Papa Francesco al Forum. Guardarsi negli occhi. (1 articolo)

Papa Francesco il 16 giugno  ha ricevuto in udienza una delegazione del Forum delle Famiglie. Ne è nato uno scambio molto bello e soprattutto interessante. Papa Francesco, provocato dalla passione del presidente del Forum Gigi De Palo, riposto il discorso formale che aveva pronto, ha risposto a braccio, guidato da quanto lo Spirito gli suggeriva. La risposta del Papa è una meraviglia da leggere e rileggere. Sento il desiderio di rileggerla con voi, approfondendo i punti più significativi.

Lui (Gigi De Palo ndr)  ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano… Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.

Papa Francesco si commuove pensando all’amore sponsale, quello autentico. Un amore che non cessa. Un amore che con il tempo cresce. L’amore non può essere un concetto fermo e statico. L’amore se non cresce muore. E’ come una pianta che va curata e nutrita giorno dopo giorno. L’amore si nutre di tenerezza. L’amore ha bisogno della tenerezza per non morire nel cuore degli sposi. Tenerezza che si concretizza nei gesti del corpo, nella cura e nelle attenzioni. Tenerezza che è anche sguardo. Il papa si sofferma sullo sguardo. Dimostra di essere attento a ciò che è davvero importante. Sa leggere bene il linguaggio non verbale degli sposi. Da come due sposi si guardano si può capire molto. Tanti sposi non si guardano più. La loro vita prosegue su binari paralleli e non si guardano più. Che tristezza. Due sposi che non si guardano più stanno gettando la loro bellezza e la loro ricchezza.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza, ma della assenza, tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno a cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi sappia prendere e coinvolgere. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla, se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora.  Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

 

L’amore da seme diventa albero.

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.
Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.
Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?
Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra;
ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere.
Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Il regno di Dio è l’amore. Dove c’è amore autentico lì regna Dio. Noi siamo quel seme. Siamo creati ad immagine di Dio. L’amore ci costituisce. Amare è ciò che desideriamo e che dona senso ad ogni cosa, alla nostra vita. Il matrimonio è quella terra fertile che accoglie ciò che siamo e ci permette di crescere e diventare grandi.

Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Quella promessa mi sembrava invece così difficile e troppo esigente. Desideravo un amore così bello come quello sposale che fosse per sempre e senza condizioni. Non credevo, però,  di esserne capace. Era troppo per me. Ero un piccolo seme di senape, uno dei semi più piccoli. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Solo quello mi ha dato forza. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui mi avrebbe reso capace e adeguato. Ed ecco che ho visto il mio amore, la  capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di sempre più bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Senza spiegarmi come fosse possibile tanta bellezza. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, e per me,come questo sia possibile,  resta un mistero. Non è merito mio. C’è la mano di quel Dio che ha preso molto seriamente la nostra promessa è l’ha resa sua. Ci ha chiesto solo di dare quel poco che avevamo da offrire, di fidarci di lui e di non mollare mai nelle difficoltà. Il resto lo ha fatto lui. Sono sicuro che se  mai dovessi montare in superbia e credessi di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, credessi di essere io quello bravo e che mi basto, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Detto tra noi è già capitato. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. Sono malata d’amore. (30 articolo)

Sostenetemi con focacce d’uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d’amore.
[6]La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
[7]Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
non destate, non scuotete dal sonno l’amata,
finché essa non lo voglia.

Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore. Lei sta vivendo un momento, mi azzardo a dire, di estasi. Sono, probabilmente al culmine del loro amplesso. Un momento di fuoriuscita da sè, un momento di stordimento. Non capisce più chi è. Chiede di aver qualcosa da mangiare perchè si sente mancare, le mancano le forze. L’amore che sta vivendo è troppo grande e troppo bello. L’esperienza che sta vivendo è così piena, così totalizzante che si sente sfinita. Lei per essere guarita dal suo mal d’amore, da questa bellissima sensazione, chiede uva passa e mele. Due immagini che rimandano all’amore stesso. L’amore non ha medicina se non l’amore stesso. Questo è il messaggio meraviglioso di queste poche righe.

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. L’amplesso ha raggiunto il culmine. I due si abbandonano l’uno all’altra. Un’immagine di una bellezza straordinaria. In poche parole dice tutto. Lei è completamente abbandonata a questo abbraccio d’amore di lui. In questo abbraccio silenzioso, senza aggiungere altro, possiamo davvero contemplare l’amore che si è fatto carne tra di loro. Non sono più due, ma sono una cosa sola. Sono una carne sola. Lui è felice di questo abbraccio. Tanto felice e tanto ebbro di quel momento che arriva a scongiurare le figlie di Gerusalemme di non interrompere quell’attimo di eternità. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia. Gazzelle e cerve sono un’altra immagine importante. Gazzelle e cerve erano assimilate, nella cultura orientale del tempo, all’amore, in particolare a quello erotico. Per tutte la forza che l’amore ha, che ci ha donato in quest’incontro intimo, io vi scongiuro, non svegliatela. Lasciate che possa assaporare per tutto il tempo possibile questa gioia concreta e sensibile scaturita dal nostro amore che si è fatto carne. Queste 9 righe del Cantico dei Cantici stanno raccontando ciò che di più bello possono sperimentare due sposi nell’amore erotico e sensibile. Un libro della Bibbia che racconta l’estasi del piacere e il successivo desiderio di assimilare quel piacere appena vissuto. Un piacere che dal corpo raggiunge il cuore e lo nutre. Quell’abbraccio finale tra i due amanti che vuole significare un’unità appena sperimentata che sta riempiendo il cuore di gioia, di bellezza, di pienezza. Un abbraccio che i due non vorrebbero avesse mai fine. Non è forse ciò che sperimentiamo anche noi quando viviamo l’incontro intimo in modo autentico e pieno? La Bibbia, attraverso questo libro, ci dice che è un qualcosa voluto da Dio per noi, il modo che Dio ha scelto affinchè noi potessimo dimostrarci e sperimentare il piacere dell’amore. La Bibbia è sorprendente. Non è vero?

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore

Uno sguardo è adulterio?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.

Brutta bestia l’adulterio. Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo subito il tradimento carnale, avere rapporti sessuali con altre persone che non siano nostra moglie o nostro marito. Ed è vero, ma è una spiegazione molto superficiale e limitata, la punta dell’iceberg. L’adulterio è molto di più e comincia molto prima di arrivare a tanto. L’adulterio è una falsificazione. Adulterare  significa esattamente variare in modo illecito. Che sia uno sguardo, un pensiero o un atto vero e proprio. Con il matrimonio il nostro cuore appartiene alla nostra sposa, perché noi lo abbiamo liberamente donato a lei. L’adulterio è cacciarla fuori e riprenderci qualcosa che non ci appartiene più, con l’adulterio torniamo noi al centro del nostro cuore. L’adulterio non è sostituire la nostra sposa con un’altra donna, ma rimettere noi al centro, perché l’altra donna non diventa altro che un oggetto per soddisfarci. Basta uno sguardo a una donna incontrata per strada, magari poco vestita, per farne un oggetto delle nostre fantasie. Una donna poco vestita non è mai, e ripeto mai (non fatevi illusioni), ammirata per la sua bellezza, ma vista sempre come oggetto. Non lo dico perché sono maschilista, ma semplicemente perché l’uomo è fatto così, vista e fantasia sono due chiavi fondamentali della sessualità maschile a differenza di quella femminile, che è basata più sull’affettività e tenerezza. Senza contare poi che la pornografia è diffusissima tra ragazzi e anche tra uomini adulti, e questo non fa altro che accentuare la mentalità che oggettivizza la donna e la trasforma non più in persona ma in corpo se non addirittura in parti di un corpo.

Esiste poi l’adulterio del cuore, ancora più sottile e pericoloso. Sì, perché avviene tra i coniugi stessi. Tutte le volte che ci si accosta alla propria moglie per soddisfare una propria voglia e un proprio istinto, trattandola come oggetto di piacere, stiamo commettendo adulterio, perché non ci stiamo unendo a nostra moglie, ma a un pezzo di carne, a un oggetto al nostro servizio. State sicuri che le donne non sono stupide, lo capiscono benissimo e questo porta sempre sofferenza e divisione tra i coniugi.

Non commettere adulterio non è semplicemente non fare qualcosa, ma al contrario è darsi da fare. Significa purificare il proprio sguardo, il proprio cuore e la propria mente e imparare il dominio di sé, che è indispensabile per potersi donare ad una persona. Se non ci apparteniamo e siamo schiavi di passioni e impulsi, come possiamo donare qualcosa di cui non abbiamo il controllo? Stiamo mentendo a noi stessi e alla nostra sposa (nostro sposo).

Antonio e Luisa

Dare compimento alla Legge.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Questo Vangelo credo possa insegnarci tanto. Perchè Gesù dice che non è venuto ad abolire la legge? Non vuole cambiare nulla della legge, ma al contrario vuole portarla a compimento. Gesù non solo non vuole. Gesù non può cambiare nulla della legge. La legge non è altro che un libretto d’istruzioni che Dio ci ha donato. Un libretto per svelare in profondità quelle che sono le esigenze del nostro cuore. La legge ci rende pienamente umani. E’ Gesù è pienamente uomo. Per questo non può cambiare nulla. Rispettare la legge significa vivere pienamente da uomini. Gesù è venuto a perfezionare la Legge, a portarla compimento. Non è venuto a cancellare il Decalogo, che resta completamente valido, ma a renderlo concretamente vivo nel cuore dell’uomo. E’ venuto a trasformare semplici norme da rispettare,  in apertura e conversione del cuore. Non ha senso seguire i comandamenti, se non come volontà di amare di più e più perfettamente Dio e i fratelli.  Come sappiamo i primi tre comandamenti descrivono il rapporto verticale, con Dio. Dal quarto al decimo si spostano su un piano orizzontale, sul rapporto tra uomini, con il prossimo. I comandamenti sono tutti importanti e non rispettarne uno indica un’ipocrisia di fondo, una incapacità di amare in pienezza.Uccidere, rubare, dire falsa testimonianza sono tutti comportamenti universalmente condannati. Non è un vero uomo chi commette certi gesti e certi delitti. C’è un comandamento che sembra, invece, passato di moda: il sesto.

