Abbraccia il tuo “nemico”

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morte, che le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

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“Amare: tra il dire e il fare bisogna contemplare”

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo.

Oggi vi raccontiamo una storiella.

C’era una volta una signora che si recò dal medico e gli parlò del suo strano dolore.

“Dottore guardi…ho un non-dolore al centro del cuore.”

“Mi dica qualcosa in più. Si spieghi meglio!” replicò il medico.

“Si, ha ragione…solitamente si va dal medico per i dolori. Io avverto un non-dolore e tanta stanchezza.

Guardi…la mattina mi sveglio e mentre preparo il caffè per mio marito e mentre lui si occupa delle bambine cerco di essere felice, ma poi vengo assalita da tutti i pensieri di ciò che dovrò fare durante la giornata.

Quando penso agli impegni un po’ il non-dolore mi passa…una botta di adrenalina mi riempie le vene e allora come un fulmine inizio a pulire casa, poi esco per il lavoro, poi torno e cucino, poi mio marito torna a casa con i nostri figli che ha preso da scuola ed allora pranziamo.

Pranziamo benissimo, cerco di cucinare tutto al meglio e non trascuro nessun dettaglio. Mentre pranzo mio marito guarda il cellulare e i miei figli dopo un boccone sono già davanti alla TV mentre io finisco di pranzare in piedi mentre inizio già a lavare i piatti, poi…”

“Stop! Signora, ha già detto abbastanza. Quando avverte il suo non-dolore?”

“A fine giornata caro dottore.

Mio marito, che è un brav’uomo e mi aiuta davvero tanto è lì, accanto a me sfinito. I bambini dormono e io ho ancora un filo di forze per pensare a quanto vissuto. La casa è pulita, il lavoro – seppur mal retribuito – funziona…io e mio marito non litighiamo quasi mai…ma, prima di chiudere gli occhi il non-dolore mi assale.

Ripenso in un istante alla mia giornata e vedo solo i compiti che ho svolto…ma non vedo i volti delle persone accanto a me.

Vedo le camice che ho stirato per mio marito…ma non ricordo il suo viso.

Vedo i letti che ho rifatto per i nostri figli, ma non ricordo i loro sorrisi.

Ed è qui che provo il mio non-dolore. Va tutto bene, ma sto male. Amo la mia famiglia, ma non so più che volto ha.

E’ grave?”

Replicò lentamente il medico: “Vede signora…lei dice e fa molte cose dalla mattina fino a sera. Brava. Fa tutto con molta cura e attenzione e la dedizione non le manca.

Una cosa però la sta trascurando. Forse una delle più importanti. Sta dimenticando di contemplare.

Contemplare, star lì innanzi a suo marito, magari senza dire nulla, senza far nulla…ma godendo semplicemente della sua presenza.

Il suo non-dolore nasce proprio da una mancanza di godimento. Non riesce a godere delle persone, degli affetti e delle piccole cose di ogni giorno. Si sta convincendo che amare significhi “dire e  fare”, ma sta dimenticando il contemplare.”

Poi il medico si alzò dalla sua sedia e venne qui a chiedere a te che leggi:

“E tu che leggi, riesci ancora a contemplare il volto del tuo coniuge, dei tuoi figli. Riesci a gustare la loro presenza senza lasciarti divorare dagli impegni? 

Lasci che gli altri assaporino la tua presenza stando semplicemente accanto a loro…a non far nulla di preciso, ma semplicemente stando?

Rifletti! Come cristiani siamo chiamati al Paradiso che, pare, sia la contemplazione eterna del volto di Dio. 

In paradiso si va preparati…prepariamoci dunque a questa contemplazione del nostro Sposo Divino attraverso la contemplazione del nostro sposo umano. E impareremo a godere. Godere veramente e pienamente. Da ora e per sempre.”

Poi il medico aprì il Vangelo e lesse:

“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta»”

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La passeggiata di Chagall

Chagall_Promenade_La_Passeggiata

La riflessione di oggi ci porta ad approfondire un’opera d’arte. Si tratta de La passeggiata di Marc Chagall. Un artista che io amo in modo particolare, non solo per le forme e colori delle sue opere che rimandano ad un mondo sfumato, delicato e fiabesco. Lo amo per il ricchissimo contenuto simbolico che si può trarre dai suoi dipinti, sono vere e proprie opere iconografiche. Oggi vorrei approfondire, da un punto di vista sponsale, questa opera, dipinta in Russia tra il 1917 e 1918. Ci sono elementi molto interessanti. La cittadina sullo sfondo è Vitebsk (Bielorussia). I due giovani raffigurati nell’opera sono Chagall stesso e la moglie Bella. Il pittore nel 1917 ha circa 30 anni ed è sposato con Bella da meno di 2. Hanno appena concepito la loro primogenita Ida. Questo è il contesto personale in cui l’artista dipinge questo quadro. E’ un’opera molto spirituale. La cittadina è rappresentata in modo molto semplice e indefinito. L’unico edificio che si distingue è quello di culto (potrebbe essere una sinagoga come una chiesa ortodossa) che è di un rosa pallido. Il colore rosa si forma per unione del rosso e del bianco e di conseguenza mutua da essi il suo significato di amore e sapienza divina. Per questi attributi la sua portata simbolica è analoga al colore giallo, con la differenza che oro e giallo sono considerati superiori perché si riferiscono a Dio e alla sua rivelazione, mentre il rosa incarna l’uomo che riceve la Parola divina. C’è una netta separazione tra il colore della sinagoga che richiama il Cielo rispetto a quello delle altre costruzioni che richiama la Terra. Chagall ci sta dicendo che il loro amore è concreto e vissuto nella realtà della società in cui si trovano, ma è altrettanto spirituale, vissuto alla luce della Parola e della presenza di Dio. Chagall nasce nella tradizione e religione ebraica, ma sembra che il suo percorso di vita e artistico lo abbia condotto a Cristo. Tanto che uno dei suoi ultimi pensieri prima di morire rimanda in modo evidente a Gesù: Un giorno, io lo so, mi accoglierai e della morte svanirà il ricordo ma non l’amore, e della vita svanirà il mistero ma non l’incanto. Ed al compagno delle mie paure potrò mostrare finalmente quanto – segretamente – io desideravo che mi fosse accanto nel giorno della Tua rivelazione.

Proseguiamo con l’opera. I due giovani sposi sono in una posizione alquanto originale. Lui con i piedi ben piantati a terra e lei che vola, come fosse un aquilone. Se non ci fosse lui a trattenerla lei volerebbe su nel cielo. Qui c’è tutta la sua concezione del maschile e femminile. Una concezione che io condivido pur riconoscendo che non sempre sia così e che tutte le coppie di sposi hanno una loro originalità unica. Lui, l’uomo è colui che resta saldo con i piedi per terra. Lui è colui che guida e che riesce a mantenere una concretezza necessaria per affrontare la vita e i problemi che la vita mette innanzi ad ogni coppia. Lei è colei che aiuta il suo sposo ad avere uno sguardo verso il Cielo, verso Dio, verso l’eterno. Lo aiuta a comprendere che ogni problema e tutta la loro vita vanno letti alla luce dell’amore eterno di Dio.

A terra c’è una tovaglia di sfondo rosso con tanti fiori di tanti colori. Sopra di essa è poggiata una bottiglia di vino con un calice. Quanti simboli in una sola immagine! Io non conosco il sentimento religioso di Chagall in quel periodo. Chiaramente, da cristiano, leggo tantissimo da questa raffigurazione. Lo sfondo rosso è l’amore carnale, erotico. I fiori rappresentano i colori, i profumi, la bellezza dell’amore sponsale. Rimandano al Cantico dei Cantici. All’esplosione dell’amore delle origini: puro e autentico, ma proprio per questo autenticamente erotico e carnale. Un paradiso terrestre dove Marc e Bella sono i nuovi Adamo e Eva. La felicità che aveva preceduto la cacciata sembra adesso ritrovata, in questo attimo il pittore dipinge l’eternità dell’amore. Poi c’è il vino e il calice. L’amore oblativo. Il sacrificio di Cristo. L’agape. Il connubio di queste due diverse e complementari dimensioni dell’amore fanno sì che l’amore sponsale sia un’esperienza piena e mistica per chi la viva. Un’esperienza che rimanda a Dio stesso. Non c’è acqua, c’è vino. C’è il vino buono. quello che dona Cristo e fa sì che il matrimonio sia sempre una festa perchè vissuto alla presenza dello Sposo, nonostante tutte le nostre fragilità e imperfezioni e nonostante le difficoltà della vita. Chagall dipinge questo quadro tra il 1917 e il 1918 in Russia. Non proprio un periodo tranquillo da quelle parti.

Mi fermo, potrei andare avanti per ore tanto quest’opera è ricca di spunti. Spero di avervi fatto comprendere come dietro un dipinto, soprattutto quando si tratta di Chagall, c’è un mondo da scoprire.

Antonio e Luisa

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Una fotografia per raccontare il mio matrimonio

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Oggi un articolo un po’ surreale. Ho deciso di condividere questa breve riflessione perchè credo che tanti si potranno riconoscere in ciò che ho provato io. Domenica abbiamo incontrato il nostro gruppo di Intercomunione. Come al solito c’è stato un momento di condivisione. Questa volta però si è svolto in modo diverso rispetto agli incontri precedenti. Emanuele e Luisa, la coppia che ha guidato l’incontro, hanno sistemato sul tavolo alcune dozzine di fotografie. Fotografie che non avevano un’attinenza diretta con il matrimonio. Alcune molto strane ed originali. Ci hanno chiesto di sceglierne una in modo completamente istintivo. Senza ragionare,  facendoci scegliere dall’immagine stessa. Io ne ho presa una che apparentemente non c’entrava assolutamente nulla con l’amore sponsale. Non so perchè io abbia scelto proprio quella. Forse è vero che è stata l’immagine a scegliere me. Sicuramente mi ha acceso inconsciamente alcune dinamiche che sento irrisolte. Almeno non risolte completamente. L’immagine raffigura un uomo trasandato. Capelli scompigliati, aria assente e stanca. Forse torna a casa dal lavoro. Conduce una bicicletta che sembra piccola per lui che riporta la scritta LIMIT ben visibile sul telaio. Siamo in una cittadina di provincia, almeno a me sembra così. Due uomini lo guardano passare e sembrano avere uno sguardo di scherno verso di lui. Come ad evidenziarne la loro superiorità, lo guardano come si guarda un poveraccio. Ecco, a volte io mi sento così. La mia famiglia è bellissima e non la cambierei con nulla al mondo, ma ciò non toglie le difficoltà. Spesso mi sento come quell’uomo, povero, in equilibrio instabile, con mezzi inadeguati. Non si può fermare o cadrebbe a terra.  Spesso mi sembra di vedere riflesso negli occhi di chi mi guarda quella stessa mia inadeguatezza e povertà. Mi sento davvero povero in rapporto a ciò che ho avuto in dono, ma che devo custodire e far fruttare: il mio matrimonio con Luisa e crescere i miei figli educandoli ad aprirsi a Dio Padre, il Padre perfetto che non sbaglia mai.  Ho imparato con il tempo ad alzare lo sguardo. Ho imparato a guardare lo sguardo di Colui che mi vede meraviglioso e che ha piena fiducia in me. Una fiducia che io fatico ad avere nei miei confronti. Dio mi guarda e mi dice che sono bello e che si fida tantissimo di me tanto da avermi affidato una creatura meravigliosa come Luisa e quattro Suoi figli da crescere ed educare per riconsegnarli a Lui. Beh il matrimonio visto così è tutta un’altra cosa. Le mie difficoltà e la mia inadeguatezza restano, ma c’è Dio che crede in me e che è pronto a sostenermi ed aiutarmi sempre. Come dice Paul Valery: Dio non sceglie i più capaci ma rende capaci quelli che sceglie.

