Il tocco del re e della regina

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Il re e la regina (ricordiamo che con il battesimo e poi con il matrimonio lo diventiamo al modo di Cristo) lo sanno fare anche quando c’è tensione e divisione. I cristiani possono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare l’altro anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Non è neanche un gesto falso. Nel nostro cuore c’è sempre una parte che desidera abbracciare e ricominciare. Spesso però facciamo vincere l’altra parte di noi. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Con un gesto regale. Questo abbraccio ci piace chiamarlo il tocco del re (o della regina). Un tocco che porta subito tre conseguenze positive:  ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, ci permette di superare la concezione dell’altro come avversario e ci  permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente don Carlo Rocchetta che scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morteche le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte. Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio? Perdono, ci ricorda sempre don Carlo, è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento. Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Ora vi propongo una seconda riflessione. Il re e la regina conoscono l’importanza di non perdere tra loro il contatto fisico. L’amore è fatto anche di contatto fisico. La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non solo nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (l’amplesso è un abbraccio, il più profondo degli abbracci)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica, con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Antonio e Luisa

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Essere spontanei non fa un matrimonio felice. Lo rende solo precario.

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile da chi lo riceve quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà? Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali? L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano. Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Proprio lì!

Se Dio ci assiste con la Sua Sapienza proviamo a rivolgere la nostra attenzione non più sul Vangelo ma sulla Prima lettura a cominciare da oggi per una serie di settimane. Non perché il Vangelo non abbia più nulla da dire a noi sposi ma perché ci siamo accorti che molti cristiani saltano a piè pari l’Antico Testamento da cui spesso è tratta la prima lettura della Messa, forse traviati dall’idea ingiusta che Dio sia diventato più buono e misericordioso dal Vangelo in poi. Iniziamo questa nuova avventura dal brano proposto oggi dalla Liturgia:

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30)  In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

E’ una preghiera accorata fatta dal Re Salomone in nome di tutto il popolo e per esso fu una grande testimonianza di fede. E’ difficile restare impassibili dinanzi a tanta fede affettuosa in un Dio che non viene mai meno alle proprie promesse, è commovente pensare di avere un re che ci rappresenti con così tanta fede; sicuramente tra il popolo presente a quell’evento non saranno mancati uomini che hanno ritrovato l’entusiasmo di una fede magari un poco assopita sostenuti dal fervore del loro re, così ci saranno state altrettante donne che, con le lacrime agli occhi, hanno gioito in cuor loro abbracciando teneramente i propri figlioli. Quanta bellezza!

Provate a fare un gioco di fantasia sostituendo il re Salomone con il nome del vostro parroco e al posto del popolo di Israele usate il nome con cui sono chiamati gli abitanti della vostra parrocchia o del vostro paese/città ne resterete sorpresi.

Come sempre succede quando si medita la Parola, anche questa volta ci troviamo costretti a fare una scelta tra le tante possibili riflessioni per metterne in luce solo una. Ci lasceremo scuotere dalla parte centrale di questa preghiera, quando Salomone si chiede : “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! […] Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!

Com’è possibile che Dio abiti tra di noi se nemmeno i cieli dei cieli non lo possono contenere? E’ un mistero sconfinato, ma è reale. Se ci fermiamo un attimo e rientriamo in noi stessi è possibile anche perdere l’equilibrio.

Vorremmo focalizzare questa inabitazione di Dio in noi in due ambiti specifici: il Battesimo e il Matrimonio. Dal momento in cui siamo stati battezzati Dio ha cominciato a vivere in noi.. ma noi non siamo grandi come i cieli dei cieli, com’è possibile tutto ciò? Misteri dell’amore di Dio… addirittura San Paolo dirà che siamo diventati Tempio dello Spirito Santo… chi? Io? Certo che sì… ma cosa ho fatto per meritare un tale onore? Niente, anzi… spesso sembra che vogliamo scacciare un così illustre ospite con un comportamento indegno di tale onore… come quando si caccia di casa un ospite indesiderato sbattendogli dietro la porta quasi ad urlare con tale gesto il nostro disprezzo nei suoi confronti. E non sembra che i cieli dei cieli se la siano presa a male perché Dio abbia scelto di abitare nella vita di ogni battezzato.

Ma facciamo un passo in più : se due battezzati si sposano e diventano una carne sola, allora significa che il Tempio di cui sopra si allarga, giusto? Come se Dio stesse un po’ stretto in una sola persona ed abbia deciso di aumentare la capacità della persona stessa donandole un’altra persona… un po’ come quando una famiglia decide di comprare anche l’appartamento attiguo per aumentare gli spazi.

Cari sposi, il sacramento del matrimonio è quella casa/luogo citata nella preghiera di Salomone, quando dice: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome! “. Il nostro sacramento è ontologicamente proprio quella casa/luogo in cui Dio dimora, ma attenzione a non sciupare un così grande dono/onore, poiché non basta che lo sia per definizione, ma è necessario che lo diventi sempre di più giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, perdono dopo perdono, sguardo dopo sguardo, gesto dopo gesto.

Caro sposo, Dio ha scelto di prendere dimora in te per donarle il Suo amore fedele e premuroso attraverso la tua umanità.

Cara sposa, Dio ha scelto di dimorare in te per aiutare il tuo sposo a vivere nella carne la tenerezza e la dolcezza del Suo amore.

Dio non può essere contenuto neanche dai cieli dei cieli ma si trova comodo nel sacramento del matrimonio e si trova perfettamente a suo agio nell’amore gratuito che ci doniamo scambievolmente.

Coraggio che Dio è proprio lì!

Giorgio e Valentina.

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Gesù non chiama i capaci…

“Gesù non chiama i capaci ma rende capaci gli incapaci che chiama” disse una volta un saggio sacerdote.

Cari sposi, vorrei approfondire con voi un aspetto presente in questo Vangelo, un qualcosa che tocca profondamente anche la mia vita di sacerdote. Mi ha sempre colpito la reazione di Pietro quando si rende conto che, contraddicendo le più elementari leggi della pesca, ha messo in rete un intero banco di pesci in pieno giorno. Modestamente sono pescatore (domenicale) pure io, benché non usi le reti, e semmai la mia reazione sarebbe stata un sonoro urlo di gioia. Pietro invece pare non ringraziare l’autore della retata ma vorrebbe piuttosto squagliarsela sul più bello.

Che accade? Pietro sta toccando con mano il Mistero di Dio, si rende conto che nella sua vita, così apparentemente ordinaria e tranquilla, è entrato il Santo dei Santi, Dio in persona, e sente quindi la sua indegnità e incapacità. In tutto ciò, come tante altre volte, Pietro è estremamente sincero, vero, trasparente nei suoi modi.

Quante volte, nel mio piccolo, ho fatto la medesima esperienza! Quella di toccare con le mie mani quanto sono piccolo, indegno, meschino, inadatto. Da lì, è scaturita spontanea una gran voglia di mollare tutto: non ne vale la pena, non sono adatto, non fa per me…

Mi consta che questa è anche l’esperienza di voi coniugi. Quando, con il passare degli anni, le fragilità e le mancanze diventano sempre più crude e reali, la reazione è la stessa: ci si vorrebbe allontanare da Dio e magari anche dal proprio consorte. Quella zavorra toglie ogni entusiasmo, spegne le migliori intenzioni, fa dimenticare anche tutto il bene presente e passato. In effetti, il peccato ha come conseguenza proprio l’allontanamento da Dio, il peccato divide, isola, distacca da Chi ci ama.

Che fare?

Ancora una volta è Pietro a darci l’esempio, quello buono però. Nonostante provi tutto questo marasma di sentimenti negativi, comunque fa la cosa giusta: si fida di Gesù.

Anche qui posso dire che è vero per esperienza. Quando il Signore mi ha messo alla prova, ogni atto di fiducia in Lui è stato sempre ampiamente ricompensato, come anche quando ho tentato di appoggiarmi sulle mie false certezze è seguito un flop.

Possiamo pensare, come ci insegna il mainstream, che “chiodo scaccia chiodo” oppure buttarsi sul versante psicologico o, perché no? Su quello di spiritualità “alternative”.

La risposta alla nostra povera fragilità sta sempre nell’atto di abbandono radicale in Dio, l’unico in grado di salvarci. Concludo con un passo della recente Lettera del Santo Padre Francesco agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris Laetitia”: “È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva. Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza”.

Buon cammino e Dio vi benedica. 

ANTONIO E LUISA

Quante volte ci siamo sentiti come Pietro. Riconoscersi indegni è indispensabile per aprire il cuore a Gesù. Solo riconoscendo quindi la nostra grande fragilità e la nostra ancor più grande infedeltà nei confronti di Gesù saremo capaci di accogliere la Sua Grazia nella nostra storia, anche quando è dolorosa e difficile. Riconoscersi fragili e infedeli è l’unico modo per abbattere le barriere che ci sono tra noi e Lui e anche tra di noi. La FEDE non è altro che questo. Accogliere l’amore di Dio che ci ama per primo. Solo allora smetteremo di fare di testa nostra e saremo pronti a gettare le reti sulla Sua Parola.

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S. Agata: meglio vergine o sposa?

Chi non è stato mai a Catania durante i festeggiamenti in onore di S. Agata non ha idea di cosa si tratti e chi sia la “Santuzza” per i suoi concittadini. Parliamo infatti della terza festa religiosa al mondo per numero di persone coinvolte, addirittura oltre il milione.

Il motivo di tanta enfasi risiede nella sua figura di giovane vergine che, intrepida e coraggiosa, ha sfidato l’autorità romana e, dopo supplizi e sofferenze indicibili, ha consegnato inviolati il suo cuore e il suo corpo allo Sposo Gesù. Per tutto ciò, il suo nome è oramai fissato da svariati secoli nel rito della S. Messa con altrettante sei donne martiri: Felicita, Perpetua, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia.

La memoria liturgica di oggi, oltre a grati ricordi nella mia troppo breve esperienza catanese, mi porta a interrogarmi sul perché la Chiesa abbia sempre esaltato la verginità come il dono eccelso che il Signore offre a una persona, con un’enfasi che ha superato in un certo senso lo stesso matrimonio.

Ho fatto un calcolo sommario di quanti sono ufficialmente gli sposi santi o beati o servi di Dio. Sapete più o meno di quanti parliamo? Circa 150… non chiedetemi la percentuale rispetto a tutto il resto, ma senz’ombra di dubbio credo proprio sia minima. Poveri sposi! Siete effettivamente una delicatessen nel menù ecclesiastico!

Giusto per capirne il motivo, vi rammento di quando Martin Lutero negò il valore teologico dei voti religiosi e in pratica abolì la vita consacrata, pareggiandola al matrimonio. Successivamente il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì in modo solenne e definitivo il senso del dono totale di sé a Dio. Ecco il testo in questione: “Se qualcuno dice che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato, e che non è migliore e più felice cosa (“melius ac beatius”) rimanere nello stato di verginità o di celibato piuttosto che contrarre matrimonio, sia anatema” (sessione 24,10, DS 1810).

Sappiamo bene che un Concilio ecumenico, espressione di tutta la Chiesa, quando si pronuncia in modo definitivo, gode dell’infallibilità divina. Per cui davvero la vita religiosa è sempre migliore di quella matrimoniale? Ossia suore e preti 1 e sposi 0?

Senza mettere in discussione quanto appena affermato, bisogna comunque fare una distinzione importantissima, dalla quale scaturisce una grande luce sia per gli sposi che i consacrati. Grazie a Dio, secoli di riflessione teologica e l’esempio di tantissimi sposi e consacrati hanno permesso di arrivare a un sacrosanto equilibrio.

Partiamo dal fatto che è San Giovanni Paolo II che inizia a mettere in chiaro la distinzione tra i punti di vista con cui guardare sia il matrimonio che la verginità. In una delle sue Catechesi sull’amore umano (Udienza 31 marzo 1982) ha detto: “Cristo nella sua risposta ha indicato indirettamente che, se il matrimonio, fedele alla originaria istituzione del Creatore (ricordiamo che il Maestro proprio a questo punto si riferiva al «principio»), possiede una sua piena congruenza e valore per il regno dei Cieli, valore fondamentale, universale e ordinario, da parte sua la continenza possiede per questo regno un valore particolare ed «eccezionale»”.

Questo vuol dire che, da un punto di vista oggettivo, tutti e due gli stati di vita puntano a Cristo e al vivere con Lui nella vita eterna e sempre da un punto di vista oggettivo la vita consacrata una un valore “eccezionale”, come appunto affermava anche il Concilio di Trento. Chi già sta anticipando la propria appartenenza piena a Cristo, i vergini, i consacrati, gode un privilegio unico. I voti religiosi e le promesse di consacrazione significano questo: iniziare a pregustare in questa vita la piena adesione a Cristo.

Tuttavia, non è mai scontato il frutto dei voti e delle promesse, la grazia è data ma poi c’è la libertà di ognuno con cui assecondarla. Questo concetto porta a capire l’altra faccia della medaglia, l’aspetto soggettivo, che fa da contraltare a quanto appena detto sopra: se c’è un privilegio oggettivo nel “possedere” Cristo, è pur vero che tale obiettivo si raggiunge nella misura di quanto si ama, di quanto ci si dona veramente.

È sempre Giovanni Paolo II, in una catechesi di poco successiva a quella succitata, che chiarisce proprio questo concetto: “Il perfetto amore coniugale deve essere contrassegnato da quella fedeltà e da quella donazione all’unico Sposo (ed anche dalla fedeltà e dalla donazione dello Sposo all’unica Sposa), su cui sono fondati la professione religiosa ed il celibato sacerdotale. In definitiva, la natura dell’uno e dell’altro amore è «sponsale», cioè espressa attraverso il dono totale di sé” (Udienza 14 aprile 1982).

Riassumendo quanto detto, è vero che la vita verginale costituisce un grande privilegio; tuttavia è anche vero che voi sposi siete chiamati a possedere Cristo già in questa vita, potendo contare su altrettante grazie e doni formidabili.

Allora, chi è dei due è più grande e “privilegiato”? In realtà lo è chiunque ama per davvero, ossia chi vive la carità che Gesù ci ha insegnato.

Il calendario, è vero, è fitto di santi e sante vergini; che questo non vi confonda cari sposi facendovi pensare di essere cristiani di serie B o C. Vi auguro di camminare nello Spirito e di poter diventare autenticamente santi sposi.

Padre Luca Frontali

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Caro Achille Lauro sei ancora di più mio fratello!

