Piccoli Perdoni Quotidiani

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nella gioia e nel dolore. Ma nel dolore di chi?

Youtube ormai mi conosce. Tra i vari video consigliati mi ha proposto una conferenza dello psicoterapeuta Roberto Marchesini. Mi ha incuriosito perchè ho letto alcuni suoi libri e li ho trovati molto veri e aderenti a quanto cerchiamo di raccontare anche noi attraverso questo blog, i nostri libri e i corsi. Ho iniziato ad ascoltarlo, un po’ distrattamente mentre facevo anche altro, quando mi ha catturato una frase! Marchesini ha affermato un’ovvietà, ma che io non avevo mai preso in considerazione. Quando, durante il rito del matrimonio, promettiamo di amare l’altro/a sempre nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia ci stiamo davvero mettendo in gioco tantissimo. Stiamo giocando tutta la nostra vita. Siamo portati a pensare che il dolore e la malattia sia dell’amato/a. Viene facile quindi promettere di restargli/le fedele quando si trova in una condizione di fragilità e di debolezza. Diverso è il punto di vista offerto da Marchesini. Prometto di amare ed onorare l’altro/a quando io sono nel dolore e nella sofferenza, quando io sono nella malattia. Capite che già così è un tantino diverso. Cominciamo ad avere qualche riserva. Come! Se io non sto più bene con lui/lei devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi fa star male, magari mi tradisce, devo continuare ad amarlo/a? Come! Se lui/lei mi abbandona e se ne va devo continuare ad amarlo/a?

Esattamente così! La mia promessa mi chiede di continuare ad amare quella persona.

E qui casca l’asino. Quanti credono ancora che sia giusto continuare ad amare l’altro/a? Credo pochissimi. E’ normale che sia così! Marchesini stesso rileva che nel reparto di psicologia delle librerie la maggior parte dei testi tratta della cosiddetta self psychology. Testi che tratanno di come prendersi cura di sè per stare bene ed essere felici. Prendersi cura di sè va benissimo, sia chiaro, ma non è ciò che ci può davvero dare senso alla nostra vita. Questo tipo di atteggiamento porta a centrare su di sè ogni bisogno e ogni desiderio. Questo non è l’amore. Questa non è la felicità. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo dell’aumento di persone che necessitano di cura psicologica nonostante nella nostra società occidentale ci si prenda molto più cura di se stessi e la cultura dominante ci renda sempre più narcisisti ed individualisti. Forse perchè la felicità risiede altrove. Dove quindi? Nell’amare gli altri, cioè nel decentrare l’attenzione da sè per concentrarla sull’altro/a. Io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro/a, quando mi dono all’altro/a, quando sono capace di sacrificio per l’altro/a. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci complemente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. Ed è così che anche la persona abbandonata dal coniuge, se entra in questa dinamica di sacrificio e dono gratuito, può riuscire a vivere la sua situazione in una pace e in un senso che molte coppie di sposi non riescono a trovare in una vita trascorsa insieme. Tanti matrimoni falliscono perchè ci si sposa per il motivo sbagliato dice Marchesini. Ci si sposa per essere felici! Quale illusione! Ci si deve sposare per rendere felice l’altro e se riusciamo in questo, troveremo anche noi la nostra felicità. Quella vera.

Racconto un aneddoto che al tempo in cui lo ascoltai la prima volta restai scandalizzato e turbato. Ora lo comprendo. La nostra guida spirituale padre Raimondo, a una donna che lamentava il tradimento da parte del marito e chiedeva cosa fare, disse: Amalo di più per riattirarlo a te. Questo Gesù ha fatto per noi e questo gli sposi sono chiamati a fare. Hanno promesso di farlo, con la Grazia di Dio. Dai la tua volontà di farlo e Dio ti darà la forza che adesso non credi di avere.

Antonio e Luisa

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L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo” possa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/01/la-luce-oltre-le-luci/

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Vengo anch’io? No, tu no !

Il Vangelo di ieri ci presenta Gesù in una azione tra le tipiche del Messia: scacciare i demoni; infatti viene descritto un esorcismo nel quale un uomo è posseduto da una Legione di demoni, non uno solo ! Ci piace molto questo brano per diversi motivi: innanzitutto sbugiarda chi dice che il diavolo e i suoi demoni non esistono, che è solo frutto della fantasia di qualcuno; secondariamente zittisce chi vuole sminuire la figura di Gesù/Dio facendolo passare per uno che guariva gli epilettici e non gli indemoniati; inoltre si attesta che il diavolo e i suoi demoni obbediscono a Gesù (forse più di noi in alcuni frangenti); ed infine anche i diavoli riconoscono la divinità di Gesù chiamandolo “Gesù, Figlio del Dio altissimo”, quindi per riconoscere che Gesù è il Figlio dell’Altissimo non serve chissà quale fede gigante, ma senza fede vera Gesù non diventa il Signore, anzi il mio Signore. Ma apriremmo altri capitoli lunghissimi.

Oggi però ci soffermiamo sulla parte finale del brano citato : << Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati. >>

Ma come ? Questo poveretto appena liberato dai demoni Gli chiede “vengo anch’io ” e si sente rispondere “No, tu no “. Riecheggia già nella mente il simpatico motivetto della famosa canzone. Questo tizio lo supplicava, quindi verosimilmente avrà insistito un po’….tipo….dai Gesù ti prego fammi venire con te…..posso? Dai…..sto in un angolino zitto zitto buono buono, non ti accorgerai neanche di me……..poi magari girandosi verso Pietro……..vengo anch’io ? e Gesù : no, tu no. Vai invece nella tua casa ecc……insomma …questo Gesù non è proprio uno che bada all’etichetta. Ma perché avrà risposto così a quell’uomo? Non sarebbe stato meglio portarselo con sé anche solo per avere un promoter ? Un testimonial credibile della sua campagna promozionale ? Giusto per avere qualche follower in più…con una recensione del genere !!!

E invece no. Gesù è uno che fa cose inaspettate e di primo acchito incomprensibili. Anche noi, toccati dalla Grazia, siamo come quell’uomo. E non dobbiamo scegliere la strada più facile per seguirlo. In fondo se fosse rimasto al seguito di Gesù….avrebbe predicato ancora e sempre Gesù, e poi….sul più bello avrebbe tirato fuori l’asso dalla manica……chiedete a quest’uomo che prima di incontrarmi era indemoniato….il grosso del lavoro lo avrebbe continuato a fare Gesù e l’ex-indemoniato (tutto sollevato dalla responsabilità) si sarebbe limitato a confermare quanto predicato dal Maestro. Comodo no?

Cari sposi, quanto invece è più difficile obbedire al Maestro e tornare nella nostra casa, dai nostri affetti, e annunciare ciò che il Signore ha fatto per noi/me ! Quante energie, quanto rimetterci la faccia, quanto ci giochiamo la reputazione nel girare per la nostra Decapoli e proclamare ciò che il Signore ha fatto per noi ! Ci vuole coraggio, una forza da leoni ! Basta con i freni inibitori che sono solo cose legate a questa terra, a questa umanità. Il mondo ha bisogno di sposi evangelizzatori, in parole e in azioni…..cosicché anche quelli che incontriamo si possano meravigliare della grandezza di Dio così come è successo alla gente che ha incontrato quell’uomo ex-indemoniato.

…….la coppia: Vengo anch’io ? Gesù: No, tu no ! Hai un altro compito !!!

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina

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Dai suoi difetti ai miei!

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei.

Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

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Essere genitori significa lasciar andare.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

  1. Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.
  2. La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportsare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la colpa per la nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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Uno sguardo ravvicinato alla fede nuziale

Ispirato dal recente articolo di Antonio mi sono messo a contemplare la fede nuziale a modo mio: molto da vicino, usando una lente speciale. Mi piacciono i dettagli e mi è venuta voglia di osservarli (come direbbe Valeria: “sei un po’ pignolino amore mio”). Quindi attrezzi alla mano ho zoomato al massimo e… cavoli! È stato come osservare la faccia della luna! La superficie non assomigliava per niente a quel liscio cerchio splendente che vedevo “da lontano” ma anzi, era piena di solchi, graffi e screpolature, intaccata da centinaia di segni che visti così da vicino facevano orrore. Certo, non mi aspettavo una superficie a specchio, sono passati anni e anche a occhio nudo l’anello è opacizzato ma l’effetto è stato comunque sorprendente, talmente sorprendente che sono rimasto ad osservare quella superficie a bocca aperta per molti minuti. Quanta differenza! È incredibile che lo stesso oggetto possa apparire in due modi così diversi, cambiando semplicemente la distanza dal quale si osserva!

Ho due riflessioni che ho tratto da questa breve esperienza, la prima nasce dall’immediato accostamento anello-matrimonio: mi sono accorto che anche il matrimonio cambia completamente aspetto dipendentemente dalla distanza di osservazione, solo che le persone sposate di solito non se ne rendono conto. Gli sposi ovviamente vivono il proprio matrimonio da vicinissimo e in questo modo ne vedono ogni minimo difetto, molto chiaramente e molto bene, spesso sembra che questi difetti siano ferite profondissime e bruttissime, tali da sfigurare orribilmente il matrimonio stesso. Possono essere discussioni, incomprensioni, mancanze di gesti d’amore o qualunque altra cosa, ma la particolarità è che anche quando sono piccolezze, solo per il fatto che sono vissute sulla propria pelle, da vicinissimo, le fanno sembrare cose enormi e irreparabili. Eppure basterebbe così poco: fare un passo indietro e guardare tutto l’insieme, così ci si accorgerebbe che stavamo guardando un piccolo graffio quasi trascurabile e che non eravamo capaci di vedere in quanto amore abitiamo ogni giorno. Certo, mica è facile, dovremmo estraniarci proprio nel momento in cui ci sentiamo feriti, avere le mente lucida e non farsi coinvolgere proprio dalle cose più vicine a noi stessi, un compito quasi impossibile. Un ottimo modo di cambiare punto di vista è coltivare l’amicizia con altre coppie di sposi, a me e Valeria ad esempio ha fatto benissimo confrontarci con i nostri amici nell’Intercomunione delle famiglie o in altri ambiti, questo aiuta moltissimo, ci si rende conto che più o meno abbiamo gli stessi difetti degli altri ma quando si guarda una coppia dall’esterno si vede quanto è affiatata, quanto è preziosa, quanto bello e luminoso sia il loro matrimonio. Mal comune mezzo gaudio? No, non è così! Si tratta di avere davanti un esempio di sposi che nonostante i loro piccoli difetti sono splendidi perché sono sposi! E se gli altri sono così allora anche il mio matrimonio splende giusto? SI! Splende! Credeteci se gli altri ve lo dicono, è vero! Gli altri vi guardano da “un passo più indietro” e riescono a cogliere la bellezza in tutto il suo (vostro) splendore! Cercate le altre coppie di sposi, confrontatevi e ammirate quanto sono belle, è la stessa bellezza che si vede in voi!

L’altra considerazione: è vero, il mio anello è pieno di segni, la prima cosa che ho pensato è che fossero brutti e per di più ho pensato che simboleggiassero qualcosa di brutto nel mio matrimonio, ma come li ho fatti? Non li ho fatti forse lavorando? O insegnando ai miei figli o facendo qualche compito in casa? Ma certo! L’anello non lo tolgo mai, proprio mai e naturalmente è segnato da ogni avvenimento trascorso dal momento delle mie nozze in poi. Ci posso leggere tutta la mia vita dal primo giorno di matrimonio ed è un’opera d’arte! In pratica non è scalfito, è scolpito! L’ho fatto amando! Mi tornano a mente le parole di Papa Francesco durante il discorso ai fidanzati a San Valentino del 2014: “…Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria…” è un’immagine bellissima! Mi piace pensare che gli sposi siano gli orefici e che Dio sia colui che ci affida la materia prima, l’oro, per farne un bellissimo gioiello, ed è proprio vivendo quotidianamente che lavoriamo a questo compito, creando con pazienza e dedizione una anello unico e irripetibile, immagine dell’amore di Dio nella nostra personale interpretazione.

