Nuziale cioè felice!

Di seguito la lettera che Giulia, che abbiamo avuto la gioia di ospitare su questo blog con alcune sue riflessioni, ha scritto per il marito Nicolò il giorno delle loro nozze. E’ una dichiarazione d’amore. Di quelle vere però. Di chi è consapevole di ciò che sta promettendo e che vuole davvero amare con tutta la sua volontà, perchè sa che quella è la sua strada per la gioia, per la pienezza e, di conseguenza, per la santità e l’incontro con lo Sposo di ognuno di noi: Gesù.

«Marito, tanta la gioia che mi dà esserci scambiati la nostra quotidianità in una dimensione temporale diversa, quella dell’eternità. Negli ultimi anni ho scritto continuamente e tu lo sai: un tempo mi divertivo a far brillare le nostre ricorrenze imprimendole su carta, guardare cosa capitava al tuo cuore mentre leggevi e spezzare la banalità di un comune momento di condivisione per sospenderlo in qualcosa da ricordare. Poi ho smesso, da quando mi hai chiesto di sposarti, due anni fa, promettendoti che avrei scritto una sola lettera in occasione del nostro matrimonio. Quindi, eccomi, tua moglie, a fissare su carta oltre che nel cuore, la mia devozione per te. Sono grata a Dio per aver gestito la libertà delle nostre due anime affinché potessero guardarsi nel riflesso del suo amore unico e preziosissimo e, da quel riflesso, cogliere la luce di una chiamata.
Eravamo molto diversi quattro anni fa e il tempo che ci ha condotto a questo giorno è stato predisposto perché potessimo amarci nonostante tutto, all’interno delle scelte radicali che all’unisono abbiamo voluto compiere. Ci siamo cercati veramente dopo aver scoperto di quel solo punto in comune, fra tanti, quello decisivo: la fede e la devozione a Maria. Dio ci ha dato un avvio tremendamente voluto e da quell’inizio, oggi, siamo rinati insieme nella grazia che veste un semplice amore umano dell’amore divino. Vorrei solo farti sapere che l’attesa è stata gradualità, il dosaggio è stato crescita, la crescita è stata conoscenza e la conoscenza l’estensione del rispetto. Attendere chi si ama per affidargli la propria vita è una benedizione perché in quel tempo si ha l’occasione di tornare piccoli. Ti sono grata per aver visto ogni mia debolezza, fragilità, contraddizione ed essere rimasto, senza condizioni, lontano dall’esitazione. Ti sono grata per aver abbandonato le tue priorità a favore dei nostri progetti. Ti sono grata perché sei stato instancabilmente presente. Ti sono grata perché mi hai insegnato una fede genuina. Ti sono grata perché sei rimasto dopo l’innamoramento. Ti sono grata per avermi insegnato la dedizione.
Oggi il mio sì è un sigillo di presenza: non sono tua moglie nell’idea che ho di te, della vita, del matrimonio. Non sono tua moglie nei miei vorrei. Non sono tua moglie nel mio “io”. Ho deciso di diventare tua moglie non per bisogno, neanche per possesso, ma prefissandomi lo scopo di donarmi a te e servirti, che ha il sapore della sottrazione dei due dalla solitudine, due libertà che promettono di incontrarsi ogni giorno. Due libertà che si dispongono all’accoglienza consapevoli che, senza le corrispettive braccia aperte, statura dell’umiltà, non vi è che la cima dell’egoismo. Invece noi abbiamo scelto, sposandoci, di essere felici insieme, rivestendoci di un amore personale, accogliendoci da diverse dimore ad una casa sola, decorata dall’allegria, ammobiliata con il rispetto, perfezionata dall’ascolto. Te lo prometto: userò questi ingredienti, ma ti chiedo anche, quando la memoria mi ostacolerà, impedendomi di trovarli, aiutami a cercarli sciogliendomi dai miei limiti.

Per questa sete di esserci, consolidata nell’affidamento a Maria, si sono notate le nostre esistenze non sempre nel comfort, nemmeno valutandosi entro parentesi di prova sui difetti individuali, sulle abitudini decennali che ci rendono un po’ più insopportabili all’altro: si sono strette solo per l’insostituibile. L’unicità amata in te e tu in me è la chiamata alla vocazione del matrimonio. Io mi offro a te come tua migliore amica, sorella nella fede, come tua sposa. Ho scelto te persona: insostituibile, indisponibile; non un possesso, non mi sei dovuto, ma un dono, per essere collaboratori di Dio, custodi e non proprietari dei suoi beni. Ciò a cui aspiro è “gareggiare nello stimarci a vicenda”.
Sapere di essere nel cuore di qualcuno è una carezza dal tocco deciso, ma leggero. Sapere che hai concesso parte del tuo spazio per farmi spazio, mi ha dato il “permesso di esistere benedicendo la mia vita”, mantenendo la bellezza anche nell’umana imperfezione, perseverando amorevolmente oltre la mediocrità. Tolto ogni superfluo, ogni assolutismo dell’io, ciò che resta è tutto. Non un tutto qualunque, ma quello garantito da Dio!

Grazie perché mi hai spinto ad essere una persona migliore -e non è retorica- non cercando di farmi diventare il tuo modello ideale di me, ma ciò che sono in armonia con ciò che tu sei, così noi due ci siamo scoperti. Diverse volte che mi è stato chiesto: ma come fai ad essere sicura di lui? E la mia risposta è stata sempre la stessa: perché so che se non avessi incontrato lui avrei pregato Dio di mettere al mio fianco un uomo esattamente come lui. Non mi serviva sapere prima dove mette i calzini, se nel ripiano che approvo o in quello che disapprovo, ma se sapremo insegnare gli stessi valori e trasmettere come carne sola e anima sola la fede ai figli che il Signore vorrà donarci. Con queste premesse abbiamo potuto fare un percorso d’intensa comunicazione spirituale, i cui germogli sono bacche di tenerezza. Questo tipo di bellezza è il ritratto di un prodigio: quando ci si tocca nel punto in cui posso disfarmi dell’armatura protettiva, beh l’istante riecheggia l’eternità. Questo è il mio sì.
Quando la tempesta arriverà, turbando i cuori di timori, insicurezze, paure fa, caro marito, che il tuo risollevarti sia anche il mio e io mi occuperò che il mio sia anche il tuo. Quando le turbolenze ci chiederanno prova del nostro amore coniugale, della nostra fede che oggi ha sigillato una misera promessa umana, che essa sola nulla potrebbe, ti prego, caro sposo, ti prego fratello e amico, di invitarmi a guardare la croce: ce lo siamo detti più volte che le nostre mani in questo giorno sono fuse sulla croce che abbiamo deciso di abbracciare, sull’amore più grande che in lei si fa memoria, quello di dare la vita per amore. Così, la mia preghiera è la promessa di un impegno a levare lo sguardo, sapendo che la tentazione di abbandonare l’uno o l’altro magari quando malati, burberi o banalmente un po’ meno carini, sarà in realtà la tentazione di abbandonare la Croce. Inginocchiamoci insieme davanti a questo Amore, mai stanco dei nostri errori, pronto a perdonare la nostra tiepidezza. So che un simile impegno abita il tuo cuore e per questo non temo nulla, grande è la fiducia e con essa la speranza che ho riposto nella nostra unione, nuova alleanza, nuova Casa.

Volevo solamente dirti che è bello che tu esisti e che siamo insieme, insieme per davvero, in questo trampolino di lancio coraggioso che è l’unione celebrata oggi, il cui mistero sarà scoprirsi con stupore ogni giorno: sposi in Cristo, nuova famiglia. Oggi “il cielo si è aperto su di noi (…) suonano le campane, cantano gli angeli nel cielo”, oggi cielo e terra si sono toccati sul nostro sì. E come dicono sempre due cari nostri amici: nuziale cioè felice!».

Non dovrebbe capire da solo?

Questo articolo è dedicato a noi donne più che agli uomini. Perché di tutte le storie che ho ascoltato e le amiche che si sono confidate, compresa me medesima quando mi metto nei panni di mio marito, siamo sempre noi donne a pretendere che il nostro compagno comprenda da solo e spontaneamente di cosa abbiamo bisogno.

 

Questa è una delle prime illusioni che si infrange drammaticamente sugli scogli del matrimonio, a volte, ed è un bene, anche nel fidanzamento. Ma non si tratta solo di un’illusione, quanto di una convinzione negativa che alimenta una posizione immatura e infantile in cui credi che l’altro sente, pensa e desidera come te. Il desiderio di ridurre l’altro a te, viene proprio automatico, e non è una questione di ragioni, perché magari hai ragione su tutti i fronti e nessuno ti può biasimare sul tuo punto di vista. Ma c’è un passaggio fondamentale sulla questione, che non vale solo per il tuo rapporto di coppia, ma tutte le relazioni in generale: PUOI CHIEDERE CIO’ DI CUI HAI BISOGNO più e più volte. Nella comunicazione, nell’ascolto, nelle esigenze pratiche, materiali ed emotive, nella sessualità, puoi costruire un dialogo franco, aperto, diretto e chiaro in cui esprimi cosa ti piacerebbe e come ti piacerebbe. Non può essere una pretesa, deve essere una condivisione, perché l’amore è prima di tutto libertà di scegliersi. E se l’altro risponde positivamente ai tuoi bisogni in conseguenza del fatto che glielo hai chiesto esplicitamente, non vuol dire che ti ama di meno, anzi quella mancanza di spontaneità è segno che ti ama davvero, proprio perché fa uno sforzo su qualcosa che non è farina del suo sacco, ma lo fa per te, perché ci tiene, perché questo ti renderebbe felice. Poi a volte succede che tu chiedi e richiedi, ma lui (o lei) fatica ad accettare, a capire e a rispondere positivamente: tu non mollare!! A volte ci vogliono anni perché comprenda, a volte invece puoi accettare che semplicemente su quella cosa a cui tieni tanto è diverso/a da te, e non per questo è sbagliato. Io ci ho messo almeno cinque, sei anni a capire e prendere in seria considerazione che quando mio marito mi parla di un suo problema emotivo devo stare zitta. Zitta e muta senza proferire parola. Lo posso guardare e a limite dargli una carezza sulla mano o sulla spalla, ma niente parole, niente consigli, niente parafrasi di quello che ho capito. Io la cosa non la prendevo neanche in considerazione perché invece io mi sento ascoltata se uno mi parla, se sta in silenzio mi sembra che non gli importa. E invece lui no. Roberto è proprio diverso. Faccio un’enorme sforzo a stare zitta, perché io devo sempre dire la mia e avere l’ultima parola. Ma so che questo non lo fa sentire amato, anzi lo fa proprio arrabbiare. Così quando ci tengo a farlo sentire amato, posso mettere da parte le mie misure e sintonizzarmi su di lui e basta. Non mi viene spontaneo ma lo faccio per lui. Il mio canale d’amore sono i regali. Soprattutto nelle ricorrenze, tipo il mio compleanno. Secondo lui i regali sono una cosa inutile, lui piuttosto preferisce il ristorante. C’ha messo almeno otto anni (il maschio ahimè è più lento…) a prendere in considerazione il fatto che mi sentissi davvero voluta bene quando pensa e sceglie un regalo per me a partire da me e dai miei gusti. In tante occasioni mi ha davvero sorpresa, in altre delusa. Ma in ogni caso so che posso chiedere ciò che desidero e come lo desidero, accettando che lui non è me, e che non è la sua risposta perfetta a darmi la vita, quella è appannaggio solo di Dio e della mia relazione con Lui. Quando nella genesi Dio presenta la donna all’uomo, Dio risponde al bisogno di reciprocità dell’umano perché non è nella perfezione e nell’autosufficienza che si può trovare risposta alla sofferenza della solitudine; non è nella sottomissione del creato e nella supremazia e affermazione di sé che smetti di sentirti abbandonato. Solo nella relazione con l’altro trovi risposta a questa solitudine e nel matrimonio questo “altro” è il marito, la moglie, che non sono riducibili a sé. Ma il primo peccato che commette l’uomo quando Dio gli pone davanti la donna è assimilarla a sé, perché egli non sopporta la tensione del diverso. Queste dinamiche ce l’abbiamo un po’ tutti. Non accogliamo l’altro come un mistero da scoprire e rispettare, con cui entrare in dialogo, ma subito vogliamo misurarlo col nostro parametro. Questo impedisce quello stimolo reciproco che fa crescere. Ognuno è portatore nella relazione di coppia di una certa polarità, di solito si tratta di polarità opposte che all’inizio portano sofferenza: mio marito è istintivo ed emotivo, io razionale e controllata. Questo in certi momenti ci devasta perché io mi sento travolta e inondata, lui perennemente bloccato e castrato. Ma quando troviamo il modo di scambiarci un po’ i ruoli, ecco che mi accorgo che ogni tanto ci si può proprio lasciare andare e questo mi fa proprio bene perché allento e permette all’altro di prendersi cura di me proprio nella mia fragilità emotive coperte da quell’apparente forza. E quando lui prende un po’ la mia polarità ecco che acquista più fermezza e stabilità e può portare avanti meglio i suoi progetti e desideri, stando veramente al timone della sua vita e della nostra famiglia. Non si tratta di snaturarsi, ma di lasciarsi ispirare dall’altro e a volte copiarlo un po’. E’ proprio in questa tensione e in questo scontro che può crescere un amore che porta frutto a noi e agli altri.

