Tutti al Pronto soccorso, o no?

Il Vangelo di Domenica scorsa è lungo più del solito e quindi molto ricco di spunti di riflessione, perciò ne prendiamo solo uno. E cioè vogliamo stringere il campo d’azione ai versetti 29 e 30 che riportano questa frase secca di Gesù : << Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. >>.

Ancora una volta chi ha in testa l’idea di un Gesù edulcorato dalla simpatica ingenuità dei Puffi mista alla tenerezza gigiona di Babbo Natale, si vede costretto a rinegoziare questa idea balorda scontrandosi col Gesù vero raccontato dai Vangeli. E, in effetti, la frase lascia poco spazio a fraintendimenti del tipo : …………ma no, dai, non è che a Gesù non piace la simmetria di due occhi e ci vuole tutti come tanti Ciclopi ? sei così bello con due occhi………..non è che Gesù vuole che ti mozzi una mano perché a Lui piace riattaccare le cose………cioè ? ma sì, come quella sera in cui Pietro tagliò un’orecchio al soldato e Lui gliel’ha riattaccato ? Oppure è un fan del Pronto soccorso ? eeeh…….insomma……..questo Gesù esagera però, spaventare così la gente !!!

Insomma, a Gesù non vanno bene le mezze misure ( le uniche mezze che gusterebbe penso che siano le mezze penne all’amatriciana ). Ma perché ? Quando abbiamo cominciato questo meraviglioso cammino 20 anni fa, il nostro amato Padre Bardelli ci diede un ultimatum simile a quello di Gesù : ci disse che se volevamo un fidanzamento bello e felice prima e un matrimonio poi ancora più felice e bello, avremmo dovuto scacciare immediatamente qualsiasi impurità dalla nostra vita: cuore, mente. occhi, mani, pensieri, azioni e intenzioni…..insomma ci siamo capiti, tutto !!!

Ecco cosa intendeva Gesù con quella frase; e poi col passare degli anni, abbiamo cominciato a tagliare i ponti con le situazioni che potevano diventare occasioni di peccato (in particolare dell’impurità ma poi si è esteso a tutto il resto): abbiamo tagliato i ponti con compagnie, abbiamo tagliato i ponti con la televisione, abbiamo reciso contatti (per esempio su facebook) che erano occasioni di impurità, abbiamo smesso di frequentare alcuni eventi mondani, e così via……ogni coppia di sposi ha la propria lista personalizzata. Cari sposi, noi siamo stati fatti per la purezza e la felicità eterna, e questa purezza esige il coraggio di recidere le radici cattive, le piante soffocanti, di liberarsi della zavorra dell’impurità per alzare finalmente in volo la mongolfiera del nostro sacramento matrimonio.

Coraggio, non siamo soli.

Giorgio e Valentina.

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Nella castità ho compreso il suo valore.

San Valentino è passato da pochi giorni. Per me è Luisa non è solo la ricorrenza della festa degli innamorati. Per noi è una data importante anche per la nostra personale storia d’amore. Ne approfitto per condividere la nostra testiminianza. Questa volta non da sposi, ma da fidanzati. Il giorno di san Valentino del 2001 chiesi a Luisa di sposarmi. Come ai vecchi tempi. In modo ufficiale, con anello di rito. Anello che lei ancora porta al dito, come una seconda fede. Eravamo fidanzati dall’ottobre del 2000. Da pochi mesi, quindi. Avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimeto grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo “capriccio” e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irratizione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità. La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse un frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato. In quel san Valentino di 19 anni fa io e Luisa abbiamo posto la prima grande pietra di una storia che ogni giorno è più bella perchè vissuta nella castità. Castità che è astinenza prima del matrimonio. Castità che è vivere sempre meglio il rapporto fisico, dopo il matrimonio. La castità ci ha salvato, ci ha educato a mettere l’altro/a al centro, a saper aspettare per accogliere l’altro nella verità e in pienezza. E’ stata una via per imparare ad amare sempre meglio. Una via che stiamo ancora percorrendo. Se ci sono riuscito io che davvero ero pieno di fragiità e ferite, alcune delle quali mi porto ancora dietro. Se ci sono riuscito io possono farlo tutti. Basta volerlo e conoscere che c’è anche questa strada. Una strada forse desueta e sconosciuta ai più, ma può ancora fare la differenza tra un matrimonio che funziona e uno che si perde. L’educazione all’amore casto che ci siamo donati nel fidanzamento è stata molto utile nel matrimonio. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà, per tanti motivi, a mancare l’incontro sessuale per periodi più o meno lunghi si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo. Per noi è stato così.

Antonio e Luisa

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Perle da Sanremo (Prima parte)

Una delle prerogative dei nostri articoli è che non nascono da una Legge calata dall’alto, ma da quanto il nostro cuore ci comunica. L’amore non è un attenersi ad una legge ma dare risposta alla nostalgia di pienezza del nostro cuore. Per questo la legge morale naturale, ripresa dalla Chiesa, non è una serie di norme frustranti ma un libretto delle istruzioni per vivere in pienezza ciò che siamo. Per questo ho cercato delle perle in tutte le canzoni di Sanremo. Quelle belle e quelle meno belle. Da qui una serie di articoli dedicati a questa mia ricerca.

Ricorda che devi fare benzina (Sincero – Bugo feat Morgan)

Abbiamo un serbatoio dell’amore che va riempito. Nel matrimonio non ci viene chiesto di prendere dall’altro/a ma di darci all’altro/a. Poi se l’altro/a fa altrettanto riceviamo anche ma non è scontato e non è qualcosa su cui possiamo agire direttamente noi. Il darsi dell’altro è solo un dono da accogliere e non una pretesa da imporre. Darci nel servizio, nella cura, nel corpo, nel tempo. Insomma darci completamente. E’ come se il nostro cuore fosse un serbatoio. Il matrimonio è fatto per dare il contenuto del nostro cuore all’altro/a. Questo serbatoio va però riempito ogni tanto. Per questo è importante trovare dei momenti nostri dove riempire il serbatoio facendo ciò che amiamo. Può essere la partita di calcetto, può essere andare a teatro, può essere un giro in bici, può essere andare dal parrucchiere. Ognuno sa cosa gli piace fare. Lo faccia. El’altro/a non si opponga. Fa bene alla coppia.

In cui tu sei il mio tempo ( Il sole ad est Alberto Urso)

Il matrimonio è il nostro tempo. La vocazione è il modo che Dio ha pensato affinché noi uomini e donne imparassimo ad amare, imparassimo a rispondere al Suo amore gratuito, fedele e misericordioso. La vocazione matrimoniale è esattamente questo. Imparare a riamare Gesù. Il matrimonio è una scuola che, giorno dopo giorno, ci aiuta a combattere il nostro egoismo. Ci aiuta a decentrare l’attenzione da noi stessi verso un’alterità diversa da noi. Ci aiuta a sentirci parte di una comunione d’amore (così definisce la famiglia Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio). Tu sei il mio tempo per prepararmi al matrimonio eterno con Cristo. Tu sei il mio tempo per imparare ad amare e, non meno importante, a farmi amare.

Tu sei l’unica messa a cui io sono andata (Ho amato tutto Tosca)

Questa mi è piaciuta tanto. Per tanti è così! Quanti sposi sono lontano dalla fede? Quanti sposi non partecipano alla Santa Messa? Quanti sembrano lontanissimi da Dio? Molti! Alcuni, magari inconsapevolmente, non sono proprio lontani. Ricordate che saremo giudicati sull’amore! Quegli sposi che non credono nel Dio uno e trino, non credono in Gesù vero uomo e vero Dio, ma vivono il loro matrimonio in modo autentico nel dono ricevuto e accolto non sono lontanissimi da Gesù. Sia chiaro che partecipare alla Santa Messa è importante ed è fonte di Grazia. Fare esperienza di Gesù nei sacramenti è una ricchezza enorme, ma Gesù non abbandona chi non lo riconosce nella Messa. Così il matrimonio diventa una Messa, cioè il luogo dove fare esperienza dell’amore, del dono gratuito ricevuto e dato, del perdono, della gratuità. Capite che per alcuni il matrimonio è l’unica occasione che hanno per fare esperienza di Dio. San Giovanni II durante uno dei suoi discorsi ebbe a dire: spesso per un uomo di oggi la sua fedeltà al matrimonio sarà l’unica occasione che avrà per diventare cristiano.

Antonio e Luisa

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#SanValentino..di chi è solo

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”..

Ricordo che i miei nonni, quando si avvicinava una festa a volte erano un po’ tristi per quel figlio lontano che non avrebbe potuto essere presente a condividere la gioia.

E’ così…quando c’è una bella ricorrenza chi non ha la possibilità di festeggiare come avrebbe voluto, si ritrova più amareggiato.

Allora l’articolo di oggi lo dedichiamo a tutti quegli sposi che sono soli. Si.

A tutti quegli sposi che avrebbero voluto festeggiare il San Valentino con il loro coniuge ma che oggi si trovano soli perché sono stati lasciati.

A tutti quegli sposi separati, che anziché aiutare con una preghiera e con una vicinanza vera, ci limitiamo a giudicare male.

A tutti quegli sposi che seguono i nostri Blog e che spesso cercano un po’ di ossigeno perché vivono momenti di difficoltà aspra.

Questo articolo è per voi. Questo San Valentino è per voi!

E’ un articolo per chi nonostante tutto avrebbe desiderato un pizzico di romanticismo in questo giorno…già, perché un po’ di romanticismo non ha mai ucciso nessuno.

Noi sposi che abbiamo la grazia di essere in due, oggi vogliamo pensare e pregare per voi che avete perso il vostro sposo o la vostra sposa.

Pensiamo e ricordiamo nel nostro cuore voi, che avete subito violenza da parte del vostro coniuge che avrebbe dovuto darvi solo carezze.