Il sesto comandamento è spesso sottovalutato e ritenuto meno importante di altri. Come se la sessualità disordinata non fosse un peccato grave, non fosse una mancanza grave di rispetto verso l’altro e verso noi stessi. Non fosse una mancanza di amore.  Sento tanti sacerdoti condannare l’omicidio, le guerre, i furti, la truffa, le estorsioni e tutte queste manifestazioni del male. Giustissimo, ma non vedo altrettanta veemenza contro l’adulterio, i rapporti prematrimoniali, la masturbazione,  la contraccezione e i rapporti omosessuali. Il sesto comandamento è cancellato di fatto. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Un sacerdote, a cui voglio bene, ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: Se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: I fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso, al contrario, che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento, non a caso, è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi gli ha dedicato parte della vita? Non uccide forse la persona a cui aveva invece promesso amore, rispetto e cura.  Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo.

Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato/a senza essersi impegnato definitivamente e  totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro/a. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro/a come oggetto. Anche se sinceramente si crede di amare l’altro in quel modo. Spesso, però, la sincerità non equivale alla verità.

Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo, in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento, non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro/a.

Se crolla il sesto comandamento crolla tutto. La nostra società ipersessualizzata ne è la conferma. Sesso libero e facile, senza troppi pensieri, ma che rende le persone sempre meno capaci di scelte definitive e di fedeltà.  Bisogna recuperare la capacità di rendere giustizia alla verità e saper testimoniare che la sessualità è qualcosa di meraviglioso, ma che va vissuta in un contesto di amore autentico, nel dono totale del matrimonio tra un uomo e una donna. Al di fuori della sponsalità è un gesto falso che esprime la nostra incapacità di amare e il nostro egoismo che usa per interesse. Non è dono, ma violenza, sempre, anche quando si tinge di un sentimento d’amore che non può però essere autentico. Questa è una mentalità che poi si manifesterà in ogni ambito relazionale: lavorativo, affettivo, familiare etc. Rispettare il sesto comandamento significa educarsi al rispetto e alla valorizzazione dell’altro/a. Significa essere responsabile delle proprie promesse e delle proprie azioni.  Non è figlio di un dio minore, ma vera esigenza che Dio ci chiede per amare veramente come Lui ama e come Gesù ci ha mostrato nella Sua vita terrena.

Antonio e Luisa

Luce del mondo.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.”

Noi siamo questo!! Noi sposi possiamo essere luce del mondo! Noi sposi possiamo essere sale della terra! Non ci credete. Vero? Noi luce del mondo. No, noi è già tanto che tiriamo sera. Nelle nostre case si litiga, si è nervosi e stanchi, non si riesce a fare tutto quello che si dovrebbe. Come facciamo ad essere luce del mondo? Lo siete proprio perchè siete così. Proprio perchè fate fatica. Perchè siete pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è come viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano motivo di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. Una caratteristica dell’essere umano è quella di guardare sempre a ciò che non ha. Guardare con invidia a quello che manca senza saper apprezzare i propri punti di forza. Voi che litigate sempre e che poi fate sempre la pace. Siete luce. Voi che non avete avuto figli, ma che siete fecondi in altro modo. Voi che vi spendete per la comunità e vi fate prossimi a tante situazioni. Siete luce. Voi che avete avuto tanti figli e che invidiate magari la casa sempre in ordine di chi non ne ha. Siete luce. Voi donne e uomini separati che credete di aver fallito e vi sentite infinitamente meno di chi ha un matrimonio felice. Sappiate che voi che restate fedeli alla promessa siete una luce abbagliante in questo mondo di tenebra. Ogni famiglia è diversa. Ogni famiglia ha le sue caratteristiche. Però tutte, se si abbandonano a Dio, possono essere una piccola luce. Ognuna con il suo colore e la sua intensità. Tutte, però, mostrano qualcosa di Dio.

Vi lascio con un corto che ogni tanto ripropongo. Si tratta del Circo della farfalla.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia dai Mirko e Sandra (i nostri cari coordinatori dell’Intercomunione) . E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): Più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Antonio e Luisa

Il sesso non è sempre buono caro Ermal

Rientro oggi e leggo di dichiarazioni da parte del ministro #fontana che in nome del suo essere cristiano dichiara invisibili le unioni arcobaleno. Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici. E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo.

Ermal Meta ha detto la sua sulle parole del neo ministro Fontana. Fontana si riferiva alle famiglie arcobaleno. La riflessione che desidero, invece, proporre è più ampia. Non si limita ai rapporti omosessuali, ma tocca tutto l’ambito sessuale e dell’amore sensibile umano. Siamo fatti di anima e corpo. Anima e corpo come due dimensioni della stessa umanità. Anima e corpo che non sono distinte e separate, come tutta la filosofia greca vuole farci credere. Anima e corpo che sono così legate tra loro da essere indistinguibili. Siamo spiriti incarnati. L’anima luogo dove nasce l’amore, la volontà, l’intelligenza, la fede. L’anima come sorgente dei nostri desideri e della nostra profonda relazione con Dio. Il corpo, invece, dove l’amore prende concretezza. Dove prende vita e si manifesta. Non si può amare senza un corpo. Lo sguardo, la carezza, la dolcezza, la tenerezza, l’abbraccio e tutte le manifestazioni sensibili dell’amore avvengono attraverso il corpo. Provate a chiudere gli occhi, a mettervi di spalle al vostro amato (o amata) senza toccarvi e senza parlare, cercate ora di far percepire all’altro/a tutto l’amore che avete per lui/lei. Non ci siete riusciti vero? E’ normale. Non avete potuto usare il vostro corpo. L’amore senza corpo resta lettera morta. Gesù ha amato attraverso il corpo. Ha abbracciato, pianto, accarezzato, guardato amorevolmente con il corpo. Il corpo è tanto importante per lui da avercelo donato nel pane e nel vino eucaristico. Caro Ermal cos’è l’amore? Non quello che, probabilmente, pensi tu dell’amore, ma quello autentico, quello ecologico e biblico.

L’amore ecologico è un donarsi e un accogliersi tra due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere: Io personale, cuore e corpo.

L’amore è questo. L’amore per essere tale deve essere rapportato alla verità della relazione. Esiste l’amore tra una mamma e il suo bimbo. Esiste l’amore tra due fratelli. Esiste l’amore tra fidanzati. Esiste l’amore tra un uomo e una donna uniti dal sacramento del matrimonio. Ogni tipo di amore ha le sue manifestazioni per essere nella verità. Il bacio tra marito e moglie non può essere lo stesso che si scambiano madre e figlio. Fa ribrezzo pensare ad una madre che bacia appassionatamente il proprio bambino. Nessuno può considerare amore quel gesto. E’ un gesto malato. Perchè l’amore è vero solo se si esprime armoniosamente con il corpo. Attraverso il corpo dobbiamo saper esprimere la verità e in verità l’amore che il nostro cuore sta vivendo. Arriviamo al punto. Scusate la lungaggine, ma erano premesse necessarie. C’è una sola relazione che richiede un amore esclusivo, totale, fecondo e per sempre. Questa relazione è il matrimonio tra un uomo e una donna. C’è solo un gesto corporeo che rappresenta questo tipo di amore: l’amplesso fisico. L’amplesso fisico è un gesto autentico, dove c’è armonia tra cuore e corpo, solo nella relazione matrimoniale. Il corpo dell’uomo e il corpo della donna, non a caso, sono creati sessuati, diversi e complementari perchè l’unione dei corpi, l’amplesso appunto, possa manifestare e rendere visibile ai due l’unione dei cuori. Possa, anche, nell’incontro intimo, essere generativo di amore, di unità e, alcune volte, di un bambino. Solo in questo caso si tratta di un gesto che è capace di esprimere amore. Per questo esiste un luogo sacro dove marito e moglie possono riprodurre il noi che li costituisce: la vagina della donna. L’uomo è l’unico essere vivente che vive l’amplesso viso a viso. Non è un caso. E’ una caratteristica che ci rende profondamente uomini, creature fatte a immagine e somiglianza di Dio. Durante l’amplesso i due sposi si possono guardare e baciare. Possono vivere un’unione perfetta. Possono incontrare il cuore dell’altro/a, attraverso lo sguardo che penetra gli occhi dell’amato/a. Possono scambiarsi il soffio vitale, l’alito di vita, attraverso il bacio. Infine possono essere uno nel corpo attraverso la penetrazione del pene in vagina. Questo è un autentico gesto d’amore, che esprime la profondità dei cuori dei due. Nessun altro gesto che procuri un orgasmo può essere considerato un gesto d’amore. Non lo può essere la masturbazione, non lo può essere il sesso orale e non lo può essere il sesso anale. Tutti gesti che non permettono una vera unità e fecondità, quindi gesti falsi. L’orgasmo, caro Ermal Meta, può essere il culmine di un piacere sensibile di una realtà meravigliosa d’amore presente nel profondo dei due, ma può essere anche il frutto malato di una bugia. Può essere frutto di un egoismo che vuole usare l’altro/a Per questo ti dico che Gesù in realtà è molto interessato a come raggiungiamo l’orgasmo. Perchè ci vuole bene e desidera che ci incamminiamo verso l’amore e la verità. Finisci il tuo commento scrivendo: E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo. Per essere persone felici serve armonia e verità tra anima e corpo. Solo vivendo un amore ecologico questo è possibile. Per questo tanti cercano invano e vivono male. Cercano nel modo sbagliato. Cercano la felicità in un orgasmo quando in realtà questo li sta solo allontanando dalla verità e dalla pienezza di una vita autentica.

Antonio e Luisa

Ha scelto sempre Lui prima di me. Per fortuna!

Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!
Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Questo Vangelo mi ha sempre lasciato un po’ perplesso. Perchè Gesù dice questo?