Claudia Viola

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Ogni matrimonio è un miracolo di Dio

Stamattina (sabato scorso ndr) sono entrato nella chiesa della mia parrocchia. Era appena terminata la Santa Messa. Si erano fermate le solite quattro nonne a recitare il rosario. Benedette quelle nonne che , sono certo, con la loro preghiera reggono la Chiesa.  Il resto era deserto. Tutto era avvolto nella penombra. Una situazione privilegiata per pregare e riflettere con calma. Il parroco, nel frattempo,  andava e tornava dalla sacrestia. Stava, evidentemente, predisponendo per qualche cerimonia. Ho pensato al solito funerale. Poi ho capito! Quando ha posizionato sotto l’altare un inginocchiatoio doppio non poteva che essere un matrimonio. Ho cominciato a fantasticare. Guardavo quella scena. In quel momento non c’era ancora nulla. Pensavo come da lì a qualche ora quello spazio sarebbe stato riempito. Si sarebbe animato. Si sarebbe riempito della vita di due giovani e del sacrificio di Cristo sul Golgota. Si sarebbe riempito di tanti amici e parenti di quei due giovani. Chissà quanti di questi avrebbero vissuto con noia ed impazienza che quella cerimonia finisse. Senza rendersi conto del miracolo che stava avvenendo sotto i loro occhi.  Quello spazio sarebbe diventato Sacer (cliccate qui se non sapete il significato di questa parola). Recinto sacro. In quello spazio delimitato da un inginocchiatoio e due sgabelli si sarebbe da lì a poco compiuto un miracolo. Due persone, un uomo e una donna, che si offrono completamente all’altro/a. Sono ministri del sacramento. Il sacerdote non è ministro in questo caso. Lo sono i due sposi. Sono ministri e sono nel contempo offerta. Offrono se stessi. Tutto quello che sono e che hanno. Due persone che liberamente decidono di darsi ed accogliersi l’un l’altra. Il matrimonio, letto in questo suo significato profondo, è un vero e proprio sacrificio. Matrimonio ed Eucarestia si somigliano per tante cose, questa è una di queste. L’Eucarestia non è forse la rinnovazione del sacrificio di Cristo che ha dato se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, ha donato la sua vita? Il matrimonio non è simile in questo? Gesù me lo immagino sempre profondamente commosso. Due persone che ancora hanno il desiderio di amare così, in modo incondizionato, senza mettere limiti. Che bello. Gesù vuole fare parte di questa unione. Per questo il matrimonio sacramento non è tra due persone ma tra tre. Gesù è parte fondante. Il matrimonio è un sacrificio perchè permette che il  nostro dono diventi offerta non solo al nostro coniuge, ma anche offerta a Dio. La nostra unione diventa cosa di Dio. Sposandoci in Chiesa il nostro matrimonio non è più solo nostro, ma è di Dio. E Dio diventa parte attiva. Dà tutto se stesso perchè quell’unione funzioni e non muoia. Ai due sposi è chiesto solo di riempire le giare di acqua, con quel poco che hanno. Trasformare l’acqua in vino è compito di Gesù.  (cit. Chiara Corbella)

Il matrimonio è un sacramento particolare anche per un altro motivo. Il matrimonio è un sacramento perenne, come l’Eucarestia. Come nel pane e nel vino c’è la reale presenza di Cristo. Presenza che non cessa fino a quando pane e vino non vengono consumati, così è il matrimonio. La presenza di Gesù non cessa. Gesù resta presente nell’unione sponsale dei due, nel noi, fino alla morte di uno dei due. Così quello spazio sacro non cessa. Il noi degli sposi continuerà ad essere Sacer, luogo sacro e inaccessibile a chiunque altra persona. Quel Sacer non è solo un luogo mistico è anche luogo concreto e tangibile. Da quel giorno il Sacer degli sposi sarà il talamo nuziale, il luogo dove più di ogni altro l’unione dei due diventa concreta e tangibile.

La prossima volta che parteciperete ad un matrimonio, ripensate a queste poche righe, e non potrete che guardare con altri occhi quello che starà avvenendo,non certo con occhi annoiati, ma con la meraviglia di chi assiste alla creazione, a Dio che opera e fa meraviglie. E allora la gioia vi riempirà il cuore.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rinuncia o ricchezza?

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Cosa ci può dire il Vangelo di questa domenica a noi sposi? Tantissimo. Cercherò ora di condividere con voi alcuni passi passi che mi hanno aiutato a riflettere sul mio matrimonio.

Si avvicina un tale, una persona anonima, senza nome. Quel tale sono io, quel tale è la mia sposa. Gesù sta lasciando un villaggio. Quel tale gli si pone in ginocchio. Prostrato. Non lo ha cercato subito. Ha atteso l’ultimo momento. Come in un impeto del cuore. Questo giovane è una persona che ha tanto, è molto ricco, sapremo poi proseguendo nella lettura. Ha tutto ma non è felice. La sua vita non ha senso. Quante volte mi sono sentito così. Cercavo qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso a tutto, che potesse riempirmi il cuore. Questo ricco avrà sentito parlare tanto di Gesù, di come era speciale, di come parlava, dei miracoli che faceva, e si è gettato ai suoi piedi come tentativo estremo di trovare quel senso. Gesù sembra un po’ freddo e infatti risponde alla sua richiesta: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Gesù vuole capire se quell’impeto che ha portato quel giovane da lui è consapevole, è una scelta definitiva oppure se è solo la disperazione del momento. Gesù vuole far comprendere a quel giovane che solo riconoscendo in lui il Dio della sua vita tutto potrà cambiare. Il giovane ricco potrà finalmente trovare la vera ricchezza.  Questo vale per il giovane ricco. Non solo. Vale per ognuno di noi. Vale per il nostro matrimonio. Gesù ci insegna anche altro.  Non basta osservare la legge. Diventerebbe qualcosa di frustrante e di deflagrante alla lunga. Non si può accogliere la verità e la legge di Dio per dovere, ma solo per amore.  Il salto di qualità della nostra vita e del nostro matrimonio avviene quando decidiamo di osservare la legge perchè comprendiamo che quello è il modo per riamare Dio. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. (Gv 14, 21) Perchè capiamo che attraverso quella legge possiamo crescere nell’amore verso Dio e verso la persona che ci ha donato nel nostro matrimonio. Soltanto se riusciamo in questo cambio di prospettiva e di orizzonte possiamo davvero trovare quello che cerchiamo. Possiamo trovare il tesoro della nostra vita. Possiamo trovare il senso di ogni cosa e la verità che ci costituisce: L’AMORE. 

Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

Antonio e Luisa

L’amore sponsale secondo Fra Cristoforo

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de  I  promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

 

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso che ho riportato all’inizio dell’articolo. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, sia limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Ecco, la lettiga di Salomone. (42 articolo)

Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d’Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s’è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
10 Le sue colonne le ha fatte d’argento,
d’oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d’amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
11 Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. Dietro quell’iniziale “che cos’è”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Non c’è nulla da fare. Forse non ne siamo consapevoli fino in fondo. E’ una verità che però il nostro cuore conosce bene. Ognuno di noi sposi è stato impaziente come lo è  Salomone. Lo siamo stati il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo benissimo che il matrimonio sarebbe stata un’altra cosa, una relazione completamente diversa  da ogni altra vissuta fino a quel momento.  Ora con anni di matrimonio alle spalle c’è un vissuto che mi permette di comprendere come quel momento abbia davvero portato una novità meravigliosa, ma già quel giorno il mio cuore lo avvertiva. Lei era ed è la mia regina. Lo è per ogni sposo. Non è persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. Salomone lo sa bene. Le guardie armate che accompagnano la sposa ci ricordano questa sua preziosità. Non ci ricordano solo questo. Ci ricordano che quella donna, l’amore che ci vuole donare, il desiderio che provoca in noi va custodito come la perla più preziosa della nostra vita. Dio ci ha preparato per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due, sta a noi difendere questa relazione sacra da tutte le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza, e non è cosa facile. Un ultimo significato, non meno importante, che posso intuire è la guarigione e l’apertura all’altro/a. Il matrimonio se vissuto in Gesù può davvero liberarci dalle paure, dalla difese che ci arroccano, dalle nostre ferite che ci rendono incapaci di accogliere l’altro in pienezza, ci rendono incapaci di mostrarci nella nostra umanità e nella nostra fragilità. Con Salomone l’amata non avrà più bisogno di nessun guerriero armato perchè con lui non avrà paura di essere offesa, violata, usata e posseduta. Salomone saprà accoglierla, rispettarla ed amarla. Questo è ciò a cui siamo chiamati nella vocazione matrimoniale. Potremo commettere errori,  ma il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino è fatto col legno del Libano, ossia di cedro, un legno profumato e duraturo: ciò dà il significato di una relazione che non finisce mai. C’è qualcosa di immortale alla base della nostra vita, e questa è la Parola che si è fatta carne, che non passerà. Questo è il nostro matrimonio e il nostro amore che è immagine dell’amore di Dio
Il baldacchino costruito da Salomone ha colonne d’argento e la spalliera, dove appoggia le reni, d’oro. Reni, per il Testo Sacro, è la dimensione del cuore, del sentimento, della vita. La relazione è fatta di fatica, di purificazione estrema perché i sentimenti siano più puri possibile, ed è un percorso, un cammino continuo.
“Il suo seggio di porpora, il suo interno è un ricamo d’amore…:è’ la descrizione del Santo dei Santi e di com’era custodita l’Arca dell’alleanza. Tutto è sistemato in termini ordinati e richiama ad un senso, che è Dio; e dice l’essere custoditi, proprio dalla relazione, come cosa preziosa, la più preziosa come, appunto, l’arca del Signore. Ci ricorda che la nostra relazione sponsale è abitata da Dio. Così come lo era il Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme, così come lo è il tabernacolo delle chiese. Noi siamo tabernacolo di Gesù. Noi conteniamo nella nostra limitata capacità di amare l’infinito amore di Cristo. Si è fatto piccolo per farci grandi, per farci luce per il mondo.

Ora dopo questa descrizione tornate al giorno del vostro matrimonio. Io ricordo Luisa  quando  è entrata in chiesa e con l’abito bianco è venuta verso l’altare verso di me.  In quel momento non riuscivo a contenere l’emozione di sapere che da li a poco lei sarebbe diventata mia, ma non nel senso del possesso, ma nel senso che si sarebbe svelata a me in tutta la sua bellezza e dolcezza e io mi sentivo come lo sposo del cantico che assaporava quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Non conoscevo tutta questa realtà che il matrimonio mi avrebbe aperto, ma il mio cuore già gioiva per qualcosa che avvertiva essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto

L’amore è anche pagare per l’altro

Ieri durante la Messa ho ascoltato il Vangelo. Non l’avevo letto prima come di solito faccio, anche per preparare i miei articoli. E’ stata quindi una sorpresa. Il sacerdote ha proclamato la parabola del buon samaritano. Ascoltata decine se non centinaia di volte. La Parola è però meravigliosa perchè ti parla sempre in modo diverso. Ti dice quello di cui hai bisogno in quel momento. Oggi ho colto qualcosa su cui non mi ero mai soffermato prima.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Quello che mi ha colpito è tutto l’agire del samaritano, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza. Mi hanno svelato d’improvviso qualcosa che già sapevo, ma non con questa chiarezza e senza possibilità di fraintendere. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui. Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. Nel mio matrimonio non ho mai dovuto pagare molto per la mia sposa. E viceversa naturalmente. Non ci sono mai stati grandi dolori o sofferenze che ci siamo procurati l’un l’altra. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa. Per carità! Io non voglio giudicare che fa scelte diverse e cerca nuove relazioni. Io stesso sinceramente non so come mi comporterei. In certe situazioni ti devi trovare. Se mi permetto di scrivere queste righe è perchè ho in mente diverse persone, reali, che stanno pagando giornalmente per l’altro, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti. Giulia, Anna, Paola, Francesco e tanti altri. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

Voglio concludere con le parole del Papa a Santa Marta:

«Ma c’è un’altra cosa — ha proseguito il Pontefice — che forse si può spiegare più avanti, in altre occasioni: alcuni teologi antichi dicevano che in questo passo è racchiuso tutto il Vangelo. Ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: “Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò”». È importante dunque pensarci bene, ha ripetuto il Papa, perché «in questo brano c’è tutto il Vangelo».

Io concludo affermando che ogni volta che paghiamo per il nostro sposo o la nostra sposa, in quel gesto c’è tutto il Vangelo.

Antonio e Luisa

Per la durezza del vostro cuore

In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Noi sposi dobbiamo leggere e rileggere il Vangelo di questa domenica. Dobbiamo approfondirlo e cercare di capire cosa Gesù ci vuole dire.

Ci sono 2 passaggi chiave, che mi hanno colpito profondamente:

  1. Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
  2. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; Sicché non sono più due, ma una sola carne.

