Zaccheo il puro: nomen omen

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Vi ricordate di cosa trattava? La storia di Zaccheo. Si lo so. Anche Simona ieri lo ha ripreso nel suo pezzo. E’ già stato scritto tanto su questo Vangelo e su questo personaggio. Sarà che Zaccheo non riusciamo a farcelo stare antipatico. Perchè in certe cose siamo come lui. E forse anche perchè c’è ancora qualcosa da dire. Ho scoperto qualcosa che non conoscevo. Almeno per me è stata una vera scoperta. Sapete cosa significa il nome Zaccheo? E’ un nome ebraico che in italiano potrebbe signifcare qualcosa come puro, innocente, limpido. Come? Zaccheo, il ladro, il traditore del suo popolo, una persona che era tra le più odiate di Gerico probabilmente, si chiamava in realtà il puro. Non è paradossale? A prima vista potrebbe sembrarlo. Per gli ebrei il nome non era qualcosa di casuale.

Per gli ebrei il nome identifica la persona quindi non è mai scelto a caso. Soprattutto nella Bibbia. Il nome è scelto per trasmettere la profondità di una persona. Giusto qualche esempio. Gesù significa colui che salva, Maria significa amata, Giuseppe significa Dio aggiunga figli alla mia famiglia. Insomma tutti nomi che hanno un significato ben preciso e che ritroviamo come corrispondenti nella vita delle persone a cui sono attribuiti. Mi sono fermato alla sacra famiglia ma questo vale in generale nella Bibbia.  Pensate a Barabba. Significa letteralmente Bar-abbâ, figlio del padre. Non a caso viene messo a confronto con Gesù il vero figlio del Padre. Insomma i nomi hanno già di per sè un significato fondamentale. Infatti nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Quindi nel dare il nome a Zaccheo c’è stato sicuramente un errore. Non è possibile che una persona così possa essere chiamata pura. Dove è la correlazione? Dove è il significato profondo ed identificativo di quella persona piccola di statura e piccola anche moralmente. Invece non c’è stato nessun errore. Zaccheo siamo noi. Noi che magari ci vediamo così imperfetti e così poco puri. E magari nei nostri comportamenti lo siamo anche. Noi che abbiamo fatto, pensato, detto cose che di puro non hanno nulla. Noi che non ci comportiamo sempre in modo puro e limpido. Noi che siamo così egoisti. Diciamocela tutta: ogni tanto ci facciamo anche schifo per come ci comportiamo, per le volte che compiamo le nostre piccole o grandi meschinità, per le volte che siamo così orgogliosi e non riusciamo a chiedere scusa. Zaccheo era un ladro, era davvero una persona che si comportava male e che raccoglieva ciò che seminava. Era odiato. E se si è arrampicato su quel sucomoro per vedere Gesù, probabilmente non era così sereno. Nonostante non gli mancasse nulla economicamente. Se si è arrampicato è perchè forse si faceva un po’ schifo.

Eppure incontra lo sguardo di Gesù che lo guarda riconoscendo in lui il suo nome. Tu sei Zaccheo, tu sei nato per essere Zaccheo. Tu sei nato per essere il puro. Potremmo dire tu sei nato per essere santo. Capito chi sono i santi? Non i perfetti. Anche Zaccheo lo può essere. Lo sguardo di Gesù cambia la vita di Zaccheo. Come? Zaccheo si specchia e vede chi è davvero. Vede che non è i suoi errori. Lo ha detto bene il Santo Padre durante l’Angelus di domenica scorsa: fratelli, sorelle, ricordiamoci questo: lo sguardo di Dio non si ferma mai al nostro passato pieno di errori, ma guarda con infinita fiducia a ciò che possiamo diventare. E se a volte ci sentiamo persone di bassa statura, non all’altezza delle sfide della vita e tanto meno del Vangelo, impantanati nei problemi e nei peccati, Gesù ci guarda sempre con amore; come con Zaccheo ci viene incontro, ci chiama per nome e, se lo accogliamo, viene a casa nostra. Allora possiamo chiederci: come guardiamo a noi stessi?

Come guardiamo noi stessi? Come quelle persone che hanno fatto tanti errori, che hanno commesso tanti peccati e che non sono poi così belle. Oppure ci guardiamo con gli occhi di Gesù? Gesù che mi dice tu sei Antonio e io vedo ciò che sei non quello che hai fatto. Se riusciremo a guardarci così, come ci vede Gesù, poi saremo capaci di guardare così anche nostro marito o nostra moglie. Il matrimonio spiccherà il volo e diventerà davvero una relazione abitata da Gesù. Quindi ora guardatevi l’un l’altra e ammirate quanto siete belli. E che questa consapevolezza vi dia la forza di abbandonare il male che ancora avete nel cuore e di scrollarvi le ferite per il male del passato.

Antonio e Luisa

Ti va di stare bene

Il titolo dell’articolo di oggi me l’ha suggerito l’ultima canzone di Ultimo. Leggendo le parole del testo i nostri pensieri sono andati non solo a Zaccheo, che riceve l’invito di scendere dall’albero, ma ai nostri ultimi anni di matrimonio, anni in cui abbiamo incontrato l’accoglienza amorevole della comunità parrocchiale di San Basilio. I giovani che ci leggono sanno che Ultimo è un fiore nato dalla semina parrocchiale di quel quartiere della periferia di Roma.

Chi ci conosce sa bene che abitiamo a 10 minuti dal Vaticano e forse potrà suonare strano che Dio l’abbiamo incontrato proprio laggiù a poco più di mezz’ora da casa. Personalmente sono legata a quei luoghi perché il Tabernacolo è illuminato da una piccola luce che, puntando sullo sportellino, mette in rilievo il disegno della Natività. Come l’ho notato? Sostando davanti a quel Tabernacolo diverse mattine in cui avevo bisogno di stare da sola a riflettere sul mio matrimonio. Perché proprio a San Basilio? Non solo perchè lì c’era il mio padre spirituale, ma sapevo che in quel posto sicuramente non mi avrebbe cercata nessuno. Era il mio rifugio personale vicino casa, quando non potevo prendere il primo treno per Assisi.

La comunità di San Basilio ci è stata accanto e ci ha visto crescere durante tutti questi anni compresi quelli della pandemia. È stato quell’abbraccio e quel sostegno nella paura del non sapere dove ci avrebbe condotto questo Covid 19. È stata la prima comunità dove abbiamo potuto vedere moltiplicarsi i nostri 5 pani e 2 pesci per poter aiutare i ragazzi. E’ li che abbiamo potuto partecipare ad un pellegrinaggio in Terra Santa ed è sempre lì dove abbiamo visto la presenza del Vino nel momento in cui nella tavola del nostro matrimonio ne eravamo rimasti senza. È stata la prima comunità che si è unita alla nostra preghiera per chiedere la grazia di un figlio durante un pellegrinaggio a Cascia da Santa Rita.

A San Basilio abbiamo imparato ad avere speranza nei momenti bui della vita, abbiamo imparato a non farci rubare i nostri sogni per un futuro migliore. Se viene a mancare la speranza è un disastro. E’ anche peggio di non avere soldi a sufficienza per pagare le bollette. Credetemi. La notte di Natale a San Basilio è come un abbraccio caldo perché, per chi era nel dolore come noi, vedere percorrere la navata da bambini festosi vestiti da angelo che corrono felici scampanellando è stato sempre un momento unico e indimenticabile. Così come l’accensione del fuoco durante la veglia di Pasqua. Ricorderò sempre il ministrante con una torcia che illumina il Messale mentre il sacerdote legge nel buio della chiesa.

San Basilio è quell’invito costante di Gesù a Zaccheo, è quel scendi che voglio stare con te, vengo a casa tua, sto insieme a te e non mi importa se è una casa senza termosifoni, se è una casa dove si fa fatica ad arrivare a fine mese, se è una casa dove si fa fatica a pregare, se è una casa dove magari per qualche errore ti ritrovi a scontare qualche pena. Ma Gesù ti fa scendere dall’albero per dirti che ti vuole bene così con tutti i tuoi errori e difetti, con tutto ciò che di te vedi ancora brutto nella tua vita. Se digitate San Basilio su Google leggerete solo notizie di cronaca brutte, ma a noi interessa da sempre la parte migliore il cuore delle persone, e li di cuore ce n’é tanto. Ci sono giovani che danno la vita per le generazioni future, perché sanno, perchè l’hanno visto come noi, che Dio esiste ed è Misericordioso come un Padre. Il Padre nostro che ci rende fratelli tutti. Se venite a Roma e siete sul raccordo uscite a San Basilio non abbiate paura, se vi recate in Parrocchia potrete ammirare un mega dipinto di Rupnik, oppure se vi piace camminare, come piace a me, potete scendere alla metro Rebibbia, e avviarvi per le vie che hanno tutti nomi di città della Marche sarà un po’ come camminare verso Loreto.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Che tipo di guadagno?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 1,18b-26) Fratelli, purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.

La Parola di Dio viene paragonata ad una spada a due tagli, la quale taglia col primo ed anche col secondo movimento, non lasciando nulla di integro lungo il suo percorso; se infatti il primo taglio dovesse lasciare residui, il passaggio della lama di ritorno assicura che quest’ultimi vengano definitivamente tagliati. La spada a due tagli di questo brano vuole quindi assicurarsi che al suo passaggio nulla resti come prima; ma perché questo avvenga dobbiamo permettere alla Parola di entrare nel nostro cuore. Certo, pensare di essere come un ananas che viene reciso in due non è proprio confortante per la nostra psiche, ma se ci pensiamo bene, tutti abbiamo bisogno di guardarci dentro nel profondo e tagliare quello che non va, e farlo senza residui, un taglio netto e preciso, senza possibili ritorni al passato, senza nostalgia dell’uomo vecchio. E’ questo l’approccio che useremo nell’approfondire il brano di San Paolo, il quale ci mette spalle al muro di fronte al tema della morte e della vita eterna.

Ho chiesto ai miei colleghi se desiderano andare in pensione domani e passare il resto della propria vita a dedicarsi ai propri hobby senza limiti di tempo né di soldi, stranamente tutti mi hanno risposto di sì. Ovviamente la risposta è tale perché si pensa che la vita che viene proposta loro sia una vita ideale, come un sorta di paradiso a cui si anela e che solletica i nostri sensi. Ma se si rivolge la stessa domanda in altri termini ne sentiremmo delle belle. Per farlo dobbiamo sostituire le parole pensione con morte ed il resto della propria vita con vita eterna/Paradiso… ora proviamo a riformulare la domanda : Vorresti morire domani per andare in Paradiso e godere in eterno di una vita straordinaria senza pensieri, senza preoccupazioni, senza malattie?

Tutti desideriamo il Paradiso dopo questa vita, ma non tutti siamo disposti a lasciarla subito per avere quella eterna, perché? Eppure non ci viene proposta una vita che duri solo qualche anno e nemmeno qualche decina, neanche qualche secolo e neanche qualche millennio, ma molto di più, durerà in eterno. Chi si lascerebbe sfuggire questa occasione imperdibile ? Assomiglia a quelle offerte commerciali a tempo, quelle in cui per approfittare del mega sconto bisogna necessariamente acquistare entro e non oltre una certa data… similmente l’offerta della vita eterna è riservata a questa vita, è l’unica ed irripetibile occasione a tempo determinato, non possiamo sperare di avere un’altra opportunità, abbiamo solo il tempo limitato a questa vita terrena.

San Paolo si trova diviso tra questi due aneliti, quello di vivere questa vita per Cristo oppure morire per vivere appieno la totalità di comunione con Lui. In entrambi i casi la meta è Cristo. Da una lettura superficiale sembra quasi che ci sia un desiderio di suicidio, una sorta di richiesta di eutanasia, ma non dobbiamo lasciarci ingannare dalle parole “il morire è un guadagno“, non c’è in Paolo nessun disprezzo per la vita terrena, al contrario asserisce poco prima che “il vivere per me è Cristo” e cosa c’è di più vitale che volere vivere di Colui che è risorto dalla morte ?

Cari sposi, il nostro matrimonio, la nostra relazione sponsale, deve assomigliare sempre di più alla condizione esistenziale di San Paolo; dobbiamo con l’Apostolo “lavorare con frutto” cioè vivere il matrimonio come via di santità per il nostro coniuge, infatti anche Paolo è proteso a restare in questa vita per la maggior utilità dei suoi figli spirituali: “per voi è più necessario che io rimanga nel corpo“. Dobbiamo vivere il matrimonio con questo doppio anelito: con i piedi ben piantati in terra per vivere la volontà di Cristo e con il cuore/la testa/la mente nel Cielo, nella vita futura che MAI finirà. Se cominciamo a vivere così allora il nostro coniuge diventa un compagno di viaggio fantastico, e se emergessero i suoi difetti, sarebbe l’occasione propizia per crescere nella pazienza di quel Paradiso in cui i difetti non esistono; così anche un’incomprensione tra noi ci aiuta a riflettere su quanto ci manchi ancora alla perfezione della vita eterna, quanto aneliamo che tutto, compresa la nostra relazione, sia perfetto e totale.

Coraggio sposi, il nostro matrimonio è quella grande offerta a tempo limitato, dobbiamo approfittarne per non lasciarci sfuggire l’occasione di vivere il QUI ED ORA col cuore nel PER SEMPRE.

Giorgio e Valentina.

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L’amore non è un quiz! Non c’è la risposta esatta!

L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Lo so bene, anche se a mio marito continuo a fare domande difficilissime. Qualche giorno fa, gli chiedo: “Dovrei tingermi i capelli?” Lui, senza staccare gli occhi dalla tv, domanda: “Perché?” “Ne ho parecchi bianchi. Non voglio che si vedano. Se li tingo, tornano com’erano cinque anni fa. Mi fa sembrare più giovane”. In una serie di Netflix, partirebbero i sottotitoli: “Ma perché vuoi tingerti i capelli? Non puoi tornare indietro di cinque o sei anni. A che serve fingere di essere più giovane?” Un pensiero flash, che gli attraversa il cervello. Così rapido che lui nemmeno cambia espressione. Anche se da oltre vent’anni continuo a fargli queste e altre domande, so bene che non può capire. È un maschio. Sono una donna di 50 anni e ho i capelli bianchi. Se anche li tingo per sembrare una quarantenne, sempre cinquantenne rimango. In effetti, ha ragione lui. Mio marito pondera con grande attenzione il quesito. Infine, mi consegna un commento estremamente ficcante: “Eh, beh” E poi torna a concentrarsi sul video. C’è una delle mille mila partite più importanti della stagione. La vita è fatta di priorità.

Questo è stato un problema per me, i primi anni di matrimonio. L’incapacità di mio marito di sintonizzarsi sui miei dubbi, di comprenderne la profondità, di fornire in modo partecipativo risposte sostanziali, la scambiavo per mancanza di interesse. Talvolta ne ero ferita. Poi ho capito. Uomini e donne danno un peso diverso a molte cose. Non a tutte, per carità. Ci sono argomenti di natura ecumenica, fra marito e moglie. La fede. I figli. Il vero mutuo soccorso nei momenti di difficoltà. Ma diciamocela tutta, i capelli bianchi non sono una difficoltà. Per questo lasciano mio marito completamente indifferente. Lo stesso vale per me. Il suo muso lungo quando la Ferrari non sale sul podio o il Milan perde la finale di Champions (ammesso che ci sia arrivato) sono tragedie che non riescono a scuotermi.

Il marito non è una donna con la barba. La moglie non è un uomo coi tacchi a spillo. Ciascuno di noi porta la peculiarità più profonda, più essenziale: quella differenza antropologica che è essere maschio e femmina. Così siamo stati creati, lo dice già la genesi. Anche se ogni tanto rischiamo di dimenticarlo. Siamo maschio e femmina e quindi diversi. Questa diversità è enorme ricchezza. A volte tutto sembra, meno che ricchezza. Somiglia più a una fregatura. Ci sono stati e ci saranno momenti in cui questa divergenza incolmabile di sensibilità, opinioni, approccio alla vita, ci causerà crisi di nervi o insoddisfazione (possibile che non capisca! Gli lancio segnali chiari da giorni!). A volte proveremo un senso di estraneità che mai avremmo immaginato, noi che sognavamo di passare la vita a tubare come piccioncini. E a leggerci reciprocamente nel pensiero.

Eppure, proprio la diversità ci permette di completarci. A condizione di accettarla, senza metterla in discussione. Perché il vero amore non pone condizioni. Non dice: “Caro, sarò felice di amarti, appena tu accetterai di accompagnarmi in profumeria. Per due ore starai lì ad aspettarmi pazientemente, intanto che scelgo una mascara.” Oppure: “Mia adorata moglie, mi ami e per questo non vedi l’ora di venire a pesca. Domenica sveglia alle quattro. E poi, in mezzo all’umido, per tre ore consecutive. Guai a fiatare, ché i pesci si spaventano”. Eh no. Così non funziona. Pensate a Dio. Gli avete mai sentito dire, in qualunque parte della Bibbia, per bocca di un profeta, attraverso qualunque mistico: “L’umanità la posso amare, ma solo se diventa un poco più umana. Finitela di farvi la guerra, sconfiggete la fame nel mondo, bandite le ingiustizie. Solo allora sarete degni del mio amore”. E invece no. Lui lo sa che siamo peccatori. Eppure ci ama lo stesso. Ci ama a prescindere. Certo, noi non siamo Dio. La nostra natura, ferita e indebolita dal peccato originale, ci porta ad amare in in maniera imperfetta, desiderando il possesso e il controllo sull’altro. Dobbiamo impegnarci a un sentimento più generoso, a mettere da parte la tentazione di prevaricare. Fare il bene dell’altro, prima di pensare al nostro. Dobbiamo amarli non come piace a noi, ma come hanno bisogno di essere amati. Come ha bisogno di essere amato un marito? Inutile chiederglielo. Forse, nemmeno lui non lo sa. Come non lo sappiamo noi. Non esiste un corso di formazione in amore coniugale. Ti dirò la mia.

