Molte cose ho ancora da dirvi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Quello che Gesù dice ai discepoli in questo passo del Vangelo, che ci viene offerto dalla liturgia odierna, ci riguarda tantissimo. Noi sposi siamo così. Ogni tanto ci penso. Quanta consapevolezza avevo il giorno delle mie nozze? Molto poca. Il matrimonio non può lasciarti uguale. Quando sento frasi del tipo Ti amo come il giorno in cui ti ho sposato/a, non posso che pensare che non sia possibile. Nel matrimonio sacramento non c’è lo stallo. Si sale o si scende. Si cresce o ci si indebolisce. Si perfeziona o si distrugge. Non si può restare gli stessi. Io, e lo dico con convinzione e certezza, amo molto di più la mia sposa oggi, dopo quasi 16 anni di vita insieme. Capitemi bene! Non è un crescere costante. Non è una retta che non ha mai cambi di direzione. Nel matrimonio si cade, si litiga, ci si allontana. Ci sono momenti difficili e di crisi. Guai a negarlo e a pensare che la famiglia perfetta va sempre d’accordo. La famiglia così è solo negli spot in tv, non nella vita reale. C’è qualcosa, però, che accade. Quando si cade e si riesce a vivere l’amore misericordioso anche in quei momenti di flessione, la caduta diventa una spinta. Una spinta per risalire più in alto di prima. Vivere il perdono, l’amore gratuito e incondizionato nei momenti difficili accresce l’amore e non lo distrugge. Questa è la differenza tra una coppia che regge e una che crolla. Nella prima si va oltre le miserie dell’altro e si ama sempre e comunque. Nell’altra, invece, la famiglia diventa luogo delle rivendicazioni, dei rancori che crescono, del rinfacciare e del non sapersi perdonare. Non servono grandi fratture per scoppiare. Bastano tante piccole scosse non affrontate nel modo giusto. Ed è così che lo Spirito Santo si manifesta e ci mostra la grandezza della nostra unione e relazione. In questi anni, in diversi corsi e ritiri, ci è capitato diverse volte di rinnovare le nostre promesse davanti al sacerdote. Ogni volta è più bella di quella precedente. Perchè c’è più amore e più consapevolezza. C’è una storia di esperienze di perdono e di accoglienza reciproca. Ci sono gesti che ci siamo donati impressi a fuoco nel cuore. Tutto questo mi permette oggi di comprendere l’importanza del mio si. Mentre il giorno delle nozze ero spaventato dalla promessa del per sempre oggi ne sono affascinato perchè ho visto pian piano svelarsi il disegno di Dio e la presenza dello Spirito Santo nel nostro amore sponsale. Ogni mattina ringrazio Dio per ciò che ha fatto nella nostra vita. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quante cose ci hai detto in questi anni di matrimonio insieme.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Belle sono le tue guance fra i pendenti. (25 articolo)

Alla puledra del cocchio del faraone
io ti assomiglio, amica mia.
Belle sono le tue guance fra i pendenti,
il tuo collo fra i vezzi di perle.
Faremo per te pendenti d’oro,
con grani d’argento.

Compare l’amato. Ora la parola passa allo sposo. Passa a Salomone. Alla puledra del cocchio del faraone io ti assomiglio, amica mia. Una donna del nostro tempo, con la nostra mentalità si potrebbe offendere. Come? Mi paragoni ad un cavallo? Come ti permetti! In realtà questa esclamazione racconta la meraviglia che sta provando lo sposo. Non è una cavalla qualsiasi. E’ la puledra del cocchio del faraone. Una puledra di razza, la più bella. Tanto bella da essere scelta dal faraone stesso. Degna di tanto onore. E’ un’immagine piena di dignità, di eleganza e di bellezza. Può farci sorridere questo paragone, ma ricordo che si tratta di un’opera scritta in un contesto semplice. Scritta in una comunità di pastori seminomadi e la natura è ciò che hanno come pietra di paragone per ciò che esiste di più bello. Non hanno un altro modo per esprimere la bellezza di Dio e dell’uomo. Il risultato, se ci liberiamo dei nostri schemi mentali, è una poesia che riempie il cuore di chi la ascolta o la legge.

Belle sono le tue guance fra i pendenti, il tuo collo fra i vezzi di perle. Faremo per te pendenti d’oro, con grani d’argento.

Lo sguardo dello sposo cambia. Passa dal generale al particolare. Si posa sul viso e sul collo dell’amata. Lo sposo si sofferma sulla bellezza della sposa. Tanto bella che merita gioielli ed ornamenti per far risaltare ancor maggiormente questa meraviglia. Faremo per te pendenti d’oro. Li faremo per te, solo per te. Tu sola sei degna di tutto questo. In te ho scoperto questa regalità che mi ha colpito. Mi ha colpito così tanto che voglio farti dono di oro e di argento. Quanto è vera questa cosa anche oggi? Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci. Al prossimo articolo.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

Rimanete nel mio amore

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».

Sul Vangelo di questa domenica si potrebbe scrivere un libro. E’ un sunto del messaggio evangelico. E’ la buona novella.

Vediamo punto per punto.

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 

Per amare bisogna aver sperimentato l’amore. Gesù stesso non fa lo spaccone. Non si mette sul trono e non dice amatevi come io vi amo. Dice altro. Io vi amo in questo modo perchè io stesso sono stato amato dal Padre. L’amore non è qualcosa che ci diamo da soli. Saremo capaci di amare in profondità la nostra sposa o il nostro sposo solo quando  per primi avremo sperimentato un amore gratuito, incondizionato e senza fine. Quante persone dicono di amarsi e in realtà si stanno solo usando? Si stanno usando per colmare quel bisogno che hanno nel cuore? Per tante persone l’amore è prendere. Ti amo perchè mi fai stare bene. Non è questo il primo pensiero di tanti sposi? Poi facilmente tutto crolla, perchè l’altra persona non potrà mai soddisfare i nostri bisogni fino in fondo. Chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio sa abbeverarsi alla sorgente. E allora tutto cambia. La nostra attenzione non sarà più centrata su quanto l’altro ci fa stare bene, ma su quanto noi possiamo fare per far star bene l’altro. Vi rendete conto che tutto cambia? La prospettiva cambia. L’atteggiamento cambia. Vi assicuro che avviene un miracolo. Più io mi impegno a rendermi bello e accogliente per la mia sposa e più sarò gratificato dalla sua gioia. Questo amore che nasce nella relazione con Gesù, che esonda nella relazione con il tuo sposo o la tua sposa e che ritorna nell’argine del tuo cuore arricchito e perfezionato dal dono gratuito che sei stato capace di fare. Questo è l’amore che Gesù ci insegna. Questo è l’amore che Gesù ha portato nel mondo e nella storia con la sua vita. Un amore che più dai e quasi prechi per l’altro e più ti riempie. Un amore che più vuoi trattenere gelosamente e più perdi come se fosse in un secchio bucato.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». 

Gesù è molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.”  Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella sua vita. Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso, e rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza. Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola e un libretto delle istruzioni per non sprecare la vita e comprendere come rispondere a quell’Amore. E’ più facile dire non uccidere o amerai il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo? Lo stesso gioco si può provare a pensare per tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè,  ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione all’amore autentico non serve a nulla, se non a sentirsi migliore di altri e giustificato e quindi superbo e sprezzante verso gli altri. Sepolcri imbiancati ed ipocriti. Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma quindi è salva ma lo è anche il contenuto, la sostanza, il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno fantasie da realizzare usando l’altro/a e non desiderio di essere uno con l’altro. Questi sono tutti adulteri del cuore.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 

Mettendo insieme i primi due punti che abbiamo affrontato possiamo comprendere questo passaggio.

Amare come Cristo significa dare tutto di noi. Dare tutta la nostra vita. Il matrimonio è questo. Solo il matrimonio esprime in pienezza questo. Io ho dato tutto alla mia sposa. La mia vita è sua e la sua è mia. Non come qualcosa da possedere, ma come un dono gratuito da accogliere con gratitudine e meraviglia ogni giorno della nostra vita insieme.

Qui mi fermo perchè ci sarebbe tanto da dire anche sul proseguo del Vangelo, ma non voglio dilungarmi

Antonio e Luisa

 

 

Nel mondo ma non del mondo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me.
Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Per tanti cristiani è così. Sono odiati, perseguitati e uccisi in nome di quel Gesù che è Signore della loro e della nostra vita. Anche noi, qui in Italia, siamo odiati. Anche in famiglia! Anche con gli amici! Il significato di quell’odiare può prendere mille sfaccettature. A seconda del contesto e delle traduzioni. In questo caso odiare sta per amare meno. Cosa voglio dire? Io, l’incomprensione, la commiserazione, a volte la rabbia di parenti e amici l’ho sperimentata sulla mia pelle. Essere cristiani e cercare di vivere in modo radicale l’abbandono a Gesù nella totalità del suo messaggio significa diventare dei marziani. In famiglia non capiscono le tue scelte e il tuo stile di vita. Ricordo benissimo quando abbiamo comunicato il concepimento dei nostri figli. Pietro, il primo, è stato accolto con gioia e festa da tutti. Tutti si sono complimentati con noi. Sposi novelli e in un anno già genitori. Il secondo, Tommaso, è stato concepito pochi mesi dopo la nascita di Pietro. In famiglia l’hanno presa, tutto sommato, bene. Due figli è ancora nella norma. Qualcuno ci ha tenuto a rilevare come questo secondo bimbo poteva aspettare un po’ di più ad arrivare. E via con i consigli. Quali metodi usate? Fai prendere la pillola a Luisa. Metti comunque il preservativo! Come? Usate i metodi naturali? Siete pazzi! Non funzionano. Vi dovremo regalare un pulmino. Poi, esattamente 15 mesi dopo Tommaso, concepiamo Maria. Apriti cielo! Siete pazzi! Come farete ora? Dovrete cambiare casa e auto! Ci avete pensato? Siete senza cervello. Non avete pensato alle conseguenze! Prendetevi un cane piuttosto!

Ne abbiamo sentite di ogni. Abbiamo incassato e portato a casa. Sicuri che la nostra scelta di vita fosse incomprensibile a tanti, ma fosse ciò che Dio voleva da noi. Tutti erano sinceramente preoccupati per noi. Poi arriva Francesco. Una tragedia, Un lutto. Musi lunghi tra tanti parenti. Ci guardavano come quelli che si erano scavati la fossa.

Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Chi sceglie Gesù non è più del mondo. Fa scelte diverse. Scelte spesso incomprensibili e sbagliate anche per chi ci sta più vicino.

In un altro passo del Vangelo è scritto:

Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera;

Quanto è vero! Non a caso abbiamo avuto bisogno di unirci ad altre famiglie che potessero capire le nostre scelte e la nostra vita. L’intercomunione delle famiglie nasce per questo. Cristo divide. Almeno all’inizio. Dare testimonianza è questo. Dire, attraverso la vita, qualcosa che il mondo non dice. Significa essere incompresi e biasimati. Significa però mostrare al mondo qualcosa di bello. Ora nessuno critica più la nostra scelta. Hanno visto la gioia di una famiglia aperta alla vita e siamo spesso ammirati. Non siamo meglio degli altri. Semplicemente abbiamo scelto il meglio. Non abbiamo scelto il mondo con le sue scelte povere e ipocrite, ma abbiamo scelto Cristo.