Parto dal secondo punto. Il matrimonio è il sacramento delle origini. Giovanni Paolo II lo definisce sacramento primordiale. Detto in parole più semplici attraverso il sacramento del matrimonio Gesù, in virtù della sua morte e resurrezione e, attraverso  la Grazia salvifica e redentiva scaturita dal suo sacrificio, ci permette di tornare lì, di tornare alle origini.  Giovanni Paolo II arriva a definire questa realtà viva ed operante del sacramento una ri-creazione, una nuova creazione, intesa come creare di nuovo quell’ordine, quella pienezza, quella autenticità che rendeva l’unione tra Adamo ed Eva un paradiso. C’è una differenza ora rispetto alle origini. Noi abbiamo il peccato originale. Abbiamo la concupiscenza che ci insinua continuamente l’istinto di dominare l’altro, di farlo cosa nostra. Il sacramento del matrimonio per poterci condurre a quelle origini, che tanta gioia e pienezza potrebbero darci, necessita del nostro costante impegno, della nostra volontà a combattere il male per farci dono. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Nel rito del matrimonio non promettiamo di amare e onorare l’altro ogni giorno della nostra vita? Con la Grazia di Cristo? Servono Grazia e volontà. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni reciproche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa, perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Arriviamo al primo punto. Tutti si chiederanno perchè Dio, attraverso la Legge di Mosè, ha permesso il ripudio. La risposta ci viene direttamente da Gesù: per la durezza del vostro cuore.

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie a quel documento poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educarlo per condurlo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta, ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portarla a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Cos’è che sale dal deserto. (41 articolo)

Che cos’è che sale dal deserto
come una colonna di fumo,
esalando profumo di mirra e d’incenso
e d’ogni polvere aromatica?

 

Ci siamo , finalmente l’attesa è finita. Il corteo della sposa sta arrivando, gli sposi possono finalmente incontrarsi, dopo essersi desiderati per lungo tempo possono finalmente guardarsi anzi ammirarsi e trovarsi finalmente soli. La festa del matrimonio ha inizio. E’ bello notare come tutti i sensi siano coinvolti: c’è la vista, la colonna di fumo che si alza all’orizzonte, c’è l’olfatto, con il profumo e la fragranza di tante essenze, aromi e fiori. C’è poi l’udito con il calpestio, le grida, le risa di questo corteo che si avvicina e che rompe il silenzio del deserto.  Il corteo sale dal deserto, desolato e disabitato senza colori e arriva in una città che fa festa. Il deserto che è immagine potente nella Bibbia.  La Sulamita, ci rappresenta, come ognuno di noi si è dovuta preparare a quell’incontro. Solo attraverso il deserto ha fatto esperienza dei suoi limiti e delle sue fragilità. Come ognuno di noi. Anche io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità a sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Ho abbandonato le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie e non permettevano di essere leggeri e aperti a Dio e all’altro. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola a forma di cuore, che nascondeva però  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e fragile come me. Si ora la Sulamita è pronta per accogliere e donarsi al suo sposo. Finalmente in pienezza e verità.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore

La sapienza nel matrimonio è saper restare piccoli.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Perchè i sapienti e gli intelligenti non riescono ad accogliere in loro la verità evangelica? Dio non ha nascosto niente a nessuno. Dio c’è per tutti. Tutti siamo figli suoi. Cosa ci vuole dire Gesù? I sapienti, in questo caso, è una parola usata con un’accezione negativa. Sono coloro che fanno di ciò che sanno il proprio dio. Fanno del loro sapere il loro unico sostegno. La fede è roba da gente ignorante. I sapienti più difficilmente accolgono la verità, più difficilmente accolgono lo stesso Gesù. I sapienti sono pieni di ciò che sanno. I sapienti sono pieni di ciò che fanno. I sapienti si bastano. Non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno di essere salvati. Non ne sentono né il desiderio né la necessita. I piccoli invece non si bastano. Vedono la loro fragilità, la loro inadeguatezza per tante cose della vita. I piccoli cercano la salvezza perché da soli non ce la fanno. Nel matrimonio è esattamente così. Esistono i sapienti. Quelli che non hanno bisogno di Dio. Non hanno bisogno della Sua Grazia e dei Suoi insegnamenti. Quelli che, quando le cose vanno bene, è perchè loro sono bravi, hanno capito più degli altri. Quando le cose vanno invece male è colpa dell’altro/a, che non è abbastanza, che non merita di aver al fianco una persona come loro. Tutto il mondo ruota attorno a loro, al loro ego. Poi ci sono i piccoli quelli che sono consapevoli delle proprie miserie. Quelli che ammettono errori e passi falsi. Quelli che non cercano sempre le responsabilità fuori di sé, ma cercano sempre di guardare in faccia la propria imperfezione. Questi, a prima vista, sono i deboli, i perdenti. Non è così! Questa loro consapevolezza li porta a meravigliarsi del dono dell’altro/a. A meravigliarsi della gratuità dell’altro/a. Questa consapevolezza li porta a rendere grazie a Dio e al loro sposo (sposa) per il dono ricevuto, per l’amore gratuito e non sempre meritato. In questo senso il giogo è leggero. Quando si fa esperienza dell’amore di Dio e lo si sperimenta attraverso un’altra creatura (sposo o sposa) tutto è più sopportabile. Quando invece il mondo che ci siamo costruiti a nostra immagine, dove noi siamo centro e dio, quando questo mondo crolla tutto diventa troppo pesante e insostenibile. Non abbiamo più nulla a cui aggrapparci. Solo Dio salva. Noi da soli non possiamo allungarci la vita di un solo secondo. Figuriamoci salvarci.

Antonio e Luisa

Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa

Uno dei rischi più grandi del matrimonio è diventare come fratello e sorella. Dovrebbe essere però spiegata meglio. Non è sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. Perchè dico questo? Perchè l’amore di Filia (amicizia) è importante. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma è qualcosa di molto più profondo. Esiste tra di loro una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

La mia sposa non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei deve essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei deve essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro/a. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci amare completamente dall’altro e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre.

Antonio e Luisa

 

Sono l’amante di mia moglie

L’articolo  pubblicato ieri da Claudia e Roberto mi ha provocato alcune riflessioni che volevo condividere. L’amore che noi sposi ci doniamo vicendevolmente è quanto di più completo ci possa essere nell’ambito dei rapporti umani. Non c’è nessun altra relazione tanto piena e completa quanto lo sia il matrimonio. L’amore sponsale è un amore di sacrificio e di servizio. Il matrimonio è quindi Agape. L’amore sponsale è amicizia. Guai se non siete i migliori amici del vostro sposo o della vostra sposa. Significa che qualcosa non va. Non confidare i nostri pensieri più profondi, le nostre paure, non aprire la nostra anima e il nostro cuore al nostro sposo o sposa per farlo con qualcun’altro/a è già un tradimento della nostra unione. Questo è l’amore di Filia. Poi c’è l’amore erotico. Non meno importante degli altri due. L’eros non è un amore di serie B. E’ una manifestazione dell’amore propriamente umana e necessaria tra gli sposi per non far scadere la relazione in qualcosa di scolorito e senza gioia. L’Agape senza eros diventa spesso un peso e un obbligo. La filia senza eros rischia di renderci per l’appunto fratello e sorella, non sposi in Cristo.  Cosa voglio dire? Riprendendo l’articolo di Claudia e Roberto, l’altro/a non deve solo essere il nostro sposo (o sposa) ma il nostro amante. Luisa mi disse tempo fa qualcosa a cui non avevo mai pensato, ma è un’intuizione profondamente vera. Le coppie di adulteri si incontrano, solitamente, di mattina o di pomeriggio, in una situazione di tranquillità, dove riescono ad appartarsi in solitudine e pace. Lei si presenta in tiro. Vestita e truccata, magari con biancheria intima provocante. Normale che tutto riesca meglio. Pensate invece un marito e moglie con figli piccoli. Spettinati e magari anche un po’ trasandati. Presi da mille pensieri, stanchi morti e con lo stress di non dover fare troppo rumore per paura che i figli possano sentire. Normale che non sempre esca bene. Anzi è un miracolo quando riesce decentemente.  Normale sperare finisca presto per poter finalmente dormire. Magari ci si appisola anche durante.  A me è capitato. Si riduce tutte a qualcosa di frettoloso, quasi un cartellino da timbrare.  Personalmente ci è successo di puntare la sveglia alle 4 del mattino per trovare un momento di tranquillità. Una fatica enorme svegliarsi e un’altra fatica trovare le energie e il desiderio. Lo è stata per me uomo, a maggior ragione per la mia sposa. L’alternativa qual’è? L’astinenza? Sarebbe una cura peggio della malattia che minerebbe le basi del nostro matrimonio. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. Perchè è importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità. Per questo è importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio. Se ci mettete volontà e impegno non avrete bisogno di amanti altri, di persone estranee alla vostra relazione perchè nessuna/o potrà darvi quello che avete già dentro la coppia, quello che vi dà il vostro sposo/ la vostra sposa. L’amplesso per noi sposi cristiani non è un gesto che porta all’orgasmo e basta. Quella è solo una parte. La più immediata e sensibile, ma non la più importante. Per noi l’amplesso è la manifestazione di un’unione profonda. Attraverso il corpo, attraverso l’eros, si sperimenta di essere uno con l’altro e ci si dona completamente all’altro. Il piacere di quel gesto non è qualcosa di meramente fisico, ma qualcosa che investe tutta la persona in anima e corpo. Qualcosa che porta i suoi benefici in pace, unità e amore nei giorni a venire. Per questo non è qualcosa da sottovalutare, ma al contrario da perfezionare.

Io sinceramente non credo che esista una donna con cui posso provare e vivere la stessa bellezza che vivo con mia moglie. Anche nell’intimità. Ricordate sempre che prima di essere genitori siete una coppia di sposi. Curare questa dimensione significa essere anche genitori migliori.

Antonio e Luisa

Fare l’amore da sposati

Come si trasforma la vita intima e sessuale di una coppia da sposati. Forse fai parte di quelle coppie che da fidanzati hanno scelto di vivere l’esperienza della castità, regalo bellissimo che permette ai fidanzati di scoprire e coltivare la gratuità e il rispetto verso il partner, e cosa più importante non usare il sesso per allontanare i problemi o gli scontri.

Il cammino di castità vi ha aiutato a scoprire e consolidare la verità di chi siete, nelle vostre differenze, desideri, sentimenti, progetti. La castità è un viaggio speciale, fatto del desiderio di donarsi all’altro nella gratuità e nella verità della relazione, in cui intimità e responsabilità crescono di pari passo. Il fidanzamento può essere un tempo in cui si da spazio e valore a tutti quei gesti bellissimi e intensi, come lo sguardo, l’abbraccio, la carezza, le dolci parole sussurrate, che poi sbocciano nel rapporto sessuale con il matrimonio. Forse fai parte di quei fidanzati che hanno già vissuto e condiviso la sessualità col partner. Specialmente all’inizio della relazione lo fai tante volte, più volte che puoi, ogni giorno, più volte al giorno (…il sogno di mio marito!) come se non ci fosse un domani. Invece un domani c’è! E un domani ti sposi, e fino qui potresti anche continuare alla grande, se mutui, bollette, routine, lavoro, stanchezza e rotture varie non ostacolassero il tempo. E un domani arrivano i figli e con loro, la cosa si complica enormemente. La specie femmina si stressa alquanto riempiendosi la testa di pesi, organizzazione, pensieri continui su come gestire lavoro, famiglia, e figli, e questo la porta a vivere la relazione sessuale col marito come l’ennesima incombenza in cui qualcuno le chiede qualcosa. La specie maschio non batte ciglio e lo farebbe in continuazione perché la sua testa resta sgombra da tutti i carichi che si prende la specie femmina. A volte succede il contrario, cioè che la donna manifesta più intensamente il desiderio di fare l’amore e l’uomo assorbito dal lavoro o la carriera, sublima la sua energia vitale, che non è più disponibile nella coppia, per cui si accontenta anche di incontri sporadici. Con i figli la frequenza e la qualità del rapporto sessuale possono cambiare, spesso in negativo. Si fa l’amore molto meno, con meno intensità, di sfuggita come se si dovesse timbrare il cartellino. Abbiamo incontrato coppie che hanno smesso di fare l’amore con la nascita del figlio e hanno permesso che trascorressero anni diventando quasi fratello e sorella. Niente di più grave in una relazione di coppia!! Queste premesse sono limitate, perché ci sarebbero tante storie da raccontare, tante situazioni da approfondire, che parlano di come la sessualità diventa una cartina di tornasole della vita personale e di coppia. In questo articolo desideriamo condividere alcuni punti da cui puoi lasciarti ispirare. Se la tua vita sessuale nel matrimonio non è più soddisfacente, non rigenera il vostro serbatoio d’amore allora vale la pena fare il punto della situazione e prendersi cura della questione.

• Non sei più un ragazzetto/a che fa quello che gli pare quando gli pare, questo significa che il carico di responsabilità che avete assunto può schiacciare la spontaneità, la creatività, l’intuizione, la sorpresa, la meraviglia, l’istinto, che vanno assolutamente recuperate e coltivate. In un modo nuovo, compatibile col tuo stato di sposato/a o convivente.

• I tempi vanno prestabiliti: vi dovete e potete dare appuntamenti per fare l’amore. Prendetevi permessi a lavoro, prendetevi le ferie per fare l’amore. Date all’intimità sessuale con vostro marito o vostra moglie tutta l’importanza che questo gesto merita, investendo tutte le vostre risorse. Prendete appuntamenti per incontrarvi senza essere disturbati.

