con me. Sapevo già cosa rispondere, ma ho girato la domanda a Piergiorgio. Il quale mi ha dato una risposta meravigliosa che vi riporto integralmente.

Questa domanda mi ha commosso – inizia Piergiorgio. C’è un canto che eleviamo spesso nella mia comunità di preghiera. Il canto Abbracciami del Rinnovamento nello Spirito. Quando intono le parole di questo canto io spesso piango, piango come un bambino, perchè sperimento proprio l’abbraccio con il Signore che sento vero, quindi ti volevo dire che la domanda che mi hai girato mi ha fatto venire in mente proprio questo. Le lacrime di quella donna sono di commozione. Quando avviene l’orgasmo durante un rapporto sessuale tra due sposi che si amano davvero in modo autentico c’è, soprattutto per la donna, un momento fortissimo di abbandono e tenerezza verso il marito. C’è tutto in questa reazione. C’è sicuramente una causa fisica, ormonale. L’orgasmo libera l’ossitocina, che provoca piacere e senso di appagamento. Provoca anche una sensazione di attaccamento e quindi la commozione per queste forti sensazioni. Tra due sposi che si amano non c’è solo però la causa ormonale, ma c’è tutta la persona che partecipa a quel piacere dettato non solo dalla sensazione fisica dell’orgasmo, ma dalla consapevolezza di una unione fisica, vissuta nella carne, che è segno e manifestazione di una unione più profonda, psichica e spirituale. Unione dei cuori. Bellissimo. Lo Spirito Santo c’è nella relazione di ogni coppia sposata e diventa ancora più visibile e operante quando queste due persone diventano una sola carne. In quel momento si è in tre. Si realizza la Santissima Trinità e questo porta alle lacrime di gioia.

Capito perchè i cattolici lo fanno meglio? Per tanti l’orgasmo è il massimo del piacere che va ricercato nei modi più diversi, sperimentando ogni trasgressione. Per gli sposi cristiani l’orgasmo non è che una parte piccola di un piacere che viene non solo dalle sensazioni fisiche e fisiologiche, ma dall’unione che si fa così forte e intensa tanto da far loro sperimentare l’amore trinitario di Dio. Certo una piccola fiammella del fuoco infinito ed eterno che è Dio, ma che è già un’esperienza meravigliosa e indimenticabile.

Antonio e Luisa

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Non sono un brigante ma lo sposo di mia moglie.

Da questa domenica non saremo più solo Luisa ed io a scrivere il commento al Vangelo, ma beneficeremo dell’aiuto e della preparazione di fra Andrea Valori. Un commento scritto a sei mani, arricchito dal diverso stato di vita e vocazione che ognuno di noi ha scelto e vive. Oggi la liturgia ci propone il Vangelo del Buon Pastore. Fra Andrea ci invita a riflettere su diversi aspetti. Noi ci focalizziamo solo su uno di questi diversi punti. Sulla porta. Gesù è la porta. Cosa vuol dire? Leggiamo il passo del Vangelo di Giovanni:

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Chi sono i falsi pastori, i briganti, i lestofanti? Non sono solo, come verrebbe naturale pensare, persone al di fuori della coppia. Non è detto. Il ladro potrebbe essere anche parte della coppia. Cosa ruba il ladro? Cosa può rubarci il nostro coniuge quando si comporta da ladro e non entra dalla porta di Gesù, ma si arrampica ed entra così nel recinto della nostra vita? Ci ruba il coraggio di essere noi stessi. Magari sono io che rubo alla mia sposa il coraggio di diventare pienamente la donna che può diventare, di credere nella meraviglia che è e magari ne faccio cosa mia. Io sono convinto di questo. Se non avessi incontrato Gesù, quindi se non fossi entrato nella vita di mia moglie attraverso la porta che Lui mi ha mostrato, non sarei stato capace di amarla. Avrei cercato di farla mia, avrei cercato di farla diventare ad immagine e somiglianza di come io volevo che fosse. Perchè quando non riconosciamo che abbiamo in noi l’immagine del Creatore, non la riconosciamo neanche nella persona che abbiamo sposato e cerchiamo di trasformarla come noi vogliamo. Invece passare per la porta del Buon Pastore significa riconoscerci figli. Significa che riconosco nella mia sposa una figlia di Dio e il mio compito non è di farla diventare come io voglio, ma come Lui desidera che sua figlia diventi. Che diventi pienamente donna. Con il mio sguardo, con la mia voce e con il mio amore posso aiutarla ad amare ciò che è. Non è meraviglioso? La cosa bella è, che se mi abbandono all’amore e non al possesso, lei diventa veramente bellissima, molto più di quanto avrei potuto sperare. Quindi cari sposi non entrate come ladri nella vita l’uno dell’altra, ma entrate dalla porta di Gesù e Lui, attraverso quella porta vi mostrerà un orizzonte eterno. Vedrete nella vostra sposa e nel vostro sposo quella meraviglia che può venire solo da una persona realizzata nella volontà di Dio.

Antonio e Luisa con fra Andrea

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Di seguito il commento al Vangelo di fra Andrea da cui abbiamo preso spunto

Solo Giuda ha tradito? Il tradimento nella coppia.

Troppo facile prendersela con qualcuno! Il Mistero di Giuda il traditore! In questi giorni i personaggi dei vangeli narrati dalla liturgia sono molteplici. Uno dei più difficili da capire, da tollerare e anche da accogliere nel mistero dell’amore è proprio un traditore. Un uomo come Giuda che portava nel suo nome la gloria delle profezie della sua tribù (cf. Gn. 49), un uomo che conosceva gli illustri del tempo ed era conosciuto da loro, un uomo che aveva lo spunto in più, il passo giusto e superiore agli altri tanto da poter amministrare la cassa e averne anche giurisdizione: “Alcuni infatti pensavano, poiché Giuda teneva la borsa, che Gesù gli avesse detto: “Compra le cose che ci occorrono per la festa”, oppure che dovesse dare qualcosa ai poveri”. Gv.13,29 .
Ma da cosa viene il tradimento, perché tradiamo, perché iniziamo a credere che la persona per la quale abbiamo vissuto ora è nostro nemico? Perché Giuda tradisce Gesù?
Perché i suoi fratelli Apostoli tradiscono lui? Si anche i discepoli tradiscono lui. Tradire infatti può anche significare lasciare che qualcuno che amiamo si faccia del male, tradire può significare anche lasciar solo chi ha bisogno di perdonarsi.
Gli undici avevano commesso un errore, avevano scelto la strada più facile, una strada in discesa anche se tinta di austerità obbediente, una presunta comunione che trafigge con il pungolo della colpa: erano stati così vicino al maestro da non aver imparato nulla, ma soprattutto così stretti a lui da aver allontanato qualcuno!
Perché gli apostoli tradiscono Giuda!? Perché per loro era un ladro! Cf. Gv 12,6.
Il vangelo usa questa espressione riferita alla ruberia di Giuda: oti kleptes en, che potremmo interpretare: è sempre stato uno che nascondeva tutto! Lui è uno che non è mai se stesso, e soprattutto uno che non la pensa come noi!
Nella coppia il tradimento nasce proprio da qui, spesso non è colpa di uno solo, ma di quella carne sola dove una parte ha deciso di non poter essere più se stessa, di non poter parlare, confidarsi perché essere se stessi significa soffrire troppo, e tradire è l’unico modo per difendersi: abissale come un baratro è il cuore umano! C’era un’altra domanda:” Perché Giuda ha tradito Gesù? A tale domanda non abbiamo dato risposta, semplicemente perché non è la domanda più importante!
L’importante è risposta giusta e cioè che Gesù ha sofferto per Giuda e con Giuda. Gesù ha sofferto per una persona che amava e che stava rifiutando l’amore. Gesù non ha smesso di chiamarlo amico! Gesù non l’ha mai giudicato ma l’ha sempre accolto per quello che era! Il maestro ci doni la grazia di capire che prendersela con qualcuno è troppo facile e lasciare che chi amiamo sia se stesso è il fascinoso rischio dell’amore e la grandezza impavida del Risorto: di una coppia che ama come carne Risorta!

