Un piacere che diventa forza, vita e amore! (11 puntata corso famiglie Gaver 2017)

Abbiamo già approfondito il momento di preparazione all’amplesso, cioè i preliminari, e abbiamo sottolineato che non devono essere qualcosa da ricercare solo prima dell’amplesso, ma devono essere vissuti all’interno di una vita caratterizzata da tenerezza e cura dell’uno verso l’altra. Ora passiamo al momento dell’amplesso vero e proprio. Momento che diventa autentico, fonte di gioia piena e di Grazia, quando è vissuto in un clima di comunione tra gli sposi e non è espressione di due egoismi che cercano piacere e di spegnere le loro pulsioni. Esauriti quindi i preliminari, passato il tempo necessario, sarà la donna a far capire di essere pronta, con un gesto d’amore e d’intesa (poi con il tempo non sarà più necessario). Se i preliminari sono stati vissuti come dialogo d’amore, l’amplesso diventerà il culmine di questo dialogo. Siamo dunque giunti alla compenetrazione dei corpi, che deve essere dolce e rispettosa. L’uomo entra dolcemente nel corpo della donna e lei lo accoglie in sé per formare insieme un solo corpo: espressione tangibile e concreta della fusione dei cuori, di quell’amore esclusivo, totale e per sempre che rende uno. La pornografia distrugge questa immagine. Non mostra delicatezza, ma ci insegna che più la penetrazione è violenta e profonda e più sarà piacevole per entrambi. Invece la nostra natura vuole la delicatezza, stiamo entrando in un luogo sacro, il luogo dove nasce la vita e dove la coppia salda e accresce il proprio amore. Luogo sacro della donna e luogo che è solo per lo sposo, che può e deve entrare con tutto il rispetto che quel dono richiede. Stiamo entrando nel santuario del nostro amore, dove stiamo celebrando un sacramento (lo riprenderemo più avanti). Non stiamo spiritualizzando, ma stiamo riscoprendo la realtà che siamo, distrutta da una mentalità pornografica che banalizza questo momento. E’ quindi importante purificarci da tutta quella spazzatura pornografica che ci riempie la testa. Non è facile. Soprattutto i maschi hanno questo forte impulso a dominare la donna, a renderla strumento di piacere. San Giovanni Paolo II spiega questo come uno dei primi effetti del peccato originale. La differenza sessuale non era più fonte di gioia, di bellezza e di incontro, ma diventava motivo di contrapposizione tra i due sessi e di dominio dell’uomo sulla donna. Il matrimonio sacramento, grazie all’opera redentiva e salvifica di Cristo, ci permette di tornare alle origini e di vivere come nelle origini il nostro rapporto in modo pieno e autentico.

Tornando alla penetrazione, è importante sottolineare che si deve rispettare l’ecologia delle dimensioni corporee. La mentalità pornografica insegna che più il pene è lungo e spesso, più la donna sarà soddisfatta. TUTTE FALSITA’. RIPETO: TUTTE FALSITA’.

Cosa ho detto durante l’approfondimento dei preliminari? La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata arriva al massimo a 9/10 cm. Cosa significa? Significa che il pene può entrare per quella profondità, tutta la parte in eccesso deve restare fuori. Se l’uomo segue i dettami della pornografia, cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza, certamente impedisce ogni piacere per la donna (spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e spesso le provoca dolore, nei casi peggiori, escoriazioni ed emorragie. Capite la pornografia quanti danni provoca? In pronto soccorso, a volte i ginecologi devono curare lesioni postcoitali: si tratta di stupri, perché la dinamica è la stessa. Può essere uno stupro un gesto d’amore? Certamente no. Ecco una notizia per gli uomini: non esistono peni troppo piccoli per procurare piacere (a meno di patologie rare), ma ne esistono di troppo grandi per procurare dolore. Purtroppo tanti uomini soffrono, perché sono convinti di avere un pene piccolo. Questa sofferenza psicologica spesso provoca disfunzioni come l’eiaculazione precoce. E’ la cosidetta anoressia del pene, cioè si pensa che sia troppo piccolo, anche quando supera abbondantemente la profondità della vagina. Fate pace con il vostro pene, va benissimo così com’è.

Altra cosa importante è guardarsi. Come già affermato per i preliminari, scegliete posizioni che permettano di guardarsi negli occhi. Gli occhi sono sorgente del sentimento e sono la porta per accedere alla profondità della persona, che deve essere necessariamente coinvolta in un gesto tanto totalizzante. Se sottraete al rapporto fisico lo sguardo, vi private di una fetta di comunione grandissima. Non esistono quindi posizioni più o meno moralmente accettabili, ma posizioni che permettono più o meno la comunione tra gli sposi e la partecipazione di tutta la persona. Non si tratta quindi di esercitare il kamasutra per ottenere orgasmi più intensi e duraturi, ma di vivere questo momento con dolcezza e tenerezza per raggiungere un piacere molto più profondo del semplice orgasmo, un piacere generato dalla comunione profonda di anima e corpo e dono meraviglioso del nostro Creatore. Quindi, l’orgasmo non è che una parte superficiale di un benessere molto più completo e di una gioia autentica che investe tutta la persona.

Il piacere è qualcosa di bello, un dono, un talento da perfezionare. E’ molto importante, durante questa fase, ricercare e vivere il piacere sessuale. Non facciamoci influenzare da un falso moralismo che vede in questo qualcosa di sporco. Gustare il piacere è importante, è un’esperienza esaltante di unità. Il piacere sessuale è una cosa bella, non abbassa lo spirito, ma lo rende uno con la carne, unisce cuore e corpo in una gioia completa e totale.

Troviamo scritto nel Catechismo al punto 2362:

Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.

Tante donne fanno fatica ad accettare il piacere nella loro vita. Spesso questa difficoltà è legata ad un’educazione moralistica, dove lo spirito è predominante sulla carne; altre volte questa difficoltà è dovuta a ferite e violenze subite. Donne, fate pace con il vostro corpo! Riconoscete di aver bisogno di aiuto e fatevi aiutare! Questi blocchi non vi permettono di abbandonarvi a vostro marito e creano sofferenza a lui e a voi.

C’è il rischio opposto che riguarda maggiormente gli uomini. Il piacere non va ricercato in quanto tale, altrimenti scade nella lussuria e nell’egoismo, ma va ricercato come culmine di una comunione e di un dono reciproco.

Vivere l’intimità sessuale in modo ecologico, in modo rispettoso della nostra natura, della nostra fisiologia e psicologia, dà grandi frutti. Introduciamo così l’ultimo momento che è l’assimilazione della gioia. Una volta raggiunto il culmine del piacere e dell’unione, gli sposi avvertono la necessità di un abbraccio finale. E’ un momento in cui si assapora e si gusta l’esperienza appena vissuta. Abbracciati e senza parlare, gli sposi assimilano la gioia della comunione profonda. Il piacere e la gioia sperimentati nella carne vengono assimilati dal cuore. Questa assimilazione porta un frutto di pace molto profondo. Una pace, una gioia, un amore e, vedremo con il sacramento, un’effusione di Spirito Santo, che ci daranno forza e sostegno nelle ore e nei giorni a venire. Tutti questi doni aumentano in proporzione all’intensità con cui ci siamo donati l’uno all’altra.

Capite quanto è povero e misero accontentarsi di un semplice orgasmo? Capite come è importante purificare il nostro cuore e il nostro sguardo da tutta quella pornografia che li inquina? Capite quale grosso peccato si commette a rinunciare a questa autentica ecologia umana, autentica gioia e autentico piacere, doni del Creatore? Capite quale grosso peccato si commette a usare il corpo dell’amato/a per concretizzare le fantasie “imparate” dalla pornografia? Questo è il peccato di adulterio, adulterio del cuore. Sì, è un adulterio vero e proprio, perché in quel momento così bello e importante dove esprimiamo con il corpo una comunione profonda, con il cuore non siamo con la persona amata, ma con delle fantasie da realizzare.

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Luisa ed Emanuele Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

Decima puntata Preliminari: tempo per entrare in comunione

Preliminari: tempo per entrare in comunione. (10° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Come anticipato, riprendiamo i preliminari dando qualche indicazione pratica.

Devono essere gesti d’amore rispettosi della sensibilità dell’altro/a. Gesti che in ogni caso escludono il sedere (vedremo dopo perchè). Questa parte del nostro corpo è oggi molto esaltata.

Ricordiamo che i nostri gesti devono essere frutto dell’amore, esprimere amore. Devono quindi, ricordatevelo bene voi uomini, essere rispettosi della sensibilità dell’altro/a. Non possono essere dei gesti qualunque, ma devono essere i gesti più cari, più graditi all’altro/a. Cosa significa? Dobbiamo dialogare, anche su questo, approfondire la conoscenza sessuale reciproca. Conoscenza che dovrebbe già essere iniziata durante il fidanzamento, durante il quale, seppur nella castità, si possono sperimentare tutti quei gesti di tenerezza che rappresentano il linguaggio d’amore del corpo. Dobbiamo impegnarci ad imparare i gesti e le parole che piacciono al nostro coniuge, che lo fanno sentire amato e desiderato. Adesso dico una cosa che riguarda soprattutto le donne: per vivere in pienezza questo momento devono fare pace con il loro corpo. Non devono farsi rodere dai miti di bellezza e soprattutto devono lasciare allo sposo la possibilità di amare anche i loro difetti. Se non si fanno abbracciare dallo sguardo dell’amato nell’interezza del loro corpo, accettandosi e lasciandosi accettare per quello che sono, non possono abbandonarsi all’amore liberamente e in pienezza. Metteranno sempre una barriera tra loro e lo sposo. Lasciarsi abbracciare dal suo sguardo non è semplice, richiede un impegno e un lavoro su se stesse. L’uomo deve imparare il linguaggio della tenerezza per rendersi amabile alla donna e la donna sua volta deve accettare la mascolinità dello sposo e scongelarsi. A volte lei dice: “lui non mi capisce, non si accorge di tutto quello che faccio, dà tutto per scontato”; in realtà il suo cuore, nel suo profondo, non si vuole aprire totalmente a questa intimità.

Naturalmente dobbiamo evitare assolutamente i gesti che non sono graditi. Non domandiamo gesti che feriscono la sensibilità dell’altro/a. Non ci sono limiti nei preliminari, se non che bisogna evitare il sedere, l’eiaculazione deve avvenire in vagina e che non si deve urtare la sensibilità dell’altro/a.  In caso contrario, sarebbero gesti di amore o richieste dettate dal nostro egoismo? Mi riferisco in particolare al cosiddetto sesso orale (senza raggiungere il piacere!). Di per sé non c’è nulla di male, si tratta di un bacio d’amore. Se però, l’altro/a non gradisce questa pratica, non si deve chiederla. Non si devono fare ricatti morali all’altro/a, rischiate di distruggere tutta la comunione e l’autenticità del gesto. Anche il sesso anale è completamente al di fuori dell’ecologia dell’amore umano. Anche da un punto di vista meramente fisico: l’ano è strutturato non per accogliere ma per espellere. La mucosa anale non è adatta alla penetrazione. E’ più soggetta ad essere attaccata da virus e batteri e quindi è più facile contrarre malattie sessualmente trasmissibili. C’è una motivazione anche più profonda; nell’amplesso, uomo e donna si guardano, quello sguardo significa riconoscere l’altro/a come l’amato/a, significa vivere quel gesto come dono d’amore per quella persona specifica ed unica. Il sesso anale non permette questo sguardo, si nasconde il viso della sposa. Ciò significa trasformarla in un oggetto, in uno strumento per il piacere dell’uomo. Si distrugge tutto il significato più autentico del gesto e la donna si sente umiliata ed usata.Tutta la “cultura” pornografica tende ad esaltare questa parte del corpo. Stiamo attenti e lavoriamo su di noi per purificarci da questo inquinamento che non ci permette di vivere in pienezza l’atto fisico. Una donna è andata nello studio di Luisa (la ginecologa che ha presentato questo insegnamento) e si è lamentata dell’insistenza del marito per esercitare questo tipo di rapporto. Il marito, al rifiuto della moglie, le ha risposto deluso e arrabbiato che con lei non si poteva fare nulla. Quel marito, secondo voi, voleva unirsi con la moglie o con le fantasie pornografiche che aveva in testa? Voleva amarla o usarla?

Altro concetto fondamentale: uomo e donna sono diversi. Hanno tempi molto diversi per prepararsi all’amplesso. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai 20 ai 30 minuti. Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 e si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica. E’ diverso anche il modo di eccitarsi. L’uomo deve vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro deve esserci la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. I preliminari non sono tecniche eccitatorie per l’uomo (non sono sbagliate ma non devono occupare tutto il tempo o quasi), ma gesti che sfamano il bisogno di tenerezza della donna. Sono tempo per entrambi, uomo e donna per entrare in comunione. L’uomo non deve pensare a questo momento come attesa necessaria per preparare la donna, sarebbe sterile. Deve prepararsi con il cuore a donarsi e a ricevere il dono che la sposa fa di sé. I preliminari sono tenerezza. Diventano modalità di vivere l’amore. Traducendo: la tenerezza è capace di trasformarci da pezzi di legno (che non sono in grado di condurre energia) in metallo, in oro (che è tra i materiali più conducibili). Con la tenerezza, l’intimità fisica diventa colma di amore dell’uno verso l’altra e non un gesto che esprime egoismo e che fa sentire l’altro/a usato/a. La donna ha un’enorme difficoltà a passare da attività come spadellare in cucina, pulire e mettere a letto i figli, all’intimità fisica con il marito e quindi se non ristabiliamo il contatto emotivo, diventerà un obbligo da assolvere. Gli uomini invece non hanno problemi di questo tipo e ricercano subito stimolazioni sugli organi genitali. L’uomo così facendo, seguendo il suo desiderio, la sua modalità di cercare piacere, sta in realtà urtando la sensibilità della sua sposa. L’intimità fisica è trasformata in qualcosa di frettoloso e grossolano. In questo modo è impossibile vivere in pienezza e con gioia il rapporto. Presto o tardi l’insoddisfazione della donna porterà al deserto sessuale e alla frustrazione per entrambi. I preliminari sono quindi indispensabili per creare questo contatto emotivo e tenero tra gli sposi, sono un tempo da dedicarsi senza fretta, per creare la comunione e l’intesa giusta, per vivere in pienezza l’amplesso. I preliminari assumono un’autenticità ecologica quando non sono gesti isolati e vissuti solo prima del rapporto e in vista del rapporto, ma sono inseriti in un contesto di corte continua, di continui e costanti gesti amore e di tenerezza che gli sposi si donano durante tutta la giornata.

 

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Luisa ed Emanuele Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

Nona puntata La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici

La liturgia dell’intimità alla luce del Cantico dei Cantici. (9° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Sembra strano doverlo dire, ma esistono delle fasi del rapporto sessuale che devono essere rispettate, perchè sono il corpo e la psiche dell’uomo e della donna che devono essere rispettati, per vivere un rapporto ecologico e autentico.

ll primo momento dell’intimità fisica sono i cosidetti preliminari. Iniziamo col dire cosa sono: sono gesti di amore, quindi gesti che partono dal cuore, ricchi di tenerezza, dote che si esprime con il linguaggio del corpo (baci, abbracci, sguardi, carezze, parole), aventi come scopo di preparare fisicamente ed emotivamente gli sposi, in particolare la donna, all’intimità fisica completa.

