Signore da (quale psicologo) andremo?

Da pochi giorni ho concluso la settimana di Esercizi Spirituali ignaziani. Mi trovo con la mia comunità in un posto bellissimo sulle Alpi il ché non ha che favorito le immense grazie che Gesù nella sua bontà ha elargito ancora una volta alla mia vita.

Che posso dirvi cari sposi dopo un’esperienza del genere? Nulla di trascendentale sennonché il Signore in questi momenti ti ficca nel cuore e nella mente le verità più semplici ed essenziali. Quelle che già sappiamo ma che probabilmente non abbiamo ancora digerito, rimangono lì in bilico tra piloro e duodeno e di conseguenza non sono state assimilate del tutto.

Una di queste e che mi è sempre più chiara nella mia vita di cristiano e sacerdote è che senza Gesù non vado da nessuna parte. Ho tra le mani vari progetti molto entusiasmanti: un dottorato, attività con sposi in giro per l’Italia e forse all’estero, libri scritti e da scrivere, ed altro. Posso dire di avere una vita piena e umanamente ricca di eventi e sfide. Ma… se al centro del mio cuore non c’è lo Sposo, non c’è Gesù e se tutto questo che vi ho elencato non lo faccio per Lui… è tutto tempo sprecato.

Quante cose pure voi sposi fate, molte più di me: lavoro, figli da crescere, genitori da accudire, e un largo eccetera. So per certo di quanta fatica ci sia nella vostra ordinarietà, quante croci portate nel silenzio del cuore.

La tentazione di buttarsi sempre su rimendi umani c’è, dicasi psicologo, dieta ayurvedica, Yoga, cousellor, personal couch, PNL…

Ma alla fin fine, ricordatevi bene, per quanto certe cose possano essere anche buone e utili, cari miei, se non ci salva Gesù, non ce la facciamo con nessun altro mezzo.

Da chi andremo se non dallo Sposo? Dobbiamo ringraziare Pietro per la sua solita disarmante sincerità. Quella frase gli è uscita proprio dal cuore perché lo aveva capito bene, proprio lui, Pietro, vecchio volpone, che senza Gesù non avrebbe combinato nulla di buono nella vita.

E anche voi, che siete sposati a Lui in modo indissolubile, da chi andrete se non da Lui? In quale filosofia di vita, in quale corrente di pensiero, in quale ideologia trovare qualcosa di meglio? Credo che 2000 anni di storia sono più che sufficienti, possano anche bastare, per dimostrare che solo Gesù è la nostra via, verità e vita e all’infuori di Lui non c’è nulla di valido.

Cari sposi, in qualsiasi situazione spirituale siate, “smonati”, carichi, mediocri, entusiasti, adesso e sempre ripartiamo da Gesù supplicandolo di stare al centro della nostra vita personale e di coppia. Lui non ci delude, perché è fedele e verace alle sue promesse di donarci il centuplo quaggiù e poi la vita eterna.

ANTONIO E LUISA

per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 4: il destino del sesso

Cari sposi,

            siamo giunto alla quarta e ultima chiacchierata estiva sul tema del sesso. Riassumendo per gli “operai dell’ultima ora” la prima volta abbiamo parlato sulla bellezza meravigliosa della distinzione sessuale di uomo e donna, del dono di essere persone sessuate; poi abbiamo approfondito il senso di tale differenziazione per arrivare a comprendere che una conseguenza di tale senso è la capacità di amare con un ordine già scritto dentro di noi, nel nostro corpo.

            Resta, per così dire, un ultimo passo da fare. Domandiamoci: dove ci porta tutto ciò? Ossia qual è la finalità, il destino di contenere in noi questa ricchezza che ci fa ad amare in un modo così grande? Esiste un destino alla nostra sessualità che vada ben oltre l’unione fisica ed emozionale dei corpi?

            Mentre vi scrivo siamo in tempo di pioggia di stelle. Anche voi come me siete stati in queste serate con il naso all’in su per ghermire più bolidi siderali possibili. Ho avuto la grazia, trovandomi in una valle alpina, di osservare uno spettacolo unico, mozzafiato: grazie al cielo nitido e pulito erano ben più visibili tantissimi astri e, come se non fosse abbastanza, sullo sfondo, da nord a sud, splendeva la maestosa e immensa Via Lattea.

            Parlare di stelle è assai affine al tema del sesso. Sì, avete capito bene, non sto andando “dalle stelle alle stalle” ma davvero il nostro corpo punta proprio lassù. Il punto di connessione tra sesso e stelle è dato dalla parola “desiderio”. Alla lettera, in latino, desiderio significa precisamente il contemplare le stelle. E come mai allora il desiderio ha un forte connotato sessuale? La risposta a che vedere appunto con il fine, il destino del sesso, che non è la terra ma il Cielo.

            Ma per aprirvi ancora di più l’appetito, inizio da un articolo apparso su Repubblica  un paio di anni fa che afferma senza mezzi termini che il sesso non porta con sé nulla che faccia pensare a un destino. Leggetelo, è un bell’esempio del pensiero mainstream secondo cui il corpo, il sesso, sono oggetti a nostra piena disposizione, ad uso e consumo libero ma soprattutto non esiste un orizzonte che vada oltre il fisico. Per cui, niente Cielo; il sesso andrà prima o poi in pasto alle lumache.

            Noi invece si parte, come già detto la prima volta, dallo stupirci di come siamo e di ciò che abbiamo ricevuto, si parte dalla constatazione del dono che un Altro ci ha fatto. E contrariamente a una visione gnostica e manichea che si è infiltrata nel cristianesimo fin dai primi secoli, la nostra carne, la nostra sessualità è intrisa di Dio.

            Tanto a mo’ di esempio, mi raccontava un’amica che aveva conosciuto una coppia giovane, credenti e desiderosi di vivere la fede. Ma, al momento di fare l’amore, giravano il quadro del Sacro Cuore sopra il letto… Pare strano ma ancora oggi ciò accade, frutto di una mentalità gnostica che si è installata nel nostro disco rigido e non c’è Kaspersky che la possa togliere.

Quando Papa Francesco in Amoris Laetitia dice che: “i coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (AL 317), nel fondo sta affermando proprio il tema di fondo: il sesso punta al Cielo e può farvelo sperimentare già qui ed ora.

Mi colpisce che questo passaggio sia stato preso da un documento chiamato “Vita Consecrata”, che è stata scritto da S. Giovanni Paolo II per le persone consacrate. Ossia, la via mistica non è una prerogativa di preti e suore ma anche voi sposi la potete percorrere. Come? Ritirandovi in un convento una volta anziani? Assolutamente no, ma vivendo la vita ordinaria e la vostra capacità di esprimere l’amore tramite i vostri corpi, con la tenerezza, con la cura reciproca, con la passione fisica. Questa strada verso le vette mistiche è tutta vostra cari sposi. Noi consacrati per secoli vi abbiamo indicato come si raggiunge l’unione con il Signore tramite la separazione dal mondo, pensate a quante abbazie, monasteri, eremi fuori dai centri abitati, il tutto per trovare Dio. Quella rimane senza dubbio una strada sicura, ma ora più che mai tocca a voi predicarci e gridare al mondo che i vostri corpi sono un segno che punta al Cielo e non solo ma anche un anticipo di Cielo.

Ricordatevi dei tre altari su cui si celebra l’amore di Dio: 1) l’altare della Messa; 2) il talamo nuziale; 3) la mensa famigliare. Voi siete i protagonisti di ben due di 3, vi pare poco?

Ma attenzione, il terreno della sessualità è melmoso, facilmente si può scadere nei due eccessi che Karol Wojtyła, in “Amore e responsabilità”, chiamava “libertinismo” e “puritanesimo”. Il secondo l’ho appena menzionato poco sopra e il primo è chiaro, è ciò che il mondo ci urla alle orecchie in tutti i modi. Voi sposi nel vivere la vostra sessualità siete chiamati a navigare in mezzo a questi due Scilla e Cariddi. E qui torna utile quanto vi dicevo la volta scorsa: perché la sessualità compia il suo fine bisogna saperla vivere in modo ordinato. Il ché suppone essere persone mature, capaci di dominarsi per amore, consapevoli del misterioso e profondo significato che il corpo contiene e non può usato solo come oggetto di piacere.

            Concludo così questo articolo con un paragrafo preso da un libro che davvero vorrei leggeste, il titolo è assai intrigante e attraente, “Mistica della carne” di Fabrice Hadjadj. La citazione è presa da un capitolo intitolato “Sesso e Trinità” a pagina 176 e 177. Non potevo concludere in modo migliore facendo riferimento a dove abbiamo iniziato, cioè dall’immagine e somiglianza della coppia con Dio Trinità. L’autore quindi scrive così: “Che cos’è questo divino mistero di Elohim, quest’unico Dio che contiene un plurale? Il dogma lo chiama Trinità. […] E dunque avrò io abbastanza pietà per credere che questo santissimo mistero, che trascende la mia ragione, ha lasciato la sua impronta nel mio bassoventre? Basta che guardi al mio sesso. […] Se non avessimo perduto la nostra innocenza, i nostri occhi potrebbero dischiudersi senza ridere: l’icona della Trinità si nasconderebbe nei nostri pantaloni”.             Ecco cari amici sposi, ci sarebbe ancora tanto da dire ma mi fermo qui. Spero che queste quattro chiacchierate vi abbiano aiutato a guardarvi con vero stupore e a saper andare in profondità e cogliere il Mistero di amore che contiene il vostro cuore e il vostro corpo, uno stupore che non farà che ingigantirsi quando in Cielo potremo vedere faccia a faccia il compimento di ciò che siano adesso solo in germoglio.

Padre Luca Frontali

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Distanza e Vicinanza – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise, “Sposi&Spose di Cristo”

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Capita spesso che la “distanza” o la “vicinanza” diventino motivo di litigio tra gli sposi. A tal proposito vi racconteremo una storia…buona lettura!

…C’era una volta…

Cenerentola che aveva appena smesso di litigare con Rino (Rino è il diminutivo di Principe Azzurro, ndr).

Cenerentola gli aveva rimproverato che da quando si erano sposati le cose erano cambiate…e gli disse tra le lacrime:

“Rino, ricordi quella sera che ballammo insieme e tu mi stringevi forte a te…non volevi più lasciarmi andare e a mezzanotte mi slogai una caviglia mentre correvo verso la carrozza e persi la mia scarpetta…ma ora non lo ricordi più…non mi stai più così vicino come una volta…sei così distante…”

Rino, che non era uno molto loquace, le replicò:

“Cenerè, mammamia come sei appiccicosa…famme respirà”

(Rino…non era solo diminutivo di Azzurrino…ma anche di burino…).

Lei pianse.

Lui no. E andò a giocare a calcetto con i suoi amici “rini” mentre lei restò a casa a lavare i pavimenti e a lucidare la pentola…(non a caso tutti la chiamavan’ Cenerentola).

Poi per voglia di sfogarsi telefonò al suo padre spirituale e gli raccontò quanto accaduto.

Il suo padre spirituale era il famigerato nonché ricercato Fra’ Tack.

Il Frate per rispondere al cellulare, si rannicchiò sotto ad una quercia per nascondersi dallo Sceriffo di Nottingham che lo stava inseguendo.

Poi rispose e si fece attento per ascoltare lo sfogo di Cenerentola.

Lei piangeva e piangeva e si lamentava e si lamentava…e alla fine il Frate, che ne frattempo aveva ripreso a correre per fuggire dalle grinfie dello sceriffo di Nottingham, soggiunse con l’affanno:

“Carissima figliola…ti capisco. La distanza che a volte viene a crearsi tra gli sposi fa male e fa piangere. Ma ti darò un consiglio: prega.” 

“Prega, prega…solo questo sapete dirmi Fra’ Tack! Cosa devo dire al Signore? Che mi faccia stare vicina vicina a mio marito?”, chiese un po’ seccata la povera Cenerentola.

No, cara Cenerentola, dì al Signore che tu e tuo marito avete un po’ di problemi con le distanzetu avresti sempre il desiderio di tenerlo vicino, lui invece scappa…”

“E’ proprio così!!!”, urlò al telefono Cenerentola.

Riprese il frate: “Allora, carissima figliola, dì al Signore che tu e tuo marito avete bisogno di vivere nella giusta distanza…o, se preferisci, dì che avete bisogno della giusta vicinanza!”

“Non capisco Fra’ Tack! Cosa volete dire?”

“Vedi, tutte le persone hanno questo tipo di difficoltà…alcuni sprecano una vita intera a rincorrere l’altro coniuge, mentre quello scappa impaurito.

“Ma di cosa può aver paura Rino…di me?”

“Non lo so di cosa ha paura Rino…ma lo stesso si potrebbe dire di te…forse lo vuoi troppo vicino perché hai tu qualche paura…ma non è questo il punto!”

“E qual è?” domandò Cenerentola…

“Vedi…probabilmente tu cerchi in lui qualcosa che lui non può darti…tu lo vuoi vicino perché, magari, ti rassicuri, ti dia quel calore, ti offra quella pace…insomma…ti gratifichi…ma dimentichi che lui non è il tuo sposo per questo! La tua pace, la tua gioia profonda può dartela solo Gesù!

Rino è tuo marito e non è Dio…mentre Gesù, che avete messo al centro nel matrimonio che avete celebrato…Lui si, Lui è Dio e solo lui può darti ciò che veramente il tuo cuore desidera!”

“Continuo a non capire”, disse Cenerentola (Che era sì una brava donna…ma era anche poco sveglia).

Al che Fra’ Tack – stanco sia per le spiegazioni, sia perché non ce la faceva più a correre mentre lo Sceriffo di Nottingham lo inseguiva con le manette – replicò: “Gesù è la giusta distanza e la giusta vicinanza tra te e tuo maritose metterete Gesù al centro della vostra relazione tu non divorerai Rino e Rino non fuggirà più da te…

…Gesù è la giusta, l’equa, la perfetta vicinanza che vi custodirà, che farà funzionare il vostro matrimonio.

…E allora, Cenerè, amatevi in Cristo vuol dire questo: tra te e Rino…ci dev’essere uno spazio…e in quello spazio dovete far dimorare Cristo…Lui farà il resto! Lui vi insegnerà ad abitare sia nell’intimità che nella lontananza…”

E fu così che cenerentola capì un po’ di più sulla relazione con suo marito…comprese che il matrimonio cristiano è qualcosa di speciale…poiché Gesù è lo Sposo degli sposi…e Lui non delude…mai.

E fu così che da qual giorno, Rino e Cenerentola vissero felici, contenti e con Gesù al centro tra loro due.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Siamo uomini: oltre il testosterone c’è di più.

Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

Achille Lauro

Ho letto per caso, scorrendo sui social, questa affermazione di uno dei cantanti del momento. Achille Lauro ripete il mantra del pensiero che ultimamante va per la maggiore, almeno in occidente: maschio è brutto mentre femmina è bello. Maschio è un concetto patriarcale e sorpassato. Uno stereotipo tossico. L’uomo per essere davvero amico della donna e accettabile socialmente deve smettere di essere maschio e fare proprie tutte quelle prerogative più femminili. Ha davvero ragione il buon e furbo Achille Lauro? (si furbo perchè io maliziosamente ho la convinzione che stia sapientemente cavalcando l’onda)

Ha ragione su alcune premesse. Spesso il maschio ha uno sguardo verso la donna poco rispettoso della persona. Uno sguardo oggettivante. Ne fa cioè sovente un oggetto da usare. D’altronde è qualcosa che c’è da sempre. San Giovanni Paolo II lo classifica come frutto velenoso del peccato originale commentando il versetto Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

La soluzione è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci si, ma da maschio ad uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. Cristo che è vero Dio ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio.

Cosa significa concretamente? Significa che dobbiamo crescere ed educarci a diventare ciò per cui siamo stati creati. Lo abbiamo scritto dentro. Il nostro corpo parla. Prendiamo qualcosa che abbiamo solo noi. Qualcosa che nel micromondo del nostro corpo può raccontare tanto di come siamo fatti. Mi riferisco agli spermatozoi. Ho trovato una spiegazione meravigliosa nel libro di Tommaso e Giulia Il cielo nel tuo corpo. Gli spermatozoi sono immagine di grande forza e vitalità. Sono immagine di virilità. Appena lanciati alla carica non si fermano, sono in competizione l’uno con l’altro. E’ una vera guerra. Vincerà solo uno. Devono affrontare, oltretutto, un viaggio breve ma pieno di insidie (la vagina è un ambiente acido per non parlare del sistema immunitario della donna). Alcuni ce la fanno, arrivano alla meta, lì dove c’è l’ovulo femminile ad attenderli. Cosa fanno? Attaccano come gli indiani a Little Big Horne? No, succede qualcosa di inaspettato. Tutta la loro aggressività si spegne. Inizia qualcosa di diverso. Inizia un dialogo d’amore (rende bene l’idea) tra uomo e donna. Tra gamete femminile e gameti maschili. Gli spermatozoi non cercano di ottenere con la forza l’accesso nella cellula uovo, ma attendono con umile pazienza che sia la donna a scegliere chi far entrare in lei.