Antonio e Luisa

 

Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi.

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.»

Il Vangelo di ieri ci riporta al nocciolo del matrimonio sacramento. Gesù ci dice, tra le altre, due verità:

  • Chi ha visto me ha visto il Padre.
  • anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

Noi sposi siamo interpellati in modo particolare. Uno dei doni del matrimonio è l’azione consacratoria della Spirito Santo. Attraverso questo dono noi siamo abilitati ad amarci come Dio. Diventiamo profeti dell’amore di Dio. Siamo abilitati ad essere presenza e immagine dell’amore di Dio nel mondo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa di Dio. Con tutti i nostri limiti creaturali. Voi ci credete? Credete in questa verità che ci insegna la nostra Chiesa? Oppure pensate che sia una bella favola?

Certo vi guardate e cosa vedete? Due persone piene di difetti, di fragilità, e anche di peccati. Le nostre case non sono sempre un paradiso. Eppure abbiamo questo in germe, in potenza. Dio ci ha dato tutto per essere profeti del suo amore, nonostante tutti i nostri limiti. San Giovanni Paolo II, consapevole della grandezza che si nasconde in noi sposi, scriveva, anzi urlava in Familiaris Consortio: Famiglia, diventa ciò che sei!

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, integra questa affermazione. Non toglie nulla, ma aggiunge un passaggio fondamentale:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio

Qui, il Papa attuale fa una puntualizzazione importantissima: nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano, con la celebrazione del matrimonio, un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, alla Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore, ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto Padre Raimondo Bardelli faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate, ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a, alla vita e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiara ed Enrico Petrillo e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo, e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di tutto questo.

Antonio e Luisa

Mi sono sposata un’altra volta!

Mi sono sposata un’altra volta! Siamo sposati da 25 anni. Ora però, inizia una nuova fase del nostro matrimonio, una nuova vita. Guardando le famiglie presenti sento nascere la speranza nel cuore. Un amore pieno è possibile.

Queste sono solo alcune delle testimonianze condivise  alla fine del corso “Come sigillo sul cuore”. Corso organizzato dall’associazione Intercomunione delle famiglie (www.intercomunione.it). Quelle che mi hanno colpito di più. C’è qualcosa che mi ha colpito, però, ancora maggiormente. Lo sguardo. Abbiamo accolto domenica mattina 23 coppie. Coppie di fidanzati, di sposi sacramentali e di sposi civili. Gente dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto. Persone con meno di trent’anni e altre con trent’anni di matrimonio sulle spalle. Leggevo in loro tanta fatica. In alcuni ferite e sofferenze da curare. Quello che mi ha colpito è lo sguardo. Lo sguardo in tre giorni di corso si è trasfigurato. In tutti. Certo, in alcuni in modo più evidente. Me l’aspettavo. Ne ero certo. Non perchè noi dell’equipe siamo dei maghi. Tutt’altro! Abbiamo le nostre miserie e magagne come tutti. Lo sapevo perchè il messaggio di cui ci siamo fatti portatori è una bomba. Abbiamo, pian piano, svelato la bellezza dell’amore umano. Abbiamo descritto, e mi auguro anche un po’ testimoniato, la grandezza del matrimonio. Abbiamo parlato dell’amore. Non quello dei sentimenti e dei film, ma quello che desideriamo tutti nel nostro cuore. Tutti desideriamo essere amati in modo totale e gratuito. Senza condizioni. Abbiamo mostrato un ideale difficile, ma possibile e soprattutto grande. Non abbiamo solo insegnato, ma abbiamo passato la parola anche al solo e unico maestro. Grazie a don Giuseppe, che ci ha seguito per tutto il corso, abbiamo pregato e adorato. Adorato in coppia. Affinchè potessimo comprendere come quel Gesù, che era lì dinnanzi a noi, non desiderasse altro che amarci ed essere amato da noi. Si, ma attraverso il nostro sposo o la nostra sposa. Così che quell’abbraccio, quella carezza, quello sguardo, che ci siamo scambiati davanti al Santissimo, era l’abbraccio, la carezza e lo sguardo di Gesù per noi.

Il terzo giorno è risorto. Per tanti è stato così davvero. E’ risorto il matrimonio. Non che fosse morto. Aveva però bisogno di nuova vita, di nuova consapevolezza, di attingere alla sorgente stessa dell’amore.

Alla fine, durante i saluti e le testimonianze finali, tanti sguardi pieni di luce. Tanti occhi lucidi per le lacrime di gioia e di gratitudine.

Preparare questi corsi è faticoso. Ci sono tante cose da fare. Questo si aggiunge a giornate già belle piene. Quando poi ascolto e ammiro queste coppie che hanno saputo mettersi in gioco e vedo il miracolo che Gesù ha compiuto in loro, attraverso un servo inutile e indegno come me e come tutti i miei compagni di equipe, tutto passa. C’è una gioia immensa che mi pervade il cuore e chi se ne frega della fatica. Ne è valsa la pena.

Poi arriva Terry e con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci dice che attraverso il corso ha riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ha scelto e la bellezza del suo sposo. Ci dice che sente di essersi sposata nuovamente durante il corso. Beh così è troppo anche per me. Non riesco a trattenere le lacrime e nel cuore ringrazio Dio per i miracoli che opera in noi.

Vi aspettiamo ai prossimi corsi.

Antonio e Luisa

Il tralcio ha bisogno della vite.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il Vangelo di oggi ci tocca particolarmente. Si, lo so. Lo dico sempre di tutti i Vangeli che commento. Il Vangelo è così. Non ti può lasciare indifferente. Se lo fa, significa che lo avete letto solo con gli occhi e non con il cuore.

Non abbiamo scampo! Cosa ci dice? Che se non portiamo frutto saremo tagliati. Che anche se portiamo frutto saremo comunque potati, per portarne di più. Ci dice che siamo puri per la Parola che Gesù ci ha donato. La Parola è lui stesso. Per finire, giusto per rafforzare il concetto, Gesù afferma: Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Quanto è vero!! Cerchiamo di capirci, però. Quando una famiglia, una coppia, si accorge se il tralcio a cui è legato il proprio matrimonio è vivo o è, invece, seccato?

Quando le cose vanno bene? No! Quando tutto fila liscio non ci rendiamo conto di nulla. Basta la nostra miseria, la nostra umanità fragile e ferita. Ci bastiamo, si sosteniamo spinti dalla forza dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni. Ci sentiamo, per certi versi, onnipotenti. Siamo padroni della nostra vita, del nostro matrimonio. Abbiamo tutto sotto controllo. In questi momenti, in cui l’amore prende la forma di un cuore pulsante, tutto sembra facile. Non ci serve la vite. Il tralcio si basta. Crede di poter vivere staccato dalla sorgente della sua vita.

Poi, presto o tardi, arrivano le carestie, i temporali, le gelate. Quel tralcio, che pensava di bastarsi, non riesce più a nutrirsi e a proteggersi da solo. Le tempeste della vita ci toccano tutti. Sofferenze, crisi, lutti, divisioni e abbandoni, possono minare il nostro matrimonio. Ogni coppia di sposi ha le sue cadute, ha colpi della vita che appesantiscono la relazione e la rendono difficile da condurre in salvo. L’amore smette di essere un cuore pulsante e prende la forma di una croce. La coppia non si basta più. I pesi sono troppo gravosi per sostenerli. Serve la forza, il sostegno della vite. Bisogna tornare alla sorgente, alle radici della nostra unione e attingere lì. Bisogna tornare a Gesù Cristo che è salvezza e vita.

Non tutti sono capaci di tornare alla sorgente purtroppo. Chi ha vissuto un matrimonio lontano da Cristo e dalla Sua Legge, donataci dalla sua Chiesa, inevitabilmente seccherà. Non perchè un Dio cattivo lo punisce, ma perchè non si è educato a vivere alla presenza di Cristo e a chiedere il suo aiuto.

Chi, invece, ha aperto sempre più il cuore a Gesù, allo Spirito Santo, cercando di vivere un matrimonio nella verità degli insegnamenti della Chiesa e nutrendo la sua relazione dell’amicizia con Gesù nella preghiera e nei sacramenti, in quei momenti di forte difficoltà non perirà. Al contrario, porterà più frutto. Penso ai tanti sposi lasciati e comunque fedeli alla promessa. Che esempio e testimonianza grande! Penso agli sposi che accudiscono e accompagnano il coniuge all’incontro con Cristo nella malattia. Quanta tenerezza e cura! Penso agli sposi che accolgono un figlio diverso, malato o disabile. Quanta fecondità nella loro vita. Ci sono tanti esempi che potrei fare. Gesù non trasforma tutto in un cuore, in qualcosa di bello e desiderabile. La malattia, la sofferenza e i colpi della vita, nessuno li vuole. Gesù la croce non la toglie. Ti dà, però, la forza di portarla e di testimoniare, così, un amore che salva e che attira. Quante persone sono state affascinate e avvicinate a Gesù dalla storia di Chiara ed Enrico. Chiara Corbella non desiderava soffrire e morire. Desiderava una vita normale con suo marito. Chiara ha però accolto la croce e l’ha vissuta sostenuta da una pace e una forza non umane. Chiara ed Enrico avrebbero dovuto seccare per il colpo ricevuto. Invece stanno portando tantissimo frutto perchè erano una cosa sola con la vite. Gesù era in loro e con loro.

Pensiamoci e contempliamo la meraviglia della forza delle famiglie che sanno abbandonarsi a Gesù!!

Antonio e Luisa

Luogo santo.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Questa frase dell’esodo mi ha sempre impressionato. Non ho mai capito bene il perchè. Sentivo pur senza comprendere che insegnava qualcosa di grande. Poi mi sono sposato è ho capito. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora ho potuto risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Bellissima tra le donne. (24 puntata)

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne

Risponde il coro. Mi soffermo subito su quel bellissima. Si può tradurre anche con incantevole. Un superlativo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona. Perchè chi ama in modo autentico è una persona bella. E’ bella perchè esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità. Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. E’ l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico ha un suo significato importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che sono e vivono vicino alla coppia del Cantico. Non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere sempre più coscienza e consapevolezza di ciò che sono e che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così. Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano interesse siamo come tentati di favorire quell’incontro e quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche la società non è nemica della coppia, ma al contrario desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che fanno intuire di poter generare. Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi . Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli perchè gelosi dell’amore che sta nascendo con un’altra persona. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi  Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.  Bruna sono ma bella  Perchè io non sia come una vagabonda

Eravamo dei tralci secchi

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

In tutto il Vangelo, ogni versetto è da vivere, da sperimentare  nella nostra vita e nella nostra storia. Il Vangelo di questa domenica lo è in modo particolare, è più diretto ed evidente di altri passaggi.  Ci spiega come non ci sia nulla di più importante per noi sposi, tralci intrecciati che si nutrono dalla stessa sorgente, di restare aggrappati alla vite, Gesù.

Finchè abbiamo voluto fare di testa nostra, abbiamo sbagliato tutto,  ognuno di noi portava la propria esperienza, la propria personalità, la propria fragilità e inadeguatezza.  Avevamo un’idea di amore molto diversa, i nostri pensieri non coincidevano, anzi erano all’opposto.