I preliminari non sono un’opzione, ma sono necessari. I preliminari aiutano il nostro corpo, ma in realtà tutta la persona, a dischiudersi gradualmente alla gioia del dono. E’ importante che non ci siano forzature o passaggi brutali, non è un assalto alla diligenza. I preliminari non sono un’invenzione di qualcuno, ma rispondono ad una esigenza naturale, sono fisiologici, qualcosa di scritto nel nostro corpo di uomo o di donna. Soprattutto sono importanti per la donna che ha bisogno di questo passaggio. Non sono qualcosa che dobbiamo imporci, ma qualcosa da riscoprire per vivere in pienezza la gioia dell’intimità fisica. Non confondiamo i preliminari con una tecnica eccitatoria dove al centro ci sono i genitali. Questa è l’idea della pornografia che purtroppo tanti danni ha fatto. Al centro c’è tutta la persona. Soprattutto al centro non deve esserci l’uomo, ma la donna. L’uomo è pronto in pochi secondi, la donna al contrario necessità di tempo. Vedrete che se vivrete i preliminari in questo modo, esercitando e sperimentando attraverso il corpo un amore che sorge nel cuore, sarà sempre un’esperienza bella e nuova, anche dopo diversi anni di matrimonio. C’è un libro della Bibbia che esprime benissimo queste dinamiche e questi concetti ed è il Cantico dei Cantici, in particolare il terzo poema.

Il Cantico dei Cantici è un libro poetico e molto bello, scritto in modo particolare, forse inusuale per noi, ma esprime benissimo questa armonia, ecologia, ordine naturale che è presente nel creato e anche nell’uomo e nel suo modo di amare. Ordine, armonia ed ecologia che permettono di sperimentare la gioia e la bellezza.

Non è importante ora leggerlo per capire, ma è importante leggerlo con il cuore, ascoltare le emozioni e le sensazioni che vi trasmette. Vedrete che sentirete la bellezza e la gioia che scaturiscono dall’ecologia umana e da un amore vissuto in pienezza e verità, quella verità scritta dentro ognuno.

Cantico dei Cantici – Capitolo 4

Lo sposo

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.
[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

La sposa

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Cantico dei Cantici – Capitolo 5

Lo sposo

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

Quello che colpisce tanto di questo poema è la contemplazione, è una contemplazione con tutti i sensi. Viene descritto, ammirato, visitato e gustato il corpo dell’amata. La vista abbraccia l’amata, con un’esplosione di meraviglia. Non è escluso nulla, nulla è vergogna. I capelli, le chiome, i denti, le labbra, la bocca, i seni, il monte della mirra che è una metafora per indicare gli organi genitali. Viene da paragonarlo al brano della Genesi dove Adamo ed Eva si coprirono perchè provavano vergogna. Qui invece non c’è vergogna. Nel matrimonio c’è questa capacità di recuperare quell’ordine delle origini, appunto quella ecologia di cui tanto stiamo parlando. Quanto poco noi celebriamo  il corpo del nostro amato e della nostra amata, quanto lo diamo per scontato. Questo poema non è solo un abbellimento romantico del corpo dell’altro, qualcosa che si scrive per deliziare il lettore ma come a dire che le cose non stanno proprio così, i due provano davvero ciò che esclamano.  Quando si vive un amore ecologico e ci si dona in questo modo anche nel rapporto intimo, il corpo dell’altro è davvero meraviglioso, nonostante le rughe, i chili di troppo, le smagliature e tutte le imperfezioni che ognuno di noi ha. Il mio sguardo d’amore trasforma e trasfigura il corpo dell’amato/a. Quello che è oggettivamente un inestetismo diventa soggettivamente parte di una meraviglia, di un tutto che è unico e irripetibile. Si comprende sempre leggendo il poema che il corpo di lei non si limita a mostrare ciò che c’è di concreto e tangibile ma esprime tutta la persona. Il corpo è parte visibile del sè e quando tocchiamo il suo corpo stiamo toccando anche la sua anima. Nel nostro rapporto d’amore sono necessarie anche le parole. Parole che celebrano la bellezza, la parola detta ammette l’altro/a nella nostra intimità. Dire durante i preliminari alla propria sposa quanto sei bella è tutta un’altra cosa dal solo pensarlo. Celebrare l’amore non ha bisogno di frasi ad effetto o poesie strabilianti ma può bastare un semplice quanto sei bella/o per far sentire l’altra/o desiderato ed amato. Noi che viviamo l’amore sappiamo che balsamo possono essere questi semplici parole dette reciprocamente, anche dopo anni di matrimonio. Vivere i preliminari in questo modo ci prepara alla totalità, ad essere una carne sola.

Continua la prossima puntata con qualche indicazione pratica su come vivere in modo ecologico ii preliminari.

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Emanuele e Luisa Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

Ottava puntata L’intimità degli sposi nell’ecologia umana

 

L’intimità degli sposi nell’ecologia umana. (8° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Dopo aver approfondito il matrimonio naturale, le caratteristiche che esige e come si concretizza, ci soffermiamo ora sull’intimità fisica. Abbiamo detto che il primo rapporto fisico dopo il consenso del rito è necessario per sigillare e rendere valido il patto nuziale naturale.  Questo tema così delicato quanto importante è stato affidato ad Emanuele e Luisa. Luisa è medico ginecologo e si occupa anche di interventi formativi per quanto riguarda l’ambito sessuale nelle scuole. Il rapporto intimo tra gli sposi è un gesto molto importante all’interno della coppia e, se ben vissuto, può ravvivare e rinnovare la relazione e l’amore sponsale. Rinnovamento che è concretamente efficace sia nella dimensione umana, che abbiamo visto fino ad ora, sia in quella sacramentale e divina, che vedremo successivamente quando affronteremo il sacramento.  L’intimità sessuale, vissuta nella sua pienezza umana e nella verità del significato che il gesto incarna, è la più grande manifestazione dell’amore sensibile tra gli sposi. Nel contempo è occasione privilegiata per far crescere l’amore tra di loro.  Per tutti quindi, siano credenti o no, è importante comprendere l’ecologia del sesso in tutta la sua bellezza, comprenderne la sua armonia naturale e come va autenticamente esercitato. Da come viviamo bene e in modo ecologico la nostra intimità sessuale dipende buona parte della nostra felicità di sposi e di conseguenza la riuscita della nostra relazione e la pace in famiglia. Se saremo sposi felici, saremo genitori amorevoli, forti e concordi. Come sposi cristiani è bene mettere subito in chiaro che la nostra santità coniugale passa anche attraverso la nostra vita sessuale. Esercitare l’intimità coniugale non è qualcosa di sporco e peccaminoso, ma è via per la santità e modalità per prepararci insieme alle nozzze eterne con Cristo. La realizzazione sempre più perfetta del rapporto sessuale implica:

  1. una conoscenza adeguata della fisiologia e antropologia umana, in particolare delle parti coinvolte nell’atto, e del dinamismo ecologico che si deve mettere in pratica;
  2. una coscienza sempre più profonda della sua valenza sacramentale, fonte di Grazia e di effusione di Spirito Santo. Il rapporto sessuale nel matrimonio è un gesto sacro, voluto dal Creatore;
  3. un impegno costante e continuo degli sposi di crescere nell’amore reciproco, inserendo l’amplesso fisico in un contesto di tenerezza e di cura l’uno dell’altra da vivere nella quotidianità della vita insieme.

Ora ci focalizzeremo sul primo punto, il quale è importantissimo, per riacquistare o comprendere per la prima volta la  bellezza e la dignità del gesto unitivo, riscattandolo da ogni morbosità, banalizzazione o volgarità pornografica. Probabilmente molti hanno imparato quello che  sanno sull’amplesso fisico dalla pornografia che inquina e distrugge l’ecologia del gesto, privandolo della sua bellezza, del suo significato e anche del suo corretto modo di essere vissuto.

Ora andremo a compiere un’opera di disinquinamento, necessaria più che mai ai nostri giorni, dove abbondano persone che sono convinte di sapere tutto ed in realtà non sanno che falsità e bugie, generando così distorsioni, dolore e sofferenze fisiche e morali. Il primo rapporto sessuale instaura sia il matrimonio naturale sia  il matrimonio sacramento, cosicchè ogni altro amplesso diventa rinnovazione e riattualizzazione di quel primo rapporto. Come ogni sacramento ha una liturgia da seguire. Sembra strano, ma è così. Liturgia che rispecchia perfettamente la dinamica di un rapporto ecologico autentico e pieno.

Vedremo nella prossima puntata di approfondire le tre parti della liturgia dell’atto: preliminari, amplesso e assimilazione della gioia.

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Emanuele e Luisa Bocchi)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

Settima puntata Un dono totale!

 

Un dono totale! (7° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Riprendendo il discorso iniziato la puntata precedente, dopo aver elencato e spiegato i 5 pilastri, le cinque caratteristiche che sono necessarie perchè un matrimonio possa definirsi naturale (rispondente in pienezza alle esigenze ecologiche della sessualità umana), come possiamo concludere? Semplicemente che questo tipo di unione chiede agli sposi tutto. L’amore coniugale comporta necessariamente una TOTALITA’.

L’amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona – richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà –; esso mira a una unità profondamente personale, quella che, al di là dell’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un’anima sola; (CCC 1643)

Abbiamo una canzone anche per la totalità.

 

Canzone molto famosa, un tormentone oserei dire, essendo la sigla della storica soap Sentieri e ultimamente anche colonna sonora per una pubblicità di una banca. Billy Joel dice: “Mi hai dato il meglio di te, ma ora ho bisogno del resto di te”.

Quando c’è il desiderio intimo di completarsi con qualcuno, di soddisfare il proprio bisogno di sessualità (intesa come abbiamo spiegato precedentemente) non ci si può accontentare di una parte dell’altro, ma si vuole tutto, si vuole essere uno in tutto, sempre, anche nell’ordinarietà di una vita normale. Questo è il senso.

Cosa succede se uno dei pilastri viene escluso? Si perde la pienezza dell’amore. La mancanza anche di una sola delle componenti naturali impedisce il sorgere e l’instaurarsi del matrimonio naturale. Ripercorriamo velocemente i cinque pilastri.

Escludere l’unicità significa avere un’amante fissa già al momento del matrimonio e volere mantenerla. Mi viene come esempio famoso il principe Carlo d’Inghilterra che, quando si sposò con lady D, aveva già Camilla. Significa anche essere aperti alla poligamia. Questo è il caso della società islamica.

Escludere l’indissolubilità significa contemplare il divorzio in caso le cose non funzionino. Questa è la mentalità divorzista, secondo la quale a parole si promette di essere fedele nella buona e cattiva sorte, in realtà si intende solo nella buona, lasciando aperta la porta in ogni momento. Questo pilastro era il cruccio di Padre Raimondo, perché il più disatteso e meno compreso nella nostra società individualista.

Papa Francesco scrive al riguardo:

Siamo sinceri e riconosciamo i segni della realtà: chi è innamorato non progetta che tale relazione possa essere solo per un periodo di tempo, chi vive intensamente la gioia di sposarsi non pensa a qualcosa di passeggero; coloro che accompagnano la celebrazione di un’unione piena d’amore, anche se fragile, sperano che possa durare nel tempo; i figli non solo desiderano che i loro genitori si amino, ma anche che siano fedeli e rimangano sempre uniti. Questi e altri segni mostrano che nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo. L’unione che si cristallizza nella promessa matrimoniale per sempre, è più che una formalità sociale o una tradizione, perché si radica nelle inclinazioni spontanee della persona umana; e, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto: […] nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio» (Ml 2,14.15.16).

(AMORIS LAETITIA 123)

Escudere la fecondità significa non voler procreare, non voler cercare figli. Attenzione, non riuscire ad avere figli non invalida il matrimonio, ma  solo la volontà personale, anche solo di uno dei due, di non averne.

Escludere la fedeltà è sposarsi con l’idea che il rapporto intimo non sia un gesto escluvivo da vivere all’interno della coppia, solo con la moglie o con il marito, ma è un piacere da ricercare anche al di fuori. Vedremo più avanti che in realtà la fedeltà richiesta dal sacramento è molto più esigente e completa.

Escludere la socialità è abbastanza raro e un concetto poco usuale. Significa sposarsi di nascosto, rendendo il patto conosciuto solo ai contraenti e al massimo a chi celebra, senza darne comunicazione pubblica. Sappiamo come invece anche nella nostra legislazione sia necessaria la presenza di un funzionario pubblico (o dell’autorità religiosa), dei testimoni e che preventivamente vadano affisse le pubblicazioni.

E’ importante ribadire questi concetti perchè, come già più volte scritto, legge naturale e legge rivelata aderiscono perfettamente. Questo significa che, se non si instaura il matrimonio naturale, per la coppia non può essere valido neanche il sacramento.  L’assenza di questi pilastri nell’unione sono spesso presi a motivo di dichiarazione di nullità del matrimonio da parte della Sacra Rota. In altre parole la Sacra Rota approfondisce più che la realtà soprannaturale dell’unione, le fondamenta naturali di essa.

Ultimissima cosa da dire sul matrimonio naturale è come si celebra. Molti pensano che il matrimonio sia un rito, una celebrazione pubblica e che tutto si esaurisca lì. Non è così, quello è solo l’inizio. La celebrazione ha inizio con lo scambio pubblico del consenso, ma si ritiene concluso ed efficace solo dopo il primo rapporto fisico ecologicamente svolto. Cosa significa? Con il deposito del seme dell’uomo nella vagina della donna. Con il corpo si esprime e si conferma, ciò che si è detto a parole. L’unione dei corpi conferma e sigilla l’unione dei cuori. Pensate che Padre Raimondo, tra i vari anedotti, ci ha raccontato di una coppia da lui seguita, dove i due sposi dopo aver celebrato il matrimonio in chiesa, hanno usato sempre il preservativo durante i loro rapporti intimiFinalmente, dopo il suo intervento un anno dopo,  hanno avuto il primo rapporto completo ecologico. Si sono sposati un anno dopo il rito. C’era lo Spirito Santo che era lì che aspettava di entrare in loro.

Per concludere abbiamo mostrato il quadro dei coniugi Arnolfini, che è stato oggetto di un mio precedente articolo che potete leggere cliccando qui. Non lo ripropongo ma vi consiglio di leggerlo, conoscere questo quadro è stato molto interessante anche per me.

Cosa ci hanno insegnato questi due ultimi articoli sul matrimonio naturale?

Solo dando tutto si può essere felici. Noi sposi dobbiamo mostrare questa felicità alle persone che sono timorose e disincantate in questa nostra epoca.  E’ altrettanto importante rendere conto della nostra gioia, poter spiegare che è un tesoro che possono vivere tutti e non qualcosa destinato solo a chi è bravo o fortunato. Basta volere e cercare queste caratteristiche del matrimonio e difficilmente, se entrambi i coniugi ne sono consapevoli e si impegnano per vivere un amore così, il rapporto si esaurirà e si divideranno.

Antonio e Luisa.

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Sesta puntata Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale

 

 

 

Le esigenze del cuore si realizzano nel matrimonio naturale (6° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Dopo aver differenziato il matrimonio naturale da quello sociale, ci concentriamo sul primo dei due. Il matrimonio naturale è un patto tra un uomo e una donna, i quali dopo un’adeguata conoscenza, decidono liberamente, nel contesto determinato dalla società, di essere uno per l’altra uniti fino alla morte di uno di loro, aprendosi alla procreazione ecologica e responsabile della vita. Questa definizione è tratta in modo letterale dal libro di padre Raimondo Bardelli L’amore sponsale: vita vera di Dio e degli uomini.

La nostra epoca è caratterizzata da sfrenati desideri, ma anche di amari disincanti. Si respira una grande nostalgia. Una grande nostalgia delle cose buone di una volta e tra queste cose buone c’è anche il matrimonio. Abbiamo una grandissima nostalgia di ciascuna delle cinque caratteristiche del matrimonio naturale, i cinque pilastri che padre Bardelli citava spesso e che ci hanno aiutato a comprendere negli anni la bellezza e la grandezza dell’amore sponsale.