Dio non sbaglia mai e se mi ha scelto per donarmi una famiglia avrà sicuramente ragione lui; chi sono io per non crederci se lui ci crede?

Antonio e Luisa

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Signore, aiutami a vivere la tua volontà!

Mi chiamo Federica e vorrei raccontare una storia che parla d’amore. Ma non dell’amore che provo per mio marito, che è immenso, senza ombra di dubbio. Voglio parlare di quell’amore profondo, disumano, misericordioso e umanamente incomprensibile che solo Dio Padre può donare. Sì, perché io e mio marito Marco abbiamo ricevuto la grazia di vivere una grande prova, che nascondeva un dono prezioso: in un periodo di grandissima sofferenza Dio ci ha insegnato ad amare donandoci.

Io e Marco ci siamo conosciuti nel 2015 in un ambiente di volontariato a favore dei senza fissa dimora delle stazioni di Roma. Quello che mi colpì di Marco fin da subito fu il suo modo di fare: un ragazzo semplice, pacato, e un volto molto luminoso. Con il tempo capii che quella luce che aveva negli occhi era espressione del suo immenso amore per Dio. In quel periodo non ero vicina alla chiesa, ma grazie a lui, che mi aveva preso per mano, ho iniziato un cammino di fede che mi ha portato a conoscere la misericordia di Dio. Fin da subito mi sono resa conto che la nostra storia d’amore era speciale, diversa da altre storie che avevo avuto in passato: il nostro non era un rapporto a due, ma un rapporto a tre perché c’era Gesù Cristo in mezzo a noi.

Siamo cresciuti pregando insieme e ringraziando ogni giorno il Signore per tutti i suoi doni, ignari che il nostro Padre Celeste ce ne stava preparando uno ancor più grande.

Il 14 febbraio 2017 fissammo la data delle nozze. Quel giorno avevamo finalmente trovato e fermato la casa che tanto desideravamo e la sera, davanti a un bicchiere di vino, decidemmo di sposarci il 7 ottobre dello stesso anno, giorno dedicato alla Madonna del Rosario. Iniziò quindi un periodo all’insegna dell’organizzazione del matrimonio e dell’arredamento della nostra casa. Eravamo colmi di gioia: finalmente il nostro sogno di vivere la nostra vita insieme si stava per realizzare.

Tutto andava per il meglio, fino a quando, dopo una serie di indagini approfondite, il 4 luglio Marco scoprì di avere un brutto carcinoma alla lingua. Il tumore sembrava piccolo, ma i medici preferirono operarlo d’urgenza. Subì così il 13 luglio un lungo intervento che lo costrinse a 5 giorni di terapia intensiva e a 15 giorni di ricovero. Per rimuovere il tumore dovettero esportare mezza lingua e ricostruirla con un innesto di tessuto venoso preso dal braccio e dall’inguine. Quanto dolore… Ma Marco è un angelo, e stringendo i denti affrontò ogni prova con il suo immenso sorriso che lo caratterizza.

Ricordo quei giorni come tra i più lunghi, i più frenetici e i più brutti della mia vita. Per la prima volta ho scoperto e ho vissuto le debolezze di Marco; l’ho visto soffrire, piangere; ho visto il suo corpo inerme, gonfio, pieno di punti, di aghi, di fasciature, di tubi… Quello era Marco. Il mio Marco.

Ciò che provai in quei momenti è indescrivibile. La sofferenza era enorme, ma c’era una forza ancora più grande che mi teneva in piedi per affrontare ogni cosa. Una forza disumana che mi permise di pensare a tutto: di uscire di casa all’alba per passare in ospedale prima di andare al lavoro; di tornare in reparto nel pomeriggio e di rimanere a volte anche la notte per assisterlo. E il giorno dopo si ricominciava. Questa forza di certo non era mia. Me l’ha donata il Signore, con l’intercessione di Maria che invocavo continuamente. E per la prima volta nella mia vita capii quanto fosse efficace e potente la preghiera comunitaria: tante erano le persone che ci furono vicine e che soffrirono insieme a noi.

Il giorno della preospedalizzazione il chirurgo disse: come mai un ragazzo di 34 anni, che non ha mai fumato in vita sua e che non ha casi di tumore nella sua famiglia si ritrova con un carcinoma alla lingua? Ma perché? Ecco, io quel perché non me lo sono mai chiesta. Durante una catechesi il nostro parroco don Cristian spiegò che gli uomini si ostinano a voler capire ogni cosa e a voler sempre mangiare dell’albero della Conoscenza, l’albero che Dio ci ha proibito. Quello che il Signore desidera invece è che ci nutriamo dell’albero della Vita. Vuole che viviamo. Vuole che andiamo avanti. Ed è così che vissi quei giorni. Nella stanchezza, nella rabbia, nella sofferenza, ma chiedendo ogni giorno al Signore di aiutarmi a vivere la Sua Volontà. Non è stato facile. Di certo non immaginavo tutto questo. Io mi stavo per sposare e desideravo vivere questo periodo nella gioia, nella spensieratezza, e soprattutto con il mio sposo. In effetti forse avrei avuto tutto il diritto di chiedermi perché. Perché proprio adesso? Perché mi ritrovo a vivere la formula “in salute e in malattia” prima ancora di essere pronunciata? In realtà quello che ho sempre fatto è stato ringraziare il Signore di questa prova, perché mi ha fatto conoscere a fondo la persona che ho scelto di avere accanto per tutta la vita e mi ha permesso di essere più consapevole del passo che stavo per compiere.

Io e Marco, fin da subito, decidemmo di andare avanti con i nostri progetti di vita. Il 7 ottobre era sempre più vicino e noi più che mai volevamo sposarci. Nei momenti di maggiore difficoltà, quando ogni cosa ci remava contro, non facemmo altro che ripeterci che il nostro giorno sarebbe stato un dono del Cielo. Tante cose andarono storte: i mobili che non arrivavano o erano sbagliati; la cucina appena montata rovinata per una perdita al piano di sopra; il viaggio di nozze che dovemmo disdire; le fedi che non erano mai quelle giuste… e tanto altro. Ci arrabbiammo in quei momenti, è normale, ma nel profondo del nostro cuore sapevamo che sarebbe andato tutto bene e che il Signore ci avrebbe aiutato a raggiungere il nostro traguardo.

Dopo il ricovero in ospedale Marco riprese a parlare, a mangiare e a respirare autonomamente. I medici però gli prescrivettero dei cicli di radio e di chemioterapia. A fine agosto iniziarono così sei settimane di terapie, cinque giorni su sette. Facemmo i nostri calcoli: l’ultima chemio sarebbe stata il 5 ottobre, due giorni prima del matrimonio. Ma ce la faremo? Mi sentii in dovere di chiedere a Marco: te la senti? Sei sicuro di voler andare avanti? Lui con le lacrime agli occhi mi rispose che ciò che voleva di più era sposarmi. E quindi affrontammo l’ennesimo ostacolo, chiedendo sempre aiuto al Signore, di starci vicino e di darci la forza.

Iniziarono le terapie. I medici dissero che avrebbe avuto i primi dolori a partire dalla terza settimana. Ebbene, Marco dopo la prima settimana già non parlava più e aveva difficoltà a mangiare. I giorni dopo la chemio furono i più difficili perché le nausee erano forti e lui era piuttosto debole. Signore, ma come faremo il giorno delle nozze se l’ultima chemio sarà solo due giorni prima?

La paura a volte prende il sopravvento. Marco stava sempre peggio. Non parlava. Aveva troppo dolore, e io con lui…

Ma questa è una storia che parla d’amore: il Signore non ci ha mai abbandonato. Ci ama profondamente e ha esaudito le nostre preghiere: permise che Marco saltasse la chemio del 5 ottobre e, nonostante stesse male fino al giorno prima delle nozze e non riuscisse a parlare, permise che arrivasse all’altare e pronunciasse il suo “Sì”. Il Signore ci ha donato una giornata indimenticabile, piena di gioia che illuminava i nostri volti e quelli di tutte le persone che erano lì con noi e per noi.

Il cammino verso la guarigione è stato molto lungo e non esente da difficoltà, ma anche se provati dalla stanchezza e il peso di quel periodo, avevamo la certezza che quella croce era un dono che il Signore faceva a me e a Marco e che noi anche oggi possiamo a nostra volta donare al prossimo. Fin da subito ho capito che questa non sarebbe stata una sofferenza gratuita, ma avrebbe portato tanto frutto, magari non a me, magari non a Marco, ma sicuramente a tante persone e noi ringraziamo sempre Dio per averci benedetto con un dono così prezioso.

Ed ora, a due anni dal quel 7 ottobre in cui ci siamo sposati, il buon Dio ci ha ricolmato con un’altra benedizione celeste: un figlio, nato il 13 aprile 2019, a cui abbiamo dato il nome di Francesco.

Siamo pieni di gioia per il frutto di questo nostro amore nato e cresciuto nella Grazia di Dio.

Federica

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Amarla è amarla anche quando è insopportabile!

Oggi ho messo in pratica quello di cui tanto parlo in questo blog. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che, poveretta, è costretta a svegliarsi prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ha quattro figli da seguire e non riesce. Stamattina probabilmente si è svegliata con tutto il peso di queste giornate addosso. Una casa poco curata e tante attività da approntare. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa. Non potevo mettere un po’ di musica che veniva ad abbassarla a livelli minimi e impercettibili. Perchè? Perchè la musica che mettevo faceva schifo. Poi questo non andava bene, quello andava fatto meglio. Insomma per lei era tutto un disastro. Anni fa avrei dato fuori. L’avrei mandata a quel paese. Oggi, grazie proprio al nostro matrimonio, non ho avuto questo impulso. Il matrimonio ti cambia e ti educa. L’ho detto tante volte. Ma perchè, proprio come oggi, l’ho sperimentato in tante occasioni. Ho, invece, visto tutta la sua fragilità. Ho avvertito il suo momento di scoraggiamento. Momento in cui si sentiva inadeguata e impreparata a svolgere tutto nel modo migliore, o almeno accettabile. Si sentiva schiacciata sotto il peso del dover fare tante, troppe cose. Non mi sono arrabbiato. Ho compreso che in quel momento non serviva nessun discorso. Silenziosamente ho incassato tutte le critiche e ho cercato di fare quanto più potevo per sollevarla da qualche peso. Senza dire nulla. Nulla se non qualche battuta, giusto per alleggerire l’atmosfera. A mezzogiorno il miracolo. E’ tornata quella di sempre. Ci siamo abbracciati. Un abbraccio che è valso più di tante parole. Basta davvero poco per far sentire amata la propria sposa. Accoglierla sempre, anche quando non è amabile, anche quando è nervosa e all’apparenza chiusa. E’ proprio in quei momenti, quando non ti sta dando nulla, che desidera essere amata e accolta. Così si sentirà desiderata e voluta non per quello che dà o che fa, ma per la persona che è, con tutte le sue fragilità, debolezze, spigoli e anche difetti e atteggiamenti non sempre belli e buoni.

Antonio e Luisa

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Piccoli come un chicco di senape.

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Attraverso il Sacramento del Matrimonio, ogni comunità domestica si medesima nell’immagine del chicco di senape. E’ lo Sposo celeste che costantemente se ne prende cura dando la sua acqua di grazia, la sua luce di felicità in tutte le stagioni cristiane. Il chicco altro deve, che diventare un albero dalle forte radici, produrre sempre frutti della santità, mentre i rami che sono figli si estendono e danno cosi vita alla genealogia dell’amore infinito.