Quando l’uomo è capace di gestire la sua forza al servizio della donna e della vita ecco il miracolo, ecco che comincia ad essere ciò che è. Una creatura meravigliosa capace di dare la vita esattamente come può fare lo spermatozoo. Ecco che la sua aggressività tanto disprezzata dalla nostra società prende una nuova forma e una funzione profondamente buona e positiva. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività.

Quindi non vergogniamoci perchè siamo uomini. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. Papa Francesco esprime questa dinamica di perfezionamento reciproco molto bene:

Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal modo di amarvi. 

Antonio

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La compagnia del cigno: intrattenimento o indottrinamento?

Terza e ultima puntata sulla Compagnia del Cigno (cliccate per leggere le altre già pubblicate prima seconda), che dà un notevole rilievo all’omosessualità o, meglio, alla sua normalizzazione. Tra l’altro, nel 2020 la serie televisiva è stata tra i vincitori del Diversity Media Awards. Nati come riconoscimento per la rappresentazione nei media di persone e temi LGBTQ+, i Diversity Media Awards hanno allargato l’attenzione alla rappresentazione della diversità nelle aree genere e identità di genere, orientamento sessuale ed affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità.

Ma torniamo alla Compagnia del Cigno: Matteo, che è marchigiano, viene ospitato a Milano dallo zio Daniele, un omosessuale dichiarato. È una bella persona, forse il personaggio migliore, dopo il maestro Marioni. Daniele cerca l’amore vero, fedele, duraturo e con rassegnazione si adatta all’ambiente gay di Milano, dove, dice lui, il tradimento è molto diffuso. Un giorno in un appartamento del condominio in cui abita, arriva un bel ragazzo simpatico, che a Daniele piace subito, ma immediatamente dietro di lui sbuca una bella ragazza. Il povero Daniele ripiomba nello sconforto, ma ben presto scopre che il bel ragazzo, anche lui di nome Daniele, è omosessuale, mentre la bella ragazza è un transessuale (nella realtà, la bella ragazza è davvero una ragazza, l’attrice Pina Turco). I due Daniele si mettono insieme e l’amore trionfa, anche quello fisico. Infatti, i due appaiono diverse volte a letto a torso nudo. Mi sembra che sia la prima volta che una serie televisiva in prima serata su Rai 1 mostri immagini che alludono a un rapporto sessuale tra due uomini. Il tutto è molto naturale, per nulla trasgressivo, normale. La serie televisiva presenta i due Danieli per niente effemminati, mentre lo sono il precedente fidanzato dello zio Daniele e i suoi amici snob. Daniele 2 (l’attore Michele Rosiello), in particolare, è decisamente virile, affascinante anche per il pubblico femminile.

Attualmente, anche la normalizzazione delle unioni civili è ormai acclarata. Se vi ricordate, nel 2013, la riconosceva anche Barilla: Il matrimonio omosessuale lo rispetto perché riguarda due persone che vogliono contrarre il matrimonio, invece non rispetto l’adozione delle famiglie gay perché riguarda una persona che non è quella che decide. Per queste affermazioni Barilla subì il boicottaggio e fu costretto a fare marcia indietro. Attualmente, infatti, gli italiani hanno accettato omosessualità e unioni civili, ma faticano ancora ad approvare l’adozione di bambini e ragazzi da parte di omosessuali, perché ci tengono ancora tanto alla coppia mamma-papà. La Compagnia del Cigno, nella seconda stagione, spinge con decisione su questo aspetto. Daniele 2, infatti, vorrebbe diventare genitore affidatario semplicemente “per aiutare un ragazzo o una ragazza a crescere”. L’assistente sociale va a casa loro per spiegare (soprattutto al pubblico di Rai 1) che la legge non permette a due uomini di diventare genitori affidatari in quanto coppia, ma lo permette a un single (etero oppure omo).

Ad un certo punto, Daniele 2 va in tribunale per un eventuale affidamento e lo zio Daniele lo aspetta in strada. Qui c’è un altro uomo che, per lo stesso motivo, ha accompagnato la sorella. Vale la pena di leggere il dialogo tra i due:

Sconosciuto: Il giudice! È tutto in mano al giudice, è molto importante come la pensa sulle cose importanti. Li danno anche agli omosessuali. Personalmente, non ho niente contro di loro… Adesso ce li ritroviamo anche come genitori affidatari. Mi sembra troppo. Personalmente, lontano dai ragazzi, lontano dai nostri figli, no?

Daniele (dopo aver cercato di trattenersi): Senta, lì dentro non c’è la mia ragazza, c’è uno di quegli omosessuali, quelli che devono stare lontano dai ragazzi, dai suoi figli. Io sono il suo compagno e sono stanco di sentire certi discorsi, stanco perfino di doverglielo dire che abbiamo tutti gli stessi diritti, che non esistono cittadini di serie A e di serie B. Io non ne posso più di gente ignorante come lei!

Sconosciuto (arrabbiato): Stia attento a come parla e abbassi la voce!

Daniele (esasperato): No! Sono stanco di abbassare la voce! Siete passati voi, voi retrogradi, voi intolleranti, voi omofobi! Siete pieni di pregiudizi, vi dovete vergognare!

Sconosciuto (molto arrabbiato): Continua! Basta solo una parola…

Daniele (provocatorio): Cosa? Mi vuole picchiare? Avanti! Mi picchi! ‘Sto coglione…

La scena immediatamente dopo mostra lo zio Daniele a casa: è stato picchiato dallo sconosciuto e ora viene medicato da Daniele 2. Lo zio Daniele si giustifica così: Non ne posso più di essere offeso, la gente parla senza pensare a quelli che hanno davanti, pensano di poter dire tutto quello che gli passa per la testa! Un ottimo spot a favore del ddl Zan (contro la omo-transfobia), che infatti minaccia sanzioni per chi osa dire ciò che gli passa per la testa, per esempio, che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma per crescere. A mio parere, l’intento manifesto di questa serie TV è proprio quello di educare gli italiani, di portarli a pensare che la coppia mamma-papà non sia poi così necessaria. Alla fine, Daniele 2 diventa genitore affidatario di un ragazzo, di cui si vede solo un’immagine fuggevole. E la bisessualità? C’è anche quella. Robbo è deluso dalla figlia del compagno della madre, perché ha scoperto di non essere l’unico con cui lei va a letto. Lui decide di perdonarla e va verso la camera di lei, ma aprendo la porta, la vede che sta baciando una ragazza. Per niente turbate, le due fanciulle lo invitano a unirsi a loro, ammiccando. Lui batte in ritirata… Forse il poliamor è troppo anche per gli italiani! Concludendo, mai come in questo periodo storico, la televisione dimostra di essere, più che un mezzo di intrattenimento, un mezzo educativo per grandi e piccoli. Attenzione!

Luisa

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La vera trasgressione …

Ecco il Vangelo che la Chiesa Cattolica ci propone oggi :

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». […]

Questo è uno di quei brani in cui la risposta di Gesù è diventata famosa anche tra i non cristiani, quali siano i motivi che portano una frase a tanta popolarità sono tuttora ignoti, forse sarà il suo apparente surrealismo… qualcuno magari si sarà chiesto se Gesù conoscesse una razza di cammelli in miniatura oppure in quale mondo avesse visto un ago dalle dimensioni enormi… un Maestro dalla fantasia a dir poco eccentrica !

I vari studiosi spiegano che forse la corretta parola originale non fosse cammello, ma gomena, cavo ( da marinaio ), altri sostengono che “la cruna dell’ago” fosse una porticina minuscola e secondaria presente nelle mura di Gerusalemme, altri ancora parlano di elefanti e non cammelli… comunque sia la corretta traduzione poco importa, perché il concetto non cambia, e cioè il contrasto estremo tra la microscopica cruna dell’ago e il mastodontico cammello.

Molti di noi si saranno cimentati da piccoli ad imitare l’abilità della nonna o della mamma nell’infilare nella cruna dell’ago da cucito quel filo sottilissimo, e ricorderanno sicuramente quanti vani tentativi prima di azzeccarne qualcuno ; e quale fierezza si provava quando finalmente si scopriva quale fosse il segreto di tale abilità !

Simpatica poi la spiegazione di Gesù ai discepoli, quasi a lasciar intendere che Lui l’avesse già visto un cammello rimpicciolirsi fino a passare per la cruna di un ago… ma secondo voi : per fare questa cosa Dio rimpicciolisce il cammello oppure ingigantisce l’ago ? La risposta è ardua ma non impossibile.

Gesù ha usato questa famosa immagine paragonando il ricco al cammello e l’ago alla porta del Paradiso. In altri articoli ( qui e qui ) abbiamo parlato della famosa “porta stretta” per cui vi rimandiamo alla loro lettura per approfondire il discorso. Oggi ci concentriamo su altri due aspetti, e cioè su cosa rende mastodontico un ricco e sul perché l’ago non si ingigantisca.

Ovviamente la ricchezza di cui parla Gesù non è solo quella dei beni materiali, il ricco è simbolo dell’avarizia, della bramosia di avere, della mai sazia sete di potere, della scalata al successo a tutti i costi ; colui che possiede ed è attaccato al suo “possesso” non è libero, ma è costretto a difendere il suo “avere”. Il ricco che ha ricchezze spirituali (autorità, potere, etc. ) le può usare in modo negativo per soddisfare il proprio ego, anche contro il bene dell’altro, oppure in modo positivo aiutando il prossimo bisognoso, ma non per il bene di chi si è fatto prossimo ma, per esempio, per tenere a bada il proprio senso di colpa per essere nato in una famiglia ricca economicamente.

E può succedere anche nel matrimonio : quando il mio ego si nutre delle continue richieste del mio coniuge, considerato incapace nel risolvere diverse situazioni e trattato di conseguenza dall’alto della mia bravura ; oppure quando impedisco al mio coniuge di interporsi tra me ed i “miei” figli (non considerati “nostri“), impedendo di fatto al mio coniuge di crescere ed affinare la pratica genitoriale ; oppure ancora quando ci si impadronisce di un servizio reso alla parrocchia e non siamo servi di questo servizio, così da sentirsi padroni di noi stessi.

Il ricco, giorno dopo giorno, ingrassa a vista d’occhio perché il suo super-ego ha continuamente fame e vuole essere sempre rimpinzato ; siccome questa fame del mondo non sazia mai, ecco allora che ha bisogno di essere continuamente alimentata ; il ricco così si ritrova addosso una zavorra che lo tiene ancorato a questo mondo impedendogli di spiccare il volo… oppure usando la terminologia del Vangelo di oggi possiamo dire che il ricco ingrassa a dismisura. Il ricco è pieno di sè.

Non è un caso che questo tema della ricchezza, proposto in questi giorni dai vari brani di Vangelo, sia posto nei giorni seguenti alla solennità dell’Assunta, come a dirci che la Madonna è l’esatto contrario di quel ricco che non entra nel regno di Dio, la Chiesa ce la pone come modello ; infatti Ella non fu così “obesa di sé” come quel ricco, al contrario Lei, si vuotò di sé stessa ( del proprio super-ego ), riempiendosi così di Dio : infatti è “la piena di Grazia”.

Carissimi sposi, vogliamo imitare Maria , vogliamo riempirci di Grazia ? Cominciamo a svuotarci dei nostri super-ego altrimenti la Grazia non trova posto nel nostro cuore.

Un’ ultima considerazione circa l’ago e la sua cruna. Molti sposi pensano che per entrare nel regno di Dio non serva “dimagrire” loro stessi, ma sia più utile ingigantire la cruna di quell’ago ( oppure allargare la porta stretta che porta in Paradiso ). Questa è una tentazione a cui molti sposi abboccano, pensando infatti di farsi una legge morale da se stessi, prendendo dal Vangelo ciò che piace, e respingendo ciò che richiede sforzo e fatica, lacrime e sudore, insomma tutto ciò che esige la conversione personale e di coppia.

Un esempio classico è l’uso della regolazione naturale della fecondità : la fecondità viene vissuta come un dono da accudire con intelligenza ma anche con fiducia nella Provvidenza oppure come un nemico della nostra sessualità ?

Molti lettori penseranno alla solita solfa sugli anticoncezionali, ed invece noi vogliamo riportare il discorso all’inizio : devono essere gli sposi a rimpicciolirsi per passare dalla cruna dell’ago o deve essere l’ago ad ingrandirsi alla loro misura ?

Coraggio cari sposi, la vera trasgressione è vivere il Vangelo integralmente e con Dio anche l’impossibile diventa possibile.

Giorgio e Valentina.

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L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Grandi cose hai fatto in noi

Cari sposi,

mi piacerebbe fare un piccolo esperimento con voi. Idealmente provate ad accostare la foto del vostro matrimonio e poi la foto più recente di voi due assieme. Vedendo simultaneamente le istantanee, quali sentimenti provate? Nostalgia, gioia, malinconia, dolore…?

Ossia, nel fondo è importante che venga a galla qual è l’atteggiamento di fondo con cui vi guardate come coppia, lo sguardo che avete adesso sul vostro matrimonio. In genere, il passare degli anni lascia cicatrici e la famosa “romanza” degli inizi è solo un ricordo, dato che è subentrato il realismo della quotidianità.

La stupenda festa di oggi ci insegna qualcosa di molto diverso. Oggi celebriamo una “filiale” della Pasqua: Maria è la prima creatura umana che vive la Risurrezione fino in fondo. In Lei, estasiasti, contempliamo che è tutto vero quello che Gesù ci ha insegnato, la nostra vita vera è in Cielo e di là ci andremo con tutto ciò che siamo adesso, anche i kili di troppo.

Ma vorrei attirare la vostra attenzione su una frase di Maria nel Vangelo. Lei esclama davanti a sua cugina Elisabetta: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Quali sono queste cose? Senza dubbio la scelta di essere Madre di Dio e il dono di Gesù alla sua vita. Ma nel fondo Maria era solo un’adolescente di una famiglia povera di un microscopico villaggio della Galilea. La sua vita sarebbe trascorsa nel più totale anonimato se Dio non avesse fatto quell’irruzione straordinaria. Che cosa aveva di suo Maria di così grande per cui esultare?

Qui c’è un bellissimo collegamento alla vostra vita: anche ogni vostra storia di amore è un grande dono, un prezioso per tutti, per voi, per tutta la vostra famiglia allargata, per la parrocchia, in definitiva anche per il mondo intero. Perché siete un dono? Perché in voi il Signore ha iniziato a operare “grandi cose”. Queste “grandi cose” assomigliano al “mistero grande” (Ef 5, 32) che San Paolo intravedeva in ogni coppia sposata.

Quali sarebbero allora le vostre “grandi cose”? Nientemeno che l’essere voi portatori di Dio, essere a Sua Immagine e Somiglianza, il poter ripresentare il volto paterno e materno di Dio. Nella vostra storia assieme è entrato Dio, “non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Attenzione alla routine, al farvi fagocitare dal tran tran lavoro-casa. Tutti corriamo il pericolo di vivere così distratti dall’attimo fuggente che dimentichiamo lo sfondo su cui si staglia e si muove la nostra vita.

Perciò vorrei suggerirvi questo aspetto di Maria come una stupenda lezione nuziale: saper leggere tra le righe della propria vita la Presenza di Gesù.

Maria ha sempre avuto sotto gli occhi i segni dell’amore di Dio, ha visto nella concretezza della sua vita che il Signore le voleva tanto bene e di questo era felice. Pure voi siete chiamati a vedere nella vostra storia, pur con tutti i saliscendi, questi segni di amore. Gesù è con voi, cammina con voi, non vi ha mai lasciato soli, magari a volte non ne eravate consapevoli. In questa festa della nostra Mamma celeste, questo Suo modo di stare davanti alla propria vita vi aiuti ad avere uno sguardo di fede nei vostri riguardi. Per questo Papa Francesco ci scrive: “Come Maria, (le coppie) sono esortate a vivere con coraggio e serenità le loro sfide familiari, tristi ed entusiasmanti, e a custodire e meditare nel cuore le meraviglie di Dio (cfr Lc 2,19.51). Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie, che ella conserva premurosamente. Perciò può aiutarci a interpretarli per riconoscere nella storia familiare il messaggio di Dio” (Amoris Laetitia 30).

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di confermare la riflessione di padre Luca e lo facciamo rileggendo la Parola di oggi: D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. E’ la prima delle beatitudini evangeliche. Beata perchè si è fidata. Perchè nella sua vita ha accolto la presenza del Salvatore (lei lo fatto proprio nella carne) attraverso il suo sì. Anche noi siamo chiamati a questo. A meravigliarci continuamente della presenza di Gesù nel nostro matrimonio. E’ significativo che questa riflessione avvenga proprio durante il periodo estivo che per tanti è tempo di riposo e di vacanza. Che questo tempo di vacanza non diventi del semplice ozio infecondo, che non porta frutto. Non sia un’occasione persa. Riposiamoci certo, ma approfittiamone anche per scorgere la bellezza che c’è nella nostra relazione. Ora che i ritmi sono meno frenetici e c’è la possibilità di contemplarci e di contemplare Lui troviamo il tempo di farlo.