Per introdurre il primo pilastro ci avvaliamo di un video tratto da youtube.

 

 

Il primo pilastro è l’UNICITA’: un solo uomo e una sola donna. Il ragazzo dice che tutte le nonne hanno avuto un solo uomo nella loro vita e lo ameranno fino alla fine. Il video è tratto dal canale de I Pantellas. I Pantellas sono degli youtubers molto apprezzati dai ragazzi contemporanei, anche i nostri figli ne vanno matti. Il loro canale dal 2009 ha avuto 2.800.000 iscritti e 690.000.000 visualizzazioni. Insomma sono cool tra i nostri giovani.  Avrete sicuramente notato la nostalgia con la quale un ragazzo del nostro tempo guarda e ammira l’amore della nonna, di tutte le nonne, dice: è una questione generazionale.  Non vede la liquidità dei nostri rapporti di oggi come qualcosa di positivo, ma semplicemente come una situazione immodificabile, la vede con disincanto. Sarebbe bello un amore come quello dei nonni, ma non è più possibile, sembra comunicarci.

Introduciamo la prossima caratteristica con un altro video.

 

 

Il secondo pilastro è l’INDISSOLUBILITA’. Eduard dice a Bella: “Nessuna misura del tempo è abbastanza con te, ma cominceremo con per sempre”. Per chi non conoscesse questi personaggi, si tratta della serie Twilight. La storia tratta di un ragazzo, un vampiro che ha 17 anni dal 1918 e che quindi usa tutte le abitudini del tempo anche in amore.  Eduard vuole aspettare il matrimonio per avere il primo rapporto fisico. Sembra che per parlare di indissolubilità ai nostri giorni, bisogna trovare degli espedienti, come appunto farne parlare a un uomo della fine del 1800. I cinque film della saga sono stati un successo planetario, hanno incassato tre miliardi di dollari nel mondo, sono caratterizzati da grande romanticismo e da una dimensione dell’amore che si apre all’eterno. Le ragazze hanno sognato e sono rimaste affascinate da questo amore, perchè in realtà non è altro che ciò che vorrebbero vivere nella loro vita. Vengono dette parole d’amore che fanno ardere il cuore.  Questa noostalgia di eternità è ben chiara a produttori e sceneggiatori e viene sfruttata dal cinema per fare soldi. Ma non si può dire di volere un amore così, altrimenti si passa per illusi e fuori dal mondo.

Per la terza caratteristica ci serviamo di una canzone molto famosa.

 

Si poteva scegliere una canzone più recente, ma questa rende benissimo la sofferenza di chi è tradito. Terzo pilastro è quindi la FEDELTA’. La sofferenza di chi viene tradito è una delle più difficili da sopportare e superare. Nonostante questo, il partito che è ora al governo ha presentato una proposta di legge per eliminare l’obbligo di fedeltà dal codice civile. Stando alle proponenti di questa modifica, l’obbligo di fedeltà sarebbe il retaggio culturale di una visione superata e vetusta del matrimonio. La fedeltà è un’esigenza del cuore o un obbligo di legge? Ad ognuno la risposta. Chissà se per legge si potrà eliminare anche la sofferenza che ne scaturisce.

Quarta caratteristica introdotta ancora da una canzone.

 

Quarto pilastro è la FECONDITA’. Stevie Wonder scrive in questa canzone: “Noi siamo stati benedetti dal cielo, non riesco a credere ciò che ha fatto Dio, attraverso di noi lui ha dato la vita a qualcuno, ma non è adorabile? Fatta dall’amore”. Questa è la famosissima Isn’t she lovely? del 1976. Stevie celebra così la nascita della figlia Aisha. Quello che è bello di questo testo è che l’autore è consapevole che un figlio viene generato da un noi, da una relazione stabile tra un uomo e una donna. Io penso che questa gioia e questo stupore siano possibili solo all’interno di una relazione forte. Stevie Wonder, che ha avuto 2 matrimoni e nove figli da cinque donne diverse, non è il massimo della coerenza, ma la fecondità l’aveva ben chiara come esigenza del suo cuore, le altre caratteristiche meno.

Il quinto pilastro ci viene presentato dai Pooh

 

Questa canzone l’abbiamo presa ad esempio per l’ultimo pilastro del matrimonio naturale: la SOCIALITA’. Viene evidenziata l’importanza sociale della cerimonia del matrimonio: “Quel 25 aprile (1942) la guerra era di casa, pioveva forte fuori dalla chiesa, tu col vestito bianco, tu con le scarpe nuove, vi siete detti si davanti a quell’altare. Quel 25 aprile pioveva e tutti gli invitati dicevano che sposi fortunati”. E’ un rito pubblico, una cerimonia importante tanto da vestirsi bene, lei col vestito bianco e lui con le scarpe nuove (siamo in tempo di guerra). L’amore sponsale ha bisogno di aprirsi, di essere riconosciuto dalla nostra comunità, dalla nostra società per essere pieno. Questa bellissima canzone sicuramente racchiude in sé tutti e cinque le caratteristiche, è un inno al matrimonio naturale. Il testo è stato scritto da Stefano D’Orazio (il batterista dei Pooh) nel 1992, ed è dedicata ai 50 anni di matrimonio dei genitori. Stefano D’Orazio in più di un’intervista ha affermato di essere stato sempre meravigliato dalla bellezza del rapporto che vivevano i suoi genitori. Meravigliato ma disincantato, nostalgico di un rapporto così che lui non ha mai avuto. Ha avuto tante donne, ma non si è mai sposato. Ora finalmente, all’età di 69 anni, Stefano D’Orazio si sposerà il 12 settembre 2017 per la prima volta.

Tutta questa carrellata di video e canzoni ci è servita per poter mostrare che, anche se la nostra società sembra diffidente nei confronti di impegni affettivi totali, esclusivi e indissolubili, nel cuore di ogni uomo alberga questo desiderio, al quale non si sa neanche dare un nome (non si percepisce infatti che una più o meno intensa insoddisfazione). Questo desiderio, però, è comune a tutti, perché tocca ciò che ci costituisce, cioè il nostro bisogno di vivere l’amore in modo pieno e autentico.

Antonio e Luisa

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

Quinta puntata Matrimonio naturale e matrimonio sociale

Il matrimonio naturale e il matrimonio sociale. (5° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Siamo giunti a trattare ora il tema del matrimonio come risposta alla nostra sessualità. Ricordo che il nostro bisogno di amore viene nutrito attraverso la socialità e la sessualità. Ricordate il paragone con il bere e il mangiare nella puntata precedente?  Ho già accennato alcuni tratti della socialità, molto sinteticamente, perchè non riguardano il tema della settimana, ora quindi ci soffermeremo di più sulla sessualità. Cosa è la sessualità? E’ la necessità di vivere una relazione d’amore che sia esclusiva e che investa tutto l’essere dell’amante e dell’amato. Le risposte alla sessualità possono essere: il fidanzamento e la convivenza ( risposte provvisorie e in ogni caso non complete) e il matrimonio e la consacrazione a Dio (risposte complete e piene). In questa settimana approfondiremo il matrimonio. Iniziamo col dire una banalità: il matrimonio non è stato inventato da Cristo, ma esiste fin da quando esiste l’uomo. Perchè ricordarlo? Per mostrare come anche in questo caso la Parola rivelata aderisce in modo perfetto alla parola naturale. Cosa è la parola naturale? Se non lo ricordate rileggete la prima puntata. Il matrimonio è quindi una necessità del cuore e non solo un costrutto civile e/o religioso. Lo si può comprendere meglio leggendo il mio articolo Un amore oltre la morte, dove riprendo le testimonianze del passato che ci mostrano in modo inequivocabile il desiderio di un amore totale, esclusivo e che superi la barriera della morte in tutte le civiltà antiche e moderne.

Conosco già le obiezioni che volete farmi. Il matrimonio è vero che esiste da sempre, ma viene declinato e realizzato in modalità molto diverse tra loro. Esistono matrimoni monogami e poligami. Esistono matrimoni indissolubili e altri solubili. Esistono matrimoni endogamici (all’interno dello stesso clan) ed esogamici (al di fuori del proprio nucleo familiare). Sembra che non esista un’esigenza comune, perchè in ogni latitudine, periodo storico e società il matrimonio viene costruito in modo diverso. E’ proprio così? Sì è così, ma c’è un errore di fondo. Il matrimonio naturale non coincide con il matrimonio sociale. Hanno scopi diversi. Il matrimonio sociale non è stato pensato per soddisfare le esigenze dell’amore dell’uomo, ma per riconoscere pubblicamente la famiglia, prima cellula della comunità, indispensabile alla crescita di un popolo o di una civiltà. Il matrimonio sociale è quindi un pubblico riconoscimento che può essere civile e/o religioso. Nella storia dell’uomo tutti i matrimoni (almeno nelle maggiori civiltà che ho potuto trovare) hanno avuto una valenza orizzontale (verso gli altri uomini della comunità) e sacra (verso Dio o le divinità, solo ultimamente si sta perdendo la sacralità). Il matrimonio sociale è quindi rispondente agli usi, costumi, tradizioni, necessità, percezioni sociali e a tutte le altre variabili che possono intervenire in una struttura complessa come quella di un popolo o di una civiltà. Un esempio per tutti. Nella Bibbia è largamente presente la poligamia (non rientra come vedremo tra le caratteristiche di un matrimonio naturale). Come? La parola naturale non coincide quindi con la Parola rivelata?

Per quanto riguarda il popolo d’Israele è bene ricordare, sono gli stessi rabbini a dirlo, che alle origini la poligamia non era permessa, Noè non era poligamo. Poi per varie motivazioni, prima fra tutte la discendenza, è stata legittimata. Abramo, Giacobbe, Davide e Salomone e molti altri avevano tutti più mogli, ma in principio non era così.

Padre Francesco ha confermato questa dinamica affermando che gli ebrei erano un popolo di pastori seminomade. Era importante quindi avere un clan, una famiglia numerosa per essere forti nelle contese con le altra famiglie. Anche per questo venne introdotta e accettata la poligamia. Ragioni che non hanno nulla a che vedere con il cuore dell’uomo.

Il matrimonio naturale ci ricorda che esiste una nostalgia, un desiderio del cuore, della profondità del nostro essere, di ciò che ci costituisce. Abbiamo bisogno di dare una risposta alla nostra sessualità in modo totale, esclusivo e per sempre. Vedremo nel prossimo articolo come si caratterizza il matrimonio naturale e quali sono le necessità del cuore per vivere un amore che risponda alla nostra sessualità. L’uomo desidera sempre, che ne sia consapevole o meno, una relazione che impegni tutto il suo essere in un rapporto totale, esclusivo e indissolubile. Nel caso non riesca a dare risposta a questo tipo di amore, non sarà mai completamente felice, realizzato e pacificato.

Antonio e Luisa

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Quarta puntata Anima e corpo: un equilibrio importante

 

 

Anima e corpo: un equilibrio importante. (4° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Ripartiamo dalla fine della puntata precedente. Siamo arrivati ad affermare che cuore (spirito) e corpo hanno la stessa importanza nel vivere l’amore, nel realizzare quello che siamo e che dona senso alla nostra esistenza. Perché è così importante sottolineare che cuore e corpo hanno la stessa valenza? Spesso il concetto dell’amore è squilibrato verso il corpo o verso lo spirito, sviando così dalla vera ecologia umana che si basa su un equilibrio di queste due componenti umane. Quando sottolineiamo troppo l’aspetto del corpo (per esempio le emozioni, il sentire e il piacere sessuale), scivoliamo in una distorsione, in un inquinamento dell’amore e non viviamo bene e autenticamente l’amore. C’è naturalmente anche il rischio opposto, quello degli spiritualisti, il rischio di pensare che ciò che conta è solo la volontà e il cuore, che il corpo e le espressioni corporee quali dolcezza, tenerezza e sesso non siano importanti. Queste ultime sono persone incapaci di mostrare e trasmettere amore e anch’esse sono fuori dall’ecologia dell’amore. Se non si è capaci di abbracciare, guardare con dolcezza, accarezzare e anche vivere bene l’intimità sessuale (nel matrimonio), di che amore stiamo parlando? Il concetto d’amore autentico è quello biblico, cristiano, dove legge naturale e rivelata si accordano perfettamente. Per questo il modello d’amore biblico è ecologico o naturale. La Bibbia non è un libro spirituale, certo lo spirito non manca, ma quanta carne c’è. Un esempio per tutti è Cristo che si è fatto uomo, si è incarnato per mostrarci l’amore e parlarci di amore. Gesù non ha proclamato l’amore, ma lo ha mostrato con la carne, donando il suo corpo e il suo sangue sulla croce. Nella tradizione ebraica cuore (spirito) e corpo sono la persona, non esiste una differenza netta tra le due componenti. Questa differenza, che fa parte del nostro pensare comune, è frutto delle riflessioni dei filosofi greci , ma non è mai appartenuta a Gesù.   Sintetizzando come è definibile l’amore biblico o ecologico?

L’amore ecologico è un donarsi e un accogliersi tra due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere: Io personle, cuore e corpo.

L’amore ecologico si esprime in modo diverso a seconda del tipo di amore che stiamo vivendo (fidanzati, sposati, figli, amici, consacrati, ecc.).

Il bisogno di amare come si manifesta?

Si manifesta in due aspetti fondamentali: la socialità e la sessualità.

Sono entrambi ambiti in cui manifestiamo e viviamo l’amore. La socialità comprende tutti quei rapporti in cui non siamo legati ad una sola persona. Nelle relazioni tra genitori e figli, tra colleghi e tra amici siamo nell’ambito sociale. Anche nella socialità, naturalmente esistono vari gradi, dalla semplice conoscenza a un legame molto profondo. La socialità esprime un bisogno di amare che abbiamo fin dai primi giorni di vita nell’utero materno e fino a quando esaleremo l’ultimo respiro. Abbiamo bisogno di contatti, di persone che ci dimostrano affetto e stima e che non necessariamente sono nostro marito o nostra moglie. La socialità è come il bere e vedremo più avanti che la sessualità è invece come il mangiare, entrambe necessarie e che non si escludono, ma che al contrario si completano. Anche quando vivremo una sessualità appagante non dovremo dimenticarci di bere, di vivere la socialità. La coppia  senza socialità rischia di entrare in una condizione di aridità e di implodere. La sessualità che approfondiremo più avanti è la necessità di trovare una persona in particolare, lui e soltanto lui, lei e soltanto lei, che risponde al nostro bisogno di trovare una comunione profonda e piena che investe la totalità del corpo e dell’anima. Il marito e la moglie vivono bene la loro sessualità (intesa non solo come rapporto fisico) se vivono e si donano nel rapporto totalmente, con tutta l’anima e con tutto il corpo, senza condizioni e linee d’ombra.

Come vivere un amore così, ecologico e pieno? Impariamo ad essere sempre più dono per il nostro sposo e la nostra sposa. Combattiamo l’egoismo, l’orgoglio e le antipatie che ci impediscono di donarci. Educhiamo il corpo, perchè è lì che si annidano le insidie maggiori. Educhiamoci alla tenerezza e a mostrare l’amore. Impariamo a manifestare l’amore all’altro secondo la sua sensibilità e non la nostra (I cinque linguaggi dell’amore). Se mia moglie ama essere abbracciata e io non l’abbraccio mai perchè a me l’abbraccio non dice nulla, che amore sto manifestando? Farsi dono significa desiderare il suo bene e la sua felicità. Se l’abbraccio le fa bene, lo devo fare anche se non mi trasmette niente e anzi mi costa fatica farlo.

