Ascolta Dio per amare la tua sposa

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Il Vangelo di questa domenica è illuminante. Per tutti! Anche e soprattutto per noi sposi. Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Ho trovato un commento molto centrato che mi è piaciuto molto. E’ quello di Enzo Bianchi. Vi prego nessuna polemica. Enzo Bianchi ha spesso posizioni poco condivisibili, ma vi assicuro che altre volte lo trovo molto preciso e interessante. L’ex priore di Bose scrive:

Gesù risponde citando come primo comandamento l’inizio dello Shema‘Jisra’el (cf. Dt 6,4-9) ossia la grande professione di fede nel Signore Dio ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo, centrale in tutta la tradizione rabbinica: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5). Questa preghiera rivela che l’ascolto ha un primato assoluto, è la modalità di relazione decisiva dell’uomo nei confronti di Dio: l’ascolto obbediente è il fondamento dell’amore. Anzi, le parole del Deuteronomio riprese da Gesù sembrano addirittura tracciare un movimento che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”)… Al Dio che ci ama di un amore eterno (cf. Ger 31,3), che ci ama per primo gratuitamente (cf. 1Gv 4,19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine, che si radica nell’ascolto obbediente della sua Parola, fonte della fede. Fidarsi di Dio significa fidarsi del suo amore della sua capacità di amare, del suo essere amore (cf. 1Gv 4,8.16). Questo significa credere in Dio e dunque anche, inseparabilmente, amarlo.

Cosa significa in parole concrete e semplici? Significa che la mia capacità di amare la nostra sposa (sposo) dipende dalla mia apertura ad accogliere Dio e il suo amore.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Il Vangelo prosegue e lo scriba conclude dicendo Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici.

Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Terza parte.

Oggi termino la trilogia di riflessioni (cliccate qui per le precedenti 1 2). Come tenere viva la passione, come non permettere che la pianta del desiderio che ci porta l’uno nelle braccia dell’altro possa seccare e morire? Mancano gli ultimi due ingredienti: la tenerezza e il tempo che deve essere adeguato e ricercato.

Tenerezza

La tenerezza è descritta benissimo in Amoris Laetitia come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze. Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro

(padre Raniero Cantalamessa) .

Detto in parole più semplici la tenerezza è autentica, ed è operante, quando i due sposi sono riusciti a superare l’egoismo e sono riusciti ad aprirsi all’altro. Tenerezza è un linguaggio globale che gli sposi imparano a parlare quando desiderano sinceramente il bene dell’altro. La tenerezza è un atteggiamento che esprime il desiderio di accogliere l’altro. In un certo senso è complementare e inverso rispetto all’amabilità, che abbiamo già visto nei precedenti articoli. L’amabilità è ciò che ci consente di renderci desiderabili, esprime la nostra volontà di essere accolti dall’amata/o. La tenerezza è ciò che ci rende accoglienti verso l’altro, che le/gli fa capire che è preziosa/o ed importante e che desideriamo accoglierla/o. Molti sposi smettono di parlare questo linguaggio, credendo che sia roba da ragazzini. Non è così. La tenerezza è il linguaggio principale dell’amore. Chi non sa essere tenero non sa amare, o meglio, non è capace di manifestare e trasmettere il suo amore. Gesù era profondamente tenero. Il Vangelo è molto chiaro su questo. Altri uomini confondono la tenerezza con il tenerume. Un comportamento falso che non nasce dal cuore, ma dall’egoismo. Nasce dalla pulsione sessuale, dall’istinto che li porta a ricercare l’appagamento fisico e sessuale e non l’incontro amoroso con la sposa. La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico con la conseguenza che diventa facile vittima della noia, dell’abitudine e dell’insoddisfazione reciproca.

Tempo

E’ importante considerare l’incontro intimo come qualcosa di importante. Che posto ha questa dimensione? Ci impegniamo per trovare il tempo necessario e di qualità per questa espressione del nostro amore e della nostra unità? Oppure lo releghiamo ai momenti liberi, che visto la nostra vita folle e pieni di impegni, si riducono alla sera tardi, quando, diciamolo senza giri di parole, la voglia di abbracciare il cuscino è più forte del desiderio di abbracciare l’amato/a. Come può una sessualità vissuta così non andare incontro a sofferenza se non addirittura morire nel nostro rapporto a lungo andare? Se muore l’unione fisica spesso e segno e preludio alla morte dell’unione affettiva e relazionale. Non è cosa da poco. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. E’ importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità.E’ importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non dite che non avete nessun modo di farlo! Trovate tempo per andare a parlare con gli insegnanti, per andare in palestra, per attardarvi sul posto di lavoro. Questo non è meno importante. Forse lo ritenete voi meno importante. Siate sinceri. Almeno con voi stessi. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio.

Credo di avervi scritto una ricetta che in fondo al vostro cuore conoscete bene. Non servivo io per insegnarvela. Forse questo articolo può darvi lo spunto e il desiderio di metterla in pratica. Non aspettate. Ne va della vostra felicità.

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore. Seconda parte.

Proseguiamo con gli ingredienti necessari a mantenere la relazione bella, il desiderio vivo e il matrimonio meraviglioso (clicca qui per leggere il primo articolo).

Corte continua, cura, attenzione.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro/a al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo: quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la propria sposa. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

TENEREZZA

Dialogo intimo

Uno dei pregi migliori di Luisa è la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale. Il dialogo è importantissimo. Spesso tanti problemi e motivi di divisione e rigidità tra gli sposi potrebbero essere disinnescati senza troppa fatica.

Con il prossimo articolo finirò la riflessione con gli ultimi due ingredienti

Antonio e Luisa

La ricetta dell’amore (anche fisico). Prima parte

C’è un pensiero dominante che pervade la mentalità comune. Un pensiero che si manifesta nei discorsi con gli amici, in televisione, dai commenti di alcuni “esperti”. Insomma in ogni ambito. Il sesso è qualcosa di cui ci si stufa. Qualcosa che va rinnovato per non scadere nella noia. Soprattutto quando è vissuto con la stessa persona. Sempre con la stessa moglie (o marito), anno dopo anno, diventa qualcosa di abitudinario, qualcosa di sempre meno piacevole e desiderato. Allora si sprecano i consigli. Spesso consigli folli e senza nessun fondamento specifico. C’è chi consiglia di rendere l’amore piccante con determinate mise che dovrebbero riaccendere il desiderio. Altri che consigliano di sperimentare nuove posizioni, nuove modalità, nuovi oggetti di piacere. Questo consiglio può tamponare per qualche tempo, ma poi il problema si ripropone più forte di prima. Altri consigliano il tradimento (idioti loro e chi gli dà retta) per riaccendere la passione anche con il proprio partner. Tradire per ritrovarsi: che scemenza, eppure è un’idea molto considerata. Ognuno ha la sua ricetta. Anche la Chiesa ha la sua ricetta. Una ricetta vecchia, ma ormai sconosciuta ai più. Una ricetta che, se applicata da entrambi, non delude. Posso assicurarlo.

La ricetta è molto semplice:

Gli ingredienti sono: fedeltà, purezza, amabilità, corte continua, tenerezza. Il tutto mischiato e amalgamato con una dose abbondante di dialogo intimo e di cura e attenzione reciproca. Il tutto va preparato a fuoco lento e al momento giusto.

Fedeltà

Un solo uomo e una sola donna. Io ho vissuto l’intimità solo con la mia sposa e lei solo con me. Questa è una grande grazia. Questo ci ha permesso di non avere paragone se non l’altro. Nessun paragone se non quanto già vissuto l’uno con l’altra. Con nessun altro. Quando penso al rapporto fisico non ho in mente che un volto: quello della mia sposa. Mi rendo conto che per tanti non è così. Non preoccupatevi. Questo non è un ingrediente indispensabile. Almeno per quanto riguarda il passato. Si può recuperare con una relazione presente vissuta nella fedeltà autentica. Mantenere lo sguardo solo sulla persona che abbiamo sposato.

Purezza

Non basta tenere fisso lo sguardo su di lei. E’ importante mantenere uno sguardo puro. Questo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo purificarci da tutta la pornografia che abbiamo in testa. In gioventù, e ahimè anche nell’età matura, tanti uomini si trastullano e perdono tempo dietro ai contenuti per adulti. La pornografia ha un giro d’affari superiore ad Amazon. L’Italia è uno dei paesi più coinvolti. Capite bene come questa piaga inquini in modo decisivo le relazioni affettive della coppia. Non parlo solo della pornografia propriamente detta. C’è pornografia ovunque. Aprite la pagina web della Gazzetta dello sport. Troverete sicuramente un link ad una galleria con il servizio fotografico su una ragazza bellissima, prorompente e mezza nuda. La pornografia conduce l’uomo ad “educarsi” ad un tipo di bellezza inarrivabile. Inarrivabile soprattutto per la sua sposa. La sposa comincerà a non piacergli più. Nutrirci quotidianamente di immagini così, conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio. Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona.

Amabilità

L’amabilità non è meno importante degli altri ingredienti. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare ed esprimere l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro/a. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro/a? Quanto percepiamo che l’altro/a ha stima di noi?

Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo (sposa). Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io divento sempre più bella/o per lui o per lei.

I prossimi ingredienti con l’articolo di domani.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Vieni con me dal Libano. (44 articolo)

[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria  regina desiderata profondamente. La donna prova una gioia che riempie, seppur per pochi istanti, il suo desiderio costitutivo d’amore. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo  oltre la semplice fisicità della donna che, per quanto bella possa essere, non può riempire gli occhi di un uomo alla ricerca della bellezza assoluta. L’innamoramento cosa è se non il credere di aver fatto esperienza della bellezza assoluta? Non può bastare la concretezza del corpo. Sarebbe qualcosa di troppo limitato. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza di infinito. Cerca un’esperienza dove il corpo sia la porta di accesso allo spirito immortale della persona amata. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico. Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata  che Salomone non riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso: la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo per donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbero intravedere, in questo sentimento così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella sua sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi. Questo è possibile perchè quella relazione così totalizzante diventa sempre più profonda, intima e, per certi versi, spirituale. Ogni rapporto fisico, con alti e bassi sia inteso, diventa un’esperienza mistica. Un incontro d’amore che permette si fare esperienza di Dio Amore. Un’esperienza nella finitezza umana della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto e anche un corpo che, anno dopo anno, inevitabilmente invecchia, continuerà ad apparire bello e attraente per chi ha saputo vivere il matrimonio in questo modo.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti

Perdono e libertà

Il perdono è sicuramente uno dei gesti più difficili e più complicati, ma che più profondamente rimandano a Cristo.

 

Lungi dall’essere un obbligo morale o una legge a cui sottostare, il perdono nella vita di coppia è quanto mai necessario per crescere nell’amore reciproco, ma soprattutto per eliminare quel continuo rodimento e rimuginio interiore che ci fa sentire perennemente vittime abusati dell’altro che non ci capisce e ci fa del male. Il perdono è un cammino a breve termine per le questioni più semplici, a lungo termine per le sofferenze più complicate. Esso ci apre a qualcosa di ancora più importante che è la riconciliazione. Per riconciliarsi occorre che la persona ferita apra lo spazio della possibilità e perdoni, e la persona che ha fatto male ripari secondo il linguaggio d’amore dell’altro. Ma quante volte questa storia del perdono o del perdonare ci apre lo scenario dello zerbino sottomesso che permette all’altro di fare come gli pare?! Soprattutto la donna secondo me rischia di rimanere incastrata nello stereotipo di DONNA-ZERBINO che subisce ogni tipo di atteggiamento menefreghista dell’UOMO-STRAFOTTENTE, salvo poi fargliela pagare con quei tipici atteggiamenti passivo-aggressivi tipo musi lunghi e silenzi interminabili o sfoghi isterici che l’uomo, con una maestria direi forse evolutiva, è capace di ignorare, distratto dalla televisione o dalla gazzetta dello sport. Alla fine il risultato è quello di una solitudine che raggiunge le proporzioni di una voragine di incomunicabilità, piena di dolore, tristezza e dispiacere.