La mia sposa era tutta Agape, amore spirituale e di sacrificio, io ero tutto Eros, amore passionale e carnale. Ognuno di noi si è scontrato con l’idea dell’altro e il nostro rapporto è stato spesso messo in discussione e in crisi.

Abbiamo capito, non so come, penso per Grazia, che entrambi stavamo sbagliando, e che senza un cambiamento presto ci saremmo separati. Abbiamo quindi deciso di affidarci a Gesù.

Non abbiamo fatto chissà quale esperienza mistica, nulla di tutto questo. Non abbiamo consultato veggenti, non abbiamo avuto apparizioni o chissà quale manifestazione sconvolgente. Ci siamo fidati e abbiamo capito che Gesù l’avremmo trovato nella sua Chiesa.

Scoprire la verità della Chiesa sull’amore umano, ci ha confermato che entrambi eravamo in torto, ci ha dato la forza di cominciare un cammino di vera conversione, personale e di coppia e da allora, da quando abbiamo deciso di rimanere incollati alla nostra vite, tutto è cambiato, noi tralci, prima secchi, abbiamo cominciato a dare frutto.

Da quel momento il nostro matrimonio si è trasformato in una storia stupenda,  perchè Gesù fa tutto nuovo e meraviglioso.

Antonio e Luisa.

Sposi sacerdoti. Perchè io non sia come una vagabonda (23 articolo)

Dimmi, o amore dell’anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

Amore dell’anima mia.

Amore erotico, ma non solo. Qualcosa di molto più profondo. Un amore che nasce nella profondità della persona e che si manifesta attraverso il corpo. Il desiderio del corpo diviene modalità di esprimere l’amore più profondo. Quanto spesso questa armonia dell’amore viene disattesa. Quante volte il corpo viene usato per cercare piacere e per soddisfare pulsioni che nulla hanno a che fare con l’amore autentico descritto qui nel Cantico. Quanta povertà. Quanta mancanza di consapevolezza. Quanta incapacità di comprendere il senso e il valore del corpo e di quello che si può esprimere attraverso il corpo.

dove lo fai riposare al meriggio,
perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

Lui non è presente nel momento in cui lei pone questa domanda. Infatti alla domanda non risponderà l’amato, ma il coro. Lei è sola. Sta vivendo un dramma d’amore. Sa che non è perfetta. Sa che ha commesso errori. Come abbiamo visto nei versetti precedenti. Sa anche che l’amato è l’unico che desidera. Sente dentro di sè la certezza che lui è l’uomo della sua vita. Solo lui. Nessun altro. Dimmi dove sei. Dove pascolano le tue greggi affinchè io non debba trovarne un altro. Se cercasi l’amore in altri uomini non lo troverei mai. Sarei come una vagabonda alla continua ricerca di qualcosa che posso trovare solo in te.  La mia anima anela solo a te.  Naturalmente qui c’è forte il richiamo simbolico a Dio per gli ebrei e a Gesù per noi. Solo Gesù può riempire quel vuoto d’amore a cui anela la nostra anima. C’è però, forte, una dinamica dell’innamoramento e dell’amore. Quando ci si innamora. Quando questa forza misteriosa ti rapisce il cuore, nessun altra cosa ti può distogliere e può essere altrettanto forte. Tutto il nostro pensiero e il nostro interesse è verso quella persona che ci ha conquistato. Per noi cristiani c’è qualcosa in più. Soltanto con Luisa ho avvertito forte dentro di me che quella donna era colei che Dio aveva preparato fin dalle origini per me. Se ho iniziato un cambiamento radicale della mia vita è perchè ho avvertito forte la certezza che attraverso di lei avrei dato compimento alla mia vita e avrei incontrato Cristo. Per questo sono stato tenace. Non ho mollato. Non è stato un fidanzamento facile. Ora, dopo 16 anni di matrimonio, ne ho la certezza. Se avessi lasciato perdere con Luisa avrei perso il dono più grande che Dio aveva pensato per me.

Antonio e Luisa

Amare come Dio e al modo di Dio.

Oggi volevo proseguire con il Cantico. Poi, però, ho letto le parole della meditazione che il Papa ci ha donato ieri a Santa Marta. Sono rimasto folgorato. Parole semplici, ma di una sostanza e di una verità deflagranti. Una bomba. Bellissime. Condivido un passaggio del resoconto particolarmente decisivo.

«In questo congedo», ha sottolineato il Pontefice, il Signore compie «due gesti, che sono istituzioni: due gesti per i discepoli e per tutta la Chiesa che verrà. Due gesti che sono il fondamento, per così dire, della sua dottrina»: l’istituzione dell’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Da questi gesti «nascono i due comandamenti: i due comandamenti che faranno crescere la Chiesa se noi siamo fedeli».

Innanzitutto, ha detto Francesco, c’è il «primo comandamento» che è quello «dell’amore». Ed è «nuovo» perché, ha spiegato, «c’era il comandamento dell’amore — amare il prossimo come me stesso — ma questo dà un passo in più: amare il prossimo come io vi ho amato». Quindi: «l’amore senza limiti», senza il quale «la Chiesa non va avanti, la Chiesa non respira. Senza l’amore, non cresce, si trasforma in una istituzione vuota, di apparenze, di gesti senza fecondità». Con l’Eucaristia, in cui Gesù «dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue», egli «dice come noi dobbiamo amare, fino alla fine».

Vi è poi l’altro gesto, quello della lavanda dei piedi, in cui «Gesù ci insegna il servizio, come strada del cristiano». Infatti, «il cristiano esiste per servire, non per essere servito». Ed è una regola che vale «tutta la vita». Tutto è racchiuso lì: infatti «tanti uomini e donne nella storia», che l’hanno «presa sul serio», hanno lasciato «tracce di veri cristiani: di amore e di servizio».

Ha sintetizzato il Papa: «L’eredità di Gesù è questa: “Amatevi come io ho amato” e “servite gli uni gli altri”. Lavate i piedi gli uni agli altri, come io ho lavato a voi i piedi».

Premessa: quando scrivo lui vale per lei, e viceversa.

Parole indirizzate a tutta la Chiesa. Noi sposi siamo, però, interpellati in modo particolare. Noi siamo piccola chiesa e noi siamo epifania di quell’amore portato da Cristo con la sua vita e con la sua persona. Le parole di Cristo non ci lasciano scampo. Il Papa lo ribadisce. Mi capita spesso di discutere di questo sui social, di persona, o anche attraverso questo blog. Le domande sono sempre le stesse. Non posso amare chi non mi contraccambia. Non è giusto che faccia tutto io. Lui non capisce e si comporta da egoista. Dio non vuole che io sia infelice in questa relazione. Io ce la metto tutta nell’accoglierlo, ma lui non fa nulla. Non c’è reciprocità. Così non si può andare avanti. Così via.

Abbiamo perso il vero senso del matrimonio. Crediamo che, attraverso quell’unione, risolviamo tutti i nostri vuoti e la nostra ricerca della felicità. Ovvio, un matrimonio felice è il desiderio di tutti e guai a non fare di tutto per averlo. Lo scopo del matrimonio è un altro. Lo scopo del matrimonio è prepararsi all’incontro e all’abbraccio eterno con Cristo. Imparando ad amare e a mettere l’altro davanti a noi. Gesù non ci dà, quindi,  ragione. Non ci segue in questi ragionamenti e in queste comuni lamentele. Gesù ama da Dio. Gesù ci mostra il suo amore in tutta la sua vita. Il culmine lo raggiunge, però,  nell’Eucarestia, nella lavanda dei piedi, nella sua passione e morte. Dà tutto. Tutto se stesso. E serve. E’ un re che serve i suoi discepoli. E’ un re che ama e che serve. Questo siamo chiamati ad essere. Per questo per il matrimonio non basta una semplice relazione naturale e umana, ma serve un sacramento. Noi siamo chiamati ad amare come Dio (senza misura e senza condizione) e al modo di Dio (nel servizio). Tuo marito si comporta male: amalo di più. Tuo marito si arrabbia e tiene il muso: sii dolce e accogliente. Tua moglie si lamenta: accogli le sue critiche e non smettere di servirla. Ognuno ha in mente i propri punti critici sui quali lavorare.

Se mettiamo condizioni al nostro amore sponsale, non stiamo amando da Dio, stiamo mettendo noi stessi davanti, il nostro egoismo. Stiamo dicendo a Dio: non voglio amare come te. Voglio amare come ama il mondo. Senza fatica e senza sacrificio. Così, però, perdiamo tutta la bellezza e la grandezza di un’unione vissuta nell’abbandono a Dio e vivacchiamo, come fanno tanti.

Potete essere d’accordo o meno con quanto ho scritto. Non cambia la sostanza. Dio ci chiede di amare come lui e nel modo in cui ama lui. Senza condizione, senza limite, e ponendosi al servizio dell’altro.

Amando così potrete fare miracoli. Cambiare voi stessi e, chissà, anche l’altro. Non c’è scelta. La strada è stretta, a volte difficile, forse impossibile,  ma fuori da questa strada non possiamo che perderci.

Antonio e Luisa

 

Il buon pastore

Ascolteranno la mia voce…

La figura del buon pastore mi è sempre piaciuta moltissimo, perché è colui che non fa mancare nulla, è colui che protegge, ma soprattutto il nostro buon Pastore non usa il bastone, ma gli basta il solo suono della voce per farsi seguire dalle pecore.

Già…proprio questo, in quanto padre, mi colpisce nel profondo, quante volte ho usato il bastone, in senso figurato ovviamente, quante volte sono stato fin troppo autoritario, anziché avere cura dei miei figli…credo che ci sia una differenza sostanziale tra disporre e avere cura, molto spesso dai semplicemente dei comandi, anche bruscamente, senza avere la cura di spiegare il motivo di certe richieste o divieti.

Mi sono accorto, col tempo, che i bambini recepiscono meglio il messaggio quando riescono a vedere la cura, l’amore che c’è dietro. Quante volte per stanchezza, per egoismo si fa prima ad alzare la voce e concludere con: “perché è così e basta!”… quanta fatica nell’essere amorevole, docile, spiegare con serenità.

Un sacerdote mi ha fatto riflettere sul punto di vista dei bambini, dicendo: “magari i bambini si chiedono, come tornerà a casa papà oggi? Sarà arrabbiato? Sarà stanco? Sarà sereno?” Tutti interrogativi che purtroppo non li lasciano tranquilli di relazionarsi con noi. Questo fa molto male, fa male perché tocca una ferita viva, questo modo sbagliato di relazionarsi con i figli…ma c’è la certezza di avere IL medico, colui che sana le ferite e poi possiamo sempre ricordarci della sua infinita misericordia nei nostri confronti, allora ci verrà più facile, per gratitudine, avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo, come ci dice San Paolo nella lettera ai Filippetti, capitolo 2, versetto 5.

Accoglierla è anche incassare.