Siete nel nostro cuore voi, che non vi arrendete e restate fedeli al vostro matrimonio anche se avete subito la separazione…

Ma dedichiamo questo San Valentino anche voi, fratelli e sorelle che vi siete risposati e che vi sentite additati come appestati da chi non sa quanto pesi la solitudine.

Preghiamo per voi…e ricordate che se avete bisogno, potete chiedere aiuto alle vostre parrocchie, ai vostri amici cristiani, a qualche buon parroco che possa sostenervi in un cammino di fede che si…c’è anche per voi!

Questo san Valentino amaro, altro che da #baciperugina…è tutto per voi fratelli e sorelle che siete scappati dal vostro matrimonio, è per voi che non avete voluto affrontare le vostre paure, le vostre ansie e i vostri fantasmi e continuate a scappare via da vostra moglie o da vostro marito facendovi così tanto del male che oggi siete convinti che un bacio di una persona sconosciuta possa donarvi la vera gioia.

Questo San Valentino scritto di getto è per voi, è per noi…è per chi sa che l’amore è una strada piena di gioie e dolori ma nonostante tutto ci vuole stare dentro senza “se” e senza “ma”.

E’ per voi giovani coppie di sposi ed è per voi coppie “navigate”.

Questo San valentino è per noi, per tutti noi…imperfetti innamorati

Noi che sogniamo un bacio, una carezza e niente di più per sentirci a casa.

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Perché San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore

Lo so, il titolo è un po’ forte, evidentemente provocatorio. Quindi da leggere fino in fondo prima di tirare le somme.

Il fatto è che da diversi giorni, se non settimane, vedo continuamente l’incombenza di questa festa tramite proposte di pacchetti regalo hotel + spa, cene romantiche, uscite di libri o film, week-end fuori porta, e chi più ne ha più ne metta. Ma più vedo questa abbondanza di idee, più penso che sia tutto un po’ finto.

Finti questi regali, perché sono preconfezionati. Facile regalare l’amore preconfezionato. Facile regalare qualcosa quando hai l’imbarazzo della scelta.

Troppo facile regalare una scatola di cioccolatini, per andare sul semplice, quando non devi neanche pensare di farlo perché tutto intorno a te ti invita a farlo. Non sei convinto della scatola di cioccolatini? Che problema c’è, ci sono mille altre idee tra cui scegliere!

Finto, ancora, credere che l’amore sia regalarsi un momento speciale un giorno dell’anno in cui ti è praticamente “comandato” di farlo.

Molto meno facile e molto più vero farlo tutti gli altri giorni. Quando nessuno te lo suggerisce, nessuno se lo aspetta, nessuno ti fornisce idee su come “dimostrare” l’amore.

Ma se fosse tutto qui, non si capisce perché nel titolo San Valentino, da festa, rischia di diventare funerale.

E allora devo aggiungere un’altra considerazione. Il 14 febbraio è la festa degli innamorati: ecco perché potrebbe diventare il funerale dell’amore. Mi spiego meglio. Che tipo di “amore” si celebra a San Valentino? Quello delle farfalle nello stomaco, quello di io-e-te-tre-metri-sopra-il-cielo, quello di due cuori e una capanna… insomma, l’amore sentimentale e idealizzato. Finto, appunto, come i regali preconfezionati.

Quello che voglio dire è che questa festa rischia di confondere l’amore con ciò che amore non è ancora.

E si rischia di cascarci in pieno! Solo quando finisce la fase dell’innamoramento, la fase dell’idealizzazione, solo allora può iniziare l’amore, nella realtà delle fatiche, delle imperfezioni, dei difetti, della “voglia” di amare che a volte c’è, a volte non c’è.

L’amore che si incontra con la realtà, si costruisce giorno per giorno e non vive di sentimentalismo, ma se vuole crescere si ciba anche di “lacrime e sangue”. Amare è fare la “carrambata” di San Valentino o, se sei un uomo, scegliere di alzarti per primo da tavola per sparecchiare anche se non ne hai voglia ma vedi che lei è più stanca di te? Se sei donna, scegliere di morderti la lingua e, per quel momento, non scaricare addosso a lui la frustrazione della tua giornata, decidendo di, almeno, chiedergli prima come sta e com’è andato il lavoro? Sono solo esempi, ciascuno ci metta i propri.

Cosa è più facile? Cosa è più vero?

Sì, forse non per tutti San Valentino è sinonimo di amore fasullo e irreale, sicuramente qualcuno lo festeggia celebrando un amore maturo e vero. Sì, forse non per tutti San Valentino rischia di essere il funerale dell’amore. Per tutti però l’amore vero ha a che fare con la morte, anzi, con le morti: del mio egoismo, del mio bisogno immediato, della mia voglia che manca.

Perché, come ha detto qualcuno, amare è voce del verbo morire. Ma attenzione, non è il morire per fare il funerale! È il morire che sa tagliare per fare spazio all’altro, che sa rinunciare per il bene dell’altro, che sa scegliere a volte la cosa più faticosa in quel momento, ma che darà una gioia più grande dopo. Come portare via la spazzatura dopo cena anche se non ne hai voglia, come fermarti un attimo dalle faccende domestiche che avevi programmato di fare e “perdere tempo” per bere un caffè insieme.

Giulia Cavicchi

Articolo originale a questo link https://cavicchigiulia.it/2019/02/04/perche-san-valentino-rischia-di-essere-il-funerale-dellamore/

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L’accidia uccide l’amore e il nostro matrimonio

L’accidia è uno di quei vizi che non sappiamo ben definire. E’ tristezza? E’ senso di vuoto? Malinconia? E’ mancanza di senso? E’ un po’ tutte queste cose, ma nel contempo, nessune di queste la contiene completamente. Come molte di queste emozioni negative possono dipendere motivi altri che non sono l’accidia. L’accidia credo di poterla definire una malattia dell’anima. Da non confondere con la depressione. Anche se spesso i sintomi sono simili. L’accidia è una malattia spirituale e necessità di un percorso di guarigione diverso. Una guarigione spirituale fatta di accompagnamento e preghiera. Una malattia che porta chi ne soffre ad avere uno sguardo miope. Chi soffre di questa malattia non riesce più a cogliere il bello della vita. L’accidioso ha perso la speranza e non vede nel proprio futuro una meta da raggiungere. Potremmo dire che è quello che vive alla giornata e si nutre non del bene profondo delle cose, ma dei piaceri immediati che riesce a percepire. Nella relazione matrimoniale, come in qualsiasi altra relazione affettiva, l’accidioso cerca solo piacere e gratificazione immediata per poter uscire da quel perenne stato di insoddisfazione in cui versa. Naturalmente si illude. E’ quello che fa grandi promesse quando si sente gratificato dalla relazione, ma che è capace di gettare tutto al vento quando ripiomba nella fatica del vivere. Senza un obiettivo grande, un obiettivo che sconfina nella trascendenza, che ha un orizzonte eterno, la vita ha un peso davvero tante volte insostenibile. Anche il matrimonio diventa per tanti sposi una pietra che li trascina a fondo e di cui si vogliono solo liberare e sgravare. Mi sovviene una riflessione di mons. Sequeri da me declinata in chiave sponsale. Il bene non vive da sè. Uno dei segni più sicuri del risentimento generato dall’accidia, dello svuotamento delle cose in cui abbiamo creduto fino ad ora è chiederci: In fondo cosa mi danno? Cosa mi dà il mio matrimonio? La domanda di una persona sana spiritualmente dovrebbe essere invece: Io cosa porto al mio matrimonio? Questo è il circolo vizioso dell’accidia. Circolo che può portare a scelte drammatiche e insanabili come il divorzio. Quando cominciamo a domandarci dopotutto cosa mi ha dato? Dopo tutto il tempo, tutta la dedizione, tutta l’impegno, tutta la cura che ci ho messo cosa sto ricevendo in cambio? Nel momento in cui dimentichiamo che la qualità spirituale è fatta di relazione e che va coltivata come la terra incominciamo a sprofondare nell’apatia, nella noia e nel risentimento. La bellezza del matrimonio è fatta invece di una passione condivisa con Gesù e non solo del piacere che scaturisce dalla relazione stessa. Invece spesso ci limitamo a chiederci cosa il matrimonio ci dà e non ci chiediamo più cosa noi possiamo portare ancora in quel matrimonio. In quel giorno non solo il nostro matrimonio comincerà a sprofondare ma noi stessi cominceremo a sprofondare. La nostra società è purtroppo fondata sull’accidia. Cresciamo i nostri figli nel narcisismo cercando di proteggerli da ogni male e da ogni dolore facendo di loro il centro del mondo. Così questi ragazzi, che poi diventeranno grandi e magari si sposeranno, saranno portati a giudicare il matrimonio come buono o non buono con una semplice domanda: cosa mi dà?

Che Dio preservi noi e il nostro matrimonio dal veleno dell’accidia.

Antonio e Luisa

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Lontano dalla folla

Nel vangelo di domani Gesù racconta una parabola alla folla. Non vogliamo soffermarci sulla spiegazione del contenuto della parabola perché Gesù è tanto chiaro quanto esplicito : <<……….E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo. >> Chi non capisce è perché non vuole capire.

Ma noi vorremmo mettere in risalto una frase dell’evangelista Marco precedente alla sopracitata : <<Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola……>>.

Ma glielo avranno chiesto in disparte per non fare brutte figure ? Si può immaginare qualche discepolo con la mano alzata, tipo scolaro in classe…….maestra non ho capito l’argomento, può rispiegarlo ? E magari Pietro che gli dà una gomitata intendendo: tira giù la mano che ci fai fare la figura dei peracottari……glielo chiediamo dopo quando la folla se ne sarà andata…..se glielo chiedi adesso ti disintegra con un’occhiata….e statte zittooooo ! Lascia fare…… e gli altri discepoli, guardando Gesù che parla, annuiscono fingendo conferma con quel movimento della testa tipo: eh,…sante parole……hai proprio ragione Gesù……..tanto dopo glielo chiedo in privato.

