La crisi, una benedizione?

Leggendo il bellissimo libro di Alessandro D’Avenia “Ogni storia è una storia d’amore”, che mi ha regalato mia moglie per Natale, mi ha colpito in particolare un passaggio in cui l’autore parla della crisi nella relazione di coppia e mi ha fatto riflettere.

I greci usavano il termine crisi per indicare il procedimento messo in atto per separare il grano dalla pula, cioè separare una cosa essenziale, importante, dall’altra che non serve. Molto spesso la crisi in un rapporto di coppia è il preludio alla fine della relazione, questo perché purtroppo esse, tranne in alcuni casi particolari, non vengono affrontate, ma si fugge.

Il problema sta nella confusione che si fa tra l’innamoramento e l’amore. L’innamoramento è una fase bella e necessaria che ha una certa durata, ma ad un certo punto finisce, mentre l’amore è una scelta consapevole di tutti i giorni che mette da parte l’egoismo, senza la pretesa che l’altro soddisfi la nostra sete di infinito.

Quando la prima fase termina, iniziamo a vedere anche i limiti dell’altro, se io lo/la amo veramente, cioè se voglio il suo bene, accolgo questa persona per poter crescere insieme, la crisi in questo caso, può essere un modo per ridare tempo alla relazione e diventare un’occasione di crescita. Un tempo per fermarsi a guardare di nuovo l’amato/a, riscoprirlo/la e ripartire insieme.

Il divorzio uccide anche i frutti.

Ieri a Latina l’ennesimo dramma familiare finito in tragedia. Non voglio parlare di femminicidio o dell’uomo cattivo. Non sono nè competente nè informato. Lascio ad altri i commenti. Voglio soffermarmi su un mio pensiero che da ieri mi provoca tristezza ed amarezza. Perchè ha ucciso le figlie? Come può un padre arrivare a tanto. Nella sua testa malata il nemico era la moglie. Perchè allora uccidere le figlie. Non so se sia corretto quanto sto per scrivere. Credo, però, che almeno in parte lo sia. Vedeva in loro il frutto dell’amore, della relazione con sua moglie. Amore malato, amore frainteso, certo, ma non cambia questa consapevolezza naturale. Il figlio è frutto di una relazione d’amore. Sono sicuro che nella testa malata di quell’uomo si era insinuata l’idea che se davvero era morta la sua relazione ne dovevano morire anche i frutti. Non doveva restare nulla. Questo mi permette di ribaltare la riflessione. Mia moglie, nella sua esperienza di insegnamento nelle scuole medie, constata e sperimenta come i ragazzi siano sempre più ingestibili. Solitamente quelli più disturbati sono figli di separati. E’ naturale che sia così. Inutile raccontarsi che il divorzio, se vissuto in modo pacifico e apparentemente amichevole, non lascia strascichi. Probabilmente ne lascia meno, ma è comunque una ferita profonda di cui i figli devono farsi carico. Il divorzio breve proposto dal nostro ultimo governo non può essere la soluzione. Servono strutture e competenze che si mettano al servizio delle coppie sofferenti. Serve una società che promuova il matrimonio come unione stabile (almeno questo) come prima cellula della nostra società e dove far crescere serenamente i futuri cittadini. La Chiesa fa la sua parte, ma non basta. Serve l’impegno di tutte le componenti sociali. Invece la coppia si trova spesso sola. Amici e parenti consigliano la separazione. Così, coppie che con un percorso di ricostruzione e di guarigione potrebbero, senza neanche troppa fatica, ritrovare intimità e comunione, si separano. Ognuno per la sua strada. I figli che perdono le sicurezze e il nutrimento indispensabile per una crescita serena e armoniosa. Inutile far finta che non sia così. I figli sono frutto di una relazione. Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepiscono nel bene che papà e mamma si vogliono. Quando una relazione finisce, muore ed è considerata cattiva, anche loro si sentono allo stesso modo. Si sentono finiti, morti e cattivi. Il Papa nel 2015 ha espresso benissimo questa realtà durante l’udienza del 24 giugno:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Terribile! Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Per questo bisognerebbe considerare con più gratitudine l’impegno di quei genitori abbandonati che continuano a restare fedeli alla loro vocazione e alla loro relazione. I figli di quelle persone, pur non essendone consapevoli e senza darlo a vedere, si sentono profondamente amati, vedendo come almeno uno dei genitori continui a credere anche nella sofferenza in quella relazione che li ha generati.

Antonio e Luisa

Uno sguardo photoshoppato

Oggi finisco la mia personale trilogia di riflessioni sulla trasfigurazione. Nei precedenti articoli ho riflettuto di come la trasfigurazione riguardi Gesù, ma non solo. Esiste anche la trasfigurazione di ogni persona. Abramo ne è stato l’esempio. Una vita ormai giunta ad un binario morto, senza prospettive. Una vita che viene trasformata, trasfigurata da Dio. Una missione nuova.  Esiste poi un altro significato che si può dare al concetto di trasfigurazione. Si diventa una persona nuova. Trasfigurare, andare oltre la figura, le apparenze, il corpo. Che non significa che il corpo non abbia importanza. Significa che il corpo è più di ciò che possiamo vedere e toccare. Noi, non abbiamo un corpo, noi siamo anche il nostro corpo. Anima e corpo due realtà di ognuno di noi così legate tra di loro che l’influenza di una rende più ricca o più povera anche l’altra. Tutti sanno che una sofferenza nell’anima spesso porta una sofferenza anche nel corpo. La cosiddetta somatizzazione.  Anima una parola che racchiude tutto il nostro mondo più profondo: psiche, sentimenti, volontà e mondo trascendente. Capite bene che anche tutto l’amore che noi doniamo al nostro coniuge diventa bellezza che trasfigura il nostro corpo e lo rende bello. Almeno ai suoi occhi. Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare. Anche la Madonna  a Medjugorje, durante un’apparizione disse: Io sono bella perché amo. Se volete diventare belli, amate e non avrete tanto bisogno dello specchio. Non importa se crediate o meno a queste apparizioni. Questa frase è autenticamente vera. L’amore cambia anche il mio sguardo. Il mio sguardo, che arricchito di tutte la vita insieme, dei momenti belli e di quelli brutti, di tutti i perdoni, i dialoghi, i gesti di servizio e di tenerezza, e anche arricchito di tutti i momenti di intimità, arricchito dalla nostra preghiera di coppia che è intimità spirituale, e arricchito  dall’amplesso che è la massima intimità corporale tra due sposi. Tutti questi anni anni in cui ci siamo donati l’uno all’altra mi permettono di vedere la mia sposa con uno sguardo diverso. Come photoshoppato. Io non vedo quello che vedono gli altri, vedo la bellezza del suo corpo trasfigurato, arricchito di tutto ciò che lei è, nel suo profondo. Un mistero che non smetto mai di scoprire e che mi rende la vita accanto a lei una meraviglia.

Voglio concludere con un mio vecchio articolo, che vi ripropongo perchè è perfetto per rafforzare questa mia riflessione.

Vi racconto una storia vera. Siamo nel 2013 a Peoria, una cittadina dell’Illinois, negli Stati Uniti. Muore Lorraine Stobaugh. Non vi dice nulla questo nome? Non preoccupatevi, ora vi racconto la sua storia, che non è solo sua, ma è la storia di un amore, di quelli che sono iniziati in un’epoca lontana. Era il 1938. Pensate: l’Europa stava entrando nella seconda guerra mondiale. Era il 1938 e Lorraine incontrava Fred. Nel 1940, Fred ha sposato la più bella ragazza del mondo, come gli piace ricordarla. E’ iniziato così un matrimonio felice, che è durato ben 73 anni fino alla morte di lei. Fred ha 96 anni, ma questo non lo ha spaventato e ha deciso di dedicare una canzone all’amore della sua vita appena scomparso.  Non ha mai avuto alcuna esperienza musicale, né si è mai dedicato alla musica. Ma quando Fred è rimasto solo in casa “seduto nella stanza di fronte” a quella che era stata la loro per 73 (settantatrè, avete ancora letto bene) anni, “ho sentito che dovevo scrivere una canzone per lei. E ho cominciato a canticchiare…”. E nata così “Oh Sweet Lorraine”, la sua prima canzone, una canzone d’amore. Testo e musica. “Oh dolce Lorraine, vorrei rivivere dall’inizio il tempo insieme. Oh dolce Lorraine, il tuo ricordo resterà sempre”. “Oh dolce Lorraine, la vita si vive solo una volta e non torna più”. Ebbene, accade per caso che uno studio di registrazione locale, il Green Shoe, indica proprio all’inizio dell’estate un concorso per giovani cantautori della zona. E naturalmente, l’indomito Fred, il cui amore è ancora fresco e giovane come all’inizio, ha pensato bene di iscrivere la sua canzone. Jacob Colgan, il produttore della casa, si è un po’ sorpreso quando, fra le tantissime risposte via mail, una sola gli viene recapitata per posta ordinaria. Una semplice busta, non il solito video o la solita registrazione demo. E’ curioso, decide di aprirla: “Ho 96 anni e ho scritto una canzone per ricordare mia moglie. P.S. non canto perché potrei spaventare la gente! Ah, ah..” E’ nata così l’idea di produrre gratuitamente la canzone di Fred, coinvolgendo musicisti professionisti. Ne è nato un piccolo gioiello che ha subito conquistato il web, grazie al mini documentario di nove minuti che racconta l’incredibile storia fin dall’inizio.

 

Antonio e Luisa

Trasfiguriamo la nostra vita.