Amare un uomo vuol dire rispettarlo. Permettergli di sbagliare, senza sentirsi giudicato. Apprezzarlo per quello che fa. O che tenta di fare. Anche se ci amiamo, niente ci è dovuto. Anche se siamo sposati, il matrimonio non è un rogito. Il marito non è una nostra proprietà. Non possiamo disporne a nostro piacimento. Siamo un’unica carne. Ma non ci appartiene. Non dobbiamo cercare di cambiarlo. Arrivo a dire che non dobbiamo nemmeno avere la pretesa di capirlo. Perché capire un uomo, per una donna, è quasi impossibile. L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Forse, dopo qualche decennio di vita in comune, si può arrivare a intuire qualcosa dell’altro. Ma mica tutto! Per questo, è bene fare un profondo atto di fede. In Dio. Affidargli questa creatura misteriosa dell’altro sesso, con cui vogliamo passare la vita. E affidare noi stesse. Perché quando il gioco si fa duro, ci vuole uno bravo. Anzi, il più bravo di tutti.

Anna Porchetti

L’articolo si trova anche qui: https://annaporchetti.it/2022/10/26/l-amore-non-e-un-quiz-non-ce-la-risposta-esatta/

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Che pranzone!

Cari sposi,

quali sono stati i pranzi che più ricordate nella vostra vita? Occasioni speciali in cui, oltre a mangiare bene, avete vissuto momenti particolari a tavola: un incontro tanto desiderato con qualcuno, una bella notizia condivisa in un contesto peculiare, un ritrovo dopo una lunga attesa…

Oggi celebriamo nella liturgia qualcosa del genere, un convivio passato alla storia. Sì, perché Zaccheo non se l’è più scordato quanto accaduto mentre sgranocchiavano un succulento agnello arrostito annaffiato da un rosso del Golan o forse degustando un buon charoset… Quanto ci piacerebbe essere stati pure noi loro commensali – non solo per il cibo – e aver colto con quanto amore Gesù ha trattato quell’uomo, meritatamente ritenuto, la feccia di Gerico! Sono stati i gesti, gli sguardi, le parole di Cristo ad aver rivoltato con un calzino un vero e proprio ladro di professione, uno attaccato ai soldi, incurante ormai delle mille maledizioni di cui è stato subissato nelle sue ordinarie truffe ai danni dei suoi compaesani. Gesù ha riportato in vita un cuore indurito e una coscienza annebbiata dalla cupidigia.

Cristo compie tutto ciò mentre sta passando da Gerico, per chi vi è andato in pellegrinaggio sa che siamo all’inizio della lunga salita che porta a Gerusalemme, difatti questo brano chiude la seconda parte del Vangelo di Luca e subito dopo inizia la terza e ultima, perché Gesù poi entrerà a Gerusalemme per portare a culmine la sua missione. Come vedete, c’è un parallelo con il tempo che viviamo, anche noi infatti siamo nei pressi del “capodanno” liturgico. Manca poco a Cristo Re, fine dell’anno C e con l’Avvento si volta pagina. Novembre non è proprio un mese che ci ispiri un senso di fine eppure la liturgia sì, tutto quanto ci sta ispirando da settimane grazie al Vangelo di Luca è appunto il richiamo ad affrettare la nostra conversione perché il Re, il Maestro, il Signore della Storia è alle porte che ci chiama per nome.

Come invita Gesù alla conversione? Non usa metodi polizieschi, non lampade puntate in faccia o dure reprimende in pubblico. La prima lettura è di una delicatezza estrema: “tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano” e ancora “chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento”. Tutto questo di fatto Gesù lo ha mostrato a Zaccheo e questi ha accolto la chiamata di Gesù a cambiare vita. Come esiste una conversione personale, vi è parimenti una conversione di coppia, cioè un accogliere Cristo in casa, nella propria relazione, in ciò che di più intimo abbiamo. Facile è vivere la fede in parrocchia la domenica o ritrovandosi con i nostri “simili” nella fede. Se Cristo entra nella vostra casa, coppia e famiglia, allora è realmente un modo autentico di vivere la fede.

Gesù ha cercato Zaccheo ed egli è sceso dal sicomoro, il che mi fa domandare: “ma quante volte Lui mi ha cercato, mi ha chiamato e sono sceso dal mio sicomoro e l’ho fatto veramente entrare nella mia intimità? Oppure siamo rimasti a chiacchierare in maniera innocua sull’uscio di casa?” Fate entrare Cristo in mezzo a voi, fateLo sedere con voi a tavola, permetteteGli di entrare nella vostra camera da letto, che sia presente nei vostri rapporti in famiglia, con i parenti e Gesù ancora oggi farà nel vostro cuore quanto ha compiuto in Zaccheo: una trasformazione, una risurrezione. Care coppie, anche oggi Cristo passa dalla vostra Gerico, anche oggi si ferma sotto casa vostra e vi chiama con quegli accenti così delicati che ci ha tratteggiato la prima lettura. Sta a voi fare lo sforzo di scendere, di lasciarLo entrare nella vostra coppia e consentirGli di arricchire il vostro amore con il Suo per la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Ha ragione padre Luca. Non è successo anche a noi come a Zaccheo? Nella nostra vita accade qualcosa di meraviglioso che cambia tutto. Gesù, attraverso gli occhi di una persona, ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te, ma lo fa attraverso la persona che ti ha messo accanto.

Direzione spirituale ma in coppia

Cari sposi,

alzi la mano chi tra voi ha un direttore spirituale? Sono certo che la maggioranza che legge ne ha uno con cui si confronta periodicamente su aspetti importanti della propria vita. Vorrei con voi ricordare brevemente il senso e l’essenza della direzione spirituale in sé per poi spendere alcune parole su quella, cosa più rara ma altrettanto importante, di coppia. La direzione spirituale ha un’origine biblica e più specificamente evangelica. Lo stesso Gesù è stato un direttore spirituale ed Egli ha mandato gli apostoli, tra le altre cose, a fare anche direzione spirituale ossia ad essere a un tempo guide e compagni di viaggio dei fratelli e sorelle in cammino verso la santità. Che sia un elemento prezioso e indispensabile per crescere appunto nella sequela di Cristo lo ha sempre affermato il Magistero della Chiesa, come per esempio afferma San Giovanni Paolo II proprio scrivendo sulla condizione laicale:

Ora per poter scoprire la concreta volontà del Signore sulla nostra vita sono sempre indispensabili l’ascolto pronto e docile della parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali e storiche entro cui si è inseriti” (Esortazione Apostolica Christifideles Laici, 58).

Ed è sempre Papa Wojtyła a sottolineare come i sacerdoti debbano essere pronti a diventare guide e padri dei fedeli laici, sebbene la direzione non sia preclusa alle religiose e ai laici stessi:

I sacerdoti, per parte loro, siano i primi a dedicare tempo ed energie a quest’opera di educazione e di aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o messo in secondo piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile per mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito nell’illuminazione e nella guida dei chiamati” (Esortazione apostolica Pastores Dabo Vobis, 40).

Anche i santi sono unanimi sulla sua importanza, perciò riporto solo due battute, una di Santa Faustina Kowalska e l’altra di Santa Teresa D’Avila:

Oh! Che grazia grande è quella di avere un direttore spirituale! Si progredisce più in fretta nelle virtù, si conosce più chiaramente la volontà di Dio, la si adempie più fedelmente, si procede su una strada certa e sicura. Il direttore spirituale sa evitare gli scogli contro i quali essa potrebbe andare in frantumi. Iddio mi ha dato questa grazia piuttosto tardi, ma sono molto lieta vedendo come Iddio accondiscende ai desideri del direttore spirituale” (Suor Faustina Kowalska, La Misericordia Divina nella mia anima, pagg. 90-91).

E la grande santa spagnola sulla stesso piano afferma: “Ho sempre fatto di tutto per trovare chi mi illuminasse, e il Signore lo sa” (Santa Teresa D’Avila, Vita, cap. 10).

Per chi volesse approfondire il tema rimando calorosamente a una pagina in Internet dove in modo assai completo ma al tempo stesso schematico e riassuntivo, viene presentata la direzione spirituale. Tuttavia, ben poco si dice e si approfondisce sulla direzione spirituale alla coppia sposata! Non mi dilungo sulle cause piuttosto sull’importanza di avere, oltre a un padre spirituale personale, anche una figura con cui confrontarsi assieme sul proprio cammino coniugale. Perché è importante? Non sarà un vezzo, una sciccheria, una moda? Assolutamente no, perché voi coppie formate una nuova realtà, una nuova entità. Non siete la somma di due esistenze, non costituite un semplice aggregato, due persone che stanno assieme. Siete una sola carne, in voi è nata una piccola Chiesa domestica, per opera di una speciale effusione di Spirito Santo. Se da un lato il direttore spirituale personale aiuta il fedele a vivere in pienezza il suo Battesimo/Cresima, dall’altro quello di coppia tocca specificamente il cammino di crescita nel Matrimonio. Detto in modo ancor più chiaro e preciso la direzione spirituale di coppia deve facilitare la conformazione degli sposi al Mistero Grande (cfr. Ef 5, 32) a cui il sacramento li ha uniti e questo non lo può fare un coniuge da solo.

È evidente che con il padre spirituale personale si tocca anche tale dimensione coniugale, tuttavia, sarà sempre uno sguardo parziale finché non sarà presente anche l’altro coniuge. Difatti, con chi avete mai affrontato a fondo come vivere la preghiera in coppia? O aspetti di intimità? Oppure il discernimento su aprirsi a una nuova vita? Di certo l’avrete fatto individualmente con il proprio padre o madre spirituale ma poi a casa si deve fare i conti con l’altro/a…

Capite, care coppie, che non si può volare con una sola ala o respirare con un solo polmone? È necessario camminare in due per crescere assieme nella via di santità. Può essere che all’inizio i coniugi incontrino separatamente la persona che si sceglie e a poco a poco si giunga a un incontro condiviso. Parlatene, confrontatevi, proponetevelo e che lo Spirito susciti nei vostri cuori il santo anelito e il vivo desiderio di seguire mano nella mano con il coniuge il Signore Gesù che ogni giorno vi precede e vi accompagna nel vostro cammino di coppia.

PS: per chi volesse approfondire il tema, presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma è iniziato da poco un corso per formare direttori spirituali di coppie. Si può seguirlo sia in presenza che on-line.

padre Luca Frontali

Invito, relazioni e accoglienza per una Chiesa missionaria! 

Qualche settimana fa, un sabato pomeriggio, abbiamo partecipato ad un momento semplice di preghiera, di affidamento e benedizione dei bambini alla Madonna. Appuntamento ricorrente, organizzato dalla nostra parrocchia in occasione della festa della Madonna di ottobre. È stato bellissimo veder la chiesa quasi piena. Quel pomeriggio era gremita di famiglie, di genitori e figli come quasi mai succede durante l’anno. Sembrava che una BENEDIZIONE avesse attirato tutti quei bambini! Che bellezza! A far riempire la Chiesa non è stata solo una “voglia” di benedizione, ma a contribuire è stato anche un INVITO fatto dalle scuole materne del comune ai bambini. 

Prima parola: INVITO. Se basta un invito della maestra dell’asilo per portare tutti quei bambini in chiesa, tutte quelle famiglie, dovremmo chiedere alle maestre di invitare tutte le domeniche i bambini a messa. Non è nel compito e vocazione di una maestra invitare alla liturgia, ma allora a chi spetta questo compito? Chi dovrebbe invitare a messa? Ma davvero, se ci fosse un invito le nostre chiese sarebbero più piene? Noi invitiamo qualcuno a messa? noi invitiamo qualcuno alla preghiera?

Riflettiamo su questo aspetto dell’INVITO. In genere non si va da soli al bar, non si va da soli al cinema, non si va da soli allo stadio o in tanti altri luoghi ma si invita qualcuno. E chi inviti? Qualcuno che abbia più o meno la stessa passione, che vuole vedere lo stesso film, che tifa la tua stessa squadra, qualcuno con cui si ha voglia di passare del tempo nutriente, del tempo assieme, facendo qualcosa che ci piace. In chiesa la domenica tu chi inviti? La messa domenicale può essere il tempo dell’incontro (post celebrazione) sul sagrato, il tempo per un caffè o un aperitivo insieme, un saluto. 

Riflettiamo ancora insieme. Certe cose come: andare al bar, a teatro, al cinema, allo stadio, o dove vi piace a voi andare, le si fanno per passione, o in alcuni casi per tradizione, perché ho sempre fatto così. Facciamo due esempi: il pane l’ho sempre comprato lì, la carne per la grigliata mia mamma la prendeva sempre da quel macellaio, oppure: vado allo stadio per passione per una squadra, sono appassionato di cinema, etc. E in chiesa perché si va? Perché si ha voglia? Per voglia, Si finirebbe subito. 

Tu perché vai in Chiesa? Forse per tradizione? Sì, forse molti ancora vanno per quello, ma come vedete passano gli anni e le tradizioni iniziano a perdersi. Allora forse dovremmo andare per passione, passione di Cristo, del Vangelo, della celebrazione, dell’Eucarestia, della preghiera. Ma si sa forse si fatica a restare appassionati di Gesù.

Perché vai in Chiesa? Il cinema o le squadre di calcio attirano le persone con dei grandi eventi. La Chiesa in che modo lo fa? Con nuovi Santi? Con un miracolo? .. non è la strada di Gesù. Ognuno risponda per se alla domanda. Forse per ascoltare la Parola di Dio, per nutrirsi, per fede, perché crede e quindi è appassionato di Gesù. Forse se ci andassimo perché ci giunge anche un invito, perché sappiamo di trovare una relazione, ci andremmo molto più volentieri. È la RELAZIONE quella che sta venendo a mancare nelle nostre comunità parrocchiali, tra noi e Lui e ancora più tra di noi.

Sicuramente abbiamo visto in questi anni di lockdown quanto siano importanti le relazioni. Forse siamo un po’ matti, anzi lo siamo di certo, ma crediamo che un primo passo verso una riscoperta della messa domenicale lo si ha restaurando RELAZIONI, invitando i propri amici e imparando ad accoglierci. Invitare l’altro non è altro che essere missionari, il missionario esce di casa e ti porta un annuncio di bene, di amore, ti invita a seguirlo. Oggi abbiamo bisogno che le famiglie diventino vere missionarie! 

Non il prete che da solo deve gestire parrocchie e impegni come manager di multinazionali. Lui è uno solo in un comune di mila e mila abitanti, noi siamo già più di uno tra i mila abitanti dello stesso comune. Tu che aiuto dai alla tua Chiesa? Ricordo quando in fondo alle panche si vedevano sempre quel gruppo di vecchietti che per amicizia si trovavano tutto insieme alla stessa messa, occasione poi per far due chiacchere, per stare insieme, per salutarsi. Ricordo quando facevo il chierichetto con i miei amici e l’andare alle funzioni era anche occasione per vederci. Ricordo quando mia nonna andando a messa la domenica, trovava tutte le sue amiche fuori di chiesa e tra un saluto e una chiacchierata tornava a casa alle 12.00, ma la messa era finita alle 10.

Oggi chi fa così? Forse non abbiamo il tempo per due ore di saluti e chiacchere la domenica mattina? Forse non ci piace più stare in compagnia? Cosa è cambiato? Son cambiate le relazioni? Ci viene da pensare che mia nonna aveva e ha delle relazioni più salde delle tue e delle mie nonostante non conosca né i social né i telefonini. Riflettiamoci! Che bellezza poter vivere non solo la celebrazione liturgica come un tempo che ci arricchisce ma anche il fuori chiesa, il post messa, come un tempo nutriente che ci rende comunità. Cristiani felici insieme! Siamo battezzati e camminiamo nella e con la comunità cristiana, coltiviamo allora le relazioni perché non vengano mai a mancare, sono il bisogno primario del cristiano di oggi! Coltiviamo unitamente la relazione con Dio! Oggi vi lasciamo qua. Andremo avanti domani con uno spunto ancora più bello! .. buona giornata e stay Tuned!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.

Oggi ho pensato di iniziare l’articolo ponendovi una domanda: qual è il giorno in cui avete incontrato Dio? Che vi siete accorti che era accanto a voi? Che era negli occhi di chi avete incontrato? Qualche settimana fa, durante un’uscita serale con mio marito, all’Eur (quartiere di Roma), abbiamo incontrato lo sguardo di una ragazza che, per età e somiglianza anche fisica, poteva benissimo essere una delle nostre ragazze universitarie dell’oratorio, e invece era una splendida ragazza di strada di quelle costrette a vendersi e a perdere di vista l’Amore vero.

