La legge del taglione può condurre all’amore?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle ».
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Il Vangelo di questa domenica mi permette alcune riflessioni, credo importanti. La prima domanda che sorge è: perchè Dio ha permesso una legge come quella de taglione? E’ davvero una legge barbara. Se tu mi fai qualcosa di male io ho il diritto di farti altrettanto. Non solo ho il diritto, ma ho il diritto divino di farlo. E’ scritto nero su bianco. E’ parola di Dio. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro. (Levitico 24, 19-20). Come è possibile che Dio prescriva una legge tanto incomprensibile? Una legge spietata ai nostri occhi. Invece proprio questa legge, con la sua progressione ed evoluzione che possiamo trovare nel Nuovo Testamento, ci racconta chi è Dio. Come? Dio è un Padre e come un papà paziente e misericordioso non pretende tutto subito. Il Suo popolo non avrebbe capito. Allora ha cominciato a domandare qualcosa che gli israeliti avrebbero potuto capire. In un mondo dove il più forte spesso prevaricava il più debole, e dove le vendette erano spropositate rispetto all’offesa subita, Dio incomincia a mettere dei paletti. Ti ha rubato una pecora? Non ti è lecito sterminare lui e tutta la sua famiglia, ma riprenditi la tua pecora e prendine una a lui. Compreso cosa c’è dietro la legge del taglione? Non una legittimazione della violenza da parte di Dio, ma un cercare di porre limite alla violenza e alla vendetta. Dio ha così, poco per volta, attraverso tutti i suoi profeti, preparato il popolo eletto ad accogliere la verità, la Sua volontà. Quella espressa e incarnata da Gesù. Ciò che dice Gesù non contrasta quello che è scritto nel Levitico, ma lo perfeziona e lo porta a compimento. Ecco questa modalità pedagogica di Dio può esserci di aiuto per affrontare la quaresima che sta per cominciare. Attraverso il Vangelo di oggi possiamo comprendere meglio anche le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia. Al punto 122 parla di gradualità:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»

C’è una gradualità, si arriva alle vette dell’amore a piccoli passi. Piccoli passi possibili, citando un concetto caro a Chiara Corbella. Dobbiamo innanzittutto essere coscienti di essere chiamati a questo e poi impegnarci in una vita di dono e accoglienza dell’uno verso l’altra. Dobbiamo lasciare agire lo Spirito Santo che è maestro. Non dobbiamo spaventarci, anche se vediamo la povertà del nostro amore. Gradualmente continueremo a crescere e se mai dovessimo affrontare situazioni complicate e cariche di sofferenza dobbiamo avere la certezza che se metteremo la nostra forza e la nostra volontà, Dio farà miracoli con quel poco che potremo dare. Non siamo soli, Gesù è con noi nei momenti belli e, a maggior ragione, in quelli dolorosi perchè abbiamo più bisogno del suo aiuto. Non vergognamoci di dare i nostri pochi pani e pochi pesci. Attraverso quella miseria Gesù ha già sfamato una moltitudine di persone. A noi non chiede più di ciò che possiamo dare, il di più lo mette Lui. Voglio terminare con una parola di Chiara che spiega così il significato di piccoli passi possibili:

Per arrivare al Signore non devi correre né camminare troppo piano: devi avere un passo costante, continuo e soprattutto sul presente; perché la stanchezza viene se pensi al passato e al futuro, mentre se cammini pensando soltanto al piccolo passo possibile che tu ora puoi fare, a un certo punto arrivi alla meta e dici: “Sono già arrivata! Incredibile, Signore, ti ringrazio!”

Antonio e Luisa

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“Io, bullizzato”

..di Pietro Antonicelli, “Sposi&Spose di Cristo”..

Carissimi amici,

oggi andiamo un po’ “fuori tema”…

Spero che quello che ho scritto arrivi ai ragazzi…l’ho scritto per loro…mi sono fatto “violenza” perché non è facile mettere “in piazza” cose così personali…ma se è arrivato al cuore anche solo di un giovane, allora ne è valsa la pena.

Voglio condividere un pezzo della mia storia personale perché qualche giorno fa, il mio paese di origine, ha vissuto un grave lutto. Un ragazzo di 21 anni, che non conoscevo personalmente, si è tolto la vita.

Pare che, dai commenti che leggo su facebook dei miei compaesani, il ragazzo sia stato vittima di bullismo. Non bullismo scolastico, ma bullismo in paese.

Già. Esiste anche un bullismo che ti segue fuori dalle aule e ti rincorre, e ti prende a calci anche per le vie. Oggi sappiamo che esiste anche il bullismo social, il “cyber-bullismo” che fa pensare a qualcosa di futuristico…ma è un problema vecchio quanto il mondo.

Il sottoscritto conosce bene questa piaga. Sono anche io dello stesso paese di questo ragazzo che ha posto fine alla sua vita. Anche io, come lui, ho vissuto sulla mia pelle questo martirio.

Dopo aver avuto una bellissima esperienza scolastica e umana con i compagni di scuola alle elementari mi sono ritrovato alle medie con lo stesso entusiasmo. Ma il mio sorriso di bambino di 11 anni fu presto spento da chi nella mia classe vedeva il sorriso e il buonumore, la gentilezza e la voglia di voler bene come una breccia per entrare e fare “scasso”.

Alle medie ero anche altre persone. Ero Pietro Antonicelli, ma ero anche “il figlio dell’avvocato”, “il nipote del professore”…infatti mio nonno era stato per diversi anni un insegnante nella stessa scuola ed era andato in pensione l’estate prima che io iniziassi il mio cammino alle scuole medie.

La Scuola D’Annunzio per la precisione. Mi viene da essere molto preciso nei dettagli poiché precisi e nitidi sono alcuni ricordi di quel periodo. I più brutti purtroppo.

Ero nel corso C.

3 anni di inferno.

Il mio cognome non era facilmente “storpiabile”…mentre quello di mio nonno si prestava bene alle prese in giro e agli insulti.

Pizzarelli era il suo cognome e a Palagianello, il mio paese, tutti sappiamo che il gioco è stato facile anche per chi non ha molta fantasia con le parole. Fu così che “Pizzarone” diventò il mio soprannome e volendo spiegare il significato ai non compaesani posso dire che il termine indica: persona poco sveglia, poco scaltra, poco capace di fare qualsiasi cosa, poco in tutto. Il suo simile più conosciuto è il volgare “Co…one”.

Eccomi. Oltre ad essere il figlio ed il nipote di qualcuno ero anche e soprattutto definito e chiamato così. “Pizzarone”.

Per rincarare la dose insultavano anche mio nonno e mia madre.

Ero questo secondo loro, o almeno, i miei persecutori dicevano questo di me: “Pietro sei un Pizzarone”. E in dialetto le parole facevano ancora più male.

I problemi iniziarono quando anche io iniziai a crederci. Quando anche io iniziai a credere di non valere nulla proprio come dicevano loro a tutti, anche al di fuori della classe; così alcuni che mi trovavano in giro per il paese o fuori da scuola si sentivano in diritto di potermi insultare e chiamare con crudele godimento “P’zzarò”, darmi uno schiaffo, togliermi il cappello e buttarlo per strada e quant’altro.

Iniziai a diventare più chiuso e più vulnerabile. Bastava poco per farmi piangere perché mi sentivo sempre teso e in guardia per difendermi da quella spinta, da quella battuta, da quelle parole che in me generavano un grande dolore e negli altri invece tante risate.

Le lacrime che a volte mi scendevano anche in classe aumentavano la crudeltà dei miei persecutori. Come gli squali che sentono l’odore del sangue, loro rispondevano con maggiore cattiveria alle mie lacrime.

Mi dicevano che ero debole, che ero una femminuccia. Ed io iniziai a crederci. E ci ho creduto…ed ancora, una piccola parte di me ci crede.

Già, perché alla fine il problema grande del cosiddetto bullismo è che pian piano gli anni passano. Chi ti insultava non c’è più…chi ti perseguitava cresce e magari con qualcuno ci diventi anche amico come è capitato a me…ma nella tua testa inizi a perseguitarti da solo.

E se ad un certo punto non c’è più nessuno che ti insulta lo fai da solo. Smetti di credere in te stesso, nelle tue qualità positive e credi davvero a quella menzogna: “SEI UN PIZZARONE”! …te lo dici da solo e ci credi.

Allora cresci credendo di non essere degno di essere una persona, che gli altri siano più intelligenti di te, che se non sai fare a botte non vali nulla, ecc.ecc…

Ed è così che, anche se sono passati tanti anni, hai paura di fare qualche brutta figura con gli altri, che qualcuno possa venire alle spalle a darti una botta sulla testa e che tu, come all’epoca, rimarrai li a piangere per la rabbia e a non saperti difendere.

Di tutta questa situazione non ne ho mai parlato con i miei genitori, anche se loro forse avevano intuito qualcosa. Non ne ho mai parlato perché mi vergognavo troppo. E oggi ancora ne provo vergogna ma ho deciso di condividere questa parte della mia storia perché spero possa essere di aiuto a qualcuno che come me è stato “bullizzato”…qualcuno che come me ha iniziato a credere di essere un nulla.