La seconda riflessione tratta dalla Parola di domenica parte dalla prima lettura. E’ una riflessione che prende spunto dal commento di don Fabio Rosini. Le parole di don Fabio le ho trovate molto interessanti e ficcanti. Parole che evidenziano la barbarie in cui la nostra civilissima Europa sta ripiombando senza la speranza che può donare solo la fede in Dio. Questa riflessione è il frutto quindi del commento di don Fabio integrato dai pensieri che mi ha provocato.

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”.
così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.
Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.
Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.
L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta
e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio,
io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.
Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

La prima lettura tratta del sacrificio che Dio richiede ad Abramo. Immolare il suo unico figlio Isacco. Don Fabio parte da una considerazione introduttiva. Abramo vive nella comunità cananea. In quella società esistevano divinità terribili come Baal e Moloch. Per questi dei era normale chiedere il primogenito in sacrificio. Le usanze religiose del posto lo prevedevano. Questa è la grande differenza tra il Dio vero, il Dio della vita e gli idoli. Gli idoli chiedono il figlio. Era normale per i cananei offrire il primogenito al loro dio. E’ una pratica barbara e scandalosa. Non pensate? Eppure. Eppure anche noi, nella nostra società odierna, tecnologica, avanzata, evoluta per diritti ed attenzione alla persona. Anche nella nostra società non siamo tanto diversi dai cananei. I nostri idoli non si chiamano Baal e Moloch. I nostri idoli si chiamano carriera, successo, soldi, viaggi ed egoismo. Tutti idoli che ci chiedono il figlio in sacrificio. Quanti bambini abortiti per questi idoli. Quanti bambini non cercati e non nati per questi idoli. Chi incontra il vero Dio, il Dio della vita, sa che non gli sarà chiesto il figlio. Al contrario, Dio darà il proprio figlio unigenito per la sua salvezza. Ed è così, che chi fa esperienza di Dio, chi lo incontra, chi se ne innamora, poi non sarà più lo stesso. Sarà trasfigurato. Capite ora perchè questa lettura veterotestamentaria è associata alla trasfigurazione? Perchè racconta la trasfigurazione di Abramo. Abramo, anziano, un solo figlio Isacco e con una moglie sterile. Una vita ormai chiusa in un vicolo, senza uscita. Abramo ha il coraggio e la forza di ascoltare il vero Dio, di farne esperienza. E’ disposto a dare tutto per Lui. Avviene così il miracolo. Da quella vita che non può più dire e dare nulla al mondo, Dio ne trae un capostipite di un popolo, di una moltitudine di persone, discendenza che è arrivata fino a noi. Questa è la trasfigurazione. Andare oltre le apparenze e la forma che abbiamo dato alla nostra vita e aprirci al progetto di Dio su di noi. Ne resteremo sorpresi per primi. Dio ha pensato per noi qualcosa di meraviglioso, perchè ogni persona è meravigliosa e ogni matrimonio è meraviglioso. A condizione, però, che  riusciamo a liberarci di quell’idea che ci siamo fatti su di noi. Solo se ci trasfiguriamo, se usciamo da quella forma che abbiamo dato alla nostra vita e se usciamo  da quella gabbia in cui ci siamo rinchiusi. Solo se ci apriamo al Dio della vita potremo trasfigurare il nostro matrimonio in una meraviglia che dona pace e gioia a noi e al mondo intero

Antonio e Luisa

Non dimentichiamo la bellezza.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro
e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.
Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».
Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.
Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!».
E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.
Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

Riprendo la Parola della Messa di domenica per fare due considerazioni. Questa è la prima. La trasfigurazione è un richiamo importante alla nostra vita di coppia. Assistono alla trasfigurazione solo 3 apostoli. Giacomo, Giovanni e Pietro. Gli stessi che Gesù vuole quando resuscita una bambina e gli stessi che Gesù vuole nel Getsemani dopo l’ultima cena. Sono i tre apostoli più vicini al Signore, quelli che dovrebbero riconoscere meglio degli altri la divinità di Gesù. Quelli che dovrebbero conoscere meglio l’uomo Gesù. Probabilmente Gesù si confidava con loro, apriva loro il suo cuore, più che con gli altri apostoli. Probabilmente quelli che lo conoscevano meglio dopo sua madre Maria. Eppure si dimenticano in fretta. Nella trasfigurazione Gesù si è mostrato in tutta la sua gloria con al suo fianco Mosè ed Elia. In pratica tutta l’Alleanza dell’Antico Testamento. Era un sole e lo hanno visto in tutta la sua magnificenza. Eppure si scordano in fretta. Arrivano i giorni della Passione. Ritroviamo gli stessi protagonisti. Gesù chiede loro di pregare con lui. Loro si addormentano. Gesù viene arrestato e loro si impauriscono e cominciano a dubitare, a perdere ogni certezza. Avevano vissuto con Gesù, l’avevano visto fare grandi miracoli, erano con lui nella trasfigurazione, ma non credono più. Pietro arriva a  rinnegare per tre volte Gesù. Prende le distanze da lui. Non vuole condividerne la fine. Fine che non è la morte, a differenza di quello che crede Pietro, ma la resurrezione e la vita eterna. Gesù, a differenza dei tre apostoli, non gli abbandona, torna nel cenacolo ed effonde più tardi nella Pentecoste il Suo Spirito in loro. Sa che da soli non possono farcela.

Nella nostra vita matrimoniale rischiamo fortemente di essere come Pietro, Giacomo e Giovanni. Abbiamo assistito alla trasfigurazione del nostro amore. Abbiamo visto i miracoli che Gesù, nel sacramento del matrimonio, ha compiuto in noi e per noi. Abbiamo visto in tante occasioni la Sua presenza. Abbiamo avuto la nostra personale Pentecoste nel battesimo e poi quella di coppia, che ci ha reso una carne e un cuore nel matrimonio. Eppure, quando arrivano delle difficoltà che sembrano più grandi di noi, spesso ragioniamo come i tre apostoli. Dimentichiamo tutto e ci sentiamo persi. Non vediamo vie di uscita. Ci chiudiamo nel cenacolo al buio. Quando arrivano le difficoltà ci sentiamo soli e abbandonati da Gesù. E’ lì invece che dobbiamo chiedere di riscuotere quella cambiale in bianco che Gesù ha firmato il giorno del nostro matrimonio. Ci ha donato la Grazia sacramentale. Concetto astratto e di difficile comprensione. In realtà Gesù si è semplicemente impegnato ad essere il socio di maggioranza del nostro matrimonio, e ad integrare con il suo capitale la povertà in cui la nostra relazione può trovarsi. Non serve che chiedere con fiducia e affidamento e, mettendo tutto quel poco che noi sposi possiamo offrire, riusciremo a trovare insieme a Lui, energie, strade, consapevolezza, perseveranza, speranza e tutto ciò che serve per portare in salvo il nostro matrimonio e le nostre anime.

Antonio e Luisa

Siamo come i pagani?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. »

Il Vangelo di questo sabato è, come al solito, un boccone indigesto. Come tutte le medicine è amaro, ma porta guarigione e pace. Leggendo questo passo siamo portati a pensare ai nemici quelli lontani. A guerre che non ci appartengono se non per quello che leggiamo sui giornali o vediamo in tv. Molto più difficile pensare che il nemico, spesso lo abbiamo in casa. Gesù ci sta dicendo proprio questo. Il matrimonio non è una relazione che si basa sul dare e avere. Io do perchè tu mi dai. Un reciproco scambio di servizi, di affetto, di soddisfazione e di compagnia. Questo può essere una situazione anche piacevole, ma non è il matrimonio cristiano. Questi sono due egoismi che si incontrano e si nutrono a vicenda. Poi accade qualcosa. La persona che abbiamo sposato diventa un nemico. Incomprensioni, litigi, tradimenti, miserie e fragilità che abitano più o meno, tutte le relazioni, ci mettono alla prova. Ed ecco che le parole di Gesù in questo passo diventano la cartina tornasole del nostro matrimonio. Su cosa è costruito il nostro matrimonio? E’ un matrimonio costruito su di me? Sul mio egocentrismo ed egoismo? Un matrimonio che si fonda sulle emozioni, sensazioni e soddisfazione personale? A cosa serve un sacramento per questo? Anche i pagani si sposano per questo. I pagani spesso sono anche meglio di noi in questo. Tante coppie di conviventi, finchè il sentimento è forte, sono più belle della nostra famiglia. Ne conosco tante di coppie che stanno bene insieme pur non essendo sposate. Noi ci sposiamo per un altro motivo. Sarei falso se dicessi che alla base, anche del mio matrimonio, non c’è stata un’attrazione forte verso la mia sposa, ma poi il mio atteggiamento è cambiato nel tempo. Sono riuscito a spostare il centro da me a lei. Il noi è diventato il mio bene più prezioso da proteggere e perfezionare. Ed è così che anche quando lei si è trasformata in una nemica sono riuscito ad amarla concretamente con il mio agire e con la mia cura verso di lei. Questo vale per le piccole incomprensioni di ogni giorno, ma vale anche per i grandi tradimenti. Attraverso questa pagina sono venuto in contatto con persone che sono state abbandonate, tradite e sostituite con altre nella vita e nel cuore del loro coniuge. Queste persone continuano ad amare quella persona, che per il mondo è il nemico. Quella persona che avrebbe dovuto amarle e che invece provoca loro sofferenza e dolore. Loro vedono in lui una persona da amare ancora di più. Perchè questa è la logica di Cristo. Più una persona si allontana e più Cristo la ama, perchè possa riattirarla a sè. Fino alla morte in croce. Questo è l’amore cristiano. Questo è l’amore a cui siamo chiamati. Per questo c’è bisogno di un sacramento. Per questo c’è bisogno della presenza di Cristo e della Grazia nella nostra relazione. Da soli non saremmo meglio dei pagani.