Se penso che l’unico modo di non graffiare l’anello è quello di non portarlo, magari lasciandolo chiuso in un cassetto… rabbrividisco, sarebbe come tradire la fiducia di Dio che mi ha affidato l’oro per farne un gioiello, che mi ha donato la mia sposa per crescere insieme nell’amore, ma che avrei ignorato. Invece eccomi qua, a contemplare una superficie piena di segni con l’occhio dell’artigiano che vede prendere forma al suo lavoro, che non vede l’ora di continuare a lavorarci immaginando altri segni, altri giorni, altri gesti d’amore.

Ranieri e Valeria

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“Ho sognato la Parola di Dio! Wow!!”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“Ma ti rendi conto?!” disse una moglie a suo marito.

“Oggi nel Vangelo si parla della semina della Parola di Dio nel cuore dell’uomo…ci sono quelli che accolgono la Parola e quelli che apparentemente la accolgono e quelli che…”

“Quale Parola?!” soggiunse il marito.

“Come quale Parola? La Parola di Dio!!” apostrofò saccentemente la moglie.

“E cosa dice questa Parola? Che Parola è? Io ad esempio dico una parola…tipo…casa. Ecco, casa è una parola…come lo è anche andare…si, anche questa è una parola. Che Parola è questa Parola di Dio che viene seminata…cosa dice questa Parola?…non riesco a capire…”

La moglie era già pronta a partire con la catechesi ascoltata su Whatsapp, ma a questa domanda così ingenua di suo marito non seppe sinceramente cosa ribattere e anziché lasciarsi interrogare profondamente, chiuse il discorso dicendogli snervata: “Sei il solito zuccone, non capisci nulla!!!”

“Sei il solito zuccone…non capisci nulla…vedi” disse il marito “questa è la tua parola…anzi…sono più di una, ma esprimono un unico concetto: per te non valgo nulla.”

L’ora era tarda…ognuno si girò sul suo cuscino e si addormentarono senza neanche dirsi buona notte…senza rivolgersi neanche una parola.

Lui fece un sogno.

La scena era simile a quella del Vangelo. Sotto al sole che picchiava c’era un seminatore con un grandissimo cappello di paglia sul capo che aveva due mani grandissime rovinate dal duro lavoro. Con una mano teneva un sacco pieno di semi e con l’altra raccoglieva i semi e li lanciava spargendoli sulla terra.

I semi erano fatti di un materiale particolare. Erano come quelle spugnette che quando le compri sono dure e minuscole…poi basta bagnarle che si aprono e si ammorbidiscono.

Ecco…questi semi erano così. Allora il marito “sognatore” si appostò dietro un cespuglio, e un seme gli cadde sulla testa. Appena il seme sfiorò il suo capo ecco che si aprì facendo intravedere una parola scritta.

Ora finalmente poteva soddisfare la sua curiosità, aprì il seme e lesse cosa c’era scritto.

Nel seme era impresso il suo nome, ovvero Antonio, e sotto riportava questa frase: “Antonio…tu sei l’amato da Dio”.

Lesse e rilesse quelle parole mille volte…e non poteva smettere di leggere poiché questa parola gli dava tanta felicità.

Si svegliò che ancora immaginava di leggere quel seme..e ripeteva con la sua bocca: “…io sono l’amato…io sono l’amato….io…sono….l’amato da Dio.”

Svegliò di soprassalto sua moglie che lo guardò con gli occhi sgranati di chi stenta a capire se sta ancora dormendo o se è già sveglio e le disse a voce alta: “Ho capito cosa dice la Parola di Dio!!!! Ho capito cosa dice Dio quando parla!!!”

Sua moglie lo guardò con sufficienza e si rigirò dall’altra parte. In quel momento il marito avrebbe voluto umiliarla con qualche parola dura…ma poi si ricordò che su quel seme c’era scritto: “Antonio, tu sei l’amato!” e decise di desistere dall’ira…abbracciò sua moglie che lo aveva maltrattato e si addormentò accanto a lei stringendola a sé.

Tutto era compiuto. Sapendosi amato ora Antonio, il marito della storiella, poteva essere libero di amare anche quando sua moglie decideva di non amarlo.

Ricorda che sul quel seme c’è scritto anche il tuo nome…ricordalo sempre e farai parte di coloro che

<<….coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno>>. Mc 4,1-20

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Quei giorni che abbiamo voglia di litigare.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

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Ti riconsegniamo il nostro amore!

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, quando ci prendiamo per mano io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa

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Girando lo sguardo

Il Vangelo di oggi è breve ma denso; è una piccola parte di un brano più lungo che comincia così :<< 20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé>>. Quindi il motivo per cui i parenti di Gesù si fanno vivi è perché si preoccupano dell’appetito di Gesù; non vogliamo mancare di rispetto alla Santissima Vergine, però sembra che anche lei si preoccupi che il figlio mangi, che sia sazio, che non gli manchi il necessario, come tutte le mamme del resto. E già su questo particolare ha tanto da dirci questo Vangelo. Non perché vogliamo mettere in luce una possibile mancanza di fede della Madonna, ce ne guardiamo bene anche solo dal pensarlo, ma semplicemente perché questo atteggiamento di preoccupazione/sollecitazione materna da parte anche della Vergine Purissima, ci fa intuire che anche per Lei è stata una sorpresa continua la vita a fianco di Gesù, non tutto ha capito subito, ma………serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore materno. E lì il segreto: il silenzio interiore.

Ma veniamo al punto di questo racconto che oggi ci interpella più direttamente. Finalmente i parenti di Gesù lo trovano e : <<31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre.>>

Ammazza che paroloni ! Chi pensava ad un Gesù tenerone tipo Winnie Pooh o Babbo Natale dovrà ricredersi. Ma Gesù non era mica quello tutto sdolcinato, misericordioso, sempre gentile, mai sgarbato, una specie di nobile inglese uscito dalla Oxford ? Se vogliamo essere buoni chiudiamo un occhio su “miei fratelli”……. ma su “mia madre”…..NO dai !!!! Cosa avranno pensato quelli dentro la casa ? Ma questo qui è in terapia ma non da uno bravo, gli giro il numero di quello giusto…………..ma poi rinnegare (apparentemente) la madre noooooo…..visto che mater certa semper est. Senza contare che se la Madonna, da fuori, ha sentito tutto cosa avrà pensato?

Ad ogni modo ci ha colpito quel “girando lo sguardo”. E sappiamo bene che lo sguardo di Gesù è penetrante, è come una lama a doppio taglio, va in profondità, scruta, non ti lascia via di scampo. Se ci fossimo stati lì noi sposi attorno a Lui, avrebbe detto lo stesso di noi? Quando Gesù guarda la nostra coppia, scruta il nostro cuore matrimoniale, cosa vede ? Può dire di noi che per Lui siamo fratello, sorella e madre ? Cioè (tradotto) può riconoscere nella nostra vita di tutti i giorni ( ricordiamoci che ci siamo promessi di amarci ed onorarci TUTTI i giorni, ergo…..è un impegno che devo rinnovare ogni santo giorno ) che il nostro amore, che ci scambiamo vicendevolmente, è compiere la volontà di Dio ? Gesù, anche oggi, sta “girando lo sguardo” sul nostro matrimonio, rendiamoci degni di essere per Lui fratello, sorella e madre; ossia importanti come e forse anche di più dei legami di sangue.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

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Le Beatitudini, qui ed ora: per una vita piena.

Mi trovo a scuola, dove lavoro con i bambini dai tre ai sei anni. Ancora sento dentro di me la scia di luce e di intima gioia lasciata dal sorriso di una bimba. Una bimba che con il suo silenzio e con il suo essere quasi invisibile grida il suo bisogno di essere guardata, riconosciuta, amata.

Un grido che è arrivato e ha raggiunto i miei occhi, perché era senza voce, delicatissimo. E poi è giunto al mio cuore. Ho iniziato a guardare spesso questa bimba, ad avvicinarmi a lei un po’ alla volta, a restituire consistenza e visibilità a quella piccola creatura spaventata. E mentre lo facevo ho contattato anche quella piccola parte dentro di me tante volte ha desiderato di essere vista, ascoltata, conosciuta, e tante volte è stata delusa. Ho ripercorso dentro di me la strada della mia vita fino ad oggi. Ed ecco: benedico Dio per ogni passo della mia storia anche, e soprattutto, per quei passaggi difficili, per cui ho sofferto ma che hanno contribuito a rendermi ciò che sono oggi. Certo, non sono masochista, e so che non è la sofferenza che mi ha fatto crescere, ma il fatto di aver trovato qualcuno che mi aiutasse a starci dentro e a rileggerla, poi, in un’altra prospettiva. È stata la relazione con qualcuno a salvarmi, e sicuramente non ce l’avrei mai fatta da sola, perché io quello che potevo fare già lo stavo facendo. E non era sufficiente per salvarmi. Il male del nostro tempo storico e della nostra società è proprio questo: l’autoreferenzialità e l’autosufficienza. Non c’è un inganno più grande di questo! Le nostre ferite che ci portiamo dentro vengono sempre dalle relazioni e solo nella relazione possono guarire. E allora lì, Dio è intervenuto con me, proprio come io oggi sto facendo con questa bambina. Mi ha ridato la gioia di non essere sola, ha restituito un senso al mio vissuto e mi ha guidata per mano alla scoperta del tesoro che è per me tutta la mia storia. Questo, ovviamente, è accaduto tramite delle persone concrete, come la guida spirituale e altre figure di riferimento. Attraverso le ferite/feritoie della mia storia si sono aperti degli squarci di luce, di “beatitudine” (non per niente io sono sr. Ebe Lucia delle Beatitudini!): la felicità che ci offre il Signore non è superficiale, frivola o passeggera, ma nasce proprio lì dove nessuno se lo aspetterebbe. Chi avrebbe mai pensato che si può essere felici nella fatica, nel pianto, nella povertà…? Beh, io prima non avrei mai pensato che questi “poli opposti” della nostra esperienza potessero stare insieme! Ebbene, questa è la promessa di Dio a ciascun cristiano che si lasci interrogare dalla storia e dalla sua storia: «Beati voi»! Questo è il cammino che mi piacerebbe fare insieme a voi. L’ho capito quando oggi, dopo mesi che lavoro con lei, questa bimba si è rivolta verso di me, ha incontrato il mio sguardo e, per la prima volta, mi ha sorriso tenendo fissi i suoi occhi nei miei, senza distoglierli. Il suo sorriso oggi vale la pena di tutto ciò che ho vissuto e che mi ha portato fin qui.

Suor Ebe

Articolo originale su Amati per amare 

 

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Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Il Vangelo di questa domenica presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (in alcune traduzioni Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Contemplare la fede che portiamo al dito significa immergersi nell’infinito di Dio.

Oggi una riflessione così di getto che mi è venuta dal cuore mentre contemplavo la fede che porto al dito. Un anello che non è solo da guardare, ma da contemplare perchè racchiude, nella sua semplice perfezione, una verità così grande che è davvero incredibile pensare possa essere racchiusa in quell’oggetto così piccolo.

L’anello nuziale ha diverse caratteristiche ed ognuna di esse ci può dire tanto. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Ci sono tantissime riflessioni che si possono fare contemplando le fedi, davvero tante! Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre Cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettere l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Inciso all’interno c’è la data del matrimonio e il nome dell’altro/a. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro/a. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Antonio e Luisa

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L’Amore non presenta il conto

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

E’ sera. Guardiamo alla giornata appena trascorsa. Quante forze spese per fare cose per la nostra famiglia.

