Cosa mi porto di quest’anno?

Ogni volta che si fa prossima la fine dell’anno viene quasi naturale riflettere su quello che è stato. Su quello che sono stato io. E’ stato un anno buttato oppure mi è servito per maturare un po’ di più, per imparare un po’ di più ad essere uomo? Per imparare un po’ di più ad amare e ad accogliere l’amore della mia sposa? Come sono stato con i miei figli? Sono stato capace di essere una guida e un padre decente? Sono stato soprattutto capace di trasmettere loro uno sguardo che va oltre l’immanente? Uno sguardo che apre all’amore eterno, incondizionato e misericordioso di Dio? Questa è la dote che mi porterò nel nuovo anno. Solo l’amore. L’amore naturale come padre e come sposo e l’amore divino a cui rivolgere lo sguardo. Null’altro è importante. Ecco perchè ciò che mi porterò nel nuovo anno non saranno i successi lavorativi, il libro pubblicato, le ospitate in televisione e i soldi che ho nel conto corrente (che sono peraltro molto pochi). Tutti ricordi molto belli, ma che non fanno ricchezza umana e spirituale. Ciò che mi porterò sono le carezze di mia moglie. Mi porterò i suoi perdoni per me e i miei perdoni per lei. Mi porterò i litigi con i nostri figli che mi hanno permesso di comprenderli meglio e di rettificare il mio atteggiamento sbagliato con loro. Mi porterò i momenti difficili affrontati insieme che ci hanno reso più forti. Mi porterò i suoi pianti e i suoi sorrisi. Mi porterò le sue parole e suoi silenzi. Mi porterò i momenti speciali, ma forse ancor di più quelli che non hanno avuto niente di speciale se non la sua presenza. Mi porterò gli incontri bellissimi che mi sono stati donati da Dio attraverso questo blog, credo come centuplo in ricompensa della fatica che mi costa curarlo. Penso a Claudia e Roberto. Due persone che non abbiamo visto che per poche ore, ma che ci sono già dentro il cuore. Cristina che ci ha trasmesso tanta forza, convinzione e fede. Donna eccezionale. Penso a Marco che nella sua semplicità ed umiltà ci ha accolto come fratelli. Penso alle tante persone che hanno condiviso le loro gioie e i loro dolori con noi. Penso alle persone incontrate durante i nostri corsi. Mi porterò la loro gioia e le loro lacrime alla fine del corso. Mi porterò le loro testimonianze che mi hanno commosso. Mi porterò tutto questo con la convinzione che non sia stato un anno buttato, ma un anno speso bene. Un anno che mi ha permesso di scoprire un pochino di più l’uomo che sono e che mi ha avvicinato così alla verità e al mio Dio. Nonostante tutte le mie cadute e i miei peccati. Quelli però non me li porto dietro. Quelli li ho lasciati al confessore, li ho lasciati a Gesù che ha già pagato per me.

Antonio e Luisa.

Il nostro matrimonio è la mangiatoia dove è posto Gesù

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

 

L’amore sponsale non è spirituale ma ci chiede anche il corpo.

Quanto è difficile trovare un equilibrio tra anima e corpo. Anche nella Chiesa di Gesù. Lui che per mostrarci come sia importante vivere la nostra vita in anima e corpo è sceso sulla terra e ha preso carne. Vero Dio ma anche vero uomo. Perchè scrivo di questo? Perchè è facilissimo far cadere il nostrol rapporto sponsale nelle due grosse devianze rispetto la verità dell’uomo. Io le chiamo eresie. La prima esalta il corpo sullo spirito. La seconda, al contrario, lo spirito sul corpo. Spirito e corpo sono ambedue importanti ed ambedue determinanti. Oggi non voglio parlare della prima “eresia”. Non voglio parlare di pornografia, adulterio e di lussuria. Non voglio parlare di chi confonde il sentire con l’amore. Di queste cose ho già scritto diverse volte. Voglio soffermarmi sull’altra “eresia”. Spesso sottovaluta e creduta, in realtà, quasi un pregio piuttosto che un vizio. In realtà lo spiritualismo è pericolosissimo. Consiste nel privare il rapporto sponsale di tutta la sua componente più sensibile e carnale, riducendo tutto ad una relazione oblativa e spirituale. Chi cade in questa devianza  è fuori strada esattamente come chi cade nel materialismo. Giusto ieri ho letto l’ennesimo post su facebook dove viene esaltata la astinenza nel matrimonio, Come se una coppia di sposi che volesse perfezionarsi e raggiungere una santità e purezza autentica dovesse rinunciare ai rapporti. Tutte scemenze.

Per farmi capire meglio condivido una riflessione tratta da un libro di don Carlo Rocchetta, che pone in evidenza come l’intimità tra gli sposi non solo sia importante ma è determinante per vivere un matrimonio felice e fecondo d’amore.

Siamo portati  a concentrarci sullo spirito , la preghiera e il rapporto con Gesù  e va bene, ma non pensiamo di poter costruire la casa senza curare le fondamenta che nel matrimonio sono rappresentate da ogni atto d’amore e in particolare l’amplesso fisico.

Il matrimonio è un sacramento sessuato, tra un uomo e una donna, che non si amano come angeli, ma come uomini e il corpo diviene mezzo fondamentale per esprimere tutto l’amore più profondo e puro.

Nella misura in cui si amano (gli sposi), amano Dio, e viceversa. Il sì iniziale è un sì a diventare una sola carne a immagine dell’una caro Cristo-Chiesa, al punto da poter dire che l’essere dei due in una sola carne (Gen. 2,24) fa nascere l’esistenza di una nuova personalità mistica. Di qui la conseguenza: una sposa che diverte il corpo, cioè lo sottrae o tenta di sottrarlo alla piena donazione fisica al consorte, sia pure per un falso concetto di castità nuziale o che vorrebbe unirsi come un angelo senza corpo, viene meno alla perfezione della sintesi dell’attuazione nuziale in senso naturale. Gli sposi devono donarsi con tutta l’anima, tutto il cuore, con tutto il corpo, senza sottrazioni e limitazioni.

(…) i rapporti nuziali, pur essendo umani diventano realizzazioni sacramentali

(Teologia del talamo nuziale – Don Carlo Rocchetta)

Antonio e Luisa

 

Buon Natale!

Condivido l’articolo di Avvenire con il quale la giornalista Benedetta Verrini intervista Luisa e anche Maria Marzolla (anche lei scrive su questo blog) e presenta i nostri rispettivi libri. Buon Natale a tutti.

Scrive Gianfranco Ravasi, citando un proverbio berbero, che il corpo di una madre in attesa «è come una tenda nel deserto quando soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Non c’è nulla di più miracoloso, potente e allo stesso tempo tenero e struggente del diventare madri, e il mistero della Nascita che si celebra il 25 dicembre attraversa ogni donna. «La maternità è ricchezza, è la fecondità dell’amore. È il più bel viaggio che si possa intraprendere, ma anche il più impervio», scrive Maria Marzolla, autrice di Due occhi in più, un libro che racconta l’attesa di un figlio ma anche la nascita di due genitori. «Il bambino comincia la sua strada fin dal primo istante, insegnandoti che niente è come ti aspetti » spiega. «Alla mia prima gravidanza sono rimasta costretta a letto. Mi sono chiesta subito cosa c’era di positivo in quello stop: avevo fatto programmi, avevo scadenze, mi immaginavo con i miei nuovi premaman in un turbine di attività. Niente di tutto questo: quella lunga pausa forzata ha cambiato la mia prospettiva, mi ha fatto vivere l’attesa interiormente. In fondo ero già in viaggio, ma ferma in una piazzola di sosta: a molti questi sembrano luoghi anonimi, invece sono straordinari affacci sul mondo».

Passo dopo passo, Maria Marzolla quel percorso lo racconta tutto, e sono parole universali, dalla scoperta dell’attesa fino alla corsia dell’ospedale, quando «in adorazione davanti alla vostra creatura ci si sente come Magi, la vita ora è manifestata, il cammino iniziato nove mesi prima ha raggiunto il primo grande traguardo, ma in realtà è solo una tappa dalla quale si riparte per intraprendere un nuovo cammino di vita».

E subito si viene sfidati dall’immagine idealizzata, sempre performante, quasi sovrumana che la società contemporanea detta alla donna, alla famiglia, ai bambini. La maternità diviene a volte quasi uno storytelling, dove tutto appare perfetto, dove non si possono ammettere fatiche, sofferenze, prove, difetti. «Bisogna imparare a non nascondere le parti più difficili», riflette Marzolla. «Noi donne tendiamo a voler fare tutto, a volte siamo tentate di estromettere gli uomini dall’accudimento dei figli, ma noi non siamo infallibili. La vita vissuta smonta ogni pezzo delle tue certezze, e da lì allora si parte a ricostruire». «Se le cose vanno in un certo modo, è perché Qualcuno, con la Q maiuscola, ha deciso che puoi affrontarlo», dice Annalisa Sereni, che con Semplicemente una mamma ci ha permesso di conoscere la sua famiglia e di ascoltare la storia di Lui, settimo figlio, nato con un cromosoma in più. «Della sindrome di Down si parla poco e anche a sproposito », spiega. «Con questo libro ho voluto dare una testimonianza e spiegare che la sindrome non determina la persona: abbiamo sempre paura di ciò che non conosciamo, ma io oggi posso dire che la mia famiglia è una meravigliosa città in cui ci si protegge a vicenda, e non è assolutamente detto che il più debole sia quello con la sindrome di Down». Ogni donna è fatta per accogliere, riflette Annalisa, che si è raccontata ancora in un secondo libro, Le mie ricette e altri guai (San Paolo), fotografando con amore e ironia la fatica e la gioia di avere una famiglia così numerosa (a cui si è aggiunto un ottavo figlio, accolto in adozione). «Sin da piccola ho sognato di avere tanti figli: immaginavo i loro nomi. Non erano mai meno di dieci», scrive, e sfatando tutti i luoghi comuni che oggi si sovrappongono alle donne che scelgono di avere una famiglia numerosa («ti piacciono i bambini? », «sei ricca e puoi permetterteli?», «sei cattolica?»), parla invece di curiosità. «Se chiedo a Dio di mandarmi un altro figlio, questa volta, chi mi manderà?», scrive. «Avere tanti figli è un desiderio che nasce da dentro: all’inizio ha la luce di un cerino, un piccolo pensiero tremulo e delicato. Poi di- venta una candelina, un fuocherello che pian piano si alimenta. Alla fine è un incendio che tutto avvolge con fiamme alte e bellissime. È il desiderio di una nuova vita».

