Dio roccia nella tempesta.

Noi due così diversi eppure insieme da quasi 40 anni

Di questi, 10 anni di fidanzamento, dai banchi di scuola, nella stessa classe, l’adolescenza e la maggiore età, i primi impieghi lavorativi. Il tempo trascorso per arrivare alle nozze, fortemente desiderate e Dio fra noi o meglio come roccia su cui poggiare saldamente i nostri piedi consapevoli che quando sarebbero arrivate le tempeste potevamo aggrapparci alla solida roccia e non annegare.

Già, le tempeste.

Arrivarono ben presto e non ce le aspettavamo cosi travolgenti.

I primi figli, due femminucce una dopo l’altra. Il tempo che scorreva veloce e pienamente impiegato tra lavoro e famiglia, la nostra e quelle di origine

Gli impegni lavorativi incalzanti e con il timore sempre presente ed a volte asfissiante, di non farcela ad arrivare a fine mese o di perdere il lavoro stesso.

Per noi due, intanto, troppo poco tempo e in quel poco tanti scontri anche per futili motivi.

La roccia che avevamo individuato fin da prima di unirci in matrimonio ormai l’avevamo persa di vista. Eravamo andati troppo a largo nel mare della vita.

Ci siamo fermati raramente e spesso solo per interrogarci del perché stare ancora insieme noi due così diversi e per questo così distanti

Ognuno voleva affermare se stesso e indurre l’altro ad accettare le proprie pretese

Fra battaglie in veri campi minati e momenti di felicità ed affetto proprio come in campi fioriti, abbiamo voluto resistere ed avere pazienza, attendere che il tempo desse una risposta ai nostri perché. Non abbiamo voluto cadere nella tentazione della separazione, si lontani, distratti ma mai sconfitti

Abbiamo creduto nel nostro amore

Quando poi le nostre figlie, giovani frequentatrici del gruppo giovani della Comunità Missionaria di Villareggia ci hanno invitato ad un incontro con Dio, lo abbiamo ritrovato e capito che Egli non ci aveva mai abbandonato,

Si proprio così, finalmente la risposta ai nostri perché.

Il filmato della nostra vita di sposi era finalmente ben definito. L’avevamo invitato alle nostre Nozze come l’oste che deve portare il buon vino alla festa più importante e non farlo mancare mai. Noi avevamo, negli anni, finito il vino rischiando di bere solo acqua, di perdere la felicità dello stare insieme, di non fare più festa negli attimi in cui ci ritrovavamo, ma Dio è rimasto fedelmente al nostro fianco trasformando sistematicamente l’acqua in vino e la festa ricominciava

Oggi le battaglie continuano e nemmeno l’età ultra matura ha placato le nostre forze nel lottare contro. Sembrerebbe che nulla è cambiato e invece è cambiato tanto.

Abbiamo la certezza che se Dio è presente nella nostra vita di coppia, attraverso la Sua Parola, attraverso l’Eucarestia, grazie anche ad un percorso di formazione di coppie dove costantemente ci confrontiamo e ci sosteniamo a vicenda con le esperienze di ciascuno e con la Preghiera Comunitaria, nulla e’ impossibile, nulla può  fermare il nostro amore, ripartiamo ogni volta che si affievolisce il nostro affetto ed allora si rinnova il miracolo dell’essere più uniti proprio nella nostra enorme diversità.

Già il miracolo. Spesso restiamo meravigliati ed increduli nel sentire parlare di prodigiosi miracoli ma il nostro e quelle di tante coppie che nonostante tutto rinnovano ogni giorno il Si delle loro Nozze per restare uniti per sempre, e’ sotto i nostri occhi e merita davvero di essere gridato ai quattro venti. Ecco allora che il nostro sguardo resta rivolto al cielo per ringraziare Dio del grande dono che rappresenta lei per lui, lui per lei, interpreti del vero Paradiso terrestre.

Marco e Amelia.

Una meraviglia che non finisce!

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Non c’è nulla che ci riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: “Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedeno tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.”

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggetttiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione cha abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Antonio e Luisa

Perché Charlie ha parlato al mio cuore

Il tema della sofferenza, del dolore, spaventa tutti. Ci inventiamo ogni tipo di scusa pur di non affrontare la realtà della vita. Come se evitare di parlare del dolore, relegandolo nel più angusto spazio del nostro cervello, possa in qualche modo esorcizzare le sue infauste conseguenze. L’eutanasia, la così detta dolce morte, è l’ultima delle soluzioni a questo gravoso problema. L’eutanasia è l’ultimo mattone, di un muro più grande, quasi insormontabile, che abbiamo posto tra noi e la sofferenza.

Temiamo la sofferenza perché non la possiamo gestire. Siamo abituati al controllo totale della nostra vita e delle vite degli altri, e non concepiamo nessuna cosa che possa in qualche modo sconvolgere la nostra “tranquilla” esistenza. La sofferenza sconvolge, la sofferenza ci smuove, la sofferenza scuote le nostre coscienze, ci fa porre domande, ci destabilizza, ci fa perdere le nostre sicurezze, siano esse fondate sul mondo o sulla fede.

Charlie ha parlato al mio cuore – Il suo dolore, la sua condanna hanno parlato al mio cuore. Mi ha posto la domanda: “Ma tu Daniele quanto saresti disposto a sacrificare della tua vita? Quanto saresti disposto a perdere? Quanto a soffrire?”

Charlie ha parlato al mio cuore – Perché anche la sua morte non sarà vana nell’infinita sapienza di Dio. Gesù non è sceso dalla Croce eppure era Dio, lui poteva se voleva, ma lui si è offerto LIBERAMENTE per la salvezza di noi figli. Liberamente, nessuno l’ha costretto a salirci, lui poteva scegliere di salvarsi. La sofferenza è il mistero stesso dell’Amore. La gioia, la felicità scaturiscono dalla sofferenza. La resurrezione dalla morte. La luce del sole, dalle tenebre dello spazio. L’arcobaleno, dalla tempesta. La Vita, dal pianto del bambino e dal dolore della mamma.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha fatto ricordare la sofferenza provata quando la mia fidanzata mi ha lasciato, scrivendomi ti odio e mi hai distrutto la vita, quel giorno il mio cuore si è spaccato, e ha pianto di dolore. Quel dolore era sconvolgente, non si poteva commensurare, così come non si può commensurare la morte di un caro, il dolore di un malato terminale, il dolore di due genitori che si vedono strappare il figlio, che tanto hanno amato. Eppure, Dio, è proprio lì, che mi ha preso sulla sua Croce e me ne ha fatto assaporare il sapore dolce e leggero, che solamente con Lui si riesce a provare.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha detto: “Non temere la sofferenza, nulla di questa vita può strapparci dall’Amore di Cristo, né la persecuzione, né la tribolazione. Non scappare da essa, ma accoglila come l’ultimo e il più grande dei doni che Gesù ci ha fatto, per unirci a lui, per renderci carne della sua carne, quella carne martoriata ma traboccante di amore per noi”

Ricordo da bambino quando la maestra delle elementari ci lesse un passo di Elie Wiesel “La notte”, che racconta di un bambino impiccato nel campo di concentramento. Il bambino viene impiccato e uno dei prigionieri esclama: “Dov’è il Buon Dio? Dov’e?” Mentre gli altri due condannati adulti muoiono subito, il bambino rimane a combattere tra la vita e la morte, per mezz’ora, agitandosi e sbattendo i piedi. Ancora il prigioniero esclama: “Dov’è dunque Dio?” E Wiesel, nel suo cuore, sente la risposta: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”

Sì, Gesù è in quel bambino, e Gesù ancora oggi ritorna in tutti gli ultimi, negli emarginati, negli orfani, nelle vedove, nei condannati da questa società, che ha cancellato la sofferenza, e con essa l’Amore…

Charlie non ha perso, ma ha vinto, e con lui Cristo! Questa è la nostra Speranza!

Un amore oltre la morte.

Come seconda parte dell’articolo relativo al matrimonio naturale (qui la prima parte) vi propongo una serie di epitaffi, sarcofagi e tombe relativi a coppie unite da una relazione d’amore (di molti non sappiamo se si tratta di sposi). Iniziamo con un bellissimo epitaffio di Panthia una donna greca del II secolo d.c. E’ stato scritto dal marito:

Panthia, tuo marito ti dice addio. Da quando te ne sei andata, non cesso di soffrire della tua morte crudele. Hera, dea del matrimonio, non ha mai visto sposa pari a te, bellezza, saggezza, castita’ pari alle tue. Mi hai dato figli a mia immagine. Ti sei presa cura dei figli e del marito. Hai retto il timone della vita nella nostra casa, e hai levato alta la nostra fama in campo medico: anche se eri una donna, le tue abilita’ in medicina non erano inferiori alle mie. In riconoscimento di questo, il tuo sposo Glicone ti ha eretto questa tomba. Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’ immortale Filadelfo, e anch’io giacero’ qui quando saro’ morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, cosi’ possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Anche i romani non furono da meno nel raccontare l’amore profondo:

Alla moglie Antonia: Per amor mio, hai attraversato mari e terre e cieli inclementi; attraverso i nemici trovasti arditamente la via; hai sopportato incredibili rigori del cielo, o dolce sposa, diletta all’anima mia. Simile a un fiore nel nome, felice  del nostro legame, casta e pudica, non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore, poiché sciasti  prima del tempo il talamo consacrato

La sola cosa che io posso fare, sventurato, è stringermi a te, cara, nella tomba, fino a che mi resta da vivere. Credo che ciò ti sia gradito, se qualche notizia di noi giunge al Tartaro

Passiamo ora alle sepolture e ai ritrovamenti archeologici più antichi risalenti fino a 8000 anni fa.

Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C. Lui aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe preistoriche disotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Gli amanti di Valdaro abbracciati per l’eternità. Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana.

I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico).

Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia divenne molto popolare..

 

Gli amanti di Modena, mano nella mano. Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni.

