La nostra famiglia è scaldata dal bue e dall’asinello

Mi sono fermato a contemplare il presepe. In particolare ha deciso di soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili anche se di secondo piano rispetta alla Famiglia Santa. Fanno da cornice nella capanna. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono quella del bue e quella dell’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroveremo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano?

La Santa famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Anche le nostre famiglie lo sono. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura. Il bue fa il lavoro più duro. Un animale che proprio per la sua forza e per la sua sopportazione della fatica e del sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Non è forse un’immagine bellissima di noi sposi? Anche noi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Peròà lo siamo solo in potenza. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne servirà per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui fosse un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto Se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza! La santità del matrimonio spesso non chiede gesta straordinarie ed eroiche. La santità sta nel nascondimento di una vita ordinaria fatta di tanti piccoli gesti di tenerezza, di cura e di servizio per l’altro/a e per chiunque bussi alla nostra porta.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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È Natale ogni volta che sorridi all’altro/a

Si avvicina il Natale. Mancano ormai pochi giorni, poche ore. Il nostro cuore attende la nascita di quel bambino così piccolo ma nel contempo così potente e decisivo per noi. Perchè Dio è così. Preferisce farsi presente con discrezione, senza far rumore. Non vuole il nostro timore e la nostra paura, vuole il nostro amore come lo anelano gli occhi di un neonato che guarda la mamma. Eppure può essere tutti i giorni per noi Natale. Se non cerchiamo di far nascere Gesù tutti i giorni nell’ intimità della nostra casa il Natale rischia di diventare una festa fatta di luci e colori ma che non tocca il cuore.

Possiamo suscitare la presenza di Dio ogni giorno nel nostro matrimonio. Possiamo rendere concreto e vivo Gesù tra noi ogniqualvolta siamo capaci di donarci l’un l’altra. Lo spiega bene Santa Teresa di Calcutta in una bellissima poesia e preghiera che ha scritto proprio per dare voce a questa verità. Vale per tutti. Per ogni persona che ci è prossima, ma, come ho più volte scritto, il nostro prossimo più prossimo è proprio la persona che abbiamo sposato e vive accanto a noi.

È Natale
(Madre Teresa di Calcutta)
È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

Capite? E’ Natale ogni volta che io sorrido alla mia sposa per farle sentire quanto io sia felice di averla accanto. Per farle sentire come io desideri accoglierla nella mia vita, ieri quando ho pronunciato il mio sì, e ancor di più oggi che ho la grazia di averla ancora vicino a me.

E’ Natale ogni volta che decido di aiutarla e sostenerla quando ne ha bisogno. Non le servono le mie critiche e le mie lamentazioni. Non le serve neache il mio giudizio spietato. Ha bisogno di essere accolta anche quando sbaglia e anche quando non è amabile. Soprattutto in quei momenti. Non significa accettare il male che mi può aver fatto, ma significa non identificarla con il suo errore. Lo sguardo che ha anche Gesù per ognuno di noi. Lo sguardo che aiuta una persona a risorgere dai suoi errori.

E’ Natale ogni volta scelgo di dedicarle del tempo per ascoltarla in silenzio perchè so che per lei è importante condividere con me i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, le sue gioie e tutto ciò sente nel cuore di bello o di meno bello.

E’ Natale ogni volta che decidiamo di donare l’amore che nasce nella nostra relazione per dare la vita. Dare la vita ai nostri figli, ma dare anche la vita agli altri, a chiunque ci si faccia prossimo. Vita intesa come il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro ascolto. Possiamo donarla a tutti coloro che hanno bisogno di conforto e sostegno. Ci sono molti modi per farlo. Accudire i genitori anziani, il servizio in parrocchia, il volontariato, aiutare i poveri, sostenere chi è nella sofferenza e tantissimi altri. Solo l’amore donato è amore non sprecato.

E’ Natale ogni volta che sappiamo riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità e la nostra caducità. E’ importante riconoscerci bisognosi di Dio e del Suo amore. E’ importante sentirci comunque belli e amati da Dio. E’ importante per poter così accogliere anche l’incompiutezza del nostro coniuge e rispondere alle sue fragilità con il nostro sguardo di meraviglia che gli/le fa percepire tutta la sua preziosità.

E’ Natale tra poche ore, ma lo sarà davvero solo se abbiamo cercato, ogni giorno della nostra vita e della nostra vita insieme, di far nascere Gesù nella nostra casa e nel nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Una casa costruita con il cedro.

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda». Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan: «Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

Secondo libro di Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16.

La liturgia di ieri, quarta domenica di Avvento, ci ha proposto il Vangelo dell’Annunciazione secondo Luca. Un Vangelo bellissimo e denso di significato. Questo può aver distolto la nostra attenzione dalla prima lettura. Prima lettura che invece merita anch’essa un approfondimento e una riflessione.

Re Davide ha ormai il controllo del popolo d’ Israele. E’ re, governa con autorità e fermezza, abita in una casa fatta di cedro.  La maestosità del cedro nella Bibbia è simbolo di fermezza, di stabilità, di protezione ma, nella polivalenza del simbolo, indica pure l’orgoglio, l’arroganza e la pericolosità. E’ importante questa premessa perchè anche il Tempio di Gerusalemme edificato poi da Salomone è costruito certamente di pietra ma anche con legno di cedro. Proprio a significare tutto questo.

Torniamo al passo biblico in esame. Re Davide si accorge che l’Arca dell’Allenza, che è presenza di Dio tra il Suo popolo, è custodita in una semplice e povera (in confronto alla sua casa di cedro) tenda, solo dopo aver sistemato tutte le sue faccende e dopo che ha ottenuto il pieno controllo del popolo. Volge lo sguardo da sè a Dio solo in un secondo momento, quando ha già ottenuto tutto ciò che voleva. Capite che così non funziona? Capite che c’è qualcosa di stonato in tutto questo? Re Davide dall’alto della sua potenza si accorge, bontà sua, che Dio abita ancora in una tenda. Allora decide di costruire a Dio una casa più dignitosa.

Dio non è permaloso e non è geloso. E’ Lui che ha innalzato Davide a capo del Suo popolo scegliendolo tra i figli di Iesse. Eppure risponde quasi piccato. In realtà Dio non ha bisogno delle nostre case, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri sacrifici ed olocausti. Siamo noi ad averne bisogno, per non dimenticare mai che alla base della nostra vita e di ciò che di buono siamo riusciti ad operare e costruire non c’è solo la nostra capacità e i nostri talenti, ma c’è Lui. Ci ricorda, attraverso questo brano biblico, che senza di Lui non siamo che canne al vento e tutto ciò che costruiamo può distruggersi come castello di sabbia. Davide si è dimenticato che la sua potenza non viene da se stesso ma viene da Dio che gliel’ha data.

Così tante volte siamo noi sposi. Facciamo la nostra vita, operiamo le nostre scelte, otteniamo le nostre vittorie, costruiamo la nostra famiglia senza accorgersi che Dio è lì in una tenda che aspetta che ci ricordiamo di Lui. Aspetta che ci ricordiamo che Lui è sempre stato al nostro fianco in ogni giorno della nostra vita e, che se facciamo qualcosa di buono è perchè ci abbiamo sicuramente messo del nostro, ma è Lui che ha fatto la gran parte del lavoro. A Lui va la nostra lode.

Io ho fatto esperienza di tutto questo il marzo scorso quando mi sono ammalato di Covid. Sono state tre settimane lunghe e difficili dove mi sono sentito completamente debole, incapace di essere utile alla mia famiglia, anzi bisognoso di cure e di affetto. Mi sono sentito completamente impotente e questo mi è servito tanto per capire come io fossi davvero poca cosa senza il sostegno di Dio e dei miei familiari che in quel momento erano suoi strumenti.

Spesso ci accorgiamo di Dio quando le cose vanno molto bene e allora Dio diventa quasi un talismano che serve a non perdere ciò che abbiamo. Oppure ci ricordiamo di Dio quando le cose vanno malissimo e abbiamo toccato il fondo sbattendo il sedere a terra e non abbiamo che Lui a cui aggrapparci. In entrambi i casi è dura poi risorgere. Gesù non è l’ultima scelta di chi non ha altro e non è tantomeno un talismano. Gesù è una persona che vuole intrecciare con noi una relazione d’amore per darci forza e sostegno con la sua misericordiosa e amorevole presenza.

Antonio e Luisa

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Che donna Maria!

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Non siamo onnipotenti! Per fortuna.

Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta. Non parliamo della suocera perfetta…. Esistiamo noi, peccatori. 

Papa Francesco

A volte, diciamolo pure, noi sposi crediamo di essere onnipotenti. Se poi siamo anche genitori la situazione peggiora in modo esponenziale. Questo è un peccato! E’ un peccato che può fare tanto male a noi stessi, all’altro/a e, di conseguenza, alla relazione. Non solo crediamo di essere onnipotenti ma, cosa ancor più grave, pretendiamo che anche l’altro/a lo sia.

Cosa vuol dire che ci crediamo onnipotenti? Non certamente che pensiamo di poter cambiare l’acqua in vino, poter ridare la vista ai ciechi, poter camminare sull’acqua o saper moltiplicare i pani e i pesci. Nulla di tutto questo. Non siamo storditi fino a questo punto. Il pericolo che si cela dietro questa illusione di onnipotenza è pensare di riuscire a fare tutto e farlo bene.

Potrei fare mille esempi. Luisa stessa per anni ha sofferto di questa sua incapacità. Mi riferisco in particolare alla grande fatica che ha fatto e, per certi versi continua a fare, nel trovare un equilibrio tra il suo lavoro di insegnante e il suo essere moglie e madre. Fare tutto perfettamente non era, e tutt’ora non è, umanamente possibile. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

In questi anni abbiamo raccolto le confidenze di tante coppie. Più di una volta c’è capitato di imbatterci in una dinamica abbastanza comune. Nasce il primo figlio. La mamma è completamente presa da questa nuova avventura. Dorme poco, ha mille comprensibili preoccupazioni e mille dubbi. Non riesce a stare dietro a tutto come faceva prima. La casa non è più ordinata come era prima. Il marito le vuole molto bene. Però devono ancora capire di non essere onnipotenti. Lui lavora tutto il giorno e quando torna a casa si lamenta e si arrabbia per il disordine che trova o per la cena che non è ancora pronta. Cosa aveva da fare dopotutto sua moglie? Accudire il bambino e curare la casa. Basta organizzarsi. Lui arrabbiato, lei che si sente non capita, visto che ha fatto quello che ha potuto e che le è costato anche fatica. Musi lunghi, silenzi e distanza. Ci manca solo che lui ricordi a lei come sua madre abbia tirato su 2 o 3 figli senza dimenticarsi di curare la casa e il marito e il disastro è completo. Capite quale pericolo si cela dietro la nostra illusione di essere onnipotenti? Uno dei momenti più belli di una coppia, che è fare esperienza di essere genitori, può diventare un periodo di sofferenza per incomprensioni e irritazioni che si potrebbero facilmente evitare. Godetevi la relazione, l’amore, i figli, la famiglia anche se non è tutto perfetto. Godetevelo proprio perchè non è tutto perfetto. Solo così nella nostra inadeguatezza c’è spazio per accogliere la nostra fragilità e per riscoprire il mistero dell’amore gratuito di chi ci vede meravigliosi nonostante abbiamo limiti e difetti. Questo è l’amore, questa è la famiglia. Come dice Bruno Ferrero Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta. E viceversa naturalmente. Buona imperfetta vita ma proprio per questo vera e meravigliosa

Antonio e Luisa

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Pregare e ringraziare per non spegnere l’amore

Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 5,16-24.