Piatti lavati, parole che hanno cercato di confortare l’altro, passi per accompagnare i figli a scuola, carrello spinto per fare la spesa, ginocchia piegate per allacciare una scarpa, mani messe in tasca per cercare un fazzoletto per soffiare un nasino altrui, e tanto…tanto altro.

La stanchezza sulle spalle si fa sentire dopo cena, e una richiesta piccola e normale da parte del nostro coniuge può risultare eccessiva:

“Vai a buttare la spazzatura?” innesca una serie di pensieri che anziché aiutarti a vedere quanto gli altri sono stati bene grazie al tuo aiuto, ti spinge a contare tutte le singole gocce di fatica che hai versato.

Ed allora anziché ringraziare Dio per la salute e la vita che ti ha dato oggi da poter spendere per la tua famiglia, inizi con la calcolatrice a fare i conti all’altro:

“Ah si, devo andare a gettare anche la spazzatura adesso?!” Ma lo sai quante cose ho fatto oggi?!” …ed inizi l’elenco come fosse uno scontrino da presentare al cliente:

  • Antipasto di sveglia all’alba
  • Colazione preparata per voi e poi per me
  • Merenda negli zainetti
  • Pranzo preparato mentre sono tornato a casa dopo una mattinata di lavoro
  • Frutta
  • Caffè e ammazzacaffè…perchè IIIIIOOOOOO mi sono AMMAZZATO PER TEEEEEEE!!!!

Insomma…quello che poteva essere un capolavoro di gratuita oblazione familiare, sei riuscito a rovinarlo monetizzando ciò che magari avevi fatto con il cuore.

E la ciliegina sulla torta ce la metti nel conto quando con stizza aggiungi: “Perché io al contrario di te qui mi do da fare!”.

E li crolla tutta la poesia che durante la giornata eri riuscito a creare quando avevi preparato il caffè al mattino per permettere all’altro di non fare tardi al lavoro, quando avevi riempito il bicchiere all’altro con un sorriso, quando – in una parola – ti eri donato gratuitamente attraverso piccoli gesti quotidiani.

Hai presentato un conto salato al tuo coniuge e anche se per certi versi avevi ragione nel dire che sei stanco, hai esagerato e hai trasformato il tuo regalo in un vuoto a rendere.

Da dove può nascere questo tuo modo di fare? Non saprei…forse un po’ dal fatto che ti senti padrone. A volte ci sentiamo padroni delle forze che abbiamo nelle mani e del tempo che abbiamo da vivere.

“Time is money” – “Il tempo è denaro” dicono a Wall Street e tu ripeti queste parole nel tuo cuore. Il Tempo è denaro che non vuoi sprecare per il prossimo perché credi che ti appartenga, credi che tu lo abbia guadagnato.

In qualche parte del tuo cuore sei convinto che la tua vita dipenda da te, che se hai avuto le forze per “servire” la tua famiglia oggi, tu lo debba al fatto che sei uno che la salute in qualche modo se la merita.

E se, invece, il tempo fosse la tua occasione? E se le forze che hai a disposizione fossero un prestito che “Qualcuno” ti ha fatto affinché tu possa tergere una lacrima, spazzare sempre lo stesso pavimento, raccogliere 200 volte lo stesso giocattolo di tua figlia o semplicemente per sorridere?

Già, pare che per sorridere occorrano innumerevoli muscoli del viso. Tanti muscoli che devono muoversi insieme.

Ma sai che per tenere il broncio ne occorrono molti di più? Sai che per lamentarti di quanto sei stanco a fine giornata ti occorre più fatica che quella che comporta andare a gettare la spazzatura col sorriso?

Se sei veramente stanco, prenditi una pausa dalla rabbia e abbraccia tua moglie o tuo marito…e a fine giornata ti sentirai come quel servo inutile di cui parla Gesù nel Vangelo:

Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10)

Un servo inutile a sé stesso…ma tanto contento perché utile per gli altri.

Un servo che sa bene di non essere il padrone della vita, del tempo…

Sarai un servo, anzi…un amico del vero padrone della vita: Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Se io mi arrabbio…o se si arrabbia l’altro.

Se io mi arrabbio, e uso la mia rabbia per ferire, allontanare ed escludere, è perché ho dei “buonissimi” motivi per perdere la pazienza, e l’altro dovrebbe pure saperlo visto che ricasca sempre negli stessi errori, e visto che gli ho detto o fatto capire tante, troppe volte che certi suoi atteggiamenti e sbagli mi irritano profondamente …

Se io mi arrabbio, è perché “è il mio carattere e non posso farci niente, ma proprio niente”, e l’altro mi “deve” accettare cosi.

Se io mi arrabbio e tratto male l’altro, mi dico che non lo sto trattando male, sto “solo” esprimendo miei sacrosanti diritti (che però non si capisce bene perché io sia convinta che sia meglio urlarglieli e mettere tensione in ciò che dico) e arrivo a convincermi che aumentare la mia rabbia e buttargliela davanti sia ormai “l’unica” cosa da fare per far capire all’altro come mi sento, e che la rabbia espressa da me sia in realtà non tanto aggressiva…

Se io mi arrabbio e decido di usare la mia rabbia facendo finta di niente e scegliendo apparentemente atteggiamenti comunque “gentili” formalmente, ma covando rancore, (e un pizzico di vendetta per sentirmi anche “forte”), e scegliendo atteggiamenti apparentemente innocui ma che mettono muri, inviando il messaggio che l’altro non ha la mia considerazione e attenzione, e lo “merita” di non essere più considerato e avvicinato con amorevolezza, non sto usando ipocrisia e atteggiamenti un po’ subdoli per ferirlo a mia volta, per “punirlo”, ma sto secondo me “solo” usando modi indiretti per fargli capire (ma lo capirà così o si sentirà solo ferito e non amato?) che si sta comportando male, che mi ha fatto dispiacere, e anzi a volte mi giustifico dicendo che non è “educazione” cercare di chiarire, parlare di ciò che mi sta facendo dispiacere … ma mi convinco che sia più “educazione” ignorarlo e se possibile escluderlo in qualche modo con le mie scelte e atteggiamenti. Peccato che poi non solo l’altro a quel punto sta male e reagisce spesso a sua volta male, ma anche che la mia autostima e la mia pace interiore comincino a vacillare e non mi sento più in fondo in fondo contenta di me, e diminuisco in quei momenti la mia risorsa di poter amare e costruire gioia per me stessa e per gli altri, E quello che non faccio agli altri di bene, come un boomerang non lo faccio neanche per me, incattivendo e imbruttendo in quella interazione e situazione il mio cuore.

Se io mi arrabbio, è “normale” che non ho bisogno di dare occasioni all’altro per spiegarsi, per chiarire, per chiedermi scusa, ma sono “buona” se ancora gli parlo comunque, ma dentro me inizio a mettere enormi distanze tra me e l’altro, e chissà perché mi convinco che l’altro tanto non se ne accorge o che comunque se se ne accorge “meglio cosi”…

Se mi arrabbio, e decido di punire, non perdonare, mi sento a volte solo nel giusto, perché mi dico, mentendomi, che “solo” così otterrò un cambiamento e ravvedimento dall’altro.

Se mi arrabbio, e decido che non voglio chiedere “perché” all’altro, è perché altrimenti sarei una “debole”, l’altro non vedrebbe abbastanza il mio grande dolore e delusione.

Se mi arrabbio, e non rivolgo più la parola all’altro, è perché mi convinco che l’altro se mi vuole bene deve essere lui, e solo lui a fare il primo passo di riconciliazione verso di me, preferibilmente chiedendomi pure scusa altrimenti non lo perdono, perdendomi così la possibilità di amare gratuitamente, con la libertà preziosa interiore di non far dipendere il mio stato d’animo e la mia serenità da ciò che fa o non fa l’altro nei miei confronti …

Se invece è l’altro che si arrabbia con me e che mi ferisce, mi allontana e mi esclude, e mi tratta male ogni volta che ricasco negli stessi errori, è “sicuramente” perché è cattivo, cattivissimo, mi odia, non mi sopporta e dice le cose solo per umiliarmi.

Se è l’altro che si arrabbia con me, e nell’arrabbiarsi mi butta davanti la sua grande rabbia e mi tratta male, è “sicuramente” e “solo” perché vuole trattarmi male, è aggressivo e insensibile, e non perché forse ha paura di non essere preso in considerazione nel suo dolore e nelle sue fatiche. Pur sbagliando i modi di esprimermelo,

Se l’altro non mi affronta direttamente, e usa modi indiretti e subdoli per farmi capire che è arrabbiato, è perché in fondo è solo un ipocrita, bugiardo e finto, e non “merita” più neanche la mia considerazione e attenzione, perché troppo perfido e poco chiaro, diretto. Meglio evitarlo per non finire vittima delle sue cattiverie indirette. Invece di provare io per prima, con un po’ di semplicità, e chiarire, parlare apertamente e direttamente, aiutando così anche l’altro e rendersi conto del suo nascondersi, mentire, ferire indirettamente, invece di stimarlo comunque e cercare di aiutarlo ad avere più serenità e coraggio di parlare francamente, non smettere di creare ponti veri, solidi.

Se è l’altro ad arrabbiarsi ed escludermi, non è perché sta soffrendo e sta scegliendo modi non costruttivi per farmelo capire, ma è perché è troppo cattivo, duro, insensibile e anaffettivo …

Se è l’altro a non perdonarmi, ma mi punisce e rimprovera, è perché non è “capace” di perdono, perché non ha capacità di amare come invece io so fare, è perché non capisce niente ed è un “muro” vivente.

Se l’altro si arrabbia, e non mi rivolge più la parola, o cambia atteggiamento verso me, o mi tratta freddamente o non interagisce più con me, allora non vale la pena, secondo me a volte, di cercarlo, di capire cosa è successo, di amarlo comunque, ma trovo a volte “normale” comportarmi di conseguenza, magari aggiungendo pure dentro me la pesante sfumatura del “se l’e’ voluta lui “ questa mia reazione, questa mia passività e scelta di non cercarlo più di far finta di niente finché l’altro non cambia…

Se invece mi arrabbio con Dio, Lui non mi ignora, non si vendica, non mi aggredisce, ma mi corregge con amore, continua ad amarmi gratuitamente, e non fa dipendere il Suo Amore e la Sua attenzione e cura e sollecitudine verso me da come io lo tratto, da se lo ignoro o no, da se lo incolpo o odio, ma mi ama, mi aspetta a Braccia aperte, sempre, con infinita misericordia, sempre con quel suo Sguardo e Sorriso pieni di Amore per me.

Francesca Bisogno

Articolo originale su Albastellata

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Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù

Di seguito potete trovare una testimonianza molto bella. Non solo bella, ma utile a tanti che non credono più nel matrimonio. A volte mollare sembra la soluzione più sensata e corretta, ma se siamo sposi in Cristo non dobbiamo mai dimenticarci che Lui è con noi e portare in salvo il nostro matrimonio è la Sua priorità. Per questo non si tirerà indietro e ci riempirà della Sua Grazia che è forza, speranza e vita. Ci chiede solo di fidarci, di impegnarci a fondo e di abbandonarci a Lui. Lui trasforma l’acqua in vino ma la fatica di riempire le giare dobbiamo farla noi (cit. Chiara Corbella). Giuseppina l’ha fatta!! Per lei e suo marito è avvenuta una resurrezione. Vi lascio alla testimonianza.