Non è l’unica volta che Gesù spiega le parabole ai discepoli in disparte. Ma perché ? A Gesù piace il rapporto vis-à-vis, a tu per tu, cuore a cuore; sì, parla alle folle in generale, ma poi entra nel dettaglio in un rapporto sincero di apertura di cuore. Anche noi sposi possiamo scegliere di stare con Gesù dalla parte della folla o dalla parte dei discepoli che poi si appartano con Gesù. E questa intimità con Gesù è fondamentale per crescere nel rapporto con Lui, per aumentare il nostro amore per Lui, e di conseguenza quello che ci scambiamo tra noi.

Gesù preferisce restare in disparte con noi, cari sposi. E badate bene che il Vangelo dice che Gesù entrò in una casa. Perché ? La casa rappresenta il luogo della familiarità, il luogo in cui tolgo le maschere e mi sento accolto, amato per ciò che sono, senza compromessi. Gesù parla sì alla folla ma….preferisce un rapporto in cui ci si guarda negli occhi.

Certo che se noi sposi continuiamo a essere folla, a rimanere con il baccano della folla, con il rumore assordante della folla, ci accontentiamo delle poche pretese della folla, non possiamo crescere nel matrimonio come vuole Dio. Per crescere nella nostra vocazione matrimoniale è necessario che facciamo come quei discepoli che seguono Gesù in quella casa : tradotto per noi significa stare davanti al tabernacolo quanto più possibile, e , quando non ci è possibile, nell’intimità della nostra casa in uno spazio dedicato alla preghiera. E’ lì, in quell’incontro a tu per tu con Dio, che sbocciano grandi Grazie, che fioriscono grandi propositi, che maturano le grandi scelte, che cresce il nostro amore per Lui e quindi quello per il coniuge.

Allora Gesù ci svela tante cose, ci illumina con la Sua Parola, ci conforta nel dolore, ci sostiene nella prova, ci incoraggia nelle scelte, ci stimola a fare della nostra vita una nave con le vele spiegate, ci riempie di una gioia indicibile, ci alimenta con la Sua pace, ci tranquillizza con la Sua serenità….se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ? Chi ci separerà dal Suo amore ? Niente e nessuno. Ma dobbiamo fare una scelta…lontano dalla folla.

Forza sposi, a noi la scelta. Folla o discepoli ?

Giorgio e Valentina.

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Se lei nell’intimità non prova piacere?

Oggi voglio rispondere ad una domanda intima in modo esplicito. Senza falsi pudori e moralismi. Una sposa privatamente mi ha chiesto se è lecito che durante il rapporto intimo lei possa farsi stimolare genitalmente dal marito visto che durante la penetrazione non raggiunge mai il piacere. Lei ne sente il desiderio. Vorrebbe condividere con lo sposo non solo la gioia dell’incontro, ma anche il piacere fisico che ne dovrebbe conseguire. Nel contempo lo sposo vive male questa situazione. Si sente incapace di darle piacere e così vive con sempre crescente frustrazione un momento che invece dovrebbe essere di comunione e gioia profonda. Lei non è sicura di chiedere al marito di stimolarla. Crede di scadere nella lussuria, nel piacere fine a se stesso. Stanno davvero così le cose? Io avevo già la risposta. Ho chiesto comunque conferma all’amico Piergiorgio Casaccia. Piergiorgio è medico ed ha conseguito un master in Sessuologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II. No, le cose non stanno così. Gli sposi con il matrimonio hanno iniziato un cammino di perfezione. Non solo per quanto riguarda la loro relazione di coppia, ma anche per quando riguarda i loro rapporti intimi. Cosa voglio dire? Che la santità nel matrimonio passa anche da come fanno l’amore. L’amplesso è il loro gesto sacro che diventa una vera e propria liturgia. E’ un gesto che concretizza nel corpo l’unione dei cuori dei due sposi. Essere una carne sola per sperimentare la presenza dell’altro/a nel cuore. Il piacere fisico è voluto da Dio stesso per premiare gli sposi che hanno deciso di donarsi vicendevole e in modo totale. Poi, come tutti i doni di Dio, può essere usato in modo autentico o falso. Ma questo è un altro discorso. Il Catechismo è chiaro su questo argomento. Al punto 2362 troviamo scitto:

Il Creatore stesso ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione

Premesso tutto questo e che, quindi, gli sposi devono cercare di conoscersi sempre meglio e trovare il modo di vivere questo gesto in modo che sia autentico, rispettoso della sensibilità dei due sposi e soddisfacente per entrambi la risposta alla domanda iniziale è semplice. Se lei non sente nulla? Se gli sposi hanno concluso l’atto in modo completo e nonostante ciò la sposa non è giunta al piacere non solo è lecito ma è gesto di carità ed amore da parte dello sposo aiutare la sposa a condividere il piacere che lui stesso ha appena sperimentato. Non è assolutamente peccato ma fa parte dell’essere coppia. Anche San Giovanni Paolo II nel suo Amore e responsabilità afferma: quando una donna non trova nei rapporti sessuali la naturale soddisfazione, legata all’acme dell’eccitazione sessuale (orgasmo) c’è da temere che ch’essa non senta pienamente l’atto coniugale, che non v’impegni la propria personalità totale. Quindi secondo il Papa questa stimolazione è parte integrante dell’atto completo, supplisce per condurre la donna a un piacere necessario per vivere il gesto nel giusto modo.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Spero di aver risposto a quanto richiestomi. Ho deciso di rispondere pubblicamente perchè Piergiorgio mi ha confermato essere un quesito che tante persone gli pongono.

Antonio e Luisa

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Noi così fragili ed imperfetti siamo luce del mondo e sale della terra?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. E’ già tanto che restiamo sani di mente! Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Noi!! Non è possibile!

Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Spesso guardiamo con invidia quelle famiglie che hanno qualcosa che a noi manca e non valorizziamo e rendiamo grazie a Dio per i nostro punti di forza. Per i nostri talenti.

Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce! Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo senza implodere nel vostro dolore ma donando l’amore di cui la vostra coppia è colma. Siete luce!Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che vivete in un perenne disordine un po’ schizzato ma nella gioia del dono reciproco. Siete luce! Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che proprio voi siete portatori di una luce abbagliante. La luce di chi è capace di restare fedele anche sulla croce, come anche Gesù è stato capace di fare. Voi che accogliete ed amate un figlio disabile e mostrate al mondo come la fragilità non sia solo sofferenza e difficoltà ma un invito ad amare sempre di più e sempre meglio. Siete luce! Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla. Se lo avete già visto nella modalità che vi offro sono sicuro lo riguarderete volentieri. Io l’ho visto almeno una quarantina di volte.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

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Benigni peccato! Hai mancato il bersaglio.

Benigni a Sanremo ha parlato del Cantico dei Cantici. Avendo scritto con la mia sposa Luisa un libro sul Cantico (Sposi sacerdoti dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice) mi sono sentito particolarmente interessato al tema proposto dal comico. Ho letto di tutto. Commenti entusiastici, gente scandalizzata, addirittura c’è chi ha accusato il premio Oscar di blasfemia. Ridimensioniamo tutto. Benigni non è un esegeta e si vede. La gente non lo ascolta per comprendere la Sacra Scrittura, almeno lo spero, ma per lasciarsi meravigliare e avvolgere dalla bellezza che traspare spesso da ciò che dice e da come lo dice. Al netto di tutto Benigni ha avuto un grande merito. Quello di portare al pubblico televisivo un testo meraviglioso come il Cantico dei Cantici. Ha avuto il grande merito di svelare la lettura più umana e letterale di questo testo senza per questo renderlo meno bello e meno regale. Non ha avuto, però, il coraggio o la capacità di andare a fondo nel testo e per questo alla fine ha mancato il bersaglio. Si è fermato all’elogio dell’amore erotico, della carnalità dell’amore. Che non è l’amore. L’amore erotico è davvero amore solo quando è parte di un amore totale. Quando è parte di un amore fatto sì di carne, ma anche di dono e di amicizia. Il Cantico dei Cantici è parola di Dio proprio perchè è capace di raccontare l’amore nella sua dimensione più completa. L’Eros è fatto di meraviglia e contemplazione proprio perchè è capace di andare oltre la superficiale dimensione corporea della persona e l’attrazione erotica, e diventa la porta che apre al cuore dell’altro/a. Una relazione che si concretizza nel corpo, nei baci, nelle carezze, negli abbracci fino ad arrivare all’amplesso e alla compenetrazione dei corpi, ma che non si esaurisce alle sole sensazioni corporee. Gesti che non servono ad un effimero e superficiale piacere corporeo, ma che permettono un piacere molto più profondo fatto di relazione, di comunione, di anime che si fondono e di cui l’orgasmo è una parte importante, ma non la sola e non la più appagante. Il Cantico è scandaloso per questo. E’ stato scritto 500 anni prima di Cristo in una società seminomade maschilista e patriarcale. Eppure la donna ha un ruolo attivo, partecipa all’amore perchè l’amore non si subisce ma si accoglie e si dona. Per questo è entrato con difficoltà tra i libri sacri. Per questo per secoli si è preferito evidenziare soltanto il suo significato mistico. L’amore tra Dio e il suo popolo. L’amore tra Gesù e la sua Chiesa, per noi cristiani. Pian piano però la verità sta venendo fuori. Perchè lo Spirito Santo non si può ingabbiare nelle nostre paure e nei nostri tabù. Finalmente tanti autori raccontano oggi il Cantico per quello che è: una meravigliosa relazione d’amore tra un uomo e una donna. Questo non nega la lettura mistica e allegorica del Cantico. Il Cantico continua a raccontare l’amore di Dio. Semplicemente l’immagine che più rappresenta l’amore di Dio, cioè come Dio ama, è proprio costituita dalla coppia di sposi. Guardando due sposi che si amano possiamo comprendere qualcosa di come Dio ama. Quindi una lettura non esclude l’altra, ma al contrario l’una richiama l’altra rendendo l’amore di Dio qualcosa di concreto e di cui possiamo ammirarne il volto. Ammirarlo in quello di due sposi che si amano e si donano l’un l’altra anche nell’amplesso fisico che diventa per loro una vera liturgia del loro sacramento e gesto sacro, gesto voluto da Dio. Gesto con cui fare esperienza di Dio. Dicevo però che Benigni ha sbagliato il bersaglio. Ha scoccato la sua freccia verso la direzione giusta, ma poi la traiettoria ha deviato e non è riuscito a raccontare l’amore del Cantico. Non è riuscito a raccontare la bellezza autentica dell’amore. Bellezza che nasce da un amore fatto di dono, servizio ed amicizia e che si concretizza nel corpo attraverso un amore tenero ed erotico. Solo amando così il corpo dell’amato/a resterà qualcosa da contemplare, una meraviglia di cui non ci si stanca mai perchè sarà trasfigurato da una vita d’amore che gli sposi sperimentano ogni giorno, nella loro quotidianità. Questo è l’amore del Cantico, questo è l’amore che Dio ha pensato per noi, questo è l’amore che voglio sperimentare con la mia sposa. Non quello proposta da Benigni che, seppur raccontato con enfasi e sentimento, mi appare una briciola in confronto a ciò che ho sperimentato in questi 18 anni di vita matrimoniale con la mia sposa. Rendiamo merito comunque a Benigni di averci dato la possibilità di ribadire qualcosa di vero ma poco conosciuto. Come dice Costanza Miriano: i cattolici lo fanno meglio. Non vergogniamoci mai di raccontare quanto è bello amarsi con Gesù. Come è bello fare l’amore e farci amore l’un l’altra.