Alcuni giorni fa ci è arrivata una mail da parte di una lettrice che ci chiedeva aiuto per far capire al padre come fosse importante che lui partisse in vacanza con la madre. Soli, senza nessun altro. Questo è uno dei modi per contemplare. Per contemplarsi. Spesso si crede che con il passare del tempo sia sempre meno importante dedicarsi dei momenti di qualità. In realtà è vero il contrario. Più passa il tempo e più si rischia di darsi per scontati e di non essere più capaci di scorgere la meraviglia di una relazione vissuta alla presenza di Dio e del dono reciproco. Questo è un esempio ma ci sono mille altri modi per contemplarci: pregare insieme, uscire a cena, fare l’amore bene, fare una passeggiata, visitare un museo. Ci sono questi e tanti altri modi. Scegliete il vostro e fatelo perchè siete una meraviglia, ma spesso non ve ne accorgete.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 15

Naturalmente i gesti di affetto e di amore non possono limitarsi ai baci, sia nei confronti di Dio che nei confronti dell’amato/a, ma lo capiremo meglio proseguendo nell’analisi dei rituali ; il Messale, quel libro che contiene le norme e le indicazioni valide per la celebrazione della S. Messa, a cui tutti i sacerdoti debbono attenersi, ad un certo punto recita così :

Il sacerdote, con i ministri, si reca alla sede. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e i fedeli, in piedi, si fanno il Segno della Croce. Il sacerdote, rivolto al popolo, dice : Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Ad un lettura superficiale, le indicazioni sembrano essere solo di carattere logistico e poco più, ma non dobbiamo dimenticare che la Liturgia è la fede celebrata ( o almeno dovrebbe esserlo ), per cui ogni singolo gesto non ci appartiene, ma dice della nostra fede singolare e comunitaria che ci è stata consegnata da quasi 2 millenni ad oggi.

Vi siete mai chiesti perché il sacerdote si debba recare alla sede ? Perché è la sede da cui Gesù ci parla, presiede come unico e sommo sacerdote alla divina liturgia e lo fa attraverso un mediatore, il sacerdote appunto. E’ come se il sacerdote prestasse ” in comodato d’uso ” il proprio corpo a Gesù, che è il vero e unico sommo sacerdote in eterno ; certo, noi vediamo un uomo, ma lì c’è nascosto Gesù che opera. Leggiamo infatti, sempre dal Messale :

La natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del vescovo e del presbitero, in quanto offrono il sacrificio nella persona di Cristo e presiedono l’assemblea del popolo santo, è posta in luce, nella forma stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione […] è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Sommo Sacerdote della nuova alleanza […] Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche

Ed è per questo motivo che il sacerdote è tenuto ( non è un consiglio, ma un obbligo ) a vestirsi, o meglio a rivestirsi delle vesti liturgiche proprie , perché in quel momento supremo lui deve “scomparire” per lasciare spazio a Gesù ; l’uomo fa un passo indietro per lasciar agire Gesù, il Quale è e deve essere il vero e reale protagonista della Messa, l’umano deve nascondersi per dare spazio al divino. Tralasciando ora il significato di ogni abito e accessorio, ci sembra utile domandarsi perché abbiamo fatto accenno all’obbligo delle vesti sacre per il sacerdote e gli eventuali ministri.

Proprio perché la Messa non è solo un’aziona umana, essa deve richiamarci tutti alle realtà celesti, al Paradiso, alla “S. Messa eterna”, e quindi deve avere alcune caratteristiche che non sono di questo mondo, a cominciare dagli abiti, i canti, i gesti, le parole, il modo di stare, il silenzio ; quando stiamo a Messa, tutto quello che viviamo e ciò che ci circonda dovrebbe esser d’aiuto per farci vivere un pezzetto di Paradiso.

Ecco perché il sacerdote si deve rivestire degli abiti sacri non a sua discrezione, ma seguendo le varie norme, proprio a significare che l’azione che sta svolgendo non lo vede come primo attore, si veste per assolvere ad un ministero, non per apparire più bello, ma perché l’attore protagonista deve essere Gesù ; quando il popolo guarda all’altare dove c’è il sacerdote, deve poter scorgere Gesù, il quale agisce attraverso l’umanità del sacerdote stesso, perché l’umano si è nascosto sotto le vesti sacre. E le vesti sacre, spiega ancora il Messale, devono splendere per dignità e decoro, anche la bellezza degli ornamenti deve richiamare l’azione sacra, perché il focus di tutto ciò è aiutare l’umano a “mettere un piede in Paradiso” e “dire” che quello che si sta compiendo è azione di Cristo e della Sua Chiesa ; quindi guardando il sacerdote in sede dovremmo vedere Gesù che, come un direttore d’orchestra, sta nel posto che gli spetta per dare inizio alla Divina Liturgia.

Care famiglie, volete un assaggio di Paradiso ? Partecipate alla S. Messa, infatti potremmo paragonarla con un’immagine semplice e simpatica, ad una sorta di aperitivo del Paradiso, come se fosse uno “spritz” del Cielo ( N.B. per i bresciani : sostituire la parola “spritz” con la più adeguata “pirlo”).

Questa riflessione sulle vesti sacre ci dà l’occasione di riflettere sugli abiti che anche noi indossiamo la Domenica. Se è vero che riteniamo la Domenica un giorno diverso da tutti gli altri, se addirittura la riteniamo un giorno sacro da consacrare al Signore in maniera più intensa, perché spesso ci vestiamo con la prima cosa che troviamo nel guardaroba ? Purtroppo abbiamo assistito a scene tra il grottesco ed il commiserabile, con persone che ritengono normale entrare in chiesa mettendo in mostra tutto il loro sex-appeal, e con altre che arrivano in tenuta da spiaggia riempiendo la chiesa di sabbia grazie alle loro fantasiose infradito.

Ci piacerebbe vedere le fotografie dell’album di nozze di queste persone, scommettiamo che non erano con le infradito e non indossavano la prima t-shirt trovata nel guardaroba ?

Le nostre considerazioni non hanno l’intenzione di offendere nessuno ovviamente, ma vogliono ribadire che se è vero che l’abito non fa il monaco, è pur vero che il monaco, l’abito lo deve indossare ! Abbiamo visto come sia importante che ogni realtà che ci circondi debba parlare di Dio, della Messa eterna, del Paradiso… quindi anche il nostro abito deve essere un aiuto per chi ci vede, la dignità dei nostri vestiti deve dire quanto per noi sia importante la Domenica, ed in particolare, la S. Messa. Non si tratta di indossare abiti costosissimi confezionati dai sarti più famosi del mondo, ma di avere quello stile sobrio et elegante che contraddistingue il cristiano.

L’antica usanza di avere il vestito bello della Domenica, così come le scarpe della Domenica sempre pulite, non è andata in pensione, infatti in casa nostra essa gode di ottima salute ; la Domenica deve essere, per quanto ci è possibile, un’angolo di Paradiso, ecco perché anche il vestito “dice” dell’importanza di ciò che vivo. Non possiamo negare che se sono vestito elegante, sto dicendo che l’evento a cui partecipo ha per me una grande importanza.

Ci sono persone che si vestono meglio ad un colloquio di lavoro che alla Domenica a Messa, forse che quest’ultima è meno importante di un colloquio di lavoro ?

E non possiamo neanche nasconderci dietro alla retorica frase : “tanto il Signore vede il cuore”…. noi rispondiamo sempre che Lui vede il cuore, sì, ma noi vediamo l’esterno, e, se sei vestito come quando fai giardinaggio, il tuo corpo ci sta dicendo che per te la Messa ed il giardinaggio si equivalgono.

Coraggio famiglie, riprendiamo l’antica e mai superata usanza del “vestito bello della Domenica“.

Vedrete che poco a poco il primo cuore a cambiare sarà il nostro, cambierà il nostro personale modo di vivere la Domenica e la Messa, ma aiuteremo anche chi ci vede, a cominciare dal nostro/a amato/a… non trascurate di farvi belli anche per lui/lei !

Perché sei elegante oggi ? Perché oggi è Domenica !

Giorgio e Valentina.

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Preghiera di un padre qualunque a san M. M. Kolbe – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Il 14 agosto  la Chiesa celebra la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe.

P. Kolbe fu un frate, fu un uomo che in un campo di concentramento chiese di essere ucciso al posto di un padre di famiglia.

Fu esaudito dai suoi aguzzini. Dopo due settimane senza cibo e senza acqua, essendo ancora vivo gli fu iniettata una dose di veleno.

I testimoni (ovvero i suoi uccisori) dissero che prima di morire, Massimiliano esclamò: “Ave Maria” e sulle labbra aveva un sorriso.

Raccontato questo episodio e fermatici un attimo a riflettere su questa dolorosa eppur luminosa vicenda…veniamo a noi…a casa nostra per la precisione:

“Mamma! Vieni! Mamma!!! Maaaaammmaaaaa!”

E tu – padre – nonché marito di quella donna chiamata con urla “Mamma!!!” dai tuoi figli…sei li e tra un pensiero profondo come il divano che ti mangia…vieni accarezzato dalla vocina stridula di tua figlia che richiama su di sé con tutto il fiato l’attenzione di colei che l’ha partorita.

La coscienza ti dice: “Marito, mi sa che qualcuno ha bisogno di aiuto.”

E tu le rispondi: “Mica mi chiamo Mamma io…”

E mentre tu bevi qualcosa e fai 4 chiacchiere con la coscienza per prendere tempo…la bimba urla ancora una volta: “MaaaaaaaammmmmmmaaaaaaAAAA!!!”

E lì, la svolta! Incarni il Vangelo e ti offri volontario! Ed esclami: 

“Figlia mia, prendi me al posto della mamma! Dimmi, di cosa hai bisogno…qui c’è papà!”

Gli angeli esultano, il cielo è in festa…perché un uomo ha donato la propria guancia a coloro che volevano percuotere la guancia di sua moglie…ha scambiato la sua vita con quella di colei che andava verso il patibolo.

Poco importa se poi dopo la bambina ha scelto ugualmente di flagellare sua mamma con un mare di richieste lasciando in vita te.

Tu – marito eroico – ci hai provato a salvare la vita della tua sposa. E questo è già qualcosa.

Poi a fine giornata ti rivolgi a San Massimiliano Maria Kolbe e dici così:

“San Massimiliano, prega per noi padri e madri, mariti e mogli, affinché ogni giorno in piccoli grandi gesti si possa consumare nel Dono la nostra vita. Amen. Grazie!”

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Ho bisogno della tua Presenza

Franco Battiato si è spento poco tempo fa.

Noi non siamo grandi esperti di musica, ma riconosciamo che Battiato, da vero artista, con la sua musica ha saputo trovare il modo di portarci oltre, di aprirci al mistero, toccando le profondità dell’umano.

Un’ultima piacevole scoperta che abbiamo fatto nel suo repertorio e che vi invitiamo a riascoltare è L’ombra della luce dove l’intensità della musica si sposa ad una specie di supplica verso Dio: «Non abbandonarmi mai». In questa canzone si respira una pace profonda, si coglie la certezza di una presenza oltre tutte le cose, di una luce che dà senso e bellezza alla vita, si respira l’attesa di una beatitudine infinita di cui tutte le gioie dell’amore e dei sensi non sono altro che un lieve bagliore… appunto «l’ombra della luce».

Senza dubbio però il suo brano più significativo per noi resta E ti vengo a cercare, scoperto per caso quando ancora eravamo fidanzati, nel pieno del nostro innamoramento. (vedi foto)

Recentemente qualcuno ci ha chiesto di raccontare come è nata la nostra storia d’amore (un abbraccio ad Alberto e Alessandra) ed è curioso che nel fare memoria del nostro fidanzamento mi siano tornate alla mente proprio le parole di questa canzone.

Quando l’ho ascoltata per la prima volta circa sedici anni fa, per me è stato incredibile… sono rimasto a bocca aperta, perché mi sono sentito leggere dentro.

E ti vengo a cercare

Anche solo per vederti o parlare

Perché ho bisogno della tua presenza

Per capire meglio la mia essenza.

Sentivo dare voce e volto ai moti interiori del mio cuore, che aveva da poco scoperto di non riuscire più a fare a meno di Giulia. Sperimentavo come lei fosse misteriosamente entrata nel mio cuore, non riuscivo a non pensare a lei, non riuscivo a cambiare «l’oggetto dei miei desideri»… ed era bellissimo essere ricambiato.

Avevamo scoperto un legame profondo, inaspettato, qualcosa che ci univa intimamente, come condividessimo davvero le stesse radici, pensati insieme da sempre in un disegno più grande di noi.

Immersi nell’amore, ci cercavamo perché avevamo gustato come la presenza dell’altro fosse davvero in grado di svelarci di più a noi stessi: passavamo ore intere a parlare, ad ascoltarci, curiosi di scoprire cosa pensava l’altro, come vedeva il mondo, la vita, il futuro…  

Davanti a noi si spalancava un orizzonte di bellezza… come se fossimo avvolti in qualcosa di più grande.

L’amore con il suo mistero, con le sue «meccaniche divine», ci stava piano piano rivelando la nostra identità e il nostro destino: Io sono per te! Tu sei per me! Siamo un dono l’uno per l’altro. Insieme chiamati ad essere “uno” nell’amore.

Oggi, a distanza di molti anni, riascoltare questa canzone mi commuove ancora, ma non è semplice nostalgia del periodo inebriante dell’innamoramento, è piuttosto la viva meraviglia di fronte al mistero grande dell’amore.

Certo oggi è più forte la tentazione di dare l’altro per scontato, di pensare di conoscerlo, di non avere bisogno della sua presenza per capire meglio me stesso, eppure non posso non riconoscere come in questi anni la presenza di Giulia con la sua femminilità (e con tutte le differenze e le tensioni che ciò comporta) è stata un dono insostituibile per il mio cammino di uomo, uno dono di cui non posso e non voglio fare a meno.

In più, essendo oggi più consapevole di allora sul mistero racchiuso nel sacramento del matrimonio posso gustare ancora più profondamente quanto l’amore sia davvero «un’immagine divina» del mistero di Dio, per noi cristiani dell’amore del Padre rivelato in Cristo. Un amore che, ci stiamo accorgendo ogni giorno di più, non ha a che fare col romanticismo, bensì col mistero Pasquale, ovvero con il dono concreto e quotidiano della vita.

Ma ancora di più, oggi posso riconoscere in questa canzone non soltanto una stupenda celebrazione dell’amore umano, ma anche i tratti nitidi di una preghiera. Riesco a vedere queste parole non solo rivolte alla donna che amo, ma anche a Cristo, perché sento sempre più intimamente come solo la Sua presenza, può condurmi alla verità di me stesso.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/06/ho-bisogno-della-tua-presenza/

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Quell’amore che non è amore

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro/a, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro/a al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro/a? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Questo è l’amore dei nostri tempi. Quello di trasmissioni cult come Uomini e donne o Temptation island, quello delle farfalle allo stomaco per eterni ragazzini che non crescono e che credono che prendersi delle responsabilità sia poco cool. Quello che conta, come si usa dire adesso, è vivere l’altra persona. Cioè usarla. Dicono voglio viverti, ma intendono voglio consumarti. Come un prodotto. Esattamente come un prodotto. Ciò che è più triste è che questo modo di approcciarsi alle relazioni affettive sta diventando normale nella vita di tutti i giorni.

Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. Dice Marco Scarmagnani nel suo ultimo libro Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse: tra la spontaneità e la falsità c’è una terra di mezzo che si chiama impegno. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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La solitudine tra noi …

Come di consueto ci lasceremo provocare dalla Parola, ecco di seguito uno stralcio del Vangelo proposto oggi dalla Liturgia :

Gv 12,24-26 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. […]

Naturalmente le prediche e le riflessioni di tutti gli autori classici che formano il Magistero perenne della Chiesa Cattolica, si concentrano sulla seconda parte della frase, e quindi sul fatto che la morte del chicco è vita abbondante per tanti altri, mettendo in luce come Gesù in realtà stia parlando di sé stesso paragonandosi a questo chicco. Perciò non ci soffermeremo su questo tema che è abbondantemente trattato negli scritti classici così come nelle prediche dei nostri sacerdoti per non sovrapporci ad essi quasi da fare antagonismo, ci soffermeremo invece sulla prima parte della frase.

Avete notato che questo chicco non viene mandato dal mugnaio per divenire farina ( altro tema ricchissimo ) ?

Avete notato inoltre, che questo chicco sembra avere potere decisionale di morire oppure no ? Da quando i chicchi di grano hanno queste facoltà ? A noi non risulta. Noi sappiamo che il contadino semina il chicco di grano, e con i dovuti trattamenti e presupposti, esso dona nuova vita ; viviamo in campagna, ma non abbiamo mai visto i nostri compaesani contadini parlare alle sementi per convincerli a morire così da generare nuove piantine.