Non ricordo dove ho trovato questa riflessione. Certo è che in poche righe è sintetizzato quello che può essere il nostro matrimonio, se fondiamo la nostra unione sulla Grazia di Dio. Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Seme di senape che è molto piccolo. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui avrebbe reso capace e adeguato anche me. Ed ecco che ho visto il mio amore, la mia capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, ma devo ricordare ogni giorno, che tutto ciò è stato reso possibile da Gesù che la abita. Se mai dovessi montare in superbia e credere di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai. Ah non dite di non aver abbastanza fede. Basta davvero un granello. Lo dice Gesù in Matteo 17, 20: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. La vita in famiglia è difficile. Per alcuni molto difficile, quasi impossibile, per le prove che possono toccarci. Possono sembrare una montagna. Ecco! Gesù ci dice che affidando tutto a Lui, Lui può fare miracoli. Quante coppie possono testimoniare di aver superato prove difficilissime proprio grazie a quel chicco di fede che hanno saputo mettere nella loro vita e nel loro matrimonio. Coraggio la vita non sempre è facile, ma il matrimonio può essere sempre una meraviglia se lo leggiamo alla luce di Dio e della vita eterna.

Antonio e Luisa

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Riempite i granai del vostro amore

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro/a scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perchè dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La ricchezza più grande che possediamo è la nostra storia, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

Antonio e Luisa

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Filomena+Pietro

Carissimi amici,

siamo Pietro e Filomena, autori del Blog “Sposi&Spose di Cristo”.

Condividiamo oggi la nostra storia perché il 4 Ottobre, giorno della festa di San Francesco, è anche il nostro anniversario di Matrimonio.

Prima di iniziare vi chiediamo di farci la carità della Preghiera! Pregate per noi!!! Grazie! E che il Signore vi doni la Sua Pace!

Buona lettura!

Come dicevamo ci siamo sposati il 4 Ottobre del 2013 e al momento del matrimonio eravamo entrambi, per motivi diversi, senza lavoro ma quando abbiamo compreso che il Signore ci stava chiamando al Sacramento del Matrimonio non abbiamo voluto ipotecare e rinviare a “chissaquando” la nostra vocazione…e dunque…abbiamo pronunciato il nostro “SI” all’altro coniuge ed al Signore confidando nella certezza che Lui non ci avrebbe mai lasciati soli in nessuna istanza della nostra vita da Sposi.

Pur avendo entrambi origini del Sud-Italia (Pietro dalla Puglia e Filomena dalla Calabria) ci siamo sposati in Umbria, a Gualdo Tadino (Perugia), vivendo proprio in questo piccolo e grazioso paesino (che vi consigliamo di visitare!!!) per i primi mesi da sposi novelli.

Speravamo di trovare occupazione negli ambiti per cui siamo specializzati (…la Sociologia di Pietro e la Teologia di Filomena) ma come tutti  sappiamo, la crisi economica ha chiuso tante possibilità ai giovani formati e per i primi sei mesi da coniugi non abbiamo trovato nulla. Abbiamo però continuato a sapere che il Signore “che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi” non sarebbe venuto meno nel suo affetto e nella sua cura per noi!

Poche settimane dopo esserci sposati abbiamo scoperto di essere già in attesa della nostra prima figlia (CHE GIOIA!!!) e la necessità di trovare presto un lavoro aumentava esponenzialmente. Tutti i nostri curriculum inviati dappertutto non hanno ricevuto risposta…

Nei primi giorni di Febbraio del 2014, Filomena (…le donne hanno una marcia in più…c’è poco da fare!!!) parla di un desiderio che le sarebbe piaciuto realizzare: “Sarebbe bello aprire un negozio per vendere i prodotti provenienti dai Monasteri!”… disse.

L’idea è bella, ma come realizzarla?

Beh…innanzitutto abbiamo messo davanti al Signore questo progetto…senza davvero sapere da dove avremmo dovuto iniziare.

Qualche giorno dopo, ovvero il 14 Febbraio 2014, mentre il pancione di Filomena cresceva, abbiamo fatto una passeggiata per le vie di Assisi ed è così che abbiamo notato che diversi locali commerciali erano liberi per essere affittati. Abbiamo preso un po’ di numeri telefonici ed abbiamo trovato il locale adatto alla nostra attività commerciale.

Al nostro padre Spirituale l’idea sembrava buona ed allora abbiamo iniziato a parlare del nostro progetto a diversi Monasteri con cui da tempo eravamo in contatto e grazie anche alla fiducia che loro ci hanno dato, abbiamo iniziato a credere sempre di più che si poteva partire con questo nuovo lavoro.

Dopo aver avuto i diversi “ok” che occorrono per avviare un’attività commerciale, il 5 aprile del 2014 abbiamo aperto “La Bottega del Monastero – Assisi”…un negozietto carino non molto distante dalla Basilica di Santa Chiara.

A giugno è nata la nostra prima figlia…Unica, irripetibile opera d’arte del Creatore!!!

Ed ecco l’abbondanza della Provvidenza per noi: eravamo due persone che non hanno niente ma che affidandosi con fiducia al Signore hanno ricevuto tantissimo!

Eccoci qui: possiamo testimoniare che il Signore ha cura di chi spera nel suo amore.

Nel nostro negozio abbiamo avuto la grazia di fare molti incontri bellissimi! Quanti volti abbiamo incontrato tra quelle mura! Quante storie ci sono state affidate e quanti accenti diversi abbiamo ascoltato! Un feedback che moltissimi clienti ci hanno spesso rimandato era questo: “Qui c’è un clima di preghiera!”…e di questo siamo grati al Signore!!!

Ed è per questo che molta della gente che ha acquistato da noi, è poi tornata a trovarci ancora e con molti di loro è nato anche un legame (con alcuni una vera amicizia) che ancora oggi va avanti…unita in Cristo!

Dopo due anni, a luglio del 2016, è nata la nostra secondogenita…unica, irripetibile meraviglia di Dio e del Suo immenso Amore!!!

Nel frattempo i nostri introiti erano diminuiti per via di un parcheggio importante per il nostro flusso turistico che fu chiuso per più di un anno. Iniziammo a chiedere nuovamente al Signore di comprendere il piccolo passo successivo che c’era da fare.

Intraprendemmo un discernimento familiare che combaciò anche con un periodo molto duro per molte persone. Infatti ad ottobre 2016 l’Umbria è stata colpita da una serie di terremoti molto forti. Un po’ per la paura e un po’ per quanto detto prima, abbiamo deciso di lasciare Assisi per trasferirci altrove.

Il Signore ci diede la possibilità di vivere un periodo lungo 6 mesi in un  Convento di Frati Minori (Francescani), dove ci siamo presi un tempo per riflettere e capire cosa Lui ci stesse dicendo. Alla fine di quel periodo, che fu ricco di gioia ma anche di non poca sofferenza, accompagnati dal nostro direttore spirituale, ci fu chiaro che il piccolo passo da fare era quello di tornare al Sud…

Oggi, infatti, viviamo in Calabria ed è da qui che siamo ripartiti con una nuova vita.

Pian piano ci stiamo inserendo nel tessuto locale e ci siamo reinventati (per grazia) un nuovo lavoro.

Quello che era un negozio fatto di mura oggi è un sito web che si chiama “artigianatodaimonasteri.it”

E’ un modo per continuare ad essere presenti con la nostra seppur piccola e misera testimonianza, ma per offrire (ora senza più confini territoriali) la possibilità a tutti di poter acquistare i nostri prodotti realizzati a mano e nella Preghiera in molti Monasteri d’Italia ma anche da noi come sposi.

Come recita il nostro motto: “Solo da noi…la Preghiera si fa Arte!!!”

Filomena insegna Religione cattolica a scuola e sempre con l’aiuto di Dio portiamo avanti la nostra famiglia cercando uno stile di vita sobrio, gioioso…francescano.

A Gennaio del 2018 purtroppo abbiamo perso il nostro terzogenito all’inizio della gravidanza. E’ stata un’esperienza molto dolorosa e la consolazione viene dalla certezza che lui (o lei) ora sia nelle mani di Dio…e certamente prega per i suoi genitori e per le sue sorelle.

Nel 2018 abbiamo creato questo piccolo Blog “Sposi&Spose di Cristo”, un Blog “artigianale” per assecondare il nostro desiderio di condividere la nostra storia di vita matrimoniale cristiana e alcune riflessioni sulla vita da Sposi e dare la possibilità anche a chi lo desideri di raccontare la propria esperienza.
Vorremmo creare una sorta di bagaglio da mettere a disposizione di tutti…affinché chi vuole possa trarne beneficio per la propria vita.

Nel frattempo ci interroghiamo sempre su come poter sempre più incarnare il Vangelo nel nostro quotidiano vivere da sposi.

Siamo molto attratti dalla riflessione teologica sul Sacramento del Matrimonio, siamo innamorati della Famiglia e dal 2018 ci stiamo formando seguendo il Corso di Alta Formazione in consulenza familiare con specializzazione pastorale; si tratta di un bellissimo corso di studi voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense.

Inoltre ci capita di essere chiamati a guidare esercizi spirituali per famiglie e a collaborare con alcuni parroci nella formazione dei fidanzati e nell’accompagnamento delle coppie di sposi.

Oggi sono 6 anni dal nostro “SI” iniziale. Un “Si” che va rinnovato e curato davvero ogni giorno nella certezza che anche nelle difficoltà il Signore non ci abbandona mai.

Siamo sulla solida roccia che è Cristo…senza dimenticare che questa roccia non sta ferma, anzi, si muove continuamente e ci invita a seguirLo affinché possiamo trovare sempre una gioia maggiore, vera, duratura.

La Sua Gioia!

Ci sarebbe ancora molto da raccontarvi ma per ora ci fermiamo qui, sperando di non avervi annoiato!

Vi chiediamo ancora una volta di ricordarvi di noi nelle vostre preghiere. Grazie e il Signore ci doni la Sua Pace!!!

Pietro Antonicelli e Filomena Scalise

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Sopportare è sostenere!

Oggi torno a prendere spunto dal bellissimo libro di don Fabio Rosini “Solo l’amore crea”.

In particolare sono stato colpito da una differenza che mette in risalto don Fabio.  La differenza tra tollerare e sopportare l’altro. Naturalmente è un discorso generale, ma che va benissimo inteso anche verso la mia sposa, che è la persona più prossima, quindi colei che maggiormente mi deve sopportare e che maggiormente io devo sopportare. Pensavo fossero due sinonimi, e nel senso comune effettivamente lo sono. Il significato originale è però molto diverso, e mi permette di poter fare alcune considerazioni. Considerazioni che rivolgo primariamente a me stesso, ma che penso possano essere utili a tutti.

Noi tolleriamo il nostro coniuge o lo sopportiamo/supportiamo? State attenti. E’ molto diverso. Molto diversa è la prospettiva e l’atteggiamento in cui ci poniamo. Dire e pensare che io tollero i difetti della mia sposa equivale ad elevarmi, a centrare l’attenzione su quanto io sia bravo. Ma pensa, nonostante i difetti che ha le voglio bene comunque, perchè sono io che riesco ad andare oltre la sua miseria. Un atteggiamento bruttissimo  che di amore non ha nulla. E’ solo un’autocelebrazione di me. E’ un giudizio implicito, quando va bene, che diventa esplicito quando non si tollera più. Perchè il tollerante prima o poi sbotta, perchè non riesce più ad accettare le mancanze dell’altro.