Luisa De Rosa, che con il marito Antonio è autrice de L’ecologia dell’amore, racconta dei suoi ragazzi «che hanno segnato un “prima” e un “dopo” nelle nostre vite. Ora che stanno crescendo, nella sfida di educarli ci mettiamo anche il desiderio profondo che riescano a vedere quanto i loro genitori si vogliono bene, e ci auguriamo che questo li nutra come persone», spiega. Non a caso il libro, che nasce dall’apostolato di padre Raimondo Bardelli, mette a fuoco l’amore di coppia come «naturale, ecologico», intendendo un amore che è donarsi e accogliersi tra due persone, in un’unione

profonda che coinvolge cuore e corpo. Citando Amoris laetitia, in cui papa Francesco ricorda come il mutuo consenso e l’unione dei corpi siano «gli strumenti dell’azione divina» che rende gli sposi una sola carne, il libro dei De Rosa ricorda che vivere bene il matrimonio «significa offrire un culto gradito a Dio, significa rendere visibile il suo amore. Vivere bene il matrimonio è la prima cosa che Dio ci chiede e si aspetta da noi». Un amore generoso, fedele, unico, indissolubile. «È attraverso la coppia che nascono i figli, e attraverso la coppia si crescono e si educano: noi mamme oggi siamo trascinate da ogni lato, è difficile tenere insieme lavoro, casa, educazione dei ragazzi che crescono e diventano sempre più sfidanti. Ma i padri sono sempre più presenti, e l’amore della coppia “lavora” anche per questo intenso compito educativo».

Nella contemplazione del presepe, nel pensiero di quel Figlio che è arrivato a cambiare il destino dell’uomo, ogni madre riflette sulla propria esperienza. «I figli ti dettano una nuova scansione del tempo, ristrutturano le priorità, insegnano a noi madri che se li abbiamo messi al mondo con il corpo, il padre che ci è accanto li ha messi al mondo con il cuore – conclude Maria Marzolla – e un Padre più grande è stato l’artefice di tutto questo, come dice il Salmo 139: Dio ha “tessuto” e “impastato” la creatura umana nel grembo della madre, e la conosce già, e nel suo libro “erano tutti scritti i giorni, già formati prima che ne esistesse uno solo”».

Il link alla pagina di giornale

Aspettiamo il Natale

Quando ero piccola la mia festa preferita era il natale. Adoravo il calore e il senso di famiglia che si respirava nell’aria. La preparazione dell’albero tutti insieme, la letterina a babbo natale per esprimere i nostri desideri, le cene e i pranzi di famiglia tutti insieme, nonostante la fatica delle relazioni. Il freddo fuori e il caldo dentro.

 

Solo oggi, a pensarci mi rendo conto che nel mio cuore di bambina non desideravo soltanto una quantità enorme di giocattoli. La verità è che coltivavo segretamente la speranza profonda che qualcosa nella mia vita potesse cambiare, ma cosa non ne avevo idea. Ero solo una bambina. Oggi sono una donna adulta, ma quella bambina desiderosa è ancora dentro di me e mi chiede di stare in attesa di qualcosa di nuovo e di sorprendente che possa trasformare la vita, aspetto uno di quei regali prezioso come un diamante. Aspetto l’AMORE di un Dio che ci tiene così tanto a me da prendere vita nella mia storia, nello spazio delle mie miserie e dell’indigenza, con la forza e la dolcezza di un neonato. Aspetto un AMORE che visiti le mie “periferie”, la dove mi sento abbandonata e scartata, là dove odio e rancore mi abitano. Aspetto te Gesù, che non disprezzi le mie ombre, ma sei pronto a prenderti cura della mia solitudine, a benedire tutti i fatti della mia vita. Aspetto un AMORE che scriva dritto sulle righe storte. Voglio te Gesù vicino a me. So bene che non risolvi i problemi come vorrei io, e allora fammi sentire amata e benedetta, perché non c’è fatica che io non possa tenere se mi sento voluta bene. Non voglio che ti sostituisci a me, anche se a volte mi farebbe davvero comodo, ma donami la gioia della tua presenza. Ogni volta che viene il natale, ogni volta che quel bambino viene svelato, mi ricordo che posso togliere le mie maschere e svelare il vero volto che c’è in me, di vedere ed esprimere chi sono davvero e vivere da AMATA. Voglio farti spazio Gesù perché tu possa portare pace nella mia storia, pace nel mio cuore e nella mia affettività, pace nelle mie relazioni. Oggi vieni per me e io ti accolgo Signore. Possa anche tu custodire il desiderio e l’attesa di questo AMORE TUTTO PER TE che oggi ti viene donato.

Claudia e Roberto

L’articolo originale sul blog Amati per amare

Il nostro sì ogni giorno della vita

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì.  Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

 

E luce fu! Il miracolo della vita.

In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

Il Vangelo di oggi mi permette di poter fare una riflessione particolare. Non è direttamente collegata alla vicenda raccontata nel Vangelo. Non riguarda solo Maria ed Elisabetta. Riguarda tutte le mamme. Voglio parlare della gravidanza. Voglio parlarne non da persona direttamente coinvolta, ma da uomo, sposo e padre. Quindi come osservatore con un punto di vista privilegiato.

Papa Francesco scrive al punto 168:

168. La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. La maternità proviene da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano».[183]Ogni donna partecipa «del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana».[184] Come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13). Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza.

La gravidanza è una realtà che ho sempre invidiato alle donne. Scherzo, non è vero!! Non l’ho mai invidiata, ma l’ho sempre ammirata, questo si. Nel grembo materno avviene un miracolo. Anche in un avvenimento naturale come il concepimento, se ci si ferma un attimo a riflettere, non si può non scorgere la presenza di Dio creatore. Dio, che ha plasmato tutto e che continua a farlo anche oggi attraverso un uomo e una donna, che nel gesto più alto e bello dell’amore sensibile  corporeo, si fanno cocreatori con Lui. L’amore erotico che si intreccia con l’amore spirituale, l’Eros che si intreccia con l’Agape, la passione che si intreccia con l’oblazione e genera nuova vita sempre, sia essa amore o una nuova creatura.

Recentemente alcuni ricercatori hanno scoperto che lo spermatozoo, quando entra nell’ovulo femminile, provoca una scintilla di luce. Tutto questo ha una spiegazione chimica, ma, per quanto ci riguarda, rimanda direttamente al primo giorno della creazione descritta nella Genesi: Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

Dio che ha sempre amato quel cucciolo e aspetta noi che liberamente diciamo il nostro sì per accoglierlo.  Senza di noi, questo nuovo miracolo donato al mondo non potrebbe avvenire.

Quanta ignoranza nel mondo, quanta sofferenza, perchè non si comprende più la nostra natura e il disegno di Dio nascosto dentro di essa. Le parole del Papa sono bellissime, poetiche e autentiche, ma quanta poca gente è capace di capirle. Ringrazio Papa Francesco per il dono di questa bellissima esortazione e tutti i vescovi che nel Sinodo hanno collaborato all’approfondimento per la sua stesura. Il nostro mondo ha bisogno di parole di verità. Ha ancora più bisogno di testimoni. Come non pensare a Chiara Corbella Petrillo, che ha accolto i suoi primi due bimbi Maria Letizia e Davide Giovanni, li ha potuti abbracciare solo per pochi minuti, ma ha riconosciuto subito in loro la perfezione dell’amore creatore di Dio. Lei ha visto questa perfezione anche nelle loro imperfezioni e menomazioni, così gravi da renderli incompatibili con la vita, ma non con il progetto e l’amore di Dio, quell’amore che Lui ha per ognuno dei suoi figli.