Il matrimonio mi ha insegnato una verità: l’atteggiamento e i gesti di una persona non sono quella persona. L’ho scritto tantissime volte sul blog e cerco di metterlo in pratica ogni giorno con mia moglie, con i miei figli e con tutte le persone che incontro. Mia moglie è e resta una meriviglia sempre nonostante ciò che di sbagliato può aver detto e fatto. Questo è lo sguardo di Dio. Questo è ciò che anche Papa Francesco mi ha insegnato in questi ultimi anni del suo pontificato.

E’ importante andare oltre il gesto brutto e riuscire a scorgere sempre la persona, che con quel gesto sta cercando di comunicare un proprio malessere. Perchè dietro un gesto sbagliato c’è sempre una sofferenza, una difficoltà o comunque una ferita aperta. Se quando torno a casa mia moglie mi aggredisce per nulla potrei offendermi e rispondere a tono. Con il tempo ho imparato a chiedermi cosa c’è dietro quel nervosismo. Questo atteggiamento è il solo che permette di costruire relazioni.

Perchè tutta questa introduzione? Perchè Achille Lauro ha di nuovo commesso un oltraggio alla nostra fede. Ha simulato un battesimo. Per alcuni un gesto imperdonabile da esecrare e sono partite le immancabili prese di posizione più o meno dure nei confronti del cantante. Detto che il gesto è sicuramente ambiguo e di cattivo gusto e che sicuramente tutto è reso più grave perchè fatto in diretta televisiva e peraltro su una rete pubblica, io andrei oltre. Non mi interessa aggregarmi a chi si straccia le vesti. Preferisco analizzare la persona e cosa possa averla spinta a comportarsi in quel modo. Non conosco Achille Lauro. Non lo conosco come artista e ancor meno come uomo. Mi sono però fatto delle domande e mi sono dato delle risposte.

Però se la prende sempre con Gesù e con i cristiani. Questa è una delle obiezioni più comuni che ho letto sui social. La motivazione più semplice che si può trovare è l’impunità di questa scelta. Attaccare Gesù provoca solo il clamore mediatico senza nessuna conseguenza pericolosa, a differenza di quanto accadrebbe con altre religioni monoteiste. Questo è sicuramente vero. Però, a mio avviso, resta una risposta troppo banale e semplicistica. C’è sicuramente anche dell’altro. C’è, a mio avviso, il malessere di un uomo, un malessere e un’inquietudine che si percepiscono dalla sua “arte” e dal suo modo di tatuarsi ed abbigliarsi. Un’arte che può piacere o meno (a me non piace), ma che, come ogni modalità espressiva, racconta il cuore e l’interiorità di una persona. L’arte di Achille Lauro racconta la nostaglia che ha nel cuore per la vera bellezza e il vero senso della sua vita. Se la prende con Gesù perchè si sente tradito da Gesù. E Gesù che fin da quando lui era piccolo ha incarnato la promessa di questa bellezza che ognuno di noi cerca e desidera. Bellezza che apre all’eternità di Dio e all’amore infinito di Dio. Capite! Achille Lauro, con la sua apparente libertà dissacratoria, ci sta dicendo di essere un mendicante in cerca dell’Amore. Un personaggio che ha tutto, ma un uomo che probabilmente non ha nulla. Con il suo autobattesimo ci sta dicendo che non crede che ci sia nessun Gesù che lo ha salvato e che è morto per lui, ma che è da solo in questo mondo e che da solo deve arrangiarsi. Lui rappresenta una generazione di ragazzi arrabbiati e confusi. Capite la solitudine e la sofferenza. Io non sento rabbia e indignazione. Io sento empatia ripensando a quando anche io mi sentivo solo e lontano da Gesù. Mi ricordo quanto stavo male.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questi fratelli. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Quindi caro Achille Lauro, dopo questa tua esibizione, ti sento ancora più fratello e più vicino. Coraggio apri il cuore e fai il più vero dei gesti anticonformisti e ribelli: inginocchiati e lasciati accogliere dalle braccia di un Padre che non smetterà mai di aspettarti.

Antonio e Luisa

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La nostra regalità viene solo da Dio

Nel precedente articolo  abbiamo visto come Gesù si svela come Re durante la passione, e come la croce sia l’immagine più alta e più forte della sua regalità. E’ il suo trono. Facciamo un passo avanti. Veniamo a noi. Noi siamo parte di un popolo sacerdotale, regale e profetico in virtù del nostro battesimo. Il popolo di Dio non appartiene ad uno stato particolare, non appartiene ad una etnia particolare, non ad una razza. Si entra a far parte di questo popolo non per sangue e per nascita, ma per fede e per il battesimo. Come dice San Paolo noi nasciamo a vita nuova, diventiamo parte del popolo di Dio. per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo. Cristo è l’unico e vero Re e attraverso il battesimo ciò che appartiene al capo (Gesù) passa al suo corpo (la Chiesa). Anche noi siamo resi capaci di essere re, sacerdoti e profeti. E’ bene ripetere cosa implicano queste caratteristiche di Gesù e, attraverso di Lui, di ogni battezzato. Sono tutte spiegazioni che abbiamo già dato negli altri libri o in altri articoli, ma credo sia importante ripeterle, almeno in modo molto sintetico.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

In questo libro cercheremo di approfondire la prima caratteristica: la nostra regalità. Dopo questa doverosa sintesi torniamo ora a Gesù e alla nostra appartenenza per mezzo del Battesimo.

Questa appartenenza ci dona due caratteristiche molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà.  Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo. Il re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimone. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge.  Il re  perdona non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene solo da Dio. Nessuna persona neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito. Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci meglio di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Antonio e Luisa

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Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo.

Oggi vorrei tornare sulla Prima Lettura di domenica scorsa. C’è un passaggio che mi ha colpito molto e che può dire tanto ad ognuno di noi. Voglio riprenderlo.

Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

Siamo all’inizio del Libro di Geremia. Il racconto ha inizio proprio con la chiamata di Dio. Le parole che Dio sceglie sono davvero meravigliose e colme di speranza per tutti noi. In particolare vorrei porre l’attenzione su due significati che io personalmente ho letto tra le righe.

Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo. Queste parole mi hanno permesso di vedere qualcosa che non riuscivo a vedere prima così bene. Come un’illuminazione. E’ un pensiero che ha toccato Luisa e me nello stesso modo. Vedete, noi come tante altre coppie, abbiamo avuto il dolore di concepire e poi di perdere quel bambino nei primi mesi di gestazione. Abbiamo vissuto prima la gioia (attendavamo il nostro quinto figlio), poi la preoccupazione e la trpidazione, e infine la certezza di averlo perso. Sono stati giorni non facili, soprattutto per Luisa. Un uomo, credo, viva più distaccato quanto accade in queste situazioni. Per lui il bimbo è ancora qualcosa di astratto che non riesce a percepire come reale. Almeno per me è stato così. Ero più preoccupato per Luisa che per il bambino. Per la mamma no, non è così. Quel bambino lo sente. Eccome se ne sente la presenza. Questi versetti della Prima Lettura sono davvero di grande consolazione e speranza. Quel bambino, che non si è mai formato, per Dio non solo non è un grumo di cellule come dicono tanti, ma è qualcuno che Lui conosce ed ama. Qualcuno che Dio ama teneramente. Gesù è morto anche per lui. Quel bimbo mai nato è una persona amata e per la quale esiste una missione personale. Già anche per lui nei suoi pochi giorni di vita intrauterina esisteva una missione. A noi ci ha aiutato moltissimo vivere quell’esperienza dolorosa. Chissà magari ora il nostro bimbo ci sta sostenendo con la sua intercessione presso il Padre. Un pensiero che non può che rallegrarci e commuoverci. Un sacerdote anziano e saggio ci disse di non scoraggiarci e di vivere con la certezza che quel bimbo ci sarà per sempre. Quella che sembra essere una storia di dolore e lutto è in realtà una storia di vita. Noi siamo stati cocreatori con Dio di quel bimbo. Per questo abbiamo deciso di dare un nome e di chiedere durante una Santa Messa il battesimo di desiderio per Giò (si chiama così non sapendo se sia maschio o femmina). E noi ne abbiamo solo uno in cielo. Mi rivolgo ora a tutte quelle mamme e tutti quei papà che hanno vissuto anch’essi questa esperienza, e forse più di una volta. I vostri bambini ci sono! Sono amati da Dio e vi aspettano! Date loro un nome se non lo avete fatto e mantenete un legame con loro perchè li rincontrerete. E anche voi mamme che magari avete commesso un aborto volontario e sentite il peso di questa scelta, offrite tutto a Gesù, il vostro bambino vi ha già perdonato e intercede per voi e per la vostra pace. Non è meraviglioso tutto questo? Sembra sia tutto una favola ma è la nostra fede che ci porta a credere che sia davvero così.

C‘è una seconda riflessione a parer mio molto importante. Ognuno di noi ha una missione nel mondo. Una missione d’amore. Dio non ci vuole gravare di un peso prima ancora che nasciamo. Non è questo il significato. Dio ci ha creato come Lui. Lui che è un Dio fatto di Tre Persone. Un Dio che è relazione e che è amore nella relazione, che è comunione. Per questo sa che anche noi solo nella relazione possiamo trovare il senso di ogni cosa. La missione non è altro che questo. Trovare il nostro posto nel mondo, trovarlo per sviluppare la persona che siamo, per sviluppare la nostra mascolinità o femminilità, la nostra paternità o maternità. Questo non vale solo per gli sposi ma per ogni persona. Ogni persona può essere vero uomo o vera donna e può essere padre o madre. Lo può essere nella misura in cui cresce nella capacità di amare e di donarsi agli altri. Quante coppie vivono a metà la propria missione. Quante coppie non credono che il matrimonio e il per sempre sia la strada per la santità e per la pienezza. Troppe coppie si accontentano di una soluzione di comodo come la convivenza rinunciando così a vivere fino in fondo la chiamata all’amore. Il Papa lo ha ricordato diverse volte. In una di queste occasioni rivolto ai fidanzati disse:

Fare scelte per tutta la vita, sembra impossibile. Oggi tutto cambia rapidamente, niente dura a lungo… E questa mentalità porta tanti che si preparano al matrimonio a dire: “stiamo insieme finché dura l’amore”, e poi? Tanti saluti e ci vediamo… E finisce così il matrimonio. Ma cosa intendiamo per “amore”?

Ecco è tutto qui il problema. Cosa è l’amore? Se pensiamo sia un sentimento seguiamo pure ciò che dice il mondo e conviviamo. Se invece crediamo sia la scelta di donarsi completamente per restituire l’amore di Dio che abbiamo gratuitamente ricevuto, allora cambia tutto e il matrimonio diventa una delle strade per vivere la nostra missione, la nostra vocazione. E tutto acquista senso e nel nostro cuore troveremo la pace. Anche nelle difficoltà e nelle sofferenze.

Antonio e Luisa

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Missione segreta!

Vi riportiamo la prima parte del Vangelo letto nel giorno di S. Tommaso d’Aquino:

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34) : In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Nei vari Vangeli ci sono molte parabole raccontate da Gesù per descrivere con immagini umane, comprensibili ai Suoi uditori, il famoso Regno di Dio e questo evangelista annota che Lui parlava alla folla praticamente solo in parabole ma poi spiegava tutto ai Suoi intimi in disparte.

Perché così tante parabole? Semplicemente perché il Regno di Dio non è comprensibile pienamente ed in toto dal cuore umano in quanto esso è talmente ricco che è troppo anche per la ragione umana, ecco allora che Gesù ricorre allo stratagemma delle parabole per raccontare in immagini, volta dopo volta, ora questa ora quella caratteristica di tale regno.

Oggi prendiamo in esame la caratteristica della missione segreta. Si noterà infatti come il seme cresca senza apparente fatica da parte dell’uomo, come se tra il seme ed il terreno ci fosse un contratto segreto, quasi fossero in missione segreta, per l’appunto.

Ed infatti progredendo nel cammino di fede ci si accorge di essere cambiati dopo un po’ di anni, ma quasi mai questi cambiamenti sono stati fulminei; per la quasi totalità dei cristiani consiste in un lento ma costante e progressivo cambiamento della propria vita. Lentamente (ognuno poi ha le proprie tempistiche) ci si scopre migliori. Cosa è successo?

Sicuramente Dio non vuole dei burattini che lo amino a comando, ma ci ha creati con il libero arbitrio e continua a lasciarci liberi di poter scegliere Lui per amore e non per coercizione. Ma per ottenere tutto ciò ha deciso di voler pazientemente sopportare che il nostro atto sia veramente libero, ecco perché preferisce aspettare pazientemente che il nostro cuore poco a poco si rivolga a Lui ed ami Lui sopra ogni cosa e sopra tutti.

Abbiamo ancora vividi nella memoria i primi passi di una delle nostra figlie, ci ricordiamo di quell’entusiasmo per ogni piccolo progresso nel muovere i primi passi da sola. Faceva un mezzo passo e poi perdeva l’equilibrio cadendo sul morbido pannolone, noi facevamo l’applauso per incitarla, per infonderle coraggio nell’intraprendere un altro passo e che gioia per quella nuova conquista verso la camminata autonoma, ogni piccolo passo una grande conquista ed un applauso di incoraggiamento.

Ecco… l’atteggiamento con cui Dio guarda i progressi dei Suoi figli somiglia a questo: gioisce di ogni nostra piccola conquista e ci infonde coraggio per il passo successivo con una specie di applauso spirituale.

Ma Dio è discreto con noi, non è mai invadente, non ci vuole umiliare per sentirsi più Dio, non ha di queste deficienze psicologiche. La sua discrezione Gli fa compiere azioni che ai nostri occhi sembrerebbero azzardate, quasi incoscienti…. ma ti fidi di quello lì? proprio lui? ma sai che cosa ha fatto già tante volte? quello è un professionista del peccato X o Y … non merita la Tua fiducia! Questi i nostri pensieri… ma Dio ha fiducia nelle nostre possibilità perché le conosce meglio di noi stessi.

Ecco dunque che per portare a compimento ciò che ha iniziato ha bisogno di agire nell’ombra, nel nascondimento, proprio come farebbe un vero agente dei servizi segreti con una missione. Quando si intraprende un cammino di fede serio e costante non ci si accorge razionalmente ogni giorno che la grazia di Dio lavora in noi proprio come quel semino e quel terreno che lavorano per far spuntare il primo germoglio fino alla maturazione completa del chicco nella spiga.