• Costruite un dialogo franco e aperto di come vi sentite in relazione al vostro corpo e al corpo dell’altro. Parlate di cosa vi piace e cosa non vi piace, cosa vi da gioia e gusto e cosa invece non desiderate, in un ascolto totale di sé e dell’altro. Evitate accuse e pregiudizi e mostrate rispetto per la sensibilità che l’altro può esprimere. Dal dialogo, scegliete di aprirvi a ciò che l’altro desidera nel rispetto di sé e dell’altro, tenendo presente anche la saggezza della Chiesa sull’uso del nostro corpo e della gestualità permessa. Parlatene fuori casa, a cena fuori o in una passeggiata al parco, da soli e senza intrusioni esterne.

• Fate l’amore con tenerezza e lentezza, permettendo alla passione di sbocciare in un clima di intimità e donazione profonda. Muoversi lentamente non significa scartare la passione, ma implica darsi il tempo di gustare ogni sensazione visiva, olfattiva, uditiva, tattile, ogni sapore, per regalarsi totalmente all’altro in ogni parte di sé. Quando fate l’amore lo Spirito Santo scende fra di voi, rinnova il sacramento e nutre e fa crescere il vostro amore.

• Fate l’amore un giorno si e due no (cit. “L’ecologia dell’amore” Antonio e Luisa De Rosa Tau Editrice 2018). Non so se questo ritmo si può mantenere… ma il messaggio è fate l’amore spesso e bene!!! Non è vero che la sessualità nel matrimonio cristiano è tabù, non è vero che è qualcosa di secondo ordine, non è vero che la Chiesa non custodisce il valore di un’intimità sessuale di qualità. Possa tu gustare la gioia di un incontro profondo e esclusivo con il tuo sposo, con la tua sposa per scoprire che il sogno di Dio per gli sposi è l’AMORE!

Claudia e Roberto Reis

L’amore non è una cosa che abbiamo inventato noi.

Da febbricitante credo si scriva con più scorrevolezza… e poi il calore del pc mi scalda. Quindi tra una coperta ed un tè caldo scrivo. La frase del titolo si è impressa nella mia mente da quando ho piacevolmente scoperto che la fisica è tutt’altro che una disciplina fredda e sterile grazie al film “Interstellar” (avevo questo presentimento quella volta che superai la sufficienza in fisica al liceo, ma questa è un’altra storia).
Ho sempre intuito che di certezze non ne abbiamo poi così tante, ma durante la visione di questo film mi è sembrato che la terra su cui cammino tutti i giorni cominciasse velocemente a sgretolarsi. Impossibile non domandarsi da dove veniamo, dove andiamo e che ci stiamo a fare qui. Ma soprattutto quanto è bello lo spazio? Beh, quest’ultima domanda in realtà non c’entra nulla con le grandi questioni esistenziali, ma guardare quelle immagini mi ha ricordato l’esperienza dello snorkeling: stai lì nell’acqua e ti avvolge solo il silenzio, non riesci nemmeno a sentire i tuoi pensieri. Buttati in mezzo ad una realtà a noi sconosciuta immediatamente si fa strada dentro di noi un sentimento chiaro, nitido, definito e bellissimo: “quanto siamo piccoli”. Insomma, nelle nostre vite quando sosteniamo un discorso in cui crediamo dando grande prova di eloquenza non ci sentiamo poi così piccoli. Ci viene da pensare che tutto scorre liscio. Mio fratello, durante una delle tante nostre fitte chiacchierate socio-psico-religio-esistenziali, mi ha detto che ci sembra che tutto scorra tranquillo perchè secondo le nostre personali categorie tutto va secondo i nostri piani. Le regole che ci siamo creati mentalmente filano dritte perchè si applicano alla realtà minuscola che ci siamo ritagliati in un vasto spazio di domande e dubbi. Ci sono momenti in cui guardiamo la nostra realtà e diciamo “tutto scorre”. Poi spesso la vita cambia le regole, oppure ci confrontiamo con qualcuno che ne ha di diverse (è necessario, è fondamentale trovarsi qualcuno con regole diverse, sennò viviamo una realtà ancora più limitata a noi stessi) ed entriamo in paranoia. Dove sono finite le nostre categorie? Loro ci sono, ma devono adattarsi, devono in un certo senso riprogrammarsi. Il nostro cervello è disposto quindi a collaborare con il cambiamento, ma, in noi, nella nostra parte più profonda (si può chiamare in tanti modi… a me piace chiamarla “anima”), deve scattare qualcosa. Non è facile decidere quando debba scattare questo qualcosa, ma ci sono delle occasioni privilegiate: quando, cioè, ammettiamo di essere piccoli, finiti. Quando lasciamo dei pezzi della nostra intelligenza, quando ci affidiamo. Che sia nel bel mezzo dell’oceano o dello spazio, ci serve un ambiente estraneo, ci serve un compagno di vita che ci fa vedere che non abbiamo sempre ragione, ci serve un Qualcuno che è Altro da noi. Ci serve ribaltare le nostre categorie. Tutto questo non per spiegare… ma per vivere. Quando sembra tutto svanire, quando l’acqua non ci fa vedere molto chiaramente chi abbiamo di fronte o lo spazio è troppo vasto per poterlo avvolgere tutto con lo sguardo, si prova una strana sensazione di chiarezza. Quasi non ci fa più spavento nulla. Tutto è un po’ ovattato, un po’ indefinito, ma non abbiamo più paura. Spesso l’unica cosa che ci fa veramente paura è il dover controllare sempre tutto, non dovere mai abbassare la guardia. Per questo quando ci abbandoniamo allo scorrere del tempo e della vita proviamo un senso di eccitazione. Superiamo quel limite che ci spaventa. Ma stiamo pur sempre parlando di sensazioni che per definizione sono di passaggio, non sono permanenti. Allora è tutto una sensazione? Il tempo, il peso, la nostra altezza, la nostra intelligenza, l’età? Questa è la domanda che la fisica mi ha posto (non sono una grande studiosa di fisica… forse sarebbe più corretto dire le quattro nozioni che ho imparato da questo film, ma suonava meglio, siate misericordiosi, ho anche la febbre…). Abbiamo incasellato ogni cosa in belle categorie inventate da noi? Forse abbiamo reinventato la realtà. Insomma, nemmeno l’orario è una cosa fissa. Come lasci il tuo Paese, ma che dico, la tua città, già le categorie che per una vita hai pensato fossero le uniche vere e giuste cominciano a traballare. E poi c’è l’amore. L’amore? Oh l’Amore non è una sensazione. E nemmeno un’invenzione. Non fa parte di un processo evolutivo e sfugge con facilità alla nostra logica di incasellare tutto. Credo che utilizzi i mezzi meno logici per manifestarsi e che si sveli nel silenzio e nel nondetto. L’amore non ce lo siamo inventati noi, l’amore prescinde dalle nostre categorie. L’amore non è una sensazione e nemmeno un’invenzione, l’amore di chi si sceglie, di chi combatte e lotta, di chi non deve mettersi in mostra per dimostrare, l’amore di chi fa degli errori, l’amore di chi chiede perdono, l’amore di chi vive un dramma, l’amore di chi affronta un dolore, l’amore di chi c’è sempre e l’amore che supera la morte; questo non deve farci paura.

Federica Di Vito

dal suo blog Il peso specifico delle parole

Sposi sacerdoti. Voglio cercare l’amato del mio cuore. (40 articolo)

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amato del mio cuore;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
[2]«Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amato del mio cuore».
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
[3]Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:
«Avete visto l’amato del mio cuore?».
[4]Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amato del mio cuore.
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò
finché non l’abbia condotto in casa di mia madre,
nella stanza della mia genitrice.

D’improvviso la scena cambia. Da una situazione rassicurante e luminosa si passa alle tenebre della notte. La Sulamita si sveglia e si ritrova da sola. Lì nel talamo nuziale, in quel recinto sacro, lui non c’è. Il talamo segno di un noi che si fa concretezza diventa  luogo di paura e solitudine. Il Cantico è un continuo perdersi e ritrovarsi. Un continuo equilibrio da ritrovare e ricercare. Noi non siamo mai uguali. Ogni giorno cambiamo e, di conseguenza, cambia anche la nostra relazione. Lei lo cerca e non lo trova. Quando crediamo di conoscere l’altro/a ecco che ci sorprende. Viviamo nelle nostre sicurezze, nel nostro pigro scivolare nell’abitudine. Ormai sappiamo ogni cosa l’uno dell’altra. Ci illudiamo di sapere ogni cosa. L’altro resta un mistero sempre. Un’alterità che è continuamente chiamata a scegliere tra il bene e il male, tra il rassegnarsi alla sua debolezza o aggrapparsi alla forza che viene da Dio. A volte non lo/la troviamo. Non lo troviamo lì dove ci aspettavamo di trovarlo. Non lo troviamo in quell’atteggiamento, in quel modo di pensare, in quella reazione. Non dobbiamo per questo rassegnarci ed aspettarlo passivamente, attendendo che si comporti come noi ci aspettiamo. Dobbiamo, al contrario, uscire da noi stessi, dalla nostra sicurezza e andarlo a cercare. Una relazione è bella quando accoglie i cambiamenti, le sorprese, le debolezze e anche gli errori. Lui è felice di lasciarsi trovare, ma ancor di più è felice che la sua amata è disposta a cercarlo ovunque, qualsiasi strada lui abbia preso. Fondamentale notare come lei lo trovi solo dopo aver oltrepassato le guardie di ronda. Le guardie rappresentano i nostri pregiudizi, la nostra rigidità, il nostro egoismo e il nostro orgoglio ferito. La Sulamita trova il suo amato solo quando riesce ad andare oltre tutto questo, quando riesce a mettere l’amore per il suo sposo sopra ogni altra cosa. Una volta essersi stretto al cuore il suo amato fa qualcosa di meraviglioso. Un’altra immagine stupenda. Lo conduce nella casa della madre. Nella parte più intima. Dove lei è stata concepita ed ha visto la luce.  L’amato è condotto nella stanza della vita: è una relazione che va sempre più in profondità, al cuore, sede delle decisioni, dei sentimenti, della volontà. La Sulamita vuole essere sempre più uno con lui, tanto da voler condividere tutta la sua storia fin dall’inizio. Come a dire: sono nata per mezzo di mia madre, ma con te sono rinata in una nuova creazione, in una creazione d’amore che da due creature ne ha forgiata una sola tanto i due sono stretti l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me.

Indissolubilità e separazione, due parole che apparentemente non possono stare insieme.

Alla luce dell’offerta di “scappatoie” sempre più sottili e di facile accesso, quali la separazione e il “divorzio breve”, oggi ha ancora senso parlare di indissolubilità? Ma soprattutto si può parlare di indissolubilità nella realtà di un cristiano che sceglie di rimanere fedele al suo sacramento nonostante la scelta dell’altro di andarsene?

Fortunatamente noi apparteniamo alla Chiesa Cattolica, la quale ci è Madre e Maestra, e riesce a rispondere a queste domande in modo chiaro e non fraintendibile.

Già nel 1981, quando i divorzi non erano così numerosi come oggi, San Giovanni Paolo II scrisse un’Esortazione Apostolica che al giorno d’oggi risulta profetica. Il documento è la Familiars Consortio.

 

«Non raramente all’uomo e alla donna di oggi, in sincera e profonda ricerca di una risposta ai quotidiani e gravi problemi della loro vita matrimoniale e familiare, vengono offerte visioni e proposte anche seducenti, ma che compromettono in diversa misura la verità e la dignità della persona umana. E’ un’offerta sostenuta spesso dalla potente e capillare organizzazione dei mezzi di comunicazione sociale, che mettono sottilmente in pericolo la libertà e la capacità di giudicare con obiettività» (cf. Familiaris Consortio 4).

Negli anni 70 in Italia venne introdotta la legge sul divorzio, la quale, di fatto, legittima lo scioglimento del vincolo matrimoniale, questo, purtroppo, ha portato ad una riduzione del vincolo matrimoniale ad un semplice contratto. Oggi sciogliere un matrimonio (a livello civile, s’intende) è molto facile, e questo delegittima ancora di più questo vincolo, che per noi cristiani risulta sempre e comunque un vincolo sacro. A tal proposito al nr. 6 di FC leggiamo che: «alla radice di questi fenomeni negativi sta spesso una corruzione dell’idea e dell’esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio egoistico benessere».

Al nr. 7 viene evidenziato che: «Fra i segni più preoccupanti di questo fenomeno, i Padri Sinodali hanno sottolineato, in particolare, il diffondersi del divorzio e del ricorso ad una nuova unione degli stessi fedeli». Quante volte, e ne fa parte anche il mio caso, il nostro coniuge rompe il vincolo matrimoniale perché innamorato di un’altra persona, oppure perché “con te non ne vale più la pena?”.

Ma la Chiesa che cosa risponde ad una persona che vive la condizione di separato che sceglie di rimanere fedele al suo matrimonio?