Buonasera, mi chiamo Giuseppina. Vorrei testimoniare anch’io la presenza di Cristo nella mia vita. Ho 46 anni, mi sono sposata giovanissima, a 20 anni, contro il volere di mio padre. Ho lasciato la mia terra, la mia famiglia e il mio lavoro per seguire mio marito. Siamo stati fidanzati cinque anni e per questo credevo di conoscere l’uomo che sposavo. Non era così. La nostra prima bambina è arrivata subito e con lei tante difficoltà che si sono aggiunte a quelle che una relazione matrimoniale comporta. Non accettavo la mia situazione, mi mancava la mia terra. In più ero sempre sola perché mio marito lavorava in un’altra città. Partiva la mattina e rientrava la sera. Non mi sentivo più amata e il nostro matrimonio stava velocemente naufragando. Ho trovato la forza per non arrendermi solo grazie alla messa domenicale dove potevo attingere alla sorgente della vita: l’Eucarestia. Quando avevo 26 anni nacque il nostro secondogenito, ma il matrimonio non migliorò, al contrario peggiorava sempre di più. Non volevo separarmi anche se la tentazione era forte. Ciò che mi legava era il voler restare fedele alla promessa che avevo fatto a Dio il giorno delle nozze. Sono andata avanti vent’anni così, non ce la facevo più, volevo gettare la spugna, volevo arrendermi! Avevo deciso: mi separavo da mio marito. Ormai non c’era più nulla in comune tra di noi, non avevamo nemmeno più neanche rapporti intimi. Più nulla! Io continuavo comunque ad amarlo nel mio cuore anche se non ero ricambiata. Un pomeriggio mi recai alla mia chiesetta, mi inginocchiai davanti al tabernacolo e piangendo chiesi perdono al Signore per quello che avevo deciso di fare. Decisi di fidarmi un’ultima volta di Gesù e di credere ancora nel mio natrimonio. In quel sacramento dove Gesù era presente tra noi. Ho messo ancora una volta tutto nelle mani del Signore. Quella sera io e mio marito, non so perchè, decidemmo di avere un ultimo rapporto intimo. Era forse un modo di dirci addio. Ovviamente prendemmo precauzioni e usammo un profilattico. Dopo 20 giorni scoprii di essere incinta. Non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile concepire un figlio usando un profilattico, in un giorno che non doveva essere fertile, in una donna di 39 anni. Sono certa che è stato un dono di Dio, un’opera del Signore. E’ stato il modo che ha avuto di dirci che Lui credeva ancora in noi. In quel periodo, oltretutto, lavoravo solo io, mio marito era disoccupato da due anni. Sapevo benissimo che il mio titolare mi avrebbe licenziata non appena avesse saputo della gravidanza. Cosi fu, ma mi sono fidata del Signore, Lui avrebbe provveduto a far crescere questa bambina, non le sarebbe mancato nulla! Il Signore è fedele. Oggi lavoriamo entrambi, non ci manca nulla, ma il dono più bello che Dio ci ha fatto è la nostra conversione, ci ha donato un cammino neocatecumenale e siamo entrambi risorti. Lo scorso anno abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio ed è solo la Grazia di Dio che fa nuove tutte le cose, che ha trasformato il mio matrimonio da acqua (poca) in vino, il più delizioso. Amen!

Giuseppina.

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I nostri Amaleciti

Oggi ci lasceremo scuotere dalla prima lettura di ieri (1 Sam 15,16-23 ) che per esigenze di spazio non riportiamo tutta ma solo la parte che ci interessa << Il Signore non ti ha forse unto re d’Israele? Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: “Va’, vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?………Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti.>>. Praticamente Samuele è portavoce di Dio e rimprovera Saul. Ma cosa avrà fatto di così terribile Saul da meritarsi un trattamento così severo da parte del Signore ?

In fondo gli Amaleciti li aveva sterminati tutti come aveva ordinato il Signore, che se ne fa un Dio degli animali sterminati, del bottino ? E poi Saul aveva ascoltato il popolo, lasciando che prendesse le primizie del bestiame per sacrificarli al Signore, perciò cosa ha da lamentarsi questo Dio ? Cosa vuole ancora di più ? E’ così preciso che sta lì a contare quanti agnellini nei greggi sono quelli degli Amaleciti ? E’ un Dio contabile, vuole il bilancio a fine anno ? Sta lì proprio a fare l’inventario del bottino ? Apparentemente a questo Dio non gli va mai bene niente.

Ma se ci fermiamo un attimo capiamo che spesso anche noi facciamo come Saul, e cioè ci teniamo qualcosa per noi….non si sa mai. Il Signore ci dice di abbandonare la vecchia vita, le cattive compagnie, gli affetti disordinati, le cattive abitudini, gli spettacoli mondani o peggio disinibiti…. e l’elenco potrebbe continuare a seconda della propria vita……e noi spesso diciamo al Signore: sì sì sì ma poi………qualcosa lo tengo per me. Non ci abbandoniamo mai fino in fondo nella volontà del Padre.

Per trasferire il tutto nella vita matrimoniale: ……..ma ceeerto Signore che ho capito che devo avere occhi solo per mia moglie, ma sai…..quando mi passa accanto quella donna con quelle curve…….solo un’occhiatina……anche l’occhio vuole la sua parte. Ceeeerto Signore che abbiamo capito che la castità matrimoniale è essenziale, vitale, indispensabile per la nostra santità ma daaaaiii………ogni tanto un piede nella lussuria non fa male…..solo un pezzettino. Ceeeeeerto Signore che abbiamo capito che dobbiamo pregare tutti i giorni, però proprio tutti tutti tutti ? Non ti basta la domenica ? Ceeeerto Signore che dobbiamo fidarci della tua Provvidenza, però anche noi dobbiamo fare i nostri calcoli, abbiamo già un figlio, suvvia…..

E ogni coppia di sposi ha il proprio elenco personalizzato. Quali sono i nostri Amaleciti da sterminare ? Attenzione non ne deve restare nemmeno uno, neanche il bestiame minuto o qualsivoglia bottino. I nostri Amaleciti sono i nostri vizi. Facciamo solo l’elenco dei capostipiti dei vizi, i cosiddetti vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.

Sposi, quali sono i nostri Amaleciti ? Individuiamoli e sterminiamoli fino all’ultimo.

Buona battaglia.

Giorgio e Valentina

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Dall’inizio al per sempre…..passando per Gesù

In volo verso il Principato di Monaco, per un incontro-testimonianza riguardante la nostra missione a favore delle famiglie, apro il piccolo Vangelo che reco sempre in borsa e una parola assai importante cade sotto il mio sguardo. È il Vangelo di Marco al capitolo 10, dal versetto 1 e seguenti. Subito mi colpisce il fatto che la folla, non una singola persona, accorreva numerosa per fare domande a Gesù, ma soprattutto per metterlo alla prova su una questione riguardante proprio un argomento matrimoniale: il ripudio! Senza entrare qui nel merito dell’argomento dell’atto di ripudio, vorrei porre l’attenzione sull’atteggiamento di coloro che hanno posto la questione, cioè sul modo di relazionarsi con la persona di Gesù. “Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”. Questo atteggiamento di prendere Gesù “in castagna” è assai frequente scorgerlo nella Sacra Scrittura e in varie occasioni ma, Lui risponde sempre partendo da altri punti di vista rispetto agli interlocutori. Qui ad esempio, sapendo dove volevano arrivare, è Gesù stesso che li conduce a ciò che avrebbero voluto sentirsi dire e torna indietro, torna alla legge data da Mosè. Vero infatti che Mosè scrisse quella norma ma fu “costretto” a causa della durezza dei cuori di chi aveva davanti. Gesù sposta l’attenzione e va diritto al centro del bersaglio e, a questo punto, è tutta una questione di cuore! All’inizio non era cosi perché, si legge più avanti, “… dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina, per questo l’uomo lascerà suo padre sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne (Mc 10,6-8).
Vorrei condurre ogni coppia all’inizio, al principio della propria storia, al momento in cui gli occhi di quel maschio e di quella femmina, creati ad immagine e somiglianza di Dio, si sono incrociati e hanno desiderato continuare a guardarsi per sempre. Questo è il momento in cui occorre fermarsi perché il pensiero di Dio si è concentrato su due persone, proprio quelle e non altre, e ha plasmato un progetto che avesse un inizio e lo ha guardato come la sua migliore attuazione. Mettete i vostri nomi e vi ritroverete per primi all’inizio della creazione, perché Dio ama ciascuno e ciascuna coppia, come se non ve ne fosse nessun’altra al mondo! Voi siete speciali. Ma che straordinario mistero vi è in un Dio che addirittura si prostra dinanzi a due volontà, fragili, imperfette e ferite e concorre, come il tifoso più “accanito”, alla costruzione di una famiglia? Cosa è accaduto rispetto a questo inizio? Di sicuro quei tanti farisei che arrivavano in folla a domandare a Gesù sulla liceità del ripudio avevano motivi molto importanti. Molte coppie, quando giungono a vivere situazioni difficili sono inchiodate nella disperazione di non poter risolvere qualunque problema e rivolgono a Gesù la stessa domanda. Spesso il loro atteggiamento è proprio quello di metterlo alla prova cercando di convincere Gesù stesso
che non ci potrà essere alcuna soluzione se non quella evidente all’occhio umano e che il grado di sopportare è così alto da non ammettere replica di sorta. È lecito Signore abbandonare il campo ormai divenuto di battaglia? Non facciamo altro che litigare distruggendo ogni ambito nella nostra vita. Il mio coniuge è ormai un nemico e poi me l’ha fatta così grossa da non poter accettare nulla, assolutamente nulla. Sarei anche disposto a morire per l’altro ma non si può essere soli, cioè, se anche l’altro morisse per me allora sì ci sarebbe equilibrio ma così proprio non funziona. Quando si arriva alla frutta il primo pensiero è il rifiuto, il ripudio, e vorremo che questo diventasse una norma per sancire un criterio più giusto alla nostra personale fuga. Ma quando Gesù viene messo alla prova Lui sa come trasformare lo stato dell’uomo. Guarda il tuo cuore, dice il Signore e scruta nel profondo quel motivo che ti portò a scegliere ciò che adesso vorresti “ripudiare”. Tu non sei solo quello di oggi ma sei quello dell’inizio. Colui che ha camminato con i suoi passi verso l’altare del sì pronunciato e creduto. Perché vuoi mettermi alla prova, dice Gesù?

Tu devi usare la grazia che Io stesso sono per voi. Invitami nella vita ordinaria e in ciascuno di quei problemi che ti rendono l’altro un nemico. Te lo renderò amico se comprendi quanto quel simile ti è d’aiuto e ti sosterrò, gratuitamente, per consentirti di essere quella sola cosa che Io, il tuo Gesù, ho Benedetto. “…dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,9). È Dio che ha unito, messo insieme progettato la chiesa domestica di quell’uomo e quella donna che siete, con i vostri nomi, proprio voi due, diventati una sola carne. Gesù non mette alla prova ma sostiene nella prova. Ecco il punto di svolta del rapporto con Dio. Spesso siamo portati a colpevolizzarlo perché la sofferenza ci sta così stretta, ovviamente, che ce la prendiamo con Lui, come dire: “guarda che peso immenso è diventato la donna, o l’uomo che mi hai messo accanto”!!! Diverso sarebbe invece: “Signore, la situazione che vivo è difficilissima, insostenibile, ma tu c’eri all’inizio e ora ci sei ancora per aiutarmi, sostenermi, nutrirmi e concedermi tutte le capacità per far fronte a cose che da solo non potrei ma con la tua grazia, appunto perché grazia, io posso farcela e addirittura aiutare il misero che mi hai donato. Siamo tuoi figli e tu hai cura di noi. Non permettere che il nostro cuore, duro, si solidifichi sempre più ma rendilo vulnerabile, morbido, un cuore di carne, assetato di Spirito Santo.
Signore siamo noi che vogliamo essere messi alla prova, perché vogliamo modellarci al bene, vogliamo limare ogni callosità acquisita nel tempo e guardarci con occhi nuovi e soprattutto vedere. Siamo partiti con te nella regione della Giudea all’inizio di questo vangelo (Mc 10,1) e in tutto questo viaggio, gli anni del nostro matrimonio, le fatiche, le gioie ma soprattutto i dolori, siamo arrivati a Gerico, alla fine di questo Vangelo (Mc 10, 46). C’è un cieco che sta mendicando e quando “sente” che arrivi tu Gesù, comincia a gridare dicendo: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (v. 47). Siamo noi quel cieco, caro Signore, siamo la coppia che hai benedetto quel giorno! Allora Gesù disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi”? E se la coppia risponderà “Rabbuni, che noi vediamo di nuovo!”, Gesù potrà dire loro: “Andate figli miei, la vostra fede vi ha salvato” e subito videro di nuovo e lo seguirono lungo la strada. (Mc 10,51-52).