Oggi ho messo in pratica quello di cui tanto parlo in questo blog. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che, poveretta, è costretta a svegliarsi prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ha quattro figli da seguire e non riesce. Stamattina probabilmente si è svegliata con tutto il peso di queste giornate addosso. Una casa poco curata e tante attività da approntare. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa. Non potevo mettere un po’ di musica che veniva ad abbassarla a livelli minimi e impercettibili. Perchè? Perchè la musica che mettevo faceva schifo. Poi questo non andava bene, quello andava fatto meglio. Insomma per lei era tutto un disastro. Anni fa avrei dato fuori. L’avrei mandata a quel paese. Oggi, grazie proprio al nostro matrimonio, non ho avuto questo impulso. Il matrimonio ti cambia e ti educa. L’ho detto tante volte. Ma perchè, proprio come oggi, l’ho sperimentato in tante occasioni. Ho, invece, visto tutta la sua fragilità. Ho avvertito il suo momento di scoraggiamento. Momento in cui si sentiva inadeguata e impreparata a svolgere tutto nel modo migliore, o almeno accettabile. Si sentiva schiacciata sotto il peso del dover fare tante, troppe cose. Non mi sono arrabbiato. Ho compreso che in quel momento non serviva nessun discorso. Silenziosamente ho incassato tutte le critiche e ho cercato di fare quanto più potevo per sollevarla da qualche peso. Senza dire nulla. Nulla se non qualche battuta, giusto per alleggerire l’atmosfera. A mezzogiorno il miracolo. E’ tornata quella di sempre. Ci siamo abbracciati. Un abbraccio che è valso più di tante parole. Basta davvero poco per far sentire amata la propria sposa. Accoglierla sempre, anche quando non è amabile, anche quando è nervosa e all’apparenza chiusa. E’ proprio in quei momenti, quando non ti sta dando nulla, che desidera essere amata e accolta. Così si sentirà desiderata e voluta non per quello che dà o che fa, ma per la persona che è, con tutte le sue fragilità, debolezze, spigoli e anche difetti e atteggiamenti non sempre belli e buoni.

Antonio e Luisa

Alfie. Come combatte una famiglia cristiana.

Oggi non riesco a scrivere un articolo sulla bellezza del matrimonio. Anzi si. Ma in modo diverso. Oggi ho il cuore e la testa per Alfie. Come si può? Sembra un brutto incubo. Purtroppo sono sveglio, è tutto vero. Alfie un bimbo di circa due anni. Un bimbo malato. Il papà Thomas stesso, in una recentissima intervista a famiglia cristiana, racconta in breve la storia di questo piccolo sofferente:

Quando è stato ricoverato, il 14 dicembre 2016, Alfie aveva sette mesi ed era un bambino sanissimo», spiega. «Aveva soltanto un’infezione e soffriva di crisi epilettiche, ma i medici non l’hanno curato. Il giorno successivo il nostro arrivo i medici l’hanno sedato in modo troppo pesante e Alfie non si è più ripreso. I suoi polmoni sono crollati ed è entrato in coma. Il 31 dicembre, due settimane dopo il primo ricovero, i medici ci chiedevano già il permesso di staccare la spina del respiratore e di non rianimarlo più, ma io e sua mamma ci siamo opposti. Questo non è un modo giusto o dignitoso di trattare un bambino. Alfie è stato ignorato e non si sa ancora di che malattia soffra

Alfie non è terminale. E’ attaccato ad un respiratore e monitorato. Ha danni cerebrali Certo è malato. Non si sa di cosa. Non è un vegetale. Papà Thomas dice al riguardo:

Credo in Alfie. Sente il solletico, i pizzicotti, il freddo e il caldo. Ascolta le nostre parole. Apre gli occhi. Sbadiglia. Tossisce. Inghiotte. Succhia il pollice e si stira. Sputa. E’ consapevole.

Allora perchè ucciderlo? Perchè costa dei soldi mantenerlo. Tanti soldi. L’ospedale non vuole spenderli e ha chiesto di staccare tutto e quindi, di conseguenza, di ucciderlo. Tanto è una persona inutile, come ha esplicitamente scritto e detto il giudice britannico che si occupa del suo caso.  L’aberrante società dello scarto. Tanto condannata da Papa Francesco.

La situazione sarebbe passata sotto silenzio se i genitori avessero acconsentito a questa barbarie. Non l’hanno fatto. Si sono opposti con tutte le forze. Questo ha mandato in tilt il sistema. Creando questo scandalo che è sotto gli occhi di tutti. Comunque andrà a  finire l’Inghilterra e la cultura della morte che rappresenta ne usciranno con le ossa rotte.

Non dico altro sul caso, visto che ci sono tante persone più preparate ed esperte di me. Voglio scrivere un’altra riflessione. Prettamente cristiana. I genitori di Alfie stanno mantenendo fede al loro ministero. Loro, attraverso il battesimo e il matrimonio, sono dei chiamati e dei mandati. Gesù li rende co-creatori. Attraverso di loro, Dio ha creato una nuova persona, una nuova vita. Non solo. Ha affidato  loro Alfie, affinché lo proteggessero, lo educassero, lo preparassero, lo sostenessero durante la sua vita. Per poi riconsegnarlo a Lui. Questo è il nostro compito di genitori e sposi cristiani. Non possiamo lasciarcelo scippare da uno stato che malsopporta la famiglia, questa istituzione sociale e naturale che si frappone tra lui e gli individui. Uno stato buono dovrebbe difendere la famiglia, e invece, sempre più spesso nel nostro occidente, cerca di smantellarla.

Alcuni mesi fa un giornalista del corriere, riflettendo sulla questione vaccini,  scriveva in sostanza che i bambini devono capire che la volontà dello stato viene prima di quella dei genitori. Mi spaventa questa cosa. Mi spaventa e mi ricorda i miei studi, mi ricorda la Hitlerjugend, mi ricorda i balilla. La famiglia dà fastidio a chi governa. L’ha sempre dato. Mi ricordo Sparta, nel momento di massima forza,  che prendeva i bambini alla famiglia e li portava in caserma fin dalla tenera età. Fino ad arrivare alla Hitlerjugend nazista, ai balilla fascisti o ai pionieri comunisti. Ci hanno sempre provato. Chi si è opposto sono stati sempre i cristiani. E allora fermiamoci a guardare ed ammirare questo papà e questa mamma che stanno lottando come leoni. Sanno di non avere la forza di uno stato. Sanno anche, però, che stanno esercitando una missione, missione che è stata loro affidata da Dio stesso attraverso il sacramento del matrimonio. Sanno che Dio è con loro. Finisco con le bellissime parole che Papa Francesco ha lasciato a Thomas durante la sua visita in Vaticano:

Papa Francesco mi ha detto che ho il coraggio e la forza di Dio e faccio bene a condurre la mia battaglia, perché soltanto Dio decide della vita e della morte. Ha anche detto che avrebbe fatto qualunque cosa gli fosse possibile per far arrivare Alfie in Italia e ha chiesto all’ospedale “Bambino Gesù” di far arrivare mio figlio in Italia. Per questo motivo la direttrice dell’ospedale Mariella Enoc vuole venire all’”Alder Hey

Preghiamo per questa famiglia perchè ci rappresenta tutti. Sta lottando per tutti noi. Sta mostrando al mondo la grandezza di una famiglia che si affida al Dio della vita. Nessuna sofferenza o ingiustizia di questo mondo potrà mai distruggerla, ma al contrario, la renderà più grande e bella che mai.

Antonio e Luisa

Che cos’è la provvidenza?

 

Ringrazio Francesco, che mi ha inviato questo bellissimo articolo, e vi invito a visitare il sito 5p2p.it, molto interessante e ricco di spunti, che gestisce con la moglie Alessandra. Due giovani sposi, che ho avuto il piacere di incontrare in quel mare sconfinato che il web. Stanno portando avanti un bellissimo progetto che merita attenzione e sostegno.

Stamattina non vi volevo annoiare ma, mentre preparavo le merende dei bambini da portare a scuola dopo aver dormito dodici ore (non mi succedeva da quando avevo cinque anni!!!), ho pensato che tutto quello che avevo intorno, compresa la cucina sporca abbandonata della cena di ieri sera, era provvidenza. Questo non perché un giorno, a forza di preghiere e autoconvincimenti che Dio provvederá, tutto mi è cascato dal cielo, ma perché avevo davanti Francesco, frutto di un cammino forte e stravolgente di provvidenza; poi c’era Chiara, frutto di una grandissima provvidenza; e poi Maria e Samuele e non ne parliamo; poi il fatto di vivere in Basilicata (e chi l’avrebbe mai immaginato!) dopo tutti quegli anni in giro per l’Europa (e chi lo avrebbe mai immaginato!); e poi 5pani2pesci (e su questo non ho parole…) e poi tutto il resto. Insomma una vita sulla barca della provvidenza!

Volevo iniziare questo post scrivendo un esempio della mia vita in cui ho sperimentato la provvidenza, ma è impossibile sceglierne uno… ho l’impressione che tutto il cammino che sto facendo è una continua e costante provvidenza. Allora, siccome la faccenda è piuttosto lunga, ecco un piccolo indice per navigare questo post!

Se Dio esistesse davvero

 

Spesso mi capita di sentir parlare di provvidenza come l’evento magico che si manifesterá nel caso in cui davvero Dio è quello che dicono i preti. È quella cosa che, se davvero Dio esiste e mi vuole bene, allora succederá. È chiaro che di sicuro ci sará una delusione, è garantito! Per me la provvidenza è esercizio quotidiano della fede che Dio mi ha donato. È il talento che il padrone prima di partire per il suo lungo viaggio mi ha consegnato perché portasse frutto. È un percorso pieno di passaggi e responsabilità non ovvie che scavano nella mia vita e nella mia personalissima relazione con Dio per farmi diventare prima donna e poi santa… cioè felice da Dio!

E qui mi potresti dire: “Ma no Ale! Che visione particolare che hai… la Provvidenza sono le polpette che cadono dal cielo, no?” Che delusione il silenzio di Dio! Che amarezza aspettare che le cose cambino ed invece vedere che tutto va per il verso sbagliato, che i miei progetti mai si realizzano. Gesù quando parla della Provvidenza, dice:

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Mt 6, 33

Questo lo dice, subito dopo aver elogiato i gigli del campo e spiega la dinamica fondamentale della Provvidenza: cercate prima il regno di Dio. Cioè prima —prima della pagnotta, prima delle cose buone e belle, prima di quello che desidero— prima di tutto, cerca il regno di Dio, e tutto il resto ne sarà una conseguenza. Il regno di Dio, cioè la Sua Volontà su di te, la massima bellezza e la Sua Giustizia (per me la giustizia piú grande è riuscire ad accettare il Suo Amore gratuito) questa è la strada che spalanca la Provvidenza, allora faró esperienza della paternità di Dio e non mi mancherá piú nulla.

In altre parole Provvidenza vuol dire:

Costringere Dio a prendersi cura di te

mentre tu ti occupi delle cose del Padre tuo. Quante volte abbiamo sperimentato questa dinamica di Dio, folle per noi! La radice fondamentale per vivere questa esperienza è pensare bene di Dio, di un Dio che si prende cura di te e che ha preparato per te qualcosa di bello e buono per la tua vita anche quando la situazione esterna è folle e precaria.

Quante volte ci siamo trovati nella precarietà ed abbiamo guardato in alto… quante volte non abbiamo ricevuto le risposte che cercavamo!!! Per poi rendersi conto (anche ad anni di distanza) che la Provvidenza più grande per noi in quella situazione era stata proprio partire (e non rimanere come pensavamo noi), che era stata stringere la cinghia, che era stata privarsi di quel desiderio ecc. ecc. e la lista continua. Ma oggi dico, benedetti ostacoli!! Mi hanno forgiato come donna e come madre, mi hanno dato uno “sguardo oltre”, hanno allenato la mia pazienza, hanno rafforzato la mia fede affinchè potessi sempre meglio fare la volontà del Padre mio e così vivere a pieno la mia vocazione!