Fra Andrea Valori

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Il mistero eucaristico celato nella coppia.

Un bellissimo articolo di fra Andrea, esperto di studi biblici e Terra Santa.

Il triduo di passione morte, sepoltura, e risurrezione è il centro dell’anno liturgico, della vita cristiana e, se lo scandagliamo nella sua profondità, anche il centro della vita di coppia. Questo fulcro raccoglie in se un trittico di particolarità che segnano il mistero eucaristico celato nella coppia. “L’Eucaristia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità propria del nostro tempo (Sacramentum Caritatis 27). Partendo da queste parole del magistero riflettiamo sul vivere eucaristico come sorgente dei tre misteri in uno, che celebrano il tempo, il rapporto, l’amore della coppia.

Il tempo: Nel Venerdì Santo si inizia la liturgia con una prostrazione e un silenzio introitale che assurge alla solennità laconica della celebrazione della passione. Questo silenzio è il preambolo di ogni sacrificio, di ogni momento che precede qualcosa di difficile da affrontare o da dover scegliere. Secondo la narrazione di Giovanni evangelista la crocifissione avveniva proprio mentre gli agnelli venivano sgozzati per la Pasqua, e tale rito ci rimanda agli echi vetero testamentari del sacrifico di Isacco, il quale Dio chiese a suo padre Abraham. La notte che precede quel sacrificio è una notte silenziosa di cui la scrittura non dice nulla, non parla, non dona dettagli se non quello di poter immaginare e capire il dramma di un padre, il dubbio di un credente, la forza di un giusto che raccoglie tutte le sue energie per compiere ciò che Dio chiede, ma che è sicurò Dio non vuole: Il Signore provvederà per il sacrificio. La passione croce e morte è il mistero dell’uomo e della donna che sanno vivere l’uno nel tempo dell’altro con lo stile del silenzio, un silenzio che sa comprendere oltre le parole, di sguardi che si sanno intendere, di una notte dove l’altro non può essere lasciato solo nel decidere, nel suo dubbio e nel suo dolore. In Gn 1,27 Dio crea l’adamo maschio e femmina, la parola maschio-zacar e affine alla parola zicaron-memoriale di Es 12,14. Tutto ciò dice come il tempo e il ricordo sono il maschile della coppia, ma perché il tempo e il ricordo non siano rimpianto e rancore questo maschile ha bisogno del femminile-nekevah da nakav-porre in risalto, dare fiducia alla fede, dare vigore alla forza. La croce per essere amore è fatta sempre di un maschile e di un femminile, Abraham in quella notte ha avuto bisogno di Sarah, Gesù su quel patibolo ha avuto bisogno di Maria.

Il Rapporto: Secondo mistero e sacramento di amore è quello della sepoltura. Gesù è morto, quel sepolcro freddo, spigoloso, umido e austero, ha trovato prematuramente un ospite. Quelle bende e quel sudario sono ormai adagiate su un corpo trafitto dal rigor mortis. I vangeli narrano ancora dei piccoli sforzi umani per esorcizzare l’avvenuto, le donne che vanno sul posto quando ancora era buio, la Maddalena che piange perché non capiva ancora cosa era successo, Giuseppe d’Arimatea che precedentemente aveva offerto la sua influente competenza, dà ospitalità al cadavere del Signore e da ultimi gli apostoli che corrono vedono, credono ma non capiscono. Nella iconografia vediamo spesso il mistero della sepoltura legato alla discesa negli inferi da parte di Cristo, il quale libera per prima la coppia originaria Adamo ed Eva. La sepoltura con il suo mistero freddo, silenzioso, dove il Verbo della vita parla attraverso la sua funebre loquacità, indica che il rapporto nella coppia viene salvato, diventa mistero, quando i piccoli sforzi di ogni giorno hanno il coraggio di non pretendere nulla ma di essere gratuiti; quando hai il coraggio di accogliere che davanti a te hai una persona fredda e resa tale dal suo dolore, dalle trafitture ricevute al lavoro, dalle percosse del malessere che prova verso se stesso. Relazione è gratuità, il mistero della sepoltura è il coraggio di questa gratuità.

L’amore: Nessuno ha visto la risurrezione, nessuno è stato spettatore di essa, ci sono stati testimoni del risorto lo hanno visto, toccato, mangiato con lui. Così è l’amore tra uomo e donna, nessuno l’ha visto ma ciò che si può vedere sono i gesti, i segni di questo amore che fanno sentire l’altro amato e rendono visibile l’invisibile, concreta l’astrazione. I vangeli ci raccontano di alcuni incontri fatti che recitano la sinfonia di questo amore. Davanti al sepolcro Maria Maddalena pronuncia quelle parole: Hanno portato via il mio Signore. La consistenza dell’amore si rivela in gesti che dicono, e fanno dire: allora io sono veramente suo, sono veramente sua. Nella coppia si è veramente l’uno dell’altra quando lo si è liberamente l’uno dell’altra. Gesù dona la tonalità di questa libertà: pronuncia il nome “Maria”.

La risurrezione esplode nell’amore di coppia quando il sepolcro di un dolore condiviso, consapevole che peggiore della morte è il dolore che la precede, dona la forza di pronunciare il nome dell’altro con quella dolcezza che liberà l’altro perché in esso si libera l’amore di Dio. Chi ama pronunciando il nome dell’altro con l’intenzione di amarlo come Dio lo ama, sta donando a chi ama, non più se stesso, ma l’Amore in persona: Gesù morto e risorto per noi!

fra Andrea Valori

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Le giare a Cana erano solo sei.

Oggi mi soffermo su un particolare delle nozze di Cana. Sappiamo bene il significato dell’acqua e del vino, ma c’è qualcosa forse a cui non abbiamo prestato attenzione. Nulla nel Vangelo è messo per caso e nulla è superfluo. Il Vangelo di Giovanni al capitolo due cita:

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.