C’è una verità di fondo che mi è risultata chiara solo dopo il mio matrimonio. Non c’è amore autentico se non in chi ama secondo Dio. Che ne sia consapevole o meno. Che sia cristiano o meno. La verità dell’amore l’abbiamo scritta in noi perchè ci costituisce come persone. Siamo fatti per amare così. Gesù supera i legami umani. Va oltre e afferma che io riconosco davvero mio padre, mia madre, i miei fratelli e, adesso, anche la mia sposa e i miei figli, se li amo nella verità. Non basta il legame di sangue o coniugale. Non basta, se non mi relaziono a loro con il rispetto, l’amore, l’accoglienza, la pazienza, la misericordia e la verità che Dio ci insegna attraverso la Parola e la sua legge. Se non metto Dio prima di ogni altra cosa. Ho compreso tutto questo grazie a Luisa.  La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Mi avrebbe lasciato senza pensarci se l’avessi messa davanti ad una scelta tra me e Lui. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè, in definitiva, non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei ha sempre messo la volontà di Cristo davanti alla mia e questo mi ha salvato. Mi ha costretto a pormi delle domande. Mi ha costretto a comprendere che la bellezza di quella ragazza andava oltre l’aspetto fisico, ma era trasfigurata dal suo tenace abbandono a Gesù, che era davvero Signore e Salvatore per lei. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era mai stato capace di fare. Lei nella sua fragilità e debolezza di donna ferita, ma forte come solo chi  fonda la vita sulla roccia di Cristo, mi ha penetrato con la spada e mi ha aperto la ferita del cuore liberandolo da tutto il pus del peccato che lo ammorbava. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

Grazie alla mia sposa che non ha mai amato me più di Gesù.

Un consiglio che mi sento di dare a tutti. So per certo da medici e psicologi amici che sono sempre più le spose (ma anche gli sposi) che si lamentano delle richieste dei coniugi. Sesso anale, pornografia, scambio di coppie, sex toys e tante altre depravazioni. Abbiate il coraggio di dire no a queste cose. Per il bene vostro e del vostro coniuge. La sessualità autentica è dono, incontro d’amore, dove l’abbraccio intimo è già cosa che più bella non si può sperimentare. Tutto il resto è solo frutto dell’egoismo e della concupiscenza. Tutto il resto serve solo a rendere la persona da amare una cosa da usare, un pezzo di carne.

Antonio e Luisa

Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo.

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.
Venuti però da Gesù e vedendo che era gia morto, non gli spezzarono le gambe,
ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Oggi ricorre la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. La liturgia ci presenta quindi questo passo del Vangelo. Sangue e acqua. Vita e Spirito Santo. Noi gli abbiamo saputo dare solo aceto. Vino avariato.  Amore avariato. Egoismo e chiusura. Sulla croce Gesù ha compiuto un nuovo miracolo. Un nuovo miracolo di Cana. Anche sulla croce si stava celebrando un matrimonio. Si stava celebrando l’alleanza nuziale tra Dio e l’uomo. Questa volta non ha fatto riempire le giare di acqua. Non c’era neanche quella. Non c’era neanche il nostro poco amore umano. C’era l’aceto. L’acqua non è cattiva come l’aceto. In questo caso non c’è un amore da perfezionare come a Cana. C’è un amore guastato da salvare. Lì, su quella croce, Gesù si prende il nostro matrimonio malato. Prende le nostre miserie, le nostre ripicche, i nostri litigi, il nostro egoismo, i nostri piccoli e grandi tradimenti, le nostre urla e i nostri giudizi spietati. Prende tutto e ci salva. Beve il nostro aceto. Lo fa suo.  A quelle coppie che hanno la determinazione, la volontà o, anche solo, la capacità di riconoscersi bisognose e di non bastarsi, restituisce sangue e acqua. Dal suo Sacratissimo Cuore scaturisce sangue e acqua. Scaturisce il sangue. Sangue che è vita. La vera vita. Scaturisce la capacità di rialzarsi e di rimettersi in cammino. Scaturisce la volontà e l’impegno di crescere come persone e come sposi. Scaturisce la voglia di cambiare quella relazione e di cambiare noi stessi. Gesù sa che non basta il sangue e ci dona anche l’acqua.  L’acqua che è segno dello Spirito Santo. Ci dona il suo sostegno e la sua forza. Ci dona il suo amore perchè diventi il nostro amore. Ci dona la capacita di perdonarci, di guardarci con gli occhi di Dio, di avere misericordia l’uno per le miserie dell’altro. In Lui  tutto cambia. Affidando tutto a Gesù non diminuiranno probabilmente i problemi. Lui in croce ci è andato. Cambierà, però,  la nostra relazione. Non sarà più aceto avariato, ma vita, amore e Spirito. Misericordia e accoglienza. Sarà finalmente un matrimonio pieno e felice anche nelle difficoltà.

Importante sottolineare come in entrambe le situazioni, a Cana e sotto la croce,  fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Un istante che sia eterno

In quel tempo, vennero a Gesù dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogarono dicendo:
«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello.
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza;
allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente,
e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.
Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l’hanno avuta come moglie».
Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?
Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.
A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe?
Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Questo Vangelo mi mette in crisi. Come tutte le crisi è un’opportunità per andare più a fondo. Per entrare in profondità della mia vocazione matrimoniale. Ho un desiderio dentro di me, desiderio costitutivo di ogni essere umano. Il desiderio del per sempre. Di vivere per sempre. Di amare per sempre. La morte è uno scandalo. Non siamo fatti per morire. Siamo fatti da Colui che è vita, amore, pienezza. Siamo fatti a sua immagine. Anche nel matrimonio sento questa chiamata al per sempre. Leggere queste parole di Gesù mi provoca disagio. Vorrei che la mia relazione con Luisa riuscisse ad andare oltre questa vita, avesse un orizzonte eterno. Gesù ci dice che non è così. Saremo come gli angeli. Gli angeli che sono puri spiriti. Cosa significa questo? Che avremo un corpo. Su questo non c’è dubbio. Non sarà più necessario, però, un matrimonio. Non sarà più necessaria una mediazione tra me e Gesù. Lo potrò amare direttamente. Questa riflessione ci permette di comprendere ancora di più quanto sia importante, invece, il nostro sposo e la nostra sposa in questa vita. In questa vita possiamo vivere e sperimentare momenti di eternità e di paradiso attraverso la persona che abbiamo al nostro fianco. Quando due sposi si amano in modo autentico e si manifestano in modo sensibile questo amore stanno facendo esperienza vera dell’amore di Dio. Quando io abbraccio la mia sposa è l’abbraccio di Gesù per lei. Quando io bacio e carezzo la mia sposa è il bacio e la carezza di Gesù per lei. Quando io l’accolgo si sente accolta da Gesù. Così in tutto. Non perchè io sia come Gesù, sia chiaro. Non ho questa superbia. Non mi sento un superuomo. Sono sicuro di questo perchè sto scoprendo sempre più cosa sia il matrimonio, e quali realtà naturali e soprannaturali comporti. Certo, in modo molto limitato, per quanto un uomo possa comprendere la grandezza di Dio, ma già resto a bocca aperta così. Nella nostra relazione c’è la presenza reale di Gesù che si manifesta all’uno attraverso l’altra, e viceversa. Bellissimo. Ecco perchè l’amplesso fisico tra due sposi è santo.  Perchè è il momento più alto e più bello con il quale gli sposi possono fare esperienza sensibile, non astratta, della gioia e della pienezza, nel dono totale del corpo. La Chiesa ha sempre compreso la potenza di questo gesto, ma solo ora, dopo un cammino di secoli sta arrivando a comprenderne anche la santità e il significato profondo. Chi ne ha fatto esperienza davvero lo sa. Gli sposi che lo hanno vissuto autenticamente hanno fatto un’esperienza di cielo. Hanno provato per qualche istante quella pienezza che ci sarà solo nei cieli. Un assaggio di cielo.  Per qualche istante non hanno avuto altro desiderio che quel momento non finisse mai, perchè erano immersi nell’amore. Questo è il paradiso. Un istante che sia eterno. Tornando alla Parola come posso concludere? Sicuramente non esisterà più lo stesso rapporto tra la mia sposa e me. Non avremo più bisogno di amarci come ci amiamo qui, nel modo che abbiamo ora. Saremo immersi nell’abbraccio di Cristo. Ho però una sicurezza! Luisa continuerà ad essere una persona speciale per me. Il cammino che abbiamo affrontato insieme e l’amore che ci siamo dati non sarà cancellato e vederla nella gioia con Cristo mi darà ancora più felicità e bellezza.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è fatto di pietre vive

Non avete forse letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri»?

La famosa testata d’angola, pietra d’angolo. Una curiosità. Perchè pietra e non mattone. Non usavano i mattoni? Eppure in Egitto gli ebrei erano schiavi adibiti alla costruzione di mattoni. Leggevo qualche mese fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che potessero sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio, in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Anche la nostra piccola chiesa domestica è costruita con pietre vive. E’ costruita con Antonio, con la sua mascolinità, con la sua storia, il suo carattere, i suoi difetti e i suoi pregi. Ed è costruita con Luisa. Luisa completamente diversa da Antonio. Luisa che esprime la sua femminilità e la sua identità in tanti modi così diversi da Antonio. Ogni tanto vorrei che ragionasse e si comportasse in modo un po’ più simile al mio e più comprensibile. Poi, però, penso che mi ha affascinato e conquistato proprio perchè così diversa da me.  Che bello che, proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze, sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto, perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore. Il più bel complimento che io possa fare alla mia sposa non è dire: mi ha reso simile a te. Sarebbe di una tristezza incredibile. Il più bel complimento che io possa farle è: Attraverso di te, attraverso la tua femminilità, il tuo amore, la tua persona sono diventato completamente uomo. Mi sento di essere ciò che sono e che sono stato creato per essere. Attraverso di te ho scoperto la libertà di scegliere e di vivere la vita che Dio ha pensato per me.

Naturalmente vale la stessa cosa per la mia sposa. Capite ora perchè Dio ama che la sua casa sia costruita con pietre vive e non con anonimi mattoni.

Antonio e Luisa

Corpus Domini. Un anniversario di nozze.