Cristina

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Gesù si mostra nella nostra unione sponsale

In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele».
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio». (Giovanni 1, 29-34)

Non sapevo come approcciare questo passo del Vangelo che ci viene offerto dalla liturgia di oggi. Mi è venuto in aiuto padre Livio Fanzaga. Nel suo libro La grandezza dell’umiltà il sacerdote scrive: L’atteggiamento di umiltà radicale di Giovanni il Battista è dato in eredità alla Chiesa per la sua testimonianza nel tempo del pellegrinaggio. Come Giovanni, la Chiesa e ogni cristiano, sono una voce, uno strumento, un umile messaggero, che chiama gli uomini a contemplare Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Redentore del mondo.

Ecco la chiave di lettura più bella per noi sposi cristiani! Riconoscerci imperfetti e pieni di fragilità per mostrare al mondo la grandezza che può operare Dio in noi e nella nostra relazione. Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte e incapaci ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci esige perfetti, sa che peccheremo, e che non saremo sempre degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che ci dona l’uno all’altra. Solo allora saremo immagine di Dio oggi, nella nostra storia, nella nostra famiglia, nella nostra comunità, saremo via per fare esperienza e contemplare Gesù. Gesù si potrà mostrare nel nostro amore. Allora come Giovanni Battista diventeremo profeti. Profeti dell’amore.

Antonio e Luisa

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Mi basta guardare la gioia della mia sposa

Oggi vi lascio un pensiero secondo me importante. Un pensiero da meditare e interiorizzare. Prendo spunto da una catechesi su san Francesco che ho ascoltato alcuni giorni fa. Catechesi di padre Serafino Tognetti. Il padre stava parlando a un pubblico di consacrate. Diceva loro qualcosa di molto interessante, che riguarda anche noi sposati. Padre Serafino parlava dell’importanza di non essere da soli nel percorso della vita, ma di essere affiancati da fratelli e sorelle che condividono con noi il percorso della vita. Padre Serafino ha detto tante cose, ma quello che più mi ha colpito è un racconto relativo a san Francesco.

Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un’aria triste e una faccia mesta: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona».
Diceva altresì: «So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni,
allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la gioia interiore».

Ora non voglio certo criticare le persone che non riescono a mostrare gioia perchè vivono momenti di sofferenza, di solitudine o di fatica. Anche io sono soggetto a momenti in cui lo spirito vola, di grande spinta e forza, alternati però ad altri dove vedo nero e faccio fatica a mostrarmi gioioso. Credo che sia una questione di carattere e delle mie ferite che sto ancora cercando di curare. Però queste parole mi hanno colpito nel segno. Quello che dice San Francesco è vero. L’ho sperimentato. Ho sperimentato l’importanza di avere accanto, nei momenti spiritualmente più difficili, una compagna di vita, la mia sposa, che mi mostrasse la gioia della fede, la gioia di essere vicina a Gesù. Questa prossimità è stata davvero una medicina molto efficace. In quei momenti non riuscivo a sentire la presenza di Gesù, lo sentivo lontano da me. Avere accanto lei, che invece sentiva Gesù nel suo cuore, mi ha permesso di riavvicinarmi a Lui. Per questo ho imparato a fare altrettanto. Quando vedo lei in difficoltà cerco di farle sentire Gesù attraverso il mio amore e la mia pace del cuore. Credo che questo sia uno dei segreti di una coppia di sposi che vive da alcuni anni insieme. All’inizio la sua difficoltà era anche la mia. Mi poggiavo sulla sua forza e sentirla più debole mi faceva paura. Ora non è più così. Ora, quando la sento debole, ho capito che posso aiutarla, mostrando gioia e pace. E’ stato un percorso graduale, non è stato per nulla facile, ma Gesù ci ha aiutato anche in questo. Gesù ci ha donato l’un l’altra perchè potessimo aiutarci ad arrivare a Lui, a non mollare mai. C’è versetto del Cantico dei Cantici che esprime benissimo questa dinamica di coppia. Si trova all’inizio dell’Epilogo. Un versetto che ho avuto modo di approfondire nel libro che ho scritto con Luisa Sposi, sacerdoti dell’amore.

Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto

Lei è appoggiata a lui, è sostenuta dal suo sposo. Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme. Gerusalemme è posta in alto e tutto intorno è circondata da un ambiente desertico. Non è chiaramente detto, ma gli esegeti sono concordi su questo. L’immagine è molto bella: i due sposi si incamminano insieme verso Gerusalemme, la città di Dio. Lui la sostiene nel percorso. Non è più sola. Il deserto è luogo di solitudine, di aridità, di sofferenza e anche di morte. I due stanno uscendo dal deserto, stanno andando verso la Città Santa, verso un luogo pieno di vita. Stanno andando verso il luogo che è dimora di Dio stesso. Ci vanno insieme. Lei è appoggiata a lui, ma anche lui è appoggiato a lei. Stanno uscendo dalla solitudine in cui si trovavano, lo fanno insieme, abbracciati, per dirigersi verso la pienezza.

Buon cammino a tutti e siate immagine di gioia e pace l’uno per l’altra. Soprattutto quando l’altro/a ne ha bisogno.

Antonio e Luisa

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Casa: Mia, Sua o Nostra?

..di Pietro e Filomena, Sposi & Spose di Cristo:

E’ andata così. Ieri abbiamo acquistato la nuova aspirapolvere, un aiuto in casa contro acari e briciole.

Bella la nostra casa quando è pulita, bella perché è la nostra. Eppure la stessa nostra casa a volte perde il suo fascino, perde il suo senso…perde la sua identità e si trasforma in un incubo.

Nel film “Blade Runner” viene enunciata la famosa frase: “Ho visto cose che voi umani…”

Bene. Prenderemo questa frase per osservare alcune cose inerenti la nostra vita tra le mura domestiche.

“…ho visto…”

Ho visto mariti ridotti ad ospiti tra le mura domestiche, mariti che non possono muovere un dito perché appena ci provano vengono redarguiti con frasi del tipo:

“Siediti che è meglio! Non sai neanche girare il sugo, va a sederti che me la vedo io…altrimenti sporchi tutto”.

Ho visto mariti ridotti ad orango-tango con frasi tipo: “Sei il solito pasticcione! Che piedi sporchi che hai!!! Non sporcarmi il pavimento, l’ho appena lucidato!”

Ho visto mogli ridotte a Mary Poppins tra le mura domestiche, con frasi del tipo:

“Sono stanco, tua figlia urla, vedi di farla smettere!”.

Ho visto mogli ridotte ad uno straccio con frasi del tipo: “Non ho più neanche una camicia pulita, perché non le lavi?”

Ho visto, poi, figli umiliati e – a volte – malmenati perché si sono permessi di saltare sul divano con le scarpe…perché hanno lasciato briciole in soggiorno…perché a 18 anni non sanno farsi ancora un caffè da soli (forse perché i genitori non gli hanno mai permesso di provare a farlo per paura che la cucina si potesse sporcare, ndr).

Ho visto gente vivere in case che sembrano bomboniere di cristallo, ma che lasciano i cuori freddi ed ho visto case che somigliano a bettole con tanto di greggi di polvere a pascolare sui pavimenti ma con persone che sapevano accogliersi ed accogliere gli ospiti con un sorriso.

Ho visto una pubblicità che si vanta di uccidere batteri, lieviti e muffe e ho visto gente che spazzando la casa getta via anche i suoi componenti umani.

“Casa mia deve essere pulitissima!!!!” urla imperante il ricordo di tua madre.

“A casa mia nessuno deve scocciarmi!!!” urla annoiato il ricordo di tuo padre.

Ed è così che a volte gli sposi si trovino a vivere sotto lo stesso tetto seguendo allucinati i bisogni dei propri genitori senza rendersi conto che le persone sono più importanti delle cose.

Ed è così che a volte marito e moglie litighino perché la casa ad un certo punto smette di essere un terreno da condividere, diventando un prolungamento del proprio ego…e tutti gli altri sono in qualche modo “gli invasori” da cui difendersi.

Ed è così che sotto lo stesso tetto rischi di restare più solo, più arrabbiato per delle sciocchezze, più nervoso ed irritabile…perché gli altri che abitano in casa non fanno quello che dici tu.

“La casa è mia!”. Un coniuge che difende la sua casa dalla sua dolce metà ed eventualmente dai figli diventerà un despota che non permette a nessuno di essere sé stesso…in altre parole…non permetterà a nessuno di “sentirsi a casa” con tutto ciò che ne consegue.

Altri problemi nascono quando si pensa che “La casa è suae non mi riguarda!” con un gioco di deleghe che lascia il carico domestico sulle spalle di uno solo dei due.

Insomma, i problemi iniziano quando la casa smette di essere “nostra” e diventa “mia” o “sua”.

Torniamo dunque a vivere in case “nostre” dove fare le pulizie diventa un modo per prendersi cura della relazione con gli altri componenti della famiglia e non un modo per torturarli.

Dove impariamo a vedere che anche noi a volte non siamo così perfetti come pensiamo ed abbiamo bisogno di chi ci vuol bene così come siamo: portatori sani di disordine e sporco.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Posso amarlo/a senza chiedere nulla solo se mi sento amato/a da Dio.

Amare senza condizioni. Quante volte ne ho parlato nei miei articoli. Quante volte ho scritto che l’amore, quello sponsale in modo particolare, necessita della gratuità, della fedeltà e di non porre nessuna condizione per essere autentico. L’ultima volta, come accade spesso, ho trovato un commento critico rispetto a questo tipo di riflessione. Come si fa ad amare così senza per questo smettere di amare se stessi? Come posso accettare determinati comportamenti da parte del coniuge senza venir meno all’amore che debbo avere e conservare per me stesso/a? E’ un’obiezione sicuramente legittima e che mi ha provocato nel cercare di rispondere. La mia risposta non poteva essere troppo breve e sintetica e per questo ho deciso di dedicarle un articolo specifico. Sicuramente la Chiesa ci insegna due atteggiamenti che sembrano essere in contrasto tra di loro.

Noi sposi siamo chiamati ad amare il nostro coniuge come Gesù ha amato la sua Chiesa, cioè ognuno di noi. Noi siamo profezia dell’amore di Dio. Immagine dell’amore di Cristo. Lo siamo non per dovere, ma per Grazia. Cristo che vive il suo vertice d’amore terreno per ognuno di noi non mentre scambia parole e gesti di affetto con i suoi discepoli, ma mentre muore sulla croce abbandonato da quasi tutte le persone che avevano manifestato amore per lui. Non sono rimaste che poche donne e l’apostolo Giovanni sotto la sua croce. Questo è il modello di amore cristiano. Non l’amore romantico, ma l’amore di sacrificio. Non significa sperare di vivere la croce, ma significa non far dipendere la mia volontà di amare da nessuno. Significa tenere fede ad una promessa. Essere fedeli all’amore sempre. Se l’altro non mi da nulla perchè devo amarlo? Se l’altro mi tradisce? Avete ragione, non lo metto in dubbio. L’altro/a non è perfetto e magari, concedetemi il francesismo, è proprio uno/a stronzo/a. Quindi cosa vogliamo fare? Piangerci addosso o cogliere questa occasione per svoltare? Per fare quel salto di qualità che ci può rendere veri cristiani, cioè imitatori di Cristo. Non significa accogliere la sofferenza come dono di Dio. Se l’altro/a è uno/a stronzo/a non è Dio ad averlo fatto/a stronzo/a, ma una sua mancanza, fragilità, peccato, ferita, chiamatela come vi pare. L’amore solo se reciproco non è un concetto di amore cristiano. Per quello non serve un sacramento e non serve la morte di Cristo in croce. Se condizionate il vostro amare l’altro all’amore che ricevete in cambio non state amando davvero. State semplicemente usandovi a vicenda. Il contrario di amore è commercio. E’ dare un valore al vostro amare. Vi riempite vicendevolmente il vuoto del vostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siete voi al centro. Sono io al centro. Perchè anche io non mi pongo come maestro, ma come uomo che vive in questo mondo con tutte le sue fragilità e difficoltà.