Noi da allora pensiamo a quella ragazza. Penserete: cosa c’entra questo racconto su un blog rivolto a tematiche di vita matrimoniale? C’entra eccome. Ogni matrimonio ha la propria vocazione e la nostra si sta volgendo ancora di più verso strade inaspettate. Quando un anno fa abbiamo generato il progetto Abramo e Sara, era stato pensato per lenire le ferite e il dolore di chi non riuscendo ad avere figli biologici si era allontanato dalla Chiesa, come era capitato a noi. Con il tempo, grazie a tanti incontri, alla collaborazione con la Miriano e con la famiglia Veronesi, al conoscere dal vivo Livia Carandente e tanto anche al sostegno del nostro Don Francesco Pelusi (che ci ha guidato e formato). Poi grazie ai ragazzi ma anche e soprattutto c’è tanto Spirito Santo che ci guida, Abramo e Sara si sta evolvendo ancora di più. Incontrare lo sguardo di quella ragazza per noi è stato un segno, come quando sei in un sentiero in montagna e trovi le strisce colorate sugli alberi. Ci siamo resi ancora di più conto che i nostri giovani vanno preservati. Chi non ha figli, diciamocelo apertamente, ha molto più tempo libero per farsi prossimo di chi magari li ha e non riesce, per i più svariati motivi, a seguirli come dovrebbe.

Fatevi prossimi. Riallacciate quel filo che ci rende fratelli tutti, scoprirete una genitorialità unica. Attenzione non vi sto proponendo di abbandonare le adorazioni in Chiesa o di scioperare all’animazione del Rosario. Non vi chiedo neanche di saltare le prove del coro. Vi sto scrivendo per dirvi che lì fuori ci sono tanti giovani affamati di cose belle, ci sono giovani desiderosi di ascoltare la Parola, magari semplicemente davanti un panino. Ci sono giovani che aspettano che qualcuno gli faccia indossare quell’abbraccio gratis e caldo della fede, che è come una felpa rimasta nell’armadio per troppo tempo perché magari si sono fermati al Sacramento della Comunione.

Rispolverate le promesse matrimoniali accoglierete i figli che il Signore vorrà donarvi. I figli ci sono già, magari sono i figli del vicino di casa che ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Grazie anche al supporto e alle intuizioni dei nostri ragazzi, sono sicura che Abramo e Sara, nella sua evoluzione, starà ancora di più accanto, non solo alle famiglie che vivono la sofferenza di non avere figli naturali, ma anche alle famiglie che stanno attraversando momenti difficili. I nostri ragazzi, insieme ad Andrea, hanno creato una linea di gadget il cui ricavato andrà a sostegno delle famiglie più bisognose. A presto per ulteriori dettagli.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Babbo, mica avrai la fidanzata?

Uno degli aspetti più drammatici e tristi delle separazioni è quello riguardante i figli. I figli avrebbero bisogno (e diritto) di crescere in una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene e collaborano insieme alla loro crescita psico-fisica. Come figlio devo ammettere che i genitori, almeno fino all’età adulta, sono considerati un punto fermo, una sicurezza e mai penseresti che potrebbero separarsi: eppure purtroppo succede e questo genera tanta sofferenza in loro, come ho sperimentato personalmente e in tanti figli con cui sono entrato in contatto.

In particolare mi ricordo che all’inizio le mie (nostre) figlie avevano tanta paura di essere abbandonate, piangevano se mi allontanavo per parcheggiare l’auto e addirittura a volte sono volute venire in bagno con me per non perdermi di vista. Questo terremoto nelle loro vite non è normale e più volte mi ha fatto sentire in colpa, perché non sono stato in grado di garantire loro il meglio, come ogni genitore desidera per i propri figli, nella scuola, nell’educazione e in tutto il resto. In aggiunta, avendo figlie femmine, so che un giorno sceglieranno l’uomo della loro vita anche in base al rapporto che hanno avuto con me e agli esempi che ho loro dato, quindi ho una grandissima responsabilità.

Qualcuno, per giustificarsi, mi dice che è meglio separarsi che vivere in una casa in cui i genitori litigano sempre: è certamente vero, non si può vivere in un ambiente carico di tensione o in cui volano i piatti, ma è altrettanto vero che la famiglia del Mulino Bianco non esiste, esistono persone che superano le divergenze e le difficoltà insieme. Anche perché i figli non devono avere l’illusione che una famiglia vada bene solo se è priva di difficoltà e se fila tutto liscio, non corrisponde alla realtà, altrimenti rimarranno molto delusi e forse cercheranno quella perfetta.

Se un separato decide di frequentare altre persone e di farle conoscere ai figli, le cose si complicano, perché di solito nasce in loro rabbia e si crea confusione sulle figure genitoriali: addirittura in famiglie cosiddette “allargate” dove ogni coniuge ha figli dal precedente matrimonio e in più si aggiungono quelli della nuova unione, davvero diventa difficile comprendere i ruoli e a chi rapportarsi. In questi casi i figli perdono importanti punti di riferimento e non si aiutano certo a crescere nell’unico e irripetibile contesto familiare di un papà e una mamma, dal cui amore sono nati (infatti Dio ha voluto che presentassero caratteristiche fisiche o caratteriali ereditate da entrambi i genitori).

Mi ricordo che qualche anno fa mia figlia maggiore, vedendo che stavo scambiando messaggi su WhatsApp con una donna (una mia amica), mi ha domandato: “Babbo, mica avrai la fidanzata?” e questa semplice domanda mi ha fatto molto riflettere sulle sue preoccupazioni. Tuttavia ho notato che i figli dei separati sono in genere più maturi rispetto ai loro coetanei, perché la sofferenza necessariamente li fa crescere prima del tempo (a meno di prendere brutte strade) e li rende più attenti, sensibili e premurosi verso gli altri (questo vale anche per gli adulti, se davvero vuoi essere capito e ascoltato, basta andare da chi ha sofferto o è stato vicino al dolore).

Purtroppo sono entrato in contatto con tante situazioni difficili in cui il rapporto figli/genitori è davvero complesso: ad esempio il padre non li può vedere, oppure lo può fare solo poche volte in un mese. È davvero triste e distruttivo poter passare del tempo con i figli solo secondo un calendario e in certi orari, si perdono la quotidianità, i progressi e una parte del loro mondo, anche se questo mi ha stimolato a usare bene il tempo e con qualità (prima davo tutto per scontato e succedeva così che invece di giocare con loro, stavo sul divano a guardare la tv).

Per fortuna noi cristiani sappiamo che, dove umanamente non possiamo più fare nulla, la preghiera può invece aprire strade inimmaginabili e soprattutto guarire le ferite del cuore dei nostri figli: io lo auguro davvero a tutti i figli, specialmente a quelli più in difficoltà; solo Dio può scrivere dritto sulle nostre righe storte!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

A ciascuno il proprio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 6,1-9) Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. «Onora tuo padre e tua madre!». Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: «perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra». E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore. Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone.

Questo testo è quello che sta alla base della spiegazione del quarto Comandamento divino all’interno del Catechismo, nel quale viene spiegato come onorare i propri genitori si dilata nei comportamenti verso i propri superiori o verso i propri sottoposti. Infatti alla base di questo Comandamento c’è il riconoscere che la paternità di Dio si manifesta concretamente dentro i volti e le storie che la vita ci pone accanto. Su quest’ultimo concetto si fonda uno dei famosi voti che fanno i sacerdoti, i frati/monaci e le suore/monache: l’obbedienza. Ovviamente la virtù dell’obbedienza è da vivere ed intendere bene, poiché essa non può mai pretendere qualcosa che vada contro coscienza oppure contro la legge di Dio; ma non è questa la sede per approfondire tale virtù, piuttosto ne metteremo in luce alcuni aspetti che ci interessano come sposi.

Nella prima parte del testo San Paolo dà alcune direttive sia ai figli che ai genitori/educatori, affinché nessuno si senta escluso dalla fatica di migliorare se stesso, vivendo nel rispetto della legge di Dio e nella Sua giustizia. Ci sono altri passi nella Bibbia dove è elogiato il rispetto e l’onore che ciascuno deve nei confronti dei propri genitori, soprattutto quando noi diventiamo adulti e loro sono ormai vecchi o malati e bisognosi di assistenza. Tante coppie ci hanno reso una straordinaria testimonianza di come si assiste un anziano oppure un malato con dignità, cioè rispettandolo innanzitutto come essere umano e non come un oggetto guasto da sostituire o da riparare; inoltre poi è stato onorato benché vecchio e/o infermo.

Ma cosa significa onorare? Ci lasciamo aiutare da esempi reali: se i miei genitori mi hanno insegnato (e testimoniato) che il matrimonio è costituito dalla decisione ferma di amare l’altro costi quel che costi fino a che morte non ci separi, ecco che se io mi lascio andare alla prima difficoltà col mio coniuge e poi ci separiamo o addirittura divorziamo con facilità e leggerezza, allora porterò disonore alla mia famiglia d’origine perché non avrò tenuto alta la bandiera degli insegnamenti paterni. Similmente se dovessi comportarmi da libertino seminando figli a destra e a sinistra, senza costruire legami forti e duratori tantomeno una famiglia, anche in questo caso porterei disonore ai retti insegnamenti ricevuti dai genitori. Se dovessi maltrattare i miei genitori solo perché vecchi e malati, considerandoli pazzi e non prendendomene cura, anche in questo caso disonorerei i miei genitori.

Se, al contrario, me ne prendessi cura proprio perché malati e vecchi, e lo facessi anche solo per il fatto che sono i miei genitori, allora li onorerei. Siccome poi siamo anche cristiani abbiamo una marcia in più, ecco allora che questa cura sarà amorevole, tenera e delicata. Abbiamo diversi motivi che ci spingono ad onorare i genitori soprattutto quando sono nella vecchiaia e/o nella malattia:

  • sono coloro che ci hanno donato la vita, la mamma in particolare ci ha accolto nel suo grembo per nove mesi e poi ci ha partorito, mentre il papà ha contribuito con la sua sussistenza ed i suoi sacrifici.
  • ci hanno donato amore attraverso i loro sacrifici, grandi o piccoli che siano, ci hanno nutrito, ci hanno allevato, ci hanno vestito, ci hanno cambiato tanti pannolini.
  • ci hanno donato i loro insegnamenti di vita, alcuni fondamentali per la nostra crescita
  • sono coloro i quali hanno contribuito col Padre celeste alla nostra procreazione, noi non ci saremmo senza di loro, siamo stati creati in quel preciso istante da quei precisi genitori il nostro patrimonio genetico esiste solo grazie a loro, altrimenti noi non saremmo noi, siamo stati pensati da Dio per quel momento nel tempo.

Purtroppo però il mestiere del genitore s’impara facendolo, “non si nasce imparati” ; e sicuramente tutti i genitori hanno commesso errori nel crescere e nell’educare i propri figli, errori che diventano delle ferite per i figli. Molte coppie si ritrovano all’interno del proprio matrimonio quelle ferite “non guarite” della propria infanzia, il problema non è che esistano tali ferite, ma che non siano state affrontate e quindi risolte/guarite. Esse sono una grande minaccia per la pace della coppia e della serenità della relazione poiché si rischia di scaricare il dolore, ancora vivo e pulsante, che ancora ci provocano, tutto sul nostro coniuge. Ma il nostro coniuge non potrà mai sostituire il papà o la mamma, potrà aiutarci a superare e ad affrontare queste ferite ed accompagnarci nel disagio che ancora viviamo, ci potrà sostenere, incoraggiare, confortare, capire, scusare, ma non potrà e non dovrà MAI prendere il posto di nostra madre o di nostro padre.

La prima soluzione è il perdono dei nostri genitori. Ci hanno provocato delle ferite in buona fede, non sapendo di farlo, sperando di fare il nostro bene? Non possiamo colpevolizzarli e condannarli per qualcosa per cui non hanno agito con malizia, sarebbe crudele.

Ci hanno provocato delle ferite con malizia? A maggior ragione sono bisognosi del nostro perdono, sia sul piano umano che su quello della fede, e noi abbiamo bisogno di perdonarli per guarire e liberare il nostro cuore… non ha detto forse Gesù di perdonare 70 volte 7, cioè praticamente sempre?

Ci hanno dato ciò che a loro volta hanno ricevuto (amore, educazione, affetto, attenzione, fede, coccole, ecc…): se avevano ricevuto tanto potevano darci tanto, ma se avevano ricevuto poco non potevano darci di più di quel poco; NON ha importanza che sia tanto o poco, ha importanza che ce l’abbiano dato.

Possiamo forse lamentarci col povero perché non ci regala 1 milione di euro? Non può darci ciò che non ha nemmeno lui… similmente i nostri genitori ci hanno donato ciò che avevano… NON possiamo condannarli, ma compatirli, comprenderli, perdonarli. Cari sposi, coraggio, non abbiate paura di perdonare gli sbagli anche dei vostri suoceri, perché ciò che è vostro marito/vostra moglie lo dovete anche ai suoi genitori; se vi siete innamorati di lui/lei non potete pensare di cancellare il suo passato. Con la Grazia Sacramentale del Matrimonio tutto è possibile. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

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Famiglia dai una mano in parrocchia (2 parte)

Ritorniamo sul tema famiglia e parrocchia, spinti da un dialogo con degli amici, che ha generato nuove belle riflessioni. Nell’articolo precedente parlavamo di “essere famiglia”, “essere Sacramento del matrimonio”, non volendo escludere ciò che facciamo come famiglia: i servizi in parrocchia o in oratorio che restano importantissimi! Non è che chi “fa un servizio” è nell’errore, anzi vi diciamo il nostro GRAZIE, quale utenti fruitori del bene che il vostro fare genera per noi e per la comunità.

L’importante è che ci sia equilibrio tra l’essere famiglia e quello che si fa come famiglia o come padre o come madre. Alla base di tutto resta però una domanda che devi fare a te stesso e alla sua famiglia: CHI SIAMO? Questa è la prima domanda! E a questo dobbiamo in primis risponderci! Non si può fare, se non si sa chi si è. Anche i film di supereroi quale “Superman” o “spiderman”, “capitan american” ci insegnano che per poter fare dobbiamo comprendere chi siamo.

Chi è …”famiglia”? Chi siamo? O più difficile: cosa vuol dire essere famiglia? Solo dopo possiamo e dobbiamo scoprire il vero senso del servizio e del fare che può essere compreso solo se prima si ha il tempo di amare la propria vocazione e quindi il proprio essere. Si corre sennò il rischio che il fare sia una porta di uscita dal proprio essere. Il mettersi al servizio non deve diventare un tappabuchi o un lavoro da crocerossina per “salvare la parrocchia” perché con il tanto fare si rischia solo di “scoppiare”, si perde il senso del servizio e della propria missionarietà.

Quindi una cosa non esclude l’altra, l’essere non esclude il fare e viceversa, ma l’importante è partire dal riconoscersi Sacramento vivo, è ricercare sempre la propria natura, la grandezza che siamo maschio e femmina ci creò. Se manca tutto questo si rischia una grande confusione per noi e per chi ci sta attorno. È bello mettersi al servizio del bene, ma ancor più bello è se riusciamo a svolgere incarichi non da soli ma in quanto sposi: insieme! Una coppia è bello che sia presente insieme per poter testimoniare il loro essere amore vivente, volto di Dio, casa fatta carne, padre e madre che si donano, simbolo di unità.

Diverso è vedere un signore che compie un servizio qualsiasi esso sia, diverso è vedere una coppia che si dona amandosi, si fa dono! Noi sposi, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento delle nozze non siamo semplici laici, ma come un sacerdote svolge la sua missione, vive la sua vocazione e agisce in forza del Sacramento dell’ordinazione che ha ricevuto, così noi sposi agiamo non in quanto battezzati ma in quanto ordinati Sacramento nuziale di amore concreto uomo – donna che abita la terra.

Ci viene anche da pensare che il fare un servizio in parrocchia non dev’essere un volere o un pretesto, possono esserci realtà e servizi che non necessitano il nostro servizio, ma questo non toglie chi siamo. Lo ridiciamo: il primo servizio di due sposi è essere famiglia, non c’è nulla di più grande ed importante che manifestare ogni giorno l’amore familiare! Se oggi volessimo fare catechismo nella nostra parrocchia magari tutte le classi sarebbero già coperte, o se volessimo fare il corso in preparazione al matrimonio anche lì non ci sarebbe posto, e allora una coppia cosa deve fare? Certo forse c’è sempre posto tra chi deve fare le pulizie o altri servizi. Compiere un servizio, vuol dire farsi umili ed inginocchiarsi ed essere disponibili accogliendo ciò che si è chiamati a fare, ma se uno vuole aiutare la Caritas non può certo essere dirottato in “croce bianca” .. i servizi come i talenti e i ministeri son diversi, è diverso il tempo e il modo in cui ci si dona!

L’importante è non passare dal volersi mettere a disposizione per fare un servizio al credersi necessari. Bisogna stare attenti anche che il servizio non diventi una proprietà propria che limita l’ingresso di altri o alcune scelte. Ci sono anche parrocchie dove se vuoi fare il servizio di catechismo non ci sono i bambini o se vuoi fare il servizio di preparazione al battesimo non ci sono i battesimi o dove se vuoi fare servizio in preparazione al matrimonio non ci sono più giovani che si sposano. La Chiesa non nasce dai servizi, dall’erogare servizi. Puoi offrire anche tutti i servizi più belli di catechesi ma se in parrocchia non ci sono figli o famiglie non servirà a nulla. Ciò che bisogna portare avanti è l’essere e secondariamente il fare. La famiglia stessa non la riconosci da quanti servizi offre, da quante preghiere organizza ma da come sa essere famiglia, sa amarsi.