Noi dobbiamo invece, io devo invece, sopportare. Sopportare che ha la stessa etimologia e la stessa provenienza di supportare. Supportare: sub «sotto» e portare «portare. Significa spostare l’attenzione da quanto siamo bravi noi a quanto ha bisogno lui/lei del nostro sostegno. Significa portare da sotto per sostenere l’altro, mettersi sotto, al servizio. I suoi difetti non sono da tollerare, ma da comprendere e accettare con pazienza e amore. Un esempio. Luisa è particolarmente disorganizzata. Quando ci sono tanti impegni da programmare e da incastrare nella giornata va in crisi. Questa cosa mi infastidiva parecchio. Tolleravo questo suo difetto e incapacità. Intervenivo io a sistemare e mettere in ordine la giornata, ma lo facevo pesare. Mi sentivo bravo e non capivo come lei potesse essere così impedita. La tolleravo. Con il tempo ho compreso che lei è fatta così. Mi piace per quello che è. Ha tanti pregi che io non ho e i suoi difetti sono ben poca cosa rispetto alla ricchezza e bellezza che mi dona ogni giorno. Ho smesso di tollerare e ho cercato di sopportare. Sopportare con pazienza. Contento di poter esserle utile e poterle alleggerire la fatica della vita che è tanta. Alla fine l’amore è quello che San Paolo definisce con tanti aggettivi che lo qualificano. L’amore è paziente, benigno, non si vanta e non si gonfia e non manca di rispetto. Tutte parole che caratterizzano chi sopporta e non chi tollera. L’inno si chiude infatti con l’amore tutto sopporta.

Alla fine i difetti dell’altro sono sempre gli stessi. Sta a noi decidere se tollerarli semplicemente, cosa che non ci aiuta né a crescere come persone né a crescere nella relazione, oppure ad amare davvero l’altro sopportando con pazienza ed amore i suoi lati meno amabili.

Antonio e Luisa

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L’amore tra sposi? E’ un dono di Dio. (Intervista)

Domenica scorsa siamo stati a San Donà di Piave (VE), invitati ad accompagnare con una relazione e delle attività di riflessione guidata, la festa vicariale della famiglia. Il titolo della giornata era: Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio. In questa occasione siamo stati intervistati per l’inserto Vita in famiglia del settimanale diocesano La vita del Popolo. Per chi volesse leggere l’intervista la pubblichiamo di seguito.

“La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà”. Giusto un anno fa Papa Francesco usava queste parole per rispondere alle domande di un gruppo di giovani della Diocesi di Grenoble-Vienne ricevuti in udienza. “Il sesso – ha continuato il Pontefice – ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima”. E tutto questo c’entra profondamente con il sacramento del matrimonio, con la fede e con la spiritualità che più si fa concreta e quotidiana più diventa autentica.

Lo spiegano bene Tommaso e Giulia, sposi della diocesi di Bologna da una decina d’anni, formati sulla teologia del corpo frequentando prima il Master in fertilità e sessualità coniugale presso il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, poi il corso Theology of the Body Institute tenuti da Christopher West in America. Intervengono domenica all’incontro organizzato dal vicariato di San Donà di Piave su questi temi.

La “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II è riferimento cruciale. Cosa si può dire, in poche parole?

Sono 129 discorsi sull’amore umano che il pontefice polacco pronunciò nelle sue udienze del mercoledì dal 1979 al 1984, un profondo e sorprendente percorso composto in preghiera di fronte all’eucarestia. Per noi non si è trattato di una folgorazione, ma di una lenta scoperta di bellezza che è diventata progressiva trasformazione del nostro modo di vedere e di vivere la mascolinità e la femminilità, il matrimonio e tutta la nostra fede.

L’avete definita “un messaggio di redenzione, una straordinaria sintesi evangelica”…

Scorgere una risonanza profonda di queste riflessioni di Giovanni Paolo II nella propria esperienza di vita, nel matrimonio, nello sguardo sull’altro sesso… Che bello poter decifrare il grido del proprio cuore assetato di pienezza e riconoscere che Cristo da sempre ascolta quel grido e desidera saziarlo. Che liberazione scoprire e riscoprire il senso del proprio essere corpo e della propria tensione erotica, osservando questo mistero dal principio fino alla sua prospettiva ultima e definitiva. Che meraviglia iniziare ad intuire la grandezza della chiamata al dono di sé, del senso del matrimonio, dell’unione sessuale, della castità, del celibato …

L’incontro titola: “Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio”. Qual è il legame tra sessualità e sacramento?

I sacramenti ci rivelano misteri spirituali attraverso segni fisici e concreti in cui siamo coinvolti con tutto ciò che siamo per essere uniti a Cristo. Noi abbiamo perso la capacità di cogliere il mistero dei gesti che compiamo nella liturgia, ma senza il corpo non ci sarebbero nemmeno i Sacramenti: senza l’immersione del corpo in acqua e l’unzione con olio non avremmo il battesimo, senza il mangiare l’unico pane consacrato non avremmo l’Eucaristia… Così è anche nel matrimonio, senza l’unirsi in una carne degli sposi non ci sarebbe il matrimonio sacramentale: non viene considerato valido finché i due sposi non si uniscono sessualmente. Questo perché le promesse che i coniugi si scambiano all’altare, di accoglienza e donazione reciproca totale, fedele e feconda, non possono realizzarsi “in astratto”, ma solo se tali “parole” si incarnano nella vita della coppia, e il rapporto sessuale compie tali promesse, le rende vere attraverso il corpo degli sposi.

Anche sessualità e spiritualità sono ambiti spesso considerati distinti, separati….

Questa frattura in parte è eredità di un certo approccio manicheo, che considera lo spirito superiore al corpo, ma è anche conseguenza di una educazione falsata dalla concupiscenza. Se infatti come educatore, consacrato o genitore, la mia sessualità mi crea problema, finirò per proiettarlo su di essa evitando l’argomento o trattandolo con rigidità ed intransigenza. La sessualità è un dono che Dio ci fa per immetterci sulla strada dell’amore. Senza eros infatti non ci innamoreremmo e senza di esso non inizieremmo ad amare: se Dio ha a che fare con l’amore, allora anche la sessualità ha a che fare con Dio.

Nel matrimonio si incontrano due persone diverse per eccellenza, uomo e donna. Come incide la differenza? E si ricompone? Come?

Tante volte essa diviene purtroppo fonte di dolorose fratture. Ma la soluzione non è, come pensano molti, arrivare a smussare gli angoli e livellare le differenze perché proprio la differenza è lo spazio dell’incontro e della realizzazione dell’amore. Se fossimo uguali quale arricchimento potremmo donarci? Se fossimo uguali non ci sarebbe nessuna intimità da costruire nel corso della vita. Certo le differenze creano delle difficoltà, specie in un’epoca come la nostra in cui si è fatto coincidere la felicità con l’autorealizzazione, ma il cammino del matrimonio è aprirsi ad un amore più grande, quello di Cristo per l’umanità, un amore capace di accogliere l’altro in tutto ciò che è per farlo fiorire nella sua bellezza e unicità di persona.

E’ facile pensare che la quotidianità irrompe e modifica le relazioni, spesso le “consuma”, le “logora”, le svela per quello che sono (o peggio)…

L’immaginario comune ci porta a vedere la quotidianità come un tempo di ‘apnea’ in cui tirare avanti in attesa del weekend o delle vacanze in cui finalmente godere la vita, le relazioni … La nostra esperienza ci dice invece che la quotidianità è quantomai necessaria per crescere nell’amore e quindi anche nella sessualità. Se non imparo ad accogliere l’altro fin dalle piccole cose di tutti i giorni, ad esempio la richiesta di mettere a posto le scarpe invece di lasciarle in mezzo alla stanza, come posso pensare che si senta amato? E se non si sente amato nelle piccole cose di tutti i giorni, come farà a vivere l’unione sessuale come dono autentico di sé? Una volta un sacerdote ci ha detto che l’amore o si fa 24 ore al giorno oppure non si fa nemmeno quella mezz’oretta in camera da letto. Ogni giorno ci è data un’opportunità per crescere nell’amore, questo però comporta il mettere al centro l’altro, e non noi stessi con i nostri piani e le nostre aspettative. È una fatica da fare, ma l’unica che porta alla comunione.

Il contesto di oggi, con tutti i suoi fraintendimenti, non aiuta…

Non ci avventuriamo in complicate analisi sociologiche. Se guardiamo alla nostra esperienza, ci pare di poter dire che tanti fraintendimenti sulla sessualità nascono dal mix di questi due fattori: innanzitutto l’aver ridotto la sessualità ad una funzionalità prettamente biologica che ognuno può gestire a suo piacimento come ambito di divertimento e piacere sganciato dal resto della persona. In più negli ambienti cristiani ci ritroviamo ad aver ‘assorbito’ una visione distorta che separa in modo netto anima e corpo, spirituale e carnale, come se ci fosse in ognuno di noi una parte buona e una cattiva, o se non cattiva comunque meno buona e importante della prima.

Voi cosa consigliate per il bene di ogni matrimonio?

La relazione va curata, bisogna ritagliarsi spazi di dialogo profondo, dove possa crescere l’intimità, che prima ancora di essere fisica è un’intimità del cuore, per imparare un po’ alla volta a svelarci all’altro, nelle nostre gioie, nelle fatiche, sentendoci rispettati e non giudicati. Imparare a chiedere all’altro ciò di cui abbiamo bisogno senza ferirlo è uno degli obiettivi più importanti da raggiungere insieme. Curare la relazione poi, significa anche liberarla progressivamente da tutte quelle aspettative che ci portano a pretendere che l’altro ci renda felici. Tanti cortocircuiti di coppia nascono proprio da questa pretesa, solo l’amore di Dio è in grado di saziare le attese del nostro cuore, l’amore umano è un dono per scoprire insieme l’amore di Dio.

(Articolo di Francesca Gagno)

Articolo tratto dal blog teologiadelcorpo.it (qui l’articolo originale) su autorizzazione di Giulia Cavicchi.

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Fecondità non è solo fertilità

Quando proponiamo i nostri percorsi ci capita di dover trattare la fecondità nel matrimonio. La fecondità è una delle caratteristiche fondamentali di un matrimonio naturale e, di conseguenza, anche sacramentale. Allora chi non può concepire figli non può sposarsi? Se si sposa è un matrimonio di second’ordine? Nulla di tutto questo! Se una coppia non può concepire figli può comunque essere feconda e vivere un matrimonio pieno. Ciò che impedisce il sorgere del matrimonio non è l’impossibilità di averne, ma la volontà di non averne. Come può una coppia essere feconda anche se non può essere fertile? Ce lo insegna don Carlo Rocchetta che ha trovato ben tre modalità di essere fecondi anche nell’infertilità. Naturalmente queste fecondità riguardano tutti e non solo chi non può avere figli, Tutti gli sposi sono chiamati a viverle. Cercherò di scrivere qualcosa su ognuna di queste modalità di vivere la fecondità.