L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus. ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. E’ evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente.

modena

Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel 2013 gli scheletri di un uomo e di una donna che si tengono per mano. I resti si trovavano in un cimitero in Romania, nei pressi di Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

romania

Nel 1972, a Teppe Hasanlu, in Iran, è stata fatta scoperta archeologica sbalorditiva.

È stata rinvenuta una tomba con due scheletri. Ma la cosa sorprendente è che la coppia è rimasta sepolta per oltre 2800 anni. Secondo il sito web Rarehistoricalphotos, gli archeologi ipotizzano che i due fossero in fuga durante una guerra.

Quando il villaggio è stato bruciato, la coppia ha trovato rifugio nel bunker in cui sono stati ritrovati. Purtroppo però sono morti per asfissia.

Ma perchè questa scoperta archeologica ha suscitato così tanto clamore? Gli scheletri sono stati ritrovati nella stessa posizione in cui sono morti. I due si sono scambiati un bacio prima di morire, un bacio lungo 2800 anni.

iran

 

Come non citare poi il famoso sarcofago degli sposi etrusco? In realtà ne esistono diversi. Uno è conservato anche al Louvre di Parigi. Questa meraviglia è come un fermo immagine, sembra voler cristallizzare la vita degli sposi in quel momento di unità e serenità,  sembra voler rendere il loro amore eterno,  che supera i limiti della morte.

sarcofago sposi

L’Egitto e la sua famosissima arte funeraria non potevano mancare. Anche in questo caso esistono vari reperti che evidenziano come alcune coppie fossero legate da una relazione forte ed esclusiva. Guardate questa statuetta funeraria. L’immagine esprime un’unione profonda (almeno è quello che trasmette a me). Gli sposi sembrano sostenersi a vicenda mentre si incamminano verso il mistero della morte. Questa statuetta dell’Alto Regno è custodita al Museo del Cairo.

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Potrei continuare per ore, ma mi fermo. Concludo con una bellissima storia d’amore, quella che spiega la costruzione del Taj Mahal. Il Taj Mahal  sorge sulle rive del fiume Yamuna , nelle campagne limitrofe ad Agra ; città nel cuore dell’India settentrionale . L’imponente struttura fu fatta erigere nel 1632 dall’imperatore Shan Jahan , come residenza funebre per commemorare la figura della sua amata moglie Mumtaz-i-Mahal , che , in lingua persiana, significa “luce del Palazzo”.

La donna morì di parto dopo aver dato alla luce il loro quattordicesimo figlio .

La leggenda narra che l’Imperatore , distrutto dal dolore, decise di far costruire questo imponente monumento , a testimonianza del suo amore eterno verso la donna.

La leggenda dice anche che, a causa dell’infinito dolore,  l’imperatore invecchiò nel giro di pochi mesi e che i suoi capelli corvini divennero, improvvisamente, bianchi come la neve.

Si narra ancora che quando Mumtaz-i-Mahal era ancora in vita , aveva ottenuto dal marito quattro promesse ; la prima era quella di costruire un tempio, la seconda quella che si sarebbe  sposato ancora, la terza quella di essere sempre gentile e comprensivo con tutti i suoi figli, ed infine, l’ultima quella di visitare la sua tomba ogni anno, in occasione della ricorrenza della sua morte.

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Come potete intuire la storia è costellata di queste testimonianze di amore autentico, perchè il nostro cuore anela ad un amore così bello, esclusivo, totalizzante e senza fine. Tutto questo desiderio a volte si realizza, e ciò accade in ogni tempo e in ogni popolo, anche quando le strutture sociali e giuridiche hanno costruito altri modelli di matrimonio. Noi cristiani siamo privilegiati perchè Gesù, attraverso il sacramento e la Grazia, ci ha donato tutto per poter vivere un amore così, pieno ed autentico.

Antonio e Luisa

 

Parte dell’articolo è presa dal sito https://centauraumanista.wordpress.com/2014/09/19/abbracciati-per-leternita-romantici-ritrovamenti-archeologici/

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Il matrimonio naturale

Sto preparando una piccola esposizione da portare ad una settimana famiglie dove Luisa ed io presenteremo il matrimonio naturale, come introduzione poi al sacramento. Cosa intendo per naturale? Il matrimonio è primariamente una risposta alle esigenze del cuore di ogni uomo. Ogni uomo, maschio o femmina che sia, desidera essere amato in modo esclusivo (fedele ed unico), per sempre (indissolubile) e totale (anima corpo e cuore) Desidera che quell’amore sia riconosciuto dalla sua comunità e la sua società ha il dovere di tutelarlo. Desidera infine, attraverso quell’amore, generare nuova vita (amore fecondo). Ricapitolando le caratteristiche sono:

  1. UNICITA’ . Scaturisce dal dono totale reciproco e dalla pari dignità dell’uomo e della donna. La poligamia è contraria a questa pari dignità…
  2. INDISSOLUBILTA’. Il dono totale non può essere che per sempre
    La mentalità divorzista nega questa dimensione (se poi va male ci lasciamo…)
  3. FEDELTA’. Un sì autentico a farsi dono totale all’altro ed amarlo ed onorarlo ogni giorno della vita (nella buona e nella cattiva sorte) esclude la possibilità di altre avventure…
    La mentalità della “scappatella” è contraria a questa caratteristica
  4. FECONDITA’. L’atto sessuale naturalmente svolto implica il coinvolgimento di tutta la corporeità, anche nella sua apertura alla vita (capacità riproduttiva). Negarla, come scelta di partenza, impedisce il dono totale reciproco e dunque la nascita del matrimonio stesso
  5. SOCIALITA’. Nel dono totale è implicata anche la dimensione sociale degli sposi.
    Sposarsi di nascosto, fuori dal rito pubblico stabilito dallo stato, significa comprometterla.

e’ lampante che il matrimonio, o comunque una relazione stabile e feconda tra individui di sesso opposto e complementare,  precede Gesù e di conseguenza anche il sacramento del matrimonio che scaturisce dal sacrificio salvifico e redentivo di Cristo. La Chiesa non ha quindi inventato nulla, ha semplicemente elevato l’amore umano autentico  a sacramento, l’amore naturale a soprannaturale con la Grazia di Dio.

Il matrimonio come unione naturale esiste da quando esiste l’uomo. Ha assunto, certamente, modalità, riti, significati e realizzazioni differenti, sempre condizionati dagli usi, dalle tradizioni e dalla cultura dei popoli che hanno abitato il nostro pianeta e la nostra storia, ma per noi credenti resta un solo modo di realizzare il matrimonio in pienezza, ed è quello cristiano che soddisfa  tutte le esigenze del cuore, come detto in precedenza.

Ho cercato delle prove per sostenere quanto affermo. Nella storia ci sono decine di esempi di società e popoli con matrimoni poligami, anche nella stessa Bibbia, ma anche in questi casi si può notare come la nostra profondità di uomini, la nostra natura umana, ci spinga ad un solo tipo di amore sponsale: l’amore delle origini, del giardino dell’Eden, di Adamo ed Eva. L’uomo come per tutte le cose ha inquinato questa verità originaria, assumendo spesso valori diversi che però non permettono un amore autentico e pieno. Per quanto riguarda il popolo d’Israele è bene ricordare, sono gli stessi rabbini a dirlo, che alle origini la poligamia non era permessa, Noè non era poligamo. Poi per varie motivazioni, prima fra tutte la discendenza è stata legittimata. Abramo, Giacobbe, Davide e Salomone e molti altri avevano tutti più mogli, ma in principio non era così.

Ho fatto una ricerca interessante. Spesso per capire qualcosa dei popoli del passato si guardano le tombe. Esistono tantissimi casi di tombe in cui hanno rinvenuto scheletri di coppie abbracciate. Esistono tantissimi casi di sarcofagi di coppia. Questo per dire che la società poteva anche permettere matrimoni poligami, ma nel cuore dell’uomo di qualsiasi luogo e tempo emergeva il desiderio di un amore unico, eterno, fedele e totale, e quelle tombe sono lì a memoria di questo. Anche nei matrimonio poligami, a dirla tutta,  esiste sempre una preferita, le altre di solito rivestono il ruolo di concubine. Padre Muraro, teologo molto conosciuto scrive su Famiglia Cristiana riguardo la poligamia:

Ognuna si sente una delle tante, o addirittura in second’ordine dopo la favorita. L’amore richiede per sua natura libertà, totalità ed esclusività. L’uomo deve poter dire alla donna amata: sono tuo, solo tuo, tutto tuo, per sempre, e la donna deve poter dire la stessa cosa al suo uomo. Allora e solo allora è amore. Per questo la Chiesa non ha mai accettato e continua a non accettare la poligamia.

La donna, anche se accetta volontariamente il matrimonio poligamico, non è realmente libera nella scelta e vivrà sempre una condizione interiore di sofferenza e di gelosia perchè rinnega, o cerca di farlo, ciò che è invece fondante di un amore autentico: la totalità,l’unicità e la fedeltà. Ecco la testimonianza di una donna fuggita dalla chiesa mormone e dal suo matrimonio poligamico che mette in luce benissimo la sofferenza a cui queste donne sonno portate:

Perché nella poligamia, le dinamiche che si sviluppano in una casa sono basate sul fatto che gli uomini sono dio e le donne, costrette a dividersi lo stesso uomo, diventano brutali.

In ogni caso le tombe non mentono. Ci parlano di amore tanto forte da voler oltrepassare la morte, dove gli sposi vogliono restare uniti anche nella morte. Come afferma il Cantico dei Cantici: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore.

Fine prima parte. Con il prossimo articolo farò una carrellata delle tombe più interessanti e famose.

Antonio e Luisa

“…perché l’amore con cui mi hai amato, sia in essi e Io in loro.”