Antonio e Luisa (tratto dall’insegnamento di Andrea Guerriero).ù

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

Terza puntata Io personale, spirito e corpo.

Io, spirito e corpo. (3° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Cosa è l’amore? Cosa significa amare? Sono sicuro che se facessi questa domanda a 10 persone diverse otterrei 10 risposte tutte diverse. L’amore è ormai un concetto soggettivo, per cui ognuno intende realtà diverse. Ma è davvero così? Naturalmente no. Se comprendo come è fatto l’uomo, posso comprendere anche come egli può amare e cosa significa amare. Cerchiamo quindi di comprendere come siamo fatti, quali sono le parti costitutive di ogni essere umano. L’essere umano, in modo molto sintetico e semplificato, è formato da un Io personale, da uno spirito e da un corpo.  L’Io personale è la nostra identità, la coscienza e la percezione che abbiamo di noi, che ci permette di rapportarci a un tu, ad una alterità. Abbiamo poi una parte spirituale invisibile (tutto il mondo del cuore e della psiche). E’ il nostro mondo interiore dove risiedono i sentimenti più profondi e la nostra volontà. Poi abbiamo la parte visibile di noi, tangibile, abbiamo un corpo. Se a fondamento dell’essere umano c’è la vocazione, il desiderio di amare e di essere amato, l’Io personale è la capacità di amore, è la spinta ad amare. L’amore è inscritto nell’essere uomo, nell’essere donna. La mia identità profonda, quella che mi accomuna a tutti gli altri anche se per tanti aspetti siamo tutti diversi, è la mia capacità di amare, di essere amore, di accogliere l’amore. Questo aspetto è costitutivo di ogni persona, nessuno può cancellarlo, anche l’uomo più rovinato e cattivo della terra ha questa capacità in potenza dentro di lui. Questa realtà profonda è quella su cui operava Cristo, faceva riemergere questa verità scritta dentro ognuno. L’ha fatta riemergere in Zaccheo, nell’adultera, nella Maddalena, in Matteo e in tanti altri che lo hanno incontrato. Questa capacità di amore si concretizza nella specificità di ogni persona, nella diversità, negli aspetti esteriori (le doti del corpo) e negli aspetti interiori (le doti dello spirito). Quali di queste doti sono più importanti per mostrare e vivere l’amore?

Molti sono portati a pensare che le doti dell’anima siano più importanti, più aderenti e capaci di esprimere amore. Ma è davvero così?

Rispondo con un esempio. Se siete una coppia mettetevi in piedi vicini e di spalle, ma senza toccarvi ed ora senza parlare provate ad esprimervi amore. Riuscite a trasmettere amore all’altro e a sentire l’amore dell’altro? Sicuramente no. Il corpo è importante tanto quanto lo spirito. L’amare certamente prende energia dal cuore, nel nostro mondo interiore, negli affetti e nella volontà, ma se poi non è manifestato attraverso un corpo, rimane lettera morta, rimane desiderio di amore, ma non amore. E’ un’illusione.

Antonio e Luisa (dall’insegnamento di Andrea Guerriero)

Prima puntata La legge morale naturale 

Seconda puntata Chi sono? Perchè vivo?

 

Chi sono? Perchè vivo? (2° puntata corso famiglie Gaver 2017)

L’opera di disinquinamento che andremo ora a presentare, per recuperare la Verità iscritta dentro di noi, nel nostro cuore, partirà non dalla Grazia e quindi dall’opera redentiva di Gesù attraverso i sacramenti (che riprenderemo più avanti), ma dalla natura. Perchè questo? Perchè, già con il dono dell’intelletto e dell’onestà morale, tutti possano comprendere quale sia la verità che ci aiuta a vivere e quali invece le bugie da evitare. L’ecologia umana, ripeto, è riscoprire la verità della nostra natura e viverla sia nella nostra dimensione interiore, identificabile come spirito, anima e  cuore, sia con la dimensione esteriore: il corpo. Dobbiamo avere il coraggio di smascherare tante bugie spacciate per verità, e che ci fanno vivere contro la nostra natura di uomini e donne, contro la nostra ecologia.

Partiamo dalla prime domande fondanti: Io chi sono? Che senso ha vivere la mia vita?

Se non abbiamo chiare le risposte a queste domande esistenziali, difficilmente riusciremo a mettere ordine nella nostra vita.

Per rispondere a queste domande dobbiamo partire dalle esigenze che abbiamo, in quanto uomini, fin dal seno materno. Non tanto quelle biologiche che ci sono chiare: bere, mangiare, dormire etc, ma quelle relazionali, del cuore e dell’anima.

Le ricerche scientifiche ci aiutano tantissimo perchè hanno dimostrato in modo incontrovertibile che l’uomo è relazione. Fin da subito entra in relazione con la madre, madre e feto si mandano messaggi, lo stato d’animo della mamma viene percepito dal bambino. Come la madre vivrà la gravidanza influenzerà la crescita e l’evoluzione del bimbo, il suo carattere, le sue paure e il suo stato emotivo. nel bene e nel male.

L’indicazione è quindi chiarissima: fin dai primi giorni della nostra vita intrauterina siamo esseri che entrano in relazione, relazione fondante per noi, con un tu diverso da noi, che all’inizio è la nostra mamma, ma poi, crescendo, subentrano il padre, i fratelli e pian piano tutto l’ambiente sociale. E’ evidente che abbiamo il desiderio di avere una relazione positiva, di affetto e di amore con le persone intorno a noi. Le ricerche dimostrano che se il bambino non viene accolto, coccolato, amato, abbracciato, accarezzato e riempito di tutto quello che è l’humus umano, deperisce fino anche a morire. Questo perchè il bambino ha bisogno di essere nutrito non solo nel corpo ma anche nello spirito.

Nello sviluppo di ogni persona, sintetizzando, esistono due strade: andare verso l’umanità piena o andare verso la disumanità.

Se percorriamo un percorso positivo di crescita relazionale con gli altri, è facile che percorriamo la prima strada, che diventiamo persone con le quali è bello stare, è bello relazionarsi ed è bello vivere. Se al contrario il nostro percorso di crescita è caratterizzato da umiliazioni, ferite profonde, botte, ingiurie facilmente imboccheremo la seconda strada, e rischieremo fortemente di incarnare in noi stessi quello che abbiamo vissuto e subito sulla nostra pelle.

Le persone che chiamiamo disumane e cattive molto difficilmente arrivano ad esserlo perchè hanno scelto di essere così. Spesso dipende dal contesto sociale e familiare in cui si sono trovate che le ha indotte e le ha trasformate in ciò che non sono realmente, almeno in potenza. E’ stato impossibile per loro tirare fuori tutte quelle che sono le qualità umane scritte dentro ogni uomo.

Gesù quando si rapporta alle persone, siano esse anche le più peccatrici, vede in loro non ciò che sono in quel momento, ma quello che possono diventare con l’amore, persone pienamente umane.

Adesso possiamo rispondere. Io chi sono? Sono un essere chiamato all’amore.

Qual’è il senso della mia vita? Il senso della mia vita è vivere l’amore.

Se tu vivrai una vita nel segno dell’amore, avrai un’esistenza pienamente e umanamente realizzata, da cui la gioia, da cui la felicità. In caso contrario potrai avere tutto il mondo, ma senza l’amore sarai una persona infelice.

Vedremo nella prossima puntata cosa significa amore e amare.

Antonio e Luisa (dalla catechesi di Andrea Guerriero)

prima puntata La legge morale naturale

 

Gli alti e bassi nella coppia

Davanti al mare puoi ispirarti per tanti paragoni, come, ad esempio, cosa accade nella vita di una coppia.
Questa mattina, la grande distesa d’acqua, è di una calma indescrivibile.
Tempo fa, un saggio frate francescano al quale spesso apro il mio cuore, mi fece una domanda:
«Secondo te, figliola mia, dove si vede la potenza di Dio? Nel mare calmo o nel mare in tempesta?»
In genere, siccome lui ha molta sapienza, non rispondo mai perché so che, sicuramente, la mia osservazione non corrisponderebbe al quesito.
Cosi mi lascio sempre guidare dal suo intento e ascolto il suggerimento che consegue tanto utile alla mia vita.
Di seguito appresi una cosa molto vera.
La potenza di Dio si manifesta nel mare assolutamente calmo!
Infatti, «Come si fa a tenere ferma ed immobile una massa d’acqua così sterminata?»
Solo un Dio Potente può riuscire in una cosa del genere e qui si manifesta ai nostri occhi una profonda riflessione data dal Creato.
Dio esiste negli alti della coppia, cioè quando tutto è calmo, quando addirittura tutto sembra correre così linearmente che spesso ci si aspetta una tragedia imminente ……come mai stiamo così bene? Cosa dovrà succedere?

coppia crisi
La cosa più scontata si dà spesso per scontata, cioè il fatto che, nei momenti in cui la distesa della vita è tranquillissima, tutto dipende dalle nostre capacità e quindi, difficilmente ci svegliamo la mattina ringraziando il Signore per avere ancora due gambe, due braccia, un marito che ti dice che sei bella, una salute perfetta, una giornata da benedire perché andremo a lavorare in un tempo in cui questo non è facile per niente eccetera, eccetera.
Come mai abbiamo trascorso tanti anni, nella calma di una relazione felice e, nel contempo ci siamo allontanati da Dio? Ci siamo accomodati nella tranquillità?
Eppure era Lui che teneva «calma» la sterminata nostra esistenza, addirittura di due persone tanto diverse.
È un po’ come quel mare calmissimo che tanti bagnanti rischiano di agitare con i loro movimenti natatori, comprese le barchette e i motoscafi, e, nonostante questo, riesce a rimanere calmo e liscio come l’olio.
Anche se intorno ci sono gli agitatori, Dio riesce a tenere ferma l’acqua. Noi lo diamo per scontato, ma Lui c’è!
Così la vita di quella coppia: agitata da mille perché e per come, eppure Dio la tiene calma!

E noi che facciamo?

Soltanto quando il mare è agitato ci ricordiamo del nostro Creatore.
Quando cominciano ad arrivare le onde grosse e arriva la tempesta ecco che la paura sopravanza e cominciamo a urlare: “dove sei Dio mio? Ti sei dimenticato di me? Non vedi che sto affogando, sto soffrendo e la mia vita va a rotoli?”
Allora si che cerco Dio, perché l’uomo, di dura cervice, non comprende che Dio era lì ad aspettarci nella calma delle sue acque confortanti.
Abbiamo bisogno della tempesta per cercare la Sua potenza, perché prima, la sua Onnipotenza è abbassata dalla nostra supponenza.
Conosco tante coppie, in crisi, che alla domanda : “Dov’era Dio quando il tuo mare era calmo?” sovente mi rispondono “mi ero distaccato, stavo bene e non sentivo più il bisogno di pensare a Lui”.
E adesso? Dov’e Dio nel tuo mare in tempesta?
Adesso sì che lo rivoglio, ho bisogno di Lui, cosa fare per non affogare?
Allora forza, cerca e contempla il tuo Signore nella distesa calma di quell’acqua dove vedi scorrere la vita. Frequentalo e ringrazialo quando tutto scorre serenamente perché sentirai la sua presenza quando le acque diventeranno alte e le onde ti spaventeranno e ti scoraggeranno.

ISAIA,43
1 Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
2 Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno…

La potenza di Dio è nel mare calmo, non perdere tempo ad aspettare la tempesta, abbraccialo oggi e contempla con stupore la grandezza dell’ infinito Amore che nutre per te, coppia che Lui ha congiunto.

La Legge Naturale Morale (1° puntata corso famiglie Gaver 2017)

Prima di entrare nel cuore del corso, che approfondisce il sacramento del matrimonio e in particolare la chiamata ad essere profeti dell’amore di Dio, ripercorriamo velocemente i fondamenti dell’amore umano con una focalizzazione sulla nostra chiamata naturale al matrimonio. Per spiegare la nostra chiamata all’amore abbiamo a disposizioni due grandi libri. Il primo è la Bibbia, una lettera d’amore che Dio scrive all’umanità e a ciascuno di noi, ci parla di noi e di chi siamo, ci parla di Lui e ci parla della nostra chiamata alla santità. Poi abbiamo il libro della natura, che è in mano a qualsiasi uomo e donna, che sia battezzato/a o no, credente o no. Il creato parla a tutti, perché, se il Creatore ha lasciato la sua impronta sul creato e se leggiamo e comprendiamo le leggi del creato e ne verifichiamo l’armonia e la bellezza, possiamo comunque vivere un amore vero e pienamente umano, dissetare le esigenze del nostro cuore che anela ad un solo tipo di amore, che noi ne siamo consapevoli o no.

La prima è quindi la Parola RIVELATA, la seconda è la Parola NATURALE.

Noi prenderemo ora in considerazione la seconda, che, seppur più celata e meno evidente, è la sola che ci permette di aprire un dialogo con tutti, parlando alla nostalgia del cuore che desidera un amore vero e autentico, un amore ECOLOGICO.

Siamo abituati ad applicare il concetto di ecologia solo al mondo che ci circonda, all’inquinamento, al surriscaldamento globale, ai mari, ai fiumi, alle montagne. Insomma a tutto il creato, meno che all’uomo. Come se l’uomo non avesse una sua natura iscritta in lui ma fosse autoreferenziale, potesse crearsene una su misura, a sua immagine e quindi secondo la sua volontà. Illusione che porta a non trovare mai l’amore autentico.

Benedetto XVI, parlando al Bundestag (parlamento tedesco) nel 2011, disse :

L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

L’uomo in quanto essere vivente è soggetto a delle leggi naturali iscritte dentro di sé. Leggi che non ci siamo dati e che sono quindi immutabili e indipendenti da noi. Nascendo uomini e donne abbiamo leggi che ci costituiscono. Le leggi fisiologiche e biologiche le riconosciamo molto bene, esistono la scienza e la medicina che ce le spiegano. Il funzionamento dell’apparato digerente, della circolazione, della procreazione ecc ecc. Queste leggi sono universalmente riconosciute. Siamo una macchina complessa e perfetta regolata da leggi cardine e immutabili. Come ci sono queste leggi fisiche e biologiche ne esistono altre che investono il nostro aspetto relazionale, sociale e comportamentale. Leggi non meno importanti, perché siamo esseri sociali fatti per la relazione. Questo corso riguarderà questo aspetto umano, prima su un piano strettamente naturale e poi elevato al sacramento e al soprannaturale. Tutte queste ultime leggi sono sintetizzate nella LEGGE MORALE NATURALE.

Sulla legge naturale morale si basano tutti i sistemi legislativi del mondo, cioè il diritto civile, perchè è riconosciuto che nel vivere sociale l’uomo è chiamato a rispettare gli altri, a non compiere certi atti che ledono la dignità, la libertà e la vita di altri, anzi l’uomo è chiamato a comportarsi in modo da promuovere il bene per sé e il bene sociale o comune. Se andate a vedere in ogni sistema legislativo, seppur con differenze, il non uccidere è presente sempre. Il non rubare è riconosciuto universalmente, il non dire falsa testimonianza è riconosciuto universalmente. Di cosa stiamo parlando? Dei dieci comandamenti. I dieci comandamenti, qui torniamo sulla Legge rivelata, non sono altro che il modo di Dio di trasmetterci la LEGGE MORALE NATURALE, iscritta dentro di noi, e che siamo chiamati a rispettare. Nell’antico testamento viene detto: “Se tu osserverai queste leggi, e le metterai in pratica, tu vivrai e sarai felice, ma se non le osserverai e ti allontanerai dalla mia legge di certo morirai, la tua vita sarà maledetta.” Maledizione da intendere non come una punizione, ma come conseguenza, perché se ci allontaniamo dall’ordine naturale, entriamo in un dis-ordine. Entrare nel disordine vuol dire vivere male e far vivere male gli altri.