E’ un lavoro certosino e paziente che sa attendere le nostre pigrizie, che ci aspetta quando ci attardiamo, altrimenti correrebbe il rischio che il nostro sia un fuoco di paglia bello e vigoroso ma che dura poco, invece nel regno di Dio c’è bisogno di mettere mano all’aratro e non voltarsi indietro, mai!

Cari sposi, questa discrezione e pazienza che usa Dio nei nostri riguardi ci deve spronare a metterla in atto a nostra volta nei confronti del nostro sposo/a. Se anche noi avremo la pazienza unita alla costanza di Dio verso il nostro amato/a, spariranno frasi del tipo : “non cambi mai… sei sempre il solito… di te non ci si può mai fidare… non ti smentisci mai… ecc… “. Al contrario nasceranno spontanee in noi parole e gesti di incoraggiamento e non mancheranno mai gioie per le conquiste fatte.

Naturalmente tutto ciò non è esclusivamente tutta opera nostra perché il primato è sempre della Grazia. Da soli non combiniamo niente, ce lo ha ricordato in un altro Vangelo lo stesso Gesù: “senza di Me non potete far nulla“. Noi dobbiamo solo dare il nostro consenso, dire il nostro SI oppure se volete dirlo con la Madonna dite il vostro FIAT al resto ci pensa la Sua Grazia, lo Spirito Santo.

Ce lo conferma anche il Salmo 126(127) : ” Se il Signore non costruisce la città, invano faticano i costruttori“.

Coraggio sposi, poniamo la nostra fiducia in Colui che ci vuole santi insieme… Lui è uno che sa compiere le missioni segrete !

Giorgio e Valentina.

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E’ bello che tu ci sia!

Come si dimostra il nostro amore? Come può l’altro capire che ci è caro e che gli vogliamo bene? C’è un modo molto semplice anche se non sempre facile da concretizzare nella nostra relazione: far capire alla persona amata, a nostro marito o a nostra moglie, che siamo felici che ci sia. Che la sua presenza è per noi importante, che la sua presenza è per noi ricchezza e bellezza. Che è importante che ci sia proprio lui/lei e non un’altra persona.

Per ogni persona è importante sentirsi amata. Certamente lo siamo tutti da Dio ed è fondamentale riscoprire questo amore che Dio nutre per ognuno di noi. E’ bello però farne anche esperienza nella concretezza della nostra vita, non solo nella dimensione verticale verso il Cielo, ma anche in quella orizzontale nella carne e nel mondo. Chi meglio di nostro marito o di nostra moglie può essere quello sguardo amante che ci fa sentire preziosi? Il matrimonio è anche questo: dire con le nostre parole, ma ancor di più con il nostro atteggiamento, con le nostre azioni, con il nostro sguardo, che siamo felici che l’altro sia accanto a noi, che la sua presenza è importante.

Fino ad ora non credo di aver scritto nulla di strano. E’ normale che una coppia di sposi viva la relazione in questo modo. Due persone non si sarebbero sposate se non fossero state contente di stare uno con l’altra. In relatà non è sempre così. Il matrimonio, ora dopo quasi vent’anni di esperienza posso dirlo, non è una linea retta che sale sempre più, non è solo crescita. Ci sono momenti di stanchezza, ci sono scontri e a volte distanza, c’è bisogno spesso di perdonarsi. Non sempre siamo al top, non sempre ci comportiamo come l’altro meriterebbe e come abbiamo promesso il giorno delle nozze. Non sempre siamo capaci di onorare e di amare l’altro. Commettiamo spesso errori e peccati l’uno con l’altra. Non sempre quindi è facile mostrare quanto siamo felici che l’altra persona ci sia. Soprattutto quando si comporta da egoista, da orgogliosa, in modo infantile e testardo. Dite che non succede? A me succede spesso di esserlo. In quei momenti sento più di altre volte l’amore della mia sposa. Lei, anche in quei momenti, mi fa capire come sia felice che io ci sia anche se forse vorrebbe darmi una bastonata in testa.

Questa consapevolezza che lei riesce sempre ad offrirmi è qualcosa di meraviglioso capace di sanare le ferite, capace di darmi il desiderio di chiederle scusa, capace di abbassare tutte le mie difese e desiderare solo di abbracciarla. Il matrimonio è bello e pericoloso. Pericoloso perchè espone ad accogliere completamente l’altro e quindi a restarne feriti se l’altro se ne approfitta, ma è soprattutto bellissimo perchè, quando entrambi comprendiamo la grandezza di una relazione costruita su queste basi e con queste dinamiche, possiamo davvero amarci da Dio, non perchè noi siamo particolarmente bravi o dotati, ma perchè nelle nostre mancanze possiamo fare esperienza di quanto siamo amati. L’amore del nostro coniuge diventa immagine dell’Amore di Dio. Sara più facile sentirci amati anche da Dio. Come quando Pietro, dopo averlo rinnegato per ben tre volte, ha incontrato lo sguardo di Gesù. In quello sguardo Gesù non gli ha contestato il suo tradimento ma gli ha confermato il Suo amore. Che bello quando anche noi sposi siamo capaci di questo amore. Allora diciamocelo. Non è qualcosa di scontato e di sottinteso. Va detto anche quando litighiamo, magari tra i piatti che volano: che bello che ci sei! Accetto i tuoi difetti perchè con essi accolgo anche te che sei una meraviglia! Adesso possiamo continuare pure a litigare ma con uno sguardo diverso.

Antonio e Luisa

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Quale specchio usi per guardarti?

Era una fredda mattina di gennaio, di quindici anni orsono. Un giovane adulto, vestito sommessamente, si installa in un angolo all’entrata della Metropolitana di New York, stazione di Enfant Plaza, alle 7:51. Estrae dalla sua custodia un violino e per circa tre quarti d’ora si cimenta su diversi pezzi di fama mondiale. Dinanzi a lui, il flusso dei Newyorkesi scorre implacabile verso i luoghi di lavoro, circa 1000 persone in quel lasso di tempo.

Chi era costui? Un semi-barbone? Un dilettante in cerca di spiccioli? Un incurabile romanticone? Proprio no, si trattava di Joshua Bell, ad oggi uno dei migliori violinisti al mondo con il suo strumento, uno straordinario Stradivari del 1713 e il tutto parte di un esperimento sociale promosso dal Washington Post.

Dalle telecamere risulta che ben pochi si erano fermati ad ascoltarlo ma soprattutto solo una persona su mille ha riconosciuto l’identità del misterioso “menestrello”.

Quale interpretazione è stata data a questo esperimento? Che “in un contesto ordinario è davvero difficile cogliere la bellezza”. A ben vedere, è tutto molto simile a quello che accade nel Vangelo di oggi.

Gesù ha appena detto che l’era messianica stava accadendo e realizzandosi davanti ai loro occhi. Ma quella era una bomba! Immaginatevi se oggi domenica, a mezzogiorno, il Presidente della Repubblica pronunciasse un messaggio a tutta la nazione per proclamare la fine dell’emergenza sanitaria! Fine mascherine, fine Green Pass…

Gesù ha appena detto quello che ogni pio Israelita voleva ascoltare: “è arrivato il Messia che ci libererà dal giogo romano e ridarà gloria e libertà al popolo”.

Invece che accade? Tutto il contrario! La reazione è alquanto annoiata: guardate quelle facce rotonde e barbute che si lanciano sguardi gli uni gli altri, inarcando le sopracciglia; qualcuno sghignazza sotto i baffi ma sui più si abbozza un sorrisetto sornione.

Che stava succedendo? Perché quel fiasco totale? La risposta papale-papale viene proprio da Gesù: “nessuno è profeta in patria”. Vero, purtroppo. È che quella gente vedeva Gesù come uno proveniente da una famiglia “strana”. Il problema non era la stranezza in sé ma l’atteggiamento con cui li guardavano, uno sguardo carnale, terreno, senza mistero, senza fede, dalle tegole in giù.

Ma sembra lì per lì che Gesù fa il botto, tutti sono meravigliati delle sue parole. Purtroppo, qui la “meraviglia” di cui parla Luca (v. 22) ha qui una connotazione negativa. È perché gli abitanti di Nazareth continuavamo a guardare a Gesù, nonostante fossero passati 30 anni da quella sua nascita meravigliosa, nonostante dicevano che il defunto Re Erode lo volesse morto, nonostante ne sapesse più dei Dottori della Legge già a 12 anni, nonostante pare avesse mutato qualche giorno prima l’acqua in vino…. Ma loro continuavano con lo stesso sguardo di sempre… Ciò nonostante tutto questo, per loro, era pur sempre il figlio di un umile falegname del paese. Nulla più.

Care coppie, se cercate di vivere la grazia matrimoniale, anche per voi è riservato un destino simile: “nessuno è profeta in patria”.

Oggi le rubriche di riviste, le pagine web, pure i libri sono stracolmi degli stessi sguardi sulla coppia, quando il matrimonio cristiano va oltre ogni incapsulamento in schemi che escludono sempre la Presenza di Dio.

Qui Gesù vuole scuoterci dal torpore dell’abitudine, dello scontato. Gesù vorrebbe che ciascuna coppia potesse vedersi come la vede Lui. Parafrasando una celebre frase di Papa Leone Magno – “Riconosci, cristiano, la tua dignità” (S. Leone Magno, Discorso 1 sul Natale) – penso proprio che Gesù vorrebbe gridare a ciascuno di voi: riconosci o coppia a Chi somigli e da Dove vieni!

Non credere a quello che il mondo dice di te, guarda la tua Origine, guarda la radice da cui provieni.

Vedendo Gesù, i nazareni Chi hanno riconosciuto? Gesù Figlio di Dio o Gesù figlio di Giuseppe? E tu coppia cristiana, che dici di te stessa? Vedi il tuo matrimonio come l’unione tra te il tuo coniuge o lo vedi come un innesto nella Trinità?

Lasciamoci guidare dallo Spirito che è in noi e che vuole continuamente fare nuove tutte le cose!

ANTONIO E LUISA

Per arricchire la riflessione di padre Luca ripartiamo da una frase tratta dal Vangelo di oggi: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. Non è un po’ quello che noi sposi crediamo che sia avvenuto il giorno del matrimonio? Siamo sposi in Cristo, siamo sposi con Cristo. Le aspettative sono alte. Si può davvero cadere nel pericoloso fraintendimento che con Gesù tutto andrà bene e tutto sarà perfetto. Gesù non ci garantisce affatto che non avremo incomprensioni, litigi e sofferenze. Il peccato continuerà a far parte della nostra umanità ferita e della nostra relazione.

Dio ci promette che se ci fideremo e ci affideremo a Lui troveremo la forza necessaria per superare ogni prova e a crescere nell’amore. Il male che incontreremo e che faremo reciprocamente non sarà mai più forte della grazia e del perdono. Dio non si commuove quando siamo infallibili e non pecchiamo mai. Dio si commuove ed è grandemente fiero di noi quando sappiamo andare oltre l’errore con misericordia reciproca. Cerchiamo di leggere il nostro cuore e quello della persona amata con gli stessi occhi di Gesù. Occhi che vedono la bellezza nei nostri casini quotidiani.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 27

Approfondire l’Offertorio della Messa ci sta aiutando a vivere meglio anche fuori dalla Messa stessa. Com’è possibile tutto ciò? Cosa c’entra un rito compiuto in chiesa ( seppur ricco di simbologia ) con la vita di tutti i giorni? Sono domande che sorgono spontanee quando per la prima volta si affrontano queste tematiche, e capiremo passo dopo passo che sono domande degne di una risposta; una risposta che queste righe vogliono contribuire a dare seppur nella loro incompletezza.

Si potrà pensare che stiamo dedicando troppo spazio al momento dell’Offertorio, in realtà esso è di stimolo per una riflessione maggiormente ampia poiché la Messa non è un insieme di rituali accozzati a caso da qualche Papa/Vescovo, ma è la celebrazione del Mistero salvifico di Cristo; certamente ha bisogno dell’azione umana (la Chiesa) poiché Dio stesso ha scelto così: per manifestare infatti Se stesso e la Sua salvezza agli uomini poteva scegliere chissà quali strade, ma nella Sua infinita fantasia ha scelto di farsi carne attraverso una madre umana, un uomo che gli facesse da padre umano, avendo degli amici, quindi ha voluto aver bisogno della nostra umanità, ed ecco spiegato il nostro bisogno di rituali per entrare in contatto con Dio.

Dopo questa breve digressione torniamo all’Offertorio per concluderne l’analisi. Dopo aver capito chi sono gli offerenti e verso Chi si rivolge la loro offerta, vediamo cosa offrire nel particolare. Abbiamo già capito che possiamo offrire il nostro amore di sposi, e che offrire la parte bella della nostra vita ci aiuta a vivere tutta la nostra esistenza come dono di Dio.

Ma non è tutto. O per meglio dire, c’è molto altro ancora. Più si avanza nel cammino di fede e più ci si accorge della grandiosità di essa, degli sconfinati doni che essa ha in serbo per noi, ma dobbiamo innanzitutto conoscerli per poterli vivere e goderne.

Ancora una volta è il Messale a venirci incontro e lo fa con la consueta brevità che racchiude in sintesi grandi verità:

Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa: da essa derivano e ad essa sono ordinate.

Vediamo ora di allargare attraverso la meditazione e la riflessione questa verità così condensata in una breve frase. Non si può certo accusare il Messale di non essere esplicito ed allo stesso tempo profondo e semplice; se le indicazioni ivi contenute non sono vissute né conosciute non è certo sui fedeli semplici che si deve rivolgere un rimprovero. Incontriamo quotidianamente mariti e mogli che non apprezzano la possibilità di offrire, ma si limitano alla sola attività del “lamento”. Tempo addietro scrivemmo un articolo con piglio ironico proprio su questa attitudine, definendola una disciplina olimpionica con l’epiteto “lancio del lamento“. Ma perché facciamo le lamentazioni? Tra i tanti motivi (anche legittimi) c’è di sicuro l’ignoranza (non sempre colpevole) circa la possibilità di offrire.

Se me ne capitano di tutti i colori, sono stanco ed oppresso dai problemi di vario tipo, sono sfiduciato perché non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, e, come se non bastasse, non ho nemmeno la possibilità di “far fruttare” tutto il malcapitato, è ovvio che l’unica cosa che mi resta da fare è il “lancio del lamento“. Vi ricordate il famoso detto dei nostri avi che recita così: far di necessità virtù? Esso contiene una saggezza che ci sprona a trarre insegnamento dalle vicende liete e tristi della vita affinché non passino da noi senza renderci migliori, ma soprattutto è un invito a trasformare in virtù ciò che ad una prima vista (e agli occhi di tutti gli altri) sembra una perdita, una mancanza, una deficienza.