Antonio e Luisa

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nella gioia e nel dolore. Ma nel dolore di chi?

Youtube ormai mi conosce. Tra i vari video consigliati mi ha proposto una conferenza dello psicoterapeuta Roberto Marchesini. Mi ha incuriosito perchè ho letto alcuni suoi libri e li ho trovati molto veri e aderenti a quanto cerchiamo di raccontare anche noi attraverso questo blog, i nostri libri e i corsi. Ho iniziato ad ascoltarlo, un po’ distrattamente mentre facevo anche altro, quando mi ha catturato una frase! Marchesini ha affermato un’ovvietà, ma che io non avevo mai preso in considerazione. Quando, durante il rito del matrimonio, promettiamo di amare l’altro/a sempre nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia ci stiamo davvero mettendo in gioco tantissimo. Stiamo giocando tutta la nostra vita. Siamo portati a pensare che il dolore e la malattia sia dell’amato/a. Viene facile quindi promettere di restargli/le fedele quando si trova in una condizione di fragilità e di debolezza. Diverso è il punto di vista offerto da Marchesini. Prometto di amare ed onorare l’altro/a quando io sono nel dolore e nella sofferenza, quando io sono nella malattia. Capite che già così è un tantino diverso. Cominciamo ad avere qualche riserva. Come! Se io non sto più bene con lui/lei devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi fa star male, magari mi tradisce, devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi abbandona e se ne va devo continuare ad amarlo/a?

Esattamente così! La mia promessa mi chiede di continuare ad amare quella persona.

E qui casca l’asino. Quanti credono ancora che sia giusto continuare ad amare l’altro/a? Credo pochissimi. E’ normale che sia così! Marchesini stesso rileva che nel reparto di psicologia delle librerie la maggior parte dei testi tratta della cosiddetta self psychology. Testi che tratanno di come prendersi cura di sè per stare bene ed essere felici. Prendersi cura di sè va benissimo, sia chiaro, ma non è ciò che ci può davvero dare senso alla nostra vita. Questo tipo di atteggiamento porta a centrare su di sè ogni bisogno e ogni desiderio. Questo non è l’amore. Questa non è la felicità. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo dell’aumento di persone che necessitano di cura psicologica nonostante nella nostra società occidentale ci si prenda molto più cura di se stessi e la cultura dominante ci renda sempre più narcisisti ed individualisti. Forse perchè la felicità risiede altrove. Dove quindi? Nell’amare gli altri, cioè nel decentrare l’attenzione da sè per concentrarla sull’altro/a. Io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro/a, quando mi dono all’altro/a, quando sono capace di sacrificio per l’altro/a. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci complemente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Tanti matrimoni falliscono perchè ci si sposa per il motivo sbagliato dice Marchesini. Ci si sposa per essere felici! Quale illusione! Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera.

Racconto un aneddoto che al tempo in cui lo ascoltai la prima volta restai scandalizzato e turbato. Ora lo comprendo. La nostra guida spirituale padre Raimondo, a una donna che lamentava il tradimento da parte del marito e chiedeva cosa fare, disse: Amalo di più per riattirarlo a te. Questo Gesù ha fatto per noi e questo gli sposi sono chiamati a fare. Hanno promesso di farlo, con la Grazia di Dio. Dai la tua volontà di farlo e Dio ti darà la forza che adesso non credi di avere.

Antonio e Luisa

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L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo” possa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/01/la-luce-oltre-le-luci/

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Vengo anch’io? No, tu no !

Il Vangelo di ieri ci presenta Gesù in una azione tra le tipiche del Messia: scacciare i demoni; infatti viene descritto un esorcismo nel quale un uomo è posseduto da una Legione di demoni, non uno solo ! Ci piace molto questo brano per diversi motivi: innanzitutto sbugiarda chi dice che il diavolo e i suoi demoni non esistono, che è solo frutto della fantasia di qualcuno; secondariamente zittisce chi vuole sminuire la figura di Gesù/Dio facendolo passare per uno che guariva gli epilettici e non gli indemoniati; inoltre si attesta che il diavolo e i suoi demoni obbediscono a Gesù (forse più di noi in alcuni frangenti); ed infine anche i diavoli riconoscono la divinità di Gesù chiamandolo “Gesù, Figlio del Dio altissimo”, quindi per riconoscere che Gesù è il Figlio dell’Altissimo non serve chissà quale fede gigante, ma senza fede vera Gesù non diventa il Signore, anzi il mio Signore. Ma apriremmo altri capitoli lunghissimi.

Oggi però ci soffermiamo sulla parte finale del brano citato : << Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati. >>

Ma come ? Questo poveretto appena liberato dai demoni Gli chiede “vengo anch’io ” e si sente rispondere “No, tu no “. Riecheggia già nella mente il simpatico motivetto della famosa canzone. Questo tizio lo supplicava, quindi verosimilmente avrà insistito un po’….tipo….dai Gesù ti prego fammi venire con te…..posso? Dai…..sto in un angolino zitto zitto buono buono, non ti accorgerai neanche di me……..poi magari girandosi verso Pietro……..vengo anch’io ? e Gesù : no, tu no. Vai invece nella tua casa ecc……insomma …questo Gesù non è proprio uno che bada all’etichetta. Ma perché avrà risposto così a quell’uomo? Non sarebbe stato meglio portarselo con sé anche solo per avere un promoter ? Un testimonial credibile della sua campagna promozionale ? Giusto per avere qualche follower in più…con una recensione del genere !!!

E invece no. Gesù è uno che fa cose inaspettate e di primo acchito incomprensibili. Anche noi, toccati dalla Grazia, siamo come quell’uomo. E non dobbiamo scegliere la strada più facile per seguirlo. In fondo se fosse rimasto al seguito di Gesù….avrebbe predicato ancora e sempre Gesù, e poi….sul più bello avrebbe tirato fuori l’asso dalla manica……chiedete a quest’uomo che prima di incontrarmi era indemoniato….il grosso del lavoro lo avrebbe continuato a fare Gesù e l’ex-indemoniato (tutto sollevato dalla responsabilità) si sarebbe limitato a confermare quanto predicato dal Maestro. Comodo no?

Cari sposi, quanto invece è più difficile obbedire al Maestro e tornare nella nostra casa, dai nostri affetti, e annunciare ciò che il Signore ha fatto per noi/me ! Quante energie, quanto rimetterci la faccia, quanto ci giochiamo la reputazione nel girare per la nostra Decapoli e proclamare ciò che il Signore ha fatto per noi ! Ci vuole coraggio, una forza da leoni ! Basta con i freni inibitori che sono solo cose legate a questa terra, a questa umanità. Il mondo ha bisogno di sposi evangelizzatori, in parole e in azioni…..cosicché anche quelli che incontriamo si possano meravigliare della grandezza di Dio così come è successo alla gente che ha incontrato quell’uomo ex-indemoniato.

…….la coppia: Vengo anch’io ? Gesù: No, tu no ! Hai un altro compito !!!

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina

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Dai suoi difetti ai miei!

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei.

Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Essere genitori significa lasciar andare.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

  1. Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.
  2. La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportsare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la colpa per la nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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Uno sguardo ravvicinato alla fede nuziale

Ispirato dal recente articolo di Antonio mi sono messo a contemplare la fede nuziale a modo mio: molto da vicino, usando una lente speciale. Mi piacciono i dettagli e mi è venuta voglia di osservarli (come direbbe Valeria: “sei un po’ pignolino amore mio”). Quindi attrezzi alla mano ho zoomato al massimo e… cavoli! È stato come osservare la faccia della luna! La superficie non assomigliava per niente a quel liscio cerchio splendente che vedevo “da lontano” ma anzi, era piena di solchi, graffi e screpolature, intaccata da centinaia di segni che visti così da vicino facevano orrore. Certo, non mi aspettavo una superficie a specchio, sono passati anni e anche a occhio nudo l’anello è opacizzato ma l’effetto è stato comunque sorprendente, talmente sorprendente che sono rimasto ad osservare quella superficie a bocca aperta per molti minuti. Quanta differenza! È incredibile che lo stesso oggetto possa apparire in due modi così diversi, cambiando semplicemente la distanza dal quale si osserva!