LA LEGGE RIVELATA E LA LEGGE NATURALE COLLIMANO PERFETTAMENTE.

I dieci comandamenti sono una lettura del nostro cuore, una indicazione per vivere in modo ecologico, rispettando la nostra natura umana.

Purtroppo questa legge non viene sempre rispettata, spesso è disattesa, ed ecco tutti i problemi relazionali e di identità che viviamo nei nostri giorni.

Andremo nelle prossime puntate ad operare un’opera di disinquinamento per riscoprire l’autentica ecologia umana.

Antonio e Luisa (tratto dall’insegnamento di Andrea Guerriero)

 

 

Chiudiamo per una settimana

Siamo in partenza per una settimana di approfondimento. Saliamo sui monti bresciani per approfondire la profezia degli sposi. Gli sposi come immagine dell’amore di Dio per il mondo e per ognuno di noi. Parleremo di matrimonio naturale, di sacramento, di Grazia, di come lo Spirito Santo plasma il cuore delle persone che si aprono ad Esso. Insomma sarà sicuramente una settimana ricca, sarà un ricaricare le batterie, un ritrovarci come sposi, un levare la polvere depositata in un anno frenetico di corse e di impegni.

Incontreremo le altre famiglie dell’equipe, che sono fratelli per noi, molto preparati. Avremo un padre cappuccino per la parte più teologica, una suora e nella nostra equipe di sposi una ginecologa che può aiutare e dare risposte nell’ambito sessuale e riproduttivo.

Qui il link dei corsi che organizza il nostro gruppo

http://www.intercomunione.it/wp-content/uploads/gaverrivisto.pdf

Torneremo più carichi di prima. Intanto abbiamo previsto di pubblicare giornalmente sulla pagina facebook i vecchi articoli relativi al Cantico dei Cantici. Per chi non volesse restare a secco per una settimana intera può seguirci qui  https://www.facebook.com/matrimonioprofezia/

A presto e che Dio ci e vi accompagni!

Antonio e Luisa

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L’equipe del corso (completano l’equipe una suora e un padre cappuccino)

 

 

 

 

 

Sono debole per questo sono forte.

C’è una realtà che ho sempre intuito, ma non sono mai riuscito a comprendere chiaramente. Oggi, finalmente, ascoltando un’omelia di don Antonello Iapicca, sono riuscito a mettere a fuoco quella che era solo un’intuizione. Il mio matrimonio è felice perché io e la mia sposa siamo completamente inadeguati, incapaci e inadatti, e sappiamo di esserlo. Siamo gli ultimi. Dio ha sempre operato così, nella storia. Ha scelto un popolo, ma non un grande popolo, dalla cultura evoluta. Non ha scelto la raffinatezza dei babilonesi, la potenza degli egizi o la ricchezza dei fenici. Ha scelto un popolo seminomade, costituito da ladri, mercenari, pastori. Ha scelto il popolo più ignorante che ha trovato. Cosa dire, poi,  di Maria, un’adolescente o poco più, una donna in un mondo governato dagli uomini, una donna tra le più nascoste ed umili. Ha scelto il suo nulla per farne la Madre di Dio. Gesù è nato in una famiglia invisibile e ordinaria di un popolo invisibile. Gesù è nato lontano da Roma, lontano dal centro del potere, in una remota provincia calda e polverosa. Tutta la storia è piena di questi esempi. Penso a Bernadette che, nella sua ignoranza e semplicità, quando le  chiesero perchè la Madonna aveva scelto proprio lei, rispose: ” E perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa Vergine mi ha scelta.”

Cosa voglio dire con questo? Che per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta. Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e si crolla, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di noi, del nostro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarci. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa

La bellezza

Ho trovato questo articolo interessante di alcuni anni fa.

«Dio vide che era cosa buona…». Nel mondo della Bibbia e nel mondo greco «buono» e «bello» coincidono.Ma che cos’è la bellezza? È ciò che suscita un senso di piacere e di ammirazione nella persona. Per il credente, la Pasqua rivela la bellezza di Dio. La famiglia è il giardino privilegiato in cui cresce la bellezza.

La prima pagina della Bibbia sottoli­nea ripetutamente le diverse giornate della creazione con la nota frase: «Dio vide che era cosa buona».

Nel mondo ebraico come in quello greco solitamente non veniva disgiunto il concetto di bellezza da quello di bontà, anzi l’uno sembrava il completamento dell’altro. Insieme il kalòs hai agathòs (il bello e il buono) esprimevano perfezio­ne, quasi si volesse sottolineare che una realtà bella doveva essere anche buona, e che il bene doveva per forza essere bello.

Forse quella frase del racconto bibli­co potrebbe essere meglio espressa così: «Dio s’accorse che era una bella cosa». E quando si vuole evidenziare la creazio­ne dell’uomo: cosa!».

Le meraviglie del cielo, della terra e del mare, infatti, rappresentano una gran­de bellezza statica, mentre l’uomo espri­me una bellezza dinamica. Le cose sono belle per se stesse, ma non sono soggetto di emozioni, non sof­frono passioni. Invece esse stimolano la fantasia, suscitano interesse, risvegliano ammirazione nell’uomo, scuotono in­somma la sua mente e il suo cuore.

La bellezza stessa della persona non si può relegare ai soli lineamenti esterio­ri del suo corpo, ma parte dall’intimo e si esprime attraverso sguardi, sorrisi, at­teggiamenti, movenze. Possiamo dire che ogni persona può soltanto irradiare all’esterno quella bellezza che possiede dentro di sé, altrimenti è una bellezza morta, statuaria, opaca.

La nostra mentalità occidentale, abi­tuata a classificare e definire, a rinchiu­dere in tanti scomparti i vari concetti, si accorge di trovarsi davanti ad un termine troppo spesso equivocato, come avviene per la parola amore o per altre parole chiave dell’esistenza umana.

Bellezza è: bontà, semplicità, impegno, grazia, sapienza, gioia, donna, uomo…

Nelle espressioni quotidiane mesco­liamo un po’ di tutto: «Che bella perso­na!», e non ci riferiamo al suo aspetto fi­sico; «Che bel piatto!», e si intende un piatto abbondante e gustoso; «Che bella idea!», ed è qualcosa di interessante.

Bello significa tutto e nulla nello stes­so tempo.

Presso popolazioni che vivono nella povertà o nell’essenzialità il concetto di bello diventa quasi sinonimo di utile, nella società del superfluo si avvicina al concetto di dilettevole, nel mondo della cultura bello può significare estetica­mente perfetto.

Bello è semplicemente bello

Bello è quello che la persona perce­pisce come tale e suscita in lei un senso di piacere e di ammirazione.

Sicuramente bello è Dio, e Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il più bello tra i figli degli uomini, nato da donna. Bella è sua madre, Maria ripiena di grazia, bontà, semplicità, impegno, gioia, fem­minilità.

Essi hanno ispirato e impegnato gli artisti del mondo e della storia cristiana a descrivere la loro bellezza.

Bellezza è donna

Ritorniamo per qualche riflessione ancora nel mondo della Bibbia.

Rebecca, incontrata dal servo di Abra­mo, destinata a diventare sposa di Isacco era «molto bella d’aspetto, era vergi­ne…» (Gn 24,16) e oltremodo servizie­vole.

Giuditta, prima di invocare il Signore, si prostrò con la faccia a terra, si cosparse il capo di cenere e mise allo scoperto il sacco di cui, sotto, era rivestita nella sua vedovanza. Dopo aver pregato, si alzò, si tolse il sacco di cui era rivestita, si lavò, si profumò, spartì i capelli del capo e vi mise un diadema. «Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccia­letti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affa­scinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista» (Gdt 10,4).

Giuditta, moglie di Manasse, con la sua bellezza salvò Israele dalla furia di Oloferne («che si è lasciato ingannare dal mio volto» [Gdt 13,16]) e del suo esercito assiro.

Ester, per smascherare le trame di Aman contro gli Israeliti, fece digiunare tutti i Giudei di Susa per tre giorni, non dovevano né mangiare né bere, ed anche lei e le sue ancelle fecero altrettanto. Ester si tolse le vesti di lusso ed indossò abiti miseri, si cosparse il capo di cenere e umiliò molto il suo corpo. Poi, come Giuditta, dopo aver lungamente pregato il Signore, lei, la regina, osò presentarsi al re Assuero.

Quattro donne che nella loro bellezza sono viste e ricordate come determinanti per la storia del popolo di Dio e per la sua salvezza.

Bellezza è uomo

C’era un uomo della tribù di Benia­mino chiamato Kis. «Costui aveva un fi­glio chiamato Saul, alto e bello: non e c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeli­ti» (I Sam 9,2).

Davide, il ragazzine fatto chiamare dal pascolo dal profeta Samuele: «Era fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto» (1 Sam 16,12).

I primi re d’Israele non furono grezzi gorilla da combattimento e il terzo di lo­ro poi, Salomone, fu chiamato «il saggio per eccellenza».

La bellezza salverà il mondo?

Davvero il cammino della storia sarà corretto e salvato dalla bellezza? Quale bellezza?

Al centro della vita di ogni cristiano c’è l’avvenimento della Pasqua.

Questa grande e bella festa sta ad in­dicare una vita di continue risurrezioni, perciò diventa una vita interessante e bella nonostante i continui intoppi.

Un giardino per la bellezza

C’è un giardino privilegiato dove cre­sce la bellezza: la famiglia.

In questo luogo essa viene alimentata dall’amore dello sposo e della sposa, e dai figli che sbocciano come i germogli di una rigogliosa pianta di ulivo attorno al tavolo di cucina, come vuole il salmo 128.

I figli sono belli quando crescono in una famiglia bella.

La famiglia è bella quando coltiva l’essere più dell’apparire, il bene più del benessere, la comunione più degli squilli dei telefonini, l’attenzione ad ogni perso­na più di tante distrazioni, l’amore dona­to più di quello preteso o ricevuto.

Di certo questo tipo di famiglia non fa notizia, fa solo felici.

Utopia?

Un sogno spezzato dal risveglio in una cruda realtà? No! Tensione verso un ideale. Il Vangelo non propone mai tra­guardi corti.

Non si vuole però negare l’evidenza di tanti, troppi figli «belli» che conducono una «brutta vita» da pendolari tra un bab­bo e una mamma distanti, ingannati, spes­so attirati da una bellezza bugiarda, fatta di emozioni meschine, di egoismi bassi.

Anche questa è un’opportunità per chi crede in tante belle famiglie che pos­sono davvero salvarsi e salvare.

Valeria e Tony Piccin

Tratto da “famiglia Domani – aprile2002”

 

Grazie perchè ami Lui più di me.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopodi Lui? Perchè?  Io mi sono fatto tutte queste domande. La risposta non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei ha sempre messo la volontà di Cristo davanti alla mia e questo mi ha salvato. Mi ha costretto a pormi delle domande. Mi ha costretto a comprendere che la bellezza di quella ragazza andava oltre l’aspetto fisico, ma era trasfigurata dal suo tenace abbandono a Gesù, che era davvero Signore e Salvatore per lei. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Lei nella sua fragilità e debolezza di donna ferita, ma forte come solo chi  fonda la vita sulla roccia di Cristo, mi ha penetrato con la spada e mi ha aperto la ferita del cuore liberandolo da tutto il pus del peccato che lo ammorbava. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

Grazie alla mia sposa che non ha mai amato me più di Gesù.

Un consiglio che mi sento di dare a tutti. So per certo da medici e psicologi amici che sono sempre più le spose (ma anche gli sposi) che si lamentano delle richieste dei coniugi. Sesso anale, pornografia, scambio di coppie, sex toys e tante altre depravazioni. Abbiate il coraggio di dire no a queste cose. Per il bene vostro e del vostro coniuge. La sessualità autentica è dono, incontro d’amore, dove l’abbraccio intimo è già cosa che più bella non si può sperimentare. Tutto il resto è solo frutto dell’egoismo e della concupiscenza. Tutto il resto serve solo a rendere la persona da amare una cosa da usare, un pezzo di carne.

Antonio e Luisa

Il nostro matrimonio è terreno fertile?

«Ecco, il seminatore uscì a seminare.
E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.
Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Chi ha orecchi intenda».

Vorrei leggere questa parabola in chiave sponsale, so benissimo che forse è una lettura un po’ forzata, ma è comunque utile per permettere una riflessione su come ci prepariamo al matrimonio.

Il seme è l’amore divino, lo Spirito Santo, la Grazia del sacramento. Il seme è quella presenza di Dio che germoglia e rende la terra feconda e fruttuosa. La terra siamo noi, la nostra relazione e il nostro cuore.

Se ci presentiamo alle nozze senza aver chiare le caratteristiche di un amore sponsale autentico, e non ci sposiamo volendo e desiderando con tutto il cuore di amarci in quel modo, saremo impermeabili al seme, all’amore di Dio. Il matrimonio sacramento si poggia sul matrimonio naturale, che a sua volta poggia su 5 pilastri. Se manca uno solo di questi pilastri, crolla tutto. L’unicità: un solo uomo e una sola donna. La poligamia non è ammessa. L’indissolubilità: non dobbiamo prevedere vie d’uscita, anche nella cattiva sorte. La fedeltà: il nostro corpo e il nostro cuore appartengono a quell’uomo o a quella donna. La socialità: ci sposiamo nella comunità, perchè siamo risorsa per la società e dobbiamo essere tutelati da essa. La fecondità: la relazione deve essere aperta alla vita.

Se ci si sposa escludendo anche una sola di queste caratteristiche, di questi pilastri, la Grazia non può entrare in noi, perchè manca l’amore autentico e totale  per accoglierla.

Celebriamo un sacramento a secco, anzi peggio, celebriamo una bella sceneggiata che non ha nessun valore,  anche se presenziata dal parroco e con la presenza di testimoni e di tante persone. Ricordo che il diritto canonico verifica, tra le altre cose,  la sussistenza di queste caratteristiche per decretare se un matrimonio sacramento sia valido oppure nullo, mai avvenuto.

Veniamo ora al terreno sassoso. Subito germogliò. Il matrimonio è valido. Gli sposi credono nei 5 pilastri e si sono sposati in Cristo. La Grazie è arrivata e ha permesso loro di sperimentare l’unione come presenza di Cristo. Ma cosa succede?

Gli sposi non hanno preparato bene il terreno. Non hanno preparato un terreno profondo, un amore profondo basato sul rispetto, sul sacrificio, sulla castità che sa aspettare e accogliere l’altro. Un amore fatto di apertura al mistero dell’alterità e non di ripiegamento su di sè che usa l’altro per provare sensazioni ed emozioni, e per soddisfare la nostra lussuria e concupiscenza. Non importa se vestiamo tutto con l’abito dell’amore, certi gesti nel fidanzamento sono oggettivamente frutto dell’egoismo ed intrinsecamente sbagliati. Se prepariamo il nostro terreno così non saremo capaci di amare autenticamente, ma solo di vivere di emozioni e di sentimenti che sembrano dare valore e senso a tutto, ma che in realtà sono un’effimera illusione. E’ un amore  destinato, come tutte le emozioni, a picchi e crolli e alla fine a spegnersi se non alimentato da qualcosa di più solido. Ed è questa la fine del germoglio piantato in un terreno così. Poche radici e il sole lo brucia.