Perché allora Gesù sembra attribuire ai chicchi questi poteri ? Ma che tipo di contadini conosceva Gesù ? Forse che in Israele, ai tempi di Gesù, i contadini parlassero alle sementi per convincerli a suicidarsi fosse cosa nota ?

E’ interessante notare come Gesù parli non di un chicco che vuole restare vivo perché la vita è giustamente ritenuta importante, soprattutto se è quella eterna ; ma Gesù parla di un chicco che resta vivo , ma solo.

Già una nota cantante romagnola cantava : ” la solitudine tra noi …. è l’inquietudine di vivere la vita senza te. “, come a dire che la solitudine e l’inquietudine non sono vivere , è meglio morire piuttosto che vivere nella inquietudine di restare senza l’amato/a. La canzone esprime il sentire popolare, e cioè che vivere senza amore non è vivere, praticamente è come sopravvivere ; senza amore e quindi senza donazione di sé, diventeremmo come degli zombie che camminano.

Ed in effetti il chicco che non muore resta vivo ma solo, sempre che possiamo definirlo “restare vivi”, sarebbe meglio parlare di sopravvivenza, quel chicco senza la donazione totale che l’amore richiede diventa come quegli zombie ambulanti. E così succede a noi sposi quando vogliamo trattenere la vita/l’amore solo per noi stessi, quando non c’è il dono totale, diventiamo zombie ambulanti ; sì, forse restiamo in vita, ma che vita è una vita che si nutre della solitudine, della inquietudine ? Possiamo ancora definirla vita ?

Ci capita spesso di vedere coppie che sembrano vive perché si riempiono di cose materiali o riempiono il proprio tempo correndo dietro alle voglie, alle mode del mondo che cangiano continuamente ; ma noi, con “l’occhio clinico” vediamo come tutto ciò sia un tentativo ( fallace ) di riempire un vuoto interiore, sicché avvertono il bisogno di continui nuovi stimoli che il mondo ( che li vuole fagocitati continuamente ) offre per attirarli nella propria rete. E così avviene che, una volta che il surrogato di felicità ha esaurito il proprio effetto, non avendo più nulla da dare di nuovo, viene tostamente sostituito da una altro surrogato e così via… ma gli zombie sanno di essere zombie oppure pensano di essere vivi semplicemente perché camminano ?

Quando invece incontriamo coppie che si donano generosamente l’uno all’altra ed insieme ai figli ed alla Chiesa intera, subito si nota come le mode ed i surrogati di felicità che il mondo offre, su di essi non facciano presa ; sono forse essi estranei a questo mondo ? No, lo vivono, ma non gli appartengono ! Il mondo tenta di offrire loro i soliti surrogati di felicità, ma non riesce a trovare in loro dei clienti perché essi godono già di una vita in pienezza semplicemente vivendo quello che Dio ha riservato loro nel sacramento del matrimonio.

Cari sposi, desiderate essere felici e non sopravvivere come gli zombie ? Seguite gli insegnamenti di Gesù “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” … “mi sento sempre triste” …. ti stai donando gratuitamente e completamente come insegna Gesù ?

Desiderate che la vostra coppia sia feconda di nuova vita/amore per molti altri ? Seguite gli insegnamenti di Gesù “se il chicco muore, produce molto frutto” … “non ci sentiamo fecondi” ( da non confondere con la fertilità biologica ) …. state morendo a voi stessi come quel chicco di grano ?

Cari sposi , se non portiamo frutti/fecondità dalla nostra vita sacramentale è colpa di Gesù che non mantiene le promesse fatte oppure siamo noi sposi che non doniamo tutto gratuitamente ?

Coraggio sposi, anche oggi ci è data una nuova opportunità di vita nuova, approfittiamone !

Giorgio e Valentina.

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Il peccato è accontentarsi

Oggi vorremmo rispondere pubblicamente ad una mail. L’argomento è già stato affrontato da parte nostra in altri articoli. Lo abbiamo affrontato anche nei nostri libri eppure è sempre uno dei più attuali e richiesti. Vi condividiamo uno stralcio della mail ricevuta.

Volevo porvi una domanda ed avevo paura che scrivendo sulla pagina fosse pubblico. Io e mio marito siamo sposati da un anno e abbiamo una bellissima bambina di tre mesi appena compiuti, abbiamo vissuto il nostro cammino da fidanzati in maniera pura e ci siamo sforzati di vivere la castità; con la nascita della nostra bimba sono cambiate tantissime cose e ultimamente io sono entrata un po’ in crisi per alcuni aspetti che coinvolgono la sfera sessuale.. È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza.. Spero di essere stata chiara e che possiate consigliarmi, grazie infinite per tutto vi auguro una santa giornata.

Vorremmo focalizzarci su alcuni punti. Non per dare una ricetta ma semplicemente un consiglio. Una prospettiva diversa in modo da permettere a voi di discernere meglio. La decisione resta vostra e solo vostra. Nessuno può dirvi cosa fare e come farlo.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Quando abbiamo letto questa domanda abbiamo percepito che forse c’è un’idea sbagliata di fondo. E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, ad un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi, se desideriamo essere dei buoni sudditi, dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Ci sentiamo però di mettere in guardia. Attenzione: l’uso degli anticoncezionali alla lunga impoverisce non solo l’intimità ma anche la relazione. Lo possiamo dire per esperienza diretta. Per un periodo ne abbiamo fatto uso.

Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza. Leggendo quindi tra le righe hai paura. La paura più grande non è quella di vivere in peccato ma quella di restare nuovmente incinta. Qui il nostro consiglio è molto più concreto. Cerca di comprendere da dove nasce la tua paura. Hai consapevolezza del tuo corpo, di come funziona, del ciclo? Conosci i metodi naturali? Sei sposata da poco e magari non ne hai avuto il tempo. Uno dei consigli che ci è stato dato e che noi, a nostra volta diamo, è quello di conoscere i metodi naturali durante il fidanzamento. Non è mai troppo tardi comunque. Certo ora c’è una gravidanza finita da poco, l’allattamento poi lo svezzamento ed è tutto più difficile però non smettete di puntare al massimo. Magari adesso non ve la sentite di abbandonarvi completamente ai metodi naturali e decidete di proseguire con il preservativo ma non precludetevi questa scelta per il futuro. Vi assicuriamo che non è la stessa cosa. Vivere il rapporto sessuale castamente ha tutta un’altra ricchezza e anche tutto un altro piacere che nasce proprio dalla profonda unione.

Speriamo di avervi dato una prospettiva un po’ diversa. Vi salutiamo con affetto e vi auguriamo di vivere anche nella carne un matrimonio pieno, bello e autentico.

Antonio e Luisa

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L’autogenesi della coppia

Facendo i calcoli sono quasi 10 anni che ho ricevuto il dono di accompagnare coppie al matrimonio. Dai percorsi ordinari in parrocchia, più o meno lunghi, ai fidanzati “appioppati” da amici, confratelli o giunte per circostanze particolari. Forse saranno stati più di un centinaio in tutto. Devo ammettere tuttavia che ho riscontrato una certa caratteristica tra vari di loro che chiamerei “l’autogenesi della coppia”.

Per autogenesi mi riferisco a un modo di pensare in cui si vuole il matrimonio e la famiglia per una serie di scelte autoreferenziali. Perciò poi ci si esprime così: “ci siamo sposati… noi siamo i ministri del matrimonio… abbiamo fatto due figli… abbiamo messo su casa… abbiamo formato una famiglia…”.

È evidente che c’è molto di vero e bello in tutto ciò, difatti ricordando i loro volti sono proprio tutte persone buone, ben intenzionate, provenienti da contesti di fede ma probabilmente non si rendono conto di camminare in direzione opposta a quella che è la Parola presa in considerazione oggi.

Gesù con quella frase voleva mettere in chiaro che accogliere il dono dell’Eucarestia non era cosa scontata, non era conseguenza di un ragionamento logico. Tant’è vero che quanto Gesù parla di cosa sia l’Eucarestia nel modo più esplicito mai visto prima c’è stata una sollevazione generale, stracciamento di vesti, scandalo, delusione, ecc. e con Lui rimangono proprio “quattro gatti”.

Servatis servandis, vivere un matrimonio cristiano segue il medesimo principio. Parafrasando Gesù potremmo dire: “nessuno può vivere il sacramento se non lo attira il Padre mio”.

Ammetto che spesso ho vissuto così il mio sacerdozio, quando più o meno mi è parso di capire “come si fa” e ho smesso di considerare che mi trovo dentro a un Mistero infinitamente più grande di me. Credere o meglio illudermi di farcela da solo, di “autoprodurre” la mia vita di prete è stato di fatto una tentazione in cui spesso sono caduto.

Non sarà che sia successo pure a voi? O almeno un pochino?

Cari sposi, Gesù è proprio bravo a smontarci quando pensiamo di sapere qualcosa, quando ci sentiamo sicuri dietro ai nostri orpelli. Oggi ci ricorda che non possiamo fare un passo dietro a Lui se non ci è consentito.

Vi auguro di tutto cuore che Gesù metta in crisi le vostra false sicurezze e vi faccia sentire quanto è bello essere attirati con amore dal Padre.

ANTONIO E LUISA

Per noi è stato importante aver compreso che Gesù è il Salvatore della nostra vita e che senza di Lui saremmo stati schiavi in Egitto, ancora oggi. Con Lui abbiamo la pace nel cuore e questo forse ci permette di essere credibili. Almeno più credibili di prima. Non significa che siamo più bravi. Ci sono coppie molto più attrezzate di noi. Significa che cerchiamo di vivere ciò che raccontiamo.

Raccontiamo non una morale, ma la gioia di una vita vissuta alla presenza di Gesù nella Sua Chiesa. Con tutti i nostri limiti e i nostri peccati, che ancora ci sono e con cui dobbiamo combattere ogni giorno. Sempre pronti, però, a perdonarci e a ricominciare perchè il matrimonio, quando si è liberi dalle catene d’Egitto, è una meraviglia da assaporare tutto il tempo che Dio ci concederà su questa Terra.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 3: Ordo amoris, ossia l’amore (e il sesso) ha un ordine

Cari sposi,

vi saluto dal fresco di una bella valle alpina in cui mi trovo con i miei confratelli per un momento di riposo assieme. Siamo già alla terza chiacchierata sul tema della sessualità di coppia. Dopo aver parlato di contemplazione del nostro dono meraviglioso di essere maschi e femmine e del senso, del fine di essere tali e dello scopo di donarsi tra un uomo e una donna, ora vorrei parlare dell’ordine dell’amore, e di conseguenza anche nella vita intima degli sposi.

Partendo proprio dai posti in cui mi trovo, io e i miei confratelli non smettiamo di stupirci di come la gente tiene queste valli: strade pulite, legnaie perfettamente incastrate, prati tosati, fiori freschi su tutte le finestre… quanto è bello vivere in un mondo ordinato e pulito!

Ma esiste un modo ordinato, armonico di amarsi, di esprimersi l’amore? Oso domandarvi di più: ci sono regole all’amore? Probabilmente qualcuno rabbrividisce nel mettere assieme “regola” con “amore”.

Ricordo che alle medie il mio prof di musica, invece di tediarci con teorie noiose, si metteva al piano e ci faceva imparare tantissime canzoni famose. Ne ricordo parecchie, tra cui “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. Nel lontano 1967, a un passo dalla grande contestazione giovanile che toccava proprio i temi di sessualità e amore, proprio lui, cantava che “l’amore ha i suoi comandamenti”.

Ma è stata la grande rivoluzione culturale del 1968 a proclamare un nuovo dogma: “vietato vietare”, specie se si tratta di affettività e sessualità.

Che ha prodotto questo diktat? Che cosa ha messo in gioco? Un fenomeno curioso che uno dei massimi filosofi viventi, Alasdair MacIntyre, ha definito con un neologismo: l’emotivismo. L’emotivismo consiste in questo concetto “Potrei arrivare a considerare buona una scelta soltanto perché «piacevole», indipendentemente dal valutarla in relazione a criteri e valori oggettivi. L’approccio emotivista è soggettivo, avulso dal piano valoriale oggettivo e trascendente, è legato al momento, non è duraturo e non ha necessariamente il bene o il bene dell’altro come fine” (A. Macintyre, Dopo la virtù: saggio di teoria morale, Feltrinelli, Milano 1988, 24).

Visto? Faccio questo perché mi piace, non perché è giusto o ingiusto ma perché mi va. Metteteci dentro qualsiasi cosa: rapporti prematrimoniali, uso dei contraccettivi, divorzio, convivenza, forme sbagliate di sesso… tutte situazioni in cui sovente pesa di più l’aspetto emotivo che razionale.

Ma l’amore non aveva dei comandamenti? Ben prima di Gianni Morandi, pare sia stato Nostro Signore a volere così. Ma non è scritto unicamente nella Bibbia, bensì nei nostri corpi, nel nostro cuore.

A rendersene conto in modo drammatico ma stupendo è stato il grande Agostino. Con tutto il rispetto per uno dei massimi padri della Chiesa e dei più grandi filosofi e teologi del I millennio, lui è stato in gioventù un latin lover da paura. Egli, infatti, lo ammette nelle Confessioni di quanto sia stato seduttore e bisognoso di affetto. Ma quel cuore grande ha trovato pace finché ha conosciuto l’amore di Cristo. È in quest’incontro personale che Agostino si rende conto che Gesù voleva modellare il suo cuore e renderlo capace di amare non solo di più ma meglio, in modo appunto ordinato.

Non è da stupirsi che sia stato appunto lui, Agostino, a coniare il concetto di “ordine dell’amore”. Ecco come ce lo spiega: “La volontà retta… è un amore buono, la volontà cattiva è un amore cattivo. L’amore che aspira a possedere ciò che ama è desiderio; l’amore che ha e possiede ciò che ama è gioia… e questi sentimenti sono cattivi se l’amore è cattivo, sono buoni se l’amore è buono” (De Civitate Dei 18); “Ogni cosa creata, per quanto buona essa sia, può essere amata con un amore buono o cattivo: buono se è rispettato l’ordine, cattivo se è violato” (De Civitate Dei 19); “L’amore, con il quale amiamo ciò che bisogna amare, deve essere anch’esso amato ordinatamente affinché possediamo la virtù che ci fa vivere bene. Mi sembra quindi che una vera e breve definizione della virtù sia questa: l’ordine dell’amore” (De Civitate Dei 20)

Ma in cosa consiste quindi l’ordine? ricordiamoci che Dio ha “tutto disposto con misura, calcolo e peso” (Sap. 11, 1), di conseguenza anche il nostro amore ha un ordine pensato da Lui secondo cui viversi, e tale ordine è il dono totale di sé stessi. È ancora Agostino a spiegarlo: “Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto” (Agostino, Conf. 13, 9, 10).

Riconoscere quindi il dono di amore che Dio ci ha fatto, come dicevano nella prima chiacchierata, un dono che si rende visibile nel nostro corpo, nella nostra sessualità. E poi donarci agli altri come padri, madri, fratelli, sorelle, amici, sposi sempre discernendo: “ma io mi sto donando veramente o sto sfruttando, usando, barattando, calcolando?”.

Cari sposi, in un mondo che non fa altro che dirci: “fai quello che vuoi” e ci ripete da oltre 50 anni “vietato vietare (in amore e sesso)”, chiediamoci e chiediamo al Signore come stiamo amando, se il nostro modo di amare è secondo la sua Volontà. Come lo fu per Agostino, stiate certi che un modo di amare vero e ordinato non porta se non a una grande pace del cuore. Buon cammino!

padre Luca Frontali

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“Gesù ci vuole coi reumatismi!”-Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”

Condividiamo con voi una piccola riflessione scritta il 1° Novembre scorso…come leggerete in questo testo….piove!

E speriamo che in questa estate calda parlare di pioggia possa rinfrescarvi il cuore e la mente.

Buona lettura!!!

+++

Sarà che è un mese che sta piovendo e sarà che oggi è il 1°di Novembre…ma a me, oltre a venir fame (ma questa è un’altra storia) è venuta voglia di scrivere.

Come dicevamo: piove. Ha piovuto tanto e in questi giorni siamo stati costretti a volte a star chiusi in casa.

Ma che bello star chiusi in casa.

Che bello il tepore delle 4 mura che ti avvolgono, del divano che ti racchiude come un panino fa con la mortadella (o con il tofu se siete vegani)…che bello stare a casa mentre fuori piove e tu stai nella tua casetta che è stata costruita sulla solida Roccia.

Si, i tuoi parenti non si aspettavano che alla fine avresti deciso di sposarti e per giunta nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul fatto che avresti pure iniziato un cammino di conversione prima di sposarti.

Ebbene si. Lo hai fatto. Hai fatto la cosa giusta…hai scelto la parte migliore…hai scelto Gesù…hai scelto di costruire il tuo matrimonio sulla Roccia che è Cristo stesso.