Arriviamo quindi al quesito del commento alle mie riflessioni. Come posso amare me stesso/a nell’amare una persona che non mi dimostra rispetto e fedeltà? Amare me stesso è fondamentale. Non significa essere individualista ed egoista, ma essere consapevole del mio valore e della mia bellezza. Questo valore e questa bellezza vengono meno se li “spreco” verso chi non li merita? No! Perchè non dipende dall’altro/a ma dalla certezza di essere amato da Dio che è morto per me, lo avrebbe fatto anche solo per me. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non solo fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. Questa affermazione va spiegata perchè qui sta tutta la differenza tra chi ama secondo Cristo e chi ama secondo il mondo. Come fare? Attingere all’unico amore che non delude, che non si esaurisce e che è davvero gratuito. Attingere allo Spirito Santo nei sacramenti e alla relazione con Gesù che diventa persona amica e conosciuta. Quindi amare il coniuge che non se lo merita non diventa degradante per il nostro amor proprio, ma al contrario ci unisce sempre più a Cristo e questo ci permette di diventare persone sempre più capaci di amare e di amarsi perchè persone capaci di sentirsi amate da Dio.

Alla fine potrete capire che possiamo amare l’altro senza condizioni e per questo non smettere di amare noi stessi solo se comprendete che il nostro bisogno di amore può essere riempito solo da Gesù. E’ un cammino che anche io sto facendo piano piano con tante difficoltà e resistenze da parte mia. Mi rendo conto però che è l’unica strada per essere felice. Dovete farvi una domanda: chi è al centro della mia vita? Chi o cosa dà senso alla mia vita? Se ciò che dà senso e pace alla vostra vita è l’amore del vostro sposo (o sposa) significa che avete sostituito Dio con lui/lei. Significa che ne avete fatto il vostro idolo. Gli idoli chiedono la vostra vita e non la danno. Solo Dio dà senza chiedere nulla. Vi state illudendo e state sbagliando tutto. Quella persona non potrà mai essere colei sulla quale costruire la vostra felicità, anche solo per il fatto che potete perderla in qualsiasi momento. E’ mortale e finita. Se invece troverete la risposta alla vostra sete di amore e di eternità in Gesù allora il vostro matrimonio diventerà luogo dove restituire quell’amore a Gesù che è presente nell’altro/a e nel matrimonio stesso. Non sarà più l’altro/a a dover riempire il vostro serbatoio perchè sarete attaccati all’acqua corrente dello Spirito Santo che è inesauribile ed infinitamente buona. Allora non avrete bisogno per riempirvi di attingere al serbatoio dell’altro ma sarete pronti a riempirlo del vostro quando l’altro si troverà a secco e non potrà o non vorrà darvi nulla.

Spero di avervi dato una lettura diversa da quella che dà il mondo. Senza la presunzione che voi l’accettiate e la facciate vostra ma sperando che vi provochi una riflessione e vi metta un po’ in crisi. Almeno per me è stato così. Termino con le parole di don Maurizio Botta:

Ai giovani che stanno per sposarsi indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

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La Luce oltre le luci

Finalmente sono riuscita a riordinare la casa dopo le feste di Natale: tolta la ghirlanda dallo specchio all’ingresso, rimesse le statuine nella loro scatola pronte a tornare in scena tra 11 mesi e, infine, riposto l’albero made in china, naturalmente dopo averlo svestito da tutte le palline (meno quelle che non sono sopravvissute alla gatta) e dalle luci intermittenti, che davano quel tocco così caldo alla casa.

Già, le luci. Mi ricordo che da bambina facevo un gioco mentre ero in auto con mia madre, di solito nel tragitto casa dei nonni – casa nostra, ed era quello di contare quanti alberi di Natale illuminavano le case lungo la strada. Vederli mi affascinava, era come se per un breve periodo dell’anno succedesse qualcosa di magico: l’atmosfera del Natale rendeva appunto tutto più brillante e “luccicoso”.

In questi giorni mi è ritornato alla mente quel gioco, mentre rimettevo al loro posto gli addobbi, e mentre mi capitava di osservare le persone che facevano altrettanto per le luci natalizie dei loro giardini.

Alberi, presepi, slitte, addobbi luminosi di varia natura e dimensione, alcuni davvero molto grandi… chissà quanta fatica per installare quelle luci, e che dispiegamento di forze, incluso necessariamente l’utilizzo di gru e piattaforme aeree!

E mi sono ritrovata a pensare proprio a questo, a quanto impegno, quanta organizzazione, quanta energia (sia fisica che elettrica!) mettano in campo le persone per avere alberi illuminati durante le feste natalizie per poi disfare tutto i primi di gennaio, e ho avuto come la sensazione che questo, per certi versi, purtroppo ci rispecchi. Rispecchi un certo modo di vivere la fede, che rischiamo tutti, e cioè quello di accontentarci di luccicare per un attimo, con sforzi, impegno, e grande appariscenza… per poi ritornare alla vita di prima senza porci troppi problemi, di accontentarci di ‘indossare’ un occasionale luccichio superficiale (e artificiale) che poi non lascia nulla e non incide nella vita di tutti i giorni: insomma un vivere la fede tanto quanto basta, come le luci di Natale, che ti servono da dicembre al 6 gennaio, ma poi la tua vita, tutto il resto dell’anno, la vivi senza.

Mi viene in mente quello che mi diceva un’amica durante queste feste, cioè che secondo lei ci sono i cristiani, e poi ci sono i cristiani che sono anche persone in cammino. Anche se una persona va a messa tutte le domeniche, diceva lei, non è detto che sia una persona in cammino.

Che significa allora essere cristiani? Significa aver ricevuto la luce del Battesimo: sì, ad ognuno di noi il giorno del battesimo è stata consegnata una candela accesa simbolo della vita di Cristo (vera Luce) che illumina la nostra vita rendendoci tempio dello Spirito Santo.

La luce accesa in noi quel giorno però è stata spesso e inevitabilmente soffocata da mille altre cose nel corso della nostra vita, ma resta in noi come la nostalgia di quella luce e di quel calore e allora ci ritroviamo irresistibilmente attratti da ciò che brilla. Così finiamo tante volte per credere che basti indossare occasionalmente qualche scintillio superficiale per colmare quel vuoto.

E che significa invece essere cristiani in cammino? Significa aver riscoperto la nostalgia di questa luce nel profondo di sé stessi e camminare per tornare a farla risplendere e custodirla viva.  A questo proposito, tornando ai nostri addobbi natalizi, come non pensare ai Re Magi, che sono coloro che non si accontentano di uno scintillio passeggero ed effimero, perché sanno che le luci che passano sono fatte per orientarci ad un’altra luce, quella vera. Essi seguono la scia della stella che passo dopo passo, km dopo km, anno dopo anno, li avvicina sempre più a quell’incontro a tu per tu con la “luce vera, quella che illumina ogni uomo”.

E noi, concretamente, come possiamo porci nella prospettiva dei magi? Non ho una risposta esauriente, ma credo che sia essenziale porre il rapporto con il Signore davvero al centro della propria vita, ovvero che la relazione con Lui sia in noi quella luce fondante capace di illuminare tutto il resto. Credo anche sia importante non accontentarsi di abitudini religiose o di eventi che ci scuotano con scintillii emotivi e forse pure artificiosi, ma piuttosto coltivare un dialogo il più possibile continuativo e sincero con Lui, aprire il cuore alle Sue ispirazioni quotidiane, e chiedere di custodirci nella luce contro le tentazioni del nemico che vuole oscurarla con i luccichii superficiali.

Per quanto ci riguarda, ci sono più cose che ci sostengono nello stare in cammino, o almeno a provarci: avere una guida spirituale, che ci aiuta a non raccontarcela e a prendere seriamente le scelte che dobbiamo fare, e a farle con il Signore; gli esercizi spirituali, che sono un tempo privilegiato di incontro con Lui nel qui ed ora; inoltre, importantissimo per noi è avere amicizie che condividono con noi la fede e un cammino spirituale, persone con cui sentiamo di parlare lo stesso linguaggio e con cui possiamo condividere gioie e fatiche autentiche; infine, tutto questo che ho appena scritto non avrebbe senso senza la ricerca di un incontro quotidiano con il Signore, a tu per tu, attraverso la sua Parola e la nostra vita quotidiana.

Queste sono solo alcune modalità che ci sono state preziose fino ad oggi nel mantenerci in cammino, certo non significa che siano le uniche o le migliori, e non significa nemmeno che questo metta al riparo da errori, cantonate e fraintendimenti. Ma il bello è che poco importa, perché tutto serve per arrivare a Lui, anche i nostri errori. Anche a questo proposito, possiamo guardare i Magi: l’incontro con Erode poteva sembrare un grandissimo errore, eppure è proprio Erode che, dopo aver consultato gli scribi e i sacerdoti, indica loro il luogo esatto, Betlemme. Senza Erode, forse, non sarebbero mai arrivati a destinazione. Questo pensiero mi consola molto: tutto serve, nel piano di Dio, anche se sul momento ci sembra di non capire nulla. L’incertezza è unita indissolubilmente alla fiducia, anche questo fa parte del cammino: se sapessimo già tutto infatti, non servirebbe fiducia, non servirebbe cammino.

Ciò che ci attende alla fine, comunque, è certo: la gioia sarà grandissima, come quando arrivi ad alcune tappe fondamentali della tua vita e, guardandoti indietro, metti insieme i pezzi, e finalmente scorgi un filo rosso, o una stella cometa potremmo dire, che ha accompagnato il tuo cammino fino a lì, qualcosa che nei singoli fatti ti era sfuggito, ma ora lo vedi, ti è chiaro! Ecco che senso aveva questo, ecco a che cosa mi ha preparato quell’altro, ecco perché quest’altra cosa ancora. Un filo rosso, o meglio, una cometa che ti ha guidato e ti sta guidando sempre più vicino alla “Luce vera, quella che illumina ogni uomo.”

Lui è il Verbo fatto carne, in lui è la vita e la vita è la luce degli uomini. Quest’anno allora, mentre riponiamo negli scatoloni i nostri addobbi natalizi, ricordiamo al nostro cuore che tutte le luci scintillanti delle feste trovano il loro senso solo nella Luce vera, quella che forse sotto tanta polvere, ancora arde nei nostri cuori.

Giulia & Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/01/la-luce-oltre-le-luci/

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Adulto in 15 giorni, ma tenero come un Bambinello.

La prima lettura di Domenica scorsa ( Isaia 42, 1-7 ) ci è piaciuta particolarmente perché fa un ritratto di Gesù molto particolare. Nel libro del profeta Isaia ce ne sono diversi ma perché la Chiesa ci propone questo proprio nella festa del Battesimo del Signore? Come ha fatto Gesù a diventare un uomo adulto in soli 15 giorni ? Che crescita miracolosa ! Però anche la Chiesa è un po’ bizzarra: il giorno prima siamo tutti teneroni col Bambinello, il giorno dopo ci viene proposto il primo martire ucciso a sassate, dopo 15 giorni quel Bambinello è ormai adulto e riceve un Battesimo di cui non ha bisogno….in quanto a fantasia la Chiesa non scherza….d’altronde con un Capo come Gesù non poteva essere altrimenti.