Antonio e Luisa

 

La corona d’Avvento degli sposi

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

L’Avvento ricostituente per la famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

Rifulse nei nostri cuori

Sono seduta sul divano e ammiro le luci del Natale. Emozionati, per la prima volta quest’anno siamo tornati a casa pieni di buste e ci siamo messi insieme ad abbellire la nostra casetta. Due cuori, un bilocale, candele e tante luci. Una volta sola in casa mi sono guardata intorno, più vicino a me ho osservato l’albero, il presepe e le lucine che illuminano i mobili e le fotografie, poi ho rivolto lo sguardo fuori e ho visto l’alberello sul balcone, anche lui in festa, e tutto il quartiere, le case di vicini che non conosco, tutte illuminate. Sembra proprio che il Natale sia la festa della luce, anche se ho visto tanti volti spenti in giro per i negozi, ansiosi di comprare i regali e scocciati di dover rispettare la fila in cassa. Sarà che quest’anno vivremo il nostro primo Natale insieme e quindi sono felice anche solo di comprare una pallina e fare una fila chilometrica in cassa, ma poi mi chiedo, perchè illuminiamo tutto se poi dentro siamo spenti? Sembra l’incipit della classica morale pre-natalizia, che noia, penserete. Ma, ragionandoci bene, mi dico che no, non si tratta di semplice morale, ma, ancora un volta di osservazione della realtà, senza giudizio. Vorrei essere solo un piccolo specchio della vita che mi sta intorno e scrivere qualcosa che possa aiutarmi ad assaporare, più che a comprendere, il senso di quello che faccio. Sicuramente bisogna tener conto del consumismo, dello sfarzo, dell’apparenza, ma credo che possiamo andare oltre e ritornare alla domanda, perchè illumiamo tutto? 
Perchè in mezzo alla quotidianità, alle tragedie, alle violenze, ai litigi, all’odio, al rancore, all’indecisione abbiamo bisogno di luce. Abbiamo bisogno di una luce prorompente che illumini i nostri passi. Chi è miope come me lo può capire molto bene, quando la sera è buio puoi anche mettere gli occhiali, ma l’indecisione caratterizzerà sempre il tuo passo. L’unica cosa che potrà aiutarci davvero sarà un bel fanale o la torcia dello smartphone, a quel punto possiamo procedere oltre quello scalino con un po’ di sicurezza in più. Diciamo allora che quando è tanto buio non bastano gli occhiali. Quando non capisco dove andare, quale università scegliere, quando mi chiedo se quel ragazzo è la persona giusta per me, se è meglio perdonare quel torto, se decidere di cambiare città o meno, se continuare ad amare nonostante tutto, se compromettermi, se mettermi in gioco, se buttarmi… ho bisogno di una luce in più. Le tenebre della vita sono tante, ogni giorno mi informo sul mondo e vedo tanta tenebra. A volte, senza andare troppo lontano, proprio nel nostro cuore regnano le tenebre, nel nostro sguardo non si intravede nessuna luce. Se guardiamo negli occhi i nostri fratelli più piccoli, i nostri nipoti, i bambini che incontriamo a fare spesa o quelli che accudiamo, è presente quella luce prorompente. “Il Natale è fatto per i bambini”, questa la frase che si sente molto spesso sotto le feste, ed è senz’altro vero. Probabilmente la magia del Natale, dell’attesa, della sorpresa è propria dei bambini. Ma non credo che sia riservata solo a loro, no. E qui viene il bello. Viviamo come se qualcuno avesse spento la nostra luce interiore, quella che era lì quando eravamo piccoli, era bella lucente, o “luccicante” come direbbe la mia sorellina. Credo che Dio ce l’abbia regalata di default alla nascita. Che fine ha fatto?
La verità è che il tempo che precede il Natale ci mette in crisi per questa domanda qui. Perchè viviamo senza aspettare nulla. Non ci aspettiamo più nulla dalla vita, da quella persona che è sempre la stessa e da noi che siamo così impauriti e rigidi ai cambiamenti della nostra storia personale e universale. Peccato però che se non ci aspettiamo più nulla, non viviamo più. Se non ci aspettiamo più nulla dalla persona che è diventata nostro marito/moglie, non viviamo più quella relazione. La rottura delle relazioni non è sempre da ricercare in tradimenti o grossi errori, a volte basta pensare che lei/lui non cambieranno mai per far morire quella relazione. Se non ci aspettiamo più nulla dalla vita, vuol dire che abbiamo perso la voglia di vedere che cosa c’è dietro il prossimo angolo, perchè abbiamo paura e preferiamo rimanere bloccati nelle tenebre del presente, che tutto sommato sappiamo come funzionano e ci possiamo mettere comodi. Già, ci mettiamo comodi sul nostro presente e pensiamo di avere così in mano il futuro, dal quale però non ci aspettiamo nulla. Che futuro è? E come viviamo il nostro presente? E, visto che credo nel valore delle parole e spesso il loro significato profondo risiede nell’etimologia, apro il vocabolario e scopro che aspettare proviene dal latino “aspectare”, “guardare”, “stare rivolto verso qualche parte”. Torna sempre tutto. Infatti non guardiamo più nulla e non stiamo rivolti verso nessuna parte. Il verbo “aspettare” non rientra nelle nostre azioni quotidiane (poi un giorno cercherò di capire anche perchè i vecchietti che dovrebbero godersi la pensione non riescono a rispettare le file in cassa, ma questo è un altro discorso). Abbiamo lo sguardo ad altezza tangenziale, computer, cellulare. Non pretendiamo di alzarlo leggermente più in su e non ci concediamo il piacere di rivolgerlo verso gli occhi di chi abbiamo accanto. 
Il mio invito per questo Avvento, per quest’attesa che ci porterà al Natale, è di vivere il più possibile l’esperienza dell’attesa quotidiana. Sicuramente l’attesa più importante per un cristiano sarà quella della venuta di Cristo, sarà la Vita Eterna, ma ricordiamoci che il valore di questa vita è inestimabile e unico. Oggi ti aspetto a casa e provo a ritrovare nei tuoi occhi la luce del giorno del matrimonio, proviamoci tutti. Oggi cerco nella stanchezza del tuo sguardo quella luce di bambino. Oggi benedico l’attesa in cassa perchè mi dà l’occasione di osservare ciò che ho accanto e magari in un sorriso o in un volto triste posso assaporare la vita. Oggi cerco di aspettarmi di più da me, cerco di impegnarmi ad amare oltre ogni misura me stessa, gli altri e la mia vita, perchè la misura dell’Amore è amare senza misura (Sant’Agostino sempre sul pezzo). Oggi provo ad aspettarmi quello che gli altri sanno darmi, senza pretendere nulla: questo è il segreto della relazione, aspettare e accogliere ciò che gli altri sono, non ciò che gli altri sanno. Oggi cerco di aspettarmi qualcosa di nuovo da questa vita, che fosse anche solo riscoprire la gioia di svegliarmi e saper abbracciare chi ho accanto (che non è poco, chiediamoci l’ultima volta che l’abbiamo fatto con sincerità). Oggi aspetto che questa luce rifulga nel mio cuore e non solo nel mio salotto, perchè possa illuminare i miei passi e forse anche quelli di qualcun altro.

«E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Federica Di Vito

Articolo originale

Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

La Parola di questa domenica di Avvento ci mostra tutta la potenza del battesimo. Non di quello di Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla.

Uomo e donna sono estremamente diversi. Lo sono in tutto. E’ bene saperlo per imparare a capirsi e per poter essere davvero d’aiuto per l’altro/a. Prenderò spunto dall’illuminante libro di John Gray Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.

Quando una donna ha un problema da risolvere vuole parlarne con il suo sposo. Per lei è importante farlo. Vuole essere supportata e sostenuta. Non cerca per forza una soluzione dallo sposo. Sa che alcune volte lui non può dargliela o non può sostituirsi a lei. Però è importante che lui ci sia. E’ importante che lui sappia sedersi davanti a lei e la ascolti. L’ascolto è per lei fondamentale per sentirsi amata e per non sentirsi sola nella scelta e nel trovare una soluzione.

Nell’universo femminile, mettere gli altri a conoscenza dei propri problemi è segno di amore e di fiducia. Le donne non si vergognano di avere problemi. Non è la competenza ad alimentare il loro ego (come accade per gli uomini), bensì la comunicazione interpersonale. Esternano apertamente le loro sensazioni di sopraffazione, confusione, impotenza e stanchezza.

L’uomo è profondamente diverso. Quando un uomo è preoccupato, non parla mai di ciò che lo preoccupa. A differenza delle donne, non condividerebbe mai con altri il suo problema a meno che l’assistenza di quella persona non gli sia necessaria per risolverlo. Diventa quindi estremamente silenzioso e si rifugia nella sua caverna privata (si isola dal mondo) per riflettere sul problema ed esaminarlo da ogni angolazione alla ricerca della soluzione. Quando l’ha trovata, si sente molto sollevato, abbandona la caverna ed è pronto al dialogo con la sua donna.

Se non riesce a trovare una soluzione, allora cerca qualcosa che gli permetta di dimenticare i problemi, come leggere il giornale o impegnarsi in un’attività ricreativa. Staccando la mente dai problemi della giornata, riesce gradualmente a rilassarsi.

E’ importante comprendere questa dinamica per evitare contrasti all’interno della coppia. L’uomo spesso tende a sottovalutare l’importanza dell’ascolto in caso la sua sposa abbia problemi che la tormentano. Di solito tende ad ascoltare e poi, se non trova un’immediata soluzione, ritiene inutile proseguire a parlare di quell’argomento. Quindi si disinteressa o addirittura se ne va. La sua donna si sente abbandonata e non capita.

In caso sia l’uomo ad essere turbato, quando è chiuso nella sua caverna, è incapace di dare alla sua compagna l’attenzione che desidera. In quel momento egli pensa esclusivamente a risolvere, da solo, il suo problema. Per lei è difficile accettarlo perché non si rende conto del grado di stress a cui lui è sottoposto. Se alla sera il suo compagno le parlasse dei suoi problemi, riuscirebbe a mostrarsi più comprensiva, ma lui rimane chiuso in se stesso e lei finisce col sentirsi ignorata. Capisce che il suo compagno è turbato, ma erroneamente presume che lui non le voglia bene perché non le parla.

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla. L’incapacità di capire e accettare questa differenza crea nei nostri rapporti degli inevitabili contrasti che a lungo andare possono portare a gravi incomprensioni e sofferenze.

Se invece si impara a conoscere come l’altro/a vive la difficoltà tutto diventa più facile e si può dare un sostegno concreto e gradito all’altro/a

Antonio e Luisa

Santa Lucia martire per custodire la sua vocazione. Cosa può insegnare a noi sposi?

Ieri la Chiesa ha fatto memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue. Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato. Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata. Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore eterno. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La speranza. (4 articolo)

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti.  Il sacerdote scrive:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserirla in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva aperta all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

L’acquarello che ho scelto come immagine di copertina è una bellissima opera di Maria Grazia Budini.

Articoli precedenti

Introduzione

La fede

La carità

Litigare fa bene alla coppia.