Oggi ho voluto riprendere la seconda lettura della liturgia di ieri. Merita una riflessione e un approfondimento perchè può dire tantissimo a noi sposi che cerchiamo di vivere bene il nostro matrimonio. Sono poche raccomandazioni ma fondamentali.

Pregate incessantemente. Dovremmo pregare tutto il giorno? E poi chi lavora? Chi porta i figli a scuola? Chi pulisce e mette in ordine la casa? In realtà possiamo fare tutte queste cose pregando. Pregando, cioè offrendole a Dio. E’ preghiera quando accompagno i miei figli a scuola per amore. E’ preghiera quando abbraccio la mia sposa per amore, è preghiera quando pulisco casa e vado al supermercato per amore. E’ preghiera quando lavoro per garantire alla mia famiglia una vita dignitosa. Ogni volta che decido di donarmi nel quotidiano per amore sto alzando la mia preghiera a Dio. Tutto cambia! La fatica resta ma ogni attività, offerta per amore e non subita per dovere, diventa meno pesante e più bella.

In ogni cosa rendete grazie. Ringraziare cambia la prospettiva. Aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Imparare a ringraziare ci aiuta a comprendere che nulla ci è dovuto ma tutto è un dono. E’ un dono l’unione fisica con la mia sposa, sono un dono i figli, è un dono tornare a casa e trovare il mio piatto preferito, è un dono il mio lavoro, è un dono avere una casa e degli amici. Tutto è dono, nulla è dovuto. Solo così saremo capaci di apprezzare ogni gesto senza darlo per scontato, e riusciremo ancora a stupirci della bellezza di essere insieme anche dopo anni di matrimonio.

Non spegnete lo spirito. Lo Spirito è dentro di noi. Lo Spirito è nella nostra relazione consacrata dal sacramento del matrimonio. Ciò non significa che non si possa spegnere. Come? Semplicemente non seguendo le due precedenti indicazioni. Non pregare nella nostra vita di ogni giorno, non fare per amore ma per dovere ci uccide piano piano, giorno dopo giorno. Il peso della famiglia, degli impegni e della vita diventerà presto insostenibile e ci allontaneremo sempre di più dal nostro coniuge. Stessa cosa ci accade se non impariamo a ringraziare. Se pensiamo che tutto ci è dovuto e che ci meritiamo l’amore e la cura dell’altro/a perchè noi facciamo tanto e siamo tanto belli e tanto bravi. Inizieremo a pensare che l’altro/a sia troppo poco per noi, che noi meritiamo di meglio e che quindi quella relazione non è più degna di noi. Capite come il nostro atteggiamento possa fare la differenza in una relazione?

Cari sposi non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Solo così saremo capaci di aprire il nostro cuore allo Spirito Santo e saremo capaci di donarci all’altro/a e di accogliere il suo dono per noi con tutti i nostri e suoi limiti.

Antonio e Luisa

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Gesù ci vuole testimoni del Suo amore!

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete,
uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Giovanni 1,6-8.19-28.

Chi è Giovanni Battista? Subisce un vero e proprio interrogatorio da parte dei sacerdoti e dei leviti giunti appositamente da Gerusalemme. Probabilmente la sua fama era grande e il suo nome era giunto fino a lì. Giovanni non si sottrae alle richieste dei suoi interlocutori. Dice di non essere il Messia tanto atteso. Afferma anche di non essere nè il profeta nè Elia. Perchè proprio questi due accostamenti? Perchè erano due figure, entrambe attese, che avrebbero dovuto precedere, secondo le Scritture, l’avvento del Messia. Elia, il cui ritorno era previsto prima di quello del Messia. L’ultimo profeta, ultimo e definitivo che Mosè aveva promesso in Deut 18, 15-18: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli, in mezzo a te, un profeta come me

Giovanni Battista, ce lo dice il Vangelo stesso, è un testimone. Cosa significa essere testimone di Cristo? Ce lo fa comprendere bene un altro versetto del Vangelo della liturgia odiena: Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Giovanni Battista è testimone con la sua vita. Con le sue parole, con le sue scelte, con i suoi atteggiamenti, con le sue azioni e con tutto ciò che caratterizza la sua umanità, Giovanni è capace di spostare l’attenzione di chi lo incontra e si relaziona con lui da se stesso ad un’altra persona. Una persona che sta in mezzo a noi ma che noi spesso non conosciamo. Si tratta naturalmente di Gesù, il vero Cristo, il Messia.

Capite la grandezza di Giovanni? E’ la stessa a cui siamo chiamati anche noi sposi. Certo con tutti gli errori che possiamo commetere, con il peccato che caratterizza la nostra vita e con tutte le nostre miserie e fragilità. Possiamo però farlo. Possiamo testimoniare la presenza di Dio. Possiamo renderlo presente nel mondo, in particolare nel nostro piccolo mondo in cui viviamo. Possiamo farlo, prima di tutto, nella nostra famiglia.

Siamo testimoni per l’altro/a quando lo/la perdoniamo, quando lo/la guardiamo con occhi capaci di non giudicare, quando lo/la accogliamo, quando ci doniamo e accogliamo il nostro dono reciproco. Siamo testimoni con i nostri figli quando mostriamo loro le meraviglie che Dio ha compiuto in noi, quando siamo capaci di guardarci con occhi di meraviglia. Per i figli non c’è nulla di più bello che osservare i genitori che si vogliono bene. Loro sono il frutto di quell’amore. Siamo testimoni quando riusciamo a mettere Gesù al centro della famiglia. Siamo testimoni con il mondo che ci circonda quando raccontiamo con la nostra vita che un amore indissolubile che dura tutta la vita non solo è possibile ma è bellissimo. Possiamo essere testimoni in tanti altri modi. Modi che sono per noi e non per altre famiglie. Modi solo nostri. Siamo testimoni nel nostro essere uomo e donna, Antonio e Luisa, nella nostra unicità, con la nostre storie personali e di coppia che sono diverse da quelle di tutte le altre famiglie.

Il sacramento del matrimonio è una consacrazione proprio perchè ci permette di testimoniare in una relazione umana, l’amore di Dio. Avanti tutta! Essere testimoni a volte è difficile ma è l’unico modo che abbiamo per vivere una vita piena e ricca di senso.

Antonio e Luisa

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Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

E’ vero che un matrimonio è sempre un fallimento quando la relazione finisce e gli sposi si separano? Sembra una domanda stupida. La risposta sembra scontata. Il matrimonio non può che essere un fallimento se ci si separa. E’ la fine! Ma è davvero così? Per entrambi gli sposi?

Certo, tutti ci auguriamo un matrimonio felice, una relazione che sia per noi appagante, un coniuge che sappia capirci, amarci e sappia accogliere anche le nostre fragilità. Io stesso sarei un bugiardo se affermassi il contrario. Questo però non è il parametro con il quale valutare se il nostro matrimonio sia una vittoria o una sconfitta. Il criterio principale con il quale valutare il nostro matrimonio è verificare quanto questa relazione ci abbia portato nella braccia di Gesù. Quanto questa relazione ci abbia aiutato a perfezionare e a rendere sempre più profonda la nostra relazione con Gesù. Quanto questa relazione ci abbia insegnato a farci dono per l’altro/a e ad amare gratuitamente e incondizionatamente.

Questo mi permette di pensare e di dire che anche un matrimonio, che in apparenza sembra fallito, può non esserlo, se chi è stato/a abbandonato/a non chiude il cuore a Dio, ma al contrario si affida ancor di più a Lui. Si affida a Gesù che è fedele, che è perfetto, che è capace di un amore infinito. Perchè vi scrivo queste cose? Ho ricevuto una mail con una poesia. Una poesia d’amore che una donna abbandonata dedica a suo marito. Dedica soprattutto a Gesù. Questo è il senso del testo che potrete leggere e meditare. Una poesia che contiene un significato grandioso. L’amore di Dio è più forte di ogni male e il matrimonio non è solo per noi, ma è Suo, è di Dio. Anche attraverso una storia finita si può raccontare al mondo come Lui ama. Una donna che nell’abbandono si è scoperta capace di amare nonostante tutto, di perdonare nonostante tutto, sentendo, in questo modo, la presenza amorevole e commossa di Dio.

Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

Sorda alla riconciliazione

è la nostra divisione

alla crisi coniugale non cerca soluzione

non lascia spazio dei cuori la conversione.

La usa per vivere una nuova dimensione

libero da una soffocante prigione

bene è per i figli che l’ unione finisce

Il tuo io e quel mondo senza Dio

te lo suggerisce.

E così andato via da lei è

ormai il tuo amore

mente e cuore miei

intrisi di rabbia e dolore.

A fatica mi avvicino allo specchio

spero vedere qualcuno intorno

neppure riflesso è il mio contorno

vedo soltanto una scartata pietra

mi sembra che arretra

quasi la invidio

non può avere il cuore ferito.

Che sia lei a raccontarmi la sua storia

Io non riesco a proferire alcuna parola

quella pietra scartata mi fa tremare

eppure la voce di Dio

mi torna a far sperare.

Mi dona la sua pace

innanzi a Lui il dolore tace

il divorzio da te voluto

valore alcuno ha per l ‘Assoluto.

Il progetto sponsale

per noi e con noi da Lui ideato

la Sua legge non vuole frantumato.

Vivo sempre è il Sacramento

possa anche tu averne giovamento.

Mi riguardo allo specchio

vedo il mio riflesso di

figlia di Dio

cosa che mi aiuta a decentrarmi dal mioio.

La Sua benevolenza porta

coraggio e pazienza

per la tua assenza.