Al nr. 9 FC illustra che: «Alla ingiustizia generata dal peccato –profondamente penetrato anche nelle strutture del mondo di oggi- e che spesso ostacola la famiglia nella piena realizzazione di sé stessa e dei suoi diritti fondamentali, dobbiamo tutti opporci con una conversione della mente e del cuore, seguendo Cristo Crocifisso nel rinnegamento del proprio egoismo: una simile conversione non potrà non avere influenza benefica e rinnovatrice anche nelle strutture della società». Ecco noi separati a che cosa dobbiamo fare riferimento: solo e soltanto a Cristo Crocifisso, solo Lui e Lui soltanto può dare un senso alla nostra sofferenza e darle anche un orientamento salvifico. Al nr 12, infatti, leggiamo: «E lo stesso peccato, che può ferire il patto coniugale diventa immagine dell’infedeltà del popolo al suo Dio: l’idolatria e prostituzione (cfr. Ez 16,25), l’infedeltà è adulterio, la disobbedienza alla legge e abbandono dell’amore sponsale del Signore. Ma l’infedeltà di Israele non distrugge la fedeltà eterna del Signore e, pertanto, l’amore sempre fedele di Dio si pone come esemplare delle relazioni di amore fedele che devono esistere tra gli sposi (cfr. Os 3)». Ecco quindi che se anche gli sposi dovessero prendere strade parallele, il Signore comunque rimane fedele al vincolo che ha stretto con loro nel giorno del matrimonio e, ogni giorno rinnova questa sua fedeltà. Pertanto, «in virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi sono vincolati l’uno all’altra nella maniera più profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa» (CF. FC 13), è proprio in virtù di questo rapporto Cristo Chiesa che un separato trova la sua più piena realizzazione, perché la promessa di fedeltà eterna di Cristo non si esaurisce con l’uscita di casa del coniuge.

Giuliaheaven (G.M.)

 

Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti

Lo so siamo a martedì. Voglio, però, ritornare alla Parola di domenica. E’ troppo importante per noi sposi per non rifletterci sopra. Il Vangelo ci diceva:

Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».

Concetto che si comprende meglio se letto alla luce della seconda lettura tratta dalla Lettera di San Giacomo:

Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete;
chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.

Spesso il matrimonio è così, è una guerra. Una guerra per assoggettare l’altro, per renderlo nostro, per possederlo. Per renderlo più aderente possibile all’idea del nostro uomo o della nostra donna ideale. Tutti abbiamo in testa come dovrebbe essere  e cosa dovrebbe fare l’altro. Molto più difficile è accoglierlo. Accoglierlo così com’è. D’altronde l’abbiamo sposato/a conoscendolo/a. Abbiamo preso il pacchetto completo. Se l’abbiamo sposato/a con l’idea di cambiarlo/a o senza conoscerlo/a bene è solo colpa nostra. Non possiamo accusarlo/a di essere così. Non possiamo pretendere che lui/lei cambi. Possiamo solo donarci completamente. Possiamo prendere quelle spigolature, quei difetti, quelle cose che non ci piacciano e accoglierle, perchè accogliendo la parte meno bella dell’altro gli stiamo dicendo qualcosa di grande. Stiamo dicendo che il nostro amore è gratuito, il nostro amore è incondizionato. Che lui/lei non deve dimostrare nulla. Che noi ci saremo sempre. Che non deve continuamente dimostrare di meritare il nostro amore. Non sarebbe amore. Vi assicuro che spesso quel cambiamento che non otterremmo mai pretendendolo per forza diviene possibile per amore, per dono. A me è successo così. Non sarei mai cambiato se non per il desiderio di rispondere a quell’amore grande che la mia sposa mi ha sempre mostrato. A volte si è umiliata per me e per questo si è dimostrata molto più grande di me.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Le piccole volpi che infestano il nostro amore. (38 articolo)

Prendeteci le volpi,
le volpi piccoline
che guastano le vigne,
perché le nostre vigne sono in fiore.
[16]Il mio diletto è per me e io per lui.
Egli pascola il gregge fra i gigli.
[17]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
ritorna, o mio diletto,
somigliante alla gazzella
o al cerbiatto,
sopra i monti degli aromi.

Le piccoli volpi. Sembra un’immagine tenera. Immaginiamo queste piccole volpi all’interno della vigna. Che pericolo possono portare? Non possono certo fare del male. Invece il Cantico ci chiede di prestare attenzione alle piccole volpi. Possono essere letali. Le vigne sono in fiore. Il nostro amore, la nostra intimità, la nostra unità e il nostro essere uno, sono rigogliosi. La nostra relazione è una vigna che profuma, è piena di colore e di bellezza. La nostra relazione sta dando frutti meravigliosi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita. Attenti però alle piccole volpi. Ma chi sono queste piccole volpi? Perchè sono tanto pericolose?

Le volpi sono le piccole mancanze, omissioni e abitudini dannose. Tanti matrimoni scoppiano senza che accadano fatti straordinari. Non ci amiamo più. Quanti dicono così? Tantissimi. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito

Riconoscersi miseri.

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;
e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

Nel Vangelo di oggi c’è una riflessione importante da porre in evidenza. E’ chiara la difformità di comportamento tra il fariseo e la donna che si accovaccia ai piedi di Gesù.

Il fariseo ha un atteggiamento di distacco da Gesù. Chiaramente lo ha invitato, non perchè trova qualcosa di importante per la sua vita in quell’uomo, ma forse per curiosità, o soltanto per poter dire di aver avuto alla sua tavola un personaggio che andava per la maggiore. La donna ha tutt’altro atteggiamento. Entra non dice una parola. Sente di non essere degna di Gesù, non è degna di sedere con lui, di parlare con lui. Come un cagnolino si pone ai suoi piedi in attesa di uno sguardo o di una buona parola. A lei basta poter accarezzare anche i piedi di quell’uomo.  Alcuni identificano questa donna con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, altri con Maria Maddalena. In realtà non è chiaro. Io preferisco pensare che questa peccatrice non abbia volto e non abbia nome affinchè ognuno di noi possa immedesimarsi in lei. In lei oppure nel fariseo. Neanche lui ha nome e volto. Gli atteggiamenti di questi due personaggi indicano, non a caso, le due inclinazioni che possiamo seguire nel nostro matrimonio. Possiamo pensare come il fariseo. Possiamo quindi credere di non avere bisogno di perdono, di sentirci delle persone apposto, di essere migliori di tanti altri, anche del nostro coniuge. Questo atteggiamento non ci può consentire di aprirci all’amore. Questo atteggiamento non ci renderà capaci nè di amare Dio nè di amare il nostro coniuge. La nostra superbia ci porrà sempre su un piedistallo. La nostra sposa o il nostro sposo non saranno mai abbastanza, dovranno continuamente dimostrare di essere degni del nostro amore. In fondo crediamo abbiano fatto un affare a sposare una persona come noi.

La peccatrice del Vangelo ha un atteggiamento completamente opposto al fariseo. E’ consapevole della propria miseria, dei peccati commessi e degli errori fatti. Lo sguardo di Cristo che si è posato su di lei l’ha fatta sentire amata, desiderata e bellissima. Nonostante tutta la sua storia e il disprezzo della sua gente. Ecco, anche noi nel nostro matrimonio possiamo sperimentare lo stesso amore. Quando nonostante i nostri errori, che ci sono tutt’ora, riusciamo a guardarci con lo sguardo di Cristo l’un l’altra, e  sentiamo sulle nostre ferite la freschezza del perdono e dell’accoglienza, nasce in noi il desiderio di fare come la peccatrice. Nasce il desiderio di versare il nardo sui piedi dell’altro/a. Per ringraziare lui/lei e Dio attraverso lui/lei del dono del perdono e dell’amore gratuito, incondizionato e non sempre meritato. Nardo che è segno dello spreco. Attraverso quel gesto la peccatrice vuole esprimere tutto il suo amore e il suo abbandono per Gesù, l’unico e autentico Re della sua vita. La peccatrice, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Solo se ci sentiremo indegni del dono di Cristo e della nostra sposa (sposo) attraverso Cristo saremo capaci di amarci così.  Ogni tanto io e Luisa sembriamo dei matti. Ognuno dice all’altro: Non merito uno sposo/una sposa come te. Credo che questo sia il nostro segreto. Questo è il segreto che ci permette di rompere il vaso di nardo. E voi l’avete rotto?  Oppure siete avari e date qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Vi sprecate in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitate tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che vi unisce? Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Sposi sacerdoti. Uno sguardo infinito. (37 articolo)

Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
[14]O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro».

Alzati e vieni. Io voglio godere della tua bellezza, sposa mia. Non nasconderti. Non mettere barriere tra me e te. Mostrati interamente. Non aver paura del mio giudizio. Non aver paura dei tuoi difetti. Quello che non ti piace del tuo corpo, del tuo carattere, della tua persona è parte di un tutto che per me è meraviglia. Sei tu proprio perchè sei così, sei unica. Lo sguardo dell’amore vero è tale solo quando si posa tutta la persona. Il contrario di questo sguardo è lo sguardo pornografico. Che non è solo di chi fruisce di certi contenuti per adulti, ma è ormai comune a tanti. E’ lo sguardo che oggettivizza ogni persona. Lo sguardo di chi usa l’altro/a per soddisfare pulsioni ed egoismi. Lo sguardo di chi guarda per prendere e non per donarsi.  Chi guarda così non è capace di guardare la persona nella sua interezza e profondità, ma si ferma al solo corpo, a volte addirittura a parte di esso. Nei discorsi da bar quante volte una donna viene identificata con una parte del suo corpo. Quante volte viene identificata e ridotta al suo sedere o al suo seno. Questo è lo sguardo pornografico che non permette di amare in modo autentico e di godere della bellezza profonda di una donna, che è molto di più di un corpo. Lo sposo del Cantico ha uno sguardo puro. Per questo riesce a godere appieno della bellezza della sua amata. Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce. Attraverso il tuo corpo e la tua voce traspare tutta la tua bellezza che è per me irresistibile e affascinante. Nelle parole di Salomone si può intravedere il rispetto di chi si mette innanzi ad un mistero, ad una meraviglia che riempie gli occhi e il cuore. Lo sguardo dello sposo chiede all’amata di svelarsi per vivere la promessa d’amore che Dio ha nascosto nei loro cuori di uomo e di donna. Uno sguardo che non è solo richiesta di svelarsi, ma è anche sostegno per la sua sposa. La Sulamita sentendosi guardata in quel modo, sentendosi pienamente rispettata ed accolta, non sentendosi usata, sarà più libera di mostrarsi e svelarsi senza difese e senza barriere. Davvero il nostro sguardo, cari maschi, va purificato. Non siamo educati a guardare le nostre spose in questo modo. Loro lo sanno, percepiscono se il nostro è uno sguardo purificato o è ancora inquinato dalla pornografia. Loro avvertono tutto. Costa fatica, impegno e combattimento. Vi assicuro però che quando si riesce a recuperare lo sguardo d’amore del Cantico tutta la relazione cambia. La nostra relazione diventa davvero un canto d’amore, diventiamo noi Salomone e la Sulamita, diventiamo noi i protagonisti del Cantico. Dio ci ha donato questo libro affinché potessimo concretizzarlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Questa è la via.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato

Sposi sacerdoti. L’inverno è passato.(36 articolo)

«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
[11]Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
[12]i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
[13]Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!

Nel proseguo del Cantico ecco che l’amato conferma quanto ho già scritto nel precedente articolo. L’amato desidera ardentemente la sua bella, ma prestando sempre attenzione a non violentare la sua sensibilità, attende che sia lei a farsi avanti. La chiama, cerca di essere affascinante per attirarla a sè, ma senza mai forzarla. Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni! Fateci caso: la traduzione riporta il verbo all’imperativo. E’ un ordine allora? C’è forzatura? No, nulla di tutto questo. L’imperativo è posto per rimarcare, per rendere visibilie, la forza dell’amore autentico. La forza dell’amore che ci unisce rende il mio richiamo irresistibile. Non per la forza che obbliga, ma per l’amore che attira.

Questa forza irresistibile che attira potentemente il cuore come una calamita è spiegata nei versi successivi.
Come abitudine nel Cantico la natura che circonda i due amati è manifestazione e segno della natura profonda che li costituisce. A significare un’armonia perfetta tra visibile ed invisibile, tra anima e corpo, tra ciò che scaturisce dal cuore dei due sposi  e quanto essi manifestano attraverso il corpo e la tenerezza. L’amore è così. L’amore, quello autentico, crea armonia e verità, cancella ogni doppiezza e distanza, rende tutto trasparente.

L’inverno è passato, è cessata la pioggia. Sta arrivando la primavera. L’amore è rinascita. L’amore è svegliarsi da un letargo. Un inverno, però,  non arido. Un inverno in cui è piovuto. Un periodo della vita in cui ci siamo preparati ad accogliere la primavera, ci siamo preparati ad accogliere e riconoscere l’amore, un periodo in cui abbiamo preparato il terreno, il nostro cuore e il nostro sguardo ad accogliere di nuovo l’amore.

Mi soffermo un attimo su questo verso. Tutti abbiamo vissuto periodi di inverno, periodo in cui l’amore non si sentiva e  non si vedeva. Periodi in cui il nostro cuore aveva freddo, non era scaldato dal sentimento e dalla passione per nostro marito o nostra moglie. Che inverni sono stati? Inverni secchi o inverni piovosi? Mi spiego meglio. Avete comunque preparato il terreno per la primavera o avete smesso di farlo? Avete bagnato il terreno con la pioggia oppure avete lasciato che l’aridità prendesse il sopravvento? E’ importante vivere bene anche gli inverni del nostro matrimonio. E’ importante continuare a donarsi, anche quando costa tanta fatica, anche quando gli impegni della quotidianità sembrano distruggerti, anche quando l’intimità è sempre più difficile. Solo così, continuando ad amare l’altro/a nella tenerezza, nel servizio e nel dono totale, possiamo preparare il terreno alla primavera. Alla rinascita della nostra relazione. Perchè se non molliamo la primavera tornerà, questo è certo. Tornerà tanto più rigogliosa, feconda, profumata, colorata, tanto più avremo preparato il terreno nel nostro inverno.

Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.

Non due frutti a caso. Fico segno di fecondità e vite segno di gioia e di pienezza. Sta a noi far sì che i nostri inverni non siano portatori di morte, ma al contrario siano l’inizio di una vita e di una gioia ancora più grandi.

Antonio e Luisa

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  1. Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 

La fede si concretizza nelle opere

Questa domenica c’è una Parola che non può lasciarci indifferenti. Come uomini, come donne, ma soprattutto come sposi. Mi riferisco alla seconda lettura che riprende la Lettera di San Giacomo.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Parole senza possibilità di fraintendimento! Parole che non lasciano scampo e vie di fuga. Parole che ci mettono con le spalle al muro! La nostra è una vera fede, un vero rapporto personale con Gesù, oppure è tutta una sceneggiata? Non è difficile da scoprire. Ognuno di noi può comprenderlo senza difficoltà. Quali sono le nostre opere? Come ci comportiamo in famiglia, nella relazione di coppia, nel rapporto con i nostri figli? Siamo capaci di metterci al servizio? Siamo capaci di morire a noi stessi per innalzare l’altro/a?

La fede senza opere non può esistere. La vera fede senza opere non può esistere. Già, perchè a volte siamo bravissimi a costruirci una nostra fede di superficie, che non ha contenuto. Fatta di una serie di riti che servono a silenziare la nostra coscienza. Magari facciamo anche tanto per la parrocchia o per i movimenti. Coro, caritas, centro di ascolto, ecc. Non è questo che conta. La fede è autentica quando si concretizza principalmente nelle opere che possono rispondere alla nostra vocazione. Quindi al nostro essere marito e moglie, padre e madre. Ciò significa che sto davvero vivendo la Santa Messa se, e solo se, questo incontro intimo con il Signore, e questa comunione d’offerta con tutta la mia comunità, mi aiuta a farmi dono, servizio, sostegno e ascolto per la mia sposa e per i miei figli. Non posso fuggire da questa verità fondamentale della mia vita. Quando mi inginocchio davanti al Santissimo, durante la  consacrazione del pane e del vino eucaristico, sto implicitamente chiedendo di essere capace di inginocchiarmi davanti a Gesù presente, reale e vivo, che abita il mio matrimonio. Inginocchiarmi davanti alle fragilità della mia sposa, ai suoi bisogni, alle sue gioie e ai suoi dolori. Inginocchiarmi per essere tenerezza, cura, servizio e ascolto per lei.

Inginocchiarmi durante la Messa e poi non provare a vivere tutto questo nel mio matrimonio, significa prendere  in giro il Signore e anche me stesso. Sto recitando una bella sceneggiata, ma non ho idea di cosa sia la fede e non ho mai incontrato Cristo.

Concludendo: La mia fede può trasparire solo dal modo con cui amo, rispetto e servo la mia sposa. La Santa Messa non è per questo superflua. Al contrario. Attraverso la Santa Messa, e l’incontro intimo con Gesù, divento sempre più capace di amare la mia sposa. La Santa Messa non è quindi il fine della mia fede, ma il mezzo attraverso cui la mia fede diventa più vera, più forte e più grande, e può, così, manifestarsi nelle opere, nella capacità di santificare sempre più e meglio il mio matrimonio.

Nella lettera di San Giovanni è espresso benissimo, ma in modo differente, lo stesso concetto:  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 

Dopo la Santa Messa di oggi tornate a casa e regalatevi un abbraccio, un bacio, una carezza. Sarà un piccolo gesto, piccolo ma che racchiude tutto il grandissimo significato della nostra fede.

Antonio e Luisa

Una continua scelta tra ciò che è giusto e ciò che è bene.

Ho ricevuto e pubblico volentieri questa lettera. Una lettera che vuole essere una  risposta alla precedente testimonianza di una sposa abbandonata che ho pubblicato alcuni giorni fa (per leggerla cliccate qui)
Cara Sorella (si proprio Sorella perché capisco e vivo la tua stessa esperienza), ho 33 anni, sposata da 6 e separata da 9 mesi.
Capisco in profondità e in radicalità ciò che stai vivendo:  il giorno in cui l’uomo che hai sposato consapevolmente ti dice: “amo un’altra donna, me ne vado di casa” il mondo ti crolla addosso nel vero senso della parola. In tutta la mia vita non ho mai provato un dolore così grande e così lacerante come questo: tutti i miei sogni di famiglia felice, di “amore per sempre” distrutti e calpestati in una frazione di secondo, ma la cosa peggiore è che l’autore di tutto questo è stato l’uomo (e forse lo è ancora) che amo più della mia stessa vita. Per settimane ho pianto tutte le lacrime che avevo, sono arrivata al punto di piangere senza lacrime, sì le avevo finite.
Ma arriva un giorno che devi fare i conti con tutto questo dolore, in qualche modo lo devi “esorcizzare”, non ti può fagocitare, hai una vita meravigliosa da mandare avanti, e aspetta solo te per essere vissuta.
Io da subito ho avuto chiara la scelta di rimanere fedele al mio Sacramento, è stata così forte e così chiara che non ha mai (per ora) vacillato. Per me sono state importanti le parole sentite da un Santo Sacerdote: “Quando celebrate il vostro Sacramento siete sempre in 3: sposo, sposa e Cristo. E anche se entrambi gli sposi vanno in direzioni opposte, Lui resta, resta fedele PER SEMPRE”. Gesù avrebbe potuto scendere dalla Croce, ma non l’ha fatto, ha scelto di morire PER ME, per il mio Matrimonio, per la mia Salvezza, e quindi, chi sono io per scendere dalla mia croce?
Questo non vuol dire che io sono felice di stare sulla croce o che gioisco di questa sofferenza, ma se portata PER Cristo, CON Cristo e IN Cristo davvero la sua promessa del “giogo dolce e il peso leggero” si concretizza. Che cosa voglio dire: nell’ottica della mia resurrezione e della resurrezione del mio matrimonio io sono chiamata a restare su questa croce (STACCE! come dice Costanza Miriano), con i miei limiti, le mie cadute, le mie arrabbiature con Dio (si, cara sorella è “terapeutico” anche arrabbiarsi con Dio).
Il dolore con il tempo cambia colore. La sofferenza rimane, chiaro, ma assume contorni diversi, diventa parte di te, ma no ti sovrasta, non ti “guida”, diventa offerta per gli altri (per la malattia di qualche persona, per i sacerdoti in crisi, per le altre coppie in crisi, per chiunque si affida alla tua preghiera). Il tuo dolore rimane, non te lo toglie nessuno, ma vissuto nella prospettiva della resurrezione (si torniamo sempre lì) anche questa cosa così disumana diventa vivibile.
Ovvio i momenti di sconforto ci sono, sono molti e fanno male e anche dentro di me risuona quel desiderio di “sentirmi amata e rispettata da un uomo” ed è lì e rimane anche quando incontri qualcuno di “interessante”, qualcuno che ti fa dire “però dai, non male questo ragazzo”, ed è lì che inizia la battaglia, il vero discernimento tra ciò che è giusto e sacrosanto (sentirsi amata) e ciò che è bene (amare fino a dare la vita per il mio sposo, anche se lui non mi ama, anzi mi odia con tutto se stesso).
Oggi la strada della fedeltà non è una strada semplice, non è una strada “del mondo”: quante amiche che mi dicono: “ma si sei giovane, trovati un ragazzo che ti ami e che ti rispetti”, ma io in questo non mi ci sento, non mi ci vedo, mi sento di mancarmi di rispetto e se non mi amo e mi rispetto io, come posso pretenderlo dagli altri?
Non ho la ricetta per come rimanere fedeli, io so solo che ogni giorno all’Eucarestia chiedo di rinnovare la mia fedeltà al mio Sacramento, e, per ora, funziona.
Tutto quello che vivo è solo per Grazia di Dio. Io so che Gesù sta soffrendo con e più di me per questa situazione, ma Lui mi ci fa stare perché deve insegnarmi qualcosa, deve guidarmi verso quel progetto meraviglioso che Lui ha su di me e sulla mia vita.
Mio marito tornerà? Nessuno può rispondere a questa domanda. Forse non tornerà mai ma io sento forte che sono chiamata a pregare per lui e per la sua salvezza.
Io non sono una santa, non sono illuminata, sono solo una povera donna peccatrice che vuole fidarsi del suo Signore, di Colui che tutto può.
Grazie
G.M.

Sono il nemico di mia moglie.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

Amate i vostri nemici! Questo differenzia noi cristiani dai pagani. Questo differenzia il sacramento del matrimonio da ogni altra unione affettiva. Almeno dovrebbe differenziarci dagli altri. Spesso non è così. Spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Non dobbiamo cercare nemici lontani. Non dobbiamo pensare a grandi guerre, alla devastazione e alla forza distruttrice degli eserciti. La pace inizia in famiglia. Papa Francesco è chiarissimo su questo punto.

Nel 2017 nel discorso preparato per la Giornata della Pace il Papa disse:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società

La famiglia e, prima ancora, la coppia di sposi che è il nucleo fondante della famiglia, sono luogo dove incontrare il nemico e dove imparare ad amarlo. Il nemico è il nostro coniuge. Il nemico è l’imperfezione del mio sposo e della mia sposa. Il nemico sono i lati oscuri del suo carattere. Il nemico è la sua parte meno simpatica, la parte che mi provoca sofferenza e disagio. Il nemico sono i suoi peccati, le sue mancanze, le sue omissioni, le sue incapacità di amare, le sue fragilità, le sue parole dure e ingenerose, i suoi umori, i suoi silenzi carichi di rabbia. Ognuno metta il suo nemico. Gesù ci chiede, con la grazia del matrimonio, di amare anche quello che di nostro marito e nostra moglie non è bello e non è cosa buona. Amare al modo di Gesù. Non significa accettare ogni cosa. Significa essere capaci di guardare il nostro coniuge con lo sguardo di Cristo. Guardarlo/a con quello sguardo di chi vede attraverso tutte quelle brutte cose e riesce a cogliere, anche in quei momenti, la bellezza dell’altro/a. Riesce a cogliere quanto bene ci sia nell’altro anche se non del tutto espresso e manifestato. Non c’è nulla di più bello e gratificante per una persona di essere guardato così. Ve lo assicuro. Tutte le volte che non sono stato capace di farmi amore per la mia sposa, lei non ha mai smesso di guardarmi con quello sguardo. Mi sono sentito profondamente amato, amato in tutto, anche in quei lati del mio carattere che io stesso non amavo e che preferivo nascondere ai più. Quel suo sguardo d’amore mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di combattere. La forza di combattere i miei difetti e i miei peccati per cercare di essere una persona migliore. Non l’ho fatto per me. L’ho fatto per amore e riconoscenza. L’ho fatto per amore di Gesù e per amore della mia sposa, le due persone che più di tutte mi hanno amato sempre, anche nei momenti in cui io stesso faticavo a vedermi amabile. Credo che sia questa la grande forza dell’essere capace di amare i propri nemici. La forza dell’amore che sconfigge le tenebre. L’amore che come un’onda travolge e distrugge tutte le fortezze di male che l’altro si porta dentro.

Antonio e Luisa

I beati amano con l’amore di Dio.

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.»

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa?  Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi  con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi,  riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio.  Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. L’amore si nutre nel rispetto. (35 articolo)

Dopo aver messo in chiaro i presupposti necessari per rispondere alla chiamata all’amore, al desiderio di amore della Sulamita, possiamo addentrarci nel secondo poema.

[8]Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
[9]Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.

Da queste prime righe traspare tutta la gioia, la sorpresa e l’emozione che l’avvicinarsi dell’amato provoca nella Sulamita. Arriva dai monti. Eccolo è dietro al muro. La Sulamita ripensa ai momenti di intimità e complicità che già ha vissuto con lui. Momenti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore. Momenti che sono ricchezza messa da parte. Ricchezza da spendere nei periodi di aridità. Fare memoria della gioia per desiderare di viverla ancora.  L’amato è immagine della giovinezza. Viene paragonato ad un cerbiatto. Giovane come probabilmente era, ma ha anche un altro significato. La giovinezza, nell’amore, non si perde. Se ci prendiamo cura della nostra relazione il nostro amore non diventerà mai qualcosa di vecchio e grinzoso, non deperirà fino a morire, ma resterà giovane per sempre. Come mi è capitato di vedere alcuni giorni fa. Ho incrociato, lungo la strada, una coppia di sposi anziani. Si tenevano per mano come due ragazzini. Il loro amore era ancora giovane, bello, vivo. L’amore dà forza, l’amore dà energia, l’amore è una spinta ad andare verso l’amata, a donarsi a lei. L’amato, Salomone, non arriva faticando, arriva saltando su per i monti. L’innamoramento è così. Rende sopportabile e bella qualsiasi fatica. Questo innamorato non è però un predatore. Non è uno che si prende con la forza quello che vuole. E’, al contrario,  una persona che, rapita dalla meraviglia di quella donna, si pone con grande rispetto innanzi a lei. Percepisce in lei un mistero grande. Un mistero di un’alterità diversa da lui. Percepisce in lei la sua stessa dignità regale. E’ una regina, è figlia di Re. E’ figlia di Dio. Così, seppur stia bruciando dal desiderio di essere uno con lei, non entra d’improvviso. Non vuole violare la sensibilità di quella creatura tanto bella. Non vuole spaventarla. Allora non entra e aspetta dietro al muro che sia lei a chiamarlo. Guarda dalla finestra e attraverso le inferriate per riuscire almeno a godere della sua presenza e della sua vista. Lo fa per farsi presente, ma attende che sia lei ad aprire, a chiamarlo al di là di quel muro che li divide.