Bisogna poi forse domandarsi, dal lato utente, l’utilità di alcuni servizi. Non mettiamo in dubbio le pulizie della chiesa o il servizio lettori o canto etc. Ma per esempio un servizio in preparazione al matrimonio, dalle coppie è visto come il corso obbligatorio per sposarsi e prendere il bollino di ok al matrimonio, quindi il tuo servizio potrebbe essere visto ai loro occhi come un “servizio civile” non un servizio alla fede e all’amore. Sarebbe servizio solo se in quel corso si annunciasse la bellezza del Sacramento del matrimonio, si facesse incontrare il risorto, il volto di amore che è Lui e che sono due sposati. Purtroppo in tante parrocchie si è dovuto abbassare il tiro adeguandosi a quella che era la richiesta dell’utente, svuotando completamente la natura del servizio stesso.

Siamo sicuri che alcuni servizi quindi, siamo ancora utili alla Chiesa o non siano dei servizi di “passaggio obbligato” al ricevere un Sacramento? Le istruzioni e i paletti che le Chiesa stessa ha messo nel corso dei decenni per dare delle linee guida alla nostra preparazione, son in alcuni casi diventati delle “legge farisaiche”, porte obbligatorie verso i sacramenti , non per colpa della Chiesa. Se parlassi con un nonno di quello che facciamo oggi come servizio si metterebbe a ridere. Ai suoi tempi alcuni servizi non c’erano, ma c’era più idea di famiglia, era diversa la fede, la conoscenza di Gesù e l’importanza dei sacramenti!

Oggi facciamo il “percorso in preparazione al matrimonio” ma le coppie divorziano. Che bello sapere che Carlo Acutis era talmente innamorato di Dio da aver bruciato le tappe per fare la comunione e non è rimasto nei “paletti” classici. Ci vogliono le istruzioni e grazie alla Chiesa che ce le dona, ma il servizio che sorregge quei paletti in alcuni casi sta facendo implodere la struttura stessa! E la chiesa stessa lo sa bene, lo vede, per quello sinodi ed encicliche, per dare nuove linee. Concludiamo con l’ultimo spunto:

La famiglia è la prima scuola di amore e gli stessi documenti del magistero della Chiesa ci dicono che siamo noi la prima scuola di catechismo, la prima scuola di preghiera, i testimoni dell’amore matrimoniale che dovrebbero con la loro vita preparare le altre coppie al matrimonio. Tanti servizi (preparatore ai battesimo, ai matrimoni..) non c’erano neanche al tempo dei nostri nonni. Con questo cosa vogliamo dire? Che nell’abbondanza o nella necessità la Chiesa ha creato strutture e iniziato servizi, ma come un tempo c’erano i rioni e le corti o le contrade e oggi no, così fino ad anni fa avevamo le parrocchie e ora le comunità pastorali. I servizi passeranno ma la famiglia e il sacerdote no!

Quello che abbiamo scritto può anche essere non del tutto condivisibile, ma è ciò che abbiamo vissuto nelle nostre esperienze di vita, nei nostri incontri e compreso noi dai documenti del magistero della Chiesa. Lì c’è la radice e fonte per essere Chiesa, dell’essere famiglia.

Anna Lisa e Stefano

Prototipi

Cari sposi,

ma quanto è facile l’esegesi di questo Vangelo! Siamo tutti schierati con il povero pubblicano, mogio e avvilito, mentre deploriamo vivamente la boria del fariseo. Ma come sempre Gesù è fine e profondo quando ci parla e pure qui l’apparenza inganna assai. Partiamo dal fatto che i farisei erano un gruppo di persone davvero ben intenzionate nel seguire il Signore, al punto che si “separavano” dal mondo – questo vuol dire l’etimologia del nome – con non pochi sacrifici, per dedicarsi totalmente allo studio e alla pratica della Legge. Un’altra cosa poi è la devianza di pochi o molti di loro nell’ipocrisia. Ma di base c’è un atteggiamento estremamente positivo nel porsi davanti alla fede.

I pubblicani ahimè erano all’opposto. Ebrei che tradivano i loro correligionari e compatrioti, vendendosi ai Romani, pagani ed invasori, per aiutarli ad esigere le tasse. Cosa che facevano spesso in modo arbitrario, secondo il loro personale profitto. Se mai ci succedesse di dover consegnare le nostre tanto salate tasse brevi manu alla stessa persona, invece di eseguire un freddo bonifico, quale atteggiamento avremmo verso costui? Tuttavia, questi due poli, lontanissimi l’uno dall’altro, di fatto si trovano ora sullo stesso piano al momento di rivolgersi a Dio. E qui passiamo all’analogia con le coppie. Come potremmo proiettare i due personaggi nella vita matrimoniale?

Con le premesse poste sopra, il fariseo potrebbe stagliarsi su quella coppia assai impegnata, che si dona in parrocchia o in qualche movimento ma è protesa al fare, all’organizzare, alle attività, buone e sacrosante e disdegna in cuor suo chi non fa altrettanto, deplorando magari la pigrizia o inerzia di tanti cosiddetti buoni cristiani. Consapevole o no pensa di sé: “Siam poi una bella coppia? Andiamo poi bene?” Ma in genere costoro accettano mal volentieri percorsi di crescita, cammini in cui mettersi in gioco personalmente, misurarsi con nuove esperienze di fede, essendo tutte rinchiuse nella loro routine spirituale.

Il nostro amico pubblicano invece lo vedrei meglio rappresentato da quei coniugi che fanno una gran fatica ad andare avanti assieme. Si sforzano sì per vivere la fede, la preghiera e i sacramenti ed anche per collaborare in chiesa ma poi litigano aspramente, non si parlano o magari hanno avuto anche uno scivolone coniugale. Eppure, in fin dei conti, vogliono starci, non mollano, solo che provano un gran senso di indegnità e sfiducia quando si guardano attorno e ci comparano con chi è fedele.

Avrei potuto fare altri esempi ma credo proprio che il paragone regga. Come vedete nessuno dei due è perfetto ma nessuno dei due viene cacciato via dal Signore per quanto ha fatto. Né il fariseo che è comunque amato e accolto nonostante le reprimende del Maestro – vedi san Paolo -, né il pubblicano che è accolto alla sequela di Cristo, vedi san Matteo.

Allo stesso modo Gesù chiama voi care coppie, qualsiasi sia la vostra posizione nel “ranking” matrimoniale, a seguirLo, senza star lì a contemplare quanto siate vicini o lontani da Lui o più o meno fedeli. Per entrambi vale quanto ha detto Papa Francesco: “Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi. Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti” (Udienza 16 gennaio 2019) e qui parliamo soprattutto del talento del sacramento.

Per concludere, quindi, vi invito ancora una volta a guardare a Cristo e a lasciarvi guardare da Lui. Il suo sguardo è ciò che ci dà vera pienezza, con i nostri occhi nei Suoi capiamo realmente chi siamo, quanto importanti valiamo e comprendiamo il senso e la direzione della nostra vita di coppia. In fin dei conti è quello Sguardo che conta di più, lo sanno bene il giovane ricco, Pietro, Paolo, Natanaele, la Maddalena, come anche i santi.

Per questo, mi piace chiudere con un estratto preso dalla “Offerta di me stessa come Vittima di Olocausto all’Amore Misericordioso del Buon Dio” scritto di suo pugno da Santa Teresa di Lisieux, una ragazza che aveva capito bene quanto era importante essere guardati da Cristo più che non da noi stessi o dagli altri:

Alla sera di questa vita, comparirò davanti a voi a mani vuote, perché non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio dunque rivestirmi della vostra propria Giustizia e ricevere dal vostro Amore il possesso eterno di voi stesso. Non voglio altro Trono e altra Corona che voi, o mio Amato!”.

Senza nulla togliere al valore delle nostre opere, care coppie, è tuttavia prioritario che viviamo sempre rivolti al Signore e con il cuore aperto a vivere alla Sua Presenza.

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io credo che possiamo inserirci tra quelle famiglie che padre Luca ha descritto come farisei. Abbiamo una bella relazione costruita nel tempo, abbiamo bene o male (Luisa bene io un po’ meno) una vita di fede e di preghiera, e cerchiamo di darci da fare. Questo però rischia di farci sentire “bravi”. Di per sè non c’è nulla di male nel sentirsi bravi, ma c’è una grande insidia: cominciare a pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inerosabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Attenzione quindi.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile /46

(Il sacerdote, deposti il calice e la patena, a mani giunte, canta o dice:) Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. (Oppure in canto:) Pater noster, qui es in caelis : sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in caelo, et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie; et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in tentatiónem; sed líbera nos a malo.

Con la preghiera del Padre Nostro e l’esortazione che la precede cominciano i cosiddetti Riti di Comunione. Questa preghiera è La Preghiera per eccellenza perché ce l’ha insegnata Gesù stesso ed infatti, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, trova ampio spazio di approfondimento, inoltre sullo stesso Catechismo viene usata da base per la catechesi sulla preghiera e il pregare in generale. Non vogliamo addentrarci nei vari significati delle 7 richieste al Padre, per i quali vi rimandiamo direttamente al Catechismo.

Desideriamo in questo primo articolo mettere in evidenza la motivazione per cui il Pater non poteva non entrare a pieno diritto nel rituale del Divin Sacrificio, e questa prima motivazione ci viene dalla esortazione iniziale del sacerdote : Obbedienti. La virtù dell’obbedienza ci porterebbe molto lontani nella riflessione, ci basti però tener presente che la catastrofe delle catastrofi, cioè il peccato originale, è stato un atto di disobbedienza al Creatore, il Quale aveva proibito di mangiare i frutti di un solo albero; i nostri progenitori potevano mangiare i frutti di altre migliaia di alberi ed invece si intestardirono a voler mangiare dell’unico proibito: quanto ci affascina il non avere limiti, mal sopportiamo l’idea di essere limitati, di essere creature, di aver bisogno di regole, gli esperti la chiamano autodeterminazione dell’uomo nei confronti di Dio Creatore.

Care famiglie, la virtù dell’obbedienza va riscoperta in un tempo in cui ci inculcano che vada bene qualsiasi scelta nella vita, i fautori del nuovo concetto di libertà in realtà si vogliono affrancare dalle regole del cristianesimo, non ne vogliono sapere della vera libertà, quella che ci dona Cristo… per esempio ci vogliono convincere che l’aborto sia un diritto e non un omicidio, che l’adulterio non sia peccato ma emancipazione di sé, vogliono farci credere che la lussuria e la fornicazione non siano peccati, insistono nel farci credere che la castità non sia una grandissima virtù, che la verginità pre-matrimoniale sia un’invenzione della Chiesa e non un’esigenza del cuore umano, vogliono banalizzare l’atto sessuale con cui i due sposi si amano e generano nuova vita abbassandolo al livello animale, eccetera.

Quando eravamo fidanzati abbiamo accolto delle regole che ci sono state dettate dai nostri formatori, primo fra tutti padre Bardelli, e le abbiamo accolte nel nostro cuore facendole nostre, lasciando che operassero nella nostra vita anche se non le capivamo tutte fino in fondo.

Abbiamo obbedito, ci siamo fidati !

E abbiamo fatto bene, perché il rispetto di quelle regole non solo ci ha permesso di non cadere nel burrone del peccato mortale (specialmente il burrone dei peccati contro la castità), ma pian piano dal rispetto della norma siamo passati alla norma del rispetto, rispetto dell’ecologia dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio, rispetto del corpo e rispetto dell’anima, rispetto dell’armonia tra corpo ed anima che esigeva l’amore di fidanzamento allora, ed esige l’amore sponsale oggi. Abbiamo compreso cammin facendo, anzi cammin vivendo; vivendo cioè quell’obbedienza che anche se non capisce tutto e subito, intuisce però che obbedire a Dio è un investimento per la vita.

Non è necessario capire sempre tutto e subito fino in fondo per obbedire, è necessario invece aderire con la volontà alla norma. E’ ragionevole obbedire al nostro Creatore! Nella Santa Messa, quindi, non poteva mancare il Padre Nostro, perché essa è tutta orientata al Padre, il Sacrificio di Gesù è l’adesione piena alla volontà del Padre, e la Sua volontà è che la salvezza passasse necessariamente da Gesù, dalla Sua Croce; se Gesù ha obbedito offrendosi al Padre come sacrificio perfetto e gradito, come il vero Agnello Pasquale, sarebbe insensato riattualizzare il medesimo Sacrificio senza pregare il Padre come Gesù ci ha insegnato.

Cari sposi, impariamo ad obbedire al Signore e ritroveremo la libertà perduta, saranno spezzate le catene che ci tengono legati al peccato, saremo veramente liberi quando decideremo di operare il Bene e di evitare il Male. Non dobbiamo aver paura dell’uomo nuovo, dobbiamo invece temere che l’uomo vecchio torni con prepotenza a farci disobbedire.

Coraggio, il Signore sostiene chi vacilla !

Giorgio e Valentina.

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Sapete leggere la vostra storia?

Papa Francesco già da alcune settimane sta dedicando la catechesi dell’Udienza del mercoledì al discernimento. Devo dire che è un argomento che mi prende molto. Il discernimento è quella attività che ho sempre trovato difficile e per certi versi incomprensibile. Più che un’attività è un vero talento. Talento che si può imparare e papa Francesco sta cercando di offrire qualche coordinata per capirci qualcosa. Oggi però vorrei soffermarmi su un passaggio della catechesi di mercoledì scorso che potete leggere integralmente qui. Uno stralcio che riporta una riflessione del Papa che non è specificatamente sul discernimento ma che racconta un atteggiamento, una disposizione del cuore che dovremmo sempre avere, nella vita e anche nel matrimonio. Il Papa afferma:

Molte volte abbiamo fatto anche noi l’esperienza di Agostino, di ritrovarci imprigionati da pensieri che ci allontanano da noi stessi, messaggi stereotipati che ci fanno del male: per esempio, “io non valgo niente” – e tu vai giù; “a me tutto va male” – e tu vai giù; “non realizzerò mai nulla di buono” – e tu vai giù, e così è la vita. Queste frasi pessimiste che ti buttano giù! Leggere la propria storia significa anche riconoscere la presenza di questi elementi “tossici”, ma per poi allargare la trama del nostro racconto, imparando a notare altre cose, rendendolo più ricco, più rispettoso della complessità, riuscendo anche a cogliere i modi discreti con cui Dio agisce nella nostra vita. Io conobbi una volta una persona di cui la gente che la conosceva diceva che meritava il Premio Nobel alla negatività: tutto era brutto, tutto, e sempre cercava di buttarsi giù. Era una persona amareggiata eppure aveva tante qualità. E poi questa persona ha trovato un’altra persona che l’ha aiutata bene e ogni volta che si lamentava di qualcosa, l’altra diceva: “Ma adesso, per compensare, di’ qualcosa buona di te”. E lui: “Ma, sì, … io ho anche questa qualità”, e poco a poco lo ha aiutato ad andare avanti, a leggere bene la propria vita, sia le cose brutte sia le cose buone. Dobbiamo leggere la nostra vita, e così vediamo le cose che non sono buone e anche le cose buone che Dio semina in noi.

Ora cercherò di trarre alcune parole chiave da queste breve ma intensa riflessione del Santo Padre. La prima parola chiave è negatività. Molto spesso siamo portati a concentrare l’attenzione sulle situazioni che ci causano preoccupazioni o sofferenze. E’ normale che sia così. La concentrazione naturalmente si fissa su ciò che va corretto. Molte volte però queste situazioni non dipendono da noi o da quello che possiamo fare o dipendono solo in minima parte. Quindi il Papa ci dice di imparare ad ampliare il nostro sguardo e il nostro orizzonte. Solo così, guardando la nostra vita a 360 gradi e non solo su quel punto che ci causa sofferenza, potremo scorgere la presenza di Dio nella nostra vita. In tante piccole cose, nelle parole di quell’amica, nella cura di quei medici, nell’abbraccio di nostro marito o di nostra moglie, nel sorriso dei nostri figli. Anche solo nel ringraziamento di quel collega e di quel cliente che ci ha fatto sentire importanti ed utili per qualcuno. Spesso invece sottovalutiamo tutti questi piccoli e discreti segni di buono o di bello che entrano nella nostra quotidianità. La famiglia è un luogo privilegiato che Dio usa per donarci tanti piccoli segni della sua presenza. Impariamo a coglierli. Staremo meglio.

La seconda parola chiave è leggere. Il Papa scrive che Dobbiamo leggere la nostra vita, e così vediamo le cose che non sono buone e anche le cose buone che Dio semina in noi. E’ importante imparare a prendere nota per tutte cose belle. Non basta avere uno sguardo capace di coglierle ma è importante anche farne memoria. Come possiamo farne memoria? E’ molto semplice basta imparare a ringraziare. Magari facendo un bilancio a fine giornata durante le nostre preghiere serali oppure anche sul momento, quando accade qualcosa di bello ed inaspettato. Saper stupirsi e ringraziare cambia la vita. Non dare per scontato quanto di bello accade perchè non è scontato. Anche svegliarci la mattina non è scontato. Tutto è un dono immeritato ed immenso. Siamo capaci di stupirci e di ringraziare? Questo vale anche per il dono di nostro marito o di nostra moglie, per il dono dei nostri figli se ci sono. Sappiamo dire grazie all’altro per quanto di buono fa oppure sappiamo solo lamentarci dei suoi limiti e dei suoi errori?