Fratello, sorella che stai leggendo…io dico a te: non è vero.

Se vuoi te lo riscrivo meglio: NON – E’ – VERO.

NON E’ VERO!

Non credere alle menzogne che hanno detto su di te! Non crederci!

Non sei così! Non sei una caccola, non sei un grassone, non sei una troia, non sei un brufolo, non sei una cozza, non sei un imbecille, non sei un “trimone”, non sei uno stupido, non sei un c…one

Fai questa prova: guardati allo specchio e dì: “Io non sono quello che dicono!”; e se riesci a ricordare la parola precisa che ti dicevano o ti dicono ripetila come faccio io adesso!

“Io Pietro, non sono un pizzarone!”

Tu ed io siamo persone degne di vivere, degne di amare, degne di essere amate!!!

Siamo persone belle e piene di difetti come tutti…e questo va bene!

Siamo persone che possono vivere e godersi la vita come tutti!!!

Guardati allo specchio e ripeti al tuo cuore:

“Io sono bello/a…quello che dicono su di me mi fa male e non è vero…io valgo…voglio volermi bene…ho dei sentimenti e non voglio odiare nessuno…neanche chi mi ha ferito…perché oggi anche grazie a loro…io so che le bugie su di me non valgono niente…che sono ciò che sono…e vado bene così.”

Coraggio, ce la puoi fare! Che il tuo cuore possa trovare pace!

Tuo fratello, Pietro.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Hai usato proprio tutte le tue forze?

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire adesso basta. Non sopporto più il comportamento dell’altro/a. Ho tollerato abbastanza. Se ne approfitta. Tutto l’impegno che ci metto e lui/lei non capisce e continua a commettere sempre gli stessi errori. Ho tollerato abbastanza, ora la misura è colma. Anche noi cristiani quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e lui/lei che non capisce quanto sia fortunato/a ad averci sposato. E’ proprio questo modo di pensare che non funziona. Perchè significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro/a perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro/a come cristiani. Come Cristo ci ama. Come fare? Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccolo. La soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli e riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. E li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo/a e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Guardare pornografia uccide la tenerezza

Oggi ho la possibilità di offrirvi un articolo, credo, molto interessante. Ringrazio l’amico Piergiorgio Casaccia, medico e sessuologo, che ha trovato il tempo di rispondere ad alcune mie domande. Piergiorgio collabora da tempo con il nostro blog. Si occupa di offrire un servizio di aiuto alle coppie per quanto riguarda l’ambito sessuale. Un ambito in cui le coppie spesso trovano grandi problemi. Qui il link alla pagina con una breve presentazione delle competenze di Piergiorgio e l’indirizzo per mettersi in contatto con lui. Dopo questa breve introduzione partiamo con le domande.

Buongiorno Piergiorgio. Grazie per la tua disponibilità. Tu sei un medico. Hai conseguito un master in sessuologia. Quindi hai una preparazione e una competenza che ti permettono di affrontare la sessualità umana non come un credente comune, ma come un uomo di scienza. La fruizione di materiale pornografico porta a numerose conseguenze negative senza che per forza il fruitore ne diventi dipendente. Una di queste non l’avevo mai presa in considerazione. Tu affermi che molti tuoi pazienti non sono più capaci di vivere l’intimità con la moglie in modo tenero. Che provano piacere solo nel farlo in modo aggressivo. Quasi violento. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questo “frutto malato” della pornografia?

Caro Antonio, l’uomo non è più capace di avere rapporti teneri con la propria donna. Il marito non riesce ad avere più rapporti teneri con la propria moglie. In genere vale per tutti. Questo accade perchè la donna è vista come un oggetto per il proprio appagamento sessuale. Perché ricercare la tenerezza (è il linguaggio dell’amore ndr) quando l’unico scopo è trarre un piacere sessuale? La donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti. Se invece vedi in quella persona l’occasione che il Signore ti ha dato per arrivare a Lui, allora cambia tutto. Allora sì che c’è la tenerezza. Allora sì che c’è il dono. Accogli il suo dono e ti dai totalmente a lei. Allora c’è una reciprocità, non c’è soltano uno sfruttamento dell’altro per il soddisfacimento di un impulso sessuale. Questo è quello che io cerco di ricostruire nelle coppie che si affidano a me. Riportare la coppia alla castità. L’uomo deve tornare ad essere virtuoso. Deve tornare a rimettere insieme i pezzi di tutto quello che ha. I pezzi della sua relazione, deve rivedere il suo amore verso quella donna. Deve capire che la sessualità è solo un aspetto della relazione, ma non l’unico. Quando c’è un incontro intimo non si vive solo quell’aspetto ma tutto l’amore. Si vive la tenerezza, la simpatia per l’amata. Si vive anche la dimensione religiosa, che è fondamentale in una coppia.

Antonio e Luisa con Piergiorgio

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Il cuore non ci appartiene più!

Una notizia apparsa sui siti di informazione martedì sera mi ha colpito. Nel novarese, una donna di 84 anni si è accasciata per un malore ed è morta durante la funzione funebre per il marito. E’ morta di crepacuore. Non ha retto alla separazione da quell’uomo che aveva sposato nel 1958. Sessantadue anni fa. Una vita. Il cuore non ce l’ha fatta. Il cuore non è solo muscolo. Nella Bibbia la parola cuore viene riportata circa 1000 volte. Uno dei significati più importanti che viene data a questa parola non è nè quello medico nè quello più romantico che ne fa il luogo dove nascono i sentimenti. Il cuore nel nostro Libro Sacro è spesso associato al ricordo. Significa fare memoria. Nella Bibbia il cuore e la memoria sono legati. Anche per noi è così. Non per nulla la parola ricordare presenta un etimologia molto chiara. Deriva infatti dal latino: re- indietro cor cuore. Richiamare in cuore. Strano vero? Anche per i nostri progenitori il luogo del ricordo non era la testa ma il cuore. Quindi, tornando alla nostra storia, il luogo dei ricordi dell’anziana sposa, il suo cuore, non ha retto. E’ scoppiato. E non è un caso isolato. Ho approfondito la questione e ho scoperto dei dati interessanti. Uno studio specifico è stato condotto dagli inglesi alcuni anni fa. Uno studio con un campione molto ampio. Lo studio considera oltre 114 mila persone di età 60-89 anni seguite per sette anni. In questo tempo un terzo dei volontari, a parte quanti sono deceduti, è rimasto vedovo. E qualcuno non ha retto il dolore della perdita morendo a sua volta entro i 30 giorni successivi al lutto. In quel mese il rischio di morte era risultato doppio, nei coniugi superstiti, rispetto a quanti erano ancora in coppia.

Quanto è accaduto all’anziana vedova è qualcosa che richiama in modo specifico la vocazione matrimoniale. Mettimi come sigillo sul tuo cuore. Lui è dentro di lei. In lei è ancora vivo. Lo può trovare nel suo cuore. Lo ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. Lo ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. Lo ritrova, ma non riesce più a toccarlo, a vederlo. E questo è straziante. Non riesce più a sentirlo. Lui c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi.

Il luogo della memoria, il cuore che custodiva una bellezza così grande, è proprio quello che ha smesso di funzionare, che non ce l’ha fatta. L’amore sponsale, quando nutrito e custodito per una vita intera, trasforma il nostro cuore davvero in qualcosa che non ci appartiene più. Non è più nostro, ma appartiene all’amato/a. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20) e ci ripeteva queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi non dovete dire così, ma non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altro.>>

Ecco il cuore non ci appartiene più. Nel nostro cuore non c’è più la nostra presenza ma quella del nostro coniuge. Così, a volte, succede che quando muore la persona con cui abbiamo condiviso la vita, muore anche il nostro cuore. Termino con le parole di padre Ennio, religioso domenicano, che conosceva la coppia: Si amavano molto, li conoscevo bene. Erano una coppia così solida e innamorata che li citavo come esempio. Anche con questo epilogo non è una storia triste, ma di grande amore.

L’amore in questo caso, ne sono sicuro, è stato più forte della morte.

Antonio e Luisa

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Tutti al Pronto soccorso, o no?

Il Vangelo di Domenica scorsa è lungo più del solito e quindi molto ricco di spunti di riflessione, perciò ne prendiamo solo uno. E cioè vogliamo stringere il campo d’azione ai versetti 29 e 30 che riportano questa frase secca di Gesù : << Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. >>.