La Provvidenza è molto di più

All’inizio pensavo che la Provvidenza fosse trovare d’improvviso soluzione ad una necessitá per la quale non si trovava via d’uscita. E tante volte mi è accaduto: una volta mentre cercavo disperatamente di darmi da fare per racimolare settanta euro per pagarmi il viaggio per Assisi, ho trovato accidentalmente dei soldi in una vecchia giacca che non mettevo da tempo. Un’altra volta, ero in una situazione simile, e qualcuno mi ha offerto di lavorare per qualche giorno in campagna. Insomma proprio nel momento del bisogno, in cui avevo fatto di tutto e non c’era proprio speranza di far altro, arriva un’opportunitá o un regalo. Questa idea peró è estremamente limitata, perchè legata ad una semplice necessitá economica.

La vita è più complessa e la Provvidenza molto più grande.

Camminando camminando, ci siamo trovati più volte davanti al nostro personalissimo Mar Rosso… davanti a noi una distesa d’acqua immensa, dietro l’esercito egiziano imbufalito. Mai capitato di sentirsi così? In queste situazioni fai fatica a credere perché è talmente impossibile che la speranza ti abbandona.

La nostra esperienza è che quando abbiamo cercato con determinazione e sincerità la Sua Volontà su di noi, una strada si è sempre aperta per rispondere alla Sua chiamata.

È successo così quando decidemmo di sposarci.

Giovani precari senza certezze si sposano! Cioè, le certezze ce l’avevamo eccome (!), ecco magari non erano le certezze standard che si sentono in giro: non erano il lavoro fisso, la casa di proprietà o altre sicurezze materiali. Avevamo la certezza, dopo un intenso cammino di discernimento (!), che quella fosse la nostra strada per incontrare il Signore! E quello ci bastava… no, di più! Questo era quello che il nostro cuore ardeva!

Decisi a sposarci, pensavamo fosse importante per Francesco tornare a lavorare in Italia (era ricercatore in Svizzera). Avoja a bussare a tutte le porte ma non si apriva nessuna strada. Sembrava impossibile trovare lavoro. Forse dovevamo abbandonare l’idea di vivere in Italia, o peggio, quella di sposarci? Puntammo dritti al Signore: “Se questa è la tua Volontà su di noi, questa situazione la devi sbloccare Tu!”. In questo clima di burrasca, Francesco va ad un congresso in Portogallo, presenta un suo progetto e un prof, molto colpito, gli offre un lavoro a Roma… a Roma!!! Un lavoro!!! E fu cosí che vivemmo i primi due anni di matrimonio a Roma prima di trasferirci per diversi anni all’estero.

Nella maggior parte dei casi della vita quotidiana la Provvidenza è un’amica che passa nel momento giusto, proprio mentre avevo bisogno di una consolazione; ma è anche quella forza (che non ho e che chiedo a Dio!!!) che mi permette di organizzare, progettare e portare avanti con costanza ogni giorno le piccole cose.

Quando arriva la Provvidenza?

La Provvidenza arriva sempre dopo. Prima ci sono le scelte di fede e poi la Provvidenza. Non solo, l’arrivo della Provvidenza è anche il segnale, la conferma, che quella è la strada da percorrere. E se la Provvidenza non arriva? Abbiamo toppato tutto? Calma…

La prima cosa da fare è domandarsi, di fronte a Dio, se stiamo cercando veramente la Sua volontà… oppure la nostra. Tu mi dici, ma io voglio sposarmi, che c’è di male!? Nulla! Ma la questione qui non è capire se una cosa è buona o cattiva, ma cosa è meglio, cosa sei chiamato a fare oggi! Potrebbe essere diverso da un tuo semplice desiderio buono, potrebbe essere che la precarietà e l’insicurezza di oggi siano la strada da percorrere per demolire le barriere ed incontrare pienamente il Signore.

Altre volte, il fatto che la Provvidenza non arrivi vuol dire semplicemente che quella non è volontà di Dio! Quanti santi abbiamo pregato per rimanere a Roma da novelli sposi!! Ma niente, nessuna strada si apriva… solo quando abbiamo preso in considerazione l’idea di lasciare tutto e partire per la Francia che la Provvidenza e la sua abbondanza sono arrivati.

Provvidenza vuol dire anche abbondanza, ma mai per il superfluo. Il Signore non farà mai mancare il necessario, ma il superfluo no, Dio è un amministratore accorto e dà a chi ha bisogno. Infine, la Provvidenza non arriva per progetti sottosviluppati ed egoistici… ma solo per progetti in cui al centro c’è la Sua Volontà, il prossimo ed i fratelli.

Guida pratica per sperimentare la Provvidenza

Adesso quando penso alla provvidenza penso sempre allo sguardo d’amore di Dio verso di me; me lo immagino con un certo sorriso sommesso, come a dire “ma di cosa ti preoccupi? perché ti affanni? Hai forse dimenticato che hai un Padre?!”. La provvidenza è quell’esperienza che mi fa distogliere per un momento lo sguardo e l’affanno dalla mia preoccupazione e mi fa arrivare allo sguardo di Dio. In quel momento si ridimensiona tutto. Tutto trova il suo ordine. Se Dio mi è vicino, allora di cosa dovró temere?

Questo percorso mi fa passare sempre per la strada dell’accettare di non essere poi cosí onnipotente come penso. Da sola, con i miei soli sforzi non sempre arrivo lontano. Penso, allo stesso tempo, che la provvidenza debba sempre associata alla parola responsabilitá. Quindi per me la parola provvidenza significa in sostanza:

  • Chiedermi se quello che sto facendo è volontá di Dio
  • Farsi il mazzo per fare tutto quello che è possibile con le mie forze
  • Continuare a farsi il mazzo per arrivare fino a toccare il limite delle mie forze (rosicando tantissimo!)
  • Accettare che non sono onnipotente (anche qui grandissime rosicate!). Rendermi conto che in fondo molto della mia vita non dipende da me, soprattutto le cose piú importanti (come ad esempio essere figlia di questi genitori, sorella di qualcuno, nata in questo posto, il sole al mattino, i figli che ho, ecc)
  • Umiliata dall’idea oggettiva di essere un micragnoso respiro di un moscerino davanti a Dio o forse meno, inizio ad accettare l’idea di ricevere il Suo Amore abbandonandomi alla Sua provvidenza, ovvero al Suo intervento sconvolgente per ritrovare il Suo sguardo.

La provvidenza nella mia vita è un cammino che, dopo l’ascolto di Dio e la fatica delle mie braccia, mi porta davanti a quell’impossibile che mi fa toccare la grandezza di Dio con una mano.

E se aprissi gli occhi all’agire di Dio?

Per sperimentare, o meglio, per rendersi conto di quanta Provvidenza ogni giorno noi riceviamo basta solo aprire gli occhi. Non é cosa semplice, lo so! Per avere occhi attenti bisogna educarli a riconoscere la Bellezza, Dio stesso. A volte la Provvidenza è una sfida:

“Signore sto facendo questa cosa perché, dopo aver pregato e confrontandomi con la mia guida spirituale, ho capito che è la Tua volontá che io faccia questo. Non vedo proprio come possa realizzarsi… ma faccio il primo passo perché, se davvero è volontá Tua come ho capito, allora la barca della provvidenza verrá in mio soccorso”

A volta invece un regalo come incontrare per caso quella persona che ti consola in un momento difficile. Altre volte è un semplice accompagnamento e sostegno nelle piccole cose quotidiane.

Alla fine ogni singola cosa della mia vita è il frutto della Provvidenza, ovvero di un percorso che fra ascolto, fatica e buona volontá è andato sempre e in ogni modo a sbattere contro un Mar Rosso insormontabile che mi ha obbligata a fare esperienza di Dio e che, allo stesso tempo, ha obbligato Dio a prendersi cura di me. La provvidenza per me è vivere il mio essere da adulta responsabile che si meraviglia come una bambina davanti ad uno sguardo attento di Dio che si prende cura di me e non si stanca mai.

La provvidenza è lo sguardo di Dio, la tenerezza di Dio, l’Amore di Dio per me.

Buon cammino amici, che possiate sperimentare ogni giorno la Provvidenza di Dio in tutte le sue molteplici forme!

Scritto da Alessandra e condiviso da http://5p2p.it/che-cosa-e-la-provvidenza

L’amore come un gallo al mattino

Quando si parla di matrimonio, di relazione affettiva sponsale, c’è un pittore che probabilmente si è interessato più di altri a questa realtà. Chagall ha dimostrato un grande interesse  per l’amore, e per il matrimonio in particolare.

L’immagine di questa opera esprime benissimo tutta la ricchezza dell’amore. Un amore tenero e che, attraverso il colore e la vivacità della scena, esprime benissimo la vita che si genera attraverso un amore fecondo. Vita e amore come un unico e indivisibile binomio. Dall’amore nasce sempre la vita, sia essa una nuova creatura oppure l’aumento dell’amore stesso tra gli sposi.  Chagall ha uno stile inconfondibile. Come sempre sogno e realtà si mescolano in un flusso continuo e armonioso. In questa opera ci sono tantissimi simbolismi. Iniziamo dai due sposi. Si abbracciano teneramente. Lei, vestita di bianco, indica tutta la purezza di una relazione autentica, vissuta alla luce della verità e del dono totale. Lui le tiene teneramente la mano e, nel contempo, sembra carezzarle il grembo, come ad evidenziare la fecondità del loro amore. Amore che deve essere custodito e protetto. Sembra che tra i due ci sia un intruso. Un gallo enorme. Perchè lo ha inserito in una posizione tanto centrale e con dimensioni uguali, se non superiori, a quelle degli sposi? Il gallo simboleggia la luce. Il gallo canta all’alba. Il gallo rappresenta il giorno che sconfigge la notte. Il loro amore sarà mezzo attraverso cui questi due sposi riusciranno a sconfiggere le tenebre, ad abbracciare la bellezza, la verità, la pienezza. Noi diamo un nome a tutto questo: Cristo. Il loro amore è via per incontrare Cristo. La loro unione è quindi presagio di vita, espressa anche dal bambino disegnato accanto a loro. Le immagini si proiettano su di un luminoso sfondo, non solo personale, ma della società intera, concretizzata nel villaggio sottostante. Dell’impegno assunto di vivere semplicemente insieme, danzando il loro amore, fa fede la tenda che si intravede nel quadro. Sappiamo bene il significato della tenda. La tenda rappresenta la presenza di Dio e la volontà di formare una nuova famiglia e una nuova casa. Famiglia custodita e protetta da quel Dio che ha benedetto e voluto quell’unione amorosa. Non solo. C’è un significato molto più grande. La tenda è segno della presenza reale di Cristo. Prima che fosse posta nel Tempio di Gerusalemme, l’Arca dell’Alleanza era custodita in una tenda. Tenda che veniva chiamata tabernacolo. Questa coppia è tabernacolo di Dio. Un sole fiammeggiante trasmette speranza e colore, mentre il violino esprime la sinfonia della vita vissuta nella fedeltà e nel dono reciproco.