Ho due riflessioni che ho tratto da questa breve esperienza, la prima nasce dall’immediato accostamento anello-matrimonio: mi sono accorto che anche il matrimonio cambia completamente aspetto dipendentemente dalla distanza di osservazione, solo che le persone sposate di solito non se ne rendono conto. Gli sposi ovviamente vivono il proprio matrimonio da vicinissimo e in questo modo ne vedono ogni minimo difetto, molto chiaramente e molto bene, spesso sembra che questi difetti siano ferite profondissime e bruttissime, tali da sfigurare orribilmente il matrimonio stesso. Possono essere discussioni, incomprensioni, mancanze di gesti d’amore o qualunque altra cosa, ma la particolarità è che anche quando sono piccolezze, solo per il fatto che sono vissute sulla propria pelle, da vicinissimo, le fanno sembrare cose enormi e irreparabili. Eppure basterebbe così poco: fare un passo indietro e guardare tutto l’insieme, così ci si accorgerebbe che stavamo guardando un piccolo graffio quasi trascurabile e che non eravamo capaci di vedere in quanto amore abitiamo ogni giorno. Certo, mica è facile, dovremmo estraniarci proprio nel momento in cui ci sentiamo feriti, avere le mente lucida e non farsi coinvolgere proprio dalle cose più vicine a noi stessi, un compito quasi impossibile. Un ottimo modo di cambiare punto di vista è coltivare l’amicizia con altre coppie di sposi, a me e Valeria ad esempio ha fatto benissimo confrontarci con i nostri amici nell’Intercomunione delle famiglie o in altri ambiti, questo aiuta moltissimo, ci si rende conto che più o meno abbiamo gli stessi difetti degli altri ma quando si guarda una coppia dall’esterno si vede quanto è affiatata, quanto è preziosa, quanto bello e luminoso sia il loro matrimonio. Mal comune mezzo gaudio? No, non è così! Si tratta di avere davanti un esempio di sposi che nonostante i loro piccoli difetti sono splendidi perché sono sposi! E se gli altri sono così allora anche il mio matrimonio splende giusto? SI! Splende! Credeteci se gli altri ve lo dicono, è vero! Gli altri vi guardano da “un passo più indietro” e riescono a cogliere la bellezza in tutto il suo (vostro) splendore! Cercate le altre coppie di sposi, confrontatevi e ammirate quanto sono belle, è la stessa bellezza che si vede in voi!

L’altra considerazione: è vero, il mio anello è pieno di segni, la prima cosa che ho pensato è che fossero brutti e per di più ho pensato che simboleggiassero qualcosa di brutto nel mio matrimonio, ma come li ho fatti? Non li ho fatti forse lavorando? O insegnando ai miei figli o facendo qualche compito in casa? Ma certo! L’anello non lo tolgo mai, proprio mai e naturalmente è segnato da ogni avvenimento trascorso dal momento delle mie nozze in poi. Ci posso leggere tutta la mia vita dal primo giorno di matrimonio ed è un’opera d’arte! In pratica non è scalfito, è scolpito! L’ho fatto amando! Mi tornano a mente le parole di Papa Francesco durante il discorso ai fidanzati a San Valentino del 2014: “…Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria…” è un’immagine bellissima! Mi piace pensare che gli sposi siano gli orefici e che Dio sia colui che ci affida la materia prima, l’oro, per farne un bellissimo gioiello, ed è proprio vivendo quotidianamente che lavoriamo a questo compito, creando con pazienza e dedizione una anello unico e irripetibile, immagine dell’amore di Dio nella nostra personale interpretazione.

Se penso che l’unico modo di non graffiare l’anello è quello di non portarlo, magari lasciandolo chiuso in un cassetto… rabbrividisco, sarebbe come tradire la fiducia di Dio che mi ha affidato l’oro per farne un gioiello, che mi ha donato la mia sposa per crescere insieme nell’amore, ma che avrei ignorato. Invece eccomi qua, a contemplare una superficie piena di segni con l’occhio dell’artigiano che vede prendere forma al suo lavoro, che non vede l’ora di continuare a lavorarci immaginando altri segni, altri giorni, altri gesti d’amore.

Ranieri e Valeria

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“Ho sognato la Parola di Dio! Wow!!”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“Ma ti rendi conto?!” disse una moglie a suo marito.

“Oggi nel Vangelo si parla della semina della Parola di Dio nel cuore dell’uomo…ci sono quelli che accolgono la Parola e quelli che apparentemente la accolgono e quelli che…”

“Quale Parola?!” soggiunse il marito.

“Come quale Parola? La Parola di Dio!!” apostrofò saccentemente la moglie.

“E cosa dice questa Parola? Che Parola è? Io ad esempio dico una parola…tipo…casa. Ecco, casa è una parola…come lo è anche andare…si, anche questa è una parola. Che Parola è questa Parola di Dio che viene seminata…cosa dice questa Parola?…non riesco a capire…”

La moglie era già pronta a partire con la catechesi ascoltata su Whatsapp, ma a questa domanda così ingenua di suo marito non seppe sinceramente cosa ribattere e anziché lasciarsi interrogare profondamente, chiuse il discorso dicendogli snervata: “Sei il solito zuccone, non capisci nulla!!!”

“Sei il solito zuccone…non capisci nulla…vedi” disse il marito “questa è la tua parola…anzi…sono più di una, ma esprimono un unico concetto: per te non valgo nulla.”

L’ora era tarda…ognuno si girò sul suo cuscino e si addormentarono senza neanche dirsi buona notte…senza rivolgersi neanche una parola.

Lui fece un sogno.

La scena era simile a quella del Vangelo. Sotto al sole che picchiava c’era un seminatore con un grandissimo cappello di paglia sul capo che aveva due mani grandissime rovinate dal duro lavoro. Con una mano teneva un sacco pieno di semi e con l’altra raccoglieva i semi e li lanciava spargendoli sulla terra.

I semi erano fatti di un materiale particolare. Erano come quelle spugnette che quando le compri sono dure e minuscole…poi basta bagnarle che si aprono e si ammorbidiscono.

Ecco…questi semi erano così. Allora il marito “sognatore” si appostò dietro un cespuglio, e un seme gli cadde sulla testa. Appena il seme sfiorò il suo capo ecco che si aprì facendo intravedere una parola scritta.

Ora finalmente poteva soddisfare la sua curiosità, aprì il seme e lesse cosa c’era scritto.

Nel seme era impresso il suo nome, ovvero Antonio, e sotto riportava questa frase: “Antonio…tu sei l’amato da Dio”.

Lesse e rilesse quelle parole mille volte…e non poteva smettere di leggere poiché questa parola gli dava tanta felicità.

Si svegliò che ancora immaginava di leggere quel seme..e ripeteva con la sua bocca: “…io sono l’amato…io sono l’amato….io…sono….l’amato da Dio.”

Svegliò di soprassalto sua moglie che lo guardò con gli occhi sgranati di chi stenta a capire se sta ancora dormendo o se è già sveglio e le disse a voce alta: “Ho capito cosa dice la Parola di Dio!!!! Ho capito cosa dice Dio quando parla!!!”

Sua moglie lo guardò con sufficienza e si rigirò dall’altra parte. In quel momento il marito avrebbe voluto umiliarla con qualche parola dura…ma poi si ricordò che su quel seme c’era scritto: “Antonio, tu sei l’amato!” e decise di desistere dall’ira…abbracciò sua moglie che lo aveva maltrattato e si addormentò accanto a lei stringendola a sé.

Tutto era compiuto. Sapendosi amato ora Antonio, il marito della storiella, poteva essere libero di amare anche quando sua moglie decideva di non amarlo.

Ricorda che sul quel seme c’è scritto anche il tuo nome…ricordalo sempre e farai parte di coloro che

<<….coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno>>. Mc 4,1-20

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quei giorni che abbiamo voglia di litigare.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

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Ti riconsegniamo il nostro amore!

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, quando ci prendiamo per mano io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa

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Girando lo sguardo

Il Vangelo di oggi è breve ma denso; è una piccola parte di un brano più lungo che comincia così :<< 20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé>>. Quindi il motivo per cui i parenti di Gesù si fanno vivi è perché si preoccupano dell’appetito di Gesù; non vogliamo mancare di rispetto alla Santissima Vergine, però sembra che anche lei si preoccupi che il figlio mangi, che sia sazio, che non gli manchi il necessario, come tutte le mamme del resto. E già su questo particolare ha tanto da dirci questo Vangelo. Non perché vogliamo mettere in luce una possibile mancanza di fede della Madonna, ce ne guardiamo bene anche solo dal pensarlo, ma semplicemente perché questo atteggiamento di preoccupazione/sollecitazione materna da parte anche della Vergine Purissima, ci fa intuire che anche per Lei è stata una sorpresa continua la vita a fianco di Gesù, non tutto ha capito subito, ma………serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore materno. E lì il segreto: il silenzio interiore.

Ma veniamo al punto di questo racconto che oggi ci interpella più direttamente. Finalmente i parenti di Gesù lo trovano e : <<31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre.>>

Ammazza che paroloni ! Chi pensava ad un Gesù tenerone tipo Winnie Pooh o Babbo Natale dovrà ricredersi. Ma Gesù non era mica quello tutto sdolcinato, misericordioso, sempre gentile, mai sgarbato, una specie di nobile inglese uscito dalla Oxford ? Se vogliamo essere buoni chiudiamo un occhio su “miei fratelli”……. ma su “mia madre”…..NO dai !!!! Cosa avranno pensato quelli dentro la casa ? Ma questo qui è in terapia ma non da uno bravo, gli giro il numero di quello giusto…………..ma poi rinnegare (apparentemente) la madre noooooo…..visto che mater certa semper est. Senza contare che se la Madonna, da fuori, ha sentito tutto cosa avrà pensato?