Ancora una volta chi ha in testa l’idea di un Gesù edulcorato dalla simpatica ingenuità dei Puffi mista alla tenerezza gigiona di Babbo Natale, si vede costretto a rinegoziare questa idea balorda scontrandosi col Gesù vero raccontato dai Vangeli. E, in effetti, la frase lascia poco spazio a fraintendimenti del tipo : …………ma no, dai, non è che a Gesù non piace la simmetria di due occhi e ci vuole tutti come tanti Ciclopi ? sei così bello con due occhi………..non è che Gesù vuole che ti mozzi una mano perché a Lui piace riattaccare le cose………cioè ? ma sì, come quella sera in cui Pietro tagliò un’orecchio al soldato e Lui gliel’ha riattaccato ? Oppure è un fan del Pronto soccorso ? eeeh…….insomma……..questo Gesù esagera però, spaventare così la gente !!!

Insomma, a Gesù non vanno bene le mezze misure ( le uniche mezze che gusterebbe penso che siano le mezze penne all’amatriciana ). Ma perché ? Quando abbiamo cominciato questo meraviglioso cammino 20 anni fa, il nostro amato Padre Bardelli ci diede un ultimatum simile a quello di Gesù : ci disse che se volevamo un fidanzamento bello e felice prima e un matrimonio poi ancora più felice e bello, avremmo dovuto scacciare immediatamente qualsiasi impurità dalla nostra vita: cuore, mente. occhi, mani, pensieri, azioni e intenzioni…..insomma ci siamo capiti, tutto !!!

Ecco cosa intendeva Gesù con quella frase; e poi col passare degli anni, abbiamo cominciato a tagliare i ponti con le situazioni che potevano diventare occasioni di peccato (in particolare dell’impurità ma poi si è esteso a tutto il resto): abbiamo tagliato i ponti con compagnie, abbiamo tagliato i ponti con la televisione, abbiamo reciso contatti (per esempio su facebook) che erano occasioni di impurità, abbiamo smesso di frequentare alcuni eventi mondani, e così via……ogni coppia di sposi ha la propria lista personalizzata. Cari sposi, noi siamo stati fatti per la purezza e la felicità eterna, e questa purezza esige il coraggio di recidere le radici cattive, le piante soffocanti, di liberarsi della zavorra dell’impurità per alzare finalmente in volo la mongolfiera del nostro sacramento matrimonio.

Coraggio, non siamo soli.

Giorgio e Valentina.

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Nella castità ho compreso il suo valore.

San Valentino è passato da pochi giorni. Per me è Luisa non è solo la ricorrenza della festa degli innamorati. Per noi è una data importante anche per la nostra personale storia d’amore. Ne approfitto per condividere la nostra testiminianza. Questa volta non da sposi, ma da fidanzati. Il giorno di san Valentino del 2001 chiesi a Luisa di sposarmi. Come ai vecchi tempi. In modo ufficiale, con anello di rito. Anello che lei ancora porta al dito, come una seconda fede. Eravamo fidanzati dall’ottobre del 2000. Da pochi mesi, quindi. Avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimeto grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo “capriccio” e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irratizione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità. La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse un frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato. In quel san Valentino di 19 anni fa io e Luisa abbiamo posto la prima grande pietra di una storia che ogni giorno è più bella perchè vissuta nella castità. Castità che è astinenza prima del matrimonio. Castità che è vivere sempre meglio il rapporto fisico, dopo il matrimonio. La castità ci ha salvato, ci ha educato a mettere l’altro/a al centro, a saper aspettare per accogliere l’altro nella verità e in pienezza. E’ stata una via per imparare ad amare sempre meglio. Una via che stiamo ancora percorrendo. Se ci sono riuscito io che davvero ero pieno di fragiità e ferite, alcune delle quali mi porto ancora dietro. Se ci sono riuscito io possono farlo tutti. Basta volerlo e conoscere che c’è anche questa strada. Una strada forse desueta e sconosciuta ai più, ma può ancora fare la differenza tra un matrimonio che funziona e uno che si perde. L’educazione all’amore casto che ci siamo donati nel fidanzamento è stata molto utile nel matrimonio. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà, per tanti motivi, a mancare l’incontro sessuale per periodi più o meno lunghi si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo. Per noi è stato così.

Antonio e Luisa

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Perle da Sanremo (Prima parte)

Una delle prerogative dei nostri articoli è che non nascono da una Legge calata dall’alto, ma da quanto il nostro cuore ci comunica. L’amore non è un attenersi ad una legge ma dare risposta alla nostalgia di pienezza del nostro cuore. Per questo la legge morale naturale, ripresa dalla Chiesa, non è una serie di norme frustranti ma un libretto delle istruzioni per vivere in pienezza ciò che siamo. Per questo ho cercato delle perle in tutte le canzoni di Sanremo. Quelle belle e quelle meno belle. Da qui una serie di articoli dedicati a questa mia ricerca.

Ricorda che devi fare benzina (Sincero – Bugo feat Morgan)

Abbiamo un serbatoio dell’amore che va riempito. Nel matrimonio non ci viene chiesto di prendere dall’altro/a ma di darci all’altro/a. Poi se l’altro/a fa altrettanto riceviamo anche ma non è scontato e non è qualcosa su cui possiamo agire direttamente noi. Il darsi dell’altro è solo un dono da accogliere e non una pretesa da imporre. Darci nel servizio, nella cura, nel corpo, nel tempo. Insomma darci completamente. E’ come se il nostro cuore fosse un serbatoio. Il matrimonio è fatto per dare il contenuto del nostro cuore all’altro/a. Questo serbatoio va però riempito ogni tanto. Per questo è importante trovare dei momenti nostri dove riempire il serbatoio facendo ciò che amiamo. Può essere la partita di calcetto, può essere andare a teatro, può essere un giro in bici, può essere andare dal parrucchiere. Ognuno sa cosa gli piace fare. Lo faccia. El’altro/a non si opponga. Fa bene alla coppia.

In cui tu sei il mio tempo ( Il sole ad est Alberto Urso)

Il matrimonio è il nostro tempo. La vocazione è il modo che Dio ha pensato affinché noi uomini e donne imparassimo ad amare, imparassimo a rispondere al Suo amore gratuito, fedele e misericordioso. La vocazione matrimoniale è esattamente questo. Imparare a riamare Gesù. Il matrimonio è una scuola che, giorno dopo giorno, ci aiuta a combattere il nostro egoismo. Ci aiuta a decentrare l’attenzione da noi stessi verso un’alterità diversa da noi. Ci aiuta a sentirci parte di una comunione d’amore (così definisce la famiglia Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio). Tu sei il mio tempo per prepararmi al matrimonio eterno con Cristo. Tu sei il mio tempo per imparare ad amare e, non meno importante, a farmi amare.

Tu sei l’unica messa a cui io sono andata (Ho amato tutto Tosca)

Questa mi è piaciuta tanto. Per tanti è così! Quanti sposi sono lontano dalla fede? Quanti sposi non partecipano alla Santa Messa? Quanti sembrano lontanissimi da Dio? Molti! Alcuni, magari inconsapevolmente, non sono proprio lontani. Ricordate che saremo giudicati sull’amore! Quegli sposi che non credono nel Dio uno e trino, non credono in Gesù vero uomo e vero Dio, ma vivono il loro matrimonio in modo autentico nel dono ricevuto e accolto non sono lontanissimi da Gesù. Sia chiaro che partecipare alla Santa Messa è importante ed è fonte di Grazia. Fare esperienza di Gesù nei sacramenti è una ricchezza enorme, ma Gesù non abbandona chi non lo riconosce nella Messa. Così il matrimonio diventa una Messa, cioè il luogo dove fare esperienza dell’amore, del dono gratuito ricevuto e dato, del perdono, della gratuità. Capite che per alcuni il matrimonio è l’unica occasione che hanno per fare esperienza di Dio. San Giovanni II durante uno dei suoi discorsi ebbe a dire: spesso per un uomo di oggi la sua fedeltà al matrimonio sarà l’unica occasione che avrà per diventare cristiano.

Antonio e Luisa

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#SanValentino..di chi è solo

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”..

Ricordo che i miei nonni, quando si avvicinava una festa a volte erano un po’ tristi per quel figlio lontano che non avrebbe potuto essere presente a condividere la gioia.

E’ così…quando c’è una bella ricorrenza chi non ha la possibilità di festeggiare come avrebbe voluto, si ritrova più amareggiato.

Allora l’articolo di oggi lo dedichiamo a tutti quegli sposi che sono soli. Si.

A tutti quegli sposi che avrebbero voluto festeggiare il San Valentino con il loro coniuge ma che oggi si trovano soli perché sono stati lasciati.

A tutti quegli sposi separati, che anziché aiutare con una preghiera e con una vicinanza vera, ci limitiamo a giudicare male.

A tutti quegli sposi che seguono i nostri Blog e che spesso cercano un po’ di ossigeno perché vivono momenti di difficoltà aspra.

Questo articolo è per voi. Questo San Valentino è per voi!

E’ un articolo per chi nonostante tutto avrebbe desiderato un pizzico di romanticismo in questo giorno…già, perché un po’ di romanticismo non ha mai ucciso nessuno.

Noi sposi che abbiamo la grazia di essere in due, oggi vogliamo pensare e pregare per voi che avete perso il vostro sposo o la vostra sposa.