Chagall si è formato in un ambiente impregnato della cultura giudaica e nell’ortodossia cristiana. Conosceva bene il valore teologico spirituale e mistico delle icone. Le opere d’arte di Chagall sono vere icone. Esprimono benissimo tutte quelle realtà profonde e trascendenti di esperienze comuni e naturali come può essere il matrimonio.

Fermatevi! Ammirate questa icona. State ammirando ciò che siete, o che potreste essere.

Sposi sacerdoti. Bruna sono ma bella. (22 articolo)

Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come le cortine di Salomone.
6Non state a guardare se sono bruna,
perché il sole mi ha abbronzato.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

 

Prima caratteristica che salta all’occhio scorrendo questo paragrafo del testo è il continuo richiamo alla natura. Richiami a luoghi, animali, fiori, profumi ben noti in quella comunità rurale, di pastori seminomadi.  Per noi è molto più difficile comprendere immagini come le tende di Kedar. A chi invece leggeva questi versi all’epoca in cui furono scritti richiamava un determinato colore, una determinata caratteristica. Noi, quindi, dobbiamo faticare un po’ di più.

Bruna sono ma bella. La sulamita non è perfetta. E’ bruna, bruciata dal sole. Non rientra nei canoni di bellezza dell’epoca. Nonostante questo la sulamita afferma la sua bellezza. Lei si sente bella.

Non state a guardare se sono scura. Quasi si giustifica. E’ stato il sole ad abbronzarmi. I miei fratelli mi guardano con sdegno. Non sono riuscita a custodire la mia vigna.

Qui mi fermo con il testo. C’è già abbastanza per farne una bella riflessione.

La vigna cosa indica? La vigna indica l’intimità della donna, indica il corpo e le parti intime. Lei non è riuscita a custodirle. Non sappiamo cosa sia successo. Possiamo immaginarlo. Sicuramente un dramma che la sulamita si porta dentro. Una sofferenza forte nata da qualcosa del suo passato. Non è perfetta. Non lo è nel corpo e non lo è nelle sue esperienze. Questo non le impedisce, però,  di sentirsi bella. Non le impedisce di sentirsi degna del suo re. Non importa tutto il resto. Quante donne, invece, non accettano i propri limiti, le proprie imperfezioni, il proprio passato,  e per questo non riescono ad aprirsi totalmente allo sposo? Troppe. Come fare, allora, a sentirsi belle? Ciò che fa sentire una donna bella è lo sguardo dell’amato. Vale per tutte. Anche per Luisa è stato così. Ha vissuto una vita sentendosi brutta e inadeguata. Fino a quando non ha alzato lo sguardo e ha incrociato quello di Cristo. Li si è sentita per la prima volta bella, bellissima. Nonostante i suoi difetti e i suoi limiti. Nonostante le sue cadute e i suoi errori. Io ho visto quella bellezza e me ne sono innamorato. Probabilmente se non avesse incontrato Cristo prima di me non me ne sarei accorto. Ora che siamo sposi tocca a me prestare gli occhi a Cristo. Luisa può continuare a sentirsi bella e amabile, attraverso il mio sguardo, specchiandosi nei miei occhi.

Lo sguardo è immediato arriva prima di ogni altro gesto, perchè è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di me che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto.  Uno sguardo, che viene dal profondo di me stesso e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, mi permetterà di far sentire la mia sposa bellissima sempre, e a me di vedere in lei una creatura che mi meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio. Questo è il miracolo del matrimonio. Perchè se la mattina quando la guardi nello stato in cui si ritrova, con i capelli che sparano, le borse sotto gli occhi e l’orrendo pigiamone di flanella e, nonostante questo, ti appare bellissima, beh allora di vero miracolo si tratta. Miracolo dell’amore.

Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:

Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altro di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona.

E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perchè credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza o posso distruggerla. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi  Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. 

 

Il nostro matrimonio come Cafarnao

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Voglio iniziare dalla fine. Gesù disse questi insegnamenti a Cafarnao. Cafarnao città della Galilea, dove Gesù passo un po’ di tempo, iniziò la predicazione e fece numerosi miracoli. Cafarnao, in ebraico Kefar Nahum, ossia ‘villaggio della consolazione’, era una città della Galilea, affacciata sul lago di Tiberiade. Qui si tramanda che Cristo abbia iniziato le sue predicazioni: e se già Cafarnao era una città movimentata, con le folle da lui attratte pare sia diventata eccezionalmente caotica. Di qui scaturiscono i significati figurati.
Cafarnao rimanda a due diversi significati: consolazione e confusione.

Torniamo ora alla nostra relazione sponsale. Non è spesso paragonabile ad una Cafarnao? Non abbiamo tanta confusione in noi? Non abbiamo tanta insicurezza e tanti dubbi che ci portiamo dentro?  Gesù ci dice che Lui è la consolazione. In Lui possiamo trovare le risposte. In Lui possiamo affidare il nostro matrimonio e custodire il nostro amore. Tutto cambia con Lui. Per poterlo accogliere dobbiamo sfamarci e dissetarci con la Sua carne e il Suo sangue. Un rimando molto esplicito all’Eucarestia come nutrimento del nostro amore sponsale. Certo questo è vero. Io ci leggo, però,  qualcosa di più profondo ancora. L’Eucarestia senza consapevolezza non penso possa cambiare le cose. Se mi accosto all’Eucarestia senza un cuore affamato e assetato di quella carne e di quel sangue, lo Spirito Santo troverà la porta chiusa e resterà fuori. Come sentire questa fame? Sentendosi poveri. Se io sono pieno di me, se credo di bastarmi e di non aver bisogno di Gesù, quel sacrificio non mi tocca il cuore, e l’Eucarestia diventa cibo superfluo. Questo è il rischio di tanti sposi. Bastarsi e credere di non aver bisogno di nessuno, neanche di Dio. Quando, invece, hai la Grazia di riconoscerti povero, Dio può agire. Tu singolo/a puoi fare esperienza di Cristo. Voi coppia potete fare esperienza di Cristo. Potete stupirvi come nella pochezza di ciò che siete Gesù veda tanta bellezza. Tanto da morire per tirar fuori da voi ciò che lui vede nelle vostre grandissime potenzialità di uomini, di donne,  di sposi. Solo così mangiare la sua carne e bere il suo sangue sarà cibo e bevanda di salvezza e, io aggiungerei, di bellezza.

Dio può davvero portare la pace nella confusione della nostra Cafarnao, ma noi dobbiamo essere capaci di accoglierlo nella nostra vita, dobbiamo avere vera fame e vera sete di Lui.

Antonio e Luisa

La Misericordia nella coppia

Domenica scorsa siamo stati testimoni di uno splendido matrimonio di una coppia di amici celebrato proprio nel giorno della festa della Divina Misericordia, l’eco della gioia di questo sacramento si è fatta sentire per molti giorni, tanto che quando raccontavo ad altri di questo matrimonio facevo fatica a non commuovermi.

La celebrazione è stata occasione per riflettere sul significato della misericordia e sono partito dal suo significato letterale: avere a cuore le miserie dell’altro. Ecco, credo che qui si giochi molto del rapporto di coppia, tenere a cuore le miserie di chi ci sta vicino ci aiuta a non usarle come arma in un diverbio, ci blocca prima di recriminare qualcosa, conoscendo le debolezze dell’altro.

Averle a cuore significa anche prendersene cura, proprio come ha fatto il buon samaritano, cioè non facendo finta di niente, ma curando e fasciando le ferite. Quando l’altro è più propenso ad un dialogo o è in un momento in cui si può parlare serenamente, la misericordia può spingerci a far presente i limiti dell’altro che magari ci feriscono. Personalmente mi sforzo molto e cerco di non partire sempre da me stesso, ma, seppur con molta fatica, perché il mio egoismo vince spesso, cerco di mettermi nei panni dell’altro e mi chiedo il perché di certi atteggiamenti o parole.

Certo è che se non attingiamo da Colui che è Misericordia possiamo anche sforzarci quanto vogliamo, ma non andremo molto lontano. Teniamo sempre presente il suo amore e la sua misericordia per noi, cercando di vivere nella gratitudine, tutto il resto lo vedremo con altri occhi. E come diceva Don Francesco all’omelia siamo chiamati a fidarci, fidarci di Dio, fidarci del fatto che dove non arriviamo noi arriva Lui, con la Sua forza, con la Sua grazia e con il Suo amore!

Humanae Vitae: revisione e dintorni….

Oggi ho il piacere di ospitare Luca Marelli, presidente e co-fondatore della Associazione Puri di Cuore. Pubblico una sua riflessione scaturita da una provocazione arrivatagli via mail.

 

Caro Luca

….

In questi giorni un caro amico mi incalza per capirne di più sul matrimonio. Lui, che convive con la compagna da anni, ha deciso di sposarla e di sposarla in Chiesa. Non sono stupidi, vogliono capire. Quando chiedono, io provo a rispondere raccontando di me. Cerco, senza pretese nei loro confronti, di raccontare anche come la fede in Cristo e l’appartenenza alla Chiesa hanno portato me e la mia sposa a vivere la castità prima del matrimonio ed ora a cercare di viverla nel matrimonio, secondo quanto la Chiesa ci ha insegnato.
Mi dispiaccio che nel pur ottimo corso fidanzati parrocchiale nessuno abbia finora detto ai miei due amici queste verità, ma mi consolo dicendomi che forse tocca farlo proprio a me. Il mio amico si lascia provocare, decide di iniziare a pregare. Qualche volta succede anche che andiamo assieme in chiesa a pregare davanti al Santissimo o a recitare la liturgia delle ore.

Poi leggo Avvenire (https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/humanae-vitae-sguardi-sul-futuro) e sembra quasi che metta in guardia da una rigida dottrina che pretende di metter sulle spalle pesi insostenibili, anziché testimoniare ciò che per me è stato ed è fonte di vita, esperienza dell’amore di Dio nella nostra vita. Spiega anche che sono in corso alla Gregoriana studi con lo scopo di capire quando sia lecito usare metodi anticoncezionali in preparazione ad una revisione e modifica degli insegnamenti della Humanae Vitae.

Paolo

 

— 

 

 

Caro Paolo,

 

Ho pensato molto prima di rispondere alla tua mail e quanto ti scrivo fa riferimento alla mia esperienza personale e alle riflessioni nate da essa.

 

  1. Il giornalista che ha scritto quell’articolo su Avvenire riporta quanto si agita oggi in molti ambienti della Chiesa. Non credo si possa attuare una formale modifica della Humanae Vitae. Tuttavia … vedi i punti successivi

 

  1. La Chiesa fa a volte fatica a parlare ai giovani, ai fidanzati, agli sposi del sacramento del Matrimonio e del dono della sessualità. Certo ci sono libri su libri e molte persone vivono esperienze profonde e positive, ma il linguaggio di tanti libri è da specialisti e tra amici difficilmente si arriva a condividere a quel livello.

 

  1. Nella vita concreta molti giovani, fidanzati, genitori, sacerdoti e persone consacrate (credo che in ogni categoria siano molti in questa condizione) non sono in grado di parlare di sessualità perché essi stessi non l’hanno affrontata a fondo, non hanno considerato quali ferite hanno subito o inferto e a volte vivono essi stessi una distorsione, una incapacità di capire come vivere la loro mascolinità e femminilità. Alcuni usufruiscono di pornografia e vivono con sofferenza quello che percepiscono come un peccato ripetuto e che invece può essere una dipendenza. 