Antonio e Luisa

Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati.

Proseguendo la lettura del libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, trovo un altro passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e provoca sulla mia relazione e su come la intendo.

Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.

Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito  nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però,  del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa,  ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio.

Antonio e Luisa

Cercate di cambiare voi stessi, non l’altro.

Il dono che ti posso fare è di ritirare da te tutta la volontà di trasformazione che vi ho messo, per zelo o per ignoranza, ritirarla da te per rimetterla al suo vero posto: in me.

Queste due righe, che ho letto alcuni giorni fa dal testo Elogio del matrimonio di Christiane Singer, sono state per me illuminanti. Sembrano non dire nulla di particolare, quasi da passare inosservate, ma toccano, invece, il nucleo fondamentale, che porta alla disgregazione di tante famiglie. Quanto ci affanniamo a cercare di cambiare il nostro coniuge? Troppo. Non è perfetto/a. Questo è un dato di fatto. O meglio, non è come io vorrei. Perchè io so come dovrebbe essere. So che certi aspetti del suo carattere non vanno bene, che certi suoi atteggiamenti dovrebbero essere cambiati. Non capisco perchè si ostina a fare certe cose e a non farne altre. Io, invece, io si che saprei fare meglio. Ed ecco che tutto  diventa per noi non solo incomprensibile, ma anche insopportabile. Il tempo ci rende insofferenti e sempre più acidi. Diventiamo sempre più incapaci di accoglierci. Invece è meraviglioso accogliere l’altro/a nei suoi lati migliori, ma anche peggiori. Che non significa accettare tutto passivamente. La correzione fraterna è importante, ancor più nella coppia. Significa non lasciare che i comportamenti sbagliati o snervanti della persona che abbiamo accanto possano dividerci e allontanarci. Luisa è molto di più del suo atteggiamento. Il matrimonio esige lo sguardo di Cristo che vede oltre le miserie e le fragilità, vede la regalità di una figlia di Dio da amare ed onorare sempre.

La frase della Singer mi mette con le spalle al muro. Amare, non significa solo accogliere Luisa nelle sue fragilità e miserie, ma va molto oltre. M richiede un cambiamento. Mi chiede di spostare l’attenzione dai suoi difetti ai miei difetti. Cosa posso fare per amarla e accoglierla sempre di più? Come posso fare per limare quel tratto del mio carattere che a volte provoca sofferenza alla mia sposa? Conosco la mia sposa? So cosa le piace e cosa invece non le piace? Mi impegno per imparare dai miei errori verso di lei, per non ripeterli?

Io non l’ho compreso subito questo segreto nel mio matrimonio. Luisa invece si. L’ho imparato da lei. Più lei si mostrava accogliente verso di me e verso i miei atteggiamenti sbagliati (pur facendomeli presenti) e più io ero invogliato a migliorarmi e perfezionarmi nella mia relazione con lei.  Non ha mai cercato di cambiarmi, ma ha sempre cercato di impegnarsi per essere sempre più amore verso di me. Questo mi ha lasciato senza parole e mi ha legato a lei in modo davvero profondo e autentico.

Gesù stesso ci chiede questo cambio di mentalità quando ci offre la regola d’oro Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Gesù non mi dice di cambiare Luisa, ma di amarla per primo, di amarla come vorrei essere amato da lei.

Questo è il segreto. Quando entrambi i coniugi lo mettono in pratica il matrimonio decolla e diventa davvero un’esperienza del cielo sulla terra.

Antonio e Luisa

Pensieri…

Mi sono successe diverse cose in questi giorni e vorrei fissarle con due riflessioni.

La prima è che è bellissimo, dopo anni che ci conosciamo, lasciarsi sorprendere dalla bellezza e dal cammino di crescita umana e spirituale che il tuo coniuge compie con te, al tuo fianco. Purtroppo diamo spesso per scontato, non solo tratti dell’aspetto fisico, ma anche quello caratteriale. Mi piace molto, ogni tanto, soffermarmi a guardare la mia sposa in silenzio e accarezzarla con lo sguardo, cosa ancor più bella è quando mi sorprende con reazioni diverse, più mature, più aderenti a Gesù, nelle varie situazioni della vita.

La seconda riflessione che voglio fare riguarda la gioia che si prova nell’anticipare i bisogni dell’altro. A volte capita di porgere un tovagliolo prima che venga chiesto, oppure una maglia in più perché si nota che chi ci sta vicino ha freddo, però la gioia vera arriva quando si anticipano richieste più importanti, come quelle di una preghiera per una situazione o un momento importante, o si coglie con uno sguardo uno stato d’animo e con una parola si riescono a sciogliere dubbi e pensieri.

Tutto ciò è molto bello perché ci si sente strumenti dell’amore di Dio per l’altro, questo amore che ci attraversa lascia sicuramente il segno anche dentro di noi.

Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Tante volte ho ascoltato questo passo della Parola. Mai l’avevo però letto alla luce del mio matrimonio e della mia relazione sponsale. Come? Non è forse la mia sposa la più prossima dei prossimi? Colei che Gesù mi ha donato affinchè io potessi donarmi a lei? Eppure non ci avevo mai pensato.

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Un amore che apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Antonio e Luisa

Amare è un’altra cosa: come?

Non ti amo più è l’affermazione più comune e più ordinaria che viene fatta quando, uno dei due, nella coppia, uomo o donna, decide di abbandonare il campo.

La frase esatta è “io non amo più te”.

Passo indietro.

Giorno del Sacramento del matrimonio.

“Io Adamo accolgo te Eva come mia sposa e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

“Io Eva accolgo te Adamo come mio sposo e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

Non osi SEPARARE l’uomo ciò che Dio ha UNITO.

Giorni prima del Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che non siamo ancora pronti, che siamo immaturi, che dobbiamo vivere nella verità perché noi sappiamo benissimo chi siamo, cosa vogliamo, come ci ameremo. Noi staremo insieme per sempre!

 

Giorni dopo il Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che dobbiamo rimanere insieme per un “per sempre”, che siamo dono reciproco, che l’amore non è l’innamoramento, che c’è tempo per maturare insieme, che i figli soffriranno eccetera, perché noi sappiamo benissimo ciò che egoisticamente è giusto, del resto, IO NON AMO PIÙ TE!

Tra il giorno prima del matrimonio e il giorno dopo passa un tempo variabile di sentimenti alternanti che può durare anche molti anni. Noi ad esempio abbiamo vissuto 10 anni nella non felicità della vita di coppia.

Sapete perché tutta l’umanità ad un certo punto afferma verso l’altro “io non ti amo più”?

Ascoltiamo questa parola:

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”(GV 15,12-14)

Questa amorevole parola di Gesù ci chiede di amarci come LUI ci ha amati. Cioè non ci da una indicazione diversa o peculiare alle nostre modalità o diversità ma, esattamente dice di amarci nel modo in cui ci ha amati Lui, Gesù. Addirittura ce lo pone come un comando. Il comando per Dio è una legge d’amore che designa per noi il massimo del benessere. È come se ci dicesse: “sei stanco? Stenditi comodamente in un letto e riposati per tutto il tempo che ti occorre”…..cioè, stai bene!

Come ci ha amato Gesù? Lo spiega esattamente di seguito dicendo che consiste nel dare la vita per gli amici, indi, per la moglie, il marito, i figli, i genitori, i colleghi, i suoceri, i fratelli nella carne e nella fede e, come vedremo persino per i nemici.

E che significa dare la vita?

Significa propriamente mettere il dono più importante che abbiamo ricevuto, cioè l’esistenza, nella morte altrui.

Dare la vita non vuol dire morire o crepare ma dare, consegnare, riempire, donare a chi non ha una vitalità che riempia la sua morte interiore e faccia rinascere la stasi totale dell’altro. Ti faccio un esempio. Hai mai visto il recupero di un uomo in mare che stava affogando? Cosa facciamo appena viene recuperato? A dispetto di ogni ribrezzo cercheremo di ridare vita e faremo, anche se non medici, la respirazione bocca a bocca.

Questo è dare la vita per l’altro, cioè mettere a disposizione tutto te stesso per chi hai di fronte. Non sai se riuscirai a salvarlo ma tu tenterai sino alla fine, dando tutto il fiato che possiedi per riempire i polmoni di un tuo amico. Perché anche se non lo conosci non puoi ignorarlo, è un tuo fratello, figlio dello stesso Padre, ha un cuore come te!

Allora capisci che trappola è nascosta nella frase “non ti amo più”?

La trappola è che, quando crediamo di non amare l’altro è perché siamo entrati nella condizione di morte in quanto, stanchi di dare la vita, atterriti, imprigionati.

Infatti la parola AMORE nella sua radice latina di A-MORS significa SENZA MORTE, cioè VITA proprio perché l’amore è donare vita.

Dunque dire non ti amo più significa affermare di non volerti più dare vita.

Come combattere quindi la vocina interiore che mi dice : io non ti amo più?

La combatto con la contro vocina che mi dice: guarda che tu non sei capace di amare nessuno…..a meno che non ti metti in testa che puoi amare solo come IO TI HO AMATO.

Come ti ho amato figlio mio? Con i chiodi e il martello. Ti ho amato così, senza riserve, sono risorto per te.

Amare è un’altra cosa rispetto alla tua capacità pensante. Fosse per te potresti amare tantissimi e nessuno, ma per amare la tua scelta, cioè colei o colui per cui dicesti il tuo SI, occorre che prendi il martello e inchiodi il tuo “come”. Cioè, puoi amare l’altro non COME tu lo ami ma COME Gesù ama te ed ama lei o lui.