Quanto possiamo imparare, noi uomini, da questo atteggiamento di autentico rispetto di Salomone. Lo sposo del Cantico è maestro per noi. Siamo capaci di accostarci con lo stesso rispetto alla nostra sposa? Sappiamo attendere che sia lei ad aprirci il suo cuore e la sua intimità? Ci impegniamo per renderci amabili e per ravvivare il fuoco dell’amore con una continua cura e attenzione verso la nostra sposa? La mettiamo al centro della nostra tenerezza?

Sono domande importanti da farsi e su cui riflettere. Noi uomini siamo molto diversi dalla donna. La donna ha bisogno di sentirsi amata, desiderata e curata per abbandonarsi all’intimità. Noi uomini spesso pretendiamo invece di vivere l’intimità senza alcuna preparazione solo per soddisfare le nostre pulsioni sessuali. Questo distrugge la relazione e umilia profondamente la donna. La fa sentire usata e non amata. Questo atteggiamento poco rispettoso e che nulla ha in comune con l’amore, alla lunga provoca il deserto sessuale nella coppia. Lei si scoprirà arida,  senza più alcun desiderio di unirsi a lui,  e lui che cercherà altrove il modo di riempire il vuoto sessuale. In un altro modo meno impegnativo. Che non richieda grande sforzo e fatica. Rivolgerà lo sguardo alla prostituzione e alla pornografia. Questa è la fine di tanti matrimoni. E’ triste dirlo. Questa è la povertà in cui tante coppie versano. Basterebbe poco per essere felici. Basterebbe nutrire quella relazione con un amore autentico.

Antonio e Luisa

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Mi strapperei la pelle. Non mi appartiene più.

Un commento ad un mio precedente articolo mi ha colpito dritto al cuore. Parla anche di noi. Anche di noi che siamo lacerate dal desiderio di essere amate da un uomo che ci voglia davvero bene e ci faccia assaporare il calore dell’amore e la volontà di restare fedeli al matrimonio.

Ho contattato l’autrice del commento e le ho chiesto di provare a raccontare le sue emozioni, il suo dolore, le sue difficoltà e la sua fede. Lei lo ha fatto. Condivido la sua lettera perchè penso possa essere utile per riflettere su come sia importante avvicinarsi con tanto rispetto alle persone che vivono situazioni dolorose e di separazione. Che non serve gettare il peso della legge sulle spalle di queste persone, ma bisogna avere la sensibilità e la capacità di portarle e accompagnarle alla verità, di condividere il loro dolore e non farle sentire sole. Solo così potranno trovare la forza di aggrapparsi a Gesù e di accettare il loro martirio.  Sono persone che stanno portando una croce pesantissima e non siamo sicuri che noi stessi, nella medesima situazione, saremmo capaci di fare altrettanto.

Ciao Antonio, ti avevo promesso di scriverti la mia esperienza del matrimonio e di come ci si sente in un incubo quando finisce e soprattutto di come, nonostante la vita vada avanti, ti senti sempre fermo nello stesso punto con mille dubbi, pensieri, desideri, voglia di amare ed essere amati. Ti risparmio gli anni di fidanzamento, diciamo che ci siamo sposati nel 1996, il 27 luglio. Abbiamo detto un si senza costrizioni, credo (almeno da parte mia), ma con qualche restrizione(su questo mi soffermare dopo). Da subito ne fui felice, credevo di essere finalmente libera di ‘amare’ quest’uomo. La routine familiare arriva ben presto, le paure che avevo sentito prima di sposarmi, arrivano subito, però pensando che fosse normale, ho continuato questo cammino. Il nostro matrimonio è durato circa 17 anni, con alti e bassi, mancanze gravi e meno gravi… Ad un certo punto ho capito che la ‘frittata’, era stata fatta, forse lui non era l’uomo giusto per me, ma ormai c”era. Avevo detto “si’, a Dio, e mi dovevo tenere quest’uomo difficile da amare. Senza avere un’idea ben precisa di Dio, mi sono seduta un giorno su una sedia, le mani fra i capelli e Gli ho detto che visto che lo avevo sposato, me lo dovevo tenere e che lo dovevo amare… Per cui, ho chiuso gli occhi, ho mandato via i pensieri strani e mi sono adattata alla situazione. Mi sono adattata così bene che ho amato per due, senza rendermene conto. Tutti ci dicevano che eravamo la coppia più bella del mondo… Abbiamo (ho) superato mille difficoltà, ma il mio impegno non è bastato. Quando la sua nuova compagna è entrata nella sua vita, per me è stato uno sconvolgimento totale. Lui non mi ha dato grosse spiegazioni, ha preso la palla al balzo per rivoltare alcune situazioni, ma è andato via. Lui era un uomo che non sapeva fare sorprese, non era capace di parlare, teneva sempre tutto dentro… Ma la ‘sorpresa’ me l’ha fatta subito, appena è andato via. Li ho cominciato a sentirmi vecchia, brutta, inutile, incapace di amare, impossibilitata ad essere amata, fragile. Piangevo sempre, ero io che lo dovevo lasciare, non lui. Io che avevo preso con serietà il matrimonio e mi ero impegnata ad amarlo. Ho iniziato un cammino con il ‘rinnovamento’, ho messo tutte le mie energie affinché si potesse salvare questo matrimonio, ho cominciato un poco a conoscere Dio, ho iniziato piano piano a vedere le sue meraviglie, ma…

Ma… Dopo circa 4 anni di preghiere intense per il recupero di questo matrimonio, messe quotidiane, lacrime, sorrisi, gioie, ferite… all’improvviso, il dolore per il fallimento del mio matrimonio è sparito. Mio marito non era più il centro della mia attenzione, delle mie preghiere ecc ecc. Ho continuato e continuo a pregare per lui, ma non con la stessa intensità. Credo che se una cosa deve essere lo sarà. E poi non lo sento più mio marito. In questi 4 anni, adesso 5, sono cambiate alcune cose. Ho preso consapevolezza dei miei errori e forse anche dei suoi. Ho chiesto la separazione e adesso siamo in fase di divorzio.

Se qualcuno mi prospetta un suo ritorno, vengo presa dalla sensazione che vorrei strapparmi la pelle di sopra. Non mi appartiene. Credo che mio marito non mi abbia mai ‘amata’ e credo che questo matrimonio sia stato un grosso errore. Però… Che si fa? Qualche sacerdote mi ha detto di intraprendere la strada della nullità ed è quello che sto cercando di fare. Nel mio cuore sento il vuoto, la mancanza, l’abbandono e sento anche il desiderio di essere amata, non da mio marito, ma da qualcuno che mi ‘ami’ davvero, qualcuno che si preoccupi per me, che mi curi, che mi tenga in considerazione per quella che sono… Per cui sento il peso del ‘peccato’ sia se faccio dei semplici pensieri su un uomo (considerando la possibilità di iniziare una storia) sia se per caso me ne innamoro, come è successo. A quel punto entro in un turbine di sensi di colpa che non mi fanno vivere più serenamente. Per cui se non c’è nessuno sto male perché vorrei essere amata, se c’è qualcuno sto male perché non vorrei mancare di rispetto a Dio. Tutto questo mi lacera giorno dopo giorno e se faccio qualche piccolo passo in avanti nel mio cammino, altre volte mi ritrovo persa in queste considerazioni e in questo stati d’animo. Per cui, nonostante le mille gioie, i sorrisi, le belle azioni, le bellissime parole, i dolori sono forti e le lacrime scendono lo stesso.

Anonima

 

La grammatica della sessualità

Dopo dodici anni di matrimonio crediamo fermamente che la sessualità e l’amore sono un cammino nel quale occorre procedere lentamente, che richiede volontà, pazienza e libertà. Sentiamo che è un edificio che costruiamo giorno per giorno, mattone su mattone.

Abbiamo compreso che i Metodi Naturali sono la GRAMMATICA della sessualità: quando apprendiamo la grammatica di un linguaggio, ci educhiamo a comunicare, ad esprimere ad un altro che non è in noi  ciò che è dentro di noi. In questi anni abbiamo sperimentato che nel dialogo ci apriamo all’ altro e accogliendoci reciprocamente scopriamo chi siamo veramente. Se questo è vero in ogni tipo di comunicazione che è sempre in qualche modo una condivisione, cosa succede quando il tema del discorso è l’Amore e l’organo con cui lo si parla è il sesso che condensa in sé il tutto della persona e manifesta ciò che è più celato e intimo in lei?

Prima di conoscerci io, Raffaella, grazie ad un corso che mi ha offerto un Gruppo Missionario ho potuto sin da giovane conoscere e apprezzare la bellezza di questo metodo e attraverso di esso ho conosciuto meglio me stessa.

Ancora single, in seguito ho approfondito i metodi naturali iniziando a vivere da sola questo stile di vita col desiderio di prepararmi per lo sposo a cui mi sentivo chiamata.

La bellezza del metodo mi ha aiutato a capire per poter dire all’uomo della mia vita chi sono, così che mi potesse comprendere ed accogliere più consapevolmente e trovare anche in questo un punto d’incontro.

Ciro, invece, da adolescente e giovane, non ha conosciuto una realtà che aprisse a questa conoscenza e consapevolezza. In casa non se ne è mai parlato e la sua conoscenza sull’argomento “sessualità” si è formata attraverso le chiacchiere tra coetanei e ciò che ha potuto comprendere dalla tv o dalla scuola. Dice infatti: “la mia educazione come quella di tanti si può definire così:  io, speriamo che me la cavo”.

Da fidanzati insieme abbiamo scelto il valore della Castità e volendoci preparare per un possibile matrimonio, Ciro ha recuperato leggendo i libri sui Metodi Naturali e confrontandoci con coppie formatrici del metodo.

Da sposi poi abbiamo sentito, per noi sacro e indispensabile, vivere il primo periodo di matrimonio nella conoscenza reciproca così da poter preparare tra noi un nido accogliente per le vite che il Signore avrebbe potuto affidarci. Vivevamo i nostri amplessi nel periodo non fertile astenendoci da quelli fertili. Dopo poco abbiamo cominciato a vivere nei periodi fertili per accogliere il dono di un figlio. Sia nel periodo fertile che in quello infertile si sperimenta una pienezza perché ci si dona in una totalità tale che nell’estasi culminante, anima, psiche e corpo si riempiono e si rigenerano.

Nel corso degli anni e ancora oggi per noi i metodi naturali hanno arricchito il nostro amarci riempiendo del nostro appartenerci tutta la nostra esistenza.

Le bellezze del metodo che abbiamo riscontrato sono tante…

“Nel rispetto della ciclicità, della fertilità della donna, i metodi naturali ci permettono di essere liberi.” dice Ciro, ” Tra di noi non è necessario nessuno strumento o barriera esterna che si frapponga. Sentiamo di vivere la vera spontaneità nel rispetto dell’armonia del nostro corpo. Non come ci vorrebbe far credere la cultura del fast food che dimentica che il corpo della donna ha i suoi tempi e non può essere sempre pronta, e soprattutto, ha bisogno di tempo e spazio per esprimere la sua sensualità per raggiungere un atto soddisfacente e…scusatemi il termine “non cosificante”. Quando ho scelto di mettere le briglie al mio desiderio sessuale ho scoperto che i nostri corpi seguono delle regole, e riconoscendole, abbiamo potuto sfruttarle per lasciare agire l’attrazione sessuale che abita la nostra relazione portandoci senza fatica, il più delle volte a trovare l’incontro sessuale più spontaneo, propizio e ottimale nei momenti opportuni.”