Nella vita di coppia non siamo chiamati a fare gli zerbini. Siamo chiamati ad essere UOMINI e DONNE LIBERI, che nella libertà scelgono di fare un regalo a se stessi e all’altro rompendo le catene del rancore, del covare, dell’astio. La LIBERTA’ è la caratteristica fondamentale di ogni dono d’amore nella relazione.

Nel mio matrimonio ho vissuto parecchio tempo come la donna-zerbino che resisteva senza alternative ad un marito troppo preso da se stesso per accorgersi. La vita insieme era come uno scontrino troppo lungo che tiravo fuori dopo anni di sopportazione, con un conto troppo alto da pagare per mio marito e relativo mio senso di frustrazione e delusione. Mi sembrava di perdonare tutte le volte che si ricominciava, ma non era così perché in fondo covavo rancore e mi sentivo imprigionata in questo stereotipo cattolico della donna che tutto regge e sostiene. Lo devi fare! Questa è la tua croce a vita e te la devi tenere!!! Che prospettiva misera se la relazione di coppia fosse solo questa. Non si può perdonare per paura di perdere l’altro, o per mancanza di rispetto verso di sé, o perché non hai altra scelta, o per paura della solitudine. Ho scoperto qualcosa di più grande nella mia storia che per prima, ha liberato me stessa dalla schiavitù di un cliché riduttivo e dannoso. Questo è uno spazio sacro dentro di me, tutto pieno della mia relazione d’amore con Dio. Li sono sempre amata, preziosa e sostenuta, li niente mi può fare del male e nessun attacco esterno mi può affondare, neanche la strafottenza di mio marito. Quando ho cominciato a pensare a me stessa e al mio valore, senza ribellioni e colpi di testa, ho trovato la pace e mi sono sentita libera di tenere con serenità quei pesi che prima mi distruggevano. E di fronte a quelle fragilità sempre uguali di mio marito ero veramente libera di perdonare, perché mi sentivo libera e amata. Quello che distingue uno zerbino da una persona è la libertà da cui partono le azioni. Mio marito dal canto suo, ha scelto di rispondere positivamente a questo amore che a volte in modo duro, a volte con dolcezza gli ho regalato. Così, la nostra relazione si è davvero trasformata. Ma non sempre tutte le storie vanno così. Ci sono donne che perdonano, e tengono pesi indicibili aspettando un cambiamento che non arriva. Io dedico questo articolo a queste splendide donne cristiane e non, perché non si arrendano mai alla speranza dell’amore, e perché continuino ad amare non da schiave e prigioniere ma da donne libere e piene di Spirito Santo, amate e custodite da Dio. Il Signore ricompensi con la pace il dolore delle vostre ferite.

Claudia Viola e Roberto Reis

Amati per Amare

 

La fedeltà ci fa re e regine.

La fedeltà è ancora una virtù? Sembra che non lo sia più. Un concetto che sa di vecchio, una scelta quasi bigotta. Qualcosa che impedisce una piena realizzazione personale. Perchè stare con lei se non la amo più? Perchè stare con lui che non mi dà più quelle farfalle nello stomaco? Perchè non guardarsi intorno e trovare di meglio? Ogni lasciata e persa. Anche la politica vuole cancellare questa caratteristica dal codice civile e dal matrimonio civile. Le cose stanno davvero così? Non risponderò subito, ma inizierò raccontandovi una storia. Una breve storia che ho scoperto in un libro di Christiane Singer. La riporto con le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette tante.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re fece chiamare i suoi tre figli. Disse loro che sarebbero dovuto partire per cercare e trovare una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. I tre principi partirono.  Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna, che lo affascinò e lo fece innamorare, che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco gli si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso e massiccio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che lei e tutti i sudditi erano prigionieri di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suo successore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezze, non le conoscenze, può brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro Padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare, e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri, ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare, ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Pensa che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa. Quando chiedendo aiuto a Dio, continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire, accade un miracolo. Quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora, quando avrai imparato ad amare facendoti servo e libero. Libero di dare e di darti senza chiedere nulla in cambio.

Antonio e Luisa

Getta il mantello e sarai rivestito di Gesù.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo.  E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.

Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.

Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Antonio e Luisa

 

Essere fedeli come Cristo grazie a Cristo.

La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.

La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.

Proseguiamo con l’udienza del Papa (qui il primo articolo). Quanti, sposandosi, conoscono il significato di quello che stanno celebrando? Purtroppo i corsi prematrimoniali parrocchiali affrontano tante questioni pratiche, psicologiche, se va bene relazionali. Si spende troppo poco tempo a soffermarsi sul significato del sacramento che si fonda e trova la sua sorgente nel sacrificio redentivo e salvifico di Cristo. Trova la sorgente nel battesimo dei due sposi.  Oggi voglio riproporre un mio vecchio articolo che calza a pennello con questa parte del discorso del Papa. Parleremo di fedeltà.

Quale significato ha questa parola per un cristiano? Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o al proprio  sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato, è dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in Cristo, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Chiediamo di amare come Cristo ed essere testimoni del Suo amore. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

Stacci

“Amare è dare ciò che non si ha”. Abbiamo ascoltato insieme Benigni e ho provato ad ascoltare con semplicità, come spesso sai fare meglio di me. Proprio come da bambini, quando ancora non tutto ci appare confuso. Ti do ciò che non ho, ciò che non riesco. Dunque amare significa snaturarsi? Si dice di essere se stessi in amore, perlomeno in amore, aggiungerei. Essere se stessi. Una mente molto schematica quale è la mia, ragiona così, ho in testa una lunga scaletta da rispettare, un ordine, una sequenza: prima si sta bene con sé, prima ci si ritrova, poi ci si dona, ci si concede, si ama. Ma il passare dei giorni, degli eventi, del tempo, mi induce a pensare che forse è bene mischiare un po’ tutto. Siamo composti da minuscoli pezzetti che spesso lasciamo andare con lo scorrere delle giornate, con le persone incontrate, con i compromessi a cui scendiamo, con i sentimenti che non proviamo, con i sogni che tralasciamo, con le emozioni che non dichiariamo. Lasciamo andare dei pezzetti di noi. E se da un lato a volte questo ci fa scoprire l’essenza, ciò che rimane dopo aver potato i fronzoli, dall’altro spesso conferisce alla nostra esistenza un senso di spaesamento per il quale non riusciamo più a ritrovarci. E che cosa ci rimane? Il lavoro che facciamo, la strada che percorriamo tutti i giorni, le faccende da sbrigare, i nostri grandi progetti giornalieri da portare avanti. “Che lavoro fai?”, “quanti anni hai?”, “sei impegnato?”, “che genere di film preferisci?”, “che cosa leggi?”. Domande. Sappiamo a volte solo queste di risposte e, sicuri di noi, tentiamo di aderire alla forma, al contenuto che più ci piace. Allora rispondiamo senza approfondire, chiediamo senza voler sapere. Ci stiamo senza starci. Perchè abbiamo paura di perdere altri dei nostri pezzetti per strada e di non riuscire mai a riunire tutti quei punti disparati per formare finalmente “noi stessi”. Per essere. Ma essere non è vivere. E vivere non è stare. E stare non è “starci”. Stare alla vita, alle scommesse che essa porta con sé, alla bellezza da scoprire e alle cadute da affrontare. Solo standoci si è se stessi. E come si fa a trovare prima la nostra identità se in realtà non ci stiamo? Non ci doniamo? Non ci concediamo… e non amiamo? Tutto insieme. Tutto un insieme di vorticosi giri che la vita ci fa fare per insegnarci. “Historia magistra vitae”, (Ah, le reminescenze liceali! Curioso come funzioni la memoria, come ci ponga di fronte conoscenze forse una volta interiorizzate solo per superare la sufficienza e ora tramutate in ammonimenti), sì, diventa maestra la nostra storia quando si insinua tutti i giorni nelle nostre azioni e nei nostri pensieri. Quando ti sussurra di buttarti, quando ti dice di provare ad amare perchè anche se ci rimani fregato ti sei guadagnato un pezzetto da aggiungere a “te stesso”. Probabilmente ci siamo ritrovati tutti ad un bivio ad un certo punto della nostra relazione con l’altro: te sei così, io invece sono così. 
E concentrati sul cambiare l’altro non pensiamo mai che forse il lavoro più grande e più importante da fare è su noi stessi. Vedi Federica? Devi imparare a pensare anche a te, mi risuona così la tua voce. Ritorna sempre quel “noi stessi”. D’altronde con noi passiamo molto tempo e il rischio è di non accorgersene nemmeno. Il rischio è passare una vita a cercare l’altro, a cambiare l’altro, a riempirci con l’altro, senza accorgerci che il nostro compagno principale di vita siamo proprio noi. Quali domande faresti a te stesso? Forse sono molto diverse dalle domande elecante prima. Forse avresti il coraggio di chiederti come stai, come ti senti, che cosa provi, se vuoi starci, che cosa pensi, che cosa sogni. E facendoci queste domande costruiamo ogni istante un pezzetto nuovo, oppure ritroviamo quel pezzetto perso per strada chissà dove e chissà perchè. Importante è scoprire dove e perchè e da lì ricominciare, da lì ritrovarsi. Per questo amare è dare ciò che non si ha, perchè il più delle volte non sappiamo di avere dentro di noi cose sconosciute, misteriose, splendide, spaventose e brillanti. Ti do quello che scopro dentro di me con te. Scopro dentro di me che cosa si cela dandomi a te. Diventi il mio alleato preferito, colui al quale svelo il mistero che Dio ha nascosto in me, la bellezza che custodisco. Allora quando vorrei leccarmi tutto il giorno solo le mie ferite, scopro anche le tue e ti do la mia comprensione. Se non capisco la vita, guardando la tua forse capisco meglio che cosa desidero nel profondo. Se non ho la fede, camminando con te la cerco.
L’amore non è mai scartato. L’amore che diamo rimane. L’amore è donativo e mai riempitivo. 

“Sono un uomo ferito.

E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è solo con sé. 

Non ho che superbia e bontà. 

E mi sento esiliato in mezzo agli uomini. 

Ma per essi sto in pena.
Non sarei degno di tornare in me?

Ho popolato di nomi il silenzio.
[…]
Dio guarda la nostra debolezza.

Vorremmo una certezza. 
[…]
Non ne posso più di stare murato
Nel desiderio senza amore.”
 
Giuseppe Ungaretti, La Pietà

https://www.youtube.com/watch?v=MqoANESQ4cQ
(se volete leggete l’articolo con questa musica di sottofondo, la poesia tassativamente)

Federica Di Vito

Articolo originale

Guardatevi intorno: non vedete che siamo pieni di santi?

Ieri sera sulle frequenze di Radio Maria ho iniziato la seconda puntata di Padri Nostri dedicata alla Didaché1 ringraziando gli amici Stefano, Celestino e Cinzia, questi ultimi con la loro piccola Gemma, di essere venuti a pranzo a casa nostra:

Ἐκζητήσεις δὲ καθ’ἡμέραν τὰ πρόσωπα τῶν ἁγίων, ἵνα ἐπαναπαῇς τοῖς λόγοις αὐτῶν.
Ricercherai ogni giorno la presenza dei santi, per trovare sostegno nelle loro parole.

Così recita l’antichissimo2 documento (4,2). Notare che laddove in italiano leggiamo “la presenza dei santi” in greco abbiamo “τὰ πρόσωπα τῶν ἁγίων”, i volti, le presenze fisiche: insomma va bene avere la propria bella bibliotechina di agiografie (anzi è cosa molto buona), ma di certo non può bastare.

E mi dicevo, mentre parlavo in radio, che dopotutto se pensassimo di non conoscere dei santi – gente la cui vita è risorta con Cristo – dovremmo porci qualche domanda seria: nella migliore delle ipotesi, quello potrebbe essere il sintomo di una vita di fede flaccida; nella peggiore, dovremmo aggiungere l’aggravante di pensare, magari inconsciamente, che Dio “stia perdendo” la sua sfida contro la cattiva inclinazione delle nostre libertà ferite.

Giovanni Paolo II: magistero della vita, dell’amore e del dolore

In verità mi guardo intorno e mi ritrovo pieno di santi, di persone diversissime e tutte stimolanti, ciascuna a modo suo, nell’aiutarmi ogni giorno a rimettere i puntini sulle i, a raddrizzare la rotta e richiamare le priorità – quelle vere.