Ultimo terreno, di cui voglio parlare, è quello con le spine. Questo è il terreno di chi si sposa in Cristo, e magari si è preparato anche bene, ma poi non comprende che il matrimonio è un sacramento non solo tra i  due sposi, ma dove Cristo ha un ruolo fondamentale. Se non si mette Cristo al centro tutto diventa difficile e in certi casi impossibile da sostenere. Il matrimonio, un rapporto che dura tutta la vita e basato su un abbandono fiducioso, intimo ed esclusivo dell’uno verso l’altra, quando arrivano le prove, quelle dure che ti buttano a terra, rischia di dissolversi in dolore, sofferenza, accuse, sensi di colpa e risentimento. Se non si ha una fede e una relazione concreta con Gesù, la coppia  entra in una spirale che la porta inesorabilmente alla separazione, se non sempre fisica, sicuramente dei cuori.

Noi su che terreno abbiamo accolto il seme? Ad ognuno la risposta. Mi fermo qui. Sul terreno che porta frutto ho già avuto modo di parlare in tanti articoli precedenti.

Antonio e Luisa

Lo sguardo di Cristo

Una delle descrizioni più affascinanti del Vangelo è sicuramente lo sguardo di Gesù. Uno sguardo puro, uno sguardo che penetra ma non giudica, uno sguardo che vede oltre le apparenze, oltre i comportamenti, oltre gli atteggiamenti e va dritto al cuore della persona, nel senso che riesce a vederne la bellezza originaria, riesce e vedere ciò che la costituisce. Gesù riesce a leggere nelle persone la nostalgia per il bene e per il bello, riesce a superare la coltre nera del peccato che avvolge l’interlocutore e vede la bellezza della creatura, del vertice della creazione, di colui che è fatto ad immagine a somiglianza di Dio, dell’Amore. Ci sono tantissimi esempi di questo sguardo nel Vangelo. Il giovane ricco che in apparenza ha tutto, è ricco, ha una famiglia ed è osservante della Legge. Ma non è felice perchè non riesce ad andare oltre e ad incontrare Dio trasformando la Legge in amore, le norme in atteggiamento del cuore. Gesù comprende la nostalgia di questo giovane, guardandolo, e gli offre la via per essere finalmente realizzato. Purtroppo il giovane non trova il coraggio di seguirlo e resta nella sua vita agiata, ma priva di un senso e di un ideale di vita che salva. Non siamo come il giovane ricco anche noi? Lo sguardo di Gesù va oltre le apparenze, come nei confronti della vedova. Gesù era seduto vicino al tesoro del Tempio e osservava i presenti lasciare le loro offerte. C’erano ricchi che cercavano l’approvazione degli uomini e per questo lasciavano grandi ricchezze, ma che non costavano gran sacrificio. Poi vide una insignificante vedova, non indosssava abiti eleganti e non aveva un portamento tronfio. Si avvicinò al tesoro e lasciò la sua misera monetina. Gesù si commosse profondamente perchè vide il cuore generoso di quella donna che donava a Dio ciò che le era necessario. Noi scorgiamo questo in chi ci sta vicino? Come non pensare a Zaccheo che grazie allo sguardo di Gesù  si convertì all’istante. L’adultera, Pietro, Giuda, la Maddalena e tanti altri. Ci sono innumerevoli esempi. Ne ho citati solo alcuni. Noi sposi siamo capaci di avere quello sguardo tra di noi?  Non posso parlare per me, non sarei obiettivo. Posso però parlare della mia esperienza con Luisa. Ho sperimentato quello sguardo. Con il tempo e  con gli anni è diventato sempre più autentico e credibile. Nei momenti in cui sono più antipatico, nervoso, dove ho peccato contro di lei in amore e  tenerezza. I momenti dove sono pigro e asociale. Arriva lei con il suo sguardo in cui mi specchio e vedo oltre ciò che sto facendo e oltre il mio comportamento. Vedo in lei ciò che sono, ciò che l’ha fatta innamorare, e che la porta a dedicarsi totalmente a me. Uno sguardo che mi permette di riprendere il controllo di me, e di smettere di fare l’immaturo e la persona poco seria. Lo sguardo di Gesù penso fosse così, che non giudicava ma ti mostrava ciò che potevi essere e ciò che eri in quel momento.

Antonio e Luisa

Noi siamo pensiero creatore.

Helmuth James von Moltke, figlio di un pronipote del celebre maresciallo, nacque  l’11 marzo 1907 a Kreisau, in Slesia. Giurista e signore di campagna, coltivatore delle sue terre a Kreisau, rappresentò come pochi “l’altra Germania” in opposizione ai nazisti al potere. I rappresentanti più illustri della resistenza, di ogni tendenza, appartenevano al circolo di Kreisau, voluto e animato da von Moltke. Profondamente cristiano, disapprova l’attentato ad Hitler, ma intendeva comunque preparare il rinnovamento della Germania dopo la catastrofe che considerava ormai come inevitabile. Fu incarcerato  nel gennaio 1945, processato, condannato a morte e giustiziato il 23 gennaio a Plotzensee.

Di seguito uno stralcio della sua ultima lettera alla moglie Freya, scritta poche ore prima di essere giustiziato e quando era già consapevole di ciò che lo attendeva da lì a poco.

[…]Ma adesso mia adorata, veniamo a te. Non ti ho ancora nominata, cuore mio, perchè tu occupi un posto assolutamente speciale. Infatti, tu non sei mezzo di cui Dio si serve per fare di me ciò che sono. Tu sei invece, me stesso. Tu sei il mio Capitolo 13° dell’Epistola ai Corinzi. Senza quel capitolo, l’uomo non è uomo. Senza di te, io non sarei diventato un signore dell’amore. Di amore ne ho ricevuto, per esempio, dalla mia mamma, cui penso con riconoscenza, con gioia e pieno di gratitudine, come lo si è verso il sole che ci riscalda. Ma senza di te, cuore mio, io non avrei l’amore. Io non dico affatto: “Ti amo”. Non sarebbe esatto. Tu sei piuttosto quella parte di me stesso che, senza di te, mi mancherebbe. E’ bellissimo che essa non mi manchi. Perchè se io non l’avessi con me, questo che è il più grande di tutti i doni che un essere umano può avere, non avrei potuto reggere la sofferenza che ho dovuto affrontare, e ben altro ancora. Soltanto noi due, tu ed io, formiamo un essere umano. Come già ti ho scritto qualche giorno addietro, noi siamo pensiero creatore. Proprio così, alla lettera. Ed ecco perchè, cuore mio, sono sicuro che tu non mi perderai mai  su questa terra, neppure per un secondo, tu mi perderai. E’ esattamente ciò che abbiamo voluto simboleggiare nella nostra Cena comune, che, per me, sarà stata l’ultima. Ho appena pianto un po’, ma non di tristezza o di dolore, non perchè desideravo tornare: erano lacrime di riconoscenza e di emozione dinnanzi a questa manifestazione di Dio. Non ci è dato di vederlo in volto, Dio, ma è molto emozionante potersi rendere conto all’improvviso che, nel corso di tutta la nostra vita, Egli ci ha preceduti, di giorno sotto la forma di una nuvola, di notte sotto la forma di una colonna di fuoco, e che ora ci consente di realizzare improvvisamente, per intero, la nostra vita. Ora, per davvero, non dobbiamo temere più nulla.  Cuore mio, ho terminato la mia corsa, e posso dire di me stesso: “E’ morto vecchio e sazio”.

[…] Che la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunità dello Spirito Santo siano con tutti voi. E così sia.

Sinceramente questa lettera mi ha commosso, mi ha fatto piangere. L’amore testimoniato non è quello sdolcinato dei sentimenti, ma quello concreto della vita in Cristo. Un amore costitutivo della persona umana che dona forza e pace, che dona la capacità di portare la croce e di essere coerenti fino alla fine. Ho profondamente ammirato ed  “invidiato” questo martire della giustizia e dell’amore.

Lettera tratta da Operazione Walkiria di Luciano Garibaldi.

Antonio e Luisa.

Tischgespräch Merkel Freya

Freya in compagnia del cancelliere tedesco Angela Merkel nel 2007

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Nel Vangelo di oggi Gesù afferma qualcosa che non è per nulla scontato:

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Siamo abituati in tutte le nostre relazioni, siano esse economiche, lavorative e anche affettive a dare un valore, un prezzo a ciò che facciamo, al nostro tempo, alle risorse che impieghiamo. Purtroppo questo avviene anche nel matrimonio. Quante volte i matrimoni implodono perchè le persone dichiarano di non sentire più nulla per la persona che hanno sposato?  Cosa significa? Chiaramente è una implicita constatazione che l’impegno e il legame non valgono la fatica che costano. Significa mettere sulla bilancia costi e benefici e, come farebbe qualsiasi imprenditore, decidere di tagliare ciò che è improduttivo, che non ci rende nessun utile e addirittura provoca una perdita. Vi rendete conto di quanto è misero questo modo di concepire la relazione? Significa considerare il coniuge come qualcosa da mantenere, curare e nutrire finchè serve, finchè non diventa un peso per la vita e per il nostro benessere psicofisico. D’altronde la nostra società è una società del profitto che spinge all’individualismo e all’egoismo. Come dice Papa Francesco, è caratterizzata dalla cultura dello scarto e il matrimonio non ne è esente. Nulla di più facile che entrare in questa dinamica e gettare il coniuge senza troppe remore, perchè ciò che conta siamo noi, tutto il mondo gira intorno a noi. Siamo così dentro questa cultura, che quando ci viene offerto qualcosa di gratuito siamo istintivamente portati a diffidare, a cercare di capire dove sia la “fregatura”. Non è forse così? Quando riusciamo ad uscire da questa  maledetta spirale di sofferenza? Quando incontriamo Cristo nella nostra vita. Quel Cristo che ci ama in un modo così autentico e incondizionato, tanto da commuoverci nel profondo. Solo se si fa esperienza di questo perdono saremo liberati dalla cultura dello scarto. Vedremo poco alla volta con gli occhi di Gesù e quando il nostro coniuge sarà in difficoltà, riuscirà a darci poco o magari non sarà in grado di darci nulla e avrà bisogno del nostro sostegno, non tireremo fuori il bilancino per decidere, ma ci doneremo con tutto ciò che abbiamo, perchè Cristo ci ha amato così e ora è il momento di restituire il nostro poco attraverso quell’uomo o quella donna che Dio ci ha messo al fianco e che in quel momento è il bisognoso, il povero, l’afflitto, il malato o il carcerato (schiavo del peccato) che ha bisogno di noi. Questo è l’amore gratuito vissuto, questo è l’amore che promettiamo di vivere durante il rito del matrimonio e questo è l’amore che Dio attraverso la Grazia ci permetterà di realizzare nella nostra vita e nella nostra relazione.  Io l’ho visto incarnato nei miei nonni. Mia nonna che a seguito di una malattia degenerativa ha perso progressivamente la parola, il movimento e la ragione. Gli ultimi tempi non faceva altro che emettere lamenti tutto il giorno. Mio nonno non solo non l’ha avvertita come un peso, ma l’ha curata con una tenerezza e una pazienza che mi hanno toccato profondamente il cuore. Non era da solo, Dio era con lui. Ora è morta ma quegli ultimi tempi resteranno nella mia memoria non solo come un momento di sofferenza e di dolore ma anche riempiti di un amore autentico gratuto e incondizionato. Ho chiesto a Dio di donarmi la forza, nel caso fosse necessario, di essere altrettanto forte, tenero, paziente ed amorevole perchè l’amore se non è così non è amore ma solo un reciproco scambio di interessi.

 

Antonio e Luisa

La Chiesa: mamma che aiuta a crescere.

Questa riflessione è uno sfogo. Vuole essere una richiesta di confronto con voi, perchè io non capisco più come certi uomini di Chiesa ragionano. Vi chiedo di dirmi dove sbaglio.

La Chiesa è madre, è la mamma di tutti noi. Su questo non penso che ci siano possibilità di fraintendimenti. Cosa significa essere madre? La mamma è colei che accoglie dentro di sè la vita nascente, è colei che con tenerezza e dolcezza nutre, coccola e fa sentire amato il bambino. La mamma non si ferma a questo. La mamma insieme al papà deve educare. Educere, dal latino tirare fuori. La mamma insieme al papà aiuta il neonato nei suoi passaggi della vita. Lo aiuta da bambino, da adolescente, nella pubertà, nella giovinezza e infine lo vede diventare uomo o donna prendere la sua strada e camminare da solo verso la vita buona e soprattutto la vita eterna. L’attività della mamma è frutto di un’alleanza con il papà che, nell’unione e nella comunione, sono sicurezza e certezza per il bambino.  Cosa voglio dire con questa immagine? La Chiesa è madre, ma si comporta sempre da madre? Lavora in alleanza con il Padre (Dio)? E’ in comunione con il Padre? E’ anvora capace di dire quei no che aiutano a crescere, a diventare uomini e donne nella pienezza della verità iscritta dentro di loro? Chiedo questo perchè mi sembra che tanti pastori non riescano ad andare oltre la mamma del neonato. Non riescano ad educare, ma solo ad accogliere con tenerezza e dolcezza. Va benissimo, non ci si può limitarsi a quello. Il neonato, il neofita, colui che vuole entrare nella Chiesa e rinascere in essa una seconda volta dopo il battesimo, non può restare un neonato. Ha bisogno di essere accompagnato, di essere ripreso, anche duramente. Ha bisogno di paletti, di sapere cosa è bene e cosa è male. Ha bisogno di fare i suoi errori e di essere perdonato, ma senza sminuire ciò che ha fatto, perchè le ferite non si cancellano con la confessione. Gli omosessuali non hanno bisogno di essere trattati come neonati, magari all’inizio sì, ci sta, ma poi vogliono essere aiutati a crescere come uomini e come donne, capaci di andare oltre la ferita di cui portano i segni, perchè questo significa rispettarli ed amarli. Hanno bisogno di essere accompagnati alla castità perchè lì troveranno la pace e pienezza. Se la Chiesa non è capace di aiutare ogni persona a crescere, ma solo di accudirla come se fosse un neonato, non può poi pretendere nulla da questa persona se non che continuerà a comportarsi come un neonato, capace solo di chiedere e incapace di donarsi nella verità.

Quando io sono entrato nella Chiesa volevo tante cose. Volevo essere giustificato nei rapporti prematrimoniali, volevo essere giustificato nell’uso di anticoncezionali, volevo essere libero di guardare materiale pornografico, volevo essere libero di vivere come volevo, ma con l’avallo di Dio, per silenziare la mia coscienza. Fortunatamente ho trovato in alcuni sacerdoti, soprattutto nel frate cappuccino Padre Raimondo Bardelli, la vera Madre Chiesa, e attraverso di loro, gradatamente anche la libertà da tante mie schiavitù. Mi hanno aiutato a non essere più un neonato della fede ma un uomo di fede, con tanti limiti ancora, ma molto più felice e realizzato. Attraverso l’amore di madre Chiesa ho trovato l’amore anche di Dio Padre.

