A voce alta per studiare.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca : non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Questo brano fa parte di un capitolo tra i più commoventi e carichi di sentimenti materni, ed è divenuto famoso nel 1987 grazie ad una canzone del gruppo Gen Verde, oltre all’aspetto musicale che può risultare più o meno piacevole questo canto ha sicuramente il pregio di aver riportato in auge un brano della Parola di Dio che altrimenti avrebbe rischiato di andare nel dimenticatoio per tanti cristiani.

Abbiamo già trattato l’anno scorso questo brano di Isaia in due articoli, partendo nel primo dalle caratteristiche dell’acqua e nel secondo da quelle della neve, oggi vedremo un altro aspetto a cui ci richiama questo brano. Per aiutarci partiremo da una realtà della vita comune per poi traslare ed applicare lo stesso metodo per la vita spirituale: come facciamo quando dobbiamo ricordarci qualcosa?

Pensiamo a esempio quando prendiamo al telefono un appuntamento per una visita: per ricordarci indirizzo, data ed orario ripetiamo ad alta voce più volte fino a che non troviamo carta e penna per un promemoria ; oppure se ci viene comunicato un codice alfanumerico da ricordare come una password lo ripetiamo diverse volte ad alta voce per fissarlo nella memoria. E’ un meccanismo che ci aiuta perché quando parliamo a voce alta praticamente ascoltiamo noi stessi come fosse un’altra persona, e già solo il ripeterlo qualche volta è un meccanismo mnemonico.

C’è un altro metodo che giova molto alla memoria: se vogliamo ricordare qualcosa di importante su cui meditare basta addormentarsi ripetendo una frase di promemoria e ci sveglieremo con in testa quella frase che testardamente ritornerà a galla durante tutta la giornata… ecco perché a chi deve affrontare un’interrogazione l’indomani viene suggerito di andare a letto la sera prima ripetendo o leggendo il testo della lezione.

I maestri di spirito e i Padri della Chiesa ci insegnano che per meditare la Parola di Dio bisogna addormentarsi leggendo il versetto che ci ha colpito in quella giornata o ripeterlo a noi stessi a viva voce ed automaticamente ci si sveglierà con quella Parola nella testa, la quale riaffiorerà più volte nel corso della giornata tra un’occupazione e l’altra, è così che piano piano essa penetrerà nel cuore e ne diventerà fertilizzante per la nostra anima.

La Parola di Dio ha bisogno di penetrare nel terreno del nostro cuore e di restarci tutto il tempo che occorre per fertilizzarlo, ed Isaia ci dice che finché essa non ha compiuto il suo lavoro non torna al cielo, un modo come un altro per dire che Dio non si dà per vinto, ma, al contrario, insiste con il nostro cuore fino all’ultimo nostro respiro affinché non moriamo impenitenti; la Sua insistenza però non è pedante ma è dolce e tenera, in ogni caso i Suoi inviti non sono imposizione perché Lui non è il grande burattinaio e noi sue marionette mosse dai suoi fili, ma Lui è Il Padre che insiste con il cuore dei Suoi figli lasciando in essi la nostalgia del Suo grande amore; affinché essi ritornino a Lui grazie ad una loro decisione presa in piena libertà come risposta ad un Amore che continuamente fa risuonare la Sua voce come una brezza leggera ma continua.

Innanzitutto non dobbiamo temere che la Parola di Dio non sia efficace, dobbiamo temere piuttosto che il terreno del nostro cuore non sia come il cemento armato che non lascia passare nulla.

Cari sposi, avete un coniuge un po’ sordo ai richiami di Dio? Fatevi voi il dolce ripetitore di quelle frequenze, senza diventare pedanti ma usando le armi che il Matrimonio ha messo nelle vostre mani: se per esempio notate che lui/lei dubiti dell’amore di Dio potreste addormentarvi tutte le sere sussurrandogli/le dolcemente quanto lo/la amiate così com’è ora, senza aspettare che diventi bravo/a e buono/a… così come funziona per un’interrogazione funziona anche per le parole d’amore! Non c’è niente di più disarmante per un cuore indurito che il sentirsi amato con una dolcezza e tenerezza inversamente proporzionale alla sua acidità. Si sveglierà con quelle parole in testa e casomai abbiate il dubbio che se le dimentichi ripeteteglielo prima di congedarvi per le attività giornaliere.

Sicuramente prima o poi quel cuore si scioglierà e si chiederà perché lo trattate in modo inversamente proporzionale a ciò che si merita o a come vi tratta lui/lei… e poi ve ne renderà conto: è lì che sfodererete l’arma della Parola di Dio dicendo al vostro coniuge che lo amate così tanto perché state amandolo incondizionatamente e a prescindere dai meriti così come Gesù è morto per voi stessi e vi ha amato quando ancora eravate peccatori, senza pretendere da subito il cambiamento ma “gridando” il Suo amore per voi, un amore grande e gratuito tale da morire in croce per dirvelo prima ancora di ascoltare la vostra risposta.

Coraggio sposi, dobbiamo tornare un po’ come quando eravamo studenti e ripetere a voce alta come per studiare l’amore di Dio per il nostro coniuge… ponete particolare attenzione alla sera prima di addormentarvi : non lasciatevi scappare l’occasione di manifestare il vostro amore a lui/lei (se ci crediamo la nostra voce sarà eco di quella di Dio)… non sappiamo se domattina saremo ancora qui!

Giorgio e Valentina.

Sesso… come si fa e cos’è?

Oggi vogliamo partite da questa parola, un po’ forte, un po’ ambigua, che fatichiamo a pronunciare, che sembra togliere pudore alla lingua che la pronuncia. Che significato ha la parola sesso? Cosa vuol dire Fare sesso? A cosa associamo il sesso?

Se cerchiamo un po’ in internet, o guardiamo quanto abbiamo intorno, quanto i media ci mostrano e quindi ci educano a pensare, il sesso è possesso, è sfamare un istinto, è raggiungere il piacere. Sesso è poter fare tutto, è non avere regole, sesso è tante cose. (non stiamo ad elencarle per non stuzzicarci la carne proprio in questo tempo di quaresima). Ora fermiamoci! Fermiamo i cattivi pensieri carnali che la mente ci produce e facciamo pulizia insieme, aprendo la porta del cuore.

Per sesso possiamo intendere gli organi maschili e femminili, oppure il genere sessuale maschile o femminile con cui si presenta una persona, “di che sesso sei?”, oppure il complesso dei caratteri anatomici, morfologici e fisiologi o aggiungiamo anche psicologici che determinano l’essere di una persona. Ma il significato su cui vogliamo far luce, è l’etimologia greca della parola. Sesso, dal greco TEKOS, generato, Tek generare, intessere, creare. A sua volta dal verbo τίκτω (tikto) = generare, procreare, produrre, (da cui deriva anche la parola ostetrica) ancora più in origine dalla radice tak- (con la mutazione della t in s).

Sesso= generare

Quanta bellezza! L’avreste detto? Noi che stavamo a farci nella testa i film porno (=dalla radice di prostituzione) invece dietro una delle parole più nascoste, non pronunciate per pudore, per vergogna, che ne hanno fatto un tabù della società, della vita di coppia, c’è la generatività. Fare sesso, fare l’amore che all’orecchio è sicuramente più consueto e dolce, nasconde la generatività di vita. Sesso che non può essere dunque inteso e vissuto come solo ed esclusivo piacere come lo è il masturbarsi, sennò l’atto sessuale si chiamerebbe masturbazione tra sessi opposti o masturbazione in compagnia. Sesso che dev’essere inteso come il gesto grande con cui si sancisce l’unione tra un uomo e una donna, che è dettata dall’amore che c’è tra i due, che genera vita perché il sesso ci fa stare bene, rilassa, sviluppa gli ormoni del piacere, le endorfine, le ossitocine, che agiscono positivamente su entrambi gli amanti.

Sesso che produce forza, energia attorno a noi e che genera vita, perché sappiamo che in certe condizioni fisiche del corpo maschile e femminile si può generare da quell’unione, da quell’amore, da quell’atto sessuale, la vita trasformandoci in creatori, da amanti innamorati che eravamo. Oggi, come negli ultimi 50 anni, la parola sesso è tra le meno pronunciate nelle nostre case, tabù silenzioso, come se noi non fossimo nati da sesso/da un atto sessuale/da un atto di amore. Tabù silenzioso come se fin dalle prima cotte adolescenziali il corpo umano non è richiamato in maniera naturale ad un contatto che nel suo apice vive l’unione dei corpi, che può essere generativo: il sesso.

Tabù silenzioso perché non ne conosciamo il significato. Se ne può parlare ma fraintendendo la bellezza dell’amore che racchiude. In questo vuoto, in questo silenzio, in questo tabù silenzioso che la società, la famiglia e anche la Chiesa stessa ha creato dietro una parola dal significato così etimologicamente semplice e bello, si è inserita la rivoluzione sessuale che ha fatto suo il termine stravolgendolo. Una luce si è spenta sul significato splendente che ha il termine nel suo senso generativo, per lasciare spazio al buio riconducendo alla parola tutto ciò che è piacere rapido, veloce, peccaminoso, accostandolo più al porno, all’erotismo possessivo invece che all’amore e alla vita.

Cos’è il sesso?

È vivere l’amore. L’amore nell’azione della generatività, l’amore nell’unione dei corpi. L’amore, che non è dunque fatto di possesso, di potere, ma di tenerezza che accoglie la libertà dell’altro. Una coppia di sposi che si ama, vive la tenerezza, vive le carezze, gli abbracci, i baci, vive la cura, vive parole e gesti di tenerezza, di dolcezza. Vive il farsi dono l’uno per l’altro. Vive il sostenersi a vicenda, vive il rendere l’altro migliore. Vive l’amarsi nella gioia e nel dolore, nell’ obbedienza, nella fatica, nella malattia. E molto altro… parlare di amore è cercare di rendere finito l’infinito e non si ha mai fine quindi per descriverlo.

Un ultimo aspetto: vivere l’amore di coppia è vivere il morire per l’altro, non nel senso esclusivo del sacrificio, ma nella gioia stessa che è insita nell’amore e che ci porta a dire all’altro io ti amo, sono disposto a morire per te, a lasciare ciò che è mio per amore tuo. Chi si ama, vive l’amore e quindi può arrivare a vivere anche il sesso per ciò che è veramente. L’unione che dà vita, che genera, sempre e comunque, indipendentemente che sia vita che nasce dal grembo o vita che nasce dai frutti di bene seminati dalla coppia. Unione che genera Vita, che genera Amore. Non si può vivere il sesso senza amore! Quale male sarebbe per il corpo e lo spirito di entrambi!

Ferite grandi si aprono dal dono del corpo dato nel piacere.

Non si può vivere il sesso senza amore e pensare che questo non porti vita. Perché l’unione, lo stesso amarsi genera vita in senso biologico ma anche in senso spirituale per la coppia.

Al prossimo lunedì.

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Benedette prove

Cari sposi,

siamo arrivati alla prima domenica di Quaresima il cui tema è la tentazione del Maligno, che, ricordiamo, non consiste per noi cristiani in un’idea astratta, frutto di fantasie malsane di monaci medievali, ma “un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa” (Paolo VI, Udienza del 15 novembre 1972).

Satan, l’osteggiatore, l’avversario, il divisore, si avvicina a Gesù e inizia a metterlo alla prova. Fedele al suo nome che rivela una missione, come avviene quasi sempre nella Bibbia, Satana tenta Gesù e, di conseguenza, in ognuno dei tre dialoghi, egli tenta di separarLo da qualcuno. Ma Gesù ci sta indicando come superarle e rendere un bene per noi.

Nella prima tentazione, sebbene sembri riguardante solo il cibo, in realtà, per come è presentata, Satana prova a separare Gesù dal Padre. Tenta quindi di inserirsi in questa relazione perché Lui consideri vantaggioso di diventare indipendente da Dio, oppure ne faccia tranquillamente a meno, provvedendo da sé al Suo bisogno. Come vedete, è un tipico tratto della nostra cultura in cui siamo immersi “a bagno maria” e che quindi ci può entrare per osmosi, quasi anche mentre dormiamo. E allora, voi sposi, rendete Gesù Sposo il vostro interlocutore davanti ai bisogni, le necessità, le impellenze quotidiane, ordinarie e straordinarie? Un cristianesimo “mondano”, se va bene, considera Dio come un immenso cerotto, da impiegare solo se proprio non so dove altro sbattere la testa. Ma per il resto, “ghe pensi mi”, non ne ho bisogno, ce la facciamo da soli.

La seconda tentazione è il pensare alla quotidianità come qualcosa di banale, noioso, inutile, pesante, deprimente… da cui per forza ne devo uscire con qualcosa di straordinario, emozionante, avvincente e sempre nuovo. Quante altre volte è capitato a Gesù di stornare richieste di segni e prodigi, più da Mago Silvan che da vero e proprio Messia! Dinanzi a queste situazioni le sue risposte sono state sempre del tipo: “ma non avete capito con Chi avete a che fare?” La vita ordinaria, sebbene possegga un evidente carico di monotonia e ripetitività, è pur tuttavia il vostro luogo di costruzione dei rapporti più veri e autentici che possiamo instaurare in questa vita. Una relazione sponsale necessita di andare sempre più in profondità, sapendo che Gesù è sempre con voi e la sua Grazia nuziale, effusa dal giorno del matrimonio, non fa altro che cementare e consolidare il vostro amore.

La terza tentazione è il potere e la competizione, vivere in base al calcolo di successo, ricchezza e consenso ottenuti da ciò che dico, da come gestisco figli, casa e lavoro. San José María Escrivá pronunciò una celebre omelia, passata alla storia come “vivir de cara a Dios y vivir de cara a los hombres”, cioè, vivere dinanzi a Dio o dinanzi alle persone. Si può fare il bene, anche tanto bene, ma non davanti a Dio, per vanità e ricerca di soddisfazioni personali. Una tentazione che può insinuarsi anche nella coppia, sia nel modo di comportarsi a vicenda o nella competizione su come gestiamo i compiti verso i figli o nella nostra professione. Sarebbe tanto bello e fecondo se una coppia cercasse tanta collaborazione e sinergia per fare tutto quello che fa, le cose più ordinarie, ma come offerta di amore a Gesù, per rendere contento l’Amato!

Concludo cari sposi, incoraggiandovi a vedere nelle tentazioni ordinarie un gradino che possiamo usare per appartenere di più a Cristo e a usare bene questo tempo di Grazia per la vostra conversione personale e di coppia, con uno o due propositi concreti ma vissuta con tanta motivazione per crescere nell’amore a Gesù e così facendo diventare sempre più una sola carne con Lui.

ANTONIO E LUISA

Queste tre tentazioni sono comuni a tutti noi. Almeno io mi riconosco in tutte. Certo non tutte con la stessa intensità ma sono tutte anche mie. Il matrimonio ti pone davanti a queste tentazioni. E io ho imparato, grazie anche a Luisa con il suo amore e la sua pazienza, a trovare delle armi efficaci per combattere questi pensieri che possono insinuarsi nella relazione sponsale. Luisa mi ha insegnato a ringraziare. Ho capito che tutto ciò che sono e che ho viene da Dio. Ringraziare mi permette di non dimenticarlo. Ho imparato poi a godere della mia quotidianità. Si è vero, è fatta di stress, impegni, contrattempi ma anche dalla presenza amorevole di chi ti vuole bene. Cerco di ricordarlo ritagliandomi anche solo pochi minuti per stare con Luisa, pochi minuti solo per noi, per contemplarci. Coraggio le tentazioni ci sono ma l’amore è più bello e più forte di esse!

Domenica e famiglia: un connubio possibile /55

Abbiamo visto quanto il momento cosiddetto della Comunione sia vitale per la vita del cristiano, ma c’è un aspetto che spesso viene sottaciuto, e cioè il fatto che quando c’è una comunione significa che i soggetti interessati da essa mettono in comune qualcosa del proprio.

Se pensiamo ad esempio alla comunione dei beni coniugale, sappiamo come ogni bene acquistato dopo il matrimonio sia di proprietà di entrambi i coniugi anche se il suo uso o la sua necessità riguardi solo uno dei due. Ma anche quando due coniugi scelgono la separazione dei beni per motivi fiscali e burocratici legati alle leggi dello Stato in cui vivono, in realtà vivono una comunione dei beni “de facto”. Inoltre, sappiamo bene come la comunione dei beni non si limiti alle cose materiali, ma vada ben oltre interessando la sfera sentimentale, affettiva, sociale, religiosa, psicologica, sessuale, gli interessi e gli hobby, le famiglie d’origine, il proprio passato e il proprio vissuto, le virtù ed i vizi, i pregi quanto i difetti, le luci e le ombre di ognuno… insomma quando si sposa una persona la si sposa “full optional”, con l’opzione “tutto compreso”, altrimenti non è matrimonio vero ma semplice convivenza.

Similmente fare comunione col Signore significa sicuramente ricevere/accogliere Lui stesso con tutto ciò che abbiamo visto finora (e infinitamente di più delle nostre povere parole), ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

Quando due società diventano associate e la più grande diventa proprietaria al 90%, non significa che la società minoritaria non debba portare il proprio contributo, anche se in misura del 10% essa deve comunque fare la propria parte, altrimenti la società non funziona. Similmente nella Comunione Eucaristica la parte principale è naturalmente quella di Gesù (potremmo dire ben oltre il 90% dell’esempio), ma Lui non può fare niente senza il nostro consenso, senza la nostra disponibilità, senza la nostra apertura del cuore alla Sua azione.

Che cosa possiamo mettere di nostro in comunione con Gesù ?

Lui ci dona tutto Se stesso nell’Eucarestia, e noi che cosa possiamo donarGli?

Innanzitutto possiamo donarGli la nostra preghiera di adorazione e di ringraziamento per un tale onore immeritato, dobbiamo imparare e recuperare il senso del sacro attraverso il rigoroso silenzio e la compostezza del corpo, dobbiamo tornare a contemplare ciò che sta avvenendo… avete presente quel senso di stupore che si prova dinanzi ad un bel tramonto o ad un panorama mozzafiato? Si usa apposta l’aggettivo “mozzafiato” perché è una realtà che lascia senza parole ma toglie anche il respiro, tale deve essere l’attenzione che essa richiede da non essere distratti nemmeno dal respiro (che è invece una funzione vitale). E nella società odierna abbiamo tanto bisogno di recuperare questa contemplazione mozzafiato dell’Eucarestia dentro noi.

Questa preghiera deve essere silenziosa e contemplativa, e nasce spontanea quando si capisce/intuisce che Colui che nemmeno i cieli dei cieli possono contenere è ora dentro di me; Egli si fa tanto umile e tanto piccolo da fidarsi di me (infatti potrei anche sputarlo per terra) tanto da lasciarsi mangiare, tale è la Sua misura di voler essere uno con me. Dopo questo primo atteggiamento contemplativo, sorge un atto di umiltà, momento delicatissimo in cui si prende coscienza della assoluta indegnità di tale onore, perché la sincerità che esige questo momento ci fa capire quanto il nostro cuore/la nostra vita abbia ancora tanto bisogno di conversione. Ed è grazie a quest’atto di umiltà che capiamo cosa “mettere sul piatto” della comunione (vedi gli esempi di cui sopra), sarà questa presa di coscienza che costringerà ad offrire alla “società” appena costituita la nostra volontà di cambiare, il nostro fermo desiderio di combattere un vizio e/o un difetto del carattere, la fermezza di non ricadere più in questo o quel peccato, la decisione di dare il “bel servito” all’uomo vecchio e lasciare spazio all’uomo nuovo… in questo momento noi abbiamo la possibilità di offrire al Signore tutto noi stessi affinché tutto si santifichi.

Possiamo offrire al Signore :

  • i nostri pensieri affinché siano i Suoi pensieri e spariscano i nostri pensieri impuri e maligni
  • la nostra intelligenza affinché la ragione sia sempre sorretta dalla fede in Lui e non sia venduta al mondo
  • la nostra memoria affinché venga ripulita dalle sozzure e dai rancori
  • la nostra forza di volontà affinché diventi la Sua forza di volontà
  • i nostri occhi affinché sia Lui a guardare attraverso i nostri occhi con il Suo sguardo
  • il nostro tatto affinché sia Lui a toccare/abbracciare attraverso le nostre mani /braccia
  • il nostro udito affinché sia ripulito dall’immondizia del mondo e ci lasci ascoltare la voce del Padre attraverso i nostri orecchi e possiamo sentire i Suoi richiami alla nostra coscienza
  • la nostra bocca affinché essa parli di Lui e come Lui, le nostre parole siano le Sue parole
  • i nostri affetti e sentimenti affinché siano ad imitazione dei Suoi
  • la nostra sessualità umana (maschile o femminile) affinché sia sempre più pura come la Sua, i maschi possono pensare più concretamente a Lui e le femmine alla Sua Vergine Madre

Cari sposi e care famiglie, come vedete la Comunione Eucaristica richiede anche un apporto attivo e non solo passivo, se vogliamo crescere nella santità non possiamo pretendere che faccia tutto il Signore senza il nostro sforzo, senza la nostra fatica della conversione quotidiana. Così come una casa ordinata e pulita ha bisogno dell’apporto di ciascun membro della famiglia, seppur piccolo, così anche la casa del nostro cuore deve essere ordinata e pulita per essere abitata dal Signore, ma senza il nostro contributo nulla può.

Sant’Agostino di Ippona ha ben riassunto questo concetto nella famosa frase :

Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te [Sant’Agostino, Sermo CLXIX, 13]

Giorgio e Valentina.

Volete evangelizzare? Fate l’amore (bene)!

Oggi prendo spunto dalle parole che papa Francesco ha pronunciato durante l’udienza di mercoledì scorso. Da alcune settimane il papa sta portando avanti una serie di riflessioni concernenti l’evangelizzazione. Il papa in due passaggi del suo discorso dice:

Andate – dice il Risorto –, non a indottrinare non a fare proseliti, no, ma a fare discepoli, cioè a dare ad ognuno la possibilità di entrare in contatto con Gesù, di conoscerlo e amarlo liberamente. Andate battezzando: battezzare significa immergere e dunque, prima di indicare un’azione liturgica, esprime un’azione vitale: immergere la propria vita nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo; provare ogni giorno la gioia della presenza di Dio che ci è vicino come Padre, come Fratello, come Spirito che agisce in noi, nel nostro stesso spirito. Battezzare è immergersi nella Trinità. […] Lo Spirito ci fa uscire, ci spinge ad annunciare la fede per confermarci nella fede, ci spinge ad andare in missione per ritrovare chi siamo. Perciò l’Apostolo Paolo raccomanda così: «Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,19), non spegnete lo Spirito. Preghiamo spesso lo Spirito, invochiamolo, chiediamogli ogni giorno di accendere in noi la sua luce. Facciamolo prima di ogni incontro, per diventare apostoli di Gesù con le persone che troveremo. Non spegnere lo Spirito nelle comunità cristiane e anche dentro ognuno di noi.

Ho preso due brevi porzioni dell’intero discorso. Una posta all’inizio e una verso la fine per evidenziare alcune verità importanti su cui il Papa ci vuole provocare. Cercherò poi di declinare queste due evidenze nella nostra vita di sposi. Secondo quello che è il sacramento del matrimonio. Sarà un articolo che ad alcuni potrà sembrare forzato ma in realtà non farò altro che leggere le parole di papa Francesco alla luce di quello che comporta essere sposati.

Evangelizzare è contagiare. Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita (cit. Familiaris Consortio). Io ho in mente due coppie nella mia parrocchia. Sono sposate da tanti anni e non fanno nulla di speciale. Non predicano, non guidano gruppi o seminari. Semplicemente ci sono. La loro presenza, come stanno insieme, come si guardano, come si rispettano e si prendono cura l’uno dell’altra è già una catechesi potentissima. Più di quello che possiamo fare Luisa ed io con il blog, con i libri e con tutto il resto. Ne abbiamo di strada per mostrare la luce e la bellazza che queste due coppie rilasciano senza dire nulla.

Evangelizza solo lo Spirito Santo. Il papa ci ricorda che non siamo noi ad evangelizzare. Ciò che cambia il cuore delle persone non è il nostro studio, non è perchè siamo bravi, non è perchè sappiamo convincere le persone. Chi cambia il cuore è solo Dio, è solo lo Spirito Santo. Noi possiamo metterci al servizio, farci strumenti con i nostri talenti e con il nostro impegno, ma chi opera è sempre e solo lo Spirito Santo. Da soli non possiamo fare nulla. Quindi? Quindi cari sposi fate l’amore! Cosa c’entra? C’entra tantissimo! Noi sposi possiamo riempirci di Spirito Santo attraverso i sacramenti, la preghiera, la vita di fede ma ricordate che abbiamo uno strumento che è solo nostro! Attraverso la riattualizzazione del sacramento del matrimonio. Vivendo la nostra intimità in modo autentico possiamo rinnovare il nostro matrimonio. Ogni volta che facciamo l’amore ci stiamo risposando e lo Spirito Santo si effonde su di noi (in base all’apertura del nostro cuore). Ogni volta che sperimentiamo l’essere uno nella carne lo diventiamo sempre di più anche nel cuore e questo ci rende sempre più credibili quando testimoniamo la bellezza del matrimonio. Se non viviamo la nostra intimità così le nostre diventano solo chiacchiere. Difficilmente sapremo essere credenti e credibili!

Antonio e Luisa

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La quaresima per cambiare sguardo

Ieri ho partecipato alla Messa con l’imposizione delle ceneri. E’ ufficialmente iniziato il tempo di Quaresima. Un tempo che nonostante sia di digiuno e di deserto accolgo sempre anche con un po’ di desiderio. Sento il bisogno di un tempo così. Ne sento il bisogno perchè sono consapevole di essere ancora troppo attaccato alle cose del mondo. Non sono ancora libero nella mia capacità di aprirmi all’amore e al dono. C’è ancora tanto egoismo in me e questo tempo mi permette di lavorarci sopra meglio e più del resto dell’anno.

Durante la celebrazione della Messa è stato proclamato un Vangelo molto indicativo di quello che è il senso della Quaresima. Non sto a scriverlo tutto. Se non lo avete ancora fatto vi lascio il link per poterlo leggere. Questi versetti del Vangelo di Matteo ci svelano tre diversi atteggiamenti che ognuno di noi dovrebbe mettere in atto per crescere nella fede e nella carità. Sono tre richieste che vengono da Gesù stesso. Gesù ci chiede di fare elemosina, pregare e digiunare. Ci chiede di farlo non per farci vedere ed ammirare ma perchè desideriamo amare. Non un fare di facciata ma che il nostro fare sia specchio del nostro cuore. Questi tre atteggiamenti ci possono aiutare ad avere lo sguardo di Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Fate elemosina: sguardo verso l’altro. L’elemosina non è solo quella fatta al povero per strada. Anche noi possiamo sentirci poveri. Sentirci appesantiti dalle situazioni che viviamo nel nostro lavoro o in famiglia. Possiamo sentirci stanchi, possiamo fare errori, possiamo essere freddi, possiamo litigare, possiamo comportarci male. Ci sono moltissimi motivi per mostrarci poveri. Posso esserlo io e può esserlo Luisa. Ognuno di noi può esserlo. Fare l’elemosina significa non giudicare dalla nostra prospettiva ma cercare di vedere con gli occhi dell’altro per comprendere le sue difficoltà ed essere pronti a perdonare e sostenere anche quando l’altro non è capace, in quel momento, di ricambiare il nostro amore.

Pregate: sguardo verso Dio. La preghiera è il canale che ci permette di avere una relazione con Dio. Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno.  Quindi la preghiera si lega benissimo all’elemosina. La preghiera ci permette di amare senza chiedere nulla, ci permette di fare elemosina.

Digiunate: sguardo libero. Il digiuno non è solo una autofrustrazione sterile. Abbiamo un corpo che ci è stato dato. Meglio dire che siamo anche il nostro corpo. Spesso il nostro corpo detta il nostro comportamento e le nostre azioni. Educare l’autocontrollo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavi. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. 

Non ci resta che augurare a tutti un proficuo tempo di Quaresima!

Antonio e Luisa

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Contemplare per custodire l’amore

Perché essere Sposi Contemplativi? È questo l’interrogativo a cui diverse volte abbiam dovuto rispondere, prima di tutto a noi stessi (come coppia) e poi a chi ce l’ ha chiesto. Proprio per questo ci siamo cimentati nel creare l’acrostico della parola CONTEMPLARE che condivideremo a partire da questa Quaresima, passo dopo passo, poiché come disse san Giovanni nella sua prima lettera “quel che abbiamo contemplato noi lo annunciamo anche a voi, affinché voi pure abbiate comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,1-3).

Iniziamo dunque con la lettera C.
Per noi CONTEMPLARE vuol dire CUSTODIRE l’Amore.
Ma che cosa significa custodire? Nel vocabolario troviamo che custodire significa sorvegliare qualcosa con attenzione in modo che non subisca danni. Per noi questo qualcosa è l’amore sponsale come riflesso dell’Amore di Dio. Se veramente crediamo che il nostro amore è riflesso dell’Amore di Dio ciò ci porta a dire che l’amore non è nostro, l’amore non ci appartiene come qualcosa di nostra proprietà ma ci è stato affidato e, dunque, noi due ne siamo i custodi. Con forte emozione, ci ritornano alla mente le parole di papa Francesco quando nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino (il 19-3- 2013) disse «Siate custodi dei doni di Dio!». Sì, l’amore sponsale in cui siamo immersi è dono di Colui che è Amore, porta in sè e con sè la vocazione all’Eterno ed è per questo che non lo “getteremo” via alle prime difficoltà ma dedicheremo il tempo e l’attenzione necessari, affinchè aumenti il suo valore rendendolo sempre più prezioso e degno di cura.

Carissimi sposi, è attraverso la contemplazione che noi ci sforziamo di custodire questo dono partendo dal custodire soprattutto il “luogo” in cui nasce l’amore: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Pr 4,23). È un percorso che si rinnova ogni giorno mediante la forza mite della preghiera.

ESERCIZIO PER CUSTODIRE L’AMORE In questo tempo di Quaresima vi suggeriamo un esercizio che può aiutarvi a custodire il cuore e, di conseguenza, il vostro amore. Ogni sera cercate di discernere, singolarmente, quali pensieri hanno nutrono la vostra anima durante il giorno e poi, insieme, confrontatevi: a quali azioni questi pensieri vi hanno portato? Sono state azioni volte a proteggere la vostra relazione di coppia e/o la nostra famiglia oppure il contrario, cioè volte ad esporre l’amore ad “intemperie” esterne?
PREGHIERA DI COPPIA O nostro Divino Sposo, sii tu il custode della nostra anima sii tu il custode del nostro amore, sii tu il custode del nostro matrimonio e, insieme a S. Teresa di Lisieux, annunceremo che «Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di noi il Tesoro. Nostro Benamato! » Amen

Siate insieme i custodi dell’Amore, buon cammino di Quaresima!
Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Figli e sposi.

Dal libro del Siràcide (Sir 2,1-13) Figlio, se ti presenti per servire il Signore, resta saldo nella giustizia e nel timore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, tendi l’orecchio e accogli parole sagge, non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affìdati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui, persisti nel suo timore e invecchia in esso. Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere. Voi che temete il Signore, confidate in lui, e la vostra ricompensa non verrà meno. Voi che temete il Signore, sperate nei suoi benefici, nella felicità eterna e nella misericordia. Voi che temete il Signore, amatelo, e i vostri cuori saranno ricolmi di luce. Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi ha perseverato nel suo timore e fu abbandonato? O chi lo ha invocato e da lui è stato trascurato? Perché il Signore è clemente e misericordioso, perdona i peccati e salva al momento della tribolazione, protegge coloro che lo ricercano sinceramente.

Ci stiamo preparando per l’inizio della Quaresima che domani prenderà il via con il solenne ed austero rito dell’imposizione delle Ceneri, che è un gesto che affonda le proprie radici nell’Antico Testamento; se un cristiano prende sul serio la propria santità farà di tutto domani per non perdersi questo momento costi quel che costi, perché ci ricorda la nostra condizione di provvisorietà e fragilità nonché la necessità di penitenza per scontare i nostri peccati.

La Chiesa sa che il dramma dell’esistenza ha bisogno di incoraggiamento, di forza dall’Alto, di continui ed amorevoli solleciti, ed ecco perché nei giorni precedenti le Ceneri, specialmente oggi, le letture liturgiche sono ricche di parole commoventi ed incoraggianti, che ci ricordano e celebrano la tenerezza del Signore, il Suo grande amore per l’uomo, la Sua misericordia per quanti si pentono dei propri peccati, la Sua sollecitudine per coloro che soffrono, la Sua clemenza e la Sua fedeltà.

In particolare oggi ci soffermiamo sul brano sopra riportato, che con parole chiare ed inequivocabili ci indica la strada da percorrere in Quaresima e nello stesso tempo ci infonde coraggio per affrontare gli inevitabili ostacoli che incontreremo su tale strada. All’inizio del brano qualcuno ci chiama figlio. Sembra scontato dire che tutti siamo figli, ma chi è che sta parlando al nostro cuore e ci chiama figlio? Se è vero che questa è Parola di Dio, significa che è Dio a parlare, perciò Colui che ci chiama figlio è Il Padre.

Cari sposi, siamo figli del Padre, ma se Lui è anche il Re dei Re, significa che noi siamo come dei prìncipi e delle principesse, non siamo orfani e catapultati in questo mondo dal caso, siamo figli del Re (grazie al Battesimo), ma sappiamo anche che essere figli di un sovrano ha dei vantaggi ma insieme porta degli oneri e dei doveri a cui non possiamo sottrarci altrimenti non daremmo il giusto onore al Sovrano e perderemmo la dignità di figli. Il libro del Siràcide non ci nasconde difficoltà ed ostacoli, ma ci dà la speranza di non faticare invano, di lottare non per una corona corruttibile, ma per una felicità eterna. Spesso affrontiamo le difficoltà matrimoniali senza questo anelito eterno, perché siamo tutti concentrati su noi stessi e sulle nostre problematiche; non stiamo negando che esistano delle difficoltà anche di grande rilievo e di enorme dolore in tantissime coppie, ma spesso sono problematiche legate alla realtà caduca di questo mondo, e preoccuparcene oltre misura ci fa perdere l’orientamento, ci lascia inchiodati a questo mondo, ci induce piano piano a pensare che tutto si risolva in questo mondo e che non c’è un aldilà.

Mentre la Quaresima, incominciata col rito delle Ceneri, ci impone di alzare lo sguardo, di cambiare un poco prospettiva, ci ricorda che siamo polvere e polvere torneremo, ci ricorda la transitorietà di questa vita, che è importantissima ma dura un soffio rispetto alla vita eterna: immaginate di non dover più pagare le bollette della luce per l’eternità, immaginate di non essere costretti alle interminabili code in auto per tutta l’eternità, immaginate di non pagare più nessun mutuo per la casa per l’eternità, immaginate di non dover fare la spesa perché tanto non si avrà un corpo mortale da nutrire, immaginate di non stancarvi mai per l’eternità, immaginate una vita beata e felice per l’eternità… si fa fatica a pensarci con consapevolezza piena ma il Paradiso che ci attende sarà infinitamente di più di quelle frivolezze che abbiamo appena citato.

Se la vita matrimoniale perde l’afflato eterno perde se stessa.

E chi accusa la Bibbia di essere vecchia e di non parlare all’uomo contemporaneo, avrà da ritrattare leggendo questo brano, quale Dio spende così tante parole per incoraggiare i propri seguaci? Quale Dio usa parole così educative che preparano l’uomo come un educatore che aiuta il bambino a diventare un uomo forte che sa affrontare pericoli ed avversità, e non come un pappamolle? Quale Dio usa parole così compassionevoli e ricche di sentimento? Coraggio sposi, la Quaresima è quel momento propizio per ritrovare il giusto posto di Dio nella nostra vita: il primo.

Giorgio e Valentina.

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Quando il nemico è in casa

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri. Perchè questa idea che il nemico non è solo fuori ma spesso è dentro la coppia. L’ho già accennato nell’articolo di ieri ma credo sia importante tornarci sopra perchè è una consapevolezza che dobbiamo cercare di metabolizzare. Nostro marito o nostra moglie a volte si comporta da nemico, ci ferisce, ci fa stare male. A volte invece siamo noi ad essere nemico per l’altro.

Amate i vostri nemici! Questo differenzia noi cristiani dai pagani. Questo differenzia il sacramento del matrimonio da ogni altra unione affettiva. Almeno dovrebbe differenziarci dagli altri. Spesso non è così. Spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Non dobbiamo cercare nemici lontani. Non dobbiamo pensare a grandi guerre, alla devastazione e alla forza distruttrice degli eserciti. La pace inizia in famiglia. Papa Francesco è chiarissimo su questo punto. Nel 2017 nel discorso preparato per la Giornata della Pace il Papa disse:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società

La famiglia e, prima ancora, la coppia di sposi che ne è il nucleo fondante, sono luogo dove incontrare il nemico e dove imparare ad amarlo. Il nemico è il nostro coniuge. Il nemico è l’imperfezione del mio sposo o della mia sposa. Il nemico sono i lati oscuri del suo carattere. Il nemico è la sua parte meno simpatica, la parte che mi provoca sofferenza e disagio. Il nemico sono i suoi peccati, le sue mancanze, le sue omissioni, le sue incapacità di amare, le sue fragilità, le sue parole dure e ingenerose, i suoi umori, i suoi silenzi carichi di rabbia. Ognuno metta il suo nemico. Gesù ci chiede, con la grazia del matrimonio, di amare anche quello che di nostro marito e nostra moglie non è bello e non è cosa buona. Amare al modo di Gesù. Non significa accettare ogni cosa. Significa essere capaci di guardare il nostro coniuge con lo sguardo di Cristo.

Guardarlo con quello sguardo di chi vede attraverso tutte quelle brutte cose e riesce a cogliere, anche in quei momenti, la bellezza della persona che abbiamo accanto. Di chi riesce a cogliere quanto bene ci sia nell’altro anche se non del tutto espresso e manifestato.

Non c’è nulla di più bello e gratificante per una persona di essere guardato così. Ve lo assicuro. Tutte le volte che non sono stato capace di farmi amore per la mia sposa, lei non ha mai smesso di guardarmi con quello sguardo. Mi sono sentito profondamente amato, amato in tutto, anche in quei lati del mio carattere che io stesso non amavo e che preferivo nascondere ai più. Quel suo sguardo d’amore mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di combattere. La forza di combattere i miei difetti e i miei peccati per cercare di essere una persona migliore. Non l’ho fatto per me. L’ho fatto per amore e riconoscenza. L’ho fatto per amore di Gesù e per amore della mia sposa, le due persone che più di tutte mi hanno amato sempre, anche nei momenti in cui io stesso faticavo a vedermi amabile. Credo che sia questa la grande forza dell’essere capace di amare i propri nemici. La forza dell’amore che sconfigge le tenebre. L’amore che come un’onda travolge e distrugge tutte le fortezze di male che l’altro si porta dentro.

Antonio e Luisa

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Puntate in Alto

Cari sposi,

            una volta, davanti a un bel cappuccio fumante chiesi ad una coppia di giovani sposi: quando è stata l’ultima volta che hai provato una delusione per il tuo coniuge? Sono seguiti sguardi straniti, leggermente imbarazzati e un certo balbettio nel rispondere. In buona sostanza, ho voluto trasmettere a loro l’importanza di vivere la vita di coppia puntando sempre all’ideale che Cristo ci segnala ma anche con il realismo di chi sa che nella vita di coppia, o prima io oppure tu, ci faremo tanto male.

Proprio così ci sta sussurrando Gesù nel Vangelo. Siamo nell’epilogo del lungo discorso della Montagna. Sapete bene che Gesù – ed è solo Matteo a trasmettercelo così perché egli scrive appositamente per i primi cristiani ebrei – vuole ridare a tutto il Decalogo il suo sapore e gusto originale, senza travisamenti umani. Quindi queste ultime righe hanno un chiaro senso di riepilogo di tutto l’insegnamento. Se è vero che la Legge (di cui appunto il Decalogo fa parte) e i Profeti si riassumono in due grandi verità, che ben conosciamo, allora: che tipo di amore prospetta qui Gesù? Lui punta decisamente in alto, non accetta la mediocrità su cui spesso noi ripieghiamo. Ma sorprende che non lo fa a suon di giudizi moralisti o deontologie perché ciascuna parola è stata fedelmente applicata da Gesù per primo.

Cosicché, sentiamoci tutti implicati in questa sfida. Nessuno di noi, nessuna coppia, nessuna famiglia può sfuggire alla provocazione di amare qualcuno che, in qualche momento, in determinate circostanze, per “x” cause, non merita affatto di essere amato, aiutato, perdonato. Se applicassimo la fredda giustizia, quante volte io, noi, per primi avremmo dovuto essere allontanati, puniti, condannati? L’amore nuziale, essendo di sua natura eco e ripresentazione di questo amore di Cristo per ciascuno di noi, non può che puntare così in Alto. Altrimenti non sarebbe Amore, ma utilitarismo.

È chiaro che saremmo squilibrati se osassimo ambire a un tale livello con le sole nostre forze. Ci hanno già provato in passato i filosofi stoici ma non mi pare che abbiamo avuto grande seguito. Eppure voi coppie, nel momento stesso che ricevete una chiamata ad amare così grande, avete anche Lo Sposo per eccellenza con voi. Chiudo citando per intero un numero della Lettera alle famiglie che San Giovanni Paolo II in cui vi ricorda il grande segreto e la forza speciale che avete per il dono nuziale che è in voi:

In tal modo, cari fratelli e sorelle, sposi e genitori, lo Sposo è con voi. Sapete che Egli è il buon Pastore e ne conoscete la voce. Sapete dove vi conduce, come lotta per procurarvi i pascoli nei quali trovare la vita e trovarla in abbondanza; sapete come affronta i lupi rapaci, pronto sempre a strappare dalle loro fauci le sue pecore: ogni marito e ogni moglie, ogni figlio e ogni figlia, ogni membro delle vostre famiglie. Sapete che Egli, come buon Pastore, è disposto ad offrire la propria vita per il suo gregge (cfr Gv 10, 11). Egli vi conduce per strade che non sono quelle scoscese e insidiose di molte ideologie contemporanee; ripete al mondo di oggi la verità intera, come quando si rivolgeva ai farisei, o l’annunziava agli Apostoli, i quali l’hanno poi predicata nel mondo, proclamandola agli uomini del tempo, ebrei e greci. I discepoli erano ben consapevoli che Cristo aveva tutto rinnovato; che l’uomo era divenuto « nuova creatura »: non più giudeo né greco, non più schiavo né libero, non più uomo né donna, ma « uno » in lui (cfr Gal 3, 28), insignito della dignità di figlio adottivo di Dio. Il giorno della Pentecoste, quest’uomo ha ricevuto lo Spirito Consolatore, lo Spirito di verità; ha avuto così inizio il nuovo Popolo di Dio, la Chiesa, anticipazione di un nuovo cielo e di un nuova terra (cfr Ap 21, 1).

ANTONIO E LUISA

Quanto è vero quello che scrive padre Luca. Luisa mi ha sempre amato e questo è meraviglioso. Perchè io non sono sempre stato meraviglioso. Spesso non lo sono stato. Eppure lei c’è sempre stata. Quanti perdoni, quanta misericordia. Sono stato anche nemico per lei. Succede che le nostre fragilità ci inducono a tirare fuori le nostre parti più spigolose e meno belle. Ecco in quei momenti lei c’è sempre stata. Ha cercato di amarmi anche così e di donarsi per come poteva. Non c’è forza più grande di fare esperienza di un amore così. Il matrimonio è meraviglioso anche per questo. Mi sono sentito amato da lei soprattutto in quei momenti, proprio perchè non meritavo il suo amore. Questo è il modo di amare di Dio e noi dobbiamo almeno provare a fare altrettanto.

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Cristo l’Unico Sposo

Cari sposi,

            di recente ho letto una notizia, di per sé – ahimè – non così rara che menzionava l’ennesimo caso di abbandono sacerdotale per motivazioni affettive. Commentando il caso, l’autore dell’articolo ne approfittava per proseguire con una riflessione sul celibato sacerdotale e arrivando ad affermare, in fin dei conti, che dovrebbe essere una scelta personale invece di un obbligo legato al sacramento dell’Ordine. Tema non nuovo, non fosse altro perché tornato alla ribalta nel Sinodo per l’Amazzonia (2019). Per cui, non sarò io ad avere l’ultima parola in materia ma sono comunque convito che questo argomento in fondo abbia una profonda ricaduta sul matrimonio.

Spesso gli argomenti a favore del prete cosiddetto “uxorato” sono basati su un crudo realismo: non chiunque riesce a vivere la castità. Quindi: libera tutti! Concediamo finalmente il lasciapassare anche a questa esigenza personale. Vedo in tutto ciò un pericolo per lo stesso matrimonio, nonché per il sacerdozio. Su cosa si basa infatti la castità sia sacerdotale che matrimoniale? Qual è la motivazione ultima, ciò che le dà veramente consistenza? Siamo forse casti, preti e sposi, perché lo dice il Vaticano? Dietro alla castità si cela nientemeno che la fede nella Risurrezione. Noi crediamo fermamente che Gesù è vivo, presente in mezzo a noi. Il suo Corpo Glorioso è sì in Cielo ma comunque Egli è tra noi, non solo nell’Eucarestia ma si rende presente in tanti altri modi e Lo possiamo sperimentare personalmente. È a Lui che noi, sposi e preti, diamo la vita. Se mancasse Lui, allora non avrebbe senso il tipo di vita che conduciamo. Noi preti, non sposandoci con una persona concreta, doniamo direttamente la vita a Cristo perché crediamo che Lui, Persona vera e reale, può davvero essere il nostro Tutto, intellettualmente, affettivamente, sessualmente. Voi sposi, unendovi a una persona concreta, vi donate assieme – non più solo singolarmente – a Cristo Vivente e Presente e così rendete presente il Suo amore in tutte le dimensioni della persona. Senza la consapevolezza che Cristo è qui con noi ed è Lui che dà il senso ai nostri sacramenti, la castità sarebbe veramente una castrazione e il matrimonio il “rimedio alla concupiscenza”.

Cari sposi, spero di aver reso più chiara l’idea di come dobbiamo aiutarci a vicenda. Le nostre vocazioni sono speculari: se uno zoppica l’altro cede; se uno corre, l’altro galoppa. Perché chi ci lega è l’Unico e Vero Sposo della nostra vita: Gesù Cristo, che è rimasto qui con noi e cammina a nostro fianco ogni giorno. Lo stare con Lui ci dona gioia e forza, ed è questa certezza il grande regalo che ci facciamo a vicenda, sposi e preti, per perseverare fino a quell’Abbraccio finale con il nostro Amato.

padre Luca Frontali

Salirai anche tu sul Golgota insieme a me.

SIMONA E ANDREA (ABRAMO E SARA)

Domenica 22 Gennaio ho avuto la possibilità di assistere ad un incontro tenuto nella chiesa di sant’Andrea delle fratte, una comunità che ha avuto la grazia di accogliere la mamma del beato Carlo Acutis. Sapete già che io sono devota di Carlo, e molte mie scelte di vita, che alla fine hanno coinvolto anche Andrea, le ho prese stando seduta nella chiesa della spogliazione ad Assisi.

Non è stato un semplice racconto della vita del figlio, ma piuttosto un accorato appello di una madre che esorta i propri figli a tornare al cuore dell’essenza della vita stessa: la preghiera. E’ stata una vera catechesi. Ci ha invitato a curare il dialogo a cuore aperto con Gesù. Come? Sostando davanti ai tabernacoli. Vi racconto le parti della riflessioni della mamma di Carlo che più mi sono rimaste impresse. Ci ho ritrovato alcuni passaggi che secondo me sono perfetti per aiutare le persone ad uscire dai propri sepolcri.

Prendete me ad esempio, come sapete ho impiegato del tempo per uscire dal dolore scaturito dall’impossibilità di avere un figlio biologico. Cosa facevo secondo voi? Piangevo. Perché è un dolore, è un lutto per la coppia. Ero un lamento continuo. Mi lamentavo H24. A Roma si dice che facevo sanguinare le orecchie al mio povero don Francesco per non parlare di mio marito Andrea. Il lamento perpetuo è stato da apripista per l’invidia, l’invidia nel vedere donne che riuscivano in pochissimo tempo dal matrimonio a rimanere incinte. Ripiegarmi sul mio dolore ha generato nel tempo un distacco, prima da Dio, e di conseguenza da Andrea. L’invidia, siatene consapevoli, è dentro di noi, Caino e Abele ce lo ricordano. Ma se ne esce con una sana confessione. A piccoli passi con l’aiuto di Dio tutti noi possiamo risanare noi stessi e i rapporti con chi abbiamo accanto. Provate. Uscite di casa e andate a confessarvi. Se il Padre ci ha concesso degli strumenti per aiutarci utilizziamoli. Sono gratis. Pensate quanto ci ama. Spesso quando mi lamentavo mi veniva risposto: ci sono cose peggiori nella vita. È vero. Questa cosa l’ho sperimentata e capita nel tempo. Prendiamo la mamma di Carlo. Le è morto un figlio nella maniera più dolorosa, perché la leucemia di grado M3 è dolorosa. Carlo è morto affrontando dei dolori fortissimi. Ecco. Mettete in relazione il dolore di Carlo, o anche uno dei vostri dolori, corporei o spirituali, con il dolore di un chiodo che viene martellato con forza nel corpo di Gesù. Chi sono io per lamentarmi H24 di una qualsiasi cosa che magari non mi è accaduta nella vita? Come posso rimanere nel mio divano di casa a piangere più del dovuto, quando ho ancora una vita che mi è stata data in dono? O magari mi nascondo dietro la mia pigrizia che si allea con la depressione per farmi vedere solo la parte negativa della mia vita?

Ecco perché la mamma di Carlo esorta a tornare in chiesa. Solo imparando a sostare davanti all’Altissimo si può crescere e guarire le nostre ferite. Partecipate alla Santa Messa. Nel suo discorso spiegava bene anche questo. Diceva che ovviamente nei nostri tempi moderni i sacrifici che ci chiede la Madonna, durante le apparizioni, sono proprio questi, sforzarci di essere presenti in chiesa. Sacrificarsi come Gesù che ha dato la vita per noi. Si è sacrificato per mantenere le sue promesse con noi. Ci aveva promesso che sarebbe stato sempre con noi, e la sua promessa l’ha mantenuta. Dove sta? Nel Tabernacolo. E ci sta aspettando.

Se ci pensate bene, per una coppia di sposi che è in perenne attesa di un figlio biologico, quel vuoto che uno prova è, al pari del Tabernacolo che è lì, nell’attesa che arrivi qualcuno a sostare in preghiera. Il grembo è paragonabile al Tabernacolo perché ci sono gravidanze che non sai mai quanto durano, un po’ come il tempo che dedichiamo in sosta in preghiera. È un miracolo di gioia arrivare ai nove mesi, un po’ come si sussulta di gioia quando vedi entrare i gruppi giovanili per l ‘adorazione per non parlare di famiglie al completo. Domenica la chiesa era piena anche di neo mamme, nonostante il freddo. Ed è stato bello. Viviamo una vita frenetica è vero, si corre sempre. Ad alcuni amici certe volte dico di farsi un planning che possa aiutarli nella preghiera. Deve esistere un giusto equilibrio tra la vita umana e spirituale. L’ascolto della testimonianza ci ha ispirato un nuovo progetto, sarà una bella sfida per il tempo della Quaresima, si chiama “40 giorni 40 tabernacoli”.

MARIANNA ED EMANUELE (UN CORPO MI HAI DATO)

La riflessione di Simona ed Andrea ci ha provocato alcuni pensieri che vorremmo condividere con tutti voi.

Tabernacolo. Il tabernacolo è grembo dell’Eucarestia, grembo della Vita, grembo dell’Umanità. Sempre gravido di amore per noi, pieno del desiderio di incontrarci. Sì a volte l’incontro non è come ce lo aspettiamo e, in fondo, forse, è molto di più. Davanti a quell’ostia consacrata impariamo il gusto profondo dell’attesa. Nel silenzio assordante che spazza via la frenesia delle nostre giornate, incontriamo, spogliati di tutto, la nostra nudità. E nella nudità facciamo spazio, lasciamo che il nostro cuore possa animarsi, palpitare di vita, battere al ritmo del cuore di Gesù. Un ritmo impercettibile inizialmente, uno sfarfallio, del tutto simile a quello che nell’utero ci rivela la presenza reale di una piccola creatura che sta crescendo. Una dolce presenza, annidata segretamente sotto la pelle, sotto la superficie. Noi mamme ci raggomitoliamo attorno a questa meraviglia, “ci sei davvero, allora” esclamiamo dentro, protendendoci per ascoltare nel profondo la rivelazione della vita.
Ci sei. E chi sei piccolo mio? Che odore avrai? Cosa è scritto nel tuo cuore? Quale sarà la tua missione? Leggo nelle trame nascoste del tuo arrivo una storia fatta di eternità, una storia che non si legge a parole, con la testa, con la logica. Una storia che si vive, che porta speranza, feconda oltre me. Io e te. Una cosa sola, eppure due. Tu sei stato fecondo oltre me. Mi hai insegnato che tutto è dono, lo sei stato tu con la tua silenziosa presenza che ha scardinato la mia vita e quella di papà. Lo sono stata io, o meglio ho imparato ad esserlo totalmente, per accoglierti, per fare spazio al tuo progetto. Il Suo sogno su di te, su di noi. Tu hai provocato noi, ci hai spinto avanti nella nostra vocazione di sposi. Una chiamata alla fecondità oltre noi, oltre il nostro limitato spazio. Tu hai trasfigurato il mio grembo da tomba di morte a sepolcro della risurrezione.. e non è questo forse il Tabernacolo? Un pezzo di pane, nascosto nel silenzio, per il mondo morto.. ma per l’anima vivo e traboccante di Grazia.

Il sacramento ci rende padri e madri diversi

Recentemente ho letto diversi articoli interessanti sul blog, rivolti ai fidanzati (Antonio e Luisa), sulla paternità e maternità (Simona e Andrea) e sulla 45° giornata per la vita (by Cercatori di bellezza): innanzitutto grazie! Mi accodo anch’io alla tematica con questa domanda:

Che differenza c’è tra padre e madre sposati civilmente e padre e madre sposati in chiesa?

La domanda può sembrare priva di senso, perché molti pensano che in entrambi i casi siano padri e madri; quindi alla fine la differenza riguarderebbe solo l’educazione religiosa, cioè essenzialmente, le preghiere, il catechismo e i sacramenti. In realtà le cose sono completamente diverse, perché c’è un Sacramento che ha unito gli sposi e che dovrebbe fare la differenza: dico dovrebbe perché in molti casi non ci sono né la formazione, né la consapevolezza. Ammetto che anch’io, un po’ di anni fa, non sarei stato in grado di fornire una risposta corretta e solo grazie a don Renzo Bonetti e a fratelli e sorelle della Fraternità che camminano con me, ho imparato qualcosa. Innanzitutto il dono dello Spirito Santo è come se ci facesse vedere la realtà e le cose con delle lenti particolari, cioè permette ai genitori di riconoscere di chi sono i figli: già questo cambia completamente la prospettiva. Il papà e la mamma collaborano con Dio per creare Suoi figli, mettendo ovviamente a disposizione i propri corpi, ma l’anima viene da Dio: pertanto i figli non sono nostri, ma di Dio. Chi è sposato civilmente invece li ritiene suoi figli, anche se magari li fa battezzare. Quest’aspetto si riflette su tutta la loro educazione, in quanto i genitori cristiani sono solo strumenti che devono riflettere l’amore di Dio: alle figlie insegno che hanno dei genitori che le amano come possono, ma anche che hanno un Padre che le ha amate molto di più e addirittura prima di creare le stelle. Nelle scelte importanti, come recentemente la scuola superiore per la più piccola, faccio la mia parte, ma poi affido tutto a Lui, che sa guidare i cuori e nell’intimo suggerisce la strada giusta, se sappiamo ascoltare. Anche nelle discussioni, prima ero molto più duro e intransigente, ma ho notato che, specialmente nel periodo dell’adolescenza, alzare la voce, mettere in punizione e sequestrare il cellulare, non serve a niente: ora ho un approccio diverso, che punta sulle loro capacità interiori e spirituali. Ad esempio l’altro giorno, in seguito ad un comportamento sbagliato, ho detto: Ti sei comportata male, hai fatto una cosa che mi dispiace, ma so che, se vuoi, puoi rimediare e fare molto di più. Per due giorni non ci siamo parlati e nel frattempo pregavo per lei: poi mi è arrivato un suo messaggio in cui aveva preso consapevolezza del suo comportamento e mi chiedeva scusa; io pieno di gioia, le ho risposto che le voglio più bene di prima.

La consapevolezza che i figli non sono miei, mi permette di aprirmi verso tutti gli altri figli di Dio, cioè con tutti gli altri bambini/ragazzi che incontro, a cominciare dai vicini di casa e da quelli del catechismo: mi preoccupo per loro, la loro salute mi sta a cuore, non passo oltre se vedo una difficoltà e se posso fare qualcosa. A volte basta davvero poco, un sorriso, un complimento, un momento di gioco insieme, un incoraggiamento o un regalino ogni tanto. Forse la cosa più importante è che il nome dei figli è scritto in cielo: quindi, qualsiasi cosa succeda su questa terra, loro sono già immortali e questo mi dà tanta pace e mi scarica da preoccupazioni eccessive. Ai ragazzi del catechismo l’ho detto più volte: “Iron man e Hulk sono supereroi molto forti, ma non hanno l’immortalità come avete voi e che alla fine è quello che conta di più”.

Il tempo scorre veloce e presto le nostre figlie saranno adulte, prenderanno le loro strade nella vita e so che, anche se andranno lontano e mi mancheranno, il mio compito era di prepararle a questo e che è giusto così. Paternità e maternità vanno infatti molto oltre la biologia: non a caso si chiamano “Padre” e “Madre” rispettivamente sacerdoti e suore, anche perché altrimenti la possibilità di generare figli sarebbe legata solo ad un intervallo temporale o solo alla capacità procreativa (che a volte può non esserci). Gli sposi, se vogliono, possono essere genitori di tantissimi figli, non meno amati perché non provengono dalla propria carne. Io credo che queste cose andrebbero gridate ai giovani, specialmente a quelli che si preparano a ricevere il Sacramento del matrimonio: probabilmente ignorano (perché nessuno gliel’ha detto) cosa vuol dire Paternità e Maternità in collaborazione con Gesù e che, con il dono dello Spirito Santo, è tutta un’altra cosa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Come le mongolfiere!

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!

Non è la prima volta che Gesù ci mette in guardia sulla brevità e transitorietà di questa vita. Effettivamente il problema della morte è stato affrontato da tutti gli uomini in tutte le epoche, in tutte le culture, e le risposte sono molteplici; ai nostri giorni, il mondo occidentale, sembra essersi accorto di non avere una risposta convincente, ed allora ha deciso di anestetizzare il pensiero della morte con trucchi di vario tipo, che fondamentalmente vogliono riempire il “buco” creato dalla mancanza di questa risposta.

Sposi, genitori, nonni…… stiamo in campana….. quando il mondo ci vuole riempire con cose, impegni, affetti, interessi che sollazzano i nostri sensi, fermiamoci un attimo a riflettere se ci aiutano ad avvicinarci a Dio oppure sono ostacoli…. e poi prendiamo le nostre decisioni…. vi possiamo testimoniare che noi, Giorgio e Valentina, da quando abbiamo cominciato ci siamo alleggeriti parecchio. Noi sposi dovremmo essere come delle mongolfiere…. non nel senso della forma esterna, ma nella sostanza… e cioè : per poter volare in alto dobbiamo alleggerirci della zavorra che ci vuole tenere giù…. ma il nostro cuore, la nostra anima è fatta per volare in Alto.

Il Vangelo che abbiamo scelto ci invita a stare pronti con le vesti strette ai fianchi…… che significa? I servi quando lavorano, quando sono indaffarati nelle varie faccende domestiche necessitano di vesti che non ingombrino i loro movimenti che altrimenti risulterebbero goffi ed impacciati. Anche noi sposi dobbiamo quindi farci trovare così, e cioè non farci trovare impreparati al momento della morte, ma pronti con le vesti della quotidianità resa straordinaria dall’amore. In un dialogo di tempo fa, per spiegare questo atteggiamento ad una mamma, usammo l’immagine dei piatti sporchi o della lavatrice…… cioé? chiese lei….. Se il tuo cuore non ha la zavorra delle cose mondane, può riuscire a scorgere la presenza di Cristo anche nel lavare i piatti , nel caricare l’ennesima lavatrice, nel cucinare la cena giorno dopo giorno…. significa che la mia conversione quotidiana passa anche (ma non solo) attraverso questi gesti GRATUITI di amore.

E’ l’impegno quotidiano nel vivere la santità del matrimonio! E le lampade accese servono per vedere nell’oscurità della notte. Eh…… già, cari sposi, per riuscire a scorgere la direzione del nostro cammino in mezzo all’oscurità di questo mondo (che è zavorra), dobbiamo avere le lampade accese. La nostra lampada prende luce da diverse fonti che Dio ci ha messo a disposizione: la Parola di Dio, la preghiera, l’Eucarestia, la vita sacramentale attiva, il digiuno, la mortificazione, l’esempio dei santi, le prediche accorate di tanti bravi sacerdoti, momenti di catechesi, e altro ancora.

Tutti sulla mongolfiera! Vi assicuriamo che il panorama da lassù è mozzafiato….. basta alleggerire la mongolfiera del nostro matrimonio dalla zavorra con cui il mondo vuole appesantire il nostro viaggio….. Prendiamo insieme il volo!

Coraggio sposi….. sentiamo già una fresca e lieve brezza.

Giorgio e Valentina.

Le mie tre croci

Cari sposi, eccoci con un nuovo articolo sul blog. Un articolo che è testimonianza di come Dio ha operato nella nostra vita. Dio ci parla sempre attraverso la sua Parola. Per introdurre questo articolo vorrei partire proprio da quanto la Parola mi ha insegnato: Il deserto fiorirà  (Isaia 35,1-10). Nell’articolo di oggi cercherò di raccontare come Gesù ha trasformato il mio deserto in terreno fertile. Esattamente come raccontato nei due episodi evangelici: il miracolo delle nozze di Cana, dove Gesù ha trasformato l’acqua in buon vino e il miracolo dei pani e dei pesci.

Come ho già avuto modo di raccontare nel precedente articolo, sono stati importantissimi nella mia vita i corsi ad Assisi con padre Giovanni. Il mio cammino mi ha permesso di staccarmi emotivamente dalla dipendenza da mio padre, mi sono desatellizzata. Ciò mi ha cambiato e reso più forte ed è migliorato il rapporto con mio padre. Sono guarite alcune ferite. Siamo diventati due adulti. Anche mio marito è desatelizzato, grazie anche a una madre saggia che, nonostante fosse vedova, ha sempre lasciato libero il figlio ed ora mi ha accolto e mi vuole tanto bene.

Mio marito, quando era single, ha fatto corsi specifici con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. Io ad Assisi e lui con Don Renzo.  Anche questa è stata per noi una Dioincidenza, infatti queste due realtà collaborano tra loro e ci siamo trovati molto negli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Inoltre ho imparato e visto con mano nella mia vita che l’ultima parola ce l’ha sempre Dio, grazie a Dio! Vi racconto ora le mie tre croci, quelle a cui pensavo di restare inchiodata per sempre e invece tutte e tre le volte, che sono stata male/bloccata, Dio mi ha fatto Risorgere come mai avrei pensato!

Prima croce: sono stata male di salute per un mese e, nel periodo di riposo, ne ho approfittato per partecipare al ritirone dei 10 comandamenti con don Fabio Rosini. Mi ricordo che nella chiesa di San Marco Evangelista a Roma, quando don Fabio ha letto e commentato il Vangelo di Giovanni dicendo vuoi guarire, io ero seduta in fondo alla chiesa e volevo alzarmi e urlare siii! L’ho urlato dentro di me. Tornata a casa sono stata meglio e ho ripreso il lavoro. Quella fermata della vita mi  ha insegnato a vivere al meglio il presente e non aspettare il futuro, perché  è il presente che conta, è il presente che fa il futuro e non viceversa. L’anno successivo ho avuto il mio primo fidanzato; Come ho scritto nel precedente articolo è finita ma le esperienze della vita mi hanno dato la forza di lasciare la casa dei miei genitori e di andare a vivere da sola.

Seconda croce: finita la mia seconda relazione affettiva sono stata tanto male. Ero caduta in depressione. Pensavo di aver fallito la mia vita e la mia vocazione. Invece il tempo di riprendermi almeno un po’ e dopo tre mesi Dio mi ha mandata in un’altra città per lavoro,  a diversi km dai miei. Una nuova sfida che mi ha permesso di riprendermi la vita e darmi una nuova carica. Dopo un inizio entusiasmante, ho però visto la fatica di ripartire da zero nelle relazioni. Ciò mi ha fatto venire dei dubbi. Ho cominciato a credere che quella scelta non fosse secondo la volontà di Dio ma fosse solo mia.  Grazie al mio padre spirituale e alle letture di libri e della Bibbia ho capito che Dio ha sempre un piano per ciascuno di noi, anche se noi non lo capiamo quando le cose non vanno come vorremmo. E così ho accettato il deserto e sono diventata pienamente donna! E nel deserto ho sperato contro ogni speranza come AbramoEgli ebbe fede sperando contro ogni speranza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. ((Rm 4,18-25)

Terza croce: durante la mia terza relazione e una volta finita sono stata malissimisssimoooo. Sono finita anche in ospedale e a un certo punto ho creduto di restarci. Invece nel male di quel periodo ho incontrato Dio Padre, che è Amore e Misericordia. Step by step sono Rinata per la terza volta e l’anno dopo ho finalmente incontrato quello che poi è diventato mio marito.

Tutto questo per dirvi di non abbattervi. La vita non è mai sempre in salita, non è mai sempre nella luce, a volte sembra che ci si perda e non si sappia cosa fare. Una cosa però è certa che se ci affidiamo a Dio anche nelle difficoltà sapremo risorgere più belli e forti di prima. Coragigio prendete la vostra vita e fatene un capolavoro.

Mio marito ed io abitiamo nel nord Italia. Se volete contattarmi, mi trovate su facebook Paola Bt. Grazie e a presto! Buon Cammino e un abbraccio fraterno a tutti

Amore o non amore!?…Grazie!

Ah l’amore! Domani è San Valentino!

Il giorno degli innamorati, il giorno in cui si celebra l’amore. Il giorno in cui un mazzo di rose o una cena fuori o un cioccolatino lo si riceve o lo si regala. Il giorno in cui un’attenzione in più tra le mura domestiche ti raggiunge, il giorno in cui anche solo con un abbraccio o un bacio provi ad amare e ti lasci amare.

Grazie! Perché anche se è una festa dettata un po’ dal consumismo, san Valentino celebra l’amore!

Grazie perché una volta all’anno sul calendario troviamo segnato un cuore che ci ricorda di amare.

Ora svoltiamo: se lo guardiamo dall’altro lato della medaglia, dal lato, credo, della maggioranza delle persone, san Valentino è una festa tutt’altro che bella. Chi perché l’amore fatica a incontrarlo e si ritrova a vivere il giorno degli innamorati, volendo amare, ma senza avere una persona accanto da amare. Chi con l’amore si è ferito e non ci crede più, e non si mette in gioco più, e non gli apre più la porta del cuore. Chi “con l’amore ha già dato”: con una storia lunga, un matrimonio, una convivenza e ora vive con l’indifferenza all’amore, come se si potesse vivere senza amore.

Eh già! L’amore, è la cosa più bella di tutte, eppure anch’esso ci mette in disaccordo, ci fa schierare fra gli amanti e i non amanti. Fra i pro amore e i non amore.

Eh già! L’amore, il sentimento più forte che fa smuovere le montagne, che ti rialza dalla morte, che ti trasforma e ti rende folle nel periodo dell’innamoramento, che ti chiama a donare tutto di te, che ti chiama a generare vita, è anche quello che se non lo si sa usare ti butta nella fossa.

Quante coppie spaccate, quanti divorzi, quante convivenze che dopo saltano, quanti matrimoni che magari dopo molti anni finiscono. È questo il risultato dell’amore?

No! Come può succedere? Come si può cambiare schieramento? Come si può passare dal vedere il bello del vivere l’amore, al vivere la rassegnazione o l’odio o l’indifferenza?

Tutto quel che si rompe non ha origine nell’amore! Perché l’amore è vita, è dono.

Il problema è che bisogna ogni giorno interrogarsi e cercare la bellezza dell’amore!

Stolto chi pensa di saper amare, di saper cos’è l’amore. Perché l’amore è qualcosa di infinito più grande di noi, pertanto irraggiungibile, ma che dobbiamo provare a vivere con tutte le nostre forze.

Oggi è la vigilia di san Valentino, la vigilia del giorno di chi è innamorato, di chi si ama, eppure non troviamo facilmente chi ci spiega come vivere l’amore! L’amore quello vero, quello per sempre, quello che si fa spreco e dono gratuito. L’amore che si lascia lavare i piedi, servire e che ti cambia il cuore.

Che poi, come diceva un frate amico, l’amore o è vero o non lo si può chiamare amore. Lo chiameremo vogliamoci bene, vogliamoci tanto tantissimo bene, ma non amore.

Oggi vogliamo incoraggiarci tutti a risvegliare l’appetito dell’amore! Tutti! Chi si è da poco innamorato, chi è sposato da cinque, dieci o quarant’anni di matrimonio, chi è stato appena lasciato, chi lo cerca senza trovarlo, chi continua sempre a fallire. Tutti!

Diceva Chiara Corbella: “L’Amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto d’amore, viviamo per amare e per essere amati, e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio”.

Quante volte ripetiamo questa frase! Quanto ci piace!

L’amore è il centro della nostra vita! Non possiamo stare senza! Coraggio! Senza amore non si può vivere!

Perché il contrario dell’amore è il possesso, è la morte.

Il significato della parola amore è “senza morte”.

Allora la bellezza della parola amore è andare oltre la morte, è la vita, è dare la vita. Amare è far trionfare sempre per sua natura la vita sulla morte, il bene sul male. Bellissimo!

Certo poi la parola amore racchiude in sé anche le sue forme di Eros, Agape e Philia. Termini che descrivono l’amore secondo caratteristiche che predominano l’una sull’altra come attrazione, bisogno, condivisione, donazione perché L’Amore non è solo quello sponsale o più superficialmente genitale, ma racchiude in sé anche una relazione genitoriale, materna e paterna, filiale, fraterna, amicale, filantropica…

Che cosa grande l’amore!

L’amore è insito in ogni uomo e donna. Fin dalla nascita siamo spinti ad andare l’uno verso l’altro, ad entrare in dialogo, ad interagire.

L’amore è insito in noi dalla creazione nostra e del mondo. C’è qualcuno che con un atto di amore ci ha generato, c’è qualcuno che con un atto di amore ci ha portato in grembo, ci ha voluto, custodito, desiderato, accolto, dato alla luce.

E c’è qualcuno più grande ancora che ci ha chiamato alla vita con il soffio dello Spirito, e ci ha dato le istruzioni per vivere la nostra vita: amarci! (rileggiti Genesi 2)

Va bene, forse la stiamo facendo lunga.. avremmo pagine di appunti e spunti che vorremmo condividere.

Diamo un colpo di forbice e vi diciamo: oggi, domani, sempre, accogliti/accorgiti di quanto sei amato!

Domani dovete amare la vostra vita!

Mettere i piedi giù dal letto e dire: grazie!

Grazie perché mi ami, grazie perché sono in piedi, sveglio, grazie perché magari vado al lavoro, ho una moglie, ho dei figli. Grazie perché ho fatto colazione.

Grazie per il sole e questa Alba splendida, grazie per il freddo e l’alternarsi delle stagioni. Per tutta questa grande ricchezza.

Solo riconoscendosi figli amati dal Padre e da chi abbiamo attorno possiamo amare dello stesso amore che ci è dato.

Cosa aspetti a dire il tuo grazie?

Buona festa di san Valentino, buona festa degli innamorati! Aggiungiamo noi buona festa dell’amore!

Non si esaurisca a domani però la gratitudine di essere figli amati, ma da domani viviamo ogni giorno amando e lasciandoci amare.

Solo nell’amore troviamo la nostra vocazione vitale per affrontare ogni giorno, sia che siamo sposi, single, sacerdoti, religiosi, vedovi o divorziati.

Concludiamo con un breve monito di Papa Benedetto XVI, che in poche righe esprime quanto detto fino a qui, ricordandoci qual è il vero e unico senso della nostra chiamata alla vita:

“Fa sì che l’amore unificante sia la tua misura, l’amore durevole la tua sfida, l’amore che si dona la tua missione”

 (Papa Benedetto XVI)


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Due vite. Qualcosa ti esplode dentro ma tu devi festeggiare

Sanremo è finito da poche ore. Ha vinto Mengoni con la sua bellissima Due vite. Siamo ancora in pieno clima sanremese e stavo pensando di scrivere un articolo proprio sulla canzone di Mengoni e invece tratterò di altro. Infatti non solo padre Luca Frontali ma anche altre persone che leggono il blog mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sul monologo di Chiara Francini.

Cosa dire? Io vi confesso che ero andata a dormire dopo il medley di Paola e Chiara quindi non l’ho ascoltata in diretta, ma l’ho su su Rai Play oggi, dopo che Andrea a colazione tutto entusiasta, visto che la conosce di persona, mi ha detto: la devi ascoltare ha detto cose magnifiche mi sono sentito compreso. Mi ha specificato che il monologo proposto a Sanremo è solo una parte di un suo spettacolo teatrale. L’abbiamo quindi ascoltata insieme diverse volte. Io ho l’abitudine di fare prima una visione complessiva, immagine e parlato, e poi una seconda volta concentrandomi solo sull’audio. Un po’ come si fa quando si è nel confessionale e si ha la grada davanti. Lì vi è l’ascolto vero e reciproco. Senza pregiudizio.

Mi sono ritrovata molto in questo passaggio; quando qualcuno ti dice che è incinta e tu non lo sei mai stata, qualcosa ti esplode dentro, si apre un buco in mezzo agli organi, ma tu devi festeggiare. Ora sicuramente, come è d’ abitudine, chi sale su quel palco il giorno dopo viene riempito di critiche, giudizi, condanne e, il più delle volte, proprio da chi Sanremo non lo guarda. Perché per alcuni non è da cristiani. Ecco io invece lo guardo perché mi piace ascoltare i testi delle canzoni, voglio conoscere ciò che ascoltano i nostri ragazzi per essere in grado di poter dare non solo un giudizio ma eventualmente una direzione. Chiara se avesse fatto il suo discorso in una classica sala parrocchiale, nei gruppi famiglia nel momento delle condivisioni, le sue parole non sarebbero state fuori luogo.

Secondo me ha risvegliato proprio questo: la mancanza di questo tipo di condivisioni nelle nostre parrocchie. Le parole di Chiara sono anche le mie. Io stessa le ho pensate e pronunciate. Credete che chi è che nel pieno del dolore per una mancata gravidanza, per un aborto spontaneo, o per il rimpianto di averci pensato troppo tardi a un figlio, credete che non le ha mai pensate e pronunciate? Io ogni volta che una amica si presentava trionfante con il suo grembo stravitoso ho sempre pensato: come ha fatto in così poco tempo? Si è sposata due mesi fa. Ebbene sì, sono pensieri che bene o male si provano. E’ umano che sia così. La differenza sta che Chiara li ha detti ad alta voce. È stata vera e schietta. Indubbiamente il suo percorso di vita è diverso da quello di ognuno di noi, è diverso da quello mio e di Andrea.

Andrea si è sentito accolto e capito quando Chiara ha ammesso di aver perso del tempo. Il tempo è stato un fattore chiave della nostra crisi matrimoniale. Andrea è cosciente e consapevole che abbiamo rimandato troppo la ricerca di un figlio biologico e ora si ritrova a vivere la pienezza di una paternità diversa. Ma è stato un percorso scoperto all’interno del matrimonio. Abbiamo attraversato l’amarezza e il dolore. La Perdonanza assisiana di qualche estate fa ci è servita proprio a questo: a rinascere a vita nuova . Ascoltando Chiara mi sono tornate alla mente le mie parole quando, nel bel mezzo del dolore, chiedevo a don Francesco: ma posso non averlo questo istinto materno? Talmente era forte il mio dolore non solo emotivo ma anche fisico, e lui mi rispondeva sempre: no non puoi non averlo. Ho faticato un pochino ma poi ho compreso le sue parole, indubbiamente il servizio in Croce Rossa mie è stato utilissimo per questo. Quando ho scoperto la mia chiamata alla Croce Rossa eravamo in piena pandemia.

Il servizio verso il prossimo è stato per me il mezzo per esercitare la mia maternità, è stato quel filo rosso che mi ha ricondotto in chiesa. Per anni, noi che siamo stati senza figli biologici, siamo stati etichettati ” Adulescenti”. E’ vero che vieni considerato di serie B, come quello che non capisce niente di nulla. Quante volte dei genitori ci hanno detto la frase mitica tu non puoi capire, come se avere figli corrispondesse ad avere vinto un premio. Anzi, come spesso dicevo io anni fa ad Andrea, un figlio cos’è il lasciapassare per le vacanze comunitarie della parrocchia?. Se non hai figli vieni quasi messo in attesa come accade al CUP della ASL perché la priorità sono le famiglie con figli.

Potremmo andare avanti ad oltranza su questo argomento, ma le polemiche a noi non interessano e preferiamo l’ascolto e la condivisione. Anzi semmai vi lascio una richiesta: voi che avete figli vi dovete impegnare a spargere speranza verso le coppie che sono ferme nel loro dolore. Noi per primi cerchiamo di seguire la scia luminosa della speranza. Io ho pochissime probabilità di poter dare alla luce un bambino. La gravidanza mi viene presentata al pari di una malattia invalidante e so benissimo che se, a Dio piacendo, dovessi rimanere incinta dovrei stare a letto ferma immobile per mesi, ma sono pronta e preparata per farlo. Qualsiasi cosa accada sono pronta, anche se durasse pochissimo tempo, perché ora so che Dio è custode della vita dal concepimento alla fine, e non dovrò sentirmi in colpa o tantomeno una fallita, se disgraziatamente dovessi perderlo. La vita è fatta di scelte e sentieri, noi come sempre abbiamo intrapreso il sentiero più difficile e, in alcuni momenti, doloroso, ma in fondo si vive per Cristo con Cristo e in Cristo.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Coppia cristiana, DOCG

Cari sposi,

            la scorsa estate ho realizzato con alcuni confratelli una bella ed impegnativa passeggiata in alta quota sulle Alpi. Il dislivello tra il punto di partenza e di arrivo è stato di oltre 1500 mt e la cima superava abbondantemente i 3000. Il sentiero era abbastanza serpeggiante e in alcune occasioni faceva giri strani sui costoni della vallata, addirittura a momenti scendeva invece di salire. Comunque, solo quando siamo arrivati ad una certa altezza e ci siamo volti indietro, abbiamo realizzato il motivo del percorso così movimentato: chi ha disegnato il sentiero, conosceva bene la zona e tra le varie cose, lo ha fatto passare proprio laddove la roccia era più solida e resistente alle intemperie.

 La situazione, più o meno, si ripete nel vangelo odierno in cui Gesù reinterpreta tutta la Legge di Mosè. Cosa vuol dire che Lui “non abolisce ma porta a compimento”? Fondamentalmente significa che Gesù conferisce il senso vero e proprio alle Dieci Parole, depurandole da quell’alone di Codice Stradale in cui si stavano tramutando.

Una mente umana non sarebbe riuscita a cogliere i motivi ultimi e più profondi sottesi ad ogni comandamento. Ci voleva lo stesso Autore per donarci il perché, il fine, la spiegazione completa. Solo ponendoci nella mente di Dio possiamo capire il senso della nostra vita e, per voi sposi, del vostro matrimonio, proprio come è stato necessario arrivare molto in alto per cogliere la saggezza di chi ha disegnato quel sentiero. Il mainstream ci martella di continuo: Perché l’amore sponsale è solo tra uomo e donna? Chi ha detto che è chiamato alla fecondità? Come mai è indissolubile? Per quale motivo no al divorzio? Chi si è mai inventato ‘sta storia di non usare i contraccettivi? Più o meno questi i quesiti che pullulano nei media…

In fin dei conti tutti i nostri perché, assolutamente legittimi e ammissibili, non troveranno mai una risposta esauriente se non entriamo nella mente e nel cuore di Dio, che ha stabilito ogni cosa con misura, calcolo e peso (Sap 11, 20). Capite quindi quanto sia urgente che voi sposi facciate esperienza della Sapienza infinita di Dio su di voi, che non sia solo un discorso cerebrale ma una convinzione esperienziale. Siete la prova vivente del Mistero Grande a cui ha accennato estasiato San Paolo in Efesini 5. In voi si specchia l’amore trinitario, sebbene coesista con tutti i difetti e limiti personali e di coppia. Il matrimonio sacramentale è, nella mente di Dio, il dono più grande che Egli abbia mai escogitato per due innamorati. In voi sposi si vede nitidamente il senso della restaurazione che Gesù è venuto a compiere. Se il VI e IX comandamento erano una protezione all’amore coniugale da ogni slancio egoista o utilitarista, con Cristo al matrimonio viene dato il vero impulso e spinta affinché giunga a maturazione e sia veramente un dono totale, sincero e mutuo tra coniugi. Cari sposi, con Cristo sì ce la potete fare a vivere quell’aspirazione e desiderio con cui siete partiti nella vostra avventura di amore pochi o molti anni orsono! Come ha detto molto bene Papa Francesco: È davvero un disegno stupendo quello che è insito nel sacramento del Matrimonio! E si attua nella semplicità e anche nella fragilità della condizione umana. Sappiamo bene quante difficoltà e prove conosce la vita di due sposi… L’importante è mantenere vivo il legame con Dio, che è alla base del legame coniugale. E il vero legame è sempre con il Signore (Udienza, 2 aprile 2014).

ANTONIO E LUISA

In questo caso mi sento di portare semplicemente ciò che ho capito nel mio matrimonio con Luisa. Ho imparato ad amare i comandamenti declinati in quella che è tutto l’insegnamento morale della nostra Chiesa. Il matrimonio mi ha permesso di comprendere la bellezza di abbracciare la legge di Dio, una legge che è fatta per rendere le nostre relazioni sempre più autentiche e sempre più piene, in particolare la relazione matrimoniale che è la più profonda e completa di tutte. Il matrimonio mi ha permesso di capire che la legge di Dio è fatta per la nostra gioia e non per frustrarci. I comandamenti non imprigionano ma ci aiutano ad essere davvero liberi di farci dono l’uno per l’altra.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 54

Stiamo ancora riflettendo sul momento della cosiddetta Comunione.

Diveniamo quindi per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi, cioè facciamo da dimora a Gesù… di solito per far sentire a proprio agio l’ospite si dice: “Fai come se fossi a casa tua”, ma se potessimo rivolgere la stessa frase a Gesù e Lui ci prendesse sul serio che cosa farebbe del nostro corpo e del nostro cuore/anima? Siamo così sicuri che si sentirebbe a suo agio tra le impurità del nostro corpo e del nostro cuore?

Il nostro continuo lavoro di sposi è quello di vivere sempre di più e sempre meglio la virtù della castità, la quale ci aiuta a ripulire la casa dove far soggiornare Gesù Eucarestia e lasciarcelo spiritualmente come ospite fisso una volta che le specie consacrate hanno perso gli accidenti del pane e/o del vino. Per aiutarci a vivere meglio questa virtù può essere d’aiuto il pensare ogni giorno alla preparazione della comunione eucaristica della Domenica ; quando siamo presi d’assalto dai nemici della castità possiamo riflettere se cedere a quel gesto o quel pensiero impuro ci permetta di ospitare degnamente Gesù Eucarestia la Domenica… se sorgono dubbi significa che quello è un peccato ed è assolutamente da evitare, perché la coscienza, anche se non ben formata, ci lascia irrequieti col dubbio irrisolto, e questo è un chiaro segnale da prendere in considerazione.

Dovremmo vivere la relazione col nostro coniuge con i frutti della comunione passata e come anelito e preparazione alla comunione futura… se vissuta così, tutta la settimana ha come obiettivo la Messa domenicale e da essa riparte per viverne un’altra. Non può esserci una separazione tra la vita ordinaria e la fede, perché Gesù si è fatto vero uomo, uomo al 100% tranne il peccato, perciò tutto ciò che riguarda l’uomo ha a che fare con la fede e da essa è illuminato, corroborato e santificato; il mondo tende a fare una separazione, a disgregare l’uomo nella sua stessa natura intima, ma l’uomo allontanato da Dio perde senso, vita, nutrimento… è come una lampadina scollegata dalla corrente elettrica, è come un fiume che pretende di essere tale senza una fonte, è come un giorno senza sole, come un quadro anonimo senza autore. E ciò che vale per l’uomo analogamente vale per la famiglia, vale per il matrimonio, vale per la coppia di sposi, senza Dio che si fa carne, che diventa realtà quotidiana, si barcolla come gli ubriachi mossi dai venti del mondo che ci strattona di qua e di là secondo i propri gusti malsani o le proprie mode.

Non possiamo pretendere di amare con lo stile di Dio se non andiamo mai alla fonte di tale amore, che è Dio stesso presente nella Santissima Eucarestia, essa è il nostro alimento speciale, e se La accogliamo con le dovute disposizioni interne ed esterne essa produce nell’anima effetti diversi per ognuno, è un cibo “personalizzato”: se un’anima ha bisogno di pace Essa infonde pace, se un’altra ha bisogno di uno scossone Essa produce scossone, se una terz’anima necessita di coraggio Essa infonde coraggio, se ha bisogno di forza riceve forza per combattere i vizi, se ha bisogno di perseveranza riceve perseveranza per vivere le virtù, ecc… ogni anima è amata in modo personalizzato da Dio, il Quale dispone liberamente dei Suoi beni e dà a ciascuno ciò che serve per il cammino di santità, per ogni momento di ogni anima Dio prepara delle Grazie che poi elargisce a seconda della disposizioni dell’anima stessa, ecco perché ci siamo azzardati a definire l’Eucarestia un cibo “personalizzato”. Più si avanza nel cammino di santità e più si capisce come il momento della Comunione Eucaristica sia il momento privilegiato per chiedere Grazie e crescere nella fede, ma lasciamo che a spiegarcelo sia Santa Teresa d’Avila :

Fino a quando il calore naturale non ha consumato gli accidenti del pane, il buon Gesù è in noi: avviciniamoci a Lui! Se quando era nel mondo guariva gli infermi col semplice tocco delle vesti, come dubitare che, stando in noi personalmente, non abbia a far miracoli se abbiamo fede? (Cammino di perfezione 34,6-8).  […] ci dette in alimento perpetuo la manna di questa sacratissima Umanità. Noi ora la possiamo trovare quando vogliamo, per cui se moriamo di fame è unicamente per colpa nostra. L’anima troverà sempre nel SS. Sacramento, sotto qualsiasi aspetto lo consideri, grandi consolazioni e delizie, e dopo aver cominciato a gustare il Salvatore, non vi saranno prove, persecuzioni e travagli che non sopporterà facilmente (Cammino di perfezione 34,1-2) Quanto a voi, fategli buona compagnia e non vogliate perdere una così bella occasione per trattare dei vostri interessi, come quella che vi si offre dopo la S. Comunione. […] se voi portate il pensiero ad altre cose, non fate conto di Lui e neppur pensate che vi sta nell’anima, come volete che vi si dia a conoscere? Quel tempo è assai prezioso perché allora il Maestro ci istruisce: facciamo d’ascoltare, baciamogli i piedi, riconoscenti per tanta sua degnazione, e supplichiamolo di star sempre con noi. Appena comunicate, chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso. Vi dico, vi torno a dire e ve lo vorrei ripetere all’infinito, che se vi abituate a questa pratica ogni qualvolta vi accostate alla Comunione, il Signore non si nasconderà mai così totalmente da non manifestarsi con qualcuno di quei molti espedienti che ho detto, in proporzione del vostro desiderio: lo potreste desiderare con tanto ardore da indurlo a manifestarsi del tutto. Ma se noi non facciamo conto di Lui, e lo abbandoniamo appena ricevuto… che volete che faccia? Deve costringerci a guardarlo per potersi manifestare? Non è già per una grande misericordia se ci assicura che Egli è nel SS. Sacramento e vuole che ci crediamo? Ma quanto a mostrarsi svelatamente, a comunicare le sue grandezze e a diffondere i suoi tesori, è desso un favore che non vuol concedere se non a coloro che ne vede molto desiderosi (Cammino di perfezione 34,10.12-13)

Giorgio e Valentina.

L’ipocrisia (e i danni) di una finta castità

Prendo spunto da un film non molto conosciuto di alcuni anni fa. Si tratta di Mustang. Un film crudo, che racconta la vicenda di cinque sorelle turche. Abitano in un piccolo paese a mille chilometri da Istanbul. Hanno perso i genitori e sono cresciute con lo zio e con la nonna. Una cultura islamica conservatrice impone loro uno stile di vita lontano dai loro desideri. Vivono in una società che impone matrimoni combinati, moderazione nel vestire e obbligo di verginità e castità prima del matrimonio. La donna deve essere pura, pudica e virtuosa. Solo la donna. Per l’uomo non vale. E cosa fanno queste ragazze? C’è una scena emblematica di tutta l’ipocrisia che c’è dietro una morale senza sostanza, fatta di regole non comprese e rispettate solo per paura o per dovere. In questa scena, una di loro si apparta con il fidanzato e pur di non perdere la verginità decide di avere un rapporto anale con lui. E’ questa la castità? Mi chiedo a cosa possa servire una scelta del genere. La castità non è quella che esibisce il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte. La castità non è quella delle visite per confermare la verginità. Queste cose, che accadono ancora in alcune parti della Turchia, erano normali anche in Italia fino a metà del secolo scorso. Ora da noi non lo sono più, però la mentalità è rimasta in alcuni di quei già pochi che si decidono per la castità. La castità come abbiamo cercato di raccontare in tante occasioni non è una realtà soltanto fisica, di facciata, ma abbraccia tutta la persona in anima, corpo e cuore. La castità diventa modalità di relazionarsi per essere sempre più dono per l’altro e sempre meno egoisti verso l’altro.

Oggi forse è meglio di sessant’anni fa. Perchè c’è più consapevolezza quando si sceglie la castità. Almeno dovrebbe esserci. E’ una scelta che comporta delle rinunce immediate e oltretutto è derisa da un mondo che non la capisce e che la vede come una inutile privazione. E invece? Non è sempre c’è una vera consapevolezza. Vi porto ad esempio due situazioni in cui vivere la castità nel fidanzamento male ha poi portato grossi problemi nel matrimonio. Sono situazioni reali. Non mi sto inventando niente. Situazioni in cui Luisa ed io ci siamo imbattuti più di una volta. E quando abbiamo accolto la sofferenza di questi giovani sposi la loro domanda era sempre la stessa: perchè nonostante ci siamo impegnati tanto a vivere la castità ora facciamo tanta fatica e non è tutto perfetto?

La castità non serve a coprire dei problemi.

Questa situazione non è per nulla infrequente. Succede soprattutto in quei gruppi anche cattolici che fanno della castità una medaglia. Che magari la ostentano. Sia chiaro non ho nulla contro questi gruppi e contro queste associazioni in cui i ragazzi possono trovare sostegno a vicenda. Dico solo di fare attenzione. Non fate della vostra debolezza e delle vostre ferite una medaglia. Affrontate le vostre difficoltà e non nascondetevi dietro una parvenza di santità. Perchè è solo tale. Non c’è santità in una castità usata come scudo perchè non si è capaci di donarsi attraverso il corpo. Questo accade per tanti motivi: per mancanza di autostima, perchè non c’è un bel rapporto con il proprio corpo, perchè si sono avute esperienze negative, per delle dinamiche anaffettive vissute nella famiglia di origine, per una idea sbagliata e un po’ bigotta della sessualità. I motivi possono essere molteplici e possono sommarsi tra loro. Cosa comporta questo? Vi racconto un’esperienza di una coppia così che ci ha contattato tempo fa. Una volta sposati non hanno più avuto la castità come scusa per rimandare il momento del rapporto e i due sono entrati in crisi. Basta uno dei due che abbia usato la castità come copertura. Difficilmente ci sono dentro entrambi. Ci ha chiamato lei, disperata e incredula, dicendoci che lui non la sfiorava, non la guardava, non la cercava. Lei provava a provocarlo, a mostrarsi attraente e svestita e lui restava al pc senza mostrare interesse. Quelle poche volte che facevano l’amore, o ci provavano, lui lo faceva quasi meccanicamente, veloce, senza preliminari. Sembrava che stesse svolgendo quasi un compito. E lei? Si sentiva smarrita, non desiderata, ignorata. Si sentiva non amata. Ci ha confidato che avrebbe avuto voglia di scappare, che non pensava che il matrimonio poteva essere così difficile. Si aspettava, dopo tutta quella attesa, un momento di unione meraviglioso e invece? Solo freddezza e lontananza. Capite che quella che hanno vissuto non è stata vera castità. E’ stato solo rimandare un problema a dopo il matrimonio. Dove tutto è più difficile poi. Come comprendere se siete dentro questa ipocrisia? E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. 

La castità portata al limite diventa frustrante

Questa è la castità che il nostro padre spirituale chiamava del cane rabbioso. In questa c’eravamo caduti un po’ anche io e Luisa (per colpa mia naturalmente) e poi i primi anni di matrimonio l’abbiamo pagata. Abbiamo dovuto recuperare l’abbandono reciproco. I due non comprendono la bellezza della castità ma ne subiscono le rinunce. Vedono la richiesta della morale cattolica come una legge assurda ma che per paura o per dovere cercano di rispettare. Vivere la castità così cosa comporta? Che la tentazione è forte, c’è desiderio di avere rapporti completi o incompleti, ma ci si controlla. Si arriva sempre al limite. Il limite si sposta sempre più in là. Arrivando fin quasi al rapporto completo e fin quasi all’orgasmo maschile. Che qualche volta arriva non riuscendo lui a controllarsi. Vivendo la castità in questo modo c’è una continua tensione verso l’appagamento sessuale e nel contempo un continuo controllo e frustrazione di questa pulsione. Più il corpo, con tutti i suoi ormoni, con la sua eccitazione e con le sue pulsioni istintive, ci spinge a raggiungere l’orgasmo e più il cervello cerca di controllare e di bloccare questi istinti naturali che si sono ormai innescati. E’ quello che è successo ad una coppia che ci ha scritto alcuni mesi fa. Arrivati al matrimonio i due sposi si sono poi trovati in grossissime difficoltà. Lui, abituato a controllarsi, non riusciva più a lasciarsi andare e a mantenere l’erezione durante la penetrazione. Capite come giocare con la nostra sessualità poi non è così innocuo? Può creare scompensi che poi è difficile riequilibrare. Ora quella coppia sta cercando faticosamente di venirne fuori. Altre volte ci hanno contattato spose che, abituate a trattenersi e a limitare le effusioni del fidanzato, poi nel matrimonio non erano capaci di abbandonarsi, con conseguente difficoltà a trarre piacere dall’intimità e nei casi più gravi a lasciarsi penetrare con irrigidimento dei muscoli della pelvi, insieme a quelli dell’addome e delle cosce (vaginismo). Il controllo mentale diventa così barriera fisica. Capite i danni che questo tipo di finta castità causa poi all’intimità matrimoniale e di conseguenza a tutto il matrimonio.

Quindi la castità va vissuta bene. Per viverla bene va compresa e va capito che questa scelta è migliore per noi, per l’altro e per la relazione. Va quindi vissuta nella continenza e nella volontà di non entrare mai in quello che Alessandra di 5P2P chiama imbuto. Arrivare a quel livello di effusione dove l’eccitazione è ormai partita e dopo fermarla comporta un forte controllo emotivo e psicologico e lascia comunque un senso di frustrazione e di incompiutezza. Tanta tenerezza, ma senza eccitazione sessuale. Semplice no? No non è semplice per nulla. Riuscirci però permette nel matrimonio di vivere una sessualità fantastica. Intimità che resta un percorso da perfezionare e migliorare nel tempo. Quindi non scoraggiatevi se non la vostra non è perfetta. Avete tutto il matrimonio per diventare sempre più bravi e per crescere in piacere e comunione.

Antonio e Luisa

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C’è del vero (non tutto) nel monologo di Chiara

Ho ascoltato con calma stamattina il monologo di Chiara Ferragni a Sanremo. Non ho guardato il festival. Però dopo aver letto alcuni commenti sono rimasto incuriosito e sono andato a cercarlo sul web. Devo dire che non mi è piaciuto tutto. Però ammetto che ho trovato alcuni passaggi che esprimono, a mio avviso, un sentimento autentico. Chiara ha fatto trasparire le vere paure e preoccupazioni di una mamma. Poco importa che sia privilegiata e con tante possibilità in più rispetto alla media. Ho visto la mamma. E mi è piaciuto. Quei due, i Ferragnez, non riesco ad inquadrarli bene. Nei loro messaggi c’è tanta retorica ed ideologia ma spesso ci leggo anche un genuino amore. Vedo certamente tanta contraddizione ma anche delle luci. Vengo ora a un passaggio che mi è piaciuto particolarmente. Dice Chiara:

Diventerai una madre anche tu e sarai sempre la stessa persona, con gli stessi dubbi e le insicurezze di sempre. Anche i tuoi genitori, che ti sembravano infallibili, hanno la consapevolezza a volte di sbagliare. Sarà semplice fare i genitori? Mai. Sarà il lavoro più duro di tutti e l’unica persona che potrà dare un giudizio finale sono i tuoi figli. Ti sentirai quasi sbagliata ad avere altri sogni al di fuori della famiglia. Se farai sempre del tuo meglio per i tuoi figli, togliti il dubbio, forse sei una brava madre, non perfetta, ma brava abbastanza. Un consiglio: celebra sempre i tuoi successi, non sminuirti mai di fronte a nessuno. 

Mi è piaciuta molto questa ammissione di fragilità e nel contempo di forza e di fierezza. E’ proprio così. Lo dico da uomo che è anche marito e papà. Io sono sposato con una donna che lavora. Quando i bambini sono piccoli hanno bisogno soprattutto della mamma. Io posso e devo esserci, devo impegnarmi a fondo per collaborare e dividere i compiti con lei, come è giusto che sia. Ma non sarà mai un impegno al cinquanta per cento La madre c’è dentro di più. C’è dentro tutta: in pensieri, corpo, emozioni, cuore. Tutto! Io ho sempre amato i miei figli ma non ho mai avuto la stessa visceralità di Luisa. Siamo differenti. Poi ci sono i momenti che sembra mollare, che sbrocca, a volte sembra un po’ matta ed è lì che è importante il mio sguardo. Basta poco. Basta un abbraccio, basta dirle quanto è bella. Basta starle vicino accogliendo la sua fragilità. Ha bisogno di essere sostenuta come ne ho bisogno io. Diciamocelo quanto siamo belli sopratutto quando facciamo fatica a vederla questa bellezza appesantiti da carichi che sembrano schiacciarci. Luisa per anni ha sofferto di questa sua incapacità a fare tutto bene. Ad essere moglie, madre ed insegnante al massimo delle sue potenzialità. A qualcosa si deve rinunciare e qualcosa si deve fare per come si può. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento, come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

Ho capito che la mia sposa è bellissima anche se non è perfetta. Lei è bellissima perchè si dona. Si dona a casa e si dona nel lavoro. E’ bellissima quando alla sera non riesce a stare in piedi perchè distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla, perchè è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono tanti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio.

Un’ultima cosa cari sposi: uno dei complimenti più belli che possiamo fare a nostra moglie è dirle quanto ci sentiamo fortunati e felici ad averla come moglie. Anche con tutti i suoi difetti perchè fanno parte di lei che per noi è una meraviglia. Non smettiamo mai di dirglielo. Ce ne ha bisogno.

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Senza figli non c’è la vita……. Anzi ce n’è anche troppa da investire

Quando ho letto l’articolo di Stefano e Anna Lisa, i Cercatori di bellezza, mi ha colpito una frase: senza figli non c’è la vita. Inizialmente ho pensato che se avessi letto questo articolo anni fa, mentre ero nel pieno del dolore per la mancata gravidanza, conoscendomi avrei preso il primo treno per Milano per andare a parlargli. Ma, con la lucidità mentale e a dolore superato, oggi onestamente vi posso dire che nel cercare un figlio l’ultimo dei miei pensieri era l’Inps e gli assegni familiari.

Ultimamente succede che ci sentiamo con Stefano. Ebbene sì! Dovete sapere che tra noi blogger ci si sente e si creano alchimie e sintonie che ci permettono di aiutare meglio voi che leggete. Se stai leggendo è perché magari sei in cerca di un appiglio, di quella parola consolante che ti fa esultare e dire ad alta voce: oh finalmente qualcuno che mi capisce. Io stessa quando leggo quelli di Stefano e Anna Lisa mi diverto un mondo. Iniziare il lunedì con loro è uno spasso.

Ora torniamo a noi. Io e Andrea, come sapete, siamo solo in due, infatti un figlio non resterebbe nel mio grembo anche se dovessimo usare la Super Attack. Essere in due indubbiamente ha i suoi pregi ma anche i suoi difetti. Noi due ultimamente ci sentiamo dire beati voi che non avete figli. Spesso e volentieri ce lo sentiamo dire da chi li ha. si sa, come ci ricordano gli antichi e saggi proverbi dei nostri nonni, che chi ha il pane non ha i denti. In alcune occasioni effettivamente noi per primi abbiamo pensato che la cicogna avesse sbagliato indirizzo di consegna. Nell’articolo Stefano fa notare che ci sono pochi aiuti economici per le famiglie con figli, se escludiamo le confezioni formato famiglia al supermercato. Noi due, ma non perché siamo dei santini da pianerottolo, abbiamo imparato l’acquisto condiviso. Avete presente i campi famiglia, quelli che si fanno con la parrocchia, dove si è in autogestione e devi provvedere a spesa e cucina per 50 persone minimo? Ecco, organizzando quei campi abbiamo imparato a fare così la spesa con i nostri amici che hanno figli ma anche con quelli che non ne hanno. Ci si riunisce e nulla va sprecato.

Sicuramente ciò che è venuto a mancare negli anni, non è tanto la sovvenzione statale, ma proprio il gioco di squadra tra le persone. Indubbiamente la pandemia ha reso tutti tanti piccoli satelliti, ma ci si è dimenticati che abbiamo tutti una stella comune che è Dio. Pensiamo ad esempio alle vacanze o ai ristoranti. Noi ad esempio al mare abbiamo l’abbonamento in prima fila come se avessimo dei figli, di solito la prima fila è uso e costume di cederla e riservarla alle famiglie con bambini, perché come diciamo noi hanno più spazio per creare piste o castelli di sabbia, che puntualmente il mio pallone da volley gli butta giù. Non lo faccio per cattiveria ma semplicemente perché ultimamente in spiaggia c’è poco spazio tra un ombrellone familiare e un altro. Non si pensa a chi ha più di un figlio. Devono magari affittarne due.

Sul fronte ristorazione, sarà che in famiglia abbiamo dei ristoratori, stiamo notando che molti esercizi hanno poco spazio in sala se si entra con passeggini e carrozzine. Io per prima mi sono chiesta alcune volte come avrebbero fatto se fosse entrato un passeggino gemellare. Cosa devono fare i genitori? Aspettare che il bimbo sia capace di fare i primi passi da solo per godere di una semplice pizza fuori? Per noi due ovviamente questi problemi logistici non ci sono ed è per questo che spesso e volentieri diamo il cambio a quei poveri amici stanchi che rischiano di riuscire a parlarsi solamente tra un cambio di pannolino e un omogenizzato. Chi ha figli va sostenuto anche con questi piccoli gesti. Perché spesso e volentieri c’è il rischio che qualche famiglia diventi bimbocentrica e si dimentica dell’importanza del rapporto di coppia. Prevenire è meglio che curare.

Quando ogni tanto qualcuno ci dice beati voi che dormite mi arrabbio un po’. Eh no, perché anche noi non dormiamo sempre tranquilli, anche noi abbiamo il pensiero dei nostri ragazzi (i ragazzi che seguiamo) che sono più grandi e che magari già guidano o che sono all’estero per l’Erasmus e ti chiedi: starà bene? Avrà freddo? L’ultimo, ad esempio, è tornato dalla Turchia che non è certo la spiaggia di Fregene. Un legame genitoriale lo si ha a prescindere se un figlio abiti con te o meno. Che lo hai portato in grembo o meno. Perché alla fine sempre in affidamento da Dio ci è stato donato. Le nostre parole vogliono essere uno sprint per le coppie ferme nel dolore, ma anche per chi è magari incerto se avere un figlio o meno. Buttatevi e rischiate che ne vale la pena. Il nostro padre spirituale ci ha insegnato che si vive senza se e senza ma. Qualcuno che sta su una Croce ci ha amato senza se e senza ma. Siamo tutti una famiglia di famiglie.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

La creazione abbonda.

Dal libro della Gènesi (Gn 1,20-2,4a) Dio disse: «Le acque brùlichino […] E fu sera e fu mattina: quinto giorno. Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie […] Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l’uomo a sua immagine ; a immagine di Dio lo creò : maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro : «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba […]. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

In questi giorni la Chiesa ci fa rileggere i primi capitoli della Genesi, quelli famosi della Creazione, e oggi ci viene proposta la seconda parte che termina con la creazione dell’uomo (non inteso in senso maschile ma come creatura). In questi duemila anni di magistero ci sono già innumerevoli considerazioni, approfondimenti, prediche, insegnamenti orali e scritti su questi primi capitoli della Bibbia che non possiamo alzare la mano come i primi della classe e dirvi che abbiamo capito tutto noi, per questo vogliamo solo aiutare a mettere a fuoco un aspetto che emerge da questo racconto: l’abbondanza.

Si può notare come l’uomo, in queste pagine della Genesi, sia come la ciliegina sulla torta, ma attenzione a non pensare che il resto della creazione sia di addobbo; non è che il Padre si sia messo a mirare la creazione pensando che mancasse qualcosa, e come fa il prestigiatore quando tira fuori dal cappello il coniglio così abbia tirato fuori dal suo cappello delle idee la creatura umana… no!

Ha pensato fin dall’inizio l’uomo, il quale però necessitava di un posto dove vivere, ecco che allora prima crea l’universo accogliente per poi collocarci finalmente l’uomo.

Se si affronta con calma la lettura di questo brano si può notare come la descrizione delle creature che ne emerge sia quasi meticolosa e non sia solo un banale elenco, assomiglia invece ad una planata dall’alto sulle creature come quelle alle quali ci hanno abituato da qualche tempo ormai i video eseguiti con i droni volanti i quali ci fanno ammirare paesaggi e particolari prima ignoti. Potrebbe anche sembrare un elenco troppo ridondante, esageratamente abbondante, eppure non descrive che una minima parte del mondo creato. Spesso ci si sofferma con le riflessioni sulla frase “… a nostra immagine e somiglianza…” pensando al desiderio di infinito che abbiamo dentro, o alla spinta a vivere rapporti interpersonali con altri poiché anche Dio in sé è comunione di amore fra tre persone, ma quasi mai si mette l’accento sull’abbondanza della Creazione.

Tutto è stato creato per l’uomo, dalle stelle più lontane all’erba del giardino di casa, se ci si ferma un attimo a pensare ci si accorge di quanta abbondanza il Signore abbia usato per pura gratuità nei nostri confronti. Noi non siamo mai andati sull’Himalaya né ci andremo mai e forse non lo vedremo mai dal vivo coi nostri occhi nemmeno da lontano, eppure Dio l’ha creato anche per noi ed è lì; noi non siamo mai stati e mai andremo alle Hawaii eppure esistono… per noi due che abitiamo a Brescia non cambia niente nella nostra vita quotidiana il fatto che esistano l’Himalaya e le Hawaii! Ma Dio ha voluto essere così abbondante perché la creazione è un piccolo riflesso di se stesso, e siccome Lui è infinitamente abbondante ecco allora che ha impresso anche nella Creazione un indizio che richiamasse alla Suo essere abbondante per natura.

E gli sposi? Essi sono chiamati a loro volta a vivere questa abbondanza e a renderla vita concreta attraverso: l’abbondanza della prole, l’abbondanza di gesti di amore concreto, l’abbondanza nell’amicizia, l’abbondanza di gratuità, l’abbondanza di servizio alle molteplici forme di povertà, l’abbondanza nel tempo dedicato all’ascolto del cuore dell’amato/a, l’abbondanza nel sacrificare se stessi per far felice il nostro coniuge, l’abbondanza nell’investire sull’educazione dei figli, l’abbondanza di elemosina, l’abbondanza nella cura dei parenti malati o vecchi, l’abbondanza di tempo nella preghiera… in sintesi siamo chiamati a vivere un matrimonio abbondante di santità… quando ci si ferma a contare non c’è più la gratuità.

Che c’azzecca la gratuità? L’abbondanza e la gratuità vanno a braccetto, non si può definire una realtà abbondante se non c’è gratuità, se ci pensiamo bene è così anche nelle piccole cose umane: notiamo ad esempio che quando riceviamo beni dalle persone che ci amano, spesso la misura è oltre il fabbisogno, per cui tale misura la chiamiamo abbondanza e non viene misurata dal donatore, per cui essa è gratuita; quando definiamo una realtà abbondante significa che supera la reale necessità, e la misura che abbonda è comunque compresa nella realtà stessa perciò è gratuita… gratis e abbondanza vanno di pari passo.

Se potessimo fare un elenco delle grazie ricevute dal Signore non basterebbero 100 fogli, contando solo quelle che conosciamo, se poi nell’elenco potessimo aggiungere quelle che nemmeno conosciamo né sappiamo di aver ricevuto, chissà quanti fogli occorrerebbero! Citiamo solo un paio di grazie: ogni mattina che ci siamo svegliati e ci siamo resi conto di essere ancora vivi è una grazia gratuita del Padre, ogni respiro che facciamo è voluto dal Signore. Provate a contare solo queste due grazie: questa non vi sembra abbondanza?

Coraggio sposi, il matrimonio deve essere la palestra dove si impara a vivere con abbondanza come il Padre, senza misurare tutto come gli avari, ma donando tutto e anche di più con gratuità, allora diventeremo sempre più a somiglianza di Dio.

Giorgio e Valentina.

45° giornata per la vita! Ama e vivi.

Ieri una domenica bella! Bellissima! Una domenica bella come il Natale, dove non c’era spazio per la tristezza, per il grigiore. Ieri si celebrava la vita!

La giornata per la vita non dev’essere volta solo a celebrare l’aspetto della natalità. Tema importante, centrale, radicale. Ma come il Natale non è solo la nascita di un bambino in una mangiatoia ma molto, molto di più. La giornata per la vita riguarda tutti, perché non solo chi è in gravidanza, chi vive la maternità, chi ha vissuto un dolore neonatale deve sentirsi parte di essa. Anche tu, vivi e hai il dovere di vivere e non vivacchiare! Anche tu puoi donare vita, puoi aiutare la vita, puoi incoraggiare la vita, puoi custodire la vita, puoi accogliere la vita. Pensiamo al ruolo dei nonni quando in casa c’è un bambino piccolo. Pensiamo all’importanza delle coppie di amici affianco nel cammino. Pensiamo ai bambini, come hanno bisogno di giocare tra loro per vivere la vita. Pensiamo ai giovani che cercano la bellezza della vita, che vivono l’amore, che si interrogano sulla loro vocazione, che fanno del bene. Pensiamo ai volontari, agli educatori, …Anche tu hai il dovere di prender parte alla vita!

Ma cos’è la vita? Convenite con noi che è qualcosa di importante, un po’ come il cibo o l’acqua. L’uomo ha bisogno di sfamarsi, ha bisogno di bere, ha bisogno di vita e di vivere. Ma io mangio regolarmente, faccio colazione, pranzo, cena… ma vivo? Genero vita? Se la vita è importante come il cibo, forse di più, cosa faccio per la vita? Cos’è la vita? vediamo etimologicamente cosa vuol dire:

Vita: che è da ricondursi alla radice ariana giv- ed, in particolare, al sanscrito g’ivathas = vita, dove la g’ aspirata è stata sostituita dalla v nel latino arcaico vivita che, a sua volta, si è contratta nel latino vita. Per vita si intende lo “stato di attività della sostanza organizzata”. Si dice che la vita sia l’unica bolla di resistenza contro il caos, l’unico sistema capace di mantenere costante il livello di entropia (caos…) al proprio interno. La vita è ciò che ci permette di essere qui ancora oggi a parlare perché qualcuno l’ha donata a noi, perché noi possiamo donarla ad altri. La vita è ciò che non è morto, finito, esaurito, distrutto; la vita è la speranza di un futuro, è immagine di eternità.

Amore e vita si intrecciano, la vita è incatenata all’amore, è unita ad esso e non ci può essere vita se non c’è amore. Ed è folle l’uomo che pretende di vivere senza amare e di amare senza vivere. Impossibile pensare di non amare, poter dire “io non amo”, io non so cosa sia l’amore. Una persona che vive senza amare non riesce a vivere. Una persona che ama senza vivere è fuori natura perché la natura dell’amore è la vita. Cos’è allora la vita se non Amare! La spiegazione di ciò che è vita è racchiusa nell’amore.

Vivi tu? Ami tu? Chi vive ama! E chi ama vive! E crea vita! Proviamo a dircelo in un altro modo:

Vita, parola che illumina, come se fosse lo spazio bianco attorno a tutte queste lettere nere di inchiostro, messo a dura prova nel mondo attuale dalle variabili di un mondo che ci sta togliendo la bellezza dell’amore e del sesso, sue parti vitali. Dove sta la bellezza dell’amare se ho paura di far nascere nuova vita? Come un contadino che ara e lavora la terra ma non vuol vedere nascere il frutto del suo lavoro.

Amore vuol dire etimologicamente SENZA MORTE e quindi VITA. Amore è Vita. La vita è amare e riconoscerci amati, sentirsi amati, e comprendere che la vocazione inscritta nel cuore di ognuno di noi è l’amore, siamo fatti per amare. “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non l’esperimenta e lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Giovanni Paolo II Redemptor hominis n. 10.)

È meraviglioso amare ed essere amati, ma tale fascino non cresce spontaneamente, richiede un impegno di tutte le energie. Bisogna imparare ad amare con il cuore e con il corpo. Non ami se sei posseduto dal sesso, che brucia in te la vera capacità di amare. Il corpo è mezzo espressivo dell’amore. Non hai amore se sei abbandonato e guidato dai tuoi istinti, intrisi d’egoismo. Non sei libero nel vortice dei sensi, ma posseduto. Solo nella libertà si ama veramente. Dominare l’egoismo e le passioni ad esso legate dovrebbe essere la tua gioia, per far emergere l’autenticità della tua umanità, che è fatta per l’amore.

Solo impegnandoci a comprendere cos’è l’amore diventiamo gaudi, felici, vivi perché l’amore è vita e solo l’amore rende attraente la vita. Possa la giornata di ieri farci riconoscere che è importante celebrare la vita. Possa incoraggiarci ad amare per far crescere la vita intorno a noi. Possa risvegliarci dal nostro sonno in cui viviamo anestetizzati in una vita che non vive. In una vita che vivacchia. In una vita dove i piedi sono in due scarpe. Dove camminiamo ma in una rotatoria dove il bello e il brutto si ripetono ma non si prende mai una direzione. Vivi! Possa risvegliarci dal vivere appoggiati come parassiti ad un altro, o ad un idolo che non ci fa vivere ma ci toglie vita. Vivi! Un santo Papa disse una frase semplice un giorno, ma che forse tutti ricordiamo: Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!! Abbiamo solo questa vita per vivere! Fanne un capolavoro. Non vivendo esperienze estreme, egoistiche, che nascono dal tuo io. Ma vivendo l’amore!! Abbiamo solo una vita per amare! Il capolavoro lo dipingi se pitturi un quadro -per gli altri!

Ci hai già provato? E sei caduto? Hai fallito? Rialzati subito! Non hai un’altra occasione. Riparti!! Non ti abbiamo detto che era facile fare un capolavoro. Anzi te lo diciamo: è faticoso! Ma per questo sarà stupendo…Concludiamo citando un altro gigante bianco: Fa sì che l’amore unificante sia la tua misura, l’amore durevole la tua sfida, l’amore che si dona la tua missione (Papa Benedetto XVI). Alla prossima: restare vivi!!

Anna e Ste – @Cercatori di bellezza

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Perché il mondo assapori e veda la Comunione

Cari sposi,

nel mio percorso di sacerdote ho ricevuto la bellissima testimonianza di conversione di una donna in carriera, tanti soldi e successo professionale, finché il Signore portò a tutt’altra vita, al servizio dei poveri ed emarginati. Una frase della sua vicenda mi colpì in modo particolare: Quando non conoscevo Gesù, tutto quello che sperimentavo nella mia vita mi sembrava insipido, come non avessi olfatto e gusto. Dopo invece, le stesse cose avevano tutt’altro sapore!

Pensate ai tramonti o albe più impressionanti che ricordate. Quelle tonalità mozzafiato di luce rosea, rossastra, arancione, violacea… in pochi secondi si tramutano in grigiore e oscurità, senza alcuna attrattiva…ed è esattamente lo stesso cielo. Oggi Gesù ci provoca nuovamente. Palando ai destinatari delle beatitudini, il Vangelo della domenica scorsa, Gesù oggi rivolge nuove parole, il punto è la identità di discepoli, chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo e sollecita due sensi molto usati: gusto e vista.

Faccio alcune premesse per capire le immagini usate da Gesù. Anzitutto il sale, un elemento assai prezioso nell’antichità, quando non esistevano conservanti né frigoriferi. Era infatti l’unico modo per mantenere i cibi intatti e per questo così ricercato tanto da diventare moneta di scambio, da cui il termine “salario”, ossia lo stipendio nell’antica Roma per i soldati. Ma nella Sacra Scrittura il sale ha anche un valore simbolico, era infatti un elemento di comunione tra alleati, e aggiungere sale all’offerta per i sacrifici significava ribadire il patto di alleanza con Dio come anche la comunione con Lui. Lo si vede chiaramente in due passaggi, Numeri 18,19 e il secondo libro delle Cronache 13,5 in cui si riferisce di una “alleanza di sale”, un patto inviolabile, stipulato davanti al Signore.

Inoltre, riguardo alla luce, essa, la luce simboleggia sia Dio, salvatore del suo popolo (Sal 27,1: 2 Il Signore è mia luce e mia salvezza), come la sua Legge (cf. Sal 119,105: Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino) e in modo particolare il Servo di Jahvé, chiamato proprio “luce del mondo” (cf. Is 42,6: Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni). Per tutti questi significati, Gesù oggi viene a dirci il sale e la luce si devono trovare soprattutto nella vita di chi crede in Lui. Significano la verità, il senso nuovo all’esistenza che i cristiani sono chiamati a donare a chi proprio non vi riesce a trovarlo. E come si applica questo alla vita di coppia?

Sia la luce che il sale sono beni “relazionali” perché sono mezzi e non fini. Noi non vediamo la luce ma tramite la luce e non mangiamo il sale ma lo dosiamo con cura per insaporire le pietanze. Allo stesso modo il matrimonio è un mezzo per raggiungere la comunione con Dio. In questo blog non siamo ossessionati dalle nozze ma abbiamo compreso dal Signore e dalla Chiesa che il sacramento degli sposi è una grazia immensa perché le famiglie, le società, il mondo viva l’unità di cui Gesù è venuto a darci il sommo esempio: perché tutti siano una cosa sola (Gv 17, 21).

Il matrimonio famigliarizza il mondo, cioè è chiamato a dare un tocco di casa, di fraternità, di comunione: “Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere «domestico» il mondo” (Amoris Laetitia, 183)! Ecco il vostro essere sale e luce. Voi stessi ve ne accorgete: l’apporto e il contributo di un matrimonio unito e che ama i propri figli e irradia una vera testimonianza di amore ha un effetto reale e duraturo, anche a distanza di tanti anni.

ANTONIO E LUISA

Padre Bardelli, la nostra guida spirituale per tanti anni, diceva sempre durante i suoi corsi che una coppia di sposi era meglio non si impegnasse nella pastorale familiare senza aver almeno dieci anni di matrimonio. Il senso delle sue parole era chiaro. Noi sposi non evangelizziamo con quello che diciamo se non in minima parte. Certo è importante prepararsi, è importante essere consapevoli di cosa sia il nostro sacramento, ma quello che passa è soprattutto chi siamo. Noi sposi possiamo evangelizzare anche senza dire tante parole. Siamo chiamati a testimoniare ciò che siamo. Siamo una comunione di persone che cercano di amarsi e di perdonarsi ogni giorno. Ho in mente tante coppie della mia parrocchia, dell’associazione di cui facciamo parte e anche tante coppie amiche che sono potentemente evangelizzatrici. Lo fanno vivendo. C’è Ettore, uno sposo che resta fedele al sacramento seppur abbandonato, ci sono Simona e Andrea che sono usciti dalla sofferenza di non poter avere figli ed ora sono fecondi in mille modi, ci sono Giovanni e Caterina che si sono aperti alla vita con sette figli, ci sono Riccardo e Barbara che si donano completamente ai poveri e agli ultimi nella missione. Queste sono coppie che anche senza parlare possono portare luce e sale su questa terra. Fortunatamente ce ne sono tante altre. Coraggio cari sposi, mettiamo un po’ di sale in questo mondo con la nostra vita.

Santa dopo un matrimonio nullo

Vorrei dedicare questo breve articolo a raccontare i tratti della vita di una santa che sicuramente non è mai entrata nel vostro raggio di azione ma la cui storia cela una grande verità e rivela un luminoso esempio per la vostra vocazione nuziale. Oggi la Chiesa venera Santa Giovanna di Valois (1464-1505), prima regina di Francia in quanto moglie di Luigi XII, ritenuto il “padre del popolo francese”. Sebbene di famiglia nobile non ebbe affatto una vita facile, anzi, tutt’altro, la sua esistenza fu costellata di grandi sofferenze che seppe affrontare con grande fede e virtù.

Com’era abitudine all’epoca, fu data in moglie giovanissima, per scelta del padre, a Luigi di Orléans, il futuro re Luigi XII, ed il matrimonio avvenne nel 1476, quando lei contava solo 12 anni. Non ci fu una vera convivenza con il marito, il quale era tutto dedito alla carriera militare e politica. Anzi, ne venne proprio trascurata, complice anche, al dire dei cronisti dell’epoca, i suoi difetti fisici, probabilmente gobba e zoppicante di una gamba.

Quando Luigi di Orléans divenne re con il nome di Luigi XII nel 1498, egli volle ripudiare la moglie Giovanna e scelse la via canonica della nullità. Facendo leva su tutto il suo peso politico, influì sull’esito finale e poté risposarsi con la vedova del suo predecessore, Anna di Bretagna. Per Giovanna a quel punto inizia un nuovo capitolo. Da sempre contraria alla decisione del marito, continuò a dedicarsi in corpo e anima ai poveri e bisognosi, fino a fondare una congregazione religiosa di ispirazione mariana, l’Ordine dell’Annunziata di Bourges.

La santità di Giovanna consistette di un un ardente fede e amore che seppe dirigere anzitutto al marito, nonostante i rifiuti e le umiliazioni ricevute. Diede prova di carità eroica e perdono in occasione della prigionia di Luigi, caduto in disgrazia dinanzi a Carlo VIII. Fu proprio lei a chiedere e ad ottenere dal re di risparmiargli la vita, senza tuttavia che tale gesto, in seguito, abbia mutato l’atteggiamento di Luigi nei suoi confronti.

Il nocciolo di tutta la sua vicenda sta nel fatto che Giovanna ha posto il fondamento della sua vita e della sua fede in Cristo. Sappiamo che è il Battesimo il momento della nostra vera rinascita, in cui la nostra vita si innesta in quella di Dio stesso (cfr. Rm 6, 3, 11). È dal lì che noi riceviamo la forza, l’amore, direi anche l’autostima e il coraggio di vivere con gioia e serenità in ogni situazione di vita. È la prima verità su cui si cementa la nostra vita e sappiamo che Dio è una roccia inamovibile (Sal 17, 3).

Solo su questa verità se ne può costruire un’altra, appunto il matrimonio. Esso è un’alleanza di amore tra due persone che sanno di essere amate da Dio e ne vogliono fare un dono reciproco, per sé e per altri. Il matrimonio deve essere quindi vissuto nella verità, cioè in una retta intenzione ed essendone adatti. La Chiesa nella sua bimillenaria esperienza ha fissato ciò che in cambio rende nullo il sacramento, sebbene sussista una relazione di tipo affettivo-psicologico tra i nubendi. Vi sono infatti 12 impedimenti (cann. 1083-1094), 9 vizi del consenso (cann. 1095-1103) e i difetti di forma (cann. 11041109).

Se viene meno la verità nella relazione sponsale, ci insegna Santa Giovanna, non per questo la vita cristiana perde di senso e valore. Il suo esempio, sebbene ci paia così lontano da noi, al contrario rivela l’importanza di mettere al centro Cristo nella coppia e di vivere nella verità, sempre e comunque, a qualsiasi costo. Cari sposi, la bellezza del matrimonio è anche la sua continua necessità di essere rinnovato liberamente, come recita quella bella preghiera: “Signore, lasciami libero, perché ogni giorno possa di nuovo scegliere Te”. E vale sia per Cristo che per il coniuge.

Padre Luca Frontali

La castità o vale per tutti o non vale per nessuno

Le ultime affermazioni del Papa hanno destato scalpore. Ne approfitto per provocare una riflessione secondo me importante per il futuro cammino della nostra Chiesa. Il Papa ha affermato, durante una recente intervista rilasciata all’Associated Press, che l’omosessualità non è un crimine ma va intesa come peccato. E fino qui mi chiedo dove sia la novità. Specificherei solo che l’omosessualità non è neanche peccato finché non viene esercitata con atti concreti. Eppure il Papa ha dovuto produrre un chiarimento. La necessità di dover chiarire è già assurda. Ma leggiamo il chiarimento di papa Francesco: È un peccato, come qualsiasi atto sessuale al di fuori del matrimonio. Aggiungendo poi che, come altro peccato oggettivo, ogni atto va letto alla luce della storia personale di ognuno di noi. Scrive infatti il Santo Padre: bisogna considerare anche le circostanze, che diminuiscono o annullano la colpa”, perché “sappiamo bene che la morale cattolica, oltre alla materia, valuta la libertà, l’intenzione; e questo, per ogni tipo di peccato. Sintetizzando il Papa ci ricorda la piena avvertenza e il deliberato consenso che debbono accompagnare un peccato affinché questo sia davvero grave.

Mi sembra non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Anzi qualcosa c’è. Il Papa ha messo in evidenza qualcosa di fondamentale. Qualcosa che la Chiesa ultimamente ha colpevolmente lasciato un po’ da parte: la morale sessuale. Non ha senso scandalizzarci per gli atti omosessuali se non riusciamo ad inserirli dentro un contesto più ampio. Il problema non è che due uomini o due donne si diano piacere erotico. Il problema è a monte. Dobbiamo avere il coraggio di inserire questi atti all’interno di tutte le relazioni affettive e sessuali. Siamo davvero convinti che due omosessuali che hanno una relazione stabile e manifestano questo loro affetto attraverso gesti corporei siano più in errore di una coppia etero che dopo una conoscenza superficiale e limitata finisce subito sotto le coperte? Io non ne sono così sicuro. Ed è per questo che le associazioni LGBT cattoliche rivendicano una certa discriminazione. E’ vero. Da questo punto di vista hanno ragione. Infatti il papa non condanna gli atti omosessuali ma perchè fuori dal matrimonio. Matrimonio che non ci può essere tra persone dello stesso sesso ma questo è ovvio.

La Chiesa non può smettere di parlare di castità limitandosi a chiederla solo agli omosessuali. Non funziona neanche puntare sulla paura dell’inferno e del peccato mortale. Il peccato lo si paga già su questa terra. Alla fine peccare non è altro che sbagliare bersaglio, non fare centro nella vita. Accontentarsi di una vita vissuta non fino in fondo. Non riuscire a liberare l’amore che desideriamo dare e ricevere da tutto l’egoismo che abbiamo. Liberarlo dalle ferite che ci condizionano. Alla fine è tutto qui. E’ qui che ci giochiamo una buona fetta della nostra realizzazione e della nostra santità. Qualsiasi sia la nostra condizione: etero o omosessuali, fidanzati o sposati, laici o consacrati. Vale davvero per tutti.

Diciamocelo: tanti pastori non sono più capaci di proporre la castità ad un mondo che non la comprende più. Non vedo una condanna seria contro l’adulterio, contro i rapporti prematrimoniali, contro la masturbazione, contro la contraccezione. Sia chiaro: non contro chi li commette. Condannare certi gesti può piuttosto aiutare ad uscirne chi li commette. Per tanti sacerdoti il sesto comandamento è di fatto cancellato. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Nei corsi prematrimoniali è quasi un tabù parlare di castità prematrimoniale ad una platea composta per la maggior parte da coppie conviventi e molte con figli. Un sacerdote a cui voglio bene ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: i fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso al contrario che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento non a caso è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi ha dedicato all’adultero parte della vita? Non uccide forse la persona che l’adultero aveva invece promesso di curare, di rispettare e alla quale avrebbe dovuto donarsi tutti i giorni della vita? Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo. Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato senza donarsi totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro come oggetto, che ci sia la consapevolezza o meno. Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro

Quindi, tornando alle considerazioni di papa Francesco, non resta che una constatazione. Se i nostri pastori abbassano le richieste su rapporti prematrimoniali, adulterio e masturbazione lanciano un messaggio chiaro: la sessualità quando è vissuta in un contesto di sentimento, affetto e consensualità va sempre bene. Ora, spiegatemi come si fa a dire di no a una coppia omosessuale che si desidera e crede di amarsi? Non si può, si deve cedere anche con loro. Ed è quello che sta accadendo, purtroppo. La Chiesa è davanti ad un bivio: tornare alla proposta della castità per tutti o cancellare di fatto il sesto comandamento. Sembra che la strada scelta sia la seconda. La conseguenza di questa eventuale scelta? Più sofferenza e meno capacità di amare nella verità e nella pienezza l’altro. Sono d’accordo nel dire che tanti giovani non vogliono accettare la proposta cristiana sulla sessualità umana. Quello che non mi piace è che tanti pastori hanno smesso di far conoscere questa proposta, non danno spazio a coppie di sposi che ne possano parlare e testimoniare la bellezza. Non è possibile che Luisa ed io andiamo a testimoniare la nostra scelta dei metodi naturali (in una delle poche parrocchie che ne parla) e tanti cristiani non sanno neanche cosa siano. Come fanno a sceglierli? Dobbiamo darci tutti una sana svegliata!

Antonio e Luisa

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Apertura alla vita: dono totale!

Oggi vi proponiamo il testo della testimonianza che abbiamo proposto ieri sera ad un corso fidanzati di una parrocchia della nostra diocesi.

Purtroppo, conosciamo le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita» (Papa Francesco)

Cosa significa essere aperti alla vita? La Chiesa se lo sta chiedendo da tanto tempo e sono in corso anche adesso tanti confronti e discussioni tra i teologi. L’enciclica Humanae vitae ci ha dato delle coordinate importanti che sono tutt’ora valide. Ecco non siamo qui per fare i teologi o per rubare il mestiere al vostro don. No vi diciamo semplicemente la nostra esperienza, un percorso che ci ha permesso di arrivare a 20 anni di matrimonio ad avere 4 figli e a desiderarci più che all’inizio. Non abbiamo molto tempo e saltiamo tutta la nostra storia fino al matrimonio. Ci siamo sposati nel 2002 vi diciamo solo che abbiamo avuto la grazia, noi la reputiamo tale, di arrivare all’inizio del nostro percorso matrimoniale casti (seppur con alcune cadute) e con la consapevolezza che l’incontro intimo non è solo un gesto fisico che permette di stare bene e di provare un certo piacere ma è soprattutto un gesto sacro con il quale riattualizziamo il nostro matrimonio. Abbiamo compreso poi nel tempo come l’amplesso sia un’opportunità grande attraverso cui possiamo davvero fare un’esperienza di Dio, con le debite proporzioni possiamo fare un’esperienza di comunione talmente forte che è immagine di quella della Trinità. Noi parliamo nei nostri libri di vera liturgia, è la nostra Messa. Il rapporto fisico non è disprezzato dalla chiesa ma al contrario ci chiede di viverlo al meglio per non banalizzarlo e non sprecare questa occasione bellissima di incontrare Dio. Farlo quindi bene e in pienezza. Ci sono tante cose che potremmo dire su come abbiamo lavorato su questo aspetto. So però che avete già avuto modo di ascoltare Emanuele e Luisa in un precedente incontro e quindi ci soffermeremo solo su due punti.

Il primo sono i metodi naturali.

Il primo punto è aprirsi alla vita attraverso la maternità e paternità responsabile, con i metodi naturali. Non siamo insegnanti di questi metodi per cui non entreremo nei dettagli. Vi consigliamo solo di avere una sana curiosità. Di informarvi davvero da chi li insegna, perché, se imparati seriamente, funzionano. Perché, nella nostra esperienza, l’anticoncezionale non ci ha permesso un’apertura alla vita autentica e completa, mentre i metodi naturali sì. Ci siamo chiesti perché la Chiesa ammetta questi metodi mentre gli anticoncezionali no (almeno in linea generale). Alla fine servono alla stessa cosa. Quindi farsi la domanda è lecito. Anzi doveroso. Non siamo più nel tempo in cui si accetta e si obbedisce a una regola solo perché lo dice la Chiesa.  Oggi fortunatamente o malauguratamente, decidete voi, dobbiamo capirne i motivi.  Io e Luisa ci siamo fatti queste domande e abbiamo cercato una risposta. L’abbiamo cercata nei libri, nelle guide spirituali, nel catechismo. Non abbiamo mai trovato una risposta soddisfacente. Abbiamo trovato la risposta facendone esperienza. Quale è questa differenza che nella nostra vita ha fatto tutta la differenza del mondo? La totalità!!!!! Io voglio fare l’amore con Luisa quando so di poterla accogliere completamente in me e lei può accogliermi completamente in lei, con anima corpo cuore. Tutto!!! Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Sapete che si dice consumare il matrimonio. Vi siete mai chiesti perché si usa questo modo di dire. Consumare sembra brutto. In realtà viene dal latino e significa portare a compimento. Diverso dall’altro significato di consumare che è logorare. Portare a compimento il dono totale di noi stessi attraverso il corpo. Questo è possibile attraverso ai metodi naturali La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. E questo si sente! Noi lo sappiamo per esperienza diretta. Quindi è giusto fare 200 figli, figliare come conigli usando un termine di papa Francesco? No, significa che sono pronto ad aspettare per avere tutta Luisa. Lei è sentita amata e si è abbandonata nell’amore a me quando ha compreso che io ero pronto ad aspettare pur di averla tutta. Abbiamo attraversato anche il nostro deserto. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Diciamo pure che i metodi naturali mi sono sempre costati tanto. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Sapeva usare i metodi, ma non era sicura. Aveva paura. Come lo è in tante altre cose della vita. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Questa situazione mi ha fatto innervosire e ho iniziato ad accusarla e ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altroché se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. Amare così non è amore. Non è quello che promettiamo davanti a Dio almeno. Noi non promettiamo di amare fino a quando l’altro fa qualcosa e ci fa stare bene. No. Nessuna condizione. Pensateci bene. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Qui ci sarebbe da aprire tutto un capitolo sul dialogo ma non c’è tempo. Parlate di tutto, se qualcosa vi da fastidio tiratelo fuori sempre. Tenersi dentro un disagio, che poi diventa rancore, fa solo male. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione (essere uno) e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore.

Abbiamo capito che il metodo naturale è completamente diverso da un anticoncezionale. Ho capito e abbracciato questa scelta perché mi ha fatto bene e non per una imposizione della Chiesa. Imparare un metodo naturale significa innanzitutto crescita personale per la donna che, conoscendo il proprio corpo, è in grado di governarlo. Dio ci ha reso amministratori del creato. Anche del nostro corpo. Ci chiede di governarlo rispettando la sua natura. Per farlo si deve, però, conoscere. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, sono riuscita ad abbandonarmi nella piena fiducia ad Antonio, senza sentirmi usata per questo ma amata. Ed io, Antonio, ho sperimentare un’unione che in nessun altro modo avrei potuto provare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Mi ha educato al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fecondità. Una situazione che sembra frustrante a volte. È vero. Per imparare ad amare e per smettere di usare l’altra persona. Ma il gioco vale la candela. Se io mi sono convertito ai metodi naturali non è per paura dell’inferno. L’ho fatto solo perché ho sperimentato come sia molto più bello un dono totale. Gli anticoncezionali dividono mentre i metodi naturali uniscono. La qualità differente di un amore così si percepisce con il tempo. Oggi, dopo diversi anni di matrimonio, l’amplesso tra me e la mia sposa è vero dono e vera accoglienza. Questo non sarebbe mai stato possibile, ne sono sicuro, se avessimo scelto un’altra modalità di vivere questo momento. E qui entriamo nel secondo punto. Difficile accettare i metodi naturali all’inizio, ma poi anche questi momenti di astinenza diventano occasioni per amare in modo gratuito.

IL secondo punto è la corte continua.

Molti di voi già convivono e credo abbiano anche rapporti visto che alcune coppie hanno figli. Quindi potete capire. Lasciamo perdere il momento del fidanzamento in cui c’è tanto tempo, siamo più giovani e abbiamo sempre voglia di fare l’amore (ricor. Nel matrimonio ma anche nella convivenza tutto questo non è più così facile. Non a caso si dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Non è solo colpa del pigiamone di flanella di Luisa. Lei ne ha uno da coniglio che è un anticoncezionale già quello. No, il matrimonio è responsabilità ed impegno. Tante cose a cui pensare: lavoro, casa, figli, conti da far quadrare, preoccupazioni,tasse ecc ecc.  Non abbiamo più la mente così libera e il cervello è il vero organo sessuale che tutti abbiamo. In realtà non partiamo proprio alla pari. Gli uomini hanno la biologia a favore. Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Siamo differenti. La seconda è culturale ma non mi fermerei su questa. È la terza quella importante, quella che per noi ha fatto la differenza. La relazione di coppia.  È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. E’ li che si gioca la partita della vostra intimità. I preliminari non si limitano ai minuti precedenti il rapporto ma durano sempre. E’ li che vi giocate la partita tra la gioia o il deserto sessuale.  Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo, quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non per giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la moglie. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Non è tenerezza ma tenerume. Qualcosa che sa di finto. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.  La corte continua è anche il nostro impegno nel renderci amabili. Cosa significa. Cercare di rendere all’altro facile amarci. Se determinati atteggiamenti le danno fastidio non li devo fare. Se riprenderlo sempre sugli stessi errori lo mortifica non devo farlo. Ciò non significa farci manipolare dall’altro ma scegliere di cambiare delle parti di noi per amore. Non esiste dire io sono fatto così. Serve pazienza e misericordia per i difetti dell’altro ma impegno e costanza per mitigare i nostri. Ora una precisazione fondamentale. I nostri gesti d’amore non debbono per forza essere spontanei. Possono anche costare fatica e magari ci dobbiamo impegnare per ricordarci di fare un complimento o un abbraccio. Ad esempio, a me personalmente dei complimenti non interessa nulla. Per Luisa sono importanti. Io non le dimostrerei mai il mio amore con i complimenti, non mi viene spontaneo. Però quando lei cucina il risotto mi impongo di dirle che è buono. Non perché sia cattivo ma perché istintivamente non ritengo sia importante dirlo. Sono falso? No! Mi sto impegnando, è diverso. Fa parte dei nostri doveri di sposi.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. È un paradosso perché noi non facciamo tutto quello che ci pare nella nostra vita. Se una persona ci sta antipatica non andiamo a dirglielo o se ci viene voglia di dare un pugno non lo facciamo. Almeno in una convivenza civile dovrebbe essere così. Grazie a Dio non facciamo tutto quello che vogliamo. Siamo capaci di mettere in atto una serie di filtri e di controlli alle nostre azioni e ai nostri comportamenti. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Mettiamo in atto delle azioni perché sappiamo che sono giuste e sono coerenti con la vita che abbiamo scelto. Ci capita di parlare con coppie in crisi e quando si arriva a questo punto magari ti rispondono: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Crediamo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La comparazione che a nostro avviso è più calzante si può fare con il lavoro. Noi non abbiamo sempre voglia di andare al lavoro, non lavoriamo sempre spontaneamente. Anche nel lavoro serve a volte sforzo e impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non abbiamo voglia di alzarci. Ci alziamo comunque e facciamo un sorriso ai nostri utenti, colleghi o clienti. Ciò non significa che siamo falsi, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la nostra qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non sappiamo perché per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa ci arrabbiamo anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non ce la sentiamo, se facciamo una cosa buona, facendola non perché ci sentiamo degli sfigati ma perché abbiamo scelto un cammino e cerchiamo di essere coerenti, questo ci farà sicuramente bene.

Antonio e Luisa

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Vado a convivere? Significa che non mi fido fino in fondo di Dio

Mi capita spesso di incontrare coppie cristiane che convivono e che poi, forse, dopo anni, decidono anche di sposarsi in chiesa: il problema è che, se non si capisce davvero cosa è il Sacramento del Matrimonio, le cose non cambieranno.

“In fondo, cosa cambia? Meglio provare prima cosa vuol dire vivere sotto lo stesso tetto e vedere come va, se andiamo d’accordo oppure no, poi decideremo…..il lavoro non è sicuro, ci sono tanti problemi, tante incertezze, perché rischiare di commettere errori? Perché impegnarsi in una qualcosa così vincolante, voglio essere libero di poter andarmene quando voglio”.

Il discorso non fa una piega (umanamente) e a dire il vero anch’io un po’ la pensavo così, anche se non sono mai andato a convivere. Ovviamente la scelta di sposarsi deve essere maturata, meditata, pregata nel tempo e spero che i corsi per fidanzati preparino le coppie sempre meglio: la vera libertà è solo quando si fa una scelta definitiva, se rimani davanti a un bivio, vivrai sempre nell’incertezza e non nella pienezza.

Inoltre, lasciando perdere l’aspetto sessuale (e quindi la bellezza di unirsi fisicamente solo il giorno del matrimonio, dopo un fidanzamento casto e vero), credo che la motivazione di fondo dei pensieri riportati sopra, sia la mancanza di fede. Non mi fido di Dio, non credo che qualsiasi cosa succeda, Lui mi aiuterà, mi fido solo delle mie forze e di quello che riesco a fare. Eppure ogni giorno abbiamo fede, ci fidiamo di molte cose: mi fido che la mattina mi sveglierò in salute, mi fido di ritrovare l’auto dove l’ho parcheggiata, mi fido di ricevere lo stipendio questo mese, mi fido dei miei amici, mi fido del mio conto in banca.

Infine c’è una cosa che ho compreso vivendola: non serve a niente fare una “prova” di affinità andando a convivere, perché siamo persone, non oggetti che non cambiano e immutabili nel tempo. Io non sono la persona di ieri e domani non sarò la persona di oggi: ogni giorno facciamo esperienze, incontriamo persone, modifichiamo le nostre idee e convinzioni (anche il nostro corpo muta); non solo, avvenimenti importanti come la nascita di un figlio (o il cambio di un lavoro), alterano completamente gli equilibri e le dinamiche create. Andare a convivere non ha senso, ti dà solo un’istantanea del momento e non ti prepara invece alla sfida di una vita insieme, che si può superare solo crescendo nell’amore reciproco e contemporaneamente verso Dio: più gli sposi si avvicinano a Dio e più si avvicinano tra di sè. E’ necessario un cambio di prospettiva radicale dall’ ”Io” a “Dio”, mettendo da parte anche egoismi e paure: se do la precedenza a Lui, tutte le altre cose acquistano il giusto posto, come un numero formato da tanti “zero” acquista valore solo ci metto il numero “uno” davanti.

In fondo la mia vita non sta nelle mie mani, per quanto mi sforzi non posso controllare gli eventi, non prevedo il futuro e questo lo dico non con rassegnazione o senso d’impotenza, ma con abbandono, fiducia e speranza, come un bambino che si sente al sicuro tra le braccia dei suoi genitori e quando ha paura li stringe ancora più forte. Allora non spaventeranno più le difficoltà, le prove, i periodi bui e anche le separazioni, perché con Dio, comunque vada, sarà un successo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Galline o aquile ?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 12,1-4) Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

Siamo ancora a riflettere su un brano della lettera agli Ebrei, e questa volta lo sguardo di S. Paolo si concentra sulla famosa simbologia della buona battaglia, che è un’immagine eloquente, e ne coglie un aspetto usando un’altra immagine: la corsa. Quando si fa una corsa di solito è preferibile essere leggeri, bisogna essere pieni di energie senza avere lo stomaco ingolfato da una vorace abbuffata, non si corre bene con un sassolino nelle scarpe, bisogna sapere che la corsa avrà un termine, bisogna allenare il corpo e la mente con costanza e perseveranza per resistere alle fatiche e superare gli ostacoli di varia natura, deve essere ben chiaro il punto di arrivo e la meta sicché la corsa acquisti più dignità e senso nel sopportare la fatica.

Portiamo tutte queste realtà nella vita spirituale e capiremo cosa intende l’Apostolo, soprattutto pensiamo al peso da deporre, cioè al peccato. Quale atleta si metterebbe a correre i 100m con un’altra persona aggrappata sulla schiena tipo koala? Nessuno, perché nella più rosea delle previsioni camminerà lentamente, oppure la corsa si limiterà a pochi passi eseguiti con enorme fatica. Analogamente, il cammino spirituale di molti sposi cristiani è frenato dal peccato che è come quel peso caricato sulle spalle.

E la maggior parte di queste persone sono i più vicini alla tonaca del parroco: sono quelli che partecipano a 50 corsi di formazione e di evangelizzazione, partecipano alle catechesi, ai ritiri spirituali, alle veglie di preghiera, pregano tutte le novene, insomma pare che nulla possa impedire loro di essere santi subito, ed invece sentiamo molte testimonianze di come queste persone avvertano di non fare progressi nella vita spirituale e non ne capiscano le cause. La causa è il peso del peccato che frena così tanto il cammino/la corsa fino ad arrestarla. Per correre bene bisogna essere agili e snelli altrimenti è come se il campione dei 100m corresse con uno zaino di 35 chili sulle spalle, va da sé che il podio lo veda solo in fotografia o col cannocchiale.

Molti sposi cristiani pensano che sia sufficiente riempirsi di pratiche religiose per essere ben visti dal Signore, similmente all’atleta che corre con lo stomaco ingolfato da un’abbuffata. Molti altri credono che nella vita sia sufficiente “essere della brave persone“, similmente a chi corre senza una meta, senza un obiettivo ben definito, senza puntare al podio. Ma la Chiesa non si stanca di ripeterci che la nostra prima vocazione è alla santità, ognuno nel proprio stato di vita, la vocazione è la santità e non “essere delle brave persone “, la vocazione è la santità e non un generico ed insignificante “fare del bene agli altri“, la vocazione è la santità e non “riempirsi di pratiche religiose” asettiche che non partono da un cuore amante il Signore, la vocazione è la santità e non un “volersi bene” all’acqua di rose.

Capite? La santità è di più, è molto di più, santità è allenarsi e correre per il podio, non inteso genericamente, ma per il primo posto nel podio, dobbiamo correre per l’oro, non dobbiamo accontentarci del podio semplicemente, dobbiamo volere il massimo, ma è lo stesso che vuole il Signore da noi, ce lo ha ripetuto più volte quando ci ha detto che noi siamo il sale e la luce del mondo, altrimenti avrebbe detto che siamo dei banali insaporitori e non sale, ci avrebbe detto che siamo una lucignolino e non luce. Ci sono molti sposi che non vogliono essere tutti del Signore, ma concedono al Signore questo o quell’aspetto della propria vita, che di solito è il 10% del proprio matrimonio (siamo ottimisti), il resto se lo tengono per sé ritenendosi anche fin troppo generosi nei confronti del Signore. Ma il Signore ci dona tutto e noi come lo ricambiamo?

Il Signore ha pensato per noi proprio quel coniuge fin dall’eternità e ce ne fa dono dimostrando di avere fiducia nelle nostre capacità poiché ci chiede di amarlo noi per Lui, ci chiede di essere Suoi ambasciatori per l’amato/a. Lui ci ha donato l’unico Figlio che aveva, continua a riempirci di grazie che nemmeno conosciamo, e noi lo ricambiamo con così poco? Gli sposi che vogliono correre per l’oro della santità devono abbandonare almeno il peccato mortale, consegnare al Signore il 100% della propria vita, cominciare a vivere una vita virtuosa. La consacrazione matrimoniale chiede tutto ma dona di più.

Cari sposi, la santità è l’obiettivo, la meta è aiutarsi vicendevolmente a diventare santi, primo posto sul podio, non accontentatevi. Certi sposi assomigliano a quell’aquila che viveva come una gallina perché nessuno le aveva detto che lei fosse un’aquila. Coraggio sposi, libriamoci in volo !

Giorgio e Valentina.