La preghiera di Gesù, contenuta nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, mi è sempre piaciuta molto e in particolare questo versetto risuona spesso in me. Alcuni giorni fa ho letto un articolo di Costanza Miriano, che si rivolgeva ad un’amica in occasione del matrimonio di quest’ultima. E’ una lettera molto bella, che dice tanto dell’amicizia che ci può essere tra famiglie cristiane. Vi lascio il link così potete leggerla https://costanzamiriano.com/2017/06/24/cara-benedetta/

Mentre scorrevo queste parole di benedizione subito le ho collegate al versetto 26 del capitolo 17 e si formavano nella mia mente tanti volti familiari e sorridenti, i volti dei miei fratelli, di quelle coppie che con gioia, con la loro testimonianza ci stanno vicino ogni giorno, sono amicizie fraterne importanti perché ci dicono incessantemente di questo amore del Padre che Gesù ha voluto restasse in noi. Io credo che questo sia uno dei modi più diretti, dopo l’Eucarestia, di vivere questo sentimento profondo che Gesù ci ha testimoniato con la sua vita. Nei momenti di difficoltà essi sono stati un “muro di bronzo” difronte al nemico, porto sicuro e fresco ristoro per l’anima. Lo stesso, la gioia ha un sapore indescrivibile quando viene condivisa con loro.

Ogni famiglia – una coppia aperta alla vita è già una famiglia – dovrebbe adottarne un’altra, perché è importante avere come famiglia altre famiglie intorno che ti dicono voi – non tu e Federico, ma proprio voi due, una carne sola – siete importanti per noi, ed è importante che siate sostenuti nella fatica, quando arriverà, e nella gioia, perché sia resa a sua volta feconda per altri.

Questo è un passaggio bellissimo, dove io ci vedo tanto Costanza e il suo modo di essere sorella ai tanti che le stanno intorno, vi invito a seguire questo suo consiglio e vi posso dire della bellezza e della profonda gratitudine nell’essere scelti come coppia che accompagna, noi con tanti nostri limiti e il nostro essere imperfetti, siamo una piccola luce per alcuni amici, portando la nostra fatica quotidiana, ma cercando di viverla in Cristo ed essendo consapevoli che nel giorno del nostro matrimonio abbiamo promesso “con la grazia di Cristo…”.

Se mi sposo in Chiesa che mai potrà succedermi?!

Articolo scritto per il blog Amati per amare www.amatiperamare.it E’ deciso ci sposiamo l’8 dicembre del 2005, ad Assisi dopo 2 anni di fidanzamento casto. Ci sposiamo in Chiesa e celebrano tre frati. La Chiesa è il nostro porto sicuro. Apposta ci sposiamo in Chiesa, per avere certezze e le benedizioni giuste! Del resto siamo cristiani, abbiamo fatto un lungo cammino, corso per fidanzati, corso prematrimoniale, ritiri vari, padri spirituali, che mai ci potrà succedere?! Non avevamo capito assolutamente niente del passo che stavamo facendo e della consacrazione che stavamo abbracciando.

Una convinzione che spesso ci portiamo dietro dal fidanzamento al matrimonio, è che noi cristiani siamo intoccabili dalla separazione o dal divorzio. Siamo intoccabili dalle crisi pesanti. Il corso di preparazione al matrimonio lo abbiamo fatto con don Fabio Rosini. Durata circa 4 mesi con ritiro finale. Non ha fatto altro che cercare di dissuaderci dallo sposarci. Strano. Di solito un prete cerca di convincerti. Lui no. Lui, urlava che il 67% delle coppie laziali si separano. Che anche se sei cristiano e fai un cammino non hai idea di cosa combinerà tuo marito fra vent’anni, di come diventerà tua moglie fra dieci. Tradimenti, perversioni, violenze. Uno strazio di prospettiva. Una prospettiva con cui tutti dobbiamo fare i conti perché il matrimonio cristiano è indissolubile. Allora che significa che se ti sposi in Chiesa devi prenderti botte o tradimenti? Assolutamente no. I problemi vanno affrontati umanamente e spiritualmente in percorsi opportuni. Quello a cui voglio rendere testimonianza oggi è cosa ho vissuto nel mio matrimonio e come ho attraversato momenti in cui ho creduto che il Signore mi avesse mentito e fregato. Momenti in cui la crisi personale e di coppia sembrava avere la meglio su tutto. Don Fabio ci diceva che se non avessimo curato il nostro matrimonio come qualcosa di fondamentale più del lavoro, della realizzazione personale, della stabilità economica, più dei figli, degli hobbies, degli amici, non eravamo immuni dalla crisi o dalla separazione. Io invece ho cominciato il mio matrimonio prendendomi cura di me. Perché prima di allora forse non lo avevo mai fatto e questo mi ha portato a concentrarmi unicamente e completamente su di me perdendomi l’altro. In tutto questo ero anche agevolato da una moglie disponibile a farmi prendermi questa libertà. Nella Bibbia Dio ci dice che è nostro scudo, nostra difesa e nostro aiuto ma questo non vuol dire che siamo esenti da dolori, sofferenze e prove. Soprattutto le prove, quelle in cui sei chiamato a scegliere, e a prenderti la responsabilità del tuo peccato o del tuo amore. NEMMENO DIO TI PUO’ TOGLIERE LA RESPONSABILITA’ CHE HAI DI CUSTODIRE IL TUO MATRIMONIO!!! E tutti quei cristiani ferventi che si sono sposati in chiesa e si sono separati?! Che è successo Dio li ha abbandonati?! Un Frate mi diceva che Dio senza di te non ti salva! Questa storia della libertà e della responsabilità all’inizio del mio cammino non la capivo. Ero ancora immaturo e preferivo pensare a Dio come uno che fa al posto mio: io sono la nave e Lui sta al timone, fa tutto Lui, guida lui e io mi rilassi. Quando mi sono sposato non passa neanche un mese e si scatena l’inferno. Il nostro matrimonio comincia ad andare a picco: litigate feroci, incomprensioni estenuanti. Sembrava che parlassimo due lingue diverse non riuscivamo a comunicare e a capirci. Ci stavamo facendo veramente male. Non c’era quasi più nulla di quella fighissima coppia sposata ad Assisi nel coro degli angeli, fra frati e suore. E Dio dove sta? S’è preso una vacanza da noi?! Mio rifugio… mia salvezza… parole che non mi dicevano più nulla. Dio è rimasto li a guardare come un sadico e non interviene per cambiare le cose. Mi sento abbandonato ma soprattutto incompreso. Soffrivo profondamente ma non lo davo a vedere (come la maggior parte dei maschi che non devono chiedere mai!). Vivevo un dolore e una sofferenza incredibili e pensavo che fosse mia moglie la causa! Sarei voluto fuggire. E forse certe volte lo facevo. Fuggivo da lei, dalla relazione, dal dialogo, perché esisteva solo il mio disagio, le mie esigenze e ciò che sentivo. E se fosse una grazia?! Dice don Fabio Rosini. E se in quello che ti sta capitando non c’è nulla di sbagliato ma è Dio che sta cercando di parlarti e farti diventare uomo? Oggi vedo questa parola come un dono ma lì e allora, quello che mi stava capitando era una tortura. Non si è trattato di mesi ma di anni. Ci sono voluti anni prima di realizzare quel desiderio che avevo condiviso durante il nostro matrimonio in una pubblica testimonianza. DIVENTARE UN VERO UOMO. Ma per fare un vero uomo ci vuole una VERA DONNA. Così grazie alla caparbietà di mia moglie che ha saputo affrontare la nostra crisi senza arrendersi mai, andando oltre il suo e il mio dolore, oltre le feroci litigate, oltre le ragioni, abbiamo recuperato il nostro matrimonio. Ci siamo fatti aiutare spiritualmente e umanamente prendendo in mano la nostra vita e ho dovuto con molto dolore vedere come i miei Peccati e le mie difficoltà affettive pesavano su Claudia. Gradualmente ho cominciato a scorgere la presenza di Dio che è l’Emanuele Dio-con –noi, che non stava affatto a guardare, ma mi stava aspettando, e mi stava dando il tempo di capire che cosa significasse realizzare quel mio desiderio: diventare un vero uomo, uno che sta al timone della propria famiglia prendendo responsabilità di sé e dell’altro. Mi mostrava le mie ferite, e la mia incapacità di tenere il peso di mia moglie proprio quando lei ne aveva più bisogno. Io l’amavo ma non sapevo dimostrarlo, non scorgevo le parole, i gesti giusti che potessero farla sentire amata. Perché ero troppo preso da me stesso e dalle mie ferite. Tutto preso dal mio desiderio di riscatto, non avevo capito che sposarsi è consacrarsi a Dio nell’amore a quella donna e a quell’uomo, per tutta la vita. Farla sentire amata ogni giorno. Ma per fare questo passaggio avevo bisogno di sentirmi amato e voluto bene in quel buco nero affettivo che la mia storia aveva creato. Un vuoto che ne Claudia ne nessun altro può colmare. Solo Dio. A volte le nostre ferite ci portano ad arrogarci il diritto di essere amati e questo ci fa perdere lo scambio e la reciprocità. Si chiama ferita narcisistica. Ci chiude in noi stessi e si esclude l’altro dall’amore, mentre per noi pretendiamo tutto. Lavorando con una psicoterapeuta su quelle ferite ho trovato me stesso, mi sono rinnamorato di Dio in modo adulto, non come un bambino che frignava, ma un uomo che desidera una relazione. Ho cominciato a guardare mia moglie scoprendo che IL MATRIMONIO E’ UNA MIA RESPONSABILITA’. La mia responsabilità è stato scegliere di curare le mie ferite piuttosto che scaricarle nella relazione con mia moglie o di lasciarla per dare libero sfogo alle mie rivalse. E la tua responsabilità qual’è?! Pensaci. Scegli BENE. La Grazia di Cristo mi ha accompagnato facendomi incontrare le persone giuste e i percorsi adatti a me. Si un matrimonio cristiano può finire! Nessuno è esente a questo rischio. Perchè siamo liberi, LIBERI DI SCEGLIERE che il male, il peccato e il dolore abbiano l’ultima parola. Se non curiamo il nostro rapporto con Dio, con noi stessi e con nostra moglie o marito, se non ci rinnamoriamo di Dio vivendo da FIGLI AMATI non sapremo mai di cosa abbiamo veramente bisogno per vivere una vita piena e nella gioia. IL MIO MATRIMONIO PUO’ DURARE TUTTA LA VITA se riverso tutto l’amore di cui sono capace su Claudia, se la metto al primo posto, se mi prendo cura di me per prendermi cura di lei. Non c’è bisogno di essere forti, ma di essere alleati con IL FORTE (cit. D. F. Rosini) e avere il coraggio di scegliere affrontando i problemi, perché la VITA e l’AMORE abbiano l’ultima parola.