La terza parola è altro. In particolare la frase e poi questa persona ha trovato un’altra persona che l’ha aiutata bene e ogni volta che si lamentava di qualcosa, Questa frase ci riguarda tantissimo. E’ un vero mandato per noi sposi. C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro, la benedizione di Dio per l’altro. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi. Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, far giungere anche all’altro che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Insomma papa Francesco ci ha fornito un compito. Un compito che comporta magari un duro lavoro su quei nostri comportamenti ed atteggiamenti che sono negativi, ma che sono ormai consolidati. Un duro lavoro che però ci può aprire un nuovo modo di vivere il nostro matrimonio e la nostra vita. Un modo più profondo e appagante.

Antonio e Luisa

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Il sacramento della tenerezza

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

Oggi mi voglio soffermare su una caratteristica dell’amore di Cristo. Gesù ci ama di un amore tenero. Il matrimonio è il sacramento della tenerezza. Gli sposi imparano l’uno dall’altra ad amarsi con tenerezza. Ho capito una cosa importante. Dio mi ha affidato una missione, mi ha comandato  affinché  io mi impegni ogni giorno per essere epifania del suo amore tenero per la mia sposa. Più saprò essere tenero con lei, più imparerò ad esserlo (anche questo è un cammino di crescita) e più lei si sentirà amata da me e da Dio attraverso di me. Di seguito riporto una riflessione di Carlo Rocchetta  che spiega concretamente cosa significhi amare con tenerezza, quale sia il linguaggio della tenerezza.

Per arrivare a questa situazione di sentirsi amati ed apprezzati, esiste il linguaggio delle carezze, la tenerezza è una polifonia di carezze. Dalle carezze deriva un messaggio di riconoscimento prezioso. Isaia 43, 1-7: tu sei prezioso ai miei occhi, ti stimo e ti amo. La carezza è anche quella verbale, simbolica, non solo gestuale. Quando non ci sono carezze fra gli sposi si crea un senso di solitudine. L’altro o diventa un estraneo o si crea una stato di rivincita o di malessere tale che porta con sé rabbia, collera, tristezza. Lui non mi porta mai un fiore…lei è sempre negativa…. Così facendo si viene a creare un senso di solitudine e l’impressione che tutto sta per finire. La carezza è un riconoscimento che mi rassicura. Tutti abbiamo delle insicurezze. Tra marito e moglie è indispensabile darsi sicurezze. Una carezza in più non fa mai male!! Le carezze possono essere: verbali, gestuali, comportamentali e simboliche.

Le carezze verbali sono l’uso della parola: sei bellissima, sei straordinaria.. uccide più la lingua che la spada… Non si pensa che colpendo l’altro si colpisce se stesso. Le donne si ricordano ogni parola! anche nei momenti di ira o rabbia, facciamo in modo che le parole non siano macigni. Quando i due litigano non si ascoltano più.

Le carezze gestuali sono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio, l’abbraccio. Bisogna educarsi all’arte delle carezze gestuali. Quasi sempre vanno di pari passo con le carezze verbali. Sono parole non dette ma che a volte sono altrettanto eloquenti. Atti che fanno sentir bene il coniuge.

Le carezze comportamentali sono quelle collaborazioni, quel modo con cui si cerca insieme di mettere a posto la casa, di aiutare i figli. Atti concreti con cui ci si mette in sintonia con l’altro, si collabora con l’altro (il marito a volte arriva dal lavoro e si butta in poltrona).

Le carezze simboliche sono tutti i doni, quei piccoli segni che caratterizzano la vita della coppia. Il matrimonio è caratterizzato da doni: lista delle nozze, lo scambio degli anelli nuziali. Occorre che anche durante il matrimonio ci siano quei doni, quei simboli che facciano sentire bene il coniuge (portare un fiore alla moglie..). Il regalo non ha un valore solo materiale ma simbolico. Si è interessato a me.. Ha cercato quel regalo per me. È importante per gli sposi regalarsi una sorpresa ogni tanto, se no la vita di coppia diventa una monotonia, una routine sempre uguale.

L’unica condizione di questa polifonia di carezze è che siano carezze vere, incondizionate. Il do ut des non è vera carezza. A volte quando il marito vuol fare l’amore diventa tutto carezzevole, tutto moine. La moglie che ha capito il trucco si rifiuta. Se fosse carezzevole sempre sarebbe diverso… Quelle sono carezze condizionate.

Antonio e Luisa

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Coccole divine

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Timòteo (2Tm 4,10-17b) Figlio mio, Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalònica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tìchico a Èfeso. Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. Anche tu guàrdati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero.

Nella festa liturgica di San Luca evangelista la Chiesa ci propone questo brano di Paolo a Timoteo, nel quale si testimonia come l’unico rimasto al fianco dell’Apostolo delle genti sia proprio Luca. Apparentemente è un brano che di matrimoniale ha poco e niente, ed in effetti non è il primo intento dello scrittore, il quale fa un resoconto della situazione all’amico Timoteo chiedendo aiuti di diverso tipo, e nello stesso tempo testimonia come il Signore non lo abbia mai abbandonato nel suo apostolato.

Quello che ci portiamo a casa, come sposi, è l’insegnamento che ci viene dal vissuto di Paolo; è un vissuto in cui possiamo trovare due atteggiamenti che per facilità di comprensione li terremo separati ma che in realtà sono come due facce della medesima medaglia.

Come si può notare rileggendo il brano, tra le righe si avverte pace nella descrizione degli accadimenti, nonostante siano descritti persecuzioni ed abbandoni di persone amiche il nostro Paolo non perde la pace. Come fa a restare così in pace?

Cari sposi, forse sarà successo anche ad alcuni di voi coppie di essere perseguitati da chi non sopporta la nostra testimonianza cristiana, può darsi che veniamo presi per pazzi, veniamo etichettati come retrogradi, possiamo essere esclusi dalle “grazie” del capufficio o del capo-reparto, ecc… ma come reagiamo di fronte a tutto ciò? Se in noi nasce il desiderio di vendetta o di rivalsa siamo sulla strada sbagliata, se pensiamo di essere arrivati e disprezziamo la mancanza di fede di chi ci maltratta siamo ancora sulla strada sbagliata, se pensiamo di aver capito tutto noi e consideriamo gli altri inferiori siamo sulla strada sbagliata, se ci gloriamo di essere perseguitati solo per il desiderio malsano di essere al centro dell’attenzione tanto per fare gli originali siamo ancora sulla strada sbagliata. Qual è la strada giusta allora?

E’ quella che ci indica indirettamente S. Paolo quando nel descrivere l’accaduto non usa parole dispregiative né offensive nei confronti dei nemici, non c’è traccia di livore nel suo racconto, non v’è desiderio di rivalsa, ma resta nella pace del cuore, pur non negando la verità dei fatti né ingigantendola.

Cari sposi, quando siamo in questa situazione, il Signore ci sta mettendo alla prova, sta verificando se la nostra fede è solo quella delle preghierine al mattino ed alla sera oppure se comincia ad essere robusta e solida. Ci sono coppie che sono state etichettate dagli amici come pazze ad accogliere ancora un figlio… “ne hanno già cinque”… oppure altre che sono ritenute imprudenti ad accogliere un nuovo figlio nonostante sappiano che nascerà con gravi malformazioni fisiche… “era meglio abortire visto che lo sapevano già”… e potremmo continuare con altri esempi. Come reagiamo noi? Ci lasciamo prendere dalla rivalsa oppure il nostro cuore è in pace perché è nella volontà del Signore?

Dobbiamo imparare a considerare la situazione dal punto di vista del Cielo: se il Signore vuole saggiare la nostra fede, vuole epurarla dalle impurità, vuole farci fare un passo in avanti nelle fede, allora dovrà permettere che incontriamo degli ostacoli lungo il cammino; e questi ostacoli spesso non sono solamente delle situazioni ma anche persone, e per di più persone vicine, perciò dobbiamo imparare a non disprezzare queste persone che, magari involontariamente, sono strumento di Dio per aumentare la nostra fede in Lui.

Il secondo atteggiamento che impariamo da Paolo è la sua assoluta confidenza nella Provvidenza di Dio. Questo è il vero motivo della pace del cuore che abbiamo sopra descritto, è questa la fonte della nostra pace: il sentirsi non solo la coscienza nella quiete di chi compie la volontà del Signore, ma anche e soprattutto la sicurezza della fiducia sicura e ferma nella Provvidenza del Padre, il Quale non abbandona mai i Suoi figli.

In particolar modo le mamme conoscono quella pace che infondono al loro piccino semplicemente col tenerselo accoccolato a sé; a volte ci sono pianti indecifrabili da parte dei genitori, sono momenti in cui l’infante non trova requie con nessuna distrazione, nessun gioco, niente di niente, l’unica pace e riposo dal pianto isterico è lo stare accoccolato alla mamma.

E così dovremmo fare noi sposi nei confronti del nostro Padre celeste: quando le situazioni ci remano contro, quando tutto e tutti ci sono avversi perché abbiamo fatto una scelta coraggiosa da veri figli di Dio, cristiani DOC, allora dobbiamo fare come quel bimbo di cui sopra e lasciare il nostro cuore di sposi nelle braccia del Padre, lasciarci coccolare da Colui che ci ha destinati da sempre l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, alla fine S. Paolo testimonia come l’unico che non l’abbia mai abbandonato è stato il Signore, Colui che gli ha dato forza, Colui che è la nostra forza. Non dobbiamo temere le avversità e le persecuzioni perché abbiamo la grazia sacramentale: cioè il diritto a ricevere da parte di Dio tutti gli aiuti e tutte le grazie necessari a compiere la nostra vocazione matrimoniale. Coraggio, non siamo soli!

Giorgio e Valentina.

Il castello interiore della relazione sponsale

Il 15 ottobre la Chiesa ha celebrato la memoria di santa Teresa di Gesù (d’Avila, 1515-1582), vergine e dottore della Chiesa, madre del Carmelo riformato e, abbiamo da poco scoperto, protettrice degli scrittori. A lei affidiamo questo nostro primo articolo attraverso cui tentiamo di condividere la bellezza dell’essere sposi cristiani. Santa Teresa, dichiarata dalla Chiesa maestra di orazione, è per noi una guida che ci aiuta a vedere il nostro amore sponsale come un cammino quotidiano che ci conduce a raggiungere quell’intimo rapporto di amicizia con Dio nostro Sposo, dal quale siamo certi di essere amati. Ci piace paragonare questo nostro cammino – fatto di fatiche, di rischi ma anche segnato dalla gioia e dalla consolazione – come quel viaggio, descritto da santa Teresa nella sua opera più conosciuta “Il Castello Interiore”, all’interno del “castello” della nostra relazione sponsale che siamo chiamati a costruisce giorno per giorno, lungo i sette giorni della settimana, attraverso sette tappe che ci portano a donarci l’un l’altro e, insieme, a Dio.
LUNEDÌ – PRIMA TAPPA
«Dobbiamo ora vedere il modo di poter entrare nel castello. Sembrerà che diciamo uno sproposito, perché se il castello è la nostra stessa relazione coniugale, non abbiam certo bisogno di entrarvi, perché siamo già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molti sposi stanno soltanto nei dintorni, senza curarsi di sapere cosa si racchiude nella loro splendida relazione, né Chi l’abiti, né quali sfumature contenga. … la porta per entrare all’interno della nostra relazione è il desiderio di scoprire il “Mistero grande” che ci ha costituito famiglia»
Durante il primo giorno della settimana entriamo, in punta di piedi, nel nostro spazio relazionale e iniziamo a guardare ai nostri limiti, senza averne paura, alla luce di un Amore che ci ama non per i nostri meriti ma per fatto di essere creature. Solo così possiamo “stare” all’interno della nostra relazione, consapevoli della nostra umanità e senza il bisogno di fuggire all’esterno. Tutto nasce dalla motivazione che ci ha portati a pronunciare il nostro “Sì” il giorno delle nozze e di iniziare, quindi, questo cammino insieme. Dobbiamo dedicarci del tempo, fermandoci in ascolto ma «crediamo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria»
MARTEDÌ – SECONDA TAPPA
«Ma siamo ancora ingolfati negli affari, nelle distrazioni mondane, nell’abitudine di correre dietro alla vanità e l’esempio di un mondo che non sa far altro che mettere a rischio l’amore coniugale, sembra ostacolare questo viaggio. Eppure il nostro Sposo vede tanto volentieri che noi l’amiamo e ne cerchiamo la compagnia, che non lascia di quando in quando di chiamarci perché offriamo a Lui la nostra alleanza»
Durante il secondo giorno della settimana, il cammino all’interno della nostra relazione può essere ancora
“disturbato” dalle tante abitudini personali che ci portiamo dietro e che magari possono essere causa di turbamento all’interno della nostra coppia. Ecco che è arrivato il momento di cambiare prospettiva: è il momento di mettersi in ascolto della Sua voce che continuamente, tramite lo Spirito d’amore che abbiamo ricevuto nel sacramento del matrimonio, sussurra dentro di noi. Senza trascurare le necessità familiari quotidiane, non dobbiamo cadere nella tentazione di vivere superficialmente il nostro amore di sposi. Anche se non vediamo subito i vantaggi del nostro cammino insieme possiamo però intuirli, a volte incoraggiati dalla testimonianza di coppie che sono più avanti di noi.

MERCOLEDÌ – TERZA TAPPA
«Se quando il nostro Sposo ci dice quello che dobbiamo fare per essere perfetti nell’amore, gli voltiamo le spalle e c’è ne andiamo con tristezza, come il giovane ricco del Vangelo, come potrà premiarci a seconda dell’amore che comunichiamo al mondo? Si pensi inoltre che quest’amore non dev’essere frutto
dell’immaginazione, ma provato nel nostro stesso linguaggio coniugale
»
Durante il terzo giorno della settimana, avendo superato la difficoltà iniziale di immergerci dentro la nostra relazione, scopriamo la bellezza di essere stati investiti -in forza del sacramento- di una vera e propria missione che possa rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa. È questo il piano che Dio ha per noi e per ogni coppia di sposi in prospettiva del Suo Regno. L’importante non è fare una bella festa di matrimonio e poi “mettere nel congelatore” il sacramento, ma accelerare il passo sulla via dell’obbedienza.

GIOVEDÌ – QUARTA TAPPA
«Questa tappa, essendo più vicina al traguardo, è di una magnificenza così grande e contiene meraviglie così stupende che invano si può comprendere se non si fa esperienza. …L’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le preferenze degli sposi devono essere soltanto in quelle cose che più eccitano all’amore»
Durante il quarto giorno della settimana, avendo preso atto di ciò di cui siamo portatori cioè della stessa essenza divina, entriamo nella fase mistica della nostra vita sponsale e guardiamo con attenzione ancora a
noi stessi, per riscoprire che la nostra relazione fatta di moltissimi gesti reali e concreti è la dimora in cui lo Sposo ha scelto abitare. Questo meraviglioso dono ci è stato riservato non per merito ma per grazia.

VENERDÌ – QUINTA TAPPA
«Osiamo affermare che si tratta di una vera e propria unione sponsale in cui è Dio che si è unito a noi. … Questa verità rimane scolpita negli sposi a tal punto da non poterne affatto dubitare né dimenticare, neppure dopo molti anni»
Durante il quinto giorno sentiamo il bisogno di chiederci quale sia il nostro reale desiderio in questo viaggio così particolare, rinnovando quindi la motivazione e mettendo al centro del nostro dialogo le parole della quarta formula del rito di benedizione degli sposi, che il sacerdote ha pronunciato il giorno delle nozze: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini. Siano guide sagge e forti dei figli che allieteranno la loro famiglia e la comunità”

SABATO – SESTA TAPPA
«È bene ora vedere che, quando Dio lo vuole, noi sposi non possiamo fare altro che stare sempre con Lui nel castello della nostra relazione, dove dimora. E quanto più la nostra relazione cresce tanto più ci trasfigura, continuando a mostrare la bellezza del sacramento nuziale. …qui occorre coraggio…»
Durante il sesto giorno ecco che il Mistero di Cristo avvolge la nostra vita di coppia; il desiderio di amarci, di incontrarci, di abbracciarci è lo stesso che Gesù manifesta verso di noi e che è infinitamente più grande.
Iniziamo a muoverci non soltanto grazie alla nostra forza unitiva ma grazie alla forza che deriva dall’unione divina che ci condurrà alla pienezza dell’amore, alla nostra Pasqua.