  1. Generare la presenza di Dio nel coniuge. Vivere la nostra relazione alla luce di Dio. Amare il nostro coniuge con la modalità di Gesù. Quindi amare sempre e amare per primo. Essere capace di perdonare e di incoraggiare. Guardare lo sposo con lo sguardo di Gesù che è innamorato di ognuno di noi e riesce a vedere oltre le nostre miserie e fragilità. Un marito o una moglie capace di guardare così l’altra/o può davvero compiere miracoli nel cuore dell’amata/o. Ci sono persone che si sono convertite non perchè la moglie o il marito hanno insistito e obbligato ma perchè hanno visto l’amore che la moglie o il marito erano capaci di offrire loro e hanno voluto conoscere la fonte di quell’amore. Io stesso, come ho più volte raccontato, ho cercato davvero Gesù quando ho sperimentato la capacità di amarmi in modo gratuito e incondizionato della mia sposa, capacità che nasceva dalla sua fede in Cristo.
  2. Generare il coniuge come persona amata. Come dice la nostra amica Cristina Righi, il primo figlio della coppia è il noi. Lo sposo e la sposa donandosi e accogliendosi a vicenda diventano un noi. Il coniuge diventa il prossimo più prossimo della nostra vita. Tanto prossimo da essere uno con lui/lei. Ciò significa che la sua santità diventa il nostro obiettivo. Il nostro matrimonio è, prima di ogni altra cosa, farci carico della santità dell’altro/a. Essere capaci di apprezzarlo/a, di incoraggiarlo/a, di consigliarlo/a, di correggerlo/a, di perdonarlo/a. Sempre. Facendo questo l’uno per l’altra, giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro amore diventerà sempre più forte e più grande, perchè si arricchirà di tutta una vita che diventa dono vicendevole.
  3. Generare la famiglia come comunità in missione. Questa fecondità è conseguenza delle altre. Dio Trinità perchè ha creato l’uomo? Ne aveva bisogno? No! Lo ha fatto per un eccesso d’amore. Viveva un’amore così grande che non lo ha contenuto in se stesso ma è traboccato divenendo desiderio di generare l’uomo. Così deve essere per noi. La missione è una conseguenza dell’amore che generiamo nella coppia. Un amore che è così bello e così tanto che desideriamo condividerlo anche con gli altri. Prima di tutto con i nostri figli, se ne abbiamo, ma non solo. Il servizio alla comunità diventa così qualcosa che nasce dall’amore di sposi e diventa fecondo in tanti modi diversi. Ci sarà chi opererà in parrocchia, all’oratorio, nel volontariato, nel tessuto associativo. Ci sarà chi si aprirà all’adozione o all’affido. Le modalità sono davvero molteplici. L’importante, ed è fondamentale capirlo, è che sia un desiderio che nasce dall’amore di coppia e non il cercare una realizzazione che non si riesce a trovare nella coppia. Sarebbe una fuga. La nostra vocazione è il matrimonio ed è lì che ci giochiamo la nostra santità.

Antonio e Luisa

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La Grazia più grande è che lo abbia compreso mio padre.

Il giorno del matrimonio è un giorno da tutti desiderato, atteso, preparato nei minimi dettagli…Anche per me ed Alessandro è stato così. Avevamo tanto desiderato sposarci al Santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, e grazie all’aiuto di una delle mie due testimoni e della sua mamma, siamo riusciti ad organizzarlo e a sposarci il 31 agosto.
E’ stata una giornata perfetta. Sembrava sarebbe stata una giornata piovosa. Mentre mi preparavo la truccatrice si era sorpresa del fatto che io non fossi agitata, ma a me non importava del vento che soffiava forte e del temporale che sembrava dovesse scatenarsi da un secondo all’altro. Quando stavo per fare il mio ingresso nella cappella del Crocifisso, il vento era cessato, e nessun temporale si è scatenato.
Abbiamo ricevuto tanti complimenti, non solo per la scelta della chiesa o della location, ma anche per la celebrazione, che è stata molto sentita e partecipata. Una cosa che ha colpito molto gli invitati è stata l’omelia di don Silvio. Noi avevamo scelto come brano del Vangelo la parabola del Padre Misericordioso, e don Silvio ha centrato l’omelia sulla figura del vitello grasso (leggete qui articolo precedente). Don Silvio ci ha fatto i complimenti per la celebrazione, perchè non si è limitata ad una semplice, seppur bella, cerimonia, sterile e priva di contenuti. Anche Don Giuseppe si è complimentato per il fatto che quel giorno fossimo riusciti a ritagliarci insieme a lui e a Don Silvio uno spazio per la preghiera.
Chi è rimasto stupito più di tutti però è stato mio padre. Già qualche sera prima del matrimonio, quando la mia testimone Lucia ci ha invitati a casa sua per farci vedere alcuni “fai da te” che lei e sua madre avevano preparato per il matrimonio, e per consegnarci i loro regali, lui si era stupito di tutto quello che avevano fatto, della loro accoglienza, e del grande affetto che avessero per noi. Era rimasto stupito anche del fatto che Maria Luisa non smetteva di complimentarsi di come avessimo organizzato tutto. Il giorno del matrimonio mio padre era felice, perchè tutto era andato bene, e soprattutto (cosa alla quale lui teneva molto) avevamo mangiato bene. Nei giorni successivi avevamo ricevuto tanti messaggi di auguri e di complimenti.
Il 4 settembre io e Alessandro siamo partiti per il nostro viaggio di nozze in giro per l’Europa: Parigi, Praga e Vienna. E’ stato un bel viaggio, ci siamo divertiti e abbiamo visto tanti luoghi. Siamo rientrati il 20, giorno in cui tutto è cominciato, per terminare appena 48 ore dopo…
Mio padre aveva la febbre da mercoledì, ma non molto alta, per cui si pensava ad una banale influenza, Venerdì però le sue condizioni sono peggiorate, tanto da rendere necessaria la corsa al pronto soccorso, dove si sono resi conto della grave infezione che aveva.
Il giorno dopo mio fratello mi ha chiamata, per dirmi di partire subito per Palermo, perchè la situazione era critica. Domenica siamo andati a trovarlo, ed io e Alessandro abbiamo pregato, affidandolo a Madre Speranza. Avrei voluto versargli sulla testa un po’ di acqua di Collevalenza, ma mio fratello mi ha chiesto di non farlo, per non rischiare di causare ulteriori infezioni. Ho potuto farlo solo quando è stata allestita la camera ardente, e anzi mio fratello mi ha detto di mettere una boccetta di acqua nella bara “così la Madre lo protegge…”
Subito dopo che tutti i parenti, arrivati da Milano e da Roma, lo hanno salutato, mio padre è volato in cielo.
Martedì 24 si sono svolti i suoi funerali, nella parrocchia che i miei genitori frequentano. La chiesa era gremita di parenti, ex colleghi di lavoro, amici e parrocchiani.
Il vangelo proclamato parlava della misericordia, perciò io e Alessandro ci siamo guardati, perché abbiamo visto che il cerchio si è chiuso. Il parroco dopo aver parlato di mio padre, del suo rapporto con gli altri parrocchiani, del fatto che quando partecipava ai viaggi parrocchiali era quello che trascinava il gruppo, insieme ad altri, ha parlato della vita di famiglia, dicendo che l’ultimo atto della vita di mio padre è stato il mio matrimonio.
Anche don Giuseppe mi ha confermato che mio padre era felice quel giorno, nonostante il suo iniziale scetticismo. E mia madre mi ripete che mio padre diceva che eravamo stati bravi, anche se lui non me lo ha mai detto perché non esternava i propri sentimenti.
Qualche giorno dopo il matrimonio, una mia carissima amica mi scrisse che il matrimonio era stato fonte di tante grazie, perché in molti hanno capito il messaggio di Madre Speranza, il cui motto era “tutto per Amore”, e dell’Amore Misericordioso. Ma la grazia più grande è stata che lo abbia compreso mio padre.

Federica Gagliardo

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La nostra famiglia si chiama Lazzaro!

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: « C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente.
Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe

Il Vangelo di questa domenica è molto più lungo. Io ho deciso di fermarmi qui, alle prime righe. Sono quelle che mi hanno maggiormente colpito ed aiutato a riflettere su una realtà importante della nostra vita e della nostra fede. C’era un uomo ricco. La tradizione ci insegna che quel ricco si chiamava Epulone. I Vangeli non lo dicono. Per i Vangeli quello resta un uomo ricco, indefinito, senza un nome. Senza una conoscenza personale con Dio. Troppo preso dalle sue ricchezze. Il suo cuore non era con Dio, ma con ciò che possedeva. Per questo non c’era una relazione tra lui e Dio. Non cercava Dio, non credeva di averne bisogno, credeva di avere già tutto quello di cui necessitava per vivere bene, nell’abbondanza e nella gioia. Quante famiglie conosco che sono come il ricco del Vangelo. Famiglie che stanno bene economicamente, che godono di salute e che sembra davvero non abbiano bisogno di nulla. Famiglie che costruiscono la vita e la relazione senza permettere a Dio di entrare. Coppie sposate anche in chiesa che vivono come se Dio non esistesse. Ignorando i suoi insegnamenti. Prima o poi, però, le prove della vita arrivano. Queste famiglie non sono pronte ad affrontarle e si rendono conto che ciò hanno non basta. Non hanno la forza e la speranza necessarie per superare le prove della vita. Comincia per loro l’inferno, già su questa terra. Si rendono conto di aver costruito sulla sabbia e non sulla roccia. Lazzaro invece è povero. Lazzaro sembrerebbe essere quello messo davvero male e abbandonato da Dio. Invece no! E’ vero il contrario. Lazzaro ha un nome ben definito. Lazzaro deriva dall’ebraico אֶלְעָזָר (‘El’azar), che significa “Dio ha aiutato”, o “colui che è assistito da Dio”. Significa che Lazzaro è caro a Dio. Non perchè Dio abbia preferenze. Dio ama il ricco e Lazzaro allo stesso modo. La differenza è nella risposta di Lazzaro a questo amore. Lazzaro riconosce di essere povero, di essere un mendicante, di non farcela da solo, di non bastarsi. Questo lo apre alla relazione con il suo Signore. Anche noi famiglie cristiane non siamo diverse dalle altre. Noi abbiamo però una consapevolezza: siamo poveri e da soli non riusciamo. Siamo però certi dell’amore del Padre che ci dona forza e speranza, sempre. La famiglia cristiana non è quella perfetta o migliore delle altre, ma quella che sa riconoscersi bisognosa e aprirsi all’amore di Dio. Allora la nostra famiglia potrà davvero chiamarsi Lazzaro cioè colei che è assistita e aiutata da Dio. Questo fa la differenza!

Antonio e Luisa

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Quarta tappa: il posto preparato e atteso.

Giovanni 14, 1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”

Abbiamo concluso la tappa più dura di tutte. Circa dieci chilometri di salite e discese in mezzo ad un paesaggio di campagna bellissimo, con tratti soleggiati che ci cuocevano e tratti all’ombra che sembrava il paradiso.

il posto preparato e atteso.jpg

E se non cambiasse niente dentro di me? E se restasse solo stanchezza e nervosismo? E se alla fine di questa esperienza rimanesse solo il peggio che sono stata in grado di tirare fuori, che delusione e amarezza vivrei. Non sto marciando solo per me stessa, ma offro tutto per i miei figli e le persone che soffrono di più. Ma spero di non dover concludere questo cammino così imbruttita, perché io e Dio non ce lo meritiamo. Posso custodire la fiducia che c’è un ritorno preparato e atteso per me, nonostante tutte le sensazioni e le esperienze che sto vivendo remano contro? Ma non voglio arrendermi, voglio dare tutto e chiedere tutto. È arrivato il momento di lasciarmi andare e appoggiarmi. E finalmente mi dedico un colloquio con fra Alessandro, in cui piango tutte le lacrime ingoiate in quest’anno così duro. Condivido la solitudine di certi momenti e l’angoscia per la salute di mio figlio. Parlo delle mie chiusure e del bisogno di essere tenuta e stretta. Il colloquio si conclude con un abbraccio sincero e sento dentro che qualcosa si sta sciogliendo, perché ho capito che non è la debolezza che devo combattere, ma l’amore che devo cercare!! Perché Gesù mi sprona a proteggere la fiducia in Lui e nel suo amore, affinché il mio cuore non sia vinto dal turbamento. Voglio credere e dare e nutrire la speranza che Gesù Cristo sia il mio Signore e salvatore. Siamo quasi arrivati all’ “entrata” della Porziuncola dove ogni anno possiamo fare memoria del Posto preparato per noi da Cristo e custoditi dal nostro Francesco: “Fratelli voglio mandarvi tutti in Paradiso”. Il tuo posto è il Paradiso. Il mio posto è Paradiso. E comincio a gustarmelo da oggi: perché quest’anno i frati hanno deciso che la confessione di ciascuno si concluderà non con una penitenza, ma con l’abbraccio del sacerdote. Tutti questi abbracci mi sembrano un segno, un regalo per me. Quella porzione di Paradiso che desideriamo già ci abita dentro, ma spesso il peccato e il dolore delle prove, la solitudine e la mancanza d’amore ce lo fa dimenticare. La vita famigliare spesso è faticosa e dura, proprio come i muscoli indolenziti e le notti insonni di questo cammino. E la relazione con marito o moglie e figli non profuma di gelsomino, ma puzza di sudore. Ma è proprio lì che il Signore Gesù Cristo ti aspetta: La tua Porziuncola, dove celebrare la festa del Perdono è tuo marito, è tua moglie. Lì ti aspetta Gesù per far festa e accoglierti. Perché quando tua moglie ti perdona tutte le tue mancanze e gli egoismi, e tuo marito ti perdona le tue nevrosi e le sentenze continue che fai, ecco che lì l’amore può rifiorire. La gioia del perdono dato e ricevuto è il miglior vino di questa festa, e porta frutto non solo per la coppia e i figli, ma anche per tutte le persone che la tua e la mia casa accolgono. La Fatica di questo cammino, che lentamente si sta trasformando in sorriso pieno, non è solo per me. Penso alla mia famiglie e al mio matrimonio come luogo in cui chi viene ospitato e accolto possa intuire qualcosa del “posto” che Dio ha già in serbo per lui.