 

  1. Prego, spero e opero perché sempre più persone in parrocchie, associazioni e movimenti comincino ad affrontare questi aspetti, a parlare in modo rinnovato di castità e purezza (che non sono “non fare”) e aiutare in concreto a vivere una sessualità come dimensione piena e integra della propria mascolinità e femminilità.

 

Quanto si “teme” rispetto alla Humanae Vitae è di fatto da decenni parte della pratica pastorale e della vita concreta di molte famiglie cristiane, anche dentro gruppi famigliari delle parrocchie, movimenti e associazioni. Oggi credo che non sia in gioco tanto l’evitare una revisione della Humanae Vitae – gesto formale che appare impossibile – ma di attuarla con nuovo vigore nel concreto della vita dei cristiani.

San Giovanni Paolo II ha iniziato con la Teologia del Corpo, Benedetto XVI ha proseguito l’opera del predecessore nella “Deus Caritas Est” e così Papa Francesco nella Amoris Laetitia e parlando spesso dell'”ospedale da campo” più che mai utile e necessario. 

 

Noi di www.PURIdiCUORE.it cerchiamo di far capire che questa epidemia di ipersessualizzazione e pornografia colpisce a fondo anche dentro il mondo cattolico e influenza tanti, impedendo specialmente ai più giovani di vivere rapporti sani, di pensare ad una famiglia, a dei figli. E per questo indichiamo anche dove sono ospedali da campo dove chi è scivolato nella dipendenza può intraprendere il cammino di recupero.

 

Nella storia recente della Chiesa maestri come Tarcisio Mezzetti o padre Raimondo Bardelli hanno aperto a tanti lo scrigno della Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II. E hanno aiutato molti (come accaduto a me e a mia moglie Michelle alla soglia dei 50 anni) a capire quale dono di Dio sia la sessualità vissuta come Egli ci chiede.

Come facciamo con la piccola opera di www.PURIdiCUORE.it  e come fanno molto bene e gli amici di www.matrimoniocristiano.org che lavorano su questo già da tempo, qui un esempio: https://youtu.be/zn3WyI2doj8

 

Luca

 

Luca Marelli

 

co-fondatore, presidente

PURIdiCUORE

 

Siamo tiranni o re?

Oggi mi sento creativo. Prendo spunto da un insegnamento dell’amico Giorgio per riflettere su come si possa intendere e vivere un matrimonio cristiano.

Un cristiano può scegliere tra tre forme di governo. Gesù è re. Quindi tra le forme monarchiche.  Non c’è democrazia. Possiamo scegliere quindi essenzialmente tra tre differenti possibilità. Esiste la monarchia assoluta,la monarchia costituzionale e la tirannia.

Tirannia.

Questa è la forma più lontana dalla verità. Il tiranno è quello che si prende tutto. Quello che usurpa il re legittimo. Prende il posto dell’altro e anche di Dio. E’ lui che decide ciò che è giusto e ciò che non lo è. E’ lui che sa quello che si deve fare, come si deve fare e quando si deve fare. Quando nella coppia c’è un tiranno significa che l’altro è dipendente e debole. Sembra, in apparenza, che ci sia sintonia e armonia. Non è così. Manca la libertà. L’altro non è più autonomo ma pensa e vive con la testa del coniuge. Il tiranno si sente in diritto di ferire quando le cose non vanno come vuole. La relazione tra i due diventa il tutto. La persona debole crede che senza il tiranno sarebbe persa ed è disposta a tutto pur di tenerselo vicino. Il tiranno, d’altro canto, si nutre di questa dipendenza. Nutre il suo narcisismo e l’egoismo. Si sente come Dio, e questo lo fa sentire onnipotente. Purtroppo sono tante le coppie che vivono questa dinamica malata. Quante violenze fisiche e verbali nascono da questo modo di vivere una relazione. Qui non parlo di amore, perchè l’amore non c’entra nulla con tutto questo.

Monarchia costituzionale

Questa sembra un’ottima forma di governo. Prendiamo l’Inghilterra. Ha una regina che rappresenta la nazione, ha una moneta con l’effige di quella regina. In ogni luogo istituzionale c’è la fotografia della regina. Il popolo sembra molto vicino alla sua regina. La regina in realtà non decide nulla. C’è un parlamento che prende le decisioni. La regina non è interpellata seriamente sulla scelta da fare.

Così sono tante famiglie cristiane. Si sposano in chiesa. Hanno il crocefisso in casa. Partecipano a volte a momenti forti come pellegrinaggi o qualche bella cerimonia. Ma la vita è altro. Gesù, in queste famiglie, è come la regina d’Inghilterra. Non decide nulla. C’è di facciata, ma nulla più. Quelli che prendono le decisioni sono gli sposi, il parlamento. Quando devono prendere qualche decisione importante non guardano al re, ma si guardano tra di loro. Così in tutto: quando si deve decidere per un lavoro, per un figlio, ma anche per la vita di coppia. La vita affettiva e sessuale diviene un qualcosa da decidere solo tra gli sposi senza tener conto di ciò che vuole il re per loro. Così anche tra gli sposi cristiani entra ad esempio la contraccezione e tutte quelle devianze dalle legge morale naturale che solo il re ci può indicare.  In questo modo di governare la famiglia si può anche vivere in modo piacevole, ma non si raggiungerà mai la pienezza di un matrimonio cristiano. Ci si accontenterà di briciole di verità.

Monarchia assoluta. 

Sembra una brutta forma di governo. In realtà è l’unica possibile e autentica per due sposi cristiani. Dio è il re. Gesù è il re. Sappiamo che non è un re tiranno. Gesù è un re giusto, che vive la sua regalità al servizio. Gesù è un re che lava i piedi ai suoi sudditi. Gesù è un re che muore per non far morire i suoi sudditi. Gesù è un re che condivide la sua regalità con i suoi sudditi. Chi è suddito di Gesù è innalzato alla regalità di Gesù. Con il battesimo acquistiamo la regalità di Cristo e con il sacramento del matrimonio la indirizziamo verso l’altro. Io sono re per la mia sposa e lei è regina per me. Con questa premesse anche le parole di San Paolo in Efesini acquisiscono tutto un altro significato. Un significato buono e a cui indirizzare le nostre vite.  Se sono re di mia moglie non cercherò mai di renderla cosa mia. Quello è il tiranno, fa parte della prima forma di governo. Se sono re della mia sposa mi farò dono per lei. Sarò capace di decentrare l’attenzione dai miei bisogni ai suoi. Il mio sguardo sarà rivolto a lei e il mio cuore sarà capace di condividere le sue gioie e le sue pene. Questo è possibile solo se non sarò io a decidere della mia vita. Solo se saprò comprendere la volontà di Dio. Certo nel discernimento e nella preghiera. Non basta però. La volontà di Dio è espressa benissimo nella Parola e nel magistero di quella Chiesa che è sua sposa. Non potrò mai essere re se non accolgo e vivo le leggi che il vero ed unico re mi ha dato attraverso la Chiesa.

Solo così potrò vivere un matrimonio nella pienezza e nella verità.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino (21 articolo)

Attirami dietro a te, corriamo!
M’introduca il re nelle sue stanze:
godiamo insieme e siamo felici,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione di te ci si innamora!

Attirami dietro a te, corriamo! Improvvisamente, da un’immagine che può sembrare quasi statica, un affresco, quasi a voler sospendere il tempo in quel momento tanto coinvolgente, la scena prende vita. Il Cantico è così. Non è una descrizione, ma è una  poesia. Se fosse diverso non avrebbe questa ricchezza di sensazioni, emozioni, immagini e colori. Lascia aperto molto all’immaginazione di ognuno affinché tutti possano immedesimarsi.  Torniamo al testo. Quando si ama e si è amati, ci si sente come la sulamita. Ci si sente trascinati e attirati da una forza incredibile. Si può fare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, ma con te. Con te sono disposta a tutto. La traduzione dall’ebraico può essere anche più forte. Rapiscimi, prendimi con te. Esprime quindi con forza questo grandissimo desiderio dell’amata di essere presa dall’amato e trasportata in un’altro mondo, fatto di meraviglia e pienezza, dove poter vivere, in tutte le sue manifestazioni, quell’amore che sente così forte dentro di lei. C’è il desiderio profondo di sentirsi completamente donna, di vivere appieno la sua umanità. Lei sente che può esserlo  solo con lui. Dopo questa scena quasi frenetica, cambia di nuovo ancora tutto. M’introduca il re nelle sue stanze. Questo desiderio profondo dell’altro necessità di intimità. Quasi a dire: voglio te, solo te, tutto ciò che mi interessa è dove sei tu. Tutto il resto in questo momento è superfluo, quasi fastidioso. Voglio concentrarmi su di te. C’è già un primo e forte richiamo anche sessuale. La stanza del re non è accessibile a tutti, è la stanza nuziale stessa. Badate bene. Lui è un re. Non ha importanza se lo sia davvero oppure no. Per lei lo è. Lo stesso vale per noi sposi. Siamo re e regine l’uno per l’altra. Lo siamo ogni volta che ci comportiamo da re. Ogni volta che ci facciamo servi dell’amore e ci mettiamo al servizio dell’altro. Non siamo tiranni. I tiranni distruggono l’amore e la coppia. Il re, invece, perfeziona la relazione e custodisce la sua sposa. Lei lo ha incoronato re, donandosi totalmente a lui. L’amore regna ed è potente. Vince ogni cosa, anche la morte. Godiamo insieme e siamo felici. Portami nelle tue stanze e assaporiamo insieme la gioia e il piacere della nostra intimità. Il testo è molto esplicito. Non lascia spazio a fraintendimenti. Gli sposi si amano attraverso il corpo. Ed è gioia, bellezza, esperienza di pienezza e di verità. E’ anche piacere. Piacere che è dono di Dio, quando è vissuto in una relazione santa, Dio stesso lo vuole per noi.

Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Questa esperienza d’amore non si può cancellare. Più del vino. Il vino che esprime la pienezza della gioia e della festa. Le tue carezze sono ancora più belle. Questa esperienza d’amore è un richiamo continuo a cui orientare tutta la nostra vita. Ricordare la bellezza per poterla custodire, per far si che non muoia. A volte costa fatica donarci all’altro/a, la nostra tenerezza, il nostro tempo, il nostro ascolto ecc. Costa fatica e saremmo tentati di lasciar perdere. Tanto, cosa può succedere? Ricordiamo invece tutto questo. Il nostro impegno avrà il risultato di non far spegnere tutto questa bellezza che c’è tra di noi.

A ragione di te ci si innamora! Forse lo dice lei. Forse lo dice una voce esterna. Non è importante. Qui l’immagine di lui si confonde con quella dell’amore stesso. Un esperienza che suscita una gioia e un desiderio tali che non siamo più gli stessi.

Antonio e Luisa.

La resurrezione fa paura.

In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.
Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».
Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse:
«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno
e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Di questo voi siete testimoni.