Bravo.

E sei li che ti guardi allo specchio e ti fai i complimenti per quanto stai riuscendo a diventare cattolico. Hai perfino indossato un maglioncino sulla camicia ultimamente. Mammamia che cattolicone che sei diventato.

Bravo.

Hai scelto la parte migliore…Bravissimo, ma hai tralasciato alcuni minuscoli dettagli.

Sei sulla Roccia, sei su Cristo che ti dice di seguirLo (ehmmmm….una Roccia che cammina e ti chiede di essere seguita avrebbe già dovuto metterti in guardia…..sei un pò tonto, ammettiamolo).

Ti sei innamorato di Gesù quando con le Beatitudini ti ha fatto sentire compreso…soprattutto hai pensato che almeno tutte le volte che qualcuno ti ha preso in giro perché hai le orecchie a sventola non lo ha fatto invano, ma è servito per aiutarti ad essere beato perché ti perseguitano.

Ma hai dimenticato che oltre alle coccole (poche) e alla stabilità (ancora meno…soprattutto quella mentale) che Gesù ti dona…la Roccia che cammina ti chiede anche di camminare sulle acque…

(pausa riflessiva….ci sei rimasto maluccio eh?)

E ti chiedi: Come sulle acque? Io ho costruito sulla solida Roccia e ora mi ritrovo a dover camminare sulle acque? E’ come se avessi comprato una casa sulle Dolomiti e mi ritrovassi invece a vivere in Laguna a Venezia??? (Me lo avevano detto che ero tonto…).

Ma che storia è mai questa? Voglio essere rimborsato!!!

Io volevo la stabilità: Sole/Cuore/Amore e adesso col diluvio che sta venendo giù devo assecondare mia figlia che vuole andare a fare una passeggiata e mi costringe a bagnarmi i piedi che sono più contento quando stanno così asciutti!!!?

Piove e devo andare con mia moglie a fare la spesa in quel supermercato che appena ci entro mi sento affetto da NOIAlgite mortale!!!

Viene giù l’acquazzone e devo: 1 – Consigliare i dubbiosi 2 – Insegnare agli ignoranti 3 – Ammonire i peccatori 4 – Consolare gli afflitti 5 – Perdonare le offese 6 – Sopportare pazientemente le persone moleste 7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti (e queste cose posso farle anche comodamente dal mio divano…ma poi devo anche:1 – Dar da mangiare agli affamati 2 – Dar da bere agli assetati 3 – Vestire gli ignudi 4 – Alloggiare i pellegrini 5 – Visitare gli infermi 6 – Visitare i carcerati 7 – Seppellire i morti…

Ma insomma…in una parola: comodità addio!!!

Poi guardo il calendario…oggi è il 1° Novembre…festa di tutti i Santi e penso velocemente a qualcuno di loro e mi accorgo che sono persone strane…col cuore sulla Roccia e i piedi nell’Acqua…persone che hanno attraversato diluvi e temporali con i loro piedi, eppure erano stabili e il loro cuore al calduccio…persone che gli è venuta l’artrosi a furia di “Stareammmollo” nelle vicende del mondo eppure al momento di salutare la vita lo hanno fatto con gioia e in pace.

Penso a san Francesco, che è morto sulla terra umida di Ottobre a Santa Maria degli Angeli e immagino invece il suo cuore seduto stabilmente accanto al trono di Dio.

Che strano…forse il mio matrimonio – visto che mi sono sposato in Chiesa ed ho ricevuto un Sacramento – mi richiede questo: vivere facendomi venire i santi reumatismi, tipico effetto collaterale di un amore stabile su quella Roccia chiamata Gesù.

Tipico di chi segue il Signore ovunque, anche nelle mareggiate della vita.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Alza il volume dei tuoi desideri

Sappiamo di esistere come esseri desideranti, ma forse non ci abbiamo mai dato troppa importanza.

Non passa giorno in cui nel nostro cuore non affiori qualche desiderio. Desideriamo un sacco di cose, cose importanti: un fidanzato, una casa, un figlio, un lavoro… e cose più frivole: un nuovo paio di occhiali, un aperitivo con gli amici, qualche like in più sui social… Raramente però ci sfiora il sospetto che, in filigrana, sotto tutta questa selva di desideri con la “d” minuscola, esista nel nostro cuore un desiderio con la “D” maiuscola, di cui tutti gli altri sono solo un lieve riflesso.

Può capitare di avvertirne la presenza di fronte all’immensità di un cielo stellato, o traportati dalle note di certa musica. Oppure possiamo accorgercene in quelle notti in cui non riusciamo a dormire e ci ritroviamo immersi nel silenzio della nostra stanza, accompagnati soltanto dal battito del nostro cuore. È lì che oltre il brusio delle ordinarie preoccupazioni quotidiane, possiamo percepire il grido angosciato che sale dal nostro cuore.

Percepiamo la disperazione per la nostra piccolezza, per la nostra precarietà, per il tempo che passa, per il nostro bisogno… Ci accorgiamo che, in fondo, nonostante il contratto a tempo indeterminato, nonostante l’auto nuova, la bellissima vacanza, ecc… il nostro cuore è ancora in attesa, ma in attesa di cosa?

Diceva Cesare Pavese: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»

Queste esperienze ci rivelano che sotto la superfice della nostra quotidianità, dei nostri piccoli desideri, esiste un Desiderio più profondo, una melodia che non riusciamo a identificare pienamente. Un po’ come di fronte a quegli antichi bassorilievi resi irriconoscibili dall’erosione del tempo, percepiamo qualcosa, ma non riusciamo ad afferrarne il senso.

Tutti almeno una volta abbiamo percepito questa attesa, tutti, in fondo, abbiamo avvertito il presentimento di essere al mondo per qualcosa di grande e il timore di accontentarci della mediocrità. Tutti, a ben vedere, viviamo nell’aspettativa che la nostra vita dovrebbe trovare un senso e portarci ad una pienezza, ma da dove viene questa attesa? E soprattutto cosa ne facciamo di questa attesa del cuore?

Platone ha chiamato questo desiderio del cuore umano eros e lo descrive come quella forza interiore inquieta, che trascina l’uomo verso tutto ciò che è buono, vero e bello.

Ed è curioso che nella mitologia greca l’eros sia rappresentato come un essere alato armato di arco e frecce: il nostro eros non solo ci può portare in alto, ma ha un bersaglio da raggiungere, ha un orientamento, una direzione… ma quale direzione? Quale bersaglio?

Nella cultura ipersessualizzata in cui viviamo, abbiamo fatto coincidere l’eros con il desiderio sessuale, e abbiamo orientato il nostro eros esclusivamente verso la gratificazione individuale (il piacere). Abbiamo creduto che bastasse avere sesso “on demand” h24 per saziare la sete del nostro cuore, eppure ci ritroviamo sempre più infelici e sempre più soli.

Certamente l’eros ha in sé un’incancellabile connotazione sessuale di cui dobbiamo tenere conto, ma è molto più di questo. Esso ha a che fare con un’intima attesa di pienezza, di vita, di bellezza scritta nella nostra umanità.

Il desiderio sessuale è però il desiderio che più intensamente ci parla di questa chiamata, è forse il volto più incarnato ed impetuoso di questo grande anelito del cuore, eppure tante volte lo trattiamo come un banale istinto da sfogare.

Il desiderio sessuale ci rivela che siamo in attesa, che siamo in cerca di qualcun altro che dia un senso alla nostra vita. E tutto questo lo troviamo scolpito in modo indelebile nei nostri corpi: i nostri organi sessuali raccontano l’attesa di un incontro con qualcuno di differente e complementare.

Ciò nonostante, anche quando questo incontro avviene, l’attesa non è mai risolta definitivamente, il nostro eros non si placa, non smette di desiderare.

Perché dopo aver fatto l’amore con la persona che ami il tuo cuore non è sazio?

Perché dopo aver messo su famiglia, dopo aver generato due, tre, cinque figli il tuo cuore ha ancora sete?

Qualcuno pensa che il problema sia il partner, qualcun altro che sia un problema di posizioni o di fantasie erotiche da soddisfare, altri incolpano la monotonia del quotidiano… sono molto pochi coloro che rintracciano nel loro cuore un mistero più profondo.

Oggi si parla molto di diversi possibili “orientamenti sessuali”, ma in fondo l’unico vero e definitivo orientamento della sessualità umana, del nostro eros, è il desiderio di infinito che portiamo nel cuore.

Diceva papa Benedetto XVI: «Ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. […] l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti».

Purtroppo, in tanti ambienti cristiani, il tema del desiderio è stato spesso amputato, messo da parte, come qualcosa di superfluo e pericoloso, inconciliabile con una religiosità seria ed adulta. Abbiamo presentato la fede come un freddo codice di comportamento: un lungo elenco di cose da non fare (una lista piuttosto lunga e che ha a che fare anche con cose piacevoli) e un elenco di cose da fare (di solito più breve e che ha a che fare con pratiche religiose che sembrano non avere niente da spartire con i nostri desideri) e abbiamo avuto il coraggio di chiamare tutto questo la “buona notizia” del Vangelo.

Da questo punto di vista appare forse più comprensibile l’ininterrotta emorragia di giovani dai nostri ambienti parrocchiali. Perché dovrebbe affascinare una fede di questo tipo, incapace di sintonizzarsi con le attese profonde del nostro cuore? Come potrebbe affascinare una fede che non invita a cercare?

Eppure, le prime parole che Cristo ci rivolge nel vangelo sono: «Che cercate?» (Gv 1, 38) Allora chiediamocelo anche noi: Cosa sto cercando? Cosa sto attendendo? Cosa desidero veramente? Dove è diretto il mio eros?

Tutte queste domande, tutta questa focosa inquietudine che portiamo nel cuore, è in realtà la strada per incontrare il Dio della Vita.

Perché attendiamo allora?  Possiamo dirlo: perché in fondo sappiamo che Qualcuno ci sta cercando!

Ce lo ha gridato Giovanni Paolo II a Tor Vergata venti anni fa: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; […]. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande».

E lo ha ripetuto pochi mesi fa anche Papa Francesco: «Dio non ha smesso di chiamare, anzi, forse oggi più di ieri fa sentire la sua voce. Se solo abbassi altri volumi e alzi quello dei tuoi più grandi desideri, la sentirai chiara e nitida dentro di te e intorno a te».

Allora ringraziamo per questo nostro cuore inquieto e alziamo il volume.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/06/alza-il-volume-dei-tuoi-desideri/

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Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse

E’ da poco uscito il nuovo libro di Marco Scarmagnani Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse. Ne approfittiamo per incontrare Marco per fargli alcune domande su questo nuovo suo lavoro.

Ciao Marco, per cominciare raccontaci qualcosa di te. Chi sei? Di cosa ti occupi?

Grazie Antonio. Sono Marco Scarmagnani. Sono veronese e mi occupo di coppia. Sono consulente di coppia da una ventina di anni. Oltre a fare il consulente in studio, scrivo. Sono sposato da venticinque anni e mia moglie mi aiuta a ricordare che devo occuparmi anche della mia coppia. C’è un collegamento tra quanto faccio professionalmente e quella che è la mia vita.

Hai scritto un nuovo libro per aiutare le coppie nel difficile compito di costruire un matrimonio e una famiglia duraturi e magari anche felici. Quanto di questo libro è frutto dei tuoi studi e quanto invece è frutto della tua esperienza? In altre parole: quanto è importante la tua esperienza, ormai ventennale, per comprendere alcune dinamiche comuni a tutte le coppie?

Questo libro, dei quattro che ho scritto finora, è quello meno riflettuto teoricamente. E’ tutto frutto di esperienza. Mi sono messo proprio a pensare quali fossero i motivi che portano le coppie a rivolgersi a me. Poi, certamente, gli studi servono per sistematizzare e mettere ordine, ma è tutto frutto di esperienza.

Questo libro è naturalmente rivolto a quelle coppie che credono di avere un problema e desiderano ricercare una soluzione, o almeno iniziare un percorso. Ma è rivolto solo a loro oppure possono trovarlo utile tutte le coppie?

Nella mia idea tutte le coppie sono in crisi. Tutte le coppie hanno piccoli o grandi problemi. E’ sbagliato considerare la coppia in crisi solo quando viene messa in discussione la tenuta stessa del matrimonio. La crisi è quel lavorio continuo che necessitano due persone che sono sostanzialmente differenti per riequilibrare la relazione. Le crisi ci sono sempre perchè c’è sempre da trovare un allineamento, un’alleanza. Questo lavoro può essere un percorso semplice che si svolge nella quotidianità della vita oppure più complesso e in questo caso si passa attraverso conflitti, musi lunghi e litigate. Oppure, nei casi più difficili, può servire anche un trattamento specifico. La crisi in senso lato c’è sempre perchè non è possibile che una coppia sia statica ma muta continuamente. Ed è giusto così. Se conosci una coppia che resta sempre uguale fammelo sapere perchè va studiata.

Se tu dovessi scegliere una causa di sofferenza e divisione tra tutte quelle che hai indicato come la più comune quale sceglieresti?

Prima di rispondere ho dovuto pensarci un attimo. Quella che ti direi, che è un po’ originale, è la sopravvalutazione del dialogo. Uno dei capitoli si intitola Dialogate di meno e comunicate di più. Spesso nella coppia il dialogo diventa un mero scambio cognitivo. Si cerca di mettersi d’accordo tecnicamente. La relazione matrimoniale è una relazione soprattutto affettiva ed esistenziale. Noi abbiamo bisogno davvero di essere colti in profondità dall’altro. Abbiamo bisogno di sentirci capiti. Abbiamo bisogno almeno di metterci davanti l’un l’altro a mente aperta. A cuore aperto. Abbiamo bisogno di essere ascoltati e non tanto di avere ragione. Dobbiamo cercare di arrivare ad un dialogo che vada un po’ più in profondità. Con lo sguardo, guardandoci negli occhi, toccandoci, una carezza. Ragazzi! Anche io vivo in coppia e so benissimo che non sempre è così, ma avere una direzione verso cui andare ci può aiutare. Ci saranno discussioni sterili o dialoghi dove crediamo di sapere già cosa l’altro vuole dirci. Però ricordiamoci che siamo di fronte al nostro coniuge che è sacro per noi. Quindi ascoltiamolo con apertura di cuore, di mente e di spirito.

Parliamo ora di sessualità. Come sai è il tema che più trattiamo nel nostro blog e nei nostri libri, quindi ci interessa in modo particolare. Perché secondo te è un problema? Perché si sottovaluta spesso questo ambito come se non fosse molto importante? Soprattutto in una società erotizzata come la nostra.

Diciamo che ci sono due linee di tendenza. La prima è che a volte c’è un tacito accordo tra i coniugi di non affrontare l’argomento sesso. E’ un argomento scottante ed è facile che si creino delle forti incomprensioni e disagi. Ciò significa a volte anche astenersi. Capisco che in prima battuta la coppia che si astiene dai rapporti lo fa per evitare problemi. Quante discussioni sulla frequenza, sulla modalità, su come dovrebbe essere ecc. ecc. Si cerca quindi di evitare. Capisci però che è un problema. E’ come quando hai una malattia e non la curi. Perchè allontanarsi sessualmente comporta un allontanarsi anche fisico ed emotivo. Smettere di fare l’amore comporta smettere anche altre attenzioni, come può essere il bacetto la mattina prima di uscire, oppure toccarsi quando si passa vicini. Questa tendenza va invertita e non è difficilissimo. E’ più difficile pensarci che farlo. Basta entrare nell’ottica di darsi uno spazio. Se non ci sono altri problemi il riavvicinamento avviene perchè i nostri corpi hanno bisogno di stare vicini. La seconda riflessione mi porta a prendere atto che c’è una ipervalutazione della sessualità nella nostra società. Ciò può indurre ad avere determinate aspettative. Che tutto sia perfetto. Che tutto sia scoppientante, fuochi d’artificio. Come ci viene presentato dai media e dalla pubblicità. Giustamente fanno il loro interesse: mostrano il mondo come se fosse tutto Disneyland. Ci sono aspettative che rischiano di crollare quando ti trovi ad avere a che fare con una persona reale, in una vita reale, con lavoro-famiglia-figli. C’è un eccessivo peso attribuito sul come dovrebbe essere. Da qui una serie di frustrazioni: non funziona, non è andata bene, non è come mi aspettavo. Questo modo di pensare appartiene più ad un’olimpiade. La sessualità non è solo prestazione. Sulla sessualità siamo modellati ad usare un linguaggio di performance che non fa bene perchè scoraggia.