Ed ecco perche ‘ posso dirti grazie:

il dolore che mi hai dato

giorno per giorno mi ha trasformato

dal mio Gesù mi sono lasciata trovare

in cambio dell’ amore che a me noi vuoi dare

il mio Gesu ‘ mi insegna a per te pregare.

Antonio e Luisa

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Benedetta crisi! (una volta superata)

Mi sento in crisi! Il mio matrimonio è in crisi! Quante volte abbiamo sentito amici e amiche raccontarci di essere in crisi? Eppure la crisi è necessaria in un rapporto lungo come quello matrimoniale. E’ una relazione che dura tutta la vita. La crisi, lo dice il significato stesso della parola, è un’opportunità. La parola italiana deriva infatti dal greco krisis che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una scelta! Anche quella matrimoniale. Possiamo scegliere se abbandonare e dichiarare fallimento oppure rilanciare con un aumento di capitale. Ho usato un’immagine aziendale. Il nostro matrimonio è la nostra azienda in cui abbiamo investito tutto e il capitale è l’amore, l’impegno, la perseveranza.

Nella nostra storia personale, Luisa ed io abbiamo rafforzato il nostro matrimonio proprio attraversando le crisi che in questi diciotto anni abbiamo dovuto affrontare. Fin dal fidanzamento. Già perchè il nostro è stato l’incontro tra due mondi completamente opposti. Io, da materialista qual ero, cercavo in lei una persona che potesse soddisfarmi emotivamente e sessualmente senza pensare troppo a lungo termine. Lei, spiritualista e un po’ complessata, era incapace di aprirsi completamente ad un uomo. La nostra prima crisi è arrivata dopo poche settimane. Abbiamo scelto di rilanciare, di metterci in gioco. Io ho cercato di comprendere le sue ragioni e la sua sensibilità. Lei di aprirsi pian piano ad un’altra persona senza tutte quelle barriere che di solito era abituata a mettere per difendersi. Abbiamo fatto il nostro primo gradino. Il primo salto di qualità. Un fidanzamento casto ma ricco di dialogo e di tenerezza.

Ci siamo sposati e, immediatamente, sono arrivati anche i figli, il primo figlio dopo 10 mesi dalle nozze e a distanza di altri 18 mesi il secondo. Con il secondo figlio la nostra nuova crisi. Io sono andato in crisi. Mi sono sentito investito della responsabilità di una famiglia e di due bambini piccoli troppo in fretta. I successivi sono stati mesi di freddezza, nervosismo e mugugni. Ero spesso fuori casa per recuperare un po’ della mia libertà perduta (così la pensavo). In questo caso è stata Luisa a fare il primo rilancio. Mi ha amato nonostante io non fossi amabile e questo suo atteggiamento e questo suo amore donato senza ricevere nulla da me mi hanno dato la forza di rilanciare a mia volta. Quel periodo così difficile è stato, grazie a Luisa, molto fecondo. Ci ha permesso di mettere un ulteriore e importantissimo tassello nella nostra storia d’amore.

Questa seconda crisi poteva essere fatale e invece ci ha unito ancora di più. Abbiamo vinto una delle più grandi sfide che tutte le coppie devono, prima o poi, affrontare. C’è un momento in cui ogni sposa/o deve lasciar cadere, deve liberarsi, del sogno che aveva dentro di sè dell’amato/a. Questo è un momento che appartiene alla storia concreta di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro/a sia ciò che non è. E’ importante superare questo momento cruciale. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste.

Queste sono le due crisi più grandi che noi abbiamo affrontato. Ce ne sono state tante altre più brevi e meno profonde. La vita matrimoniale è costellata di tanto amore ma anche di fatica e di un continuo lavoro personale e di coppia volto a riequilibrare sempre la relazione. Non ci può essere bellezza senza crisi. Sappiamo che ne avremo tante altre. Invecchiare insieme significa accogliere l’altra persona che cambia, il corpo che sfiorisce, la menopausa e tutto quello che di bello e di brutto in una vita può accadere. Siamo pronti alla sfida perchè il matrimonio è difficile ma è meraviglioso e ci permette di guardare il Tabernacolo e di dire a Gesù: stiamo dando tutto il resto fallo tu!

Antonio e Luisa

Meravigliarsi di Gesù contemplando il nostro matrimonio (2 parte)

Proseguiamo con la riflessione iniziata con l’articolo di ieri (cliccate qui per leggerlo). Dopo il legame coniugale cristiano approfondiamo le successive tre settimane con altrettanti doni meravigliosi.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Come rendere concreto questo dono? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale, già presente negli sposi, rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore.

Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita, nel matrimonio, che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. E’ il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Vegliate per amore, non per paura!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.
E’ come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,
perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».

Marco 13, 33-37

Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento sembra quasi esprimere una minaccia da parte di Gesù. Senbra voglia spaventarci. Probabilmente non è questa l’intenzione di Gesù. L’intenzione più intima di Dio è un’altra. Non è una minaccia. Non ci chiede di stare attenti per paura, ma di vigilare per amore. Il padrone non è un padrone cattivo. Il nostro Signore è buono e ci ama. Quindi perchè non dovremmo stare svegli per amore e riconoscenza verso di Lui? Per amore non per paura.

L’Avvento apre l’anno liturgico. E’ l’inizio di qualcosa di decisivo. L’Avvento è l’inizio di qualcosa di strepitoso! La nascita di una vita. La vita per eccellenza. L’ Avvento ci obbliga a fermarci e a riflettere. Non aspettiamo ogni giorno quella vita come dovremmo e non sappiamo guardare a Gesù nella nostra vita in ogni situazione. Una dinamica in cui cadeva spesso già il popolo d’Israele. Durante l’esilio, la schiavitù in Egitto, il popolo si chiedeva il perchè di quell’abbandono da parte di Dio. Gli israeliti non riconoscevano più la presenza di Dio nella loro vita. Ed è un po’ quello che tendiamo a fare anche noi quando la nostra storia è abitata da sofferenza e quando la fatica ci diventa compagna di viaggio. Perchè Gesù, che è Dio d’amore, ci ha abbandonato?

L’ Avvento ci ricorda proprio che Gesù non ci ha abbandonato. E’ un tempo che si ripete tutti gli anni perchè ne abbiamo bisogno. L’Avvento ci permette di rovesciare la prospettiva. Proprio perchè crediamo in un Dio che è amore, qualsiasi cosa ci possa accadere non può sconvolgerci. Perchè quell’amore, quella vita che stiamo aspettando, ha deciso di essere più forte di ciò che ci sta accadendo.

L’ Avvento è questo. E’ l’inizio di un tempo di grazia che ci conduce alla nascita di un bambino. Qualcosa che accade tutti i giorni, come la nascita di un bambino, diventa storia della salvezza. Quel bambino è Dio, si è fatto come me, come te, e ci sta dicendo chiaramente: Tutto ciò che ti può accadere non è più grande di me.

Il nostro cuore diventa grande quando riesce a farsi tanto piccolo da accogliere dentro di sè la presenza di Gesù. Allora tutto cambia. Quella nascita non è più la storia della salvezza, ma diventa finalmente la storia della nostra salvezza.

Antonio e Luisa

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Apertura alla vita. Cosa significa?

Purtroppo, conosciamo le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita»

Papa Francesco

Cosa significa essere aperti alla vita? Perchè gli anticoncezionali solitamente non permettono un’apertura alla vita, mentre i metodi naturali sì? Sono tutte domande lecite. Non solo lecite, sono domande che è giusto porsi. Io e Luisa ce le siamo poste. Io ci ho messo del tempo a comprendere quale fosse la differenza. E’ importante accogliere questa differenza non come un obbligo moralistico da subire, ma come una verità che ci costituisce e che ci può aprire alla pienezza dell’amore. L’apertura alla vita ci può rendere felici! Badate bene non ho scritto il numero dei figli, ciò che conta e che fa la differenza è l’atteggiamento e il nostro abbandono a Dio. Ci sono famiglie che non riescono a concepire che hanno però una grande apertura alla vita che possono essere felici e vivere la loro fecondità in tanti altri modi.

Torniamo a Luisa e a me. Ci siamo posti la domanda del perchè i metodi naturali fossero altro rispetto agli anticoncezionali. Una risposta ce la siamo data. La nostra relazione stessa ha permesso di diradare la nebbia e di capire. Ho visto chiaramente la grande differenza. Usare gli anticoncezionali significa sostanzialmente fare da soli. Significa escludere Dio dalla nostra relazione e dalla nostra sessualità. Usare i metodi naturali, solitamente, presuppone un desiderio del cuore di non fare tutto da soli ma di rendere partecipe Dio in questo aspetto della nostra vita e del nostro matrimonio. Forse sono stato ancora poco concreto. Cercherò di spiegarmi meglio.

Gli anticoncezionali educano a una mentalità egoistica. Educano a mettere al centro i miei bisogni, le mie emozioni, le mie pulsioni. Non sto escludendo solo Dio. Piano piano escludo dal mio sguardo anche l’altra/o. Ciò che conta è il mio piacere e il mio soddisfacimento. Vale per l’uomo e per la donna. Non voglio fare differenze di genere. Con uno sguardo di questo tipo anche l’apertura alla vita ne resterà inevitabilmente compromessa. Incomincerò a chiedermi se desidero o meno avere un figlio. Vedete? Lo sguardo è su me stesso non sulla vita nascente. Quindi la fertilità della coppia diventa un problema da risolvere. E’ un problema per chi non vuole figli ed è un problema anche per chi li vuole e non riesce ad averne.

I metodi maturali invece? Perchè sono diversi? Sono diversi perchè mi educano ad aprire il mio orizzonte. Mi aiutano a spostare lo sguardo da me stesso al bene della coppia e dell’altra persona. Sono disposto ad aspettare pur di vivere in pienezza quel gesto tanto bello che è l’amplesso fisico. Le mie emozioni, le mie pulsioni e i miei bisogni sono posti in secondo piano per privilegiare l’autenticità del rapporto. Imparando ad avere questo tipo di sguardo cambierà anche il mio approccio verso l’apertura alla vita e alla procreazione responsabile. Io e Luisa non ci domanderemo più se desideriamo un bambino, come fosse uno strumento a nostro uso e consumo per sentirci felici. Ci chiederemo: siamo pronti ad accogliere una nuova vita e a donargli una casa, affetto, attenzione, amore e una vita dignitosa? Il centro non siamo più noi ma diventa lui, il bambino. La fertilità della coppia diventa così un dono da governare. Un talento che non ci appartiene ma è di Dio, come nella bellissima parabola evangelica dei talenti.