Sembra un particolare poco importante. Cosa può raccontarci questa specifica? In realtà è molto importante. Giovanni ci sta dicendo due cose estremamente importanti. Le anfore erano 6 ed erano di pietra. Già queste due caratteristiche aprono a una riflessione fondamentale.  Le giare sono sei. Sono una meno di sette. Sette è il numero della perfezione, della pienezza. Quelle sono solo 6. Come a dire che manca qualcosa nella vita degli sposi. Che non basta l’acqua, il loro amore, per quanta volontà e impegno ci possano mettere. Quelle giare vanno riempite. Non solo! Sono di pietra. Strano per l’epoca. Di solito erano in terracotta o in altri materiali più leggeri. Sono di pietra come sulla pietra è stata scritta la legge di Dio. La legge e il nostro amore di sposi non bastano per vivere in pienezza il nostro matrimonio. Quelle giare vanno riempite, vanno riempite di vino, di Spirito Santo. L’unico modo per farlo è ammettere che non ci bastiamo, che non basta ciò che abbiamo. Allora se ci affidiamo a Gesù e iniziamo una relazione d’amore con Lui, il nostro amore diventerà sempre più bello e vero. Solo amando Gesù potremmo amarci sempre più tra di noi e amandoci sempre più avremo il  desiderio di amare Gesù insieme in un circolo virtuoso che non può che accompagnarci sempre più vicini a Gesù.

Antonio e Luisa

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Un’astinenza feconda!

Oggi parliamo di astinenza. Già, perché questa epidemia sta modificando anche le nostre relazioni intime. Non è un aspetto secondario del matrimonio. E’ una situazione che riguarda moltissime coppie di sposi. Persone che sono malate, che sono state malate come me, che sono entrate in contatto con persone malate, infermieri e medici. Insomma l’astinenza non riguarda solo me e Luisa, ma un numero elevato di coppie di sposi.

Oggi è un mese che non ho rapporti intimi con la mia sposa e per alcune settimane ancora non potrò averne. Per noi è un tempo molto lungo, lunghissimo. Dio ci sta dando un’opportunità anche adesso, nell’emergenza, nell’impossibilità di avere una vita sessuale normale. Ci sta, anzi mi sta (riguarda soprattutto me), dando l’opportunità di esercitare il mio amore, il mio desiderio verso la mia sposa in modo diverso. Di essere capace di slegarlo dal piacere sessuale. Troppe volte gli uomini sono teneri verso la propria sposa in modo condizionato e non gratuito. In vista dell’incontro sessuale. Questo fa sentire l’amata, che non è cretina, usata. Quella tenerezza appare finta e strumentalizzata. Questi giorni sono un’opportunità grande che Dio mi sta dando per esercitare la vera tenerezza. Senza secondi fini. Per il piacere che il semplice gesto tenero può regalare a me e alla mia amata. Ed è così che quando ci incrociamo in casa, e capita spesso, ci scambiamo uno sguardo, una carezza, una breve parola buona. Ci ascoltiamo. Siamo al servizio l’uno dell’altra. La tenerezza diventa vero linguaggio d’amore che scalda la casa, che scalda noi e i nostri figli.

Non solo! Queste settimane passate e quelle che ancora passerò senza potermi unire alla mia sposa non saranno settimane aride. Al contrario saranno feconde d’amore e di desiderio. Quando potremo di nuovo unirci nel corpo sarà un momento meraviglioso, un momento preparato da un tempo di astinenza ma non povero, ricchissimo di tenerezza e di amore. Sarà come entrare in giardino dove assaporerò i frutti migliori. Mi sentirò come Salomone che nel Cantico sente la sua amata esclamare:

Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

Antonio e Luisa

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Nel dolore siamo come Maria o come Marta?

Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».

Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».

Il Vangelo di questa domenica ci racconta l’episodio della resurrezione di Lazzaro operata da Gesù. Non prendo in considerazione tutto il Vangelo di questa domenica. Voglio evidenziare il diverso atteggiamento delle sorelle di Lazzaro: Marta e Maria. Entrambe sono affrante e quando vedono Gesù sembrano anche incolparlo della morte del loro amato fratello. Entrambe dicono: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma poi Marta aggiunge un’altra frase a differenza di Maria: Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà.

Noi siamo Marta o siamo Maria? Mi spiego meglio. Marta e Maria sono immagine di tutti noi credenti, di noi che siamo convinti di riporre la nostra vita nella fede in Gesù. Quando arriva la morte nella nostra famiglia, non per forza un lutto, ma anche una sofferenza, una difficoltà, la perdita del lavoro o, come in questi giorni, l’epidemia. Come ci comportiamo? Come Maria? Ci arrabbiamo con Gesù senza riporre più speranza in Lui? Magari perdendo la fede. Oppure come Marta? Marta si arrabbia con Gesù, esattamente come Maria. Ma poi ha la forza di aggiungere un’altra frase: Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà. Continuo a fidarmi di te, anche se mi sono sentita abbandonata, perché so che tu sei il Signore e solo tu puoi dare senso a tutto, anche a quello che sta accadendo nella mia vita.

Questo brano di Vangelo dovrebbe aiutarci a riflettere sulla nostra fede, aiutarci a capire se è una fede matura o una fede che nasconde un po’ di superstizione. Non una relazione con Gesù, ma un modo per esorcizzare la paura di soffrire e di morire.

Io stesso vado in crisi mentre scrivo questa riflessione, perché è qualcosa che credo tocchi tutti.

Buona domenica.

Antonio e Luisa

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A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza.

Don Carlo Rocchetta in questi giorni difficili ci sta regalando ogni giorno una piccola perla. Una frase, una breve riflessione, che ci racconta qualcosa della tenerezza. Le leggo sempre volentieri e oggi prendo spunto da una di queste frasi. Don Carlo scrive:

A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto

Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

Antonio e Luisa

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Abbiamo solo l’oggi per amarci.

Non so quanti giorni sono che siamo chiusi in casa. Sabato mattina dalla finestra ho visto passare il triste corteo dei camion militari che trasportavano 60 salme in altri cimiteri per essere cremate. Una sensazione strana. Tanta tristezza e senso di abbandono. A Bergamo, la mia città, tutto questo dramma è palpabile e molto più concreto che in altre città. Questo ti porta a pensare. Ho pensato se davvero la mia vita fosse centrata su quello che davvero conta. Se le mie priorità fossero quelle giuste. Ho pensato a quelle persone morte da sole in un ospedale. Morte senza il conforto delle persone care vicino. Magari senza avere neanche avuto la possibilità di salutare i propri cari. Mi è venuta in mente una parabola. Io cosa sto mettendo da parte. Ciò che davvero conta? Ciò che mi posso portare dietro? Perchè questi giorni stanno frantumando tutte le mie certezze. Io ancora giovane e che mi sentivo immortale, con tanto tempo a disposizione, in un mondo dove la scienza può sconfiggere quasi tutte le malattie. D’improvviso questo virus mi ha messo con le spalle al muro. Siamo fragili e impotenti.

Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.  Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Il tempo è adesso. E’ adesso che posso dire alla mia sposa quanto la amo. E’ adesso che posso dirle grazie per tutte le volte che si è donata a me. E’ adesso che posso chiedere perdono per le volte che io non ho saputo donarmi. E’ adesso che posso darle una carezza, parlare con lei delle realtà più profonde, di noi e del nostro amore. E adesso perchè il presente è tutto ciò che abbiamo per amare. Madre Teresa lo spiega molto bene: Ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi: cominciamo.