Dobbiamo riportare questa attitudine dentro la nostra vita spirituale affinché ogni momento non passi da noi senza aver lasciato una traccia sul nostro cammino di fede. E ce lo insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica che riporta a sua volta la “Lumen Gentium” quando recita così parlando di noi fedeli laici (cioè noi che non siamo sacerdoti) :

“Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso” (LG 34; cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 901).

Ecco svelato il segreto per trasformare in grazia ogni istante bello o brutto della nostra vita: offrire al Padre. Ma come avete appena letto, è un’azione che non si esaurisce nel rito dell’Offertorio della Messa, ma diventa un modus vivendi. D’ora in poi non ci è più consentito praticare quello sport pericolosissimo quale il “lancio del lamento”, poiché ora abbiamo una via d’uscita.

Concludiamo questo zoom sull’Offertorio citando un breve passaggio di una udienza generale di papa S.Giovanni Paolo II tenuta Mercoledì 15 Dicembre 1993, quando a sua volta cita S. Tommaso d’Aquino:

Nella celebrazione eucaristica i laici partecipano attivamente con l’offrire se stessi in unione con Cristo Sacerdote e Ostia; e questa loro offerta ha un valore ecclesiale in forza del carattere battesimale che li rende idonei a dare a Dio, con Cristo e nella Chiesa, il culto ufficiale della religione cristiana (cf. san Tommaso, Summa theologiae, III, a. 63, a. 3)

Cari sposi, da domani vivere il momento dell’Offertorio durante la Messa non sarà più ridotto a cercare le monetine, abbiamo una grande missione che ci aspetta: il culto spirituale gradito al Padre.

Giorgio e Valentina.

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Una coppia non è mai sterile! Se lo vuole.

In questi ultimi anni ci è successo diverse volte di dialogare con coppie che hanno affrontato e che hanno superato l’impossibilità di concepire bambini. Tutte queste persone hanno storie personali e familiari diverse, ma tutte parlano di un grande dolore. E’ un dolore che io e Luisa non abbiamo mai provato nella nostra vita insieme. Ci siamo sposati a giugno del 2002 e ad agosto dello stesso anno Luisa era già in attesa di Pietro il nostro primo figlio. Primo di cinque concepiti e di quattro viventi. Mi sento quindi un po’ in difetto a trattare questo tema e cercherò di farlo con delicatezza e rispetto.

E’ un argomento che va trattato in un blog che si occupa di matrimonio e di coppia. Va trattato perchè la steriltà è una condiziona che riguarda tantissime coppie. Sembra, secondo una recente statistica pubblicata dall’OMS, che una coppia su cinque non sia fertile. Una condizione che provoca un mare di sofferenza. Coppie che spesso si sentono abbandonate da Dio. Coppie che non comprendono perchè a loro è preclusa la gioia di un bambino. Dicevo che non ho mai provato sulla mia pelle questo dolore però ho avuto modo di comprenderlo, almeno in parte, proprio parlando con tante coppie che invece non solo lo hanno attraversato ma lo hanno fatto fruttare. Già perchè quel dolore ha spinto queste famiglie a non arrendersi ad una vita a metà, ma a capire di dover cambiare la propria prospettiva. La loro gioia era lì a portata di mano, dovevano solo smettere di cercarla lì dove non c’era e trovarla altrove. Giusto in questi giorni stiamo preparando una nuova diretta social con Maria Rosaria e Giovanni che ci parleranno proprio di questo. La riflessione che sto proponendo con questo articolo è nata proprio leggendo il loro libro E voi, ancora niente figli?

Cosa voglio raccontare con questa riflessione? Che spesso ci si ripiega sulla consapevolezza che non si possono avere figli. Questo provoca un dolore enorme. Nell’uomo e nella donna. E’ soprattutto la donna che ne sente però il peso e la mancanza. E’ un vero e proprio lutto da elaborare. E’ l’inizio di un percorso, di coppia e personale dei due, che può portare alla morte della relazione e quindi al fallimento di tutto, oppure ad una vera rinascita, una resurrezione. Una nuova vita per i due sposi e per la relazione. Ciò avviene quando si comprende che non è qualcosa a mancare, cioè non avere i figli, ma non si può essere qualcuno. Manca poter essere madre e padre.

Quindi il vuoto non si trova nel non avere qualcosa, ma nell’impossibilità di essere qualcuno. Perchè noi l’abbiamo dentro il desiderio di essere padre o madre. Così cambia tutto. Perchè per essere madre o padre non è necessario avere dei figli, siano essi biologici, in affido o adottati. Essere madri o padri, cioè vivere appieno la nostra maternità o paternità, significa generare vita, amore e dono. Generare la presenza di Dio nel mondo. Per questo possono benissimo essere madri e padri anche i religiosi. Perchè amano e si donano gratuitamente.

Noi sposi siamo fecondi per sacramento. Lo siamo perchè il sacramento del matrimonio ci abilita ad essere immagine di Dio nel mondo. Ci rende capaci, cioè, di mostrare l’amore di Dio al mondo, di testimoniarlo con la nostra vita e nella nostra relazione.

Quando una coppia sterile comprende questa meraviglia che è, nonostante non possa avere figli, allora smette di essere sterile. Resta certamente non fertile, ma non sarà più sterile perchè troverà il modo di portare amore in un modo che unico, solo di quella coppia. E quando troverà la sua personale missione d’amore, ritroverà anche gioia e pace, perchè ciò che dà senso alla vita non sono i figli ma è l’amore. Amore che viene da Dio. Anche per me e Luisa, che di figli ne abbiamo avuti, è importantissimo comprendere questa verità. I figli non sono nostri, non sono idoli, non dipende da loro la nostra vita e la nostra ricchezza di coppia, ma sono un dono che va accolto per quello che è. Un dono che diventa ministero e servizio. Non sono loro a dover portare ricchezza e amore nella nostra famiglia, ma siamo noi genitori a doverli accogliere in una comunione d’amore che già dovrebbe esistere e che dobbiamo impegnarci a custodire e a perfezionare ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Siamo giunti al termine di questa serie di articoli riguardanti la Lettera di Papa Francesco agli sposi. Vi lascio come al solito il link a tutte le riflessioni già pubblicate.

Arriviamo ora all’ultimo paragrafo della lettera del Papa. Ho trovato anche in questo passaggio un punto molto importante che vorrei approfondire con voi.

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. Questa frase racconta una dinamica vera e fondamentale. Per spiegarla e spiegarmi prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate, ma va bene anche per noi sposi. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona». Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni, allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio non chiede ricchezza ma la dona. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo con l’analisi della Lettera di Papa Francesco. Di seguito trovate i link ai precedenti articoli già pubblicati.

Eccoci arrivati al settimo e penultimo articolo. Volevo fosse l’ultimo ma non riesco a sintetizzare in un’unica riflessione due concetti molto importanti e molto belli che Papa Francesco ci offre negli ultimi due paragrafi della sua Lettera agli sposi. Cosa dice il Papa?

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché «sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere» (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Il Santo Padre è consapevole che viviamo in tempi difficili resi ancora più incerti dalla pandemia. Ci sono mille ragioni, anche molto sensate, che suggeriscono di non sposarsi o comunque di attendere tempi migliori. Eppure il Papa invita i fidanzati a non scoraggiarsi. Perchè ne vale la pena. Per farlo ricorre ad un esempio concreto. Chi più di san Giuseppe avrebbe potuto tirarsi indietro? Eppure lui non lo fa. Va contro il “buon senso”. Si prende una sposa incinta non di lui. Certo gli è apparso l’angelo in sogno, ma resta una scelta molto difficile. Noi cosa avremmo fatto al suo posto? Perchè Giuseppe non ha abbandonato Maria? Ne aveva tutto il diritto. Sarebbe già stato misericordioso congedandola in segreto senza denunciarla, come aveva in proposito di fare. Eppure lui sceglie di tenerla con sè. Giuseppe lo ha fatto perchè in coscienza sapeva di fare la cosa giusta. Sapeva che il progetto di Dio su di lui passava da Maria e dalla famiglia che avrebbe formato con lei. Sapeva che lì si giocava tutto.

Quello che il Papa cerca di dire, attraverso l’esempio di san Giuseppe, è che il matrimonio è un tesoro prezioso. Spesso i fidanzati credono di dover portare la loro ricchezza personale per rendere il matrimonio bello e duraturo. Credono sia necessario che entrambi abbiano un lavoro sicuro, che ci sia la casa, che ci siano un po’ di soldi in banca per avere sicurezza. In realtà queste sono tutte ricchezze che se ci sono vanno bene ma il matrimonio non ha bisogno di queste cose per funzionare. Non si spiegherebbero i tanti divorzi tra le persone facoltose e famose. Il matrimonio non chiede ricchezza, ma dona ricchezza. L’amore è dare tutto per quella persona senza chiedere nulla in cambio. Quando Luisa mi ha promesso questo, ed ero sicuro che sinceramente ci stava mettendo tutto il suo desiderio e volontà di mantenere quella promessa, mi sono sentito davvero amato. Amato senza dover dimostrare nulla. Amato senza dovermi meritare quell’amore. Amato nella libertà. Amato e basta. Questa sensazione è meravigliosa e commovente. Ed è commovente ogni volta che me lo dimostra. E’ commovente ogni volta che mantiene quella promessa con il suo esserci sempre e comunque. Quando sono bravo e quando sono un disastro. Quando siamo trasportati da passione e sentimento e quando magari fa fatica a starmi accanto. E questo dà forza e motivazione per tirare fuori il meglio di me in ogni situazione della vita. Anche sul lavoro!

Il matrimonio è bello se vissuto nel dono reciproco. La domanda che vi dovete fare non è quindi se avete tutto quello che serve ma se siete quello che serve. La domanda che ogni persona che si avvicina al matrimonio dovrebbe farsi è: sono pronto a dare tutto? Sono pronto ad amare senza condizioni con l’aiuto di Dio? Quello che ne avrete in cambio sarà il centuplo già su questa terra. E se uno dei due si tirasse indietro, per l’altro resterebbe comunque la consapevolezza di aver rischiato per qualcosa di grande. Qualcosa che comunque ha lasciato in eredità una relazione profonda con il Signore.

Antonio e Luisa

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Come una fiammella di candela… o quasi!

Vi riportiamo uno stralcio di una tra le tante lettere di S. Paolo:

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo ( 2Tm 1,1-8)

E’ una lettera ricca di spunti di riflessione per la crescita della nostra fede, ma fisseremo la nostra attenzione solo su di un particolare. C’è la testimonianza di un affetto sincero che Paolo prova nei confronti di uno tra i suoi figli spirituali, ma ha qualcosa di diverso rispetto al solito, che cosa?

In apparenza gli affetti sembrano tutti uguali, ma ciò che li contraddistingue non è la loro natura, ma la loro origine. Si può provare affetto verso una persona per i più disparati motivi, motivi che a volte possono venir meno e per questo l’affetto può diminuire.

Spesso l’affetto nasce dalla parentela, altre volte da un comune sentire, altre ancora da una comune passione, oppure da un comune obiettivo, ed altre ancora da una comune esperienza, ma tutte queste situazioni umane sono certamente belle ma destinate alla caducità come del resto tutte le cose di questo mondo.

Ma quando l’affetto nasce dalla fede in Cristo Gesù è tutta un’altra cosa, poiché ciò che ci unisce all’altro/a non è un comune sentire, non è la medesima esperienza umana, non è neanche una comune passione, ma è Gesù stesso.

E quando il legame tra due persone nasce dal cuore di Cristo stesso può diventare più grande e potente anche di un legame di sangue, o meglio, è proprio un legame di sangue, ma non di quello delle due persone coinvolte, ma nel sangue di Colui che ha versato proprio questo suo stesso sangue per amore di quelle due anime.

Un affetto tra due persone non potrà mai diventare così grande come l’amore di Colui che ha amato ognuna di loro più della sua stessa vita.

Carissimi sposi, il legame che ci unisce è bello, ricco e grande, ma c’è un amore che sta alla fonte di questo stesso legame affettivo, ed è l’Amore che il Sacramento porta alla luce giorno dopo giorno nella vita spesa per amore.

Abbiamo capito tutto ciò alla luce di una candela. No, niente a che fare con le romanticherie da film americano. E’ semplicemente la solita candela che accendiamo tutti i giorni mentre preghiamo insieme e spesso finisce per catturare i nostri sguardi con il suo fascino. Se la fiammella debole, indifesa di una candela ci desta così tanta meraviglia e fascino, quanto più bella sarà il fuoco che l’ha originata?

Così deve essere anche per l’affetto che ci scambiamo come sposi : se è così bello, affascinante, dolce, tenero, appagante e quasi eterno l’amore che ci scambiamo tra noi, quanto più bello, affascinante, dolce, tenero, appagante ed eterno sarà l’amore che lo ha generato?

Se dunque Dio ha ritenuto degno/a il mio coniuge del sangue del Suo Unico Figlio, chi sono io per decidere di non degnarlo/a del mio perdono, del mio abbraccio tenero ed incondizionato, del mio amore appassionato, del mio sorriso?

Coraggio sposi, abbiamo bisogno ogni tanto di riscoprire le nostre origini per capire dove stiamo andando. Buona riscoperta!

Giorgio e Valentina.

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Famiglia vuol dire speranza! 

Famiglia è sinonimo di speranza, è sinonimo di vita nascente, è bellezza, è testimonianza del volto di amore concreto del Padre, è amore vivente, è esperienza di futuro, è investimento coraggioso sul quale ci giochiamo tutto noi stessi. Sì perché “dove nasce un bambino, nasce la speranza”, diceva la voce di un presepe molto bello che abbiamo visitato nel tempo di Natale in una parrocchia vicino a casa. Dove nasce un bambino, nasce il futuro, nasce la vita, germoglia l’infinito. Che bello! 

Viaggiando in questi fine settimana fuori dalla nostra parrocchia ci siamo accorti di quale ruolo grande abbiamo come famiglie, di quale progetto grande ci aspetta dal giorno del nostro matrimonio. Un mistero grande tutto da scoprire, missione che la famiglia è chiamata a vivere, che trova il suo fulcro nell’amore che deve crescere e moltiplicarsi. La famiglia deve scoprirsi fabbrica di amore sempre in produzione. 

Dove c’è una famiglia, c’è un amore che può generare vita, sia essa di carne o spirituale. E al giorno d’oggi abbiamo terribilmente bisogno di questo ruolo che hanno due sposi: di chi ci dona la vita che nasce, e di chi ci fa nascere nella vita all’amore. 