Ad ogni modo ci ha colpito quel “girando lo sguardo”. E sappiamo bene che lo sguardo di Gesù è penetrante, è come una lama a doppio taglio, va in profondità, scruta, non ti lascia via di scampo. Se ci fossimo stati lì noi sposi attorno a Lui, avrebbe detto lo stesso di noi? Quando Gesù guarda la nostra coppia, scruta il nostro cuore matrimoniale, cosa vede ? Può dire di noi che per Lui siamo fratello, sorella e madre ? Cioè (tradotto) può riconoscere nella nostra vita di tutti i giorni ( ricordiamoci che ci siamo promessi di amarci ed onorarci TUTTI i giorni, ergo…..è un impegno che devo rinnovare ogni santo giorno ) che il nostro amore, che ci scambiamo vicendevolmente, è compiere la volontà di Dio ? Gesù, anche oggi, sta “girando lo sguardo” sul nostro matrimonio, rendiamoci degni di essere per Lui fratello, sorella e madre; ossia importanti come e forse anche di più dei legami di sangue.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

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Le Beatitudini, qui ed ora: per una vita piena.

Mi trovo a scuola, dove lavoro con i bambini dai tre ai sei anni. Ancora sento dentro di me la scia di luce e di intima gioia lasciata dal sorriso di una bimba. Una bimba che con il suo silenzio e con il suo essere quasi invisibile grida il suo bisogno di essere guardata, riconosciuta, amata.

Un grido che è arrivato e ha raggiunto i miei occhi, perché era senza voce, delicatissimo. E poi è giunto al mio cuore. Ho iniziato a guardare spesso questa bimba, ad avvicinarmi a lei un po’ alla volta, a restituire consistenza e visibilità a quella piccola creatura spaventata. E mentre lo facevo ho contattato anche quella piccola parte dentro di me tante volte ha desiderato di essere vista, ascoltata, conosciuta, e tante volte è stata delusa. Ho ripercorso dentro di me la strada della mia vita fino ad oggi. Ed ecco: benedico Dio per ogni passo della mia storia anche, e soprattutto, per quei passaggi difficili, per cui ho sofferto ma che hanno contribuito a rendermi ciò che sono oggi. Certo, non sono masochista, e so che non è la sofferenza che mi ha fatto crescere, ma il fatto di aver trovato qualcuno che mi aiutasse a starci dentro e a rileggerla, poi, in un’altra prospettiva. È stata la relazione con qualcuno a salvarmi, e sicuramente non ce l’avrei mai fatta da sola, perché io quello che potevo fare già lo stavo facendo. E non era sufficiente per salvarmi. Il male del nostro tempo storico e della nostra società è proprio questo: l’autoreferenzialità e l’autosufficienza. Non c’è un inganno più grande di questo! Le nostre ferite che ci portiamo dentro vengono sempre dalle relazioni e solo nella relazione possono guarire. E allora lì, Dio è intervenuto con me, proprio come io oggi sto facendo con questa bambina. Mi ha ridato la gioia di non essere sola, ha restituito un senso al mio vissuto e mi ha guidata per mano alla scoperta del tesoro che è per me tutta la mia storia. Questo, ovviamente, è accaduto tramite delle persone concrete, come la guida spirituale e altre figure di riferimento. Attraverso le ferite/feritoie della mia storia si sono aperti degli squarci di luce, di “beatitudine” (non per niente io sono sr. Ebe Lucia delle Beatitudini!): la felicità che ci offre il Signore non è superficiale, frivola o passeggera, ma nasce proprio lì dove nessuno se lo aspetterebbe. Chi avrebbe mai pensato che si può essere felici nella fatica, nel pianto, nella povertà…? Beh, io prima non avrei mai pensato che questi “poli opposti” della nostra esperienza potessero stare insieme! Ebbene, questa è la promessa di Dio a ciascun cristiano che si lasci interrogare dalla storia e dalla sua storia: «Beati voi»! Questo è il cammino che mi piacerebbe fare insieme a voi. L’ho capito quando oggi, dopo mesi che lavoro con lei, questa bimba si è rivolta verso di me, ha incontrato il mio sguardo e, per la prima volta, mi ha sorriso tenendo fissi i suoi occhi nei miei, senza distoglierli. Il suo sorriso oggi vale la pena di tutto ciò che ho vissuto e che mi ha portato fin qui.

Suor Ebe

Articolo originale su Amati per amare 

 

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Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Il Vangelo di questa domenica presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (in alcune traduzioni Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Contemplare la fede che portiamo al dito significa immergersi nell’infinito di Dio.

Oggi una riflessione così di getto che mi è venuta dal cuore mentre contemplavo la fede che porto al dito. Un anello che non è solo da guardare, ma da contemplare perchè racchiude, nella sua semplice perfezione, una verità così grande che è davvero incredibile pensare possa essere racchiusa in quell’oggetto così piccolo.

L’anello nuziale ha diverse caratteristiche ed ognuna di esse ci può dire tanto. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Ci sono tantissime riflessioni che si possono fare contemplando le fedi, davvero tante! Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre Cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettere l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Inciso all’interno c’è la data del matrimonio e il nome dell’altro/a. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro/a. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Antonio e Luisa

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L’Amore non presenta il conto

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

E’ sera. Guardiamo alla giornata appena trascorsa. Quante forze spese per fare cose per la nostra famiglia.

Piatti lavati, parole che hanno cercato di confortare l’altro, passi per accompagnare i figli a scuola, carrello spinto per fare la spesa, ginocchia piegate per allacciare una scarpa, mani messe in tasca per cercare un fazzoletto per soffiare un nasino altrui, e tanto…tanto altro.

La stanchezza sulle spalle si fa sentire dopo cena, e una richiesta piccola e normale da parte del nostro coniuge può risultare eccessiva:

“Vai a buttare la spazzatura?” innesca una serie di pensieri che anziché aiutarti a vedere quanto gli altri sono stati bene grazie al tuo aiuto, ti spinge a contare tutte le singole gocce di fatica che hai versato.

Ed allora anziché ringraziare Dio per la salute e la vita che ti ha dato oggi da poter spendere per la tua famiglia, inizi con la calcolatrice a fare i conti all’altro:

“Ah si, devo andare a gettare anche la spazzatura adesso?!” Ma lo sai quante cose ho fatto oggi?!” …ed inizi l’elenco come fosse uno scontrino da presentare al cliente:

  • Antipasto di sveglia all’alba
  • Colazione preparata per voi e poi per me
  • Merenda negli zainetti
  • Pranzo preparato mentre sono tornato a casa dopo una mattinata di lavoro
  • Frutta
  • Caffè e ammazzacaffè…perchè IIIIIOOOOOO mi sono AMMAZZATO PER TEEEEEEE!!!!

Insomma…quello che poteva essere un capolavoro di gratuita oblazione familiare, sei riuscito a rovinarlo monetizzando ciò che magari avevi fatto con il cuore.

E la ciliegina sulla torta ce la metti nel conto quando con stizza aggiungi: “Perché io al contrario di te qui mi do da fare!”.

E li crolla tutta la poesia che durante la giornata eri riuscito a creare quando avevi preparato il caffè al mattino per permettere all’altro di non fare tardi al lavoro, quando avevi riempito il bicchiere all’altro con un sorriso, quando – in una parola – ti eri donato gratuitamente attraverso piccoli gesti quotidiani.

Hai presentato un conto salato al tuo coniuge e anche se per certi versi avevi ragione nel dire che sei stanco, hai esagerato e hai trasformato il tuo regalo in un vuoto a rendere.

Da dove può nascere questo tuo modo di fare? Non saprei…forse un po’ dal fatto che ti senti padrone. A volte ci sentiamo padroni delle forze che abbiamo nelle mani e del tempo che abbiamo da vivere.

“Time is money” – “Il tempo è denaro” dicono a Wall Street e tu ripeti queste parole nel tuo cuore. Il Tempo è denaro che non vuoi sprecare per il prossimo perché credi che ti appartenga, credi che tu lo abbia guadagnato.

In qualche parte del tuo cuore sei convinto che la tua vita dipenda da te, che se hai avuto le forze per “servire” la tua famiglia oggi, tu lo debba al fatto che sei uno che la salute in qualche modo se la merita.

E se, invece, il tempo fosse la tua occasione? E se le forze che hai a disposizione fossero un prestito che “Qualcuno” ti ha fatto affinché tu possa tergere una lacrima, spazzare sempre lo stesso pavimento, raccogliere 200 volte lo stesso giocattolo di tua figlia o semplicemente per sorridere?

Già, pare che per sorridere occorrano innumerevoli muscoli del viso. Tanti muscoli che devono muoversi insieme.

Ma sai che per tenere il broncio ne occorrono molti di più? Sai che per lamentarti di quanto sei stanco a fine giornata ti occorre più fatica che quella che comporta andare a gettare la spazzatura col sorriso?

Se sei veramente stanco, prenditi una pausa dalla rabbia e abbraccia tua moglie o tuo marito…e a fine giornata ti sentirai come quel servo inutile di cui parla Gesù nel Vangelo:

Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10)

Un servo inutile a sé stesso…ma tanto contento perché utile per gli altri.

Un servo che sa bene di non essere il padrone della vita, del tempo…

Sarai un servo, anzi…un amico del vero padrone della vita: Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Se io mi arrabbio…o se si arrabbia l’altro.

Se io mi arrabbio, e uso la mia rabbia per ferire, allontanare ed escludere, è perché ho dei “buonissimi” motivi per perdere la pazienza, e l’altro dovrebbe pure saperlo visto che ricasca sempre negli stessi errori, e visto che gli ho detto o fatto capire tante, troppe volte che certi suoi atteggiamenti e sbagli mi irritano profondamente …

Se io mi arrabbio, è perché “è il mio carattere e non posso farci niente, ma proprio niente”, e l’altro mi “deve” accettare cosi.