Spesso c’è un grande fraintendimento. Si crede che l’amore e i gesti dell’amore debbano essere spontanei e non dobbiamo imporci di fare qualcosa che non sentiamo. Altrimenti sarebbe un gesto falso. Tu lo spieghi molto bene. Ora senza dire troppo di quanto hai scritto nel libro regalaci uno spunto su questo argomento.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. E’ un paradosso perchè noi non facciamo tutto quello che ci pare. Se una persona mi sta antipatica non vado a dirglielo o se mi viene voglia di dare un pugno non lo faccio. Grazie a Dio non faccio tutto quello che voglio. Metto in atto una serie di filtri e di controlli. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Metto in atto delle azioni perchè so che sono giuste e sono coerenti con la vita che ho scelto. Mi capita, in studio, di dare delle piccole indicazioni di inversione di rotta ad una coppia. Spesso mi sento rispondere: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Credo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La metafora che più mi viene è con il lavoro. Io sono appassionato del mio lavoro, non significa che lavoro sempre spontaneamente. Anche nel lavoro io mi sforzo e mi impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non ho voglia di alzarmi. Mi alzo comunque e faccio un sorriso ai miei clienti. Ciò non significa che io sia falso, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la mia qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non so perchè per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa mi arrabbio anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non me la sento, se io faccio una cosa buona, facendolo non perchè mi sento uno sfigato ma perchè ho scelto un cammino e cerco di essere coerente, questo mi farà sicuramente bene.

Concludo l’intervista chiedendoti cosa credi che questo libro abbia di diverso rispetto ai tanti che già esistono. Perché dovremmo comprarlo e leggerlo?

Intanto è corto! E’ fatto a step quindi un lettore può leggere anche saltando argomenti e pagine. E’ poi semplice e pratico. Credo che, anzi sono sicuro, che nella sua semplicità, nel suo dare indicazioni concrete, tutto è comunque riportato ad un disegno coerente e complessivo di ciò che è la relazione di coppia. Relazione fatta di passione, intimità, impegno, per sempre, dedizione.

Grazie Marco per il bel dialogo e non mi resta che consigliare la lettura di questo libro che credo possa aiutare a capirsi maggiormente tutte le coppie.

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Questo è mio e non te lo do !


In queste settimane estive la Liturgia insiste sul tema del “pane vivo disceso dal cielo” con i discorsi di Gesù ed i suoi miracoli. Leggiamo una parte parte del Vangelo proposto ieri :

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 14,13-21 ) Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati : dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Su questi temi la Chiesa con il suo Magistero è ricchissima e quindi non inventiamo niente di nuovo, ma cerchiamo solo di “girare la frittata” in chiave sponsale, grati ai tanti predicatori che si spendono ( e si sono spesi nei secoli ) per proclamare in tutte le salse la bontà, la santità, le meraviglie, le bellezze, la grandiosità, la sublimità dell’Eucarestia, cioè di quel “pane vivo disceso dal cielo” a cui accennavamo all’inizio.

Ci sembra opportuno soffermarsi sulla risposta di Gesù, quel “portatemeli qui“. Vogliamo ricordare l’importanza di riconoscere di avere tra le mani quel poco che, se resta in mano nostra, rimane tale, se invece viene dato a Gesù, ci penserà Lui a moltiplicarlo e ne farà pure avanzare dodici ceste. Detta così è semplice e sbrigativa, ma alla resa dei conti, sappiamo essere ben più complicata la faccenda.

Ci soffermeremo su due atteggiamenti : la lagna e la “avarizia spirituale“.

Per non sentire le lagne dei lettori, cominceremo a trattare la lagna. Quante volte incontriamo coppie di sposi che si lagnano in continuazione : …ecco, noi non siamo così bravi come voi ( voi, chi ? ), noi non guadagniamo tanto, noi non abbiamo tutto questo ( quale ? ) tempo, noi non abbiamo tanta fede come voi ( …ancora voi, chi ? ), noi non abbiamo doni straordinari come voi ( ..siamo fissati con questo voi, eh ? ), noi non abbiamo ecc……. d’accordo abbiamo capito, ma invece cosa avete ? Qualcosa ce l’avrete pure voi come tutti gli sposi nel sacramento, o no ?

Coraggio sposi, cominciate a fare un elenco di quello che già avete, cominciate ad aprire lo zaino della vostra vita a due, del vostro matrimonio sacramento, cominciate a sbirciarvi dentro e troverete anche voi i vostri 5 pani e 2 pesci.

Abbiamo una casa piccola… usatela nella grazia di Dio e diventerà una Reggia di Caserta in mano al Signore.

Abbiamo mezz’ora al giorno libera… usatela nella grazia di Dio e vi scorderete le lancette dell’ora.

Abbiamo solo uno stipendio… ringraziate Dio nella sua Grazia e la Provvidenza non tarderà a farsi viva alla porta.

Abbiamo solo doni semplici… coltivateli in grazia di Dio e diventeranno carismi per la Chiesa intera.

Cari sposi, non vi ricordate quella Parola : “A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.” ? Quindi, il problema della sterilità spirituale del nostro matrimonio è da attribuirsi a Dio o siamo noi che ci fidiamo sempre troppo poco della Parola di Dio ?

In realtà, il problema non consiste nella Parola che è fin troppo chiara, ma siamo noi sposi che spesso siamo avari spiritualmente, ed ecco che è arrivato il momento di affrontare il secondo atteggiamento sopracitato.

La ” avarizia spirituale” è come un freno a mano sempre tirato mentre pretendi di viaggiare a 130 Km/h in autostrada oppure è come stirare 200 camicie col ferro da stiro spento . Non importa quanto è lunga la lista di ciò che trovate nel vostro zaino del matrimonio, non importa se avete 2 pani e 5 pesci, o se invece avete 1 pane e 1 pesce, oppure anche 20 pani e 3300 pesci, il problema è che la avarizia spirituale non ci consente di consegnare tutto, ma proprio tutto, quello che troviamo nello zaino a Gesù senza pretese, senza lagne, ma con gratitudine e ferma fede/fiducia, ci penserà poi Lui a compiere il miracolo della moltiplicazione facendo addirittura avanzare 12 ceste piene.

L’unico atteggiamento richiesto da Gesù è : ” portatemeli qui ! “.

Cari sposi, coraggio ! Il Signore Gesù aspetta solo questo da noi, la consegna gratuita, poi ce ne sarà in abbondanza per noi e per la Chiesa intera perché Lui è uno sprecone in questioni di amore.

Giorgio e Valentina.

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La compagnia del cigno: temi grandi risposte piccole

Eccomi di nuovo a commentare la serie televisiva “La Compagnia del Cigno”. Perchè perdere tanto tempo ad analizzare una fiction TV? Me l’avete chiesto in tanti. Semplicemente perchè i nostri ragazzi si nutrono di queste cose e le serie TV sono, in certo senso, lo specchio della nostra società. Possiamo davvero comprendere tanto. Nel primo articolo mi ero soffermata sulla morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68 e avevo accennato al fatto che i rapporti fuori del matrimonio sono all’origine dell’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Tutto questo si vede nella Compagnia del Cigno, la cui mentalità è quella fluida che nasce proprio dal ’68. Fluidità che doveva garantire libertà e invece porta solo precarietà. Cominciamo dall’aborto.

Nella prima stagione, il maestro Luca Marioni e sua moglie Irene sono in crisi a causa della morte della figlia, a seguito di un incidente. Dopo un periodo di separazione, tornano insieme e lei resta incinta. In un primo momento Irene decide di abortire, perché ha troppa paura, non riesce a credere di nuovo alla felicità. Luca reagisce molto male (anzi molto bene, dimostrando di essere un vero uomo): prima l’accusa di ignorare il fatto che lui è il padre; poi le intima di andarsene da casa, se non cambierà idea. Irene non cambia idea e va a stare da un’amica.

Il colloquio tra lei e il ginecologo è un capolavoro di politicamente corretto. Lui vorrebbe parlarle, ma lei si irrigidisce subito, teme di avere davanti un obiettore con scrupoli di coscienza e afferma che abortire è un suo diritto, che esiste una legge dello stato italiano. Lui la rassicura: non è un obiettore, l’aborto è garantito per legge, lui ha praticato tante “interruzioni di gravidanza” proprio per garantire questo diritto (sic!) Ciononostante, vuole essere sicuro che lei faccia la scelta giusta per lei (non per il bambino!). Sapendo che lei ha perso una figlia e temendo che lei voglia abortire per paura, le dice che non si rinuncia a un figlio per paura (ma, io mi chiedo, chi abortisce, non lo fa sempre per paura?). Irene gli conferma che, se facesse nascere suo figlio, avrebbe paura di tutto e non sarebbe una buona madre. Lui le chiede scusa e lei, offesa, lo accusa di avere approfittato della sua solitudine e fragilità per farle la morale (una critica agli operatori dei centri di aiuto alla vita?). Quella sera Luca, sconvolto, tenta ancora di fermare la moglie: “Da fidanzati mi avevi promesso che non mi avresti mai fatto soffrire e ti avevo creduto: un coglione, un vero coglione!”. Finalmente, Irene decide di non abortire, ma da Luca vuole rassicurazioni che tutto andrà bene. Lui saggiamente le dice che non può, che bisogna rischiare, che lui vuole questo bambino, ma si rende conto che la decisione spetta anche a lei.

Nella seconda stagione, Matteo e Sofia per una volta non usano il profilattico e lei resta incinta. Segue una riunione di famiglie, quella di Matteo e quella di Sofia, durante la quale la madre di lei chiede ai due giovani di pensarci bene, prima di scegliere di tenere il bambino (sic!). Già, il problema della scelta, della decisione della donna, che continuamente ritorna in queste due vicende. Ho pensato subito alle parole della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo a proposito dell’aborto (che le avevano prospettato dal momento che la sua bambina non sarebbe sopravvissuta fuori dall’utero materno): Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa. Se aspetto un figlio, sono sua madre, non posso più scegliere, sono sua madre anche se una legge dello stato mi permette di ucciderlo. Posso solo scegliere di essere madre di un figlio vivo o di un figlio morto, ma sarò sua madre per sempre.

Altro argomento trattato in modo politicamente corretto è la separazione dei genitori. Robbo e la sorellina ne sono le vittime. La loro madre piange tanto, perché i suoi figli soffrono e Robbo ingenuamente le chiede come mai non si possa tornare alla vita di prima. Lei risponde che non è più possibile, perché ormai è irreversibilmente innamorata di un altro uomo. Love is love! In seguito, si scopre che il primo a tradire era stato il padre. Come reagiscono i due ragazzini? Con filosofia: abbiamo scoperto che anche i nostri genitori commettono errori, che non sono perfetti. Questa saggia reazione non mi sembra realistica, piuttosto mi sembra quella che qualunque genitore separato si auspicherebbe da parte dei figli.

Per essere politicamente corretta, la serie televisiva non poteva tralasciare omosessualità, transessualità e bisessualità, nonché l’omofobia. Ne scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Solo l’amore (nuziale) è credibile

Con il massimo rispetto per il grande Urs Von Balthasar che nel 1965 scrisse appunto questa breve opera teologica, “Solo l’amore è credibile”, mi permetto di interporre l’aggettivo “nuziale”. Lo faccio sotto la spinta del Vangelo di oggi. E mi spiego.

Gesù ha fatto tanti miracoli e di diverso tipo per mettere in chiaro la sua autorità e così rendere accettabile la sua Parola, il suo Messaggio. Ma è giunto il momento del grande salto… ora manca il rush finale che è appunto l’Eucarestia. I miracoli sono stati una lunga preparazione al grande segno dell’Eucarestia; la fama, la popolarità, il grado di accettazione raggiunto da Gesù sanando e guarendo, moltiplicando pani e pesci era un propedeutico per render capibile e accettabile che Dio che rimane in mezzo a noi per sempre con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Eucarestia.

Ma appunto, Gesù rimane tra noi solo con l’Eucarestia? Evidentemente no. Vi è un altro sacramento permanente che ci mostra che Lui è tra noi, vive in mezzo a noi ancora nel 2021. Siete voi coppie che avete tale dono, il dono di ri-presentare Gesù ancora oggi.

Come dissero i vescovi italiani, nei circoli minori in preparazione ad Amoris Laetitia, “La grazia non agisce solo nel momento della celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna gli sposi durante tutta la vita, poiché è sacramento permanente in analogia con l’Eucarestia” (Relazioni dei Circoli minori del Sinodo per la famiglia, 12 ottobre 2015).

Perché allora ho voluto parafrasare quel titolo di un libro? Perché nel Vangelo alle centinaia di persone che chiedevano a Gesù un segno palpabile e visibile tale da diventare degno di fede una volta per tutte, Lui ha dato l’Eucarestia.

Ma oggi ci sono non centinaia ma milioni di persone che inconsapevolmente ancora chiedono, anelano, aspirano ad avere ancora un segno tangibile della Presenza di Dio nella loro vita. Sanno qualcosa di Dio ma non Lo riescono a gustare. Per la stragrande maggioranza di loro l’Eucarestia è un arcano irraggiungibile, essi vedono campanili e chiese ma non conoscono affatto Chi è presente in essi.

Eppure, tutti costoro vedono voi coppie, vi hanno come vicini di casa, colleghi di lavoro, forse amici di infanzia, compagni di palestra, ecc.

Voi siete il segno che può rendere credibile l’amore, perché voi contenete la Presenza di Gesù analogamente all’Eucarestia.

Dinanzi a quel Corpo dato per Amore sulla Croce, il centurione esclamò: “veramente costui era Figlio di Dio” (Mt 27, 54). Oggi quante persone potrebbero ripetere quella frase! Adattata al loro modo di esprimersi e di pensare, ma identica nella sostanza: “veramente l’Amore esiste, Dio esiste, perché questi due, non so come, ma si amano in un modo diverso”, perché vedono due che diventano un solo corpo per amore e continuano a donarsi per amore, pur con tutte le loro limitazioni e fragilità, pur nella grande diversità di caratteri e modi di fare. Io tante volte l’ho pensato in cuor mio vedendo molti di voi: qui c’è un amore diverso, c’è qualcos’altro rispetto al volersi bene… e queste testimonianze mi hanno fatto credere che davvero l’amore esiste.

In un mondo che ha paura di amare fino a perdersi, di rinunciare per amore, di soffrire per amore… voi avete la grazia per mostrare quanto è bello donarsi per amore e così portare fuori dalle Chiese l’Eucarestia con le vostre vite.

Per tutto questo, ve lo ripeto: solo l’amore nuziale è credibile. Cari sposi, provateci ancora una volta, non tiratevi indietro per scoraggiamento o sfiducia. Fidatevi di Chi vi ha dato consapevolmente questo dono e ve lo ha dato conoscendovi dall’eternità.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è bellissimo ma è anche un’esortazione esigente e che spaventa anche un po’. Vivere l’amore nel modo proposto da don Luca non è semplice, non viene sempre spontaneo, è frutto di un impegno solenne che ci siamo presi il giorno delle nostre nozze. Frutto del nostro impegno e, non dimentichiamolo, della Grazia di Dio. Amarci senza riserve, in modo incondizionato, totale e gratuito. Amarci sponsalmente significa questo. Un modo di amare che è davvero un segno luminoso nel mondo in cui viviamo, che è sempre più incapace di gratuità e di dono. Una società che si nutre di emozioni e di sensazioni e dove c’è sempre meno posto per il sacrificio. Un mondo che ti educa a pensare da egoista e spesso da narcisista.

Gli sposi cristiani dicono altro. Dicono che la gioia più grande viene dal sapersi aprire all’altro e dal saper decentrare lo sguardo verso il bene dell’altro. Questo cambia tutto. Gli sposi capaci di perdonare, capaci di prendersi cura, capaci di mettere il bene dell’altro davanti al proprio, sono davvero qualcosa di estremamente affascinante e che attrae tanto.

Un’ultima nota personale. Fare esperienza di questo amore prima di tutto converte proprio noi sposi. L’ho già scritto altre volte. Mia moglie mi ha sorpreso proprio per la sua volontà e la sua capacità di amarmi sempre anche quando non me lo sarei meritato per il mio atteggiamento. Questo suo amore mi ha permesso di comprendere il modo in cui Dio stesso mi ama. Certo con tutti i limiti che Luisa conserva, ma con una forza incredibile che non poteva venire se non dal sacramento stesso. Lì ho davvero compreso quanto mia moglie fosse bella e io fortunato ad averla accanto. Lì è cominciato il mio vero percorso per incontrare e relazionarmi con Gesù perchè lei mi ha mostrato il volto di Gesù nel suo amore verso di me.

Amatevi senza riserve e senza condizioni e sarete strumento di conversione per gli altri e soprattutto anche per voi.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 14

Una volta giunto all’altare, il sacerdote compie le dovute riverenze/inchini all’altare del Sacrificio, se passa davanti al Tabernacolo farà la genuflessione di adorazione, quando c’è una solennità è prevista anche l’incensazione dell’altare e/o ad una statua/effige della Madonna o di qualche altro santo celebrato in quella specifica occasione, nonché incensazione alla Croce, ed una volta terminati questi gesti si rivolge al popolo convenuto.

Vi siete mai chiesti perché il sacerdote non esca dalla sagrestia come un vip che esce dalle quinte dandosi in pasto agli applausi ed alle ovazioni del pubblico ? Perché prima fà le riverenze all’altare ed agli altri oggetti sacri ?