Ecco questi giorni mi stanno insegnando che possiamo rimandare tante cose. Possiamo rimandare il lavoro, la scuola, la corsetta all’aperto, ma c’è qualcosa che non possiamo rimandare: l’amore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è lavato nella piscina di Siloe

Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

Il Vangelo di questa domenica è molto lungo e pieno di significato, immagini e spunti. Come al solito Giovanni è quello più carico di significati che vanno oltre la semplice lettura di un avvenimento. Per questo mi limito a commentare poche righe. Il cieco sono io. Il cieco sei tu. Ero cieco prima di incontrare Gesù nella mia vita. Lo ero nonostante una religiosità basata su quanto ho imparato in famiglia e nel catechismo. Una religiosità fatta di riti e di nozioni che non capivo e che non accoglievo di conseguenza. Invece poi è arrivato Gesù nella mia vita. L’ho incontrato proprio quando chiedevo le elemosina, quando la mia cecità non mi permetteva di vedere il senso della mia vita. Ecco proprio la mia miseria mi ha permesso di riconoscerlo. E lui fa qualcosa di grande. I Padri della Chiesa leggono nel gesto di Gesù di sputare a terra, di fare del fango e di spalmarlo sugli occhi del cieco, leggono una nuova creazione. Gesù che è Dio e ci ha creato una prima volta completa l’opera. Non perchè prima avesse fatto qualcosa di imperfetto, ma perchè per portarci alla pienezza della nostra umanità serve il nostro abbandono a Lui. Sant’Agostino poi legge nell’immersione nella piscina di Siloe il battesimo. Quel sacramento che ci dona la fede e ci permette di vedere ciò che prima non potevamo vedere, l’amore di Gesù per noi. Ecco credo che il matrimonio segua questa dinamica. Almeno per me è stato così. Il mio sì a Luisa, seguito da tanti sì alla proposta della Chiesa su come vivere il mio matrimonio, è stato come quel fango che Gesù ha spalmato. Avevo tanti dubbi ma ho detto sempre sì e non sono mai stato deluso. Ho detto sì all’apertura alla vita, ho detto sì ai metodi naturali rifiutando la contraccezione, ho detto sì alla fedeltà e al donarmi come meglio ho potuto alla mia sposa e pian piano ho cominciato a vedere meglio. Ho visto la bellezza di una relazione piena e la luce mi ha illuminato. Ora non tornerei indietro. Non perchè io sia santo ma perchè ho visto la ricchezza che il matrimonio può dare se io e la mia sposa decidiamo di viverlo in un determinato modo, facendo spazio a Gesù. Tutto diventa meraviglia e tutto acquista un senso. Anche la fatica diventa poca cosa in confronto a quanto ottengo in cambio.

Antonio e Luisa

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Meglio pubblicano che perfetto!

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Di solito commento solo il Vangelo della domenica. Oggi faccio un’eccezione. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuto di giudicare la vita di altre persone, che hanno buttato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose, ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi, ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Un po’ di tempo fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità, ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma prossimi alla nostra sposa e ai nostri figli. Persone capaci di perdonare e di compatire le difficoltà dell’altro/a. Nel senso di patire con. Condividere. Solo così, ammettendo la nostra miseria e sentendoci comunque amati, saremo capaci di accogliere e accettare quella del nostro coniuge.

Antonio e Luisa

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Curo tante coppie distrutte dalla pornografia

Oggi proseguiamo l’intervista con il dott. Piergiorgio Casaccia (qui la prima parte), medico specializzato in sessuologia che collabora con il nostro blog da alcuni mesi.

Piergiorgio tu affermi che un problema sessuale, come può essere la pornografia, non riguarda solo uno dei due partner ma entrambi. Certo, chi ha un problema va aiutato, ma non basta. Anche l’altro/a è una persona che è stata ferita dal comportamento del coniuge. Il rapporto tra i due va ristabilito in un clima di amore, complicità e fiducia. Cosa ci puoi dire?

Questione molto interessante, provo a risponderti. Nelle coppie che ho seguito, spesso c’era l’uomo che era inquinato dalla pornografia. Bisognava ricostruire il rapporto di coppia. Bisognava ricostruire il matrimonio. Prima di tutto sfatiamo un mito. Non sono solo gli uomini che consumano pornografia, ma spesso sono donne. In un terzo dei casi circa. Conseguenza tristissima è che l’uso di pornografia spesso è causa di divorzio. Uno studio degli avvocati americani pubblicato nel 2010 evidenzia come il 57% dei divorzi è dovuto direttamente o indirettamente all’uso di pornografia. E’ uno studio importante che fa capire come la pornografia incida profondamente sul rapporto di coppia. Poniamoci nei panni della moglie. Cosa prova una donna che scopre che il marito fa uso di materiale pornografico? Ovviamente si sente tradita. Viene a crollare completamente la fiducia. E’ come un tradimento vero e proprio anche se la società non lo percepisce così. Il tradimento provoca rabbia. Passato il primo momento di rabbia si possono avere diverse reazioni. Una reazione può essere di mettersi in competizione con quelle donne dei video. I due sposi iniziano a vivere quindi una sessualità disordinata. Una sessualità che cerca di replicare quanto mostrato nei video pornografici. E’ una sfida persa in partenza. Nei video ci sono attrici sempre giovani, sempre nuove, rifatte e ritoccate per eccitare l’uomo. Inizia quindi una vita sessuale frustrante per la donna e disordinata per l’uomo. Una sessualità fatta di rapporti anali, orali, con altre persone. Si arriva allo scambio di coppia. Un disfacimento completo. Ciò che resta alla donna è un profondo dolore, una profonda tristezza. Una impossibilità a competere. Puoi capire quindi come sia complicato poi ricostruire tutta la relazione. Anche qualora l’uomo smetta di fruire di pornografia il lavoro è solo all’inizio. Devo aiutarli a ricostruire tutto. Bisogna ricostruire sulle ceneri dove la fiducia è distrutta ed entrambi sono molto feriti. E’ un vero e proprio disturbo da post trauma. Questo è quello che posso raccontare attraverso il lavoro di terapeuta e medico. Non è facile. Ogni volta ho a che fare con i sensi di colpa del marito e le accuse della moglie per il dolore che continua ad avere. Io sono un medico credente e penso che certe situazioni solo il Signore può sanarle e ricostruire un rapporto. Solo sperimentando un amore grande e incondizionato i due possono riuscire a perdonarsi e a perdonare l’altro/a. Proprio ieri ho ascoltato una coppia che mi ha contattato attraverso il vostro blog matrimoniocristiano,org, che seguo in modo remoto attraverso skype. Vengo contattato spesso attraverso il vostro blog. Credo sia uno dei frutti belli della nostra collaborazione. Proprio ieri, come in tutte le sedute con i miei pazienti, abbiamo iniziato con un’invocazione allo Spirito Santo e abbiamo terminato affidando a Maria tutto il percorso terapeutico di recupero. Questo per dirti che in ogni consulenza sessuologica se non c’è l’affidamento a Colui che tutto può non se ne esce nonostante quello che posso fare o dire io. Io ci metto tutta la mia professionalità ma il miracolo lo fa il Signore. E’ lui che salva.