Claudia Viola

Qui l’articolo originale sul blog amatiperamare.it

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Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Sposi&Spose di Cristo..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Pianificare l’incontro intimo significa prepararlo al meglio.

In questi giorni prendo spunto per le mie riflessioni dal seminario che abbiamo appena concluso a Parma. Ne prendo spunto perché il confronto che nasce in occasioni così è sempre molto interessante e arricchente anche per me e Luisa. Verso la fine del corso abbiamo testimoniato la nostra modalità di vivere il rapporto di coppia, anche l’intimità. L’abbiamo fatto proprio per provocare una domanda. Una di quelle che tante coppie si pongono, ma che spesso non tirano fuori. Per pudore, per paura di sentirsi giudicati o semplicemente perché non c’è l’occasione giusta. Noi raccomandiamo di programmare il tempo per stare insieme e anche, perché no, per ricercare l’incontro intimo. La domanda che ci è stata posta è questa: Ma programmare non rende il tutto qualcosa di arido, troppo razionale e calcolato? Non si dovrebbe lasciare spazio alla passione e al desiderio? L’amplesso non dovrebbe essere conseguenza di un’attrazione che spinge l’uno verso l’altro? In poche parole non dovrebbe nascere tutto da un desiderio del cuore e non da un qualcosa di pianificato con la razionalità?

Obiezione legittima che va fatta e che mi ha permesso, e mi permette anche adesso in questo articolo, di fare alcune considerazioni.

  1. Pianificare non significa solo un appunto sull’agenda. Pianificare significa preparare. Significa fare in modo che quell’appuntamento non sia vissuto a freddo, ma sia il culmine di un amore concreto e sensibile vissuto prima. Significa trovare il giorno giusto, significa magari, quando si riesce uscire a cena, lasciare i figli da qualcuno, significa creare i presupposti per volersi incontrare e non per essere obbligati ad incontrarsi.
  2. Lo spontaneismo, seguire e farsi trascinare solo dalla passione o dal desiderio, va bene forse per i ragazzini o le coppie spose novelle, senza figli. Poi non funziona più. Poi con l’arrivo dei figli e con una vita fatta di impegni, lavoro e tantissime preoccupazioni e tantissimi pensieri, lo spontaneismo muore. Se si aspetta che sia tutto perfetto non troveremo mai, o quasi mai, l’occasione giusta. Il disastro, il deserto sessuale è lì a un passo. Ci si ritrova dentro senza rendersene conto.
  3. Tutto sta a cominciare! Poi, se si è davvero curata la preparazione, se si vive una relazione basata su cura, attenzione e tenerezza reciproca, la passione come d’incanto arriva. Spesso è solo la nostra testa, non il cuore, che non è capace di abbandonarsi. Quando si comincia e ci si abbandona all’altro/a, e tutte le preoccupazioni vengono messe da parte per un po’, finalmente si può di nuovo ascoltare il proprio cuore che arde di desiderio per il nostro sposo o per la nostra sposa.
  4. Non farlo perché non si prova desiderio equivale ad entrare in un circolo vizioso. Meno si fa e più perderemo passione, sentimento e desiderio verso l’altro/a. Più tempo passerà e più l’altro/a sarà per noi lontano, estraneo e indifferente. Dobbiamo rompere questa dinamica malata e donarci anche quando ci costa un po’ di fatica. E’ l’unico modo per nutrire la nostra intimità e il desiderio reciproco.
  5. Spesso il desiderio ha cause ormonali. Quando la donna produce più testosterone (ormone tipicamente maschile, ma presente e importante anche nella donna) prova il picco anche del desiderio sessuale. Ciò avviene infatti durante l’ovulazione. Cosa accade poi? Durante la menopausa? Finito il desiderio finisce il cinema? Certamente no. Certamente no, se si è curato tutto l’aspetto relazionale. Certamente no, solo se l’incontro intimo è conseguenza di tutto un terreno preparato prima nella tenerezza e nella cura reciproca e non semplicemente come risposta a un desiderio che non comprendiamo e che segue delle dinamiche semplicemente ormonali. Spesso capita proprio questo.

Quindi come dice la famosa sessuologa americana Gigi Engle che scrive sulle riviste più lette e seguite dalle donne statunitensi (non credente, perché non serve essere cristiani per comprendere questo) :

A essere sinceri, ci sono troppe maledette coppie là fuori che vivono senza sesso. E quando diciamo “senza sesso” intendiamo le relazioni che non includono alcun tipo di sesso, neanche una volta l’anno. Per alcune coppie “poco sesso” significa… mai sesso. Il sesso è una parte cruciale della relazione. E’ un ampio ombrello sotto il quale si passa dall’atto vero e proprio fino a un massaggio sensuale. Fingere che il sesso non sia “un grosso problema” è dannoso quando vi trovate in una relazione. Il sesso programmato è un’ottima soluzione per le situazioni “senza intimità” in una coppia. Siediti con il tuo partner e avvia una conversazione aperta e onesta su questo argomento. Se non riuscite a farlo in due e avete bisogno di una terza persona, contattate un sessuologo o un terapeuta. Tutti meritano di essere sessualmente soddisfatti in una relazione

Sta a noi decidere se lasciarci completamente governare da una forza che ci è sconosciuta con il rischio di finire fuori strada oppure se vogliamo essere noi a scegliere come e quando volerci bene.

Antonio e Luisa

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Riscoprirsi una meraviglia!

Sono le 19 di un venerdì di settembre, siamo a Riccò di Fornovo presso villa S.Maria, arrivano tante famiglie, arrivano tante coppie, ognuna con il suo bagaglio di sofferenza, con i suoi pesi e le sue difficoltà. Ognuna alla ricerca della bellezza, di riscoprirsi una meraviglia. Arrivano da Genova, Milano, Torino, Ascoli e da tante altre città della nostra Italia. Alcuni arrivano attratti dal titolo del seminario: Come sigillo sul cuore. Altri attratti da un libro che hanno letto: L’ecologia dell’amore (Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice), che hanno trovato diverso da tutti gli altri per il modo molto chiaro ed esplicito con cui gli autori raccontano l’intimità fisica. Altri ancora arrivano attratti dal programma del corso: si affronteranno temi difficili ma fondamentali come la sessualità nel matrimonio. E’ un seminario voluto da Viviana e Federico Grignaffini dell’ufficio famiglia e organizzato da Intercomunione delle Famiglie in collaborazione con l’ufficio famiglia stesso della diocesi di Parma. Intercomunione è una piccola realtà associativa, nata da una decina d’anni, già presente in diverse regioni italiane, nata dall’intuizione di un frate emiliano, padre Raimondo Bardelli, che ha lavorato tanti anni anche a Parma. Si comincia la sera stessa. Il programma è serrato, si deve finire entro il pomeriggio della domenica, non c’è tempo da perdere. Nei tre giorni si prega, si ascolta, si condivide. Senza moralismi si affronta tutto. Si affronta la chiamata all’amore di ogni persona. Si comprende come essa sia la risposta a una nostalgia profonda che ogni persona ha nel suo cuore. La nostalgia di un amore pieno, fedele, indissolubile e fecondo. Un amore che chiede tutto ma che dà anche tutto. Fino ad arrivare lì dove ci sono le sofferenze più grandi e dove è difficile trovare un aiuto, spesso anche solo parlarne. Luisa, un medico ginecologo, racconta il rapporto intimo degli sposi da ogni prospettiva: medica, biologica, fisiologica, psicologica e, non ultima, spirituale. Ed ecco che le ferite affiorano. Tantissime coppie sono ferite proprio nelle loro relazioni carnali. La Chiesa propone tantissimi percorsi dove approfondire la parte più spirituale del matrimonio, ma pochi dove si affronta l’amore nella sua dimensione più naturale e carnale. Dove si parla di preliminari e di amplesso. In modo chiaro senza filtri. Non si può costruire un matrimonio dal tetto. Bisogna iniziare dalle fondamenta. Da come ci si ama nel corpo. Lo dice anche, con parole diverse, Papa Francesco in Amoris Laetitia. C’è stato un momento in cui gli sposi partecipanti hanno davvero aperto il cuore l’uno all’altra: durante l’adorazione alla fine del secondo giorno. Un’adorazione guidata dove hanno saputo guardarsi con occhi nuovi e perdonarsi per il male che si sono vicendevolmente procurato. Il loro sguardo si è illuminato, le barriere erano cadute, erano pronti a ricominciare con convinzione perchè riuscivano a intravedere di nuovo la loro bellezza costitutiva. Erano belli e si vedevano belli. Quando è giunta l’ora di tornare a casa c’è stato un ultimo momento dove ogni coppia ha raccontato le proprie impressioni su quanto sperimentato in quel week end. Tante lacrime e tanto desiderio di ringraziare Dio. La sessualità è un dono meraviglioso di Dio, ci ha voluto maschi e femmine perchè potessimo amarci nella nostra differenza e complementarietà. Amarci come esseri umani, non come angeli. Amarci attraverso il corpo che diventa luogo dell’amore e liturgia sacra degli sposi. Solo riscoprendo, o scoprendo per la prima volta, come attraverso il corpo, attraverso la tenerezza, attraverso la corte continua e attraverso l’amplesso, ci si possa davvero amare in pienezza, gli sposi potranno finalmente abbandonarsi l’uno all’altra e al progetto di Dio su di loro e sulla loro famiglia. Possono diventare profezia e immagine dell’amore di Dio.

Vi aspettiamo ai prossimi corsi!

Antonio e Luisa

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Un amore che costa è forse più vero!

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importante. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà? Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali? L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro/a, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro/a al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro/a? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano. Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Litigati e frustrati!

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

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Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Matteo 9,9-13)

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Terza tappa: che cercate?