Imparare insieme a Ciro i metodi naturali mi ha fa sentire sempre rispettata da lui e accolta nella mia ciclicità, nel mio essere veramente donna con i miei periodi mensili euforici pieni di estrogeni e i miei periodi in cui vorrei piangere, mi sento giù, in cui cerco solo le carezze delicate, non solo il rapporto intimo. Perché parliamoci chiaro: noi donne non siamo sempre pronte ad un rapporto sessuale, ma se non glielo insegniamo noi agli uomini chi glielo insegna? Se noi donne cominciamo a conoscerci meglio ci rispettiamo per prime. Mi spiace dover dire che noi donne il più delle volte non ci conosciamo affatto. Con questi contraccettivi propinati sin dall’ adolescenza non ci permettono di conoscere la bellezza del nostro corpo e ci fanno sentire quasi un impiccio. Pensiamo di essere sempre fertili e invece lo siamo solo per pochissimi giorni. Pensiamo che sia una colpa essere cicliche e invece non possiamo non esserlo, visto che sono gli ormoni che ci trapassano, a volerlo. I metodi naturali ti danno un NUOVO STILE DI VITA, lo danno prima a me donna e poi io posso trasmetterlo al mio amato. Uno stile di vita che dà pienezza non solo nel rapporto sessuale, ma in tutta la vita sponsale. Ti insegna quanto è bello attendersi nei periodi in cui vuoi o non vuoi un figlio. Ti insegna a dare un nome a quelle emozioni e a quei sentimenti che prima non sapevi. Ti insegna che frapporre tra te e lui qualcosa come un contraccettivo è “separare”, è  creare una barriera, che certamente ora non la vedi, ma con il passare del tempo mostrerà il suo peso perché con il ripetersi di amori “blindati” la barriera diventa sempre più spessa. I metodi naturali non mettono nessuna barriera. Ho compreso e vorrei dire a tutte le donne quanto è importante per un uomo dare il suo seme! E’ Tutto il suo essere, è tutta la sua mascolinità e per questo che dopo il rapporto ha bisogno di assopirsi… ha dato tutto! E per la donna? Quanto è necessario per la donna riceverlo, perché quella è vita, anche in un periodo non fertile, significa rigenerarsi.

Ciro invece racconta: “educandoci all’amore e rispettando i tempi dell’amore che i metodi naturali contemplano, abbiamo scoperto che questo ci allontana dal rischio di cercare l’atto solo come un piacere egoistico. Questo ti da la possibilità di comprendere ancora meglio l’amore che l’altro ha per te nel dono di sé e nell’astinenza intesa come attesa per amore. I metodi ti aiutano anche a distribuire le forze: ti ami a 360°, e nei momenti di attesa oltre ad amarti nella tenerezza (come fidanzati), ami insieme l’umanità che Dio ti pone davanti (figli). A noi ha fatto bene da innamorati provare l’attesa dell’atto sessuale; quest’attesa non è stata vana perché lungo il cammino del matrimonio arrivano sempre dei periodi di astinenza voluti o dovuti. L’allenamento vissuto prima ti permette di affrontare con meno frustrazione questo tempo di attesa e nell’ astenersi ciclico previsto nel metodo, ti aiuta a recuperare quel periodo mai finito di corteggiamento.

Nel cammino della conoscenza del metodo, la temperatura ci ha aiutato a riconoscere i cambiamenti del muco. Le variazioni del muco ci hanno aiutato a conoscere i segnali periodici che il corpo di Raffaella vive quando cambia le varie fasi del ciclo. Sentiamo che tutto questo ci permettere di vivere l’amplesso sponsale come Dio l’ha pensato: una vera liturgia d’amore.

Ecco perché abbiamo desiderato scrivere un piccolo libretto che vi invitiamo a leggere e che si intitola:

“IL MANUALE DEL CORTEGGIAMENTO – ALLA SCOPERTA DI SE STESSI DELL’ALTRO E DELLA FELICITÀ” ed. Effatà

Ciro e Raffaella Piccolo

vedi articolo originale su montedivenere.org

La carità non avrà mai fine

Perdonare vuol dire donare qualcosa di sé. Gesù ci perdona sempre. Con la forza del suo perdono, anche noi possiamo perdonare gli altri, se davvero lo vogliamo. Non è quello per cui preghiamo, quando diciamo il Padre nostro? I figli imparano a perdonare quando vedono che i genitori si perdonano tra loro. Se capiamo questo, possiamo apprezzare la grandezza dell’insegnamento di Gesù circa la fedeltà nel matrimonio. Lungi dall’essere un freddo obbligo legale, si tratta soprattutto di una potente promessa della fedeltà di Dio stesso alla sua parola e alla sua grazia senza limiti. Cristo è morto per noi perché noi a nostra volta possiamo perdonarci e riconciliarci gli uni gli altri. In questo modo, come persone e come famiglie, impariamo a comprendere la verità di quelle parole di San Paolo: mentre tutto passa, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).

Il Papa, ora, si sofferma sul perdono. Altro tema che ho affrontato innumerevoli volte su questo blog. Non mi fermerò quindi sul perdono in sè, ma dirò qualcosa di grande. Parlerò del perdono come profezia dell’amore di Dio che ci è affidata in modo peculiare e specifico in quanto sposi. Il perdono, l’amore che si fa misericordia è la profezia più grande che noi sposi possiamo dare al mondo. La misericordia tra noi è ciò che ci rende profeti. I profeti non erano persone che prevedevano il futuro o che facevano chissà quale magia. I profeti nella cultura e nella religiosità ebraica erano coloro che manifestavano la volontà di Dio. Profezia è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi tutti siamo profeti. Lo siamo in virtù del battesimo. E’ uno dei doni di Gesù. Lo Spirito Santo ci rende profeti. Nel matrimonio questa nostra capacità profetica si traduce, tra le altre cose, nel mostrare l’amore fedele di Dio. L’amore fedele di Gesù che anche sulla croce continua ad amare i suoi carnefici.

Non c’è una situazione più pesante e dolorosa per il cuore di uno sposo o di una sposa dell’essere tradito. Il tradimento è la crocifissione di una persona. Non ho usato questa immagine a caso. Questa situazione ricalca in modo molto aderente quella che è stata la passione e morte di Gesù. La sofferenza più grande per Gesù non è stata la crocifissione fisica, seppur è stata dolorosissima, ma è stata la sofferenza del cuore nel vedere il suo popolo che lo tradiva, nel vedere i suoi apostoli che lo abbandonavano. Ciò che ha profondamente ferito Gesù è stato il vedersi ripudiato. Nonostante questo ha continuato ad amarci. Quando pronuncia quelle parola sulla croce “Perdona loro perchè non sanno quello che fanno”,è l’estremo tentativo che Gesù fa nei confronti del Padre di scusarci fino in fondo, come a dire li amo così tanto che ci passo sopra. Li voglio con me tutti. Questo è l’amore al quale potremmo essere chiamati. Ci sono tante spose e tanti sposi che vivono questo tradimento. Anche se non viviamo queste situazioni sulla nostra pelle, conosciamo certamente persone che vivono queste situazioni drammatiche. Cosa diciamo loro? Usiamo forse le parole del mondo? “Se ti ha fatto questo lascialo, devi rifarti una vita, non puoi restare solo/a devi pensare a te e alla tua felicità”. Noi come cristiani che diversità portiamo? Abbiamo il coraggio di dire: “Guarda, è terribile quello che ti è successo, ma devi confidare che sei sposa/o in Cristo. Gesù non ti abbandona e sei chiamata/o in un modo misterioso a vivere questa tua situazione in modo fedele. Vedrai che se ti aggrappi alla Grazia di Dio, Dio ne trarrà un bene più grande. Che non significa sempre che il coniuge tornerà, ma che in modo conosciuto solo da Dio questo dolore e amore fedele lavora il cuore dell’altro/a, e fosse anche all’ultimo respiro porterà alla conversione e alla salvezza della persona che hai sposato”

Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con un terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Abbiamo il coraggio di dire questo? E ancor prima, ci crediamo a questo?

Mi permetto di fare una piccola critica all’Esortazione Amoris Laetitia. E’ un documento fantastico. Soprattutto nel capitolo quarto dove spiega benissimo le dinamiche dell’amore sponsale. E’, però, mancante di qualcosa. A una giusta attenzione per le situazioni irregolari e di fragilità non è seguito un doveroso riconoscimento a tutti  quegli sposi che nella fatica, nel dolore, nella incomprensione generale e nella solitudine vivono la fedeltà nel ripudio. Quelle persone sono profeti luminosi che dovrebbero essere ringraziati e mostrati al mondo. Stanno mostrando l’amore di Gesù nel momento del sacrificio più alto. Nel momento della croce.

Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

L’abbraccio del perdono

Dammi tre parole

 

Dobbiamo essere coraggiose

Questa è la frase che è scivolata velocemente fuori dalla mia bocca parlando al telefono con la mia testimone di nozze. “Dobbiamo essere coraggiose”. Non perchè siamo delle eroine e nemmeno perchè dobbiamo perseguire degli obiettivi particolari. Guardando lei che sta per concludere il tempo di attesa per abbracciare la sua bambina, guardando mia cugina che deve stare a riposo per preservare la vita che germoglia dentro di lei, guardando le mie sorelle che si fanno in quattro per accogliere amici, parenti in casa loro e con una sola telefonata sanno farmi sentire la loro vicinanza, guardando mia madre che ha l’umiltà di imparare ogni giorno l’arte di essere moglie e madre, ho guardato nella loro anima. Guardare nell’anima, nel loro profondo e leggere tanto coraggio.
Noi siamo bombardati ogni giorno da cose “stravolgenti” che nel bene o nel male vanno a toccare il nostro stomaco, come se dovessimo essere attraversati da uno shock elettrico per smuoverci dal nostro torpore. Non cerchiamo più niente che tocchi il nostro cuore e la nostra anima. Anestetizzati da immagini forti e catastrofi di vario tipo pensiamo che l’eroismo appartenga solo a determinate categorie di persone e abbia limiti ben definiti. E allora piano piano scivoliamo in una vita che non fa spazio all’eroismo nelle piccole cose.
Quest’ultima parola mi ricorda quanto fosse stato incomprensibile per me durante le superiori il “piccolo” della poesia pascoliana. La sua “sperduta piccolezza” non era, a parer mio, degna della poetica che si affacciava al Novecento. Non ho alcuna competenza professionale per fare una lettura analitica di Pascoli, tuttavia, oggi semplicemente lo guardo con occhi diversi, occhi che si riflettono nel suo sguardo che vede presenza dove io non la vedevo.
Uno sguardo che riflette la fanciulezza che c’è in ognuno di noi senza essere banale, ma, al contrario filtrando la straordinarietà nelle piccole cose. E che cos’è la straordinarietà se non la vetta più alta dell’eroismo?
Allora tornando al punto di partenza, forse dobbiamo tutti essere coraggiosi nella nostra vita, ma in particolare l’elogio all’eroismo in questo tempo siamo chiamate a scriverlo con la nostra vita, noi donne.
Viviamo in una società che ci impone, consciamente o in maniera inconscia, di essere in tanti modi: donne in carriera, donne sexy, donne di successo… e punti di sospensione, riempiteli come meglio credete. In sé, questi aggettivi non hanno nulla di male. Ma vorrei leggere un po’ più fondo, leggiamo nell’anima delle cose. Forse l’eroismo che la società ci chiede non ha proprio nulla di straordinario. La donna deve essere il più possibile simile alle modelle in copertina. Deve essere disponibile a lavoarare seguendo tempi ed orari che non rispettano la sua vita biologica. Si sente obbligata a mettersi subito a dieta dopo una gravidanza e non è completamente libera di guardare quei rotolini in più e pensare che ha appena preso parte al miracolo infinito della vita. Deve trasformarsi nell’oggetto sessuale più versatile possibile agli occhi dell’uomo e non deve sentirsi desiderata e bella, quando la cura di sé diventa desiderio di essere amata con dignità. È donna solo quando è sempre truccata alla perfezione e ha sempre la ceretta prenotata dall’estetista, e non quando senza trucco e senza filtri riesce a guardarsi allo specchio per quella che è. Allora ci guardiamo un po’ intorno e gli aggettivi che ci vengono in mente non appartengono alla sfera semantica di quelli elencati in precendenza: donne maltrattate, donne insoddisfatte, donne vendute, donne sottovalutate, donne sulla crisi di nervi per conciliare lavoro e famiglia, donne che non amano, donne non amate.
Allora la scelta più coraggiosa che possiamo fare è ascoltare la nostra essenza più profonda lasciando un attimo da parte preconcetti e schemi. Forse oggi la donna si è preclusa alcune porte che potrebbero portarla alla felicità. Forse non si considera più all’altezza di amare un uomo con tutta se stessa. Forse si illude che non ci sia lungo la sua strada un uomo disposto ad amarla tutta la vita. Forse farà dei figli quando avrà sistemato tutto, quando tutto sarà sicuro, quando magari un figlio non arriverà o forse lei non avrà più voglia di aspettarlo. Forse la corsa alla carriera le ha offuscato il cuore e non è più in grado di ascoltarne i desideri più veri. Forse le ha date tutte vinte all’uomo: lo ha aiutato a trasformare l’amore solo in un fatto di “vuoi salire da me?”.
Allora oggi mi sento di fare un elogio alle donne che in mezzo a questa società sono davvero le più coraggiose nella loro ordinarietà e quotidianità. Un elogio alle donne che si ascoltano ancora e nel loro profondo trovano la forza e il coraggio di essere accoglienti, felici, ricolme di affetto, lungimiranti, disponibili…

“Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia muta.
– Mamma?-È là che ti scalda un po’ di cena-” 

Allora Pascoli forse non ci aveva visto proprio male, magari possiamo davvero ritrovare noi stesse tra una cena da cucinare e una persona da amare. Tra un posto di lavoro dove portare la nostra brillantezza e un’amica da consolare, tra un figlio che ci succhia tutte le forze e una casa da ordinare. Tra un esame da sostenere e i sintomi premestruali da combattere. Tra un datore di lavoro intransigente e un genitore da accudire. Tra un corpo da amare e una sapienza da custodire.
Sì, dobbiamo essere coraggiose.

Federica Di Vito

Articolo originale qui