Oggi voglio iniziare con un breve aneddoto. Un missionario si trova ospite di una coppia sposata da cinquant’anni anni e, dopo alcuni giorni durante la cena, chiede loro: Non vi ho mai sentito litigare in questi giorni. Come fate? Qual’è il vostro segreto? Lo sposo risponde:  Beh, vede Padre, ora che mi ci fa pensare ha ragione. Non abbiamo mai litigato. Ogni volta che avverto che stiamo per farlo me ne vado in garage. Solo che così ho passato gli ultimi 50 anni in garage!

Naturalmente questa è una battuta. E’ una storiella però molto interessante per comprendere alcune dinamiche. Un rapporto per decollare ha bisogno di un terremoto a volte. Uomo e donna sono profondamente diversi. Hanno storie diverse, educazioni diverse, un modo si pensare diverso e, non meno importante, esperienze e ferite diverse. Quando ci si sposa si diventa uno, si mette tutto in comune, tutto per l’altro. Si dona tutto e si accoglie tutto. Questo inevitabilmente porta ad uno scontro tra due mondi diversi. Come due placche terrestri ci scontriamo e da questa collisione non può che verificarsi un terremoto. Un terremoto che mette in discussione la relazione e l’altro! Come fa a non capire? Come può comportarsi in questo modo? Come fanno a piacergli certe cose? Non capisce che io ho bisogno di questo e non di quello? Ecc. ecc.

Un terremoto che all’inizio sembra distruggere tutto, ma che invece è un’occasione per ricostruire più forte e più bello di prima. Ricostruire la relazione capendo ogni volta qualcosa di più l’uno dell’altra. Imparando, ogni volta di più, ad essere empatico con l’altro. A comprendere che l’altro ha una sensibilità diversa.

Capite come in questo modo il conflitto diventa costruttivo e come aiuti la coppia a trovare un equilibrio fondato sul desiderio di unità nonostante le differenze. Un’unità molto più ricca e bella che permette di allargare orizzonti e cuore. Permette di liberarsi di tutte quelle frustrazioni, di tutta quella rabbia e dei rancori che le situazioni irrisolte inevitabilmente creano. Alcune coppie continuano a nascondere i problemi come polvere sotto il tappeto. La casa sembra così impeccabile. Pian piano quella polvere si accumula, l’aria diventa viziata e irrespirabile e, presto o tardi, soffocante.

Per questo è importante confrontarsi e, a volte, anche litigare. Farlo però bene. Senza uccidere con le nostre parole l’altro. Sappiamo bene, quando vogliamo, come far male all’altro, come ferirlo in modo profondo e mortale. Ecco non facciamolo. Dobbiamo anche nel litigio custodire la nostra coppia e voler bene all’altro. Perchè poi si farà pace, ma le parole dette se hanno ferito nel profondo, lasceranno una ferita ulteriore da rimarginare.

Antonio e Luisa

Si vince o si perde entrambi.

Tempo fa ho avuto uno scambio di messaggi con una persona. Con un’amica social.  Spero non si offenda, cercherò di essere vago e di far si che resti anonima. Avevo condiviso da poco una foto della mia famiglia al santuario di Caravaggio. Chiara (nome di fantasia) mi scrive che è sola in casa. Il marito è uscito in  moto e lei non è voluta andare con lui. Non lo ha seguito perchè lei odia le gite in moto. Lui lo sa. Era una delle poche occasioni in cui avrebbero potuto approfittare della mancanza dei figli, fuori casa per una notte. L’ho sentita molto triste e arrabbiata. Il marito aveva preferito la moto a lei. Chiara ha sicuramente le sue ragioni. Il marito poteva essere più sensibile e accomodante verso di lei. Poteva scegliere un’altra attività da fare insieme. Lei era però troppo ripiegata sulle sue ragioni. Sull’egoismo e irragionevolezza di lui. Le ho scritto un breve messaggio dove ho cercato di farle capire che ripiegarsi sui propri mugugni non serve a nulla. Serve solo ad accrescere la rabbia, la frustrazione e la delusione. E’ importante invece chiedersi il perchè del comportamento del marito. Chiedersi cosa lo ha spinto ad essere così duro e irragionevole. Probabilmente lui si è sentito a sua volta incompreso e non amato. Avrà pensato: Chiara lo sa che la moto mi piace tantissimo. C’è una bella giornata e siamo da soli. Perchè non mi accontenta e viene con me?. Il rifiuto di Chiara ha provocato in lui una chiusura e lo ha reso ancora più deciso a non cedere. Un muro causato da un mix di orgoglio e frustrazione. Ed è partito da solo. Con il risultato che entrambi hanno rinunciato a dialogare. Ognuna chiusa nella certezza di aver ragione. Mi è bastato scrivere un breve messaggio a Chiara per farle subito cambiare prospettiva. Ha visto con gli occhi e il cuore del marito e la sua rabbia si è sgonfiata. Si è resa conto che avevano perso entrambi quel giorno perchè si erano lasciati dividere dall’orgoglio e dall’incapacità di leggere la situazione con la testa dell’altro. Sarebbe bastato un dialogo sereno o, magari, anche un litigio costruttivo per trovare una terza via che avrebbe accontentato tutti e due, e avrebbero così passato un pomeriggio in compagnia l’uno dell’altra, e non in compagnia della delusione. In amore, e ancor di più nel matrimonio, non può vincere solo uno dei due. Si vince o si perde entrambi. Affidiamo nella preghiera a Dio questa breve riflessione che credo possa evitare con poco tanta sofferenza.

Antonio e Luisa.

Sposi sacerdoti. Quanto sono soavi le tue carezze sorella mia, sposa. (51 articolo)

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Le carezze non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze sono segno di voler cercare il contatto fisico con il/la nostro/a amato/a, ma senza prevaricazione, senza prepotenza, solo perchè così, nella reciproca libertà, si può essere teneri e aperti al dialogo amoroso. La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’amato/a, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato/a diventa concreta, diventa carne. Don Rocchetta cita un bel passo di un’opera di J.P. Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perchè allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Le carezze sono parte integrante del modo di esprimere tenerezza e la carezza più piena e più coinvolgente è sicuramente l’abbraccio. L’abbraccio permette di percepire completamente la corporeità dell’amato/a e di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione, apertura, dedizione in modo molto diretto e sensibile.La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi porta grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono susseguenti a mancanza di tenerezza tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per noi che lo abbiamo sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla stretta a me, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, mi riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perchè il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo, l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale?

Per concludere cito un altro breve spunto, tratto dal libro di Rocchetta, di una terapista americana Virgini Satir:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente

Non facciamoci mancare questa medicina! Non costa nulla e non ha controindicazioni.

Antonio e Luisa

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1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca

Dio scese su Giovanni non su Tiberio.

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,
sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Quello di questa domenica è un Vangelo che riempie il cuore di speranza. Non è un caso che il Vangelo inizia elencando tutte le persone più influenti e detentrici del potere politico, militare e religioso. Quelli che contano, quelli che sono nella stanza dei bottoni. Quelli sotto cui è la vita di una moltitudine di persone. L’imperatore di Roma Tiberio, il governatore Ponzio Pilato, i tetrarchi Erode, Filippo e Lisània. Infine i sommi sacerdoti Anna e Caifa. Non manca nessuno! Dio non scende su di loro. Dio scende su Giovanni. Scende sul figlio di Zaccaria. Scende su una famiglia normale, ordinaria, che non si distingue da tante altre del posto. Quella famiglia può essere la nostra. In un tempo dove anche nella Chiesa c’è tanta confusione. Dove, nonostante il Papa cerchi si governare la barca nella burrasca, tanti si perdono. Dove non c’è più una parola chiara e netta sull’amore umano, sulla fedeltà, sulla castità e sulla sessualità. In una Chiesa, dove si alzano mille voci che dicono l’una il contrario dell’altra, noi sposi cristiani possiamo essere chiamati a dare testimonianza. Esattamente come Giovanni. Un uomo che non aveva grande potere ma spaventava un tiranno come Erode. Uno che parlava con un’autorevolezza che veniva, non da una forza politica o militare, ma dalla forza della Verità, dalla forza di Dio. Non curiamoci di tutte le voci nella Chiesa, non possiamo farci nulla. Qualcosa che possiamo fare c’è. Facciamo parlare la nostra vita, il nostro matrimonio e la nostra relazione. Solo così potremo cambiare davvero qualcosa.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La carità. (3 articolo)

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

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Introduzione La fede

Non sapere amare è la povertà più grande.

Chi sono i poveri? Chi sono i sofferenti? Nella nostra Chiesa occidentale c’è un grande pericolo. Quello di occuparsi solo di una povertà. Quello di occuparsi di chi ha materialmente poco o nulla. La Chiesa si occupa di migranti, di emarginazione, di fornire pasti e vestiario. A volte di fornire qualche aiuto per le bollette e per la casa. Tutto bello! Ci mancherebbe che la Chiesa non lo facesse. Ma…. C’è un ma. E’ questa la missione primaria della Chiesa? Si riduce ad un’attività di sostegno sociale ed economico? Come una ONLUS qualsiasi? Non dovrebbe occuparsi anche delle povertà spirituali ed affettive? Non sono poveri tanti nostri giovani che fanno del sesso un mezzo come un altro di piacere, di possesso e di uso sull’altro? Non sono povere tutte quelle coppie che non riescono a mantenere un matrimonio vivo e vanno incontro al fallimento? Non sono poveri quelli che non si sposano perchè non vedono differenza tra un’unione sacramentale ed una convivenza? Non sono poveri quelli che non hanno il coraggio delle scelte definitive, di investire tutta la vita e ciò che sono in una relazione che possa essere totale e quindi autentica?

Per carità ci sono sacerdoti, esperienze e realtà ecclesiali che si occupano di queste povertà. Sono però realtà insufficienti e marginali.