Forse non ce ne rendiamo conto, abituati a stare nel nostro mondo fatto di altre famiglie, fatto di asili dove ci sono altri figli, di scuole dove ci sono altri ragazzi, fatto di amicizie, di posti affollati, di code, di parcheggi pieni e centri commerciali sempre più grandi, rischiamo di perdere la visione della nostra unicità, bellezza, importanza. Rischiamo di vivere come uno fra tanti. Ascoltiamo i dati istat relativi alle nascite e ai matrimoni come qualcosa che non ci riguarda, perché attorno a noi c’è ancora vita e amore che nasce. 

Viviamo la nostra vita di famiglie nella nebbia della collettività, dove crediamo di non essere visti. Viviamo la nostra vita di famiglia nel quartiere ristretto delle solite relazioni familiari, lavorative, parrocchiali, hobbistiche o sportive, pensando che quanto succede poco più in là non sia per me. 

Spingiamo più in là il nostro sguardo, fermiamoci pochi secondi, usciamo da quel circolo scolastico o parrocchiale, spingiamo via la nebbia che ci nasconde in mezzo a tanti. La famiglia, ogni famiglia, la tua famiglia, la mia è unica ed indispensabile, benedetta, ed ha un ruolo grande, gigante nel mondo: quello di portare speranza, quello di generare vita, quello di rendere visibile l’amore! L’amore di Gesù.

Facciamo un esempio: prendiamo una piazza, tante persone, dei giovani, delle famiglie, dei bambini, degli anziani, e delle forze dell’ordine in divisa. Questi ultimi potrebbero sembrare ai nostri occhi gli unici che nella folla si distinguono, che hanno un ruolo nella piazza: garantire la sicurezza. Non sono i soli! Una famiglia in quella piazza ha una divisa speciale: quella dell’amore, e dobbiamo mostrarlo! Non facendo gesti gloriosi, non indossando costumi da super eroi, ma curando il nostro stesso amore di sposi, il nostro essere genitori. Vivendo nell’amore, amandoci, amando i nostri figli e amando il prossimo. Chi ci osserva nella vita quotidiana non può vedere solo come nella folla in piazza, una persona, una mamma, una moglie, un’amica qualunque e lo stesso per il.. genitore 2 ma deve riuscire a vedere il nostro amore, devo vedere il nostro essere Cristiani, e ancor più, facilitati nei gesti che ci è dato di compiere, vedere nella coppia di sposi, una famiglia che testimonia il volto d’amore di Gesù, semplicemente vivendo. 

Dobbiamo imparare ad amarci di più, ad amare di più, a scoprire la grazia ricevuta il giorno delle nozze, il Mistero Grande del matrimonio, la nostra missione di sposi, per poter essere segno concreto di amore che attrae, che dona bellezza, che dona speranza, che dona vita. Che bello poter scegliere il vestito della famiglia vivendo l’amore! 

Vedere una coppia è vedere l’amore! Vedere una coppia è vedere il volto di Dio amore. Vedere una coppia che passeggia mano nella mano, che si aiuta, che si stringe in un abbraccio, è vedere l’amore! Essere una famiglia per mostrare e raccontarci non solo le difficoltà, le notti in bianco, le fatiche, ma la bellezza di avere un figlio, dei piccoli nuovi passi che compie, della sua crescita, delle sue scelte, è vedere la vita e l’amore! Vedere una famiglia con dei figli è vedere il futuro, la vita, è vedere una start up bellissima che profuma d’infinito! Un figlio è il titolo azionario più ad alto rischio ma allo stesso tempo con più certezza, sicurezza di futuro. Chiedetelo ad un nonno se non investirebbe sul suo nipote che ancora non sa neanche parlare. 

È difficile quello che diciamo? È presuntuoso forse?  Qualcuno potrebbe dirci che spesso litiga con il marito, con la moglie. Che non siete una così brava coppia cristiana e neanche una famiglia DOC o una famiglia sempre felice. Qualcuno che non ha i mezzi e modi, le conoscenze, le capacità. È vero! Avete ragione! Ma sappiate che anche noi ci sentiamo poveri, ultimi, peccatori, vediamo il nostro matrimonio a volte in bilico, ci sentiamo genitori non all’altezza e spesso incapaci. Le fatiche tue sono anche le nostre e di tante altre famiglie. Non è un certificato di qualità che ti rende famiglia, ma la disponibilità ad amare e lasciarsi amare. È la voglia di mettersi in cammino come i Magi e di ascoltare come i pastori, due figure che di famiglia non ne sapevano quasi nulla, ma che sono stati tra i primi ad andare, adorare, ringraziare e testimoniare l’amore! 

Là dove è grande il peccato più grande è la grazia! (Rm 5,20 – 1 Tm 1,12 -14)

Quando sono debole è allora che sono forte perché Tu sei la mia forza. (2 Cor 12,10)

Il nostro Signore è il re dei deboli, degli ultimi, dei peccatori. Non dimenticarlo.

Concludiamo con un ultimo pensiero, perché oggi ci siamo fatti prendere la mano e ti abbiamo rubato già troppo tempo di lettura. 

I Cristiani in Medio Oriente hanno trovato nella “stella” un’immagine della vocazione cristiana. I Cristiani stessi, e ancora più le famiglie devono essere un simbolo come la stella, che conduce tutti i popoli verso Cristo. I Magi, come ha affermato Benedetto XVI, erano: “uomini dal cuore inquieto. Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale. Erano ricercatori di Dio”. Questa sana inquietudine nasce dal desiderio. Ecco il loro segreto interiore: saper desiderare. 

Allora buona ricerca, lasciate che il vostro cuore sia inquieto di cercare la stella, fatevi poi trasformare per essere voi bellezza che attrae e volto d’amore! Famiglia sorgente di vita e speranza! 

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Il vostro ordinario contiene lo Straordinario

Cari sposi,

nel mondo ispanico, il periodo che va dall’Epifania fino al Carnevale si suole chiamare colloquialmente “la cuesta de enero”, letteralmente “la salita di gennaio” per essere un tempo non facile sia economicamente, dopo le spese per tutte le feste natalizie, ma anche per il ritorno alla vita ordinaria con la sua monotonia e ripetitività.

Per voi sposi tuttavia rappresenta il momento privilegiato per mettere a frutto la grazia che il Signore incessantemente vi concede in ogni circostanza. Vorrei oggi esplicitare con voi questo concetto, che è contenuto anche nel Vangelo.

Vediamo, dopo essere stato battezzato, come abbiamo celebrato liturgicamente domenica scorsa, oggi Gesù inizia ufficialmente il suo ministero, la sua missione pubblica. Come lo fa?

Dopo il segno avvenuto a Cana, Gesù diventa improvvisamente famoso ed esce, a furor di popolo, dal suo “forzato” anonimato durato fino ai 30 anni. “Ecco quello che ha cambiato l’acqua in vino”, forse avranno mormorato alcuni, vedendolo entrare nella piccola sinagoga, coperto con il Tallit e i Tefillin.

Gesù compie il rito di leggere la Torah. È interessante che quel sabato Lui non abbia letto la lettura prevista, perché il testo dice che “aprì il rotolo e trovò”. Questo “trovare” ha il senso di “trovare quello che si cerca” e, per l’appunto, è tale il significato del verbo greco εὗρεν – εὑρίσκω.

Come se non bastasse, Gesù omette la seconda parte di questo versetto per poi concludere la lettura prima del previsto e passando subito all’esortazione che si poteva pronunciare in quel contesto. Rilevante anche il modo in cui lo fa: “riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette”. Il ‘sedere’ (κάθημαι) è la posizione del maestro, la posizione di colui che parla con autorità, da cui proviene la parola “cattedra”.

Ve lo immaginate che accadrebbe se, nelle nostre Messe, un lettore cambiasse la lettura corrispondente? Ma se Gesù lo fa è perché ha autorità e sa cosa vuol dire. “Oggi si è compiuta questa Scrittura”.

Gesù ha appena detto che quelle parole, molto forti ed esplicite, in quanto le azioni del Messia per eccellenza, si stavano compiendo davanti a loro.

Al di là del fatto dell’autoproclamazione di essere il Messia, è rilevante il fatto che la Parola si è attuata, in un certo modo, la Parola si è fatta carne in Gesù. Perciò è oggi la Domenica della Parola, perché si vede chiaramente come in Cristo veramente questa Parola diventi realtà.

Dove pronuncia questo annuncio Gesù? Perché non lo ha fatto a Gerusalemme, la città più importante? Perché non l’ha fatto direttamente a Cana, luogo del primo segno? Perché ha scelto un posto così piccolo? Perché era il luogo della sua vita ordinaria. È nell’ordinario che la Parola diventa Carne.

È nel tran tran, nella monotonia dei giorni che passano dove si svela il Mistero nuziale, la Presenza di Gesù. Ecco perché si sono meravigliati i suoi compaesani! Ma è mai possibile che proprio qui avvengano certe cose? Sarà mai possibile che il Signore abiti nella nostra relazione, in casa nostra, con tutti i nostri problemi?

È nella vostra ordinarietà che Gesù vuole stare; ed è da lì che farà miracoli, dal vostro amore, abitato da Lui, che Gesù, tramite voi, ancora oggi potrà sfamare le povertà di amore, che potrà liberare i prigionieri dell’egoismo e narcisismo mortali, che aprirà gli occhi a chi non crede più all’amore vero.

Questa parola che oggi Gesù legge a Nazareth, la sta leggendo in casa vostra, in cucina o in salotto o in camera da letto, e vi sta dicendo che si è compiuta in voi. Da che parte volete stare? Da quella di Gesù o dalla parte dei nazareni che, increduli, si scandalizzano? Buon cammino ordinario, buona “cuesta de enero”, in compagnia della Parola Viva, Gesù, che si è fatta carne nel vostro matrimonio.

ANTONIO E LUISA

La canzone di Billy Joel This is the time ad un certo punto dice: Mi hai dato il meglio di te, ora ho bisogno del resto di te. Questa strofa la usiamo sempre quando ci capita di parlare agli sposi! Perchè è estremamente vera. Il matrimonio non si gioca nei momenti speciali, nelle vacanze, nei pellegrinaggi, nelle cene, ne i momenti in cui tutto è perfetto. Quei momenti sono importanti e facciamone tesoro, ma poi abbiamo bisogno di costruire la nostra relazione nella vita di tutti i giorni, nello stress del lavoro, nelle sarate in cui i nostri figli urlano e fanno casino, insomma in mezzo al delirio della nostra vita ordinaria.

Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme e da soli, seduti ad un tavolino del bar, per sentirci in paradiso. 

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Lo sposalizio di Maria e Giuseppe

Cari sposi, domani 23 gennaio ricorre la memoria dello sposalizio di Maria e Giuseppe e mi sembra importante approfittarne per fare due chiacchiere assieme.

Sembra che le origini liturgiche di questa festa risalgano agli inizi del XV secolo, soprattutto grazie alla mediazione di Jean Charlier de Gerson (1363-1429), gran cancelliere della prestigiosa università di Parigi. Ma fu a partire dal secolo successivo quando essa fu accolta come festa da parte di diversi Ordini, tra cui i Francescani, i Servi di Maria e i Domenicani. Fu promossa anche dai Pontefici, in modo particolare Papa Benedetto XIII (1649-1730) che la introdusse nello stato pontificio nel 1725. Il più grande suo devoto fu senza dubbio San Gaspare Bertoni (1777-1853), fondatore della Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo.

Tuttavia, la Congregazione dei Riti, (oggi denominata “Del culto divino”), nel 1961 la pose tra le feste di “devozione”, ossia non come una memoria liturgica obbligatoria; ciò nonostante, se ne consente la celebrazione per motivi “veramente speciali” o in riferimento a luoghi determinati nei calendari particolari.

Detto questo, credo sia importante per voi sposi fare comunque memoria di questo giorno e contemplarlo come un evento storico di grande portata: Maria e Giuseppe si sono davvero sposati. Che significato ha? Perché Maria, la quale voleva fare dono a Dio della sua verginità, si è sposata? Ma soprattutto, per quale motivo Dio ha scelto di avere una famiglia?

Una Vergine… che si sposa? Non vi sembra un po’ strano? Scrive questo bravo teologo: «Maria aveva il fermo proposito di rimanere vergine. Non vi sono motivi umani che giustifichino questa decisione, piuttosto rara a quei tempi. Ogni ragazza israelita, e ancor più se avesse fatto parte della discendenza di Davide, avrebbe coltivato nel suo cuore la gioia di essere annoverata fra gli antenati del Messia. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Il medesimo Spirito le fece incontrare l’uomo che sarebbe stato il suo sposo verginale» (cfr. José Antonio Loarte, La Vergine Maria).

Quindi uno “specialissimo” progetto di Dio voleva mostrare come l’amore è sia vergine che sponsale, contiene entrambe le dimensioni. Quello che per noi è staccato, nella mente di Dio è integrato.

Per questo il Catechismo esprime così bene tale concetto: “La rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere ad immagine di Dio” (1079).

In un certo senso anche San Girolamo (347-420) si pose questa stessa domanda e diede questa risposta: “Perché (Gesù) fu concepito non da una semplice vergine, ma da una sposata? Primo, perché dalla genealogia di Giuseppe si mostrasse la stirpe di Maria; secondo, perché ella non fosse lapidata dai Giudei come adultera; terzo, perché fuggitiva in Egitto avesse un sostegno. (…) Prima che stessero insieme, si scoperse che stava per esser madre per opera dello Spirito Santo. Si scoperse non da altri se non da Giuseppe, al quale per la confidenza di marito non sfuggiva nulla di quanto riguardava la sua futura sposa”.

Ragioni teologiche, pur importanti, a parte, vogliamo contemplare come avvenne questo matrimonio, ci piacerebbe sapere qualcosa di più. Ahimè le fonti dirette sono quelle del Protovangelo di Giacomo, il quale però è un apocrifo e di conseguenza non autentico nel contenuto. In esso abbondano tanti dettagli concreti ma, vista la sua origine, vanno giustamente presi con le pinze.

Per andare sul sicuro dobbiamo fare un parallelo con la tradizione nuziale ebraica e fare deduzioni logiche a partire da dati certi. Non sappiamo come Maria e Giuseppe si siano conosciuti e innamorati. Vivendo entrambi a Nazaret, un paesino di poche centinaia di abitanti, è molto probabile che si conoscessero fin da piccoli. Io propendo per la versione di chi, come Giovanni Paolo II, vede in Giuseppe un ragazzo, un giovane adulto e non un anziano. Ecco come si esprime Papa Wojtyła: “È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria. La cooperazione di Giuseppe al mistero dell’Incarnazione comprende anche l’esercizio del ruolo paterno nei confronti di Gesù” (Giovanni Paolo II, Udienza 21 agosto 1996).