Oggi è la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Arriva subito dopo quella in cui si ricorda la Trinità. Domenica scorsa abbiamo ricordato Dio amore, Dio tre persone, ma un’unica sostanza, un unico amore. Dio come relazione intima e perfetta tra tre persone. Dio che non potrebbe essere che così. Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Dopo aver approfondito tutto questo, oggi ricordiamo che una di quelle Persone si è incarnata, che Dio si è fatto uomo. Non solo 2000 anni fa, ma si rende presente anche oggi in ogni consacrazione. Nell’ostia e nel vino consacrati c’è la reale presenza di Cristo. Cristo che si fa carne. Cristo ci ha amato così tanto da scegliere questa modalità particolare per rendersi presente. Gesù desidera così tanto essere uno con noi che ha scelto di farsi mangiare. Fedeli di altre religioni non comprendono tutto questo. Ci deridono e forse ci biasimano. Per loro è inconcepibile un Dio così, che si fa piccolo, che si fa carne, che muore per noi e che addirittura si lascia mangiare. Noi abbiamo la grazia di averlo incontrato. Crediamo che tutto questo sia possibile perchè ci siamo sentiti amati e desiderati da Lui. Abbiamo incontrato un Dio che non ci ha imposto la sua signoria. Gesù è mio Signore perchè desidero con tutto il cuore che lo sia. Mi ha conquistato con il suo amore. Mi ha conquistato dando tutto per me. Mi ha conquistato quando non ha mai smesso di aspettarmi, anche quando io rivolgevo lo sguardo ad altro. Lui è il mio Signore perchè gli ho donato il mio cuore dopo che lui mi ha dato tutto senza chiedere nulla in cambio. Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata.Anche me e anche voi che leggete. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così dobbiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo. Non ci dicono questo? Beato quello sposo (quella sposa) che riesce a vivere questo amore, con questa attenzione, questa dedizione e questa cura verso l’altro. Chi riesce è una persona che ha capito cosa davvero conta nella vita, ha capito cosa sia il matrimonio e si sta preparando al meglio ad incontrare quel Gesù che non desidera altro che accoglierlo in un abbraccio nuziale che durerà per sempre. Matrimonio ed Eucarestia sono due realtà imprescindibili una dall’altra. Almeno per noi cattolici. Sono sacramenti dell’alleanza. Attingendo all’Eucarestia, all’alleanza d’amore tra Gesù e noi, possiamo trovare forza, vita e amore per realizzare al meglio la nostra relazione sponsale. Guardando a come noi sposi ci amiamo (o dovremmo amarci), all’alleanza nuziale  tra un uomo e una donna, il mondo può capire qualcosa di più del mistero dell’Eucarestia. La festa del Corpus Domini è, in fin dei conti, un anniversario di nozze.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Il suo vessillo su di me è amore. (29 articolo)

Io sono un narciso di Saron,
un giglio delle valli.
[2]Come un giglio fra i rovi,
così la mia amata tra le fanciulle.
[3]Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.
[4]Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo. Quasi un modo sopra le righe. In realtà non è così. E’ consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Non a caso Salomone risponde. Risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così la mia amata tra le fanciulle. Vedete! Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu che sei giglio, che sei un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa da grandi poeti successivamente. Mi viene subito in mente una strofa del Petrarca. Parole tratte da Chiare, fresche e dolci acque. Il Petrarca scrive:

Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono secoli dopo e in una cultura completamente diversa la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna; donna: dal latino domina, “signora”, e quindi con la facoltà di comandare il cuore del poeta e di rappresentare, ai suoi occhi, l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile.

Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore è sempre lo stesso, naturalmente quello autentico,  in qualsiasi epoca e civiltà, perchè la stessa è la natura del cuore dell’uomo.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra:

Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta non solo per il colore dei suoi frutti, ma anche per la fragranza e il sapore degli stessi. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la sulamita continua:

Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.

Questi versi esprimono il desiderio di lei di fare suo l’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona. Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo:

Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che nel vivere questo gesto d’amore, vivendo la nostra intimità, noi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono. C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana e alla Grazia di Dio che trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perchè vinta dall’amore, dal tuo amore per me.

Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Potete farlo se entrambi vi impegnate per questo.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto

 

Bisogna saper perdere!

In quel tempo, Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo,
che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.
E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Ieri ho scritto di un altro passo di Vangelo (Mc 10, 17-27). La liturgia propone questa continuità proprio per evidenziare la differenza di comportamento e di conseguenze dello stesso. Il giovane ricco aveva tutto, ricchezza e riconoscimento sociale, ma non era felice, non aveva la pienezza. La vita non aveva un senso per lui. Tanto da recarsi da Gesù. Aveva visto in lui un’opportunità, ma non aveva avuto il coraggio e la forza necessari per un cambiamento vero.  Pietro, al contrario, non aveva più nulla, ma aveva guadagnato Cristo. Aveva lasciato il suo lavoro e la sua casa per seguire Cristo. Pietro era, al contrario del giovane ricco, felice. Aveva trovato un senso, aveva trovato Dio. C’è un altro passo del Vangelo molto attinente a questa Parola. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

E’ tutto qui. La nostra vita matrimoniale è questo. Possiamo raccontarci tutte le storie e trovare mille scuse, ma la differenza tra una famiglia che funziona e una che scoppia è qui. Dobbiamo essere capaci di donarci ad un’altra persona. Farlo fino in fondo, senza risparmio. Dobbiamo essere capaci di farci dono, servizio, tenerezza, attenzione, ascolto, cura, preghiera per la persona che abbiamo sposato. In una sola parola dobbiamo essere capaci di farci amore per l’altro.

Nek, nella sua canzone Se non ami, riesce a racchiudere in una riga questa realtà:

L’amore chiede di esser libero alle volte e quando torna indietro ti darà di più.

Cosa significa lasciare libero l’amore? Nella mia esperienza si può spiegare molto semplicemente. Dobbiamo smetterla di legare tanti laccetti e catene al nostro amore. Dobbiamo smetterla di mettere condizioni e un prezzo al nostro amore. Dobbiamo smetterla di calibrare il nostro amore a quanto riceviamo. Come fosse una bilancia da mantenere in equilibrio. Se lui/lei mi dà poco anche io non darò di più. Tanti ragionano così, condannandosi alla miseria.  L’amore non si deve pesare, ma si deve donare generosamente al nostro sposo o alla nostra sposa. Dobbiamo smetterla di fargliela pagare e di fare ripicche per presunti torti ricevuti e dobbiamo smetterla di rinfacciare gli errori. Solo così, senza porre misura a ciò che non si può misurare, potremo costruire una relazione che, giorno dopo giorno, cresca sempre di più. Solo così, come dice Nek, l’amore tornerà indietro, tornerà indietro il centuplo di quel poco che siamo riusciti a dare.

Dirò di più! Il matrimonio ti aiuta a capire che perdere è bellissimo!

Il matrimonio ti insegna a perdere. Insegna a perdere e ad essere contenti di perdere. Perdere significa rinunciare a imporre la propria volontà, significa spostare il centro da noi all’altro/a, significa morire a se stesso per qualcosa di più grande e importante. Perdere non significa subire un compromesso con frustrazione, ma amare e capire l’altro. Nella coppia dobbiamo imparare a perdere. Quante incomprensioni e quante sofferenze perché ci chiudiamo sulle nostre posizioni e perché pensiamo di avere ragione. Due egoismi che si scontrano. Musi, ripicche e silenzi carichi di tensione: per cosa? Perchè la vogliamo vinta. Perchè ciò che è importante per noi non è la relazione ma avere soddisfazione, che l’altro/a si abbassi a noi e alla nostra volontà. Dobbiamo imparare a perdere, a perdere quell’io di troppo che non permette al noi di respirare. Vi assicuro che sono stato molto più felice quando ho perso, ma ho visto la mia sposa felice, che quando mi sono imposto, ma ho visto la rassegnazione nella mia sposa. Bisogna imparare a perdere Quando nella coppia si fa a gara per capirsi e venirsi incontro perdere sarà sempre una vittoria, una vittoria non dell’altro/a, ma del noi. La relazione (ciò che conta di più) si rafforzerà. Amarsi è così, è sempre un controsenso, è un farsi piccolo per crescere.

Don Fabio Bartoli, in una sua catechesi, ebbe a dire:

Quando tu sposo sei nella logica della famiglia, che il suo bene è il mio bene, capisci che la cosa più sana nelle discussioni è perdere.

Cosa importa aver ragione se rompi il rapporto?

Che bella una discussione dove ci si preoccupa di più di dar ragione all’altro che di aver ragione.

Anche vivere in questo modo è un cammino. I contrasti ci sono. Ma se si persevera ci si accorge che si cambia, che si diventa sempre più attenti alle ragioni dell’altro, che i musi durano sempre meno fino a scomparire, e che l’unica cosa che si desidera è ricostruire immediatamente quell’armonia che abbiamo rotto. Naturalmente non c’è nulla di meglio che pregare insieme per ritrovare immediatamente l’armonia perduta.

Antonio e Luisa

 

Rinunciare per avere la sola cosa che conta.

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».

Questo brano del Vangelo che ci presentava la liturgia di lunedì è pazzesco. E’ pazzesco per quanto vada a toccare le debolezze umane. Mi sono sentito interpellato tantissimo. Il mio matrimonio è partito così. Con un desiderio molto forte, e con la volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità se non pensare a loro stessi. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Antonio e Luisa

Non ci devono essere segreti

Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere  e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono.