Claudia e Roberto.

Tutto il matrimonio in un quadro

quadro

Questa opera è intitolata: Ritratto dei coniugi Arnolfini. E’ stata dipinta da Jan Van Eyck nel quindicesimo secolo nelle Fiandre. Rappresenta un matrimonio celebrato secondo gli usi dell’epoca. I due coniugi si scambiano le promesse nella loro abitazione e davanti ai testimoni (che si vedono riflessi nello specchio) e poi andranno in chiesa a ricevere la benedizione del sacerdote.Sacerdote cattolico, siamo ancora prima della riforma. Diciamola tutta. Questo quadro non  spicca, non lascia senza parole come altri di quel tempo. Eppure nasconde un tesoro ai profani come me. Racchiude in un’immagine tutte le caratteristiche del matrimonio naturale e di conseguenza anche del sacramento. L’amore sponsale per essere autentico necessita di soddisfare quelle che sono le esigenze del cuore di ogni uomo. Cosa possiamo intuire da questo quadro? Prima di tutto osservate le mani che si tengono e che con le braccia formano un’unica forma geometrica, una parabola composta dal maschile e femminile che si completano in una diversità complementare e armoniosa. Ci ricordano l’indissolubilità e l’unità. Un amore che non ha termine e condizione. Da quel momento siamo legati per sempre a quell’uomo e a quella donna. Chi non si sposa con questo desiderio del cuore: che non finisca mai?

La seconda esigenza del cuore è la fedeltà. Nel dipinto a ricordarcelo c’è il cagnolino ai piedi dei due. La fedeltà si lega all’indissolubilità. Con il matrimonio abbiamo fatto dono di noi ad una persona. Dobbiamo essere capaci di esserci sempre anche nella cattiva sorte. E’ quello che l’altro/a si aspetta da noi accogliendo la nostra promessa ed è ciò di cui ha bisogno per sentirsi amato e non usato.

Terza caratteristica è l’unicità.  Un solo uomo e una sola donna. Nel dipinto si vedono solo i due sposi.

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I testimoni sono presenti ma sono visibili solo riflessi nello specchio, come a renderli presenti ma non facenti parte di quell’unione così intima e così forte. I testimoni sono però necessari.

Quarta caratteristica è infatti la socialità. Il nostro matrimonio, la nostra unione non è solo un fatto privato ma è una realtà che investe tutta la comunità e la società civile. Per questo lo stato deve tutelare con le sue leggi il matrimonio.

Ultima caratteristica, non certo per importanza, è la fecondità. La rotondità del ventre della sposa è un augurio di fertilità, una nuova vita imminente. Il rapporto sessuale è l’assenso del corpo al dono totale e al tempo stesso esperienza sensibile della fusione degli sposi.

Simbolo molto interessante si può notare dietro le mani dei due coniugi che si stringono per testimoniare la loro unione. Spunta l’estremità di una sedia che raffigura un personaggio diabolico. Quello è Asmodeo, il demone che vuole  dividere e separare gli sposi, uniti sacramentalmente da un vincolo sacro.

Cos’altro ci dice di interessante il quadro? Gli sposi sono scalzi, gli zoccoli di lui e le scarpe di lei sono posati sul pavimento. Si sono tolti le calzature come quando si calpesta un luogo sacro, in questo caso la loro casa, luogo della loro intimità, luogo dove vivranno la loro relazione e dove porranno il talamo nuziale. Sopra di loro c’è un candelabro con una sola candela accesa. Questo era un segno tradizionale fiammingo. Una candela sola accesa il giorno del matrimonio e le altre da accendere durante il percorso della loro vita comune, in una relazione da rinnovare giorno per giorno.

Antonio e Luisa

Il love finder è la Chiesa

Qualche tempo fa stavo sistemando la parabola sul terrazzo di casa. Per chi non è pratico deve sapere che è’ un’impresa quasi impossibile cercare di puntarla nel modo giusto perchè riesca a captare i segnali del satellite. Ci sono tantissime variabili, longitudine latitudine, angolo di elevazione e azimut. A complicare tutto si aggiunga che il segnale per essere visibile deve essere perfetto e quindi anche un centimetro di scostamento rende inutilizzabile l’antenna. E’ necessario quindi avere un piccolo aggeggio, il sat finder, che permette con facilità di trovare il giusto puntamento senza possibilità di fraintendimenti od errori. Anche noi nella nostra coppia abbiamo bisogno del sat finder per sintonizzare la nostra relazione e il nostro amore, e aderire  a Gesù e al suo modo di amare. Il nostro sat finder, o meglio love finder, è la Chiesa, la sposa di Cristo. Sono andato avanti per anni con in mano la mia bussola cercando di sintonizzare il mio io personale (corpo anima e cuore) con la volontà di Dio. Ho provato per anni affannandomi e non concludendo nulla perchè cercavo nel posto sbagliato, con le modalità sbagliate, le cose sbagliate. Cercavo qualcosa che mi soddisfacesse, quindi puntavo la parabola, le mie attenzioni, verso me stesso. Non trovavo nulla se non delusioni perchè nessuno avrebbe potuto mai riempire il mio desiderio d’infinito. Ero come quei costruttori del salmo 26: Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori.

Poi ho capito che da solo non ce l’avrei mai fatta e ho chiesto aiuto, ho preso coscienza di essere parte del corpo mistico di Cristo, della Sua Chiesa. Il mio sat finder è la Chiesa. Il nostro sat finder è la Chiesa. Siamo una famiglia, piccola chiesa nella grande Chiesa. La Parola, il magistero, i pastori, i fratelli e soprattutto i sacramenti e la Grazia mi hanno permesso di spostare la parabola e puntarla verso la mia sposa. E’ li che Dio si fa trovare, è li che nell’aprirmi e nel donarmi a quella creatura non trovo in lei un amore infinito che possa riempirmi, ma lo trovo con lei e attraverso di Lei. Trovo quella sorgente che disseta e da senso a tutto. Più riesco a vivere un amore fedele, gratuito e misericordioso  e più il segnale è forte e l’immagine di Dio è luminosa.

Antonio e Luisa

 

I Santi, testimoni e compagni di Speranza

Oggi riporto per intero l’udienza del Papa di mercoledì 21 giugno. E’ un capolavoro. Da leggere e meditare. Non mi permetto di aggiungere nulla.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi. Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi. Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio. La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.

I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.

Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse. Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.

Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.

E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.

Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.

È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.

Grazie!

Il Padre Nostro della coppia

Padre nostro che sei nei cieli

Sei nostro padre, a te possiamo alzare lo sguardo quando non vediamo soluzioni, quando non ci bastiamo, quando ci sentiamo piccoli e deboli e la vita ci mette di fronte a muri che sembrano invalicabili. Noi non siamo soli a batterci per il nostro amore e la nostra famiglia, tu sei con noi e ogni giorno, se solo facessimo più attenzione, potremmo scorgere la tua mano e il tuo sostegno nella nostra vita.

Sia santificato il tuo nome.

Tu hai scommesso su di noi, ci hai consacrato ad essere tuoi strumenti, attraverso noi hai voluto mostrare al mondo il tuo amore. Rendeci capaci e degni di questo compito arduo ma meraviglioso. Non farci mai mancare la tua Grazia e usaci per i tuoi disegni.

Venga il tuo regno.

Aiutaci ad essere tuoi figli, vogliamo essere tuoi, appartenere al tuo regno, al regno dell’amore. Aiutaci a liberarci dal giogo dell’egoismo e farci pane spezzato l’uno per l’altra.

Sia fatta la tua volontà.

Aiutacvi a comprendere che siamo piccoli e non riusciamo a vedere oltre il nostro orizzonte che spesso è molto limitato. Aiutaci ad accettare ciò che la vita ci preserva e a farne occasione per unirci ed amarci ancora di più. Aiutaci ad abbandonarci a te, nelle tue braccia, soprattutto quando il mare in cui navighiamo è tempestoso e rischiamo di affondare.

Come in cielo così in terra

Si perchè se riusciamo a vivere questa perfetta letizia del docile abbandono a te, saremo in grado di vivere nella pace e nell’amore indipendentemente da tutto e da tutti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Dacci il nostro pane, frutto del nostro lavoro e aiutaci a trovare un lavoro se non l’abbiamo. Ma questo non basta. Abbiamo bisogno del pane per lo Spirito. Ascolta questi umili sposi e colmaci della tua Grazia, del tuo amore che salva e che rimargina le nostre ferite.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Grazie Signore. Se siamo capaci di perdonarci e superare il male che ci facciamo, i peccati che vogliono dividerci, le fragilità che non ci permettono di donarci in pienezza e perchè tu ci hai perdonato per primo, tu ci hai guardato con quello sguardo di meraviglia e di desiderio come nessuno ci ha mai guardato e questo è nutrimento per il cuore, è balsamo che cura. Grazie a quello sguardo siamo capaci di vedere nell’altro/a ciò che tu vedi.

Non ci indurre in tentazioni ma liberaci dal male.

Le tentazioni sono tante, abbiamo tante povertà, tanti punti deboli. Lussuria e invidia nello sguardo, avarizia nella tenerezza, superbia nel giudizio, gola nei piaceri, ira nei sentimenti e accidia nell’atteggiamento. Ognuno ha il suo, ma tutti abbiamo bisogno del Tuo sostegno per combattere le nostre debolezze che possono distruggere come le piccole volpi del Cantico dei Cantici il nostro matrimonio.

Amen

 

 

Una misericordia che fa male!