Quindi Maria e Giuseppe si sono innamorati davvero e un pilastro del loro amore era proprio l’adesione piena alla volontà di Dio: in Maria per restare vergine e in Giuseppe per rispettarla nella sua vocazione. Che esempio di delicatezza e di profonda accoglienza! Che bello quando nel matrimonio si sanno fare propri anche i più profondi aneliti spirituali del coniuge!

Sul come si sono sposati, ci fa luce il rituale proprio dell’ebraismo, secondo il quale il matrimonio abbracciava due fasi distinte: il fidanzamento e lo sposalizio propriamente detto, cioè l’introduzione della sposa nella casa dello sposo. Abitualmente erano i genitori o chi ne faceva le veci a scegliere uno sposo od una sposa per i propri figli. E se talora fosse stato il giovane a scegliere la futura moglie, la domanda sarebbe stata presentata dai suoi genitori al padre della giovane prescelta. Successivamente i parenti del fidanzato e il padre della giovane fissavano il mohar cioè la dote degli sposi e, una volta stabilito, si domandava il consenso a cui seguiva un contratto scritto. Seguiva il rito del fidanzamento o Shiddukh secondo cui le famiglie dei fidanzati si riunivano insieme ad alcuni testimoni e il giovane dava alla fanciulla un anello d’oro (o qualche altro oggetto di valore), dicendo: “Ecco, per questo anello tu mi sei promessa, secondo la legge di Mosè e d’Israele”. E si procedeva ad un festino.

Il fidanzamento era già un vero contratto di matrimonio ma senza ancora la coabitazione. Tra la prima fase del matrimonio (fidanzamento) e la seconda (introduzione della sposa in casa del marito)  abitualmente si lasciava trascorrere un anno per le vergini.

Per concludere, vorrei riprendere una domanda posta più sopra: come mai il Signore Gesù ha voluto una famiglia per venire al mondo?

A ben vedere, Lui poteva tranquillamente “apparire” già adulto in mezzo a noi e sarebbe stato ugualmente il nostro Redentore. Con tutto ciò, ha voluto seguire il modo ordinario di ogni persona: dalla nascita, alla crescita con due genitori, adolescenza, fanciullezza, ecc.

Come dice ancora Giovanni Paolo II: “Nel momento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l’umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena libertà il dono sponsale di sé nell’accogliere ed esprimere un tale amore” (Redemptoris Custos, 7).

Gesù ha voluto “aver bisogno” dell’amore di un padre e di una madre, ha fatto questa scelta consapevole e radicale, non ha temuto la fragilità di una relazione umana, pur se di due santi genitori, ma comunque limitati in confronto a Lui.

Questo rivela il disegno di Dio sul matrimonio, l’unica istituzione sociale che Lui ha voluto direttamente. Se ci pensate il matrimonio porta il sigillo divino, cosa che nemmeno il Vaticano, con tutto il suo grande significato spirituale, possiede.

Cari sposi, la ricorrenza di questo evento mirabile, vi ricordi che Dio vuole abitare anche in mezzo a voi e non teme la vostra fragilità. Siate riconoscenti di essere stati chiamati a una così grande dignità spirituale e umana e custodite questo dono.

Padre Luca Frontali

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La rottura di un matrimonio. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Con questo sesto articolo ci avviamo verso la conclusione di questa serie dedicata alla Lettera alle famiglie di Papa Francesco. Il Papa ha già affrontato diversi temi:

Ora il Papa entra in quello che credo sia l’argomento più difficile, entra nella separazione e nel fallimento della relazione. Lo fa senza nessun giudizio. Sappiamo bene che il fallimento può toccare tutti, quindi non c’è ombra di rimprovero o di biasimo. Il Papa offre uno sguardo di padre qual è e invita gli sposi feriti più che a fare qualcosa ad essere misericordia e perdono l’uno per l’altra.

La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino, e nella comunità una «casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47).

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo “abita” nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24).

Da queste parole del Papa credo possiamo trarre alcuni insegnamenti chiave.

L’altro non è un nemico! Spesso quando c’è un fallimento, e di conseguenza tanto dolore e sofferenza, si rischia di trasformare tutto questo in rancore e desiderio di vendetta. C’è una ferita aperta che sanguina. Una ferita che ci è stata inferta da una persona che avrebbe dovuto renderci felici ed onorarci attraverso il suo amore. E’ un po’ questo il sentimento che provano tanti separati. Eppure, se lo vogliamo, può non essere così. Come? Se l’altro ci ha fatto così tanto male è perchè noi glielo abbiamo permesso. Non sto dicendo che gli abbiamo permesso compartamenti, gesti o parole. Non sto parlando dell’altro. Non abbiamo potere sulle scelte del coniuge. Siamo noi che dobbiamo custodire la parte più profonda di noi. Concretamente è importante essere consapevoli che siamo figli amati. Solo così l’altro, pur con tutto il male che può averci fatto, non riuscirà mai a penetrare, con le ferite che ci infliggerà, quella parte del nostro cuore che appartiene a Gesù e che continuamente ci dice: tu sei bello/a, tu sei il figlio amato, tu sei la figlia amata. Un consiglio: imparate, anche quando le cose tra voi vanno bene, a non far dipendere la vostra gioia e il vostro senso solo dall’altro e dall’amore che saprà darvi. Nutrite e perfezionate sempre più la vostra relazione con Gesù attraverso la preghiera e i sacramenti. Solo così, anche se le cose dovessero andare male, saprete affrontare la situazione senza rancore, ma con la capacità di cercare, per quanto possibile, di evitare di aggiungere altro male e altro dolore. Il mio pensiero va a quelle persone che ho conosciuto che non si sono mai arrese al male ma, seppur nel dolore della separazione, continuano a voler bene alla persona che se ne è andata, pregando per lei e affidandola a Gesù. Queste persone non solo non sono delle fallite, ma mostrano una luce abbagliante, la luce di chi è capace di amare e di perdonare.

Il perdono è una decisione interiore. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi come le separazioni. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente.

Antonio e Luisa

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La crisi è un’occasione. Lettera di Papa Francesco agli sposi

Proseguiamo oggi con la lettura meditata della Lettera che papa Francesco ha donato alle famiglie cristiane. Vi lascio di seguito i link agli articoli precedenti.

Siamo giunti al quinto articolo. Davvero questa lettera offre innumerevoli spunti ed è di una ricchezza straordinaria. Riprende alcuni concetti che il Papa ha affermato già altre volte, come fosse un piccolo compedio di Amoris Laetitia. Si è proprio una sintesi di Amoris Laetitia. Veniamo ora alle parole del Santo Padre.

Alla luce di questi riferimenti biblici, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. Vi ricordo quello che ho scritto in Amoris laetitia (cfr nn. 90-119) riprendendo l’inno paolino alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13). Chiedete questo dono con insistenza alla Santa Famiglia; rileggete l’elogio della carità perché sia essa a ispirare le vostre decisioni e le vostre azioni (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

Il Papa evidenzia come la pandemia sia davvero un tempo di crisi certamente, ma una crisi che può aprire ad un’occasione. Le crisi possono DISTRUGGERE qualcosa che era già logoro ed indebolito, possono dare il colpo di grazia oppure possono essere occasione per mettere mano al problema. La crisi toglie gli alibi, non si può più fare finta che tutto vada bene. La pandemia per tante coppie è stata proprio questo. Ci si è ritrovati di più in casa, si è condiviso molto più tempo insieme e lì le magagne sono uscite. E’ un bene che siano uscite. La pandemia è stata per tanti come una folata di vento che sollevato il tappeto dove avevano accumulato e nascosto tutto lo sporco della relazione. Ed ecco che i difetti dell’altro sono diventati insostenibili, la mancanza di dialogo pesante, i litigi più frequenti. Oppure ci si è ignorati che forse è anche peggio. Purtroppo le statistiche ci dicono che tante coppie sono saltate. Era invece il momento di rilanciare. Come? Non aspettate che sia l’altro ad amarvi. Amate per primi! A suscitare una carezza é quasi sempre un’altra carezza; e più le carezze si moltiplicano più la tenerezza si accende come un fuoco che scalda e orienta la persona al di sopra di sé, verso l’Alto (Don Carlo Rocchetta)  Una riflessione che mi ha colpito subito e che ho fatto mia, pensando alla mia relazione. Quanto è vera! Spesso noi, io almeno si, tendiamo a focalizzarci su quello che l’altro fa o dovrebbe fare, sul suo comportamento. Invece forse non dovremmo sprecare energie a giudicare l’altro/a. Non serve e spesso ci porta a vedere solo i difetti. Dovremmo invece scegliere di amare sempre e comunque. Allora, forse, qualcosa nell’altro/a davvero cambia. Io penso a tutte le carezze che la mia sposa mi ha riservato anche quando non me le meritavo. Mi ha sempre amato con lo stile di Gesù, cioè sempre e per prima. Ecco, se ho cambiato qualcosa nel mio atteggiamento nei suoi confronti non è stato per i rimbrotti o per le litigate, ma per quelle carezze incondizionate e a volte immeritate. Da lì è nato in me un sentimento di gratitudine verso di lei, un desiderio di restituire quanto lei mi stava dando. Un amore così bello proprio perchè riesce ad andare oltre le mie miserie e mancanze. Un amore che mi fa alzare gli occhi al Cielo perchè ha il sapore dell’amore del Padre, un amore senza condizioni capace di accogliere tutto di me anche le parti meno belle.

Non vergognatevi di inginocchiarvi insieme davanti a Gesù nell’Eucaristia per trovare momenti di pace e uno sguardo reciproco fatto di tenerezza e di bontà. O di prendere la mano dell’altro, quando è un po’ arrabbiato, per strappargli un sorriso complice. Magari recitare insieme una breve preghiera, ad alta voce, la sera prima di addormentarsi, con Gesù presente tra voi.

Il Papa tocca un altro punto decisivo. Quanto è importante pregare insieme! L preghiera è qualcosa di molto personale ed intimo. Ci chiede di metterci a nudo e farlo insieme unisce moltissimo la coppia. Direi con una intensità paragonabile al rapporto fisico. L’amplesso ci unisce attraverso il corpo, la preghiera ci unisce nello spirito. Ad unirsi non è mai però solo il corpo o solo lo spirito ma tutta la persona. Per questo fare l’amore è una forma molto potente di preghiera. Dovremmo abituarci a pregare insieme. La preghiera di coppia non è purtroppo molto frequente tra gli sposi. Quando c’è spesso si limita al rosario. Che è già tantissima roba, sia chiaro. Sarebbe bello però andare oltre. Adesso sto parlando anche a me stesso. Anche io lo faccio raramente. Sarebbe bello mettersi davanti a Gesù. Nella camera matrimoniale. Lì dove c’è il talamo consacrato. Luogo sacro, immagine visibile del tabernacolo. Ricordate che Dio è presente nella relazione sponsale in modo simile all’Eucarestia. Mettersi lì, come foste davanti al Santissimo, perchè lo siete davvero, e aprire il cuore l’uno all’altra. Non state più parlando alla vostra sposa, al vostro sposo, ma a Gesù attraverso la vostra sposa e il vostro sposo. Chiedete perdono per i vostri peccati, raccontate le vostre difficoltà, i vostri limiti. Raccontate anche le cose belle, ringraziate Dio per il dono dell’altro/a e di tutte i doni che ogni giorno vi offre. Raccontate tutto e ascoltate tutto dall’altro. Quando vi racconterà di avervi ferito con il suo comportamento, il suo parlare, le sue azioni e le sue omissioni, chiedete a Dio di avere la forza di perdonare. Aprite il cuore e abbracciatevi. Come il padre misericordioso ha perdonato il figlio, così voi abbracciatevi e accoglietevi con tutte le fragilità che avete. 

Antonio e Luisa

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Perchè gli sposi sono due ma anche uno?

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Tutto… o quasi! …vabbé…

Oggi cambiamo strategia e saltiamo a pié pari il Vangelo, non perché non abbia niente da dirci oggi, ma solo per il fatto che la prima lettura di oggi ( di cui riportiamo solo una piccola frase ) ci pare che abbia un messaggio chiave per il matrimonio:

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 15,16-23) In quei giorni, Samuèle disse a Saul: «Lascia che ti annunci ciò che il Signore mi ha detto questa notte». E Saul gli disse: «Parla!». Samuèle continuò: «[…] Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: “Va’, vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?

Samuele sembra eccessivamente rigido, implacabile, irremovibile, severo con Saul, ma dobbiamo tener presente che Samuele parla a nome del Signore. Non sta parlando con farina del suo sacco, ma presta la sua voce al Signore, quindi dobbiamo ritenere la profezia di Samuele come tale, e cioè un messaggio da parte del Signore.

Se volete conoscere tutta la storia e come va a finire non vi resta che cercare sulla vostra bellissima Bibbia casalinga ( vi ricordate dove l’avete nascosta? ) il primo libro di Samuele, leggerete una storia avvincente. Per ora vi basti sapere che Saul la pagherà molto cara poiché il Signore lo ripudierà come re di Israele.

Sembra eccessivo ? Ad una lettura senza fede forse, ma non ci deve sfuggire cosa era stato chiesto a Saul da Dio: come avete letto nel brano soprariportato gli era stato affidato il compito di sterminare tutti i nemici compreso il bestiame, non doveva tenere nulla né animale come bottino, ed invece… gli Israeliti si tennero le bestie migliori e altro come bottino. Ne pagheranno le amare conseguenze perché il Signore ritirerà la sua benevolenza nei confronti di Saul e del suo regno.

Qualche lettore si starà forse chiedendo come mai tutta questa simpatia per questa storia, in fondo a noi cosa importa della sorte di uno che è vissuto secoli prima di Cristo ? Nulla se non per il fatto che l’esempio di Saul ci deve servire come monito per noi… la Bibbia narra infatti del rapporto che c’è tra Dio e il cuore dell’uomo, quindi è un messaggio eterno.

Saul obbedisce al Signore ma… a modo suo!

Saul non si è fidato fino in fondo della Parola del Signore, Il Quale gli aveva promesso la Sua benevolenza e la Sua benedizione se solo avesse obbedito ; doveva semplicemente eseguire ciò che gli era stato chiesto ( non è che per caso vi ricordi le Parole di Maria ai servi alle nozze di Cana? ) e avrebbe avuto tutta la benevolenza e la benedizione di Dio, Il Quale avrebbe poi provveduto a rendere la terra più fertile ed il bestiame più prolifico … del resto non l’aveva già fatto nel deserto durante il famoso Esodo e poi nella ancora più famosa Terra Promessa?