Se io mi arrabbio e tratto male l’altro, mi dico che non lo sto trattando male, sto “solo” esprimendo miei sacrosanti diritti (che però non si capisce bene perché io sia convinta che sia meglio urlarglieli e mettere tensione in ciò che dico) e arrivo a convincermi che aumentare la mia rabbia e buttargliela davanti sia ormai “l’unica” cosa da fare per far capire all’altro come mi sento, e che la rabbia espressa da me sia in realtà non tanto aggressiva…

Se io mi arrabbio e decido di usare la mia rabbia facendo finta di niente e scegliendo apparentemente atteggiamenti comunque “gentili” formalmente, ma covando rancore, (e un pizzico di vendetta per sentirmi anche “forte”), e scegliendo atteggiamenti apparentemente innocui ma che mettono muri, inviando il messaggio che l’altro non ha la mia considerazione e attenzione, e lo “merita” di non essere più considerato e avvicinato con amorevolezza, non sto usando ipocrisia e atteggiamenti un po’ subdoli per ferirlo a mia volta, per “punirlo”, ma sto secondo me “solo” usando modi indiretti per fargli capire (ma lo capirà così o si sentirà solo ferito e non amato?) che si sta comportando male, che mi ha fatto dispiacere, e anzi a volte mi giustifico dicendo che non è “educazione” cercare di chiarire, parlare di ciò che mi sta facendo dispiacere … ma mi convinco che sia più “educazione” ignorarlo e se possibile escluderlo in qualche modo con le mie scelte e atteggiamenti. Peccato che poi non solo l’altro a quel punto sta male e reagisce spesso a sua volta male, ma anche che la mia autostima e la mia pace interiore comincino a vacillare e non mi sento più in fondo in fondo contenta di me, e diminuisco in quei momenti la mia risorsa di poter amare e costruire gioia per me stessa e per gli altri, E quello che non faccio agli altri di bene, come un boomerang non lo faccio neanche per me, incattivendo e imbruttendo in quella interazione e situazione il mio cuore.

Se io mi arrabbio, è “normale” che non ho bisogno di dare occasioni all’altro per spiegarsi, per chiarire, per chiedermi scusa, ma sono “buona” se ancora gli parlo comunque, ma dentro me inizio a mettere enormi distanze tra me e l’altro, e chissà perché mi convinco che l’altro tanto non se ne accorge o che comunque se se ne accorge “meglio cosi”…

Se mi arrabbio, e decido di punire, non perdonare, mi sento a volte solo nel giusto, perché mi dico, mentendomi, che “solo” così otterrò un cambiamento e ravvedimento dall’altro.

Se mi arrabbio, e decido che non voglio chiedere “perché” all’altro, è perché altrimenti sarei una “debole”, l’altro non vedrebbe abbastanza il mio grande dolore e delusione.

Se mi arrabbio, e non rivolgo più la parola all’altro, è perché mi convinco che l’altro se mi vuole bene deve essere lui, e solo lui a fare il primo passo di riconciliazione verso di me, preferibilmente chiedendomi pure scusa altrimenti non lo perdono, perdendomi così la possibilità di amare gratuitamente, con la libertà preziosa interiore di non far dipendere il mio stato d’animo e la mia serenità da ciò che fa o non fa l’altro nei miei confronti …

Se invece è l’altro che si arrabbia con me e che mi ferisce, mi allontana e mi esclude, e mi tratta male ogni volta che ricasco negli stessi errori, è “sicuramente” perché è cattivo, cattivissimo, mi odia, non mi sopporta e dice le cose solo per umiliarmi.

Se è l’altro che si arrabbia con me, e nell’arrabbiarsi mi butta davanti la sua grande rabbia e mi tratta male, è “sicuramente” e “solo” perché vuole trattarmi male, è aggressivo e insensibile, e non perché forse ha paura di non essere preso in considerazione nel suo dolore e nelle sue fatiche. Pur sbagliando i modi di esprimermelo,

Se l’altro non mi affronta direttamente, e usa modi indiretti e subdoli per farmi capire che è arrabbiato, è perché in fondo è solo un ipocrita, bugiardo e finto, e non “merita” più neanche la mia considerazione e attenzione, perché troppo perfido e poco chiaro, diretto. Meglio evitarlo per non finire vittima delle sue cattiverie indirette. Invece di provare io per prima, con un po’ di semplicità, e chiarire, parlare apertamente e direttamente, aiutando così anche l’altro e rendersi conto del suo nascondersi, mentire, ferire indirettamente, invece di stimarlo comunque e cercare di aiutarlo ad avere più serenità e coraggio di parlare francamente, non smettere di creare ponti veri, solidi.

Se è l’altro ad arrabbiarsi ed escludermi, non è perché sta soffrendo e sta scegliendo modi non costruttivi per farmelo capire, ma è perché è troppo cattivo, duro, insensibile e anaffettivo …

Se è l’altro a non perdonarmi, ma mi punisce e rimprovera, è perché non è “capace” di perdono, perché non ha capacità di amare come invece io so fare, è perché non capisce niente ed è un “muro” vivente.

Se l’altro si arrabbia, e non mi rivolge più la parola, o cambia atteggiamento verso me, o mi tratta freddamente o non interagisce più con me, allora non vale la pena, secondo me a volte, di cercarlo, di capire cosa è successo, di amarlo comunque, ma trovo a volte “normale” comportarmi di conseguenza, magari aggiungendo pure dentro me la pesante sfumatura del “se l’e’ voluta lui “ questa mia reazione, questa mia passività e scelta di non cercarlo più di far finta di niente finché l’altro non cambia…

Se invece mi arrabbio con Dio, Lui non mi ignora, non si vendica, non mi aggredisce, ma mi corregge con amore, continua ad amarmi gratuitamente, e non fa dipendere il Suo Amore e la Sua attenzione e cura e sollecitudine verso me da come io lo tratto, da se lo ignoro o no, da se lo incolpo o odio, ma mi ama, mi aspetta a Braccia aperte, sempre, con infinita misericordia, sempre con quel suo Sguardo e Sorriso pieni di Amore per me.

Francesca Bisogno

Articolo originale su Albastellata

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Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù

Di seguito potete trovare una testimonianza molto bella. Non solo bella, ma utile a tanti che non credono più nel matrimonio. A volte mollare sembra la soluzione più sensata e corretta, ma se siamo sposi in Cristo non dobbiamo mai dimenticarci che Lui è con noi e portare in salvo il nostro matrimonio è la Sua priorità. Per questo non si tirerà indietro e ci riempirà della Sua Grazia che è forza, speranza e vita. Ci chiede solo di fidarci, di impegnarci a fondo e di abbandonarci a Lui. Lui trasforma l’acqua in vino ma la fatica di riempire le giare dobbiamo farla noi (cit. Chiara Corbella). Giuseppina l’ha fatta!! Per lei e suo marito è avvenuta una resurrezione. Vi lascio alla testimonianza.

Buonasera, mi chiamo Giuseppina. Vorrei testimoniare anch’io la presenza di Cristo nella mia vita. Ho 46 anni, mi sono sposata giovanissima, a 20 anni, contro il volere di mio padre. Ho lasciato la mia terra, la mia famiglia e il mio lavoro per seguire mio marito. Siamo stati fidanzati cinque anni e per questo credevo di conoscere l’uomo che sposavo. Non era così. La nostra prima bambina è arrivata subito e con lei tante difficoltà che si sono aggiunte a quelle che una relazione matrimoniale comporta. Non accettavo la mia situazione, mi mancava la mia terra. In più ero sempre sola perché mio marito lavorava in un’altra città. Partiva la mattina e rientrava la sera. Non mi sentivo più amata e il nostro matrimonio stava velocemente naufragando. Ho trovato la forza per non arrendermi solo grazie alla messa domenicale dove potevo attingere alla sorgente della vita: l’Eucarestia. Quando avevo 26 anni nacque il nostro secondogenito, ma il matrimonio non migliorò, al contrario peggiorava sempre di più. Non volevo separarmi anche se la tentazione era forte. Ciò che mi legava era il voler restare fedele alla promessa che avevo fatto a Dio il giorno delle nozze. Sono andata avanti vent’anni così, non ce la facevo più, volevo gettare la spugna, volevo arrendermi! Avevo deciso: mi separavo da mio marito. Ormai non c’era più nulla in comune tra di noi, non avevamo nemmeno più neanche rapporti intimi. Più nulla! Io continuavo comunque ad amarlo nel mio cuore anche se non ero ricambiata. Un pomeriggio mi recai alla mia chiesetta, mi inginocchiai davanti al tabernacolo e piangendo chiesi perdono al Signore per quello che avevo deciso di fare. Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù e di credere ancora nel mio natrimonio. In quel sacramento dove Gesù era presente tra noi. Ho messo ancora una volta tutto nelle mani del Signore. Quella sera io e mio marito, non so perchè, decidemmo di avere un ultimo rapporto intimo. Era forse un modo di dirci addio. Ovviamente prendemmo precauzioni e usammo un profilattico. Dopo 20 giorni scoprii di essere incinta. Non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile concepire un figlio usando un profilattico, in un giorno che non doveva essere fertile, in una donna di 39 anni. Sono certa che è stato un dono di Dio, un’opera del Signore. E’ stato il modo che ha avuto di dirci che Lui credeva ancora in noi. In quel periodo, oltretutto, lavoravo solo io, mio marito era disoccupato da due anni. Sapevo benissimo che il mio titolare mi avrebbe licenziata non appena avesse saputo della gravidanza. Cosi fu, ma mi sono fidata del Signore, Lui avrebbe provveduto a far crescere questa bambina, non le sarebbe mancato nulla! Il Signore è fedele. Oggi lavoriamo entrambi, non ci manca nulla, ma il dono più bello che Dio ci ha fatto è la nostra conversione, ci ha donato un cammino neocatecumenale e siamo entrambi risorti. Lo scorso anno abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio ed è solo la Grazia di Dio che fa nuove tutte le cose, che ha trasformato il mio matrimonio da acqua (poca) in vino, il più delizioso. Amen!

Giuseppina.

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I nostri Amaleciti

Oggi ci lasceremo scuotere dalla prima lettura di ieri (1 Sam 15,16-23 ) che per esigenze di spazio non riportiamo tutta ma solo la parte che ci interessa << Il Signore non ti ha forse unto re d’Israele? Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: “Va’, vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?………Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti.>>. Praticamente Samuele è portavoce di Dio e rimprovera Saul. Ma cosa avrà fatto di così terribile Saul da meritarsi un trattamento così severo da parte del Signore ?

In fondo gli Amaleciti li aveva sterminati tutti come aveva ordinato il Signore, che se ne fa un Dio degli animali sterminati, del bottino ? E poi Saul aveva ascoltato il popolo, lasciando che prendesse le primizie del bestiame per sacrificarli al Signore, perciò cosa ha da lamentarsi questo Dio ? Cosa vuole ancora di più ? E’ così preciso che sta lì a contare quanti agnellini nei greggi sono quelli degli Amaleciti ? E’ un Dio contabile, vuole il bilancio a fine anno ? Sta lì proprio a fare l’inventario del bottino ? Apparentemente a questo Dio non gli va mai bene niente.

Ma se ci fermiamo un attimo capiamo che spesso anche noi facciamo come Saul, e cioè ci teniamo qualcosa per noi….non si sa mai. Il Signore ci dice di abbandonare la vecchia vita, le cattive compagnie, gli affetti disordinati, le cattive abitudini, gli spettacoli mondani o peggio disinibiti…. e l’elenco potrebbe continuare a seconda della propria vita……e noi spesso diciamo al Signore: sì sì sì ma poi………qualcosa lo tengo per me. Non ci abbandoniamo mai fino in fondo nella volontà del Padre.

Per trasferire il tutto nella vita matrimoniale: ……..ma ceeerto Signore che ho capito che devo avere occhi solo per mia moglie, ma sai…..quando mi passa accanto quella donna con quelle curve…….solo un’occhiatina……anche l’occhio vuole la sua parte. Ceeeerto Signore che abbiamo capito che la castità matrimoniale è essenziale, vitale, indispensabile per la nostra santità ma daaaaiii………ogni tanto un piede nella lussuria non fa male…..solo un pezzettino. Ceeeeeerto Signore che abbiamo capito che dobbiamo pregare tutti i giorni, però proprio tutti tutti tutti ? Non ti basta la domenica ? Ceeeerto Signore che dobbiamo fidarci della tua Provvidenza, però anche noi dobbiamo fare i nostri calcoli, abbiamo già un figlio, suvvia…..

E ogni coppia di sposi ha il proprio elenco personalizzato. Quali sono i nostri Amaleciti da sterminare ? Attenzione non ne deve restare nemmeno uno, neanche il bestiame minuto o qualsivoglia bottino. I nostri Amaleciti sono i nostri vizi. Facciamo solo l’elenco dei capostipiti dei vizi, i cosiddetti vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.

Sposi, quali sono i nostri Amaleciti ? Individuiamoli e sterminiamoli fino all’ultimo.

Buona battaglia.

Giorgio e Valentina

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Dall’inizio al per sempre…..passando per Gesù

In volo verso il Principato di Monaco, per un incontro-testimonianza riguardante la nostra missione a favore delle famiglie, apro il piccolo Vangelo che reco sempre in borsa e una parola assai importante cade sotto il mio sguardo. È il Vangelo di Marco al capitolo 10, dal versetto 1 e seguenti. Subito mi colpisce il fatto che la folla, non una singola persona, accorreva numerosa per fare domande a Gesù, ma soprattutto per metterlo alla prova su una questione riguardante proprio un argomento matrimoniale: il ripudio! Senza entrare qui nel merito dell’argomento dell’atto di ripudio, vorrei porre l’attenzione sull’atteggiamento di coloro che hanno posto la questione, cioè sul modo di relazionarsi con la persona di Gesù. “Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”. Questo atteggiamento di prendere Gesù “in castagna” è assai frequente scorgerlo nella Sacra Scrittura e in varie occasioni ma, Lui risponde sempre partendo da altri punti di vista rispetto agli interlocutori. Qui ad esempio, sapendo dove volevano arrivare, è Gesù stesso che li conduce a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire e torna indietro, torna alla legge data da Mosè. Vero infatti che Mosè scrisse quella norma ma fu “costretto” a causa della durezza dei cuori di chi aveva davanti. Gesù sposta l’attenzione e va diritto al centro del bersaglio e, a questo punto, è tutta una questione di cuore! All’inizio non era cosi perché, si legge più avanti, “… dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina, per questo l’uomo lascerà suo padre sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne (Mc 10,6-8).
Vorrei condurre ogni coppia all’inizio, al principio della propria storia, al momento in cui gli occhi di quel maschio e di quella femmina, creati ad immagine e somiglianza di Dio, si sono incrociati e hanno desiderato continuare a guardarsi per sempre. Questo è il momento in cui occorre fermarsi perché il pensiero di Dio si è concentrato su due persone, proprio quelle e non altre, e ha plasmato un progetto che avesse un inizio e lo ha guardato come la sua migliore attuazione. Mettete i vostri nomi e vi ritroverete per primi all’inizio della creazione, perché Dio ama ciascuno e ciascuna coppia, come se non ve ne fosse nessun’altra al mondo! Voi siete speciali. Ma che straordinario mistero vi è in un Dio che addirittura si prostra dinanzi a due volontà, fragili, imperfette e ferite e concorre, come il tifoso più “accanito”, alla costruzione di una famiglia? Cosa è accaduto rispetto a questo inizio? Di sicuro quei tanti farisei che arrivavano in folla a domandare a Gesù sulla liceità del ripudio avevano motivi molto importanti. Molte coppie, quando giungono a vivere situazioni difficili sono inchiodate nella disperazione di non poter risolvere qualunque problema e rivolgono a Gesù la stessa domanda. Spesso il loro atteggiamento è proprio quello di metterlo alla prova cercando di convincere Gesù stesso
che non ci potrà essere alcuna soluzione se non quella evidente all’occhio umano e che il grado di sopportare è così alto da non ammettere replica di sorta. È lecito Signore abbandonare il campo ormai divenuto di battaglia? Non facciamo altro che litigare distruggendo ogni ambito nella nostra vita. Il mio coniuge è ormai un nemico e poi me l’ha fatta così grossa da non poter accettare nulla, assolutamente nulla. Sarei anche disposto a morire per l’altro ma non si può essere soli, cioè, se anche l’altro morisse per me allora sì ci sarebbe equilibrio ma così proprio non funziona. Quando si arriva alla frutta il primo pensiero è il rifiuto, il ripudio, e vorremo che questo diventasse una norma per sancire un criterio più giusto alla nostra personale fuga. Ma quando Gesù viene messo alla prova Lui sa come trasformare lo stato dell’uomo. Guarda il tuo cuore, dice il Signore e scruta nel profondo quel motivo che ti portò a scegliere ciò che adesso vorresti “ripudiare”. Tu non sei solo quello di oggi ma sei quello dell’inizio. Colui che ha camminato con i suoi passi verso l’altare del sì pronunciato e creduto. Perché vuoi mettermi alla prova, dice Gesù?

Tu devi usare la grazia che Io stesso sono per voi. Invitami nella vita ordinaria e in ciascuno di quei problemi che ti rendono l’altro un nemico. Te lo renderò amico se comprendi quanto quel simile ti è d’aiuto e ti sosterrò, gratuitamente, per consentirti di essere quella sola cosa che Io, il tuo Gesù, ho Benedetto. “…dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,9). È Dio che ha unito, messo insieme progettato la chiesa domestica di quell’uomo e quella donna che siete, con i vostri nomi, proprio voi due, diventati una sola carne. Gesù non mette alla prova ma sostiene nella prova. Ecco il punto di svolta del rapporto con Dio. Spesso siamo portati a colpevolizzarlo perché la sofferenza ci sta così stretta, ovviamente, che ce la prendiamo con Lui, come dire: “guarda che peso immenso è diventato la donna, o l’uomo che mi hai messo accanto”!!! Diverso sarebbe invece: “Signore, la situazione che vivo è difficilissima, insostenibile, ma tu c’eri all’inizio e ora ci sei ancora per aiutarmi, sostenermi, nutrirmi e concedermi tutte le capacità per far fronte a cose che da solo non potrei ma con la tua grazia, appunto perché grazia, io posso farcela e addirittura aiutare il misero che mi hai donato. Siamo tuoi figli e tu hai cura di noi. Non permettere che il nostro cuore, duro, si solidifichi sempre più ma rendilo vulnerabile, morbido, un cuore di carne, assetato di Spirito Santo.
Signore siamo noi che vogliamo essere messi alla prova, perché vogliamo modellarci al bene, vogliamo limare ogni callosità acquisita nel tempo e guardarci con occhi nuovi e soprattutto vedere. Siamo partiti con te nella regione della Giudea all’inizio di questo vangelo (Mc 10,1) e in tutto questo viaggio, gli anni del nostro matrimonio, le fatiche, le gioie ma soprattutto i dolori, siamo arrivati a Gerico, alla fine di questo Vangelo (Mc 10, 46). C’è un cieco che sta mendicando e quando “sente” che arrivi tu Gesù, comincia a gridare dicendo: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (v. 47). Siamo noi quel cieco, caro Signore, siamo la coppia che hai benedetto quel giorno! Allora Gesù disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi”? E se la coppia risponderà “Rabbuni, che noi vediamo di nuovo!”, Gesù potrà dire loro: “Andate figli miei, la vostra fede vi ha salvato” e subito videro di nuovo e lo seguirono lungo la strada. (Mc 10,51-52).

Cristina

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