La motivazione sta nel fatto che il primato è di Dio e deve rimanere tale… ricordate il primo e più grande comandamento, citato anche da Gesù ? “Amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente e il prossimo tuo come te stesso.” Quindi il primato è di Dio, quello poi che si compie come atto d’amore verso gli altri dovrebbe essere la manifestazione, il riflesso, l’incarnazione, la testimonianza dell’amore verso Dio, che è la fonte dell’amore, anche di quello verso il prossimo.

E così il sacerdote ci dà l’esempio di come orientare anche la nostra relazione sponsale : prima l’amore verso Dio e poi verso il nostro consorte… dove prima e dopo non sono necessariamente avverbi da vivere in modo cronologico ma sono da intendere in una gerarchia di importanza ; il prima di Dio non può ignorare le istanze del mio consorte. Lo rendiamo esplicito con un esempio concreto e molto semplice, quasi grottesco : se vedo il mio consorte subire un attacco allergico ed è in shock anafilattico non posso ritardare il suo soccorso perché devo finire di recitare il Rosario o le litanie… quando avrò finito allora lo soccorrerò ! Sicuramente quando avrò finito le litanie e il Rosario avrà finito anche lui/lei… di respirare per sempre però ! In questo caso il mio amore verso Dio si esprime nel soccorso al mio coniuge.

Proseguiamo nei rituali : è interessante notare che il sacerdote dà un bacio all’altare del Sacrificio prima di iniziare la S. Messa, certamente è un bacio di venerazione, devozionale e simbolico, ma ciò non dà in alcun modo il permesso al sacerdote di farlo in malo modo o distrattamente, ancor meno di non farlo ; tutto questo affinché il bacio del corpo sia l’esternazione di ciò che avviene nell’anima.

Ma non vi viene in mente un altro bacio prima di un Sacrificio ? Il nome di Giuda Iscariota non vi dice niente ? Quel bacio ha segnato la storia per sempre.

Questo bacio rituale ha, tra le altre intenzioni, quella di riparare al bacio traditore di Giuda Iscariota con un bacio di profonda venerazione… quanto è salutare infatti che il sacerdote, mentre bacia l’altare, si ricordi di quel bacio nel Getsemani dato poco prima di cominciare il Sacrificio della Croce, così da avere una ammonizione verso se stesso prima di cominciare il Sacrificio dell’altare badando di non essere a sua volta un traditore ( perché poi dovrà ri-baciare l’altare alla fine della Messa ).

E noi sposi, quale occasione migliore per fare una diagnosi sui nostri baci ? I nostri baci sono solo simbolici o sono l’incarnazione del nostro amore e del nostro affetto ?

Abbiamo quindi l’occasione di vivere questi primi momenti della S. Messa interrogandoci sui nostri baci, cioè sulla manifestazione corporea del nostro amore vicendevole. Troppo spesso vediamo coppie di sposi che non si scambiano mai in pubblico nemmeno uno sguardo di tenerezza, non si fanno mai una carezza l’un l’altro, un gesto affettuoso o di attenzione, un bacetto anche sfuggevole… può darsi che siano cresciuti da bambini in un ambiente un pochino “asettico”… oppure sono troppo pudici… ogni coppia ha la propria storia, ma si percepisce quando tra i due non ci sono scambi affettuosi di tenerezza… non si danno mai un bacio neanche per sbaglio !

L’amore/l’affetto va alimentato giorno dopo giorno altrimenti prima avvizzisce e poi muore. Possiamo testimoniarvi che è meglio darsi 30 baci sfuggevoli tutti i giorni (magari quei giorni che stiamo insieme senza l’incombenza del lavoro ) che scambiarsene solo due intensi al giorno, perché anche quelli sfuggevoli dicono il nostro affetto ed insieme lo alimentano… anche noi nella vita ordinaria ci vediamo solo la mattina e la sera ( dopo le 22 anche ), però non manchiamo mai di scambiarci baci/abbracci al mattino per fare il pieno ed alla sera dobbiamo rifocillarci dei baci/abbracci non dati durante il giorno … e ritorna il sereno.

Cari sposi, come sono i nostri baci, come quello di Giuda Iscariota o come quelli che Maria Maddalena diede ai piedi di Gesù ?

Per concludere, ripensando al bacio che il sacerdote dà all’altare del Sacrificio, accenniamo ad una tematica sponsale che approfondiremo più avanti : il nostro altare del sacrificio, l’altare sopra il quale noi ci doniamo interamente al nostro consorte, l’altare sopra il quale noi ci diciamo l’un l’altro “questo è il mio corpo per te” è il nostro letto matrimoniale. E come lo trattiamo il nostro letto matrimoniale ? Diventa forse il luna park dei figli oppure è trattato con devozione e delicatezza ? Riempiamo di “baci” il nostro altare/letto matrimoniale oppure lo trattiamo come un campo incolto ?

Coraggio sposi carissimi, approfittiamo di questa Domenica per riempire di baci l’amato/a .

Giorgio e Valentina.

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Portare i pesi gli uni degli altri

“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo anti-forfora non va bene per lavarsi i piedi!”.

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia…noi, eh eh…noi si che sapevamo vivere! Non voi, anzi…non tua madre…che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”.

E la discussione potrebbe andare avanti all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili.

Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede?

Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra.

Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove ci si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. 

Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

Per fare questo bisogna chiedere aiuto al Signore…per imparare ad amarsi veramente e profondamente…per tornare anche oggi ad essere ciò che nel matrimonio si è diventati: una cosa sola.

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.”

(Lettera ai Galati 6,2)

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La teologia del corpo è la vera body positivity

Da un po’ di tempo a questa parte i social sono invasi dalle espressioni body positivity e body positive, a suon di post a cura delle star e dei vip più famosi. Funziona così: donne più o meno popolari, che normalmente non disdegnano filtri e ritocchini, mettono in luce un loro difetto, o presunto tale, per normalizzare l’imperfezione dei corpi e promuovere l’accettazione del proprio corpo da parte dei followers. Da Arisa in costume che mostra i suoi rotolini (certo quel costume non aiuta cara), a Chiara Ferragni che, in mancanza d’altro, sbandiera un’impercettibile traccia di cellulite sulla coscia.

Questo vero e proprio movimento, nato una decina di anni fa soprattutto per sdoganare una bellezza oversize, ma poi allargatosi ad ogni tipo di caratteristica corporea, ha un nobile intento, ovvero “sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi, considerandoli tutti ugualmente belli/utili/degni nella loro diversità”.

Iniziativa lodevole, soprattutto nell’era dei social, dove le immagini hanno un ruolo così imponente da incidere in maniera drammatica sulle ragazzine in fase di crescita, che si confrontano con una frequenza esponenzialmente più alta rispetto a 10 anni fa, con immagini di corpi standard, a costo di un impatto fortissimo in termini di inadeguatezza, autostima e immagine di sé.

Come ogni realtà umana però, tale movimento non è esente da contraddizioni e lati oscuri.

Innanzitutto, nel clima culturale in cui viviamo, riguardo al corpo c’è un evidente “cortocircuito politically correct”, che emerge appena tocchiamo la sfera sessuale: curioso che si incoraggino i giovani ad accettare il proprio corpo per ciò che riguarda difettucci estetici ma, parallelamente, si dica loro che, se non si sentono a loro agio nel loro corpo maschile o femminile, è giusto e doveroso cambiare genere.

Perché il corpo va accettato per ciò che riguarda acne, smagliature e kg di troppo, ma non per ciò che concerne il proprio sesso?

Un altro lato oscuro riguarda la salute: se io peso 170 kg ma mi piaccio, che problema c’è? C’è in realtà il problema della salute, ovvero del rischio di sviluppare problemi cardiovascolari, metabolici, articolari, respiratori, e tanto altro che sappiamo. Per cui promuovere questo atteggiamento tout court rischia di sdoganare stili di vita contrari alla salute.

E allora, dato che ogni ragionamento solo umano ad un certo punto arriva ad un vicolo cieco, pare che ultimamente si stia passando alla Body Neutrality, un nuovo approccio che si commenta da solo: qui “l’estetica del corpo viene messa da parte in favore di una visione diversa in cui la fisicità non è poi così importante”. L’aspetto del corpo viene svuotato di ogni rilevanza perché “ciò che conta è la funzionalità del corpo e la sua capacità di sostenerci o portarci in luoghi meravigliosi”.

Che dire di fronte a tutto ciò? Mi è inevitabile riconoscere come la teologia del corpo sia molto oltre queste mode, sia una prospettiva in grado di illuminare il tema del corpo in maniera profonda, chiara, pulita, inequivocabile e soprattutto senza arrabattarsi in contraddizioni senza via di uscita.

Come pormi di fronte al mio corpo? Come considerarlo? A cosa serve? L’aspetto estetico conta o non conta? Fino a che punto accettarmi come sono e fino a che punto tentare di cambiare qualcosa?

Di fronte a queste e ad altre domande cruciali, fondamentali, belle, la teologia del corpo risponde con una grande semplicità e chiarezza: il tuo corpo è un dono.

Detto in altre parole: il tuo corpo ha origine in un Altro (l’ombelico ce lo ricorda costantemente) e ha come fine un Altro.

È estremamente semplice ma occorre spendere qualche parola in più.

Il tuo corpo ha origine da un Altro: sì, tu sei stato pensato, tu sei stata pensata, da Dio così come sei, corpo e spirito. Tu sei stato/a chiamato/a all’esistenza come persona, ovvero in quell’unità inseparabile di corpo e anima che ti definisce come essere unico e irripetibile. E il tuo corpo ha ugual peso rispetto alla tua anima, se pensi che sia meno importante sei fuori strada. Questo perché è attraverso il tuo corpo che vivi, che agisci nel mondo, che sei riconoscibile dagli altri: è attraverso il tuo corpo insomma che si manifesta la tua persona. Quindi il corpo è importante perché tu sei importante! Questo è un punto cruciale: l’accettazione del proprio corpo non è mai legata solo al corpo, ma riguarda sempre qualcosa di più profondo che attiene l’accettazione della propria persona.

Ma c’è di più. Dio ti ha creato come maschio o come femmina. Ti ha donato un modo particolare di esprimere la tua persona. È allo stesso tempo un dono e una missione. È un dono in potenza, è una missione che sta a te sviluppare, far crescere e maturare. Che ne stai facendo della tua mascolinità? Ti sei fatta carico della tua femminilità? Attenzione, questo discorso non ha nulla a che fare con gli stereotipi di genere, ma solo con il fatto che nella mascolinità c’è un modo particolare di amare e nella femminilità un altro. E ha anche a che fare con il fatto che la tua vocazione prende, letteralmente, corpo da questa dimensione profondissima della tua identità, perché è quella parte di te che ti attira fuori, che ti chiama ad incontrare il differente da te, è quella parte che ti muove verso l’Amore.

E allora, abbraccia fino in fondo la tua mascolinità, la tua femminilità, per fare della tua persona un dono bello per qualcuno.

E qui arriviamo al punto successivo. Qual è il senso del mio corpo (e quindi della mia persona)? Essere un dono per qualcuno. Da questa prospettiva allora non ci sono scuse: abbi cura di te. Dai valore a quello che sei, dai valore al tuo corpo che esprime la tua persona nella certezza di essere un dono unico e insostituibile.

Da qui la risposta a tante domande. Esempio banale e banalizzato: dovrei dimagrire qualche kg? Dipende! Tu come ti senti? Senti di darti valore? Ti piaci? Ma soprattutto qui il fine è anche l’Altro: se sono un dono per mio marito, (attuale o ancora da incontrare) sono un dono bello per lui? O mi sto trascurando?

Questo cambia completamente la prospettiva perché tante volte dietro al “mi piaccio così come sono” e “devo piacere così come sono” si nascondono inconsapevoli alibi per non darci valore, per non prenderci la responsabilità della nostra bellezza.

E allora, tentando una conclusione: il tuo corpo sei tuAmato così come sei, chiamato a essere un dono per qualcuno, attraverso la tua mascolinità o femminilità. Senza questa prospettiva non c’è body positivity che tenga senza cadere in contraddizioni e incoerenze. Senza questa prospettiva il body positive è solo un’ennesima risposta parziale a domande molto profonde che riguardano sì il corpo, ma in quanto dimensione imprescindibile della nostra identità ed esistenza.

Se desideri andare più a fondo nel mistero del tuo corpo, ti consigliamo di leggere il libro che abbiamo scritto: IL CIELO NEL TUO CORPO.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/07/la-teologia-del-corpo-e-la-vera-body-positivity/ 

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“Mamma, papà… Baciatevi!”

Ho notato una cosa a dir poco sconvolgente: esponiamo continuamente i nostri bambini a scene di violenza, nei film, nei TG, nelle nostre case…, mentre invece la tenerezza, la dolcezza e l’Amore sembrano dei tabù, cose da nascondere ai loro occhi!

Lo so cosa state pensando: ma noi abbracciamo i nostri bimbi, li baciamo, gli dimostriamo il nostro Amore con le coccole.

Sì, certo, non ne ho dubbi!

Ma tra di voi? Tra moglie e marito? Tra mamma e papà?
Un giorno ho chiesto a mia figlia di 4 anni se le piacesse vederci mentre ci abbracciamo e ci facciamo le coccole, lei ha risposto: “Sì, tanto”. Allora le ho chiesto perché e lei ha risposto: “Perché siete innamorini!”.

Vedere l’Amore tra la mamma e il papà dà un’identità ai nostri figli; non hanno solo bisogno di saperlo ma anche e soprattutto di vederlo con i loro occhi.

Loro sono il prodotto e il risultato del vostro Amore, sono un Dono! Dimostriamoglielo!

C’è qualcosa tra i genitori. È al centro e li tiene coesi.
Qualcosa che è il frutto di questa unione, che è composto da elementi di entrambi ma che allo stesso tempo è qualcosa di nuovo e diverso.
Rappresenta i figli, certo. Ma non solo.
Rappresenta quello che è il primo vero figlio della coppia.
Il “Noi”.
I figli sono figli di quel Noi.

Ma c’è di più: vivere la tenerezza in famiglia, vedere gesti d’Amore impregnati di dolcezza e purezza matrimoniale favorisce anche un sano sviluppo sessuale che sarà caratterizzato dal rispetto verso il proprio corpo e quello dell’altro.

Quindi: mamme, papà…baciatevi!

Suona Familiare – Arianna e Kevin.

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Un re che si nasconde…

Riprendiamo un piccolo passaggio del Vangelo di Domenica scorsa che narra della moltiplicazione di 5 pani d’orzo e 2 pesci operata da Gesù, eccovi la frase finale :

( Gv 6, 1-15 ) … Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Apparentemente sembra che Gesù tenda a contraddirsi di quando in quando, ma in realtà scopriremo che non è così. Infatti oggi, come altre volte, rifiuta il titolo di re e si ritira in luoghi solitari, però non lo rifiuterà più dal giorno del suo ingresso trionfale a Gerusalemme ( quello che noi celebriamo la Domenica delle Palme ), ossia dall’inizio della Sua Passione in poi.

Perché allora Gesù si comporta così ?

Potremmo fare mille ipotesi, ma ci sembra giusto lasciarci aiutare dai grandi santi per poi trarre insegnamenti per la nostra vita matrimoniale, infatti sant’Agostino spiega come il demonio avesse il sospetto che Gesù fosse il Figlio di Dio ma non ne avesse la certezza… un indizio si cela nella domanda che Satana pone a Gesù durante le tentazioni nel deserto : “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù […] “.

In pratica è come se Gesù avesse un asso nella manica ( la sua Passione, Risurrezione e Glorificazione ) e facesse di tutto per nasconderlo all’infernale nemico, compreso rifiutare dalle folle il titolo di re ; Gesù quindi aveva una tattica come quella dei campioni di scacchi che studiano le mosse dell’avversario e preparano il terreno per la mossa finale da scacco matto. Ed anche per questo motivo non si può dire che Gesù subì passivamente tutto ciò che ha vissuto nella Passione, era invece il momento in cui stava tirando fuori l’asso nella manica e mettendo in atto la sua ultima mossa per lo scacco matto a Satana.

Questo aiuta noi sposi a vedere e trovare in Gesù l’unico che ci può trarre fuori dai pericoli, l’unico Salvatore, l’unico Redentore, l’unica via di uscita in quanto Egli non ha vinto sul Demonio per un colpo di fortuna dell’ultimo istante, come la fortuna del principiante, no ! Ha vinto attraverso la Passione perché quella era la strategia fin dagli inizi ; il diavolo si era illuso di aver ucciso l’uomo più santo che avesse mai calcato questa terra non sapendo che fosse Dio, il Figlio di Dio.