Pensiamo e ricordiamo nel nostro cuore voi, che avete subito violenza da parte del vostro coniuge che avrebbe dovuto darvi solo carezze.

Siete nel nostro cuore voi, che non vi arrendete e restate fedeli al vostro matrimonio anche se avete subito la separazione…

Ma dedichiamo questo San Valentino anche voi, fratelli e sorelle che vi siete risposati e che vi sentite additati come appestati da chi non sa quanto pesi la solitudine.

Preghiamo per voi…e ricordate che se avete bisogno, potete chiedere aiuto alle vostre parrocchie, ai vostri amici cristiani, a qualche buon parroco che possa sostenervi in un cammino di fede che si…c’è anche per voi!

Questo san Valentino amaro, altro che da #baciperugina…è tutto per voi fratelli e sorelle che siete scappati dal vostro matrimonio, è per voi che non avete voluto affrontare le vostre paure, le vostre ansie e i vostri fantasmi e continuate a scappare via da vostra moglie o da vostro marito facendovi così tanto del male che oggi siete convinti che un bacio di una persona sconosciuta possa donarvi la vera gioia.

Questo San Valentino scritto di getto è per voi, è per noi…è per chi sa che l’amore è una strada piena di gioie e dolori ma nonostante tutto ci vuole stare dentro senza “se” e senza “ma”.

E’ per voi giovani coppie di sposi ed è per voi coppie “navigate”.

Questo San valentino è per noi, per tutti noi…imperfetti innamorati

Noi che sogniamo un bacio, una carezza e niente di più per sentirci a casa.

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Perché San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore

Lo so, il titolo è un po’ forte, evidentemente provocatorio. Quindi da leggere fino in fondo prima di tirare le somme.

Il fatto è che da diversi giorni, se non settimane, vedo continuamente l’incombenza di questa festa tramite proposte di pacchetti regalo hotel + spa, cene romantiche, uscite di libri o film, week-end fuori porta, e chi più ne ha più ne metta. Ma più vedo questa abbondanza di idee, più penso che sia tutto un po’ finto.

Finti questi regali, perché sono preconfezionati. Facile regalare l’amore preconfezionato. Facile regalare qualcosa quando hai l’imbarazzo della scelta.

Troppo facile regalare una scatola di cioccolatini, per andare sul semplice, quando non devi neanche pensare di farlo perché tutto intorno a te ti invita a farlo. Non sei convinto della scatola di cioccolatini? Che problema c’è, ci sono mille altre idee tra cui scegliere!

Finto, ancora, credere che l’amore sia regalarsi un momento speciale un giorno dell’anno in cui ti è praticamente “comandato” di farlo.

Molto meno facile e molto più vero farlo tutti gli altri giorni. Quando nessuno te lo suggerisce, nessuno se lo aspetta, nessuno ti fornisce idee su come “dimostrare” l’amore.

Ma se fosse tutto qui, non si capisce perché nel titolo San Valentino, da festa, rischia di diventare funerale.

E allora devo aggiungere un’altra considerazione. Il 14 febbraio è la festa degli innamorati: ecco perché potrebbe diventare il funerale dell’amore. Mi spiego meglio. Che tipo di “amore” si celebra a San Valentino? Quello delle farfalle nello stomaco, quello di io-e-te-tre-metri-sopra-il-cielo, quello di due cuori e una capanna… insomma, l’amore sentimentale e idealizzato. Finto, appunto, come i regali preconfezionati.

Quello che voglio dire è che questa festa rischia di confondere l’amore con ciò che amore non è ancora.

E si rischia di cascarci in pieno! Solo quando finisce la fase dell’innamoramento, la fase dell’idealizzazione, solo allora può iniziare l’amore, nella realtà delle fatiche, delle imperfezioni, dei difetti, della “voglia” di amare che a volte c’è, a volte non c’è.

L’amore che si incontra con la realtà, si costruisce giorno per giorno e non vive di sentimentalismo, ma se vuole crescere si ciba anche di “lacrime e sangue”. Amare è fare la “carrambata” di San Valentino o, se sei un uomo, scegliere di alzarti per primo da tavola per sparecchiare anche se non ne hai voglia ma vedi che lei è più stanca di te? Se sei donna, scegliere di morderti la lingua e, per quel momento, non scaricare addosso a lui la frustrazione della tua giornata, decidendo di, almeno, chiedergli prima come sta e com’è andato il lavoro? Sono solo esempi, ciascuno ci metta i propri.

Cosa è più facile? Cosa è più vero?

Sì, forse non per tutti San Valentino è sinonimo di amore fasullo e irreale, sicuramente qualcuno lo festeggia celebrando un amore maturo e vero. Sì, forse non per tutti San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore. Per tutti però l’amore vero ha a che fare con la morte, anzi, con le morti: del mio egoismo, del mio bisogno immediato, della mia voglia che manca.

Perché, come ha detto qualcuno, amare è voce del verbo morire. Ma attenzione, non è il morire per fare il funerale! È il morire che sa tagliare per fare spazio all’altro, che sa rinunciare per il bene dell’altro, che sa scegliere a volte la cosa più faticosa in quel momento, ma che darà una gioia più grande dopo. Come portare via la spazzatura dopo cena anche se non ne hai voglia, come fermarti un attimo dalle faccende domestiche che avevi programmato di fare e “perdere tempo” per bere un caffè insieme.

Giulia Cavicchi

Articolo originale a questo link https://cavicchigiulia.it/2019/02/04/perche-san-valentino-rischia-di-essere-il-funerale-dellamore/

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L’accidia uccide l’amore e il nostro matrimonio

L’accidia è uno di quei vizi che non sappiamo ben definire. E’ tristezza? E’ senso di vuoto? Malinconia? E’ mancanza di senso? E’ un po’ tutte queste cose, ma nel contempo, nessune di queste la contiene completamente. Come molte di queste emozioni negative possono dipendere motivi altri che non sono l’accidia. L’accidia credo di poterla definire una malattia dell’anima. Da non confondere con la depressione. Anche se spesso i sintomi sono simili. L’accidia è una malattia spirituale e necessità di un percorso di guarigione diverso. Una guarigione spirituale fatta di accompagnamento e preghiera. Una malattia che porta chi ne soffre ad avere uno sguardo miope. Chi soffre di questa malattia non riesce più a cogliere il bello della vita. L’accidioso ha perso la speranza e non vede nel proprio futuro una meta da raggiungere. Potremmo dire che è quello che vive alla giornata e si nutre non del bene profondo delle cose, ma dei piaceri immediati che riesce a percepire. Nella relazione matrimoniale, come in qualsiasi altra relazione affettiva, l’accidioso cerca solo piacere e gratificazione immediata per poter uscire da quel perenne stato di insoddisfazione in cui versa. Naturalmente si illude. E’ quello che fa grandi promesse quando si sente gratificato dalla relazione, ma che è capace di gettare tutto al vento quando ripiomba nella fatica del vivere. Senza un obiettivo grande, un obiettivo che sconfina nella trascendenza, che ha un orizzonte eterno, la vita ha un peso davvero tante volte insostenibile. Anche il matrimonio diventa per tanti sposi una pietra che li trascina a fondo e di cui si vogliono solo liberare e sgravare. Mi sovviene una riflessione di mons. Sequeri da me declinata in chiave sponsale. Il bene non vive da sè. Uno dei segni più sicuri del risentimento generato dall’accidia, dello svuotamento delle cose in cui abbiamo creduto fino ad ora è chiederci: In fondo cosa mi danno? Cosa mi dà il mio matrimonio? La domanda di una persona sana spiritualmente dovrebbe essere invece: Io cosa porto al mio matrimonio? Questo è il circolo vizioso dell’accidia. Circolo che può portare a scelte drammatiche e insanabili come il divorzio. Quando cominciamo a domandarci dopotutto cosa mi ha dato? Dopo tutto il tempo, tutta la dedizione, tutta l’impegno, tutta la cura che ci ho messo cosa sto ricevendo in cambio? Nel momento in cui dimentichiamo che la qualità spirituale è fatta di relazione e che va coltivata come la terra incominciamo a sprofondare nell’apatia, nella noia e nel risentimento. La bellezza del matrimonio è fatta invece di una passione condivisa con Gesù e non solo del piacere che scaturisce dalla relazione stessa. Invece spesso ci limitamo a chiederci cosa il matrimonio ci dà e non ci chiediamo più cosa noi possiamo portare ancora in quel matrimonio. In quel giorno non solo il nostro matrimonio comincerà a sprofondare ma noi stessi cominceremo a sprofondare. La nostra società è purtroppo fondata sull’accidia. Cresciamo i nostri figli nel narcisismo cercando di proteggerli da ogni male e da ogni dolore facendo di loro il centro del mondo. Così questi ragazzi, che poi diventeranno grandi e magari si sposeranno, saranno portati a giudicare il matrimonio come buono o non buono con una semplice domanda: cosa mi dà?

Che Dio preservi noi e il nostro matrimonio dal veleno dell’accidia.