Questo passo non è tra le letture di questi giorni. Mi piace però rifletterci sopra. Perchè nasconde un significato molto profondo ed utile ad ogni comunità. In particolare cercherò di approfondire cosa significhi per la coppia, e per me in particolare. Io sono Anania. Vendo il mio campo. Cosa significa? Mi metto in gioco completamente nel matrimonio. Dono tutto me stesso. Non devono esserci segreti. Non deve esserci una parte di me che non sono disposto ad aprire alla mia sposa. Attenzione! Non è facile. Non lo nego. Siamo spesso portati ad essere gelosi di noi stessi. Altre volte ci vergogniamo. Altre volte siamo chiusi e bloccati da ferite e da sofferenze passate non ancora sanate. Non esiste la bacchetta magica in questi casi. Serve tanto abbandono alla Grazia. Ma non basta. Serve anche tanto impegno e tanta volontà da parte nostra. Serve convinzione e determinazione.  Serve anche che l’altro/a sia capace di accoglierci e di non giudicarci mai. L’altro deve essere come il samaritano che raccoglie per strada il moribondo e, senza chiedere nulla, senza porsi questioni sul perchè fosse lì, e perchè fosse conciato in quel modo, se ne prende carico e fa di tutto per farlo guarire. Non lo guarisce lui, ma lo porta all’oste. Lo porta a Cristo. Questa premessa per dire cosa?  Che tenere segreti, luoghi oscuri nella mente e nel cuore, distrugge la relazione. Anania alla fine muore. Anania muore perchè non ha dato tutto. Si è tenuto qualcosa solo per lui. Racconto un fatto personale. Anche io avevo luoghi oscuri. Durante il fidanzamento e qualche volta, purtroppo, anche dopo il matrimonio, ho fruito di immagini e video pornografici. Di nascosto, come un ladro. Era un mio peccato grande che rischiava di allontanarmi dalla mia sposa. Lo avrebbe probabilmente fatto nel tempo. Avrebbe creato un muro tra me e lei. Non avremmo mai potuto costruire una relazione piena e felice. Me ne sono liberato. Certo con la Grazia di Dio. Non sarebbe mai bastata, però, senza la mia volontà. Dio ci libera se noi vogliamo essere liberati. Ho distrutto questa barriera tra me e la mia sposa parlando in modo trasparente e sincero con lei. Non mi ha giudicato. Ho letto, però, in lei, nei suoi occhi, la sofferenza che le stavo arrecando. Si sentiva tradita. Come non ti basto io? Hai bisogno di cercare donne virtuali per appagare il tuo desiderio? Quella sofferenza mi ha fatto male. Il desiderio profondo di non provocarle più un simile dolore mi ha dato la forza. Volerle bene mi ha aiutato a gettare questa immondizia che mi riempiva il cuore. Se avessi fatto come Anania non so in quale situazione mi troverei adesso. Di una cosa sono sicuro! Non avrei la gioia nel cuore che invece ho. Non avrei un matrimonio così bello. Per avere tutto si deve dare tutto. Non per perdere qualcosa, ma al contrario per viverlo appieno.

Termino con le parole di Papa Francesco che potete leggere in Amoris Laetitia al punto 115. Parole che confermano e fortificano quanto ho scritto fin’ora:

…..(L’amore) rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti. Uno che sa che sospettano sempre di lui, che lo giudicano senza compassione, che non lo amano in modo incondizionato, preferirà mantenere i suoi segreti, nascondere le sue cadute e debolezze, fingersi quello che non è. Viceversa, una famiglia in cui regna una solida e affettuosa fiducia, e dove si torna sempre ad avere fiducia nonostante tutto, permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna.

Antonio e Luisa

La menzogna dell’alternativa

Oggi tanti quotidiani ricordano l’approvazione quarant’anni fa della legge 194. Una delle poche leggi che tutti conoscono. Quel 194 è divenuto simbolo di una vittoria di civiltà. Attraverso quella legge, finalmente, le donne sono state libere di uccidere il proprio bambino in tutta sicurezza. Non voglio entrare in polemiche sterili. Se avete letto i miei articoli passati saprete già che io credo nella vita e nella vita fin dal concepimento. Voglio soltanto aiutarvi a riflettere proponendo due diverse testimonianze. Una che ho raccolto direttamente e una che prendo dal bellissimo libro che racconta la vicenda di Chiara Corbella Siamo nati e non moriremo mai più.

Ce l’ho ancora impresso nella memoria. Quel viso mi è rimasto dentro. Era l’autunno di circa due anni fa. Suor Lella ci telefona. Suor Lella è una sorella della fraternità Tenda di Dio della diocesi di Brescia. Suor Lella si occupa di farsi prossima alle fragilità e alle periferie esistenziale come le ha ben definite Papa Francesco.  Quindi frequenta tossicodipendenti, carcerati e altre situazioni estreme. Ci telefona perchè una giovane donna albanese, che seguiva da alcuni anni, si era trasferita in un paese vicino casa nostra. Questa giovane donna aveva già due bimbe ed era in attesa della terza. Aveva un marito che entrava ed usciva dal carcere. Voleva abortire perchè credeva di non farcela. Aveva l’aborto già fissato per il giorno dopo. Naturalmente la legge 194 è applicata in modo molto incompleto e parziale. Lo stato e le sue agenzie locali non fanno mancare assistenza quando si decide di uccidere il bambino, ma lasciano le donne praticamente sole quando decidono di tenere quella piccola vita in grembo. Sono i cristiani che si fanno carico di questi problemi. Andiamo a parlare con lei e dopo poco prende fiducia e si apre. Ci racconta di aver già abortito in passato. Ci racconta che ha due bimbe bellissime, ma non riesce a non pensare a quel bambino che non ha voluto. Si chiede come sarebbe ora, se lo immagina a scuola e piange, piange amaramente. Per questo non vuole ripetere l’errore. Cerchiamo di consolarla e di farle capire che ci sono strutture che la potrebbero aiutare e seguire. La mettiamo in contatto con delle suore che possono accoglierla e con il CAV più vicino per poter avere un aiuto concreto. E’ sollevata, felice. Andiamo a casa. Rimaniamo d’accordo che ci sentiremo l’indomani per accompagnarla al CAV. L’indomani la chiamo, non risponde. Solo verso sera vengo a sapere che il marito è venuto a prenderla, l’ha caricata in macchina e l’ha condotta ad abortire. Quando ho parlato con lei ho avvertito completa apatia, era assente, distrutta. Una vita distrutta che non so come e quando si riprenderà.

Arriviamo ora alla seconda storia. Chiara Corbella è una giovane sposa. Ha poco più di 20 anni e resta incinta. Durante l’ecografia di routine scopre che la figlia, che sta crescendo in lei, non è compatibile con la vita. Ha una malformazione molto grave. E’ destinata a morire. Non potrà vivere che pochi minuti. Chiara decide di tenerla. Non ha dubbi. Non pensa ci sia un’alternativa. Padre Vito, padre spirituale di Chiara ed Enrico, dà un nome a questa presunta alternativa: la menzogna dell’alternativa. La nostra società ci ha educato a credere che una donna possa liberamente scegliere se tenere un bimbo o abortire. La legge 194 ha ridotto tutto a un problema di sicurezza medica. Non è così. Quel bambino c’è . Statisticamente non sono le ragazze giovani ad abortire, come siamo portati a credere. La donna che abortisce maggiormente è la donna matura, in una relazione stabile che uccide il terzo figlio. Quel bambino c’è, dicevo. Credere di poter cancellare questa realtà con l’aborto è una menzogna che distrugge tante donne. Padre Vito scrive:

Questa menzogna ti fa credere che uccidendo tuo figlio sarai felice. Ma non è vero, quel figlio esiste, esisterà sempre e se ti comprerai la casa con i soldi che hai risparmiato del fatto che hai ammazzato tuo figlio, quella casa puzzerà di sangue, non esiste quella casa, è maledetta quella casa.

Non esiste una scelta possibile. Non esiste nessun diritto alla scelta. C’è la cosa giusta da fare. Non si dovrebbe caricare sulle spalle della donna questo peso insostenibile. Non è un diritto poter scegliere di uccidire il proprio bambino, ma può essere solo l’inizio della fine. In quel momento non muore solo il bambino, ma si rompe anche qualcosa nel cuore della mamma. La madre si condanna a un dolore che si porterà dentro tutta la vita.

Chiara Corbella smaschera questa menzogna dicendo una frase semplice, ma lapidaria. La dice dopo la nascita della figlia Maria. Maria vissuta solo mezz’ora. Chiara dice:

Se avessi abortito, non penso che avrei ricordato quel giorno come giorno di festa. Invece ricordo la gioia di quel giorno quando è nata

Chiara ha detto tutto. La legge 194 ci consente di scegliere. Sia chiaro, però, che esiste una scelta giusta e una sbagliata.

Antonio e Luisa

 

La nostra torre di Babele

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Alla Santa Messa di sabato sera c’era questa lettura. Chi non la conosce? La Torre di Babele è stata una delle prime storie della Bibbia che ho imparato. Ero ancora un bambino di pochi anni. Eppure, quella che sembra una storiella per bambini, racchiude un significato così profondo e nascosto, che solo ora inizio a capire qualcosa. Dice molto anche al mio matrimonio e alla mia relazione. Attraverso questo racconto Dio ci vuole insegnare che non possiamo conquistarci il cielo. Non possiamo raggiungere Dio con le nostre forze. L’amore non è qualcosa che possiamo costruire con i mattoni che ci facciamo da soli. L’amore è un dono che viene da Dio e che noi possiamo solo accogliere. Perchè dico questo? Perchè spesso nel nostro matrimonio ci costruiamo la nostra torre di Babele. Ciò che ci spinge verso l’alto è l’amore più umano, l’amore erotico. Dove per amore erotico intendo tutte le manifestazioni sensibili dell’amore. Sensazioni, emozioni, passione e innamoramento. Spesso siamo convinti che basti questo amore per raggiungere il cielo e sperimentare la pienezza. Non basta! Arrivano momenti difficili, o anche semplicemente periodi di aridità dove i mattoni della passione e del desiderio si dissolvono come sabbia al vento. L’amore ascendente, l’eros, non basta. L’amore dell’uomo che cerca di arrivare a Dio non basta. Serve l’amore discendente. Serve l’agape. Non è l’uomo che è salito al cielo, ma è Dio che è sceso sulla terra, nell’incarnazione di Cristo. Ed è così che quella croce di Cristo diventa forza ed esempio di ogni amore. Ed è così che l’uomo per incontrare e sperimentare davvero l’amore non deve elevarsi, ma al contrario inginocchiarsi e in quell’abbandono tenace e fiducioso trovare la forza per non disperdere la relazione, per non uccidere il matrimonio. L’eros senza agape è solo un fuoco di paglia. Chi basa tutto sull’eros, sulle sensazioni e le emozioni è destinato a finire come i costruttori della torre, è destinato al fallimento. E’ destinato alla divisione e all’incomprensione.

Antonio e Luisa

La pentecoste coniugale.

Oggi parteciperemo alla veglia di Pentecoste. Domani la Chiesa festeggia questo grandissimo dono di Dio.  Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Anche quest’anno la Pentecoste arriva  al momento giusto. Sono in un periodo di grande stress e fatica. Troppe cose. Ogni imprevisto rischia di scompaginare tutto. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai. Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

 

Il nardo segno del nostro matrimonio.