Nella maggior parte del clero e dei laici impegnati vedo un altro atteggiamento. Un atteggiamento sbagliato. Come padri di famiglia che non sono capaci di educare e che per togliersi di impiccio dicono sempre si. Come se io con i miei figli non educassi ma li assecondassi in tutte le loro richieste. Starei facendo il loro bene? Oppure starei fallendo il mio ruolo di educatore che prepara il figlio ad una vita buona?

Un esempio su tutti. La diocesi di Cremona ha organizzato alcuni giorni fa un incontro con le realtà LGBT che si definiscono credenti. Ebbene hanno proposto la via cristiana per queste persone? Hanno indicato la castità come unica via per vivere relazioni vere e sane? Che io sappia no. Non hanno saputo dire che non è l’amore (che magari tante persone LGBT sentono e vivono) a rendere santo un atto sessuale, ma che è l’atto sessuale che se non è vissuto nella verità di un desiderio di unione e fecondità va a sporcare anche l’amore che due persone dicono di sentire nel cuore. La sessualità nella Chiesa è sempre più sottovalutata. Come se non fosse più riconosciuta la valenza del corpo. Noi siamo spiriti incarnati. L’amore va vissuto attraverso il nostro corpo. Noi siamo anche il nostro corpo. Non possiamo illuderci di usare il nostro corpo in modo egoistico e sbagliato e non avere conseguenze su tutta la persona. Non posso pensare che avere rapporti anali sia un modo come un altro per vivere l’amore. Non è mai amore. Non posso credere che utilizzare o meno anticoncezionali per due sposi sia indifferente e che questa scelta non condizioni tutto il matrimonio. Non posso credere che per due fidanzati sia la stessa cosa vivere la loro relazione nella castità oppure viverla nell’esperienza completa dell’amplesso.

Il Papa sta cercando di correre ai ripari. Tante volte lo ha detto e scritto. Nessuno lo ascolta. Tutti concentrati sulla comunione ai divorziati risposati. Quella può essere una cura per chi è già malato. Il Papa ha espressamente chiesto di rivedere i corsi di preparazione al matrimonio. Il Papa ha chiesto di favorire il nascere di gruppi familiari dove trovare sostegno ed aiuto. Il Papa vuole che la verità venga annunciata con forza. Quanti lo ascoltano? Tanti preti pensano all’amore come qualcosa di romantico. Credono che il cuore sia più importante del corpo. Quale illusione. Quanti danni questo modo di pensare. Poi quando si deve scendere nel fango, affrontare la vita reale fatta di una sessualità vissuta male non sanno come intervenire. Allora tutto va bene. asta che ci sia amore nel cuore. Ma quale amore? Non va tutto bene. Prima o poi i nodi vengono al pettine. Quanta sofferenza inutile causata da pastori incapaci e impreparati. Ringrazio Dio di avermi fatto incontrare padre Raimondo Bardelli quando ero ancora un ragazzo. Un padre che è sceso nel mio fango. Senza di lui ora sarei un mendicante d’amore. Ne sono certo. Non tutti hanno avuto la mia fortuna di un incontro tanto importante. Per questo ora mi sento in dovere di restituire qualcosa del tanto che ho ricevuto.

Sta a noi coppie di sposi riappropriarci di questa importante attività educativa e di evangelizzazione. Sta a noi mostrare che esiste una Verità e che non è uguale e indifferente avere un comportamento rispetto ad un altro. Tutti noi genitori siamo chiamati a farlo prima di tutto con i nostri figli e poi, perchè no, mettersi in gioco anche nella nostra parrocchia e comunità. E’ urgente darsi da fare, è urgente mostrare la bellezza di una scelta d’amore nella Verità e nella castità.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La fede (2 articolo)

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Come già affermato nell’articolo introduttivo, le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne; ci fanno capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela e all’uomo è data la grazia di accoglierlo e di conoscerlo attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta, ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra, perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci dona la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e di sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il loro coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non si accolgono vicendevolmente. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

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Introduzione

Sposi sacerdoti. Mi baci con i baci della sua bocca. (50 articolo)

Il bacio non ha un solo significato. Dipende dal contesto, dalla cultura e dalla relazione che intercorre tra chi se lo scambia. Di sicuro il bacio è un gesto impegnativo e coinvolgente. Esiste il bacio di amicizia, il bacio della mamma e del papà, il bacio del tradimento e, naturalmente, il bacio della coppia che si ama.

Solitamente, nella nostra cultura,  non si scambiano baci con sconosciuti, ma questo gesto presuppone un minimo di conoscenza e intimità.

Il bacio degli sposi è, comunque, qualcosa di diverso da tutti gli altri. Non è solo cultura, ma prende forza dalla natura degli sposi.  C’è un simbolismo bellissimo che si cela dietro questo gesto d’amore. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle loro anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono replicare nella loro relazione intima d’amore. Vogliono donare tutto loro stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani, un sacerdote che si spende nella pastorale familiare,  e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano, hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati non dalla forza dell’essere uno nell’altro, e dal desiderio forte di vivere questa loro realtà che li costituisce nel profondo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Vorrei concludere con questa poesia di Erich Fried:

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso
(Erich Fried)

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave

Possiamo essere tutti santi. Basta allenarsi.

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,
mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso;
come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Questo Vangelo lo troviamo, non a caso, nella prima domenica di Avvento. L’Avvento tempo di attesa. Attesa che non deve essere sterile. Attesa che diventa preparazione. Attesa che diventa allenamento. Attesa che diventa esercizio e relazione. E’ importante per noi e per la nostra relazione sponsale. Mi viene in mente la serva di Dio (è in corso il processo canonico per la sua beatificazione) Chiara Corbella. Una ragazza normale, come tante. Una ragazza con le sue paure e le sue fatiche. Una ragazza che ha avuto tanti dubbi anche durante il suo fidanzamento con Enrico. Un fidanzamento burrascoso, a detta di Padre vito, il padre spirituale della coppia. Enrico che poi è diventato suo sposo. Chiara era una ragazza normale, ma nello stesso tempo era speciale. E’ riuscita ad affrontare con Enrico prove molto difficili. Ha portato in grembo due piccole vite, quella di Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni,  che si sono spente poco dopo averle date alla luce. Ha scoperto di essere malata di cancro proprio quando aspettava il suo terzo bimbo Francesco (nato poi sano). E’ riuscita ad affrontare tutto nella semplicità di chi sa qual’è la cosa giusta. Ha affrontato tutto nell’abbandono a Dio e nella certezza che la sua vita non sarebbe finita con la morte. Chiara non era una supergirl con poteri straordinari o magici. Non era la santa che ogni tanto leggiamo su certe biografie che ne fanno un’immaginetta perfetta. Chiara era una di noi. Era come noi. Chiara è tanto amata dal popolo di Dio perchè dà a tutti la consapevolezza di potercela fare. Qual’è allora  il segreto di Chiara? Chiara si è preparata. Fin da piccola ha cercato una relazione d’amore con il suo Dio, con Gesù. Ha vissuto i suoi 28 anni in una relazione sempre più bella con Gesù. Questo sicuramente non le ha evitato fatiche, sofferenze e difficoltà- Questo però le ha permesso di sentire nella sua vita la presenza di un Dio che ti ama infinitamente, che ha dato la sua vita per te. L’avrebbe data anche solo per te, per ognuno di noi. Un Dio che ci desidera e ci trova meravigliosi. Un Dio che non aspetta altro che accoglierci nel suo abbraccio d’amore tenero e misericordioso. Chiara si è preparata tutta la vita. Quando, poi, sono arrivate le difficoltà ha saputo affrontarle, ha trovato in quella relazione con Gesù e con Gesù nel suo sposo, la forza, la consapevolezza, la sicurezza e il senso di fare determinate scelte e di vivere la malattia e la morte in un modo straordinario. Chiara era una persona normale che ha fatto cose straordinarie. Anche noi possiamo farlo, ma non dobbiamo perdere tempo. Chiara ci ha mostrato come si fa. Relazione con Dio, preghiera, sacramenti, dono di sè ai fratelli e al marito in particolare. Seguendo l’esempio di Chiara ognuno di noi potrà fare cose straordinarie. Ognuno di noi potrà affrontare tutte le prove che la vita ci metterà davanti.  Questo è il messaggio più grande del Vangelo di oggi, questo è quello che Chiara ha saputo mostrarci con la sua vita.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. Introduzione.

La virtù è, detto in parole molto semplici, la capacità che abbiamo di sviluppare in pienezza le doti umane positive che ci caratterizzano. Sviluppando le virtù diventiamo sempre più aderenti ad una vita pienamente umana e libera. Il contrario esatto dei vizi che imprigionano e rendono schiavi. Virtù che, il catechismo ci insegna, si dividono in cardinali (o virtù umane) e teologali (virtù che si riferiscono direttamente a Dio). Detto in altre parole le virtù cardinali possono essere perfezionate attraverso l’intelligenza e la volontà di ogni persona. Le virtù teologali ci sono irraggiungibili e sono dono del Creatore attraverso la Grazia (date attraverso il battesimo e perfezionate durante una vita di fede).

Le virtù teologali sono:

  1. Fede. La virtù dell’essere. Attraverso la fede ci apriamo all’amore di Dio. Accogliamo l’amore di Dio in noi stessi. Realizziamo di essere amati da Dio. Nel matrimonio accogliamo l’amore di Dio nell’accoglienza del nostro coniuge.
  2. Carità. La virtù dell’agire. Attraverso la carità rispondiamo all’amore di Dio. Corrispondiamo al suo amore nell’agire. Come? Amando il nostro coniuge.
  3. Speranza. La virtù dell’avere. Attraverso la speranza abbiamo la vita eterna. Prendiamo coscienza che dalla fede e dalla carità nasce un orizzonte nuovo, un orizzonte eterno ed infinito che conduce a Colui che è Amore Infinito. La speranza nel matrimonio è proprio quella virtù che lo proietta in una prospettiva divina. L’amore sponsale che per sua natura è totale, fedele e indissolubile diventa immagine dell’amore di Dio e lascia intravedere agli sposi la trascendenza dell’amore divino.