Ma torniamo al nostro Isaia: << Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. >>.

Si può notare come tutte le azioni descritte siano pacate e calme. Infatti: non griderà, non urlerà in piazza, ma parlerà con ferma dolcezza nella piazza che è il nostro cuore perché la sua voce non si imponga ma diventi un tenero sussurro alla nostra coscienza. Non spezzerà una canna incrinata ma la curerà perché una volta sanata faccia nuovi germogli, e questa canna rappresenta le nostre ferite.

E ancora…..non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta ma lo farà tornare a produrre una fiamma vivida, e questo stoppino è la speranza dentro noi. Quella fiamma poi sarà vivida ma non produrrà una luce accecante ma una luce che indica una Presenza. Inoltre proclamerà il diritto con verità, già….perché la Verità è Gesù stesso e solo Lui sa quale sia il vero diritto da proclamare all’umanità.

Infine non verrà meno e non si abbatterà, cioè è uno che non si scoraggia e non viene meno perché è fondato sull’amore del Padre, ha una fiducia smisurata nel Padre finché la sua volontà non sia compiuta; ed ecco che tutte le isole quindi attendono il suo insegnamento, e queste sono le isole delle nostra vite, le isole del nostro desiderio di Dio.

Cari sposi, la nostra vocazione ci spinge ad imitare il nostro Maestro Gesù nei confronti del nostro coniuge. Avanti allora con quella calma, quella pacatezza, quel ravvivare la fiamma nel cuore della nostra amata, quel sanare le ferite dell’amato/a col balsamo della tenerezza. Lasciamoci plasmare dalla Grazia. E il nostro matrimonio diventerà ogni giorno di più un’anticipo del Paradiso su questa terra.

Buon cammino.

Giorgio e Valentina.

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Un figlio è un dono enorme del padre da accogliere a braccia aperte in qualunque momento!

Dopo l’articolo pubblicato su questo blog due giorni fa dove Vittoria ha raccontato il suo stato d’animo nello scoprire la sua gravidanza, solo pochi mesi dopo il matrimonio, ho ricevuto una nuova testimonianza che pubblico volentieri. E’ una riflessione provocata proprio da quanto ha scritto Vittoria. Alessandra e Riccardo, attraverso il loro dolore e la loro sofferenza, vogliono incoraggiare tutte le mamme. Incoraggiarle a focalizzare il loro pensiero sulla grazia ricevuta, su quel dono meraviglioso che è la maternità, e non sulle fatiche vere o presunte che pensano di dover affrontare.

Siamo Riccardo e Alessandra rispettivamente di 29 e 23 anni, siamo sposati dal 15 luglio 2018 e come abbiamo raccontato in un precedente articolo qui su matrimonio cristiano, abbiamo una figlia di nome Olga in Cielo, nata prematura a 23 settimane l’8 aprile 2018.

Alessandra: la mia era una gravidanza apparentemente fisiologica, andava tutto bene, la piccola cresceva in salute, non vedevamo l’ora di abbracciare il nostro piccolo miracolo, come la chiamavamo; i medici mi avevano detto che avrei dovuto penare per restare incinta perché i miei cicli sono sempre stati più lunghi e le ovulazioni irregolari, ma Olga è stata una bellissima sorpresa che ci ha dimostrato che Dio può tutto, è arrivata dopo solo sei mesi di convivenza tra me e Riccardo.

Riccardo: entrambi eravamo cresciuti con insegnamenti cristiani, ma quando ci siamo conosciuti ci eravamo allontanati dalla fede, infatti siamo andati a convivere e avevamo in progetto solo il matrimonio civile, poi Olga ci ha mostrato la via della fede, ci ha fatto alzare lo sguardo, verso Gesù, e abbiamo deciso di sposarci in chiesa e di vivere un matrimonio cristiano.

Alessandra: non solo Olga ci ha riportati sulla retta via, ma ci ha fatto capire che potevamo fare del bene in suo nome, infatti pochi mesi dopo il parto e la sua successiva nascita al Cielo, ho iniziato a lavorare a maglia per una associazione che porta piccoli capi nelle terapie intensive ai bimbi prematuri. Abbiamo anche iniziato a portare la nostra testimonianza in favore della vita nascente visto che purtroppo il numero di aborti volontari è sempre altissimo.

Riccardo: nostra figlia è stata desiderata fin dal momento in cui ci siamo innamorati, immaginavamo una famiglia numerosa con tanti figli da crescere insieme, mia moglie ha sacrificato la sua carriera in aviazione perché voleva essere una madre presente in tutto e per tutto. Quando è stata ricoverata d’urgenza in ospedale i medici le imposero di stare a letto senza potersi mai alzare, con le flebo di Buscopan per bloccare le contrazioni e lei, per paura di far male alla piccola, rifiutava addirittura che la girassimo nel letto per darle un po’ di sollievo. Ha partorito nostra figlia sapendo che la bimba non ce l’avrebbe fatta. Abbiamo accompagnato Olga fino al Cielo e adesso lei prega con noi e per noi.

Alessandra: poco dopo il nostro matrimonio, a dicembre dello scorso anno, ho fatto un test di gravidanza ed era positivo, come già accaduto con Olga ho pensato che Dio avesse esaudito le mie preghiere. Ho pensato che dopo un grande dolore c’è sempre una grande gioia e che avremmo dato ad Olga un fratellino o una sorellina su cui vegliare. In realtà avevo il sacco gestazionale senza embrione. Fu un grande dolore. Mi dissero che dovevo sottopormi a un raschiamento Ero in una stanza da sola, ma nelle camere accanto alla mia c’erano quattro donne che erano li per porre fine volutamente alle loro gravidanze. Mi è venuto naturale un pensiero: quei bambini sono nelle pance sbagliate!. Mia mamma era li con me e vide un sacerdote venuto a benedire le partorienti e i bimbi appena nati. Le dissi di chiamarlo perché avevo disperatamente bisogno di parlare con un ministro di Dio. Il sacerdote mi diede la benedizione prima dell’intervento, gli raccontai di nostra figlia Olga, del mio forte desiderio di maternità e lui mi disse di non darmi per vinta e di ricordarmi di Gioacchino ed Anna da cui poi nacque Maria Santissima e di Santa Elisabetta e Zaccaria e di Anna mamma di Samuele. Entrai in sala operatoria con l’abitino di San Domenico Savio attaccato con una spilla al camice, recitai il Credo e l’Atto di dolore prima che mi addormentassero. Ero terrorizzata all’idea che potessero danneggiare l’utero perché per quanto bassi in ogni intervento ci sono dei rischi. Quando mi svegliai la dottoressa mi disse che era andato tutto bene, le strinsi la mano e con le lacrime agli occhi le dissi: che Dio la benedica, grazie a lei avrò altri figli se Dio vorrà. Abbiamo poi sospeso la ricerca di una gravidanza su consiglio dei medici, ma sempre rispettando la legge di Dio. A giugno 2019 siamo partiti in viaggio di nozze, quel viaggio che non avevamo voluto fare appena sposati perché troppo addolorati dalla perdita di nostra figlia e li abbiamo ripreso a cercare una gravidanza. Ogni giorno partecipo alla Santa Messa e la mia preghiera è sempre questa: Dio se solo tu vorrai farmi la grazia di un’altra vita che cresce nel mio grembo , anche se tante volte ho peccato, ti sarò eternamente grata e in ogni mio respiro, sorriso, abbraccio, parola ci sarà una lode a te; non smetteremo di testimoniare quanto sei grande e che dono immenso ci hai fatto per il resto della nostra vita.

Riccardo: mia moglie nonostante la sua giovanissima età ha dato alla luce una bimba volata subito in cielo, ha vissuto un aborto spontaneo pochi mesi dopo ed è qui pronta ad accogliere un altro figlio senza paure perché la maternità è una grazia incredibile e non bisogna temere nulla perché Dio ti pone accanto una persona che ti aiuterà a crescere quel figlio e lui è sempre presente con i suoi insegnamenti. Da quando cerchiamo una nuova gravidanza ne abbiamo sentite di ogni tipo: chi ti consiglia una vacanza, chi un porta fortuna, chi questo e quel santo a cui essere devoti, chi si lamenta dei propri figli in continuazione e non si accorge che dalla vita ha avuto tanto, chi ti dice di andare da un certo ginecologo perché è il migliore. Poi ci sono le coppie che alla notizia di una gravidanza si fanno prendere dal panico, anche se vivono un matrimonio cristiano perché hanno sperato sì che quel dono di Dio arrivasse, ma solo quando si sentono pronte e preparate, quando sono a posto con i loro progetti ( la casa nuova, quel viaggio che volevo fare, quella posizione che volevo raggiungere). Guardano quel dono meraviglioso titubanti. Sembrano dire: è un bel regalo, ma lo prendo o no? Devo proprio prenderlo adesso?

Alessandra E Riccardo: Noi lo afferreremmo al volo, perché la vita è il dono più prezioso che il Padre possa farci e va colto senza pensarci su due volte, Olga ci ha insegnato anche questo che i figli non arrivano quando noi li aspettiamo, quando noi siamo pronti, ma quando ci sono tanti tasselli ancora da far combaciare perché i bambini sono così, “piccoli terremoti” che portano tanta allegria e la gioia che viene da Dio.

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Il nostro matrimonio nasce dal Battesimo

In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?» Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». (Mt 3, 13-17)

La Parola di oggi ci permette di riflettere su questo Sacramento grande. Il Battesimo è’ una rinascita a vita nuova, vita in Gesù. Prendo spunto dalla catechesi di Papa Francesco di mercoledì 16 maggio 2018. In quell’occasione il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi proprio sul Battesimo. Ecco un passaggio di quella riflessione:

Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa continua è afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo, si deve concretizzare e manifestare. Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva? Ed arriviamo a noi. Il matrimonio riprende questa realtà battesimale. Questa bellissima veste di Cristo. Bianca e immacolata. La sposa si veste di bianco. Tra i tanti significati che si possono dare a questa consuetudine c’è anche il richiamo alla veste battesimale. Forse il significato più importante, ma meno conosciuto. Il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Meglio le dà un nuovo fine e un nuovo significato. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci e perdonarci.

Apriamo il cuore allo Spirito Santo. Lasciamoci plasmare e cambiare. Lasciamo che la Grazia trasformi la nostra vita e la nostra relazione. Attingendo al nostro battesimo possiamo davvero essere una piccola luce per il mondo, essere speranza per le persone che ci stanno vicine. Mi sovviene una bellissima esortazione di San Giovanni Paolo II che alle famiglie neocatecumenali in partenza per la missione disse:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica

Attingiamo al battesimo e rivestiamoci di Cristo. Per la nostra felicità e per quella del mondo intero.

Antonio e Luisa

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Non sempre il nostro cuore è pronto a ricevere un dono.