C’è un dono che ci è stato fatto alcuni anni fa da Andrea e Lorena, due persone a cui vogliamo bene e che condividono con noi il cammino dell’Intercomunione. Un dono che conserviamo come tra i più preziosi ricevuti. Stavamo partecipando ad una settimana di spiritualità. Il tema era il Cantico dei Cantici. Ad un certo punto hanno proposto un gesto. Hanno chiamato padre Francesco, il sacerdote che ci accompagnava spiritualmente durante il corso, e gli hanno dato una boccetta di olio di nardo proveniente da Gerusalemme. Padre Francesco ci ha chiesto di metterci in fila, per coppie, due a due. Quando è toccato a noi ci siamo avvicinati a padre Francesco che ci ha unto i polsi con quel profumo. Ci ha congedato con una frase che mi è rimasta dentro: Questo profumo vi ricordi come vi dovete amare. Sia segno del vostro amore senza risparmio dell’uno verso l’altra.

E’ un dono che ci ha fatto comprendere ancora di più a cosa siamo chiamati. All’impegno che ci siamo presi di vivere questo tipo di amore. Costa impegno, non è sempre spontaneo. Ma quale ricchezza ci dona in cambio! Sentirmi amato in questo modo dalla mia sposa mi riempie di gratitudine e di gioia.

Da quel giorno abbiamo sempre in casa una boccetta di olio di nardo. La vendono in tutti i negozi di articoli religiosi. Costa molto poco. Non è nardo puro, ma una piccola percentuale di nardo diluito in olio d’oliva. L’abbiamo sempre con noi. Ogni tanto la prendiamo e lo usiamo per ungerci a vicenda. Ungendo la sua fronte la benedico disegnando una croce. Lei lo fa su di me. Attraverso quel gesto stiamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidiamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci renda capaci di quella promessa. E’ un gesto che ci unisce tantissimo. Un gesto che ci fa percepire la ricchezza della nostra unione, che è molto più grande della somma delle nostre miserie. Un gesto che ci accompagna sempre. Ogni momento è un momento in cui si può amare il nostro sposo (la nostra sposa). Nella vita ordinaria di tutti i giorni, in una telefonata, sparecchiando la tavola, alzandosi a prendere l’acqua, ascoltando i suoi problemi, non lamentandosi per quello che non ha saputo fare, in un abbraccio, in una carezza, in un bacio, in uno sguardo. Tutta la nostra giornata deve profumare di nardo. Poi è bellissimo ungersi la fronte con il nardo anche prima dell’unione intima tra di noi. Segno del desiderio di donarsi totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso. Credetemi! Sperimentare questo modo di amarsi rende tutto più bello e, soprattutto, tutto più vero ed autentico.

Antonio e Luisa

 

Una sposa diversa dalle altre.

Una giovane donna, accompagnata dal padre, che si reca all’altare vestita con un abito nuziale bianco. Quante volte abbiamo assistito a questa scena. Questa volta finisce, però, in modo diverso. Giunta all’altare non c’è lo sposo. Tranquilli non è scappato. Lo sposo c’è. Lo sposo è Cristo. Quella ragazza sta per prendere i voti. Sta per diventare una novizia clarissa. Una monaca di clausura. Sta per dire a Dio sono tua, solo tua, per sempre tua. Lo sono con tutto me stessa, con la mia anima, il mio corpo, la mia volontà. il mio tempo, la mia preghiera, il mio fare. Eppure c’è qualcosa di profondamente autentico in questa immagine che può risultare strana. C’è una bellezza che rapisce gli occhi e attraverso questi colpisce dritto al cuore. C’è la scelta definitiva di una ragazza. Una scelta nata dalla volontà di rispondere a quel desiderio profondo del cuore umano di donarsi totalmente ed in modo esclusivo. La risposta alla sua sessualità. Come? Cosa c’entra la sessualità con la consacrazione a Dio. C’entra tantissimo. Siamo abituati a confondere la sessualità con il sesso. Non è così. La sessualità è qualcosa di molto più vasto e profondo. Il sesso ne può essere una piccola parte. La sessualità è un’esigenza costitutiva della persona umana. La sessualità insieme alla socialità esprime il nostro bisogno di amare e di relazione. La sessualità esprime il bisogno della persona umana di trovare un’altra persona con cui vivere una comunione profonda e piena che investe la totalità del suo essere. Richiede il dono totale in anima e corpo.  E’ la spinta a realizzare la nostra vocazione, la nostra chiamata all’amore. Anche una suora ha una sua sessualità da vivere e realizzare. La realizza nella sua intima, profonda e totale unione con Cristo stesso. Anticipa su questa terra quello a cui tutti siamo chiamati: le nozze eterne con Cristo. Anche io Antonio, nella mia relazione sponsale con Luisa, mi sto preparando a quello che ci mostra questa ventisettenne pugliese. Questa immagine è di una bellezza non di questo mondo. Si può scorgere nel suo sorriso un anticipo di cielo. Questa sorella ci sta interpellando in modo potente. Ci sta mostrando il fine di tutti i matrimoni. Non solo del suo. Il fine del matrimonio è fare spazio. Il matrimonio serve ad aprirci, liberare il cuore da tutti quei pesi e quei macigni di cui è pieno. Il matrimonio serve a sconfiggere l’egoismo che, più o meno, tutti abbiamo. Il matrimonio serve a farci servi l’uno dell’altra. Il matrimonio serve a farci perdono l’uno per l’altra. Il matrimonio serve a distruggere l’orgoglio che ci impedisce di essere capaci di accoglierci. Questa suora ci ricorda tutto questo. Alla fine della nostra vita l’unica cosa che conta sarà solo questa. Quanto saremo pronti ad accogliere l’abbraccio di quel Gesù che non aspetta altro che trovare un cuore aperto. Contemplando  questa sorella che si dona sponsalmente a Cristo posso comprendere molto del mio matrimonio. Posso vederne la grandezza. Allora fermiamoci e guardiamo con meraviglia il sorriso di questa sposa. Due vocazioni diverse ma complementari. Con lo stesso fine. Giungere al matrimonio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

Rimanete nel mio amore

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».

Sul Vangelo di questa domenica si potrebbe scrivere un libro. E’ un sunto del messaggio evangelico. E’ la buona novella.

Vediamo punto per punto.

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 

Per amare bisogna aver sperimentato l’amore. Gesù stesso non fa lo spaccone. Non si mette sul trono e non dice amatevi come io vi amo. Dice altro. Io vi amo in questo modo perchè io stesso sono stato amato dal Padre. L’amore non è qualcosa che ci diamo da soli. Saremo capaci di amare in profondità la nostra sposa o il nostro sposo solo quando  per primi avremo sperimentato un amore gratuito, incondizionato e senza fine. Quante persone dicono di amarsi e in realtà si stanno solo usando? Si stanno usando per colmare quel bisogno che hanno nel cuore? Per tante persone l’amore è prendere. Ti amo perchè mi fai stare bene. Non è questo il primo pensiero di tanti sposi? Poi facilmente tutto crolla, perchè l’altra persona non potrà mai soddisfare i nostri bisogni fino in fondo. Chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio sa abbeverarsi alla sorgente. E allora tutto cambia. La nostra attenzione non sarà più centrata su quanto l’altro ci fa stare bene, ma su quanto noi possiamo fare per far star bene l’altro. Vi rendete conto che tutto cambia? La prospettiva cambia. L’atteggiamento cambia. Vi assicuro che avviene un miracolo. Più io mi impegno a rendermi bello e accogliente per la mia sposa e più sarò gratificato dalla sua gioia. Questo amore che nasce nella relazione con Gesù, che esonda nella relazione con il tuo sposo o la tua sposa e che ritorna nell’argine del tuo cuore arricchito e perfezionato dal dono gratuito che sei stato capace di fare. Questo è l’amore che Gesù ci insegna. Questo è l’amore che Gesù ha portato nel mondo e nella storia con la sua vita. Un amore che più dai e quasi prechi per l’altro e più ti riempie. Un amore che più vuoi trattenere gelosamente e più perdi come se fosse in un secchio bucato.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». 

Gesù è molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.”  Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella sua vita. Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso, e rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza. Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola e un libretto delle istruzioni per non sprecare la vita e comprendere come rispondere a quell’Amore. E’ più facile dire non uccidere o amerai il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo? Lo stesso gioco si può provare a pensare per tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè,  ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione all’amore autentico non serve a nulla, se non a sentirsi migliore di altri e giustificato e quindi superbo e sprezzante verso gli altri. Sepolcri imbiancati ed ipocriti. Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma quindi è salva ma lo è anche il contenuto, la sostanza, il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno fantasie da realizzare usando l’altro/a e non desiderio di essere uno con l’altro. Questi sono tutti adulteri del cuore.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 

Mettendo insieme i primi due punti che abbiamo affrontato possiamo comprendere questo passaggio.

Amare come Cristo significa dare tutto di noi. Dare tutta la nostra vita. Il matrimonio è questo. Solo il matrimonio esprime in pienezza questo. Io ho dato tutto alla mia sposa. La mia vita è sua e la sua è mia. Non come qualcosa da possedere, ma come un dono gratuito da accogliere con gratitudine e meraviglia ogni giorno della nostra vita insieme.