Oggi è San Giovanni Paolo II3, e prima che finisca la giornata devo dire grazie a due amicizie dalle cui parole mi ritrovo molto sostenuto.

La prima di queste due amicizie è quella di Antonio e Luisa De Rosa, che proprio oggi hanno voluto mandare nelle librerie il loro L’ecologia dell’amore. Intimità e spiritualità di coppia. Di questo libro, frutto maturo e al contempo rielaborazione originale della Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II, Costanza Miriano (altra persona della cui amicizia mi onoro) ha potuto scrivere:

Di libri sul matrimonio ne ho divorati davvero tanti, troppi forse, e sinceramente non avevo una gran voglia di rileggere ancora una volta le stesse cose. Ho accettato di farlo solo perché me lo ha chiesto la mia amica Elisabetta, e mi sono fidata di lei.

Beh, ho fatto proprio bene. Questo è un libro diverso da tutti gli altri. Innanzitutto non lascia intendere le cose, le dice proprio chiaramente. Nero su bianco. Parla di sesso secondo gli insegnamenti della Chiesa, secondo il disegno di Dio, ma lo fa senza moralismo, senza veli, con il coraggio e la sfrontatezza che viene dalla certezza di parlare conoscendo le cose di Dio. Dove lo trovate un altro libro che a distanza di poche righe parla di misure del pene e sacramento, di frequenza dei rapporti sessuali (un giorno sì, due no, mi raccomando) e Spirito Santo, di sesso orale (anche sì ma con delle regole), anale (sempre no), pornografia (semprissimo no), di desiderio maschile e femminile, di preliminari e santità della coppia? Di amplesso come vertice del corteggiamento e dell’unione anche spirituale? Ma senza lasciar intendere nulla, dicendolo proprio apertamente, raccontando di sveglie puntate per fare l’amore, di appuntamenti tra marito e moglie, di giorni di ferie e permessi dal lavoro per dedicarsi tempo e attenzioni e custodire l’intimità; parlando di contraccezione e metodi naturali, del desiderio femminile che ha bisogno di essere alimentato con l’attenzione, e dello sguardo accogliente e pieno di stima che l’uomo desidera su di sé. Dando giudizi chiari e precisi su ciò che fa bene al desiderio della coppia, e ciò che invece lo danneggia.

Ovviamente non è un manuale di regole, perché siamo così diversi, tutti come singoli, e due diversità insieme, poi, ancora di più: però dà dei consigli pratici, ragionevoli, ecologici, nel senso dell’ecologia dell’uomo cui faceva riferimento Benedetto XVI.

D’altra parte i rapporti sessuali sono ciò che più di tutto il resto distingue il matrimonio dalle altre forme di relazione, dagli altri affetti, anche profondissimi. Non è possibile che Dio non c’entri con il sesso. E se è Dio a volere per gli sposi questa espressione dell’amore reciproco, è bellissimo imparare a viverlo in unione a lui. È difficile ma non impossibile, con un po’ di impegno. Antonio e Luisa con grande generosità ci aprono le porte della camera da letto, senza atteggiarsi a quelli che sanno come si fa, ma proponendo un cammino possibile, per coppie vere, in carne ed ossa. Cose che non si raccontano mai, per pudore, perché si teme di essere imperfetti, perché certe cose non si dicono, perché pensiamo che le nostre difficoltà siano troppe mentre agli altri va tutto liscio, oppure perché, come credo succeda a una grande parte delle coppie, non si fa un lavoro (è la parola che usa Papa Francesco quando parla di amore) sulla propria intimità, e si lascia che le cose vadano da sé, dimenticando che, affinché una coppia regga negli anni, c’è un investimento da fare. L’uomo e la donna non sono solo padre e madre – il rischio di dimenticarlo lo corriamo tutti – sono prima di tutto coppia, e amano Dio sempre uno attraverso il volto dell’altro. Fare l’amore, dunque, è anche un gesto profondamente religioso, se fatto con il cuore diretto a Dio, e questo libro lo ricorda con toni audaci e spiazzanti.

E tutti potete immaginare che Costanza non scriva cose del genere a casaccio. Il problema – lo accennavo già all’inizio dell’estate sfiorando l’argomento “teologia del corpo” al ritiro annuale delle Cooperatrici Oblate Apostoliche del Movimento Pro Sanctitate – è che quando si parla di “codesta teologia”4 la si presenta come qualcosa di idealizzato e di praticamente non-vivibile. È quanto a modo suo aveva riscontrato pure Thérèse Hargot, nel suo laicissimo consultorio:

per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…

Il problema, in buona sostanza, è che si tende a parlare dell’intimità coniugale più descrivendo l’obiettivo ideale della proposta cristiana che considerando la strada per cui quell’obiettivo si fa piuttosto una meta– quindi una cosa sì lontana ma assolutamente raggiungibile. L’effetto collaterale si amplifica notevolmente quando a descrivere quell’obiettivo sono persone che, in virtù del loro stato di vita, non vivono alcuna intimità coniugale. Il risultato di quest’impostazione è che le difficoltà (talvolta lancinanti) di cui molti uomini e donne fanno esperienza vengono avvertite più come minacce alla consistenza del sistema che come ovvî punti di partenza per imprevedibili e gustosi cammini di santificazione. Devastante corollario del risultato è poi che la concordanza tra i due poli, ormai sciaguratamente caratterizzati come “ideale” e “reale”5, porta gli agenti di cui sopra – ossia i Pastori (alcuni soltanto, grazie a Dio) – a inquadrare i “casi reali” difficoltosi come altrettante “eccezioni” alla “norma ideale”… e a normalizzare gli stessi con altrettante deroghe.

Due sposi che scrivono di intimità in modo sexy e mistico

E sarebbe ben strano il contrario, cioè che chi non conosca i termini di un problema (se non in teoria – ma il sesso e la santità sono cose eminentemente pratiche) sappia poi offrire le soluzioni giuste. Ecco, Antonio e Luisa si propongono come una coppia esperta che si trova nel bel mezzo della propria avventura: quattro figli (più uno già in cielo), un fidanzamento normalmente bacato da svariati assortimenti di idee sbagliate e poi la proposta della Chiesa, giunta per loro dall’opera missionaria di Padre Raimondo Bardelli e dal sostegno della rete di famiglie fiorita attorno a quell’opera. Quindi un cammino pieno di problemi chiaramente individuati, risolutamente affrontati, gioiosamente superati e – oggi – fraternamente condivisi.

Questo è forse ciò che manca in tutti (o quasi) i corsi prematrimoniali parrocchiali: non si parla affatto di intimità coniugale, di “intimità ecologica”, e quando il buon vecchio parroco si cimenta nell’argomento tante volte fa (incolpevolmente) rimpiangere il silenzio. Non basta vivere l’intimità coniugale, per saperne indicare le vie (e le insidie), però forse è più che opportuno – è quasi necessario – che chi ne parla ad altri sia introdotto in prima persona a quei meandri. E poi ci vuole schiettezza, ma anche prudenza, verità ma anche pudore, una parola senza complessi quando si parla di godimento sessuale e che non si riduca ad appicciare sulla trita foia qualche bollino spiritualizzante: occorre che il supporto sia una solida e comprensiva antropologia integrale, quella che può sostenere l’ambizioso progetto di un’ecologia integrale. Dunque anche dell’intimità coniugale. Antonio e Luisa hanno forse colmato un vuoto:

È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. L’ho già accennata e la riprenderemo. Corte significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di riattualizzare il sacramento; bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Togliamoci allora quell’idea del mondo che ci fa credere che l’intimità sessuale sia bella all’inizio del rapporto e poi diventa qualcosa di sterile e di abitudinario. Non è così. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più | saremo uniti più sarà fonte di gioia. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. È tutta un’altra cosa avere la consapevolezza di non star semplicemente a fare l’amore, ma che stiamo riattualizzando un sacramento, stiamo celebrando il nostro amore! È qualcosa di grande.

Antonio & Luisa De Rosa, L’ecologia dell’amore, 87-88

L’altro amico il suo libro me l’ha dato solo ieri (però me l’ha portato di persona venendo a pranzo…), ma la bella giornata odierna esige che gli dedichi almeno qualche parola: si tratta di un libro che Stefano Giordani ha scritto soprattutto per sé stesso, per coltivare il memoriale della grazia di una moglie come Simonetta, partita per il cielo non molti mesi fa con una serenità e una letizia che a tutti noi hanno impedito di chiamare “funerale” l’estremo arrivederci che demmo alle sue spoglie.

Due sposi a cui sono date un’intimità e una fecondità misteriose

Anche se non si propone di vendere e di farsi conoscere (non ha neppure un editore) questo libro condivide diverse cose importanti con quello: è il libro di una coppia anche questo, descrive anche questo le meraviglie operate da Dio all’interno di un matrimonio, scolpendo due cuori col martello dell’amore sull’incudine della castità. È un matrimonio senza figli, questo, ma non meno fecondo dell’altro, che di figli ne annovera cinque.

Io Simonetta la conobbi anni fa: me la presentò Claudio dicendomi che una sua amica disegnatrice avrebbe volentieri regalato a La Croce quotidiano la sua arte ideando una striscia di fumetti apposta, con dei personaggi straordinari sbalzati finemente dai fogli di stagno di una famiglia normalissima. Avevano dei superpoteri, sì, ma erano dei semplici nonni; e pure il Papa lo dice sempre, che i nonni hanno dei poteri davvero super.

Era perfezionista, sul lavoro e non solo: discutemmo minuziosamente dei personaggi, dei volti, dei caratteri… ma quelle strisce restarono sempre embrionali, Simonetta riteneva di doverli elaborare ancora. Non per questo smettemmo di scriverci: mi si rivolgeva di tanto in tanto con degli articoli di cui poi parlavamo. Aveva seguito con attaccamento viscerale le vicende di Charlie Gard e di Alfie Evans, giungendo quasi a imparare l’inglese apposta per leggere notizie su questi bambini: nella cultura dello scarto che giudicava queste creature Simonetta si proiettava – non solo per il cancro che la divorava, ma per le tante esperienze che le sapevano di fallimento – ed era la comune umanità profanata in quegli innocenti ciò per cui lei offriva le sofferenze del suo calvario.

Mano a mano che moriva pensava sempre più esclusivamente a prepararsi, a “mettere a posto” le cose, parlando con quelli a cui riteneva di dover dire qualcosa… e a pregare che la sua morte non scandalizzasse i piccoli nella fede, a cominciare da alcuni famigliari. Lì al “funerale” apprendemmo che tra le ultime parole al marito ci fu il severo e dolce monito: «Mi raccomando, tu: resta sempre aperto alla volontà di Dio». Quanti l’abbiamo sentita passare nelle nostre vite, o anche solo di fianco, giureremmo di aver inteso qualcosa di simile a quel fruscio straordinario che Chiara Corbella ha diffuso attorno a sé.

E così anche con i santi che frequentiamo siamo tentati di giudicarli dal loro ultimo stadio, dal momento in cui si preparavano a entrare al banchetto del Re – se abbiamo avuto il duro privilegio di accompagnarli alla soglia – mentre ciò che ce li rende dolci e cari è proprio l’averli avuti per compagni di strada, aver visto la loro fatica così simile alla nostra. Apro una pagina a caso, verso la metà del libro, e trovo Stefano che riporta una pagina del diario di Simonetta, vergata nel periodo in cui giravano per medici cercando di capire se i figli non arrivassero loro per una sterilità fisica.

Giornata inconcludente come mi sembra la mia vita. Non c’è nulla che riesca a portare a termine. Mi chiedo perché… se sia una mia incapacità o un volere di Dio per dirmi qualcosa. L’operazione è saltata, ora non so che fare. Avere un bambino è sempre di più una chimera, sento il mio corpo e la mia vita sempre meno capaci e adatti. Sono piena di problemi di salute. Non riesco a guadagnare niente di che, tra il poco lavoro e il poco tempo. Non riesco ad aiutare i miei come vorrei. Abbiamo problemi di salute che minano | anche il nostro insieme. In comunità è molto faticoso perché siamo i responsabili e abbiamo fratelli difficili. Mi sembra che tutto giri al contrario.