La parola misericordia credo sia la più abusata dopo la parola amore. Papa Francesco, secondo il mio avviso, sta portando avanti una rivoluzione nella Chiesa. Ha compreso che non si può più proporre dogmi, leggi e magistero così, calandoli dall’alto o, come dice lui, mettendo pesi insostenibili sulle spalle dei fedeli che non riescono a portare, perchè non ne capiscono il senso. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, vuole partire da ogni persona, dalla sua storia, dai suoi problemi, dalle sue ferite e i suoi errori, per accompagnarla e portarla alla pienezza. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il pontefice ha lanciato ai suoi preti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di peccato. Come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Alcuni giorni fa in un’omelia un sacerdote, a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire all’omosessuale che Dio lo ama, ma solo nella castità sarà felice. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria ma Dio mi voleva figlio di Re.

La Chiesa deve avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata.

Antonio e Luisa

Ritrovate il centro!

Secondo le statistiche sono in forte aumento i divorzi tardivi, quelli che avvengono dopo oltre 20 anni di matrimonio. Perchè questo fenomeno? Secondo la mia esperienza non è difficile comprenderne i motivi. Ci si è persi di vista, non ci si riconosce più, si vive accanto ad un estraneo/a. D’altronde si è vissuto il matrimonio come una piccola biglia che rotola su un piano inclinato. Inclinato in modo impercettibile, ma abbastanza per farla rotolare, senza nessuna spinta se non la gravità. Ed è così che in tanti matrimoni si perde di vista ciò che costituisce l’unione, il fondamento. Si hanno figli e i figli diventano il centro del matrimonio. Ogni attenzione è per loro. Non esiste più la coppia, esistono mamma e papà. Le attenzioni sono tutte per i pargoli e presto anche le soddisfazioni saranno ricercate solo nel ruolo genitoriale. Si vive in casa, insieme, ma non più come coppia, ognuno con il suo ruolo ben definito e costruito intorno ai figli. Abbracci, baci, tenerezze saranno tutte per i figli e non ci sarà più tempo e voglia per dedicarle anche al coniuge. Sempre più distanti e anche sessualmente diventerà un disastro. Non ci si cercherà più e quando uno dei due proverà un approccio otterrà una risposta fredda e distaccata. Di solito colui che soffre maggiormente questo deserto affettivo sessuale è l’uomo che cercherà in altro modo di soddisfarsi sessualmente. Le prostitute possono confermare che la maggior parte dei loro clienti sono uomini sposati con figli. Una tristezza e una povertà incredibili. La donna più facilmente troverà compensazione affettiva nel rapporto materno. Come in un piano inclinato il tempo passa e la biglia continua a scendere sempre più veloce. I pargoli crescono, diventano grandi e se ne vanno di casa. Ed è in quel momento che scoppierà la crisi, che ci si renderà conto di essere rimasti soli, che la persona che abiterà la nostra casa non la conosceremo più e non la vorremo perchè il nostro cuore sarà diventato impermeabile a lui/lei. Non resterà che dividersi e prendere ognuno strade diverse. Ormai senza che ce ne potessimo accorgere la biglia sarà scesa troppo in basso e non ci sarà più possibilità di recupero. Eppure sarebbe bastato poco per interrompere subito quella discesa. Sarebbe bastato mantenere la bussola della propria vita, il centro della propria vita verso l’altro/a, verso colui/colei che Dio ci ha donato per poter imparare ad amare e farci dono. Perchè mantenere la bussola fissa verso il proprio coniuge significa mantenerla indirizzata verso Dio che si è voluto far trovare nella relazione sponsale con quella persona. Attenzioni, tenerezze, baci, abbracci devono essere primariamente per lo sposo e per la sposa e solo dopo, da quell’amore che ne scaturisce, attingere per riempirne anche i nostri figli. I figli sono il frutto del nostro amore non il centro e desiderano essere amati da quell’amore che è relazione dei due sposi e non sostituirsi ad uno di loro.

Antonio e Luisa

 

Attraversare il deserto

Vorrei riprendere la prima lettura di domenica scorsa.

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile;
che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima;
che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Il mio matrimonio è esattamente questo. Una ricerca di senso, la ricerca dell’amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità a sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Ho abbandonato le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie e non permettevano di essere legggeri e aperti a Dio e all’altro. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola a forma di cuore, che nascondeva però  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e frsgile come me. Il matrimonio ha molto in comune co l’Eucarestia, il corpo di Cristo che si fa cibo. Sono entrambi sacramenti dove Gesù si lascia mangiare da noi. Nell’Eucarestia direttamente prendendo la forma del pane e del vino, mentre nel matrimonio si lascia mangiare e trovare attraverso la mia sposa e nel suo’abbandono fedele e incondizionato quasi a lasciarsi mangiare da me.

Antonio e Luisa

Pregare è anche fare con amore!

La preghiera non è solo quella trascendente, quella davanti all’Eucarestia, quella in cui ci ferma con le mani giunte e chiudendo gli occhi ci si mette in relazione con il profondo di sè per trovare Dio. Esiste un’altra preghiera non meno importante. Cercare di fare con amore le piccole cose di ogni giorno. Quando si hanno bambini piccoli, noi ne sappiamo qualcosa avendone avuti 4, si fa fatica a trovare il tempo per la preghiera personale e di coppia. Ci si riduce a pochi momenti quando cala la palpebra per il sonno e si blatera qualcosa. Mi sono divertito per anni a cercare di decifrare quello che pronunciava Luisa durante il rosario della sera. Al terzo mistero cominciava ad scandire  parole senza significato fino a che non crollava addormentata. Non importa. Quello che importa è pregare durante il giorno in quello che facciamo. Cambiare il pannolino al bambino, preparare la pappetta, aiutare con i compiti, riordinare la casa, lavorare, accompagnare e tutte le ulteriori centinaia di impegni che caratterizzano la nostra giornata di genitori lavoratori possono essere preghiera quando sono offerti a Dio. Non dobbiamo pensare che hanno valore solo le grandi imprese ma la santità di noi sposi è fatta di piccoli gesti quotidiani resi grandi dall’amore che ci mettiamo nel farli. Luisa che torna a casa dal lavoro e si mette a cucinare e mi accoglie con il sorriso quando torno non è qualcosa di ordinario e di scontato ma è qualcosa di grande, che se ci rifletto un attimo c’è veramente da commuoversi e ringraziare Dio per il dono di questa donna che è entrata nella mia vita per aiutarmi ad arrivare alla meta, a Lui. Ci sono tanti esempi che penso ognuno di noi possa trovare nella propria storia e nel proprio matrimonio. Tante preghiere elevate a Dio non con la voce o con il raccoglimento ma con un tenero abbandono a Lui e alla fatica, perchè l’amore è fatica e impegno, ma non una fatica che distrugge ma che rende tutto più bello e pieno.

Antonio e Luisa

Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio.

Oggi termino la riflessione sulla Parola di qualche giorno fa. Dopo aver declinato alcune mie esperienze e convinzioni sullo sguardo e sul desiderio, ora prendo in considerazione un altro passaggio, secondo me, molto interessante. Gesù dice:

Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio;
ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Me lo sono sempre chiesto. Perchè c’è un prima e un dopo Gesù? Perchè la legge permetteva di ripudiare la propria moglie? Non era sbagliato prima di Gesù? Perchè Gesù ha cambiato una legge radicata nella società e nella cultura del suo popolo?

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie all’atto di ripudio poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educare per condurre l’uomo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portara a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.
E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio;
ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Volevo soffermarmi su due punti fondamentali della Parola di ieri. Uno spunto troppo interessante ed intrigante per non dire nulla e non provocare una riflessione personale.

“Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore”.

Desiderare è forse peccato? Il desiderio non è forse una forza positiva e quindi che viene da Dio? Il desiderio è buono ma solo quando anche lo sguardo è buono. Se io ho nel cuore il desiderio di possedere quella donna, di farne cosa mia, sottomessa al mio interesse e alla mia volontà, sto commettendo peccato. Non ho lo sguardo d’amore verso quella persona, ma lo sguardo che oggettivizza. Non sono capace di scorgere in quella persona il mistero che si cela in lei ma ne vedo solo la convenienza e l’utilità del momento per appagare un mio bisogno o pulsione. Lo sguardo puro non è innato. Siamo inquinati dal peccato originale e da una cultura molto individualista e erotizzata. Siamo portati negli anni a sporcare il nostro cuore e il nostro sguardo sempre più e non siamo più capaci di guardare con amore ma solo con gli occhi del rapace che vuole rubare e usare. Spesso guardiamo una donna, io l’ho fatto per anni, non nella sua integrità di cuore, spirito, corpo, dolcezza, delicatezza, sensibilità, femminilità e tutte le doti dello spirito e del corpo che la caratterizzano, ma solo come corpo, o peggio a volte come parte anatomica del corpo. Trasformiamo la persona, figlia di Dio e mistero di grandezza, in un pezzo di carne. Questo è un peccato gravissimo che il nostro tempo ha derubricato, ma che ci impedisce di vivere in pienezza e profondità l’amore. Un sacerdote, a noi molto caro, ha sdoganato i rapporti prematrimoniali a coccole tra fidanzati. Povero illuso, forse ha un cuore troppo puro e troppa poca esperienza diretta, per capire che quelle “coccole” sono la concretizzazione di quello sguardo fatto di egoismo e concupiscenza che non fa certo bene alla relazione dei fidanzati. Solo una continua educazione del cuore e dello sguardo unita alla Grazia di Dio, può permetterci di recuperare uno sguardo puro e di conseguenza un desiderio buono, gradito a Dio, che ci indirizza alla vita vera e all’amore autentico.

Vorrei terminare con un dialogo tratto dal film “God’s not dead” Siamo al ristorante e due giovani di successo si ritrovano a cena. Hanno una relazione affettiva sembra soddisfacente e bella. Lei ha appena scoperto di avere un tumore in fase avanzata, lo comunica a lui cercando sostegno e solidarietà.