E così succede anche a noi perché il diavolo tenta di batterci con le tentazioni, le prove, le malattie, le sofferenze come ha fatto con Gesù, ma noi dobbiamo tirar fuori l’asso dalla manica, che è proprio Gesù. Cari sposi, ci sono momenti nella vita matrimoniale in cui ci viene la tentazione di gettare la spugna, di mollare tutto e andarsene, ci sono momenti in cui ci si chiede il perché ci siamo sposati con quella persona, ci sono momenti in cui la strada da fare con la propria croce sulle spalle sembra interminabile… non arrendiamoci , mai ! Per dirla con il profeta Sofonia (3,14-18) :

[…[ non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente.

Se vogliamo vincere questi momenti dobbiamo far ricorso a Chi questi momenti li ha già vinti, dobbiamo rivolgerci al vincitore, a Colui che ha dato scacco matto al dragone infernale , dobbiamo affidarci ai consigli, alle sapienti cure, alle mani forti del Figlio di Dio che è il nostro asso nella manica.

Abbiamo visto come Gesù rifiuti il titolo di re, ne abbiamo capito l’importanza ma ora vediamo anche un’altra motivazione, sarà Gesù stesso a darla quando risponderà a Pilato : “Il mio regno non è di questo mondo”. Infatti il mondo sul quale vuole regnare il Signore, è il nostro stesso cuore, la nostra anima, la nostra vita, il nostro matrimonio.

Ci sentiamo così bravi e onnipotenti a volte da sentirci in grado di fare e disfare a nostro piacere le relazioni, i problemi con i figli, le liti con il coniuge, la gestione del tempo libero, la gestione sana anche delle nostre finanze… fermiamoci un attimo per chiederci : in tutti questi frangenti quali regole seguo, con quali leggi mi confronto ? Chi è il vero re della mia vita, cioè la mia bussola di orientamento nelle varie scelte che la vita mi pone di fronte ?

Ci sono tanti sposi che si autoproclamano re e regine di se stessi, delle proprie scelte, si fanno le leggi da se stessi, si danno le regole da se stessi, destinando così la loro vita al fallimento perché la condizione umana è fragile, limitata, passeggera, turbata.

Carissimi sposi, dobbiamo tornare a riconoscere che da soli non andiamo tanto lontano ; abbiamo necessità urgente di abdicare al nostro fantomatico trono in quel regno dove noi siamo i fautori delle nostre stesse leggi, ne siamo gli esecutori ed infine siamo anche i giudici di noi stessi , e la corte delibera sempre che siamo innocenti e veniamo sempre assolti, guarda caso !

Sposi cristiani, chi è il vero re del nostro cuore, della nostra vita, del nostro matrimonio ?

Se la risposta non è Gesù, c’è parecchio da lavorare. Coraggio allora, rimbocchiamoci le maniche e abdichiamo a noi stessi prima che sia troppo tardi.

Se la risposta è Gesù, bene, MA dobbiamo riconfermare ogni santo giorno questa nostra appartenenza a questo re che regna da un trono di amore : Gesù.

Giorgio e Valentina

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La Compagnia del Cigno educa ad un amore falso

Qualche tempo fa commentai la serie televisiva di successo “Doc. Nelle tue mani”, evidenziandone gli aspetti critici. Oggi mi concentro su un’altra serie televisiva di successo arrivata alla seconda stagione: “La Compagnia del Cigno”. Questa serie presenta certamente aspetti positivi ma ne ha alcuni molto negativi. Quelli positivi che ho rilevato sono tre: l’amore per la musica, soprattutto la grande musica classica; l’amicizia tra un gruppo di adolescenti che frequentano il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; il maestro e direttore d’orchestra Luca Marioni. È lui a creare la Compagnia del Cigno, convinto che i ragazzi siano fragili e che abbiano bisogno del sostegno di amici fidati. Luca Marioni ha un caratteraccio (viene infatti soprannominato il bastardo), ma tiene molto ai suoi allievi, ai quali fa capire con le buone e soprattutto con le cattive che i risultati si ottengono con il sacrificio, che il talento non basta, che le difficoltà non devono diventare alibi per lasciar perdere.

Vi chiederete che cosa c’entra questa serie TV con la spiritualità di coppia di cui si parla nel nostro blog? C’entra, perché la “Compagnia del Cigno” racconta alcune storie d’amore in cui tutti i componenti della compagnia sono coinvolti. Nella prima stagione, dopo alcune traversie, Domenico e Barbara si mettono insieme e così fanno Matteo e Sofia. Sara fa sesso senza impegno con tutti i ragazzi che le piacciono. Grazie a lei Matteo dà il suo primo bacio vero e, sempre grazie a lei, Rosario fa sesso per la prima volta nei locali del conservatorio. In altri locali, sempre la stessa sera, fanno sesso anche Domenico insieme a Barbara e Matteo con Sofia. Insomma diciamo che non ci pensano troppo. L’unico che non riesce a fare sesso nella prima stagione è Robbo, ma nella seconda riesce a soddisfare il suo desiderio molto più comodamente dei suoi amici: ogni sera a casa sua con la sorellastra (la figlia del compagno della madre). Ovviamente, l’intesa sessuale è sempre perfetta e soprattutto le ragazze mostrano un sorriso estasiato. Questo appagamento del corpo e del cuore che gli attori e le attrici devono manifestare è veramente sconcertante. D’altronde, televisione e cinema insegnano da tempo che basta l’attrazione fisica e il consenso per rendere il rapporto sessuale un’estasi.

Nella mia esperienza e in quella di tante altre donne non è stato così: l’intesa sessuale è un obiettivo da raggiungere dopo anni di matrimonio che, grazie a Dio, è indissolubile. Proprio perché è indissolubile, il matrimonio consente di provare e riprovare, senza scoraggiarsi, senza pensare che ormai è tardi, che il tempo è scaduto. Quanto male fanno ai giovani queste narrazioni fasulle del sesso come qualcosa di meraviglioso subito e sempre! Quanta inadeguatezza devono invece provare molti ragazzi (soprattutto ragazze), quando, giovanissimi, fanno sesso inconsapevoli di quello che stanno facendo. Quanta delusione, quante bugie per nasconderla, quanto dolore, che a volte diventa cinismo…

Un accenno ai genitori è doveroso. Nella seconda stagione, i locali del conservatorio sono l’alcova di Rosario e di Anna, la cui relazione è osteggiata dalla madre di lei. Gli altri genitori, invece, sono molto molto comprensivi. Quelli di Sara le permettono di fare sesso con Pietro nella sua camera, mentre loro sono a casa. Sono talmente felici che Sara abbia finalmente un ragazzo fisso, che bussano delicatamente alla porta della figlia e invitano a cena Pietro, il quale decide tranquillamente di fermarsi, allettato dal menu. Nella prima stagione, la mamma di Barbara scopre che la figlia sta facendo sesso nella sua camera con Domenico e la mamma di Sofia scopre che il figlio Andrea lo sta facendo con Sara. Entrambe reagiscono in modo molto discreto: la prima allontanandosi in punta di piedi e la seconda abbassando la voce per chiedere chiarimenti a Sofia. In tutto questo, l’unica preoccupazione della prima è che la figlia non si confida più con lei, mentre l’unica preoccupazione della seconda è che il figlio potrebbe essersi portato a casa una escort per dimenticare di essere malato di tumore. La mamma di Robbo, il quale ogni notte scivola nel letto della sorellastra, si arrabbia un po’ di più, ma poi capisce che è lei che fa fatica ad ammettere che il suo bambino è diventato grande. L’unica che si arrabbia davvero è la mamma di Anna che impedisce alla figlia di frequentare Rosario, ma ci pensa la mamma del ragazzo ad aprirle gli occhi: i due innamorati fanno sesso a scuola, nei bagni, dove capita. Morale: è inutile che i genitori si oppongano, i figli fanno sesso molto presto ed è meglio che lo facciano comodi a casa, piuttosto che scomodi altrove. Comunque, la mamma di Anna si arrabbia solo perché questa storia d’amore potrebbe distogliere la figlia dallo studio del canto. Nessun genitore dice una timida parola di prudenza sulle malattie veneree, sulle possibili gravidanze, sull’opportunità di aspettare a fare sesso. Aspettare? E Perché? Anzi, appena la mamma di Rosario si accorge che il figlio sedicenne ha fatto sesso per la prima volta, esulta felice, mettendolo in imbarazzo.

Nel 1978 Raffaella Carrà cantava: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu. Questa è la “gioiosa” morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68, mostrata dalla Compagnia del Cigno. Nessuno in questa serie televisiva propone ai ragazzi qualcos’altro, qualcosa di meglio, di più bello, di più vero. Nessuno propone loro la castità. Ho sentito suggerire la castità solo in un’altra serie tv anche questa di successo: Che Dio ci aiuti. Consiglio di suor Angela, come a dire che certe proposte possono provenire solo da religiosi. Il mondo fa altro. Ma quanti genitori propongono la castità ai loro figli al giorno d’oggi? La rivoluzione sessuale del ’68 ci ha contagiato tutti, per cui quasi nessuno s’interroga più sull’opportunità o meno dei rapporti sessuali fuori del matrimonio. Eppure, è soprattutto a causa della propagazione di questi che si è diffusa l’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Dalla diffusione dei rapporti sessuali fuori del matrimonio è scaturita anche la normalizzazione dell’omosessualità (non dei rapporti omoerotici): se un ragazzo e una ragazza fanno l’amore al di fuori del matrimonio, se il rapporto sessuale non è finalizzato alla formazione e alla conservazione della famiglia, perché non possono farlo due ragazzi o due ragazze? È solo una questione di gusti. La serie televisiva “La Compagnia del Cigno” presenta tutto questo e anche di più. Lo scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Istituiamo il “fecondometro”

Gesù fa un miracolo che prepara la strada all’istituzione dell’Eucarestia. Lui vuole mostrare a tutti la incommensurabile generosità con cui si donerà totalmente, in corpo e anima, prima nell’Ultima Cena e poi sul Golgota. Questo il senso principale della Parola di oggi. Applicandola a voi coppie, questo passaggio non può non esprimere un rimando alla fecondità a cui Gesù vi chiama. Come è stato fecondo Gesù nel donarsi a noi, anche voi lo siete per la grazia del sacramento.

Parlerò quindi di fecondità di coppia, ma non unicamente riguardo al numero di figli. Su questo argomento già Antonio e Laura hanno scritto un bell’articolo un paio di anni fa, dal titolo “Fecondità oltre la fertilità, nella coppia e nella famiglia

Parto dalla verità che la coppia è chiamata, in forza del sacramento, ad essere feconda a 360°, in senso sia materiale che spirituale. Prima di essere chiamati a fare qualcosa, pensate che voi avete ricevuto il dono di essere icona, riflesso di Gesù che ama. Se questo vi entra in cuore, allora inizierete a generare vita, a creare relazioni vere, sincere in casa e fuori casa, diventerete un punto di riferimento, un esempio per altri, verrete osservati con curiosità e stupore da altri, vi cercheranno per un consiglio, un confronto… vi pare poca tale fecondità?

Coppie così ce ne sono e brillano nella parrocchia o in un quartiere come fari di notte e sono i puntelli su cui si radica la Chiesa. E tutto questo senza includere necessariamente i figli biologici.

Crescere nell’amore di coppia, crescere nel diventare un riflesso di Gesù che ama la sua Chiesa. Questo è l’autostrada su cui voi coppie siete chiamate (e ripeto: avete già la grazia in voi, coltivatela) a correre. La prima fecondità è comunicare l’amore di Gesù, di parteciparlo al coniuge, ai figli e a chi si sta accanto. Siatene consapevoli e allenatevi con piccoli gesti perché l’amore di Cristo sia presente in voi.

Guardate che bello quanto dice Giovanni Paolo II: “La fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero culto dell’amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con fortezza d’animo siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).

E poi anche: “La fecondità dell’amore coniugale non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris Consortio 28).

Tempo estivo, tempo di ferie, di maggior libertà e occasioni per pensare alla propria vita. Sia un momento per soffermarvi a riflettere e pregare su quanto Amore di Dio state moltiplicando in voi e attorno a voi, su quanto siete fecondi. Con i “piccoli passi possibili” su questa strada arriverete lontano.

ANTONIO E LUISA

Grazie padre Luca per queste parole che ricalcano e confermano quanto il nostro padre spirituale ci diceva sempre: se in una parrocchia ci fossero almeno 5 coppie di sposi che vivono bene il loro sacramento quella parrocchia sarebbe capace di affascinare, attrarre ed evangelizzare. Una coppia di sposi che è capace di credere e di vivere pienamente la loro vocazione è un motore potentissimo per tutta la comunità.

Ci sentiamo di aggiungere solo una raccomandazione. Non sacrificate la coppia per fare altro. Sappiamo bene che spesso le persone attive in parrocchia o nei movimenti spesso esagerano. Fanno sempre di più. Per tanti motivi: perchè sentono la responsabilità, perchè il parroco o i responsabili non sanno essere equilibrati e chiedono sempre un impegno maggiore, e anche perchè tanti trovano nel servizio alla comunità quella gratificazione che non riescono a trovare in famiglia, nella coppia.

Attenzione! Va bene offrire il nostro tempo e il nostro impegno. Per essere cosa buona e giusta, però, deve essere un’esigenza che nasce dall’amore matrimoniale. Il matrimonio deve essere sorgente per sentire e nutrire il desiderio di condividere l’amore con gli altri e non un modo per sostituire l’impegno matrimoniale con altro che ci gratifica maggiormente.

Viviamo bene il nostro matrimonio e poi doniamo l’amore fecondo che si genera nella nostra unione sponsale al mondo. Solo così sarà gradito davvero a Dio!

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 2: il senso del sesso

Cari sposi,

spero che l’estate sia un momento di riposo per tutti voi. L’altro articolo di quindi giorni fa era intitolato: la contemplazione del sesso. Stupirsi della bellezza di ciò che abbiamo ricevuto da Dio e di come tutto quello che siamo, maschi o femmine, possiede un dono grande nella differenziazione corporea, psicologica e spirituale.

Oggi vorrei fare questa seconda breve chiacchierata in cui vorrei chiedevi: qual è il senso del sesso?

A dire il vero bisognerebbe domandarsi prima: ha un senso il sesso? Ripetiamo che per sesso intendiamo tutto ciò che distingue l’uomo e la donna nelle loro caratteristiche a tutti i livelli. Il sesso non è ridotto all’ambito genitale ma questa dimensione è una delle tante che compongono la nostra sessualità.

Ebbene, si può dire che la sessualità che è in noi abbia un senso, una direzione, un significato? E se questo è vero, allora chi ci può dare una spiegazione alle nostre domande? Proviamo a cercarla negli insegnamenti della Chiesa e nella Parola di Dio.

Una prima risposta la troviamo in questo testo: “La sessualità quindi non è qualcosa di puramente biologico, ma riguarda piuttosto il nucleo intimo della persona” (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualita’ Umana: Verità e significato, 3)

E qual è il nucleo intimo della persona? È la nostra immagine e somiglianza a Dio Trinità. “Facciamo l’uomo a nostra immagine… maschio e femmina lo creò” (cfr. Gen 1, 26). Ecco il nucleo intimo che è in ciascuno di noi e che è riflesso appunto nella nostra mascolinità e femminilità.

Di conseguenza anche l’aspetto genitale, ripeto, spesso confuso con quello sessuale ha tale significato, è un riflesso della bellezza della nostra origine.

Voi sposi siete chiamati a vivere la vostra vita sponsale mettendo in risalto la bellezza di essere maschi e femmine e in particolare tale bellezza può emergere nella vostra vita intima. Ci avete mai pensato che ciò fa parte della vostra missione di sposi? Mettere in luce, aiutare il vostro coniuge a diventare un grande uomo, una grande donna?

Il Cantico dei Cantici lo esprime molto chiaramente. Se da un lato in esso vediamo frequenti riferimenti a far gioire ed anche godere l’amato e l’amata, senza nascondere affatto il senso erotico, dall’altro poi questo stesso amore si eleva spiritualmente e nell’ultimo capitolo si dice: “forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Ct 8, 6). La fiamma divina è il rimando alla nostra immagine e somiglianza, anche per quanto riguarda la sfera erotica della nostra sessualità. Come direbbe Papa Benedetto qui si vede come “Quanto più ambedue (eros e agape), pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 7). L’amore che viene da Dio, ossia l’agape, la carità, si unisce all’eros umano, ed assieme rivelano la vera natura dell’amore che è dono totale di sé, di tutto sé stesso, cioè appunto di ogni dimensione sessuale umana, corpo e anima. Questo in definitiva è il vero senso del sesso.

Un bravo professore di teologia quando ci spiegava questi temi ci diceva: “ma come è possibile? Se la sessualità è fatta per unire l’uomo e la donna e portarli a Dio, come mai gli sposi ne fanno un cattivo uso e finisce per dividerli e far perdere la fede?”.

Vi invito a meditare, a “ruminare” queste verità, a non temere di parlarne tra voi a fondo. Che ciò che siete, con le vostre differenze sia un dono, non un ostacolo; che i vostri corpi, nel dono reciproco e nell’atto di amore, vi portino ad assaporare la bellezza di Dio, le sue “vampe divine”.

Padre Luca Frontali

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