DOMENICA – SETTIMA TAPPA
«Le grandezze di Dio non hanno limiti. Chi può finire di raccontare le sue misericordie e le sue magnificenze? Nessuno certamente. Perciò non dovete meravigliarvi di ciò che abbiam detto perché ogni relazione sponsale nasconde grandi segreti. Nel matrimonio spirituale gli sposi diventano una sola cosa con Dio, il quale gli fa sperimentare fin dove il Suo amore sa giungere. …possiamo paragonare questa unione a due candele (gli sposi) di cera unita insieme così perfettamente (dal sacramento) da formare una sola fiamma (l’Amore di Dio). … Dio si unisce alla coppia e opera con quel bacio che la sposa chiede allo sposo; così insieme si deliziano nel tabernacolo di Dio»
Il settimo giorno, nell’Eucarestia domenicale, celebriamo le nozze che abbiamo vissuto lungo la settimana.
“Che tutti siano uno” (Gv 17,24): la preghiera di Gesù diventa la nostra. Nell’Eucarestia Gesù si dona totalmente a noi per insegnarci a donarci tutto reciprocamente. Solo così, pur rimanendo nell’ordinarietà della nostra vita concreta, possiamo vivere il matrimonio poiché quello che viene celebrato sull’altare (un corpo dato per amore) è la forza che sostiene anche il nostro dono. È vero, anche se siamo poveri come l’ostia fatta di pane, possiamo portare amore dentro ogni momento della vita familiare. Come ci dice papa Francesco al n. 316 di Amoris Laetitia “coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica”

Carissimi sposi se volete che il vostro castello relazionale s’ innalzi sopra un buon fondamento fate in modo di saldare le sette pietre descritte con il fuoco dell’Amore Divino, così da impedire che crolli.
Daniela & Martino

Stanchi di pregare? C’è un rimedio per voi!

Cari sposi,

il titolo sembra un annuncio pubblicitario da quattro soldi ma nel fondo è la pura verità. Quante volte in confessione ho sentito chiaramente la pesantezza di vivere la vita cristiana, sia personale che in coppia. La buona notizia è che il Signore ha una risposta per voi. Le letture di oggi vertono tutte sul grande tema della perseveranza nella preghiera e sono drammaticamente vere e attuali, in un contesto di guerra e instabilità come il nostro.

La prima lettura ci parla di una battaglia vinta a suon di intercessione e supplica da parte di Mosè e chi stava con lui. Siamo nel mese di ottobre e lo scorso 7 ottobre abbiamo commemorato la grande vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571) in cui le sorti del Mediterraneo e di gran parte dell’Europa si sono giocate con i Rosari, sgranati da milioni di persone, ancor prima delle cannonate e archibugiate. È successo più volte nella storia e può succedere ancora!

Perché allora tutta questa stanchezza nel pregare? Ve lo siete mai chiesti? Se la preghiera è “uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia” (Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, C 25r) come mai proviamo stanchezza, reticenza o addirittura apatia nel farlo?

Probabilmente, e mi ci includo, è solo questione di pigrizia nuda e cruda. Oppure potrebbe essere che non sei stato esaudito nelle tue richieste e allora dici: “a che serve pregare ancora?”. Ma in definitiva se Gesù nel Vangelo ci dice di non stancarci nella preghiera è perché conosce bene il nostro cuore e chi dice preghiera nel fondo dice fede: Gesù parlando di preghiera nel fondo vuole arrivare alla fede, difatti è proprio questa la parola che conclude tutta la vicenda.

Vorrei spendere alcune semplici parole adesso sul perché pregare e come farlo in coppia. Anzitutto la preghiera può fare davvero la differenza nella vita. Se sei stanco di pregare perché non vedi i risultati tangibili chiediti se stai pregando come Lui vuole, cioè con purezza di intenzione o piuttosto secondo il tuo modo di vedere le cose. Metto un collegamento qui a una bellissima catechesi di Papa Benedetto che commenta la lotta di Giacobbe, narrata in Genesi 32, simbolo appunto di una preghiera che non trova risposta e pare finire nel nonsenso… ma in realtà non è tale agli occhi di Dio. Questo fatto indica chiaramente che non dobbiamo smettere mai di pregare! È veramente questione di vita o morte, essa è l’ossigeno della nostra anima, della vita cristiana. Se sei stanco di pregare, prega meglio, prega di più!

Ok, sì, ma come? Per prima cosa, voi coniugi siete chiamati a pregare in due, cioè a farvi forza a vicenda con e nella preghiera. La preghiera di coppia è un vestito su misura, dovete trovare il modo più confacente al vostro modo di essere, di vivere: Lodi, Rosario, Lectio, Adorazione, Messa… purché sia qualcosa che vi porti a condividere quello che io dico al Signore. Quando tu apri la tua anima al coniuge e lo rendi partecipe del tuo rapporto vitale con il Signore, stai iniziando certamente un cammino spirituale nuovo e che vi porterà molto in Alto.

Se ancora il tuo coniuge non è pronto a ciò, cerca sempre l’aiuto di altri per pregare, sia altri sposi o altre persone che siano in un cammino di fede. La preghiera vissuta in comunità, come Chiesa, è senza dubbio di grande aiuto per vincere la fatica personale di trovare il momento e il modo giusto.

E per ultimo vorrei concludere con due semplici consigli che mi hanno sempre aiutato: 1) abituati a parlare con lo Spirito, a chiedergli luce, consiglio, forza… Lui è perennemente in azione nella tua anima ma lo devi “respirare” volontariamente. Non per nulla, il famoso inno allo Spirito dice che Lui è “riposo nella fatica”; 2) Nei momenti di maggior stanchezza, apatia e – perché no? – arrabbiatura, ti invito alla “preghiera del sacco di patate”: mettiti alla Sua presenza, se puoi davanti all’Eucarestia, e digli: “Signore io sono qua, fai tu il resto”. È un po’ come faceva quel povero contadino di Ars, il cui Curato, nientemeno che Giovanni Maria Vianney, vedeva ogni giorno per lunghi momenti seduto in chiesa. Incuriosito il Santo Parroco gli chiese: “Scusi ma lei che fa qui ogni giorno alla stessa ora?” e l’altro: “niente, Lui mi guarda e io lo guardo”, ecco la preghiera da me chiamata del “sacco di patate”. L’importante è sapere che Lui è lì con te anche se io non ne sono degno, non me lo merito. Ti basta sapere che Lui ti ama ed è strafelice di vedere che comunque, sebbene in fondo al cuore, Tu lo stai cercando. E poi al resto ci pensa Lui.

Vi lascio, cari sposi, con una preghiera colletta che mi ha sempre tanto ispirato, proprio su quanto stiamo dicendo:

“O Dio, fonte di ogni bene, esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito” (Colletta della XXVII settimana del tempo ordinario). Proprio vero! Anche nella stanchezza e totale assenza di un nostro desiderio, Lui può esaudirci.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato degli ottimi consigli. La preghiera è importante perchè ci permette di nutrire la nostra relazione con Dio ma spesso non riusciamo a pregare. Pigrizia? Poca consapevolezza? Probabilmente una serie di concause. Personalmente posso dire che la mia difficoltà nella preghiera è dovuta al non percepire nulla, a vivere quello che dovrebbe essere un momento di dialogo con Dio come qualcosa di ancora arido senza una vera relazione. Sicuramente perchè io sono ancora molto povero nella mia spiritualità e ho bisogno di sentire. Per questo ho trovato una soluzione. A chi vive con fatica la preghiera consiglio di renderla piacevole. Come? Date un corpo a Dio. Il vostro. Pregate in coppia, abbracciandovi. E’ un’esperienza molto bella che permette di sentirsi uno con Dio e di crescere nell’intimità con il coniuge. La preghiera diventa così non solo bella ma anche nutrimento per la coppia.

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Santa Teresa D’Avila e il matrimonio spirituale

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di Santa Teresa D’Avila (1515-1582), una delle più grandi sante mistiche della storia. Dottore della Chiesa, assieme a S. Giovanni della Croce (1542-1591) ha intrapreso la riforma spirituale dell’Ordine carmelitano, fondando le Suore Carmelitane Scalze, tuttora fiorenti e punto di riferimento spirituale con la loro intensa vita ascetica e comunitaria.

Come in altre occasioni in cui ho abbordato la vita di santi e sante, potrebbe sorgere una certa perplessità al momento di cercare in tali persone uno stimolo, un esempio per chi è sposato. Proprio nel caso di Santa Teresa tutto ciò è di fatto inesistente perché questa donna, dal carattere gioviale e volitivo ha di fatto aperto una via, un cammino nella spiritualità cattolica mostrando come l’unione con Dio è di fatto un vero e proprio matrimonio spirituale. E anche al contrario, il matrimonio deve portare a un’unione maggiore con Dio.

Tutto ciò si deve ad un fatto accadutole durante la Quaresima del 1554 quando Teresa ebbe una seconda e decisiva conversione che fu il preludio ad una vera e propria trasformazione mistica che la condusse a un’unione sempre più intima con la Santissima Trinità. Ciò avvenne, come lei stessa raccontò, il 18 novembre del 1572 e consistette in un vero e proprio matrimonio spirituale con Cristo.

Che senso ha tutto quanto vi sto raccontando? Molto, perché nella Sacra Scrittura sin dai Profeti, in particolar modo Osea e Isaia, si parla di matrimonio spirituale tra Dio e Israele, un rapporto che possiede tutti gli elementi della scelta d’amore come anche dell’infedeltà, del perdono, dell’intimità di coppia.

Ora, nel sacramento del matrimonio è la coppia a fare la parte del popolo di Israele. Come tante altre volte si è detto in questo blog, la grazia matrimoniale non è una semplice benedizione che scende sui coniugi come quella che si dà alle macchine o agli animali il 17 gennaio per S. Antonio. Nelle nozze cristiane Cristo sposa la coppia.

Un grande teologo medievale, Riccardo di San Vittore (1110-1173), nella sua opera De Trinitate dice che l’amore è sempre trinitario, altrimenti è proiezione di sé. Se la relazione di amore non è abitata dallo Spirito Santo si rischia seriamente di finire in una corrispondenza biunivoca dove poi avvengono pasticci psicologici, tipo trasfert e controtransfert, proiezioni nell’altro della propria immagine.

Teresa si muove su un terreno simile e dice due cose fondamentali sul matrimonio spirituale. Anzitutto che è il pieno compimento della grazia battesimale e in questo anticipa l’importante affermazione di Familiaris Consortio 54: “Il sacramento del matrimonio, che riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di difendere e diffondere la fede” e poi lo sviluppo della vita cristiana adulta, cioè come sviluppo completo della grazia perché si arriva a una piena unione con Dio.

Difatti, nel suo Castello interiore, Teresa descrivendo la settima morada (mansione o dimora) usa le caratteristiche del fidanzamento e del matrimonio spirituale che consiste nel vedere il Signore stesso (7M 1,3). In definitiva, l’unione con Dio o matrimonio spirituale è una partecipazione profonda al desiderio di Dio stesso di salvare tutti gli uomini. Attraverso il matrimonio spirituale tutto è trasformato e si riceve un nuovo desiderio di vivere assumendo la nostra vocazione cristiana in maniera ancora più concreta, senza alcuna fuga dal reale.

Tutto ciò consta perfettamente nella missione del sacramento del matrimonio che è il primo alleato dell’ordine sacerdotale per costruire la Chiesa. Voi sposi portate a compimento tutto ciò non allontanandovi dal mondo ma trasformandolo da dentro tramite il “rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Ecco allora, cari sposi, che è più chiaro come Teresa, nella sua consacrazione a Dio, ha fatto splendere la vocazione sponsale di voi coniugi, che non si deve chiudere nella coppia ma deve aprirsi e tendere anzitutto all’amore di Cristo, come il pieno compimento dell’amore stesso che vi unisce.

padre Luca Frontali

L’intimità si nutre di dialogo

Abbiamo scritto molte volte in questo blog quanto sia importante il dialogo in una coppia. Aspettare che l’altro capisca non sempre è la strada giusta, non lo è quasi mai. Perchè è così difficile capire che se desideriamo qualcosa dall’altra persona forse dovremmo comunicare il nostro desiderio? Oppure se c’è qualcosa che ci infastidisce perchè non lo diciamo chiaramente? L’altro non ha il sesto senso. L’altro non è Mel Gibson in What Women Want che riesce a leggere nella testa delle donne e per questo riesce ad essere fantastico con tutte le sue tante conquiste.

Vi svelo un segreto. Anche vostro marito o vostra moglie desidera essere meraviglioso con voi ma forse non sa come farlo. Per questo è importante parlare e parlare. Poi ancora parlare e parlare. Ed è altrettanto importante ascoltare. Quando l’amato/a si apre è importante non perdere l’occasione di imparare qualcosa per migliorare la nostra relazione. In fondo il nostro desiderio, ciò che abbiamo promesso il giorno del matrimonio, non è forse impegnarci a fondo per rendere felice l’altro?

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. E’ facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente.

Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere e anzi farlo avvertendo disagio e in alcuni casi dolore non fa che rendere un momento che dovrebbe essere il più bello tra gli sposi in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio? Quindi parlatene sempre. Parlatene però nel modo giusto.

Liberatevi dal puritanesimo. Non nascondiamolo: spesso ci si vergogna di parlare di sesso. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la nostra sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. E’ bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo.

Parole per costruire e non per distruggere. L’argomento va affrontato per migliorare la sessualità e non per trasformare il dialogo in una serie di accuse reciproche. Quanti sono capaci solo di puntare il dito: Tu non mi fai sentire niente, tu pensi solo al tuo piacere, non sei capace. Per poi magari arrivare alle frasi più brutte e dannose: certo che il mio ex (o la mia ex) era molto più bravo/a di te. Attenzione: dovete costruire e non distruggere ancora di più. Quindi i consigli sono due. Evidenziate ciò che vi è maggiormente piaciutoè stato molto bello quando mi hai accarezzato dovresti farlo di più, quel gesto mi ha dato un po’ fastidio e quella sensazione mi ha un po’ bloccato/a per favore non farla più, mi piacerebbe che tu ti dedicassi a me in questo modo. Insomma, un dialogo teso a un confronto per migliorare e non per gettare addosso all’altro il nostro risentimento e la nostra insoddisfazione.

Parlatene con calma non durante il rapporto. Trovate un momento in cui siete da soli ma non durante il rapporto. Andreste a rovinare tutto. Durante il rapporto è bello e consigliato dare delle indicazioni molto semplici: si così è bello oppure smettila. Cose semplici e senza replica. E’ importante trovare invece dei momenti in cui approfondire ciò che è andato e ciò che non è andato in uno scambio aperto e sincero. C’è un momento meraviglioso per condividere il bello (solo il bello) che si è vissuto. Subito dopo aver terminato il rapporto. Lì in quell’abbraccio carico di comunione e di emozione, esprimere la nostra gioia e gratitudine reciproca, può unirci ancora di più e rendere quel momento ancora più ricco e carico di amore.

Sono solo dei piccoli e semplici consigli ma crediamo molto importanti. Tanti problemi di relazione nascondo proprio dal rapporto intimo vissuto male e un rapporto intimo è vissuto male perchè molte volte non se ne parla abbastanza.

Coraggio quindi se ci tenete al vostro matrimonio parlatene e impegnatevi a fondo per rendere la vostra intimità sempre più bella per entrambi.

Antonio e Luisa

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I piccoli inciampi quotidiani

Come vi ho raccontato nei precedenti articoli, mia moglie ed io abbiamo partecipato all’illuminante week end di Intercomunione delle famiglie che ci ha dato tanti strumenti per superare le difficoltà che possono nascere nella coppia e per rinforzare le nostre basi di sposi cristiani.

Il primo punto di cui voglio raccontare è la preghiera. E’ importante rimanere ancorati alla preghiera quotidiana, chiedendo alla nostra cara Maria, Regina della Famiglia, di starci sempre accanto e preservarci.
Il secondo punto concerne il dialogo. Siamo tornati con la consapevolezza che il dialogo non deve mai mancare, anzi non deve essere lasciato solo alla spontaneità, ma se serve deve essere programmato ogni settimana per confrontarci e capirci a vicenda. E’ necessario farlo.
Il terzo punto, che vale soprattutto per noi uomini tocca la pornografia. La pornografia non può essere un’attività ricreativa nella quale rifugiarsi, perché ogni volta che ci sporchiamo in questi luoghi, ci allontaniamo da nostra moglie, perdendo il senso dell’attesa, del corteggiamento, della tenerezza, tutti elementi fondamentali per incontrarsi con la nostra sposa nella vita reale di tutti i giorni.
Ma vi è un quarto punto, che sembra molto banale rispetto ai primi tre, ma che invece scava dei solchi terribili, sono i comportamenti pesanti. Il rispetto dell’altro accettando che può comportarsi in modo diverso dal nostro. Luisa ha fatto una bellissima testimonianza su una cosa pratica su cui cadiamo tutti noi. Luisa, è moglie di Antonio, essi infatti sono una delle coppie guida di Intercomunione famiglie e gestori del Blog Matrimonio Cristiano. “Noi donne- ha raccontato Luisa- quando i nostri mariti lavano i piatti e il lavello non siamo mai contente e notiamo sempre alcuni dettagli che vorremmo fossero fatti in modo diverso. Ebbene, invece di rimproverare in maniera più o meno pesante e umiliare il nostro sposo, ho trovato un modo diverso di intervenire. Gli lascio lavare i piatti e poi quando mio marito si allontana dalla cucina ci torno e pulisco quei punti che io ritengo debbano avere una ulteriore pulita.