Di seguito  il dialogo che, secondo me, esprime benissimo questo sguardo “malato” di cui parla il Vangelo:

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Non è un dialogo di una tristezza infinita? Purtroppo è quello che accade in tante famiglia. Si sta insieme finchè l’altro serve, fino a quando non diventa inutile a soddisfarci o non si trova qualcuno che ci piace di più. Questo è un peccato grande.

Per la seconda riflessione su questo Vangelo vi rimando al prossimo articolo. Intanto vi lascio con la bellissima colonna sonora del film.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

 

Attingere alla stessa fonte

Stavo meditando su un parallelismo che non so se teologicamente sia fondato ma sicuramente lo sperimento nella mia vita. Ci sono due momenti in cui mi sento in dialogo con Dio, sento che è lì che mi ascolta, che mi vuole riaccogliere ed abbracciare. Sperimento questo nella confessione e nella preghiera di coppia con la mia sposa. Sia chiaro non sono un mistico, la maggior parte delle volte non sento nulla di particolare, ma ci sono delle volte in cui riesco a entrare più in profondità e mi succede di fare esperienza concreta di Dio. Penso che sia capitato a tutti qualcosa del genere, magari con altre dinamiche perchè Dio è creativo e si presenta ad ognuno in modo personale. La preghiera di coppia non è un sacramento, ma c’è comunque qualcosa di grande, di trascendente e che interpella ciò che costituisce la nostra unione che non è solo di questo mondo ma sconfina nel divino. Siamo stati consacrati e i nostri cuori saldati dal fuoco dello Spirito. Dio non abita più solo dentro di me ma vive nella nostra relazione d’amore, ha posto la sua tenda, la sua mishkan nel nostro amore, e desidera che io lo cerchi e lo trovi nella mia sposa. La mia sposa è, per consacrazione, mediatrice tra me e Dio. Non posso amare Dio se questo amore non si lega all’amore per la mia sposa. Ed è così che la preghiera di coppia, detta magari in un abbraccio e guardandosi negli occhi, nella pace della notte, quando i bambini ormai dormono e il silenzio è balsamo dopo una giornata di caos ed urla, la preghiera diventa dialogo intimo con la mia sposa e con Gesù.  Così la preghiera diventa richiesta di perdono verso la mia sposa e verso Dio, diventa canto di lode per la mia sposa e per Dio, diventa ringraziamento per lei e per Lui. E’ un’esperienza che unisce tantissimo e aiuta a superare crisi e momenti difficili perchè il mare può anche essere agitato, ma se siamo saldi nella fede e nell’amore, la nostra barca non affonderà. Pregare insieme è attingere alla stessa fonte, alla fonte della Vita e dell’Amore.

Antonio e Luisa

Il Sale della Coppia…

A volte pensiamo che una vita senza difficoltà, senza intoppi, sia una vita felice. Ma poi ci accorgiamo che quando le cose vanno bene, la salute, la famiglia, il lavoro… c’è sempre qualcosa che ci manca, continuano a essere insoddisfatti. Allora non sono gli ostacoli e le difficoltà a renderci infelici, ma siamo noi con il nostro modo di porci verso la vita, a rendere felice o meno la nostra esistenza.

Quel qualcosa che ci manca, quel qualcosa che a volte sentiamo come un peso nel cuore, anche quando le cose vanno benissimo, è il comune sale da cucina. Ora non correte a prendervi un cucchiaino di sale, ma aspettate che finisca…

Il sale dà sapore alle minestre, senza di esso anche Carlo Cracco avrebbe difficoltà a realizzare le sue pietanze, eppure molte volte nella nostra vita viene a mancare, rendendo insapore ogni cosa.

Il sale nello nostra vita di ogni giorno è Dio, se viene a mancare, anche le giornate più soleggiate perdono il loro chiarore. Immaginate quando in Estate ci svegliamo e fuori splende un bellissimo sole, poi improvvisamente il cielo diventa bianco, lattiginoso, un azzurro che non è più azzurro, ma viene sporcato da nubi alte, segno di un alto tasso di umidità.

Anche le giornate più belle, possono essere afose, e diventare pesanti. Così le nostre giornate, senza il pensiero che si rivolge a Dio, diventano allo stesso modo, insopportabili. La quotidianità, anche se abbiamo una persona che ci ama, un lavoro che ci gratifica… diventa una peso enorme da sopportare.

Pensiamo che per pregare, per amare Dio dobbiamo offrire grandi sacrifici, grandi preghiere, ma ci dimentichiamo poi di offrire il nostro quotidiano, le cose piccole di tutti i giorni. La nostra vita diventa preghiera, se il nostro pensiero è sempre rivolto a Lui. Le cose di ogni giorno diventano un mezzo per raggiungere Dio, e non Dio diventa un mezzo per raggiungere le cose di ogni giorno. Dio fai questo, Dio aiutami in questo o in quest’altro, sono belle preghiere, ma se provassimo a dire: Dio ti offro questo e quell’altra cosa, nel mio piccolo e umile gesto, guarda l’amore che ci metto.

Le nostre giornate cambieranno, la nostra vita di coppia cambierà. Quando sono con Dora, che sia un litigio, o una bella giornata di relax, la offriamo a Dio. Prendiamo ogni cosa come sua benedizione, ogni cosa come crescita personale e di coppia. Se mettiamo il Sale in un litigio, quel litigio diventa un occasione di crescita, di perdono, di scuse reciproche. Se mettiamo il Sale in un piccolo gesto verso la nostra dolce metà, quel gesto diventa il più grande dono che possiamo fare, e l’altro/a lo vedrà come il più bel dono. Se mettiamo il sale, quando ci accorgiamo di un suo difetto, quel difetto, diventa un modo per farci ironia e riderci sopra.

Se lasciamo che il quotidiano sia Lui a condurlo, tutto diventa più leggero, sopportabile, e io aggiungo divertente. Perché da quando Lo conosco, non mi sono mai così tanto divertito in vita mia.

Se Lui diventa il Sale della nostra vita, allora noi potremo essere sale per gli altri. Non possiamo decidere di essere prima sale per gli altri, se prima non decidiamo di essere “salati” da Lui. Amiamo perché siamo stati amati per prima.

 

E se il vino finisce?

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio. ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accoglierci reciproco in una pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Antonio e Luisa

La preghiera per l’altro

imageOggi voglio essere un po’ critico, concedetemelo. Tranquilli, lo sarò nei miei confronti! Mentre guardavo un film, alcuni giorni fa, mi sono interrogato sul mio modo di pregare per mia moglie. Mi sono accorto che le mie preghiere alla fine ruotavano sempre intorno ai miei desideri, cioè chiedevo per lei delle cose che in fondo avrebbero fatto felice me, erano delle preghiere che chiedevano un cambiamento negli atteggiamenti, nei gesti. Mi sono scoperto egoista anche in questo frangente, allora aiutato dal film in questione ho iniziato a pregare veramente PER lei, chiedendo a Cristo di abitare il suo cuore, di donarle il Suo Santo Spirito,di ricolmarla di ogni bene e benedizione! Così le cose cambiano, pregando in questo modo si scopre piano piano il desiderio di vero bene per la propria moglie! Purtroppo per tanti motivi, invece, siamo portati a vedere l’altro/a come un nemico, come colui o colei che non ci dà abbastanza, non riempie a sufficienza il mio vuoto, ma chi ci sta a fianco è un forte alleato nella ricerca di Colui che può dare la pienezza che cerchiamo, solo Egli può riempire il vuoto e non un’altra realtà ferita come la mia. Questa alleanza sancita nel matrimonio cristiano, unita e immersa nella grazia di Cristo è la via per la salvezza e la felicità che tanto desideriamo. Ovvio, a volte la via è in salita, ci sono dei pericoli, ma possiamo sempre guardare a Gesù Cristo che ha fatto prima di noi il cammino sulla terra tenendo sempre fisso lo sguardo sul Padre.

Il titolo del film è “Le armi del cuore”, ma quello in inglese rende meglio l’idea: “War Room”, cioè la stanza della guerra. Direte voi, cosa c’entra? Beh, la stanza in questione è un piccolo stanzino dove la protagonista si rinchiude per combattere la buona battaglia, pregando Dio per il proprio coniuge e pregando contro il male che ogni giorno purtroppo opera nella vita di ognuno di noi. Non voglio svelarvi molto di più, ma anzi vi consiglio la visione di questa pellicola.  Al di là del dipanarsi della vicenda, mi ha colpito molto il modo di pregare perché punta forte sul fatto di avere un quotidiano rapporto personale con Gesù e la Sua Parola. Egli dice “Io sono la via, la verità e la vita.”, bene mio Gesù io ti rispondo “Signore da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna.”. Ma come si fa a percorrere questa via? Dice un mio amico che significa STARE con Lui, cercare di avere più tempo possibile per ascoltare la Sua Parola, per incontrarLo nei sacramenti, nell’adorazione eucaristica, invocarLo nel proprio cuore durante la giornata, anche richiamando alla mente un versetto del Vangelo. Questi momenti però, non devono essere lasciati al caso o alla momentanea voglia di pregare, ma devono essere degli appuntamenti fissi, ve lo dice uno che non è costante per niente! Però ci provo, perché in questo rapporto personale con Lui sto scoprendo la mia gioia, la mia forza e che posso essere benedizione per le persone che incontro, a partire da colei che ho sposato.

 

La Grazia è lievito

Ogni tanto mi capita di imbattermi in persone che mi contestano che ci siano differenze tra il matrimonio sacramento e il matrimonio civile o con la convivenza. Ciò che conta è l’amore, dicono. Mi accusano di considerare le altre unioni inferiori e di conseguenza di considerarmi meglio degli altri. Non si tratta di questo. Non mi considero assolutamente meglio degli altri. Tutt’altro mi sono sempre considerato povero di virtù e ricco di imperfezioni. Quando vedo una coppia felice che convive mi chiedo come facciano i due e come potrebbero essere ancora più belli e luminosi con la Grazia di Dio, con la quale sarebbero riempiti nel sacramento del matrimonio. Il matrimonio è migliore rispetto alle altre unioni non perchè gli sposi siano migliori dei conviventi, ma perchè è la Grazia di Dio che opera e trasforma la povertà in ricchezza. Certo serve l’impegno degli sposi,ma i risultati ottenuti sono sempre perfezionati e potenziati dalla Grazia di Dio.