Il Vangelo di oggi mi provoca alcune considerazioni. La resurrezione fa paura. La resurrezione fa paura perché va contro ogni logica del mondo. Abitiamo un mondo disilluso, dove non esiste la pienezza, ma esistono le briciole. Prendi quelle finchè puoi. Questo vale in tutto, ma ancor maggiormente nelle relazioni affettive. Prendi quello che ti capita, ma non ti illudere. Durerà poco, sicuramente non per sempre. Non vedete quanta miseria nelle nostre famiglie. Litigi, separazioni, ripicche, tensioni e tanto altro. Come facciamo a credere alla resurrezione? Come facciamo a credere che lì, proprio in quella relazione così imperfetta, posso trovare Cristo e la pienezza. Quanti lo pensano?

Invece il Vangelo di oggi ci dice che la resurrezione c’è ed è possibile anche per ognuno di noi. E’ possibile per le nostre famiglie. Mettere Cristo al centro è il segreto. Possiamo perdonarci e ricominciare giorno dopo giorno. Quando abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita, quando abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e del suo amore, nulla è impossibile. Qualsiasi cosa possa accadere tra noi sposi non potrà mai spezzare la nostra unione. Io ho poche certezze. Una di queste è che quando Luisa ed io ci siamo scambiati la promessa, Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi. Fa parte della squadra. E ci chiede una cosa. Ci chiede di restituire l’amore che lui ci ha dato, attraverso il nostro coniuge. Vuole essere riamato nel nostro coniuge. Così quando io devo perdonare, devo ingoiare bocconi amari, devo guarire ferite e sofferenze che la persona che ho sposato mi ha provocato, devo guardare il crocefisso e dire: ti sto restituendo qualcosa del tuo grande dono. Da qui parte la resurrezione. Per noi è stato così. Tanto mi è stato perdonato quando non meritavo nulla da parte della mia sposa. La gratuità del suo perdono è stata devastante. Ha distrutto tutte le mie difese e mi ha aperto alla bellezza. Il suo dono mi ha aperto al desiderio di farmi io stesso dono per lei. La nostra è una piccola testimonianza. Questa è la resurrezione. Esistono tante storie di resurrezioni, tante coppie che si sono fatte strumento di Grazia. Coppie che erano segnate dalla divisione e dalla sofferenza. Coppie che sono state capaci di rialzarsi, di cambiare e di aprirsi a Dio. Coppie che sono diventate luce. Le persone che le guardano restano ammirate. Come è possibile? Non sembrano più quelli di qualche tempo fa? Cosa è successo? Coppie che escono dalla logica del mondo per dire che la separazione non è che un’illusione e un inganno. Dio ci chiede di ricostruire la sua casa. Esattamente come disse a San Francesco quasi mille anni fa. La sua casa che noi sappiamo essere il nostro matrimonio. Non dobbiamo aver paura, lui ci darà tutto per riuscire a farlo. Quando poi la resurrezione sarà compiuta, attraverso la nostra gioia, si potrà vedere, come in filigrana, la sua presenza. La coppia sarà immagine di Dio. La coppia, proprio perchè fragile ed imperfetta, mostrerà la grandezza di Dio. Perchè si vedrà da dove  partita. Si vedrà la differenza tra la povertà dell’inizio e l’abbondanza che avrà raggiunto, con tanta fatica. Quando sento dire che è questione solo di fortuna, quando due sposi restano insieme, mi viene da sorridere. Non è fortuna, ma lavoro di volontà e abbandono a Cristo. Non c’è altro.

Antonio e Luisa

Memoria corta per il male e lunga per il bene.

Come molti di voi sanno, venerdì siamo stati ospiti a Tv2000 per testimoniare il perdono nella coppia. Ho citato anche San Paolo e Amoris Laetitia. Vi riporto l’articolo da cui ho preso spunto per prepararmi alla trasmissione. E’ un articolo che avevo scritto alcuni mesi fa.

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Un profumo che ti entra dentro. (20 articolo)

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano.

Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto perchè questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo. Il profumo sicuramente richiama anche una concretezza, delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha questa caratteristica: è etereo, non lo vedo, ma è anche materia in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora. Quando io sento il profumo di un fiore, anche se il fiore non lo vedo, sta comunque entrando in me. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perchè così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo. La tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore, e questo è meraviglioso. Il tuo amore ‘mi penetra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te. Aroma che si spande è il tuo nome. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. E’ già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me. Per questo le ragazze di te si innamorano. La sulamita mostra quasi un orgoglio. Sei così bello che non possono che innamorarsi tutte di te. Sei il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti. Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual’è lo sguardo che dovete cercare di costruire, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siate chiamate a questo nei confronti di vostro marito.  Dovete entrare in questo sguardo, questa sensibilità, in questo percorso, che vi possa far comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi  Cantico dei Cantici che è di Salomone

Guardarvi per ritrovare la meraviglia.

Ogni tanto fate questo esercizio. Abbiamo bisogno di meravigliarci ancora di quella donna o di quell’uomo che, anni orsono, tanti o pochi non importa, ci ha rapito il cuore. Prendetevi qualche minuto solo per voi. Non esistono figli, lavoro, telefono, casa e preoccupazioni. Mettetevi l’uno di fronte all’altra, seduti per star comodi, ma vicino che potete toccarvi. Guardatevi, prima il viso poi il corpo, dall’alto al basso e poi tornate indietro. Guardatevi con attenzione, guardate anche i vostri difetti e i segni del tempo, non distogliete lo sguardo dai capelli bianchi, dalle rughe, dalle imperfezioni,dalle rotondità. Non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve, saziatevi e riempitevi dell’altro/a, della bellezza dell’altro/a.  Ripetete allora dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici:

Quanto sei bella amica mia, quanto sei bella!

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!

Guardatevi negli occhi, resistete perchè non è facile, se non si è abituati,  guardarsi per più di qualche secondo senza ridere o rompere l’atmosfera, vedrete che avrete voglia di accarezzare quel volto. Accarezzatelo e senza distogliere lo sguardo dagli occhi dell’altro/a, tastate come un cieco quel volto, guardatelo attraverso il tatto. Accompagnate questa presa di possesso dell’altro/a con le parole del Cantico: Tu sei mio/a, io sono tua/o.

A questo punto, lo dico per esperienza, l’altro/a vi appare in tutta la sua bellezza, una bellezza che commuove e riempie di meraviglia gli occhi e il cuore.

La nostra preghiera guidata finisce qui, ora a guidarvi sarà il desiderio e la meraviglia che vi riempie il cuore.

Questo tipo di “esercizio” non è una mia invenzione ma l’ho preso in prestito da un libro di Roberta Vinerba. Non solo serve a fare memoria della meraviglia dell’altro/a ma quando ci riesce difficile farlo ci dice che forse dobbiamo ritrovare un’intesa perduta e imparare nuovamente a parlare il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è luce non tenebra.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». 
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 
Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». 

Due considerazioni veloci. Logiche non teologiche. Qualcosa che possa giustificare la presenza dell’inferno e non, per questo, mettere in dubbio la misericordia di Dio. Diceva padre Raimondo che Dio non perdona mai. Lo faceva apposta, per vedere le nostre espressioni di stupore e sconcerto. Come non perdona mai? Ci hanno sempre insegnato che perdona tutto, che dobbiamo perdonare 70 volte 7. Che in lui possiamo sempre trovare misericordia. Come è possibile che non perdoni mai? Poi, una volta che si era divertito a guardare la nostra facce sgomente,  padre Raimondo spiegava e tutto aveva un senso, anzi ne aveva più di prima. Non perdona mai perchè non ha nulla da perdonarci. Per lui non c’è mai stata distanza con noi e non c’è stata nessuna rottura. Ha continuato ad amarci, anche più di prima, per poterci riattirare a sè. Non vi dice nulla la parabola della pecorella smarrita? La condanna non viene da lui. La condanna viene da noi. Noi che scegliamo di tagliare quella relazione con lui e di scegliere altro per la nostra vita. Quando non è lui il centro lo diventa per forza qualcos’altro. Lo diventiamo noi, il nostro egoismo, la nostra incapacità di farci dono, lo diventa il desiderio di prendere e usare l’altro. Il peccato è essenzialmente questo. Peccato nella Bibbia ha un significato molto interessante. Peccato è sbagliare bersaglio. Avere nel mirino l’attenzione verso il punto sbagliato. Nel peccato il centro del mirino, delle nostre attenzioni e desideri siamo solo noi. Nel peccato diventiamo egocentrici ed egoisti. Tutto deve ruotare attorno a noi, ai nostri desideri, alle nostre pulsioni. Non è questa la verità della nostra vita. Ciò che può rendere felici. Il centro, il mirino, deve essere invece puntato verso l’altro, Verso le sue necessità, i suoi desideri, le sue aspirazioni, le sue emozioni. La nostra vita deve diventare dono e cura. Solo così sarà una vita davvero felice e piena. Nel matrimonio questa verità è più evidente che in altre situazioni. Il matrimonio è la cartina tornasole di quello che è la nostra vita. Ci indica se abbiamo puntato il mirino verso il bersaglio giusto. Il matrimonio può essere il luogo della luce, dove i due sposi si fanno dono l’uno per l’altro e dove non c’è condanna, ma la presenza viva di Cristo. Sposi che diventano profezia dell’amore di Cristo. Se non è così il matrimonio diventa luogo delle tenebre, dove regna l’egoismo. Quante violenze, soprusi, egoismi si vivono nell’intimità di tante famiglie, di troppe famiglie. Quanti atteggiamenti, parole, gesti brutti ci si permette di rivolgere all’altro nel nascondimento della casa. I panni sporchi si lavano in famiglia. Si dice così, non è vero? La verità è che sono gesti delle tenebre perchè ci si vergogna di mostrarli agli altri. Gesti vergognosi. Nella nostra coscienza lo sappiamo bene.  Padre Raimondo ci rimproverava in questo. Noi sposi, siamo troppo poco consapevoli di essere sacramento perenne. Nel matrimonio, nella nostra relazione c’è Gesù vivo e presente. In modo misterioso , ma c’è, come c’è nell’Eucarestia. Quando siamo nell’intimità della nostra casa, non dovremmo comportarci diversamente da quello che faremmo e diremmo davanti a Gesù Eucarestia. La nostra relazione è sacra e, purtroppo, la sporchiamo troppo spesso.

Antonio e Luisa

Compatire e congioire. Verbi sponsali.

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata. Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono forse col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose. Significa com-patire e con-gioire. Codividere gioie e pene. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. A volte dobbiamo farci cireneo. Dobbiamo reggere con lui/lei la croce. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, di chi si mette sopra. Che fa di sè il centro e si sente in diritto di condannare chi si comporta e fa qualcosa di diverso da quello che ritiene giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

A volte non è semplice tutto questo. A volte costa fatica e non si vede subito un risultato positivo. Non dobbiamo però abbatterci. Noi abbiamo una grande possibilità. Possiamo con la nostra presenza aiutare la persona amata: possiamo accogliere le sue pene  per alleggerirla, possiamo ascoltarla e consigliarla per dipanare dubbi, possiamo abbracciarla per donare calore quando sente il freddo della vita, possiamo inginocchiarci sulle sue cadute per rialzarci insieme, possiamo dirle quanto sia bella quando perde sicurezza in se stessa. Noi sposi siamo mezzo privilegiato di Dio. Dio attraverso di noi ama, abbraccia, sostiene, perdona l’altro/a. Attraverso tutto questo possiamo arrivare insieme all’abbraccio eterno con Gesù

Antonio e Luisa