Ricordi quel “con la grazia di Cristo” il giorno delle nozze per cui hai detto si?

Eccomi, sono GRATIS. Io amo “gratis”!!!

Amico mio che leggi, se sostituisci il soggetto del COME sarai capace di sprofondare in un’Amore così immergente, dilatante e vero da non riconoscerti più!

Quel “come” ti farà conoscere un amore che forse non avevi mai sperimentato perché ti sei sempre fermato al modo con cui sei stato amato dalle persone, da tua mamma, da tuo papà, dai fratelli, dagli amici, da tutti.

Hai mai sperimentato come ti ama Dio? Provaci!

Ama come Lui ti ama e il tuo oggi sarà colmo di gioia.

Cristina Righi

L’ultimo abbraccio

Stavo scorrendo con il dito lo schermo del mio smartphone. Stavo scorrendo i post di facebook quando l’algoritmo della app mi fa un bel regalo. Mi tira fuori, dalle migliaia di post che ho pubblicato in questi anni di relazioni social, un video che pubblicai nel 2016. Un video di cui avevo perso memoria. L’ho riguardato con interesse. L’interesse ha lasciato posto alla commozione. Anche Luisa, che nel frattempo si era avvicinata, è restata affascinata dalla semplicità del messaggio che rivela la bellezza dell’amore. Una bellezza fragile. Come un fiore può appassire senza che ce ne si renda neanche conto. Un fiore che senza acqua è destinato a morire nel giro di qualche giorno. Così un matrimonio che non è bagnato dall’acqua della tenerezza è destinato a seccare. Il matrimonio, però ha sempre un’altra possibilità, non muore mai del tutto. Si può sempre ricostruire. C’è la possibilità di ricominciare a bagnare il terreno del nostro amore con un abbraccio. Basta un abbraccio per risvegliare quel germe di vita che sopito e nascosto sembrava ormai perduto per sempre. Questo video è un bel video. Una pubblicità progresso, diremmo in Italia, pensata e distribuita dal governo cinese. Anche in Cina fanno cose buone. La Cina è piagata dal divorzio. Ci sono costi sociali enormi dovuti alle separazioni. Pensate che, secondo le statistiche del 2014, i divorzi in Cina sono stati circa tre milioni. Lo scrivo in numero per rendere meglio l’idea. In Cina i divorzi sono stati 3.000.000. Una cifra enorme. Spesso, come ho già spiegato in un articolo di alcuni giorni fa, questi divorzi non sono causati da gravi fratture e tradimenti. Spesso ci si perde di vista. Non si dialoga più davvero. Ci si scambiano informazioni sull’organizzazione della famiglia, ma nulla di più. Persi in mille impegni e mille attività che interessano più che trovare tempo per nutrire quell’amore che è l’unica cosa che davvero conta. Lo sapevate che sono in forte aumento i divorzi maturi? Quelli di matrimoni che hanno anche vent’anni o più di vita comune. I figli crescono e ci si ritrova soli. Soli e sconosciuti. Già, perchè le persone in vent’anni cambiano. Non solo nel fisico. D’improvviso si guarda l’altro e non lo si riconosce più. Abbracciatevi finchè siete in tempo. Io non perdo occasione per farlo. Abbracciarsi è bello. Basta un abbraccio per ricominciare. L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio.

Basta chiacchiere vi lascio al video.

 

Antonio e Luisa

Non evitate il confronto

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali. Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ spesso causa di tensione e di sofferenza a volte. E’ una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via.

Spesso succede qualcosa di diverso. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere.

Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Antonio e Luisa

 

La lebbra nel nostro matrimonio

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 

Quante volte ci siamo sentiti dei lebbrosi. Degli sposi incapaci e impreparati. Piccoli e miseri. Quante miserie nella nostra famiglia che cerchiamo di nascondere come polvere sotto il tappeto. Litigi, incomprensioni, egoismo, nervosismo e anche inettitudine. Le altre famiglie ci sembrano più belle della nostra. Come vorremmo avere la serenità di quella o l’unità di quell’altra. Invece ci sentiamo lebbrosi e impuri. Eppure questa è la nostra salvezza. Solo riconoscendo la lebbra nella nostra relazione possiamo trovare l’umiltà di abbassarci e inginocchiarci davanti al Cristo ed invocare la Sua Presenza e la Sua guarigione.

 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù ci guarda con compassione. Non prova disgusto per le miserie della nostra famiglia, ma il Suo sguardo va oltre e vede la nostra sofferenza e il nostro dolore. Soffre con noi come un innamorato per la sua amata. Il suo sguardo è già balsamo. La nostra famiglia è bella ai suoi occhi nonostante la povertà che la abita. Soffre  con noi e ci guarisce. Ci può guarire perchè abbiamo avuto la forza di domandare la sua Grazia. Nel sacramento del matrimonio spesso non abbiamo l’umiltà di ammettere di non farcela e di aver bisogno di Gesù. Il nostro orgoglio ci fa credere che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Siamo sposati in Cristo, ma lui è, di fatto, sfrattato dalla nostra relazione.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Come intendere questa parte. Mi era difficile. Mi è venuto in aiuto il mio sacerdote che ha commentato come sia inutile parlare della nostra conversione a chi non ha sperimentato l’incontro con Gesù. L’incontro è personale e la nostra storia, l’incontro che ci ha salvato non può convertire nessuno. Noi siamo stati sanati da Gesù e possiamo testimoniare la  sua potenza e la sua bellezza non raccontando la nostra conversione, che resta fatto privato e non comprensibile agli altri. Possiamo mostrare i frutti. Mostrare quelle piaghe che caratterizzavano la nostra famiglia e mostrare la loro guarigione. Mostrare senza vergogna le nostre miserie e mostrare come Dio le ha trasformate in feritoie da cui fuoriesce la sua luce che illumina il mondo. La famiglia perfetta non è quella del mulino bianco. La famiglia perfetta è piena di imperfezioni. Imperfezioni che diventano luogo dell’amore, della pazienza, dell’accettazione, della prossimità e della gratuità.

Antonio e Luisa

Attenti alle piccole volpi

Ieri il Papa ha fatto una bellissima omelia. Un parallelo tra Re Davide e Re Salomone. Il primo grande peccatore, ma capace di riconoscere i propri peccati ed umilmente chiedere perdono. Il secondo al contrario, non ha commesso grandi peccati, ma è scivolato pian piano, come fosse su un piano leggermente inclinato, verso la corruzione e il baratro. Queste parole del Papa mi hanno riportato alla memoria una mia vecchia riflessione, che in un certo senso, è simile seppur rivolta a realtà diverse. Le piccole volpi sono quelle che distruggono la maggior parte dei matrimoni. Non ci sono spesso peccati gravi come il tradimento. Spesso l’adulterio è una conseguenza di un rapporto già logorato e morente. Ah certo! Vi starete chiedendo cosa sono le piccole volpi. Sono un’immagine molto significativa del Cantico dei Cantici.

Prendeteci le volpi,
le volpicine che guastano le vigne,
poiché le nostre vigne sono in fiore!

La vigna è il nostro amore, la nostra relazione. La nostra relazione che sta maturando e crescendo nel tempo, nell’intensità e nella verità.

La vigna è in fiore, è rigogliosa, tutto è meraviglioso, tutto sembra andare nel migliore dei modi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita.

Ma poi, a volte, senza che accadano fatti straordinari. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. La stessa cosa fanno molti sposi. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. V come vera nuziale.

Parto da lontano. Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale La bottega dell’orefice.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).Quella volta decisi di entrare.L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Ho letto e riletto questo passo. Papa Giovanni Paolo è riuscito ad esprimere in modo meraviglioso la bellezza del matrimonio, anche nella drammaticità di una relazione malata. L’anello nuziale segno della nostra unità indissolubile. Uno per sempre. Legati allo stesso destino. Il nostro valore è legato a quello di un’altra persona. La nostra salvezza è legata a quella di un’altra persona. Per questo non è sbagliato, secondo me, fare un parallelismo.  Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello, con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore, che non è una metafora sdolcinata, ma è un atteggiamento concreto: significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi : Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e ci saranno giorni che il giogo non sarà sempre soave e leggero, ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Voglio terminare con una bella opportunità. Forse pochi sanno che Giovanni XXIII ebbe una felicissima intuizione, quando volle regalare agli sposi cristiani un facile e profondo modo di vivere la religiosità in coppia, cioè: legò una “indulgenza speciale” (e parziale) al gesto coniugale del baciarsi almeno una volta al giorno reciprocamente l’anello del matrimonio

Motivò la sua decisione concludendo con queste parole:

è necessario che gli sposi scoprano ogni giorno il significato della fede nuziale che portano al dito, lo bacino ogni giorno promettendosi entrambi il rispetto, l’onestà dei costumi, la santa pazienza del perdonarsi nelle piccole mancanze, e che guardino a queste fedi che portano quale legame di indissolubilità nella quale i figli che Dio vorrà loro mandare, impareranno a crescere nelle sante virtù che tanto piacciono a Dio e rendono felice Gesù, ma che poi rendono felice la famiglia stessa che saprà così testimoniare come si vive da cristiani e come si è felici di superare insieme ogni giorno le difficoltà della vita

Antonio e Luisa

 

Una legge da amare.

Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: 
non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». 

Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. 
E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 
Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. 
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 
Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo». 