Vi confesso che quando le ho sentito dire questo, mi sarei voluto alzare e fare una ola! A me è capitato più volte di avere rimproveri, sia per come lavo i piatti sia per come stendo i panni. Vedete, proprio poco fa parlavo con il mio vicino di casa, un atletico ragazzo romeno, che mi diceva: “mia moglie non è mai contenta di come stendo i panni, io lo faccio male di proposito così poi lei non me lo chiede più.” Questa, del ragazzo romeno, non è una buona pratica, si scavano solo dei pericolosi malumori, incomprensioni e si semina zizzania. Sono tanti gli esempi dove il coniuge che sa fare meglio una cosa, che sia casalinga o di altro tipo, invece di essere comprensivo diventa acido e supponente. Queste cose inaspriscono i rapporti quotidiani e si innesca un pericoloso vortice dove ognuno dei due aspetta al varco l’altro per rimproveralo per un comportamento sbagliato. Le parole d’ordine della quotidianità di due sposi devono essere: amore, pazienza, scusami. Siamo diversi anche nella gestione delle piccole cose, ciò che ovvio per noi uomini, è totalmente diverso per le donne e viceversa. Questo sforzo continuo ad essere più gentili ci migliora, naturalmente questa forza dobbiamo cercala nel buon Dio, nella preghiera, nel digiuno, nella carità, dobbiamo andare alla fonte dell’amore e tornare carichi di Spirito Santo.
L’ordine è un’altra di quelle cose che spesso ci vede lontani mille miglia. Noi uomini siamo spesso più disordinati, io non faccio eccezione, e mia moglie invece ogni giorno è lì ad ordinare e a mettere a posto qualcosa.  Anche qui occorre un venirsi incontro, non alzare i toni della voce e non arrivare ad una lite. Nella lite non sappiamo mai dove si va a finire, le parole cattive escono dalla bocca e feriscono l’altro. Tante volte quella parola è talmente perfida che ce ne pentiamo anche un attimo dopo che è uscita dalle nostre bocche. Dobbiamo anche pensare, ce lo dice Fra Benigno noto esorcista di Palermo, che nelle liti spesso il maligno si inserisce e fomenta la lite. In una guerra verbale non si sa mai dove va a finire, spesso se ne perde il controllo in un crescendo di malignità.
Dovremmo abolite la pesantezza, le parole urticanti, tutto quello che possiamo fare nella famiglia può partire con parole di pace invece di parole di guerra.  Quanto fa male una parola non corretta, innesca brutti pensieri del tipo: non mi capisce. In realtà dobbiamo comprendere che è vero tante volte non ci capiamo e queste incomprensioni dobbiamo porle davanti a Dio per darci la soluzione dettata dall’amore, dalla pazienza.
Nessuno ci ha mai insegnato nulla sul matrimonio quindi è bene confrontarsi con altri sposi cristiani, Abbiamo trovato molto utile questo corso di Intercomunione famiglie, Mi vengono in mente anche altre realtà come Equipes Notre Dame (END), un movimento laicale di spiritualità coniugale. Insomma dobbiamo chiedere nei nostri matrimoni cristiani aiuto a Dio in primis, ma il confronto, il dialogo con altri sposi cristiani è fondamentale, siamo tutti nella stessa barca e abbiamo più o meno tutti gli stessi problemi.

Riccardo e Barbara

Prossimo week end Intercomunione delle famiglie

L’Eucarestia è la mia autostrada verso il cielo

Ieri 12 ottobre è stato il giorno dedicato a Carlo Acutis. Ho quindi pensato di raccontarvi come anche la storia di Carlo mi abbia aiutato a fare ordine al mio caos interiore. Accadono degli eventi nella vita di ognuno di noi che, se non affrontati e curati, possono con il tempo creare disordine. A me è accaduto e nel mio caso ha un nome specifico: disordine alimentare.

Se ho deciso di scriverlo ed aprirmi in questo blog, è perché so bene che ci leggono anche molti giovani e perché è un argomento che secondo me non ha età. Per me tutto ha avuto inizio da un lutto, dalla perdita di mio nonno. Con lui è venuta a mancare l’unione familiare, il sentirsi parte di una grande famiglia, soprattutto nelle feste comandate come Natale e Pasqua, o in qualche evento familiare importante, dove ci si ritrova tutti intorno ad un tavolo, anche solo per una semplice pizza.

Quell’evento mi mise in crisi perchè apri in me tante domande irrisolte. Questo durò per anni fino a quando trovai pace dentro di me nel momento stesso in cui incontrai un sacerdote, che poi divenne il mio padre spirituale. Lui non solo notò il mio disordine alimentare, ma soprattutto mi diede la risposta che io cercavo da anni e che nessuno era stato in grado pienamente di rispondermi. Gli chiesi: “dove si va quando si muore? Dove sta adesso mio nonno? Che cosa c’è oltre una foto ricordo su una fredda lapide?” Lui mi rispose: “Tutto ciò che temi di perdere lo ritrovi nell’Eucarestia”.

Da quella risposta è nata la mia conversione e il mio ritornare in un cammino di fede. Soprattutto mi affidai al mio padre spirituale che iniziò piano piano a curare il mio caos alimentare. Come? Partendo dalla colazione, ossia mi ha insegnato a rendere grazie a Dio appena svegliata e a leggere il Vangelo per trovare quella Parola che mi avrebbe fatto compagnia durante tutto il giorno. Quando mi era possibile partecipavo alla Messa la mattina presto per poi fare colazione subito dopo. È stata questa routine mattutina la base del mio avvicinamento all’Eucarestia che mi ha aiutato a guarire dal mio caos interiore. Ovviamente, se avete letto i precedenti articoli, sapete della mia difficoltà ad avere figli naturali, per questo si sono aggiunte nuove sedute, non solo davanti al Santissimo, ma anche dalla psicoterapeuta che mi ha aiutato a tenere sempre la luce puntata come un faro verso tutto ciò che sapevo fare nella vita. Verso le mie passioni e i miei sogni a prescindere dal figlio che desideravo. A tenere sempre gli occhi puntati verso l’orizzonte.

È doloroso e frustrante non riuscire ad avere un figlio e spesso capita che ci sia quella vocina che cerca di mettere ancora più disordine, facendoti credere che sei sbagliata e fuori posto. La mia cura principale, che è avvenuta gradualmente nel tempo, è stata indubbiamente l’essere seguita anche a tavola. Avete presente quei momenti di aggregazione in parrocchia dove si mangia sempre? Ecco quei momenti di Mistica e Mastica sono stati una parte fondamentale della cura, perché Gesù per primo era amante della socialità e amava spezzare il pane con i propri amici. Sapere che Dio è accanto a noi magari anche in una cena a lume di candela con il proprio marito, fa la sua differenza.

Solo in questi ultimi anni ho ritrovato la gioia e la serenità, non solo in famiglia, ma anche nello stare a tavola perché ho imparato a gestire le mie emozioni. Soprattutto in oratorio durante le cene comunitarie e aggregative dove ci sono moltissimi giovani e magari, tra una portata e l’altra, può capitare che qualcuno possa chiedere: “ma sono i vostri figli?” Ho imparato a vedere quei giovani come una risorsa a cui dare il mio amore e il mio impegno e non con invidia perchè non ne ho di miei.

Vi lascio una delle frasi che ho imparato da Carlo Acutis al momento dell’Eucarestia: “Gesù accomodati pure fa come se fossi a casa tua“. Mi rendo conto di aver zippato alcune parti della mia vita perché è pur sempre un blog, ma se avete domande specifiche potete contattarci se volete. A presto.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Il brutto anatroccolo siamo tutti noi!

In questi giorni stiamo leggendo la fiaba del brutto anatroccolo a nostro figlio Pietro. Non ricordavo molto bene la trama, ma leggendola mi sono sorpreso di come una storia per bambini possa racchiudere, letta con gli occhi della fede, un messaggio d’amore di Gesù. Il protagonista, il brutto anatroccolo, fin dalla sua nascita non si sente accolto e accettato né dalla sua mamma né dai suoi fratelli a causa della diversità del suo piumaggio. Pensano infatti di lui che sia un tacchino. Il brutto anatroccolo viene anche messo alla prova sulle sue capacità natatorie e viene schernito per la sua inettitudine e goffaggine, a differenza dei suoi fratelli che invece sono molto più bravi. Da quel momento iniziano per lui una serie di disavventure, viene continuamente disprezzato e allontanato. In un giorno di primavera, però vede il suo riflesso nell’ acqua, si sorprende del suo bellissimo piumaggio bianco  e delle sue grandi ali. Incontra infine tre grandi uccelli simili a lui i quali gli dicono che è un cigno, il più bello che abbiano mai visto! Gli chiedono quindi di entrare a far parte della loro famiglia. A quel punto il piccolo esulta di gioia: sono un cigno! In realtà sono un cigno! Da allora non si sente mai più né solo né abbandonato.

Vi starete chiedendo cosa c’entri questa storiella con il matrimonio cristiano. Padre Raimondo Bardelli, il frate cappuccino da cui nascono gli insegnamenti dell’Intercomunione delle Famiglie di cui siamo parte, era solito affermare che è arduo amare gratuitamente il nostro coniuge se prima non ci sentiremo amati, se non abbiamo un po’ di autostima. Come possiamo accogliere l’altro, se prima non accogliamo noi stessi? Quanti di noi portano ferite dalla propria infanzia che ci hanno fatti sentire soli, sbagliati, diversi come il piccolo cigno?  

Mia moglie, essendo stata adottata, porta la ferita dell’abbandono. Sicuramente è stata una grande grazia per lei trovare una mamma e un papà adottivi che hanno saputo amarla, ma la sofferenza di non aver mai potuto conoscere e abbracciare la mamma biologica, che l’ha messa al mondo, non si cancella così facilmente. Anche io porto una ferita simile alla sua, tant’è vero che tutt’oggi mi devo allenare tutti i giorni per aprirmi a gesti di affetto e tenerezza verso Alessandra, perché ho sempre paura di essere rifiutato. Sicuramente i miei genitori hanno fatto del loro meglio, ma anche così si commettono errori. Neanche loro sono mai stati consapevoli delle ferite e della sofferenza che io ho provato.

Con mia moglie però, dal giorno che ci siamo promessi amore incondizionato con il nostro sì all’altare, come diceva papa Giovanni Paolo II, abbiamo spalancato le porte a Cristo Gesù. Abbiamo capito che l’unico che può veramente amarci di un amore infinito e immenso è Lui. Non possiamo caricare i nostri genitori, il nostro coniuge o qualunque altro essere umano di un peso così grande. Vedete, il brutto anatroccolo siamo tutti noi! Tutti ci sentiamo non abbastanza finché non realizziamo che per Lui siamo TUTTO, che per Lui siamo un capolavoro! Il laghetto in cui il brutto anatroccolo si specchia e improvvisamente riacquista la vista può essere per noi il Santissimo esposto sul altare.  La capacità di accogliere è la scintilla di Dio dentro di noi!

Da una semplice storia per bambini è uscito tutto questo! Di quanti mezzi si avvale il nostro Papà nei Cieli, concedetemi il termine Papà per esprimere tutto il mio amore per Lui, per arrivare a noi Suoi Figli amati e preziosi.

Riccardo e Alessandra

La fedeltà non è una bandiera

Alla fine del rito del Matrimonio, dopo la celebrazione del Sacramento, vengono letti agli sposi gli articoli del codice civile, perché oltre alla grazia divina e agli effetti stabiliti dai sacri Canoni, il Matrimonio produce anche gli effetti civili secondo le leggi dello Stato, con diritti e i doveri dei coniugi che sono tenuti a rispettare e osservare. Art. 143: …. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Quando mi sono separato, uno dei motivi che mi ha fatto desistere dal rifarmi una vita è stato quello di coerenza a una promessa fatta a Dio e davanti agli uomini, cioè per nessun motivo avrei voluto venir meno a un patto così importante. Tuttavia, sebbene questa scelta sia umanamente apprezzabile e lodevole, non è sufficiente per trascorrere una vita in solitudine; non è l’osservanza a una legge che ti permette di vivere libero e in pace. Infatti per noi cristiani non è questo quello che conta e che ci fa fare delle scelte in un certo modo: anche il matrimonio civile è indissolubile, basta rileggere l’articolo citato sopra.

Allora cosa c’è di diverso nel Sacramento del matrimonio? E’ presto detto: Gesù si fonde con gli sposi in maniera indissolubile (cioè non è solubile, non si può sciogliere) e la relazione degli sposi partecipa alla relazione di Cristo con la Chiesa e di Dio con l’umanità. Così gli sposi, prendendo spunto da quello che ha fatto Cristo con gli uomini e da come Dio fin dall’inizio della storia si è preso cura del suo popolo, possono continuare a promettersi amore eterno. In questo modo si passa da una promessa umana (fusione a pochi gradi) a una promessa divina (fusione a milioni di gradi).

Pertanto, anche noi separati fedeli, non siamo a sorreggere la bandiera dell’indissolubilità o a testimoniare quanti anni sappiamo resistere da soli, ma al contrario, con la grazia di Dio, ci impegniamo a passare dalla difesa all’attacco. Questo comporta che è perfettamente inutile essere fedeli al coniuge se poi trattiamo male gli altri; è senza senso non andare a letto con altre donne/uomini e poi essere sempre tristi o arrabbiati, mandando a quel paese il primo automobilista che rallenta per la strada o il collega di lavoro che non sopporto. Non deve limitarsi il tutto ad un’osservanza di un obbligo coniugale ma bisogna trovare il senso di quell’obbligo per donarsi a tutti. Per certi aspetti, limitarsi alla sola fedeltà al coniuge può essere la scusa o il pretesto per sentirsi con la coscienza pulita e non impegnarsi con tutti gli altri fratelli e le sorelle. E’ vero che un giorno saremo chiamati e rendere conto prima di tutto di come ci siamo presi cura del nostro coniuge, ma subito dopo di come abbiamo trattato tutti gli altri!

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

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Come i buoi!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 4,22-24.26-27.31-5,1) Fratelli, sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. Sta scritto infatti : «Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito». Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Prosegue la riflessione di questi giorni sulla lettera ai Galati, è un tempo in cui la Chiesa ci invita a riflettere sulla nostra condizione di figli di Dio, la nostra riflessione parte e si sviluppa a partire dall’ultima parte: “Così, fratelli, noi non siamo […] “. Non è la prima volta che gli scritti paolini affrontano questi temi della figliolanza divina, ma in questo frangente si tocca anche il tema della libertà.

Gli sposi cristiani fondano il sacramento del Matrimonio sul fatto di essere battezzati, esso li rende figli di Dio, è il Battesimo poi che li abilita ad essere i ministri del proprio sacramento, è ancora il Battesimo che li ha abilita ad essere sacramento l’uno per l’altra, in quanto col Battesimo vengono inabitati dalla Santissima Trinità e divengono strumento di santificazione l’uno per l’altra; è ancora il Battesimo protagonista nel renderli capaci di amare come ama Dio, infatti uno dei tre doni divini del Battesimo è la Carità.

Più gli sposi meditano e vivono appieno la loro realtà battesimale, e quindi la loro figliolanza divina (figli di una donna libera), più il loro Matrimonio diventa santo, più diventano capaci di amarsi l’un l’altra con lo stile di Dio, fino a morire per l’amato/a come ha fatto Cristo per noi.

Parafrasando Paolo possiamo dire: “Così, sposi, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera; Agar era la schiava (di Sarai, la moglie di Abramo) che aveva partorito ad Abramo Ismaele, scelta obbligata in quanto Sara era sterile (prima della vicenda di Isacco), ma per motivi di invidia fu allontanata da Abramo stesso, Agar si perderà nel deserto e sarà poi soccorsa da un angelo del Signore che aiuterà lei ed il suo bambino. Ma la benedizione del Signore resta sul figlio Isacco, perché figlio della promessa e non secondo la carne, Ismaele infatti era stato voluto da una decisione (forse avventata) di Sarai, moglie di Abramo.

E così succede anche nella nostra vita di sposi, spesso prendiamo decisioni per conto nostro, senza consultare il Signore, e poi ci lamentiamo di non avere la benedizione di Dio su quella scelta. Anche a noi sposi succede di non aver fiducia nell’aiuto del Signore, di non saper rispettare che le vie del Signore non sono le nostre vie, che i tempi di Dio non sono i nostri tempi, dobbiamo imparare a pregare prima di prendere le decisioni, e più sono importanti le scelte più ci sarà bisogno di preghiera affinché il nostro cuore si “sintonizzi” sulle frequenze di Dio; quando poi il cuore sarà sintonizzato sulle frequenze giuste capiremo come agire, quali decisioni prendere. E’ un allenamento costante di tutti i giorni perché se aspettiamo di trovarci di fronte a scelte importanti per sintonizzare il cuore, esso non sarà abituato a quelle frequenze e rischiamo di sbagliare decisione, di fare scelte imprudenti, di illuderci che Dio benedica il nostro operato sempre e comunque.

Cari sposi, Paolo poi ci esorta a restare saldi per non lasciarci imporre di nuovo il giogo della schiavitù del peccato. Il giogo è uno strumento che serve per legare gli animali al carro che trainano, ma non sono gli animali che decidono la direzione, essa è decisa da chi guida il carro grazie al giogo. Praticamente Paolo ci sta dicendo di non lasciarci bloccare dal giogo del peccato, perché non solo esso ci tiene legati a sé come schiavi, ma ci fa andare nella direzione della perdizione eterna. E noi non vogliamo fare come i buoi, vero?

Troppi sposi restano a lungo legati al carro del peccato, non capiscono il perché del loro essere sempre litigiosi, cupi, il loro rapporto è sempre stanco ed annoiato, si sentono come in un vicolo cieco, praticamente sono come quei buoi che perdono ogni libertà. All’inizio si lasciano sedurre dai piaceri immediati e sensibili che il peccato procura, ma poi senza rendersene conto si ritrovano schiavizzati.