Compreso tutto questo non ho avuto più dubbi ed oggi sono contento di aver scelto per i metodi naturali. Ringrazio Dio di avermi aperto gli occhi e i frutti di questa scelta li posso assaporare ogni giorno. Dopo 18 anni di matrimonio la relazione tra me e Luisa va alla grande perchè l’apertura alla vita fa bene. Fa bene prima di tutto a noi sposi e al nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Al posto mio

Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail da parte di una donna. Una delle tantissime persone abbandonate dal coniuge. Con questa mail questa moglie e madre ha voluto lanciare il suo grido. Un grido carico di sofferenza ma non di odio. Non c’è livore nelle sue parole. Vi possiamo invece leggere un sereno abbandono a Gesù che in una situazione tanto dolorosa si è fatto presente e vivo come mai. E’ una poesia dedicata a quella donna che ha preso il suo posto. L’autrice ha per questa persona parole quasi di sorella. Molto bella da leggere e meditare.

Al posto mio

Il nostro “si” abbiamo detto innanzi a Dio eppure tu da tempo ti trovi al posto mio tanto dolore ha provato il mio cuore ma ormai lo consegno al Suo Amore.

Tu del mio sposo hai il sentimento io per sempre del nostro matrimonio custodisco il Sacramento.

Tu vivi al posto mio, chissà che ne pensa DIO!! So che il giudizio non devo darlo io sono mossa da carità di una fraterna correzione nostro Padre dono ci fa’.

Agli occhi tuoi la mia ti sembrerà solo superbia e follia io voglio solo testimoniare la fedeltà mia. La Sua legge dell’indissolubilità se vogliam possiam amar.

Fonte di grazia è quel Sacramento soffoca ogni pensiero di odio per il tradimento e fa’ credere in un possibile ravvedimento.

Sorella mia, nostro Padre paziente aspetta dei suoi figli la conversione giacche’ della famiglia da Lui benedetta non vuole certo la divisione.

Tu e il mio sposo vivete una unione vinti certo da umana passione da essa discende dei vostri figli la creazione siano essi una benedizione. Con la figlia mia e del mio sposo vivano in fraterno amore liberi da questa storia intrisa di dolore.

Possa tu sperimentare il perdono di Dio la tua coscienza ti dirà che non puoi vivere al posto mio.

Puoi farla certo tacere  dirti che non hai nulla da temere loro avevano una crisi coniugale non ho fatto nulla di male.

Perche’ tanto nel cuore affanno  ho fatto quello che in tanti fanno il mio compagno e i miei figli sono un dono quella li’ lo chiama un abbandono.

Far tacere la voce di Dio  non significa che puoi vivere al posto mio. Ah se pensavi alla figlia mia quel di’ che iniziavi a vivere la vita mia.

Ai figli tuoi di grazia riesco a pensare il mio cuore di madre me li fa amare non sia la loro una storia di dolore intrisa qual è quella della mia famiglia divisa.

La figlia mia adolescente freme solo nel suo volto ha i genitori insieme. La prigionia del coronavirus l’ ha soffocata da me per rabbia per un po’ e’ scappata.

Tu l’hai ospitata. Chissa’ se l’hai amata. Di anni ne ho cinquanta da sola di strada ne ho percorsa tanta.

Il ritorno del mio sposo non c’è. la pace che Lui mi offre mi fa andare oltre  non mi vince piu’ il male confido nel bene universale.

Grazie a questa sposa sofferente per aver aperto il suo cuore con tutti noi

Antonio e Luisa

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Gli anticoncezionali distruggono il desiderio.

Alcuni giorni fa ho pubblicato una riflessione partendo dal romanzo Il gattopardo. Mi sembra importante ritornare su quella riflessione per spiegarla meglio. Dio ha creato l’uomo e la donna. Dio ha creato il corpo dell’uomo e della donna come macchine perfette. Macchine regolate da leggi altrettanto perfette. La donna per questo non è sempre fertile. La fertilità della donna si concentra in pochi giorni, l’ovulazione dura poche ore. Tutto ciò si ripete in un ciclo che si ripete e che dura per tutta l’età fertile della donna. Non è qualcosa che riguarda solo il corpo della donna. Come sappiamo noi siamo corpo e spirito e sappiamo anche che l’uno influenza l’altro.

Questo ci dice due cose: che Dio non ha pensato, come alcuni spiritualisti sostengono, che il rapporto fisico ha senso, ed è cosa buona, solo quando si ricerca una gravidanza (altrimenti Dio avrebbe reso la donna fertile sempre) e che forse dei momenti di astinenza sono necessari. Sono necessari proprio per noi, per la coppia, per nutrire il desiderio. Sono necessari non solo per non concepire figli ma anche per nutrire il desiderio con un’attesa feconda.

Cosa voglio dire con questo? Gli anticoncezionali distruggono il desiderio. Gli anticoncezionali ci educano a soddisfare ogni nostro desiderio sessuale senza nessun vincolo se non la volontà di entrambi di consumare il rapporto. Senza dover mai attendere. Bastano pochi minuti in qualsiasi momento (tanto lei prende la pillola e lui usa il preservativo). Il desiderio non ha tempo di crescere e di alimentarsi con l’attesa perchè subito viene soddisfatto. Sembra magnifico! Il sogno di tutti. Eppure, se ci pensate bene, non è così positivo come può sembrare. Sapete perchè? Perchè cio che discrimina se avremo o no un rapporto è per l’appunto il desiderio. Che non dipende da noi. Diventa solo un istinto e una pulsione. Non siamo noi a decidere. Ciò significa che se il desiderio cala non avremo più rapporti o li avremo molto diradati nel tempo. Non è forse ciò che accade a tante coppie sposate?

Molti vivono il fidanzamento senza farsi mancare nulla, poi si sposano, arrivano i figli, le preoccupazioni, gli impegni e il desiderio piano piano sparisce portando le coppie al deserto sessuale. Ad un’astinenza senza desiderio. La libertà ha distrutto il desiderio. Dire che il desiderio è qualcosa che non controlliamo è vero solo in parte. Sicuramente c’è una parte irrazionale che non dipende da noi, ma è altrettanto vero che noi possiamo alimentare quella parte irrazionale e aiutarla a crescere e a non spegnersi. Come? Con la corte continua. Prendendoci cura l’una dell’altro con gesti di servizio, di attenzione e di tenerezza. Così il desiderio non soddisfatto per alcuni giorni ha il tempo di crescere e di diventare sempre più forte fino a quando non potrà essere soddisfatto.

Capite ora? E’ importante non distruggere gli equilibri della nostra relazione intima. Per questo i metodi naturali non sono equiparabili agli anticoncezionali. Certo i metodi naturali sono impegnativi. Sono impegnativi per la donna, che deve imparare ad ascoltare il proprio corpo, e sono impegnativi anche per l’uomo, che spesso vede andare in fumo tutti i progetti che si era messo in testa per quella serata. Deve controllare il suo desiderio. Però fanno bene alla coppia. Avere tutto subito alla lunga svaluta l’intimità sessuale. Il fatto di dover assecondare dei periodi di astinenza diventa un nutrimento importante per la coppia. Il fatto di dover attendere alcuni giorni aiuta il marito ad amare la sua sposa senza ricevere in cambio una gratificazione sessuale, fa sentire la sposa amata e accresce il desiderio. Perchè il desiderio non soddisfatto si alimenta sempre più fino a diventare piacere e comunione quando finalmente gli sposi potranno vivere il loro incontro intimo.

Periodi di astinenza sono così necessari per far accrescere il desiderio e non far morire la nostra intimità. Possiamo sintetizzare tutta questa riflessione in un’immagine molto attinente con la natura. L’astinenza durante i giorni fertili della donna è paragonabile all’aratura di un campo. Serve lasciar riposare il terreno, non coltivare nulla per un periodo, per preparare il terreno ad accogliere la nuova semina. Serve a noi sposi a prepararci a desiderare di accoglierci nuovamente. L’astinenza dovuta invece alla mancanza di desiderio è per l’appunto come un campo sfruttato male per anni e che perde la sua fertilità. Non vi si può più piantare nulla. E’ diventato un deserto. Così la relazione di tante coppie di sposi.

Antonio e Luisa

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Il Gattopardo nasconde un inno all’amore (vero)

Chi non ha mai sentito nominare il Gattopardo? Chi tra noi ha qualche anno in più credo abbia ben in mente la bellezza di Angelica, la protagonista femminile, interpretata, nella trasposizione cinematografica, da una meravigliosa e giovane Claudia Cardinale. Il gattopardo è soprattutto però il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Romanzo uscito nel 1958. Nel testo possiamo imbatterci in alcuni dialoghi che raggiungono livelli davvero alti, di grande profondità. Una profondità di pensiero figlia di una saggezza popolare, più che di una cultura da intellettuale da salotto. Voglio riprendere proprio un passaggio del romanzo perchè nasconde nelle sue pieghe una piccola perla da cogliere e meditare, da soli e in coppia. Una descrizione molto poetica di ciò che siamo e come l’amore abbia delle sue leggi che vanno oltre i nostri impulsi ed istinti.

Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore.

Queste parole sono un pugno nello stomaco verso la nostra società edonista e narcisista. Dove c’è un’idea malsana di verità e di libertà. Dove non abbiamo più freni, non siamo più capaci di controllare i nostri appetiti e non siamo più capaci di fedeltà e di sacrificio. Narcisisti e fragili. Certo non voglio generalizzare, ci sono ancora tanti uomini e tante donne che vivono l’amore cercando di donarsi sinceramente l’uno all’altra, ma non è il pensiro più comune, o comunque non è quello più rappresentativo mediaticamente. Per questo non riusciamo più ad essere felici. Perchè quando si vive tutto in questo modo bulimico poi le relazioni perdono di fascino e il desiderio finisce. Perchè avere tutto senza fatica non ci permette di dare il giusto valore alle cose. Ed è così che la contraccezione ci ha in realtà liberati si, ma liberati dal desiderio. Sono sempre di più le coppie di sposi che dopo pochi anni di matrimonio non fanno più l’amore. Quindi ci si lascia o ci si tradisce. Perchè in realtà non amiamo l’altra persona ma siamo innamorati dell’emozione che proviamo. L’altro/a, quindi, possiamo tranquillamnete cambiarlo quando non fa più al caso nostro.