C’è un esempio che può esprimere benissimo questo concetto. Prendete farina, sale e acqua (ciò che siete, il corpo la farna, l’anima l’acqua e il vostro amore il sale). Con la forza delle vostre braccia (il vostro impegno) impastate il tutto e poi lasciatelo qualche tempo a riposare. Fate la stessa cosa aggiungento un pizzico di lievito ne basta poco e lasciate riposare anche questo secondo impasto. Dopo un’ora o due tornate e guarate. Il primo impasto fatto solo dell’amore delle due persone è rimasto come l’avete lasciato. L’altro fatto dell’amore dei due sposi arricchito dello Spirito Santo (il lievito) ha preso forma e si è elevato , è diventato bello allo sguardo e al tatto. Magari il secondo impasto conteneva meno farina e meno acqua ma il lievito lo ha reso più grande e più bello del primo. Questo è il sacramento del matrimonio. Chi non si sposa in Cristo rinuncia a una ricchezza donata gratuitamente e che trasforma la relazione in qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

Una parola sconosciuta!

C’è una parola che la nostra cultura ha ridicolizzato e mistificato. E’ una parola che è stata associata al medioevo, all’oscurantismo della Chiesa, alla sottomissione della donna, insomma una parola che il progresso ha cancellato senza che fosse rimpianta da nessuno. Anche le persone di Chiesa non ne parlano volentieri e spesso la considerano ormai sorpassata, di sicuro non una parola che sia importante per poter condurre una vita buona e cristiana e soprattutto autenticamente e pienamente umana. Anche io l’ho sempre considerata con diffidenza fino a quando un santo padre cappuccino è riuscito a mostrarmi il significato autentico di quella parola. Quella parola è declinata in tanti altri sostantivi. Quella parola è regalità, quella parola è bellezza, quella parola è pienezza e quella parola infine è fedeltà e verità. Quella parola è quella che più si avvicina al significato cristiano di amore. E’ regalità perchè attraverso quella parola dico al mondo e soprattutto a me stesso/a che valgo. Dico che non mi svendo a nessuno/a che non meriti e con sia degno/a di ricevere il mio dono totale, anche del corpo, e non solo del corpo. Solo chi è disposto/a a sua volta a donarsi totalmente a me nel matrimonio indissolubile, fedele e per sempre è degno/a di me. Nessun altro/a perchè chiunque altro/a mi userebbe senza amarmi veramente. Questa parola mi ha permesso di vivere come figlio/a di re consapevole del mio valore e non come mendicante in continua ricerca di briciole d’amore. Quella parola è bellezza perchè mi ha permesso di purificare il mio sguardo e di poter così ammirare la bellezza meravigliosa del mio sposo /della mia sposa.  Bellezza che pur contemplando la sensualità non si limita ad essa ma va molto più in profondità trasfigurando il corpo in una bellezza arricchita da tutte le sue virtù del cuore tanto da farci apparire l’altro/a sempre più bello/a nonostante il tempo che passa e la giovinezza che pian piano ci lascia. Infine questa parola è verità e fedeltà. Fedeltà perchè permette di preservare il dono di sè a una sola persona, quella che mi sposerà , essergli fedeli da sempre e per sempre, anche prima di conoscerla ma sao che c’è e mi preparo ad accoglierla. Verità invece perchè l’amplesso fisico, il dono di sè, l’unione dei corpi che diventano uno è vero solo quando racconta nel corpo qualcosa che si vive già nei cuori. Unione dei corpi quando c’è l’unione dei cuori altrimenti può essere un gesto sincero nelle nostre intenzioni ma oggettivamente falso nel suo significato perchè svuotato della sua essenza. Col corpo diciamo voglio essere uno ma col cuore non lo siamo e magari non vogliamo esserlo.  Scommetto che avete capito ormai di che parola si tratta: LA CASTITA’. Per me non è più una parola priva di senso, ma si è concretizzata in uno stile di vita e in una modalità di amare la mia sposa perchè anche nel matrimonio sono chiamato alla castità, non nell’astinenza,  ma al contrario a vivere nel dono autentico e nell’incontro dei cuori ogni rapporto fisico.

Antonio e Luisa

Vi allego un video molto breve e molto bello tratto dal documentario Il giocoliere di Dio.

Non invidiare ciò che non sei!

95. Quindi si rifiuta come contrario all’amore un atteggiamento espresso con il termine zelos (gelosia o invidia). Significa che nell’amore non c’è posto per il provare dispiacere a causa del bene dell’altro (cfr At 7,9; 17,5). L’invidia è una tristezza per il bene altrui che dimostra che non ci interessa la felicità degli altri, poiché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l’amore ci fa uscire da noi stessi, l’invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il vero amore apprezza i successi degli altri, non li sente come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell’invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per essere felice, lasciando che gli altri trovino la loro.

96. In definitiva si tratta di adempiere quello che richiedevano gli ultimi due comandamenti della Legge di Dio: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità. Amo quella persona, la guardo con lo sguardo di Dio Padre, che ci dona tutto «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), e dunque accetto dentro di me che possa godere di un buon momento. Questa stessa radice dell’amore, in ogni caso, è quella che mi porta a rifiutare l’ingiustizia per il fatto che alcuni hanno troppo e altri non hanno nulla, o quella che mi spinge a far sì che anche quanti sono scartati dalla società possano vivere un po’ di gioia. Questo però non è invidia, ma desiderio di equità.

Proseguendo con il capitolo quarto di Amoris Laetitia e in particolare l’approfondimento in chiave sponsale dell’inno all’amore di San Paolo, il Papa si sofferma su invidia e gelosia come sentimenti che non appartengono alla carità autentica.

L’invidia e la gelosia sono sentimenti che possono limitarci tantissimo. Esiste una gelosia e una invidia che sono patologiche e che minano e distruggono la relazione degli sposi. Questo quando l’amore non è autentico e si riduce, in realtà, a un desiderio di possedere e controllare l’altro/a. Questo trasforma il rapporto in una dipendenza e distrugge le persone. Non voglio però parlare di questo, che mi auguro non riguardi la maggior parte delle famiglie. Voglio parlare di un altro tipo di invia. Quella che possiamo provare per le altre famiglie. Non consideriamo mai a sufficienza che partiamo da due prospettive completamente diverse. La nostra famiglia la viviamo dall’interno, ne conosciamo benissimo limiti e pazzie. Tutte le famiglie, ripeto tutte, viste da vicino sono almeno un po’ pazze. Le altre famiglie le guardiamo da lontano, non viviamo la loro quotidianità ed intimità, e per forze di cose ci appaiono diverse da ciò che in realtà sono. Cerchiamo di concentrarci sulla nostra, ammirando le virtù e i pregi delle altre, senza per questo invidiarle. Ogni famiglia è bellissima e diversa. Ogni famiglia regala al mondo qualcosa di diverso dalle altre. C’è quella con tanti figli, c’è quella che è risorta da situazioni di sofferenza e difficoltà, c’è quella che si prende cura degli anziani, c’è quella dove si vive fortissima l’unione e la solidarietà e così via. Non perdiamo tempo ad invidiare le qualità delle altre famiglie. Ammiriamole ma non scoraggiamoci, cerchiamo di tirare fuori il meglio dalla nostra senza imitare nessun altra ma mantenendo la nostra unicità, che è poi la nostra bellezza che possiamo regalare al mondo.  Dio ci ha unito in una nuova creazione, ci ha fatto uno, perchè dalle nostre caratteristiche potesse nascere qualcosa che solo noi possiamo mostrare al mondo, poco importa se non siamo bravi come quella famiglia, se non siamo perfetti come quell’altra, se riusciamo ad essere ciò che Dio ha pensato per noi saremo bellissimi così, anche nei nostri difetti e nelle nostre fragilità.

Faccio parte di un gruppo di famiglie che grazie a Dio sta crescendo. Il nostro logo, per me, è bellissimo. Un cuore con tante piccole croci che rappresentano le nostre famiglie, piccole chiese. Ogni croce è di colore diverso per esprimere proprio questa diversità . Tutti diversi e tutti bellissimi, ognuna insieme agli altri può raccontare un pezzo dell’amore di Dio, che solo quella famiglia può rivelare. Non sentitevi meno di nessuno. Dio si specchia anche nella vostra coppia e si commuove del vostro impegno e di come cercate di fare il meglio per non deluderlo.

Antonio e Luisa

Vi linko un commento di due cari amici Mirko e Sandra posto sul bellissimo corto Il circo della farfalla. Guardatelo e soprattutto ascoltatelo è molto commovente e utile per comprendere il ragionamento che ho cercato di esprimere in questo articolo.

Amare è molto più che rispettare una legge.

Voglio riprendere un passo del Vangelo di ieri:

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato, secondo me, Gesù è stato trasformato in una caricatura hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia.

Gesù è molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.”  Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella sua vita. Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso, e rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza. Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola e un libretto delle istruzioni per non sprecare la vita e comprendere come rispondere a quell’Amore. E’ più facile dire non uccidere o amerai il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo? Lo stesso gioco si può provare a pensare per tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè,  ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione all’amore autentico non serve a nulla, se non a sentirsi migliore di altri e giustificato e quindi superbo e sprezzante verso gli altri. Sepolcri imbiancati ed ipocriti. Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma quindi è salva ma lo è anche il contenuto, la sostanza, il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno fantasie da realizzare usando l’altro/a e non desiderio di essere uno con l’altro. Questi sono tutti adulteri del cuore.

C’è un motto molto bello che dice: il cristianesimo non è facile ma è felice. E’ esattamente così, Gesù è venuto per rendere tutto molto più difficile, ma anche molto più bello e vero. Con la Grazia mi impegno ogni giorno per non deluderlo e per non deludere la mia sposa e ne vale davvero la pena, perchè mi torna il centuplo in senso, pienezza, amore e realizzazione.