Qui mi fermo perchè ci sarebbe tanto da dire anche sul proseguo del Vangelo, ma non voglio dilungarmi

Antonio e Luisa

 

 

Nel mondo ma non del mondo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me.
Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.
Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Per tanti cristiani è così. Sono odiati, perseguitati e uccisi in nome di quel Gesù che è Signore della loro e della nostra vita. Anche noi, qui in Italia, siamo odiati. Anche in famiglia! Anche con gli amici! Il significato di quell’odiare può prendere mille sfaccettature. A seconda del contesto e delle traduzioni. In questo caso odiare sta per amare meno. Cosa voglio dire? Io, l’incomprensione, la commiserazione, a volte la rabbia di parenti e amici l’ho sperimentata sulla mia pelle. Essere cristiani e cercare di vivere in modo radicale l’abbandono a Gesù nella totalità del suo messaggio significa diventare dei marziani. In famiglia non capiscono le tue scelte e il tuo stile di vita. Ricordo benissimo quando abbiamo comunicato il concepimento dei nostri figli. Pietro, il primo, è stato accolto con gioia e festa da tutti. Tutti si sono complimentati con noi. Sposi novelli e in un anno già genitori. Il secondo, Tommaso, è stato concepito pochi mesi dopo la nascita di Pietro. In famiglia l’hanno presa, tutto sommato, bene. Due figli è ancora nella norma. Qualcuno ci ha tenuto a rilevare come questo secondo bimbo poteva aspettare un po’ di più ad arrivare. E via con i consigli. Quali metodi usate? Fai prendere la pillola a Luisa. Metti comunque il preservativo! Come? Usate i metodi naturali? Siete pazzi! Non funzionano. Vi dovremo regalare un pulmino. Poi, esattamente 15 mesi dopo Tommaso, concepiamo Maria. Apriti cielo! Siete pazzi! Come farete ora? Dovrete cambiare casa e auto! Ci avete pensato? Siete senza cervello. Non avete pensato alle conseguenze! Prendetevi un cane piuttosto!

Ne abbiamo sentite di ogni. Abbiamo incassato e portato a casa. Sicuri che la nostra scelta di vita fosse incomprensibile a tanti, ma fosse ciò che Dio voleva da noi. Tutti erano sinceramente preoccupati per noi. Poi arriva Francesco. Una tragedia, Un lutto. Musi lunghi tra tanti parenti. Ci guardavano come quelli che si erano scavati la fossa.

Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Chi sceglie Gesù non è più del mondo. Fa scelte diverse. Scelte spesso incomprensibili e sbagliate anche per chi ci sta più vicino.

In un altro passo del Vangelo è scritto:

Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera;

Quanto è vero! Non a caso abbiamo avuto bisogno di unirci ad altre famiglie che potessero capire le nostre scelte e la nostra vita. L’intercomunione delle famiglie nasce per questo. Cristo divide. Almeno all’inizio. Dare testimonianza è questo. Dire, attraverso la vita, qualcosa che il mondo non dice. Significa essere incompresi e biasimati. Significa però mostrare al mondo qualcosa di bello. Ora nessuno critica più la nostra scelta. Hanno visto la gioia di una famiglia aperta alla vita e siamo spesso ammirati. Non siamo meglio degli altri. Semplicemente abbiamo scelto il meglio. Non abbiamo scelto il mondo con le sue scelte povere e ipocrite, ma abbiamo scelto Cristo.

Antonio e Luisa

 

Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi.

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.»

Il Vangelo di ieri ci riporta al nocciolo del matrimonio sacramento. Gesù ci dice, tra le altre, due verità:

  • Chi ha visto me ha visto il Padre.
  • anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

Noi sposi siamo interpellati in modo particolare. Uno dei doni del matrimonio è l’azione consacratoria della Spirito Santo. Attraverso questo dono noi siamo abilitati ad amarci come Dio. Diventiamo profeti dell’amore di Dio. Siamo abilitati ad essere presenza e immagine dell’amore di Dio nel mondo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa di Dio. Con tutti i nostri limiti creaturali. Voi ci credete? Credete in questa verità che ci insegna la nostra Chiesa? Oppure pensate che sia una bella favola?

Certo vi guardate e cosa vedete? Due persone piene di difetti, di fragilità, e anche di peccati. Le nostre case non sono sempre un paradiso. Eppure abbiamo questo in germe, in potenza. Dio ci ha dato tutto per essere profeti del suo amore, nonostante tutti i nostri limiti. San Giovanni Paolo II, consapevole della grandezza che si nasconde in noi sposi, scriveva, anzi urlava in Familiaris Consortio: Famiglia, diventa ciò che sei!

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, integra questa affermazione. Non toglie nulla, ma aggiunge un passaggio fondamentale:

Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio

Qui, il Papa attuale fa una puntualizzazione importantissima: nonostante la Grazia, non si può gettare sopra i due sposi, che sono  fragili e limitati,  questo grandissimo e difficilissimo compito. Il Papa afferma che gli sposi iniziano, con la celebrazione del matrimonio, un cammino che li porterà sempre a una maggiore integrazione e apertura ai doni di Dio, alla Grazia. Ciò significa che la Grazia di Dio è in grado di riempire interamente  il nostro cuore, ma tutto dipende da quanto esso  è aperto all’azione divina e quanto è grande. Più si cresce nella capacità di amare e più la Grazia sarà abbondante e visibile in noi. Per rendere chiaro questo concetto Padre Raimondo Bardelli faceva un esempio. Ricordate le pellicole fotografiche di qualche anno fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate, ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro/a, alla vita e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso. Pensiamo  ai tanti sposi santi che la Chiesa ci ha donato e sarà evidente la trasformazione da negativo a immagine verace di Dio. Pensiamo a Santa Gianna, i coniugi Quattrocchi o a Chiara ed Enrico Petrillo e tutto sarà evidente. Guardiamo il nostro sposo e la nostra sposa con questo sguardo, e cerchiamo di sviluppare sempre più il nostro matrimonio e la nostra vita insieme alla luce di tutto questo.

Antonio e Luisa

Mi sono sposata un’altra volta!

Mi sono sposata un’altra volta! Siamo sposati da 25 anni. Ora però, inizia una nuova fase del nostro matrimonio, una nuova vita. Guardando le famiglie presenti sento nascere la speranza nel cuore. Un amore pieno è possibile.

Queste sono solo alcune delle testimonianze condivise  alla fine del corso “Come sigillo sul cuore”. Corso organizzato dall’associazione Intercomunione delle famiglie (www.intercomunione.it). Quelle che mi hanno colpito di più. C’è qualcosa che mi ha colpito, però, ancora maggiormente. Lo sguardo. Abbiamo accolto domenica mattina 23 coppie. Coppie di fidanzati, di sposi sacramentali e di sposi civili. Gente dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto. Persone con meno di trent’anni e altre con trent’anni di matrimonio sulle spalle. Leggevo in loro tanta fatica. In alcuni ferite e sofferenze da curare. Quello che mi ha colpito è lo sguardo. Lo sguardo in tre giorni di corso si è trasfigurato. In tutti. Certo, in alcuni in modo più evidente. Me l’aspettavo. Ne ero certo. Non perchè noi dell’equipe siamo dei maghi. Tutt’altro! Abbiamo le nostre miserie e magagne come tutti. Lo sapevo perchè il messaggio di cui ci siamo fatti portatori è una bomba. Abbiamo, pian piano, svelato la bellezza dell’amore umano. Abbiamo descritto, e mi auguro anche un po’ testimoniato, la grandezza del matrimonio. Abbiamo parlato dell’amore. Non quello dei sentimenti e dei film, ma quello che desideriamo tutti nel nostro cuore. Tutti desideriamo essere amati in modo totale e gratuito. Senza condizioni. Abbiamo mostrato un ideale difficile, ma possibile e soprattutto grande. Non abbiamo solo insegnato, ma abbiamo passato la parola anche al solo e unico maestro. Grazie a don Giuseppe, che ci ha seguito per tutto il corso, abbiamo pregato e adorato. Adorato in coppia. Affinchè potessimo comprendere come quel Gesù, che era lì dinnanzi a noi, non desiderasse altro che amarci ed essere amato da noi. Si, ma attraverso il nostro sposo o la nostra sposa. Così che quell’abbraccio, quella carezza, quello sguardo, che ci siamo scambiati davanti al Santissimo, era l’abbraccio, la carezza e lo sguardo di Gesù per noi.

Il terzo giorno è risorto. Per tanti è stato così davvero. E’ risorto il matrimonio. Non che fosse morto. Aveva però bisogno di nuova vita, di nuova consapevolezza, di attingere alla sorgente stessa dell’amore.

Alla fine, durante i saluti e le testimonianze finali, tanti sguardi pieni di luce. Tanti occhi lucidi per le lacrime di gioia e di gratitudine.

Preparare questi corsi è faticoso. Ci sono tante cose da fare. Questo si aggiunge a giornate già belle piene. Quando poi ascolto e ammiro queste coppie che hanno saputo mettersi in gioco e vedo il miracolo che Gesù ha compiuto in loro, attraverso un servo inutile e indegno come me e come tutti i miei compagni di equipe, tutto passa. C’è una gioia immensa che mi pervade il cuore e chi se ne frega della fatica. Ne è valsa la pena.

Poi arriva Terry e con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci dice che attraverso il corso ha riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ha scelto e la bellezza del suo sposo. Ci dice che sente di essersi sposata nuovamente durante il corso. Beh così è troppo anche per me. Non riesco a trattenere le lacrime e nel cuore ringrazio Dio per i miracoli che opera in noi.

Vi aspettiamo ai prossimi corsi.

Antonio e Luisa

Il tralcio ha bisogno della vite.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il Vangelo di oggi ci tocca particolarmente. Si, lo so. Lo dico sempre di tutti i Vangeli che commento. Il Vangelo è così. Non ti può lasciare indifferente. Se lo fa, significa che lo avete letto solo con gli occhi e non con il cuore.

Non abbiamo scampo! Cosa ci dice? Che se non portiamo frutto saremo tagliati. Che anche se portiamo frutto saremo comunque potati, per portarne di più. Ci dice che siamo puri per la Parola che Gesù ci ha donato. La Parola è lui stesso. Per finire, giusto per rafforzare il concetto, Gesù afferma: Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Quanto è vero!! Cerchiamo di capirci, però. Quando una famiglia, una coppia, si accorge se il tralcio a cui è legato il proprio matrimonio è vivo o è, invece, seccato?

Quando le cose vanno bene? No! Quando tutto fila liscio non ci rendiamo conto di nulla. Basta la nostra miseria, la nostra umanità fragile e ferita. Ci bastiamo, si sosteniamo spinti dalla forza dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni. Ci sentiamo, per certi versi, onnipotenti. Siamo padroni della nostra vita, del nostro matrimonio. Abbiamo tutto sotto controllo. In questi momenti, in cui l’amore prende la forma di un cuore pulsante, tutto sembra facile. Non ci serve la vite. Il tralcio si basta. Crede di poter vivere staccato dalla sorgente della sua vita.