Paolo ci ricorda che col Battesimo siamo stati liberati dal giogo del peccato ed innestati nella vita divina, siamo figli della donna libera, cioè della promessa, la promessa del Redentore, la vita eterna può già cominciare in questa vita. Il nostro destino eterno è reale, non è una fantasia, ed è talmente reale che se viviamo nella libertà della Grazia, cominciamo già a pregustare in questa vita le delizie della vita futura.

Facciamo un esempio : se tutte le volte che sono tentato di commettere un adulterio anche solo col pensiero, ci casco e lo commetto, ecco che allora non sono libero di dire di no a questa tentazione perché sento che essa è più forte di me; se invece io la combatto con l’impegno personale e sorretto dalla Grazia, allora ne esco vincitore e sarò finalmente liberato dalle sue seduzioni. Questa è la libertà.

Coraggio cari sposi, per restare liberi basta cominciare a volerlo e decidersi per il Paradiso, allora il nostro Matrimonio diventerà un piccolo angolo di Cielo.

Giorgio e Valentina.

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Se moriamo con lui, vivremo anche con lui

Oggi, lunedì, vorrei tornare sulla Parola di ieri. Non però sul Vangelo ma sulla Seconda Lettura. La liturgia ci ha proposto un brano tratto dalla Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo. Mi vorrei soffermare solo su pochi versetti perchè sono fantastici per mettere sul piatto alcune considerazioni sul nostro matrimonio.

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui

Il matrimonio è la tomba dell’amore? Solo se non moriamo. Bisogna essere chiari. Solo morendo a noi stessi potremo davvero esplorare la profondità della relazione matrimoniale e vivere fino in fondo il nostro sacramento. Se non moriamo al nostro egoismo e al nostro ego non sapremo mai cosa significa essere sposi in Gesù. Tutto sarà concentrato solo sul sentimento e sull’emozione. Tutto sarà valutato secondo l’utilità. Tu mi servi perchè mi fai stare bene. Tu mi dai quello che mi serve. Ma Gesù ragiona così? Gesù dice altro con la Sua vita, la Sua morte e la Sua resurrezione. Lui ci dice io ti servo perchè voglio renderti partecipe della salvezza e della mia vita divina. Ti voglio arricchire donandomi completamente a te. Questo fa Cristo. Questo è l’amore di Gesù. Capite che differenza con la povertà dei nostri matrimoni? Però se impariamo a donarci davvero allora tutto cambia. E il matrimonio è un luogo privilegiato per imparare a donarci. Il matrimonio è la palestra che Dio ci offre per imparare ad amare come Lui ci ama e per prepararci all’incontro con Lui. Solo così il matrimonio può diventare una relazione a tre, dove noi sposi viviamo tra noi e con Gesù. La tomba del nostro egoismo diventa una vera resurrezione dove comprendiamo chi siamo e troviamo senso a tutta la nostra esistenza.

Se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo.

Cosa significa regnare nella logica di Gesù? Donarsi. Essere capaci di donarsi sempre meglio e sempre di più. Gesù ha dato davvero tutto: il sangue, il corpo e la sua vita. Cosa poteva dare di più? Gesù aveva una caratteristica fondamentale: Gesù era libero! Libertà significa essere padroni di sè stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro ma anche con Dio. La perseveranza nella difficoltà diventa quindi una delle basi del matrimonio. Andare avanti, fedeli alla promessa, con la consapevolezza di essere sostenuti dalla Grazia di Dio e dalla presenza di Gesù nella nostra vita, nei momenti di gioia e anche in quelli più difficili.

Se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà

Cosa significa rinnegare Cristo? Non serve farlo in modo esplicito. Rinnegare Cristo può significare semplicemente vivere come se Lui non c’entrasse con il nostro matrimonio. Significa fare le nostre scelte senza tener conto di Lui. Come quindi tener conto di Lui? Gesù lo dice chiaramente nel Vangelo: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Detto in altri termini rinneghiamo Gesù quando non rispettiamo gli insegnamenti morali della nostra Chiesa. Rinnegare Gesù è abortire, rinnegare Gesù è tradire, rinnegare Gesù è scegliere gli anticoncezionali (seppur qui il discorso andrebbe approfondito con alcuni distinguo), rinnegare Gesù è non andare a Messa, rinnegare Gesù è usare violenza anche solo verbale sull’altro. Rinnegare Gesù è qualsiasi gesto che indebolisce la relazione sponsale. Cosa significa che egli ci rinnegherà quando subito dopo invece troviamo scritto che egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Semplicemente che Dio non viene mai meno alle Sue promesse e al Suo amore. Siamo noi che rinnegandolo, nel modo che ho spiegato, chiuderemo sempre di più il nostro cuore alla Grazia e alla relazione con Lui. Lui non potrà che aspettare il nostro desiderio di conversione. Lui aspetterà, come il padre misericordioso della parabola, il nostro ritorno da Lui. Solo allora potrà di nuovo riempirci del Suo Spirito e cambiare in nostro matrimonio salvandolo dalla nostra miseria e dai nostri errori.

Antonio e Luisa

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La fede oltre i miracoli

Cari sposi,

il mese di ottobre è iniziato sotto il segno di Santa Teresina di Lisieux, la piccola carmelitana che sul letto di morte, ripeté “tutto è grazia” per esprimere il proprio abbandonarsi nelle braccia della misericordia divina. La liturgia di oggi è centrata su una grazia particolare: guarigione dalla lebbra, che unisce la prima lettura al Vangelo. La lebbra, alias morbo di Hansen, è una pericolosa malattia infettiva che all’epoca di Gesù isolava totalmente i contagiati dal momento che non esistevano cure. Le rare guarigioni, per quanto riguarda il mondo ebraico, erano normate dal libro del Levitico, il quale prevedeva minuziose indicazioni sia per la diagnosi che la riammissione nella comunità una volta cessato il pericolo.

Che cosa può esprimere tutto ciò per voi sposi? La lebbra è sinonimo di tutti quei problemi e difficoltà che possono riempire le nostre vite al punto da far sperimentare solitudine e lontananza, tra di voi, nei confronti degli altri e addirittura da Dio. Il Signore è tanto buono, che sempre ci viene incontro, ci dà una mano, ci vuole sollevare e così può permettere la guarigione, la cessazione di quello che tanto ci ha afflitto. Eppure, molte persone, coppie, si possono fermare qui. Possono cercare unicamente lo stare bene, il non aver grossi problemi, un certo equilibrio di vita. Che grande tentazione quella di far coincidere il benessere con la vita di fede! “Eh, se c’è la salute, c’è tutto!”.

La vicenda del miracolo dei 10 lebbrosi sta a significare proprio questo, che il vero miracolo avviene soprattutto in questa persona che è passata dallo stare bene al diventare un vero credente, uno che riconosce che “tutto è grazia”. Anche voi sposi siete chiamati a fare questo nella vostra relazione. Ci può essere “lebbra” tra di voi, il vostro amore potrebbe esserne contagiato, ma la soluzione non sarà solo una buona terapia di coppia, un percorso di accompagnamento tipo Retrouvaille, quel bravo sessuologo che sa trovare l’inghippo… la svolta, come fece quel tale, consiste nel lodare, glorificare e ringraziare sempre il Signore assieme per quello che siete perché la gratitudine attira sempre nuove grazie e nuovi doni di Dio.

Quante coppie, anche credenti, stanno più o meno bene, “reggono” direbbe qualcuno. Ma il Signore non ha fatto il matrimonio per arrivare a una sostanziale condizione di stabilità relazionale. Gesù, lo Sposo, vuole una coppia “salvante e salvata” (cfr. Familiaris Consortio 49) perché sa vedere in ogni cosa, anche nelle proprie fragilità, nella propria storia un po’ stramba, nelle nostre famiglie di origine, la presenza di Dio.

È qui il salto di qualità che tanto vorrebbe da voi il Signore! Come avrebbe voluto che tutti e 10 fossero tornati a ringraziarlo. Vi auguro di trovare quel tempo assieme ogni giorno per lodare, magnificare, benedire la mano di Dio che ci conduce giorno per giorno nella sua sequela.

ANTONIO E LUISA

Solo uno dei lebbrosi sanati si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto e la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto. Solo uno torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile /45

( Congiunge le mani e prosegue: ) Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene. ( Prende sia la patena con l’ostia sia il calice ed elevandoli insieme canta o dice: ) Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. ( Il popolo acclama: ) Amen.

Siamo giunti alle ultime due frasi della grande Preghiera Eucaristica I e vedremo come non siano solo la chiosa finale di un bel discorso, come accade nei talk-show o nei meeting mondani, ma racchiudono grandi verità della fede cattolica. Nella prima frase c’è racchiusa tutta la fede nell’Incarnazione del Verbo di Dio e riprende con parole diverse ciò che abbiamo espresso nel Credo espandendo il concetto : “ […] per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. […] “. Non sarà facile ma cercheremo di condensare in poche parole questa Verità di fede che celebriamo a Natale.

Gesù è il Verbo eterno del Padre, quindi non ha cominciato ad esistere, come noi, solo quando ha trovato la Sua prima culla nel grembo di Sua madre, la Vergine Maria, ma è co-eterno al Padre ed allo Spirito Santo. Quindi era compresente e compartecipe al momento della Creazione, ecco perché nel Credo diciamo che tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui, in vista cioè della Sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione… per dirla breve: in vista della Redenzione operata da Cristo.

Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene.

Desideriamo porre l’attenzione sull’iniziale preposizione “Per” che porta in sé un duplice significato. Il primo più semplice è quello appena descritto col concetto di “in vista di Lui”, ed il secondo significato è quello di: “attraverso, per mezzo di Lui“. Siccome Gesù si è abbassato, umiliato, a tal punto da assumere la nostra natura umana (eccetto il peccato), per il Padre questa Incarnazione del Verbo non può passare inosservata; siccome Lui si è caricato di tutti i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi e li ha inchiodati alla Croce significa che il Padre ci perdona grazie al sacrificio di Gesù poiché Lui è il prezzo del nostro riscatto; siccome in Lui coesistono le due nature, quella umana e quella divina (NON 50% uomo e 50% Dio, MA 100% uomo-tranne il peccato- e 100% Dio) ciò che il Padre compie passa sempre attraverso di Lui, quindi attraverso la Sua Santissima umanità… quindi è come se Gesù fosse il filtro imprescindibile attraverso cui passano le azioni divine.

Ce l’aveva già accennato Gesù stesso quando ci ha ricordato che dobbiamo pregare il Padre nel Suo Nome… è come se ci avesse detto che qualunque richiesta avessimo da avanzare nei confronti del Padre, Lui avrebbe fatto da mediatore, da intermediario, da portavoce, da ambasciatore ma anche da scudo in quanto anche Lui uomo al 100%… come se avesse voluto proteggerci dall’ira divina col mantello della Sua umanità, assomiglia un po’ a quando ci si ripara dai raggi UVA-UVB del sole estivo sotto l’ombrellone.

In Lui tutta l’umanità si raccoglie un po’ come quando tutta la famiglia si ripara sotto l’ombrellone, ecco perché la Chiesa finisce ogni preghiera col “Per Cristo nostro Signore”… ricordiamo al Padre che osiamo avanzare qualche richiesta ma solo nel nome del Suo Figlio Uomo-Dio. Infatti la seconda e conclusiva frase è un inno di gloria alla Trinità passando da Gesù, ricalcando solennemente che tutta la Preghiera Eucaristica sale a Dio Padre PER, CON e IN Cristo, nell’unità dello Spirito Santo… è una modalità di pregare che ci educa e ci insegna che la Trinità è inseparabile.

PER Cristo cioè attraverso come abbiamo già esplicitato.

CON Cristo perché anche Lui uomo al 100%, quindi Lui prega il Padre con noi.

IN Cristo perché la nostra preghiera/richiesta confluisce in Lui, avendo caricato su di sé tutti i nostri peccati, si è fatto carico di tutte le nostre richieste, poiché noi non avremmo nulla da vantare di fronte al Padre, ma in Lui possiamo vantare la SUA CROCE che ci ha meritato il perdono… un po’ come succede in famiglia quando il figlio vuole avanzare qualche richiesta al papà ma sa bene di non meritarla, ecco allora che manda la mamma come portavoce, la quale fa da mediatrice e si fa garante per il figlio, riuscendo così a soddisfarne le richieste.

Cari sposi, il Padre non vede l’ora di elargire le grazie che ha già lì pronte per noi, ma è necessario passare da Gesù, non possiamo scavalcarLo, non possiamo ignorare il Sacrificio di Gesù, la Sua opera mirabile, la Redenzione. Questo è un momento solenne della Messa, ecco spiegata la richiesta di cantare, al sacerdote, come prima opzione, per dare ancora più ufficialità alla preghiera, e, casomai il Padre volesse fare “orecchie da mercante” il sacerdote gli offre direttamente il Figlio tenendoLo tra le mani… più di così non si può!

Care famiglie, il nostro atteggiamento durante la Preghiera Eucaristica è quello del rigoroso silenzio orante, possiamo ascoltare le parole che il sacerdote pronuncia e farle nostre, oppure avanzare qualche richiesta personale e farla confluire nel “Per Cristo...”. Alla fine qua ci vuole un bell’ Amen ad alta voce che sigilla ed ufficializza.

Praticamente un finale col botto!

Giorgio e Valentina.

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Pregate prima di fare l’amore?

Oggi un articolo un po’ diverso e originale. Un articolo che nasce da un commento ricevuto su facebook. Mi preme sottolineare che non è assolutamente contro chi ha fatto quel commento, anzi la ringrazio (si è una donna) perchè mi permette di proporre una riflessione diversa dalle solite. E’ una riflessione che parte da quel commento ma che va molto oltre.

Questa persona ha voluto affermare, all’interno di un discorso più ampio su religiosità e laicità, che non prega prima di far l’amore con il marito. Come se farlo fosse da bigotti. Questa frase mi ha colpito. Mi ha colpito soprattutto perchè ho realizzato che questo commento sintetizza molto bene un modo di approcciarsi, non tanto alla fede quanto al sesso, molto comune tra i credenti. Pregare prima di fare l’amore è un comportamento da bigotti e da persone un po’ represse. E’ davvero così’? E’ vero che può essere così in alcuni casi. Ho conosciuto donne che hanno confessato di pregare durante il rapporto perchè sentivano di fare qualcosa di doveroso ma sporco. Qui però siamo completamente fuori dalla verità del sacramento e anche della fede.

Invece pregare prima del rapporto, magari invocando lo Spirito Santo, può essere un modo per aprirci a Dio anche nella nostra intimità. Ricordate che l’amplesso è un gesto sacro e liturgico per gli sposi, abbiamo avuto modo di scrivere tante volte su questa realtà. Pregare serve per chiedere allo Spirito Santo di darci la capacità di donarci completamente l’uno all’altra, e di donarci la consapevolezza di vivere un momento comunione profonda. Pregare ci fa entrare nella consapevolezza che non stiamo per vivere qualcosa di meramente fisico, ma che stiamo per entrare in un abbraccio che permea ogni parte di noi.

Il matrimonio non è una relazione solo tra me e Luisa ma anche con Dio che ne è parte attiva. La nostra relazione è abitata sempre da Dio. Credete che l’incontro intimo, la manifestazione sensibile d’amore più grande che ci possa essere tra due sposi, non sia importante per Dio? Che sia qualcosa che riguarda soltanto i due sposi? Qualcosa di solo umano? Anzi qualcosa di animale? Come si fa a credere che l’intimità non sia un’esperienza altamente spirituale? Dio ci ha fatti e voluti così. Siamo spiriti incarnati che possono manifestare l’amore solo attraverso il corpo. Non angelichiamo il nostro matrimonio. Il matrimonio è fatto di carne e di corpo. E’ Dio che ha pensato di farci sessuati, è Lui che ci ha creato così con il corpo maschile fatto in un certo modo per penetrare e un corpo femminile fatto in modo complementare per accogliere, è sempre Lui che ha reso quel gesto capace di generare vita. Vi rendete conto? Non c’è nulla di sbagliato o di sporco in quel gesto. Siamo noi che possiamo portare il nostro egoismo e la nostra superficialità in quel gesto. Siamo noi che possiamo portare il male dentro un gesto che non ha nulla di male.

Pregare serve a questo. Serve a preparare il cuore prima che il corpo. Perchè fare l’amore per noi cristiani è difficile ma è meraviglioso. Difficile perchè va preparato e fatto bene. E’ un gesto che però, quando è vissuto bene, permette attraverso il corpo di fare un’esperienza totalizzante. Un’esperienza che tocca sì il corpo, ma che arriva al cuore e all’anima. Dite che è troppo? No non è troppo, e più passa il tempo e più è bello perchè si impara ad entrare sempre più uno nell’altra e trovare in quell’amore corporeo la presenza tangibile di Dio.

Capite la differenza? Tanti “esperti” consigliano la visione di video pornografici per aumentare il desiderio sessuale nella coppia. Noi ci permettiamo di consigliare la preghiera. Dio stesso, nella Bibbia, ci invita a pregare prima dell’incontro intimo. Lo fa attraverso le parole che Tobia rivolge a Sara prima di giacere insieme: Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza. I cattolici lo fanno meglio anche per questo.

Antonio e Luisa

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