Dal Vangelo di Giovanni 1,38. “Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: -che cosa cercate?-. Gli risposero: – Maestro, dove dimori?-“

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Claudia che cosa cerchi per te in questa marcia? Che cerchi per te nella relazione con tuo marito, con i tuoi figli, nel tuo lavoro? Claudia cosa cerchi nella tua vita? La catechesi di questa tappa ci mette in contatto con i nostri desideri e sogni più profondi, quelli belli, quelli intensi, quelli che ci dicono chi siamo; quelle aspirazioni che se schiacciate e boicottate, riducono la qualità della nostra vita, ma soprattutto impediscono a Dio di fare grandi cose a questo mondo. Se non desideriamo, non abbiamo una direzione e siamo in balia degli eventi che scelgono per noi. Posso prendere oggi contatto con ciò che desidero di più per la mia vita. Ma per fare questo ho bisogno di essere PURIFICATA e SANATA da tutte le ferite e le bugie che mi porto dentro e che mi fanno volare basso nell’Amore. Perché è questa la potenza della marcia: nella fatica della strada calpestata, in salita e in discesa, ti fa toccare quello di cui hai più bisogno, che è essere salvata e guarita. Qualsiasi sia la tua condizione Gesù aspetta te, aspetta che tu gli chieda ciò che vuoi davvero per la tua esistenza. Questo vuol dire cominciare a prendere responsabilità del tuo matrimonio, delle tue relazioni, del tuo lavoro, piuttosto che tirare a campare, inaccettabile per un Cristiano che è chiamato ad osare e puntare in alto. E per me questa marcia è puntare nel punto più alto che conosco: l’Amore di Dio! Lo voglio per me, voglio cercare L’Amore della mia vita, lo voglio sentire in ogni sensazione e in ogni relazione, in ogni pensiero che mi passa per la testa e in ogni parola che esce dalle mie labbra! Ma nell’odore puzzolente delle mie ferite e umiliazioni, mi sento lontanissima da questo amore, perché vivo come se non fossi una principessa e come se mio padre non fosse Dio onnipotente. Mi faccio sopraffare dalle fragilità dei miei figli che rifiuto di accogliere, dai pensieri negativi che vorrebbero atterrirmi attraverso il confronto con gli altri. Vedo chi marcia con cinque, sette figli e mi sembra sorridente e sereno mentre io mi sento pessima. Mi sembra che tutti ce la fanno meglio di me. Non accetto che il mio corpo non mi segua come voglio io. E mentre mi perdo in me stessa, non uso la mia debolezza per cercare l’Amato della mia vita che non vede l’ora che torni a Lui, che mi aspetta con ardore. E mentre spreco tempo ed energie verso un’illusione di forza e perfezione che non è realistico, le prove del cammino rischiano di schiacciarmi. Ma la catechesi di oggi mi permette di alzare il volto verso la Luce che passa fra di noi e attira alla sequela. Dio lo chiede oggi a me, e lo chiede a te: –COSA CERCHI?– e ci invita a seguirlo per rivelarci che la nostra origine è Lui, e a quale posto siamo destinati. Tutti i pensieri negativi, le manie di grandezza narcisistiche, quel vittimismo con cui ti disprezzi, le fragilità, le debolezze, sono il peccato che ti mette in fuga dalle relazioni quando queste diventano difficili, e ti impediscono di stare al posto tuo. Ma cosa è il POSTO TUO se non l’Amore tenero e misericordioso del Padre. Se il posto tuo è l’amore di Dio, sarà più semplice per te (anche se a volte doloroso) essere un posto d’amore per tuo marito, casa accogliente per tua moglie. Perché il posto di un matrimonio è l’amore, un amore che non si può sciogliere, incondizionato, gratuito, tenace, come quello di Dio per noi. Questo non ha niente a che vedere col subire o ingoiare, ma col RESTARE! Restare accanto a tuo marito coi suoi mille difetti, trovare una strada con tua moglie nonostante il suo caratteraccio, perché l’Amore non si arrende mai e non smette mai, anche quando sembra impossibile. L’amore trova la strada per arrivare al POSTO GIUSTO: Cristo Gesù. E quando lo trova ciò che è amaro e indigesto, si trasforma in dolcezza di miele, come San Francesco con i lebbrosi, esseri disgustosi per lui all’inizio, erano il mezzo con cui Dio iniziava a purificare Francesco per mostrargli che seguendo Cristo ciò che a prima vista ti fa male, poi si trasforma in “dolcezza di animo e di corpo”.
Possa tu trovare il tuo posto a casa di Gesù e sognare e desiderare per te e per chi ti circonda questo Amore.

Claudia Viola

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Nel loro abbraccio rivive l’Eden

Alda Merini, immensa poetessa scrive: Ci si abbraccia per ritrovarsi interi. Questo sei parole sono vere, sono di una profondità e autenticità comprensibili solo a chi ne ha fatto esperienza. L’abbraccio è meraviglioso. L’abbraccio è linguaggio del corpo, è liturgia degli sposi. La mancanza di carezze e abbracci rivela  grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono causa ed effetto, in un circolo vizioso, della mancanza di tenerezza e dialogo tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per chiunque lo abbia sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla/o stretta a sè, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro/a per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (ripeto anche l’amplesso è un abbraccio)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro/a è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica,  con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Termino con una citazione di Rocchetta, che su queste realtà e maestro e profeta: Ogni qualvolta marito e moglie si abbracciano,amandosi, accade un miracolo, nel loro abbraccio rivive l’Eden e l’Eden si fa dono di Grazia per loro.

L’abbraccio come momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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L’invisibile meraviglia della celebrazione delle nozze.

Stamattina (sabato scorso ndr) sono entrato nella chiesa della mia parrocchia. Era appena terminata la Santa Messa. Si erano fermate le solite quattro nonne a recitare il rosario. Benedette quelle nonne che , sono certo, con la loro preghiera reggono la Chiesa.  Il resto era deserto. Tutto era avvolto nella penombra. Una situazione privilegiata per pregare e riflettere con calma. Il parroco, nel frattempo,  andava e tornava dalla sacrestia. Stava, evidentemente, predisponendo per qualche cerimonia. Ho pensato al solito funerale. Poi ho capito! Quando ha posizionato sotto l’altare un inginocchiatoio doppio non poteva che essere un matrimonio. Ho cominciato a fantasticare. Guardavo quella scena. In quel momento non c’era ancora nulla. Pensavo come da lì a qualche ora quello spazio sarebbe stato riempito. Si sarebbe animato. Si sarebbe riempito della vita di due giovani e del sacrificio di Cristo sul Golgota. Si sarebbe riempito di tanti amici e parenti di quei due giovani. Chissà quanti di questi avrebbero vissuto con noia ed impazienza che quella cerimonia finisse. Senza rendersi conto del miracolo che stava avvenendo sotto i loro occhi.  Quello spazio sarebbe diventato Sacer (cliccate qui se non sapete il significato di questa parola). Recinto sacro. In quello spazio delimitato da un inginocchiatoio e due sgabelli si sarebbe da lì a poco compiuto un miracolo. Due persone, un uomo e una donna, che si offrono completamente all’altro/a. Sono ministri del sacramento. Il sacerdote non è ministro in questo caso. Lo sono i due sposi. Sono ministri e sono nel contempo offerta. Offrono se stessi. Tutto quello che sono e che hanno. Due persone che liberamente decidono di darsi ed accogliersi l’un l’altra. Il matrimonio, letto in questo suo significato profondo, è un vero e proprio sacrificio. Matrimonio ed Eucarestia si somigliano per tante cose, questa è una di queste. L’Eucarestia non è forse la rinnovazione del sacrificio di Cristo che ha dato se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, ha donato la sua vita? Il matrimonio non è simile in questo? Gesù me lo immagino sempre profondamente commosso. Due persone che ancora hanno il desiderio di amare così, in modo incondizionato, senza mettere limiti. Che bello. Gesù vuole fare parte di questa unione. Per questo il matrimonio sacramento non è tra due persone ma tra tre. Gesù è parte fondante. Il matrimonio è un sacrificio perchè permette che il  nostro dono diventi offerta non solo al nostro coniuge, ma anche offerta a Dio. La nostra unione diventa cosa di Dio. Sposandoci in Chiesa il nostro matrimonio non è più solo nostro, ma è di Dio. E Dio diventa parte attiva. Dà tutto se stesso perchè quell’unione funzioni e non muoia. Ai due sposi è chiesto solo di riempire le giare di acqua, con quel poco che hanno. Trasformare l’acqua in vino è compito di Gesù.  (cit. Chiara Corbella)

Il matrimonio è un sacramento particolare anche per un altro motivo. Il matrimonio è un sacramento perenne, come l’Eucarestia. Come nel pane e nel vino c’è la reale presenza di Cristo. Presenza che non cessa fino a quando pane e vino non vengono consumati, così è il matrimonio. La presenza di Gesù non cessa. Gesù resta presente nell’unione sponsale dei due, nel noi, fino alla morte di uno dei due. Così quello spazio sacro non cessa. Il noi degli sposi continuerà ad essere Sacer, luogo sacro e inaccessibile a chiunque altra persona. Quel Sacer non è solo un luogo mistico è anche luogo concreto e tangibile. Da quel giorno il Sacer degli sposi sarà il talamo nuziale, il luogo dove più di ogni altro l’unione dei due diventa concreta e tangibile.

La prossima volta che parteciperete ad un matrimonio, ripensate a queste poche righe, e non potrete che guardare con altri occhi quello che starà avvenendo,non certo con occhi annoiati, ma con la meraviglia di chi assiste alla creazione, a Dio che opera e fa meraviglie. E allora la gioia vi riempirà il cuore.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è pieno solo in Gesù

Non so se lo sapete. Cosa sono gli idoli? La traduzione ebraica di questo termine è molto interessante e può aiutarci a comprendere qualche cosa in più della povertà di chi vive nel culto di qualcosa o qualcuno che non sia Dio. Si, perchè chi non ha Gesù come Signore della propria vita e della propria relazione sponsale, e pensa magari di essere libero e di decidere, in totale autonomia, della propria vita, diventa schiavo di uno o più idoli, sempre. La parola idolo non è legata alla divinità, come verrebbe naturale pensare. È scritto in Lv 19, 4: “Non vi rivolgete agli idoli [אֱלִילִים (eliylìym)]”. La parola eliylìym è collegata con la parola אל (al) che significa “nulla”. Gli idoli sono allora “nullità”. Gli idoli sono il vuoto. L’opposto della pienezza, di ciò che dà senso. Cosa voglio dire? Cosa ci vuole dire Dio attraverso la Parola? Vuole dirci che Lui è nostro Signore, ma non per farci schiavi, ma per liberarci. Lui è un Dio che ci offre la vita e non ce la chiede. Gli idoli al contrario prendono la nostra vita non dandoci nulla, lasciando il vuoto in noi e nella nostra relazione. L’idolo può essere il lavoro, la carriera, il desiderio di una famiglia perfetta, il desiderio di una moglie o di un marito perfetta/o, fatto a nostra immagine. Gesù ci chiede di liberarci e di fare spazio a Lui nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Ci chiede di accogliere ciò che abbiamo e dare il meglio lì dove siamo senza lasciarci distruggere dagli idoli che vorrebbero prendere possesso della nostra volontà e del nostro agire. Solo cercando il Signore della nostra vita oggi, nella nostra famiglia, nella nostra relazione, in nostro marito, in nostra moglie e trovandolo in tutta l’imperfezione che caratterizza ciò che ci circonda, potremo davvero trovare il senso di tutto. Solo dandoci senza condizione a quel marito e a quella moglie potremo fare esperienza di Dio. Perchè Dio è adesso, non nel lavoro che vorrei, non nella carriera che aspiro ad ottenere, non nel marito perfetto che ho nella testa, non nella moglie perfetta che sogno, ma adesso nel luogo dove mi trovo e nella persona che ho accanto. Se non comprendo ciò rischio di buttare la mia vita cercando una perfezione che non potrò mai avere e ritrovandomi con le mani vuote. Con il nulla. Ecco che torniamo all’inizio dell’articolo. L’idolo non ci porta a nulla, Dio ci dà tutto. Cosa vogliamo per noi e per la nostra vita?