Rileggete le parole dell’autore. Racconta tutto un altro modo di relazionarsi e di vedere l’altra persona. Che non è mezzo ma è fine del nostro amore. Parole che sono poesia ma soprattutto sono vere: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto. Come non pensare al fidanzamento vissuto nella castità? Il desiderio non finisce ma al contrario si continua ad alimentare proprio perchè non realizzato. Un desiderio che cresce fino al giorno delle nozze quando finalmente nel dono totale ci si può abbandonare anche all’amplesso che è immagine dei due cuori degli sposi fusi in uno. Come il loro corpo che diventa uno. La prima notte di nozze diventa così non qualcosa di già vissuto ma una novità che rappresenta l’inizio di una nuova vita e di un legame indissolubile. E poi: dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore. Che belle parole per descrivere i metodi naturali. Queste parole si sposano perfettamente anche con l’attesa feconda di chi fa la scelta dei metodi naturali. Quello stimolo, quel desiderio che diventa rinuncia perchè non possiamo accogliere completamente l’altra persona in tutta la sua fecondità e per questo siamo disposti ad attendere quando potremo farlo. Così la rinuncia diventa gesto di vero amore e l’attesa diventa nutrimento per il nostro desiderio di ritrovarci uno.

Per questo la via cristiana, quando vissuta fino in fondo, senza sconti o scorciatoie, di solito permette di conservare l’amore e il desiderio dell’uno verso l’altra. Questa è la libertà vera: saper rinunciare per un bene più grande. Saper rinunciare, perchè no, anche per un piacere più grande.

Antonio e Luisa

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Innamorati fino alla fine

Il matrimonio è per tutta la vita. Quando ci sposiamo questa è una delle certezze del matrimonio cristiano. Ci sposiamo promettendoci il per sempre. Siamo altrettanto convinti però che possiamo restare innamorati l’uno dell’altra per tutta vita? Probabilmente il giorno delle nozze gli sposi ci credono altrimenti non avrebbero la forza di pronunciare il loro si. Poi, con il tempo, le convinzioni cambiano un po’. Tante coppie scoppiano e anche tra quelle che magari per la fede, per i figli o per chissà quale motivazione restano insieme sento dire che l’innamoramento passa, che resta l’amore. Questa affermazione è vera ma va spiegata. E’ facile fraintendere. Sembra quasi che ad un certo punto sia inevitabile che i sentimenti inizino a scemare fino a scomparire lasciando spazio al dono di sè. L’amore, nella sua dimensione passionale ed erotica, scompare per lasciar posto alla donazione reciproca. Come fosse un obbligo e un peso. Se va bene resta anche l’amicizia.

E’ davvero così? Credete davvero che Dio abbia pensato per noi soltanto questo? Che Dio abbia voluto togliere dalla nostra relazione quella che è la parte più piacevole. Come se alle nozze di Cana, finito il primo vino, Gesù avesse lasciato solo acqua nelle giare. Tanto, ciò che conta è dissetarsi. Il vino e la gioiosa ebrezza che provoca, sono in fin dei conti ingredienti non fondamentali. Così il sentimento e la passione. Se ne può fare a meno, ciò che conta è il donarsi per l’altro.

In realtà non è proprio così. L’innamoramento resta, deve restare tutta la vita. Cosa cambia allora? Cambia che non è più ciò su cui noi sposi fondiamo la relazione. La relazione sarà fondata sull’amore, cioè sulla scelta libera di ognuno di noi di mettere l’altro/a e il suo bene innanzi a noi stessi. Ciò non significa però che possiamo rinunciare ad essere innamorati. Come nelle nozze di Cana non si può rinunciare al vino.

Non c’è dubbio che l’innamoramento nel tempo cambia. Io sono diverso, mia moglie è diversa rispetto a come eravamo il giorno delle nostre nozze. Il sentimento e la passione cambiano con le diverse stagioni della nostra vita. Certo l’innamoramento non è qualcosa che si può mantenere se non viene curato. E’ come una piantina delicata. Bastano pochi giorni senza l’acqua della tenerezza e senza il sole della cura reciproca e la piantina può morire. A differenza della piantina, però, la relazione matrimoniale può risorgere. Basta mettersi d’impegno e ricominciare giorno dopo giorno a nutrirla. Si, è vero che non controlliamo completamente i nostri sentimenti, esistono per tutti, anche per me, periodi di aridità dove mi sento poco attratto da mia moglie. Il segreto è perseverare, continuo a prendermi cura di lei e ad essere tenero nei suoi confronti anche se non sempre mi viene spontaneo. Come un terreno arido. Va comunque preparato affinchè torni fertile non appena il clima tornerà favorevole. L’innamoramento è così. Non lo vedi, non lo senti ma se perseveri tornerà più forte di prima.

Lo dico e lo confermo anche oggi, anche adesso che sto scrivendo. Mi basta incrociare lo sguardo della mia sposa per sentirmi profondamente innamorato di lei. L’innamoramento non finisce mai se lo vogliamo, dobbiamo però impegnarci a fondo per non farlo finire. Dipende da noi!

Antonio e Luisa

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Ci sono tanti mendicanti d’amore

Oggi, portando il cane a fare una passeggiata, mi è successo di imbattermi in una signora anziana. Era davvero trasandata. Capelli lunghi, bianchi, arruffati. Andatura incerta, sguardo basso, ciabatte ai piedi. Vestita con degli stracci. Non voglio certo giudicarla, non la conosco. Non so il motivo di quella incuria. Non è questo che ora conta. Mi sono messo a riflettere. Osservandola per qualche istante, nel suo incedere lento e sgraziato, ho pensato quanto quel quadro che avevo di fronte fosse fuorviante.

Dietro quegli stracci e quella trasandatezza c’era una donna figlia di Re. Gesù sarebbe morto anche solo per lei, per la sua salvezza. Dietro quegli stracci c’era il vertice della Creazione. Un tramonto in riva al mare, un paesaggio di montagna, la Cappella Sistina valgono immensamente  meno di lei. Almeno agli occhi di Dio. Probabilmente spesso ci dimentichiamo di questo e ci lasciamo influenzare dalle apparenze. Una vita di miseria non può cancellare il sigillo regale che abbiamo sul braccio e sul cuore. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto? Perchè io ne vedo tante di persone che vivono miseramente come quella signora, trasandate che camminano incerte verso il futuro. Magari non esteriormente, magari sono uomini e donne che hanno tanto, che si vestono con abiti firmati e che hanno un conto in banca cospicuo. Sono però miseri dentro. Si sentono miseri. Vedo tanti ragazzi che svendono se stessi in rapporti occasionali per sentirsi amati, vedo donne e uomini sposati che vivono relazioni extraconiugali perchè non sanno trovare amore nel matrimonio. Vedo sempre più persone corrotte dalla pornografia e dalla prostituzione perchè sono sole o sentono la solitudine anche se hanno gente intorno. Matrimoni che saltano, matrimoni che proprio non si celebrano perchè ormai tanti hanno paura del definitivo e cercano di vivere alla giornata in relazioni fragili. Dicono che siamo una società di narcisisti. Incapaci di spostare lo sguardo dall’io al tu per diventare noi.

Quanta povertà! Sazi e disperati diceva il card. Biffi di Bologna. La Chiesa credo abbia questa grande missione. Non intendo solo il Papa e i vescovi. Anche noi siamo Chiesa. Anche noi abbiamo questa responsabilità grande. Con la nostra finitezza e imperfezione possiamo comunque testimoniare qualcosa di fondamentale. Attraverso la nostra vita possiamo far intravedere, a chi lo desidera, una bellezza. Certo con tutti i nostri limiti ma sappiamo che Dio spesso si serve dei più semplici e deboli per mostrarsi. Non a caso non ha scelto come suo popolo gli egiziani o i babilonesi, ma uno sconosciuto piccolo popolo di pastori seminomadi.

Attraverso il nostro matrimonio, vissuto nella fedeltà e alla presenza di Gesù, possiamo aiutare chi si sente più povero di noi a svestire gli abiti del mendicante e a rivestirsi di quelli regali di figlio di Dio. Basta poco. Basta vivere bene il nostro matrimonio. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole. Ecco le famiglie di oggi non hanno bisogno di maestri ma di testimoni. Qualcuno che sia sul loro stesso livello e possa mostrare loro che non solo ce la si può fare ma che sposarsi è bellissimo. Possiamo davvero risvegliare in chi ci è vicino la nostalgia di sperimentare l’amore vero e quindi di incontrare l’Amore stesso che è Dio. Coraggio non tiriamoci indietro. Siamo certamente inadeguati, ma Dio con gli inadeguati può fare grandi cose. Basta  affidare la nostra vita e il nostro matrimonio a Lui.

Antonio e Luisa

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Caro sposo che ancora non conosco

Attraverso questa lettera mi sento di dare un consiglio e una buona parola per tutti/e coloro che soffrono perchè non trovano la persona giusta con cui sposarsi e costruire una famiglia in Gesù. E‘ una lettera frutto della fantasia. Mette però in evidenza qualcosa di importante. E’ una ragazza che scrive al suo futuro marito. Vale naturalmente anche invertendo i ruoli

Caro sposo,

non ti conosco ancora. Dicono che possiamo amare solo chi conosciamo ed è vero. Sono certa però che tu ci sei, da qualche parte, forse ti ho già incontrato, forse non ancora. Il mio cuore aspetta di essere risvegliato da te. Dio non sbaglia. Sono sicura che al momento giusto ti incontrerò. Forse non è ancora il momento. Forse non sono ancora pronta. Forse non sei pronto tu. Non devo avere fretta, non devo fare confronti con le mie amiche che magari hanno già una persona accanto. Dio mi ama in modo unico e originale, nel modo giusto per me. Chiedo a Dio di darmi la forza e l’intelletto necessari a non accontentarmi, svendendomi a chi non vuole costruire nulla con me, ma vuole solo usarmi.

Tu non sarai perfetto. Avrai difetti. Ci saranno parti di te che non mi piaceranno e, a volte, il tuo comportamento sarà irritante. Questo però non dovrà allontanarci. Devo smetterla di credere che l’uomo ideale esista. Quello perfetto che non sbaglia mai. Esiste solo nella mia fantasia e, finchè non me lo leverò dalla testa, non riuscirò a riconoscerti perchè non ne sarò capace. Tu sei una meraviglia anche se non sei perfetto.  Non cercherò di cambiarti per farti come io ti voglio. Ti chiedo solo di donarti a me per come sei e per come puoi. Con tutto te stesso. Io farò lo stesso con te. Sono sicura che questo ci consentirà di cominciare un percorso insieme che non ti farà diventare come io ti voglio, ma come Dio ti ha pensato. Anche io sarò sempre più donna e sempre più me stessa proprio grazie a te. Perchè conoscendoti in profondità, conoscerò sempre meglio anche chi sono io.  Lo capirò nella relazione, nei momenti di comunione e anche in quelli di conflitto, perchè nella differenza scoprirò la mia unicità.

Sarà confortante quando, nei momenti difficili della vita, tu sarai al mio fianco e mi sosterrai. Sarà ancora più bello, però, quando sarò io a donarti sostegno e amore quando sarai tu ad essere più fragile e nel bisogno, perchè contribuire alla tua gioia sarà la mia gioia.