Non so a voi. Il Vangelo di oggi è di quelli che mi confermano che il cristianesimo è vero. Il cristianesimo non è una dottrina imposta da qualsivoglia autorità morale ed etica. Il cristianesimo è, prima di tutto, una reale riscoperta della natura umana. Come ho spesso scritto, la Parola rivelata nelle scritture non è altro che un altro modo di Dio di raccontarci chi siamo e chi è Lui. La Parola rivelata è scritta nella nostra umanità. Mi piace pensare alla Bibbia in una duplice veste: come una lettera d’amore di Dio ad ognuno di noi, dove vuole farsi conoscere e, come un libretto d’istruzioni per comprendere chi siamo, cosa desideriamo e dove andiamo. Non vi rendete conto? Ci offre una prospettiva nuova. Occhi nuovi. Non regole, dogmi, consuetudini. Non vuole la nostra obbedienza a precetti vuoti, perché svuotati di ogni consistenza. Non vuole che ci trasformiamo in sepolcri imbiancati. Vi siete mai chiesti cosa intenda con questa immagine? E’ semplice. Al tempo di Gesù i sepolcri venivano imbiancati per renderli più gradevoli e meno impuri. Ma dentro conservavano i resti dei cadaveri. Resti divorati dai vermi. Così siamo spesso noi. Imbellettati in apparenza, ma marci dentro. Gesù non si accontenta. Vuole molto di più. Vuole il nostro cuore. Vuole essere amato come uno sposo. Vuole essere desiderato come uno sposo, perchè Lui ci desidera come nessun altro. Il suo cuore è già tutto per noi. Vuole la nostra felicità e sa che è possibile solo quando esercitiamo la nostra libertà. Libertà che è vera solo quando è indirizzata al bene, perchè ciò che vogliamo nel nostro profondo è solo il bene, è l’amore, perchè siamo creati ad immagine dell’Amore. Gesù nel Vangelo di Matteo dice: Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. 

E’ il grido di uno sposo innamorato. Sa benissimo che non possiamo amarlo, desiderarlo, cercarlo se il nostro cuore è pieno di altro. Anche i sacramenti, che sono mezzo attraverso il quale Lui ci salva ed effonde lo Spirito dell’Amante in noi, sono inutili ed inefficaci perché il nostro cuore non può accogliere nulla se è pieno del nostro egoismo, se è pieno di noi. Ecco perchè esiste la legge. Una legge nuova, una legge a servizio dell’uomo e non viceversa.  Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato dice Gesù. Gesù che dice anche Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 

Concludendo possiamo amare Cristo e accoglierlo nel nostro cuore solo se comprendiamo, e di conseguenza ci educhiamo a desiderare,  la purificazione del nostro cuore. Il peccato è brutto e fa male. Solo comprendendo questa verità potremo trovare le motivazioni per combatterlo nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Non perchè dobbiamo assoggettarci ad una legge, ma perchè solo attraverso quella legge potremo essere liberi di aprirci all’amore dell’Amante ed essere così realizzati e capaci di riamarlo autenticamente in nostra moglie o nostro marito.

Antonio e Luisa

 

Il matrimonio buono è solo quello felice?

Oggi propongo una riflessione tratta da un libro (i riferimenti potete trovarli alla fine). Una riflessione dura, indigesta, ma che, secondo me almeno, nasconde un fondo di verità. Ha il grande pregio di regalare una prospettiva diversa dalle solite. Un matrimonio per essere vincente non ha bisogno di essere felice. So già quello che state pensando. Comeeee? Ma che pazzia è questa?

Non è una pazzia, o meglio, è la vita vissuta in Cristo ad essere una pazzia. Come dice padre Maurizio Botta: Cristo o era un pazzo o era davvero figlio di Dio.

Vivere un matrimonio secondo Cristo significa a volte non essere felici. Cristo sulla croce non penso fosse felice. Significa però contribuire alla propria salvezza e a quella del coniuge. Il matrimonio cristiano è basato sull’amore. Sull’amore autentico e non su quello dei baci perugina. Come dice, in modo molto semplice e chiaro, Costanza Miriano: l’amore non ha la forma del cuore, ma la forma della croce. Se non ci sposiamo con questa idea non sposiamoci in chiesa. L’amore cristiano è dono, dono estremo se serve. L’esempio è Cristo sulla croce. Sulla croce è avvenuto il matrimonio tra Gesù e la sua Chiesa, il matrimonio di Cristo con ognuno di noi.

Per questo il matrimonio naturale non basta, ma serve la Grazia. Il compito che ci viene affidato è questo. Essere profezia e immagine di quell’amore che vive il punto più alto sulla croce.

Il matrimonio, come ho scritto più volte, ci chiede sacrificio. Sacrifici piccoli per alcuni e eroici per altri.

Con questa premessa vi lascio alla lettura di questa riflessione, riflessione che, secondo me, può davvero permettere di aprirsi a pensieri che toccano la profondità del nostro essere, delle nostre aspirazioni e anche della nostra fede:

….Il matrimonio moderno è soprattutto un’istituzione di salvezza e non di benessere. Ma gli psicologi, i consulenti matrimoniali, gli psichiatri ecc. continuano a ripetere che soltanto i matrimoni felici sono buoni matrimoni, ovvero che i matrimoni dovrebbero essere felici. In verità ogni percorso di salvezza passa anche per l’inferno. La felicità, nel modo in cui viene proposta ai coniugi d’oggi, rientra nella sfera del benessere e non in quella della salvezza. Il matrimonio è un’istituzione volta prima di tutto alla salvezza, per questo è così pieno di alti e di bassi; è fatto di sacrifici, di gioie e di dolori. Ciascun partner, ad esempio, prima o poi è destinato a scontrarsi con il lato psicopatico dell’altro, vale a dire con quel lato del suo carattere che non è modificabile e che tuttavia ha conseguenze dolorose per entrambi. Affinché il matrimonio non vada in pezzi, uno dei due partner deve arrendersi, e generalmente è proprio quello che nella relazione si dimostra meno psicopatico. Se uno dei due è emotivamente freddo, all’altro non resta che dimostrare in continuazione sentimenti d’amore, anche quando la reazione del partner è debole e spesso inadeguata. Tutti i buoni consigli che si danno alle mogli o ai mariti, del genere: “Questo non và bene, è intollerabile, una moglie/un marito non può lasciarsi trattare così”, sono perciò sbagliati e dannosi.

Un matrimonio funziona soltanto quando si riesce a tollerare proprio ciò che altrimenti sarebbe per noi intollerabile. E’ logorandosi e smarrendosi che si impara a conoscere se stessi, Dio e il mondo. Come ogni percorso di salvezza, anche quello del matrimonio è duro e faticoso. Uno scrittore che crea opere di valore non vuole essere felice, vuole essere creativo. In questo senso raramente i coniugi riescono a portare avanti un matrimonio felice e armonioso come il tipo di matrimonio al quale, mistificando, gli psicologi vorrebbero far loro credere.

Il terrorismo legato all’immagine del ‘matrimonio felice’ procura notevoli danni.

A.Guggenbuhl-Craig – Il matrimonio. Vivi o morti, Moretti e Vitale, Bergamo.

Buona riflessione e buona giornata.

Antonio e Luisa

Tre fili per un mistero grande

La mistagogia è una modalità sempre più utilizzata e riscoperta nell’ambito della pastorale e dell’evangelizzazione. Siamo persone sempre meno avvezze a comprendere concetti astratti e abbiamo bisogno di vedere qualcosa di concreto, un’immagine, un video o un esperimento per riuscire a comprendere le realtà della fede che non sono visibili e palpabili. Il matrimonio non fa eccezione. Come spiegare, allora, l’unione sponsale e il sacramento del matrimonio? Mi sono venuti in aiuto Emanuele e Luisa Bocchi. Domenica scorsa, durante l’incontro mensile del nostro gruppo di Intercomunione, Luisa ci ha proposto un piccolo lavoro da eseguire. Non ne capivo il motivo. Dovevamo intrecciare tre fili di lana. Uno blu, uno rosa e uno dorato. Alla fine legare tutto molto stretto. Lo abbiamo fatto, insieme, io e la mia sposa, e abbiamo capito. E’ bastato esaminare per un attimo quanto ottenuto. C’era un unico grande filo, unito ma distinto. Non si poteva sciogliere se non con il rischio di rompere uno o più fili. Era uno, ma si potevano distinguere benissimo i tre fili diversi che lo componevano. Cosa significa? Con il matrimonio si diventa uno, si è saldati in modo indissolubile e per sempre. Si diventa uno, ma mantenendo la propria identità distinta. Gli sposi sono immagine di Dio anche per questa caratteristica. Uno e trino verrebbe infatti da dire. Cercare di rompere questa unione porta inevitabilmente alla distruzione stessa della persona e di Dio in noi. Infatti il filo d’oro è Dio. Ci si sposa in tre ci insegna la Chiesa ed è proprio così. Dio è parte attiva del matrimonio.  C’è un’altra evidenza che salta all’occhio. Quando si intrecciano i tre fili tra loro, ne sono visibili esternamente soltanto due, in modo alternato, l’altro c’è, ma resta interno e nascosto allo sguardo. Ci sono parti in cui sono visibili il blu e il rosa e altre in cui uno dei due colori scompare e si vede il filo d’oro. Cosa possiamo capire? Per me è chiaro. Ci sono periodi in cui la coppia è in Grazia di Dio e vive un matrimonio santo. In quei momenti Dio abita la coppia nella profondità della relazione. La coppia mostrandosi unita nel maschile e femminile mostra Dio, ci dice chi è Dio e come ama Dio. La coppia è profezia dell’amore di Dio. Non sempre è così. A volte la coppia è in sofferenza. In quei momenti non è visibile la bellezza dell’unione sponsale. Il blu o il rosa mancano, sono nascosti. C’è però la Grazia, la Grazia sacramentale. Un aiuto dello Spirito Santo che permette agli sposi di non perdersi. Dio tiene la coppia legata quando sembra umanamente impossibile.