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia. Anche quando vi sentite poveri.

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Il Vangelo di oggi è uno dei più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perchè noi lo ascoltiamo in momenti sempre diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Noi mutiamo e quindi muta ciò che la Parola provoca in noi. Detto questo parto da una riflessione di don Fabio Rosini. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, gli altri non meritano nè considerazione nè rispetto. Non hanno dignità. Sono la feccia. Gesù con la parabola del Padre misericordioso vuole mettere in evidenza la diversa esperienza che fanno del Padre i due figli. Il figlio peccatore che torna ne ha combinate di tutti i colori. E’ vero. Si è comportato malissimo. Ha dilapidato le sostanze del Padre con ladri e prostitute. Però c’è un punto di svolta. Quello che fa dire a Gesù in un’altra circostanza, in Matteo 21: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Quando tocca il fondo comprende tutta la miseria di ciò che è diventato e della vita che conduce. Il peccato lo ha fatto sentire nudo e fragile. Torna a casa e l’abbraccio del Padre lo fa sentire amato come un figlio, come un figlio che ha tradito, disubbidito e che si era perduto. L’abbraccio del Padre diventa per lui occasione di sentirsi amato solo perchè è lui e non per quello che fa o non fa. Un amore autentico e incondizionato. Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha condotto sempre una vita buona. Non lo ha fatto per amore, ma per dovere. Per sentirsi a posto. Questo genera in lui l’idea che il Padre sia un padrone e lui uno schiavo. Tutto diventa pesante. Capite la differenza di relazione che c’è tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia bello, ma può essere un’occasione di rinascita. Anche io quando ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione. Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio? Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio 

pensava ci fosse in me qualcosa che valesse

la pena di salvare

e chi ero io per dirgli che aveva torto

non sono mica Dio

non sono mica Dio

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

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Seconda tappa: benedetta carne.

Nella catechesi della prima tappa (leggi qui l’articolo) abbiamo raccontato di come l’uomo ha perso la comunione con Dio e la possibilità di godersi la bellezza di quel giardino donato, rifiutando i suoi limiti e cedendo a quella bugia che lo vuole convincere che sarà benedetto e felice quando sarà come Dio.

benedetta carne amati per mare.jpg

In questa giornata di marcia, dormiremo in una grande palestra tutti insieme. Finalmente potremo farci una doccia e fare il bucato. Ma la giornata sarà dura: dormiremo da una parte, mangeremo da un’altra, e faremo la catechesi in un altro posto ancora. Mi sento sballottata e instabile. Non ho il controllo della situazione. Dal vangelo di Giovanni 1, 1-14. Dal primo versetto: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”. Mentre l’uomo è ramingo nel cammino, dopo che ha perduto il suo posto nel giardino dell’Eden, Dio compie la sua tenerezza di Padre mandando dal suo seno il Figlio Unigenito. Nell’incarnazione, l’amante si è fatto simile all’amato prendendo tutti i limiti della sua condizione (fuorché il peccato) e le debolezze della carne. Ma questo non è un fatto isolato della Storia, ma un processo continuo, attuale oggi, per cui Gesù è pellegrino con noi nella via, con le sue gioie e i suoi dolori. Non è un Dio distante e lontano, ma vicino e intimo perché Egli è stato PRESSO di noi. Presso di te. Il termine “presso” indica un legame d’amore in cui è impossibile non tenere fisso lo sguardo verso l’altro. Così Dio tiene il suo sguardo su di te quando si è incarnato. L’incarnazione di Dio segna la Verità: che la tua carne (fragilità) è benedetta. Vuoi diventare come Dio?! Allora impara ad accogliere e a stare nella tua debolezza e nelle sofferenze come occasione di relazione verso l’amore di Dio-Padre, perché Gesù ha fatto questo nella sua Storia e questo stare con fiducia in questa intimità lo ha portato a sconfiggere il più grande limite umano: la morte! Tu invece la tua nudità non la sai gestire, perché la vuoi controllare eliminandola o nascondendola. Così in questo terzo giorno di marcia, vorrei tanto eliminare i miei limiti e la mia insofferenza (come faccio nella mia vita del resto…), ma al massimo riesco a nasconderle, tranne durante le catechesi quando piango. Ma giorno dopo giorno, scopro che proprio in quel pianto ho l’occasione di essere vista e amata, non solo da Dio attraverso la sua Parola, ma anche attraverso il sorriso e gli abbracci di chi mi vede e cammina con me. Io ho bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di me. Questo bisogno gli uni degli altri ci rendere perfetti e ciò che soffri, come gestisci i dispiaceri, ti guida all’obbedienza (ascolto profondo alla Verità della vita). Ma non perché sei masochista o hai un Dio sadico, ma perché il dolore fa parte della nostra esistenza, e ha fatto parte dell’esistenza del nostro Dio, che ci ha mostrato sulla sua carne come gestirlo. Questo è stato il suo modo di stare presso te. Se con i figli l’obiettivo e staccarli dalla carne e donarli alla vita, con tuo marito o tua moglie l’obiettivo è essere una carne sola (la carne nella Bibbia indica la fragilità). Una unità nella fragilità, un incastro perfetto nelle imperfezioni della storia personale e del carattere. È un processo continuo lungo tutta la vita, un divenire che spesso va oltre il bianco e nero del controllo illusorio con cui vorremmo impacchettare la vita e l’altro. Nell’amore delle vostre debolezze c’è l’unica possibilità di diventare come Dio. Nel bisogno dell’altro, nelle ferite reciproche, nella comprensione e nell’ascolto, nel perdono. Per diventare come Dio non devi essere RISOLTO, che non vuol dire non lavorare su di te e la tua crescita. Puoi scoprire che in quel limite diventi pienamente uomo, solidale, capace di amare. Gesù si è fatto “disprezzabile” come noi per smentire la tentazione del serpente che la nostra carne è disprezzata! Ci dimentichiamo che ciò che è fallato è già amato! Così posso cambiare comportamenti malsani e trovare un migliore equilibrio emotivo con me e con gli altri, ma c’è una spina nel fianco che fa male e non si toglierà. Essa che è lo spazio della Grazia e dell’amore di Dio che si manifesta pienamente in quella debolezza. Quali sono le debolezze che non accetti di te, di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli. Della tua storia. Quelle fragilità diventano tenebra solo se non sono amate. Le nudità della tua relazione di coppia sono lo spazio per poter chiedere aiuto e ricevere, crescere e maturare in una vita che non puoi darti da solo. Benedetta crisi. Benedetti litigi. Quando posso avere a che fare con le sozzure dell’altro senza darmela a gambe, anche scontrandomi, dicendone quattro, senza abbandonare la relazione, la complicità di essere nella stessa squadra, in quel posto che mi è stato donato. Posso stare al POSTO MIO senza paura dei problemi, anche i più sconvenienti, perché è proprio lì che il mio Dio mi aspetta come un innamorato e la luce del suo Amore rischiara l’oscurità delle paure.

Claudia Viola

Qui trovate il link all’articolo originale

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“Nel terzo cassetto”-La ricerca dei calzini e della propria identità

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise.

 

Lui le chiese: “Dove sono i calzini di nostra figlia?”

“Nel terzo cassetto dell’armadio delle bambine” rispose lei, sapendo già che poco dopo questa risposta sarebbe dovuta accorrere in aiuto del suo coniuge.

Quel coniuge così sicuro in altri ambiti della vita, così pratico nel trovare mille soluzioni per cinquecento problemi…proprio lui ora era lì, con le mani in quel misterioso cassetto e lo sguardo perso nel vuoto…un vuoto vasto, che sconfinava nelle profondità dell’essere maschio innanzi alla complessità del terzo cassetto.

Cosa gli impediva di trovare quello che cercava (i calzini, appunto) e cosa invece lo predisponeva a smarrirsi egli stesso durante quella ricerca…solo Dio lo sa.

Sta di fatto che una volta sua moglie dovette chiamare un falegname affinché smontasse l’armadio al fine di recuperare oltre ai calzini di sua figlia, anche il marito che si era smarrito da circa una settimana nel fatidico terzo cassetto dell’armadio delle bambine.

Ci mancò poco che anche il falegname ci restasse secco…infatti il suo sguardo iniziò ad apparire assente appena le sue orecchie captarono la voce della padrona di casa che chiedeva di cercare suo marito all’interno del terzo cassetto nell’armadio delle bambine.

Alle parole “terzo cassetto” il falegname si era già quasi smarrito nella infinita e angosciosa vastità dell’universo maschile.

In realtà il falegname non poté nulla contro la forza dello smarrimento che lo assaliva innanzi al terzo cassetto dell’armadio delle bambine. Dovette risolvere tutto la padrona di casa, nonché moglie del marito smarrito tra i calzini, le magliette e i pigiami nel cassetto.

Le differenze di genere non esistono dicono alcuni…Io rispondo: Si vede che non avete mai visto un uomo innanzi ad un terzo cassetto qualsiasi.

🙂

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Sposi sacerdoti dell’amore. Una fiamma dell’amore divino

Di seguito potete leggere un capitolo del nostro libro di prossima uscita. Spero vi aiuti a capire di cosa tratterà il testo e vi affascini, facendo nascere in voi il desiderio di leggerlo.

Dio si rende presente attraverso l’amore umano di tutti gli sposi in Cristo che vivono in pienezza, come nel Cantico, il loro matrimonio. È una fiamma del Signore. È luce di Dio nella vita degli sposi stessi e per il mondo intero. È via di salvezza. Non c’è contrapposizione tra l’amore umano e l’amore di Dio. L’amore così genuinamente ed ecologicamente vissuto dagli sposi, come Dio lo ha pensato per loro, è amore di Dio stesso. Solo prendendo coscienza di questa grande realtà che ci caratterizza, possiamo capire come ogni gesto che ci scambiamo noi sposi sia davvero un gesto sacro. Esprime, ripeto, l’amore di Dio. Come ho già scritto all’inizio di tutte queste riflessioni. Con una differenza: all’inizio poteva sembrare una bella riflessione e basta. Ora no. Dopo aver meditato questo Libro, possiamo comprendere come sia davvero così. Gli sguardi, gli abbracci, l’intimità e tutto ciò che nella vita degli sposi è gesto di dono, di servizio e di tenerezza per l’altro/a è gesto sacro. Un gesto che rende gloria a Dio. L’amplesso degli sposi, quando è vissuto nella verità e nel desiderio di farsi dono, è il più alto gesto d’amore sensibile che gli sposi possono vivere e donarsi l’un l’altra. Rendiamo presente Dio nel nostro amore. È una fiamma del Signore. Quanti ignoranti dicono che la Chiesa è contraria al sesso. Quanti non capiscono che invece ne ha una considerazione altissima. Solo così l’intimità fisica è vissuta appieno. Diventa gesto che rende presente l’amore di Dio. Per questo l’intimità fisica non può essere banalizzata o inquinata da una mentalità sbagliata. Non solo da una mentalità materialistica e pornografica, dove la sessualità è concepita come modo per ricercare e vivere il piacere usando l’altro/a. Esiste anche un’altra “eresia” dell’amore. Quella di alcuni cristiani che considerano il rapporto fisico come qualcosa che abbassa la crescita spirituale sporcando il matrimonio. Qualcosa di necessario esclusivamente per procreare. Quindi quasi tollerato. Quanta miseria in questa concezione dell’intimità. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti. In quanto tale, è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un altro bambino. L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo. Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida. Il concepimento del bambino è il dono del Creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio dà alla coppia. Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Il figlio è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e come tale gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

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