Antonio e Luisa

Una pazienza che diventa azione

93 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

94. Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire: “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole».[106] In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura” l’amore di Dio. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Voglio fare un esempio dove io sono il “cattivo”, ma va bene comunque. E’ uno dei primi articoli che ho pubblicato su questo blog. Si tratta di un piccolo fatto, nulla di importante, ma esplica benissimo il concetto che ho cercato di proporre leggendo le parole del Papa. Mi ha lasciato senza parole perchè, forse per la prima volta, sono rimasto pieno di stupore e meraviglia, sperimentando come la mia sposa fosse capace di amarmi così autenticamente. Nessuna parola sdolcinata ma paziente e amorevole amore che si fa azione.

BASTA UN CAFFE’

Alzi la mano chi non è pronto a giudicare la moglie o il marito. In tantissime situazioni siamo bravissimi a cogliere una parola di troppo, un qualcosa non fatto o fatto male, a vedere comportamenti che non ci piacciono. Tendiamo a giudicare sempre, perché forse la nostra attenzione è più focalizzata su noi stessi e su come veniamo trattati che sull’altro e come lo trattiamo. Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

Che cos’è la somiglianza?

Cresciamo con l’abitudine di  affermare, sempre , che qualcuno somigli a qualcun altro.

Guarda, è identico al padre, però solo gli occhi, la bocca è tutta la mamma, anzi esattamente la nonna paterna aveva gli stessi zigomi e forse anche il mento appuntito. Le gambe a ics e i fianchi larghi sono della zia.

Potremmo andare avanti all’infinito ma, vuoi o non vuoi, sotto gli occhi di tanti, le somiglianze sono all’ordine del giorno!

Tra l’altro tutte diverse. Noi abbiamo quattro figli che, guarda un po’ somigliano tutti a me, cioè è prevalente la mia caratteristica, tanto che si dice di averli generati con lo “stampino”.

Poi, improvvisamente, incontri una persona che afferma la somiglianza col padre.

Le somiglianze sono molto soggettive.

Se ci pensiamo, questo somigliare è qualcosa che ci rende certezza. Noi, somigliando, troviamo le nostre radici ed è bellissima questa discendenza somatica che ci accomuna.

Ed è così profonda tanto da essere addirittura biblica:

Genesi 1,26-28 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

Cosa è allora questa somiglianza? E cosa è l’immagine?

La SOMIGLIANZA è la conformità a un modello o ad un termine di paragone

«Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza»

 

L’IMMAGINE è la figura, l’aspetto in quanto suscettibili di riproduzione o confronto

«L’uomo fu creato ad immagine di Dio»

 

Dov’è che realmente si svela il volto di Dio?

In Gesù di Nazareth , in Lui “il Verbo si fece carne” e venne a dimorare in mezzo al popolo che egli ama.

Attraverso questa incarnazione noi possiamo trarre il senso dell’immagine e somiglianza.

Ma ciò che più differisce il primo termine dall’altro è che l’immagine di Dio nell’ uomo rimane sempre, anche dopo il peccato, mentre la somiglianza potrebbe perdersi proprio a causa del permanere del peccato.

È come se ogni dono ricevuto che tende alla virtù, alla pienezza e alla santità venga allontanato e diversificato, fino a non “assomigliare” più al Creatore.

Quindi la somiglianza non è altro che la tensione a diventare sempre più simili, tanto che i Santi venivano chiamati i “somigliantissimi” e S. Agostino parlava della Regione della dissomiglianza.

A cosa serve a noi tutto questo?

Bene, considerando che l’immagine e la somiglianza riguardano proprio noi, come uomini e come donne, anche perché, maschio e femmina LO CREÒ ad immagine di Dio lo creò, questa faccenda ci interessa tantissimo e soprattutto è davvero una garanzia per la vita, molto più di un’assicurazione!

Se sono fatto ad immagine del Meglio del Meglio  ho la certezza che nulla potrà cancellare tale immagine.

Se sono fatto a Sua somiglianza significa che ho tutte, ma proprio tutte le carte in regola per essere conforme a Lui.

E allora, chi me lo fa fare di dissomigliare? Perché preferisco diventare molto più brutto della bellezza per cui sono stato creato? Perché soggiacere alle insidie di chi vuole imbruttirmi? Perché barattare le mie doti e le mie virtù con vizi e schiavitù?

Che strano, darei tutto il patrimonio per aggiustare esteticamente i caratteri somatici che non accetto e invece faccio fatica ad accogliere gratuitamente la somiglianza con il più bello dei figli di Adamo. Accendiamo allora la speranza che ci è data!

Vorrei somigliarti Signore Gesù, vorrei mantenere costante l’immagine con cui tu mi hai creato.

Non farmela rubare da colui che, pur essendo l’angelo più bello, portatore di Luce, divenne così ribelle da voler essere Te.

Io, Signore, non sono Dio, ma sono fatta ad immagine di Dio e voglio somigliarti, fino alla fine: questa è la vera Santa battaglia che voglio fare!

 

Salmo 8
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

Cristina Epicoca Righi

Articolo scritto per il blog Cristianitoday

Il figlio: il nostro amore che diventa carne.

Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepisce nel bene che papà e mamma si vogliono.

Cosa succede quando la relazione dei genitori si rompe? I bambini si sentono persi e vedono crollare le loro sicurezze e il loro mondo,  perchè l’amore che li ha generati non è più una cosa buona. Di seguito una lettera molto bella dove un figlio scrive ai genitori divorziati. Da meditare.

Cari mamma e papà so che state soffrendo, sto soffrendo anche io.

Mi sento coinvolto nelle vostre attenzioni, paure e shock.

Anche se sono giovane e non riesco a parlare di quello che succede nelle vostre vite, ne risento ugualmente. Il mio cuore si spezza tutte le volte che devo rinunciare a stare con uno di voi. Ho perso la mia sicurezza.

Non date per scontato che io sia forte, non date per scontato che la mia vita sarà esattamente come prima, che continuerò a sentirmi ugualmente amato da entrambi. Sono un essere umano come voi, i miei bisogni sono come i vostri. Ho bisogno di amore, attenzione, cura, stabilità, coerenza, affetto, comprensione, pazienza e soprattutto di sentirmi desiderato.

Quando litigate su di me, o mi mettete al centro delle vostre discussioni, mi comunicate il messaggio che vincere sull’altro sia più importante della mia vita. Imparo da voi che aver ragione è più importante di amare ed essere amato. Imparo da voi che sono venuto da una persona che era poco amabile e sbagliata, e che, in qualche modo, sono sbagliato anche io.

Quando confidate le vostre ferite al mio cuore, avete accumulato un dolore per adulti derubandomi la mia fanciullezza, mi state portando via la mia convinzione che l’amore sia incondizionato e lo sostituite con il messaggio che devo diventare duro, di non amare perchè sarò ferito e non sarò capace di ristabilirmi.

Potreste non essere in grado di capirlo oggi, e io sono così piccolo che non state pensando al mio futuro, ma mi mettete a maggior rischio di divorziare anche io da grande, sempre decida di sposarmi.

A volte metterete a rischio la mia sicurezza per riempire un vuoto nei vostri cuori. La mia sicurezza è compito vostro. Senza di voi e la vostra protezione sono come un mollusco senza guscio nel mondo. Questo si manifesterà in paure irrazionali, perchè resterò in uno stato di lotta e fuga per il resto della mia vita.

Un giorno questo iniziale shock lo avrò dimenticato, ma come sceglierete di attraversare questa crisi come miei genitori non lo dimenticherò mai. Io potrò sentire la vostra assenza egoistica o il vostro sostegno e protezione, oppure avrò una ciccatrice sul cuore con una scritta: “Le cose belle capitano alle brave persone, devo essere cattivo”.

Pensierosamente

Il figlio del divorzio

Antonio e Luisa

L’amore è lento all’ira

Dopo aver riflettuto solo alcuni giorni fa su una delle caratteristiche della carità, la memoria corta sul male ricevuto, ho deciso di dire qualcosa su ognuna delle virtù dell’amore, secondo quanto scritto da San Paolo e ripreso sapientemente in Amoris Laetitia da Papa Francesco.

L’amore è lento all’ira, è paziente e sopporta. Il Papa a questo proposito scrive:

91. La prima espressione utilizzata è macrothymei. La traduzione non è semplicemente “che sopporta ogni cosa”, perché questa idea viene espressa alla fine del v. 7. Il senso si coglie dalla traduzione greca dell’Antico Testamento, dove si afferma che Dio è «lento all’ira» (Es 34,6; Nm 14,18). Si mostra quando la persona non si lascia guidare dagli impulsi e evita di aggredire. È una caratteristica del Dio dell’Alleanza che chiama ad imitarlo anche all’interno della vita familiare. I testi in cui Paolo fa uso di questo termine si devono leggere sullo sfondo del libro della Sapienza (cfr 11,23; 12,2.15-18): nello stesso tempo in cui si loda la moderazione di Dio al fine di dare spazio al pentimento, si insiste sul suo potere che si manifesta quando agisce con misericordia. La pazienza di Dio è esercizio di misericordia verso il peccatore e manifesta l’autentico potere.

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Quanto scrive il Papa è già abbastanza chiaro, non c’è bisogno di aggiugere molto altro. Vorrei solo accentuare quanto scritto con un esempio, prendendo spunto da un mio precedente articolo di qualche mese fa.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

Spirito di Dio scendi su di noi!

Oggi si festeggia la Pentecoste, Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apoatoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova chiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra perchè aprire le finestre significa farci vedere e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio. A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la Verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono e fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno  e invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai e che ci sosterrà e ci condurrà alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di diventare a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse che non sono comprensibili perchè vengono da vite diverse, perchè sono state corrotte dall’egoismo e dai nostri limiti e peccati personali. Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro. Ognuno chiuso nel suo modo di pensare e di vedere e per questo incapace di comprendere l’altro. Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

 

Antonio e Luisa