Antonio e Luisa

Gli sposi sono fuoco evangelizzatore

L’amore sponsale è strano. E’ un’unione così intima, forte, indissolubile e totalizzante che sembra escludere ogni altra persona. C’è un forte rischio di chiusura soprattutto quando il rapporto e gli sposi sono immaturi. In questi casi si rischia di vivere come prigionieri. Si pensa che la nostra soddisfazione personale e il senso della nostra vita dipendano solo dal nostro sposo o dalla nostra sposa e condividerlo/a con qualcuno diventa un rischio di perdere qualcosa. La gelosia ci imprigiona. L’amore muore e diventa possesso perchè non ci siamo sposati per dare amore, ma solo per ricevere qualcosa dal rapporto. In alcuni casi anche i figli sono visti come un pericolo e per questo si decide di non averne. Tutto ruota intorno a noi stessi. Quanti sposi che pensano di amarsi tantissimo perchè hanno un rapporto quasi morboso in realtà non si amano, ma si usano per colmare i loro  vuoti e soddisfare i loro bisogni. Personalmente ho corso questo rischio. Quando mi sono sposato ero ancora molto immaturo come persona e come cristiano. Invece col tempo sono maturato. Sono riuscito, grazie a tante persone che mi/ci hanno aiutato, sacerdoti ed amici a spostare il centro delle mie attenzioni da me a Luisa. Ciò è stato possibile quando ho finalmente incontrato Cristo e non ho avuto più bisogno di cercare in Luisa un senso e un sole assolutizzato e assolutizzante attorno cui girare per scaldarmi e illuminarmi il cuore. Più il nostro rapporto è diventato forte, bello, intimo e più io sento di non aver bisogno di lei, ma di volermi donare a lei. Quando esiste questo tipo di amore tra gli sposi, simile a quello di Dio nella Trinità, con tutte le dovute distanze e differenze dettate dal loro essere creature, avviene qualcosa di inaspettato. Si sente il desiderio di aprirsi all’esterno. L’amore non vuole essere rinchiuso nella nostra relazione, ma esonda al di fuori. Come Dio Trinità ha creato l’universo come un’esplosione d’amore, così noi sposi, se viviamo un amore autentico e basato sul dono, sentiamo il bisogno di aprirci, di non restare come una monade isolata, ma di vivere la nostra piccola chiesa nella grande Chiesa. Aprirsi alla vita, prima di tutto, ai figli, e poi ai fratelli nella comunità, agli amici, ai bisognosi di una parola o di un po’ di cibo. Tutto ciò diventerà non un sacrificio, ma un’esigenza del cuore.

Gli sposi sono fuoco acceso dell’amore di Dio per ogni persona, fuoco acceso dell’amore di Gesù per la Chiesa. Gli sposi lo sono sempre. Non ha senso credere di essere fuoco solo quando si va in parrocchia ad aiutare, al catechismo, nei vari gruppi o in attività di solidarietà e volontariato. La nostra fiamma è accesa sempre, ovunque siamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Chi si avvicina a noi deve sperimentare quella prossimità e compassione (patire con) che abbiamo imparato in famiglia e che dovrebbe essere diventata stile di vita. Così gli sposi possono essere i più grandi evangelizzatori in un mondo che tende a chiudersi. Un mondo che chiude le porte, le frontiere, i cuori ha bisogno impellente di sposi che portano il loro amore e il loro fuoco nella società e nella realtà in cui vivono. Un mondo sempre più fondato sul profitto e sull’interesse personale ha bisogno della gratuità degli sposi. Gli sposi che vivono la loro vocazione all’amore in modo pieno danno volto e consistenza alla Parola, la rendono presente e attuale nella storia e nella geografia. Questi sposi possono essere quella luce di Cristo che affascina e che ha permesso a un falegname di una remota provincia dell’Impero con un seguito di straccioni di attirare a sè miliardi di persone. Ciò è possibile però quando questo amore si nutre della relazione sponsale, della Grazia del Sacramento e dell’Eucarestia. Solo così il nostro impegno e il nostro fare è frutto dell’amore autentico, altrimenti non è vero dono, vera luce, ma diventa palliativo per trovare fuori dalla nostra vocazione ciò che non si sa costruire al suo interno.

Antonio e Luisa

Dio non ti da più di quanto puoi contenere.

Vorrei iniziare con una breve storia di Bruno Ferrero, per trarre alcuni spunti di riflessione.
Festa al Castello
Il villaggio ai piedi del Castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del Castellano che leggeva un proclama nella piazza.
“Il nostro Signore beneamato invita tutti i suoi buoni e fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda a tutti però un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del Castello che è vuota…”
L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietro front e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio… Io porterò un bicchiere d’acqua e sarà abbastanza!”
“Ma no! E’ sempre stato buono! Io ne porterò un barile!”
“Io un ditale”
“Io una botte!”
Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze dei grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del Castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del Castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
“E la sorpresa promessa?”brontolarono alcuni con disappunto e delusione.
Altri dimostravano una gioia soddisfatta:”Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”
Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro. “Ah! Se avessi portato più acqua…”
Tratto da”Il canto del grillo” di B. Ferrero Ed. Elle Di Ci
Cosa ci insegna questa storiella? Può essere letta in tanti modi, per spiegare tante circostanze. C’è una lettura, quella che voglio fare, che è perfetta anche per il matrimonio. Il signore del castello è naturalmente Dio. Gli invitati siamo noi, ogni sposo e ogni sposa. Il recipiente è il nostro cuore. Le scelte fatte fino al giorno del matrimonio condizioneranno il tipo di recipiente che porteremo al castello. Chi ha vissuto solo per sè, senza una ricerca della castità, nel peccato, nella lussuria, nei rapporti prematrimoniali, nell’uso degli anticoncezionali porterà un bicchierino perchè il cuore è chiuso, non può contenere e dare di più. Chi invece ha scelto la strada più difficile, quella del sacrificio, del rispetto dell’altra persona aprendosi all’altro nel desiderio di un incontro e non di possederlo ed usarlo. Chi, insomma, ha scelto la castità, si presentera al palazzo del signore con un cuore grande come un barile. Naturalmente il palazzo simboleggia la chiesa e la festa la celebrazione del matrimonio. Il matrimonio è un sacramento. Nei sacramenti c’è un effusione di Spirito Santo, un dono di Grazia. La Grazia non è qualcosa di astratto. La Grazia è un surplus di amore divino che si poggia sull’amore umano degli sposi. Capite che chi si è presentato al matrimonio con un bicchierino non può pretendere un dono di Dio che il suo cuore non possa contenere. Fidanzati, preparate il vostro matrimonio nella verità, rispettandovi e quello che ne otterrete il giorno delle nozze e tutti i giorni seguenti della vostra vita insieme non vi farà rimpiangere i sacrifici che avete dovuto sostenere.
Antonio e Luisa
Allego un breve video che ho preparato per i miei figli per spiegare questi concetti.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmatrimonioprofezia%2Fvideos%2F901719983280601%2F&show_text=0&width=560

Un dolce giogo!

Il vangelo di oggi termina con questa frase di Gesù:

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovetedire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Non siamo maiali

Oggi vorrei parlare di maiale. Voi direte: cosa c’entra il maiale con il matrimonio? C’entra eccome. Vi siete mai chiesti perchè sia vietato il consumo di maiale per il popolo ebraico (non solo per loro)? Non è una regola inventata senza un senso. Tutto quello che gli ebrei hanno normato è dettato da un senso. Un senso che può essere più o meno condivisibile, ma non è un capriccio. Il maiale, ci ricorda don Iapicca in una sua recente catechesi, è vietato perchè ricorda la prigionia e la schiavitù in Egitto. Gli egiziani si cibavano tantissimo di maiale e di conseguenza anche gli ebrei quando potevano facevano uso di quella carne. Durante la schiavitù sembra che una epidemia abbia colpito la popolazione. Il caldo, la scarsa igiene e la conservazione della carne hanno contribuito al propagarsi di questa misteriosa malattia.  Per questo il maiale ricorda agli ebrei il mal d’Egitto, una disgrazia e una lontananza da Dio.

Non è la sola ragione, ce n’è una ancora più importante. Riporto ora la spiegazione di un autorevole rabbino statunitense per introdurla:

Il cibo che mangiamo diventa parte di noi e dato che tutte le creature hanno una propria sorgente vitale o anima spirituale (nefesh), ogni volta che mangiamo una creatura assumiamo anche la sua spiritualità, nel bene o nel male. Il maiale ha certe caratteristiche spirituali che innescano l’egoismo, il comportamento lascivo, la caparbietà e la crudeltà, compromettendo quindi la capacità di un ebreo, e di chi si identifica con il popolo ebraico, di svolgere il suo dovere spirituale in questo mondo.

Sentite ora qual è la regola precisa che norma il consumo della carne:

sono lecite le carni di quei quadrupedi che hanno l’unghia fessa e che ruminino 

Sembra una presa in giro, una richiesta senza senso. Non è così, c’è una motivazione molto profonda invece. L’unghia fessa significa che lo zoccolo non è un tutt’uno ma composto da due parti divise da una fessura. Ciò simboleggia l’ordine di Dio: la notte e il giorno, l’uomo e la donna, i mari e la terraferma. Simboleggia l’ordine della creazione. Non lo sapevate, vero? I maiali hanno questa caratteristica, hanno effettivamente l’unghia fessa. Non hanno però la seconda discriminante. Non ruminano, ma al contrario sono voraci e inghiottono tutto ciò che trovano. Questo simboleggia chi non riflette ed è schiavo delle sue pulsioni, dei suoi desideri, emozioni,sensazioni e passioni. Chi non riesce a contenersi e trattenersi. Si lascia condurre, si abbuffa di ogni cosa per provare piacere senza pensare alle conseguenze. Schiavi della gola e del sesso. Mangiare il maiale per il popolo ebraico significava alimentare queste passioni malefiche che ci rendono incapaci di controllare il nostro corpo, come animali per l’appunto.

Gesù ha eliminato queste regole con una semplice frase:

Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna?  Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo.

Gesù ha cancellato la regola, è vero,  ma non il significato della regola stessa. Se vivremo la nostra vita, i nostri rapporti, la nostra sessualità e il nostro matrimonio come maiali, senza ruminare, senza riflettere e senza controllo, saremo destinati a una vita da maiali, nel fango, nella continua ricerca di un piacere che non soddisfa mai se non in superficie. Sensazioni fisiche che non riempiono l’anima, ma al contrario la svuotano, rendendoci ancora più affamati. Rovineremo la nostra esistenza e quella di chi ci sta vicino e trasformeremo il nostro corpo tempio dello Spirito Santo, dimora regale, in un porcilaio sporco e maleodorante del tanfo dei nostri peccati e del nostro egoismo.

Gesù ha cancellato la regola anche perchè spesso veniva usata con ipocrisia. Un rituale formale giustificava un cuore chiuso all’amore. Bastava rispettare il precetto per essere nel giusto. Gesù non accetta questo. Gesù ci chiede di impegnarci a fondo per purificare il nostro cuore e svuotarlo di tutti i pesi del peccato e dell’egoismo per consentirgli di riempirlo di Spirito Santo attraverso i sacramenti e il matrimonio sacramento in particolare. Solo così la nostra relazione non sarà un porcilaio, ma una reggia bella e luminosa. A noi la scelta.

Antonio e Luisa

Il matrimonio non è una passeggiata.

Oggi voglio condividere un pensiero di Sara, una moglie e mamma veneta. E’ riuscita, a mio parere, a presentare ciò che è il matrimonio in modo molto concreto attraverso un immagine molto semplice: la montagna. Sara scrive:

Il matrimonio non è una passeggiata. È una camminata in montagna, di quelle che parti la mattina presto quando ancora è quasi buio… non sai bene dove vai. Non l’hai mai fatta, quella strada. Sai che sarà lunga ma sei pieno di voglia, di energie, sai che ne vale la pena. Sei curioso! Bisogna partire attrezzati bene, scarponi, zaino pronto, cibo, acqua, poncio se piove, cerotti bende acqua ossigenata, un pile se fa freddo… non sai bene dove vai. A volte sembra insulso, a volte non ce la fai più. Ti fermi respiri, riposi, hai bisogno di pregare.
Poi arrivi in un punto panoramico, ti giri, guardi indietro… ecco, la meraviglia! Oh, ecco perché ne valeva la pena! Quanta bellezza, quanto amore! Gioia piena!
E vedi qualcuno a cui vuoi bene iniziare la salita, laggiù… e ti riempi di gioia, lo chiami “Vieni, è dura la salita ma qui è bellissimo!!!”
Perché, quando guardi una donna vestita da sposa sempre il cuore palpita di gratitudine

Il matrimonio non è una passeggiata dove non c’è fatica, dove il sentimento ti trascina come una bici in discesa. Si parte con il buio,  senza sapere cosa t’aspetta solo con la fiducia nel tuo compagno/a e in Dio. Il matrimonio è una salita, che costa fatica, a volte sembrerà facile altre invece la pendenza sarà proibitiva e dovremo aiutarci a vicenda, salire in cordata se necessario. Ci saranno momenti in cui la fatica sarà avvertita più da uno, altri in cui sarà l’altro a boccheggiare e a sentire le gambe pesanti, ma se si resta uniti non ci sarà il rischio di mollare e di voler tornare indietro. Sara parla poi dell’attrezzatura. Quanta verità. Se non partiamo attrezzati bene faremo tanta fatica, e forse troppa fatica, potremmo anche non riuscire ad arrivare in cima. Oggi le coppie si preoccupano soprattutto delle sicurezze materiali, del lavoro, della casa e di tutto ciò che può rendere la vita “facile”. Non sono queste le cose più necessarie di cui dotarsi. Non che non siano importanti, sia chiaro, ma c’è qualcosa che è più determinante per la riuscita di un matrimonio. Preparare il cuore al dono di sè. Bisogna educarsi al sacrificio, all’apertura all’altro, al perdono, alla misericordia e a occuparsi e a prendersi cura dell”altro. In una parola educarsi alla castità. Certo anche chi parte senza zaino e senza acqua può arrivare in cima, ma certamente con molta più difficoltà e sofferenza.  Sara ci ricorda di pregare. Sara ci ricorda che ci sposiamo in tre e che il socio di maggioranza, quello che ci mette più ricchezza, non siamo noi ma Gesù. Pregare significa chiedere a Gesù un aumento di capitale per la nostra società, un surplus di Grazia perchè con le nostre misere risorse non riusciamo a continuare.

Infine arrivi in cima, o meglio la cima non la raggiungi mai, ma arrivi in alto. Tanto in alto che puoi voltarti e restare senza fiato. Puoi ammirare un panorama mozzafiato e puoi condividere ciò che vedi con la tua sposa o con il tuo sposo. Vedi in basso il punto da cui sei partito.  Ti meravigli di come tu, così fragile, ferito e inadeguato abbia potuto fare tanta strada ed arrivare tanto in alto, tanto da poter godere di una bellezza che ti commuove. Una passeggiata non ti sarebbe costata tanto impegno e tanto sudore, ma non ti avrebbe consentito di ammirare una bellezza tanto grande.

Antonio e Luisa

Un lavoro di squadra

Ascoltavo una catechesi di padre Serafino Tognetti sul matrimonio. Padre Serafino riesce a unire una verve da cabaret a una saggezza profonda e pienamente cristiana. E’ uno spasso ascoltarlo. Su youtube potete facilmente trovate tante sue catechesi, se non lo conoscete e volete ascoltarlo. Bando alle presentazioni, torniamo alla riflessione che avevo in mente di fare.  Padre Serafino ha spiegato in maniera egregia le dinamiche che la coppia attiva quando c’è da prendere una decisione. Ci sono spunti di riflessioni per la donna e per l’uomo. Spesso sbagliamo, litighiamo e perdiamo tante energie e tanto tempo, perchè non siamo capaci di lavorare in squadra, dove ognuno ha il suo compito. Prima di proseguire una premessa: non voglio dire che quanto scriverò sia sempre vero e ogni coppia è unica e deve trovare i propri equilibri però questa riflessione può essere uno spunto per tutti. Ora donne non saltatemi alla gola quando leggerete i consigli per voi. Tutto trae origine da ciò che siamo uomo o donna, diversi e complementari.