So che la croce ha un senso, ma non capisco quale. Il Signore ci sostiene, perché in tutte queste cose sarebbe impossibile passare un’ora in piedi. Ma mi rimane questa sensazione di “troppo” dolore e fatica e inconcludente. Sembra che ogni mossa sia vana.

Dio non sta costruendo la mia casa, o la sta costruendo proprio attraverso queste continue delusioni? Per questa operazione abbiamo pregato, abbiamo digiunato, abbiamo mangiato la Parola. Parlaci, Signore, aiutaci. Ci sentiamo stanchissimi, e io spesso di desideri continuamente frustrati e di energie sprecate.

Apristi la Bibbia e il Signore ti rispose così:

Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato avanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balàk, re di Moab, e quello che gli rispose Bàlaam, figlio di Beor. Ricordati di quello che è avvenuto a Sittìm a Gàlgala, per riconoscere i benefici del Signore2.

Il Signore ti stava ricordando ciò che aveva compiuto, e che le circostanze che inizialmente sembravano contrarie, poi si erano rivelate un intervento di salvezza.

Stefano & Simonetta Giordani, Una Persona intorno, 126-127

Ai “funerali” non ero riuscito ad avanzare oltre la penultima panca, nella pur vasta chiesa, tanto l’edificio traboccava della fecondità di Simonetta: ovunque mi girassi c’erano fratelli, sorelle, figli e figlie di quella ragazza che riteneva di avere poco lavoro e mi aveva offerto disegni gratis per contribuire a sensibilizzare le persone sul ruolo e sulla dignità dei membri più fragili delle nostre famiglie e della nostra società.

Per accompagnarla al “lancio verso il Cielo” Stefano aveva tirato fuori il vestito da sposo: nel salutarlo mi sciolsi in singhiozzi e quasi fu lui a consolarmi, sostenuto da una pace della quale egli stesso aveva riso con disprezzo nella sua vita precedente.

Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore
ha fatto grandi cose per loro!».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia.

Sal 125,2-3

E appena rientrato in macchina chiamai mia moglie, che non era potuta venire, per dirle che s’era persa qualcosa di veramente straordinario.

Ecco le parole in cui troviamo sostegno, parole che sono fatti ed esistenza, Spirito e Vita. Ecco i segni della perpetua giovinezza e santità della Chiesa, l’assicurazione più tangibile dell’opera di Cristo nel mondo.

Giovanni Marcotullio

Articolo originale qui

La missione più difficile? Una famiglia santa!

Quello che noto ogni anno è che se si parla di missione in ambito laico o di Chiesa si pensa all’Africa o in generale ai paesi poveri. Ma se leggo il vangelo Gesù manda i suoi discepoli a evangelizzare nelle città e di casa in casa, a persone che di povero avevano poco. Ma allora Gesù sbagliava o siamo noi a intendere la missione tutta a modo nostro?

Attenzione come sempre voglio essere pungente nel mio commento, non sto dicendo che non è bene aiutare il povero, ma tenere in mente che per povero Gesù non ha mai specificato che fosse solo l’indigenza economica, ma qualsiasi tipo di povertà. E le povertà spirituali sono quelle più difficili da combattere.

Dove voglio arrivare? Ieri nella giornata mondiale della missione, ancora una volta si è dato risalto alla missione che combatte la povertà fisica/economica e ancora una volta poco o nulla si è parlato dei missionari delle nostre città.

Diceva Madre Teresa di Calcutta, e non io che son nulla, che la lebbra del mondo occidentale è la solitudine. In tante interviste ha ribadito che la povertà maggiore l’ha riscontrata nell’opulente occidente. Stiamo parlando di una povertà che non si vede o che peggio non vogliamo vedere. È la povertà di chi ha perso ogni speranza di una vita felice, soffocata dal consumismo e dalle “felicità” mondane. Una povertà che Chiara Amirante ha capito quando era solo una ragazza… È la povertà di dietro casa, quella silenziosa ma mortifera. La povertà dei giovani senza speranza, persi nel giro della droga. La povertà delle famigie martoriate dalla piaga dei divorzi, con genitori uno contro l’altro e figli lasciati alla deriva. La povertà di chi ha tutto, ma non ha nessuno. La piaga degli aborti, perché nella nostra solitudine non riusciamo più ad accogliere l’altro.

Sono povertà che se le combatti non ricevi applausi, ma tante volte fischi e sputi. Sono povertà di cui si evita di parlare per non risultare fuori corrente o fastidioso al mondo.

Padre Pancrazio, fondatore della fraternità di Betania, un giorno quando gli chiesero, del perché non aprire una comunità in paesi poveri, lui rispose che la missione più importante oggi è nel Centro-nord Europa.

Abbiamo travisato il concetto di missione evangelica, che per carità è sì anche quella verso i poveri economici, ma anche e soprattutto verso chi nell’anima sta vivendo povertà peggiori.

Iniziamo la nostra missione nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nella nostra vita di coppia. Esse siano fucine di opere sante, di amore e accoglienza reciproca. Mostriamo al mondo la missione più coraggiosa di tutte, che oggi una famiglia può essere santa. Santa nella fedeltà, nell’accoglienza, nella preghiera. Mostriamo al mondo la gioia del matrimonio, del dono reciproco, del sacrificio.

Deafricanizziamoci, o meglio portiamo la gioia dei missionari africani (che Dio li benedica), nelle nostre famiglie. La missione oggi è qui, la missione oggi sta nell’esser santi qui.

L’Amore che rischia rimane per sempre

Eravamo insieme e stavamo pranzando; ed era davvero un giorno come un altro, non ricordo quale. Era Agosto. Venne fuori un argomento che, oggi, è visto quasi come un tabù: il matrimonio. Ma non era la prima volta. In realtà, noi avevamo cominciato a parlarne circa tre anni prima, cioè quando ci siamo conosciuti. Anzi, è bene che faccia un appunto: io mi presentai a Michele (questo è il suo nome) e poi usai, più o meno, queste parole: “Se stiamo insieme dovremo avere un fine per cui stare insieme”. E non intendevo certo un “obiettivo per arrivare a”, ma piuttosto un “obiettivo da cui partire per”.

Che poi certamente non mi riferivo, nel senso pratico, al matrimonio (ci eravamo conosciuti da circa dieci minuti, pensate quel poveretto -voglio sottolineare, di 23 anni- che cosa ha potuto pensare).  Mi riferivo al vivere una relazione di coppia non in base ad una sensazione, al “stiamo insieme finché dura”, ma di viverla con un fine inteso come PROGETTO.

E siamo partiti. E abbiamo continuato; ma non è stato per niente facile. Perché, diciamocelo chiaramente, non è mai facile scegliere tutti i giorni -e dico tutti i giorni- la stessa persona. Non è facile quando in quella persona, ai tuoi occhi i difetti prevalgono sui pregi, quando ti lasci sopraffare da ciò che senti o non senti, da ciò che ti piace o non ti piace.

L’errore sta nel credere che essere innamorati ed amare coincidano. Da una parte c’è l’emozione della conoscenza di quella persona, di tutte le sensazioni che si provano in sua presenza, e anche in sua assenza; dall’altra c’è la capacità di guardarlo e volerlo aldilà di ciò che mi dà, di ciò che ha…

E viene da sé capire che l’uno si basa su una sensazione, l’altro si basa su una scelta.

E quando ci siamo trovati di fronte all’incapacità di amarci per quelli che eravamo, che siamo, siamo rimasti insieme -nella Fedeltà- per imparare a farlo.  Ed eccoci, alla fine è andata, e siamo arrivati al giorno in cui abbiamo deciso la data del nostro matrimonio. E non tanto come “giorno in cui sposarci”, ma come data entro cui domandarci in quale direzione portare il nostro fidanzamento.  Ed è qui che, quando mi chiedono la data del nostro matrimonio, la risposta -quasi sempre- è: “Da qui ad un anno fate in tempo a lasciarvi, siete innamorati!”.
Io faccio le cosiddette “spallucce”; le motivazioni che ci hanno spinti a decidere di sposarci, sono state proprio i dubbi che nutrivamo l’uno per l’altra, e verso noi stessi. È stato il non sapere di voler continuare la nostra vita insieme, che ci ha fatto decidere di continuarla.  È un paradosso, ma tutto in questo lo è stato: la scelta di una data più di due anni prima e senza una proposta vera e propria, l’uno a qualche mese dalla laurea, l’altra all’inizio del percorso universitario, entrambi senza lavoro; la scelta di un abito 400 giorni prima…

Quando si è di fronte a dei dubbi esistenziali, c’è da chiedersi se si è disposti a fare -INSIEME- un salto nel vuoto. C’è da chiedersi se si è disposti a volere di più, a volere “ […] la parte destra della barca” (Gv 21,6), ma anche a dare di più; se si è disposti ad andare oltre a tutto ciò che ci sembra di sentire o non sentire.

Perché le sensazioni vanno e vengono ma l’Amore, quello fatto di scelte, anche rischiose, quello resta.

Per sempre.

Vittoria Epicoco

Se sei forte fatti servo.

Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il Vangelo di questa domenica è da leggere e meditare tutto, come sempre. Quello su cui noi sposi dobbiamo maggiormente soffermarci sono le ultime quattro righe. Quelle senza dubbio più indigeste. Essere il servo di tutti. Essere il servo della persona che amiamo. Sembra una richiesta ingiusta. Qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore. Ricorda maggiormente l’essere usati. l’essere soggiogati, l’essere sfruttati. E’ vero spesso succede questo. Spesso l’egoismo umano porta la parte più forte della coppia a sottomettere l’altra. Questo non è amore. Questo non è quello che ci sta chiedendo Cristo. Gesù ci chiede di farci servi. E’ vero. C’è però una grande differenza. Lui ci chiede di farlo liberamente, di servire in libertà e piena volontà. Non per l’egoismo dell’altro. Non per la prepotenza dell’altro. Solo per amore. Solo per dare concretezza a quella promessa che abbiamo donato al nostro coniuge il giorno del matrimonio. Nessuno ci ha obbligato. Nessuno ci deve obbligare a servire. Così il più forte si farà servo. Non il più debole! Il più forte! Il primo! Quello più avanti dei due. Questo è il paradosso del Vangelo e del messaggio di Gesù. Dio, la potenza assoluta, che si fa servo fino a lavare i piedi di persone indegne. Il più forte che si fa servo non diventa vittima di una prepotenza. Lo sarebbe il più debole. Il più forte che si fa servo diventa sostegno per il debole e per il povero. Il forte che si fa servo diventa forza per l’altro/a. Tutte le volte che il nostro sposo (sposa) è debole. è fragile, è incapace di amare, ricordiamoci di questo passo del Vangelo. L’essere più forti, più giusti, più bravi, non ci dà il diritto di far pesare l’errore e l’atteggiamento sbagliato dell’altro/a. Questa non è correzione fraterna, ma solo ergersi a giudice e a persona migliore. L’essere più forti è innanzitutto responsabilità. E’ il dovere di abbassarci e farci servi di chi è più debole e più fragile. Solo così, dopo esserci fatti misericordia e accoglienza, avremo l’empatia necessaria, la strada aperta verso il cuore dell’altro/a,  per condurlo a comprendere i suoi errori. Questa è la vera correzione fraterna. L’unica che può aiutare il nostro coniuge a progredire verso la strada della salvezza.

Antonio e Luisa

 

Sposi sacerdoti. I tuoi seni sono come due cerbiatti. (43 articolo)

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

 

Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo finalmente all’incontro. Entrano nella casa nuziale e lo sposo sempre più impaziente, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. L’articolo precedente ci ha riportato alla memoria l’ingresso della sposa in chiesa. Il primo momento del rito del matrimonio. Oggi il Cantico ci riporta alla prima notte di nozze, il secondo momento del rito del matrimonio, quello che pone il sigillo all’unione. Ci riporta alla prima unione fisica. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Una meraviglia che ogni sposo, credo, abbia potuto sperimentare. Una meraviglia che ancora oggi, dopo anni,  può commuoverci.  Una meraviglia che non passa, che si trasforma e, se possibile, diventa ancora più forte, perchè la bellezza si nutre di amore. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo  che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo del suo re non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con il suo sposo. Il Cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza piena e di stupore autentico.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone

Nuziale cioè felice!

Di seguito la lettera che Giulia, che abbiamo avuto la gioia di ospitare su questo blog con alcune sue riflessioni, ha scritto per il marito Nicolò il giorno delle loro nozze. E’ una dichiarazione d’amore. Di quelle vere però. Di chi è consapevole di ciò che sta promettendo e che vuole davvero amare con tutta la sua volontà, perchè sa che quella è la sua strada per la gioia, per la pienezza e, di conseguenza, per la santità e l’incontro con lo Sposo di ognuno di noi: Gesù.

«Marito, tanta la gioia che mi dà esserci scambiati la nostra quotidianità in una dimensione temporale diversa, quella dell’eternità. Negli ultimi anni ho scritto continuamente e tu lo sai: un tempo mi divertivo a far brillare le nostre ricorrenze imprimendole su carta, guardare cosa capitava al tuo cuore mentre leggevi e spezzare la banalità di un comune momento di condivisione per sospenderlo in qualcosa da ricordare. Poi ho smesso, da quando mi hai chiesto di sposarti, due anni fa, promettendoti che avrei scritto una sola lettera in occasione del nostro matrimonio. Quindi, eccomi, tua moglie, a fissare su carta oltre che nel cuore, la mia devozione per te. Sono grata a Dio per aver gestito la libertà delle nostre due anime affinché potessero guardarsi nel riflesso del suo amore unico e preziosissimo e, da quel riflesso, cogliere la luce di una chiamata.
Eravamo molto diversi quattro anni fa e il tempo che ci ha condotto a questo giorno è stato predisposto perché potessimo amarci nonostante tutto, all’interno delle scelte radicali che all’unisono abbiamo voluto compiere. Ci siamo cercati veramente dopo aver scoperto di quel solo punto in comune, fra tanti, quello decisivo: la fede e la devozione a Maria. Dio ci ha dato un avvio tremendamente voluto e da quell’inizio, oggi, siamo rinati insieme nella grazia che veste un semplice amore umano dell’amore divino. Vorrei solo farti sapere che l’attesa è stata gradualità, il dosaggio è stato crescita, la crescita è stata conoscenza e la conoscenza l’estensione del rispetto. Attendere chi si ama per affidargli la propria vita è una benedizione perché in quel tempo si ha l’occasione di tornare piccoli. Ti sono grata per aver visto ogni mia debolezza, fragilità, contraddizione ed essere rimasto, senza condizioni, lontano dall’esitazione. Ti sono grata per aver abbandonato le tue priorità a favore dei nostri progetti. Ti sono grata perché sei stato instancabilmente presente. Ti sono grata perché mi hai insegnato una fede genuina. Ti sono grata perché sei rimasto dopo l’innamoramento. Ti sono grata per avermi insegnato la dedizione.
Oggi il mio sì è un sigillo di presenza: non sono tua moglie nell’idea che ho di te, della vita, del matrimonio. Non sono tua moglie nei miei vorrei. Non sono tua moglie nel mio “io”. Ho deciso di diventare tua moglie non per bisogno, neanche per possesso, ma prefissandomi lo scopo di donarmi a te e servirti, che ha il sapore della sottrazione dei due dalla solitudine, due libertà che promettono di incontrarsi ogni giorno. Due libertà che si dispongono all’accoglienza consapevoli che, senza le corrispettive braccia aperte, statura dell’umiltà, non vi è che la cima dell’egoismo. Invece noi abbiamo scelto, sposandoci, di essere felici insieme, rivestendoci di un amore personale, accogliendoci da diverse dimore ad una casa sola, decorata dall’allegria, ammobiliata con il rispetto, perfezionata dall’ascolto. Te lo prometto: userò questi ingredienti, ma ti chiedo anche, quando la memoria mi ostacolerà, impedendomi di trovarli, aiutami a cercarli sciogliendomi dai miei limiti.

Per questa sete di esserci, consolidata nell’affidamento a Maria, si sono notate le nostre esistenze non sempre nel comfort, nemmeno valutandosi entro parentesi di prova sui difetti individuali, sulle abitudini decennali che ci rendono un po’ più insopportabili all’altro: si sono strette solo per l’insostituibile. L’unicità amata in te e tu in me è la chiamata alla vocazione del matrimonio. Io mi offro a te come tua migliore amica, sorella nella fede, come tua sposa. Ho scelto te persona: insostituibile, indisponibile; non un possesso, non mi sei dovuto, ma un dono, per essere collaboratori di Dio, custodi e non proprietari dei suoi beni. Ciò a cui aspiro è “gareggiare nello stimarci a vicenda”.
Sapere di essere nel cuore di qualcuno è una carezza dal tocco deciso, ma leggero. Sapere che hai concesso parte del tuo spazio per farmi spazio, mi ha dato il “permesso di esistere benedicendo la mia vita”, mantenendo la bellezza anche nell’umana imperfezione, perseverando amorevolmente oltre la mediocrità. Tolto ogni superfluo, ogni assolutismo dell’io, ciò che resta è tutto. Non un tutto qualunque, ma quello garantito da Dio!

Grazie perché mi hai spinto ad essere una persona migliore -e non è retorica- non cercando di farmi diventare il tuo modello ideale di me, ma ciò che sono in armonia con ciò che tu sei, così noi due ci siamo scoperti. Diverse volte che mi è stato chiesto: ma come fai ad essere sicura di lui? E la mia risposta è stata sempre la stessa: perché so che se non avessi incontrato lui avrei pregato Dio di mettere al mio fianco un uomo esattamente come lui. Non mi serviva sapere prima dove mette i calzini, se nel ripiano che approvo o in quello che disapprovo, ma se sapremo insegnare gli stessi valori e trasmettere come carne sola e anima sola la fede ai figli che il Signore vorrà donarci. Con queste premesse abbiamo potuto fare un percorso d’intensa comunicazione spirituale, i cui germogli sono bacche di tenerezza. Questo tipo di bellezza è il ritratto di un prodigio: quando ci si tocca nel punto in cui posso disfarmi dell’armatura protettiva, beh l’istante riecheggia l’eternità. Questo è il mio sì.
Quando la tempesta arriverà, turbando i cuori di timori, insicurezze, paure fa, caro marito, che il tuo risollevarti sia anche il mio e io mi occuperò che il mio sia anche il tuo. Quando le turbolenze ci chiederanno prova del nostro amore coniugale, della nostra fede che oggi ha sigillato una misera promessa umana, che essa sola nulla potrebbe, ti prego, caro sposo, ti prego fratello e amico, di invitarmi a guardare la croce: ce lo siamo detti più volte che le nostre mani in questo giorno sono fuse sulla croce che abbiamo deciso di abbracciare, sull’amore più grande che in lei si fa memoria, quello di dare la vita per amore. Così, la mia preghiera è la promessa di un impegno a levare lo sguardo, sapendo che la tentazione di abbandonare l’uno o l’altro magari quando malati, burberi o banalmente un po’ meno carini, sarà in realtà la tentazione di abbandonare la Croce. Inginocchiamoci insieme davanti a questo Amore, mai stanco dei nostri errori, pronto a perdonare la nostra tiepidezza. So che un simile impegno abita il tuo cuore e per questo non temo nulla, grande è la fiducia e con essa la speranza che ho riposto nella nostra unione, nuova alleanza, nuova Casa.

Volevo solamente dirti che è bello che tu esisti e che siamo insieme, insieme per davvero, in questo trampolino di lancio coraggioso che è l’unione celebrata oggi, il cui mistero sarà scoprirsi con stupore ogni giorno: sposi in Cristo, nuova famiglia. Oggi “il cielo si è aperto su di noi (…) suonano le campane, cantano gli angeli nel cielo”, oggi cielo e terra si sono toccati sul nostro sì. E come dicono sempre due cari nostri amici: nuziale cioè felice!».

Non dovrebbe capire da solo?

Questo articolo è dedicato a noi donne più che agli uomini. Perché di tutte le storie che ho ascoltato e le amiche che si sono confidate, compresa me medesima quando mi metto nei panni di mio marito, siamo sempre noi donne a pretendere che il nostro compagno comprenda da solo e spontaneamente di cosa abbiamo bisogno.

 

Questa è una delle prime illusioni che si infrange drammaticamente sugli scogli del matrimonio, a volte, ed è un bene, anche nel fidanzamento. Ma non si tratta solo di un’illusione, quanto di una convinzione negativa che alimenta una posizione immatura e infantile in cui credi che l’altro sente, pensa e desidera come te. Il desiderio di ridurre l’altro a te, viene proprio automatico, e non è una questione di ragioni, perché magari hai ragione su tutti i fronti e nessuno ti può biasimare sul tuo punto di vista. Ma c’è un passaggio fondamentale sulla questione, che non vale solo per il tuo rapporto di coppia, ma tutte le relazioni in generale: PUOI CHIEDERE CIO’ DI CUI HAI BISOGNO più e più volte. Nella comunicazione, nell’ascolto, nelle esigenze pratiche, materiali ed emotive, nella sessualità, puoi costruire un dialogo franco, aperto, diretto e chiaro in cui esprimi cosa ti piacerebbe e come ti piacerebbe. Non può essere una pretesa, deve essere una condivisione, perché l’amore è prima di tutto libertà di scegliersi. E se l’altro risponde positivamente ai tuoi bisogni in conseguenza del fatto che glielo hai chiesto esplicitamente, non vuol dire che ti ama di meno, anzi quella mancanza di spontaneità è segno che ti ama davvero, proprio perché fa uno sforzo su qualcosa che non è farina del suo sacco, ma lo fa per te, perché ci tiene, perché questo ti renderebbe felice. Poi a volte succede che tu chiedi e richiedi, ma lui (o lei) fatica ad accettare, a capire e a rispondere positivamente: tu non mollare!! A volte ci vogliono anni perché comprenda, a volte invece puoi accettare che semplicemente su quella cosa a cui tieni tanto è diverso/a da te, e non per questo è sbagliato. Io ci ho messo almeno cinque, sei anni a capire e prendere in seria considerazione che quando mio marito mi parla di un suo problema emotivo devo stare zitta. Zitta e muta senza proferire parola. Lo posso guardare e a limite dargli una carezza sulla mano o sulla spalla, ma niente parole, niente consigli, niente parafrasi di quello che ho capito. Io la cosa non la prendevo neanche in considerazione perché invece io mi sento ascoltata se uno mi parla, se sta in silenzio mi sembra che non gli importa. E invece lui no. Roberto è proprio diverso. Faccio un’enorme sforzo a stare zitta, perché io devo sempre dire la mia e avere l’ultima parola. Ma so che questo non lo fa sentire amato, anzi lo fa proprio arrabbiare. Così quando ci tengo a farlo sentire amato, posso mettere da parte le mie misure e sintonizzarmi su di lui e basta. Non mi viene spontaneo ma lo faccio per lui. Il mio canale d’amore sono i regali. Soprattutto nelle ricorrenze, tipo il mio compleanno. Secondo lui i regali sono una cosa inutile, lui piuttosto preferisce il ristorante. C’ha messo almeno otto anni (il maschio ahimè è più lento…) a prendere in considerazione il fatto che mi sentissi davvero voluta bene quando pensa e sceglie un regalo per me a partire da me e dai miei gusti. In tante occasioni mi ha davvero sorpresa, in altre delusa. Ma in ogni caso so che posso chiedere ciò che desidero e come lo desidero, accettando che lui non è me, e che non è la sua risposta perfetta a darmi la vita, quella è appannaggio solo di Dio e della mia relazione con Lui. Quando nella genesi Dio presenta la donna all’uomo, Dio risponde al bisogno di reciprocità dell’umano perché non è nella perfezione e nell’autosufficienza che si può trovare risposta alla sofferenza della solitudine; non è nella sottomissione del creato e nella supremazia e affermazione di sé che smetti di sentirti abbandonato. Solo nella relazione con l’altro trovi risposta a questa solitudine e nel matrimonio questo “altro” è il marito, la moglie, che non sono riducibili a sé. Ma il primo peccato che commette l’uomo quando Dio gli pone davanti la donna è assimilarla a sé, perché egli non sopporta la tensione del diverso. Queste dinamiche ce l’abbiamo un po’ tutti. Non accogliamo l’altro come un mistero da scoprire e rispettare, con cui entrare in dialogo, ma subito vogliamo misurarlo col nostro parametro. Questo impedisce quello stimolo reciproco che fa crescere. Ognuno è portatore nella relazione di coppia di una certa polarità, di solito si tratta di polarità opposte che all’inizio portano sofferenza: mio marito è istintivo ed emotivo, io razionale e controllata. Questo in certi momenti ci devasta perché io mi sento travolta e inondata, lui perennemente bloccato e castrato. Ma quando troviamo il modo di scambiarci un po’ i ruoli, ecco che mi accorgo che ogni tanto ci si può proprio lasciare andare e questo mi fa proprio bene perché allento e permette all’altro di prendersi cura di me proprio nella mia fragilità emotive coperte da quell’apparente forza. E quando lui prende un po’ la mia polarità ecco che acquista più fermezza e stabilità e può portare avanti meglio i suoi progetti e desideri, stando veramente al timone della sua vita e della nostra famiglia. Non si tratta di snaturarsi, ma di lasciarsi ispirare dall’altro e a volte copiarlo un po’. E’ proprio in questa tensione e in questo scontro che può crescere un amore che porta frutto a noi e agli altri.

Claudia Viola

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La scuola dell’amore

Oggi voglio fare un gioco. Noi sposi stiamo frequentando l’università dell’amore. Tanti amici magari sono fermi ancora all’asilo, altri alle medie. Cerco di spiegarmi meglio. Il primo gradino della scuola dell’amore è il sentimento. Si riduce l’amore all’innamoramento. Chi si ferma a questo livello di amore non mette volontà. Crede che l’amore, per essere davvero tale, debba essere sempre spontaneo e sostenuto da una forza propria. L’amore si può solo assecondare. Nulla più. Quando finisce questa forza tutto finisce. Non c’è più nulla da fare. Non vale la pena continuare. Chi si ferma a questo livello non va oltre la scuola dell’infanzia. Vivere in questo modo l’amore significa restare degli infanti nella nostra capacità di vivere una relazione affettiva.

Molti riescono a superare questo step e raggiungono quindi il secondo livello. La scuola primaria. Chi giunge a questo punto riesce a trasformare il sentimento in alleanza. Strano a dirlo, ma non tutti raggiungono questo obiettivo. Nell’alleanza si riconosce qualcosa di positivo in quella relazione e si comprende che non può lasciare che si sostenga da sola. Non basta la sola passione e il solo innamoramento. Ci mettiamo qualcosa in più, il nostro impegno. Riconosciamo di non bastarci e di trovare in quella relazione qualcosa di prezioso che va custodito.

Il terzo livello è la scuola media dell’amore. Chi raggiunge questo step inizia a comprendere qualcosa di più sull’amore. Il terzo passaggio consiste nel riconoscere in quell’alleanza non solo qualcosa di importante, ma di fondamentale. Qualcosa di fondante la nostra vita. E’ così che l’alleanza diventa fedeltà. Qui non ci arrivano in tantissimi. Richiede la consapevolezza che quella relazione è così importante da mettere in gioco tutta la nostra vita. Ci richiede una scelta definitiva. Molti non riescono a superare questo livello. Molti si fermano alla terza media senza prendere il diploma, senza il coraggio di fare il salto e passare alla scuola superiore.

Pochissimi raggiungono le superiori. Questo step porterà la coppia a sostenere l’esame di maturità. Trasformiamo la nostra volontà di fedeltà, la nostra scelta definitiva, in sacramento. Significa offrire le nostre vite e la nostra relazione a Dio.  Il sacramento cristiano porta a compimento la fedeltà. La grazia di Dio, il suo amore che ci precede, la promessa di Dio che plasma dal di dentro l’amore umano, riconosce che il luogo concreto in cui essa si attua è la pasqua di Gesù, che si dona nell’Eucaristia della Chiesa. Perciò il sacramento del matrimonio cristiano è esattamente la “grazia di agape” che lavora dal di dentro la “forza di eros”. La maturità consiste nell’accogliere questo significato e viverlo.

Ora c’è l’ultimo step. Solo un ristretto numero di persone riesce a raggiungere questo livello. Questo è il massimo. Non le persone più dotate arrivano fin qui, ma quelle che si sono fidate e affidate di più.  Qui si studia l’amore ad un livello accademico. Non c’è numero chiuso. Non ce n’è bisogno. Sono sempre troppo pochi quelli che arrivano fino a questo punto. Il sacramento diventa cammino. Ogni giorno della nostra vita insieme siamo chiamati a donarci e ad accoglierci.  L’accoglienza del dono plasma e indirizza l’eros umano: rendendo l’altro/a unica per noi e diventando noi unici per lui/lei. L’amore ci fa diventare unici per l’uno per l’altra e di due una sola carne per le altre persone. Il matrimonio cristiano diventa così un punto di partenza, un cammino disteso nel tempo, dove si sperimenta che l’altro riempie giorno per giorno la nostra vita. La vita quotidiana insieme, abitata dal sacramento, è fonte di pienezza e di gioia, è forza per sostenere la pazienza del quotidiano, è consolazione per guarire le ferite della vita, è speranza per costruire insieme una storia. È una storia di attese e desideri, di scelte e di realizzazioni, una storia che diventa feconda per i due sposi stessi, attorno a loro e nella loro carne, fino a generare la vita in pienezza, realizzando quell’unico bene che è la comunione di vita nei coniugi e il frutto dell’amore nei figli.

Antonio e Luisa

Con gentilezza

gentilezza

Leggevo in questi giorni alcune righe della poetessa Vivian Lamarque che scrive: “Invece lei, la gentilezza, quando a un tratto la incontri, resti un attimo stupefatto, senti un bel caldino, come se qualcuno avesse acceso un phon di quelli con il diffusore. E dura per un po’, ti accompagna tutta la giornata e persino, la sera, a casa, la racconti.”

Credo non si possa che condividere l’immagine della gentilezza come una carezza delicata, un abbraccio caldo e avvolgente. Sembra impossibile trovare qualsiasi argomento a sfavore della gentilezza. Al contrario, restando nella metafora della Lamarque, la gentilezza per tanti dovrebbe essere un balsamo di cui non poter fare proprio a meno.

Mi piacerebbe però tentare anche un cambio di prospettiva nella visione della citazione che ho riportato. La gentilezza non accompagna solo fino a casa, ma proprio a partire dalla casa viene diffusa. Come se fosse un linguaggio, o il linguaggio, tipico tra le pareti domestiche. Certamente sappiamo quali sono le difficoltà che distolgono ciascuno di noi dall’essere gentili proprio lì dove siamo più chiamati a dare tutto. La fretta, la stanchezza e molto altro ci allontanano da quanto vorremmo, con tutte le nostre forze, provare ad essere ogni giorno. In particolare, essere gentili richiede avere coltivato molta pazienza, umiltà e abitudine al silenzio. Nelle case e nelle famiglie tutto ciò è molto difficile e valorizzarlo significa includere anche aspetti molto più concreti della quotidianità. Per esempio impegni improrogabili, incombenze, arrabbiature, delusioni, imprevisti e sofferenze. Come è possibile tutto ciò, ossia può durare davvero la gentilezza?

Certamente il discorso educativo ha il suo peso rispetto a quanto da bambini si impara guardando agli esempi di genitori, insegnanti, amici, nonni …. .Tuttavia, essere più che educati (ed è già molto) richiede tanta pratica. Quasi un allenamento continuo su noi stessi. Perchè in fondo essere figli, figlie, mamme, mogli, sposi, padri e nonni non potrà mai essere un compito in cui bastano le sole nostre forze. Nemmeno gli sforzi e la buona volontà. Da soli è una battaglia immensa e insidiosa.

Allenarsi e allearsi con Chi può darci una forma diversa, cambia tutto. Pregare è forse l’unico esercizio che può davvero strutturare con più consistenza la nostra natura. E’ capace di puntellarci , se insisitiamo e persistiamo, dandoci volti nuovi e cuori capaci di novità.

Non credo che, tra le tante cose per cui preghiamo, chiedere anche la gentilezza sia una banalità. Ritengo sia un desiderio semplice che se preso sul serio può rivelarsi un combattimento molto faticoso. Si tratta di avere un respiro diverso, per cui farne domanda è proprio l’unica strada che possiamo percorrere.

Solo così la gentilezza si potrà non solo raccontarla ma continuare a ricercarla e sentirla indispensabile a renderci autenticamente familiari. Persone che, pur conoscendosi e vivendo insieme, scelgono il rispetto, la tenerezza e la gratuità. Caduta dopo caduta, rinascita dopo rinascita.

Federica

Ogni matrimonio è un miracolo di Dio

Stamattina (sabato scorso ndr) sono entrato nella chiesa della mia parrocchia. Era appena terminata la Santa Messa. Si erano fermate le solite quattro nonne a recitare il rosario. Benedette quelle nonne che , sono certo, con la loro preghiera reggono la Chiesa.  Il resto era deserto. Tutto era avvolto nella penombra. Una situazione privilegiata per pregare e riflettere con calma. Il parroco, nel frattempo,  andava e tornava dalla sacrestia. Stava, evidentemente, predisponendo per qualche cerimonia. Ho pensato al solito funerale. Poi ho capito! Quando ha posizionato sotto l’altare un inginocchiatoio doppio non poteva che essere un matrimonio. Ho cominciato a fantasticare. Guardavo quella scena. In quel momento non c’era ancora nulla. Pensavo come da lì a qualche ora quello spazio sarebbe stato riempito. Si sarebbe animato. Si sarebbe riempito della vita di due giovani e del sacrificio di Cristo sul Golgota. Si sarebbe riempito di tanti amici e parenti di quei due giovani. Chissà quanti di questi avrebbero vissuto con noia ed impazienza che quella cerimonia finisse. Senza rendersi conto del miracolo che stava avvenendo sotto i loro occhi.  Quello spazio sarebbe diventato Sacer (cliccate qui se non sapete il significato di questa parola). Recinto sacro. In quello spazio delimitato da un inginocchiatoio e due sgabelli si sarebbe da lì a poco compiuto un miracolo. Due persone, un uomo e una donna, che si offrono completamente all’altro/a. Sono ministri del sacramento. Il sacerdote non è ministro in questo caso. Lo sono i due sposi. Sono ministri e sono nel contempo offerta. Offrono se stessi. Tutto quello che sono e che hanno. Due persone che liberamente decidono di darsi ed accogliersi l’un l’altra. Il matrimonio, letto in questo suo significato profondo, è un vero e proprio sacrificio. Matrimonio ed Eucarestia si somigliano per tante cose, questa è una di queste. L’Eucarestia non è forse la rinnovazione del sacrificio di Cristo che ha dato se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, ha donato la sua vita? Il matrimonio non è simile in questo? Gesù me lo immagino sempre profondamente commosso. Due persone che ancora hanno il desiderio di amare così, in modo incondizionato, senza mettere limiti. Che bello. Gesù vuole fare parte di questa unione. Per questo il matrimonio sacramento non è tra due persone ma tra tre. Gesù è parte fondante. Il matrimonio è un sacrificio perchè permette che il  nostro dono diventi offerta non solo al nostro coniuge, ma anche offerta a Dio. La nostra unione diventa cosa di Dio. Sposandoci in Chiesa il nostro matrimonio non è più solo nostro, ma è di Dio. E Dio diventa parte attiva. Dà tutto se stesso perchè quell’unione funzioni e non muoia. Ai due sposi è chiesto solo di riempire le giare di acqua, con quel poco che hanno. Trasformare l’acqua in vino è compito di Gesù.  (cit. Chiara Corbella)

Il matrimonio è un sacramento particolare anche per un altro motivo. Il matrimonio è un sacramento perenne, come l’Eucarestia. Come nel pane e nel vino c’è la reale presenza di Cristo. Presenza che non cessa fino a quando pane e vino non vengono consumati, così è il matrimonio. La presenza di Gesù non cessa. Gesù resta presente nell’unione sponsale dei due, nel noi, fino alla morte di uno dei due. Così quello spazio sacro non cessa. Il noi degli sposi continuerà ad essere Sacer, luogo sacro e inaccessibile a chiunque altra persona. Quel Sacer non è solo un luogo mistico è anche luogo concreto e tangibile. Da quel giorno il Sacer degli sposi sarà il talamo nuziale, il luogo dove più di ogni altro l’unione dei due diventa concreta e tangibile.

La prossima volta che parteciperete ad un matrimonio, ripensate a queste poche righe, e non potrete che guardare con altri occhi quello che starà avvenendo,non certo con occhi annoiati, ma con la meraviglia di chi assiste alla creazione, a Dio che opera e fa meraviglie. E allora la gioia vi riempirà il cuore.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rinuncia o ricchezza?

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Cosa ci può dire il Vangelo di questa domenica a noi sposi? Tantissimo. Cercherò ora di condividere con voi alcuni passi passi che mi hanno aiutato a riflettere sul mio matrimonio.

Si avvicina un tale, una persona anonima, senza nome. Quel tale sono io, quel tale è la mia sposa. Gesù sta lasciando un villaggio. Quel tale gli si pone in ginocchio. Prostrato. Non lo ha cercato subito. Ha atteso l’ultimo momento. Come in un impeto del cuore. Questo giovane è una persona che ha tanto, è molto ricco, sapremo poi proseguendo nella lettura. Ha tutto ma non è felice. La sua vita non ha senso. Quante volte mi sono sentito così. Cercavo qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso a tutto, che potesse riempirmi il cuore. Questo ricco avrà sentito parlare tanto di Gesù, di come era speciale, di come parlava, dei miracoli che faceva, e si è gettato ai suoi piedi come tentativo estremo di trovare quel senso. Gesù sembra un po’ freddo e infatti risponde alla sua richiesta: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Gesù vuole capire se quell’impeto che ha portato quel giovane da lui è consapevole, è una scelta definitiva oppure se è solo la disperazione del momento. Gesù vuole far comprendere a quel giovane che solo riconoscendo in lui il Dio della sua vita tutto potrà cambiare. Il giovane ricco potrà finalmente trovare la vera ricchezza.  Questo vale per il giovane ricco. Non solo. Vale per ognuno di noi. Vale per il nostro matrimonio. Gesù ci insegna anche altro.  Non basta osservare la legge. Diventerebbe qualcosa di frustrante e di deflagrante alla lunga. Non si può accogliere la verità e la legge di Dio per dovere, ma solo per amore.  Il salto di qualità della nostra vita e del nostro matrimonio avviene quando decidiamo di osservare la legge perchè comprendiamo che quello è il modo per riamare Dio. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. (Gv 14, 21) Perchè capiamo che attraverso quella legge possiamo crescere nell’amore verso Dio e verso la persona che ci ha donato nel nostro matrimonio. Soltanto se riusciamo in questo cambio di prospettiva e di orizzonte possiamo davvero trovare quello che cerchiamo. Possiamo trovare il tesoro della nostra vita. Possiamo trovare il senso di ogni cosa e la verità che ci costituisce: L’AMORE. 

Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

Antonio e Luisa

L’amore sponsale secondo Fra Cristoforo

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de  I  promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

 

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso che ho riportato all’inizio dell’articolo. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, sia limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

Alla scoperta dell’Am(ore)erica

Era il 12 ottobre del 1492 quando l’ammiraglio genovese, Cristoforo Colombo, approdò in quello che noi chiamiamo “Nuovo Continente”. Le cronache ci descrivono un uomo coraggioso, caparbio e amante del mare che sfidò le opinioni comuni e così riscrisse la mappa del mondo e della storia. Ma cosa c’entra Colombo con noi? Sono passati tanti anni da quel giorno, per la precisione 526,  ed ormai è storia.

Sì, è storia ma è anche il nostro oggi. Non siamo un po’ navigatori anche noi? Alcuni viaggiano su yacht nuovissimi, altri su barche di seconda mano, altri ancora con motori che rischiano di far arenare e, in ultimo, c’è chi possiede la sua piccola barchetta a remi. Ed ognuno ha una sua personalissima velocità. Non è forse la nostra vita? E’ paragonabile all’oceano, immenso ma finito, ai suoi giorni di calma ed a quelli di tempesta, ai venti favorevoli e a quelli contrari. Ma quali sono i nostri approdi? Con quale cura scegliamo le nostre mete? E come disegniamo la rotta? Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è fermato a domandarsi “Ed ora cosa faccio? Dove vado?” ed essendo incredibilmente degli esseri unici ed inimitabili, ciascuno ha preso la sua direzione. Per molti quel viaggio si è trasformato nell’approdo nella terra dell’altro. Il vero “nuovo continente” da scoprire con rispetto e sensibilità, non da depredare e dal quale portare via solo ciò che ci può far comodo. Amare è una sfida contro il tempo, gli spazi e contro l’io che decide di accogliere presso di sé un “indigeno”. La loro fusione darà origine ad una nuova famiglia, mai esistita prima e che mai esisterà dopo.

È la terra dell’amore, quella che se coltivata bene, può produrre frutti preziosi. Per giungere in questo continente occorre tracciare la propria rotta personale, decidere se circumnavigare o meno qualcosa, scegliere se andare controcorrente o seguire gli altri navigatori. Solo così, ognuno di noi, ridisegnerà la mappa di questo mondo. Saremo, probabilmente, una goccia piccolissima in questo oceano a perdita d’occhio, ma anche l’oceano, in fondo, si sente piccolo rispetto al Cielo!

Sposi sacerdoti. Ecco, la lettiga di Salomone. (42 articolo)

Ecco, la lettiga di Salomone:
sessanta prodi le stanno intorno,
tra i più valorosi d’Israele.
Tutti sanno maneggiare la spada,
sono esperti nella guerra;
ognuno porta la spada al fianco
contro i pericoli della notte.
Un baldacchino s’è fatto il re Salomone,
con legno del Libano.
10 Le sue colonne le ha fatte d’argento,
d’oro la sua spalliera;
il suo seggio di porpora,
il centro è un ricamo d’amore
delle fanciulle di Gerusalemme.
11 Uscite figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona che gli pose sua madre,
nel giorno delle sue nozze,
nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. Dietro quell’iniziale “che cos’è”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Non c’è nulla da fare. Forse non ne siamo consapevoli fino in fondo. E’ una verità che però il nostro cuore conosce bene. Ognuno di noi sposi è stato impaziente come lo è  Salomone. Lo siamo stati il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo benissimo che il matrimonio sarebbe stata un’altra cosa, una relazione completamente diversa  da ogni altra vissuta fino a quel momento.  Ora con anni di matrimonio alle spalle c’è un vissuto che mi permette di comprendere come quel momento abbia davvero portato una novità meravigliosa, ma già quel giorno il mio cuore lo avvertiva. Lei era ed è la mia regina. Lo è per ogni sposo. Non è persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. Salomone lo sa bene. Le guardie armate che accompagnano la sposa ci ricordano questa sua preziosità. Non ci ricordano solo questo. Ci ricordano che quella donna, l’amore che ci vuole donare, il desiderio che provoca in noi va custodito come la perla più preziosa della nostra vita. Dio ci ha preparato per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due, sta a noi difendere questa relazione sacra da tutte le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza, e non è cosa facile. Un ultimo significato, non meno importante, che posso intuire è la guarigione e l’apertura all’altro/a. Il matrimonio se vissuto in Gesù può davvero liberarci dalle paure, dalla difese che ci arroccano, dalle nostre ferite che ci rendono incapaci di accogliere l’altro in pienezza, ci rendono incapaci di mostrarci nella nostra umanità e nella nostra fragilità. Con Salomone l’amata non avrà più bisogno di nessun guerriero armato perchè con lui non avrà paura di essere offesa, violata, usata e posseduta. Salomone saprà accoglierla, rispettarla ed amarla. Questo è ciò a cui siamo chiamati nella vocazione matrimoniale. Potremo commettere errori,  ma il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino è fatto col legno del Libano, ossia di cedro, un legno profumato e duraturo: ciò dà il significato di una relazione che non finisce mai. C’è qualcosa di immortale alla base della nostra vita, e questa è la Parola che si è fatta carne, che non passerà. Questo è il nostro matrimonio e il nostro amore che è immagine dell’amore di Dio
Il baldacchino costruito da Salomone ha colonne d’argento e la spalliera, dove appoggia le reni, d’oro. Reni, per il Testo Sacro, è la dimensione del cuore, del sentimento, della vita. La relazione è fatta di fatica, di purificazione estrema perché i sentimenti siano più puri possibile, ed è un percorso, un cammino continuo.
“Il suo seggio di porpora, il suo interno è un ricamo d’amore…:è’ la descrizione del Santo dei Santi e di com’era custodita l’Arca dell’alleanza. Tutto è sistemato in termini ordinati e richiama ad un senso, che è Dio; e dice l’essere custoditi, proprio dalla relazione, come cosa preziosa, la più preziosa come, appunto, l’arca del Signore. Ci ricorda che la nostra relazione sponsale è abitata da Dio. Così come lo era il Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme, così come lo è il tabernacolo delle chiese. Noi siamo tabernacolo di Gesù. Noi conteniamo nella nostra limitata capacità di amare l’infinito amore di Cristo. Si è fatto piccolo per farci grandi, per farci luce per il mondo.

Ora dopo questa descrizione tornate al giorno del vostro matrimonio. Io ricordo Luisa  quando  è entrata in chiesa e con l’abito bianco è venuta verso l’altare verso di me.  In quel momento non riuscivo a contenere l’emozione di sapere che da li a poco lei sarebbe diventata mia, ma non nel senso del possesso, ma nel senso che si sarebbe svelata a me in tutta la sua bellezza e dolcezza e io mi sentivo come lo sposo del cantico che assaporava quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Non conoscevo tutta questa realtà che il matrimonio mi avrebbe aperto, ma il mio cuore già gioiva per qualcosa che avvertiva essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. 21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore  30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità 34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto

L’ecologia dell’amore in libreria

Oggi esce, in tutte le librerie cattoliche e in tutte le librerie di commercio on line, il nostro piccolo saggio sull’amore umano vissuto alla luce dell’insegnamento della Chiesa (L’ecologia dell’amore – Antonio e Luisa De Rosa – Tau Editrice – 2018).

Vi propongo la recensione che la bravissima e ironica scrittrice e giornalista Costanza Miriano ha preparato apposta per noi dopo aver letto il libro in anteprima.

Di libri sul matrimonio ne ho divorati davvero tanti, troppi forse, e sinceramente non avevo una gran voglia di rileggere ancora una volta le stesse cose. Ho accettato di farlo solo perché me lo ha chiesto la mia amica Elisabetta, e mi sono fidata di lei.

Beh, ho fatto proprio bene. Questo è un libro diverso da tutti gli altri. Innanzitutto non lascia intendere le cose, le dice proprio chiaramente. Nero su bianco. Parla di sesso secondo gli insegnamenti della Chiesa, secondo il disegno di Dio, ma lo fa senza moralismo, senza veli, con il coraggio e la sfrontatezza che viene dalla certezza di parlare conoscendo le cose di Dio. Dove lo trovate un altro libro che a distanza di poche righe parla di misure del pene e sacramento, di frequenza dei rapporti sessuali (un giorno sì, due no, mi raccomando) e Spirito Santo, di sesso orale (anche sì ma con delle regole), anale (sempre no), pornografia (semprissimo no), di desiderio maschile e femminile, di preliminari e santità della coppia? Di amplesso come vertice del corteggiamento e dell’unione anche spirituale? Ma senza lasciar intendere nulla, dicendolo proprio apertamente, raccontando di sveglie puntate per fare l’amore, di appuntamenti tra marito e moglie, di giorni di ferie e permessi dal lavoro per dedicarsi tempo e attenzioni e custodire l’intimità; parlando di contraccezione e metodi naturali, del desiderio femminile che ha bisogno di essere alimentato con l’attenzione, e dello sguardo accogliente e pieno di stima che l’uomo desidera su di sé. Dando giudizi chiari e precisi su ciò che fa bene al desiderio della coppia, e ciò che invece lo danneggia.

Ovviamente non è un manuale di regole, perché siamo così diversi, tutti come singoli, e due diversità insieme, poi, ancora di più: però dà dei consigli pratici, ragionevoli, ecologici, nel senso dell’ecologia dell’uomo cui faceva riferimento Benedetto XVI.

D’altra parte i rapporti sessuali sono ciò che più di tutto il resto distingue il matrimonio dalle altre forme di relazione, dagli altri affetti, anche profondissimi. Non è possibile che Dio non c’entri con il sesso. E se è Dio a volere per gli sposi questa espressione dell’amore reciproco, è bellissimo imparare a viverlo in unione a lui. E’ difficile ma non impossibile, con un po’ di  impegno. Antonio e Luisa con grande generosità ci aprono le porte della camera da letto, senza atteggiarsi a quelli che sanno come si fa, ma proponendo un cammino possibile, per coppie vere, in carne ed ossa. Cose che non si raccontano mai, per pudore, perché si teme di essere imperfetti, perché certe cose non si dicono, perché pensiamo che le nostre difficoltà siano troppe mentre agli altri va tutto liscio, oppure perché, come credo succeda a una grande parte delle coppie, non si fa un lavoro (è la parola che usa Papa Francesco quando parla di amore) sulla propria intimità, e si lascia che le cose vadano da sé, dimenticando che, affinché una coppia regga negli anni, c’è un investimento da fare. L’uomo e la donna non sono solo padre e madre – il rischio di dimenticarlo lo corriamo tutti – sono prima di tutto coppia, e amano Dio sempre uno attraverso il volto dell’altro. Fare l’amore, dunque, è anche un gesto profondamente religioso, se fatto con il cuore diretto a Dio, e questo libro lo ricorda con toni audaci e spiazzanti.

Costanza Miriano

Potete acquistarlo tra i tanti store  su Amazon   Libreria del santo  La Feltrinelli

 

L’amore è anche pagare per l’altro

Ieri durante la Messa ho ascoltato il Vangelo. Non l’avevo letto prima come di solito faccio, anche per preparare i miei articoli. E’ stata quindi una sorpresa. Il sacerdote ha proclamato la parabola del buon samaritano. Ascoltata decine se non centinaia di volte. La Parola è però meravigliosa perchè ti parla sempre in modo diverso. Ti dice quello di cui hai bisogno in quel momento. Oggi ho colto qualcosa su cui non mi ero mai soffermato prima.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Quello che mi ha colpito è tutto l’agire del samaritano, ma in modo particolare l’ultima parte. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Sappiamo che il prossimo più prossimo per noi sposi è la persona che abbiamo accanto. Prima ancora dei figli stessi. Queste parole di Gesù sono una potenza. Mi hanno svelato d’improvviso qualcosa che già sapevo, ma non con questa chiarezza e senza possibilità di fraintendere. Quando l’altro/a non può pagare, non ne è capace, non è pronto, non è in grado di farsi dono dobbiamo pagare noi per lui. Questo è la forza e lo scandalo dell’amore. Scandalo perchè risulta indigesto e ingiusto, non è facile da accettare e digerire. Forza perchè chi riesce ad amare in questo modo diventa davvero luce per il mondo. Questo vale per le piccole divisioni come per le grandi. Nel mio matrimonio non ho mai dovuto pagare molto per la mia sposa. E viceversa naturalmente. Non ci sono mai stati grandi dolori o sofferenze che ci siamo procurati l’un l’altra. C’è chi, però, è stato chiamato a pagare davvero tanto. Chi abbandonato continua ad offrire la sua vita nella fedeltà ad una persona che, oggettivamente, non merita un dono tanto grande. Eppure, per la Grazia di Cristo, lo fa. Per carità! Io non voglio giudicare che fa scelte diverse e cerca nuove relazioni. Io stesso sinceramente non so come mi comporterei. In certe situazioni ti devi trovare. Se mi permetto di scrivere queste righe è perchè ho in mente diverse persone, reali, che stanno pagando giornalmente per l’altro, per le ferite e l’egoismo dell’altro che causano dolore a tutti. Giulia, Anna, Paola, Francesco e tanti altri. Tutti volti di uno stesso amore grande. Tutti volti che si somigliano. Somigliano a quel volto del crocefisso, al volto di chi ha dato la vita per gli altri. Per questo sono bellissimi.

Stanno pagando non solo per loro, ma affinché, fosse anche all’ultimo respiro, la persona che Dio gli affidato per prepararsi alla vita eterna, possa trovare la forza e la volontà di dire finalmente il suo sì a Gesù. Stanno pagando per la salvezza di entrambi. Questo genera scandalo, ma questa è la grandezza del matrimonio cristiano, questa è la grandezza di una fede che crede in un Dio che si fa uccidere per pagare ogni nostro misero errore. Senza nessun nostro merito, ma solo per sacrificio d’amore.

Voglio concludere con le parole del Papa a Santa Marta:

«Ma c’è un’altra cosa — ha proseguito il Pontefice — che forse si può spiegare più avanti, in altre occasioni: alcuni teologi antichi dicevano che in questo passo è racchiuso tutto il Vangelo. Ognuno di noi è l’uomo lì, ferito, e il samaritano è Gesù. E ci ha guarito le ferite. Si è fatto vicino. Si è preso cura di noi. Ha pagato per noi. E ha detto alla sua Chiesa: “Ma se c’è bisogno di più, paga tu, che io tornerò e pagherò”». È importante dunque pensarci bene, ha ripetuto il Papa, perché «in questo brano c’è tutto il Vangelo».

Io concludo affermando che ogni volta che paghiamo per il nostro sposo o la nostra sposa, in quel gesto c’è tutto il Vangelo.

Antonio e Luisa

Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso…

Se entro in una parrocchia, ho la strana sensazione di entrare in una tomba. In tante nostre parrocchie Dio non è mai resuscitato, ma è perennemente in un sepolcro. L’abbiamo rinchiuso in un sarcofago e ce ne siamo dimenticati.

Dio è morto, diceva Nietzsche, e sono i cristiani ad averlo ucciso. L’hanno ucciso con i programmi, le regole, le direttive, gli orari. Se entri in una Chiesa la prima cosa che leggi è il biglietto degli avvisi, tutto così ben fatto e corredato di orari, da far invidia alle aziende della Silicon Valley. Quanto tempo nel redarre programmi e orari, così scrupolosamente perfetti. Quanto tempo nell’ideare i più fantasiosi progetti pastorali. Ma Dio, Dio dov’è finito?

A.A.A. CERCASI DIO

Siamo sprofondati in un ingranaggio infernale. Nella ricerca della pastorale perfetta, ci siamo dimenticati che tutto quello che dovevamo fare era applicare le semplici parole del Vangelo.

Ci siamo così concentrati sull’attirare l’altro, scordandoci che l’altro è li fuori che ci aspetta. Abbiamo rinchiuso Dio nel sepolcro delle nostre Chiese e abbiamo negato agli altri di poterlo conoscere.

SPALANCATE LE PORTE DEI SEPOLCRI

C’è un solo modo per resuscitare Gesù, fate rotolare le pietre dei sepolcri, e citando Giovanni Paolo II “aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Bruciate i programmi pastorali, distruggete le catene che vi incatenano ai banchi delle parrocchie, fate rotolare le pietre dei vostri sepolcri, liberate lo Spirito Santo

Uscite dalle catacombe, annunciate Cristo alla gente, scendete nelle piazze, incontrate l’altro nelle periferie! Portate i feriti nelle Chiese, curateli con l’unguento dei sacramenti. Trasformiamo le parrocchie da aziende, dagli ingranaggi infernali, in ospedali da campo, sempre aperte e pronte ad accogliere il povero, la vedova, l’orfano, l’emarginato e tutti coloro che hanno perso ogni speranza e vivono nelle tenebre. Lì fuori c’è un mondo che aspetta Gesù, che aspetta Cristiani dal cuore aperto, pronti a perdonare, a non giudicare e farsi sinceramente prossimi a ogni Uomo e Donna, per restituire a tutti la dignità di figli di Dio.

Non perdiamo l’occasione di rinnovare la Chiesa, di restituirgli la freschezza dei primi anni, quando, ancora bambina, con la purezza e la sua semplicità, è riuscita a portare la Gioia di Cristo al mondo intero.

È in corso il sinodo dei giovani, si parlerà tanto di soluzioni, di idee… Ma forse la più grande delle idee è quella suggeriteci da Gesù: “Siate come bambini, perché di essi è il regno di Dio”

Come bambini, carichi di rinnovata speranza, andiamo per il mondo e annunciamo la Gioia di Cristo, annunciamo che dietro le nubi più nere c’è il sole della resurrezione. Abbiate coraggio fratelli, possiamo veramente cambiare le nostre comunità, se avremo il coraggio di recidere le catene che ci legano ai nostri preconcetti.

Che Dio ci benedica!

Per la durezza del vostro cuore

In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Noi sposi dobbiamo leggere e rileggere il Vangelo di questa domenica. Dobbiamo approfondirlo e cercare di capire cosa Gesù ci vuole dire.

Ci sono 2 passaggi chiave, che mi hanno colpito profondamente:

  1. Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
  2. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; Sicché non sono più due, ma una sola carne.

Parto dal secondo punto. Il matrimonio è il sacramento delle origini. Giovanni Paolo II lo definisce sacramento primordiale. Detto in parole più semplici attraverso il sacramento del matrimonio Gesù, in virtù della sua morte e resurrezione e, attraverso  la Grazia salvifica e redentiva scaturita dal suo sacrificio, ci permette di tornare lì, di tornare alle origini.  Giovanni Paolo II arriva a definire questa realtà viva ed operante del sacramento una ri-creazione, una nuova creazione, intesa come creare di nuovo quell’ordine, quella pienezza, quella autenticità che rendeva l’unione tra Adamo ed Eva un paradiso. C’è una differenza ora rispetto alle origini. Noi abbiamo il peccato originale. Abbiamo la concupiscenza che ci insinua continuamente l’istinto di dominare l’altro, di farlo cosa nostra. Il sacramento del matrimonio per poterci condurre a quelle origini, che tanta gioia e pienezza potrebbero darci, necessita del nostro costante impegno, della nostra volontà a combattere il male per farci dono. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Nel rito del matrimonio non promettiamo di amare e onorare l’altro ogni giorno della nostra vita? Con la Grazia di Cristo? Servono Grazia e volontà. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni reciproche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa, perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Arriviamo al primo punto. Tutti si chiederanno perchè Dio, attraverso la Legge di Mosè, ha permesso il ripudio. La risposta ci viene direttamente da Gesù: per la durezza del vostro cuore.

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie a quel documento poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educarlo per condurlo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta, ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portarla a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

Maria nostra Madre

Nelle mie giornate di lavoro mi sposto in auto da dove vivo ad Assisi e dintorni e sono poco più di 20 km. Nel tragitto di andata, al mattino, ho preso l’abitudine di fare il rosario, preghiera in cui affido la giornata e tutte le persone che porto nel cuore. Inoltre, spostandomi nei vari paesi limitrofi, incontro spesso delle edicole con statue o piccoli affreschi di Maria Santissima.

Questi incontri mi hanno portato a fare questa riflessione: Maria, nostra Madre, è sempre presente lungo il nostro cammino, prega incessantemente per noi…ma noi ce ne accorgiamo? Voglio dire, le edicole stanno lì lungo le strade, costruite dai contadini anni fa e mi piace immaginarli sostare al mattino, pregando per affidare la giornata a Maria. Noi la vediamo questa presenza? Vediamo le edicole lungo il cammino? Riusciamo a scorgere Maria che ci accompagna nella nostra vita? Le edicole che troviamo lungo le strade sono simbolo di questa Presenza materna e costante nel cammino di noi, figli e pellegrini.

Io ho sperimentato questa presenza materna soprattutto nei momenti difficili, mi sono letteralmente aggrappato al rosario per non perdermi e dal cuore è nata anche una preghiera che i miei fratelli Big, i quali già vi ho fatto conoscere, hanno messo splendidamente in musica. Il rosario e il mio affidarmi a Maria, alla sua protezione e intercessione, è stata la mia salvezza.

Se guardate il testo (lo trovate nella descrizione del video), il passaggio che mi ha guidato maggiormente è stato “Tu sei la speranza contro ogni speranza”, non ricordo dove io abbia letto o sentito questa bellissima affermazione, ma essa mi ha sostenuto e guidato in un periodo molto buio, di sofferenza, la Sua dolce mano mi ha sostenuto, mi ha accompagnato dove io non vedevo speranza, ma Lei era lì con me, facendomi alzare lo sguardo verso Gesù.