Antonio e Luisa

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Lontano dalla folla

Nel vangelo di domani Gesù racconta una parabola alla folla. Non vogliamo soffermarci sulla spiegazione del contenuto della parabola perché Gesù è tanto chiaro quanto esplicito : <<……….E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo. >> Chi non capisce è perché non vuole capire.

Ma noi vorremmo mettere in risalto una frase dell’evangelista Marco precedente alla sopracitata : <<Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola……>>.

Ma glielo avranno chiesto in disparte per non fare brutte figure ? Si può immaginare qualche discepolo con la mano alzata, tipo scolaro in classe…….maestra non ho capito l’argomento, può rispiegarlo ? E magari Pietro che gli dà una gomitata intendendo: tira giù la mano che ci fai fare la figura dei peracottari……glielo chiediamo dopo quando la folla se ne sarà andata…..se glielo chiedi adesso ti disintegra con un’occhiata….e statte zittooooo ! Lascia fare…… e gli altri discepoli, guardando Gesù che parla, annuiscono fingendo conferma con quel movimento della testa tipo: eh,…sante parole……hai proprio ragione Gesù……..tanto dopo glielo chiedo in privato.

Non è l’unica volta che Gesù spiega le parabole ai discepoli in disparte. Ma perché ? A Gesù piace il rapporto vis-à-vis, a tu per tu, cuore a cuore; sì, parla alle folle in generale, ma poi entra nel dettaglio in un rapporto sincero di apertura di cuore. Anche noi sposi possiamo scegliere di stare con Gesù dalla parte della folla o dalla parte dei discepoli che poi si appartano con Gesù. E questa intimità con Gesù è fondamentale per crescere nel rapporto con Lui, per aumentare il nostro amore per Lui, e di conseguenza quello che ci scambiamo tra noi.

Gesù preferisce restare in disparte con noi, cari sposi. E badate bene che il Vangelo dice che Gesù entrò in una casa. Perché ? La casa rappresenta il luogo della familiarità, il luogo in cui tolgo le maschere e mi sento accolto, amato per ciò che sono, senza compromessi. Gesù parla sì alla folla ma….preferisce un rapporto in cui ci si guarda negli occhi.

Certo che se noi sposi continuiamo a essere folla, a rimanere con il baccano della folla, con il rumore assordante della folla, ci accontentiamo delle poche pretese della folla, non possiamo crescere nel matrimonio come vuole Dio. Per crescere nella nostra vocazione matrimoniale è necessario che facciamo come quei discepoli che seguono Gesù in quella casa : tradotto per noi significa stare davanti al tabernacolo quanto più possibile, e , quando non ci è possibile, nell’intimità della nostra casa in uno spazio dedicato alla preghiera. E’ lì, in quell’incontro a tu per tu con Dio, che sbocciano grandi Grazie, che fioriscono grandi propositi, che maturano le grandi scelte, che cresce il nostro amore per Lui e quindi quello per il coniuge.

Allora Gesù ci svela tante cose, ci illumina con la Sua Parola, ci conforta nel dolore, ci sostiene nella prova, ci incoraggia nelle scelte, ci stimola a fare della nostra vita una nave con le vele spiegate, ci riempie di una gioia indicibile, ci alimenta con la Sua pace, ci tranquillizza con la Sua serenità….se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ? Chi ci separerà dal Suo amore ? Niente e nessuno. Ma dobbiamo fare una scelta…lontano dalla folla.

Forza sposi, a noi la scelta. Folla o discepoli ?

Giorgio e Valentina.

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Se lei nell’intimità non prova piacere?

Oggi voglio rispondere ad una domanda intima in modo esplicito. Senza falsi pudori e moralismi. Una sposa privatamente mi ha chiesto se è lecito che durante il rapporto intimo lei possa farsi stimolare genitalmente dal marito visto che durante la penetrazione non raggiunge mai il piacere. Lei ne sente il desiderio. Vorrebbe condividere con lo sposo non solo la gioia dell’incontro, ma anche il piacere fisico che ne dovrebbe conseguire. Nel contempo lo sposo vive male questa situazione. Si sente incapace di darle piacere e così vive con sempre crescente frustrazione un momento che invece dovrebbe essere di comunione e gioia profonda. Lei non è sicura di chiedere al marito di stimolarla. Crede di scadere nella lussuria, nel piacere fine a se stesso. Stanno davvero così le cose? Io avevo già la risposta. Ho chiesto comunque conferma all’amico Piergiorgio Casaccia. Piergiorgio è medico ed ha conseguito un master in Sessuologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II. No, le cose non stanno così. Gli sposi con il matrimonio hanno iniziato un cammino di perfezione. Non solo per quanto riguarda la loro relazione di coppia, ma anche per quando riguarda i loro rapporti intimi. Cosa voglio dire? Che la santità nel matrimonio passa anche da come fanno l’amore. L’amplesso è il loro gesto sacro che diventa una vera e propria liturgia. E’ un gesto che concretizza nel corpo l’unione dei cuori dei due sposi. Essere una carne sola per sperimentare la presenza dell’altro/a nel cuore. Il piacere fisico è voluto da Dio stesso per premiare gli sposi che hanno deciso di donarsi vicendevole e in modo totale. Poi, come tutti i doni di Dio, può essere usato in modo autentico o falso. Ma questo è un altro discorso. Il Catechismo è chiaro su questo argomento. Al punto 2362 troviamo scitto:

Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione

Premesso tutto questo e che, quindi, gli sposi devono cercare di conoscersi sempre meglio e trovare il modo di vivere questo gesto in modo che sia autentico, rispettoso della sensibilità dei due sposi e soddisfacente per entrambi la risposta alla domanda iniziale è semplice. Se lei non sente nulla? Se gli sposi hanno concluso l’atto in modo completo e nonostante ciò la sposa non è giunta al piacere non solo è lecito ma è gesto di carità ed amore da parte dello sposo aiutare la sposa a condividere il piacere che lui stesso ha appena sperimentato. Non è assolutamente peccato ma fa parte dell’essere coppia. Anche San Giovanni Paolo II nel suo Amore e responsabilità afferma: quando una donna non trova nei rapporti sessuali la naturale soddisfazione, legata all’acme dell’eccitazione sessuale (orgasmo) c’è da temere che ch’essa non senta pienamente l’atto coniugale, che non v’impegni la propria personalità totale. Quindi secondo il Papa questa stimolazione è parte integrante dell’atto completo, supplisce per condurre la donna a un piacere necessario per vivere il gesto nel giusto modo.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Spero di aver risposto a quanto richiestomi. Ho deciso di rispondere pubblicamente perchè Piergiorgio mi ha confermato essere un quesito che tante persone gli pongono.

Antonio e Luisa

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Noi così fragili ed imperfetti siamo luce del mondo e sale della terra?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. E’ già tanto che restiamo sani di mente! Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Noi!! Non è possibile!

Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Spesso guardiamo con invidia quelle famiglie che hanno qualcosa che a noi manca e non valorizziamo e rendiamo grazie a Dio per i nostro punti di forza. Per i nostri talenti.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce! Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo senza implodere nel vostro dolore ma donando l’amore di cui la vostra coppia è colma. Siete luce!Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che vivete in un perenne disordine un po’ schizzato ma nella gioia del dono reciproco. Siete luce! Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che proprio voi siete portatori di una luce abbagliante. La luce di chi è capace di restare fedele anche sulla croce, come anche Gesù è stato capace di fare. Voi che accogliete ed amate un figlio disabile e mostrate al mondo come la fragilità non sia solo sofferenza e difficoltà ma un invito ad amare sempre di più e sempre meglio. Siete luce! Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla. Se lo avete già visto nella modalità che vi offro sono sicuro lo riguarderete volentieri. Io l’ho visto almeno una quarantina di volte.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

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Benigni peccato! Hai mancato il bersaglio.