Ti sto cercando non perchè sono povera. Non sono una mendicante d’amore. Ho capito che Dio mi ha voluto da sempre e lo sguardo che Gesù ha per me mi fa sentire preziosa e amata. Ti sto cercando perchè l’amore va condiviso, non va celato e nella condivisione sentirò ancor di più la pienezza e la bellezza di una vita spesa per donarsi agli altri.

Nell’attesa di abbracciarti ti affido a Gesù. Nel frattempo non ti aspetto passivamente. Non sto con le mani in mano. Mi sto preparando per accoglierti. Prego il Signore e attingo alla forza dei sacramenti. Soprattutto non nascondo tutto l’amore che ho dentro aspettando di donarlo a te. L’amore è come il talento della parabola. Se non viene investito affinchè dia frutto ci viene tolto. Così custodire l’amore per te significa donarlo agli altri. Donarlo alla mia famiglia, donarlo ai miei amici, alle persone che incontro. Donarlo anche a quel collega di lavoro che non sopporto avendo anche solo un sorriso o una buona parola per lui. Solo così saprò amarti quando ti incontrerò e per te sarà più facile riconoscermi tra tante.

Antonio e Luisa

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Amerai

La Parola di Dio è un dono meraviglioso perché sempre aperta, sempre nuova, sempre disponibile a dire qualcosa che prima non coglievamo. La Parola si incarna nella storia e nel momento e questo la rende ricca e multiforme. La Parola di Dio oggi ha qualcosa da dirti. È una sorgente sempre pronta per te che desideri stare alla presenza di Dio e con la sua luce discernere nei momenti difficili della vita. Quante volte siamo stati davanti al vangelo di questa domenica

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Mt 22, 34-40

Sono Parole che descrivono l’Amore come punto cardine che precede e segue ogni comandamento. Possiamo amare Dio con tutti noi stessi, con le qualità e le ombre. Non serve essere pronti per amarLo, possiamo farlo adesso, così come siamo. Amare Dio sopra ogni cosa significa porre in Lui e nella relazione d’affetto con Lui le nostre radici, la nostra origine, i pensieri, i ragionamenti, i sentimenti. Significa avere Lui come base sicura da cui scegliere, partire, esplorare.

Amare non ha niente a che vedere con le farfalle nello stomaco, che pure servono per alimentare una relazione affettiva. Quante volte a messa non senti niente, quante volte in preghiera la noia prevale. Questo non è un problema, perché Dio continua ad amarci anche se stiamo alla sua presenza con quelle barriere. Anzi ci ama di più e ci garantisce la sua fedeltà. Perciò possiamo stare in relazione con Dio così come siamo, con le resistenze e le fatiche che proviamo.

Dio prende tutto di noi e spesso la nostra debolezza è il vuoto dove prendere tutto da Lui. Dall’Amore di Dio discende la possibilità di amarci e di amare chi ci è vicino. Amare vuol dire STARE in quello che l’altro porta, creando uno spazio di accoglienza e una porta sempre aperta, anche nel buio di una relazione ferita. Amare vuol dire fare memoria delle cose belle, e dire GRAZIE per quanto si è ricevuto in quella relazione, e far si che il positivo vissuto faccia da terreno fertile per seminare azioni costruttive, gesti di tregua e riconciliazione.

A volte Amare l’altro richiede lavoro personale, preghiera incessante, e tempo per far fiorire i semi di pace piantati. A volte per amare l’altro occorre lasciarlo andare, porre un tempo di distanza e di silenzio; altre volte invece la situazione ti chiede di attivarti e di agire. Fatti sempre una domanda: qual è il BENE per questa relazione? E non parlo solo di relazioni di coppia, matrimoni o fidanzamento, ma anche di relazioni familiari con fratelli, genitori, parenti o amici. E quando tutto si fa nebuloso e non sai che fare, prega per quella persona perché Dio porti pace e benedizione per te e per l’altro. Nella preghiera prevale sempre l’Amore di quel Dio che custodisce ogni cosa.

Claudia Viola

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Amatevi con tutto ciò che siete!

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Matteo 22, 34-40

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importante per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo di oggi dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

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Perdonare è consapevolezza di valere

Perdonare è segno di debolezza o di forza? Non è scontata la risposta. Può essere manifestazione di entrambe. Dipende da cosa intendiamo per perdono.

E’ un segno di debolezza quando il torto che abbiamo subito viene silenziato. Non esterniamo nulla o magari tiriamo fuori la questione, ma senza andare a fondo. Come quando c’è polvere in casa e non la raccogliamo. La scopiamo sotto il divano o sotto il tappeto. La polvere c’è ancora ma non si vede. La stanza è ancora sporca e malsana. Basta una finestra aperta e un po’ di vento per spargerla di nuovo. In realtà quel torto ci ha ferito profondamente e la ferita fa male. Anche perchè va a sommarsi a tanti altri che abbiamo già “perdonato”. La verità è che non abbiamo la forza di affrontare il problema con l’altro/a. Già, perchè turbare l’armonia della nostra casa? Abbiamo paura del confronto perchè può diventare conflitto. E il conflitto può portare a perdere quello che abbiamo. Ci stiamo solo illudendo. Prima o poi la polvere accumulata sarà così tanta che non riusciremo più a nasconderla ed esploderemo. Lasciando magari l’altro/a sorpreso dalla nostra reazione. Questo non è perdonare. Il perdono è qualcosa di molto diverso.

Il perdono è liberante. Il perdono non significa cancellare il torto che abbiamo subito. Il perdono vero permette però di guardare quel gesto, quelle parole, quell’atteggiamento sbagliati con la libertà di chi sa che l’altro/a non è perfetto e soprattutto che la nostra felicità e il nostro valore non dipendeno prevalentemente da lui/lei. Per questo essere cristiani aiuta tanto. Avere una relazione con Gesù ci permette di avere questo distacco dal male che l’altro/a ci può fare. Per quanto il suo gesto ci possa comunque toccare non potrà mai ferirci profondamente e mortalmente. Perchè noi siamo dei perdonati. E chi è perdonato può anche perdonare. La fragilità che diventa forza.

Chi perdona è consapevole del proprio valore e si sente figlio amato a prescindere da cosa gli altri ci possano fare o dire. Il perdono è liberante anche perchè permette di disgiungere il male da chi lo commette. Se mia moglie, se mio marito mi fa del male non per questo lei/lui è il male. Così il male non ha l’ultima parola. Si può combattere, senza per questo combattere il nostro coniuge. Quell’uomo o quella donna è ancora colui/colei che ho sposato perchè ho visto in lei/lui una meraviglia. Una persona quindi che ha pregi e difetti, capace di farmi sentire amata e che commette errori. Come fare a perdonare così? A guardare il male subito con questo sguardo? Il segreto ce lo ha svelato il Santo Padre durante un’udienza del marzo scorso.

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia!

Udienza Generale del 18 marzo 2020

Saper perdonare non significa però accettere il reiterare di certi comportamenti da parte dell’altro. Questo però è un altro discorso che ho già affrontato in passato (qui il link)

Antonio e Luisa

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Perchè un sacramento se il matrimonio esiste da sempre?

Perchè istituire il sacramento del matrimonio, se il matrimonio esiste da sempre? Il matrimonio esiste da sempre ma è stato riportato al suo significato originario da Gesù che lo ha reso indissolubile. E’ stato rinnovato e ricondotto alla verità. Per questo motivo il matrimonio indissolubile è un sacramento della Chiesa. Cerco di spiegarmi meglio. I sacramenti nascono con Gesù. Non esistevano prima della venuta di Cristo. Cosa sono? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù.

E’ vero che il matrimonio esisteva anche prima, ma non era indissolubile. Anche gli ebrei contemporanei di Gesù avevano la possibilità di ripudiare la moglie. Eppure la Chiesa afferma che il matrimonio indissolubile non è solo una legge da rispettare e magari subire, ma è la risposta a qualcosa che ci costituisce. E’ la risposta ad un desiderio che abbiamo nel cuore. Il matrimonio nasce con l’uomo. E’ raccontato già nella Genesi. Qualcosa quindi che anticipa la venuta di Cristo di millenni. Esiste da sempre. E’ proprio inscritto nel nostro essere sessuati maschio e femmina e nel nostro essere creature sociali e bisognose di relazione. Si potrebbe azzardare che Dio ci ha voluti così, diversi e complementari, proprio per farci sposare. Perchè la differenza diventasse alleanza e comunione. Potessimo sperimentare un amore così profondo e totale da essere una scintilla di quello divino.

Perchè allora istituire il sacramento del matrimonio? Non bastava il matrimonio come si era concepito fino ad allora? Evidentemente no. La risposta arriva da Gesù stesso.

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio»

Matteo 19, 3-9

Gesù non si è messo a dibattere con i farisei sul piano della legge. La legge del tempo consentiva il ripudio. I farisei avevano ragione. Gesù cambia prospettiva ed orizzonte. Gesù dice ai farisei di ascoltare il loro cuore e di leggervi la nostalgia, di amare ed essere amati per sempre, che lo abita. Lo ha detto ai fasrisei e lo dice anche oggi ad ognuno di noi. Si, la legge ci consente di divorziare e di cercare un’altra strada, però sappiamo che il nostro cuore desidera un amore radicale. Desidera essere capace di amare e di essere amato senza condizioni e senza limiti, neanche di tempo. Possiamo essere felici solo se saremo capaci di amare dando tutto di noi stessi.

Gesù conosce l’uomo, conosce la fragilità e la caducità che ci contraddistingue. Conosce quanto possa essere difficile per noi amare la persona che sposiamo per sempre. Per questo ci ha fatto un dono. Ci ha donato il sacramento del matrimonio. Durante la sua passione e morte si è offerto al Padre per noi. La Sua offerta ci ha reso capaci di vivere un amore sponsale che ci riporta all’armonia delle origini. Certo, serve la nostra volontà, la nostra fatica e il nostro sacrificio, ma ora sappiamo che amare per sempre ci è possibile.

Solo così possiamo comprendere la grandezza del nostro sacramento. Abbiamo già detto che per essere felici desideriamo amare ed essere amati totalmente, senza condizioni, senza limiti, senza merito. Non ne siamo però capaci. Gesù ci rende capaci e quindi ci permette di sperimentare un amore divino già su questa terra, grazie proprio al sacramento del matrimonio. Ecco a cosa serve il sacramento del matrimonio. Non ci viene chiesto di dare più di quello che possiamo dare, ma ci viene altresì chiesto di non risparmiarci. Se daremo tutto il resto lo farà Gesù e la Sua grazia.