Poi, presto o tardi, arrivano le carestie, i temporali, le gelate. Quel tralcio, che pensava di bastarsi, non riesce più a nutrirsi e a proteggersi da solo. Le tempeste della vita ci toccano tutti. Sofferenze, crisi, lutti, divisioni e abbandoni, possono minare il nostro matrimonio. Ogni coppia di sposi ha le sue cadute, ha colpi della vita che appesantiscono la relazione e la rendono difficile da condurre in salvo. L’amore smette di essere un cuore pulsante e prende la forma di una croce. La coppia non si basta più. I pesi sono troppo gravosi per sostenerli. Serve la forza, il sostegno della vite. Bisogna tornare alla sorgente, alle radici della nostra unione e attingere lì. Bisogna tornare a Gesù Cristo che è salvezza e vita.

Non tutti sono capaci di tornare alla sorgente purtroppo. Chi ha vissuto un matrimonio lontano da Cristo e dalla Sua Legge, donataci dalla sua Chiesa, inevitabilmente seccherà. Non perchè un Dio cattivo lo punisce, ma perchè non si è educato a vivere alla presenza di Cristo e a chiedere il suo aiuto.

Chi, invece, ha aperto sempre più il cuore a Gesù, allo Spirito Santo, cercando di vivere un matrimonio nella verità degli insegnamenti della Chiesa e nutrendo la sua relazione dell’amicizia con Gesù nella preghiera e nei sacramenti, in quei momenti di forte difficoltà non perirà. Al contrario, porterà più frutto. Penso ai tanti sposi lasciati e comunque fedeli alla promessa. Che esempio e testimonianza grande! Penso agli sposi che accudiscono e accompagnano il coniuge all’incontro con Cristo nella malattia. Quanta tenerezza e cura! Penso agli sposi che accolgono un figlio diverso, malato o disabile. Quanta fecondità nella loro vita. Ci sono tanti esempi che potrei fare. Gesù non trasforma tutto in un cuore, in qualcosa di bello e desiderabile. La malattia, la sofferenza e i colpi della vita, nessuno li vuole. Gesù la croce non la toglie. Ti dà, però, la forza di portarla e di testimoniare, così, un amore che salva e che attira. Quante persone sono state affascinate e avvicinate a Gesù dalla storia di Chiara ed Enrico. Chiara Corbella non desiderava soffrire e morire. Desiderava una vita normale con suo marito. Chiara ha però accolto la croce e l’ha vissuta sostenuta da una pace e una forza non umane. Chiara ed Enrico avrebbero dovuto seccare per il colpo ricevuto. Invece stanno portando tantissimo frutto perchè erano una cosa sola con la vite. Gesù era in loro e con loro.

Pensiamoci e contempliamo la meraviglia della forza delle famiglie che sanno abbandonarsi a Gesù!!

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Bellissima tra le donne. (24 puntata)

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Se non lo sai tu, bellissima tra le donne

Risponde il coro. Mi soffermo subito su quel bellissima. Si può tradurre anche con incantevole. Un superlativo che vuole evidenziare come la Sulamita sia bella in tutta l’interezza della sua persona. Perchè chi ama in modo autentico è una persona bella. E’ bella perchè esprime in pienezza l’umanità che la costituisce. Esprime tutte le potenzialità del suo essere donna o del suo essere uomo, della sua femminilità o della sua virilità. Il coro, proprio per questo, vede la Sulamita bellissima, incantevole. E’ l’amore che dal suo profondo si irradia sul suo corpo.

segui le orme del gregge
e pascola le tue caprette
presso gli accampamenti dei pastori.

Questo intervento del coro non è posto a caso. Come vedremo anche in altre parti del Cantico ha un suo significato importante. Rappresenta la società. Rappresenta tutto l’insieme delle persone che sono e vivono vicino alla coppia del Cantico. Non sono soli. Sono oggetto di ammirazione per chi li vede. Sono contemplati e ammirati. Tutti esprimono il desiderio che questa storia d’amore vada a buon fine. Tutto il contesto sociale aiuta gli amanti a prendere sempre più coscienza e consapevolezza di ciò che sono e che sono chiamati ad essere. Anche noi siamo così. Quando notiamo due persone care che si cercano e si mostrano interesse siamo come tentati di favorire quell’incontro e quel germe di relazione. Quante storie sono nate grazie all’intervento e all’aiuto di amici. Quando non c’è malizia e i rapporti si basano su relazioni vere e autentiche la società non è nemica della coppia, ma al contrario desidera che quelle persone possano esprimere tutta la bellezza e l’amore che fanno intuire di poter generare. Pensiamo invece quanto male possono farci amici e parenti che non vivono un rapporto libero e autentico con noi . Quanti genitori si intromettono nelle relazioni dei figli perchè gelosi dell’amore che sta nascendo con un’altra persona. Quanti amici invidiosi rovinano fidanzamenti e famiglie. Attenzione a chi ci sta attorno. Ricordiamo che una volta sposati nostro marito e nostra moglie vengono prima di tutti gli altri. Prima anche di certe mamme che faticano a mollare la presa.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegio L’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppia Materialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmine Armonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi  Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.  Bruna sono ma bella  Perchè io non sia come una vagabonda

Amare come Dio e al modo di Dio.

Oggi volevo proseguire con il Cantico. Poi, però, ho letto le parole della meditazione che il Papa ci ha donato ieri a Santa Marta. Sono rimasto folgorato. Parole semplici, ma di una sostanza e di una verità deflagranti. Una bomba. Bellissime. Condivido un passaggio del resoconto particolarmente decisivo.

«In questo congedo», ha sottolineato il Pontefice, il Signore compie «due gesti, che sono istituzioni: due gesti per i discepoli e per tutta la Chiesa che verrà. Due gesti che sono il fondamento, per così dire, della sua dottrina»: l’istituzione dell’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Da questi gesti «nascono i due comandamenti: i due comandamenti che faranno crescere la Chiesa se noi siamo fedeli».

Innanzitutto, ha detto Francesco, c’è il «primo comandamento» che è quello «dell’amore». Ed è «nuovo» perché, ha spiegato, «c’era il comandamento dell’amore — amare il prossimo come me stesso — ma questo dà un passo in più: amare il prossimo come io vi ho amato». Quindi: «l’amore senza limiti», senza il quale «la Chiesa non va avanti, la Chiesa non respira. Senza l’amore, non cresce, si trasforma in una istituzione vuota, di apparenze, di gesti senza fecondità». Con l’Eucaristia, in cui Gesù «dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue», egli «dice come noi dobbiamo amare, fino alla fine».

Vi è poi l’altro gesto, quello della lavanda dei piedi, in cui «Gesù ci insegna il servizio, come strada del cristiano». Infatti, «il cristiano esiste per servire, non per essere servito». Ed è una regola che vale «tutta la vita». Tutto è racchiuso lì: infatti «tanti uomini e donne nella storia», che l’hanno «presa sul serio», hanno lasciato «tracce di veri cristiani: di amore e di servizio».

Ha sintetizzato il Papa: «L’eredità di Gesù è questa: “Amatevi come io ho amato” e “servite gli uni gli altri”. Lavate i piedi gli uni agli altri, come io ho lavato a voi i piedi».

Premessa: quando scrivo lui vale per lei, e viceversa.

Parole indirizzate a tutta la Chiesa. Noi sposi siamo, però, interpellati in modo particolare. Noi siamo piccola chiesa e noi siamo epifania di quell’amore portato da Cristo con la sua vita e con la sua persona. Le parole di Cristo non ci lasciano scampo. Il Papa lo ribadisce. Mi capita spesso di discutere di questo sui social, di persona, o anche attraverso questo blog. Le domande sono sempre le stesse. Non posso amare chi non mi contraccambia. Non è giusto che faccia tutto io. Lui non capisce e si comporta da egoista. Dio non vuole che io sia infelice in questa relazione. Io ce la metto tutta nell’accoglierlo, ma lui non fa nulla. Non c’è reciprocità. Così non si può andare avanti. Così via.

Abbiamo perso il vero senso del matrimonio. Crediamo che, attraverso quell’unione, risolviamo tutti i nostri vuoti e la nostra ricerca della felicità. Ovvio, un matrimonio felice è il desiderio di tutti e guai a non fare di tutto per averlo. Lo scopo del matrimonio è un altro. Lo scopo del matrimonio è prepararsi all’incontro e all’abbraccio eterno con Cristo. Imparando ad amare e a mettere l’altro davanti a noi. Gesù non ci dà, quindi,  ragione. Non ci segue in questi ragionamenti e in queste comuni lamentele. Gesù ama da Dio. Gesù ci mostra il suo amore in tutta la sua vita. Il culmine lo raggiunge, però,  nell’Eucarestia, nella lavanda dei piedi, nella sua passione e morte. Dà tutto. Tutto se stesso. E serve. E’ un re che serve i suoi discepoli. E’ un re che ama e che serve. Questo siamo chiamati ad essere. Per questo per il matrimonio non basta una semplice relazione naturale e umana, ma serve un sacramento. Noi siamo chiamati ad amare come Dio (senza misura e senza condizione) e al modo di Dio (nel servizio). Tuo marito si comporta male: amalo di più. Tuo marito si arrabbia e tiene il muso: sii dolce e accogliente. Tua moglie si lamenta: accogli le sue critiche e non smettere di servirla. Ognuno ha in mente i propri punti critici sui quali lavorare.

Se mettiamo condizioni al nostro amore sponsale, non stiamo amando da Dio, stiamo mettendo noi stessi davanti, il nostro egoismo. Stiamo dicendo a Dio: non voglio amare come te. Voglio amare come ama il mondo. Senza fatica e senza sacrificio. Così, però, perdiamo tutta la bellezza e la grandezza di un’unione vissuta nell’abbandono a Dio e vivacchiamo, come fanno tanti.

Potete essere d’accordo o meno con quanto ho scritto. Non cambia la sostanza. Dio ci chiede di amare come lui e nel modo in cui ama lui. Senza condizione, senza limite, e ponendosi al servizio dell’altro.

Amando così potrete fare miracoli. Cambiare voi stessi e, chissà, anche l’altro. Non c’è scelta. La strada è stretta, a volte difficile, forse impossibile,  ma fuori da questa strada non possiamo che perderci.

Antonio e Luisa