Ma Saul non si fida totalmente di Dio, pensa che non sappia più fare il Suo lavoro, magari aveva perso il Suo tocco, chissà se poi avrebbe mantenuto le Sue promesse di benevolenza e abbondanza, del resto come avrebbe fatto ad accorgersi di qualche bestia in più o in meno?

Forse Saul non conosceva quella storia di Mosè?

Per comprendere appieno il messaggio dobbiamo chiederci quali sono i nostri Amaleciti, i nostri nemici che dobbiamo votare allo sterminio.

Cari sposi, i nostri Amaleciti sono i nostri vizi, i nostri peccati, le nostre cattive abitudini, il nostro uomo vecchio. Non possiamo convertirci al Signore ma tenere qualcosa per noi… ci sono sposi che dicono di amare il Signore ma continuano a vivere strizzando l’occhio al proprio uomo vecchio… in fondo un piede dentro la lussuria ce lo lasciano, dicono di essere tutti per il Signore ma la sessualità se la vogliono gestire loro: il bottino come quello di Saul… dicono di essere tutti del Signore ma i soldi li gestiscono secondo il dio dell’avarizia : un altro bottino… dicono di essere tutti del Signore ma usano ogni mezzo contraccettivo : un altro bottino… dicono di essere sposati in chiesa ma vanno a Messa una Domenica sì e 10 no: un altro bottino… e avanti di questo passo.

Il matrimonio ci ha resi sposi nel Signore : o lo siamo o non lo siamo, non vorremo per caso fare la stessa fine di Saul vero ?

PS : Il primo libro di Samuele lo troverete agevolmente tra il libro della Genesi e quello dell’Apocalisse.

Giorgio e Valentina.

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Una madre non tiene per sè ma spinge verso la missione

Oggi ho deciso di tornare sul Vangelo di ieri. Ciò che è accaduto alle nozze di Cana è qualcosa che è stato esaminato, raccontato e spiegato in tutti i modi. C’è però un particolare che rischia un po’ di passare in secondo piano. Perchè non è un dettaglio all’apparenza importante. I protagonisti sono Gesù, naturalmente, i due sposi, e il maestro della tavola. Poi c’è anche Maria. Maria sembra la madre rompiscatole. Gesù è lì con i suoi amici, i primi discepoli, sta bevendo e mangiando in allegria, almeno io lo immagino così, e sembra non accorgersi del “dramma” che sta avvenendo. E’ finito il vino, la festa di nozze sta per essere rovinata irrimediabilmente. Il matrimonio rischia di iniziare molto male. Eppure, lui che è Dio, sembra non accorgersi di nulla.

Io non voglio entrare in riflessioni teologiche od esegetiche, perchè non ne ho la competenza. Da figlio prima e da genitore oggi mi è balzato all’occhio una dinamica che Dio ci vuole insegnare attraverso questo avvenimento. L’importanza della madre e dei genitori in genere. Maria è la madre che ama il proprio figlio. Lo ama nel modo giusto. Lo ama nella verità. Maria era consapevole che Gesù, iniziando la Sua missione, sarebbe andato incontro a dolore e sofferenza. Non sappiamo in quale misura ne fosse consapevole, ma ci sono due versetti del Vangelo di Luca che sono inequivocabili.

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Maria sapeva che lasciare andare quel figlio per la sua strada sarebbe stato un pericolo, un viaggio verso l’ignoto. Eppure lo ha spinto a a partire. Ha capito che quello era il kairos, il momento giusto. Lo ha spinto a compiere il primo “segno”, sapendo che da quel momento non si sarebbe più potuto tornare indietro. I romani avrebbero detto Alea iacta est (il dado è tratto). Perchè lo ha fatto allora? Maria sa benissimo che ogni uomo e ogni donna hanno bisogno di lasciare il padre e la madre per realizzare la propria vita. Per realizzare la propria personale missione in questo mondo che è diversa da quella dei genitori. Maria, sicuramente con un po’ di pesantezza nel cuore e un po’ di paura, ha insistito affinchè Gesù si decidesse a prendere in mano la propria vita e realizzare il progetto del Padre su di Lui. Sembra che il Vangelo ci voglia dire che anche Dio ha scelto di aver bisogno di una madre per diventare Dio.

Veniamo a noi! Quante madri e quanti padri non sono capaci di comprendere che il figlio non è una loro costola, non è qualcosa che appartiene loro. Quanti non capiscono che amare i propri figli significa lasciarli andare. Lasciarli andare EMOTIVAMENTE e PSICOLOGICAMENTE. Molti genitori pensano di amare i proprio figli tenendoli legati a sè. Molti genitori non sono capaci di mollare la presa e di tagliare il cordone ombelicale. Quante famiglie si rompono per l’incapacità dei genitori di non intromettersi. Maria oggi ci ricorda proprio questo: se amate i vostri figli lasciateli liberi di realizzare la loro missione, Liberi di essere quelli che sono. Liberi di essere persone diverse da voi e che non vi appartengono. Una madre (vale anche per il padre) accompagna con la presenza e con la preghiera, è pronta a consolare e ad abbracciare, ma senza mai impedire al figlio di percorrere la propria strada nel mondo. Purtroppo spesso si confonde l’amore con il cercare di evitare ai figli ogni sofferenza e ogni dolore. Questo non è amore. E’ come quel servo che sotterra il talento per non correre il rischio di perderlo. Il figlio ha bisogno di crescere come uomo o come donna, ha bisogno di confrontarsi con la vita e la vita comprende anche il dolore e il fallimento. Amare significa non trattenere, ma lasciare andare. Lasciare andare affinchè il figlio trovi il senso della vita. Della sua vita e della sua personale storia. Affinchè il figlio, lasciando padre e madre comprenda chi è: un figlio amato. Amato da Dio.

Antonio e Luisa

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Un amore riplasmato da dentro

Cari sposi, ci troviamo oggi ancora dinanzi al Vangelo di Giovanni.

Come sapete non è un Vangelo di facile lettura. Scrivendo vari decenni dopo i tre Sinottici, è come se facesse una lunga contemplazione su Gesù e volesse reinterpretare tutta la Parola di Dio in chiave cristologica.

A tale riguardo, un aspetto che vediamo oggi è a proposito dei cosiddetti miracoli. Egli, a differenza degli altri evangelisti non usa questa parola ma li esprime come segni–prodigi.

Questo di Cana, infatti, fu il primo dei segni, dove per “segno” si intende “l’attività rivelatrice e salvifica di Dio a favore del suo popolo. […] I segni sono fatti e gesti compiuti da Gesù attraverso i quali egli può essere riconosciuto come l’inviato definitivo di Dio, perché in essi traspare la sua gloria” (Rinaldo Fabris).

Quale interpretazione darne allora? Che tipo di “Gloria” vuole svelarci Giovanni qui? Partiamo dal fatto che siamo in una situazione conviviale, abbonda la gioia nei partecipanti al banchetto e regna un ambiente di grande affetto: quello che lega la madre di Gesù a suo figlio e quello che unisce i neosposi nonché le loro famiglie allargate. Tuttavia, c’è un grosso problema: è venuto a mancare il vino della festa alla tavola principale. Tutto parte allora da una assenza grave, non stanno mancando un paio di posate, le oliere o il centrotavola, qui c’è qualcosa di più: ciò che manca veramente è segnalato come essenziale alla festa stessa. Difatti, nella mentalità biblica il vino non è qualcosa di accessorio, ma «una delle immagini costanti dell’Antico Testamento per esprimere la gioia dei giorni finali (Am 9,13–14; Os 14,7; Ger 31,12)» (Raymond Brown). Per cui, questo matrimonio sta iniziando male, sta venendo a mancare nientemeno che la gioia dell’amore. Un amore che non tocca solo il tempo presente ma ha un rimando alla vita eterna ed è per questo indispensabile nelle nozze.

Inoltre, fate attenzione a un altro elemento chiave. Nei capitoli precedenti l’evangelista tiene costantemente conto del passare del tempo. Vediamo in effetti fin da subito al versetto 1,29: «il giorno dopo», poi al versetto 1,35: «il giorno dopo»; ancora al versetto 1,43: «il giorno dopo». Il conteggio finisce al primo versetto del testo in cui ci troviamo dove sta scritto “Il terzo giorno vi fu una festa di nozze”. Per gli antichi i giorni si contavano così: oggi, domani e il terzo giorno, che quindi è due giorni dopo il giorno in cui si parla. Allora Giovanni, che ha già narrato i primi quattro giorni, affermando “tre giorni dopo” pone l’episodio delle nozze di Cana al “sesto giorno” della sua narrazione. È chiaro, a questo punto, il parallelo tra il «sesto giorno» narrato nella Genesi, non per nulla proprio quello della creazione di Adamo ed Eva, e questo episodio di Cana accade nel “nuovo sesto giorno”, cioè la “nuova creazione” dell’uomo e della donna per il fatto che Giovanni sta reinterpretando tutta la Scrittura guardando a Cristo. Chi sarebbero allora Adamo ed Eva? Per caso i due novelli sposi? È Gesù il nuovo Adamo e Maria la nuova Eva, per questo infatti Cristo, si rivolge a Maria con “Donna”, termine utilizzato per una donna sposata o promessa sposa, e non “madre” che pareva la cosa più logica e naturale.

Come se non bastasse, il “terzo giorno” richiama anche il giorno dell’alleanza tra Jahvè e il popolo d’Israele sul Sinai (Es 19,10-11.16). La teologia giudaica considerava l’evento del Sinai come una seconda creazione e dato che la creazione della Genesi è narrata in una settimana e l’uomo è creato al sesto giorno, così anche la rivelazione del Sinai è suddivisa nel corso di una settimana e, al sesto giorno, Dio crea Israele come popolo. Qui allora sta nascendo una nuova alleanza, che si realizza in un contesto matrimoniale. La nuova e definitiva Alleanza è quella tra Cristo e la Chiesa, dentro alla quale ci siete voi sposi per il Battesimo e il Matrimonio.

Che lezione possiamo trarre da questa parzialissima esegesi?

Penso sia chiaro a questo punto che per voi sposi il punto di riferimento di come si ama è impersonato da Cristo, nel suo amore per la Sposa Chiesa, simboleggiata qui da Maria.

Contemplando nel Vangelo come Lui tratta gli apostoli, le donne che incontra, i malati, perfino gli scribi e i farisei, voi vedete la qualità, il tipo di amore che Cristo Sposo ha avuto nei confronti della Sposa. È su quell’amore che bisogna misurarsi e chiedere incessantemente che sia ravvivato in voi.

Il vero amore nuziale, il vino buono e abbondante, è possibile solo grazie a Cristo, che costantemente converte le vostre acque (le fragilità, i tentativi di dimostrare l’amore, i propositi non riusciti, i propri limiti e condizionamenti…) in bottiglie di vino d’annata DOCG.

La grande e commovente lezione di Cana è che il matrimonio umano è già stato salvato dal Grande Matrimonio tra Cristo e tutti noi, Sua Sposa. Ed è grazie a Lui che la nostra povera acqua, talvolta stagnante, può continuamente essere trasformata in un inebriante e stagionato vino. È questa la Gloria divina che il segno odierno svela al mondo.

Ringraziamo di cuore il Signore che ha posto in voi tutta questa bellezza perché sia a vostra disposizione ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha già fatto una riflessione molto bella e articolata. Per questo non scriveremo molto di più. Ci teniamo ha mettere in evidenza solo un passaggio dal Vangelo di oggi. Un passaggio che può raccontare tanto di quello che significa sposarsi in Gesù. Il maestro della tavola una volta assaggiata l’acqua trasformata in vino da Gesù esclama: Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono. Ecco questo è quello che accade a chi si sposa in Gesù. La parte bella, anzi più bella perchè è bella anche quella prima, arriva dopo. Arriva quando si lascia spazio a Gesù nella nostra relazione. Ciò avviene con il tempo. Con l’impegno e con il tempo. Allora potremo bere un vino che ancora più buono di quello dei primi tempi. Un amore diverso rispetto alla passione dei primi tempi ma ancor più bello e pieno. A noi è chiesta solo la fatica di riempire le giare, di dare il nostro impegno e la nostra povertà, il resto lo farà Gesù.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 26

Dopo aver affrontato con un po’ di fantasia la questione delle ostie piccole e di quella grande ritorniamo ad un argomento solo accennato: cosa e a chi bisogna offrire.

Abbiamo imparato che possiamo unirci nell’offerta che Gesù fa di se stesso al Padre grazie al nostro sacerdozio battesimale, abbiamo già capito che il destinatario di queste offerte è sempre il Padre, abbiamo ormai inteso bene come tutta la Messa sia un atto di culto rivolto al Padre, risulta chiaro quindi che offrire al Padre, il nostro Creatore, sia l’atto che meglio racchiude l’esperienza di essere Suoi figli.

Si potrebbe pensare che prima di offrire un sacrificio a Dio ci siano atti quali pregare, adorare, lodare, ringraziare, compiere rituali, recitare novene, partecipare a processioni, ecc… ma se ci pensiamo bene tutte queste azioni (che sono comunque tutte doverose) sono contenute, e in un certo senso confluiscono, nell’atto di offrire un sacrificio al Padre. Infatti, come potremmo offrire sacrifici a Colui il quale prima non adoriamo, crediamo, preghiamo, amiamo amando il prossimo, ecc…? Ecco allora che l’atto di offrire sacrifici è un po’ come la punta di una piramide verso cui tende essa stessa.

Ora affrontiamo la seconda parte: cosa offrire. Per capire bene dobbiamo sempre guardare all’offerta di Gesù. Egli, per quanto riguarda l’intenzione, non ha compiuto un sacrificio tanto diverso rispetto a quello che comunemente i sacerdoti leviti offrivano a Dio : essi dovevano infatti sacrificare l’agnello più bello del gregge, senza macchia alcuna, puro, il più mite… insomma, il migliore, quello che non avrebbero mai sacrificato per nulla al mondo, proprio quello.

E qua abbiamo un insegnamento diretto per le nostre vite, che cosa offriamo noi al Signore? Spesso sentiamo persone che dicono di offrire a Dio questa o quella situazione dolorosa, questa o quella sofferenza, ma non capita spesso di sentire persone che offrano il meglio della loro vita al Signore.

Spesso offriamo al Signore gli scarti che nemmeno noi vogliamo.

Con questo non vogliamo rinnegare tutta quella dottrina dell’offerta della propria sofferenza al Signore unendola alla sofferenza del Figlio: è un altro tema che non vogliamo assolutamente mettere in dubbio anche se i più attenti noteranno qualche simmetria.

Vogliamo solamente mettere in risalto l’atteggiamento dei sacerdoti leviti che offrivano il meglio del gregge, come del resto ha fatto Abramo, il quale si è talmente fidato di Dio da offrirgli il meglio che aveva: Isacco, l’unico figlio che aveva, tanto desiderato da anni. Anche Abramo, prefigura del Padre, non ha offerto a Dio gli scarti, ma il meglio. E noi?

Certo, risulta a tutti più conveniente offrire a Dio gli scarti e tenere per sé il meglio. Quanti di noi invece hanno il coraggio di offrire le cose belle? Da quando abbiamo imparato a vivere così l’offerta, la nostra vita di fede (e la partecipazione all’offertorio della Messa) ha preso un’altra piega : vediamo un bel tramonto e offriamo al Signore questa gioia, nasce una nuova vita e offriamo questa felicità, un figlio/a si laurea e offriamo questa soddisfazione, passiamo una bella giornata in mezzo alla natura e offriamo questa pace, ci divertiamo con gli amici intorno ad una buona pizza e offriamo questo divertimento, una bella doccia calda ricostituente dopo una dura giornata e offriamo questa rilassatezza… e l’elenco aspetta di essere arricchito dall’esperienza di ognuno.

Quando si offre al Signore il meglio della nostra vita si impara che tutto Gli appartiene, che tutto è Suo, e che quello che viviamo di bello è quello che Lui ci concede, così la pedagogia di Dio ci aiuta a restare vigili sulla nostra vanagloria e sulla superbia dando occasione di crescere nella vera umiltà.

Cari sposi, da domani abbiamo l’occasione di dare un nuovo volto all’offertorio della Messa. Non vi sembra di avere niente di bello perché è un momento no? Guardatevi in faccia, voi due siete la bellezza di Dio l’uno per l’altra!

Giorgio e Valentina.

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Una barca nella tempesta. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al quarto appuntamento con la lettura e l’analisi della lettere che Papa Francesco ha rivolto alle famiglie poco tempo fa. Per chi volesse leggere o rileggere le precedenti riflessioni lascio di seguito i link.

Proseguiamo ora con la lettura della lettera. C’è un altro passaggio molto importante nel quale il papa evidenzia la forza del sacramento, sacramento in cui è presente Cristo stesso. Per farlo usa un’immagine evangelica molto significativa.

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando «salì sulla barca con loro […] il vento cessò» (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza (cfr 2 Cor 12,9). È stato proprio in mezzo a una tempesta che gli apostoli sono giunti a riconoscere la regalità e la divinità di Gesù e hanno imparato a confidare in Lui.

In questo passaggio il papa evidenzia due aspetti costitutivi di ogni matrimonio in Gesù: la forza e la fragilità. Il connubbio tra forza e fragilità. La forza di Cristo che può salvarci da ogni situazione e la fragilità di noi sposi che spesso non ci sentiamo in grado di portare in salvo la nostra famiglia. Il Papa paragona ogni matrimonio ad una barca che deve affrontare le tempeste della vita. Tempeste che a volte ci fanno davvero temere di non farcela. Tempeste che sembrano essere più forti di ciò che possiamo dare o che possiamo fare. Ci siamo sentiti un po’ tutti, credo, come gli apostoli citati dal Santo Padre. Almeno una volta nella vita penso sia capitato a tutti di sentirsi deboli e inadeguati di fronte a un problema o una situazione difficile. Come fare? Il Papa ci offre alcuni suggerimenti che mi sento di condividere. Luisa ed io possiamo offrire la nostra personale testimonianza per confermare quanto suggerisce Papa Francesco.

Sono convinto che tanti matrimoni falliscono, e ne falliscono davvero tanti, non perché quegli sposi siano stati peggiori di noi. Tanti matrimonio si rompono anche se i due sposi all’inizio ci credevano. Sono convinto che tanti sposi che poi falliscono siano partiti meglio di noi, più attrezzati e pronti di noi.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Troppo illusi che nulla avrebbe potuto scalfire la loro felicità. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte di ogni giorno, quelle facili e quelle più importanti, saranno sempre più orfane di Dio, anche se quella coppia magari va a Messa la domenica. Tanti non si sposano per paura del per sempre e molti che si sposano credono di poter ottenere quel per sempre senza l’aiuto di Gesù. Entrambi questi atteggiamenti non sono buoni. Perchè poi arriva la crisi e  tanti crollano, perché non sono capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Non perchè non abbiamo avuto crisi. Anzi la prima davvero profonda è avvenuta dopo solo due anni di matrimonio. Ciò che ci ha salvato è che siamo stati sempre consapevoli della nostra povertà. Ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Io non ero stato capace di portare in salvo la mia vita quando ero da solo, sempre inadeguato in tante situazioni, figuriamoci se mi sentivo capace di custodire una famiglia. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli, una famiglia che ha avuto i suoi momenti difficili, di aridità, di incomprensione. Noi però non abbiamo mai fatto affidamento solo sulle nostre forze, eravamo consapevoli che avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e la tempesta si è sedata. Ci siamo ritrovati più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa

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C’è bisogno di una nuova creatività. Lettera di Papa Francesco agli sposi.

Eccoci al terzo appuntamento con la bellissima lettera che papa Francesco ha dedicato agli sposi in questo anno di approfondimento di Amoris Laetitia. In questa riflessione andrò ad esaminare le parti della lettera in cui il Papa si rivolge agli sposi come evangelizzatori. Il Papa sembra affidare una vera e propria missione agli sposi, ai due insieme, che non sono più laici singoli ma sono una realtà diversa da tutte le altre. Sono sposi cristiani. Ecco le parole di papa Francesco:

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

Leggendo queste parole mi sovviene un concetto espresso molto bene da don Renzo Bonetti. Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Don Renzo insiste in particolare su una sua convinzione, essendo in questo, a mio avviso, profeta: insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Lo stesso concetto che ha espresso il Papa nella lettera. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani.

Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia, un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello.

Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Antonio e Luisa

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Fama e popolarità allora, e adesso?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,12-17.23-25) : […] Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Questo brano del Vangelo ci è stato proposto il giorno dopo l’Epifania, e manco a farlo apposta sottolinea la fama di Gesù nel Medio Oriente, un po’ come se la Chiesa ci tenesse a ribadire il concetto della manifestazione (Epifania) del Signore a tutti i popoli. Ma a cosa doveva tanta fama? Naturalmente al suo potere di grande taumaturgo, nonché di esorcista… insomma medico dell’anima e del corpo.

La folla dell’epoca sembra avere più interesse per i benefici ricevuti da Gesù che per Gesù stesso, ma in effetti non dissomigliano così tanto da noi nonostante siano passati 2000 anni… ma siamo sicuri che sia così sbagliato accostarsi a Gesù quando si ha bisogno?

Spesso noi fatichiamo a capire Dio perché lo rinchiudiamo dentro i nostri schemi mentali, sociali o politici, dimenticando che Gesù era vero uomo sì, ma anche vero Dio. Sicuramente noi avremmo agito diversamente da Gesù, perché il nostro io sarebbe venuto a galla. Facciamo solo due esempi :

  • Esempio 1 : se fossimo stati al posto di Gesù probabilmente non avremmo operato tutte quelle guarigioni se non rinfacciando alle singole persone il fatto che si siano rivolte a noi solo nel momento del bisogno, altrimenti non si sarebbero nemmeno ricordate della nostra esistenza.
  • Esempio 2 : se fossimo stati al posto di Gesù probabilmente avremmo operato le maggiori guarigioni possibili cercando in tutti i modi di ampliare la nostra fama e la nostra popolarità sicché da averne gloria e onore sempre maggiori per noi stessi.

Perdonate l’asciuttezza delle immagini ma crediamo siano illuminanti. Non è forse vero che nella nostra pochezza e fragilità agiamo così troppe volte anche all’interno del nostro matrimonio?

Non è forse vero che spesso elargiamo favori a costo dell’umiliazione dell’altro/a al quale rinfacciamo appunto che si ricorda di noi solo quando di noi ha bisogno?

Oppure non è forse vero che tante volte ci dedichiamo a mille faccende casalinghe solo per innalzare ancora di più noi stessi su quel piedistallo auto-costruito fatto di popolarità e fama, gloria ed onore, lodi ed apprezzamenti verso la nostra persona?

Ma Gesù avrà agito così per biechi e meschini interessi come facciamo noi, oppure no ?

Cari sposi, abbiamo voluto evidenziare tutto ciò non tanto per cominciare a punirci con il cilicio a causa della nostra cattiveria… no! Chi doveva capire ha già capito che deve cambiare atteggiamenti e atteggiamento del cuore innanzitutto. La questione non è farvi la morale!

La questione è che noi siamo spesso così egoisti e chiusi in noi stessi che non ammettiamo di aver bisogno di Gesù neanche quando ci rivolgiamo a Lui solo nel momento del bisogno… abbiamo bisogno di Lui ma, pur di non umiliarci e ammettere che lo cerchiamo solo nei momenti in cui abbiamo le gomme a terra, non lo cerchiamo neanche in quei momenti. Siamo talmente egoisti che piuttosto di ammettere la nostra meschinità ci tiriamo volentieri la zappa sui piedi da soli!

Cari sposi, Gesù ci aspetta… non aspetta altro che ci rivolgiamo a Lui… il tuo matrimonio ha le gomme a terra? Rivolgiti a Gesù. Il tuo matrimonio è malato, doloroso, indemoniato, epilettico o paralitico? Vai da Gesù.

E Gesù quando ci accoglie non ci rinfaccia niente, e tantomeno ci aiuta solamente per sentirsi più Dio, per averne indietro più gloria ed onore, non è mica uguale a noi!

Coraggio sposi, il più grande medico del corpo e dell’anima è Gesù.

Giorgio e Valentina.

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Immersi in un Amore che ci trasforma di continuo

Una volta, celebrando un Battesimo, mi trovavo dinanzi, genitori a parte, un’assemblea ricca di canizie. Siccome non era durante la Messa parrocchiale, mi sono permesso un po’ più di dialogo e battute nell’omelia. Confidavo che loro, la “vecchia guardia” cattolica, fosse alquanto ferrata sulle basi del catechismo. Per cui pensai: “vado sul sicuro, questi sanno ancora il catechismo di S. Pio X a memoria”. Allora esordii con una domanda facile facile: “che significa la parola «Battesimo»?” Seguirono attimi di panico nell’assemblea e tanti occhi abbassati… così che, dentro di me ho pensato: “cominciamo bene…”.

Il Battesimo significa “immersione”. Noi entriamo, ci tuffiamo, siamo resi parte della vita divina della Trinità in modo perpetuo e indistruttibile.

Ma che significa concretamente per noi questa verità teologica? Che Dio Padre ci guarda come figli adottivi e ha per noi la stessa frase che ha rivolto a Gesù, come vediamo nel Vangelo di oggi: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”.

Cosa provoca in voi questa frase? Vi scalda il cuore, vi infervora o vi rende malinconici e nostalgici per non averlo ancora sperimentato?

Da quando siamo battezzati, siamo Trinitari! Il nostro cognome è cambiato, siamo legati a Dio in modo unico e indissolubile. E il Signore continuamente ci guarda con quell’amore di predilezione. Sta a noi aprire il cuore e la mente a questo Suo sguardo e lasciarci amare.

La grazia battesimale è una continua fonte di rigenerazione! Lo Spirito Santo incessantemente sta rinnovando la “faccia della terra” (cfr. Sal 103, 30) e quindi anche i nostri cuori e le nostre vite. La consapevolezza del Battesimo ci mantiene certi che il Signore mi salva e mi guida ogni giorno, senza sosta, pur sempre rispettando la mia libertà.

Guarda cosa dice Papa Francesco a questo riguardo: “Unendosi al popolo che chiede a Giovanni il Battesimo di conversione, Gesù ne condivide anche il desiderio profondo di rinnovamento interiore. E lo Spirito Santo che discende sopra di Lui «in forma corporea, come una colomba» (v. 22) è il segno che con Gesù inizia un mondo nuovo, una “nuova creazione” di cui fanno parte tutti coloro che accolgono Cristo nella loro vita” (Francesco, Angelus domenica 13 gennaio 2021).

Siamo continuamente ricreati dal Suo Amore per noi. Ne siamo consapevoli? Perché questa è una meraviglia che ci libera da ogni remora di rimorso, di recriminazione degli errori del passato, ci svincola dai sensi di colpa e dalle paure. È una vera rinascita dall’Alto il Battesimo.

Ora, per voi sposi, il Battesimo è la grande forza con cui potete fare vostro lo sguardo di Dio su di voi. Ma la bellezza del matrimonio sta anche nel fatto che ognuno di voi coniugi è chiamato a dire all’altro: “Tu sei un figlio amato” e ad incarnare quel volto benevolo del Padre.

Cioè, la vostra prima missione è generare, con la grazia di Dio, “la presenza di Dio nel coniuge… far abitare Dio nel cuore del coniuge e dell’amore con lui” (Carlo Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa, pag. 272).

Nel matrimonio, la grazia del battesimo si realizza e si concretizza in un modo del tutto speciale e particolare. È una strada senza fine, non importa a che punto siete, l’importante è voler iniziare e proseguire passo dopo passo, senza sosta. Lo Sposo, Gesù, vi conceda questo ideale ardente nei vostri cuori!

ANTONIO E LUISA

In questa domenica si fa memoria del Battesimo di Gesù e si conclude così il tempo liturgico del Natale. Io e Luisa vorremmo farvi un dono. Vi condividiamo alcune righe del nostro nuovo libro Sposi profeti dell’amore dove analizziamo l’importanza del Battesimo per noi sposi.

Sappiamo che Gesù è re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro Battesimo. Nel Matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro Battesimo. Il Matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati distruggano la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi. Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Marco 10, 45)

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti quando viviamo la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando, attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie, generiamo una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano da lui. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, bellezza, senso, fedeltà e amore, siamo capaci di essere una goccia d’acqua che disseta e rigenera. Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. (Giovanni 14, 8-9)

Infine, siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono all’altro. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro Matrimonio nell’amplesso fisico. Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». (Matteo 26, 26)

La nostra unione è generata dal Battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro Battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio, perché il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il Battesimo e il Matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

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