Esistono poi le virtù cardinali:

  1. Prudenza. La virtù della collaborazione. La Prudenza è la prima delle Virtù Cardinali. Grazie ad essa il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, è capace di discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male e trova la luce e la forza per conseguire la propria salvezza.E’ la prudenza quella virtù che guida ogni istante il nostro cammino di sposi oltre che di individui. La virtù fondamenta della nostra impalcatura, il collante tra le altre, e la bussola del nostro camminare insieme.
  2. La giustizia consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. Giustizia e matrimonio sembrano a volte in contrasto. In effetti non è così. Semplicemente nella promessa matrimoniale ci siamo impegnati ad un amore gratuito e senza condizione l’uno con l’altra. Amore totale in anima e corpo. Questa promessa a volte ci chiede tanto, ci chiede una fedeltà che ci appare ingiusta, ma in realtà stiamo agendo secondo giustizia. Stiamo dando al coniuge e a Dio ciò che gli è dovuto. Magari che il nostro coniuge non merita, ma che gli è dovuto.
  3. La fortezza assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza nel matrimonio è sostenuta dalla Grazia. La Grazia sacramentale propria del matrimonio. Dio si è impegnato di darci tutti gli aiuti necessari per salvare il nostro matrimonio e per santificarci in esso. A noi è chiesto di metterci tutto ciò che abbiamo. La nostra forza, volontà, intelligenza e cuore. Questa è la fortezza necessaria per superare ogni avversità con l’aiuto di Dio, ma sempre con la nostra partecipazione attiva.
  4. Temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “la temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”. La temperanza è una virtù che va educata. Attraverso la temperanza gli sposi prendono possesso del proprio spirito e del proprio corpo. Attraverso la temperanza ci si educa ad amare nella Verità. Ci si libera dalle pulsioni della lussuria. Con la temperanza possiamo finalmente farci dono l’uno con l’altra anche nel rapporto fisico. Come possiamo donare altrimenti il nostro corpo se non lo possediamo, ma al contrario, siamo posseduti da istinti, pulsioni che ci rendono schiavi del piacere fine a se stesso?

Nei prossimi articoli approfondiremo ognuna delle sette virtù.

Antonio e Luisa

Il potere nella relazione di coppia

Il Vangelo di domenica scorsa domenica ci ha donato  la figura di Cristo Re dell’Universo. Che cosa significa per noi essere sovrani delle nostre vite ad immagine e somiglianza di Cristo? E perché per l’uomo è vitale ispirarsi a questo tipo di regalità?

Il re è colui che esercita un potere. Ma ci sono modalità buone e nefaste di usare il proprio potere. Fin dalla storia della creazione della Genesi, viene mostrato nella Bibbia come l’umano usa il potere per rispondere al suo problema di solitudine, e pensa di risolvere quel senso di abbandono sottomettendo il creato, esercitando il dominio su di esso. Ma questo non soddisfa l’umano e non c’è nulla che gli stia di fronte, per questo Dio divide l’umano in uomo e donna, perché è la relazione che risponde al problema della solitudine. Ma nella relazione ogni ferita di non amore porta ad un abuso di potere sull’altro. Nel matrimonio il potere usato male ha spesso a che fare con la lotta per la supremazia sull’altro, sottomissione dell’altro, egocentrismo e focalizzazione solo sui propri bisogni. E non fate che mentre leggete queste parole pensate subito al vostro partner, a quanto sia egoista e prepotente, cercate di riflettere su di voi e su quanto e in che modo voi siete egoisti e prepotenti nella relazione, e in che modo usate male il vostro potere nella relazione di coppia e durante i conflitti. Durante gli anni di crisi peggiori era chiaro per noi come usavamo male il nostro potere nella relazione di coppia: Roberto lo usava per concentrarsi su di sé, impormi i sui bisogni ed esigenze, non gli importava delle mie esigenze e dei miei sentimenti. Questa modalità di uso negativo è abbastanza chiara e lampante e si riconosce subito. Ma c’è un uso del potere nefasto più subdolo, che non si riconosce subito ed è quello che facevo io nel mio matrimonio, benché avessi tutte le ragioni per sentirmi maltrattata e messa da parte. Esercitavo un potere negativo su di lui quando lo accusavo, gli davo addosso, lo straziavo con monologhi interminabili, rinfacciavo e pretendevo, lo umiliavo con frecciatine anche davanti agli amici. Entrambi esercitavamo il nostro potere nella relazione di coppia per sottomettere l’altro al nostro mondo emotivo ferito, non sanato, che urlava vendetta e non accettava nessuna forma di accoglienza e pace. La lotta di potere nella vita di coppia è dettata sempre da sentimenti d’insicurezza e inferiorità, per cui siamo dipendenti e influenzati da ciò che l’altro dice o non dice, fa o non fa. Non siamo LIBERI. Ma c’è una forma di potere propizio, vantaggioso che porta come frutto la vera libertà umana e la gioia di sentirsi non più schiavi e sottomessi. Ed è il potere che rivela Gesù di Nazaret, il più grande perdente mai esistito agli occhi del mondo pagano, il Re più potente e forte mai incontrato per noi Cristiani. Il potere umano è un apparato di rapporti di forze che schiavizza sé e l’altro. Il potere possiede e la forza domina chi la esercita. Se eserciti il tuo potere portando odio, rabbia, vendetta sottomissione, indifferenza, freddezza, è questo che ti tornerà indietro e possiederà il tuo animo. C’è una libertà inaudita che Cristo manifesta nel modo di esercitare il suo potere di Re. La libertà di questo Cristo di manifestarsi libero da tutte le cose che fanno più paura agli uomini: libero di essere picchiato, umiliato, deriso, imprigionato, straziato. Per Amore. Libero di morire, nella fede e nell’annuncio che non esiste morte, dolore o ferita che Dio non trasformi in vita piena. Qui sulla terra o nel Paradiso. A volte noi Cristiani ci dimentichiamo del Paradiso, e che siamo in questo mondo, ma non siamo di questo mondo. Ad un certo punto del mio matrimonio ho capito che non ero libera e questa cosa mi faceva molto arrabbiare. Non ero libera di amare mio marito così come era in quel momento, non ero libera di sostenerlo coi suoi difetti, non ero libera di attraversare le sue crisi personali. Io non ero libera. Ero schiava del suo umore, delle sue mancanze, delle sue assenze. Chi è più libero, chi gestisce, controlla e manipola o chi non viene colpito e atterrato da nulla? Chi è veramente sovrano chi fa dipendere la propria vita da carriera, soldi, forza, bellezza o chi mantiene la pace anche negli attacchi e nelle prove peggiori? Io volevo per me questa libertà, di non essere più Abbandonata e non Amata ma di vivere come il Compiacimento del Signore e sua sposa, e Dio mi ha fatto giustizia nel mio matrimonio in modo concreto, facendomi comprendere la vera forza e il vero potere che potevo esercitare per far bene a me stessa e al mio matrimonio. Potevo ripartire da me stessa e dalla mia relazione con Lui. Questo ha rafforzato i miei confini e il senso della mia identità di donna, moglie e madre, che non dipendeva più dalle attenzioni o dagli sfoghi di mio marito, ma come un muro di cinta custodivano i miei sentimenti e mi permettevano di stare e tenere le sue fragilità perché non ne ero più devastata. Ad un certo punto ero capace di dare meno peso alle sue mancanze e di perdonarlo con più facilità. Ma non per finzione o per repressione, ma perché davvero mi veniva naturale. È una sensazione meravigliosa che veramente mi faceva vivere una regalità che non è di questo mondo ma che di certo il mio percorso psicologico e spirituale mi aveva aiutato a raggiungere. Quel che Cristo ha mostrato abbracciando la croce che era chiamato a portare, è ciò che l’uomo desidera essere: Amato. La verità più profonda dell’uomo è nell’amore donato e ricevuto. Cristo consegna questo Amore al cuore umano, e questo è il suo potere! E forse il regalo più bello che ognuno di noi può ricevere. Il potere di amare sempre, chiunque e in qualunque situazione, nonostante tutto. Questo lo aveva capito bene San Francesco d’assisi, che aveva descritto la gioia perfetta (Perfetta Letizia) come la possibilità di custodire la pace anche nelle condizioni peggiori. Possa tu avere un unico obbiettivo nel tuo matrimonio: custodire il potere dell’Amore a te stesso e a tua moglie/marito.

Claudia Viola

L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora? Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio. Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia. Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti.Fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave (49 articolo)

La voce è anch’essa molto importante. Io soltanto ascoltando la mia sposa attraverso il telefono riesco a capire il suo stato d’animo. Ormai so capirlo immediatamente. La voce non è uno strumento atto a trasmettere solo messaggi verbali, ma è molto di più. Attraverso la voce trasmettiamo il nostro mondo interiore. Cosa diciamo al/la nostro/a amato/a e come glielo diciamo? Anche questa componente nel linguaggio della tenerezza riveste una grande importanza. Dobbiamo, se vogliamo trasmettere amore e sicurezza al nostro coniuge, imparare a comunicare sempre di più tutte le sensazioni belle che ci regala. Spesso siamo avari di parole dolci e d’amore (soprattutto noi uomini), dando per scontato tante cose. La nostra sposa ha bisogno di sentirsi dire che è bella per noi, che è desiderata da noi, che ha tutto il nostro amore. Amare una persona e non comunicarlo è un errore gravissimo che tanti sposi commettono. Come scritto all’inizio è importante non solo quello che si dice, ma anche come lo si dice. La tenerezza deve pervadere anche il tono di voce, che deve essere rassicurante, dolce, trasmettere fiducia e accoglienza. Fare un complimento con freddezza non scalda e non riempie il cuore dell’amata. Durante la giornata siamo tanto bravi a far notare i difetti e le situazioni che non funzionano, impariamo ad essere altrettanto attenti a tutte le attenzioni e le premure che il nostro coniuge ci dona.