Vi rendete conto quante cose si possono comprendere con solo tre fili di lana? Soprattutto avete compreso un po’ meglio la grandezza del sacramento che lega gli sposi in Cristo?

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. U come umiltà.

Cosa significa essere umili? Io non sono umile, me ne dolgo, ma non lo sono. Giusto alcuni minuti fa su un social, dove a causa di un post sono stato accusato da una sorella nella fede, non ho resistito e le ho risposto con un altrettanto velenosa affermazione. L’ho fatto con gusto. Le ho dato quello che si meritava, per poi però sentirmi sconfitto e piccolo nel mio crasso orgoglio. Non va bene, ne ho di strada da mettere sotto i sandali ancora. Maestra di umiltà è Maria e, per me,  la mia sposa. La vedo spendersi per i suoi alunni, la vedo dare tutto senza risparmiarsi mai. La vedo alzarsi alle quattro del mattino per preparare le sue lezioni in modo che il pomeriggio possa dedicarsi a me e ai nostri figli. La vedo preparare le lezioni in modo che siano facili e comprensibili per i suoi ragazzi. La maggior parte di loro la apprezza per questo suo impegno che si percepisce. Ci sono sempre, però, studenti che non hanno voglia d’imparare, e come sempre, non è mai responsabilità loro, ma dell’insegnante; così quando arriva qualche genitore che la accusa di non essere abbastanza capace per interessare il suo ragazzo, lei chiede scusa. Io non riuscirei mai. Non solo: torna a casa e ringrazia. Ringrazia Dio per averle dato quella umiliazione, perchè solo così può restare aggrappata a Lui. L’umiliazione è nutrimento per il cuore. Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive:

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA !

Giusto ieri a Santa Marta il Santo Padre ha riflettuto sull’umiltà e ha proprio detto che non ci può essere umiltà senza umiliazione.

Il Papa dice prendendo spunto dalla storia di Re Davide e di Simei:

Sempre — ha riconosciuto Francesco — c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì» che nel brano biblico insulta pesantemente Davide. Ma «Davide dice “no”, il Signore dice “no”, quella non è la strada». Invece «la strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni». E pensare che «forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Insomma, «portare le umiliazioni in speranza». Però, ha specificato il Papa, «se io, davanti a qualsiasi offesa, a qualsiasi umiliazione, mi giustifico subito e cerco di sembrare buono o fare, come si dice, “calligrafia inglese”, questa non è umiltà». E così, ha aggiunto, «pensiamo questo in modo giusto: se tu non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile e questa è la regola d’oro».

Dura davvero da mettere in atto. Boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo?

S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui.

Antonio e Luisa

Grazie. Un’esperienza di meraviglia.

Oggi mi va di fare una riflessione libera. Non prendo spunto da nessun documento, da nessun versetto della Bibbia, ma solo da quello che ho nel cuore.

Devo imparare a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Il matrimonio ci ha reso uno, è una realtà sacramentale, cioè operante e reale seppur invisibile agli occhi. Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il matrimonio c’è una nuova creazione. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, ma non basta tutta la vita per rendersene conto ed esserne consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre meglio e sempre più profondamente. C’è però un grande rischio. Non riflettere su questa realtà. Darla per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi essere riconoscenti. Spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Tra le tante cose da fare, tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Tra tutte queste cose devo trovare il tempo. Mi devo fermare per contemplare la mia sposa come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale. Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non imprigiona e rende liberi. La solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per chi sono.  La meraviglia di chi si sente prezioso agli occhi di una persona che ti sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a te. Dirle grazie significa riconoscere che abbiamo ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per chi è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

La grandezza è nell’amore, non nella missione.

Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

La seconda lettura di oggi offre diversi spunti di riflessione. San Paolo parla a tutti. E’ una lettura dove i sacerdoti possono sicuramente trarre consapevolezza per l’importanza del loro celibato, ma riguarda anche noi sposi. Abbiamo spesso una convinzione sbagliata. Pensiamo che una vita di preghiera e ricca di misticismo sia più santa ed elevata di una vita di una mamma o di un papà che vivono, tutto sommato, una giornata come tanti altri, che non hanno molto tempo da dedicare all’incontro intimo e personale con Gesù, ma sono presi da questioni più banali e immanenti come cambiare un pannolino o preparare un piatto di pasta. Il sacerdote invece,  lui si che dà il meglio di sè a Cristo. Alzi la mano chi non crede, almeno un po’,  che quanto ho scritto non sia verità. Credo che siano pochi quelli che hanno la consapevolezza che la vocazione matrimoniale sia importante tanto quanto quella sacerdotale. I sacerdoti sono considerati dal sentire comune (naturalmente per chi ha una vita di fede) dei privilegiati, dei chiamati, a differenza degli altri che non sono chiamati e scelgono quindi una vita ordinaria. Nulla di più falso. Anche io, anche Luisa, anche tu che leggi, chiunque è un chiamato. C’è chi è chiamato ad una vita contemplativa, chi a guidare una parrocchia, chi a servire i poveri e chi, come noi, a rispondere all’amore di Gesù, cercandolo e servendolo in un’altra creatura. Ed ecco che le parole di San Paolo, acquistano così un significato chiaro. Ed ecco che la nostra vita al servizio della persona che abbiamo sposato acquista una dignità pari a chi si dedica completamente a Dio, in un rapporto diretto. Non pensiamo che Cristo sia contento di noi se per cercarlo, per adorarlo, per incontrarlo sacrifichiamo la nostra relazione sponsale. In una catechesi un sacerdote raccontò un aneddoto molto significativo:

Ero in confessionale. Arriva questa signora e mi racconta che lei desiderava partecipare al Santo Rosario in parrocchia tutti i giorni. Suo marito non capiva e si lamentava che lei lasciava la casa e quando lui tornava dal lavoro non trovava la cena in tavola. Era sempre in ritardo. Le ho consigliato di non venire in chiesa, o di partecipare in un altro orario. La sua vocazione è prima di tutto verso il marito. Non è una suora.

Può sembrare un consiglio avventato.  Come? Gesù viene prima di tutto e tutti. Questo insegna la Chiesa. Verissimo. Noi però, come sposi, lo serviamo in altro modo. Lo serviamo attraverso la mediazione di un’altra persona. Tornando al discorso del sacerdote si potrebbe dire che in quella cena preparata con amore e cura, la signora può amare e servire Gesù più di ogni altra preghiera. Se il rosario le impedisce di amare Cristo nel suo sposo allora il rosario non va bene.

Naturalmente non vale solo per la moglie, ma anche per il marito. Una coppia di amici è impegnata molto nel Rinnovamento nello Spirito. Lui, lo sposo è parte del pastorale (coordinatore) del gruppo. Da parte dei “superiori” gli viene richiesto sempre di più: partecipa a questo gruppo, a questo seminario, a questa convocazione, a questo corso e così via. Una volta gli hanno espressamente detto che il gruppo deve venire prima della sua famiglia perchè lo Spirito Santo è fonte di tutto. Affermazione completamente folle e fuori da ogni insegnamento della Chiesa. Basterebbe il buonsenso. Fatto sta che la moglie durante un incontro si è alzata è ha semplicemente, ma in modo deciso, detto che nulla ha senso di quello che fanno lì se si trascura la famiglia. Tutti muti.

Da quel giorno il mio amico ha saltato diversi incontri perchè si è reso conto che la sua sposa, tutte le sere che lui era via, si trovava in difficoltà e che quando tornava “riempito” di Spirito Santo, lei lo attaccava nervosamente, e immancabilmente litigavano. Vi sembra normale? E’ una via di santità? Pensate alle cose del mondo sposi dice San Paolo.

Dobbiamo uscire da un clichè di santità che abbiamo in testa. Padre Bardelli, nostra guida per tanti anni, diceva che i santi che ci vengono proposti come esempi di vita sono spesso consacrati. San Francesco, sant’Antonio, santa Rita e tanti altri, sono preti, frati o suore. Quelli, diceva padre Bardelli, offrono una via di santità che va bene per me, non per voi. Voi dovete guardare i santi coniugi. Quelli vi possono insegnare cosa significa servire il Signore nella vostra condizione di sposi cristiani.