Quante volte mi è capitato di ricevere un regalo non gradito; quante altrettante mi si diceva di uno scontrino di cortesia per poterlo cambiare. E quante altre, in effetti, quello scontrino di cortesia l’ho utilizzato. Nel post-matrimonio, io e mio marito ci siamo armati di tutti gli scontrini di cortesia possibili per cambiare quei regali che poco si sposavano – a proposito di matrimonio – con i nostri gusti. D’altronde come biasimare chi avesse eliminato l’opzione “bustarella”, come lista nozze – se così si può definire – noi abbiamo scelto un cafonissimo iban schiaffato sulla partecipazione infiocchettata nel modo più elegante e raffinato possibile per mascherare la cosa (il nostro nido ancora non era pronto né del tutto arredato, e in ogni caso avremmo voluto scegliere noi personalmente cosa ci sarebbe finito dentro). Ma nella realtà ci si misura con una cosa chiamata Vita, e la Vita non dispone certo di scontrini di cortesia, e ad un certo punto la Vita ti sorprende, ti stravolge, ti rigira.  La Vita ti regala una vita che non senti, che non immaginavi di certo ora, che speravi tardasse un po’ ad arrivare perché infondo tu hai tutti i tuoi progetti, devi ancora laurearti, realizzarti (non che ci fossero aspettative di diventare una first lady). E tutto crolla; se sei abituata ad avere tutto sotto controllo poi? Catastrofe. Un figlio ora? A te che sei il Grinch? (come mio marito adora soprannominarmi). Non è possibile. Non è pensabile.

A volte penso ci siano diverse sfaccettature di una stessa cosa, ma della gravidanza viene presa in considerazione sempre e solo la parte “rosa”.  Nessuno ci dice che potrebbe capitare che non ci sentiremo pronte, che non accoglieremo la notizia come è normale che sia. Anche se sei sposata, e anche se nei tuoi progetti un figlio certamente era considerato fin dal principio. Ma subito subito? Eh, subito subito. E via al toto scommesse sul perché qualcuno abbia scelto di affidare questa cosa fragile a te che hai la grazia di un camionista. Ma ehi, qualcuno – o meglio Qualcuno – ha affidato questa cosa proprio a te, anche se a te in questo momento quel Qualcuno non va proprio a genio. Le preoccupazioni e le paure umane prendono totalmente il sopravvento; l’egoismo, che è l’antitesi di ciò che invece sta alla base della maternità perché significa scomodarsi, compromettersi per fare spazio ad una creatura che è “altro da te”, oh l’egoismo vien fuori con tutta la sua prepotenza, perché te non sei disposta a rinunciare a qualcosa “perché sei incinta”. E così non sopporti nemmeno l’idea di essere incinta.

E poi doverlo dire a tutti, e si sa che tutti hanno una propria opinione, tutti sanno tutto ma poi alla fine non sanno proprio niente.

“Lo sai che non puoi mangiare questo?

Lo sai che questo puoi mangiarlo solo se lavato con Amuchina?

Ma lo sapevi che non puoi sollevare pesi?

Non camminare in salita.

Non mangiare troppo.

Non mangiare troppo poco.

Non stancarti.

Non parlare.

Non respirare.”

E qui, miei cari, so bene che l’unica risposta plausibile l’avete pensata anche voi leggendo, proprio come me scrivendo. E poi? Qui sta il bello, qui comincia il combattimento tra te e te stessa, un combattimento vero, concreto e che ti mette con le spalle al muro e ti rende consapevole del fatto che, ehi, non sei invincibile. Qui arriva la consapevolezza che quanto è facile cambiare un regalo che non ci piace con uno “più meglio”.  Ma la Vita no. La Vita non si cambia con lo scontrino di cortesia, perché è un salto nel vuoto, proprio come quando io e mio marito ci siamo sposati. E lì mi ricordo della cieca fiducia che intercorre tra me e Dio, quella fiducia che ha guidato ogni mia scelta, anche la più inconsapevole, e forse questa rientra tra quelle. Quando tutti dicevano che eravamo pazzi a sposarci e noi invece no, non abbiamo mollato mai, forti del nome nel quale camminavamo. Quando, guardandolo negli occhi, ho detto a Michele che lo avrei accolto con la grazia di Cristo tutti i giorni della mia vita, non mi sembrava una cosa tanto infattibile… fino al 12 di Novembre, quando fino all’ultimo momento, con il fiato trattenuto, ho sperato in una sola linea e ne sono apparse due, belle nitide. È lì, in quei neanche cinque minuti di attesa, che ho capito che l’accoglienza è umanamente impossibile, ma miracolosamente salvifica, che una croce può essere qualcosa di bello che accade ma sconvolge tutto e diventa il tuo limite. Perciò, anche se attualmente con un enorme nodo in gola, non posso che essere grata per quello che avrei voluto avere e non ho, per quello che non avrei voluto avere e invece è arrivato travolgendomi come un fiume in piena, per quello che vorrei cambiare di me stessa e che non posso cambiare, per tutti gli scontrini di cortesia che avrei volentieri utilizzato e che mi sono stati strappati davanti agli occhi. A ricordarmi che un dono è un gesto gratuito e che non arriva mai sotto richiesta.

Vittoria Epicoco

Articolo originale sul suo blog vittoriaepicoco.wordpress.com

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Chiedimi se sono felice

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Così, a bruciapelo. Una domanda apparentemente innocua.

“Pietro e Filomena, voi siete felici?”.

La settimana scorsa eravamo in Sicilia con trenta coppie di sposi. Abbiamo avuto l’onore di guidare il ritiro spirituale della Parrocchia “Natività del Signore” di Catania.

Il tema che abbiamo proposto alle coppie partecipanti è stato quello del Perdono in Famiglia. Un tema tanto delicato quanto spinoso.

Tutti sappiamo quanto i piccoli rancori abbiano il potere di sgretolare pian piano le relazioni matrimoniali. Pietruzze nelle scarpe che fanno inciampare gli sposi.

E’ stato un percorso in cui tutti i presenti si sono lasciati mettere in discussione…per aprire nuovi spiragli di comprensione, di accoglienza, di Perdono da chiedere e da ricevere.

Ed è così che una coppia può risollevarsi.

Dopo aver proposto una nostra catechesi sul tema, c’è stato il giro di domande.

Ad un certo punto una persona tra i presenti ci chiede: “Voi siete felici?”

Come dicevamo questa è una domanda che mette sempre un po’ in crisi. Già.

Sono felice?

Partono i pensieri e i ricordi. La memoria dei miei fallimenti offusca quella dei miei successi.

La freddezza della ragione, poi, animata dai rancori sta li a spaccare il capello e a mettere sulla bilancia tutti quegli errori del nostro sposo o della nostra sposa e mi suggeriscono tanti buoni motivi per cui non dovrei essere felice.

Sono felice?

Valuto nel giro di pochi istanti tutte quelle cose che non vanno nella mia esistenza e di tutto il male che ho fatto qua e la…forse non sono in diritto di essere felice.

Sono felice?

Guardo negli occhi alcune persone presenti e mi dico: forse se dico di essere felice alcuni se ne sentiranno feriti poiché dicono di non esserlo.

Sono felice?

…nel giro di pochi attimi rispondo “si”.

“Si, sono felice.” La voce mi esce quasi strozzata dall’emozione, dalla paura, dal timore, dall’avere paura io stesso di star dicendo una menzogna.

Sono felice?

Si…nonostante i miei giudizi negativi su me stesso, sulla mia sposa, su tutto il mondo che va a rotoli io dico e riconosco di essere felice.

Si. Sono felice.

Sono felice non perché le cose mi vadano benissimo; non perché il mio coniuge sia un santo o tanto meno perché io sia un santo; non sono felice perché i miei desideri sono tutti appagati…

Sono felice perché in fondo al mio cuore so che sto facendo l’unica cosa che renda felice una persona: donarsi.

Sto cercando di donare la mia vita a Dio attraverso il mio matrimonio con tutti i suoi fallimenti, con tutte le mie fatiche e i miei peccati: io sono qui.

Come su di una barca sto in mezzo alle tempeste di tutti i giorni e mi tengo legato all’albero Maestro…mi tengo legato a Cristo e come Ulisse in mezzo alle sirene non mi butterò in mare non perchè sono forte io, ma perché è forte Colui a cui io voglio stare legato.

Grazie alla Forza di Cristo sono qui. E sono felice. Sono felice di essere qui a donare la mia vita anche a chi mi ferisce perché Cristo ha fatto lo stesso.

Ora giriamo a te la domanda: sei felice?

Buona riflessione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

L’oro, l’incenso e la mirra degli sposi

Lo so l’Epifania è trascorsa, sono già con la testa alla solita vita da pazzi, ai soliti ritmi forsennati. Tutto è ricominciato all’improvviso e senza gradualità. Insomma, non so voi, ma io sto già boccheggiando. Ma va bene così. E’ la vita che voglio, perchè è abitata dall’amore dei miei cari e di Dio. Siamo ancora però nel tempo di Natale che si concluderà solo domenica con il Battesimo di Gesù. Questo mi permette di soffermarmi nuovamente sull’Epifania. In particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Credo lo sappiate tutti che non sono doni fatti a caso, ma sono portatori di un significato più profondo. Mi immagino Giuseppe quando si è visto arrivare mirra e incenso. Io non sarei stato così felice al suo posto. Avrei pensato come riciclare quei doni. L’oro invece l’avrei accettato volentieri. A parte le battute, cosa vogliono ricordare questi doni? Cosa ricordano a noi sposi? Ogni dono racchiude i tre valori rappresentati dall’oro, dall’incenso e dalla mirra. Ancor di più nel dono matrimoniale dove non offriamo un oggetto ma noi stessi, la nostra vita, il nostro corpo, la nostra attenzione e il nostro tempo.

L’oro è il dono per il re, per la regina. L’oro rappresenta la regalità del dono. Quando mi sono sposato stavo dicendo a Luisa che lei era, e lo sarebbe stata per sempre, la creatura più preziosa per me. Che era figlia di Re. Che non ci sarebbe mai stato persona, lavoro, interesse che sarebbe venuto prima di lei. Solo Dio. Il matrimonio è così. Funziona solo quando c’è consapevolezza di questa regalità in entrambi gli sposi. Non ci può essere famiglia di origine che venga prima, non ci può essere lavoro e interesse economico che venga prima, non ci può essere neanche un figlio che venga prima. Altrimenti davvero rischiamo di rovinare tutto. Invece amando prima di tutto il nostro sposo o la nostra sposa tutto il resto funziona meglio. Daremo il giusto valore al lavoro, ameremo il figlio come frutto del nostro amore sponsale e non come qualcosa di nostro che ci appartiene. Insomma tutto sarà vissuto nel modo giusto senza alterazioni o inquinamenti.

L’incenso è il dono sacerdotale. Il nostro matrimonio è un sacramento. Dal momento del nostro sì, il nostro amore non è più solo nostro ma diventa di Dio. Dio se ne prende carico. Gesù viene ad abitare la nostra relazione. Da quel momento ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altra diventa gesto sacro. Diventa di Dio. Amando Luisa sto amando Dio. La mia carezza è la carezza di Dio per lei. Il mio incoraggiamento è l’incoraggiamento di Dio per lei. Il mio sguardo è lo sguardo di Dio per lei. Anche l’amplesso fisico, la nostra unione intima, acquista un significato sacro. E’ una vera è propria liturgia sacra. Per questo è importante viverla bene, con amore, con il cuore aperto al dono e non all’uso.

Infine la mirra. Questo è il dono forse più indigesto, ma anche quello che mostra la grandezza del dono. Con la mirra dico alla mia sposa che sono pronto alla morte per lei. La mirra è una resina aromatica, che era già conosciuta nell’antico Egitto e in tutto il medio-oriente, Veniva utilizzata per le imbalsamazioni. Nella Bibbia se ne parla anche nel Cantico dei Cantici, in riferimento al suo profumo. Capite l’importanza di questo dono? Il mio matrimonio profuma di Dio, di eterno, di verità se sono pronto a morire per lei. Non significa certo la morte fisica, ma la morte di tante altre realtà che mi caratterizzano. La morte del mio egoismo. Se voglio essere felice il centro deve essere Dio, non io. Dio che non vedo, ma che è presente nel mio prossimo e in particolare nel mio prossimo più prossimo: Luisa. Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci si ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati. L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Devo smettere di pensare che le cose debbano andare come dico io. Devo smettere di desiderare che tutto sia perfetto. Ho sposato Luisa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

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