La parola diventa così dono, un dono prezioso che riempie il cuore di chi l’ascolta d’amore e di sicurezza, diventa una carezza che aiuta a creare un contesto di vita che sia vero amore e accoglienza e prepara gli sposi nel miglior modo per accogliersi nell’abbraccio dell’amplesso come ci narra sapientemente il Cantico dei Cantici.

Per concludere allego questo link a un video di youtube. Una mamma canta una canzone dolce al suo bambino il quale pur non comprendendo il significato non riesce a trattenere le lacrime per la forza dell’amore che la madre gli trasmette.. Per il bimbo la voce si trasforma in una dolcissima carezza.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo

I si di Elena, la mia mamma

Si può credere e amare anche nelle sofferenze più forti, anche quando, mentre si soffre, si è giudicati o non capiti o evitati  da tante persone? Si può continuare a credere, amare, sorridere, donare amore anche quando, per le sofferenze si è costretti a vivere grandi perdite e possibilità di continuare a fare ciò che si amava, anche quando si perde l’amore della propria vita? si può amare, credere, donare luce e pace anche mentre si sta morendo? Si, si può. Mia mamma l’ha fatto, con l’aiuto grande di Dio.

Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (dal salmo 121),….

…se né andata nella Luce, anche lei, come quasi 11 mesi prima se n’era andato mio papà.

La mia mamma se n’è andata, lungo quella “Scala” che andava su in Cielo che aveva sognato con chiarezza una settimana prima che mio padre si sentisse male,  e dove lei nella visione vedeva salire prima mio papà, e poi lei, poco dopo, accolti da Gesù Buon Pastore.

Strana coincidenza, sia mio papà sia mia mamma sono morti entrambi nello stesso modo, per una improvvisa polmonite ab ingestis, uniti anche nella morte, su quella stessa Scala che li ha portati nella Luce.

La mia mamma è andata dal Signore in una notte di novembre, il 10 novembre 2013, mentre mancavano pochissime ore alla nascita dell’aurora, quell’aurora che lei amava tanto e che citava spesso nella sua vita, piena di luce e di sorriso  negli occhi e nel cuore.

La sua vita è stata una aurora continua, una aurora che rinasceva ogni volta dopo ogni notte, quelle notti così difficili della vita che la mia mamma ha dovuto vivere, e che ha vissuto con una fede sempre piena e pronta, con un amore che mai ho visto da altri nella vita. Anche nei dolori più grandi e devastanti, lei ha scelto ogni volta di amare, di ricominciare, e ha coltivato, affidandosi a Dio e alla Madonna, ogni giorno della sua vita una bellezza e una luce che era davvero un miracolo perché splendeva chiaramente anche quando era schiacciata da croci pesantissime. Una delle croci più pesanti che la mia mamma ha dovuto vivere con grande amore e dignità, è stata una malattia che l’ha “marcata stretta” per anni, la malattia bipolare, una malattia che ha una croce e un dolore in più rispetto alle altre malattie: mentre quando qualcuno soffre per una malattia solo fisica, riceve spesso compassione, comprensione, tenerezza, e le persone volentieri la consolano e incoraggiano, vanno a trovare chi sta male e donano vicinanza, nel tipo di malattia che ha vissuto la mia mamma, il dolore assume degli aspetti  a tratti devastanti, soprattutto in alcuni momenti “nasconde” la vera essenza della persona che appare imprigionata e sofferente, bisognosa di aiuto,  per chi in quel momento accetta di cogliere la vera essenza di quel dolore e andare al di là delle apparenze, o appare “incattivita” e poco piacevole, per chi la guarda solo con gli occhi della paura e del pregiudizio.

Eppure io voglio e posso testimoniare che nella mia vita le croci che ha vissuto la mia mamma mi hanno aperto, grazie all’amore e alla fede con cui lei le ha vissute, “strade nuove”, poco battute ma bellissime: quante volte ho potuto intuire e vedere chiaramente che quando mia mamma  viveva periodi in cui era abbattuta dalla malattia

in quei momenti io vedevo Gesù Servo Sofferente, consegnato al ludibrio della gente che si faceva beffe di Lui,  un Gesù crocifisso, abbandonato, non capito ed evitato, e penso che solo chi ha vissuto una malattia di quel genere, che spesso è occasione per molte persone di allontanamento, e solo chi come famigliare ha vissuto vicino a chi è così crocifisso, può capire cosa vuol dire soffrire e non solo soffrire, ma soffrire anche nel non essere riconosciuti, nel percepire la avversione dei cosiddetti “sani” per chi in quel momento è così debole e sofferente.

Ma … “quando sono debole è allora che sono forte”(2 Corinzi 12, 10), dice un testo di San Paolo….è proprio così. Mia mamma ha sempre dato a mio papà e a noi figli un amore infinito, speciale, e quando stava bene era piena di una vitalità, un entusiasmo,  una amorevolezza, una gioia davvero rari e difficili da trovare. Con una attenzione anche concreta ai poveri, ai deboli e piccoli, meravigliosa, piena di vero amore. Mia mamma ci ha riempito la vita di gioia, amore, dolcezza, entusiasmo, fede.  La mia mamma ha sempre pregato tantissimo, col cuore, e ha sempre visto ogni dolore piccolo e grande come occasione di offerta per il bene di tutti, e di coloro che soffrono o non amano Dio. Mi ricordo che addirittura una delle volte che è stata malissimo e sono andata a trovarla dove era ricoverata, l’ho trovata intenta a insegnare, con un amore dolce e umile (lei era una ex insegnante) a scrivere e leggere a una signora anziana che era ricoverata lì con lei e che non sapeva né leggere né scrivere. Invece di trovarla che si autocompativa e inacidita, aveva anche in quel luogo trovato il modo di aprirsi e amare chi era lì con lei.

Sarebbero tanti gli episodi da raccontare, vorrei però sottolineare quanto sia importante sfatare i pregiudizi su malattie come quella bipolare: spesso chi soffre di questo tipo di malattie viene considerato con meno valore, solo fragile e inutile, o addirittura “cattivo”,  eppure non dimentichiamo mai, mai che Dio sa essere presente con tutta la Sua Grazia e il suo Amore anche in quelle situazioni che sembrano solo di dolore e non senso, anche e soprattutto nel cuore di chi è schiacciato da croci che in alcuni momenti toglie anche la capacità di gestire bene se stessi e la propria vita.

Quanto bene scopriremmo e quanta gioia troveremmo, quanto amore svilupperemmo e quante “lezioni” impareremmo  se smettessimo di guardare chi ha una malattia mentale solo con paura o scostandola! In mia mamma, nella sua vita e nelle sue croci e nel modo in cui le ha vissute, io ho scoperto quanto l’Amore c’è e quanto è senza limiti, e ho potuto sviluppare uno “sguardo” , un entusiasmo e fiducia che mi permettono  di trovare o almeno intuire il bene e ricchezze enormi anche in chi sembra solo incattivito, fragile, non amabile.

Alcune persone davanti a ciò che viveva mia mamma e noi figli mi hanno fatto capire quanto mi “compativano” per le sofferenze che ho dovuto vivere, ma nella verità di ciò che ho vissuto devo invece dire che io sono una privilegiata, (quanto sono diverse le situazioni da “dentro” e quanto ci si ferma alle apparenze delle vite degli altri!)  perché attraverso mia mamma, così com’era, con la sua infinita bellezza interiore, la sua fede, attraverso anche le sue croci devastanti, ho potuto sperimentare in maniera grandissima quanto Dio c’è, quanto è vero che è Lui con la Sua Grazia che fa doni immensi e riempie di ricchezze inimmaginabili tutti, anche o soprattutto chi deve vivere croci molto grandi e poco capite dagli altri, e quanto mia mamma mi amava e amava tutti, al punto che ogni volta che stava meglio dopo un suo momento di grande malattia, chiedeva scusa alle persone perché nei momenti in cui era “imprigionata” dalla malattia a volte esprimeva anche cose che non pensava davvero, e mi chiedo: quante persone, quante mamme  scelgono l’umiltà e chiedono scusa alle persone e ai propri famigliari se sbagliano, pur non essendo imprigionate a volte in una malattia che a volte le schiaccia?

Anche in questo io ho avuto (e ho) una mamma speciale, specialissima, una mamma che mi ha sempre amato, e che anche nei momenti più bui e brutti della malattia non si dimenticava né di mio papà, né di me, né di mio fratello, ma cercava comunque di amarci anche in quegli inferni umani in cui a volte, indipendentemente dalla sua volontà, cadeva. Ma sempre il Signore l’ha sostenuta e rialzata, sempre ha lavorato in Lei dandole anche Grazie speciali che lei ci testimoniava e ci faceva scoprire, anche per aiutarci.

Gli ultimi tre anni della sua vita, mia mamma ha vissuto ulteriori grandissime croci, nelle quali ha dovuto accettare di essere “spogliata” dal male anche da ulteriori gioie che gustava tantissimo: la possibilità di camminare autonomamente (lei che amava così tanto camminare ore in montagna e gustarsi le montagne), la capacità di ricordare ogni cosa (la sua memoria in alcuni momenti del giorno diminuiva per un problema grosso), la possibilità di leggere (vedeva ma le si era abbassata troppo la vista), lei che amava tanto leggere, e, negli ultimi mesi, le è stato tolto anche l’amore della sua vita, il marito che amava con un amore infinito e commovente: mio papà.