A tal proposito San Giovanni Paolo II durante l’omelia per la beatificazione dei coniugi Quattrocchi disse:

 i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario.

e poi ancora

Nella loro vita, come in quella di tante altre coppie di sposi che ogni giorno svolgono con impegno i loro compiti di genitori, si può contemplare lo svelarsi sacramentale dell’amore di Cristo per la Chiesa. Gli sposi, infatti, “compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla glorificazione di Dio

La mia strada per la santità è diventare sempre più uno con la mia sposa, essere sempre più capace di farmi servo per lei, sempre più capace di accoglierla, e accogliendo lei accogliere le sue preoccupazioni, le sue necessità, le sue aspirazioni, la sua fragilità. La mia strada per la santità e vedere in lei il volto di Cristo, così da poter restituire a Gesù quell’amore gratuito e incondizionato attraverso quella sua creatura e figlia. Che non significa fare di lei un dio, ma trovare in lei quel Dio che tanto mi ha dato. Trovare nel noi, nella nostra relazione  quella sorgente di Grazia e di amore che non si accontenta di restare nel recinto della coppia, ma che diventa feconda per tutto il mondo esterno: figli, parenti, amici, colleghi e tutte le persone che possiamo incontrare. Ed è così che una vita ordinaria può diventare straordinaria, perchè non è nella grandezza della nostra missione che si trova Dio, ma nella grandezza del nostro amore, che può manifestarsi benissimo anche in una vita ordinaria, ma che non sarà mai banale, perchè l’amore è meraviglia anche quando lo si manifesta nelle piccole cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. T come tabernacolo e talamo

Tabernacolo e talamo. Due parole che non sembrano avere molto in comune. Invece sono quasi sinonimi, sono parole che descrivono una sola realtà: la presenza di Dio sulla terra. Tabernacolo non è un concetto cristiano, ma qualcosa che viene da lontano, dal mondo ebraico. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Pensate che gli esperti ci dicono che il sommo sacerdote poteva entrare una volta all’anno e, quando operai dovevano intervenire per manutenzioni venivano calati dall’alto con delle corde per non calpestare quel suolo, tanto era sacro quel luogo. Secondo due Vangeli, quello di Marco e quello di Luca, la tenda che separava il resto del tempio da questo luogo sacro si squarciò alla morte di Gesù, come a significare la ferita inferta dagli uomini alla relazione ed alleanza con il loro Creatore. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo.

Esiste un altro tabernacolo, non meno importante. Quel tabernacolo è il noi degli sposi. Nell’unione sponsale Gesù è presente in modo misterioso e unico, ma vivo e reale. Per questo si dice che Eucarestia e matrimonio abbiano molto in comune. Entrambi sono sacramenti perenni. Entrambi, a differenza degli altri, mantengono la reale e viva presenza sempre. Come nell’eucarestia c’è la reale presenza di Cristo fino a quando pane e vino non sono consumati, così nel matrimonio resterà la realtà soprannaturale e non visibile fino alla morte di uno dei due sposi. Realtà invisibile, ma operante. Negli altri sacramenti non è così. Nel battesimo Cristo è presente e operante durante il rito, ma poi non più, permangono gli effetti di Grazia. Molto diverso. Questo concetto è stato ripreso e spiegato in modo concreto e non fraintendibile dal nostro vescovo. Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, durante un incontro rivolto ai giovani sposi, fece un gesto molto forte e per certi versi scandaloso. Si inginocchiò davanti a loro e disse che in quel momento stava adorando Cristo come davanti al Santissimo Sacramento.

Arriviamo così al talamo nuziale. Il talamo è il tabernacolo visibile della presenza reale di Cristo nell’unione sponsale. Talamo luogo di incontro della carne e dei corpi che diventa segno visibile dell’invisibile e sacra unione dei cuori operata dallo Spirito Santo con il sacramento del matrimonio. Per questo dissacrare il talamo nuziale è un peccato gravissimo. Non è molto diverso dal prendere l’Eucarestia e gettarla nell’immondizia. L’adulterio è uccidere Cristo nella nostra relazione, è distruggere il nostro patto che non è scritto solo sulla terra, ma anche nei cieli, è distruggere l’alleanza fedele e indissolubile segno dell’Alleanza di Gesù con la sua Chiesa.

Come immagine copertina dell’articolo ho scelto un momento del matrimonio tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo. Bellissima e significativa. Chiara ed Enrico stanno per diventare tabernacolo di Cristo nella loro unione. All’interno del loro Sacer, del recinto sacro delimitato dalle loro due persone ecco Cristo visibile nel vino eucaristico. Un’immagine meravigliosa, sulla quale fermarsi a meditare. Un’icona visibile di una realtà invisibile immensa. Scrivendo queste righe mi venivano le lacrime a pensare a questa grandezza che anche noi possiamo vivere e riconoscere. Una realtà già presente in noi che dobbiamo solo scoprire.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. S come spendersi.

Sapete quando la mia sposa mi appare bellissima? Quando, come questa sera,  è distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla , perchè è davvero bella, nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: ” preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. E’ esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che non sempre riesci a  ricordarli tutti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio. Mi torna in mente quanto diceva Chiara Corbella:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

La candela è un’immagine bellissima e concreta di ciò che siamo. Una candela nuova e spenta non si consuma, resta nuova, ma inutile, non fa luce e non scalda. Una candela accesa, piano piano si fa piccola e si consuma perdendo la propria perfezione, coprendosi di strisce di colata di cera, che ricordano tanto le rughe di un viso consumato dalla vita. Ma qui accade il miracolo: consumandosi la candela illumina e scalda chi è vicino, e quella candela accesa appare molto più bella di una candela nuova e spenta. Questa è la bellezza degli sposi che si amano e si donano mettendo se stessi dopo l’altro/a. Essendo felici di spendersi e consumarsi per la gioia dell’altro/a. La mia sposa è ogni giorno più bella, perchè la sua luce illumina la mia vita e il suo calore scalda il mio cuore; ed è vero che esistono tante candele più nuove e perfette di lei, ma non potranno mai sprigionare il fascino e la bellezza che riesce a sprigionare lei quando non si risparmia, spendendo tutto di sè, cuore, corpo e spirito, per la mia gioia e la mia pace. Questo non è solo una riflessione, ma è anche un ringraziamento a lei, vuole esprimere tutta la mia gratitudine e riconoscenza.

Antonio e Luisa.

L’alfabeto degli sposi. S come Shekinah

Cosa sono le icone? Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Le icone sono delle rappresentazioni sacre dal carattere misterico e trascendente. Non si esprimono con il linguaggio delle immagini terrestri. Non si può dipingere un’icona senza preparazione. Dipingere un’icona è un’esperienza di trascendenza che va preparata nella preghiera e nel raccoglimento. Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture.

Nell’ Icona ” Nostra Signora dell’Alleanza” (esposta nella chiesa di S. Carlo Borromeo a Londra), la Vergine Maria, che  rappresenta la Chiesa, abbraccia l’uomo e la donna che si
uniscono nel Sacramento del matrimonio confermando la scelta che essi hanno fatto.

Le mani della Vergine Maria sono appoggiate delicatamente sulle spalle della coppia a dire consolazione ed incoraggiamento, ma non forzatura.  I due si tendono le mani come segno che essi hanno liberamente scelto di sposarsi.  Al centro dell’Icona c’è Cristo che tiene le mani agli sposi. Cristo che partecipa direttamente a quell’unione, unione da lui redenta e perfezionata dal suo amore divino.  Tutta la scena è racchiusa in un cerchio, un anello nuziale, segno dell’ininterrotto amore di Dio per questa coppia.
In alto, la mano di Dio Padre e sotto la colomba, segno dello Spirito Santo, per rappresentare la Trinità che è Famiglia, comunione di Amore.

La parte superiore dell’icona è attraversata da un drappo o un baldacchino, a rappresentare la “Shekinah”, la gloria di Dio e la sua presenza. Una coppia sposata rende Dio presente nel mondo per l’amore che essi hanno l’uno per l’altra. E questo amore, espresso sessualmente, rende gloria a Dio, perché è santo. I due diventano uno, analogamente a come la Trinità è unione di persone diverse. Sopra il letto nuziale ci può essere un baldacchino, proprio come può esserci sopra l’altare, perché il letto matrimoniale è anche un altare dove ciascuno offre il proprio corpo per l’altro. In alto, nella nicchia di sinistra, è collocato un libro aperto, segno della Parola di Dio; nella nicchia di destra vediamo invece il calice e il pane Eucaristico, segno di condivisione per la coppia dell’amore di Dio, accolto nel nutrimento e nutrimento del loro amore.  In basso, sia a destra che a sinistra, ci sono due lampade ad olio che stanno ad indicare la preghiera gionaliera della coppia: grazie a questa luce vanno avanti nella loro vita matrimoniale.  Per il cristiano, ogni coppia sposata è un’icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, fino al sacrificio di se stesso.

Anche i colori nelle icone hanno un significato profondo. Lo sfondo è giallo. Il giallo simboleggia l’oro e la luce. In questo caso il matrimonio è riflesso della luce di Dio. L’amore degli sposi è riverbero dell’amore di Dio. Tutto il dipinto richiama Dio. I due sposi indossano entrambi il blu. Il blu è il colore della trascendenza per tutto ciò che è terrestre e sensibile. Gli sposi sono del mondo ma attraverso la loro vita e il loro amore trascendono a realtà divine.La sposa è vestita anche di rosso e bianco. Rosso che simboleggia la vita, la donna che si fa utero, che accoglie dentro di sè la nuova vita, mentre il bianco è di più difficile interpretazione, può avere diversi significati. Mi piace pensare rappresenti il colore di colui che è penetrato dalla luce di Dio. La donna è colei che più riesce ad accogliere Dio dentro di sè e per questo riesce ad essere fondamenta cioè sostegno per tutta la famiglia. Lo sposo invece è vestito anche di oro. Oro che richiama la regalità di Cristo. Uomo che è quindi guida per tutta la famiglia. Ci sarebbe tanto altro da approndire ma penso che già quanto ho scritto sia sufficiente a farvi ammirare con occhi diversi questa icona e anche il vostro matrimonio.

Questa immagine contiene tutti i significati più profondi del matrimonio e indica quelle che sono le priorità della nostra vocazione all’amore. Non serve leggere trattati di teologia per comprendere ciò che siamo basta meravigliarsi e meditare davanti a questa icona.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. S come speranza, fede e carità.

Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge.