Antonio e Luisa

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Noi siamo abituati a non accontentarci

In questi giorni di insicurezza, nei quali si assiste ad una crescita esponenziale dei contagi da Coronavirus, si susseguono i consigli dati dagli “esperti” per evitare il più possibile di entrare in contatto con il virus. Abbiamo scoperto che anche il sesso è diventato pericoloso. D’altronde presuppone vicinanza e contatto come nessun altra attività visto che c’è una compenetrazione dei corpi.

Ed ecco che arriva il genio. Potete trovare la notizia su diversi quotidiani. Si tratta di una sessuologa che ha stilato le regole per una sessualità sicura. No, non è il preservativo. Quello ormai è un consiglio da principianti. No nulla di tutto questo. Le regole anticovid sono quattro:

  • Igienizzarsi e igienizzare e la stanza
  • Areare i locali consentendo un ricambio di aria
  • Indossare la mascherina
  • Cercare di stare distanziati per quanto possibile

Ci sarebbe da ridere se non fosse che la dottoressa in questione è drammaticamente serie quando offre questi consigli illuminanti. Questi quattro punti hanno il merito di evidenziare quanto sia povera l’idea di incontro intimo e di sesso di tante persone e addirittura, come in questo caso, di chi è professionalmente occupato in questo ambito.

Capite cosa significa tutto questo? Il sesso viene ridotto ad un po’ di ginnastica, di solito piacevole per l’uomo, meno frequentemente piacevole per la donna. Infatti la dottoressa poi, nell’intervista video che ha rilasciato a Repubblica, ha fatto un esempio concreto di cosa intenda dire: privilegiare gli accarezzamenti, la stimolazione reciproca e il tutto, purtroppo, è necessario farlo con la mascherina.

Detto in altre parole, l’esperta consiglia la masturbazione reciproca, distanziati e con mascherina. Naturalmente niente baci. A meno che non si sia estremamente sicuri della salute propria e del partner. Il tutto diventa, di conseguenza, un mezzo per raggiungere l’orgasmo. Qualcosa di estremamente povero.

Noi sposi cristiani siamo molto fortunati. Abbiamo, o dovremmo avere, una considerazione molto più elevata e grande del sesso. Per noi è un gesto talmente bello e grande da essere addirittura sacro. Un gesto che è aperto alla vita ed è unitivo. Quindi sempre generativo. Generativo di amore, anche quando non si concepisce un bambino.

Attraverso l’incontro intimo noi facciamo un’esperienza concreta dell’unione profonda dei nostri cuori. Il rapporto diventa relazione, i corpi diventano linguaggio e il tutto diventa comunione. Cara dottoressa quello che lei ci propone è sinceramente una proposta molto misera rispetto ai nostri standard. Noi cristiani siamo abituati alla pienezza e alla bellezza. Non siamo solo alla ricerca di un po’ di piacere corporale e superficiale, ma di un piacere pieno che coinvolga sicuramente il corpo, ma che attraverso di esso possa arrivare fino nella profondità del nostro spirito. Noi siamo abituati a consumare il nostro rapporto. Non come lo intende tanta gente. Non deve essere inteso con l’etimologia cumsumere che significa appunto usare e portare a logorio, ma con l’etimologia cumsummare che vuol dire portare a compimento, condurre allo scopo. Portare alla pienezza. Quindi nella sua accezione più nobile. Noi siamo abituati a non accontentarci, cara dottoressa. E se non saremo sicuri della nostra salute, vorrà dire che aspetteremo, perchè non possiamo accontentarci di qualcosa che non sia il tutto.

Antonio e Luisa

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Dio o io?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo 22, 15-21

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare è il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma nel matrimonio faccio da solo. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata solo da me, da quello che mi fa sentire. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà.

Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare valga la pena. Meglio cercare qualcosa di meglio. L’impegno, che una famiglia e una relazione comportano, supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. Quindi la soluzione è chiudere tutto e ricominciare. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione sull’altro/a. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Perchè quella persona che ho sposato non è che un mezzo per avere ciò che io voglio. E’ qualcuno da usare. Come una moneta che riporta l’effige di Cesare. Come le monete che venivano usate per pagare il tributo a Cesare.

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Come le monete che venivano offerte al Tempio. Quelle monete non riportavano l’effige di Cesare ma un segno che rappresentava Dio. Così il fine del mio matrimonio diventa Gesù, e la persona che ho accanto diventa preziosa. La nostra relazione, come la moneta data al tempio, diventa immagine di Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Amo davvero o sono un tappetino?

Una delle obiezioni più frequenti ai miei articoli che spesso raccontano di sacrificio e amore radicale è la seguente: L’amore non è sacrificio. L’amore non può essere in contrasto con la mia dignità di persona e con la mia autostima.

Sono d’accordo, ma solo in parte. Partiamo con il dire che la violenza e le relazioni tossiche non sono mai accettabili. Qui trattiamo storie di famiglie senza questo tipo di drammi, comunque tutte le famiglie sono fragili e con problematiche comuni. Anche quelle cosiddette normali. Come possiamo quindi non calpestare la nostra dignità e nel contempo amare l’altro come lo ama Gesù? Fino alla croce. Non è facile rispondere. La spiegazione non è tanto in ciò che facciamo o non facciamo, ma è importante comprendere perchè ci comportiamo in un determinato modo. Lo stesso atteggiamento può essere segno di dipendenza, ma può essere anche un vero atto di amore gratuito e meraviglioso. Detto in altri termini più diretti: qual è la differenza tra una donna o un uomo tappetino e invece una donna o un uomo capace di amare fino alla fine? Come si fa a comprendere se stiamo davvero amando oppure siamo dipendenti affettivamente dal nostro coniuge?

Credo che sia una questione decisiva. Noi siamo fatti per la libertà e non per la dipendenza. Siamo fatti per la comunione e non per farci come l’altro/a ci vuole, per farci cosa sua. L’amore è possibile quando la relazione è tra persone di pari dignità e valore. Spesso tante persone dipendenti camuffano questa loro fragilità chiamandola amore. Che però non è amore. L’amore è libero. E’ importante comprenderlo.

Torniamo alla domanda iniziale: perchè io decido di tollerare certi comportanti del mio coniuge? Mi pongo io in una posizione di inferiorità? E lui se ne approfitta? Se è così non va bene.

Come capirlo? Ve lo spiego con un esempio. Lo faccio al femminile, ma vale anche per gli uomini. Lui chiede a lei di andare a cena con quella coppia di amici che lei proprio non sopporta. Lui ci tiene tanto. Lei, anche se non vorrebbe, acconsente. La settimana dopo è lei che chiede al marito di accompagnarla al centro commerciale. Lui rifiuta dicendo che non ne ha voglia e che è stanco. La reazione di lei? Si arrabbia perchè lei invece aveva fatto quella cosa per lui anche se le era costata molto.

Cosa possiamo comprendere con questo esempio? Lei sta pretendendo dal marito che lui si comporti da schiavo come lo è stata lei. Che non eserciti la sua libertà di dire che non ne ha voglia. L’amore è un’altra cosa. Non fare le cose per forza. Potreste obiettare: ma lei l’ha fatto per amore, per lui. Sta amando suo marito sacrificandosi. Non è così! Se l’avesse fatto per amore non pretenderebbe di essere ricambiata allo stesso modo. L’amore è gratuito, non pesa quanto si dà e quanto si riceve. Sarebbe stata già ricompensata con la gioia che la sua scelta, che le è pesata, ha donato a suo marito.

Solo da persone libere possiamo fare una vera scelta. Scegliere di dire si e anche dire no. Perchè ciò che ci guida nella scelta non è la paura di generare conflitti e magari di perdere l’altro/a, ma è l’amore stesso, il bene. Così in situazioni più gravi dell’esempio che ho riportato, che è molto banale e comune, come possono essere i tradimenti, io da persona libera, posso nel discernimento decidere soluzioni diverse. Posso comprendere che è giusto separarsi per un po’. Che non significa metterlo/a alla porta, quella resta sempre aperta. Significa fargli/le assumere le sue responsabilità e significa mettere in evidenza come l’altro/a stia svalutando ciò che io sono.

Per noi cristiani è più semplice. Amare davvero il nostro coniuge significa farlo scendere dal piedistallo e mettere sul quel piedistallo Gesù. Ciò ci permette di essere capaci di dire no quando quello che l’altro/a ci chiede è in contrasto con la mia relazione con Gesù. Dire no può essere la soluzione migliore per me, per l’altro/a e anche per il matrimonio. Dire no a volte serve a mettere confini che servono a proteggere ciò che sono che è indispensabile per creare relazione e comunione. Dire no serve a chiedere all’altro/a di prendersi le sue responsabilità nella relazione.

Una volta che tutto ciò è chiaro posso amare fino alla fine. Anche facendo scelte di vero sacrificio per l’altro/a. Sono scelte libere e per questo scelte d’amore. Senza aver chiaro questa dinamica corro invece davvero il rischio di essere solo un tappetino e uno schiavo in una relazione di dipendenza dove non ci può essere vero amore. Corro il rischio di annientarmi o di scoppiare.

Argomento complicato e che non si può esaurire in poche righe. Spero però di avervi dato una base su cui riflettere. Ringrazio Claudia e Roberto di Amati per Amare che con le loro dirette facebook mi hanno aiutato a riflettere su questo tema tanto controverso e importante. Per approfondire cliccate e guardate il video loro insegnamento

Antonio e Luisa

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L’amore si impara facendone esperienza

Oggi vi racconto una favola. Un breve racconto per dire qualcosa sul matrimonio. E’ nato per caso. Cosa rispondere in modo semplice ai figli quando ti chiedono cosa sia la vocazione? E quando ti chiedono perchè ci si sposa? Ecco questa è la mia personale risposta.

C’era un principe di un antico regno. Un regno lontano. Questo principe era figlio di un re molto buono e saggio. Un giorno il re fece chiamare il figlio. Il giovane aveva da poco compiuto i vent’anni. Una volta soli il re si rivolse al figlio e gli chiese: Perchè, caro figlio mio, ti vedo insoddisfatto e  senza pace? Cosa tormenta il tuo cuore?

Il principe, sapendo di non poter nascondere ciò che custodiva nel cuore, rispose: Vedi Padre, tu mi hai dato tutto. Mi hai dato una famiglia. Ho amici fidati. Mi hai fatto studiare il mondo, la storia, la matematica e le leggi della fisica con i migliori insegnanti. Non mi hai mai fatto mancare nulla. Non c’è nulla che desidero che io non abbia già, eppure non ho la pace nel cuore. Non so quale sia il mio posto nel mondo e quale sia il senso della mia vita.