In queste enormi spoliazioni chiunque forse avrebbe reagito con grande scoraggiamento, chiusura, rabbia verso Dio, e forse anche grande invidia e rabbia per tutti coloro che invece ancora possono camminare, andare in montagna, correre, leggere, ecc.   e invece… invece ho visto mia mamma amare ancora di più, affidarsi a Dio e alla Madonna ancora di più, e anche quando aveva momenti di scoraggiamento, subito trasformava tutto in offerta, subito riapriva il cuore, e quando parlava con me o con qualcuno che le raccontava al telefono o di persona quante cose belle stava vivendo, per esempio dalla montagna, o cosa aveva letto, ecc. mia mamma spalancava il cuore con sorrisi profondissimi e meravigliosi, e nonostante il grande dolore di non poter più fare lei quelle cose, gioiva di vero cuore per chi invece poteva fare le cose più normali e belle, e amava, amava anche superando la malinconia di non poter vivere più alcune situazioni, e io guardandola la contemplavo commossa.

Mia mamma ha sempre  pregato e amato la Madonna, era devota in particolare alla Madonna delle Grazie del Santuario della Mentorella, e diceva sempre che la Madonna delle Grazie le aveva fatto tante Grazie. E anche negli ultimi mesi, nonostante i dolori fisici e le difficoltà pratiche, andava con noi famigliari spesso al santuario della Mentorella, sdrammatizzando anche i dolori fisici che aumentavano per lo sforzo di viaggiare un po’ di tempo in macchina, piena di fiducia, e andava  alla Madonna di quel Santuario anche per portarle in pellegrinaggio tutti i bisogni e le intenzioni di ogni persona.  Anche quando stava lunghe ore ferma a letto anche per una piaga dolorosissima che le imponeva qualche ora a letto, lei non si lamentava mai, per tutti aveva parole di conforto, luce, gioia, pace, e quando le si telefonava o la si andava a trovare, era lei che si interessava pienamente e con gioia e accoglienza a noi tutti, era lei che dava gioia, entusiasmo, amore e fiducia a noi. E perdonava chi non la capiva. Chi non credeva in Dio se fosse venuto a trovare mia mamma penso che avrebbe subito iniziato a credere in Dio.

Anche la morte di mio papà è stata vissuta con mia mamma non solo con immenso dolore, ma con una certezza amorevole che il suo sposo era comunque lì vicino a lei, e che si sarebbero ritrovati di nuovo, dopo la morte.

Non ho mai conosciuto una persona che amasse così tanto Dio e si fidasse così realmente di Lui, che si interessasse alla vita, alle persone con gioia e pienamente come faceva mia mamma, anche mentre era nel pieno di dolori fisici o emotivi o spirituali.

E nonostante le sue difficoltà alterne di memoria, nonostante le sue sofferenze si percepiva benissimo quanto Dio era in lei e quanto è vero che esiste l’anima, che non è mai soffocata da difficoltà di memoria, mentali, o fisiche. Dal letto di mia mamma partivano verso tutti e verso il Cielo continue offerte di amore delle sue sofferenze e gioie, un compito importantissimo  e utilissimo per gli altri: mia mamma infatti pregava incessantemente e quasi ininterrottamente per tutti, (in particolare con il Rosario), e per tutte le situazioni che conosceva di dolore, e per tutti coloro che non amano o soffrono, pregava anche per chi è nel Purgatorio, e penso che anche  attraverso le preghiere di mia mamma per tutti il Signore abbia salvato tante situazioni e persone.

E quando, pochi giorni prima di morire è stata ricoverata per un problema fisico grave, mia mamma ha mantenuto la sua fede e serenità, era lei che incoraggiava noi, sorrideva continuamente e si preoccupava di me e di mio fratello, di mio marito, di mio figlio, il nipotino a lei tanto tanto caro  a cui voleva un bene immenso.

Poco più di un  giorno prima di morire, era migliorata dopo una operazione, e mentre le dicevo, per le notizie positive che avevo ricevuto su di lei io, che stava meglio e che sarebbe tornata a casa, lei con un sorriso meraviglioso e pieno di pace mi ha risposto “Come a Dio piacerà”

… era totalmente, ancora una volta, come aveva fatto in tutta la sua vita,  abbandonata a Dio e alla Sua Volontà di Amore per lei.

Le ultime ore improvvise e tremende,  prima che mia mamma entrasse in coma, mentre non si era ancora capito cosa avesse, e respirava a fatica, anche in quei momenti lei si preoccupava per me, e per mio fratello, che eravamo lì con lei, si interessava a come stavamo, e io, intuendo a quel punto che in realtà stava per andarsene dal Signore, per darle forza le facevo vedere l’immagine di Gesù Misericordioso, che lei amava tanto, e a cui lei era molto devota: quando ho partorito mio figlio, mia mamma è venuta quella mattina di qualche anno prima, quando ancora camminava da sola,   e mi ha portato in regalo il regalo più bello, una immagine di Gesù Misericordioso, e ora ero io, che sul letto dove lei stava per “nascere” alla vera Vita, le portavo e le facevo vedere per sostenerla una immagine di Gesù Misericordioso.  Morte e vita, amore e misericordia, è tutto collegato. E in quelle ore di agonia mia mamma ha avuto una esperienza fortissima della vicinanza della Madonna che era lì con lei, e che ho potuto intuire anche io, e che mi ha fatto capire che la Madonna, la Madonna che mia mamma amava tanto da sempre, era venuta a prenderla per portarla per sempre in Paradiso con Lei. E quando stavano portando in sala operatoria mia mamma per intervenire d’urgenza, ancora una volta, l’ultima volta che l’ho vista sveglia, mia mamma, mentre suonava all’impazzata l’allarme della macchinetta dei parametri vitali, mia mamma mi ha sorriso, con un ultimo, bellissimo, dolcissimo  e sereno sorriso.

Dopo qualche ora eravamo mio fratello ed io in sala rianimazione, e straziata dal dolore nel vedere mia mamma, come circa  11 mesi prima mio papà, in coma  e intubata, che stava lasciandoci fisicamente, siamo rimasti con lei davanti a quel mistero dove intuivo che mia mamma era lì, anche se non potevamo ascoltarla e percepire la sua voce o il suo sguardo, ma che era lì e si stava preparando per andare dal suo Signore. Quando tutti pensiamo che le persone in coma non percepiscano, non siano in qualche modo spiritualmente presenti, facciamo un atto di fede in Dio e crediamo che invece la persona in coma è lì, e può in un modo misterioso ricevere il nostro amore, la nostra attenzione, la nostra preghiera e affetto, le nostre parole e pensieri.  Io ho potuto anche sperimentare questa realtà concretamente: infatti quando mio fratello ed io siamo entrati in quella sala di rianimazione, io mi sono avvicinata a mia mamma e ho fatto un gesto di amore che lei ed io facevamo sempre l’una all’altra quando ci salutavamo ed io tornavo a casa: le ho fatto il segno della croce sulla fronte: e sono rimasta colpitissima quando, appena mi sono avvicinata  a mia mamma intubata, e ho iniziato il segno della croce, il monitor a cui era collegato il suo cuore e i parametri vitali ha iniziato a fare un suono fortissimo e improvviso, il cuore di mia mamma era emozionato, con un aumento di battiti, e tutto questo è durato solo i pochi secondi che io le ho fatto il segno della croce. Mia mamma mi aveva percepito, (come circa undici mesi prima era successo a mio papà, anche lui mi aveva percepito quando ero andata a trovarlo intubato e in coma,  e anche il suo monitor per qualche secondo appena sono arrivata ha segnalato che il suo cuore era emozionato e batteva forte forte), e lei  “sapeva” che la stavo salutando anche così. Mio fratello ed io siamo poi rimasti accanto a lei, quelle ore che lei stava per andare nella luce, entrambi pieni di straziante dolore ma pieni anche di intense e ininterrotte preghiere per lei; mia mamma è morta circa dieci minuti dopo che io ho pregato accanto a lei, per lei, con la coroncina della Divina Misericordia, a cui lei era devota: e ancora una volta Gesù era presente anche attraverso le Sue Promesse fatte attraverso la Sua Divina Misericordia, e mia mamma ha potuto avere accanto a sé qualcuno, sua figlia, che insieme a suo figlio pregavano, anche attraverso la coroncina della Divina Misericordia: non sottovalutiamo questo grande strumento di consolazione, la coroncina della Divina Misericordia, (e soprattutto la Divina e infinita Misericordia del Signore per ognuno di noi), accompagnamento e  Salvezza per ogni persona, per i morenti, e diffondiamola e preghiamola con amore per tutti.

E quando mio fratello ed io, dopo poche ore, siamo andati alla camera ardente, abbiamo trovato la mia mamma con sul volto apparso un sorriso bellissimo, una espressione e un sorriso che sembrava esprimere la gioia di aver finalmente raggiunto e trovato per sempre il Suo Signore, tanto amato,  e il suo sposo tanto amato, mio papà

La morte non ha l’ultima parola neanche sulla gioia dell’amore, la morte nasconde, ma i nostri cari ci sono sempre vicini, senza più limiti umani, e dopo la morte di mia mamma ho potuto, pur nel mio dolore infinito per la sua perdita umana, ho potuto “ritrovarla” comunque in una sua vicinanza sollecita e gioiosa che è spirituale, e anche se rivedrò la mia mamma solo quando andrò anche io nel mio ultimo viaggio, so e sperimento in un modo misterioso ma reale, che lei mi segue, ci segue, e intercede anche dal Paradiso con immenso amore e gioia.

Francesca Bisogno

Visitate il suo blog Alba stellata

Sensi di colpa nel matrimonio

Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e a provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si  resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così.  Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere apposto. Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa