Raccolgo la mia mirra e il mio balsamo

Oggi vi regalo un estratto dal nostro libro in uscita tra pochi giorni (25 ottobre). Si tratta della testimonianza di Piergiorgio e Valeria. Lui è medico di pronto soccorso che ha ottenuto un master in fertilità e sessualità all’Istituto Giovanni Paolo II. Una persona preparata. Collabora anche con il nostro blog dando consigli via mail a chi ha dubbi e problemi nella sfera sessuale.

Quando Patrick, ricco venditore di auto canadese convertito al cattolicesimo e trasferitosi a Medjugorje con la moglie Nancy, affermò durante una testimonianza pubblica nel settembre 2012 che il momento più bello della sua vita era quel “I FORGIVE YOU” (IO TI PERDONO) che un sacerdote gli aveva annunciato dopo una vita fatta di matrimoni e divorzi, io che ero lì ad ascoltare sentii una fitta nel mio cuore. Dopo la loro testimonianza tutti andarono a colloquiare con Nancy che parla un ottimo italiano mentre io, sfruttando il mio inglese incerto, mi recai dritto verso Patrick che era solitario in un angolo. Gli dissi tutto il dolore che provavo: nessun sacerdote avrebbe MAI potuto dirmi “IO TI PERDONO”. Ero un divorziato, una persona “non in regola” secondo i dettami della Chiesa Cattolica. Patrick fu di poche parole, mi disse: “You said never! You can’t say never, ask Jesus” (“Sei tu a dire mai! Tu non puoi dire mai, devi domandarlo a Gesù”). Era proprio così, lo capii nel tempo a venire, non potevo essere io a dire MAI, dovevo domandarlo a Gesù!
Sono Piergiorgio, 54 anni, medico di Pronto Soccorso e Sessuologo Clinico, mia moglie si chiama Valeria ed è infermiera, come da tradizione consolidata nella sanità italiana. Alle spalle ho il fallimento di un matrimonio contratto all’età di 23 anni che ha dato due stupende figlie come frutto: Anastasia ormai quasi trentenne e Natalia Maria di qualche anno più giovane. Dopo aver annaspato nei meandri di una vita fatta di roboanti motociclette, avventure subacquee e divertimento spinto sempre aldilà di ogni limite, la Madonna decise di portarmi con tutti i miei peccati, durante un pellegrinaggio a Lourdes, dinanzi a Suo Figlio che nella Sua immensa Misericordia tolse tutta la melma che mi avvolgeva per farmi tornare ad essere una perla preziosa.
A guardare indietro tutta la mia storia devo riconoscere al Padre Eterno tanta fantasia: ha utilizzato un’infermiera dal sorriso splendente, dal cuore immenso e dalle eccelse abilità culinarie per ricondurmi “a casa”. Nella casa che io e Valeria ci eravamo costruiti non mancava nulla: sposati civilmente nel 2009, un buon lavoro, una bella dimora, un’adorabile bambina di nome Karola Maria, dono prezioso del Signore, nata nel 2011 nonostante Valeria fosse ufficialmente sterile (ma questa è un’altra storia), ma in fondo mancava qualcosa, anzi Qualcuno in tutta la sua pienezza. Il fatto che io fossi divorziato non ci permetteva una pienezza di rapporto con Dio e con la Sua presenza viva e reale nel mistero eucaristico. Anche la nostra sessualità, vissuta come momento unitivo per la coppia, era come se fosse incompleta, perché mancante di questo rapporto con l’Infinito: l’unione era tra noi, ma non rimandava ad Altro. Fu durante un altro pellegrinaggio a Medjugorje nel maggio 2013 che la Madonna, da madre buona, diede risposta a questa nostra inquietudine: scendendo dal monte Krizevac don Ermanno, un sacerdote mai visto prima ed incontrato lì casualmente, ascoltò la mia storia e mi indicò la strada della nullità del matrimonio, mi consigliò di andare a parlare con il mio Vescovo (egli non sapeva né di dove fossi né cosa facessi) e di raccontargli la mia storia, perché secondo lui il matrimonio, contratto a 23 anni in condizioni molto particolari, poteva essere dichiarato nullo. Conobbi così un santo pastore, l’allora Vescovo della Diocesi di Teramo-Atri don Michele Seccia, che con paterna bontà ascoltò la nostra storia e mi condusse per mano verso il lungo e faticoso percorso del riconoscimento della nullità matrimoniale, iniziata nell’ottobre 2013 attraverso il Tribunale Ecclesiastico regionale.
Fino a quel momento pensavo che un processo di nullità matrimoniale fosse una specie di farsa dall’esito scontato che necessitava soltanto di essere lubrificato a suon di migliaia di euro. Ho sperimentato sulla mia pelle la falsità di quel mio pregiudizio: grande è stata la sofferenza vissuta nel sottoporsi a giudizio in questo processo vero e proprio, che va a mettere in luce tutto il peccato e tutte le mancanze e le leggerezze con cui si vive questo sacramento fondamentale per la salvezza di ognuno. È come fare, scusate il macabro esempio medico, l’autopsia ad una persona cara: si analizza ogni minimo dettaglio dal momento in cui si è detto dinanzi a Dio un per sempre sapendo di mentire a se stessi, alla propria moglie (o marito) ma soprattutto a Lui.
Fu durante questo periodo che io e Valeria maturammo la decisione di ricominciare dal principio. Come due bravi giardinieri di Dio volevamo estirpare le erbacce che rendevano brutto “il nostro giardino” e preparare la terra, per piantare nuove piante e poi goderne il frutto. Tutto ciò era possibile solo chiudendo il giardino per renderlo più bello e profumato, così nessuno avrebbe più profanato quel luogo sacro.
Accadde quindi che, ormai sposati da diversi anni civilmente con una piccola bimba ad allietarci l’esistenza, decidemmo di vivere in castità e continenza la nostra vita di coppia, aiutati e supportati con la preghiera e la vicinanza umana dal nostro Vescovo don Michele Seccia, ora Arcivescovo metropolita di Lecce. Questo periodo vissuto “come fratello e sorella” ci ha permesso di recuperare il senso pieno ed il valore del nostro corpo. La sessualità della nostra coppia non era sminuita ma sacrificata in senso etimologico, ovvero resa sacra! Ogni reciproco gesto di affetto era vissuto nel pieno rispetto dell’altro, non solo con la a minuscola ma anche con la A maiuscola. Inoltre si faceva sempre più chiara in noi la certezza che la sessualità è un dono di Dio, che racchiude in sé un grande Mistero in relazione con l’Infinito. Anche il desiderio reciproco era condotto alla sua giusta dimensione espressa dall’etimologia della parola de-sidera: che ha a che fare con le stelle, con il Tutto!
Con questa consapevolezza, quando tengo degli incontri nei Corsi di accompagnamento al sacramento del matrimonio, dove ormai le coppie sono conviventi e con figli, mi piace proporre a tutti questa sfida: Vivete in continenza fino al giorno in cui celebrerete il vostro matrimonio! Non vivetela, però, come una proibizione che vi toglie qualcosa, bensì come un dono prezioso reciproco tra voi sposi che nasconde una ricchezza impensabile. Troverete questo tesoro la prima notte di nozze, quando vi donerete completamente e totalmente l’uno all’altra, divenendo così una sola carne, per sempre!
Non ci sono pesati gli anni di continenza, tutt’altro: ci hanno permesso di rendere nuovo e splendente il nostro giardino per poi poterne gustare per sempre i suoi frutti più buoni e succulenti.
Per concludere la nostra storia: abbiamo celebrato il Sacramento del matrimonio il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre 2016. Per mezzo di Maria lo Spirito Santo mi ha consegnato le chiavi di quel giardino chiuso e messo a nuovo, che durante questo tempo Valeria ha custodito per me, ed ora “raccolgo la mia mirra e il mio balsamo, mangio il mio favo ed il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte”.
Lode al Signore.

Piergiorgio e Valeria

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Gli sposi fedeli evangelizzano un mondo assetato di amore e fedeltà.

La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce «dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale (Esortazione Apostolica EVANGELII GAUDIUM di Papa Francesco)

Cosa significa questo punto affrontato dal Santo Padre nella sua esortazione apostolica dedicata alla gioia del Vangelo, alla nuova evangelizzazione, nuova nei modi e nella prospettiva? Come trasmettere la fede oggi? Papa Francesco dedica una riflessione anche al matrimonio. Esattamente al punto 66. Il Papa ci sta dicendo che il matrimonio è una testimonianza meravigliosa. Non solo quando le cosa vanno bene. In questo caso la coppia di sposi cristiani, paradossalmente, non si differenzia molto da chi non è sposato sacramentalmente. Soprattutto quando le cose diventano difficili. E’ lì che la coppia di sposi in Cristo può dare una testimonianza meravigliosa. Può mostrare la grandezza e la profezia della fedeltà, può rendere nuovamente attuale la fedeltà di Cristo, può rendere concreto il sacrificio della croce, che è stato il massimo dono d’amore di Gesù per ognuno di noi. La croce è fuori moda. La croce è scandalosa. Il mondo di oggi la respinge. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù. Ho letto da qualche parte che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce. Il cuore segno del sentimento e la croce segno della volontà. Gesù non sarebbe mai salito su quella croce per sentimento. Lo ha fatto per volontà. Per fare la volontà del Padre e per salvare tutti noi. Allora non è amore il suo? Oppure è l’Amore? Cosa ci insegna la croce? Ho pensato di mettere a confronto l’idea del mondo con l’idea di Dio sull’amore e sul matrimonio. Due concetti molto distanti tra loro.

Il mondo dice che l’amore è solo passione e sentimento. Dio dice che passione e sentimento sono cosa buona, ma l’amore diventa pieno e autentico quando riesce ad andare oltre ed è capace di sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se desiderato da entrambi. Dio dice che il sesso è benedetto quando è espressione di un’unione sponsale. Una sola carne segno di un cuore solo.

Il mondo dice che basta l’amore e non serve sposarsi. Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste. Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che lui/lei deve meritarsi il tuo amore. Dio ti dice che è davvero amore solo quando è gratuito ed immeritato.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti rende schiavo e ti impedisce di essere felice. Dio ti dice che solo accogliendo la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che sarai felice se farai di te il centro. Dio ti chiede di fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai trovare anche il centro della tua gioia.

Il mondo dice che l’amore per sempre non esiste. Dio vi dice: “Cari sposi: mostrate al mondo che si sbaglia. Mostrate che amarsi per sempre è possibile ed è anche un’esperienza meravigliosa”

Questa è la gioia del Vangelo. Testimoniare questo senza moralismo, con la nostra vita, diventa l’evangelizzazione più potente che ci possa essere perchè ogni persona desidera amare ed essere amata così, anche se non ci crede, anche se non lo sa, anche se è ormai disillusa e si accontenta delle briciole d’amore che trova nel mondo.

Antonio e Luisa

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Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi.

Sabato mattina ho ricevuto una notifica sul telefono. Livia mi ha contattato via messanger per propormi la lettura del suo libro. Non la conoscevo e non conoscevo il  libro da lei scritto  Quanti figli hai?. Di solito prendo sempre molto sul serio quando ricevo richieste di questo tipo. Credo, infatti, che possa essere sempre uno scambio arricchente anche per me. Così è stato. Ammetto che inizialmente sono stato scettico sul titolo del libro. Mi sono chiesto cosa c’entrassi io con l’argomento, io che sono papà di quattro figli di cui il primo concepito dopo solo un mese di matrimonio. Praticamente in luna di miele. Invece ho iniziato la lettura, più per dovere, per la promessa fatta all’autrice, che per l’interesse che il titolo e l’argomento suscitavano in me. Invece la testimonianza di Livia, perchè di testimonianza si tratta, mi ha catturato. L’ho finito in mezza giornata. Un po’ perchè è breve, un po’ perchè è scritto molto bene, è fluido e semplice, ma credo soprattutto per come l’autrice ha saputo raccontarsi e raccontare le sue emozioni, le sue debolezze, la sua lotta, la sua fatica nell’affrontare la sofferenza. Il tutto centrato nella sua relazione sponsale. Per certi versi mi sono riconosciuto. Le domande inopportune e le battute che non fanno ridere di conoscenti ed amici ci sono anche per noi che abbiamo avuto l’insolenza e l’incoscienza di mettere al mondo 4 figli.   Il marito sembra un comprimario, appare spesso ma in apparenza con un ruolo secondario. In realtà non è così. Il marito è protagonista con lei. Perchè sono una carne sola e un cuore solo e nella relazione tra di loro hanno trovato la strada per non perdersi. Chi legge il libro fino alla fine lo percepisce chiaramente.  C’è un altro protagonista solo accennato in alcuni passaggi. E’ Dio. E’ solo accennato ma è una presenza che accompagna Livia e suo marito in tutta la loro vita e indirizza le loro scelte. C’è un passaggio secondo me fondamentale: quando viene loro proposta la fecondazione. La maternità è un dono, non si può forzare oppure smette di essere ciò che è, un dono che nasce dell’amore di papà e mamma, e diventa semplicemente un prodotto biologico. Il figlio non ci appartiene.

L’indomani gli occhi sono gonfi ma indosso la migliore
delle immagini per non darla vinta a chi come quel
medico punta sulle scelte semplici. Non siamo merce. La
vita non è un business e per quanto questo desiderio sia
grande, felice e giusto, non va venduto così. 

C’è un’altra riflessione che questo libro mi ha provocato e che mi ha colpito profondamente. Questo libro è il racconto di una persona che nella prova inizia ad amare davvero. Si comprende come il dolore, dovuto alla difficoltà di concepire, abbia condotto i due sposi ad abbandonarsi docilmente al progetto di Dio sulla loro vita e sul loro matrimonio. Ho appena terminato di scrivere un testo sul Cantico dei Cantici. C’è un passaggio che mi ricorda molto quanto viene raccontato in questo libro.

Mi hanno incontrata le guardie di ronda per la città;
mi hanno percossa, mi hanno ferita,
mi hanno strappato di dosso il mantello
le guardie delle mura.

Vi chiederete cosa c’entrano questi versetti del Cantico con il dolore raccontato da Livia. C’entrano tantissimo. Livia ha raccontato la sua storia con ironia e strappando anche qualche sorriso, ma la sua è stata una storia caratterizzata da un dolore forte, che traspare tutto da quanto ho letto nel suo libro. Dolore dovuto a quel mantello. Il mantello sono tutte le nostre certezze e desideri che riponiamo nel nostro matrimonio. Noi sappiamo come deve essere il nostro matrimonio. Sappiamo cosa ci deve essere per essere felici. Abbiamo aspettative e progetti. Ecco tutte queste convinzioni sono come le guardie della città. Guardie poste a difesa del matrimonio perfetto che ci siamo costruiti nella testa. Quelle stesse guardie, che avevamo posto come custodi della nostra vita e che ci davano quel senso di sicurezza di cui avevamo bisogno, ci picchiano e ci fanno male. Ci strappano di dosso il mantello. Le guardie ci strappano quel mantello. Restiamo al freddo. Il nostro matrimonio non è come lo volevamo. In questo caso c’è la sofferenza per la mancanza del figlio, ma ci possono essere tante altre situazioni diverse, ma altrettanto difficili.  Sicuramente ci si ritrova  sconvolti e impreparati. L’amore non si basa su queste sicurezze. La notte dell’anima può distruggerci e allontanarci, ma può anche aiutarci ad amare davvero l’altra persona e ad abbandonarsi a Dio e alla relazione sponsale. Ci può aiutare a rivestire la nostra relazione di un altro mantello. Un mantello nuovo. Rivestirci del mantello di Cristo. Amarci come Lui, con la Sua Grazia. Amarci nonostante tutto. Amarci gratuitamente, anche quando ci sembra che ciò che ci manca sia tantissimo. In realtà l’importante è riuscire a comprendere che il matrimonio può essere fecondo anche quando non è fertile. Che la fecondità del matrimonio sta proprio nel capire che ciò che è fondamentale è generare amore nel dono reciproco dentro la coppia che diventa seme di speranza da donare a tutta la comunità. Livia è riuscita a vincere. E’ riuscita a rivestirsi di Cristo. Livia e suo marito sono riusciti a fare quel salto di qualità di chi non focalizza lo sguardo su quello che non ha ma porta a frutto i tantissimi talenti che Dio gli ha donato. Dio li ha benedetti dando loro ciò di cui avevano bisogno e poi li ha benedetti un’altra volta dando loro ciò che desideravano. Alla fine Livia ha concepito. Quindi buona lettura e avanti tutta che Gesù non ci abbandona mai.

L’autrice è disponibile a intervenire a incontri e a presentare il libro. Se vi piacerebbe invitarla potete contattarla qui  Potete acquistare il libro qui

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Siamo lebbrosi guariti contemplando la bellezza di Cristo nel nostro matrimonio

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Questa Parola è ricca di speranza, tutti possono essere salvati, ma è anche un monito a chi crede di avere una relazione con Dio riempiendola di gesti e di riti senza cercare la Sua presenza. I lebbrosi sono 10. Gli esegeti ci insegnano che 9 erano israeliti e uno solo era samaritano. I samaritani, saprete sicuramente, erano considerati alla stregua dei pagani. L’unico che torna è proprio il samaritano. Non chi è cresciuto nella tradizione del Dio d’Israele, ma quello lontano da Lui. Cosa possiamo intendere da ciò? Che la fede non serve? Che andare a Messa non serve? Certo che serve! Il nostro essere cattolici ci aiuta e ci dà sicuramente un vantaggio su chi non crede o crede in altro, ma non ci rende ancora cristiani. I cristiani sono coloro che riconoscono in Gesù il salvatore della vita, che hanno una relazione con Lui, che sanno contemplare la bellezza di Gesù e della loro umanità vissuta alla luce di Cristo. I cristiani sono coloro che non danno per scontato il dono della Grazia, della fede e della vita. Non tutti i cattolici sono cristiani. La lebbra, secondo la tradizione del tempo, era considerata una malattia impura, che toccava a chi aveva commesso peccati. Gesù guarisce la malattia, cancella quindi i peccati di queste persone. Solo una di queste persone sanate, si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto, la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto, e torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi. Significa volersi risparmiare per qualcosa di più importante, di più emozionante, di più coinvolgente. Insomma qualcosa che è di più. Cosa ci può essere di più importante, di più bello, di più coinvolgente dell’amore sponsale? Cosa ci può essere di più grande della risposta che possiamo dare alla nostra intima e profonda vocazione a dare e ricevere amore? Cosa ci può essere di più bello di una sposa che mi ha promesso di donarsi completamente a me ogni giorno della nostra vita! Proprio a me! Come posso disprezzare, deprezzare, scontare, dare per scontata questa realtà che è grande? Una meraviglia da riconoscere e di cui essere grati. Tutto il resto può esserci, anzi deve esserci, ma non deve sacrificare la mia relazione matrimoniale. Cercare i prezzi di saldo nell’impegno matrimoniale è ciò che più mi allontana dalla santità e dall’autentico senso della vita. Dare per scontato il mio matrimonio significa non vedere la ricchezza che posseggo. Significa cercare il tesoro altrove e sprecare tutto. Non devo sprecare invece. Non devo sprecare l’amore, ma devo sprecarmi in amore. Devo sprecarmi in tenerezza, devo sprecarmi in ascolto e dialogo, devo sprecarmi in servizio e cura. Non solo perchè devo. Non è una imposizione morale o di coscienza. E’ molto di più. Dando tutto sarò sempre più consapevole che il mio matrimonio è prezioso. Che la mia sposa è incantevole. Che è bello amare così e non è un peso o un dovere, anche se a volte lo sembra, ma la strada per incontrare sempre più l’Amore che è Cristo. Ho capito che la vita acquisterà sempre più senso e verità tanto più io saprò slegarmi da una logica di risparmio in amore.

Antonio e Luisa

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Abbraccia il tuo “nemico”

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene. Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di una fiamma tenace come la morte, che le grandi acque non possono spegnere e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

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La passeggiata di Chagall

Chagall_Promenade_La_Passeggiata

La riflessione di oggi ci porta ad approfondire un’opera d’arte. Si tratta de La passeggiata di Marc Chagall. Un artista che io amo in modo particolare, non solo per le forme e colori delle sue opere che rimandano ad un mondo sfumato, delicato e fiabesco. Lo amo per il ricchissimo contenuto simbolico che si può trarre dai suoi dipinti, sono vere e proprie opere iconografiche. Oggi vorrei approfondire, da un punto di vista sponsale, questa opera, dipinta in Russia tra il 1917 e 1918. Ci sono elementi molto interessanti. La cittadina sullo sfondo è Vitebsk (Bielorussia). I due giovani raffigurati nell’opera sono Chagall stesso e la moglie Bella. Il pittore nel 1917 ha circa 30 anni ed è sposato con Bella da meno di 2. Hanno appena concepito la loro primogenita Ida. Questo è il contesto personale in cui l’artista dipinge questo quadro. E’ un’opera molto spirituale. La cittadina è rappresentata in modo molto semplice e indefinito. L’unico edificio che si distingue è quello di culto (potrebbe essere una sinagoga come una chiesa ortodossa) che è di un rosa pallido. Il colore rosa si forma per unione del rosso e del bianco e di conseguenza mutua da essi il suo significato di amore e sapienza divina. Per questi attributi la sua portata simbolica è analoga al colore giallo, con la differenza che oro e giallo sono considerati superiori perché si riferiscono a Dio e alla sua rivelazione, mentre il rosa incarna l’uomo che riceve la Parola divina. C’è una netta separazione tra il colore della sinagoga che richiama il Cielo rispetto a quello delle altre costruzioni che richiama la Terra. Chagall ci sta dicendo che il loro amore è concreto e vissuto nella realtà della società in cui si trovano, ma è altrettanto spirituale, vissuto alla luce della Parola e della presenza di Dio. Chagall nasce nella tradizione e religione ebraica, ma sembra che il suo percorso di vita e artistico lo abbia condotto a Cristo. Tanto che uno dei suoi ultimi pensieri prima di morire rimanda in modo evidente a Gesù: Un giorno, io lo so, mi accoglierai e della morte svanirà il ricordo ma non l’amore, e della vita svanirà il mistero ma non l’incanto. Ed al compagno delle mie paure potrò mostrare finalmente quanto – segretamente – io desideravo che mi fosse accanto nel giorno della Tua rivelazione.

Proseguiamo con l’opera. I due giovani sposi sono in una posizione alquanto originale. Lui con i piedi ben piantati a terra e lei che vola, come fosse un aquilone. Se non ci fosse lui a trattenerla lei volerebbe su nel cielo. Qui c’è tutta la sua concezione del maschile e femminile. Una concezione che io condivido pur riconoscendo che non sempre sia così e che tutte le coppie di sposi hanno una loro originalità unica. Lui, l’uomo è colui che resta saldo con i piedi per terra. Lui è colui che guida e che riesce a mantenere una concretezza necessaria per affrontare la vita e i problemi che la vita mette innanzi ad ogni coppia. Lei è colei che aiuta il suo sposo ad avere uno sguardo verso il Cielo, verso Dio, verso l’eterno. Lo aiuta a comprendere che ogni problema e tutta la loro vita vanno letti alla luce dell’amore eterno di Dio.

A terra c’è una tovaglia di sfondo rosso con tanti fiori di tanti colori. Sopra di essa è poggiata una bottiglia di vino con un calice. Quanti simboli in una sola immagine! Io non conosco il sentimento religioso di Chagall in quel periodo. Chiaramente, da cristiano, leggo tantissimo da questa raffigurazione. Lo sfondo rosso è l’amore carnale, erotico. I fiori rappresentano i colori, i profumi, la bellezza dell’amore sponsale. Rimandano al Cantico dei Cantici. All’esplosione dell’amore delle origini: puro e autentico, ma proprio per questo autenticamente erotico e carnale. Un paradiso terrestre dove Marc e Bella sono i nuovi Adamo e Eva. La felicità che aveva preceduto la cacciata sembra adesso ritrovata, in questo attimo il pittore dipinge l’eternità dell’amore. Poi c’è il vino e il calice. L’amore oblativo. Il sacrificio di Cristo. L’agape. Il connubio di queste due diverse e complementari dimensioni dell’amore fanno sì che l’amore sponsale sia un’esperienza piena e mistica per chi la viva. Un’esperienza che rimanda a Dio stesso. Non c’è acqua, c’è vino. C’è il vino buono. quello che dona Cristo e fa sì che il matrimonio sia sempre una festa perchè vissuto alla presenza dello Sposo, nonostante tutte le nostre fragilità e imperfezioni e nonostante le difficoltà della vita. Chagall dipinge questo quadro tra il 1917 e il 1918 in Russia. Non proprio un periodo tranquillo da quelle parti.

Mi fermo, potrei andare avanti per ore tanto quest’opera è ricca di spunti. Spero di avervi fatto comprendere come dietro un dipinto, soprattutto quando si tratta di Chagall, c’è un mondo da scoprire.

Antonio e Luisa

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Una fotografia per raccontare il mio matrimonio

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Oggi un articolo un po’ surreale. Ho deciso di condividere questa breve riflessione perchè credo che tanti si potranno riconoscere in ciò che ho provato io. Domenica abbiamo incontrato il nostro gruppo di Intercomunione. Come al solito c’è stato un momento di condivisione. Questa volta però si è svolto in modo diverso rispetto agli incontri precedenti. Emanuele e Luisa, la coppia che ha guidato l’incontro, hanno sistemato sul tavolo alcune dozzine di fotografie. Fotografie che non avevano un’attinenza diretta con il matrimonio. Alcune molto strane ed originali. Ci hanno chiesto di sceglierne una in modo completamente istintivo. Senza ragionare,  facendoci scegliere dall’immagine stessa. Io ne ho presa una che apparentemente non c’entrava assolutamente nulla con l’amore sponsale. Non so perchè io abbia scelto proprio quella. Forse è vero che è stata l’immagine a scegliere me. Sicuramente mi ha acceso inconsciamente alcune dinamiche che sento irrisolte. Almeno non risolte completamente. L’immagine raffigura un uomo trasandato. Capelli scompigliati, aria assente e stanca. Forse torna a casa dal lavoro. Conduce una bicicletta che sembra piccola per lui che riporta la scritta LIMIT ben visibile sul telaio. Siamo in una cittadina di provincia, almeno a me sembra così. Due uomini lo guardano passare e sembrano avere uno sguardo di scherno verso di lui. Come ad evidenziarne la loro superiorità, lo guardano come si guarda un poveraccio. Ecco, a volte io mi sento così. La mia famiglia è bellissima e non la cambierei con nulla al mondo, ma ciò non toglie le difficoltà. Spesso mi sento come quell’uomo, povero, in equilibrio instabile, con mezzi inadeguati. Non si può fermare o cadrebbe a terra.  Spesso mi sembra di vedere riflesso negli occhi di chi mi guarda quella stessa mia inadeguatezza e povertà. Mi sento davvero povero in rapporto a ciò che ho avuto in dono, ma che devo custodire e far fruttare: il mio matrimonio con Luisa e crescere i miei figli educandoli ad aprirsi a Dio Padre, il Padre perfetto che non sbaglia mai.  Ho imparato con il tempo ad alzare lo sguardo. Ho imparato a guardare lo sguardo di Colui che mi vede meraviglioso e che ha piena fiducia in me. Una fiducia che io fatico ad avere nei miei confronti. Dio mi guarda e mi dice che sono bello e che si fida tantissimo di me tanto da avermi affidato una creatura meravigliosa come Luisa e quattro Suoi figli da crescere ed educare per riconsegnarli a Lui. Beh il matrimonio visto così è tutta un’altra cosa. Le mie difficoltà e la mia inadeguatezza restano, ma c’è Dio che crede in me e che è pronto a sostenermi ed aiutarmi sempre. Come dice Paul Valery: Dio non sceglie i più capaci ma rende capaci quelli che sceglie.

Dio non sbaglia mai e se mi ha scelto per donarmi una famiglia avrà sicuramente ragione lui; chi sono io per non crederci se lui ci crede?

Antonio e Luisa

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Signore, aiutami a vivere la tua volontà!

Mi chiamo Federica e vorrei raccontare una storia che parla d’amore. Ma non dell’amore che provo per mio marito, che è immenso, senza ombra di dubbio. Voglio parlare di quell’amore profondo, disumano, misericordioso e umanamente incomprensibile che solo Dio Padre può donare. Sì, perché io e mio marito Marco abbiamo ricevuto la grazia di vivere una grande prova, che nascondeva un dono prezioso: in un periodo di grandissima sofferenza Dio ci ha insegnato ad amare donandoci.

Io e Marco ci siamo conosciuti nel 2015 in un ambiente di volontariato a favore dei senza fissa dimora delle stazioni di Roma. Quello che mi colpì di Marco fin da subito fu il suo modo di fare: un ragazzo semplice, pacato, e un volto molto luminoso. Con il tempo capii che quella luce che aveva negli occhi era espressione del suo immenso amore per Dio. In quel periodo non ero vicina alla chiesa, ma grazie a lui, che mi aveva preso per mano, ho iniziato un cammino di fede che mi ha portato a conoscere la misericordia di Dio. Fin da subito mi sono resa conto che la nostra storia d’amore era speciale, diversa da altre storie che avevo avuto in passato: il nostro non era un rapporto a due, ma un rapporto a tre perché c’era Gesù Cristo in mezzo a noi.

Siamo cresciuti pregando insieme e ringraziando ogni giorno il Signore per tutti i suoi doni, ignari che il nostro Padre Celeste ce ne stava preparando uno ancor più grande.

Il 14 febbraio 2017 fissammo la data delle nozze. Quel giorno avevamo finalmente trovato e fermato la casa che tanto desideravamo e la sera, davanti a un bicchiere di vino, decidemmo di sposarci il 7 ottobre dello stesso anno, giorno dedicato alla Madonna del Rosario. Iniziò quindi un periodo all’insegna dell’organizzazione del matrimonio e dell’arredamento della nostra casa. Eravamo colmi di gioia: finalmente il nostro sogno di vivere la nostra vita insieme si stava per realizzare.

Tutto andava per il meglio, fino a quando, dopo una serie di indagini approfondite, il 4 luglio Marco scoprì di avere un brutto carcinoma alla lingua. Il tumore sembrava piccolo, ma i medici preferirono operarlo d’urgenza. Subì così il 13 luglio un lungo intervento che lo costrinse a 5 giorni di terapia intensiva e a 15 giorni di ricovero. Per rimuovere il tumore dovettero esportare mezza lingua e ricostruirla con un innesto di tessuto venoso preso dal braccio e dall’inguine. Quanto dolore… Ma Marco è un angelo, e stringendo i denti affrontò ogni prova con il suo immenso sorriso che lo caratterizza.

Ricordo quei giorni come tra i più lunghi, i più frenetici e i più brutti della mia vita. Per la prima volta ho scoperto e ho vissuto le debolezze di Marco; l’ho visto soffrire, piangere; ho visto il suo corpo inerme, gonfio, pieno di punti, di aghi, di fasciature, di tubi… Quello era Marco. Il mio Marco.

Ciò che provai in quei momenti è indescrivibile. La sofferenza era enorme, ma c’era una forza ancora più grande che mi teneva in piedi per affrontare ogni cosa. Una forza disumana che mi permise di pensare a tutto: di uscire di casa all’alba per passare in ospedale prima di andare al lavoro; di tornare in reparto nel pomeriggio e di rimanere a volte anche la notte per assisterlo. E il giorno dopo si ricominciava. Questa forza di certo non era mia. Me l’ha donata il Signore, con l’intercessione di Maria che invocavo continuamente. E per la prima volta nella mia vita capii quanto fosse efficace e potente la preghiera comunitaria: tante erano le persone che ci furono vicine e che soffrirono insieme a noi.

Il giorno della preospedalizzazione il chirurgo disse: come mai un ragazzo di 34 anni, che non ha mai fumato in vita sua e che non ha casi di tumore nella sua famiglia si ritrova con un carcinoma alla lingua? Ma perché? Ecco, io quel perché non me lo sono mai chiesta. Durante una catechesi il nostro parroco don Cristian spiegò che gli uomini si ostinano a voler capire ogni cosa e a voler sempre mangiare dell’albero della Conoscenza, l’albero che Dio ci ha proibito. Quello che il Signore desidera invece è che ci nutriamo dell’albero della Vita. Vuole che viviamo. Vuole che andiamo avanti. Ed è così che vissi quei giorni. Nella stanchezza, nella rabbia, nella sofferenza, ma chiedendo ogni giorno al Signore di aiutarmi a vivere la Sua Volontà. Non è stato facile. Di certo non immaginavo tutto questo. Io mi stavo per sposare e desideravo vivere questo periodo nella gioia, nella spensieratezza, e soprattutto con il mio sposo. In effetti forse avrei avuto tutto il diritto di chiedermi perché. Perché proprio adesso? Perché mi ritrovo a vivere la formula “in salute e in malattia” prima ancora di essere pronunciata? In realtà quello che ho sempre fatto è stato ringraziare il Signore di questa prova, perché mi ha fatto conoscere a fondo la persona che ho scelto di avere accanto per tutta la vita e mi ha permesso di essere più consapevole del passo che stavo per compiere.

Io e Marco, fin da subito, decidemmo di andare avanti con i nostri progetti di vita. Il 7 ottobre era sempre più vicino e noi più che mai volevamo sposarci. Nei momenti di maggiore difficoltà, quando ogni cosa ci remava contro, non facemmo altro che ripeterci che il nostro giorno sarebbe stato un dono del Cielo. Tante cose andarono storte: i mobili che non arrivavano o erano sbagliati; la cucina appena montata rovinata per una perdita al piano di sopra; il viaggio di nozze che dovemmo disdire; le fedi che non erano mai quelle giuste… e tanto altro. Ci arrabbiammo in quei momenti, è normale, ma nel profondo del nostro cuore sapevamo che sarebbe andato tutto bene e che il Signore ci avrebbe aiutato a raggiungere il nostro traguardo.

Dopo il ricovero in ospedale Marco riprese a parlare, a mangiare e a respirare autonomamente. I medici però gli prescrivettero dei cicli di radio e di chemioterapia. A fine agosto iniziarono così sei settimane di terapie, cinque giorni su sette. Facemmo i nostri calcoli: l’ultima chemio sarebbe stata il 5 ottobre, due giorni prima del matrimonio. Ma ce la faremo? Mi sentii in dovere di chiedere a Marco: te la senti? Sei sicuro di voler andare avanti? Lui con le lacrime agli occhi mi rispose che ciò che voleva di più era sposarmi. E quindi affrontammo l’ennesimo ostacolo, chiedendo sempre aiuto al Signore, di starci vicino e di darci la forza.

Iniziarono le terapie. I medici dissero che avrebbe avuto i primi dolori a partire dalla terza settimana. Ebbene, Marco dopo la prima settimana già non parlava più e aveva difficoltà a mangiare. I giorni dopo la chemio furono i più difficili perché le nausee erano forti e lui era piuttosto debole. Signore, ma come faremo il giorno delle nozze se l’ultima chemio sarà solo due giorni prima?

La paura a volte prende il sopravvento. Marco stava sempre peggio. Non parlava. Aveva troppo dolore, e io con lui…

Ma questa è una storia che parla d’amore: il Signore non ci ha mai abbandonato. Ci ama profondamente e ha esaudito le nostre preghiere: permise che Marco saltasse la chemio del 5 ottobre e, nonostante stesse male fino al giorno prima delle nozze e non riuscisse a parlare, permise che arrivasse all’altare e pronunciasse il suo “Sì”. Il Signore ci ha donato una giornata indimenticabile, piena di gioia che illuminava i nostri volti e quelli di tutte le persone che erano lì con noi e per noi.

Il cammino verso la guarigione è stato molto lungo e non esente da difficoltà, ma anche se provati dalla stanchezza e il peso di quel periodo, avevamo la certezza che quella croce era un dono che il Signore faceva a me e a Marco e che noi anche oggi possiamo a nostra volta donare al prossimo. Fin da subito ho capito che questa non sarebbe stata una sofferenza gratuita, ma avrebbe portato tanto frutto, magari non a me, magari non a Marco, ma sicuramente a tante persone e noi ringraziamo sempre Dio per averci benedetto con un dono così prezioso.

Ed ora, a due anni dal quel 7 ottobre in cui ci siamo sposati, il buon Dio ci ha ricolmato con un’altra benedizione celeste: un figlio, nato il 13 aprile 2019, a cui abbiamo dato il nome di Francesco.

Siamo pieni di gioia per il frutto di questo nostro amore nato e cresciuto nella Grazia di Dio.

Federica

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Piccoli come un chicco di senape.

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Attraverso il Sacramento del Matrimonio, ogni comunità domestica si medesima nell’immagine del chicco di senape. E’ lo Sposo celeste che costantemente se ne prende cura dando la sua acqua di grazia, la sua luce di felicità in tutte le stagioni cristiane. Il chicco altro deve, che diventare un albero dalle forte radici, produrre sempre frutti della santità, mentre i rami che sono figli si estendono e danno cosi vita alla genealogia dell’amore infinito.

Non ricordo dove ho trovato questa riflessione. Certo è che in poche righe è sintetizzato quello che può essere il nostro matrimonio, se fondiamo la nostra unione sulla Grazia di Dio. Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Seme di senape che è molto piccolo. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui avrebbe reso capace e adeguato anche me. Ed ecco che ho visto il mio amore, la mia capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, ma devo ricordare ogni giorno, che tutto ciò è stato reso possibile da Gesù che la abita. Se mai dovessi montare in superbia e credere di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai. Ah non dite di non aver abbastanza fede. Basta davvero un granello. Lo dice Gesù in Matteo 17, 20: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. La vita in famiglia è difficile. Per alcuni molto difficile, quasi impossibile, per le prove che possono toccarci. Possono sembrare una montagna. Ecco! Gesù ci dice che affidando tutto a Lui, Lui può fare miracoli. Quante coppie possono testimoniare di aver superato prove difficilissime proprio grazie a quel chicco di fede che hanno saputo mettere nella loro vita e nel loro matrimonio. Coraggio la vita non sempre è facile, ma il matrimonio può essere sempre una meraviglia se lo leggiamo alla luce di Dio e della vita eterna.

Antonio e Luisa

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Riempite i granai del vostro amore

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro/a scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perchè dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La ricchezza più grande che possediamo è la nostra storia, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

Antonio e Luisa

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Sopportare è sostenere!

Oggi torno a prendere spunto dal bellissimo libro di don Fabio Rosini “Solo l’amore crea”.

In particolare sono stato colpito da una differenza che mette in risalto don Fabio.  La differenza tra tollerare e sopportare l’altro. Naturalmente è un discorso generale, ma che va benissimo inteso anche verso la mia sposa, che è la persona più prossima, quindi colei che maggiormente mi deve sopportare e che maggiormente io devo sopportare. Pensavo fossero due sinonimi, e nel senso comune effettivamente lo sono. Il significato originale è però molto diverso, e mi permette di poter fare alcune considerazioni. Considerazioni che rivolgo primariamente a me stesso, ma che penso possano essere utili a tutti.

Noi tolleriamo il nostro coniuge o lo sopportiamo/supportiamo? State attenti. E’ molto diverso. Molto diversa è la prospettiva e l’atteggiamento in cui ci poniamo. Dire e pensare che io tollero i difetti della mia sposa equivale ad elevarmi, a centrare l’attenzione su quanto io sia bravo. Ma pensa, nonostante i difetti che ha le voglio bene comunque, perchè sono io che riesco ad andare oltre la sua miseria. Un atteggiamento bruttissimo  che di amore non ha nulla. E’ solo un’autocelebrazione di me. E’ un giudizio implicito, quando va bene, che diventa esplicito quando non si tollera più. Perchè il tollerante prima o poi sbotta, perchè non riesce più ad accettare le mancanze dell’altro.

Noi dobbiamo invece, io devo invece, sopportare. Sopportare che ha la stessa etimologia e la stessa provenienza di supportare. Supportare: sub «sotto» e portare «portare. Significa spostare l’attenzione da quanto siamo bravi noi a quanto ha bisogno lui/lei del nostro sostegno. Significa portare da sotto per sostenere l’altro, mettersi sotto, al servizio. I suoi difetti non sono da tollerare, ma da comprendere e accettare con pazienza e amore. Un esempio. Luisa è particolarmente disorganizzata. Quando ci sono tanti impegni da programmare e da incastrare nella giornata va in crisi. Questa cosa mi infastidiva parecchio. Tolleravo questo suo difetto e incapacità. Intervenivo io a sistemare e mettere in ordine la giornata, ma lo facevo pesare. Mi sentivo bravo e non capivo come lei potesse essere così impedita. La tolleravo. Con il tempo ho compreso che lei è fatta così. Mi piace per quello che è. Ha tanti pregi che io non ho e i suoi difetti sono ben poca cosa rispetto alla ricchezza e bellezza che mi dona ogni giorno. Ho smesso di tollerare e ho cercato di sopportare. Sopportare con pazienza. Contento di poter esserle utile e poterle alleggerire la fatica della vita che è tanta. Alla fine l’amore è quello che San Paolo definisce con tanti aggettivi che lo qualificano. L’amore è paziente, benigno, non si vanta e non si gonfia e non manca di rispetto. Tutte parole che caratterizzano chi sopporta e non chi tollera. L’inno si chiude infatti con l’amore tutto sopporta.

Alla fine i difetti dell’altro sono sempre gli stessi. Sta a noi decidere se tollerarli semplicemente, cosa che non ci aiuta né a crescere come persone né a crescere nella relazione, oppure ad amare davvero l’altro sopportando con pazienza ed amore i suoi lati meno amabili.

Antonio e Luisa

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Fecondità non è solo fertilità

Quando proponiamo i nostri percorsi ci capita di dover trattare la fecondità nel matrimonio. La fecondità è una delle caratteristiche fondamentali di un matrimonio naturale e, di conseguenza, anche sacramentale. Allora chi non può concepire figli non può sposarsi? Se si sposa è un matrimonio di second’ordine? Nulla di tutto questo! Se una coppia non può concepire figli può comunque essere feconda e vivere un matrimonio pieno. Ciò che impedisce il sorgere del matrimonio non è l’impossibilità di averne, ma la volontà di non averne. Come può una coppia essere feconda anche se non può essere fertile? Ce lo insegna don Carlo Rocchetta che ha trovato ben tre modalità di essere fecondi anche nell’infertilità. Naturalmente queste fecondità riguardano tutti e non solo chi non può avere figli, Tutti gli sposi sono chiamati a viverle. Cercherò di scrivere qualcosa su ognuna di queste modalità di vivere la fecondità.

  1. Generare la presenza di Dio nel coniuge. Vivere la nostra relazione alla luce di Dio. Amare il nostro coniuge con la modalità di Gesù. Quindi amare sempre e amare per primo. Essere capace di perdonare e di incoraggiare. Guardare lo sposo con lo sguardo di Gesù che è innamorato di ognuno di noi e riesce a vedere oltre le nostre miserie e fragilità. Un marito o una moglie capace di guardare così l’altra/o può davvero compiere miracoli nel cuore dell’amata/o. Ci sono persone che si sono convertite non perchè la moglie o il marito hanno insistito e obbligato ma perchè hanno visto l’amore che la moglie o il marito erano capaci di offrire loro e hanno voluto conoscere la fonte di quell’amore. Io stesso, come ho più volte raccontato, ho cercato davvero Gesù quando ho sperimentato la capacità di amarmi in modo gratuito e incondizionato della mia sposa, capacità che nasceva dalla sua fede in Cristo.
  2. Generare il coniuge come persona amata. Come dice la nostra amica Cristina Righi, il primo figlio della coppia è il noi. Lo sposo e la sposa donandosi e accogliendosi a vicenda diventano un noi. Il coniuge diventa il prossimo più prossimo della nostra vita. Tanto prossimo da essere uno con lui/lei. Ciò significa che la sua santità diventa il nostro obiettivo. Il nostro matrimonio è, prima di ogni altra cosa, farci carico della santità dell’altro/a. Essere capaci di apprezzarlo/a, di incoraggiarlo/a, di consigliarlo/a, di correggerlo/a, di perdonarlo/a. Sempre. Facendo questo l’uno per l’altra, giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro amore diventerà sempre più forte e più grande, perchè si arricchirà di tutta una vita che diventa dono vicendevole.
  3. Generare la famiglia come comunità in missione. Questa fecondità è conseguenza delle altre. Dio Trinità perchè ha creato l’uomo? Ne aveva bisogno? No! Lo ha fatto per un eccesso d’amore. Viveva un’amore così grande che non lo ha contenuto in se stesso ma è traboccato divenendo desiderio di generare l’uomo. Così deve essere per noi. La missione è una conseguenza dell’amore che generiamo nella coppia. Un amore che è così bello e così tanto che desideriamo condividerlo anche con gli altri. Prima di tutto con i nostri figli, se ne abbiamo, ma non solo. Il servizio alla comunità diventa così qualcosa che nasce dall’amore di sposi e diventa fecondo in tanti modi diversi. Ci sarà chi opererà in parrocchia, all’oratorio, nel volontariato, nel tessuto associativo. Ci sarà chi si aprirà all’adozione o all’affido. Le modalità sono davvero molteplici. L’importante, ed è fondamentale capirlo, è che sia un desiderio che nasce dall’amore di coppia e non il cercare una realizzazione che non si riesce a trovare nella coppia. Sarebbe una fuga. La nostra vocazione è il matrimonio ed è lì che ci giochiamo la nostra santità.

Antonio e Luisa

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La Grazia più grande è che lo abbia compreso mio padre.

Il giorno del matrimonio è un giorno da tutti desiderato, atteso, preparato nei minimi dettagli…Anche per me ed Alessandro è stato così. Avevamo tanto desiderato sposarci al Santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, e grazie all’aiuto di una delle mie due testimoni e della sua mamma, siamo riusciti ad organizzarlo e a sposarci il 31 agosto.
E’ stata una giornata perfetta. Sembrava sarebbe stata una giornata piovosa. Mentre mi preparavo la truccatrice si era sorpresa del fatto che io non fossi agitata, ma a me non importava del vento che soffiava forte e del temporale che sembrava dovesse scatenarsi da un secondo all’altro. Quando stavo per fare il mio ingresso nella cappella del Crocifisso, il vento era cessato, e nessun temporale si è scatenato.
Abbiamo ricevuto tanti complimenti, non solo per la scelta della chiesa o della location, ma anche per la celebrazione, che è stata molto sentita e partecipata. Una cosa che ha colpito molto gli invitati è stata l’omelia di don Silvio. Noi avevamo scelto come brano del Vangelo la parabola del Padre Misericordioso, e don Silvio ha centrato l’omelia sulla figura del vitello grasso (leggete qui articolo precedente). Don Silvio ci ha fatto i complimenti per la celebrazione, perchè non si è limitata ad una semplice, seppur bella, cerimonia, sterile e priva di contenuti. Anche Don Giuseppe si è complimentato per il fatto che quel giorno fossimo riusciti a ritagliarci insieme a lui e a Don Silvio uno spazio per la preghiera.
Chi è rimasto stupito più di tutti però è stato mio padre. Già qualche sera prima del matrimonio, quando la mia testimone Lucia ci ha invitati a casa sua per farci vedere alcuni “fai da te” che lei e sua madre avevano preparato per il matrimonio, e per consegnarci i loro regali, lui si era stupito di tutto quello che avevano fatto, della loro accoglienza, e del grande affetto che avessero per noi. Era rimasto stupito anche del fatto che Maria Luisa non smetteva di complimentarsi di come avessimo organizzato tutto. Il giorno del matrimonio mio padre era felice, perchè tutto era andato bene, e soprattutto (cosa alla quale lui teneva molto) avevamo mangiato bene. Nei giorni successivi avevamo ricevuto tanti messaggi di auguri e di complimenti.
Il 4 settembre io e Alessandro siamo partiti per il nostro viaggio di nozze in giro per l’Europa: Parigi, Praga e Vienna. E’ stato un bel viaggio, ci siamo divertiti e abbiamo visto tanti luoghi. Siamo rientrati il 20, giorno in cui tutto è cominciato, per terminare appena 48 ore dopo…
Mio padre aveva la febbre da mercoledì, ma non molto alta, per cui si pensava ad una banale influenza, Venerdì però le sue condizioni sono peggiorate, tanto da rendere necessaria la corsa al pronto soccorso, dove si sono resi conto della grave infezione che aveva.
Il giorno dopo mio fratello mi ha chiamata, per dirmi di partire subito per Palermo, perchè la situazione era critica. Domenica siamo andati a trovarlo, ed io e Alessandro abbiamo pregato, affidandolo a Madre Speranza. Avrei voluto versargli sulla testa un po’ di acqua di Collevalenza, ma mio fratello mi ha chiesto di non farlo, per non rischiare di causare ulteriori infezioni. Ho potuto farlo solo quando è stata allestita la camera ardente, e anzi mio fratello mi ha detto di mettere una boccetta di acqua nella bara “così la Madre lo protegge…”
Subito dopo che tutti i parenti, arrivati da Milano e da Roma, lo hanno salutato, mio padre è volato in cielo.
Martedì 24 si sono svolti i suoi funerali, nella parrocchia che i miei genitori frequentano. La chiesa era gremita di parenti, ex colleghi di lavoro, amici e parrocchiani.
Il vangelo proclamato parlava della misericordia, perciò io e Alessandro ci siamo guardati, perché abbiamo visto che il cerchio si è chiuso. Il parroco dopo aver parlato di mio padre, del suo rapporto con gli altri parrocchiani, del fatto che quando partecipava ai viaggi parrocchiali era quello che trascinava il gruppo, insieme ad altri, ha parlato della vita di famiglia, dicendo che l’ultimo atto della vita di mio padre è stato il mio matrimonio.
Anche don Giuseppe mi ha confermato che mio padre era felice quel giorno, nonostante il suo iniziale scetticismo. E mia madre mi ripete che mio padre diceva che eravamo stati bravi, anche se lui non me lo ha mai detto perché non esternava i propri sentimenti.
Qualche giorno dopo il matrimonio, una mia carissima amica mi scrisse che il matrimonio era stato fonte di tante grazie, perché in molti hanno capito il messaggio di Madre Speranza, il cui motto era “tutto per Amore”, e dell’Amore Misericordioso. Ma la grazia più grande è stata che lo abbia compreso mio padre.

Federica Gagliardo

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La nostra famiglia si chiama Lazzaro!

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: « C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente.
Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe

Il Vangelo di questa domenica è molto più lungo. Io ho deciso di fermarmi qui, alle prime righe. Sono quelle che mi hanno maggiormente colpito ed aiutato a riflettere su una realtà importante della nostra vita e della nostra fede. C’era un uomo ricco. La tradizione ci insegna che quel ricco si chiamava Epulone. I Vangeli non lo dicono. Per i Vangeli quello resta un uomo ricco, indefinito, senza un nome. Senza una conoscenza personale con Dio. Troppo preso dalle sue ricchezze. Il suo cuore non era con Dio, ma con ciò che possedeva. Per questo non c’era una relazione tra lui e Dio. Non cercava Dio, non credeva di averne bisogno, credeva di avere già tutto quello di cui necessitava per vivere bene, nell’abbondanza e nella gioia. Quante famiglie conosco che sono come il ricco del Vangelo. Famiglie che stanno bene economicamente, che godono di salute e che sembra davvero non abbiano bisogno di nulla. Famiglie che costruiscono la vita e la relazione senza permettere a Dio di entrare. Coppie sposate anche in chiesa che vivono come se Dio non esistesse. Ignorando i suoi insegnamenti. Prima o poi, però, le prove della vita arrivano. Queste famiglie non sono pronte ad affrontarle e si rendono conto che ciò hanno non basta. Non hanno la forza e la speranza necessarie per superare le prove della vita. Comincia per loro l’inferno, già su questa terra. Si rendono conto di aver costruito sulla sabbia e non sulla roccia. Lazzaro invece è povero. Lazzaro sembrerebbe essere quello messo davvero male e abbandonato da Dio. Invece no! E’ vero il contrario. Lazzaro ha un nome ben definito. Lazzaro deriva dall’ebraico אֶלְעָזָר (‘El’azar), che significa “Dio ha aiutato”, o “colui che è assistito da Dio”. Significa che Lazzaro è caro a Dio. Non perchè Dio abbia preferenze. Dio ama il ricco e Lazzaro allo stesso modo. La differenza è nella risposta di Lazzaro a questo amore. Lazzaro riconosce di essere povero, di essere un mendicante, di non farcela da solo, di non bastarsi. Questo lo apre alla relazione con il suo Signore. Anche noi famiglie cristiane non siamo diverse dalle altre. Noi abbiamo però una consapevolezza: siamo poveri e da soli non riusciamo. Siamo però certi dell’amore del Padre che ci dona forza e speranza, sempre. La famiglia cristiana non è quella perfetta o migliore delle altre, ma quella che sa riconoscersi bisognosa e aprirsi all’amore di Dio. Allora la nostra famiglia potrà davvero chiamarsi Lazzaro cioè colei che è assistita e aiutata da Dio. Questo fa la differenza!

Antonio e Luisa

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Quarta tappa: il posto preparato e atteso.

Giovanni 14, 1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”

Abbiamo concluso la tappa più dura di tutte. Circa dieci chilometri di salite e discese in mezzo ad un paesaggio di campagna bellissimo, con tratti soleggiati che ci cuocevano e tratti all’ombra che sembrava il paradiso.

il posto preparato e atteso.jpg

E se non cambiasse niente dentro di me? E se restasse solo stanchezza e nervosismo? E se alla fine di questa esperienza rimanesse solo il peggio che sono stata in grado di tirare fuori, che delusione e amarezza vivrei. Non sto marciando solo per me stessa, ma offro tutto per i miei figli e le persone che soffrono di più. Ma spero di non dover concludere questo cammino così imbruttita, perché io e Dio non ce lo meritiamo. Posso custodire la fiducia che c’è un ritorno preparato e atteso per me, nonostante tutte le sensazioni e le esperienze che sto vivendo remano contro? Ma non voglio arrendermi, voglio dare tutto e chiedere tutto. È arrivato il momento di lasciarmi andare e appoggiarmi. E finalmente mi dedico un colloquio con fra Alessandro, in cui piango tutte le lacrime ingoiate in quest’anno così duro. Condivido la solitudine di certi momenti e l’angoscia per la salute di mio figlio. Parlo delle mie chiusure e del bisogno di essere tenuta e stretta. Il colloquio si conclude con un abbraccio sincero e sento dentro che qualcosa si sta sciogliendo, perché ho capito che non è la debolezza che devo combattere, ma l’amore che devo cercare!! Perché Gesù mi sprona a proteggere la fiducia in Lui e nel suo amore, affinché il mio cuore non sia vinto dal turbamento. Voglio credere e dare e nutrire la speranza che Gesù Cristo sia il mio Signore e salvatore. Siamo quasi arrivati all’ “entrata” della Porziuncola dove ogni anno possiamo fare memoria del Posto preparato per noi da Cristo e custoditi dal nostro Francesco: “Fratelli voglio mandarvi tutti in Paradiso”. Il tuo posto è il Paradiso. Il mio posto è Paradiso. E comincio a gustarmelo da oggi: perché quest’anno i frati hanno deciso che la confessione di ciascuno si concluderà non con una penitenza, ma con l’abbraccio del sacerdote. Tutti questi abbracci mi sembrano un segno, un regalo per me. Quella porzione di Paradiso che desideriamo già ci abita dentro, ma spesso il peccato e il dolore delle prove, la solitudine e la mancanza d’amore ce lo fa dimenticare. La vita famigliare spesso è faticosa e dura, proprio come i muscoli indolenziti e le notti insonni di questo cammino. E la relazione con marito o moglie e figli non profuma di gelsomino, ma puzza di sudore. Ma è proprio lì che il Signore Gesù Cristo ti aspetta: La tua Porziuncola, dove celebrare la festa del Perdono è tuo marito, è tua moglie. Lì ti aspetta Gesù per far festa e accoglierti. Perché quando tua moglie ti perdona tutte le tue mancanze e gli egoismi, e tuo marito ti perdona le tue nevrosi e le sentenze continue che fai, ecco che lì l’amore può rifiorire. La gioia del perdono dato e ricevuto è il miglior vino di questa festa, e porta frutto non solo per la coppia e i figli, ma anche per tutte le persone che la tua e la mia casa accolgono. La Fatica di questo cammino, che lentamente si sta trasformando in sorriso pieno, non è solo per me. Penso alla mia famiglie e al mio matrimonio come luogo in cui chi viene ospitato e accolto possa intuire qualcosa del “posto” che Dio ha già in serbo per lui.

Claudia Viola

Qui l’articolo originale sul blog amatiperamare.it

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Pianificare l’incontro intimo significa prepararlo al meglio.

In questi giorni prendo spunto per le mie riflessioni dal seminario che abbiamo appena concluso a Parma. Ne prendo spunto perché il confronto che nasce in occasioni così è sempre molto interessante e arricchente anche per me e Luisa. Verso la fine del corso abbiamo testimoniato la nostra modalità di vivere il rapporto di coppia, anche l’intimità. L’abbiamo fatto proprio per provocare una domanda. Una di quelle che tante coppie si pongono, ma che spesso non tirano fuori. Per pudore, per paura di sentirsi giudicati o semplicemente perché non c’è l’occasione giusta. Noi raccomandiamo di programmare il tempo per stare insieme e anche, perché no, per ricercare l’incontro intimo. La domanda che ci è stata posta è questa: Ma programmare non rende il tutto qualcosa di arido, troppo razionale e calcolato? Non si dovrebbe lasciare spazio alla passione e al desiderio? L’amplesso non dovrebbe essere conseguenza di un’attrazione che spinge l’uno verso l’altro? In poche parole non dovrebbe nascere tutto da un desiderio del cuore e non da un qualcosa di pianificato con la razionalità?

Obiezione legittima che va fatta e che mi ha permesso, e mi permette anche adesso in questo articolo, di fare alcune considerazioni.

  1. Pianificare non significa solo un appunto sull’agenda. Pianificare significa preparare. Significa fare in modo che quell’appuntamento non sia vissuto a freddo, ma sia il culmine di un amore concreto e sensibile vissuto prima. Significa trovare il giorno giusto, significa magari, quando si riesce uscire a cena, lasciare i figli da qualcuno, significa creare i presupposti per volersi incontrare e non per essere obbligati ad incontrarsi.
  2. Lo spontaneismo, seguire e farsi trascinare solo dalla passione o dal desiderio, va bene forse per i ragazzini o le coppie spose novelle, senza figli. Poi non funziona più. Poi con l’arrivo dei figli e con una vita fatta di impegni, lavoro e tantissime preoccupazioni e tantissimi pensieri, lo spontaneismo muore. Se si aspetta che sia tutto perfetto non troveremo mai, o quasi mai, l’occasione giusta. Il disastro, il deserto sessuale è lì a un passo. Ci si ritrova dentro senza rendersene conto.
  3. Tutto sta a cominciare! Poi, se si è davvero curata la preparazione, se si vive una relazione basata su cura, attenzione e tenerezza reciproca, la passione come d’incanto arriva. Spesso è solo la nostra testa, non il cuore, che non è capace di abbandonarsi. Quando si comincia e ci si abbandona all’altro/a, e tutte le preoccupazioni vengono messe da parte per un po’, finalmente si può di nuovo ascoltare il proprio cuore che arde di desiderio per il nostro sposo o per la nostra sposa.
  4. Non farlo perché non si prova desiderio equivale ad entrare in un circolo vizioso. Meno si fa e più perderemo passione, sentimento e desiderio verso l’altro/a. Più tempo passerà e più l’altro/a sarà per noi lontano, estraneo e indifferente. Dobbiamo rompere questa dinamica malata e donarci anche quando ci costa un po’ di fatica. E’ l’unico modo per nutrire la nostra intimità e il desiderio reciproco.
  5. Spesso il desiderio ha cause ormonali. Quando la donna produce più testosterone (ormone tipicamente maschile, ma presente e importante anche nella donna) prova il picco anche del desiderio sessuale. Ciò avviene infatti durante l’ovulazione. Cosa accade poi? Durante la menopausa? Finito il desiderio finisce il cinema? Certamente no. Certamente no, se si è curato tutto l’aspetto relazionale. Certamente no, solo se l’incontro intimo è conseguenza di tutto un terreno preparato prima nella tenerezza e nella cura reciproca e non semplicemente come risposta a un desiderio che non comprendiamo e che segue delle dinamiche semplicemente ormonali. Spesso capita proprio questo.

Quindi come dice la famosa sessuologa americana Gigi Engle che scrive sulle riviste più lette e seguite dalle donne statunitensi (non credente, perché non serve essere cristiani per comprendere questo) :

A essere sinceri, ci sono troppe maledette coppie là fuori che vivono senza sesso. E quando diciamo “senza sesso” intendiamo le relazioni che non includono alcun tipo di sesso, neanche una volta l’anno. Per alcune coppie “poco sesso” significa… mai sesso. Il sesso è una parte cruciale della relazione. E’ un ampio ombrello sotto il quale si passa dall’atto vero e proprio fino a un massaggio sensuale. Fingere che il sesso non sia “un grosso problema” è dannoso quando vi trovate in una relazione. Il sesso programmato è un’ottima soluzione per le situazioni “senza intimità” in una coppia. Siediti con il tuo partner e avvia una conversazione aperta e onesta su questo argomento. Se non riuscite a farlo in due e avete bisogno di una terza persona, contattate un sessuologo o un terapeuta. Tutti meritano di essere sessualmente soddisfatti in una relazione

Sta a noi decidere se lasciarci completamente governare da una forza che ci è sconosciuta con il rischio di finire fuori strada oppure se vogliamo essere noi a scegliere come e quando volerci bene.

Antonio e Luisa

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Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Matteo 9,9-13)

Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre. Matteo era un esattore delle tasse. Era una persona considerata malissimo dai suoi concittadini. Matteo era quello che oggi si può dire un mafioso e un profittatore. Un collaborazionista degli oppressori. Colui che dall’esazione coattiva delle tasse traeva una percentuale di guadagno. Uno strozzino. Ma c’è un ma. Non era ancora un cuore perso. Probabilmente era un cuore tormentato. Non era felice. Non aveva un cuore ancora corrotto dal male. Aveva un cuore sanguinante per il male che faceva, anche se non lo mostrava esteriormente. Se non fosse stato così neanche lo sguardo di Gesù sarebbe riuscito a toccarlo. Era una persona triste. Faceva quello che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e si era convinto di esserlo lui stesso. Quanto male può fare il giudizio della gente. Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda mentre è intento nei suoi traffici. Lo guarda in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede un miserabile? No vede una meraviglia. Lo guarda dentro, come solo lui riusciva a fare, e vede quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca e che non ha pace, un uomo che non è felice, perchè nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama. Matteo aveva bisogno proprio di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto  quello che poteva diventare. Ha visto le sue potenzialità. Lui non era quella vita che conduceva. Lui era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Probabilmente in Gesù ha riscoperto ciò che nel profondo già sapeva. Seguirlo è stato solo l’ovvia conseguenza. Si è sentito finalmente bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come io? Sei sicuro? Ma hai capito chi sono? Hai capito cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

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Terza tappa: che cercate?

Dal Vangelo di Giovanni 1,38. “Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: -che cosa cercate?-. Gli risposero: – Maestro, dove dimori?-“

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Claudia che cosa cerchi per te in questa marcia? Che cerchi per te nella relazione con tuo marito, con i tuoi figli, nel tuo lavoro? Claudia cosa cerchi nella tua vita? La catechesi di questa tappa ci mette in contatto con i nostri desideri e sogni più profondi, quelli belli, quelli intensi, quelli che ci dicono chi siamo; quelle aspirazioni che se schiacciate e boicottate, riducono la qualità della nostra vita, ma soprattutto impediscono a Dio di fare grandi cose a questo mondo. Se non desideriamo, non abbiamo una direzione e siamo in balia degli eventi che scelgono per noi. Posso prendere oggi contatto con ciò che desidero di più per la mia vita. Ma per fare questo ho bisogno di essere PURIFICATA e SANATA da tutte le ferite e le bugie che mi porto dentro e che mi fanno volare basso nell’Amore. Perché è questa la potenza della marcia: nella fatica della strada calpestata, in salita e in discesa, ti fa toccare quello di cui hai più bisogno, che è essere salvata e guarita. Qualsiasi sia la tua condizione Gesù aspetta te, aspetta che tu gli chieda ciò che vuoi davvero per la tua esistenza. Questo vuol dire cominciare a prendere responsabilità del tuo matrimonio, delle tue relazioni, del tuo lavoro, piuttosto che tirare a campare, inaccettabile per un Cristiano che è chiamato ad osare e puntare in alto. E per me questa marcia è puntare nel punto più alto che conosco: l’Amore di Dio! Lo voglio per me, voglio cercare L’Amore della mia vita, lo voglio sentire in ogni sensazione e in ogni relazione, in ogni pensiero che mi passa per la testa e in ogni parola che esce dalle mie labbra! Ma nell’odore puzzolente delle mie ferite e umiliazioni, mi sento lontanissima da questo amore, perché vivo come se non fossi una principessa e come se mio padre non fosse Dio onnipotente. Mi faccio sopraffare dalle fragilità dei miei figli che rifiuto di accogliere, dai pensieri negativi che vorrebbero atterrirmi attraverso il confronto con gli altri. Vedo chi marcia con cinque, sette figli e mi sembra sorridente e sereno mentre io mi sento pessima. Mi sembra che tutti ce la fanno meglio di me. Non accetto che il mio corpo non mi segua come voglio io. E mentre mi perdo in me stessa, non uso la mia debolezza per cercare l’Amato della mia vita che non vede l’ora che torni a Lui, che mi aspetta con ardore. E mentre spreco tempo ed energie verso un’illusione di forza e perfezione che non è realistico, le prove del cammino rischiano di schiacciarmi. Ma la catechesi di oggi mi permette di alzare il volto verso la Luce che passa fra di noi e attira alla sequela. Dio lo chiede oggi a me, e lo chiede a te: –COSA CERCHI?– e ci invita a seguirlo per rivelarci che la nostra origine è Lui, e a quale posto siamo destinati. Tutti i pensieri negativi, le manie di grandezza narcisistiche, quel vittimismo con cui ti disprezzi, le fragilità, le debolezze, sono il peccato che ti mette in fuga dalle relazioni quando queste diventano difficili, e ti impediscono di stare al posto tuo. Ma cosa è il POSTO TUO se non l’Amore tenero e misericordioso del Padre. Se il posto tuo è l’amore di Dio, sarà più semplice per te (anche se a volte doloroso) essere un posto d’amore per tuo marito, casa accogliente per tua moglie. Perché il posto di un matrimonio è l’amore, un amore che non si può sciogliere, incondizionato, gratuito, tenace, come quello di Dio per noi. Questo non ha niente a che vedere col subire o ingoiare, ma col RESTARE! Restare accanto a tuo marito coi suoi mille difetti, trovare una strada con tua moglie nonostante il suo caratteraccio, perché l’Amore non si arrende mai e non smette mai, anche quando sembra impossibile. L’amore trova la strada per arrivare al POSTO GIUSTO: Cristo Gesù. E quando lo trova ciò che è amaro e indigesto, si trasforma in dolcezza di miele, come San Francesco con i lebbrosi, esseri disgustosi per lui all’inizio, erano il mezzo con cui Dio iniziava a purificare Francesco per mostrargli che seguendo Cristo ciò che a prima vista ti fa male, poi si trasforma in “dolcezza di animo e di corpo”.
Possa tu trovare il tuo posto a casa di Gesù e sognare e desiderare per te e per chi ti circonda questo Amore.

Claudia Viola

Qui trovate il link all’articolo originale

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Nel loro abbraccio rivive l’Eden

Alda Merini, immensa poetessa scrive: Ci si abbraccia per ritrovarsi interi. Questo sei parole sono vere, sono di una profondità e autenticità comprensibili solo a chi ne ha fatto esperienza. L’abbraccio è meraviglioso. L’abbraccio è linguaggio del corpo, è liturgia degli sposi. La mancanza di carezze e abbracci rivela  grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono causa ed effetto, in un circolo vizioso, della mancanza di tenerezza e dialogo tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per chiunque lo abbia sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla/o stretta a sè, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro/a per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (ripeto anche l’amplesso è un abbraccio)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro/a è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica,  con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Termino con una citazione di Rocchetta, che su queste realtà e maestro e profeta: Ogni qualvolta marito e moglie si abbracciano,amandosi, accade un miracolo, nel loro abbraccio rivive l’Eden e l’Eden si fa dono di Grazia per loro.

L’abbraccio come momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è pieno solo in Gesù

Non so se lo sapete. Cosa sono gli idoli? La traduzione ebraica di questo termine è molto interessante e può aiutarci a comprendere qualche cosa in più della povertà di chi vive nel culto di qualcosa o qualcuno che non sia Dio. Si, perchè chi non ha Gesù come Signore della propria vita e della propria relazione sponsale, e pensa magari di essere libero e di decidere, in totale autonomia, della propria vita, diventa schiavo di uno o più idoli, sempre. La parola idolo non è legata alla divinità, come verrebbe naturale pensare. È scritto in Lv 19, 4: “Non vi rivolgete agli idoli [אֱלִילִים (eliylìym)]”. La parola eliylìym è collegata con la parola אל (al) che significa “nulla”. Gli idoli sono allora “nullità”. Gli idoli sono il vuoto. L’opposto della pienezza, di ciò che dà senso. Cosa voglio dire? Cosa ci vuole dire Dio attraverso la Parola? Vuole dirci che Lui è nostro Signore, ma non per farci schiavi, ma per liberarci. Lui è un Dio che ci offre la vita e non ce la chiede. Gli idoli al contrario prendono la nostra vita non dandoci nulla, lasciando il vuoto in noi e nella nostra relazione. L’idolo può essere il lavoro, la carriera, il desiderio di una famiglia perfetta, il desiderio di una moglie o di un marito perfetta/o, fatto a nostra immagine. Gesù ci chiede di liberarci e di fare spazio a Lui nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Ci chiede di accogliere ciò che abbiamo e dare il meglio lì dove siamo senza lasciarci distruggere dagli idoli che vorrebbero prendere possesso della nostra volontà e del nostro agire. Solo cercando il Signore della nostra vita oggi, nella nostra famiglia, nella nostra relazione, in nostro marito, in nostra moglie e trovandolo in tutta l’imperfezione che caratterizza ciò che ci circonda, potremo davvero trovare il senso di tutto. Solo dandoci senza condizione a quel marito e a quella moglie potremo fare esperienza di Dio. Perchè Dio è adesso, non nel lavoro che vorrei, non nella carriera che aspiro ad ottenere, non nel marito perfetto che ho nella testa, non nella moglie perfetta che sogno, ma adesso nel luogo dove mi trovo e nella persona che ho accanto. Se non comprendo ciò rischio di buttare la mia vita cercando una perfezione che non potrò mai avere e ritrovandomi con le mani vuote. Con il nulla. Ecco che torniamo all’inizio dell’articolo. L’idolo non ci porta a nulla, Dio ci dà tutto. Cosa vogliamo per noi e per la nostra vita?

Antonio e Luisa

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Siete una meraviglia. Anche quando vi sentite poveri.

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Il Vangelo di oggi è uno dei più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perchè noi lo ascoltiamo in momenti sempre diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Noi mutiamo e quindi muta ciò che la Parola provoca in noi. Detto questo parto da una riflessione di don Fabio Rosini. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, gli altri non meritano nè considerazione nè rispetto. Non hanno dignità. Sono la feccia. Gesù con la parabola del Padre misericordioso vuole mettere in evidenza la diversa esperienza che fanno del Padre i due figli. Il figlio peccatore che torna ne ha combinate di tutti i colori. E’ vero. Si è comportato malissimo. Ha dilapidato le sostanze del Padre con ladri e prostitute. Però c’è un punto di svolta. Quello che fa dire a Gesù in un’altra circostanza, in Matteo 21: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Quando tocca il fondo comprende tutta la miseria di ciò che è diventato e della vita che conduce. Il peccato lo ha fatto sentire nudo e fragile. Torna a casa e l’abbraccio del Padre lo fa sentire amato come un figlio, come un figlio che ha tradito, disubbidito e che si era perduto. L’abbraccio del Padre diventa per lui occasione di sentirsi amato solo perchè è lui e non per quello che fa o non fa. Un amore autentico e incondizionato. Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha condotto sempre una vita buona. Non lo ha fatto per amore, ma per dovere. Per sentirsi a posto. Questo genera in lui l’idea che il Padre sia un padrone e lui uno schiavo. Tutto diventa pesante. Capite la differenza di relazione che c’è tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia bello, ma può essere un’occasione di rinascita. Anche io quando ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione. Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio? Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio 

pensava ci fosse in me qualcosa che valesse

la pena di salvare

e chi ero io per dirgli che aveva torto

non sono mica Dio

non sono mica Dio

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

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Seconda tappa: benedetta carne.

Nella catechesi della prima tappa (leggi qui l’articolo) abbiamo raccontato di come l’uomo ha perso la comunione con Dio e la possibilità di godersi la bellezza di quel giardino donato, rifiutando i suoi limiti e cedendo a quella bugia che lo vuole convincere che sarà benedetto e felice quando sarà come Dio.

benedetta carne amati per mare.jpg

In questa giornata di marcia, dormiremo in una grande palestra tutti insieme. Finalmente potremo farci una doccia e fare il bucato. Ma la giornata sarà dura: dormiremo da una parte, mangeremo da un’altra, e faremo la catechesi in un altro posto ancora. Mi sento sballottata e instabile. Non ho il controllo della situazione. Dal vangelo di Giovanni 1, 1-14. Dal primo versetto: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”. Mentre l’uomo è ramingo nel cammino, dopo che ha perduto il suo posto nel giardino dell’Eden, Dio compie la sua tenerezza di Padre mandando dal suo seno il Figlio Unigenito. Nell’incarnazione, l’amante si è fatto simile all’amato prendendo tutti i limiti della sua condizione (fuorché il peccato) e le debolezze della carne. Ma questo non è un fatto isolato della Storia, ma un processo continuo, attuale oggi, per cui Gesù è pellegrino con noi nella via, con le sue gioie e i suoi dolori. Non è un Dio distante e lontano, ma vicino e intimo perché Egli è stato PRESSO di noi. Presso di te. Il termine “presso” indica un legame d’amore in cui è impossibile non tenere fisso lo sguardo verso l’altro. Così Dio tiene il suo sguardo su di te quando si è incarnato. L’incarnazione di Dio segna la Verità: che la tua carne (fragilità) è benedetta. Vuoi diventare come Dio?! Allora impara ad accogliere e a stare nella tua debolezza e nelle sofferenze come occasione di relazione verso l’amore di Dio-Padre, perché Gesù ha fatto questo nella sua Storia e questo stare con fiducia in questa intimità lo ha portato a sconfiggere il più grande limite umano: la morte! Tu invece la tua nudità non la sai gestire, perché la vuoi controllare eliminandola o nascondendola. Così in questo terzo giorno di marcia, vorrei tanto eliminare i miei limiti e la mia insofferenza (come faccio nella mia vita del resto…), ma al massimo riesco a nasconderle, tranne durante le catechesi quando piango. Ma giorno dopo giorno, scopro che proprio in quel pianto ho l’occasione di essere vista e amata, non solo da Dio attraverso la sua Parola, ma anche attraverso il sorriso e gli abbracci di chi mi vede e cammina con me. Io ho bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di me. Questo bisogno gli uni degli altri ci rendere perfetti e ciò che soffri, come gestisci i dispiaceri, ti guida all’obbedienza (ascolto profondo alla Verità della vita). Ma non perché sei masochista o hai un Dio sadico, ma perché il dolore fa parte della nostra esistenza, e ha fatto parte dell’esistenza del nostro Dio, che ci ha mostrato sulla sua carne come gestirlo. Questo è stato il suo modo di stare presso te. Se con i figli l’obiettivo e staccarli dalla carne e donarli alla vita, con tuo marito o tua moglie l’obiettivo è essere una carne sola (la carne nella Bibbia indica la fragilità). Una unità nella fragilità, un incastro perfetto nelle imperfezioni della storia personale e del carattere. È un processo continuo lungo tutta la vita, un divenire che spesso va oltre il bianco e nero del controllo illusorio con cui vorremmo impacchettare la vita e l’altro. Nell’amore delle vostre debolezze c’è l’unica possibilità di diventare come Dio. Nel bisogno dell’altro, nelle ferite reciproche, nella comprensione e nell’ascolto, nel perdono. Per diventare come Dio non devi essere RISOLTO, che non vuol dire non lavorare su di te e la tua crescita. Puoi scoprire che in quel limite diventi pienamente uomo, solidale, capace di amare. Gesù si è fatto “disprezzabile” come noi per smentire la tentazione del serpente che la nostra carne è disprezzata! Ci dimentichiamo che ciò che è fallato è già amato! Così posso cambiare comportamenti malsani e trovare un migliore equilibrio emotivo con me e con gli altri, ma c’è una spina nel fianco che fa male e non si toglierà. Essa che è lo spazio della Grazia e dell’amore di Dio che si manifesta pienamente in quella debolezza. Quali sono le debolezze che non accetti di te, di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli. Della tua storia. Quelle fragilità diventano tenebra solo se non sono amate. Le nudità della tua relazione di coppia sono lo spazio per poter chiedere aiuto e ricevere, crescere e maturare in una vita che non puoi darti da solo. Benedetta crisi. Benedetti litigi. Quando posso avere a che fare con le sozzure dell’altro senza darmela a gambe, anche scontrandomi, dicendone quattro, senza abbandonare la relazione, la complicità di essere nella stessa squadra, in quel posto che mi è stato donato. Posso stare al POSTO MIO senza paura dei problemi, anche i più sconvenienti, perché è proprio lì che il mio Dio mi aspetta come un innamorato e la luce del suo Amore rischiara l’oscurità delle paure.

Claudia Viola

Qui trovate il link all’articolo originale

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Sposi sacerdoti dell’amore. Una fiamma dell’amore divino

Di seguito potete leggere un capitolo del nostro libro di prossima uscita. Spero vi aiuti a capire di cosa tratterà il testo e vi affascini, facendo nascere in voi il desiderio di leggerlo.

Dio si rende presente attraverso l’amore umano di tutti gli sposi in Cristo che vivono in pienezza, come nel Cantico, il loro matrimonio. È una fiamma del Signore. È luce di Dio nella vita degli sposi stessi e per il mondo intero. È via di salvezza. Non c’è contrapposizione tra l’amore umano e l’amore di Dio. L’amore così genuinamente ed ecologicamente vissuto dagli sposi, come Dio lo ha pensato per loro, è amore di Dio stesso. Solo prendendo coscienza di questa grande realtà che ci caratterizza, possiamo capire come ogni gesto che ci scambiamo noi sposi sia davvero un gesto sacro. Esprime, ripeto, l’amore di Dio. Come ho già scritto all’inizio di tutte queste riflessioni. Con una differenza: all’inizio poteva sembrare una bella riflessione e basta. Ora no. Dopo aver meditato questo Libro, possiamo comprendere come sia davvero così. Gli sguardi, gli abbracci, l’intimità e tutto ciò che nella vita degli sposi è gesto di dono, di servizio e di tenerezza per l’altro/a è gesto sacro. Un gesto che rende gloria a Dio. L’amplesso degli sposi, quando è vissuto nella verità e nel desiderio di farsi dono, è il più alto gesto d’amore sensibile che gli sposi possono vivere e donarsi l’un l’altra. Rendiamo presente Dio nel nostro amore. È una fiamma del Signore. Quanti ignoranti dicono che la Chiesa è contraria al sesso. Quanti non capiscono che invece ne ha una considerazione altissima. Solo così l’intimità fisica è vissuta appieno. Diventa gesto che rende presente l’amore di Dio. Per questo l’intimità fisica non può essere banalizzata o inquinata da una mentalità sbagliata. Non solo da una mentalità materialistica e pornografica, dove la sessualità è concepita come modo per ricercare e vivere il piacere usando l’altro/a. Esiste anche un’altra “eresia” dell’amore. Quella di alcuni cristiani che considerano il rapporto fisico come qualcosa che abbassa la crescita spirituale sporcando il matrimonio. Qualcosa di necessario esclusivamente per procreare. Quindi quasi tollerato. Quanta miseria in questa concezione dell’intimità. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti. In quanto tale, è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un altro bambino. L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo. Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida. Il concepimento del bambino è il dono del Creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio dà alla coppia. Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Il figlio è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e come tale gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

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Beati gli sposi!

In quel tempo, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.» (Luca 6, 20-26)

Nella liturgia di oggi il Vangelo ci riporta le beatitudini secondo la descrizione che ne fa Luca. Voglio farlo anche io, ma in modo originale e diverso. Vi propongo le beatitudini degli sposi. Una riflessione molto bella tratta da un libro della Comunità di Caresto.

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

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Dio si mostra nel nostro amore di sposi

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati. L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa. Da quel momento tutto è cambiato. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così. Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine.

Antonio e Luisa

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La coppia di sposi porta in sè il nome di Dio ma scritto con succo di limone.

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità. Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo. Presupponiamo che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile. Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Antonio e Luisa

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L’amore di Gesù è radicale. Così il nostro matrimonio.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Il Vangelo di questa domenica ha un filo conduttore unico: la radicalità. Gesù ci ricorda come essere suo discepolo, cioè suo amico, cioè cristiano, significa mettere tutto di noi e Lui sopra ogni altra cosa. Non perchè sia un Dio geloso che non sopporta di stare dietro, ma perchè altrimenti non saremo capaci di vivere il Vangelo e quindi la nostra umanità e il nostro matrimonio in pienezza.

Gesù sta salendo a Gerusalemme. Sa che dovrà affrontare la sua passione e morte. Chi lo segue ha capito cosa significa essere cristiano? O lo segue solo perchè ha fatto miracoli e parlato bene? Gesù mette in chiaro le cose. Prendiamo una per una le affermazioni di Gesù. Ognuna di esse mette in evidenza un aspetto importante della nostra vita su cui dobbiamo riflettere per comprendere dove siamo deboli e perché non riusciamo a progredire nella nostra fede e nella nostra capacità di amare.

  1. Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questa affermazione va spiegata. La traduzione esatta non è odiare, ma amare di meno. Gesù ci chiede di essere al primo posto. Perché? Cosa vuole dirmi? Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.
  2. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. La croce è la sofferenza. La sofferenza è sempre un argomento difficile. Dirò solo una cosa. Chi è Gesù per noi? E’ il talismano che ci deve proteggere da ogni male? Se è così non funziona. Questo non è Cristo. Il nostro Dio non cancella la sofferenza ma gli dà un senso. Spesso la sofferenza non possiamo evitarla. Gesù ci insegna a renderla feconda per noi e per tutti. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù.
  3. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Cosa significa? Tutti dobbiamo fare come san Francesco? Gettare i nostri beni dalla finestra ai poveri? No. Non tutti siamo chiamati a questo tipo di povertà. Gesù ci dice altro. Ci chiede di abbandonare le nostre certezze e le nostre sicurezze. In un altro passo del Vangelo sono rappresentate dal mantello. Ecco dobbiamo essere capaci di gettare il mantello per rivestirci di Cristo. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.

Questo Vangelo è davvero ricco di spunti. Lo dico prima di tutto a me stesso. Anch’io leggendo quanto ho scritto mi sono accorto quanta strada devo ancora percorrere per essere davvero cristiano. Per essere tutto di Gesù. Buon cammino.

Antonio e Luisa

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10 cose che ho imparato nei primi 10 anni di matrimonio

Il 15 giugno abbiamo fatto una bellissima festa per festeggiare i nostri primi 10 anni di matrimonio e abbiamo cercato di tirare un po’ le somme per ricordarci ciò che è importante per i prossimi 10 anni! Di seguito il mio il punto di vista.

1) Non posso cambiare mio marito, ma lui è cambiato lo stesso!

I primi anni di matrimonio, accanto all’entusiasmo per le cose nuove (che bello! vado a fare una lavatrice con la nostra nuova lavatrice nella nostra nuova casa!) e per la vita quotidiana insieme, ci siamo presto accorti che la diversità di idee, aspettative, modi di fare e di pensare, di agire e di reagire (tutto insomma!) ci portavano a stare molto scomodi insieme, a farci soffrire per apparenti banalità. Ovviamente il problema non era tanto scegliere un tipo di mensola piuttosto che un’altro, quanto invece (questo lo abbiamo capito dopo) non sentirci ascoltati e accolti dall’altro. Quanto avrei voluto, in quei momenti, che Tommy fosse diverso, e lui altrettanto evidentemente!

La cosa è bella è che piano piano piano (vedi punto 9) ci siamo ritrovati cambiati, più capaci di stare in relazione tra noi, più attenti all’altro, più disponibili all’ascolto e al dialogo senza fucile già puntato preventivamente contro l’altro.

Non si tratta di magia, ma di disponibilità a mettersi in discussione, in cammino, e tanto lavoro su di sé, spirituale e umano.

Ah, per non destare fraintendimenti: ciò non significa che siamo diventati uguali! Anzi, sempre più differenti, ma quelle differenze non erano più un problema, anzi una risorsa e una pienezza per la nostra coppia.

2) La sessualità ha bisogno di tempo

Questo è un tema molto ampio, che tratteremo sicuramente in modo più approfondito nei suoi tanti aspetti in altri articoli. Qui basti dire che, visto che la nostra vita sessuale è iniziata con la nostra vita matrimoniale, abbiamo dovuto conoscerci anche sotto questo punto di vista. E come la nostra relazione si è approfondita man mano in questi 10 anni, di pari passo così è stato anche per la nostra intimità fisica. Sembra scontato, ma sappiamo che per tante coppie la sessualità è un problema, e purtroppo se ne parla ancora molto poco. Un piccolo segreto, scontato se volete ma neanche tanto, è questo: l’intimità fisica cresce in funzione dell’intimità della relazione.

3) Dai bisogni inconsapevoli alle scelte consapevoli

Quanto mi ha fatto soffrire vedere che quella che pensavo fosse una scelta d’amore, recava in sé, oltre a questo, tanti miei bisogni (parlo dal mio punto di vista, ma ciò riguarda entrambi in modo  più o meno importante) di cui, a 22 anni, età in cui mi sono sposata, non ero minimamente consapevole. Vedere quello che c’era dietro alla facciata di “coppia modello”, è stato piuttosto doloroso, intuire che amare è una cosa diversa da quello che credevo, altrettanto doloroso.

Credo che alla maggior parte delle coppie possa succedere questo, in modo più o meno traumatico e più o meno “patologico”. Dopo questo “shock” iniziale, è stato fondamentale fare memoria della storia di Dio con noi, come singoli e come coppia. Lui non poteva essersi sbagliato. Così su una nuova fiducia, è stato importante ri-scegliere, questa volta in modo davvero consapevole, il nostro matrimonio, ma soprattutto fidarci di Dio che era in mezzo a noi e ci teneva per mano.

4) La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia

Fecondità. Parola tanto odiata e tanto amata. Non avendo figli, i primi anni di matrimonio, ma già al corso prematrimoniale, la parola fecondità faceva “rima” con “piano B se le cose non funzionano bene”. Quanto odiavo questo concetto: c’è la fertilità, poi per chi non ha figli c’è la fecondità. Mi faceva proprio arrabbiare. Anche questo è un argomento di vita vissuta molto importante, profondo, ampio, difficile. Troppa roba per condensarla in poche righe. Quello che voglio dire per ora, qui, è questo: ogni coppia è chiamata ad essere feconda, se no, anche se ha 2,3,4,5 figli, rimane in un certo senso “sterile”. La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia. Fecondità è lasciare lo spazio a Dio di agire, assecondare lo Spirito Santo, essere come le pale eoliche che si lasciano attraversare del vento dello Spirito e producono “energia”, cioè vita, cioè quello che Dio vuole generare con noi (ringrazio mio papà che mi ha regalato questa immagine). Chiara Corbella ed Enrico Petrillo lo testimoniano: quanta vita, quanti figli partoriti alla fede e tanto altro, attraverso la loro storia vissuta con Dio.

5) Ci sono momenti molto difficili in cui butteresti tutto all’aria.. non farlo perché, semplicemente, ne seguiranno di molto belli, anche se ti sembra impossibile

Questo è più un mantra di speranza da ricordarsi, portare al cuore e alla mente, per i momenti più difficili. Il Signore fa nuove tutte le cose, chiedi a Lui, arrabbiati, disperati, supplicaLo: non vede l’ora di poterti liberare dalle tue prigioni e dai tuoi sepolcri.

6) Alcune cose è meglio non farle insieme, altre, o insieme o niente.

Su questo punto ci si intende presto con degli esempi. Cucinare ad esempio, è un ambito nel quale io e mio marito agiamo in modo molto diverso per cui insieme è un po’ difficile. Per cui o cucino io e lui non si intromette, o viceversa. Ma questo significa anche che è bene conservare un proprio spazio, fare delle esperienze anche da soli, coltivare la propria differenza per arricchirsi e arricchire l’altro.

Ci sono altre cose poi, che abbiamo imparato che è meglio fare insieme, per il bene della coppia ma anche degli altri. Ad esempio: vi chiedono un servizio in parrocchia? Farlo come singolo o farlo come coppia è tutta un’altra cosa. Se lo fate come coppia, mettete in gioco anche la vostra relazione, il vostro sacramento, e ciò arricchisce enormemente di più il vostro contributo e la vostra “missione”.  Ed è pure una cura preventiva da protagonismi personali, dall’impegno più fuori casa che dentro casa, dall’essere coinvolti in dinamiche sterili e non equilibrate anche rispetto alla propria coppia e famiglia.

7) Meglio non fare troppi progetti ma godere di ciò che la vita ci offre

Anche questo è un mantra da ricordare. La vita che ti viene data da vivere è ora. Troppo tardi quando sarai in pensione, troppo tardi forse anche l’anno prossimo. Ci sono delle possibilità, opportunità, che la vita ti offre ora. Coglierle al volo e goderne è accogliere i doni che Dio vuole farci oggi. Per questo non bisogna programmare troppo: se si è troppo impegnati nel seguire il proprio programma si rischia di non cogliere ciò che di bello e alternativo ci viene messo davanti.

8) Le relazioni, alcune in particolare, sono il bene più prezioso

Non sono quella che socializza facilmente. Mio marito va molto meglio sotto questo punto di vista. Una delle cose più importanti che abbiamo capito in questi 10 anni è che Dio si è manifestato tante volte attraverso le persone che ci ha messo a fianco. Le relazioni in cui si può parlare di sé, delle proprie fatiche e ferite, in cui ci si sostiene a vicenda, si condivide e si cresce nella comunione sono un grande dono di Dio, più prezioso dell’oro, perché non si possono comprare ma sono solo un dono.

9) Non bisogna avere fretta, lo Spirito è maestro delle lente maturazioni

Tante volte ci siamo chiesti cosa Dio desideri da noi e cosa noi con Lui. La risposta non l’abbiamo ancora, però non possiamo non vedere quanto la nostra vita sia cambiata in questi 10 anni. Per chi non ci conosce bene, tutto sembra rimasto uguale: stesso paese, stessa casa, stesso lavoro (almeno uno dei due), nessun figlio ecc… quante cose invece noi e chi ci conosce bene sa che sono cambiate! Dentro di noi, nella nostra relazione, nel nostro rapporto con Dio, nelle nostre amicizie, in quello che facciamo, anche se non sbandierato da nessuna parte. Nella fede non ci sono soluzioni e risposte pronte, bisogna solo mettersi in cammino, in ascolto, e in gioco, e piano piano, piano piano, piano piano, lo Spirito crea e ti fa maturare, e il seme germoglia.

10) Più ti muovi, più ti arricchisci

In questi 10 anni le nostre automobili hanno percorso tantissimi km. Incontri, esperienze, amici da vedere, testimonianze da fare, relazioni, colloqui, esercizi spirituali, seminari, cene. I nostri familiari sanno bene che siamo sempre in giro e si sono rassegnati sia a badare alla nostra gatta mentre siamo via, sia al fatto che spesso manchiamo ai tradizionali pranzi della domenica e affini. È vero, spesso anche io mi sono lamentata di questo essere spesso in macchina, o in treno o anche aereo, ma la verità è che ogni tragitto è stato sempre ricompensato. Quanto ringrazio il Signore di non avermi lasciato nelle mie comodità e nei miei cliché, del sabato a fare la spesa e della domenica a pranzo o dai miei o dai suoceri, con un’alternanza rigorosa.

Lo ringrazio perché ha allargato i nostri orizzonti, ci ha regalato amicizie bellissime, ci ha fatto sentire la sua presenza in mille modi, ci sta guarendo e salvando piano piano.

Questo non significa che debba essere così per tutti, però è vero che più allarghi i tuoi orizzonti, più il tuo mondo diventa ricco.

Ora siamo curiosi di scoprire e vivere ciò che ci riserveranno i prossimi 10 anni.

Giulia e Tommy

Dal blog TEOLOGIA DEL CORPO & more (qui l’articolo originale)

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Meglio il caos intorno ma la pace nel cuore

Non so voi, io all’inizio di settembre cado sempre in una specie di piccola depressione. Si ricomincia! Presto tornerà la scuola. Ci sono i libri da comprare, le riunioni da ricordare, la matita HB, i fogli da disegno F4 squadrati, lisci,  ruvidi, poi c’è il compasso ecc. Tutto come lo vuole l’insegnante di turno. Poi le attività pomeridiane. Hai ancora voglia di studiare pianoforte o vuoi passare al teatro? Va bene il calcio anche quest’anno? E così via. Sono già stanco prima di cominciare. Poi, neanche a dirlo,  se dimentico qualcosa  è colpa mia! Te l’avevo detto di comprarlo!!! Pretendono i marmocchi! Mi sento sempre così inadeguato.

Cosa mi salva da tutto questo? Mi salva essere sempre più consapevole che io ho scelto e amo quel casino. Oddio, non il casino in sè, ma chi lo provoca. Chi ha portato tutto ciò nella mia vita. Perchè nonostante tutto, nonostante la casa costantemente in disordine, il caos, il rumore e la stanchezza costante, per noi è la vita più bella del mondo? Semplicemente perchè questo è l’amore, siamo fatti per questo, e anche se arrivo a fine giornata stanco morto, ho il cuore pieno,  ho la consapevolezza che nulla può darmi pace e gioa come la mia famiglia. Meglio vivere nel costante rumore di fondo e avere il cuore nella pace, piuttosto che avere tutta la tranquillità che desidero ma il cuore nel tormento. E ringrazio Dio, perchè senza di Lui niente sarebbe stato possibile. Quindi mi lascio qualche giorno di sconforto e poi avanti tutta perchè come dice Ligabue:

Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’
che andare va bene, però a volte serve un motivo un motivo.

Ecco, io il motivo ce l’ho ed è il solo motivo che possa dare senso a tutto: essere parte di una comunità d’amore dove amo e sono amato. Tutto il resto non è importante e la fatica costa, ma è davvero poca cosa in confronto al valore che la mia famiglia ha per me.

Antonio e Luisa

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