Piergiorgio la tua risposta mi ha provocato un’altra domanda. La battaglia della nostra società contro la violenza di genere resterà qualcosa di ipocrita e irraggiungibile fino a quando non si comincerà ad opporsi seriamente all’industria pornografica e alla “cultura” che ne consegue. Sei d’accordo?

Antonio io diverse volte ho affrontato l’argomento della violenza di genere. Io sono convinto che la pornografia sia alla base della violenza. La pornografia istiga a possedere l’altro/a e non ad amarlo/a e rispettarlo/a. Per questo vengo guardato come visionario e sognatore. Se non come cattolico integralista. Difficilmente vengo preso sul serio quando affermo questa connessione tra pornografia e violenza sulle donne. Alla base di tutto, ripeto, c’è la mancanza di rispetto per la persona umana. La si considera un oggetto con cui si può fare qualsiasi cosa. Quindi sì! La pornografia è alla base della violenza di genere dove si usa l’altro/a e si getta quando non serve più.

Antonio e Luisa con Piergiorgio

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Amare è caricarsi dei suoi pesi.

Ci sono due parole nella Bibbia. Sono molto simili, hanno infatti la stessa radice. Hanno cioè le stesse consonanti. Cambiano le vocali. A seconda della vocalizzazione applicata in lingua ebraica, la radice [KVD] (o KBD) assume diversi significati, quali:

Kavòd = onore, gloria
Kavèd = pesante

Questo mi permette di fare una riflessione sponsale. Quando io onoro, rendo gloria al mio matrimonio? Quando assumo i pesi dell’altro/a. Quando sono felice di poterlo fare per rendere la vita della mia sposa più leggera. Noi sposi non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per prendere dall’altro/a ma per donarci all’altro/a. Non ci sposiamo per essere felici, ma per rendere felice l’altro e da questa consapevolezza trarremo anche la nostra gioia e la nostra pace.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25, 35-40

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando a mia sposa, e attraverso di lei anche Dio.

Antonio e Luisa.

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Consigli per migliorare la vita amorosa. Primo: nella coppia dedicatevi del tempo

È incredibile quante coppie sostengano di non avere tempo per loro, o confondono il tempo di coppia con il tempo che passano insieme ai bambini. Ribadiamolo ancora una volta: il tempo con i bambini è importantissimo ma si chiama “tempo di famiglia”. Il tempo di coppia è invece un tempo di qualità che i due partner si dedicano. Ricapitolando – tolti il lavoro e le funzioni vitali (mangiare, dormire, ecc) – i tempi si dovrebbero suddividere in:

  1. Tempi di famiglia: sono quelli finalizzati a far star bene i figli e accrescere il senso di comunione in famiglia
  2. Tempi di coppia: quelli che servono affinchè la coppia si rigeneri
  3. Tempi personali: da dedicare alle proprie passioni per portare novità agli altri membri della famiglia.

Ovviamente – in base alla fase del ciclo di vita nella quale siete – dovrete dedicare più o meno tempo alla famiglia, ma i tempi di coppia non devono mai mancare ed in questo pezzo ci dedichiamo a questi. Se la prima domanda che vi viene in mente è: “Tempi di coppia? Per fare che cosa?” allora significa che ne avete proprio bisogno. Perdonatemi, ma poi non stupitevi se non vi dedicate tempo e vi sentite come estranei. È matematico.
Importante:  tempi di coppia non esistono, quindi bisogna crearli appositamente, agenda alla mano. Soprattutto se ci sono bambini piccoli può sembrare un’impresa epica ma non scoraggiatevi, potete contare nell’ordine nell’aiuto di:

  1. Nonni
  2. Sorelle o fratelli
  3. Amici
  4. Famiglie dei compagni di classe dei figli
  5. Baby-sitter

Se vi spaventa l’aspetto economico considerate che:

  • Un regalo ad un’amica che vi tiene i figli una sera costa meno di una baby-sitter
  • Una baby-sitter costa meno di un consulente di coppia
  • Un consulente di coppia costa meno di una avvocato…

Ci rimane da rispondere alla domanda “Per fare che cosa?”. La risposta è piuttosto semplice: fate qualcosa che vi fa stare bene insieme.
Ecco alcuni suggerimenti non esaustivi:

  • Cinema
  • Teatro
  • Cenetta romantica
  • Pizza
  • Passeggiata
  • Sport insieme
  • Gita
  • Mostre d’arte
  • Volontariato
  • Laboratori per coppie

Se nessuna di queste combacia (deve piacere ad entrambi) andate avanti con l’elenco fin che non ne trovate una che stia bene a tutti e due. Attenzione! Nel tempo i vostri interessi possono cambiare. Anziché scoraggiarvi godete questa ulteriore possibilità di crescere e di conoscervi reciprocamente.
L’uscita di coppia deve essere qualcosa di speciale: prendetevi il tempo per prepararvi, sia fisicamente che psicologicamente, e predisponetevi a passare un bel momento nel quale – obbligatorio – non si parla di problemi nè di figli.
Non preoccupatevi se le prime volte litigate, vuol dire che non siete abituati.
In ogni caso siate simpatici come gli amici e dolci come gli amanti.
Toccarsi, darsi la mano, abbracciarsi mentre si cammina. Vedetelo come una sorta di carburante per i momenti in cui dovrete tornare alla vita ordinaria.
Un’altro scoglio che spesso mi viene presentato è: ma perché devo sempre proporre io?
Allora, posto che quando c’è una reciprocità nell’iniziativa la coppia gode di maggior salute, in attesa di questo tandem ideale non fate i bambini! La regole è: chi ha più iniziativa, proponga, e l’altro si impegni a non ostacolare. Non fatevi scoraggiare da partner apatici o lamentosi, superate con uno slancio, e chiedete entusiastica collaborazione.
In fondo si tratta di passare del tempo insieme, a fare qualcosa di bello. Ne uscirete arricchiti e rigenerati.

Pubblicato con il permesso dell’autore Marco Scarmagnani.

Qui l’articolo originale su www.semprenews.it

 

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La quaresima non è tristezza ma elevazione.

La quaresima non l’avevo mai capita bene. A cosa serve digiunare, rinunciare a quello che piace. Per cosa? Per chi? Poi diciamolo senza falsi pudori,. per molti il fioretto quaresimale è solo un rito senza una valenza significativa. Diventa un modo per cercar di smettere di fumare o di perdere qualche chilo. Nulla di più di questo, che seppur lodevole, non ci cambia veramente, e non ci prepara ad accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua vittoria sulla morte nella resurrezione. Anche io la pensavo così, la quaresima, per me, era solo questo. Poi incontro Luisa ci fidanziamo e partecipo con lei a un corso per fidanzati. Non un corso normale, che solitamente serve a poco, ma uno di quelli che non ti lasciano uguale, di quelli che ti cambiano la vita. Era tenuto da un frate cappuccino, padre Raimondo Bardelli. Un fratone gigantesco, con due braccia e due mani da contadino, che ci hanno accolto in un abbraccio paterno bellissimo. Padre Raimondo ci ha parlato di tante cose, ma voglio soffermarmi sul cammino di quaresima. La quaresima serve ed è utilissima. Come tutte le “proposte” della Chiesa non è qualcosa che ci viene imposto per frustrarci e provocarci sofferenza, ma per crescere nella gioia e nella pace. Padre Raimondo ci ha mostrato come noi giovani dell’epoca (primi anni 2000) non eravamo educati a gestire le nostre pulsioni, i nostri istinti e le nostre voglie. Non eravamo capaci di controllarci, e di scegliere il buono, che solitamente va costruito e sudato, ma soltanto il piacere immediato. Volevamo tutto e subito. Non importa se era un cibo o una donna. Non eravamo capaci per questo di aprirci all’altro, ma solo di usarlo. Così non eravamo capaci di costruire una relazione sana basata sull’amore, ma solo di usarci. La quaresima è diventata mezzo per educarci e aiutarci a gestire i nostri istinti. Educarsi a non cibarsi di tutto e subito, ad avere giorni di digiuno e giorni in cui si mangia solo pane, mi è servito e tanto. Sembra stupido ma è così. Educare il proprio controllo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavo. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. Attraverso quella quaresima perpetua che è la castità, veramente si riesce a liberarsi di tanti laccetti e zavorre che non permettono di spiccare il volo di fare il salto di qualità. La quaresima, come già scritto, non è quindi un momento triste, ma di elevazione personale attraverso la fatica, questo si. Fatica che non è sempre rinunciare a qualcosa, ma può anche essere l’opposto. Sempre padre Raimondo, che ha seguito migliaia di coppie. ci raccontava spesso un aneddoto. Una delle sue coppie, sposata da alcuni anni, viveva il deserto sessuale. Per i soliti motivi quali lo stress, le tante cose da fare, il lavoro e così via, si erano persi di vista. Lui li ha accolti e loro hanno proposto, come fioretto quaresimale, di astenersi dai rapporti. Padre Raimondo li ha guardati con quel sua sguardo severo, ma sempre amorevole e ha risposto: Astenervi? Quale fatica sarebbe per voi? Il fioretto che vi assegno è di iniziare a ritrovare la vostra intimità, di impegnarvi per questo e non di astenervi, ma anzi di cercare di avere più rapporti sessuali tra di voi.

Alla fine ci disse che ebbero ben 4 rapporti in 40 giorni, ma fu comunque l’inizio di una ritrovata intesa.

Anche questo può costare fatica per alcuni, ma la quaresima è questo, farsi piccoli per liberare il nostro cuore dall’io per far spazio a Dio e con Lui a tutte le persone che ci stanno vicino, primo/a fra tutti il nostro sposo o la nostra sposa.

Antonio e Luisa.

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Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo sposo.

Durante la Santa Messa di ieri, il nostro parroco ci ha aiutato a riflettere su un passaggio della prima lettura. Siamo nel Levitico. Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Domenica abbiamo ascoltato una di queste. Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permeto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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Il cuore non ci appartiene più!

Una notizia apparsa sui siti di informazione martedì sera mi ha colpito. Nel novarese, una donna di 84 anni si è accasciata per un malore ed è morta durante la funzione funebre per il marito. E’ morta di crepacuore. Non ha retto alla separazione da quell’uomo che aveva sposato nel 1958. Sessantadue anni fa. Una vita. Il cuore non ce l’ha fatta. Il cuore non è solo muscolo. Nella Bibbia la parola cuore viene riportata circa 1000 volte. Uno dei significati più importanti che viene data a questa parola non è nè quello medico nè quello più romantico che ne fa il luogo dove nascono i sentimenti. Il cuore nel nostro Libro Sacro è spesso associato al ricordo. Significa fare memoria. Nella Bibbia il cuore e la memoria sono legati. Anche per noi è così. Non per nulla la parola ricordare presenta un etimologia molto chiara. Deriva infatti dal latino: re- indietro cor cuore. Richiamare in cuore. Strano vero? Anche per i nostri progenitori il luogo del ricordo non era la testa ma il cuore. Quindi, tornando alla nostra storia, il luogo dei ricordi dell’anziana sposa, il suo cuore, non ha retto. E’ scoppiato. E non è un caso isolato. Ho approfondito la questione e ho scoperto dei dati interessanti. Uno studio specifico è stato condotto dagli inglesi alcuni anni fa. Uno studio con un campione molto ampio. Lo studio considera oltre 114 mila persone di età 60-89 anni seguite per sette anni. In questo tempo un terzo dei volontari, a parte quanti sono deceduti, è rimasto vedovo. E qualcuno non ha retto il dolore della perdita morendo a sua volta entro i 30 giorni successivi al lutto. In quel mese il rischio di morte era risultato doppio, nei coniugi superstiti, rispetto a quanti erano ancora in coppia.

Quanto è accaduto all’anziana vedova è qualcosa che richiama in modo specifico la vocazione matrimoniale. Mettimi come sigillo sul tuo cuore. Lui è dentro di lei. In lei è ancora vivo. Lo può trovare nel suo cuore. Lo ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. Lo ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. Lo ritrova, ma non riesce più a toccarlo, a vederlo. E questo è straziante. Non riesce più a sentirlo. Lui c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi.

Il luogo della memoria, il cuore che custodiva una bellezza così grande, è proprio quello che ha smesso di funzionare, che non ce l’ha fatta. L’amore sponsale, quando nutrito e custodito per una vita intera, trasforma il nostro cuore davvero in qualcosa che non ci appartiene più. Non è più nostro, ma appartiene all’amato/a. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20) e ci ripeteva queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi non dovete dire così, ma non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altro.>>

Ecco il cuore non ci appartiene più. Nel nostro cuore non c’è più la nostra presenza ma quella del nostro coniuge. Così, a volte, succede che quando muore la persona con cui abbiamo condiviso la vita, muore anche il nostro cuore. Termino con le parole di padre Ennio, religioso domenicano, che conosceva la coppia: Si amavano molto, li conoscevo bene. Erano una coppia così solida e innamorata che li citavo come esempio. Anche con questo epilogo non è una storia triste, ma di grande amore.

L’amore in questo caso, ne sono sicuro, è stato più forte della morte.

Antonio e Luisa

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Nella castità ho compreso il suo valore.

San Valentino è passato da pochi giorni. Per me è Luisa non è solo la ricorrenza della festa degli innamorati. Per noi è una data importante anche per la nostra personale storia d’amore. Ne approfitto per condividere la nostra testiminianza. Questa volta non da sposi, ma da fidanzati. Il giorno di san Valentino del 2001 chiesi a Luisa di sposarmi. Come ai vecchi tempi. In modo ufficiale, con anello di rito. Anello che lei ancora porta al dito, come una seconda fede. Eravamo fidanzati dall’ottobre del 2000. Da pochi mesi, quindi. Avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimeto grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo “capriccio” e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irratizione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità. La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse un frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato. In quel san Valentino di 19 anni fa io e Luisa abbiamo posto la prima grande pietra di una storia che ogni giorno è più bella perchè vissuta nella castità. Castità che è astinenza prima del matrimonio. Castità che è vivere sempre meglio il rapporto fisico, dopo il matrimonio. La castità ci ha salvato, ci ha educato a mettere l’altro/a al centro, a saper aspettare per accogliere l’altro nella verità e in pienezza. E’ stata una via per imparare ad amare sempre meglio. Una via che stiamo ancora percorrendo. Se ci sono riuscito io che davvero ero pieno di fragiità e ferite, alcune delle quali mi porto ancora dietro. Se ci sono riuscito io possono farlo tutti. Basta volerlo e conoscere che c’è anche questa strada. Una strada forse desueta e sconosciuta ai più, ma può ancora fare la differenza tra un matrimonio che funziona e uno che si perde. L’educazione all’amore casto che ci siamo donati nel fidanzamento è stata molto utile nel matrimonio. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà, per tanti motivi, a mancare l’incontro sessuale per periodi più o meno lunghi si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo. Per noi è stato così.

Antonio e Luisa

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Se lei nell’intimità non prova piacere?

Oggi voglio rispondere ad una domanda intima in modo esplicito. Senza falsi pudori e moralismi. Una sposa privatamente mi ha chiesto se è lecito che durante il rapporto intimo lei possa farsi stimolare genitalmente dal marito visto che durante la penetrazione non raggiunge mai il piacere. Lei ne sente il desiderio. Vorrebbe condividere con lo sposo non solo la gioia dell’incontro, ma anche il piacere fisico che ne dovrebbe conseguire. Nel contempo lo sposo vive male questa situazione. Si sente incapace di darle piacere e così vive con sempre crescente frustrazione un momento che invece dovrebbe essere di comunione e gioia profonda. Lei non è sicura di chiedere al marito di stimolarla. Crede di scadere nella lussuria, nel piacere fine a se stesso. Stanno davvero così le cose? Io avevo già la risposta. Ho chiesto comunque conferma all’amico Piergiorgio Casaccia. Piergiorgio è medico ed ha conseguito un master in Sessuologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II. No, le cose non stanno così. Gli sposi con il matrimonio hanno iniziato un cammino di perfezione. Non solo per quanto riguarda la loro relazione di coppia, ma anche per quando riguarda i loro rapporti intimi. Cosa voglio dire? Che la santità nel matrimonio passa anche da come fanno l’amore. L’amplesso è il loro gesto sacro che diventa una vera e propria liturgia. E’ un gesto che concretizza nel corpo l’unione dei cuori dei due sposi. Essere una carne sola per sperimentare la presenza dell’altro/a nel cuore. Il piacere fisico è voluto da Dio stesso per premiare gli sposi che hanno deciso di donarsi vicendevole e in modo totale. Poi, come tutti i doni di Dio, può essere usato in modo autentico o falso. Ma questo è un altro discorso. Il Catechismo è chiaro su questo argomento. Al punto 2362 troviamo scitto:

Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione

Premesso tutto questo e che, quindi, gli sposi devono cercare di conoscersi sempre meglio e trovare il modo di vivere questo gesto in modo che sia autentico, rispettoso della sensibilità dei due sposi e soddisfacente per entrambi la risposta alla domanda iniziale è semplice. Se lei non sente nulla? Se gli sposi hanno concluso l’atto in modo completo e nonostante ciò la sposa non è giunta al piacere non solo è lecito ma è gesto di carità ed amore da parte dello sposo aiutare la sposa a condividere il piacere che lui stesso ha appena sperimentato. Non è assolutamente peccato ma fa parte dell’essere coppia. Anche San Giovanni Paolo II nel suo Amore e responsabilità afferma: quando una donna non trova nei rapporti sessuali la naturale soddisfazione, legata all’acme dell’eccitazione sessuale (orgasmo) c’è da temere che ch’essa non senta pienamente l’atto coniugale, che non v’impegni la propria personalità totale. Quindi secondo il Papa questa stimolazione è parte integrante dell’atto completo, supplisce per condurre la donna a un piacere necessario per vivere il gesto nel giusto modo.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Spero di aver risposto a quanto richiestomi. Ho deciso di rispondere pubblicamente perchè Piergiorgio mi ha confermato essere un quesito che tante persone gli pongono.

Antonio e Luisa

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Noi così fragili ed imperfetti siamo luce del mondo e sale della terra?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. E’ già tanto che restiamo sani di mente! Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Noi!! Non è possibile!

Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Spesso guardiamo con invidia quelle famiglie che hanno qualcosa che a noi manca e non valorizziamo e rendiamo grazie a Dio per i nostro punti di forza. Per i nostri talenti.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce! Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo senza implodere nel vostro dolore ma donando l’amore di cui la vostra coppia è colma. Siete luce!Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che vivete in un perenne disordine un po’ schizzato ma nella gioia del dono reciproco. Siete luce! Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che proprio voi siete portatori di una luce abbagliante. La luce di chi è capace di restare fedele anche sulla croce, come anche Gesù è stato capace di fare. Voi che accogliete ed amate un figlio disabile e mostrate al mondo come la fragilità non sia solo sofferenza e difficoltà ma un invito ad amare sempre di più e sempre meglio. Siete luce! Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla. Se lo avete già visto nella modalità che vi offro sono sicuro lo riguarderete volentieri. Io l’ho visto almeno una quarantina di volte.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

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Benigni peccato! Hai mancato il bersaglio.

Benigni a Sanremo ha parlato del Cantico dei Cantici. Avendo scritto con la mia sposa Luisa un libro sul Cantico (Sposi sacerdoti dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice) mi sono sentito particolarmente interessato al tema proposto dal comico. Ho letto di tutto. Commenti entusiastici, gente scandalizzata, addirittura c’è chi ha accusato il premio Oscar di blasfemia. Ridimensioniamo tutto. Benigni non è un esegeta e si vede. La gente non lo ascolta per comprendere la Sacra Scrittura, almeno lo spero, ma per lasciarsi meravigliare e avvolgere dalla bellezza che traspare spesso da ciò che dice e da come lo dice. Al netto di tutto Benigni ha avuto un grande merito. Quello di portare al pubblico televisivo un testo meraviglioso come il Cantico dei Cantici. Ha avuto il grande merito di svelare la lettura più umana e letterale di questo testo senza per questo renderlo meno bello e meno regale. Non ha avuto, però, il coraggio o la capacità di andare a fondo nel testo e per questo alla fine ha mancato il bersaglio. Si è fermato all’elogio dell’amore erotico, della carnalità dell’amore. Che non è l’amore. L’amore erotico è davvero amore solo quando è parte di un amore totale. Quando è parte di un amore fatto sì di carne, ma anche di dono e di amicizia. Il Cantico dei Cantici è parola di Dio proprio perchè è capace di raccontare l’amore nella sua dimensione più completa. L’Eros è fatto di meraviglia e contemplazione proprio perchè è capace di andare oltre la superficiale dimensione corporea della persona e l’attrazione erotica, e diventa la porta che apre al cuore dell’altro/a. Una relazione che si concretizza nel corpo, nei baci, nelle carezze, negli abbracci fino ad arrivare all’amplesso e alla compenetrazione dei corpi, ma che non si esaurisce alle sole sensazioni corporee. Gesti che non servono ad un effimero e superficiale piacere corporeo, ma che permettono un piacere molto più profondo fatto di relazione, di comunione, di anime che si fondono e di cui l’orgasmo è una parte importante, ma non la sola e non la più appagante. Il Cantico è scandaloso per questo. E’ stato scritto 500 anni prima di Cristo in una società seminomade maschilista e patriarcale. Eppure la donna ha un ruolo attivo, partecipa all’amore perchè l’amore non si subisce ma si accoglie e si dona. Per questo è entrato con difficoltà tra i libri sacri. Per questo per secoli si è preferito evidenziare soltanto il suo significato mistico. L’amore tra Dio e il suo popolo. L’amore tra Gesù e la sua Chiesa, per noi cristiani. Pian piano però la verità sta venendo fuori. Perchè lo Spirito Santo non si può ingabbiare nelle nostre paure e nei nostri tabù. Finalmente tanti autori raccontano oggi il Cantico per quello che è: una meravigliosa relazione d’amore tra un uomo e una donna. Questo non nega la lettura mistica e allegorica del Cantico. Il Cantico continua a raccontare l’amore di Dio. Semplicemente l’immagine che più rappresenta l’amore di Dio, cioè come Dio ama, è proprio costituita dalla coppia di sposi. Guardando due sposi che si amano possiamo comprendere qualcosa di come Dio ama. Quindi una lettura non esclude l’altra, ma al contrario l’una richiama l’altra rendendo l’amore di Dio qualcosa di concreto e di cui possiamo ammirarne il volto. Ammirarlo in quello di due sposi che si amano e si donano l’un l’altra anche nell’amplesso fisico che diventa per loro una vera liturgia del loro sacramento e gesto sacro, gesto voluto da Dio. Gesto con cui fare esperienza di Dio. Dicevo però che Benigni ha sbagliato il bersaglio. Ha scoccato la sua freccia verso la direzione giusta, ma poi la traiettoria ha deviato e non è riuscito a raccontare l’amore del Cantico. Non è riuscito a raccontare la bellezza autentica dell’amore. Bellezza che nasce da un amore fatto di dono, servizio ed amicizia e che si concretizza nel corpo attraverso un amore tenero ed erotico. Solo amando così il corpo dell’amato/a resterà qualcosa da contemplare, una meraviglia di cui non ci si stanca mai perchè sarà trasfigurato da una vita d’amore che gli sposi sperimentano ogni giorno, nella loro quotidianità. Questo è l’amore del Cantico, questo è l’amore che Dio ha pensato per noi, questo è l’amore che voglio sperimentare con la mia sposa. Non quello proposta da Benigni che, seppur raccontato con enfasi e sentimento, mi appare una briciola in confronto a ciò che ho sperimentato in questi 18 anni di vita matrimoniale con la mia sposa. Rendiamo merito comunque a Benigni di averci dato la possibilità di ribadire qualcosa di vero ma poco conosciuto. Come dice Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Non vergogniamoci mai di raccontare quanto è bello amarsi con Gesù. Come è bello fare l’amore e farci amore l’un l’altra.

Antonio e Luisa

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Nella gioia e nel dolore. Ma nel dolore di chi?

Youtube ormai mi conosce. Tra i vari video consigliati mi ha proposto una conferenza dello psicoterapeuta Roberto Marchesini. Mi ha incuriosito perchè ho letto alcuni suoi libri e li ho trovati molto veri e aderenti a quanto cerchiamo di raccontare anche noi attraverso questo blog, i nostri libri e i corsi. Ho iniziato ad ascoltarlo, un po’ distrattamente mentre facevo anche altro, quando mi ha catturato una frase! Marchesini ha affermato un’ovvietà, ma che io non avevo mai preso in considerazione. Quando, durante il rito del matrimonio, promettiamo di amare l’altro/a sempre nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia ci stiamo davvero mettendo in gioco tantissimo. Stiamo giocando tutta la nostra vita. Siamo portati a pensare che il dolore e la malattia sia dell’amato/a. Viene facile quindi promettere di restargli/le fedele quando si trova in una condizione di fragilità e di debolezza. Diverso è il punto di vista offerto da Marchesini. Prometto di amare ed onorare l’altro/a quando io sono nel dolore e nella sofferenza, quando io sono nella malattia. Capite che già così è un tantino diverso. Cominciamo ad avere qualche riserva. Come! Se io non sto più bene con lui/lei devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi fa star male, magari mi tradisce, devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi abbandona e se ne va devo continuare ad amarlo/a?

Esattamente così! La mia promessa mi chiede di continuare ad amare quella persona.

E qui casca l’asino. Quanti credono ancora che sia giusto continuare ad amare l’altro/a? Credo pochissimi. E’ normale che sia così! Marchesini stesso rileva che nel reparto di psicologia delle librerie la maggior parte dei testi tratta della cosiddetta self psychology. Testi che tratanno di come prendersi cura di sè per stare bene ed essere felici. Prendersi cura di sè va benissimo, sia chiaro, ma non è ciò che ci può davvero dare senso alla nostra vita. Questo tipo di atteggiamento porta a centrare su di sè ogni bisogno e ogni desiderio. Questo non è l’amore. Questa non è la felicità. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo dell’aumento di persone che necessitano di cura psicologica nonostante nella nostra società occidentale ci si prenda molto più cura di se stessi e la cultura dominante ci renda sempre più narcisisti ed individualisti. Forse perchè la felicità risiede altrove. Dove quindi? Nell’amare gli altri, cioè nel decentrare l’attenzione da sè per concentrarla sull’altro/a. Io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro/a, quando mi dono all’altro/a, quando sono capace di sacrificio per l’altro/a. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci complemente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Tanti matrimoni falliscono perchè ci si sposa per il motivo sbagliato dice Marchesini. Ci si sposa per essere felici! Quale illusione! Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera.

Racconto un aneddoto che al tempo in cui lo ascoltai la prima volta restai scandalizzato e turbato. Ora lo comprendo. La nostra guida spirituale padre Raimondo, a una donna che lamentava il tradimento da parte del marito e chiedeva cosa fare, disse: Amalo di più per riattirarlo a te. Questo Gesù ha fatto per noi e questo gli sposi sono chiamati a fare. Hanno promesso di farlo, con la Grazia di Dio. Dai la tua volontà di farlo e Dio ti darà la forza che adesso non credi di avere.

Antonio e Luisa

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Essere genitori significa lasciar andare.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

  1. Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.
  2. La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportsare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la colpa per la nostra infelicità.

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Quei giorni che abbiamo voglia di litigare.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

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Ti riconsegniamo il nostro amore!

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, quando ci prendiamo per mano io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa

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