Benigni a Sanremo ha parlato del Cantico dei Cantici. Avendo scritto con la mia sposa Luisa un libro sul Cantico (Sposi sacerdoti dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice) mi sono sentito particolarmente interessato al tema proposto dal comico. Ho letto di tutto. Commenti entusiastici, gente scandalizzata, addirittura c’è chi ha accusato il premio Oscar di blasfemia. Ridimensioniamo tutto. Benigni non è un esegeta e si vede. La gente non lo ascolta per comprendere la Sacra Scrittura, almeno lo spero, ma per lasciarsi meravigliare e avvolgere dalla bellezza che traspare spesso da ciò che dice e da come lo dice. Al netto di tutto Benigni ha avuto un grande merito. Quello di portare al pubblico televisivo un testo meraviglioso come il Cantico dei Cantici. Ha avuto il grande merito di svelare la lettura più umana e letterale di questo testo senza per questo renderlo meno bello e meno regale. Non ha avuto, però, il coraggio o la capacità di andare a fondo nel testo e per questo alla fine ha mancato il bersaglio. Si è fermato all’elogio dell’amore erotico, della carnalità dell’amore. Che non è l’amore. L’amore erotico è davvero amore solo quando è parte di un amore totale. Quando è parte di un amore fatto sì di carne, ma anche di dono e di amicizia. Il Cantico dei Cantici è parola di Dio proprio perchè è capace di raccontare l’amore nella sua dimensione più completa. L’Eros è fatto di meraviglia e contemplazione proprio perchè è capace di andare oltre la superficiale dimensione corporea della persona e l’attrazione erotica, e diventa la porta che apre al cuore dell’altro/a. Una relazione che si concretizza nel corpo, nei baci, nelle carezze, negli abbracci fino ad arrivare all’amplesso e alla compenetrazione dei corpi, ma che non si esaurisce alle sole sensazioni corporee. Gesti che non servono ad un effimero e superficiale piacere corporeo, ma che permettono un piacere molto più profondo fatto di relazione, di comunione, di anime che si fondono e di cui l’orgasmo è una parte importante, ma non la sola e non la più appagante. Il Cantico è scandaloso per questo. E’ stato scritto 500 anni prima di Cristo in una società seminomade maschilista e patriarcale. Eppure la donna ha un ruolo attivo, partecipa all’amore perchè l’amore non si subisce ma si accoglie e si dona. Per questo è entrato con difficoltà tra i libri sacri. Per questo per secoli si è preferito evidenziare soltanto il suo significato mistico. L’amore tra Dio e il suo popolo. L’amore tra Gesù e la sua Chiesa, per noi cristiani. Pian piano però la verità sta venendo fuori. Perchè lo Spirito Santo non si può ingabbiare nelle nostre paure e nei nostri tabù. Finalmente tanti autori raccontano oggi il Cantico per quello che è: una meravigliosa relazione d’amore tra un uomo e una donna. Questo non nega la lettura mistica e allegorica del Cantico. Il Cantico continua a raccontare l’amore di Dio. Semplicemente l’immagine che più rappresenta l’amore di Dio, cioè come Dio ama, è proprio costituita dalla coppia di sposi. Guardando due sposi che si amano possiamo comprendere qualcosa di come Dio ama. Quindi una lettura non esclude l’altra, ma al contrario l’una richiama l’altra rendendo l’amore di Dio qualcosa di concreto e di cui possiamo ammirarne il volto. Ammirarlo in quello di due sposi che si amano e si donano l’un l’altra anche nell’amplesso fisico che diventa per loro una vera liturgia del loro sacramento e gesto sacro, gesto voluto da Dio. Gesto con cui fare esperienza di Dio. Dicevo però che Benigni ha sbagliato il bersaglio. Ha scoccato la sua freccia verso la direzione giusta, ma poi la traiettoria ha deviato e non è riuscito a raccontare l’amore del Cantico. Non è riuscito a raccontare la bellezza autentica dell’amore. Bellezza che nasce da un amore fatto di dono, servizio ed amicizia e che si concretizza nel corpo attraverso un amore tenero ed erotico. Solo amando così il corpo dell’amato/a resterà qualcosa da contemplare, una meraviglia di cui non ci si stanca mai perchè sarà trasfigurato da una vita d’amore che gli sposi sperimentano ogni giorno, nella loro quotidianità. Questo è l’amore del Cantico, questo è l’amore che Dio ha pensato per noi, questo è l’amore che voglio sperimentare con la mia sposa. Non quello proposta da Benigni che, seppur raccontato con enfasi e sentimento, mi appare una briciola in confronto a ciò che ho sperimentato in questi 18 anni di vita matrimoniale con la mia sposa. Rendiamo merito comunque a Benigni di averci dato la possibilità di ribadire qualcosa di vero ma poco conosciuto. Come dice Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Non vergogniamoci mai di raccontare quanto è bello amarsi con Gesù. Come è bello fare l’amore e farci amore l’un l’altra.

Antonio e Luisa

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nella gioia e nel dolore. Ma nel dolore di chi?

Youtube ormai mi conosce. Tra i vari video consigliati mi ha proposto una conferenza dello psicoterapeuta Roberto Marchesini. Mi ha incuriosito perchè ho letto alcuni suoi libri e li ho trovati molto veri e aderenti a quanto cerchiamo di raccontare anche noi attraverso questo blog, i nostri libri e i corsi. Ho iniziato ad ascoltarlo, un po’ distrattamente mentre facevo anche altro, quando mi ha catturato una frase! Marchesini ha affermato un’ovvietà, ma che io non avevo mai preso in considerazione. Quando, durante il rito del matrimonio, promettiamo di amare l’altro/a sempre nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia ci stiamo davvero mettendo in gioco tantissimo. Stiamo giocando tutta la nostra vita. Siamo portati a pensare che il dolore e la malattia sia dell’amato/a. Viene facile quindi promettere di restargli/le fedele quando si trova in una condizione di fragilità e di debolezza. Diverso è il punto di vista offerto da Marchesini. Prometto di amare ed onorare l’altro/a quando io sono nel dolore e nella sofferenza, quando io sono nella malattia. Capite che già così è un tantino diverso. Cominciamo ad avere qualche riserva. Come! Se io non sto più bene con lui/lei devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi fa star male, magari mi tradisce, devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi abbandona e se ne va devo continuare ad amarlo/a?

Esattamente così! La mia promessa mi chiede di continuare ad amare quella persona.

E qui casca l’asino. Quanti credono ancora che sia giusto continuare ad amare l’altro/a? Credo pochissimi. E’ normale che sia così! Marchesini stesso rileva che nel reparto di psicologia delle librerie la maggior parte dei testi tratta della cosiddetta self psychology. Testi che tratanno di come prendersi cura di sè per stare bene ed essere felici. Prendersi cura di sè va benissimo, sia chiaro, ma non è ciò che ci può davvero dare senso alla nostra vita. Questo tipo di atteggiamento porta a centrare su di sè ogni bisogno e ogni desiderio. Questo non è l’amore. Questa non è la felicità. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo dell’aumento di persone che necessitano di cura psicologica nonostante nella nostra società occidentale ci si prenda molto più cura di se stessi e la cultura dominante ci renda sempre più narcisisti ed individualisti. Forse perchè la felicità risiede altrove. Dove quindi? Nell’amare gli altri, cioè nel decentrare l’attenzione da sè per concentrarla sull’altro/a. Io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro/a, quando mi dono all’altro/a, quando sono capace di sacrificio per l’altro/a. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci complemente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Tanti matrimoni falliscono perchè ci si sposa per il motivo sbagliato dice Marchesini. Ci si sposa per essere felici! Quale illusione! Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera.

Racconto un aneddoto che al tempo in cui lo ascoltai la prima volta restai scandalizzato e turbato. Ora lo comprendo. La nostra guida spirituale padre Raimondo, a una donna che lamentava il tradimento da parte del marito e chiedeva cosa fare, disse: Amalo di più per riattirarlo a te. Questo Gesù ha fatto per noi e questo gli sposi sono chiamati a fare. Hanno promesso di farlo, con la Grazia di Dio. Dai la tua volontà di farlo e Dio ti darà la forza che adesso non credi di avere.

Antonio e Luisa

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L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo” possa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/01/la-luce-oltre-le-luci/

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Vengo anch’io? No, tu no !

Il Vangelo di ieri ci presenta Gesù in una azione tra le tipiche del Messia: scacciare i demoni; infatti viene descritto un esorcismo nel quale un uomo è posseduto da una Legione di demoni, non uno solo ! Ci piace molto questo brano per diversi motivi: innanzitutto sbugiarda chi dice che il diavolo e i suoi demoni non esistono, che è solo frutto della fantasia di qualcuno; secondariamente zittisce chi vuole sminuire la figura di Gesù/Dio facendolo passare per uno che guariva gli epilettici e non gli indemoniati; inoltre si attesta che il diavolo e i suoi demoni obbediscono a Gesù (forse più di noi in alcuni frangenti); ed infine anche i diavoli riconoscono la divinità di Gesù chiamandolo “Gesù, Figlio del Dio altissimo”, quindi per riconoscere che Gesù è il Figlio dell’Altissimo non serve chissà quale fede gigante, ma senza fede vera Gesù non diventa il Signore, anzi il mio Signore. Ma apriremmo altri capitoli lunghissimi.

Oggi però ci soffermiamo sulla parte finale del brano citato : << Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati. >>

Ma come ? Questo poveretto appena liberato dai demoni Gli chiede “vengo anch’io ” e si sente rispondere “No, tu no “. Riecheggia già nella mente il simpatico motivetto della famosa canzone. Questo tizio lo supplicava, quindi verosimilmente avrà insistito un po’….tipo….dai Gesù ti prego fammi venire con te…..posso? Dai…..sto in un angolino zitto zitto buono buono, non ti accorgerai neanche di me……..poi magari girandosi verso Pietro……..vengo anch’io ? e Gesù : no, tu no. Vai invece nella tua casa ecc……insomma …questo Gesù non è proprio uno che bada all’etichetta. Ma perché avrà risposto così a quell’uomo? Non sarebbe stato meglio portarselo con sé anche solo per avere un promoter ? Un testimonial credibile della sua campagna promozionale ? Giusto per avere qualche follower in più…con una recensione del genere !!!