Il padre sorrise e accarezzando la testa del giovane gli diede un compito: Vuoi essere felice? Apri il tuo cuore ad una creatura simile a te ma diversa. Innamorati di una fanciulla e sposala. Non ho nessun altro consiglio da darti. Solo se farai quello che ti ho chiesto  ti dirò ciò che ancora non sai.

Il giovane restò confuso, ma suo padre non lo aveva mai ingannato e si mise alla ricerca della sua innamorata. Dopo un po’ tempo si innamorò davvero. Una ragazza gli rapì il cuore. Dopo un breve fidanzamento si sposarono con la benedizione dell’anziano re.  Il giorno seguente il principe si recò dal padre e voleva avere finalmente la risposta che cercava. Il re sorridendo disse: Calma figlio mio! Vuoi la risposta? Impegnati in questa tua nuova avventura nuziale. Impegnati a fondo ad essere sempre accogliente per la tua sposa. Impegnati per essere sempre pronto per servire lei e l’amore che hai promesso di donarle. Ci rivedremo tra dieci anni e ti darò la risposta che tanto desideri.

Il principe decise di seguire a fondo il consiglio del padre. A volte era semplice. Quando c’era la passione, la complicità e l’intimità tutto veniva naturale, senza fatica. Non sempre era così. A volte non era per nulla facile amare. A volte lei si comportava in modo irritante. Altre volte anche umiliante per lui. Quelle volte lui avrebbe voluto mollare tutto e andarsene. Invece decise di tenere duro e di rispondere solo con l’amore. Non lo fece per lei, ma per la promessa fatta al padre. Chiaro, a volte anche lui sbroccava, ma poi umilmente chiedeva scusa. Così per dieci anni. Tra alti e bassi. Ma più il tempo passava e più i bassi erano sempre meno e sempre meno bassi.

Al decimo anno il giovane, ormai diventato uomo e a sua volta padre,  si recò dal vecchio sovrano. Il padre lo accolse con uno sguardo divertito e furbo di chi sapeva già. Il figlio disse: Mio re non mi serve più la tua risposta. Ho capito da solo. Più facevo esperienza di matrimonio, di questa relazione così speciale, unica, totalizzante e senza fine e più capivo. Ho trovato risorse che non sapevo di avere, ho curato ferite che non credevo potessero essere guarite, ho conosciuto una parte di me che non avrei mai pensato di essere. Ho imparato che le sofferenze e le fatiche si alleggeriscono se vengono condivise. Ho sperimentato che le vittorie e le gioie sono ancora più grandi se condivise con chi si ama. Ho capito finalmente qual è il mio posto e perchè sono in questo mondo. Sai qual è la cosa più divertente e più inaspettata? Ho capito e sperimentato tutto questo quando ho smesso di occuparmi di me per spostare lo sguardo e l’attenzione su un’altra persona. Verso la mia amata sposa. Ora so che non dovevo cercare di fare qualcosa che ancora non avevo fatto, ma piuttosto cercare chi amare e darmi completamente a quella creatura. 

Il re ascoltò con interesse e con voce che tradiva tutta la sua soddisfazione rispose: Bravo figlio mio. Hai compreso il segreto della vita. Non c’è nulla per cui sei al mondo se non l’amore. Avrei potuto dirtelo subito, ma non avresti compreso. Uno dei miei servitori più grandi Papa Giovanni Paolo II diceva al mondo che l’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare. E’ esattamente questo figlio mio. L’amore è quella realtà che si può imparare solo facendone esperienza. Il matrimonio è uno dei modi più belli per farla. Ora che hai capito posso lasciarti il mio regno. Tu sei nato figlio di re, ma solo imparando ad amare nel matrimonio sei diventato degno di ereditare tutto il mio regno.

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L’abito è un dono di Dio

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiediamo a Cristo, il nostro Re, di poter far parte della Sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le Sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e, come sposo fedele e generoso, si prenda cura della nostra famiglia.

Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione ci viene da fra Andrea che ci ricorda che all’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.

Non siamo noi a doverci comprare un abito adeguato a quel contesto regale. Non abbiamo scuse! Non possiamo dire che siamo troppo poveri per amare come Dio ci ama perchè è Dio stesso a darci l’abito fatto per noi. Con la Sua Grazia. Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno.

Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadiamo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

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Le poche cose che contano. Seconda parte.

In questo articolo proseguiamo l’analisi e la lettura in chiave sponsale del bellissimo testo della canzone Le poche cose che contano di Simone Cristicchi. Cliccate qui per la prima parte.

E’ la fatica e la forza di chi sa perdonare. E’ la fragilità che ti rende migliore. E’ l’umiltà di chi non ha mai smesso di imparare. Perdonare è una fatica ma perdonare è anche la nostra forza. Perdonare significa essere capaci di riconoscerci noi stessi bisognosi di perdono. Solo facendo questa fatica di riconoscerci poveri e bisognosi della misericordia di Dio saremo capaci di mostrare misericordia per chi come noi ne ha bisogno e la desidera.

Di chi sacrifica tutto in nome dell’amore. La fedeltà di chi crede che non è finita. La dignità di portare avanti la vita. Non c’è nulla che è più sacro del nostro amore. Solo Dio che ne è sorgente e fine. Il verbo sacrificare evoca una fatica e una sofferenza. In realtà sacrificare significa soprattutto rendere sacro, rendere di Dio. Rendere a Dio ciò che è suo. Il nostro amore nel matrimonio diventa suo. La nostra vita diventa sua. Ed è per questo che la fedeltà può davvero andare oltre la fine di un matrimonio, di una relazione. Quanti sposi continuano ad amare nonostante siano stati abbandonati. Ecco lì in quella scelta, in quella promessa d’amore mantenuta c’è tutta la dignità di chi va fino in fondo di chi sa che non è finita. Una scelta che porterà frutto in questa vita e anche nell’eternità di Dio.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Noi siamo il senso, la ragione, il motivo, la destinazione. Noi siamo il dubbio, l’incertezza, la verità, la consapevolezza. Noi siamo tutto e siamo niente. Siamo il futuro il passato e il presente. Il senso della nostra vita non è il matrimonio. Certo. Però il senso della nostra vita possiamo scoprirlo nel matrimonio. Il senso della nostra vita è l’amore, l’amore vissuto fino in fondo. Solo l’amore crea (cit. don Fabio Rosini), solo l’amore ci offre uno sguardo e un orizzonte eterno. Solo nell’amore possiamo trovare quelle scintille di luce che squarciano il buio del non senso. Quando ci sposiamo prendiamo tutto. Accogliamo il suo passato accogliendo i suoi pregi e i suoi difetti che si sono plasmati nella sua storia. Accogliamo il suo presente donandoci completamente e accogliamo il suo futuro perchè abbiamo promesso di amarla/o fino alla fine della nostra vita senza mettere condizioni o limiti.

Siamo una goccia nell’oceano del tempo. L’intero universo in un solo frammento. Siamo una goccia nell’oceano. Don Renzo Bonetti spiega così l’amore degli sposi. Una piccola goccia esprime bene l’amore che noi siamo capaci di dare. C’è il sacramento che ci permette di tuffarci nell’oceano dell’amore di Dio. Restiamo una piccola goccia ma acquistiamo la forza e la grandezza dell’oceano intero. In noi c’è l’amore di Dio. L’infinito nella finitezza di due creature.

Sono le poche cose che contano. Sono le poche cose che servono. Quelle poche cose che restano. Sono le poche cose che contano.

Antonio e Luisa

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L’amore non possiede.

L’amore non possiede mai. Credo che questa sia una di quelle caratteristiche dell’amore che dovremmo aver sempre presente nella nostra relazione e nel nostro matrimonio.

Non serve arrivare a casi estermi di relazioni tossiche dove c’è dipendenza di uno nei confronti dell’altro/a. No, bastano anche le nostre relazioni normali, dove si cerca di volersi bene ma c’è comunque da fare i conti con il peccato, con il nostro egoismo e con le nostre fragilità.

Quante volte io stesso ho cercato di piegare Luisa alla mia volontà. Quante volte ho cercato di trasformarla come io volevo che fosse. Credo che sia una tentazione che abbiamo forte tutti. Rendere l’altro qualcosa di nostro, qualcosa che risponde al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, ai nostri desideri e bisogni.

Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Genesi 2, 23

Adamo sta dicendo esattamente che Eva è un’altra lui. Riconosce se stesso in Eva. Ma non è così. Adamo nella relazione scopre che Eva è differente da lui. Ed è attratto proprio da questa somiglianza certo, ma anche differenza. Eva ha ciò che a lui manca, e nella relazione con lei scopre davvero chi è lui. Si scopre pienamente se stesso. Lei non sarà mai completamente sua, Resterà sempre un mistero. Facciamo un passo indietro e leggiamo i versetti subito precedenti a quelli già citati:

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.  Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Genesi 2, 21-22

Bellissimo il modo in cui Dio crea la donna. L’uomo viene addormentato, Dio prende una costola e crea la donna da quella costola. Cerchiamo di comprendere alcune dinamiche. L’uomo è passivo. Non ha nessun ruolo. La donna non è creata secondo i desideri dell’uomo, ma secondo il desiderio di Dio. L’uomo non può farne cosa sua. L’uomo non conosce neanche come la donna è stata creata. Stava dormendo. Così come la donna non sa come è avvenuta la creazione dell’uomo. Perchè è importante sottolineare questo? Perchè nella mentalità ebraica conoscere a fondo come sono fatte le cose permette di dominarle. Sapere tutto di qualcosa ci permette di avere un dominio su di essa. Dio non vuole questo.

Quindi, Dio ci chiede di relazionarci profondamente con una persona che ci sia differente e complementare per accogliere il mistero dell’altro/a e non per dominarlo, Quando cerchiamo di dominare stiamo rendendo tutto più povero. Stiamo impoverendo la relazione dove non c’è più uno scambio, non c’è più un’accoglienza vicendevole. Stiamo impoverendo l’altro/a che non è più libero/a di essere se stesso/a, ma deve impersonare il nostro ideale. Stiamo impoverendo anche noi stessi perchè l’altra persona è portatrice di valori, di una storia, di una sensibilità, di atteggiamenti e modi di pensare diversi dai nostri, che possono aiutarci ad aprire i nostri orizzionti ed essere più ricchi attraverso lo sguardo dell’altro/a.

Proprio in questa dinamica fatta di conoscenza, relazione, comunione, che ci porta fuori da noi e ci obbliga a metterci in gioco, possiamo non solo amare, ma possiamo scoprire sempre più chi siamo. Come disse Papa Francesco rispondendo a una coppia di fidanzati nel 2014:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

Incontro con i fidanzati che si preparano al matrimonio, 14 febbraio 2014

Non è forse un compito meraviglioso?

Antonio e Luisa

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