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

Ninive è il nostro matrimonio

In quel tempo, fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore:
“Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”.
Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino.
Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

Racconti come questo dell’Antico Testamento mi hanno sempre colpito. Come? Dio così buono e misericordioso sarebbe stato capace di distruggere un’intera città, una moltitudine di persone solo perchè costoro non erano fedeli alla sua legge? Questa modalità di agire di Dio non mi aveva mai convinto fino in fondo, non riuscivo a trovare una coerenza. Poi finalmente ho capito, ho trovato una coerenza evidente, ma che non riuscivo a vedere. Non c’è un intervento diretto di Dio. Chi non osserva la Legge è maledetto, è destinato alla morte perchè sceglie il disordine, sceglie la menzogna, che ne sia consapevole o meno. Allontanarsi dalla legge di Dio significa allontanarsi dall’ordine naturale, dalla verità e dal vero senso della vita. Significa entrare in un dis-ordine che fa vivere male chi c’è dentro e anche le persone che gli sono vicine. Anche il nostro matrimonio può essere una Ninive. Nulla di più facile. Dipende solo da me e dalla mia sposa. Se abbiamo intenzione di vivere guidati dalle nostre pulsioni ed emozioni, facendoci le nostre leggi, considerando la Legge di Dio, gli insegnamenti della Chiesa e il magistero come roba vecchia ed inutile, non potremo che andare incontro alla distruzione della nostra Ninive, di ciò che abbiamo costruito, della nostra relazione fondata sul nulla. Oppure possiamo scegliere di bandire un digiuno, di essere padroni di noi stessi e del nostro corpo, e di vestire di sacco, di andare oltre il nostro orgoglio. Così la nostra Ninive sarà benedetta, la nostra relazione fondata sulla roccia della Parola di Dio, della Sua Legge. Sta a noi scegliere. Giona è venuto a bussare alla nostra porta. Vogliamo ascoltarlo?

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. R come re e regina.

Ogni cristiano battezzato, in virtù del battesimo, acquisisce la regalità di Cristo. Ogni battezzato, che si unisce sacramentalmente ad un’altra persona, indirizza, in virtù della consacrazione matrimoniale, la sua regalità battesimale ad una nuova finalità. La finalizza principalmente a viverla con le caratteristiche proprie del suo nuovo stato di sposo o sposa. Questa realtà e verità di fede è proposta nelle chiese cattoliche orientali e, dove è già consuetudine o con l’autorizzazione del vescovo, anche nella nostra Chiesa cattolica romana. E’ proposta attraverso il rito dell’incoronazione degli sposi, rito che si compie durante la celebrazione del matrimonio. Attraverso questo rito la Chiesa vuole evidenziare che, da quel momento, gli sposi partecipano alla regalità di Cristo non più come singoli battezzati, ma come coppia.

Cosa significa in parole semplici e concrete? Regnare per gli sposi in Cristo significa mettersi al servizio del loro amore vicendevole. Essere sottomessi l’uno all’altra usando le parole di San Paolo. Tanto più perfezioneranno il loro modo di amarsi, mettendosi alla sequela di Gesù, e tanto più saranno re e regina del loro matrimonio e della loro piccola chiesa domestica.

Per essere re e regina del nostro matrimonio e della nostra vita dobbiamo metterci al servizio, farci piccoli per innalzare l’altro, abbassarci per rialzarci con lui/lei, accompagnare e rallentare se serve. Non stiamo più correndo una gara individuale, ma una gara di squadra, dove più importante del mio risultato personale diventa quello di squadra, di entrambi. Più impareremo a servire e più saremo re. Più riusciremo ad essere accoglienti, anche verso le imperfezioni e fragilità dell’altro/a, senza giudicare e senza ferire, e più saremo espressione della sovranità di Cristo.

Non solo per regnare, per essere dono, per essere servizio è necessario essere liberi. Essere padroni di se stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro/a si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro/a ma anche con Dio.

Infine per essere davvero re e regine della mia vita e della mia unione sponsale devo comprendere di non avere tutto nelle mie mani, comprendere che posso anche sbagliarmi, che tutto va letto nella prospettiva di Dio, senza limitarmi a un orizzonte che arriva fin dove l’umano può vedere. Essere re e regine significa affidare al vero re della vita tutto ciò che mi è accaduto, mi accade e mi accadrà. Solo così le gioie non dureranno l’effimero di un attimo e i dolori troveranno consolazione.

A questo proposito termino con una riflessione di Chiara Corbella che parlando di Davide (il figlio morto a pochi minuti dalla nascita) disse:

Chi è Davide?
    Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
    abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù. 

Chiara e Davide. Chiara come Davide. Chiara come Davide con queste parole ha dimostrato che una piccola donna come lei era in grado di sconfiggere il male, la malattia e la morte. Per questo Chiara è una vera regina e presto diventerà santa.

Anche noi siamo chiamati ad essere come Chiara. Anche siamo chiamati ad essere re e regina anche se ci sentiamo piccoli e deboli come Davide.

Antonio e Luisa

 

La porta stretta mi basterà?

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!»(MT 7,13-14)

Non sono mai stata brava in matematica, ma, leggendo questa parola mi viene in mente una di quelle proprietà dove x sta a y e roba simile.

Nel senso che, attraverso la porta larga ne entrano molti, attraverso quella stretta invece pochi ma soltanto quest’ultima conduce alla vita.

In sostanza se la porta larga conduce alla perdizione e molti sono quelli che vi entrano, ciò significa che, nel mondo, la percentuale dei “vivi” è davvero bassissima.

Se mi soffermo dovrei starci per ore davanti a questa parola perché il suo “avvertimento” è vitale, fondamentale, imprescindibile.

Ma come fare a trovare la porta stretta se davvero essa è appannaggio di pochi?

Si potrebbe ridurre la massa dei versetti semplicemente in questo: «Entrate per la porta stretta e quanto pochi sono quelli che la trovano!»

Detta così penso che chiunque desidererebbe trovarla al più presto questa porta eppure mi sembra di capire che non sia affatto semplice o desiderata.

Stretto è qualcosa di non comodo, che ci fa sentire co-stretti, impediti nei movimenti, quasi a toglierci l’aria. Pensiamo ad un vestito stretto, o a tutte le volte che diciamo….questa vita mi va stretta. Quante volte abbiamo affermato che gli amici o i fratelli in Cristo sono molto meglio dei parenti stretti. Quante volte la vita coniugale è desiderare la libertà piuttosto che pochi metri quadrati in cui si comincia a stare stretti.

Il letto ad una piazza? È stretto!

Il letto matrimoniale? È stretto!

Perché è vero, se sto da solo vorrei di più.

Se sono insieme all’altro mi manca il posto.

Ciò che è stretto è difficile.

 

Ha ragione la parola: NOI CERCHIAMO CIÒ CHE È SPAZIOSO!

La cosa curiosa che mi viene in mente è che, desiderando tutti lo spazio e la comodità per arrivarci, la gran parte delle persone che si trova in ambito largo erano quelli che si sentivano stretti, dunque, pian piano, ci si troverà stretti anche in un luogo apparentemente spazioso.

Faccio un esempio.

Ho conosciuto una coppia il cui marito, stanco della vita stretta con la propria moglie e incapace di portare il peso dei loro quattro figli (lui voleva sentirsi libero, comodo) cominciò a scalpitare per un desiderato spazio di autonomia e boccata d’aria dai normali limiti umani che ti offre una qualunque relazione nella differenza caratteriale, maschile e femminile di base. Cominciò così a varcare la soglia e a cercare i propri spazi manifestando, all’interno della sua vita stretta, grande insofferenza.

Non ce la fece a decidere di amare e volle passare per la via larga e spaziosa della libertà chiedendo la separazione. Nella sua fragilità non riuscì e cercò altri spazi, altre realizzazioni altre gratificazioni. La via larga non conduce alla riflessione vera e, tanto è grande la boccata d’aria che, riempiendo i polmoni tutto d’un fiato, spesso guida a soddisfare i propri impulsi. E così si legò ad un’altra donna!

Che strano….un uomo incapace di sostenere la relazione con un essere diverso da te, come potrà pensare di sostenerne un’altra quando la diversità, anche se diversa(gioco necessario di parole) uscirà allo scoperto e diventerà stretta come la prima?

Quando non sei capace di amare una volta non lo saprai fare una seconda, una terza e così via.

E comunque la passione ebbe la meglio.

E poi? Ma guarda un po’ ebbero un figlio, una bella bambina.

E come farà quello stesso uomo che a mala pena riusciva a gestire i figli del primo matrimonio a prendersi cura di un neonato e di tutte le implicazioni relazionali di tutti e cinque figli e le due mogli?

Dalla fuga della vita stretta all’approccio di una vita super complicata il passo è breve anche se spaziosa è la via per arrivarci.

Insomma si capisce bene quanto sia comune che pochi siano quelli che trovano una porta stretta da amare. Le strettezze non si desiderano ma gli avvertimenti di Cristo sarebbe bene ascoltarli.

C’è un tempo, nella vita, dove non sarà facile ed è probabile che molti falsi profeti cercheranno di portarti nella via larga fratello mio perché, spesso, chi ti dice “ti voglio bene” non vuole esattamente il tuo bene ma vuole confonderti. Del resto tu, a chi ti riportasse alla tua verità cosa risponderesti? Lasciami fare di testa mia!

C’è un’ ultima cosa:

Ci sarà un momento in cui sarai chiamato ad entrare nella porta stretta da solo e in quel momento non potrà esserci nessuno perché tuo Papà Dio aspetta soltanto te e neppure tuo marito con cui sei una sola carne, può aiutarti in questo passo!

Quella porta è personale e ti ci devi misurare.

Cammina fratello il sentiero della tua vita e desidera essere pronto per quella porta, piccola ma così tanto preziosa dove vedrai sempre sorgere il sole!

Cristina Righi