E invece no. Gesù è uno che fa cose inaspettate e di primo acchito incomprensibili. Anche noi, toccati dalla Grazia, siamo come quell’uomo. E non dobbiamo scegliere la strada più facile per seguirlo. In fondo se fosse rimasto al seguito di Gesù….avrebbe predicato ancora e sempre Gesù, e poi….sul più bello avrebbe tirato fuori l’asso dalla manica……chiedete a quest’uomo che prima di incontrarmi era indemoniato….il grosso del lavoro lo avrebbe continuato a fare Gesù e l’ex-indemoniato (tutto sollevato dalla responsabilità) si sarebbe limitato a confermare quanto predicato dal Maestro. Comodo no?

Cari sposi, quanto invece è più difficile obbedire al Maestro e tornare nella nostra casa, dai nostri affetti, e annunciare ciò che il Signore ha fatto per noi/me ! Quante energie, quanto rimetterci la faccia, quanto ci giochiamo la reputazione nel girare per la nostra Decapoli e proclamare ciò che il Signore ha fatto per noi ! Ci vuole coraggio, una forza da leoni ! Basta con i freni inibitori che sono solo cose legate a questa terra, a questa umanità. Il mondo ha bisogno di sposi evangelizzatori, in parole e in azioni…..cosicché anche quelli che incontriamo si possano meravigliare della grandezza di Dio così come è successo alla gente che ha incontrato quell’uomo ex-indemoniato.

…….la coppia: Vengo anch’io ? Gesù: No, tu no ! Hai un altro compito !!!

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina

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Dai suoi difetti ai miei!

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei.

Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Essere genitori significa lasciar andare.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

  1. Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.
  2. La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportsare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la colpa per la nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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Uno sguardo ravvicinato alla fede nuziale

Ispirato dal recente articolo di Antonio mi sono messo a contemplare la fede nuziale a modo mio: molto da vicino, usando una lente speciale. Mi piacciono i dettagli e mi è venuta voglia di osservarli (come direbbe Valeria: “sei un po’ pignolino amore mio”). Quindi attrezzi alla mano ho zoomato al massimo e… cavoli! È stato come osservare la faccia della luna! La superficie non assomigliava per niente a quel liscio cerchio splendente che vedevo “da lontano” ma anzi, era piena di solchi, graffi e screpolature, intaccata da centinaia di segni che visti così da vicino facevano orrore. Certo, non mi aspettavo una superficie a specchio, sono passati anni e anche a occhio nudo l’anello è opacizzato ma l’effetto è stato comunque sorprendente, talmente sorprendente che sono rimasto ad osservare quella superficie a bocca aperta per molti minuti. Quanta differenza! È incredibile che lo stesso oggetto possa apparire in due modi così diversi, cambiando semplicemente la distanza dal quale si osserva!

Ho due riflessioni che ho tratto da questa breve esperienza, la prima nasce dall’immediato accostamento anello-matrimonio: mi sono accorto che anche il matrimonio cambia completamente aspetto dipendentemente dalla distanza di osservazione, solo che le persone sposate di solito non se ne rendono conto. Gli sposi ovviamente vivono il proprio matrimonio da vicinissimo e in questo modo ne vedono ogni minimo difetto, molto chiaramente e molto bene, spesso sembra che questi difetti siano ferite profondissime e bruttissime, tali da sfigurare orribilmente il matrimonio stesso. Possono essere discussioni, incomprensioni, mancanze di gesti d’amore o qualunque altra cosa, ma la particolarità è che anche quando sono piccolezze, solo per il fatto che sono vissute sulla propria pelle, da vicinissimo, le fanno sembrare cose enormi e irreparabili. Eppure basterebbe così poco: fare un passo indietro e guardare tutto l’insieme, così ci si accorgerebbe che stavamo guardando un piccolo graffio quasi trascurabile e che non eravamo capaci di vedere in quanto amore abitiamo ogni giorno. Certo, mica è facile, dovremmo estraniarci proprio nel momento in cui ci sentiamo feriti, avere le mente lucida e non farsi coinvolgere proprio dalle cose più vicine a noi stessi, un compito quasi impossibile. Un ottimo modo di cambiare punto di vista è coltivare l’amicizia con altre coppie di sposi, a me e Valeria ad esempio ha fatto benissimo confrontarci con i nostri amici nell’Intercomunione delle famiglie o in altri ambiti, questo aiuta moltissimo, ci si rende conto che più o meno abbiamo gli stessi difetti degli altri ma quando si guarda una coppia dall’esterno si vede quanto è affiatata, quanto è preziosa, quanto bello e luminoso sia il loro matrimonio. Mal comune mezzo gaudio? No, non è così! Si tratta di avere davanti un esempio di sposi che nonostante i loro piccoli difetti sono splendidi perché sono sposi! E se gli altri sono così allora anche il mio matrimonio splende giusto? SI! Splende! Credeteci se gli altri ve lo dicono, è vero! Gli altri vi guardano da “un passo più indietro” e riescono a cogliere la bellezza in tutto il suo (vostro) splendore! Cercate le altre coppie di sposi, confrontatevi e ammirate quanto sono belle, è la stessa bellezza che si vede in voi!

L’altra considerazione: è vero, il mio anello è pieno di segni, la prima cosa che ho pensato è che fossero brutti e per di più ho pensato che simboleggiassero qualcosa di brutto nel mio matrimonio, ma come li ho fatti? Non li ho fatti forse lavorando? O insegnando ai miei figli o facendo qualche compito in casa? Ma certo! L’anello non lo tolgo mai, proprio mai e naturalmente è segnato da ogni avvenimento trascorso dal momento delle mie nozze in poi. Ci posso leggere tutta la mia vita dal primo giorno di matrimonio ed è un’opera d’arte! In pratica non è scalfito, è scolpito! L’ho fatto amando! Mi tornano a mente le parole di Papa Francesco durante il discorso ai fidanzati a San Valentino del 2014: “…Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria…” è un’immagine bellissima! Mi piace pensare che gli sposi siano gli orefici e che Dio sia colui che ci affida la materia prima, l’oro, per farne un bellissimo gioiello, ed è proprio vivendo quotidianamente che lavoriamo a questo compito, creando con pazienza e dedizione una anello unico e irripetibile, immagine dell’amore di Dio nella nostra personale interpretazione.

Se penso che l’unico modo di non graffiare l’anello è quello di non portarlo, magari lasciandolo chiuso in un cassetto… rabbrividisco, sarebbe come tradire la fiducia di Dio che mi ha affidato l’oro per farne un gioiello, che mi ha donato la mia sposa per crescere insieme nell’amore, ma che avrei ignorato. Invece eccomi qua, a contemplare una superficie piena di segni con l’occhio dell’artigiano che vede prendere forma al suo lavoro, che non vede l’ora di continuare a lavorarci immaginando altri segni, altri giorni, altri gesti d’amore.

Ranieri e Valeria

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“Ho sognato la Parola di Dio! Wow!!”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“Ma ti rendi conto?!” disse una moglie a suo marito.

“Oggi nel Vangelo si parla della semina della Parola di Dio nel cuore dell’uomo…ci sono quelli che accolgono la Parola e quelli che apparentemente la accolgono e quelli che…”

“Quale Parola?!” soggiunse il marito.

“Come quale Parola? La Parola di Dio!!” apostrofò saccentemente la moglie.

“E cosa dice questa Parola? Che Parola è? Io ad esempio dico una parola…tipo…casa. Ecco, casa è una parola…come lo è anche andare…si, anche questa è una parola. Che Parola è questa Parola di Dio che viene seminata…cosa dice questa Parola?…non riesco a capire…”

La moglie era già pronta a partire con la catechesi ascoltata su Whatsapp, ma a questa domanda così ingenua di suo marito non seppe sinceramente cosa ribattere e anziché lasciarsi interrogare profondamente, chiuse il discorso dicendogli snervata: “Sei il solito zuccone, non capisci nulla!!!”

“Sei il solito zuccone…non capisci nulla…vedi” disse il marito “questa è la tua parola…anzi…sono più di una, ma esprimono un unico concetto: per te non valgo nulla.”

L’ora era tarda…ognuno si girò sul suo cuscino e si addormentarono senza neanche dirsi buona notte…senza rivolgersi neanche una parola.

Lui fece un sogno.

La scena era simile a quella del Vangelo. Sotto al sole che picchiava c’era un seminatore con un grandissimo cappello di paglia sul capo che aveva due mani grandissime rovinate dal duro lavoro. Con una mano teneva un sacco pieno di semi e con l’altra raccoglieva i semi e li lanciava spargendoli sulla terra.

I semi erano fatti di un materiale particolare. Erano come quelle spugnette che quando le compri sono dure e minuscole…poi basta bagnarle che si aprono e si ammorbidiscono.