Tu donna, moglie, lascia a tuo marito l’ultima parola, fai decidere lui, fai che sia lui a prendere la decisione definitiva. Lui ha bisogno di questo da parte tua. Ha bisogno del tuo abbandono fiducioso alla sua guida. Solo così si sentirà virile e uomo, sentirà la stima e l’accoglienza della sua sposa. Solo quando sarà legittimato a capo della famiglia, a guida a cui affidarsi, si sentirà apprezzato, realizzato ed amato. Siamo fatti così, per accontentarci basta davvero poco perchè se leggete il proseguo vi renderete conto di come alla fine siete voi donne a condurci verso la scelta giusta.

Tu uomo e marito, invece, guarda tua moglie come merita. Lei ha il carisma dell’intuizione. Capisce prima e meglio le situazioni e la via migliore da seguire. L’utero della donna è dove nasce la vita e dove cresce la vita. L’utero accoglie e pazientemente cura, nutre e aiuta la creatura che lo abita a crescere e perfezionarsi. La donna è colei che sa accogliere meglio di te la volontà di Dio, è colei che sa meglio discernere e decantare, colei che è più ricettiva e più disponibile nella sua docile sottomissione all’amore e quindi a Dio. Quando prendi una decisione non avere fretta, medita quanto la tua sposa ti suggerisce e se capisci (e di solito è così) che è meglio fare come lei dice non inorgoglirti e cambia idea, ne guadagnerete tutti perchè in una famiglia come in una squadra si vince e si perde insieme. Un po’ come tra Maria e Giuseppe. Lei è quella che custodiva nel cuore e intuiva molto più del “povero” Giuseppe. Lui è quello che, però, prese tutte le decisioni, compresa quella molto difficile di fuggire immediatamente in Egitto per scampare ad Erode.

Alla fine, come dice padre Serafino, spesso finirà che la sposa intuirà e suggerirà la soluzione, l’idea, il modo di fare e lo sposo battendo il pugno sul tavolo esclamerà: Ok si fa così.

Vi chiederete se non sarebbe più veloce e pratico lasciare subito la decisione alla donna. No, perchè l’uomo ha bisogno di sentire che lei lo seguirebbe anche se lui decidesse per fare altro. Naturalmente, perchè il matrimonio funzioni, occorre che nessuno dei due abbia un atteggiamento di prevaricazione e di controllo sull’altro.

Tutti contenti la sposa che è riuscita a sostenere il marito nella scelta e indirizzarlo verso il meglio e lo sposo che ha avuto l’ultima parola. Non è così? Forse è un po’ troppo semplificato, quasi caricaturale, ma la dinamica è giusta, almeno tra me e Luisa spesso finisce così. Certamente, serve tanto amore, tanta fiducia e tanto rispetto dell’uno verso l’altra.

Ah, adesso sono pronto a ricevere tutte le critiche e i commenti che volete, sentivo, però, che era importante dire queste cose che nessuno dice, ma che sono fondamentali per la riuscita di un matrimonio.

Antonio e Luisa

Cosa vuoi che io faccia? chiediamolo per conoscere la volontà di Dio

Conoscere la volontà di Dio

Tutti noi vogliamo conoscere la volontà di Dio, chiediamo allora; cosa vuoi che io faccia? Quando mi metto in meditazione e guardo Gesù Eucaristia, spesso mi viene da pormi questa domanda e la rivolgo al Signore: COSA VUOI CHE IO FACCIA?

Stranamente subito dopo mi sento inquietata da un’altra parola che dice:

«Voi chi dite che io sia?» Mt 16,15

Da questo capisco un aspetto importante.

È più importante il fare o l’essere?

E poi, se sbagliassi a comprendere chi è veramente Gesù?

Potrebbe essere determinante anche il mio fare.

Ma io realmente chi sono?

Questo è il dilemma anche quando si vive una normale relazione, potendo passare anche anni e non aver capito chi siamo pretendendo di conoscere invece gli altri, giudicandoli severamente.

Abbiamo presente come siamo soliti dire….«Lo conosco benissimo, non farebbe mai una cosa del genere».

Purtroppo, quando quella cosa invece la farà ne rimarremo del tutto delusi e sconcertati perché, chi credevamo di conoscere, è altresì un perfetto sconosciuto. O meglio, l’altro è capace di fare cose che non ci saremmo mai aspettati.

È molto importante l’essere, piuttosto che il fare ed è molto importante che ciascuno sia aiutato a crescere formando il proprio essere.

C’e un saggio sacerdote di nostra conoscenza che spesso ci raccomanda di non dire mai ai nostri figli «tu sei uno sciocco, tu sei un incapace, tu sei un pigro e via dicendo ». Dire invece, tu sei un ragazzo intelligente ma il tuo comportamento è così o così. Cioè non giudicare mai la persona, dando così un bollino che lo marchierà, ma guardare al suo comportamento, quello si, anche perché il comportamento si può e si deve correggere.

Ecco il motivo per cui abbiamo formato generazioni di persone fragili, in quanto giudicate sulla stima e mal incanalate invece in una strada di verità e di aiuto nella buona crescita.

Ecco perché è spesso difficile riuscire a capire chi siamo e ci buttiamo sul ciò che facciamo, pretendendo di essere sempre elogiati con occupazioni che hanno bisogno di essere estremamente gratificate.

Infatti, sovente, la prima frase che sentiamo dire quando una relazione naufraga è «dopo tutto quello che ho fatto; ho fatto il possibile ma non è servito a nulla; mi sono sacrificato una vita; ho fatto, ho fatto, ho fatto e nessuno si è mai accorto».

Se anche noi rivolgessimo la stessa domanda di Gesù agli altri:

CHI DITE CHE IO SIA?

Cioè, mi conosci davvero tu che mi sei accanto o difronte?

Cosa porto dentro? Quali maschere sono costretto ad indossare a causa di questo o quel tormento? Chi sono veramente tanto da trovarmi a tradire la fiducia del mio coniuge buttandomi tra le braccia di un’altra persona? Chi sono quando fingo un sorriso in parrocchia mentre sono inquieto con gli altri proprio a causa del “fare” servizi? Chi sono

veramente quando vorrei aprire un dialogo con una persona e quando me la trovo davanti non ho il coraggio di tirar fuori le parole giuste? Perché ho paura di tutto?

Sbrigati a scoprire chi sei davvero!

Quando fu Gesù a fare quella domanda le persone tirarono un po’ ad indovinare in base alle categorie che conoscevano.

Mt 16,13-16«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Soltanto Pietro riuscì a dire Tu sei il Cristo, tanto che lo stesso Gesù spiego che ciò avvenne in base alla rivelazione dello Spirito e non certo dal pensiero razionale, cioè dalla sua umanità.

Tornando allora un po’ all’inizio di questa riflessione è possibile fare piccole grandi cose.

La prima è guardare a Gesù: Chi sei per me Signore?

La seconda è specchiarsi in Lui: Chi sono io realmente?

La terza, dopo aver sprofondato lo sguardo nel profondo della meraviglia che siamo e dei prodigi che il Padre ha creato, ci lanceremo a chiedere:

SIGNORE COSA VUOI CHE IO FACCIA? Il Santo d’Assisi ce l’ha insegnato.
Signore, che vuoi che io faccia?”
“Francesco, va e ripara la mia Chiesa
che, come vedi, è tutta in rovina!”
Come potremo salvare la casa di Dio se prima non SIAMO come Lui vuol condurci?

Eccomi Signore manda me e scruta la profondità del mio ESSERE! Solo così capiremo come conoscere la volontà di Dio.

Cristina Righi
articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/conoscere-la-volonta-di-dio/

Charlie è Dio che ci tende la mano

Non so se il piccolo Charlie e i suoi genitori riusciranno a vincere la loro battaglia legale. In ogni caso hanno vinto. Un bambino inerme, malato e fragile è riuscito a resuscitare l’umanità sopita di tante persone. La cosa che più mi ha colpito è che autorità religiose e politiche sono scese in campo quasi costrette da una sollevazione di popolo, partita dal basso. Charlie è riuscito a far risplendere una legge morale scritta dentro ognuno di noi, spesso sepolta e inquinata da una cultura dominante di morte e finalizzata al solo profitto. Ci hanno provato a cancellarla, per anni. Probabilmente pensavano di esserci riusciti. Poi è arrivato Charlie che con la sua perfetta “inutilità” ha stravolto tutto, ha distrutto anni di colonizzazioni ideologiche. Charlie ha fatto più di quanto io, sano, riuscirò a fare in una vita. Come fate a chiamarlo inutile? Una persona, un piccolo uomo, un figlio di Dio, perfetto nella sua unicità. Trovo di un’ipocrisia insopportabile l’Europa quando celebra le diversità, propone leggi per rendere le città ad uso dei disabili ed esalta le para olimpiadi, ma poi, fa di tutto per far si che quegli stessi disabili non nascano, o se nascono, per eliminarli prima possibile con l’eutanasia, la dolce morte, la morte dignitosa. Io non penso di essere ipocrita. Ho conosciuto nella vita e nel web tante famiglie con figli disabili. Il primo pensiero che mi viene è ringraziare Dio per avere avuto figli “normali”. Poi però quando conosci meglio quelle famiglie, vedi le difficoltà e le sofferenze che devono sopportare, ma nella loro casa c’è un amore diverso, c’è qualcosa in più che io non ho. Quei bambini “diversi” sono l’amore. L’amore è donarsi totalmente per l’altro. Quando questi bambini arrivano in una famiglia ti obbligano a una scelta radicale. Amore o egoismo, vita o morte. Quando i genitori scelgono l’amore, e si donano totalmente a quel bambino speciale ottengono in cambio un amore puro e totale. Queste famiglie sono un segno per tutto il mondo. Un mondo che dice che vali solo quando sei produttivo, che sei bello solo se hai certe misure, un mondo che o sei perfetto o non vali nulla. Un mondo che non ti ama perchè ti accetta solo se rispetti determinati canoni. Poi incontri queste famiglie e vedi la bellezza. La bellezza cruda, fatta anche di pianti e di dolore, ma bellezza vera, quella bellezza che solo una vita di autentico amore ti può dare.

Voglio terminare con una testimonianza di una malata di SMA. Si chiama Anita-gaga Pallara e risponde a Selvaggia Lucarelli che, in un suo post facebook (con migliaia di like), aveva scritto in sintesi che, un bambino che a 10 mesi non gattona, non mangia e non parla, è meglio che muoia perchè ha una vita che non merità di essere vissuta, una vita di dolore e basta.

Cara Selvaggia, ti ho letta ieri in aereo mentre tornavo da Milano abbastanza stanca ma soddisfatta, ai miei piedi c’era il il mio aspiratore e il mio respiratore, vengono con me dovunque vada, non sono i tipici “gadget” da ragazza di 28 anni vero?! Mentre leggevo il tuo post,  con foto del piccolo Charlie in primo piano come rafforzativo alla tua posizione, pensavo a quanta assolutezza avessi usato su un tema così delicato, tanta 
assolutezza può derivare solo da tanta superficialità cara Selvaggia, lasciatelo dire. “A sette mesi sopravviveva in terapia intensiva, intubato, senza poter fare più nulla che avesse a che fare con la vita di un bambino di sette mesi. A sette mesi i bambini cominciano a sorridere, mangiano le prime pappine, gattonano, hanno il loro giochino preferito” in poche righe hai decretato che la vita di un bambino di sette mesi o è quella delle pubblicità della Mellin o non è vita, beh ti sorprenderò ma ci sono tanti 
di quei bambini che a 7 mesi fanno una vita diversa, fanno le stesse cose 
che hai elencato tu solo in maniera diversa, magari con un tubo in gola per 
respirare, uno nella pancia per la “pappa” , non gattonano ma
magari fanno la prima passeggiata fuori casa con mamma e papà, sorridono Selvaggia, 
anche se la tua vita non è come quella delle pubblicità puoi sorridere lo 
stesso, anche se quella “natura ingiusta che punta il dito a
caso” ,come dici tu in maniera netta, tagliente, convinta e soprattutto superficiale, 
dicendo così ti senti al sicuro dai “mostri” vero?! Decide che sia proprio tu a dover vivere quella vita, nelle malattie che colpiscono i bambini le sfumature sono centomila, eppure nessuno le vede, ci si ferma a quella foto di Charlie intubato, senza tenere conto che quel tubo è suo “amico”. Sai  Selvaggia anche ai miei genitori i medici 27 anni fa hanno detto che non avrei superato i 2 anni, malattia ad esito infausto, e tante volte quella 
previsione col passare degli anni poteva avverarsi, tante volte l’aria  ha fatto fatica a passare nei miei polmoni, tante volte i miei genitori mi hanno vista soffrire come mai un bambino dovrebbe, tante volte la mia vita non è stata come quella dei bambini della mia età, tutt’ora è diversa per alcune cose dai miei coetanei, io sono fortunata lo so Selvaggia non serve che me lo dici, sono fortunata perché vivo una vita piena, lavoro, amici, 
uscite ecc, eppure la malattia ad esito infausto c’è sempre e vista dalla tua ottica la mia vita non è vita, non volevi dire questo? Eppure l’hai detto cara Selvaggia, tu maestra delle parole hai lanciato la tua verità su cos’è vita e cosa no per un bambino di 7 mesi, hai avuto coraggio eh. Tu non lo sai Selvaggia ma il sorriso più bello che abbia mai visto in vita mia l’ho visto su un volto di una creatura di 7 mesi, talmente immobile
da poter sembrare una bambola, in un letto di ospedale enorme, rispetto a quel 
corpicino così fragile, quel sorriso adesso illumina il cielo. Tu non lo 
sai Selvaggia ma la forza di volontà più grande che abbia mai visto
l’ho vista in una bambina di pochi anni dagli occhi enormi e belli, le labbra 
rosse come Biancaneve, quella bambina ha continuato a respirare Selvaggia. 
Tu non lo sai Selvaggia ma l’amore che si respira in una casa dove
c’è una principessa che dorme, e non c’è principe azzurro che possa svegliarla,
è indescrivibile, in quella stessa casa che c’è un appassionato di pompieri, 
un eroe quotidiano, gli ho visto muovere i primi “passi” , sono  stata dietro la porta ad aspettare un “va tutto bene” , ho trattenuto il fiato per lui. Tu non sai tante cose Selvaggia, ed è giusto così, forse però se non conosci davvero tutte le sfumature dovresti evitare di scegliere un colore. Charlie io prego laicamente per te, sono convinta anzi certa che te ne andrai tra le lacrime dei tuoi genitori mischiate al tuo sorriso, e 
ahimè alle nostre parole. Io non sono Charlie, nessuno di noi lo è, io vorrei essere la voce di Charlie.”

Chiara Corbella diceva che il contrario della paura è la fede. Non dobbiamo avere paura di questi bambini speciali, ma accoglierli come opportunità di crescere nell’amore, come ci insegnano tante famiglie che ogni giorno lo fanno nel silenzio. La nostra Europa ha paura, mostriamo che noi non l’abbiamo, continuiamo a vedere Charlie non come malato, ma come figlio prediletto di quel Dio che lo ama immensamente e ha dato la sua vita per lui. Charlie è un dono di Dio per tutti noi, un angelo che nella sua fragilità ha una forza dirompente, quella forza che abbatte tutte le nostre costruzioni ideologiche e ci riporta all’origine, a Dio. Attraverso Charlie Dio vuole riportarci a lui, all’amore. Sta a noi scegliere se aprire il cuore o restare nella nostra insoddisfatta vita di “perfetti” che devono sempre dimostrare di valere qualcosa per meritare la vita.

Antonio e Luisa