Ecco…questi semi erano così. Allora il marito “sognatore” si appostò dietro un cespuglio, e un seme gli cadde sulla testa. Appena il seme sfiorò il suo capo ecco che si aprì facendo intravedere una parola scritta.

Ora finalmente poteva soddisfare la sua curiosità, aprì il seme e lesse cosa c’era scritto.

Nel seme era impresso il suo nome, ovvero Antonio, e sotto riportava questa frase: “Antonio…tu sei l’amato da Dio”.

Lesse e rilesse quelle parole mille volte…e non poteva smettere di leggere poiché questa parola gli dava tanta felicità.

Si svegliò che ancora immaginava di leggere quel seme..e ripeteva con la sua bocca: “…io sono l’amato…io sono l’amato….io…sono….l’amato da Dio.”

Svegliò di soprassalto sua moglie che lo guardò con gli occhi sgranati di chi stenta a capire se sta ancora dormendo o se è già sveglio e le disse a voce alta: “Ho capito cosa dice la Parola di Dio!!!! Ho capito cosa dice Dio quando parla!!!”

Sua moglie lo guardò con sufficienza e si rigirò dall’altra parte. In quel momento il marito avrebbe voluto umiliarla con qualche parola dura…ma poi si ricordò che su quel seme c’era scritto: “Antonio, tu sei l’amato!” e decise di desistere dall’ira…abbracciò sua moglie che lo aveva maltrattato e si addormentò accanto a lei stringendola a sé.

Tutto era compiuto. Sapendosi amato ora Antonio, il marito della storiella, poteva essere libero di amare anche quando sua moglie decideva di non amarlo.

Ricorda che sul quel seme c’è scritto anche il tuo nome…ricordalo sempre e farai parte di coloro che

<<….coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno>>. Mc 4,1-20

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quei giorni che abbiamo voglia di litigare.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

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Ti riconsegniamo il nostro amore!

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, quando ci prendiamo per mano io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa

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Girando lo sguardo

Il Vangelo di oggi è breve ma denso; è una piccola parte di un brano più lungo che comincia così :<< 20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé>>. Quindi il motivo per cui i parenti di Gesù si fanno vivi è perché si preoccupano dell’appetito di Gesù; non vogliamo mancare di rispetto alla Santissima Vergine, però sembra che anche lei si preoccupi che il figlio mangi, che sia sazio, che non gli manchi il necessario, come tutte le mamme del resto. E già su questo particolare ha tanto da dirci questo Vangelo. Non perché vogliamo mettere in luce una possibile mancanza di fede della Madonna, ce ne guardiamo bene anche solo dal pensarlo, ma semplicemente perché questo atteggiamento di preoccupazione/sollecitazione materna da parte anche della Vergine Purissima, ci fa intuire che anche per Lei è stata una sorpresa continua la vita a fianco di Gesù, non tutto ha capito subito, ma………serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore materno. E lì il segreto: il silenzio interiore.

Ma veniamo al punto di questo racconto che oggi ci interpella più direttamente. Finalmente i parenti di Gesù lo trovano e : <<31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre.>>

Ammazza che paroloni ! Chi pensava ad un Gesù tenerone tipo Winnie Pooh o Babbo Natale dovrà ricredersi. Ma Gesù non era mica quello tutto sdolcinato, misericordioso, sempre gentile, mai sgarbato, una specie di nobile inglese uscito dalla Oxford ? Se vogliamo essere buoni chiudiamo un occhio su “miei fratelli”……. ma su “mia madre”…..NO dai !!!! Cosa avranno pensato quelli dentro la casa ? Ma questo qui è in terapia ma non da uno bravo, gli giro il numero di quello giusto…………..ma poi rinnegare (apparentemente) la madre noooooo…..visto che mater certa semper est. Senza contare che se la Madonna, da fuori, ha sentito tutto cosa avrà pensato?

Ad ogni modo ci ha colpito quel “girando lo sguardo”. E sappiamo bene che lo sguardo di Gesù è penetrante, è come una lama a doppio taglio, va in profondità, scruta, non ti lascia via di scampo. Se ci fossimo stati lì noi sposi attorno a Lui, avrebbe detto lo stesso di noi? Quando Gesù guarda la nostra coppia, scruta il nostro cuore matrimoniale, cosa vede ? Può dire di noi che per Lui siamo fratello, sorella e madre ? Cioè (tradotto) può riconoscere nella nostra vita di tutti i giorni ( ricordiamoci che ci siamo promessi di amarci ed onorarci TUTTI i giorni, ergo…..è un impegno che devo rinnovare ogni santo giorno ) che il nostro amore, che ci scambiamo vicendevolmente, è compiere la volontà di Dio ? Gesù, anche oggi, sta “girando lo sguardo” sul nostro matrimonio, rendiamoci degni di essere per Lui fratello, sorella e madre; ossia importanti come e forse anche di più dei legami di sangue.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

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Le Beatitudini, qui ed ora: per una vita piena.

Mi trovo a scuola, dove lavoro con i bambini dai tre ai sei anni. Ancora sento dentro di me la scia di luce e di intima gioia lasciata dal sorriso di una bimba. Una bimba che con il suo silenzio e con il suo essere quasi invisibile grida il suo bisogno di essere guardata, riconosciuta, amata.

Un grido che è arrivato e ha raggiunto i miei occhi, perché era senza voce, delicatissimo. E poi è giunto al mio cuore. Ho iniziato a guardare spesso questa bimba, ad avvicinarmi a lei un po’ alla volta, a restituire consistenza e visibilità a quella piccola creatura spaventata. E mentre lo facevo ho contattato anche quella piccola parte dentro di me tante volte ha desiderato di essere vista, ascoltata, conosciuta, e tante volte è stata delusa. Ho ripercorso dentro di me la strada della mia vita fino ad oggi. Ed ecco: benedico Dio per ogni passo della mia storia anche, e soprattutto, per quei passaggi difficili, per cui ho sofferto ma che hanno contribuito a rendermi ciò che sono oggi. Certo, non sono masochista, e so che non è la sofferenza che mi ha fatto crescere, ma il fatto di aver trovato qualcuno che mi aiutasse a starci dentro e a rileggerla, poi, in un’altra prospettiva. È stata la relazione con qualcuno a salvarmi, e sicuramente non ce l’avrei mai fatta da sola, perché io quello che potevo fare già lo stavo facendo. E non era sufficiente per salvarmi. Il male del nostro tempo storico e della nostra società è proprio questo: l’autoreferenzialità e l’autosufficienza. Non c’è un inganno più grande di questo! Le nostre ferite che ci portiamo dentro vengono sempre dalle relazioni e solo nella relazione possono guarire. E allora lì, Dio è intervenuto con me, proprio come io oggi sto facendo con questa bambina. Mi ha ridato la gioia di non essere sola, ha restituito un senso al mio vissuto e mi ha guidata per mano alla scoperta del tesoro che è per me tutta la mia storia. Questo, ovviamente, è accaduto tramite delle persone concrete, come la guida spirituale e altre figure di riferimento. Attraverso le ferite/feritoie della mia storia si sono aperti degli squarci di luce, di “beatitudine” (non per niente io sono sr. Ebe Lucia delle Beatitudini!): la felicità che ci offre il Signore non è superficiale, frivola o passeggera, ma nasce proprio lì dove nessuno se lo aspetterebbe. Chi avrebbe mai pensato che si può essere felici nella fatica, nel pianto, nella povertà…? Beh, io prima non avrei mai pensato che questi “poli opposti” della nostra esperienza potessero stare insieme! Ebbene, questa è la promessa di Dio a ciascun cristiano che si lasci interrogare dalla storia e dalla sua storia: «Beati voi»! Questo è il cammino che mi piacerebbe fare insieme a voi. L’ho capito quando oggi, dopo mesi che lavoro con lei, questa bimba si è rivolta verso di me, ha incontrato il mio sguardo e, per la prima volta, mi ha sorriso tenendo fissi i suoi occhi nei miei, senza distoglierli. Il suo sorriso oggi vale la pena di tutto ciò che ho vissuto e che mi ha portato fin qui.

Suor Ebe

Articolo originale su Amati per amare 

 

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Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Il Vangelo di questa domenica presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (in alcune traduzioni Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Contemplare la fede che portiamo al dito significa immergersi nell’infinito di Dio.

Oggi una riflessione così di getto che mi è venuta dal cuore mentre contemplavo la fede che porto al dito. Un anello che non è solo da guardare, ma da contemplare perchè racchiude, nella sua semplice perfezione, una verità così grande che è davvero incredibile pensare possa essere racchiusa in quell’oggetto così piccolo.

L’anello nuziale ha diverse caratteristiche ed ognuna di esse ci può dire tanto. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Ci sono tantissime riflessioni che si possono fare contemplando le fedi, davvero tante! Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre Cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettere l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Inciso all’interno c’è la data del matrimonio e il nome dell’altro/a. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro/a. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Antonio e Luisa

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